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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

28 Ago

di Tim Tirelli

Dalla finestra osservo Milano, mi pare sempre la stessa sebbene si dica che sia in continuo cambiamento. Dovrei seguire con maggior attenzione la riunione a cui sto partecipando, ma visti gli ultimi avvenimenti della mia vita sembra non importarmi più un cazzo di nulla. Io sono costituito da tre uomini diversi: Stefano il più riflessivo, Ittod quello guidato dalla furia iconoclasta e Aramis il giusto compromesso tra i due. Da quando ho rotto con Michela, Ittod è spesso al timone.

Sono nella sala riunioni dell’etichetta per cui incido, insieme a Fabio Codeluppi, cantante Hard Rock di Reggio Emilia, e la mia avvocata e advisor (va beh, la mia consigliera) Bianca Baraldi. L’etichetta se ne è uscita con l’idea di mettere insieme me e Fabio e farci fare un disco in inglese di un rock alla Led Zeppelin con relativo tour europeo (che per quelli del nostro livello significa in massima parte qualche data in festival di seconda fascia in cittadine di nazioni spesso periferiche). Conosco Fabio da tempo, è un cantante che apprezzo molto, mi sono sempre trovato bene con lui, ma un conto è una ospitata ogni tanto ai concerti dell’uno o dell’altro, un conto è lavorarci insieme, dopotutto è un cantante e non bisogna aspettarsi mai troppo.

Non appena il progetto ci è stato prospettato ho voluto capire se dal punto di vista compositivo e comunicativo potevamo davvero lavorare insieme, così ci siamo trovati da me alcune volte e la cosa è andata meglio del previsto. Avevo già pronti riff e sequenze d’accordi e su quelli abbiamo lavorato, è così che i pezzi si sono materializzati. Abbiamo dovuto lavorare di cesello sui testi, usando l’inglese è facile sorvolare sull’accuratezza della lingua e sul contenuto degli stessi, sebbene il progetto sia stato messo in piedi a tavolino non voglio in nessun modo produrre un lavoro che non sia pienamente soddisfacente.

L’offerta fattaci è allettante, non tanto dal punto di vista musicale quanto da quello economico, e con lo stato d’animo con cui convivo da settimane della purezza d’intenti me ne sbatto. E’ stato difficile comunicare a Penny e a Giovanni che per sei mesi dovremo mettere in stand by il nostro trio, non l’hanno presa benissimo, ma nel fango spirituale in cui mi ritrovo alla fin fine è solo una delle tante spine conficcate nell’animo.

Il presidente dell’etichetta insiste sulla bontà dell’operazione e benché si stia parlando di musica spesso l’aziendalese prende il sopravvento, i termini schedulato (pianificare, programmare) e mandatorio (nel senso di obbligatorio) sono pugni nello stomaco, l’uso spropositato di parole inglesi è insopportabile, il fastidio cresce, fatico a restare zitto, ma devo, perché poi mi rendo conto che anche noi musicisti o appassionati di musica Rock utilizziamo in gran quantità vocaboli inglesi: riff, groove, lick, delay, chorus, refrain, etc etc. Tengo duro fino a quando non ci fanno vedere i video dei due musicisti da affiancarci a cui avrebbero pensato: due pseudo session man del giro metal della bassa Lombardia.

“Scusate, se siamo qui a parlare di questa cosa è perché alla fin fine interessa a tutti, ma per quanto mi riguarda ci sono limiti che non voglio oltrepassare. Un bassista con un Warwick a 5 corde chiaramente influenzato dal metal e dal funky e un percussionista con una batteria con il doppio pedale, quattro tom, il piatto china e ammennicoli vari con l’Hard Rock che intendo io non c’entrano nulla. Se la strada deve essere questa non vi faccio perdere altro tempo, lasciamo stare perché per quanto mi riguarda non è la visione corretta delle cose”.

Fabio sorprendentemente interviene subito con il fermo proposito di mostrarsi accondiscendente con il mio pensiero e di stemperare eventuali frizioni con l’etichetta. È chiaro che è molto interessato al progetto e felice di questo connubio.

“Va bene Aramis, immagino tu abbia nomi da proporre…” dice il presidente dell’etichetta.

“Scartati la Bondavalli e Ferrari per ovvie ragioni, ho in testa tre musicisti delle nostre parti: Ellade Giusti al basso Fender Jazz, Martino Costa alla batteria Premier a due Tom anche se vorrei usasse una Ludwig a un tom e Federico Corradi alle tastiere Nord Stage. Prima che interveniate vi dico subito che sono tutti amici miei, ma sono convinto che siano i musicisti adatti per creare un gruppo degno di questo nome”.

“Facciamo così” mi dice Fumagalli, presidente della casa discografica ”fate qualche prova con questi tre, magari preparate i pezzi che dite di avere già, poi affittiamo per una sera uno studio o un locale della vostra zona e vengo a sentire, magari insieme ad un produttore”.

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Sono le 23,30, io, Ellade, Martino e Federico siamo in una sala prove di San Faustino di Rubiera ancora in attesa di Fabio. Avevamo appuntamento alle 21, tengo Ittod a distanza, lascio che Aramis e Stefano conducano la cosa, altrimenti rischio di mandare tutto a ramengo. Sapevo che avere a che fare con i cantanti è problematico, ma mi era sembrato che Codeluppi fosse molto preso dalla cosa e di conseguenza pensavo si sarebbe presentato puntuale. Per evitare perdite di tempo con gli altri provo i primi due pezzi e un paio di cover tanto per dare un senso alla serata, brani che noi quattro avevamo già affrontato durante le prime sedute informali a casa mia. Alle 23,50 arriva Fabio, in moto e accompagnato da una ragazza. Ittod scalpita, vorrebbe mandarlo a fare in culo, ma Stefano prende il sopravvento e fa in modo che almeno per un’oretta si possa provare e capire se siamo davvero fatti gli uni per gli altri.

All’una capisco che potenzialmente siamo un signor gruppo Rock. Somebody To Love e Innuendo dei Queen mi colpiscono, a parte qualche cosetta da sistemare paiono già pronte per essere proposte dal vivo. Mica roba da tutti.

Proviamo anche Whole Lotta Love, senza tastiere, e il risultato è doppiamente soddisfacente: non sembriamo affatto la solita band di metallari che approccia il pezzo con sonorità, intenzioni e parti sbagliate. Rifare brani dei Led Zeppelin è difficilissimo, non solo per le parti strumentali in sé e per il cantato, ma anche e soprattutto per il senso generale che i quattro britannici seppero dare alla loro musica rock. Ricreare in studio o dal vivo quell’intenzione, quel groove, quella magia è davvero complicato, questa è una delle mie ossessioni, non voglio assolutamente diventare uno di quei gruppi macchietta dai suoni e dagli approcci sballati.

I primi due pezzi nostri poi, The Garden e The Front Door, mi entusiasmano. Fabio li canta molto bene, Ella e Marti sono entrami bravi nel costruire la giusta corrente ritmica e Fede è magistrale nel creare gli abbellimenti che caratterizzano i pezzi.

