PITIFUL TONIGHT: Eric Clapton Autobiography – review by Picca

3 Mar

Il titolo, il collage delle due foto, l’articolo stesso … tutta roba un po’ azzardata, ma questa è l’impressione che ha avuto Picca nel leggere la sua autobiografia. A Clapton abbiamo tutti voluto bene, di Clapton abbiamo tutto, ma vogliamo sentirci liberi di poter esprimere una nostra opinione. Sacrilegio griderà qualcuno che ancora considera Clapton secondo le scritte che apparvero alla fine degli anni sessanta sui muri di Londra, ma si sa, a noi la religione piace poco.


Milos Forman ha già brillantemente affrontato l’argomento nel film Amadeus, dedicato alla vita di Mozart. Per bocca del povero Salieri pone al mondo e agli dei una fondamentale questione: perchè le Muse, quando c’è da infondere in un umano quell’ afflato miracoloso che noi chiamiamo Talento, spesso scelgono un idiota?

Mi faccio questa domanda da giorni, da quando cioè ho preso a leggere la già vecchiotta autobiografia di Eric Clapton, e sottolineo autobiografia.

Nel suddetto volume infatti, il vecchio Slowhand ci tiene moltissimo a farci capire, di suo pugno, che quando ci emozioniamo ascoltando Layla, quando chitarristi in erba vedevamo sanguinare le dita callose nel tentativo di replicare l’assolo di Crossroads, quando abbiamo ammirato il tempismo del buon Eric a sbolognare al pianeta l’allora nuova mania rock-conservatrice dell’ormai mitico ‘unplugged’, eravamo sempre, senza saperlo, al cospetto di un idiota.

Detto, si intende, col massimo rispetto.

Dalla lettura delle 400 pagine scritte da Eric in un impeto di autodenuncia più o meno conscia, si evince che calcare i palchi più prestigiosi di mezzo mondo, partecipare a registrazioni fondamentali, incontrare e frequentare altri talenti di ambito differente, coltivare un interesse totalizzante e stimolante quale la musica, accedere ad un ingente patrimonio e scopacchiarsi compulsivamente donne di ogni colore, razza e credo religioso possa rivelarsi perfettamente inutile per il tuo percorso esistenziale, a patto naturalmente che tu sia un completo idiota.

Questo non toglie che Clapton rimanga un chitarrista dal talento enorme, un fantastico cantante (personalmente lo preferisco come vocalist che come guitarslinger), un incostante ma brillante autore di canzoni e un professionista dall’ottimo fiuto per gli affari.

Dal libro ne esce come un egoista patologico (a dire il vero una condizione fondamentale per fare la rockstar), donnaiolo compulsivo che approfitta della notorietà e del conto in banca per accoppiarsi con femmine casuali (anche questo è consueto nell’ambiente), disonesto sentimentalmente e aridissimo spiritualmente, capace, a seguito di delusioni esistenziali del tutto normali nella vita di un uomo, soltanto di attaccarsi al ciuccio e frignare.

Il ciuccio inteso come bottiglia di Brandy.

Alcolismo cronico per trent’anni, priapismo spinto e dipendenza da ero e coca, i vizi di Eric però non hanno contribuito per nulla a costruire un vissuto in qualche modo artisticamente interessante, il classico ‘oscuro passato’ di tanti scrittori, musicisti o artisti in genere che poi hanno saputo trarre dalle melmosità esistenziali più limacciose germogli puri di ispirazione o ‘storiacce’ bukowskiane di ‘maledettismo’ poetico.

Nada. Nothing. Niente.

400 pagine piene di 2 o 3 bottiglie di vodka al giorno, una pista di coca, una moglie scippata a George Harrison e subito ripudiata, una jam con Buddy Guy, una scopata con la giovane Madame Sarkozy, una sfilate di Versace, altre due bocce di vodka e via andare.

Anche la perdita straziante del piccolo Conor avuto dalla Lady From Verona Lori Del Santo (un fidanzamento babbeo descritto in pagine esilaranti per umorismo involontario ) è raccontato con una superficialità e una miseria interiore raggelanti.

Naturalmente si apprezza la sincerità dell’uomo (per la serie ‘Viva la faccia’) anche se per lunghi tratti del tomo si capta una sorta di incoscienza di fondo.

Leggo le biografie dei cantanti (di solito pessima letteratura) per un motivo semplice: mi fanno venire voglia di (ri)ascoltare i dischi.

