TT’s SCHOOL OF ROCK XIV: Rolling Stones

2 Gen

Quattordicesima School of Rock quella del solstizio d’inverno del 2025 e dunque – qui faccio il solito  copia incolla – ritrovo modello “dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro appunto – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi. Stasera si parla dei Rolling Stones, gruppo che non ha certo bisogno di presentazioni, le cui figure principali — Mick Jagger e, soprattutto, Keith Richards — rappresentano luci guida per tutti gli appassionati di vera musica rock.
Mi soffermo in particolare sui brani meno conosciuti, perché, al di là di Satisfaction, Jumpin’ Jack Flash, Brown Sugar, Miss You e compagnia, esistono perle di rara, rarissima bellezza, imprescindibili per ogni donna e uomo di blues in questo dicembre 2025.

Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepì e cd.

Sala Blues – 2025 foto Tim Tirelli

Tim Tirelli’s School Of Rock Rolling Stones dicembre 2025

Apro la serata con una delle mie solite introduzioni spiegando ai miei amati colleghi che a volte volte mi chiedo se valga la pena tenere ancora queste lezioncine, questi incontri e confronti musicali Rock, quando puntualmente mi arriva qualche segnale che mi dà la spinta necessaria.

Qualcuno degli adepti mi invia via email un messaggino:
La School Of Rock: una delle ragioni per essere rimasti, voglio un posto riservato :) Sei un grande. Tuo Tom

Un altro via whatsapp mi scrive: 
My dear friend, so che oramai la musica si ascolta su supporti digitali con lo schermo nero, e non in quei magnifici dischi che spesso ci mostri, ed é un peccato. Però così va il mondo, e il vero uomo di blues ne é consapevole. Oggi Spotify ha fatto come ogni anno il wrap up sulla musica ascoltata durante l’anno.
Questo il risultato …YOUR LISTENING AGE: 75 – YOU WERE INTO MUSIC OF THE LATE 60s, YOU’RE AN OLD SOUL.
Things to be proud of. An old blues soul. Ci vediamo presto my friend. Tuo SimoSca.

Entrambi hanno poco più di trent’anni, e questo dice tutto sulla importanza che la vera Musica Rock ha sulle vite di certe persone. Con determinazione spiego ai colleghi-amici il motivo per cui ci troviamo di nuovo riuniti nella sala Blues, l’una accanto all’altro, tutti insieme a celebrare una delle attività
umane – la musica – che più ci suggestiona, lo stratagemma forse più bello che noi umani abbiamo creato per non farci tramortire dal pensiero di essere scimmie evolute che gironzolano su una roccia persa nel buco del culo dell’universo.
Sì, perché la School Of Rock la facciamo insieme – io e loro – per sentirci vivi e non solo utili o produttivi, per essere noi stessi e non solo soldatini che fanno la fila per tre, rispondono sempre di sì e si
comportano da persone civili!
Ringrazio dunque il gruppo di volenterosi e volenterose, di impavidi eroi ed eroine che ho davanti. Stasera mi soffermerò meno sulla storia del gruppo per poter dare maggior spazio alle canzoni e parto raccontando un po’ di fatti dell’epoca.

I dischi di blues che arrivano nei porti britannici iniziano ad irretire i giovani del Regno Unito, dopo che il Rock And Roll li aveva spinti verso una vibrazione primordiale. Capiscono che il Rock And Roll non era nient’altro che blues veloce cantato (anche) dai bianchi, mentre il Blues rimaneva una musica genuina e schietta nata dalle popolazioni nere del sud est degli Stati Uniti. Il Blues colpisce perché non è mainstream, perché puro, grezzo, passionale, vitale.

Inizio la narrazione vera e propria sui Rolling Stones:
Prima che diventassero la più grande rock’n’roll band del mondo, Mick Jagger e Keith Richards erano solo due ragazzini del Kent, compagni di scuola nel 1950, che ancora non potevano immaginare quanto la loro amicizia avrebbe cambiato la storia della musica. Anni dopo, nel 1961, sarebbe bastato un incontro casuale sul binario due della stazione di Dartford e qualche disco di Chuck Berry e Muddy Waters sotto il braccio per far scattare la connessione definitiva: il blues come lingua comune, la musica come destino.
A metà degli anni ’50 Jagger aveva già provato a sporcarsi le mani con il rhythm and blues grazie a una garage band messa su con Dick Taylor, suonando i giganti afroamericani che presto avrebbero plasmato l’identità dei futuri Rolling Stones. Richards, incuriosito da quegli stessi dischi che Jagger portava sempre con sé, capì subito di aver trovato un complice musicale.

Il primo seme della band prese forma sotto il nome Blues Boys, un quintetto composto da Jagger, Richards, Taylor, Alan Etherington e Bob Beckwith. Erano giovani, affamati, e il loro mondo ruotava attorno al blues più autentico. La svolta arrivò nel marzo 1962, quando scoprirono l’Ealing Jazz Club sulle pagine di Jazz News. Il club era la casa degli Alexis Korner’s Blues Incorporated, una sorta di università non ufficiale del rhythm and blues inglese. Fu lì che i Blues Boys incontrarono Brian Jones, Ian Stewart e Charlie Watts — tre musicisti che avrebbero segnato la storia del gruppo e dell’intero rock britannico. Korner rimase colpito dal loro materiale e invitò Jagger e Richards a suonare con la sua band: un passaggio fondamentale che affinò il loro stile e li introdusse nella scena musicale londinese. 

Nel maggio 1962 Brian Jones decise di creare il suo gruppo e pubblicò un annuncio su Jazz News. Stewart fu tra i primi ad aderire, seguito da Jagger, Richards e Taylor, pronti a lasciare i Blues Incorporated per seguire la nuova visione di Jones. Il nome Rolling Stones nacque quasi per caso, durante una
telefonata con un giornalista. Alla domanda “Come si chiama la band?”, Jones guardò un LP di Muddy Waters sul pavimento. Una traccia spiccava: Rollin’ Stone. Bastò quello.
Una scelta istintiva, destinata a entrare nella mitologia del Rock.
Prima che Jagger e Richards diventassero il cuore compositivo del gruppo, Brian Jones era il leader
indiscusso. Fu lui a definire l’identità musicale iniziale della band, a radunare i membri, a scegliere il nome e a guidare le prime scelte artistiche. Il suo talento visionario e il suo amore profondo per il blues furono fondamentali per trasformare un gruppo di giovani musicisti in una forza creativa irresistibile.

Cerco di stringere i tempi, raccontare e far ascoltare i RS in poco più di un ora è impresa pressoché impossibile

Nel 1966 i Rolling Stones avevano già alle spalle più di un album e molti singoli di successo ma con l’uscita di Aftermath spostarono definitivamente l’asticella: fu il loro primo LP composto da brani originali di Mick Jagger e Keith Richards, segnando l’inizio di un’era di creatività e sperimentazione.
Da lì in avanti, la band attraversò una fase cruciale: il passaggio dal rock/blues-rock degli inizi a sonorità più complesse, psichedeliche, roots e – negli anni ’70 – a un rock maturo, spesso con sfumature blues, country e soul. Questo periodo è comunemente considerato l’apogeo artistico e commerciale degli Stones.

Aggiungo, finendo il discorso generale, che secondo stime aggiornate, i Rolling Stones
hanno venduto oltre 200 milioni di dischi su scala mondiale — un dato enorme che li colloca tra gli artisti
più venduti di sempre. Solo negli USA le vendite superano i 59 milioni di album.

Tim Tirelli’s School Of Rock Rolling Stones dicembre 2025 foto di Marcya P

La fase 1968 –1972 è probabilmente quella più significativa per la reputazione artistica dei Rolling
Stones. Con Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers ed Exile on Main St. la band consolidò il proprio suono: dal rock/blues originario a un mix ricco di influenze — roots, country, gospel, soul, rock. Molti considerano questi come i loro “anni d’oro”. Tuttavia anche dal 1973 e sino al 1981 i loro dischi sono bellissimi benché a volte paiano album da fase di transizione: la produzione infatti è influenzata da cambiamenti interni (line-up, abitudini, stili di vita), ma anche da un contesto musicale in evoluzione — nuovi generi, nuove mode. Nonostante ciò, la loro capacità di reinventarsi — senza perdere l’identità rock/blues-rock — li mantiene rilevanti e popolari anche nel decennio seguente. La longevità, in questo caso, è accompagnata da coerenza.

Concludendo, dal 1966 al 1981 i Rolling Stones attraversano la fase più intensa, creativa, e turbolenta della loro carriera. Passano da una band giovane che cerca di emanciparsi dal modello dei primi anni a un monumento del rock mondiale, capace di reinventarsi, contaminarsi di stili e restare rilevante per decenni.

Due note tecniche sugli album e (da Let it Bleed in poi) finalmente un po’ di canzoni da ascoltare:

1966 – Aftermath
Aspetti salienti: Primo album composto interamente da Jagger/Richards. Segna l’inizio della maturità artistica della band.
Classifiche:
 UK: #1 (8 settimane)
 USA: #2
 Italia: n/d (non esisteva classifica album)
Vendite / certificazioni:
 USA: Platinum (RIAA)
 UK: Silver (BPI, certificato retroattivo)
 Italia: n/d
Tracklist UK
Mother’s Little Helper • Stupid Girl • Lady Jane • Under My
Thumb • Doncha Bother Me • Goin’ Home • Flight 505 •
High and Dry • Out of Time • It’s Not Easy • I Am Waiting •
Take It or Leave It • Think • What to Do

1967 – Between the Buttons
Album pop barocco/psichedelico, ponte verso un suono più sofisticato.
Classifiche:
 UK: #3
 USA: #2
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: Gold
 UK: nessuna certificazione ufficiale (pre-BPI)
 Italia: n/d
Tracklist UK
Yesterday’s Papers • My Obsession • Back Street Girl •
Connection • She Smiled Sweetly • Cool, Calm & Collected •
All Sold Out • Please Go Home • Who’s Been Sleeping
Here? • Complicated • Miss Amanda Jones • Something
Happened to Me Yesterday
Tracklist USA (differente)
Let’s Spend the Night Together • Ruby Tuesday + 10 brani
UK (senza Back Street Girl, Please Go Home)

1967 – Their Satanic Majesties Request
Album psichedelico, esperimento unico nel catalogo Stones.
Classifiche:
 UK: #3
 USA: #2
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: Gold
 UK: n/d
 Italia: n/d
Tracklist
Sing This All Together • Citadel • In Another Land • 2000
Man • Sing This All Together (See What Happens) • She’s a
Rainbow • The Lantern • Gomper • 2000 Light Years from
Home • On with the Show

1968 – Beggars Banquet
Considerato uno dei capolavori: ritorno al roots-rock e blues.
Classifiche:
 UK: #3
 USA: #5
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: Platinum

 UK: Platinum (certificazione retroattiva)
 Italia: n/d
Tracklist
Sympathy for the Devil • No Expectations • Dear Doctor •
Parachute Woman • Jigsaw Puzzle • Street Fighting Man •
Prodigal Son • Stray Cat Blues • Factory Girl • Salt of the
Earth

1969 – Let It Bleed
Album ponte tra fine era Brian Jones e ingresso definitivo di Mick Taylor.
Classifiche:
 UK: #1
 USA: #3
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: 2×Platinum
 UK: Platinum
 Italia: n/d
Tracklist
Gimme Shelter • Love in Vain • Country Honk • Live with Me
• Let It Bleed • Midnight Rambler • You Got the Silver •
Monkey Man • You Can’t Always Get What You Want

 

1971 – Sticky Fingers
Primo album su Rolling Stones Records. Capolavoro assoluto del periodo Taylor.
Classifiche:
 UK: #1
 USA: #1
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: 3×Platinum
 UK: Platinum
 Italia: n/d (stima: forte successo ma senza dati ufficiali)
Tracklist
Brown Sugar • Sway • Wild Horses • Can’t You Hear Me
Knocking • You Gotta Move • Bitch • I Got the Blues • Sister
Morphine • Dead Flowers • Moonlight Mile

 

1972 – Exile on Main St. (doppio)
Considerato uno dei migliori album degli Stones e uno dei migliori del rock.
Classifiche:
 UK: #1
 USA: #1
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: 2×Platinum
 UK: Platinum
 Italia: n/d
Tracklist
Lato 1: Rocks Off • Rip This Joint • Shake Your Hips •
Casino Boogie • Tumbling Dice
Lato 2: Sweet Virginia • Torn and Frayed • Sweet Black
Angel • Loving Cup
Lato 3: Happy • Turd on the Run • Ventilator Blues • I Just
Want to See His Face • Let It Loose
Lato 4: All Down the Line • Stop Breaking Down • Shine a
Light • Soul Survivor

Tim Tirelli’s School Of Rock – Rolling Stones dicembre 2025 – foto Marcya P

1973 – Goats Head Soup
Sonorità morbide e soul-blues unite al solido Rock sound del gruppo.
Classifiche:
 UK: #1
 USA: #1
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: Platinum
 UK: Gold
 Italia: n/d
Tracklist
Dancing with Mr. D • 100 Years Ago • Coming Down Again •
Doo Doo Doo Doo Doo • Angie • Silver Train • Hide Your
Love • Winter • Can You Hear the Music • Star Star

Il tempo fugge via, devo saltare l’album del 1974 e passare a Black and Blue e purtroppo terminare l’incontro.