Fede proviene dalla classica e da quello che oggi viene chiamato prog, non è uno da tappeti musicali che, come sappiamo, sono da evitare come la peste, e capisce perfettamente il ruolo che deve avere all’interno di un progetto Rock in senso stretto. Ci conosciamo sin da quando eravamo bimbetti, la nostra sintonia è totale, Fede è carne della mia carne, siamo diversi ma complementari.

Prima di lasciarci Ittod spinge Aramis a dire due cosette a Fabio: “Vecchio, la prossima volta puntuale, altrimenti non avremo un gran futuro. Ok Fab?” “Ok Ari, Ricevuto!”

Seguono due settimane di prove serrate, qualche scazzo, qualche insofferenza da parte mia, ma Fede, Marti e Ellade sopportano con stile, sanno come sono i chitarristi della mia specie. Fabio è uno che ne ha viste di tutti i colori nell’ambiente del Rock e dunque non si scompone più di tanto davanti a certe mie idiosincrasie rispuntate fuori da quando Michela è diventata un buco nero nella mia testa.

Fumagalli – venuto già tre volte a controllare la situazione – quasi ogni giorno mi sottolinea la sua soddisfazione. Avendo a che fare con gruppi e artisti di livello più alto del nostro (parlando di mero successo di vendite) si è sorpreso che anche in questo caso come già accaduto con gli ARA, il gruppo sia – a detta sua – micidiale. Fumagalli è un discografico e un imprenditore, deve restare focalizzato sull’aspetto “finance” della sua azienda, ma è uno che sa cosa è il Rock e come va suonato e prodotto. Nella sua scuderia diversi sono i nomi di successo che, come direbbe il mio amico Riccadonna, “rockeggiano di comodo e si limitano a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare musichetta diretta a un certo tipo di pubblico a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano”, Fumagalli li coccola e li fa sentire importanti visti i risultati in termini di profitti che portano a casa, ma è perfettamente conscio che il Rock dovrebbe andare al di là di certi luoghi comuni.

Fabio forse metterebbe più enfasi nel nostro progetto, ma io sono risoluto nel seguire il bon ton musicale che da sempre cerco di mantenere.

Decidiamo di registrare all’Esagono di Rubiera, siamo tutti della zona, i costi di trasferta si annullano, lo studio ha un’ottima nomea e conosco uno dei soci avendo già usato questa struttura in passato.

Il primo giorno la noia ha il sopravvento, come al solito; si sistemano gli strumenti, si ricercano i suoni giusti, si prova ad entrare in sintonia con lo studio e i tecnici. Regolare la batteria è sempre la cosa più pesante, tempo che sembra infinito viene speso a picchiare sui singoli tamburi nell’illusione di trovare il giusto sound. Registriamo in diretta, perlomeno chitarra ritmica, basso e batteria; cantato, tastiere e le altre chitarre verranno aggiunte in un secondo momento.

Quattro giorni e le basic track sono pronte, altri otto per il resto. Nella prima seduta giornaliera che lo prevede in pista Fabio si scalda la voce canticchiando scale maggiori, vocalizzi che mi fanno scuotere la testa, il producer scelto da Fumagalli perché ci affianchi nella produzione ridacchia in silenzio ogni volta che vede le mie espressioni facciali. Ci sono momenti magici, come l’improvvisazione finale di Rum Service tra me, Ellade e Martino, la perfetta sintonia tra la mia chitarra acustica e la voce di Fabio in Copenhagen Rain, la maestria di Fede in Blue Mill, le grasse risate durante le ore piccole, sebbene in definitiva io non riesca ad entrare nel mood scherzoso che spesso hanno gli altri. Le session comunque giungono alla fine, dodici giorni in totale, a cui si aggiungono altri quattro giorni per il missaggio e un’altra giornata per il mastering. Durante questa ultima fase Fede e Martino fanno capolino raramente. Ellade, io, Fabio, Ferra (il responsabile dello studio) e il produttore siamo invece sempre presenti. Probabilmente avremmo potuto impiegare meno tempo, ma Fumagalli ha preferito spendere qualcosa in più per avere un missaggio molto professionale.

Finito il mastering, consegniamo il master alla casa discografica su vecchi nastri digitali sulla cui etichetta frontale sono riportati i titoli delle canzoni nella giusta sequenza:

The Ouverture

The Garden

Wanton Woman

Rum Service

The Front Door

Blue Mill

Last Night In New Orleans

Copenhagen Rain

Due giorni dopo siamo tutti presenti allo shooting fotografico nelle campagne intorno a Castellazzo, qualche chilometro a est di Reggio Emilia. Il nostro amico Athos Bottazzi, fotografo rinomato della zona, ci riprende in mezzo a prati d’erba lunga, l’effetto è un po’ foto promo dei Led Zeppelin a Knebworth e temo sia tutto voluto. Il più degli scatti ritraggono me e Fabio, alcuni altri tutti e cinque. Peccato che Athos non abbia portato una spogliarellista per allietarci come successe nel 1979 nei campi di Knebworth. Gli chiedo di fare qualche scatto anche ai vecchi edifici nei dintorni: barchesse, caselli, vecchie corti di campagna.

Arriva il giorno dello Showcase al Voodoo Cabinet di Bologna. Ci sono i nostri discografici, giornalisti musicali, fotografi, qualche amico e i soliti imbucati.

Benché non si sia mai suonato dal vivo, siamo tirati a lucido, pronti e con la giusta cazzimma. Poco meno di un’ora passata a proporre gli otto brani dell’album, le due cover dei Queen e Think About It degli Yardbirds (versione Aerosmith).

Fumagalli viene a farci i complimenti, poi porta me e Fabio a rispondere a qualche domanda dei giornalisti e a farci fotografare dai pochi fotografi presenti. Qualche battuta anche per una televisione locale.

Segue rinfresco… prosecco, tartine, frutta. La gente ride, beve, corteggia.

Giovanni e Penelope sono voluti venire a vedere la mia nuova band, mi fanno i complimenti per la proposta, a Penny è piaciuta particolarmente. Mentre parlo con loro inizio a sentirmi strano, sento dentro di me ondate che salgono dai piedi alla testa, avverto un peso sul petto, il viso mi formicola. Provo a bere acqua, a ingoiare un po’ di zuccheri, a cercare di capire se è un malessere passeggero, ma l’orribile turbamento persiste. Prendo la mia bassista da una parte: “Penny portami a casa, non mi sento bene”. “Cosa? Ma sei sicuro? Che hai?” “Penny, portami a casa!”.