Ecco, Eric riesce con successo a scatenare l’effetto contrario. Tra le righe non si scorge nessuna passione per la musica, non si intravede nessuna emotività artistica che scaldi il cuore, non si coglie nemmeno una scintilla di quel sacro fuoco che è l’amore per le arti. Niente. Nada. Nothing.

Una lettura davvero illuminante.

Ci si chiede cos’ hanno per la testa le Muse della chitarra e i demoni del blues quando, all’inizio degli anni ’60 nella grigia e profonda provincia inglese, decidono che il giovane Eric Clapton con la sua chitarrina in mano meriti tutto quel Talento.

(Picca –  marzo 2011)

22 Risposte a “PITIFUL TONIGHT: Eric Clapton Autobiography – review by Picca”

  1. Paolo Barone 03/03/2011 a 20:15 #

    A me, personalissimamente parlando, Clapton ha quasi sempre sfracellato le palle.
    Certo qualcosa dei Cream, i Blind Faith, qualche collaborazione….ma il resto a me non ha mai detto granche’. Ricordo che quando ero piccolo tutti lo paragonavano a Page, Beck, Hendrix…allora ho comprato qualche disco, sono anche andato a vederlo dal vivo…pensavo saro’ io che non lo capisco….Se poi lo spessore umano e’ quello che dice il Fantastico Picca…..ecco, siamo proprio a posto.
    Ho appena finito di leggere il libro di Keith Richards.
    Siamo su un altro pianeta, una lettura imperdibile!
    Picca Forever

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  2. Danilo63 03/03/2011 a 21:03 #

    Caro Timoteo, ti suggerisco di leggere (sempre che tu non l’abbia già fatto e anche se non c’entra una mazza con Manolenta), il libro di Pino Cacucci “Oltretorrente” edito da Feltrinelli. Poi mi saprai dire.

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  3. timtirelli 03/03/2011 a 23:07 #

    Scusa Dan,il libro che mi consigli non l’ho letto, ma so un po’ di cosette a proposito e mi interessa molto, ma non capisco se il tuo vuole essere un messaggio al post su Clapton o cosa. Non ho nemmeno letto l’autobiografia di manolenta, ma Picca è un superintenditore di rock e la sua opinione – giusta o sbagliata che sia – è sempre degna di essere pubblicata. Non so come la potrai prendere tu, Claptoniano di ferro, un articolo del genere può infastidirti non poco … mi piacerebbe sapere la tua impressione a proposito, sono certo che quella autobiografia tu la conosca bene.

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  4. timtirelli 03/03/2011 a 23:13 #

    Polbi, ma mi spiegate come fate tutti a leggere tanti libri? Io tra le riviste Classic Rock, Prog, Uncut, Mojo e i fumetti non riesco che a leggere alcune decine di pagine di un libro al mese quando va bene.
    Sono anni che Clapton è ormai è innocuo, e il blues che fa piace pure a mia zia che ascolta Biagio Antonacci … quando poi lo vedo nel DVD del Crossroads Festival 2010 andare sul palco con le braghette corte e i sandali è la fine. Ma cazzo, sei Eric Clapton boia d’un giuda. E in più suona gli assoli come un commercialista redige l’ennesima dichiarazione dei redditi. Lui e quel panzone cabarettista di BBKing stanno uccidendo il blues. Cazzo!

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  5. picca 04/03/2011 a 08:53 #

    Scusate se entro a gamba tesa nel dibattito. Non se ne abbiano i fans di Clapton (per il quale provo affetto da fab trentennale). L’iperbolica scelta della definizione ‘idiota’ è sicuramente forzata, ma dalla lettura del libro mi pare che Eric ne esca cosi’. Naturalmente immagino, anzi so, che nella vita e nella carriera musicale di Slowhand c’è molto di più, ed è quello che speravo di trovare tra le righe del libro. Invece no, ho trovato solo una lista superficiale di ubriacature, fornicazioni, pochissima musica, aneddoti privi di spessore. Il contrario di quanto mi pare ci sia tra le righe della bio di Richards o del bellissimo Chronicles di Dylan. Trovo che sia un’ idiozia scrivere un’ autobiografia dalla quale si esce come ne esce Eric. Naturalmente ognuno di noi ha lati oscuri, segreti inconfessabili eccetera. Ma nel racconto di una vita importante e interessante come quella di Eric non sono sufficienti a rendere la lettura piacevole, anzi, ci consegnano un ritratto di pochezza impressionante. E’ auto-gossip, un auto-gol che puzza, appunto, di idiozia.
    In futuro comunque ce ne sarà per tutti, anche per JImmy. Fattene una ragione, Tim…