1974 – It’s Only Rock ’n Roll
Transizione verso un suono più moderno anni ’70.
Classifiche:
 UK: #2
 USA: #1
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: Platinum
 UK: Gold
 Italia: n/d
Tracklist
If You Can't Rock Me • Ain’t Too Proud to Beg • It’s Only
Rock ’n Roll • Till the Next Goodbye • Time Waits for No
One • Luxury • Dance Little Sister • If You Really Want to Be
My Friend • Short and Curlies • Fingerprint File

1976 – Black and Blue
Album di ricerca sonora (funk, reggae, soul), album di transizione, album obliquo, album per me bellissimo.
Classifiche:
 UK: #2
 USA: #1
 Italia: n/d
Vendite / certificazioni:
 USA: Platinum
 UK: Gold
 Italia: n/d
Tracklist
Hot Stuff • Hand of Fate • Cherry Oh Baby • Memory Motel •
Hey Negrita • Melody • Fool to Cry • Crazy

Prima di far ascoltare Memory Motel leggo la traduzione del testo, per far arrivare agli amici il senso di questo pezzo meraviglioso:

Memory Motel — Traduzione in Italiano

Hannah, tesoro, era una ragazza tutta pesca e miele
Gli occhi color nocciola
E il naso un po’ storto
Abbiamo passato una notte solitaria al Memory Motel
È sull’oceano, immagino che tu lo conosca bene


Ci volle una notte piena di stelle per togliermi il fiato
Giù sul lungomare
I suoi capelli tutti bagnati dagli spruzzi
Hannah, piccola, era davvero una dolce ragazza
Gli occhi color nocciola
E i denti un po’ storti
Prese la mia chitarra e iniziò a suonare
Mi cantò una canzone
Che mi è rimasta piantata in testa


Sei solo un ricordo d’un amore
Che era stato
Sei solo un ricordo d’un amore
Che un tempo significava così tanto per me


Lei ha una testa tutta sua
E la sa usare, oh sì
È una ragazza unica
Con una testa tutta sua
E la sa usare maledettamente bene


Guidava un pick-up
Dipinto di verde e blu
Le gomme erano lisce
S’era fatta un bel po’ di miglia
Quando le chiesi dove stava andando

“Torno su a Boston, canto in un bar”
Io invece devo volare oggi giù a Baton Rouge
I nervi sono già a pezzi
E la strada non è poi così comoda
Là in Texas c’è la rosa di San Antone
E io continuo a sentire quel morso nelle ossa


Sei solo un ricordo d’un amore
Che voleva dire così tanto per me
Sei solo un ricordo, ragazza
Sei solo un dolce ricordo
E un tempo contava così tanto per me
Sha la la la la…
Sei solo un ricordo d’un amore
Che voleva dire così tanto per me


Lei ha una testa tutta sua
E la sa usare, oh sì
Maledettamente bene
Perché è una ragazza unica
Una testa tutta sua
E la sa usare bene


Il settimo giorno avevo gli occhi tutti velati
Abbiamo percorso diecimila miglia
Attraversato quindici stati
Ogni donna sembrava svanire dalla mia mente
Mi sono buttato sulla bottiglia, sul letto, e ho pianto
Cos’è tutto questo ridere al ventiduesimo piano?
Sono solo un paio di amici

Stanno buttando giù la porta
È stata un’altra notte solitaria al Memory Motel


Sei solo un ricordo, ragazza, solo un ricordo
E un tempo voleva dire così tanto per me
Sei solo un ricordo, ragazza, solo un ricordo
E un tempo voleva dire così tanto per me
Sei solo un ricordo, ragazza, un vecchio dolce ricordo
E un tempo voleva dire così tanto per me
Sei solo un ricordo d’un amore
Che un tempo voleva dire così tanto per me
Lei ha una testa tutta sua
E la sa usare, oh sì
Perché è una ragazza unica

 

Anche per Fool To Cry vado sul profondo, traduco alla bene meglio la strofa che più sento mia…

FOOL TO CRY – traduzione in Italiano.
Sai, io ho una donna

(“Papà, sei uno sciocco…”)
E vive in una parte povera della città
E a volte vado a trovarla
E facciamo l’amore, così dolcemente
Appoggio la testa sulla sua spalla
Lei dice: “Raccontami tutti i tuoi problemi.”
Sai cosa mi ha detto? Mi ha detto:
“Papà, sei uno sciocco a piangere
Sei uno sciocco a piangere
E questo mi fa chiedere perché.”

Tim Tirelli’s School Of Rock – Rolling Stones dicembre 2025 – foto Marcy Tin

Siamo già oltre l’orario stabilito, devo fermarmi qui, al 1976, ringrazio tutti e sul finire ci scateniamo sul ritmo dei Rolling Stone… 

Thank you Sant’Orsola it’s been great. New York, goodnight! W i Rolling Stones, W l’amore, W … (qualcos’altro)

Riguardando quei pochi spezzoni video che qualche anima gentile ha filmato mi rendo conto che la serata è stata condotta da ITTOD, uno dei tre uomini che sono, quello guidato dal furore iconoclasta e che pertanto sono andato parecchio sopra le righe, un po’ mi imbarazzo, ma probabilmente è l’atteggiamento congruo per affrontare e raccontare la Musica Rock, perché in definitiva non mi importa nulla di insegnare qualcosa a qualcuno, una volta di più faccio mia la frase che disse quella che un tempo era la mia luce guida musicale: “ma che tecnica e tecnica, io mi occupo di emozioni!”

Video filmato da Marcya P. e Marcy Tin

◊ ◊ ◊

RP New York Goodnight

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la School Of Rock sul blog:

XIII

TT’s SCHOOL OF ROCK XIII: Van Halen

XII

TT’s SCHOOL OF ROCK XII: The Who

XI

TT’s SCHOOL OF ROCK XI: Queen

X

TT’s SCHOOL OF ROCK X: Santana

IX

TT’s School Of Rock Episodio IX PFM è contenuta all’interno di:

When the blues is in league with the freeway

VIII

TT’s SCHOOL OF ROCK VIII: Free & Bad Co

VII

TT’s SCHOOL OF ROCK VII: Led Zeppelin

VI

TT’s SCHOOL OF ROCK VI: DEEP PURPLE

V

TT’s SCHOOL OF ROCK V: Eric Clapton

IV

TT’s SCHOOL OF ROCK: Emerson Lake & Palmer

III

– TT’s School Of Rock Episodio 3 GENESIS è contenuta all’interno di:

https://timtirelli.com/2022/07/29/il-terrore-del-sabato-mattina-e-altri-blues-assortiti/

II

Tim Tirelli’s School Of Rock – episode 2

I

Tim Tirelli’s School Of Rock

Dan Brown “L’Ultimo Segreto” (2025 Rizzoli) – TTTT¾

28 Dic

Recensendo il romanzo del 2017 di Dan Brown, qui sul blog scrissi che:

Dan Brown è uno scrittore “pop”, ma è un pop d’autore. Lo seguo dall’inizio, possiedo tutti i suoi libri in edizione rilegata e non mi imbarazza dire che mi piace molto. Tratta argomenti a me cari, scrive bene e inventa storie che mi intrattengono in modo completo, sulle quali spesso si avviluppano temi scientifici suggestivi.

Non posso che confermare il mio pensiero: quasi 800 pagine di lettura trascinante, affrontate con grande interesse. La storia di base è un thriller ben costruito, ambientato a Praga, sul quale si innestano argomentazioni scientifiche che mi appassionano molto.

In questo caso, a partire da pagina 314 entra in scena — in maniera dirompente — il tema della coscienza non locale, un argomento che suscita in me grande curiosità. Non aggiungo altro per non rivelare uno degli snodi cruciali del libro.

Un altro romanzo riuscitissimo e vendutissimo (212.000 copie solo in Italia, ad oggi).

◊ ◊ ◊ 

A quasi dieci anni dal suo ultimo successo, Dan Brown torna con il suo romanzo più ambizioso ed emozionante: una nuova caccia di Robert Langdon dove, come sempre nei suoi libri, nulla è più pericoloso della conoscenza, e nulla è più efficace di una mente affilata.

«Per anni Brigita Gessner aveva deriso i pazienti che affermavano di essere stati a un passo dalla morte e di ave poi fatto ritorno. Ora si trovò a pregare di poter ingrossare le file di quelle rare anime. Ma era troppo tardi, lo sapeva. La sua vita si era conclusa.»

«Praga magica, Golem incluso. E gli altri intrighi sono anche meglio.» – Matteo Trevisani, La Lettura

«Che tipo, Dan Brown. Sei a casa sua da dieci minuti e già t’incanta inanellando piccole rivelazioni, quasi fosse scivolata anche tu nelle pagine del suo nuovo, attesissimo romanzo: L’ultimo segreto». – Anna Lombardi, Il Venerdì

«L’ultimo segreto in fondo è “un libro sul potere dei libri”.» – Raffaella Silipo, la Stampa

Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante.

La Città Trasformata Dall’Inverno

24 Dic

Le cinque del mattino della vigilia: l’alba è un futuro prossimo. La campagna nera è tutto ciò che la finestra riesce a filtrare, sento l’oscurità premermi sulla pelle.
La Charlie’s Angel con cui vivo è di là, dorme il sonno dei giusti, e io, uomo di blues, sono qui a ricamarmi l’animo in questa fredda e buia mattina di dicembre.
Per non scivolare nell’abisso del blues chiedo compagnia a Gary Burton.

La decade dell’anno che preferisco è ormai passata: quei dieci, undici giorni che arrivano fino al 23 dicembre e che tanto mi riempiono di letizia e di malinconica felicità. Tuttavia è mia ferma intenzione tenermi lontano, non farmi inghiottire dal gorgo quotidiano di pensieri e affanni.

Cerco di lasciar sfumare le brutture del mondo: personaggi nostalgici di dittature feroci in Sud America eletti presidenti; le democrazie sempre più deboli; il desiderio autodistruttivo dei popoli di farsi gregge e quindi di volere l’animale forte al comando; la cultura sotto scacco; l’intrattenimento nazional-popolare assurto a valido esempio di attività artistica; la gente che pensa di essere avulsa dal mondo, di essere speciale; l’individualismo – magari inconsapevole – come unico metro per porsi nella società; la (estrema) destra al potere che cerca in tutti i modi di far evaporare quel poco di umanesimo che eravamo riusciti a portare a galla, ribaltando il modo di stare gli uni con gli altri; l’arroganza, la violenza verbale (e non solo), la prevaricazione e le ingiustizie che diventano norma; gli USA come modello di riferimento per riplasmare una società dove cultura, bon ton e solidarietà vengono messi all’angolo; il profitto a ogni costo, l’indottrinamento, l’ossessione di dividere il mondo in ricchi e poveri…

Insomma, come definita nell’ultimo rapporto Censis, questa “età selvaggia del ferro e del fuoco”.