In macchina, Penny guida veloce in direzione Milano, io sono sul sedile accanto a lei. Dietro, Giovanni ci segue con la sua auto. All’altezza di Modena chiedo a Penny di chiamarlo e di dirgli che vada a casa, che la crisi è passata.  Non è vero. Mentre ci avviciniamo a Reggio chiedo a Penny di puntare verso il pronto soccorso. E’ una donna tosta, mantiene i nervi saldi, aumenta la velocità, e dire che già sfrecciamo sulla tangenziale. Sono le due di notte, entriamo in città, io ho la faccia fuori dal finestrino, fatico a respirare, provo una sensazione di morte, il cuore batte come un tamburo, quella che penso essere la pressione sanguigna provoca una burrasca dentro di me, non mi sono mai sentito così, l’ansia e l’angoscia pervadono il mio spirito, il raziocinio è ancora in funzione, ma è offuscato, ho dei mancamenti a cui però resisto.

Davanti al desk del pronto soccorso descrivo per sommi capi quello che mi sta capitando. La giovane infermiera mi fa accomodare in uno stanzino lì accanto per il triage. Dopo la rapida valutazione della condizione clinica mi fa stendere su una barella e mi parcheggiano in una sorta di sala d’attesa. Penny mi è accanto. “Scusa, ti faccio perdere la nottata” le dico.

Verso le 3:30 mi vengono a prendere e mi portano in un ambulatorio. La dottoressa guarda gli esami, mi visita, mi espone tutto con chiarezza, si è trattato di un attacco di panico o di qualcosa di simile e mi liquida con un perentorio: “Signor Rinaldi, non deve farsi prendere dal panico, dall’ansia, la vita va affrontata in maniera decisa”. La sua è quasi una ramanzina.

Vorrei dirle due cosette a tal proposito, in una circostanza diversa non avrei accettato una reprimenda del genere ma sento che il suo discorsetto mi fa bene, dunque annuisco ed esco sollevato.

Una volta a casa Penny mi chiede se preferisco che rimanga a dormire da me. “Avviso Stefano, se ti senti più sicuro rimango, non farti problemi”. Stefano è il suo compagno, sa che tipo di rapporto abbiamo e sono sicuro che non farebbe problemi, ma la ho già disturbata abbastanza. “Vai pure Penny, grazie mille. Il peggio è passato, era solo panico, adesso mi metto tranquillo. Domani chiamo il mio medico, tutto è sotto controllo ormai”

La fine della storia con Michela ha riportato a galla un lungo e doloroso blues proveniente dalla mia vita passata, echi di ciò che ci si insegnano sin da piccoli, un rapporto duraturo, un matrimonio, figli, una famiglia tradizionale … peccato che io non sia mai stato un tipo da quel genere di cose, sebbene un paio di volte ci avessi creduto; la fine di quelle storie risale e mette scompiglio, ferite che pensavo rimarginate si riaprono all’improvviso, rigurgito blues su blues, cado in ginocchio e rifletto tutto sulla figura di Michela. Senza di lei sembra proprio io non riesca andare avanti. E’ la idealizzazione di una figura femminile che non esiste, di rapporti che non sono mai stati così, ma ai quali ogni tanto si torna a pensare, esattamente come canta Vasco Rossi in alcune sue canzoni, soprattutto nei primi album, una figura femminile o perlomeno un concetto di donna da cui ancora il mio conterraneo non riesce a sganciarsi del tutto.

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E’ mattino, scendo in campagna, mi sento rinfrancato ma sono stanchissimo, la crisi di ieri mi ha lasciato quasi senza forze. Il fresco di questa mattina d’inizio settembre mi ritempra, il medico mi ha detto di non preoccuparmi, valori ed esami sono pressoché perfetti, mi ha consigliato di prendermi qualche giorno di vacanza e mi ha prescritto il Lexotan in caso sentissi arrivare altri momenti di difficoltà, soprattutto durante l’imminente tour. Preso dalla fustinella prenoto una mini vacanza di cinque giorni alle Baleari, a Minorca, vengono con me Penny, Stefano, Giovanni e Sonia (non c’è niente da fare, il trio ARA è davvero compatto). All’ultimo minuto si aggiunge anche Ellade.

Qualche giorno prima di partire mi accorgo che verso sera un animale entra ed esce dalla finestrella del garage spiccando salti notevoli, dapprima non capisco cosa sia, ha una andatura strana, sembra molto agile, deve essere senza dubbio un gatto ma ha qualcosa di particolare. La terza sera si affaccia alla finestrella, ha il manto a più colori, dunque è una gattina, deve avere sei, sette mesi, ha la coda mozzata. Come fatto le due sere precedenti le riempio la ciotola col cibo che mi sono procurato, questa volta non scappa, freme dalla voglia di avere un legame, è indecisa, impaurita, ma sembra sapere che se trova l’umano giusto per lei è fatta. Mi avvicino alla finestrella, lei si fa avanti da dietro la tenda e finalmente viene a fare sturlino con me e appoggia con forza il suo muso al mio. Contatto. Inizia le fusa ma poi scappa via. Prima di partire chiedo alla mia vicina di darle da mangiare e da bere nei giorni in cui non ci sarò.

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I giorni passano lieti, aeroporti organizzati, hotel sulla spiaggia, mare bellissimo, spiagge attrezzate e tranquille, mojito sorseggiati al tramonto, un balsamo per l’anima.

Il penultimo giorno della mia breve vacanza, Michela mi manda un messaggio per chiedermi se può andare a ritirare le sue cose a casa mia. Verso sera le scrivo un messaggio per sincerarmi della cosa;

“Hai fatto? Trovato tutto?”

“Sì, sono venuta stamattina, fatto tutto, ma sono ancora qui …” mi risponde.

“Qualcosa non va?”

“No, tutto a posto, sto passeggiando per i campi, mi sto preparando ad abbandonare con gli occhi Roncadella …”

Una lancia mi arriva nel costato.

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Rientro a casa il giorno successivo, mi pare di sentire ancora il profumo di Michela nelle stanze. Scendo in cortile, la gattina mi corre intorno e si ferma ad un metro da me, poi salta sul davanzale della finestrella e resta lì in attesa. Le vado vicino, si strofina contro la mia faccia, è fatta, mi ha riconosciuto. Si lascia prendere, mi guarda con occhi sbalorditi mentre la porto in casa. Entra titubante, le preparo una ciotola d’acqua e una di cibo, sistemo la lettiera e mi preoccupo bene di farle capire dove è posizionata. Ha una struttura inusuale, sembra un felino portato per l’atletica, dopo una veloce ricerca in internet capisco che è una gattina tortoiseshell (a guscio di tartaruga), gatte (molto raramente sono maschi) con colorazioni di pelo assai particolari, questa lo ha di una miscela crema, blu, fulvo e lilla. Alcuni individui di questo tipo di gatti mostrano un’agilità molto marcata, ed è proprio il caso di Minnie, che chiamo così visto che sono appena tornato da Minorca.

Inizia il tour, tre date warm up in Lombardia e poi apparizioni in festival rock (o meglio, metal) europei: Repubblica Ceca, Fiandre, Germania, Danimarca, Finlandia, Estonia, Russia, Austria, Croazia, Spagna e Portogallo.