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    • timtirelli 04/03/2011 a 09:53 #

      Beh, Picca, il dibattito è fondamentale, quindi entra pure a gamba tesa quando vuoi.
      L’ho spiegato ad inizio articolo, è una scelta coraggiosa usare certi termini e pesnieri forti, ma mi interessano anche questi aspetti e di sicuro se non altro offrono un punto di vista da una angolazione diversa, anche se in fondo non è un punto di vista … sono cose che Eric Clapton lascia trasparire abbastanza ingenuamente.
      Non vedo l’ora di leggere una cosa simile su Page e gli Zep. Go for it and don’t take no prisoners.

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      • Paolo Barone 04/03/2011 a 10:45 #

        Il tempo di leggere tutte queste cazzate non so nemmeno io come lo trovo, posso solo dire che ultimamente do’ giusto uno sguardo a Mojo, Rumore e Classix.
        MA, se di libri r’n’r’ vogliamo parlare, ho avuto goduria immensa nel leggere White Line Fever del grande Lemmy, e Rosso Floyd, un libro molto singolare, anomalo, fatto da uno scrittore non specializzato in musica, anzi, uno che scrive letteratura a tutto tondo. Ha fatto un libro sui Floyd con interviste a persone vive e morte (ovviamente tutte false!). Veramente interessante, edito da Einaudi.

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  6. Danilo63 04/03/2011 a 19:01 #

    Caro Timoteo, spero di non aver creato fraintedimenti con il mio post. Il libro su “Manolenta” non l’ho letto (credo che sia quello uscito in italiano un paio di anni fa per Sperling & Kupfer), semplicemente perché il mio amico libraio a suo tempo me lo sconsigliò vivamente. All’epoca se ben ricordo costava oltretutto sui 25 euro e i termini usati dal tuo amico Picca sono stati zuccherini al confronto del mio amico. Ho acquistato in compenso quello di Keith Richards e di Bill Bruford ed ho letto anch’io quello del buon Lemmy, ma quello di Clapton no. Poi lo sai che pur avendolo nel cuore preferisco il Clapton dei Cream seguito da Derek & the Dominos e sono molto selettivo nella carriera solista (in pratica mi fermo a “Money & Cigarettes). Per il libro di Cacucci ti volevo semplicemente dire che era meglio se leggevi quello perché è quello che ho per mano attualmente.

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    • picca 04/03/2011 a 19:12 #

      Parlando del Clapton che ci piace, anni fa lessi un pezzo su Mojo a proposito della registrazione di Layla che vale 80 biografie.

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  7. lorenz 04/03/2011 a 20:13 #

    Clapton e’ l’autore del piu’ bel solo di chitarra, in contesto blues, che abbia mai sentito e parlo ovviamente di Crossroads.
    La prima volta che l’ascoltai avevo sui 14 anni e rimasi sconvolto dall’ irruenza, la fantasia, la classe che era riuscito ad imprimere in quei due assolo.
    E il suono, un gran bel suono ciccione.
    Me ne innamorai e piano piano mi procurai tutti i primi lavori, il disco fondamentale con Mayall e i lavori dei Cream che lo pongono nell’olimpo dei chitarristi.
    Rimasi quindi abbastanza perplesso quando acquistai i suoi lavori da solista, perche’ non ho piu’ trovato quel chitarrista ispirato e fantasioso che piaceva a me. Non c’era piu’ neanche il suono perchè nel frattempo era passato dalla Gibson alla Strato.
    Per carità ci sono pezzi anche molto belli ma parlando strettamente di chitarre la sua ha smesso di suonare dopo i Cream.
    Quando ascolto Derek and the Dominos mi piace piu’ quello che suona Duane Allman perche’ Eric, come dice Tim, suona da ragioniere, da bravo scolaretto che ha fatto bene i compiti e ripete a memoria, insomma un involucro vuoto dove prima c’era dentro Eric Clapton.
    Forse ad un certo punto a cominciato a preferire il canto perchè è migliorato parecchio chi lo sa. Forse se i suoi dischi solisti non portassero il nome Eric Clapton sarei meno rigido.
    Comunque sia Clapton was God

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    • picca 04/03/2011 a 20:44 #

      Terribile la scelta della Strato nella recente reunion dei Cream.