Mi riprometto inoltre di non lasciarmi trasportare, in questi giorni, dalle mie beffarde precisazioni illuministiche; di non erigermi a paladino della giustizia sociale e umana; di non immergermi in discussioni che non portano da nessuna parte. Una manciata di giorni da spendere con lo spirito rivolto al signore (oscuro),

Il Signore Oscuro con i Led Zeppelin performing in Landover, Maryland on May 28, 1977 (Bill “Wheelz” Wheeler)

…e magari essere contento di essere una semplice scimmia evoluta, a spasso su questa benedetta roccia persa nel buco del culo dell’universo.

Giorni da dedicare alla musica rock, quella vera; all’opera omnia di Franz Kafka, che ho iniziato a rileggere in queste notti; al festeggiamento del Sol Invictus, che da tre giorni è rinato.

E poi, e poi, girare per la città e trovarla trasformata dall’inverno e da questa pioggia che fino a qualche anno fa sarebbe stata certamente neve; osservare la gente ostinata nel cercare a ogni costo un ultimo regalo; ascoltare Battisti che fuoriesce dalle vetrine di un negozietto all’angolo,

…e mentre cala la sera, mettersi le cuffiette e lasciarsi trasportare dal jazz seducente di Charles Mingus

E ripensare ai piccoli gesti che riaggiustano l’animo e l’umore: la telefonata di uno degli AD (va beh, CEO) che ho avuto, tanto per non perdere l’abitudine di confrontarsi su come sta andando il mondo, sulla musica rock e sul football; il collega metallaro che mi vede passare, interrompe la call in cui è intrappolato e mi viene ad abbracciare; la bella collega che, prima di ributtarsi nell’ennesima call sul filo del Natale, mi stringe forte a sé, mi tiene le mani, mi dice «Buon Natale, Tim» e mi confida che, nell’ultima School of Rock appena tenuta, mentre parlavo dei Rolling Stones, ho aperto una magnifica parentesi sul blues e su ciò che significava per gli interpreti originali, laggiù negli anni Venti e Trenta del secolo scorso; il giovane manager on a roll che mi incontra nel lungo corridoio, mi fa il gesto dell’heavy rock — quello che, nell’ambito dell’heavy metal e in generale della musica hard rock, è un segno di approvazione e complicità tra fan. Un gesto che ha però una doppia forma e origine: nella versione con tre dita (pollice, indice e mignolo alzati) affonda le radici nella cultura hippie, derivando dalla lingua dei segni americana, dove esprime amore (le dita, infatti, simboleggiano le lettere ILY di I love you) — e mi dice: «Forza Inter».

E allora, di nuovo sul treno che mi porta nell’altra mia città, quella di tutta la mia stirpe, quella che non sento del tutto ma a cui appartengo; e poi, finalmente, la stradina lunga e tortuosa che mi conduce fino alla Domus Saurea, la casetta in cui vivo.

Domus Saura dicembre 2025 – foto Tim Tirelli

Un’occhiata, in silenzio, alle lucine del pozzo.

Domus Saurea dicembre 2025 foto Tim Tirelli

ed eccomi al tepore che la stufa diffonde, mentre il gatto Honecker, dopo una giornata passata a scapicollarsi nelle campagne vicine, si gode il riposo del guerriero.

Honecker – Domus Saura dicembre 2025 – foto Tim Tirelli

Siamo di nuovo qua, donne e uomini di blues, ad augurarci ogni bene per il nuovo anno e a festeggiare il ritorno del Sol Invictus, mentre l’inverno prende ufficialmente forma.

Evgeny Lushpin – Crepuscolo (datato 2000, olio su tela 70 x 90 cm Collezione privata)

Che le stelle tornino a riempire i nostri sogni, che il Blues possa farci sentire a posto e che la Zeta Cometa brilli forte lassù.

Ricordiamoci sempre, come cantava il nostro indimenticato Greg Lake, che sia esso «inferno o paradiso, il Natale che abbiamo è il Natale che ci meritiamo».

Auguri a tutti dal vostro Tim Lowell Leroy Jeremiah Ebenezer Tirelli.

◊ ◊ ◊

I Believe in Father Christmas
Greg Lake 1975

They said there’ll be snow at Christmas
They said there’ll be peace on Earth
But instead it just kept on raining
A veil of tears for the Virgin birth
I remember one Christmas morning
A winter’s light and a distant choir
And the peal of a bell and that Christmas tree smell
And their eyes full of tinsel and fire

They sold me a dream of Christmas
They sold me a Silent Night
And they told me a fairy story
Till I believed in the Israelite
And I believed in Father Christmas
And I looked to the sky with excited eyes
Then I woke with a yawn in the first light of dawn
And I saw him and through his disguise

I wish you a hopeful Christmas
I wish you a brave New Year
All anguish, pain and sadness
Leave your heart and let your road be clear
They said there’d be snow at Christmas
They said there’d be peace on Earth
Hallelujah, Noël, be it Heaven or Hell
The Christmas we get, we deserve

Rolling Stones “Black and Blue”(1975/2025 super deluxe edition) TTTT½

9 Dic

Black and Blue è sempre stato, per me, uno di quei dischi che definisco “obliqui”: album che non risultano pienamente riusciti, oppure che riflettono periodi in cui le band non si trovavano nelle migliori condizioni, o ancora lavori nati in momenti di transizione.

The-Rolling-Stones-Black-and-Blue-Photo-by-Hiro-1976

Ho sempre subito il fascino di questi lavori: forse perché sono fatto così, o forse perché mi interessa ascoltare i risultati che emergono da momenti particolari. Inutile aggiungere, dunque, che Black and Blue è un disco che mi piace molto (e ovviamente la sua peculiare “colorazione cromatica” gioca a suo favore).

Siamo alla fine del 1974: Mick Taylor lascia la band, insoddisfatto del proprio ruolo. Il gruppo inizia a preparare un nuovo album con l’idea che le relative session possano anche funzionare come “audizioni” per scegliere il nuovo chitarrista.
Tra l’inizio di dicembre 1974 e aprile 1975, e poi tra ottobre 1975 e febbraio 1976, si svolgono le sedute di registrazione, con il contributo di vari ospiti tra cui Billy Preston e Nicky Hopkins.

Vengono utilizzati diversi studi: il Musicland di Monaco di Baviera, il Rolling Stones Mobile (per le session di Rotterdam) e il Mountain Recording di Montreux.
I chitarristi coinvolti — sia per il vero lavoro in studio sia per semplici jam session — sono Peter Frampton, Jeff Beck, Rory Gallagher, Robert A. Johnson (musicista di Memphis), Johnny “Shuggie” Otis (multistrumentista di Los Angeles), Wayne Perkins e Harvey Mandel. A questi si aggiunge naturalmente anche Ron Wood, che nel 1975 partecipa al tour come secondo chitarrista.

Verso la fine di quell’anno i Faces, gruppo di cui Wood fa parte, si sciolgono: diventa quindi quasi inevitabile per lui entrare a far parte dei Rolling Stones. Gli altri chitarristi britannici, in particolare Beck e Gallagher, vengono considerati forse troppo tecnicamente dotati e brillanti per integrarsi in una rock’n’roll band come i Rolling Stones.

Black and Blue esce il 23 aprile 1976: arriva 1° negli USA, 2° nel Regno Unito, 11° in Italia, 1° nei Paesi Bassi, 2° in Canada e così via. Questa nuova edizione “superiore di lusso” — oltre al tanto materiale bonus — mette in evidenza il nuovo mix dell’album originale, curato dal solito Steven Wilson.

La nuova moda di “ripulire a fondo” le registrazioni storiche è un argomento delicatissimo. Una cosa è la rimasterizzazione, cioè un intervento sul master stereo originale per migliorarne la resa; un’altra è il remix, che significa rivedere l’intero bilanciamento originario intervenendo su ogni singolo strumento. In passato sono stato piuttosto critico su queste operazioni (come dice il mio amico Picca, è un po’ come ritoccare la Gioconda con Photoshop), mentre oggi sono meno rigido.

Sia chiaro: trovo insopportabili i remix che stravolgono completamente gli originali — quelli pensati per rendere più “moderna” certa musica (quello che hanno fatto gli Whitesnake, per dire, è da galera!). Al contrario, ascolto volentieri i nuovi mix che rispettano il canovaccio originale e cercano unicamente di dare un respiro più ampio alla musica. Anche qui, volendo, ci sarebbe comunque da fare distinzioni.

Black and Blue è sempre stato considerato il disco degli Stones degli anni Settanta con il suono migliore: è facile quindi capire perché Wilson sia intervenuto con molta cautela. E infatti si percepisce una musica che “respira” con più facilità, senza però allontanarsi troppo dal ricordo sonoro che ciascuno di noi ha in mente.

Hot Stuff è costruita sul riff funk di Keith Richards e su un approccio marcatamente black fino a quando non si apre in un più convenzionale — ma riuscitissimo — formato canzone. Splendido il lavoro di Harvey Mandel alla chitarra solista.

Hand of Fate riporta il disco su canoni più tipicamente Stones: un andamento rock al tempo stesso delicato e deciso, con chitarre ritmiche splendide e, ancora una volta, una solista di grande qualità grazie a Wayne Perkins. Un momento davvero notevole.

Segue il rifacimento di Cherry Oh Baby, brano reggae del 1971 dell’artista giamaicano Eric Donaldson. La versione dei Rolling Stones è piuttosto fedele all’originale; le chitarre sono affidate a Richards e Wood.

Il piano introduce Memory Motel, una toccante canzone d’amore scritta con la schietta delicatezza della vita on the road. Mick Jagger la interpreta come solo lui sa fare, mentre Keith aggiunge ulteriore pathos con il suo intervento vocale. Se ci mettiamo anche un tocco del piano Fender Rhodes, il quadro è completo. Una meraviglia che solo gli Stones sanno creare.
Non c’è molta chitarra in questo brano, ma quel poco che c’è è suonato magnificamente da Harvey Mandel. La band è coesa — alla maniera dei Rolling Stones, s’intende — tutto sembra perfettamente al suo posto… non resta che lasciarsi commuovere dal ricordo di amori passati, sfumati in lontananza.

Hannah honey was a peachy kind of girl
Her eyes were hazel
And her nose was slightly curved
We spent a lonely night at the Memory Motel
It’s on the ocean, I guess you know it well

It took a starry night to steal my breath away
Down on the waterfront
Her hair all drenched in spray

Hannah baby was a honey of a girl
Her eyes were hazel
And her teeth were slightly curved
She took my guitar and she began to play
She sang a song to me
Stuck right in my brain

You’re just a memory of a love
That used to be
You’re just a memory of a love
That used to mean so much to me

She got a mind of her own
And she use it well, yeah
Well she’s one of a kind
Got a mind

She got a mind of her own, yeah
And she use it mighty fine

She drove a pick-up truck
Painted green and blue
The tires were wearing thin
She done a mile or two
When I asked her where she headed for
“Back up to Boston I’m singing in a bar”

I got to fly today on down to Baton Rouge
My nerves are shot already
The road ain’t all that smooth
Across in Texas is the rose of San Antone
I keep on a feeling that gnawing in my bones

You’re just a memory of a love
That used to mean so much to me
You’re just a memory girl
You’re just a sweet memory
And it used to mean so much to me

Sha la la la la

You’re just a memory of a love
That used to mean so much to me

She got a mind of her own
And she use it well, yeah
Mighty fine
‘Cause she’s one of a kind

She got a mind of her own
She’s one of a kind
And she use it well

On the seventh day my eyes were all a glaze
We’ve been ten thousand miles
Been in fifteen states
Every woman seemed to fade out of my mind
I hit the bottle I hit the sack and cried

What’s all this laughter on the 22nd floor
It’s just some friends of mine
And they’re busting down the door

Been a lonely night at the Memory Motel

You’re just a memory girl, just a memory
And it used to mean so much to me
You’re just a memory girl, you’re just a memory
And it used to mean so much to me
You’re just a memory girl, you’re just a sweet old memory
And it used to mean so much to me
You’re just a memory of a love that used to mean so much to me

She’s got a mind of her own and she use it well yeah
Well she’s one of a kind

Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood) è un rock a tempo medio costruito sulle chitarre di Richards e Wood, tenuto caldo da venature nere, tra funk e accenni reggae. Niente male anche l’assolo di Ronnie, energico e ben inserito nell’andamento del brano.