L’ufficio Media dell’etichetta sembra aver fatto un gran lavoro, l’album viene reclamizzato su molte riviste del settore, tra cui un paio di famosi magazine inglesi le cui recensioni sono fin troppo generose: quattro stelle e quattro stelle e mezzo su cinque. Questo genera un buon interesse intorno al progetto CodRei, Codeluppi-Reinhardt.

Ci si sposta con un tour bus Iveco New Car da diciotto posti, in cui riusciamo a fare stare sia le nostre valige che l’attrezzatura e la strumentazione. Oltre a noi cinque, l’autista, il nostro referente della casa discografica, Teresa (fonica/tour manager), un tecnico da palco tuttofare e il mio amico Mino Scopelliti, assistente del gruppo e figura fondamentale per tour di questo livello.

L’Over Europe Tour, come ho richiesto fosse battezzarlo, dura tre settimane, si suona ogni due giorni, si viaggia dalle sei alle otto ore al dì, poi albergo, cena, di nuovo albergo. Il giorno seguente ci si reca sul posto del concerto di buonora per dare in consegna all’organizzazione del festival la nostra strumentazione, un veloce soundcheck e, a seconda dell’ora della nostra esibizione, ritorno in albergo o giro nella città più vicina. Nei trasferimenti gli autogrill diventano posti dove si passa parecchio tempo ed è da quelli che capisci di essere davvero on the road.

Essere uno dei tanti nomi dei festival non è il massimo dal punto di vista della logistica, ma in nord Europa sembrano tutti molto organizzati e con l’aiuto di Teresa, che è una forza della natura con grande competenza e grande spessore umano, tutto fila via senza grandi impicci. Anche Mino si rivela figura basilare per tour di questo tipo, lui e Teresa hanno una lunga esperienza, uno viene da Roma, l’altra dalla Sicilia, hanno lavorato persino negli Stati Uniti, sanno cavarsela in qualunque situazione.

The Garden è il brano su cui ha puntato la casa discografica e infatti quando lo suoniamo il pubblico sembra riconoscerlo. Il nostro set deve durare 45 minuti e dunque proponiamo sei nostri pezzi e due cover da scegliere di volta in volta dal materiale che abbiamo preparato. Per quanto riguarda le cover di solito abbiniamo Think About It a Innuendo e Somebody To Love a Whole Lotta Love. Ci vengono richiesti altri pezzi dei Led Zeppelin, ma non mi voglio trasformare in una tribute band, così resistiamo il più possibile e solo verso metà tour finiamo per aggiungere alla scaletta Shapes Of Things degli Yardbirds (ma nota anche per le versioni di Jeff Beck e Gary Moore) e In The Evening dei Led Zeppelin.

Dopo i concerti, mentre si ritorna verso il bus, di solito alcuni spettatori vengono a chiedere di fare una foto insieme, io non mi rifiuto mai anche perché noi non siamo nessuno in Europa e inoltre non voglio fare l’altezzoso. Qualche anno fa vidi a Milano gli UFO, dopo il concerto mi intrattenni con Andy Parker, il batterista, mentre gli altri non si fecero vedere; notai tuttavia che Paul Raymond, il tastierista, era uscito dal locale e stava giusto tornando nel backstage così lo chiamai, mi sarebbe piaciuto stringergli la mano e dirgli quanto gli album Lights Out e Strangers In The Night fossero importante per me. Paul si voltò un istante, gettò un’occhiata e con fare snob corse a chiudersi in camerino. Ora, magari era girato male e avrà avuto i suoi motivi, ma avrebbe dovuto ricordarsi che sì, aveva appena fatto un buon concerto, ma davanti a 175 paganti.

In alcune occasioni partecipiamo a dei party semi improvvisati con altri gruppi in scaletta, in massima parte sono musicisti del mondo metal e dunque non ho modo di interagire davvero, dato che provengo da un background  differente. Fabio invece in quel giro ci sguazza, a tal punto che quasi ogni sera si porta in albergo una ragazza diversa. Avrei un paio di occasioni anche io, ma rinuncio senza troppa fatica.

Farsi l’Europa in lungo e in largo su un bus è stancante ma in qualche modo gratificante, vorrei essere in un mood diverso e godermi il tutto con più leggerezza, ma vista la situazione vado avanti come meglio posso.

Il tour sembra scivolarmi addosso, cerco di dare tutto me stesso ma nulla mi rimane davvero nell’anima. Tuttavia sono contento del risultato, nonostante sia un progetto nato a tavolino lo spettacolo che proponiamo penso non sia davvero male e in più tutto fila liscio, o quasi. In Russia abbiamo qualche battibecco con i tecnici del palco dell’organizzazione, in Repubblica Ceca e in Spagna con un paio di altre band in scaletta, ma Teresa e Mino ci tengono lontani dal casino, volano spintoni e parolacce, Fabio rischia di venire coinvolto e di fare a botte, ma poi tutto si placa.

Le recensioni che leggo in internet sono positive, dai filmati che vengono caricati su youtube noto che le nostre performance sono ottime e che ci si distingue dalla cascata di metallo che gli altri gruppi propongono. Fumagalli mi chiama quasi ogni giorno e mi informa che il disco si vende bene, a tal punto che anche la seconda ristampa è quasi esaurita e che non si aspettava numeri del genere in così poco tempo. Sono contento, ma non mi faccio prendere dall’euforia, stiamo parlando perlopiù di paesi in cui arrivi al disco d’oro con cifre bassissime; sono ormai lustri che di dischi se ne vendono pochi, ma il fatto che ci sia ancora un mercato (per quanto ci riguarda diviso a metà tra compact disc e long playing) che porti a stampare 50.000 copie di un album di una nuova band (benché i due membri principali siano conosciuti in Italia e in Svizzera) è un risultato notevole.

Torniamo in Italia, una settimana di riposo e poi la parte di tour che copre lo Stivale e Svizzera. Mino e Teresa tornano al sud, ci si rivedrà tra sei giorni per il nuovo rendez vouz.

Non appena Minnie mi vede mi corre incontro e si butta a terra per farsi coccolare. Meno male che ho lei, restare nella grande casa da solo sarebbe stato insopportabile. Dopo la doccia un salto alla Coop per fare un po’ di spesa e di nuovo a Roncadella per il meritato relax. Le campagne non sono silenziose, le vendemmiatrici automatiche sono all’opera, ed è una sofferenza per me vedere i battitori delle macchine che scuotono le piante fino a seicento volte al minuto e che lasciano le viti in pessime condizioni. Certo, è il progresso, vendemmiare a mano oggi ha costi diversi, ma la poetica della vendemmia che ho vissuto da bambino proprio su questi terreni è ancora parte di me, non posso farci nulla.

