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La truffa del secondary ticketing

24 Nov

Due settimane fa un servizio del programma LE IENE sul secondary ticketing ha destato sdegno in ogni appassionato di concerti. Avevo condiviso il video sul mio account facebook, lo ripropongo qui dopo che Giancarlo e Paolo mi hanno in pratica chiesto di farlo a margine dei loro commenti nell’articolo sull’ultimo cofanetto dei PINK FLOYD pubblicato qualche giorno fa qui sul blog.

le-iene

La faccenda è disgustosa, ma è positivo che sia venuta a galla, perché la sparizione dei biglietti dopo pochissimi minuti dalla messa in vendita su Ticketone è intollerabile. Naturalmente è poi possibile trovare disponibilità – in un secondo momento – degli stessi biglietti su altri siti a prezzo assai maggiorato.

Io già trovo assai fastidioso le spese “accessorie” che gravano sul costo dei biglietti, figuriamoci questo mercimonio chiamato secondary ticketing.

Venerdì scorso ad esempio ho voluto comprare due biglietti del concerto che gli AEROSMITH terranno a FIRENZE all’Ippodromo Del Visarno. Avendoli già visti nel 1989 e nel 1990 avrei fatto anche a meno, dato che non mi piacciono i concerti organizzati in questi spazi tipo festival, ma Saura non li ha mai visti e allora ho deciso di portarla a vedere un gruppo Rock che tutti dovrebbero vedere un volta nella vita. Son un fan della band, di STEVEN TYLER in particolare, album come GET YOUR WINGS, TOYS IN THE ATTIC, ROCKS e PERMANENT VACATION dovrebbero far parte delle discoteche di chiunque si definisca amante della musica Rock (ma aggiungerei anche DRAW THE LINE, NIGHT IN THE RUTS e DONE WITH MIRRORS).

Bene, dicevo che venerdì scorso alle 11,55 ero davanti al computer, sul sito di Ticketone. Inizialmente davano disponibili anche i biglieti del “Pit” sotto al palco, ma misteriosamente non era possibile acquistarli. Dopo pochissimo rimanevano disponibili solo i biglietti generici da 60 euro. Sapevo che i posti sotto al palco siano stati messi in prevendita il giorno prima per il fan club del gruppo e per gli iscritti a Firenze Rocks festival, ma che non ne fosse disponbile nemmeno uno mi pare strano.

E va beh, ordino due biglietti, 120 euro a cui si aggiungono 18 euro per la preventiva (2 x 9 euro), 9,99 euro consegna tramite corriere (e scrivete 10 euro per dio, così ci prendete per il culo) e 8,42 euro per le misteriose “commissioni di servizio”. Totale 156,41 euro. A parte il costo dei biglietti e la consegna tramite corriere, il resto mi sembra, se non una truffa, perlomeno “fuffa”. 26,42 euro buttati al vento.

Non fosse perché sono così appassionato, perché sono gli ultimi(ssimi) ruggiti dei vecchi leoni e perché nella mia vita ho assoluto bisogno di distrazioni, lascerei perdere e manderei tutti a quel paese. Mi basta ricordare il casino – con conseguente impossibilità di vedere decentemente gli artisti sul palco – dei ROLLING al Circo Massimo nel 2014 e degli AC/DC all’autodromo di Imola per farmi passare la voglia.

SERVIZIO DELLE IENE – MEDIASET

http://mdst.it/03v662557/

IL NOBEL A DYLAN di Francesco Giuseppe Prete

17 Ott

Un paio di considerazioni del nostro France’ sul recente Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Nobel a Dylan sì, Nobel a Dylan no: e va bene, se proprio se ne deve parlare – aggiungendo altre parole alle altre, troppe, che già si sono sprecate – facciamolo. Nobel per la Letteratura, dunque, e allora partiamo proprio da qui, da questo termine, “Letteratura”. Cito testualmente dal dizionario Garzanti della lingua italiana: “Le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore artistico; l’insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un’epoca, di un genere”. Ora, chi con le parole lavora, e mi riferisco a coloro – non molti comunque, alla fine rischia di essere il classico “tanto rumore per nulla”, ma tant’è – che hanno messo in discussione il riconoscimento dato dall’Accademia di Svezia a Bob, dovrebbe sapere che “le parole sono importanti”, mi si perdoni la citazione. Quindi l’affermazione “cosa c’entra Dylan con la Letteratura” e altre amenità del genere è innanzitutto semanticamente sbagliata, e l’errore è tanto più grave se commesso da gente che di Letteratura vive.