Melody (Inspiration by Billy Preston) scivola sulle lente cadenze di uno swing venato di blues; qui Billy Preston è in primissimo piano — piano, organo, cori — perfetto sparring partner di Jagger. Melody deve parecchio a Do You Love Me, dal suo album del 1973, e l’influenza è evidente senza risultare pesantemente imitativa.

Fool to Cry, fortunatissimo singolo tratto dall’album, è un’altra di quelle canzoni di cui sono innamorato: il modo in cui la canta Mick Jagger, il testo, la ragazza che vive nella parte povera della città… I Rolling Stones restano immensamente rock anche quando si cimentano nelle ballate. Il nuovo mix sembra amplificare ulteriormente l’emozione del brano. Nicky Hopkins, al piano e al sintetizzatore (archi), è semplicemente spettacolare.

You know, I got a woman
(Daddy, you’re a fool)
And she live in the poor part of town
And I go see her sometimes
And we make love, so fine
I put my head on her shoulder
She said, “Tell me all your troubles.”
You know what she said? she said

“Daddy you’re a fool to cry
You’re a fool to cry
And it makes me wonder why.”

Crazy Mama si muove su territori che i Rolling Stones hanno percorso molte volte: un classico rock / rock’n’roll nel loro stile più riconoscibile. Ron Wood e Keith Richards sono alle chitarre, con Keith anche al basso. Una chiusura di disco che testimonia come i Rolling Stones, nonostante tutto, siano ancora pienamente sé stessi.

Album particolare, dunque, ma vivo, denso, palpitante; forse imperfetto, ma pur sempre una fotografia nitida di quei mesi.

◊ ◊ ◊

I Love Ladies è la prima outtake: un tempo medio non banale, una buona canzone, semplice nella scrittura,  per quanto mi riguarda quasi tutto ciò che Mick e Keith hanno composto in quegli anni Settanta mi tocca nel profondo.

La cover di Shame Shame Shame, pezzo disco-rock del 1975 di Shirley & Company, non è affatto male: simile all’originale, ma suonata con l’anima dei Rolling Stones. Volendo essere pignoli, ci si può chiedere perché non siano state incluse Slave, Start Me Up (in versione reggae) e Carnival To Rio (registrata insieme a Eric Clapton), tutte registrate nel periodo in cui Black and Blue veniva confezionato.

Chuck Berry Style Jam (con Harvey Mandel) è un’improvvisazione rock’n’roll generica di oltre cinque minuti, mentre Blues Jam (con Jeff Beck) arriva quasi a dieci. Quest’ultima aiuta a immaginare come sarebbero stati i Rolling Stones con Jeff Beck al posto di Ron Wood: in questo lungo blues Jeff sembra amalgamarsi col gruppo, anche se a tratti la sua inventiva emerge in modo così evidente da sembrare forse fuori luogo nel contesto.

La Rotterdam Jam (con Jeff Beck e Robert A. Johnson) è più movimentata e, a tratti, sconfina nel jazz-rock, un territorio sulla carta ostile ai Rolling Stones, ma che sembra funzionare piuttosto bene. Lo stesso vale per Freeway Jam (con Jeff Beck), brano scritto dal grande Max Middleton e apparso nell’album Blow by Blow di Beck del 1975. I Rolling Stones lo trasformano in un quasi-shuffle bluesato, su cui Jeff Beck si inserisce alla sua maniera. Curioso: ascoltando questi episodi, si ha quasi l’impressione che Jeff Beck nei Rolling Stones non sarebbe stato un corpo estraneo.

Anche in questo caso ci si chiede che fine abbiano fatto le jam session registrate con Rory Gallagher.

Chiaro che, ascoltando la registrazione dal vivo del 1976 a Earls Court, non si può non notare come Ron Wood si fosse calato perfettamente nel ruolo di seconda chitarra del gruppo. I brani tratti da Black and Blue risultano convincenti: il gruppo li affronta con la giusta determinazione. Hand of Fate non fa prigionieri, Hey Negrita è grintosa, Fool to Cry, suonata con un effetto flanger incisivo, acquista ancora più forza e supera a pieni voti l’esame live. Forse solo le tastiere appaiono un po’ pacchiane, ma il resto funziona davvero: qualche piccola imperfezione qua e là non fa che aggiungere valore all’onestà musicale e al flusso vitale che un vero musicista rock deve avere. Il riff di chitarra ritmica di Hot Stuff appare leggermente meno fluido, ma il resto della band entra con decisione nel ritmo del pezzo.

In conclusione, la super deluxe edition è di grande valore. Black and Blue resta un album da riscoprire e approfondire, e i Rolling Stones continuano a meritarsi il titolo di migliore rock’n’roll band di tutti i tempi.

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Black and Blue The Rolling Stones 4CD+blu-ray super deluxe

    • CD 1: Black and Blue – Steven Wilson 2025 Mix
      1. Hot Stuff
      2. Hand Of Fate
      3. Cherry Oh Baby
      4. Memory Motel
      5. Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood)
      6. Melody (Inspiration by Billy Preston)
      7. Fool To Cry
      8. Crazy Mama
    • CD 2: Outtakes and Jams
      1. I Love Ladies
      2. Shame, Shame, Shame
      3. Chuck Berry Style Jam (With Harvey Mandel)
      4. Blues Jam (With Jeff Beck)
      5. Rotterdam Jam (With Jeff Beck and Robert A. Johnson)
      6. Freeway Jam (With Jeff Beck)
    • CD 3: Live at Earls Court 1976
      1. Honky Tonk Women
      2. If You Can’t Rock Me/Get Off My Cloud
      3. Hand Of Fate
      4. Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood)
      5. Ain’t Too Proud To Beg
      6. Fool To Cry
      7. Hot Stuff
      8. Star Star (Starfucker)
      9. You Gotta Move
      10. You Can’t Always Get What You Want
      11. Band Intro
      12. Happy
      13. Tumbling Dice
      14. Nothing From Nothing
      15. Outa-Space
    • CD 4: Live at Earls Court 1976
      1. Midnight Rambler
      2. It’s Only Rock ‘n’ Roll (But I Like It)
      3. Brown Sugar
      4. Jumpin’ Jack Flash
      5. Street Fighting Man
      6. Sympathy For The Devil
    • Blu-ray
      Black and Blue Steven Wilson Atmos Mix and Steven Wilson Stereo Mix
      1. Hot Stuff
      2. Hand Of Fate
      3. Cherry Oh Baby
      4. Memory Motel
      5. Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood)
      6. Melody (Inspiration by Billy Preston)
      7. Fool To Cry
      8. Crazy Mama
      Les Rolling Stones Aux Abattoirs, Paris-Juin 1976
      1. Band Intro
      2. Honky Tonk Women
      3. Hand of Fate
      4. Fool To Cry
      5. Hot Stuff
      6. Star Star
      7. You Gotta Move
      8. You Can’t Always Get What You Want
      9. Band Introductions
      10. Happy
      11. Outa Space
      12. Jumpin’ Jack Flash
      13. Street Fighting Man
      Live at Earls Court (Atmos & stereo)
      1. Band Intro
      2. Honky Tonk Women
      3. If You Can’t Rock Me/Get Off My Cloud
      4. Hand Of Fate
      5. Hey Negrita
      6. Ain’t Too Proud To Beg
      7. Fool To Cry
      8. Hot Stuff
      9. Star Star (Starfucker)
      10. You Gotta Move
      11. You Can’t Always Get What You Want
      12. Happy
      13. Tumbling Dice
      14. Nothing From Nothing
      15. Outa-Space
      16. Midnight Rambler
      17. It’s Only Rock ‘n’ Roll (But I Like It)
      18. Brown Sugar
      19. Jumpin’ Jack Flash
      20. Street Fighting Man
      21. Sympathy For The Devil

Vi sono inoltre i seguenti formati:

5LP+Blu-ray super deluxe

2LP deluxe

2CD deluxe

Notte bianca che nessuno la può dormire …

30 Nov

Il demone delle notti senza sonno ritorna. Mi ghermisce, mi scaravolta sul letto, mi costringe ad alzarmi una, cento, mille volte.
Blues quotidiani, universali e tenebrosi si mescolano nei miei pensieri. Cerco di aggrapparmi a Capo d’Africa, quel lungo blues di FDG che mi offre un appiglio in questa notte bianca che nessuno la può dormire, mentre bramo una terra promessa laggiù, sull’orizzonte, che forse non si materializzerà mai.

Stanotte notte bianca
Che nessuno la può dormire
C’è qualcosa che ci manca
Che non sappiamo definire

Una spiaggia tranquilla
Una terra promessa
L’inferno e il Paradiso
Dove un giorno potremmo sbarcare
A cavallo di un nuovo sorriso
E fumare a mezzogiorno
Con il cuore che batte leggero
E guardare la vita che è intorno
Dove la vita è bella davvero

La sveglia suona alle 6:30, ma che importa: sono sveglio da sempre. È il momento di prepararmi a fare la fila per tre, rispondere sempre di sì, comportarmi da persona civile. E intanto ritorno dentro al mio mondo sbiadito.

Come un povero (anti)cristo mi reco in stazione alle prime luci dell’alba. Salgo sul treno, attraverso un pezzetto dell’Emilia centrale e arrivo a destinazione. Mi concentro sul lavoro, poi vado da solo in mensa, pensando alla Ghirlandina di Mutina come a un faro che, nonostante tutto, mi tiene ancora sulle giuste coordinate.

Mutina, tardo novembre 2025 – foto TT

Torno al lavoro. Invece di fare la pausa caffè, cedo all’impellente bisogno di scrivere il testo di Fool to Cry sulla lavagna bianca del mio ufficio. Da giorni quella canzone mi si è piantata nella testa, ostinata come un pensiero che non vuole slacciarsi.
La storia che Mick Jagger racconta — quella donna che vive nella parte povera della città, quel sentimento sfilacciato che attraversa tutta la canzone — continua a suggestionarmi. Ogni volta riemerge, come se trovasse un varco preciso nel mio umore e vi si incastrasse senza chiedere permesso.

Quando lei vive nella parte povera della città – Uomo di Blues, tardo novembre 2025 foto LM

La sera, mentre sul treno riprendo il mio ruolo di pendolare verso casa, penso al vecchio Brian. Oggi avrebbe compiuto gli anni, e questo mi predispone a riflettere sulle eredità che ci lasciano i nostri padri, i nostri nonni, i nostri familiari.
Lascio da parte l’eredità materiale — aspetto che, ahimè, non mi riguarda — perché un’eredità non è soltanto ciò che si riceve, ma anche ciò che ci vincola, ci schiaccia, ci definisce. E dalla quale, forse, ci si può deviare o liberare, ma solo con un’enorme fatica. Quando ciò che resta non è più eredità, ma detrito.

Scuoto la testa, provo a ripulire i pensieri. Entro in casa: la mia bassista preferita è alle prese con l’ennesima passione. Questa volta è il momento dei book nook. Mi sorprende sempre il suo bisogno di creare, di dare forma alle cose, di — come dice lei — “mettere ordine al caos”.

Book Nok Blues – La Bassista Preferita, Domus Saurea nov 2025 – Foto TT

La porto a mangiare una pizza nel nostro posto di riferimento, in via Gramsci, a Regium Lepidi. La pizzeria è già addobbata: le festività natalizie hanno ammantato questi ultimi giorni di novembre di una luce più morbida, quasi sospesa.

La Hermione Granger dei poveri posa il cellulare sul tavolo. Mi basta una rapida occhiata allo schermo perché gli occhi mi si inumidiscano.
Un pensiero improvviso, il ricordo di Palmiro — il gatto Palmiro insomma — che ancora mi fa male. Un’assenza che, dopo quasi due anni, faccio ancora fatica a gestire. Un legame così profondo tra un umano e un felino speciale… una fine che non riesco ancora del tutto a elaborare.