Anche Penny abita in campagna e cenare da lei nell’aia mentre il sole va giù è una benedizione per il mio animo. Con noi naturalmente anche Stefano, i gatti che vivono con loro, Giovanni e Sonia. Non vedo l’ora di terminare il tour di CodRei e di ripartire con gli ARA. Chiedo loro come va il progetto in cui li ho coinvolti, ovvero suonare con il mio protégé Tanglewood Talent Boy Ascari, il giovane chitarrista pieno di talento che ho scoperto lo scorso gennaio e che dopo avermi conosciuto si è in qualche modo dato al blues, ha cambiato nome d’arte e viene spesso da me per farsi raccontare questa musica rurale e conoscere nuovi nomi tra i vecchi esponenti del blues del Delta degli anni venti e trenta del secolo scorso, genere che prima non seguiva e che ora ha iniziato a riconsiderare e a studiare. Lui viene dal Jazz con tanto di laurea triennale in chitarra, arrangiamenti e composizione conseguita al Conservatorio Statale di Musica Frescobaldi di Ferrara e per di più predilige la musica acustica solare tipo west coast californiana, il soul moderno, oppure pop del tipo Alicia Keys, ma essendo stato folgorato dal senso del blues che sfoggiai in un concerto degli ARA, volle conoscermi, frequentarmi ed ora si definisce mio discepolo. L’idea sarebbe di produrre artisticamente un suo album e far sì che le sue influenze si intersechino sul cammino blues che sembra aver intrapreso, dunque di non fargli fare né il solito blues bianco ormai consunto, né il solito Jazz, né il solito pop. La mia idea sarebbe quella di fargli suonare con una Gibson Les Paul Traditional collegata ad un Marshall Bluesbreaker, attrezzature a lui apparentemente distanti, una miscela delle influenze di entrambi. Alcuni brani originali scritti a quattro mani (o meglio alcune sue cose risistemate da me), un paio di cover arrangiate in modo particolare di Con Il Nastro Rosa di Battisti e di Musica Musica di Pino Daniele e cose del genere, insomma musica italiana al contempo verace e raffinata, passionale e ben prodotta. In attesa che prenda corpo la possibilità di registrare un disco, ho “prestato” Penny e Giovanni a Talent Boy per un mini tour in locali della nostra regione. Penny e Gio si dicono soddisfatti, il mix di canzoni d’autore, pop e bluesrock suonato col Marshall sembra funzionare.

Ritorno a casa, una doccia e mi metto a letto. Minnie, rientrata con me, salta sul mio petto, struscia più volte il muso sul mio mostrando gratitudine e affetto, poi viene a sdraiarsi di fianco a me, la testa appoggiata al mio petto e le fusa in modalità on. L’interazione tra due mammiferi di specie diverse sperduti su un pianeta sito nel buco del culo del mondo è una faccenda davvero speciale.

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Sono seduto ad un tavolo nella mia pizzeria preferita, il Pizzikotto di Viale Gramsci a Reggio Emilia, medito sui soliti blues in attesa che mi portino la pizza Regina e la nove luppoli bianca che ho ordinato. Sono di casa qui, Antonio e Giuditta – due delle figure della pizzeria con cui sono più in confidenza- si accertano che tutto vada bene e che sia okay il fatto che un paio di ragazzi siano venuti a chiedere di farsi un selfie con me. Non sono cose che capitano spesso, giusto ogni tanto e sono sempre disposto a farlo, anche quando sono di malumore. Il tavolo in cui sono è in posizione centrale, accanto alle fioriere che dividono in due parti la grande veranda e di fronte alla porta che dal locale interno porta alla veranda appunto. Alzo leggermente lo sguardo dal cellulare e vedo entrare due lunghe gambe infilate in stivali di camoscio greige, mi si ferma il cuore, alzo lo sguardo e incrocio quello di Michela che sta entrando insieme a due amiche.

Un po’ in imbarazzo si ferma un momento “Ciao Ste, come va?”

“Bene, bene. Tu sei a posto?” le chiedo. Sorride in maniera enigmatica. Altri due convenevoli e va a sedersi nella tavolata di amiche alla mia destra. Mi impongo di non guardarla, metto via il cellulare e apro il libro che ho con me. Poco dopo torna al mio tavolo.

“Uh, George Orwell, La Fattoria degli Animali … sempre letture poco impegnative le tue” dice sperando di essere simpatica e di rompere il ghiaccio, ma in serate come queste non sono esattamente propenso alla conversazione, figuriamoci poi con lei. “Come stai Ste, ti vedo di malumore. Ho chiesto un po’ in giro ai tuoi amici ma nessuno mi dice niente. Lo so che non ti importa più nulla, ma mi dispiace… mi dispiace tantissimo.”. La guardo negli occhi un momento e sento un’onda di emozioni che mi travolge e mi scuote con forza … per fortuna arriva la pizza.

“Le cose accadono Michela, e noi non possiamo che adeguarci.”

“Avrei bisogno di parlare con te ma so che non capiterà, quindi … magari non è una buona idea farlo ora, ma vorrei dirti che Giorgia mi ha poi confermato che quella sera non ho fatto tanto, che ero parecchio brilla e che oltre qualche interazione con lei e poco altro non sono andata. Ecco volevo tu lo sapessi.”

Non abbassa gli occhi, sembra costernata ma non vuole la parte di Maria pentita.

“Come mai sei qui stasera?”

“Esco spesso con le amiche adesso, non ho nessuno e …”

“Sì, ma perché proprio qui, sai che è uno dei miei posti …”

“Perché speravo di incontrarti, vengo quasi tutte le settimane… va beh, ci hanno portato le pizze, vado al tavolo. Ciao.”

Chiedo la crema catalana e un sorbetto al mandarino. Scambio due battute con Antonio, sempre gentilissimo e attento ai desideri del cliente, e mi godo come sempre i suoi lineari motti di spirito e il suo accento partenopeo. Nemmeno il tempo di alzarmi per andare a pagare che Michela si avvicina accompagnata da una sua amica.

“Scusa Ste, Ilaria chiede se è possibile fare una foto con te. Ha due dei tuoi album …”

“Ma certo. Ciao Ilaria.”

“Ciao Aramis, scusa il disturbo ma ci tenevo ad avere una foto con te e a dirti che Quel Che Cantai è una canzone bellissima e che tutte le mattine canticchio La Sveglia.”

“Se molto cara, non sai che piacere mi faccia sentirlo, le mie canzoni sono tutto per me”.

Michela scatta, Ilaria si stringe a me, il risultato è una foto che ritrae due persone in intimità.

“Perfetta, così posso far intendere che ti conosco bene” e conclude la frase con una bella risata.

Michela mi stringe un braccio, io faccio il mio solito ghigno alzando e stringendo il lato destro della bocca e vado alla cassa.

Il Tour Italiano e Svizzero si protrae per altre tre settimane, quello che mi colpisce è la mancanza di spinta emotiva, sul palco cerco di dare tutto quello che ho, ma una volta sceso fatico a godermi il momento. Fumagalli mi ha già prospettato un secondo album, ma non credo di essere dell’idea, malgrado Ellade, Fede e gli altri siano amici con cui mi trovo bene, voglio tornare alle mie canzoni in italiano, al mio trio, voglio essere libero di sgattaiolare tra i generi, di fare pezzi di Johnny Winter, dei Bad Company e di chi cavolo mi pare, ma intanto devo finire il tour di CodRei con tutte le sue storielle di ordinaria Rockeria.