Insomma, non v’è dubbio che le opere di Dylan, oltre a un indiscutibile valore artistico, abbiano avuto sulla cultura popolare – tutta – del secolo scorso un impatto, un’influenza, una pervasività che rende Dylan forse il personaggio più importante del 1900, anche per il fatto che le sue opere hanno travalicato l’appartenenza a un paese, a un’epoca e a un genere. Ora, il fatto che tali opere letterarie (anzi, Opere Letterarie) siano state veicolate attraverso la forma canzone nulla toglie al loro valore, anzi! C’è più cultura in “Desolation Row” che in intere bibliografie, e questo anche limitandosi a leggerne il testo su carta stampata (a tal proposito, per me a tutt’oggi il miglior lavoro di traduzioni Dylaniane è “Lyrics 1962-2001” di Alessandro Carrera). Certo, poi uno ascolta la canzone e la magia si moltiplica all’infinito.

bob-dylan

Del resto, e vado oltre, Dylan è stato quello che ha cambiato per sempre le coordinate della musica Rock, anzi, della musica popolare tout-court, a partire da quel doppio colpo di batteria a cui seguiva “quel” riff di Hammond, prima che arrivasse lui con la sua voce ad ammonirci che “Once Upon a Time You Dressed so Fine…” L’anno era il 1965 e Dylan decideva di imbracciare la chitarra elettrica e farsi accompagnare da un gruppo Rock, senza rinunciare all’importanza dei testi che è fondamentale nel Folk. E già, prima di allora era il Rock’n’Roll, energia allo stato puro, ma fino a quel momento nei testi c’era ben poco di “letterario”, appunto, la voce era uno strumento come gli altri che, spesso declamando versi al limite del banale, serviva a trasmettere quell’energia, non è vero Mr. Presley? Mentre i testi “importanti”, “seri”, impegnati? erano prerogativa del Folk. Da ora non più, perché, come ebbe a dire un certo Bruce Springsteen, “Elvis ci ha liberato il corpo, Dylan ci ha liberato la mente”: per questo motivo oggi, abbondantemente passati i 50, ancora mi appassiono al Rock, e con me tanti altri, a cominciare dal curatore di questo Blog. Non è più solo una musica da ballare ma è molto di più, e questo passaggio lo dobbiamo a Mr. Zimmermann, altro che storie. Da quel leggendario 1965 nulla è stato più lo stesso, con quell’anno hanno dovuto fare i conti tutti, Beatles e Stones compresi.

Solo una considerazione, del tutto personale sulla grandezza artistica di quest’uomo. “Planet Waves”, disco del 1974, secondo molti non uno dei suoi migliori, anzi, mentre secondo me è un lavoro meraviglioso e imprescindibile, anche perché è il commiato dalla sua “Band”. Sul disco un brano, “Forever Young”, peraltro il più bello del disco e in assoluto uno dei migliori scritti da Bob, è presente due volte, in due differenti versioni. Cosa questa che, ma guarda un po’, in futuro faranno molti, ma che fino ad allora non mi risulta avesse mai fatto nessuno, e del resto, perché due volte lo stesso pezzo nello stesso album? Eh, e allora? Signori, è di Dylan che stiamo parlando. “Forever Young” è dedicata al figlio Jakob, nato da poco, ed è – la faccio breve – l’augurio di una vita che sia sempre giusta e sincera, coraggiosa e operosa, quasi una raccomandazione affinché il marmocchio possa, in tal modo, restare “per sempre giovane”. La versione che chiude la prima facciata (ragiono in termini vinilici) è una ballata struggente, lenta e solenne, quasi malinconica: è il padre che recita la sua raccomandazione al figlio, con tutto l’amore e la speranza ma anche la paura del futuro che può avere un genitore. Però si sa come sono i figli, fanno finta di starti a sentire e poi fanno sempre di testa loro… E così la versione che apre la seconda facciata del disco è una cantilena veloce e sghemba, quasi tirata via, divertita e divertente, uno sberleffo, altro che malinconia! Ed è come il figlio legge la raccomandazione paterna, facendogli il verso, accelerando i versi quasi si volesse sbrigare, ‘che non ho tempo da perdere con te papà! Ecco, se non è (anche) grande Letteratura questa!

Ma al di là di tutto, sono sicuro che il primo a provare fastidio per tutto questo chiasso sia proprio lui, Bob, fedele al suo personaggio ma soprattutto alla sua persona (‘che di personaggi Dylan ne è stati tanti). Se leggesse questa cosa, forse mi romperebbe in testa una delle sue Stratocaster, perché – ne sono sicuro – secondo lui “sono solo canzonette”.