Shadow of a Black Cat – Pizzikotto di Via Gramsci Regium Lepidi – tardo novembre 2025 – foto TT

E allora faccio di nuovo ricorso a piccoli escamotage per risollevare l’umore. Esco a cena con Mar e Siuvio in un grazioso ristorantino nel centro storico di Nonatown, il mio paese natale, proprio sotto la Torre dell’Orologio.

Back where I belong – Nonatown tardo novembre 2025 – foto Marcya Like

Oppure vado a vedere Lorenz in concerto, uno dei pochi con cui posso parlare di musica Rock — quella vera. Guardare il mio amico imbracciare la Les Paul (o la Stratocaster, come spesso fa nella band in cui suona oggi) e vivere il Rock e il Blues come pochi sanno fare mi fa sentire meno solo.

Lorenz e i Cuore Nero Blues Band – 28-11-2025 Red Pub Scandiano foto W. Lucchi)

SERIE TV:

_The Beast In Me (USA 2025) – TTTT

Con Claire Danes ( Homeland) e Matthew Rhys (The Americans)

FILM:

_Train Dreams (USA 2025) – TTT¾

Un’intima riflessione su amore, perdita, memoria, e su quanto spesso la vita “ordinaria” contenga bellezza e dolore allo stesso tempo; un racconto silenzioso e profondo su un uomo comune, che vive — e resiste — in un mondo che cambia troppo in fretta. Idaho fine ottocento e inizio novecento. Film da guardare.

PLAYLIST:

The good old blues boys 1969 single

Donovan at his best – 1968

Lisetta La Magra (o anche Lisetta di Latta) del 1974 rimessa nuovo nel 2024

Lei che vive nella parte povera della città, io che piango e mi chiedo il perché. I Rolling del 1976.

Larry Williams 1957 (with thanks from Johnny Winter.)

CODA

Malgrado tutto il blues del sentirsi una scimmia evoluta su una roccia sospesa nell’universo, la vita batte ancora forte nel mio petto. Mi emoziono per piccole grandi cose: il modo dorico greco, i CD che ho ripreso ad acquistare (dopo che due anni fa ho iniziato a vendere su una di quelle piattaforme in cui privati comprano e vendono la mia collezione Rock e non solo), i Far Away Eyes di certe donne, le virili e solide amicizie che ancora riesco a coltivare, i venti freddi che soffiano da nord, i dischi di Johnny Winter del periodo 1970-1975, la super deluxe edition di Black and Blue dei Rolling Stones e i graffiti spirituali che, con una certa soddisfazione, porto addosso.

E allora, d’accordo… va bene. Cercherò di essere a casa per Natale.

TT’s SCHOOL OF ROCK XIII: Van Halen

9 Nov

Tredicesima School of Rock quella dell’equinozio d’autunno del 2025 e dunque – qui faccio il solito  copia incolla – nuovo ritrovo modello “Dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi. Avendo saltato la puntata estiva per motivi logistici, staserà c’è il sold out, anzi siamo in sovra prenotazione (vabbeh, over booking), non tanto per i Van Halen in sé, quanto per la voglia di stare di nuovo insieme ad ascoltare un po’ di buona musica.

Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepì e cd.

Sala Blues – settembre 2025 foto Tim Tirelli

 

Sala Blues VH – settembre 2025 foto Tim Tirelli

 

Sala Blues VH – settembre 2025 foto Tim Tirelli

Verso le 18 arrivano i primi colleghi, alcune groupie voglio farsi una foto, accontentiamole …

Groupies – Sala Blues – settembre 2025 foto Siuvio do Brazil

spiego ai colleghi che questa puntata della School Of Rock ha preso corpo dopo che qualcuno di loro mi ha inviato un messaggio, di cui riporto solo un paio di frasi (la prima e l’ultima), molto lusinghiero per la School Of Rock tutta:

“Ho riletto alcuni articoli del tuo blog in questi giorni, tra cui quelli delle prime School of Rock e ho sentito un senso di malinconia, anche se non le ho vissute … Ho scoperto che la potenza di un istante puro può cambiare profondamente l’identità di qualcuno.”

Parto quindi con la School Of Rock vera è propria introducendo la puntata di questa sera:

Io rompo sempre le scatole con la musica, con il Rock “contenutistico”, quello che deve dire qualcosa di profondo.
Eppure, se parliamo dei Van Halen, bisogna riconoscere che la loro è una musica da intrattenimento puro: il sole della California, le belle ragazze, il Rock duro ma pieno di melodie accattivanti, testi frizzanti e mai banali, anche se semplici e votati principalmente al divertimento.

E allora, perché parlare dei Van Halen, potrebbe chiedersi qualcuno di voi …
Beh, perché Eddie Van Halen (EVH) è stato uno dei chitarristi Rock più influenti e importanti della musica che tanto amo.
Prima di lui, i quattro cavalieri dell’apocalisse della chitarra erano Eric Clapton, Jeff Beck, Jimi Hendrix e Jimmy Page.
Quando arrivò lui, i quattro appena citati entrarono di colpo nella categoria della “vecchia scuola” (anche se, per Jeff Beck, qualche distinzione andrebbe fatta).

EVH ha modernizzato la chitarra Rock, portandola a un livello superiore con il suo stile, fatto di hammer-on e tapping.
Come raccontava lui stesso, durante un concerto dei Led Zeppelin al Los Angeles Forum, (direi nel marzo 1975 o più probabilmente nel giugno del 1977), vide Page eseguire l’assolo di Heartbreaker tenendo la mano destra sollevata. Van Halen si chiese: “E se, mentre faccio quello, aggiungessi le dita della mano destra sulla tastiera?”

Quella tecnica esisteva già — ci sono perfino video di chitarristi italiani che nel 1965 la usavano su chitarre classiche — ma è stato Eddie Van Halen a portarla a un livello cosmico.

Sfortunatamente, il suo genio ha anche aperto la strada a una marea di segaioli: migliaia di chitarristi tecnicamente impressionanti ma che, troppo spesso, sono diventati giocolieri della sei corde. Straordinari nelle dita, sì, ma poveri nella musica vera, quella che arriva al cuore.

Tim Tirelli’s School Of Rock VH sett 2025 – foto Marcella Tin

Racconto in breve la storia del padre di due fratelli Alex e Edward, ovvero Jan Van Halen: il musicista che mise le basi per una leggenda del rock.

Prima ancora dei Van Halen che hanno fatto la storia del rock, c’era infatti Jan Van Halen, il padre di Alex ed Eddie, un uomo la cui vita fu segnata dalla musica, dal sacrificio e da un’instancabile passione.

Dalle radici olandesi al jazz europeo

Nato ad Amsterdam nel 1920, Jan mostrò fin da giovane un grande talento musicale. Suonava clarinetto, sassofono e pianoforte, esibendosi in orchestre jazz e swing in tutta Europa, fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

La guerra e il destino in Indonesia

Nel 1939 si arruolò nella Forza Aerea Olandese, ma il suo talento musicale lo tenne lontano dal fronte: fu infatti destinato a esibirsi nelle bande militari anche durante l’occupazione tedesca.
Dopo il conflitto si trasferì in Indonesia, allora colonia olandese, dove conobbe Eugenia van Beers. I due si sposarono nel 1950 a Giacarta, prima di rientrare nei Paesi Bassi.

Una nuova vita in America

Dal loro matrimonio nacquero Alex (1953) ed Eddie (1955). Nel 1962 la famiglia decise di emigrare negli Stati Uniti, stabilendosi a Pasadena, California.
Jan continuò a suonare in piccoli locali come il Continental Club e il La Miranda Country Club, ma per mantenere la famiglia dovette svolgere lavori umili: faceva il lavapiatti, addetto alle pulizie e guardiano notturno.
Nonostante le difficoltà, trasmise ai figli un profondo rispetto per la disciplina e la musica. Eddie ricordava spesso:

“Sapevo cosa significava la musica fin dal mio primo ricordo di mio padre che teneva una nota sul clarinetto più a lungo possibile.”

Dalla tragedia alla nascita di una band

Nel 1972, un grave incidente gli costò un dito, ponendo fine alla sua carriera musicale. Ma proprio in quell’anno, Alex ed Eddie formarono la loro prima band, i Mammoth, che poco dopo sarebbe diventata Van Halen.

L’ultimo riconoscimento

Nel 1982, Jan ebbe la sua rivincita personale: partecipò come ospite all’incisione del brano “Big Bad Bill (Is Sweet William Now)”, contenuto nell’album Diver Down dei Van Halen.

Gli ultimi anni

Jan Van Halen morì nel 1986, a 66 anni, in California. È sepolto al Forest Lawn Memorial Park di Glendale.
La sua influenza — tra talento, rigore e anche momenti difficili legati all’alcol — lasciò un segno profondo nella vita e nella musica dei suoi figli, che ne raccolsero l’eredità trasformandola in leggenda.

Tim Tirelli’s School Of Rock VH sett 2025 – foto Marcella Tin 2

Proseguo entrando nel merito. Tutto comincia negli anni ’60, quando Alex ed Eddie Van Halen iniziano a suonare insieme da ragazzini. Curiosamente, all’inizio i ruoli erano invertiti: Eddie era alla batteria e Alex alla chitarra — finché, per puro istinto, decisero di scambiarsi gli strumenti, trovando così la combinazione perfetta. Eddie, oltre a chitarrista, era anche un eccellente pianista, talento che lo accompagnerà per tutta la carriera.

La loro prima band, i Broken Combs, nacque nel 1964, seguita da diversi progetti fino ai Genesis (1972) e poi ai Mammoth. Fu solo con l’arrivo del carismatico David Lee Roth che arrivò anche l’idea del nome definitivo:

Dovremmo chiamarci Van Halen!

Da lì cominciò la scalata. Suonando instancabilmente nei locali di Pasadena e dell’area di Los Angeles — come il mitico Gazzarri’s — il gruppo si costruì una solida reputazione. Un demo prodotto da Gene Simmons dei Kiss attirò l’attenzione di addetti ai lavori come Doug Messenger, chitarrista di Van Morrison, che segnalò la band al produttore Ted Templeman della Warner Records.

Nel 1978 uscì il primo, leggendario album: “Van Halen”.
Il disco ha venduto oltre 10 milioni di copie solo negli Stati Uniti e conteneva brani entrati nella storia del rock come “Runnin’ with the Devil”, “Ain’t Talkin’ ’bout Love”, “Jamie’s Cryin’”, la cover dei Kinks “You Really Got Me”, e soprattutto “Eruption” — l’assolo strumentale di Eddie Van Halen che rivoluzionò la chitarra elettrica e rese celebre la tecnica del tapping a due mani.

Da quel momento, la band non fu più solo un gruppo locale: i Van Halen divennero un simbolo del rock moderno, aprendo una nuova era di virtuosismo, energia e spettacolo.

School of Rock VH settembre 2025 e – foto Siuviu

Accelero, il tempo stringe e rendo partecipi i cari colleghi che dopo l’esordio travolgente del 1978, i Van Halen non si fermarono più. Iniziò difatti un periodo di attività frenetica, fatto di pubblicazioni a ritmo serrato e lunghissimi tour che li consacrarono come una delle band più potenti del rock americano.

Nel 1979 uscì “Van Halen II”, il secondo album in studio, pubblicato dalla Warner Bros Records. Il disco raggiunse il sesto posto nella classifica Billboard e conteneva brani di successo come “Dance the Night Away” e “Beautiful Girls”quasi sei milioni di copie solo negli Stati Uniti. La critica lo accolse positivamente: la Rolling Stone Album Guide ne lodò “l’atmosfera piacevole e festaiola”, perfettamente in linea con lo spirito della band.

Negli anni successivi, i Van Halen mantennero un ritmo impressionante:

  • “Women and Children First” (1980) – oltre 3 milioni di copie vendute in USA

  • “Fair Warning” (1981) – circa 2 milioni di copie

  • “Diver Down” (1982) – più di 4 milioni di copie

Ma fu con “1984”, pubblicato proprio in quell’anno, che la band toccò l’apice del successo: oltre 10 milioni di copie vendute, trainate da hit come “Jump”, “Panama” e “Hot for Teacher”.

