In anni in cui i “Greatest Hits” infestano, soffocano e snaturano il mercato dei cd, togliendo spesso anche ai più volenterosi la voglia di addentrarsi nelle più complicate trame degli album originali, anche la voce dei Led Zeppelin giunge a noi con un “Best Of”. Lo fa però con una logica differente e dignitosa. Questa è la prima raccolta di Plant in oltre 20 di carriera solista pre e post Zeppelin (come suggerisce il titolo dal 1966, anno del suo primo singolo, alla esibizione del “Festival In The Desert” a Timbuktu nel 2003), ed è stata curata totalmente dall’artista stesso. Il primo cd è il “best of” vero e proprio, sebbene la scelta delle canzoni lasci a desiderare: ben otto tracce su sedici sono tratte dagli ultimi due album di Robert (Fate Of Nations e Dreamland) mentre è stato del tutto ignorato il primo album. Certo, ci sono alcuni dei successi del biondo di Birmingham quali Tall Cool One, 29 Palms, Sea Of Love, I Believe, Big Log e Heaven Knows, ma dove diavolo sono i diamanti dei primi due album (ovvero gli episodi più riusciti dell’intera discografia di RP) Moonlight In Samosa, Like I’Ve Never Been Gone, Other Arms, In The Mood e Thru’ With The Two Step? In compenso è presente una mediocre outtake del periodo Now And Zen (Upside Down). Il secondo cd è invece una gioia, pieno com’è di inediti e rarità: una paio di singoli del ’66 e del ’67 (tra cui Our Song, versione inglese di La Musica E’ Finita portata al successo da Ornella Vanoni), un paio di episodi tratti dal demo del 1967 della Band Of Joy (con John Bonham alla batteria) e Operator del 1968 incisa insieme ad Alexis Corner. Road To The Sun è un discreto inedito uscito dalle session del secondo album Principle Of Moment (1983), Red For Danger un inedito elettronico del tutto trascurabile (1988). Non mancano alcune delle canzoni apparse nel corso degli anni in singoli varii e alcune riletture di piccoli classici tra cui la lucida gemma country If It’S Really Got To Be This way di Arthur Alexander e Let The Bolgie Woogie Roll presa dalla collaborazione con Jools Holland. Ancora un appunto: Far Post, apparsa some b side in un singolo del 1982 e nella colonna sonora del film White Night non doveva proprio mancare. In definitiva un best of curato e pensato nel modo giusto, peccato che, come detto, nel primo cd Robert si sia lasciato condizionare ancora una volta dalla sua mania di distaccarsi dalle fasi del suo passato che più sono vicine all’epoca Zeppelin. Peccato davvero, perché con qualche canzone in meno tratta da Dreamland (suo discutibile sebbene colto ultimo album) e l’inclusione di qualche episodio in più del periodo 1982/83, 66 To Timbuktu sarebbe stato un compendio perfetto del rock a tratti classico a tratti moderno dell’ex voce dei grandi Led Zeppelin.
(Tim Tirelli 2003 – originariamente pubblicato su CLASSIX)



Una Risposta to “Flashes from the Archives of Oblivion: ROBERT PLANT “Sixty Six To Timbuktu” (Mercury 2003) JJJ”