 

Francesco Giuseppe Prete © 2016

 

 

Just one night at Lido Po

8 Set

Primo sabato di settembre. Il bayou reggiano alla sera continua a rimandare vapori. Le due zanzariere principali sono in riparazione (Palmiro ci si allenava a fare free climbing), i due finestroni devono rimanere chiusi se non voglio morire divorato dalle “sarabighe”; il caldo umido si avvinghia come l’edera se decidi di tenere spenta l’aria condizionata. Alfin bisogna uscire.

Io e la groupie montiamo sulla Aor mobile (ne deve fare di km prima di diventare una blues car) e ci spingiamo nella bassa, alla ricerca della brezza che spira sul grande fiume, il MississipPo. Nel buio della notte attraversiamo tratti di campagna così isolata che ci stringiamo stretti l’uno all’altra, nella speranza che la strada ci conduca da qualche parte e non ci lasci in balia dei demoni che intravediamo tra i pioppeti. Nel car stereo – in modalità random – passa ad un certo punto il mio padre putativo, proprio mentre attraversiamo un ponte incorniciato da frasche nere che sembrano ghermire la Aor mobile… sincronicità, ah.

Arriviamo a Bis Ruptus (Boretto insomma); siam venuti fin qua perché stasera al Lido Po suonano i Killer Queen. Di tribute band dei Queen ormai non se ne può più, ma questi li vedemmo qualche anno fa a Bosco Albergati e ci piacquero parecchio. Sono le 22 passate, il gruppo ha già iniziato. Arriviamo nello spazio palco e notiamo subito che il gruppo ha cambiato il cantante; è un gran peccato, l’ex vocalist era il motivo per cui stasera siamo qui. Stanno facendo un tributo a Bowie, LET’S DANCE. Storco il naso. Segue ANOTHER ONE BITES THE DUST. Così di primo acchito non rimaniamo impressionati. C’è parecchio pubblico, ma come spesso succede è di bocca buona. Basta riconoscere qualche melodia familiare, qualche successo che riporti alla propria storia personale per essere contenti ed applaudire. Notiamo un nuovo elemento, un chitarrista con in braccio un’acustica. Cosa ci faccia lì è un mistero.

Il suono del piano di SOMEBODY TO LOVE è inadeguato, sembra il primo suono che trovi quando vai a provare una tastiera da Lenzotti. Nessuno si accorge di questa cosa, ma il cagacazzo che c’è in me inizia a fare il maestrino. Anche la groupie, che fu amante dei QUEEN, fa una smorfia di disgusto. La chitarra acustica accompagna lo stacco gospel, mi sembra una cosa da matti. Sta proprio male.

Buona INNUENDO, ma benché sul palco ci sia il chitarrista acustico, lo stacco spagnoleggiante è fatto utilizzando una base con i fraseggi di chitarra acustica preregistrati. Mah.

Mai piaciuta SHOW MUST GO ON, ma la gente applaude.

Lunghissima la presentazione della band, per ultimo l’ospite alla chitarra acustica che dicono abbia suonato con diversi artisti italiani famosi. Il tipo si lancia in una improvvisazione fatta di accordini e corde vuote, niente di particolare per qualsiasi chitarrista che non sia alle prime armi. Il tutto è sostenuto dalla batteria, la cosa si dilunga un po’ e diventa surreale quando il baffo inizia ad accennare riff conosciuti. La scelta è così ovvia che inizio a scuotere la testa: SMOKE ON THE WATER (e notare che qui pasticcia il riff), OWNER OF A LONELY HEART, SWEET HOME ALABAMA (Sweet Home Alabama! Si può?) in cui si aggiunge tutto il gruppo che vince il premio per la versione più “centuriona”, e infine LONG TRAIN RUNNING. Finché c’erano avrebbero potuto fare anche LA DONNA CANNONE di De Gregori, (tu dimmi) QUANDO di Pino Daniele e CARO AMICO TI SCRIVO di Dalla.

KQ a Boretto 2016 - foto TT

KQ a Boretto 2016 – foto TT

Finalmente il “buraccione” finisce e allora ripartono con i QUEEN: CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. Tutti ballano sul ritmo di questo gustoso rock and roll , il gruppo allunga troppo la coda e la poveretta vicino a me (ragazza di nemmeno trentanni, bassa, culo grosso, occhiali) deve continuare a ballare (ovvero a darsi continuamente dei calci una volta sulla caviglia destra, una volta sulla caviglia sinistra e così via) fino quasi allo sfinimento. Alla fine le chiedo “devo accompagnarla al pronto soccorso?”