Quella fase storica, caratterizzata dal carisma di David Lee Roth alla voce e dal genio di Eddie Van Halen alla chitarra, si concluse nel 1985, chiudendo il primo capitolo leggendario della band.

School of Rock VH settembre 2025 f- foto Siuviu

Ovviamente faccio ascoltare al gentile pubblico i momenti più significativi degli album del gruppo, compresi i primi due con Sammy Hagar, difatti annuncio che dopo il trionfale tour del 1984, i Van Halen attraversarono un momento di svolta: David Lee Roth lasciò la band per dedicarsi alla carriera solista, mentre Eddie Van Halen cercava un nuovo equilibrio musicale.

Roth, nel frattempo, stava vivendo un grande successo con il suo EP “Crazy from the Heat”, trainato da cover come “California Girls” e “Just a Gigolo”. Ma le divergenze artistiche e il desiderio di maggiore controllo creativo portarono inevitabilmente alla separazione.

Dopo vari tentativi di trovare un nuovo cantante — tra i nomi contattati anche Patty Smyth e Daryl Hall — Eddie conobbe Sammy Hagar, ex voce dei Montrose e autore del successo “I Can’t Drive 55”. La chimica fu immediata.

Nel 1986 nacque così l’album “5150”, registrato nei nuovi 5150 Studios di Eddie a Los Angeles. Il disco segnò l’inizio della “fase Hagar” e un nuovo stile più melodico e radiofonico, senza perdere la potenza del rock Van Halen.
Trainato dal singolo “Why Can’t This Be Love”, 5150 raggiunse il numero 1 della Billboard 200 e vendette oltre 6 milioni di copie solo negli Stati Uniti.

Due anni dopo, nel 1988, uscì “OU812” (da leggere “Oh You Ate One Too”), secondo capitolo con Hagar alla voce. L’album replicò il successo del precedente, debuttando anch’esso al primo posto in classifica e vendendo più di 4 milioni di copie.
Brani come “When It’s Love”, “Finish What Ya Started” e “Black and Blue” consolidarono la nuova identità della band: un rock più maturo e raffinato, ma sempre energico e trascinante.

Con 5150 e OU812, i Van Halen dimostrarono di poter rinascere anche dopo un cambiamento radicale, inaugurando una nuova era di successi che li avrebbe portati a dominare le classifiche per tutto il decennio.

Il tempo stringe, ma vale la pena accennare agli ultimi capitoli della storia dei Van Halen con Sammy Hagar alla voce.
Dopo il successo di 5150 (1986, oltre 6 milioni di copie vendute in USA) e OU812 (1988, più di 4 milioni), la band pubblicò nel 1991 “For Unlawful Carnal Knowledge”, spinto dal singolo “Right Now” e vincitore di un Grammy Award come miglior album hard rock. Anche questo lavoro raggiunse il numero 1 della Billboard 200 e vendette oltre 3 milioni di copie negli Stati Uniti.

Nel 1995 arrivò “Balance”, l’ultimo album con Hagar alla voce: un disco più cupo e introspettivo, ma comunque di grande successo, capace di toccare ancora una volta la prima posizione in classifica e di vendere circa 3 milioni di copie negli USA.

https://timtirelli.com/2025/09/03/van-halen-balance-expanded-edition-warner-rhino-records-2025-ttt%c2%be/

Dopo un periodo di tensioni interne, David Lee Roth fece temporaneamente ritorno nel 1996, aprendo la strada a una lunga fase di cambiamenti e reunion intermittenti. La band tornò stabilmente con lui nel 2012, pubblicando “A Different Kind of Truth”, ultimo album in studio, accolto positivamente dai fan storici.

Purtroppo, la storia dei Van Halen si è chiusa con una nota dolorosa: il 6 ottobre 2020, Eddie Van Halen è scomparso dopo una lunga battaglia contro il cancro. Con lui se ne è andato non solo un chitarrista rivoluzionario, ma uno dei più grandi innovatori della musica rock e per quel che può valere, uno dei miei musicisti Rock preferiti.


Il tempo è scaduto, ringrazio di cuore tutti gli amici intervenuti e chi ha condiviso per la 13esima volta questa passione per la  School of Rock di Tim Tirelli.

Chiudo come sempre, con la mia solita frase di congedo:

New York, goodnight! 🎸

Video filmato da Siuviu Zanzi e Marcy Tin

◊ ◊ ◊

RP New York Goodnight

◊ ◊ ◊

 

la School Of Rock sul blog:

XII

TT’s SCHOOL OF ROCK XII: The Who

XI

TT’s SCHOOL OF ROCK XI: Queen

X

TT’s SCHOOL OF ROCK X: Santana

IX

TT’s School Of Rock Episodio IX PFM è contenuta all’interno di:

When the blues is in league with the freeway

VIII

TT’s SCHOOL OF ROCK VIII: Free & Bad Co

VII

TT’s SCHOOL OF ROCK VII: Led Zeppelin

VI

TT’s SCHOOL OF ROCK VI: DEEP PURPLE

V

TT’s SCHOOL OF ROCK V: Eric Clapton

IV

TT’s SCHOOL OF ROCK: Emerson Lake & Palmer

III

– TT’s School Of Rock Episodio 3 GENESIS è contenuta all’interno di:

https://timtirelli.com/2022/07/29/il-terrore-del-sabato-mattina-e-altri-blues-assortiti/

II

Tim Tirelli’s School Of Rock – episode 2

I

Tim Tirelli’s School Of Rock

Il passero che pigola fuori dalla finestra

7 Nov

Le foglie di ippocastano arrivano fino alle caviglie, albeggia, la mattina si annuncia caliginosa, un passero pigola fuori dalla finestra e io sono qui davanti all’ennesima bozza di articolo a chiedermi se valga ancora la pena continuare con questo spazio, tra pochi mesi saranno 15 anni di blog, roba da non credere.

Autumn leaves at the Domus … ottobre 2025 – Foto Tim Tirelli

Autumn leaves at the Domus … ottobre 2025 – Foto Tim Tirelli

Nel 2011 i blog erano quasi una novità, l’impatto che ebbe questo – nel suo piccolo – fu notevole o comunque inaspettato: in breve una comunità di donne e uomini di blues si raccolse intorno ai miei scritti; oggi, nell’era smodata di internet, dei social, dell’apparire ad ogni costo, i blog sembrano stare appena a galla, io non posso certo lamentarmi, la congregazione che segue questo diario digitale è sempre solida, affezionata ed appassionata, tuttavia mi pongo con frequenza la domanda di cui sopra.

Ogni volta che mi assalgono questi dubbi però capita qualche piccolo segnale che mi fa dire “però, Tim Tirelli, niente male”.

Dopo aver pubblicato questo articolo diverse decadi fa (alcune decine di giorni or sono insomma … lo scrivo in caso qualcuno si confondesse con la maledettissima lingua inglese)

https://timtirelli.com/2025/09/21/blues-at-an-exhibition/

l’amico LIZN mi invia questo messaggio: “qui hai vinto!! Ti sei superato…complimenti veramente, vorrei leggere le tue parole in un qualsiasi quotidiano … pelle d’oca”. Ora, al di là della generosità eccessiva nei miei confronti, lui fa parte di quella piccola cerchia di amici strettissimi con i quali schiettezza, sincerità e onestà intellettuale sono un valore fondante e dunque prendo per buono ciò che mi scrive.

Lo stesso giorno un altro caro amico e firma prestigiosa (molto prestigiosa) del giornalismo musicale italiano aggiunge: “Il tuo sì che è un blog in costante evoluzione, ferma restando l’eccellenza del critico musicale dimostrata nella recensione di Balance dei Van Hagar!”

Ora, magari è autoreferenzialità (concetto che detesto in verità), ma questi messaggi hanno contribuito a farmi dire “ma sì, andiamo avanti, almeno per un altro po’” e fanno parte dei segnali che noi umani, sempre abili ad autosuggestionarci, pensiamo siano connessioni tra le nostre vite e l’universo.

◊ ◊ ◊

IL LOOK FIGO E DECADENTE DI CERTE ROCKSTAR NEGLI ANNI SETTANTA

Scambio di sensazioni col nostro Paolo Barone (Polbi insomma).

Invio questa foto al mio amico, aggiungendo “uguale al Page di quegli anni”

Lo Scilla boy mi risponde prontamente:

Sì, i veri toxic twins del rock and roll, altro che Tallarico e Perry.
Keith ha sempre rivendicato la sua estraneità alla società borghese, facendo di ogni eccesso una bandiera pirata, anche furbescamente e nel tempo capitalizzando questo suo atteggiamento pure come scelta di marketing…al tempo stesso mi sento di dire con una sincerità di fondo indiscutibile. Jimmy al contrario ha sempre cercato di mitigare e negare le sue derive, anche quando erano palesi. Ha sempre rifiutato un etichetta di ribelle rock, ma anche il resto dei LZ non ha mai fatto diversamente. Gli Stones hanno esibito la loro decadenza da nobiltà pirata, forse anche come eredità dell’immagine costruita da Oldham. Gli anti Beatles, quelli pericolosi, che vanno in giro con la crema del jet-set e pisciano sui muri di una stazione di servizio. Paul Getty e gli spacciatori marsigliesi che entrano insieme dalla porta principale di Villa Nellcôte.
Tutt’altra aria nel giro Zep. Forse chissà, a loro volta influenzati dalla linea di Peter Grant, proletario del dopoguerra che non gradiva per la sua band un marchio crime-chic alla Andrew Oldham, ma gli eccessi e le sostanze che giravano nell’entourage Zeppelin, sappiamo che erano maggiori e con un livello di pericolosità complessiva ineguagliabile nel circuito rock del tempo.
Keith ci ha dato Life, uno dei libri più belli che raccontano il mondo del rock dagli anni sessanta a oggi, senza troppi filtri e non nascondendo affatto le walks on the wild side fra tossicodipendenze, litigi, e una vita spesso fuori dalla legge.
Perché oggi, dopo decenni e decenni, Page, Plant e Jones non vogliano fare altrettanto per me non è facile da capire. Un racconto in prima persona dei dieci anni o giù di lì in cui i Led Zeppelin erano quello che erano, sarebbe un contributo fondamentale. Lo vedremo mai? Ho molti dubbi…se ci pensi tutto il fronte Zeppelin è molto autocensurato. Non si capisce bene perché ormai. Stones, Keith e Wyman hanno raccontato di tutto. Altre rockstar idem. Il fascino del rock è anche questo essere stato un mondo senza regole, non come oggi che si portano le mamme anziane backstage. Ma oggi è tutto diverso purtroppo.

GATTI ALLA DOMUS

Qui alla Domus l’amore per i gatti (e per gli animali tutti) è ormai noto, e io amo osservarli alle prese con i cambi di stagione e con le variazioni della loro età.

Ragnatela — la Ragni, insomma — che ha diciassette anni e mezzo (ottantasei anni umani), tende ormai a non allontanarsi più di tanto: sonnecchia, riposa, riflette sul tempo che cambia e sul perché non sia più la meravigliosa reginetta tutto pepe dei lustri andati.

Ragnatela – autunno 2025 Domus Saurea – foto Tim Tirelli

Honecker (Polbi una volta mi ha detto che l’aver dato un nome del genere è stata una scelta molto punk…) ha poco più di due anni (ventiquattro anni umani) ed è un giovanotto pieno di energia ed esuberanza. Esce alle sette del mattino e torna verso le otto di sera, quando il buio, qui in campagna, ci avvolge in un velo di crepe nere — come fa talvolta il blues.

A ogni minuto di ritardo la preoccupazione sale, e ci ritroviamo a percorrere chilometri tra le vigne e i campi bagnati d’erba, con la speranza che il fascio di luce delle torce ci faccia scovare il luogo in cui il nostro giovane felino si trova.
Il più delle volte torniamo esausti, infreddoliti e sconfitti… fino a quando il nostro tabby (va beh, soriano) preferito non si presenta come se nulla fosse davanti alla porta di casa, proprio quando la notte inizia a scendere fitta.