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  8. Danilo63 04/03/2011 a 20:44 #

    Caro Picca, mi permetto di suggerirti (se non l’hai già letta), la biografia di Scott Freeman sull’ Allman Brothers Band “Cavalieri di mezzanotte” uscita qualche anno fa per la Tarab. Al di là del libro in sé, è molto interessante la parte del periodo Dominos. Solo per il fatto che un secondo disco non uscì mai (c’è qualcosa sul box-set “Crossroads”) la dice lunga sul fatto cosa effettivamente valesse quel gruppo senza Duane Allman.

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  9. picca 04/03/2011 a 23:40 #

    I Fratelli Allman sono il mio gruppo preferito (in ordine alfabetico…). Conosco il libro ma non l’ho letto. Credo che l’edizione Tarab sia strafuori catalogo,ma posso sempre leggerlo in inglese ordinandolo sul web. In effetti è una lacuna letteraria che dovrò colmare. Conosco abbastanza bene le sessions del secondo disco abortito dei Dominos, e nel giro di pochi giorni arriva la nuova versione remastere/deluxe/spillasold di Layla con un bello sguardo su quelle sessions. La morte di brother Duane e le condizioni psichiche sempre più devastanti di Jim Gordon hanno contribuito molto all’implosione della band. Ti posto il link con un noto forum dove trovi una discussione su Layla con BOBBY WHITLOCK in persona che scrive da casa sua assieme alla sua fidanzata sotto lo pseudonimo Happytobealive. E’ Whitlock che parla, e racconta un sacco di cose. Tra l’altro mi pare parli benissimo di Clapton.

    http://www.stevehoffman.tv/forums/showthread.php?t=161734&highlight=bobby+whitlock+derek

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  10. timtirelli 05/03/2011 a 16:21 #

    Bravi ragazzi, ottima discussione.
    Sì, terribile la strato nella riunione dei Cream. Io la penso come Lorenz: a parte Hendrix, Blackmore, Gallagher e Jeff Beck tutti gli altri chitarristi che la usano hanno un suono da finocchi.
    D’accordo anche con Danilo, dopo Money And Cigarettes Clapton non ha fatto più niente di sostanzioso, sì, qualche pezzo carino qua e là, ma roba che scivola via e adatta a quelli che hanno i Suv ultracostosi e le BMW (Mixi escluso)…il blues annacquato di Clapton, Brothers In Arms dei Dire Straits,Ligabue…insomma roba da soundtrack da supermercato.

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    • picca 05/03/2011 a 16:48 #

      Comunque dal libro si evince che è farina del sacco di Roger Forrester, manager di Clapton dagli eighties in poi, il tentativo (riuscito) di trasformare Eric in supertar ‘popular’. Il recente ridimensionamento promozionale e artistico di Clapton è dovuto dall’allontanamento amichevole ma necessario (secondo E.C.) dalla gestione manageriale di Forrester.

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    • Paolo Barone 06/03/2011 a 12:55 #

      Syd Barrett
      David Gilmour
      Kossoff
      Du Cann (Atomic Rooster)
      Morello (Rage Againts Machine)
      Fast Eddie Clark (Motorhead)
      Zappa
      Quine (Voivod, Lou Reed)
      Keith Richards
      Asheton (Stooges!!!!)
      Page (Per lo meno Yardbirds e primo Zeps se non vado errato…)
      Ragazzi, io NON sono un musicista, quindi prendete le mie valutazioni per quello che sono, ma a me sembra che di suoni Fender la musica rock ne sia piena. Il che mi porta ad un altra, banale, considerazione. Datemi una band di pischelli con chitarre tarocche, ampli mezzi scassati e TANTA voglia di fare quello che fanno e mi sa che per il buon vecchio r’n’r’ e’ tutto quello che ci vuole. So di aver sparato un luogo comune, me ne vergogno anche un po’, ma mi sa tanto che le cose stanno cosi’!
      Ecco perche’ Il Clapton degli anni ’60 e’ una cosa e il resto…lo avete detto meglio di me.