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Rimango in un angolo della grande stanza adibita a camerino unico, passano di qui tutti i gruppi che si susseguono al Festival di Levizzano che si tiene al castello. La location è suggestiva, la serata di fine estate è fresca. C’è un che di cameratismo tra tutti i musicisti che entrano ed escono dalla stanza, sembriamo tutti compagni d’arme. Ci sono musicisti che, accompagnati dalle loro mogli o ragazze, mi vengono a salutare e a chiedere una foto insieme, alle loro donne sembrano piacere le canzoni degli ARA. Cerco di sorridere e di apparire decente nelle foto che magari conserveranno o pubblicheranno sui social. Due di questi musicisti, una volta riaccompagnate le loro partner al loro posto nella platea davanti al palco, li vedo tramare e scomparire in un ripostiglio con un paio di ragazze, e mi chiedo che senso abbia tutto questo.

Decido di cambiarmi, al nostro ingresso manca ancora un po’ ma come sempre voglio prepararmi per tempo. Faccio per entrare in quel cavolo di sgabuzzino che c’è nel ramo più nascosto del corridoio che porta alla grande sala, che mi imbatto in una ragazza che sta praticando la fellatio a Fabio.

“Oh vecchio, è occupato come vedi…” e fa una risata delle sue. Decido di cambiarmi in bagno. Esco a vedere la situazione. Il gruppo sul palco propone un rock alla Mott The Hoople. Poco dopo mi raggiunge Fabio, sorridente e appagato. “Scusa per prima ma non potevo mica interrompere” mi dice con una mezza risata. “Ma chi è?” gli chiedo. “Una mia amica, quella che mi manda queste foto” e mi mostra alcuni scatti di un culo in primo piano con in bella vista il buco che vi è al centro. Fabio è un cantante, c’è poco da fare.

La tipa poi esce da una toilette, va incontro ad un uomo e lo bacia appassionatamente.

“E quello chi è?” chiedo a Fabio. “Il suo ragazzo”.

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Fumagalli insiste, sa che una proposta come quella dei CodRei ha un mercato più ampio, la lingua inglese rende naturalmente tutto più semplice, così mi invia il report delle vendite del disco: 7.500 CH, 17.000 D, 5.000 N, 8.000 FIN, 4.000 DK, 3.000 B, 1500 NL, 4.000 F, 4.000 RU, 7.500 P (disco d’oro), 18.000 I.

Al giorno d’oggi 75.000 copie in Europa sono un gran successo per un gruppo del nostro livello, senza contare che alcune decine di esemplari sono finiti anche in Giappone, in Nord America e in Brasile.

Fumagalli mi dice anche che vorrebbe organizzare i festeggiamenti per il disco d’oro in Portogallo.

“Alberto, ti sembra il caso? Capisco che faccia effetto ricevere un disco d’oro, ma sono 7500 copie. Già mi è sembrato surreale quando Zucchero ha pubblicamente festeggiato il disco d’oro di uno dei suoi ultimi album per aver venduto 25.000 copie qui in Italia. Capisco che faccia curriculum, ma un artista del suo livello abituato a ben altre cifre avrebbe dovuto sorvolare secondo me. Dai meglio di no, cerca di capire”.

Quattro le date in Svizzera pianificate insieme a quelle del Nord Italia, poi centro, sud e infine l’Emilia Romagna. Qualche concerto fatto con gruppi spalla suggeriti dalla etichetta, genere Prog o Metal, mentre in Emilia in due date apre i concerti un gruppo che fa musica anni novanta, un misto tra grunge, indie, brit pop e cose del genere.

Dopo il secondo concerto con loro l’etichetta organizza un piccolo party per i due gruppi, presenti backstage anche Penny, Giovanni, Talent Boy e tutta la combriccola dei miei amici. Siamo nell’arena della Festa Provinciale dell’Unità di Modena, nel backstage sono stati allestiti alcuni tendoni, sotto uno di questi si dipana la festicciola: prosecco, lambrusco, tartine e pasticcini, the same old blues.

Sono lì che parlo con Fumagalli, Ellade e Lizn, uno dei miei amici, quando si avvicinano un paio di membri del gruppo spalla che non ho mai considerato perché non mi stanno simpatici e hanno atteggiamenti che non reggo, ma a dire il vero in questo periodo è poca la gente che sopporto. I due fenomeni si inseriscono nella discussione senza il minimo bon ton, interagiscono con Fumagalli per poi lanciare qualche allusione malevola, in modo apparentemente scherzoso, circa l’hard rock che facciamo, apostrofandolo come musica del passato. Dovrei lasciar perdere ma, si sa, sono mesi che sono girato male e non tollero che musicisti e, soprattutto, autori di canzoni mediocri vengano a pestarmi i piedi.

“ Veh cos” lo apostrofo “ ognuno suona e ascolta quello che gli pare, ma non permetterti di venire a fare la morale a me, pensi di fare musica attuale tu? La vostra è ormai roba vecchia quanto la nostra, quindi evita di rompere le palle a me. Inoltre a parte di un paio di pezzi originali non fate altro che proporre medley su medley, accenni ai ritornelli anni novanta più ruffiani includendo di tutto, senza un minimo di coerenza e di rispettabilità musicale, con una gamma espressiva ridotta e per questo fastidiosa. Se siete contenti buon per voi, ma non venire a tediarmi con i tuoi giudizi non richiesti. Vai a fare in culo te e la musica anni novanta, anche perché mi risulta che del vostro album non stiate vendendo un cazzo.”

Ellade continua a sorseggiare il suo prosecchino, mi conosce e non fa una piega alla mia reazione, Lizn sorride sorpreso, Fumagalli cerca di sdrammatizzare ma il tipo continua.

“Ah, ti senti punto sul vivo eh Rinaldi? Immagino che invece voi stiate avendo un successone” dice con scherno.

Prendo dal tavolo quello che mi stava consegnandoci Fumagalli:

“Testa di cazzo, lo vedi questo? E’ il riconoscimento che ci ha appena dato Fumagalli, il nostro album è diventato disco d’oro in Portogallo. Quindi chiudi il becco e vai a farti le seghe con bittersweet symphony”.

 

Stefano Tirelli – © 2021

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

6 Giu

di Tim Tirelli

Decisi di uscire che era ormai sera, sentivo la necessità di vedere il palazzo da fuori e scrutare i dintorni di quella che sarebbe diventata la mia nuova zona di riferimento, almeno per qualche tempo.