Ci fa penare, ma come si fa a non amarlo?

Honecker the beautiful one – nov 2025 – foto Tim Tirelli

SERIE TV

_Nessuno Ci Ha Visto Partire (MEX 2025) – TTT¾

_L’Infiltrata / Legenden – (DK 2025) TTT½

_Due Tombe – (ES 2025) TTT¼

FILM

_A House Of Dynamite (USA 2025) – TTTT

Solitamente questo genere di film statunitensi sono tutti uguali, noiosi e imbevuti della solita retorica USA, questo invece colpisce nel segno (doppio senso non intenzionale) e inoltre ha infastidito la Casa Bianca.

PLAYLIST

Heavy Metal (Take a Ride) (Soundtrack Version) 1981 · Don Felder

John Cale 1975

John Cale 2024

Leslie 1976

JC 1973

CODA

Dopo aironi, fagiani, cicogne, gufi, civette e corvi, i dintorni della Domus Saurea si arricchiscono di un’altra specie di volatile: l’Ibis Sacro.
Rimango sempre piacevolmente sorpreso quando anche animali meno comuni riescono a sopravvivere in un ambiente ormai così profondamente modificato dall’uomo.

Ibis Sacro alla Domus – novembre 2025 – foto Tim Tirelli

Mi è bastato fare due passi di notte nei dintorni della House of Blues in cui vivo per scorgere, oltre la coltre di foschia, i quartieri industriali che si stendono al di là della campagna: fabbriche, industrie, strade, cemento… profitti insensati.
(Vogliamo parlare del bonus che avrà quest’anno EM da Tes*a?)

Poco rispetto per l’ambiente, tecno-fas**smo, iperliberismo, crescita vertiginosa del numero degli umani su questa terra — otto miliardi! — non possiamo farcela. Pagheremo un conto salatissimo, ma nessuno, al momento, sembra preoccuparsene.

A tratti, qui, ci si sente al fronte. Non si perde la speranza, certo, tuttavia nemmeno sotto ai frassini e alla grande luna di queste notti trovo quiete per la mia coscienza.
Meglio canticchiare qualcosa…

Autumn night at the Domus Saurea – novembre 2025 – Foto Tim Tirelli

“Extraterrestre, portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre, vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare”

Percival Everett “James”(2025 La Nave di Teseo) – TTTT

23 Set

James, l’ultimo romanzo di Percival Everett, è una rivisitazione potente e coraggiosa del classico Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Ma questa volta, a raccontare la storia non è il giovane Huck, bensì il suo compagno di viaggio: Jim, lo schiavo fuggitivo.

Non si tratta di un semplice cambio di prospettiva: Everett trasforma profondamente la narrazione originale, restituendo dignità, voce e complessità a un personaggio che nell’opera di Twain rimaneva spesso ai margini.

Il romanzo ha ricevuto un’eccezionale accoglienza dalla critica internazionale, conquistando tre dei più prestigiosi premi letterari americani: il Kirkus Prize 2024, il National Book Award per la narrativa e il Premio Pulitzer per la narrativa 2025. Riconoscimenti che testimoniano il suo valore letterario e il suo impatto culturale.

Più che una riscrittura fedele, James è una reinterpretazione libera e consapevole. Molte scene dell’originale sono rielaborate o condotte verso esiti del tutto diversi. I due protagonisti, Jim e Huck, restano insieme per buona parte del viaggio, ma nel momento in cui si separano, è la voce di Jim a guidarci, con i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue paure — al contrario di Twain, che seguiva solo il punto di vista di Huck.

Anche i personaggi secondari vengono rivisitati, spesso con tratti più sfaccettati, complessi o addirittura ribaltati rispetto alla versione classica. Everett non ha paura di prendersi libertà creative, e in questo risiede gran parte della forza narrativa del libro.

James è un romanzo che non fa sconti. Affronta con lucidità e schiettezza la storia della schiavitù, la brutalità del razzismo e le contraddizioni profonde dell’America delle origini. È una lettura intensa, talvolta cruda, ma necessaria. Nonostante la durezza di alcuni passaggi, il romanzo riesce anche a intrattenere e a coinvolgere profondamente, alternando momenti di azione, riflessione e lirismo.

Il finale è particolarmente toccante: rapido, umano, quasi epico nella sua semplicità, d’altronde quando “i fiumi raggiungono il mare” si avverte un senso di compiutezza.

Un elemento che potrebbe sollevare qualche dubbio è la notevole cultura che James dimostra: conosce filosofia, legge, discute temi morali con consapevolezza e profondità. Il testo non chiarisce mai del tutto dove o come abbia acquisito questa istruzione — un aspetto che può apparire poco realistico, almeno in termini storici.

Tuttavia, Everett sembra suggerire che anche uno schiavo — figura tradizionalmente privata di voce e sapere — possa essere portatore di intelligenza, dignità e pensiero. È un’operazione simbolica e politica, che colpisce nel segno.

James è molto più di un omaggio a Twain: è un atto di riscrittura storica, un racconto alternativo che restituisce centralità a chi, nella letteratura e nella storia, è stato troppo a lungo marginalizzato. Un romanzo potente, urgente, e pienamente meritevole dei premi ricevuti.

Se amate la grande narrativa americana, il blues e siete pronti a vedere un classico con occhi nuovi, James è una lettura da non perdere.

◊ ◊ ◊

https://lanavediteseo.eu/portfolio/james/

Hannibal, una cittadina lungo il fiume Mississippi, lo schiavo Jim scopre che a breve verrà venduto a un uomo di New Orleans, finendo per essere separato per sempre dalla moglie e dalla figlia. Decide, quindi, di scappare e nascondersi nella vicina Jackson Island per guadagnare tempo e ideare un piano che gli permetta di salvare la sua famiglia. Nel frattempo, Huckleberry Finn ha simulato la propria morte per sfuggire al padre violento recentemente tornato in città, e anche lui si rifugia nella stessa isola. Come tutti i lettori delle Avventure di Huckleberry Finn sanno, inizia così il pericoloso viaggio – in zattera, lungo il fiume Mississippi – di questi due indimenticabili personaggi della letteratura americana verso l’inafferrabile, e troppo spesso inaffidabile, promessa di un paese libero. Percival Everett parte dal capolavoro di Mark Twain per raccontare la storia da un punto di vista diverso, quello di James, ma per tutti Jim, mostrando tutta l’intelligenza, l’amore, la dedizione, il coraggio e l’umanità di quello che diventa, finalmente, il vero protagonista del romanzo. Un uomo disposto a tutto pur di sopravvivere e salvare la propria famiglia, un uomo che da Jim – il nomignolo usato in senso spregiativo dai bianchi per indicare un nero qualsiasi, indegno anche di avere un nome proprio – sceglie di diventare James, e sceglie la libertà, a ogni costo.

Percival Everett con l’umorismo, l’arguzia, lo stile e l’intelligenza che lo contraddistinguono e che l’hanno reso uno degli scrittori più importanti della sua generazione, ci regala un romanzo che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina e che diventerà un punto fermo nella storia della letteratura americana. James è un grande libro che non ha paura di raccontare la vera storia d’America, e dei soprusi e violenze che l’hanno costellata.

Traduzione di Andrea Silvestri.

Vincitore del Premio Pulitzer 2025

Percival Everett

Percival Everett insegna alla University of Southern California. Ha scritto numerosi libri, tra i quali: Deserto americano (2004), Ferito (2005), La cura dell’acqua (2007), Non sono Sidney Poitier (2009), Percival Everett di Virgil Russel (2013), Quanto blu (La nave di Teseo, 2020), Telefono (La nave di Teseo, 2021), Gli alberi (La nave di Teseo, 2023; finalista al Booker Prize e vincitore dell’Anisfield-Wolf Book Award). Per i suoi lavori Everett ha ricevuto lo Hurston/Wright Legacy Award e il PEN Center USA Award for Fiction. Vive a Los Angeles. Da questo romanzo Cord Jefferson ha tratto il film American Fiction, con Jeffrey Wright e Tracee Ellis Ross, candidato a 5 premi Oscar e 2 Golden Globe, vincitore del BAFTA per la migliore sceneggiatura non originale.

Blues at an exhibition

21 Set

Ogni settimana che passa, rimango basito da come stia andando il mondo. Ogni volta si raggiungono livelli per me inimmaginabili e inconcepibili.

Senza arrivare a toccare l’argomento più drammatico di tutti — quello relativo a quell’esercito che combatte annientando civili inermi, in una guerra come non se n’erano mai viste su questa terra — rimango colpito ogni settimana di più dalla violenza contenuta nelle parole, negli atti, nei provvedimenti presi da presidenti, governi, Stati.

La spinta, ormai fuori controllo, verso governi con posizioni estreme; la democrazia continuamente presa a schiaffi; la voglia di autarchia, ovvero quella melma di concetti fondativi dell’etica cinica e stoica, orientata verso l’ideale del «bastare a sé stessi», dipendendo il meno possibile dalle cose del mondo per avvicinarsi allo stato di perfetta adiaforia e atarassia.

I popoli si fanno greggi, e vogliono al comando l’animale forte — e così, al comando, ci finiscono guitti (e guitte), capaci solo di parlare alla pancia della gente, spingendo le società verso l’integralismo religioso, il conservatorismo più bieco, il fascismo. Tutte cose contro natura.

Per un boomer come me, questo mondo è inconciliabile. Invece di darci agli altri, di portare avanti l’umanesimo, di costruire società dei diritti e della fratellanza tra gli uomini, ripiombiamo in un’epoca dove a guidarci sono sciocche superstizioni, visioni ottuse, violenza.

L’anno scorso, in una splendida giornata primaverile, fatta di sole e cieli blu, su una terrazza romana, ero a pranzo con una famiglia di cui mi sento parte — quella dell’amico, carne della mia carne. Parlavo con Mino, uno dei miei attuali adulti di riferimento, nonché padre dell’amico suddetto, e gli confidavo le mie impressioni, le mie paure, le mie angosce circa il mondo d’oggi.

Mino, forte della sua esperienza, della sua età, della sua capacità di pensare, mi rassicurava.

Vorrei avere la sua forza e la sua visione positiva, perché, ad oggi, l’istinto sarebbe quello di cercarmi un posto in riva al mondo e isolarmi da tutto questo chiasso, da questo clangore di spade, da questa follia.

Il guado‍ – Alessandro Tofanelli – circa 2020 (Olio su tela)

ADDIO A ROBERT REDFORD

Qualche giorno fa se ne è andato a 89 anni il grande, grandissimo, Robert Redford, figura indispensabile per il sottoscritto e per questo blog. Polbi mi manda un messaggio: “Piangiamo insieme la scomparsa del più fico di tutti” e mi allega questo link aggiungendo “uno dei finali più Rock And Roll della storia del cinema:

Già, senza pensare al mio film preferito in assoluto, “Jeremiah Johnson”, un western anti western memorabile, drammatico, poetico, blues, liberamente basato sulla vita del mountain man John Johnston (alias John Johnson alias William Garrison).

https://timtirelli.com/?s=Jeremiah+Johnson&submit=Ricerca

Oltre a Butch Cassidy and the Sundance Kid del 1969 e Jeremiah Johnson del 1972, andrebbero citati quasi tutti i film che ha fatto, ne ricorderò solo alcuni come The Candidate (1972), The Sting (1973), The Great Gatsby (1974), Three Days of the Condor (1975), The Electric Horseman (1979), Brubaker (1980), The Natural (1984)  Out of Africa (1985),The Horse Whisperer (1998), The Last Castle (2001), Our Souls at Night (2017) …

Addio Robert, per noi, come recita la traduzione italiana del film “The Natural”, sei stato “Il Migliore”.

THE GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_The Power, The Glory and the Hammer of the Gods.