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      • timtirelli 06/03/2011 a 13:32 #

        Polbi, io stavo parlando di Stratocaster e di un certo suono rock e, nella mia visione di Gibsoniano, quello che ho scritto corrisponde al vero. Non ho parlato di Fender, ma di Stratocaster, la Fender forse più adatta a fare Rock di un certo tipo. Kossoff era uno che suonava la Les Paul, sebbene sulla copertina del suo album solista indossi una Strato (e comunque a quel punto non era più un chitarrista). Poi sai, è una sensazione, io e Lorenz siamo due chitarristi da Les Paul Standard. Più che di rock and roll, intendevo il classic rock un po’ duretto, incentrato su figure di chitarristi talentuosi. A parte quei 4 che ho citato, non è che il suono Strato mi convinca tanto.

        Insomma, Polbi, Les Paul o muerte! :-)

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  11. saurafumi 06/03/2011 a 15:18 #

    Sono pienamente d’accordo con quello che ha detto Lorenz. Anche a me piace il Clapton dei Derek, dei Cream, dei Blind Faith, e dei suoi primi lavori. 461 Ocean Boulevard per me rimane il suo disco più bello. Dopo ci sono tante altre belle cose, ma si sente che non è più l’Eric di una volta.

    Per quanto riguarda il suono della Gibson e della Fender (Strato), preferisco da sempre la Les Paul, ma sentendo dal vivo Jeff Beck l’anno scorso a Lucca, ho imparato a riconsiderare un po’ anche la Strato. O almeno, lui la suona da dio. Gli altri non lo so.

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  12. Paolo Barone 06/03/2011 a 17:48 #

    Ok, mi arrendo subito!
    In compenso tutte queste chiacchiere su EC mi hanno riportato nello stereo i primi 3 album dei Cream…che belli, non li sentivo da una vita, perso nei venti astrali degli Ash Ra Temple o in qualche garage con i Sonics…

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  13. Danilo63 11/03/2011 a 17:50 #

    Caro Picca, scusami per il ritardo nel ringraziarti per il sito che mi hai segnalato di Bobby Whitlock e che non conoscevo.

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  14. mikebravo 10/02/2017 a 08:00 #

    Ogni tanto riprendo in mano la biografia di slowhand.
    Anche se di primo acchito non mi piacque per nulla, ora la apprezzo di piu’
    perché in fin dei conti è una storia a lieto fine.
    Le storie a lieto fine mi piacciono.
    Poi ho trovato un brano che mi ha affascinato molto per diversi motivi.

    Ho praticato sin da piccolo la pesca di fiume o di lago.
    Poi col carp-fishing ed un cognato campione mi sono trovato a conoscere
    i grandi di quel genere di pesca che é nata in Inghilterra.

    La svolta nel libro di Clapton avviene nel natale 1982 quando Pattie
    gli regala una tuta termica.
    Con quella addosso se ne va a pesca su un fiume da solo.
    Vuole pescare i lucci e monta 2 canne.
    E’ ubriaco fradicio.
    Dalla riva opposta 2 pescatori professionisti accampati in tenda lo guardano.
    Ad un tratto eric cade su una canna e la spezza vicino all’impugnatura.
    I 2 pescatori imbarazzati si girano altrove facendo finta di non vedere.
    Eric è umiliato.
    Si riteneva un ottimo pescatore.
    Ora é caduto l’ultimo baluardo.

    Il giorno dopo parte per gli usa e va a disintossicarsi in clinica.

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  15. mikebravo 24/03/2017 a 08:09 #

    Appartengo ad una generazione che, per motivi di tempo e di spazio, non ha avuto modo di godere in contemporanea della musica dei cream. Nel novembe del 1968 avevo da poco
    smesso i soldatini e collezionavo francobolli.
    Appena ho goduto della rivelazione del rock non ho impiegato molto a costruire i miei capisaldi che restano ancora quelli.
    E i cream, rimasti insieme per 27 mesi e per 4 albums, sono tra i miei 5 gruppi preferiti di sempre.
    Forse il loro primo album ed il loro ultimo ascoltati oggi non fanno l’effetto che fecero allora
    ma DISREALI GEARS e WHEELS OF FIRE sono capisaldi imprescindibili.
    Aggiungiamo una sequela di singoli mozzafiato a partire da I FEEL FREE del 1966.

    Per questi motivi ho sempre cercato un libro definitivo sui cream.
    Mi é arrivato ieri e me lo rigiro tra le mani.
    Sono molto contento di CREAM HOW ERIC CLAPTON TOOK THE WORLD BY STORM di DAVE THOMPSON.
    Ricordando l’effetto che mi fecero i cream ai primi ascolti, il titolo non è assolutamente
    esagerato.

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