Guardandolo dalla strada l’edificio era imponente e sembrava avere in sé una forza che schiacciava verso il basso. Avevo cercato velocemente qualche notizia su di esso ma avevo trovato poco.  Architettura gotica, tre piani, due rotonde torri ai lati della facciata, niente finestre tradizionali ma bifore, cordoni in pietra ornavano il fronte del palazzo e dividevano i piani. Provai ad allontanarmi per avere una veduta d’insieme ma mi accorsi che la cupola a base poligonale che si erigeva sul tetto, di cui mi avevano parlato, proprio non si riusciva a scorgere. Voci che arrivavano dal passato remoto volevano l’edificio costruito sulle rovine di una antichissima abbazia, ma non vi era nessuna prova evidente, ma sapevo che quello sarebbe stato il termine che avrei usato per riferirmi ad esso.

Il corso su cui si affacciava era una delle strade centrali più frequentate, soprattutto la parte finale, quella su cui la abbazia poggiava le sue fondamenta, parte che andava a dissolversi in un ampio delta di spiazzi, piazzette, rotatorie e pensiline. La sera cadeva decisa, le scie delle luci al neon offuscavano la vista, il respiro della città batteva nelle tempie, in preda alle vertigini decisi di rientrare.

Presi l’ascensore, fare quattro piani di scale in quelle condizioni non era conveniente. Un cancello vecchio stile fungeva da ornamento e da protezione. Entrai nella cabina, mi sentivo strano, forse avevo sottovalutato cosa significasse per uno come me affrontare La Città. Erano le venti passate, Dafne ancora non era rientrata, mi chiesi cosa ci facessi lì, in quell’enorme abitazione a me aliena.

Avevo conosciuto Dafne diversi anni prima, portammo avanti per un po’ una di quelle amicizie piene di tepore ma non troppo profonde, poi lei era partita, quando la società per cui lavorava le chiese di trasferirsi all’estero lei accettò e io non la vidi più per parecchi anni. Ritrovarmi con lei a cena fu quantomeno strano. La società l’aveva richiamata in Italia, lei obbedì e quindi si ritrovò a riaprire casa e a riorganizzare la sua vita. Fui una delle prime persone conosciute che incontrò, per caso, al suo ritorno. Era così cambiata che faticavo a riconoscerla. Pur ostentando un bel sorriso, ponendo attenzione verso gli altri e mostrando curiosità per tutto, pareva assediata dal tedio. Si presentava sicura di sé e afflitta da una sicumera che faticava a nascondere, vendeva sé stessa come donna affermata, realizzata e soddisfatta ma era chiaro che provava un fastidio interiore che non riusciva a tenere a bada.

Uscimmo tre volte, cena in un buon ristorante seguita da una bella passeggiata lungo i viali alberati che lambivano la zona centrale della Città, poi un bacio sulla guancia e la buonanotte. Alla quarta mi chiese se volevo trasferirmi da lei. Le avevo giusto accennato delle novità che stavo affrontando e delle relative apprensioni, così se ne uscì con quella offerta. Impiegai poco a capire che cercò di persuadersi che stava semplicemente dandomi una mano, quando invece era un suo bisogno quello di avere una boa, una faccia conosciuta e un cuore famigliare a cui rivolgersi negli interminabili momenti in cui da sola fronteggiava la sua sofferenza esistenziale.

Mi ero messo in testa di rilevare dal proprietario la casa in cui aveva vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno, la casa che in qualche modo rappresentava il retaggio della famiglia, casa a cui io e i miei cugini eravamo legatissimi e sita in una frazione rurale di una città vicina. Mi accorsi in fretta di aver fatto il passo più lungo della gamba: ero riuscito ad acquistare la casa e le cinque biolche di terra ad essa relative, ma la ristrutturazione prevista per rendere il tutto abitabile e confortevole pareva fuori dalla mia portata.

Già, in quelle condizioni la mia attività non era sufficiente, tre dischi pubblicati da una piccola casa discografica assicuravano entrate non sufficienti, impossibile implementare di molto i guadagni in un momento storico in cui la mia musica di riferimento si stava inesorabilmente trasformando da fenomeno culturale popolare a musica di nicchia. Nemmeno lo scrivere dava garanzie, mi ero forse fatto un nome nell’ambito in cui mi muovevo e richieste di collaborazioni continuavano ad arrivare, ma ne avevo abbastanza di vivere senza certezze economiche. Ero costantemente sotto pressione e preoccupato: ridussi al minimo le spese e diedi la disdetta dell’appartamento che avevo in affitto e provai a trasferirmi nella vecchia barchessa dato che una volta rimessa a posto era diventata in parte garage, in parte cantina e in parte dependance. Tuttavia il tutto era ancora troppo spartano, l’abitabilità non era ancora stata concessa e quegli spazi sarebbero serviti presto a contenere quel poco di mobilio di famiglia rimasto, i miei arredi e tutto il resto. La soluzione offertami da Dafne pareva al momento l’unica strada percorribile. Ero infine alla ricerca di un lavoro affinché potessi aggiungere peso ai miei proventi.

Eccomi dunque lì, con le chiavi in mano di una abitazione che prendeva un intero piano, arredata per metà e gelida come può esserla una casa rimasta disabitata per anni. Avevo riposto le mie cose in una grande camera vuota, scatoloni e borsoni collocati alla bene meglio, anche se cercai di dare un minimo d’ordine ai miei mille effetti ed affetti personali che portai lì al terzo piano.

Tornai a dare un’occhiata alle stanze. In una era stata appena consegnata e montata una moderna cucina componibile ancora senza nessun accessorio: niente piatti, bicchieri, posate, pentole, calendario e brogliaccio della spesa dove notare le necessità quotidiane. Il frigo era acceso ma di fatto vuoto, all’interno solo bottiglie d’acqua. Di fronte e a destra del corridoio un soggiorno, lungo, spazioso e già un po’ vissuto. Un altro paio di stanze prima che il corridoio formasse una biforcazione davanti ad un lungo vano senza finestre: altri ambienti sulla sinistra e sulla destra, e quindi il congiungimento dei due rami del corridoio dove una vecchia porta in legno chiusa a chiave celava un passaggio verso chissà quali altri mondi. Le stanze a destra davano sul corso, quelle a sinistra su un cortile interno, una sorta di chiostro con piante e giardino curato ma senza bellezza alcuna. Non conoscevo bene la storia dell’abbazia, sapevo solo che con la proprietà c’entrava il nonno o il bisnonno di Dafne e che da piccola lei abitava con i genitori e le sorelle nei due grandi appartamenti del primo piano.

Aprii le porte di tutte le stanze, vidi un paio di bagni ampi e poco luminosi, una bellissima camera da letto, uno studio, un disimpegno e altri locali vuoti. Mi stupii di non trovare una cameretta con una brandina o qualcosa di simile e mi chiesi dove avrei dormito quella notte, forse su uno dei divani del soggiorno?

Dafne entrò in casa, aveva con sé una grande borsa con la spesa evidentemente appena fatta e confezioni di cibo take away.

“Se mi avessi detto qualcosa ci avrei pensato io, ma non sapevo come comportarmi. Tutto è una novità, ti confesso che sono un po’ frastornato”.

“Non ci pensare, il mercato coperto qui dietro è sempre aperto ed è tutto quello che mi serve”.

