Joe Bonamassa – Royal Tea (Provogue Records 2020) – TTT

1 Nov

Joe Bonamassa, bravissimo chitarrista americano nato nel 1977 fortemente influenzato dal blues rock inglese fine sessanta / inizio settanta, e guidato dal suo tutor personale Kevin Shirley (produttore, ingegnere del suono, etc etc) che ancora lo spinge verso quel mondo musicale. In quest’album infatti il team di compositori è allargato all’autore di testi Pete Brown (a suo tempo collaboratore dei Cream) e a Bernie Marsden (abile chitarrista/compositore già con Ufo, Cozy Powell, Paice Ashton Lord , Whitesnake, Alaska).

In vent’anni Joe ha pubblicato qualcosa come 14 album da studio e 17 album dal vivo (più 15 video), senza contare i 4 album registrati con i Black Country Communion, tutto questo in un periodo in cui dischi non si vendono più (o meglio, le vendite ormai sono attestate – tranne RARISSIMI casi – su quantità risibili). Fisiologico dunque che con tutte queste produzioni il livello qualitativo delle stesse (ovvero il valore delle canzoni) possa livellarsi verso il basso.

When One Door Opens si fa aiutare dall’orchestra e potrebbe essere un buon pezzo per uno dei nuovi film di 007. Avrò anche le orecchie molto sensibili per quanto riguarda i LZ, ma mi sembra di sentire chiari echi dello stringbender suonato da Page in All My Love. Il problema di questo pezzo è la parte centrale dedicata ai riferimenti: al primo ascolto sembra sia il bolero di Ravel ripreso dai Deep Purple di Child In Time ma poi ad una ascolto più accurato si capisce che ad essere rifatto è il bolero ripreso dai Led Zeppelin in How Many More Times (lo si evince anche dal riff successivo, molto simile a quello dei LZ). E’ un peccato perché i primi minuti e gli ultimi del brano sono delicati e suggestivi.

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Royal Tea avvicenda consunti riff blues ad aperture apprezzabili. Assolo prevedibile. Di nuovo una citazione, stavolta è I Ain’t Superstitious di Jeff Beck. In Why Does It Takes So Long To Say Goodbye c’è la mano di Bernie Marsden, una ballatona blues alla Gary Moore;

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Lookout Man invece è tutta un ostinato riffaccio hard rock blues su cui si affaccia l’armonica. High Class Girl è noioso: giro blues usatissimo, uno di quelli che al giorno d’oggi non si riesce proprio più ad ascoltare, su cui si intravedono Green Onions di Booker T. & the M.G.’s. e l’immortale The Hunter (versione Free).

A Conversation With Alice è scritta insieme a Marsden e non dispiace, buon rock frizzante con una bella slide guitar.

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Uso frenetico del wah wah in I Didn’t Think She Would Do It, con Hendrix che fa capolino qua e là. Behind The Silence è l’unico pezzo scritto dal solo Bonamassa, brano musicalmente riflessivo. Lonely Boy è uno swing scritto insieme a Jools Stewart e Dave Stewart, nessun brivido particolare (a me pare che voglia fare il verso a Brian Setzer e alla sua Orchestra). Il genere americana è quello su cui Savannah si sdraia. Chitarre acustiche e mandolino, molto carino.

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Se Bonamassa (a proposito, cognome italiano, direi calabrese) continua a fare dischi e tour con tale frequenza significa che alla fine il suo blues rock revival paga; immagino ci sia un pubblico che non voglia altro che sentire questo tipo di classic rock basato sul blues. Personalmente batto sempre sullo stesso tasto: occorre fare sforzi maggiori per quanto riguarda il songwriting, se vogliamo tenere in vita il blues è necessario fare degli innesti e avere alte capacità compositive. A me non basta un bravo chitarrista, una produzione di rilievo e una buon gruppo, serve un po’ di magia, di tensione compositiva, di emozioni forti. Qui è tutto troppo calcolato.

So che in una recensione parlare dei riferimenti è la cosa più ovvia e sicuramente noiosa, ma sembra impossibile evitare di parlare dei richiami che i pezzi di Bonamassa riportano alla mente. Chiedo scusa a chi troverà i miei rilievi ridondanti. Chiaro comunque che dopo due o tre ascolti il disco sembri migliore di quel che è e che i vari riferimenti tendano a sfumare, tuttavia a caldo rimangono validi i ragionamento fatti.

Per finire, apprezzo il fatto che contenga solo dieci pezzi (troppo spesso i cd sono TROPPO lunghi), ma il disco per me rimane interlocutorio, è suonato e confezionato bene, ma come accennato manca il fremito, il batticuore, il pezzo che ti fa restare con la bocca aperta…

2 Risposte a “Joe Bonamassa – Royal Tea (Provogue Records 2020) – TTT”

  1. lucatod 01/11/2020 a 12:02 #

    Carlo Verdone che è un grande fan di questo chitarrista ne esalta spesso le qualità quasi fosse un nuovo Clapton o Stevie Ray , personalmente non ci trovo nulla di interessante per i motivi che hai spiegato tu. Mi sembra qualcosa di programmato , ben eseguito ma piuttosto ordinario. Già mi immagino il suo pubblico.

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