The Toronto Star (August 3, 1977)

_Intervista a Cozy Powell – Kerrang! No. 14 (April 22 – May 5, 1982)

Cozy Powell interview Kerrang! No. 14 (April 22 – May 5, 1982)

Cozy Powell interview Kerrang! No. 14 (April 22 – May 5, 1982)

_La classifica dei migliori album tratta da Classic Rock Uk n.46 novembre 2002

Classic Rock Uk n.46 novembre 2002

Classic Rock Uk n.46 novembre 2002

_Physical Graffiti dei Led Zeppelin

Per il 50 esimo anniversario (si fa per dire, l’album uscì in febbraio) i Led Zeppelin fanno uscire un risibile LP con 4 pezzi dell’album in versione live (tratte dal DVD uscito nel 2023). Physical Graffiti, il secondo disco dei Led più venduto (solo negli USA 16.000.000 di copie), avrebbe certamente meritato qualcosa di meglio. 

Led Zep ad 1975 PG ad from Daily News ’75

Physical Graffiti advert 1975

GATTI ALLA DOMUS

Gli studi più aggiornati confermano che, anche per quanto riguarda i gatti, gli umani creano un legame unico alimentato dalla chimica del cervello. Non che per me sia una novità, ma che anche la scienza confermi questo è importante. Sono sentimenti profondamente radicati nel cervello e non solo nella routine quotidiana, come si legge in un recente articolo su La Repubblica dove la neuroscienziata Laura Elin Pigott della London Sounth Bank University espone il tutto. Legami dello stesso tipo di quelli che si hanno con figli, famigliari, amici, innamorati, etc etc. La neurochimica è davvero una meraviglia.

Sono decenni che lo vedo, dapprima col mio gatto Fidèl,

Fidel e Tim, Nonatown 2006 – autoscatto

poi con Palmiro – l’indimenticato coprotagonista di questo Blog,

Palmiro – primavera 2013 – foto TT

e oggi con Honecker e la Minnie,

Il Gattino Honecker – ott/nov 2023 – foto TT

Minnie, nuovo arrivo alla Domus settembre 2019 – foto TT

ma potrei dire lo stesso per la dozzina di gatti con cui ho interagito profondamente in tutti questi anni.

Lo sguardo di Honecker quando la sera lo porto su in casa è davvero eloquente; dopo una giornata passata a controllare i suoi territori, non appena mi vede mi viene incontro, si struscia sulle mie gambe, si fa prendere in braccio e si fa portare in casa. Mentre salgo le scale gira la testa e mi guarda, ed è uno sguardo che dice tutto, una cosa del tipo: “sì, sei proprio tu Tyrrell, il mio umano, e sì, ti voglio bene”. Fatto questo, naturalmente continua con la sua vita da gatto: svuota la ciotola con la sua cena e quindi si va a buttare sul divano per una bella dormita.

Honecker se la dorme – settembre 2025 – foto Tim Tirelli

Il riposo di Gianburrasca – settembre 2025 foto Tim Tirelli

I gatti, gli animali … sono meravigliosi.

FILM

_Il club dei delitti del giovedì (The Thursday Murder Club) – (ENG 2025) – TTT¼

Diretto da Chris Columbus il è l’adattamento dell’omonimo primo romanzo della serie scritta dall’autore britannico Richard Osman. E’ una commedia, genere che raramente frequento, ma essendoci Helen Mirren, una delle mie attrici preferite, non potevo esimermi. Gradevole.

_La Isla Minima (SPAGNA 2014) – TTTT

Gran bel giallo con Raúl Arévalo, nel ruolo di Pedro Suarez … degno uomo di blues. Profondo sud della Spagna, tra le paludi dell’Andalusia; inquadrature del paesaggio, anche dall’alto, davvero suggestive. la trama si snoda in maniera fluida e porta a galla con chiarezza la coscienza politica e sociale, il passaggio per un Paese dalla dittatura alla libertà non è mai semplice ed è sempre ruvido e aspro. Su Prime video.

Nel 1980, mentre è ancora in atto la transizione dal franchismo a una democrazia compiuta, due ragazze scompaiono in un piccolo villaggio andaluso delle paludi del Guadalquivir. Per cercare di risolvere il caso, vengono inviati da Madrid due ispettori della omicidi. Diversi per metodo e stile e animati da una diversa sensibilità, si troveranno ad affrontare ostacoli e situazioni a cui non sono preparati. Le indagini riveleranno una complessa rete di silenzi e insabbiamenti.

_Police (Francia 2020) – TTT¾

Abbandonarsi a film d’autore non USA risistema l’umore e nutre il cervello.

_L’ultima Vendetta (In the Land of Saints and Sinners) – (Irlanda, Stati Uniti d’America, Svizzera, Regno Unito, Francia 2023) – TTT¾

Vedi sopra (anche se lo zampino Usa comunque c’è). Con i grandi Liam Neeson, Ciarán Hinds e Colm Meaney. Irlanda 1974, un assassino in pensione viene coinvolto in uno scontro messo in piedi da un trio di terroristi IRA assetati di vendetta.

SERIE TV

_Detective Cormoran Strike  – stagione 6 (UK 2025) – TTTT+

Nuova stagione per il Detective Cormorano Colpo, serie tratta dai romanzi di Robert Galbraith, pseudonimo di Joanne Rowling ovvero l’autrice di Harry Potter. Un cuore nero inchiostro è una miniserie (la sesta) in quattro episodi. Anche stavolta Strike (Tom Burke) e Robin Ellacott (Holliday Grainger sono spettacolari. Serie per le donne e gli uomini di blues.

PLAYLIST

Il blues che torna di Count Basie e della sua orchestra – 1953

I Nazareth del 1973

Kate Bush l’acchiappanuvole (1985)

Una delle più belle del terzo album dei Van Halen (1980)

Sciocchezzuola di fine estate …

Sunshine, sunshine reggae, don’t worry, don’t hurry, take it easy!
Sunshine, sunshine reggae, let the good vibes get a lot stronger!

 

FINALE

Ultimi spicchi d’estate qui alla domus, domani arriva l’autunno e il giorno dopo il relativo equinozio,

Ultimi bagni di fine estate alla Domus – Settembre inoltrato 2025 – foto Tim Tirelli

mi preparo al cambio di stagione, mi tengo stretto, resto unito, non mollo e cerco di non passare troppo tempo nel “mio museo delle lamentazioni moderne” come diceva Philip Roth, d’altra parte Ever Onward, predicava il Dark Lord.

Blues Boy Tim – fine settembre 2025

Philip Roth “Portnoy” (1969 – Adelphi 2025) TTTTT+

14 Set

Philip Roth è stato, ed è tuttora, un gigante della letteratura nordamericana. Lo scoprii nella seconda metà degli anni Ottanta, quando ero ancora solo un ragazzo. Ma già allora sentivo una fame profonda di sapere, di ideali, di letteratura e, naturalmente, anche di musica rock di qualità.

Avevo un bisogno quasi viscerale di figure adulte a cui guardare, di mentori ideali. Roth lo divenne immediatamente, appena conclusi la lettura de Il professore di desiderio (1977). Quel libro accese qualcosa in me. Da lì fu un’immersione totale: Il lamento di Portnoy (1969), La mia vita di uomo (1974), e L’orgia di Praga (1985) si susseguirono rapidamente. Mi legarono a Roth in modo definitivo. E poi, ovviamente, venne tutto il resto, in particolare Pastorale americana (1997) e Nemesi (2010), due capolavori che confermarono la sua statura di scrittore epocale.

Il critico James Wood, con lucidità rara, scrisse:

“Più di ogni altro scrittore americano del dopoguerra, Roth ha scritto il sé — il sé è stato analizzato, blandito, deriso, romanzato, reso fantasma, esaltato, disonorato, ma soprattutto costituito dalla e nella scrittura.”

Un ritratto, a mio avviso, definitivo.
I romanzi di Roth sono infatti celebri per il loro tono intensamente autobiografico, per la capacità di dissolvere i confini tra realtà e finzione, e per l’audacia con cui interrogano — spesso provocatoriamente — le nozioni di identità, ebraica e americana.

Il lamento di Portnoy (ripubblicato da Adelphi con il titolo Portnoy) resta, a distanza di 56 anni, un’opera potentissima. Un romanzo che conserva una forza dirompente, capace di colpire ancora oggi con la stessa veemenza.

Lo lessi per la prima volta negli anni Ottanta, nell’edizione dei Tascabili Bompiani del 1988, tradotta da Letizia Ciotti Miller. Fu una rivelazione, un’esperienza letteraria che segnò per sempre il mio rapporto con la scrittura — e con l’identità stessa.

P. Roth Lamento Di Portnoy edizione 1988 Bompiani – foto Tim Tirelli

A tanti anni di distanza, il romanzo mi ha di nuovo impressionato — e travolto — con la stessa forza di allora.
La nuova edizione pubblicata da Adelphi, a cura di Matteo Codignola, è stata per me una rilettura sorprendente. Non è stato immediato abituarmi alla nuova traduzione: è certamente più aderente al mondo di oggi, con un linguaggio più diretto, spoglio di filtri e mediazioni.

Benché io non sia tipo da eufemismi — l’uomo di blues che sono preferisce parlare chiaro — ammetto che, in fatto di traduzioni, tendo a rimanere affezionato a quelle “del tempo che fu”. Tuttavia, riconosco al nuovo traduttore (che sia chiaro: ha fatto uno splendido lavoro) un approccio brillante, spigliato, e soprattutto fedele allo spirito dell’originale.

Un esempio emblematico: il titolo del capitolo IV.
In inglese, si intitola Cunt Crazy.
Nella traduzione italiana del 1988, divenne La fissazione.
Oggi, finalmente, si ha il coraggio di restituire il tono e la forza dell’originale: Pazzo per la figa.
Una scelta forse spiazzante, ma indubbiamente centrata.

La sinossi della nuova edizione riassume alla perfezione lo spirito del libro:
un monologo travolgente del protagonista, Alexander Portnoy, sospeso tra una seduta psicoanalitica senza censure e la più scatenata stand-up comedy mai trascritta su pagina. Un flusso inarrestabile, brillante, grottesco e irresistibile, da cui si esce barcollando.

Sì, Portnoy è ancora oggi capace di provocare vertigini.
Di piacere letterario — e non solo.

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https://www.adelphi.it/libro/9788845940118

SINOSSI

«Questo libro rischia di provocare un secondo Olocausto» scrisse all’uscita di Portnoy uno studioso generalmente posato come Gershom Scholem. La profezia fortunatamente non era fatta per avverarsi, ma è difficile negare che da allora il monologo di Alexander Portnoy abbia investito, e travolto, tutto quanto ha incontrato sul suo cammino. A cominciare dalle abitudini dei lettori, e dalla loro percezione di cosa possa, e soprattutto non possa, raccontare un libro. Poi, gran parte delle idee ricevute sui cosiddetti rapporti fra maschi e femmine, su noialtri quaggiù e le varie forme che diamo all’entità lassù. La vertigine comincia subito, quando chi legge pensa di affrontare il resoconto senza censure di una seduta analitica – cosa che, molto più di quanto si pensi, è vera – e si ritrova in mano un tipo diverso, e almeno altrettanto scabroso, di materiale: quello della standup più divertente e irrefrenabile mai messa sulla pagina; da cui si esce barcollando, e senza essere certi di volerne veramente uscire. Dopo molti anni, e infinite repliche, lo spettacolo aveva però bisogno di un nuovo allestimento, che qui presentiamo invitandovi alla prima.

Prima di assumere la sua forma attuale, il materiale di Portnoy è stato varie altre cose – fra cui un commento parlato alle diapositive di zone erogene illustri, che Kenneth Tynan avrebbe voluto inserire nel suo celeberrimo e allora sacrilego musical Oh, Calcutta! Solo dopo lunghi ripensamenti il monologo ha finito per diventare, nel 1969, il quarto libro di Philip Roth (1933- 2018). Quello della sua consacrazione (o sconsacrazione): e anche quello da cui, inevitabilmente, Adelphi comincia la pubblicazione di tutte le sue opere.

Philip Roth 1967 – Foto di Bernard Gotfryd
 Fonte: Library of Congress Prints & Photographs Division
“No known restrictions on publication”.