Arriva poi I WANT IT ALL, uno di quei pezzi dei QUEEN che trovo piuttosto brutti. Già il brano per me non è un granché, già non lo suonano i QUEEN ma questi qui, già la gente si mette a suonare la air guitar…è venuto il momento di togliermi di torno.

Il chitarrista e fondatore ha un suo perché, suona bene, è bravo, ha il piglio del leader, ma mi pare che il gruppo si sia spegnendo. Il nuovo cantante (ad occhio e croce direi di origine araba) ha della voce ma non è esattamente bellissima, è soprattutto sembra non avere personalità, e per uno che deve mettersi nei panni di FREDDIE MERCURY è un bel problema. Sì, sono rimasto deluso dato che si vantano di esser stati la prima tribute band italiana dei Queen (since 1995…per i meno accorti: badate che i miei inglesismi esasperati sono ironici), di aver suonato all’Arena di Verona con BRIAN MAY, di essere un gruppo che si appoggia ormai da tanto tempo ad una agenzia … ecco, visto tutto questo lo spettacolo non mi è sembrato sufficientemente professionale.

Ci allontaniamo, compriamo un paio di gelati e facciamo due passi. Ci sono le solite bancarelle di zavaglieria. Di fianco al ristorante c’è un locale da ballo all’aperto. Si balla discomusic anni settanta. La “dimension”, come direbbe Riff, è spumeggiante…

Lido Po Dancing - foto TT

Lido Po Dancing – foto TT

Costeggio il fiume, osservo la barca comunale Amico del Po che ora si chiama Padus…

La "Padus" - foto TT

La “Padus” – foto TT

Chiudo gli occhi e per un momento rivivo l’emozione di essere stato, con Mixi, sul vero bayou intorno a New Orleans, parecchi anni fa. Ritorno in me, il gruppo ha smesso di suonare, ora la mia attenzione è rivolta alla Stradivari, motonave in attesa di trasformarsi in discoteca.

Stradivari - foto TT

Stradivari – foto TT

Incontro per caso amici della mia vita precedente con i quali scendo verso l’attracco. Chiediamo info alla security. Stasera è prevista una serata a tema anni sessanta, con discoteca e viaggio sul Po. 28 euro a testa. Verso mezzanotte arrivano i primi pulmini con giovani uomini e giovani donne agghindati in stile sixties. Dagli altoparlanti BEATLES, JANIS JOPLIN, ANIMALS…

La groupie è gasatissima, vorrebbe andare, ma 56 euro in due non sono pochi. Decidiamo di rincasare e mentre lo facciamo medito sul fatto che alle 0,30 io torno verso casa e tutti questi giovani, che sembrano usciti dal film Easy Rider, iniziano la loro serata. Sapranno qualcosa della musica al cui ritmo stasera balleranno?

Lido Po Boretto - internet

Lido Po Boretto – internet

Riattraversiamo le campagne; è l’una di notte, la selezione casuale propone WHO’S TO BLAME dalla colonna sonora di DEATH WISH II e a seguire SONIC TEXTURES 2 dal disco bonus di LICIFER RISING del cofanetto JIMMY PAGE SOUND TRACKS.

https://soundcloud.com/jimmypage

Prigioniero dalla suggestione, nelle vicinanze di un incrocio accosto. La groupie si chiude in macchina, io prendo la chitarra dal bagagliaio. Avanzo fino a che le due carreggiate di campagna si intersecano. Guardo la luna, mi inginocchio. Attendo qualche minuto, mi sembra di intravedere un bagliore, ma forse è solo un’impressione. Non succede nulla, mi alzo, provo un giro di blues ma sono rimasto il chitarrista miserello che sono. Anche stavolta è andata male.

Mesto me torno nel posto in riva al mondo. Mi infilo sotto al lenzuolo e sospiro. Rosedale, goodnight.

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Gli artisti che se ne vanno, Ciuffy che le canta a Sarri e la bellezza degli album di musica Rock

26 Gen

In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.

Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.

Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.

David-Bowie

E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.

Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.

Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?

DAVID-BOWIE-PENDANT-SA-TOURNEE-MONDIALE-1976

Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti.  Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.

A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.

Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.

Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.

Dale Griffin

Dale Griffin

Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:

“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”

Glenn Frey

COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2

Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.

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Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.

Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo.  E’ scosso e molto arrabbiato.

Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.

Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.

Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.

Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?

Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …

mancini

Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.

I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.

I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…

L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN  KIND OF FOOL …

e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…

poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…

Che potenza gli album della musica Rock.

Eagles - Desperado photo outtake

Eagles – Desperado photo outtake