Mangiammo in quella che lei chiamava la living room, su un tavolino; dalla confezione cartonata uscirono alcune porzioni di cibo tailandese, due dessert, una birra bianca per me, una bibita senza zucchero per lei. Rimasi colpito nel notare il tipo di birra scelta, evidentemente Dafne prestava attenzione ai dettagli. Scambiammo poche frasi, non volevo infastidirla, dopo una giornata di lavoro di certo intensa pensavo volesse solo stemperare le tensioni. Si mise sul divano, si tolse le scarpe, controllò qualcosa sullo smartphone, quindi si mise a guardare le news sul canale dedicato di una tv a pagamento. Passò poi ad una puntata di una serie TV che indubbiamente seguiva da tempo.

“Senti, mi dici dove posso dormire stanotte, così preparo le mie cose e se non chiedo troppo mi faccio una doccia?”

“Se vuoi puoi dormire con me” mi disse tra un dialogo e l’altro che la tv rimandava.

Lo scroscio della doccia finì, dopo poco entrò in camera, io intravedevo i tetti della città dalla finestra e fingevo di essere assorto e meditabondo. In realtà lo ero davvero, non potevo che perdermi nel valutare la stranezza della situazione: una amica sconosciuta stava per infilarsi nel letto dove ero anche io, una che al momento sembrava avulsa dall’humus del mio vissuto. Non ero esattamente il tipo per quelle cose.

Avevo cercato di non guardarla, ma la silhouette che mi passò accanto mi sembrò essere quella di una donna stupenda. Si sdraiò, appoggiò il gomito al cuscino e la testa alle nocche della mano, sorrise e si avvicinò. Non riconobbi nulla della donna che conoscevo: profumi e sapori diversi, linguaggio del corpo sconosciuto, sguardi differenti. Fu un rapporto singolare, a tratti freddo e meccanico, ma soddisfacente per entrambi, o almeno quella fu la mia impressione. Tornò in bagno, si lavò di nuovo e quindi – una volta a letto – si mise a leggere un libro. Mi misi su un fianco, pochi secondi prima di abbandonarmi al sonno lei mi accarezzò il viso.

Uscii di casa alle nove. Il mattino sembrava soleggiato benché le previsioni per il pomeriggio minacciassero pioggia abbondante. Poco prima di mezzogiorno avrei avuto un colloquio di lavoro che speravo si sarebbe trasformato in una proposta concreta. Feci colazione in un bar all’interno del mercato coperto e poi mi diressi verso la cattedrale. Non era certo la prima volta che mi ritrovavo davanti ad essa, ma l’effetto che mi fece fu comunque surreale, ero certo di essere preda di suggestioni kafkiane, tutto mi sembrava immenso e alieno, era come essere in una realtà alternativa. Ero conscio del tipo d’uomo che ero, il sapermi individuo del genere umano capitato per caso su un pianeta nella periferia estrema dell’universo ignaro del perché della vita e della direzione da cui provenivo e verso cui stavo andando spostava le mie percezioni, ingigantiva il rumore di fondo e la visione del mondo esterno, facendomi scivolare in una sorta di weird fiction alla H.P. Lovecraft. Forse vi era qualcosa di patologico, ma non me preoccupai mai più tanto, essendo comunque capace di gestire queste mie fasi.

La cattedrale mi appariva dunque gigantesca e la piazza su cui si affacciava vastissima. Non distinguevo più razionalmente fantasia e realtà. Lo stile pareva così gotico da incutere terrore. La scritta incisa nella pietra sopra al portone diceva Ecclesia Maior. L’interno lasciava senza fiato: tre altissime navate con ai lati una serie di navatelle che si dissolvevano nell’ombra profonda. Mi misi a sedere su di una delle vecchie panche poste nella prima navatella a destra, avevo bisogno di riflettere e niente mi metteva nella giusta predisposizione come i grandi edifici silenziosi. Faticavo a raccapezzarmi, il guazzabuglio che era diventata la mia vita mi disorientava e aveva acuito i miei sensi amplificando le percezioni del mondo intorno a me.  Avevo raggiunto l’età in cui di solito si iniziava a raccogliere qualche frutto ma tutto quello che vedevo d’innanzi a me era color tenebra. Esageravo, la musica mi aveva scelto ed irretito, non avrei potuto fare altrimenti, e dopotutto conducevo una vita dignitosa facendo quello per cui avevo un po’ di talento, ma mi chiesi ugualmente cosa sarebbe successo se avessi intrapreso altre strade invece di seguire l’astratto; ripensando al passato vidi solo i momenti in cui evitai la concretezza, la razionalità, perseguendo scelte che ora mi parevano non poi così sagge. Rimasi con i miei pensieri immerso nel silenzio ancora un po’ e poi uscii.

L’enorme piazza era inondata dal sole, misi una mano a protezione degli occhi e andai a dissolvermi in quella spalancata e bizzarra ampiezza metropolitana; incontrai un paio di conoscenti provenienti dalla fascia di quartieri a ovest della Città, ci scambiammo poco più di un saluto, e poi mi diressi verso il luogo in cui avevo l’appuntamento di lavoro.

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Il deposito che il responsabile stava facendomi visitare era in pratica nello stesso corso dell’abbazia, ma nella parte iniziale. Vi si accedeva da una piazzetta laterale, un rettangolo incastonato tra alti stabili a tratti fatiscenti ma decorosi, tramite una rampa circolare che si insinuava nel terreno sino a raggiungere i due piani interrati. Le parti interne in muratura rimandavano a tempi lontani, così come gli alti e stretti finestroni. Tutto in quel deposito sembrava desueto, la poca luce e l’odore di polvere e di pioggia davano ad ogni oggetto un aspetto anacronistico. Ci si occupava di amministrare la logistica di parecchie imprese del centro storico, di organizzare lo spostamento della merce e la catalogazione delle stesse. Il deposito si estendeva su tre livelli:  0, -1, -2. Al piano terra i muri erano intonacati e gli scaffali erano in massima parte del tipo drive in, strutture in acciaio zincate e divise per colori dove venivano stoccati quasi esclusivamente carichi pesanti. Nei due livelli inferiori tutto era diverso. I muri interni erano di pietra grezza, gli scaffali sembravano in ghisa, gli impianti elettrici erano a vista, solo i pavimenti sembravano essere stati oggetto di ristrutturazione recente. Il colloquio durò un’ora, il responsabile mi salutò cordialmente dicendomi che si sarebbe fatto risentire. La settimana successiva passò in fretta, Dafne si era premurata di assegnarmi lo spazio forse più particolare dell’Abbazia dove poter approntare il mio studio: la stanza incastonata nel tetto dell’edificio arricchita dalla cupola di vetro di cui avevo sentito parlare.

Vi si accedeva da quella porticina in legno che mi aveva incuriosito, uno stretto e buio corridoio con a destra due porte chiuse e subito a sinistra una scaletta intonacata alla ben meglio che conduceva ad uno spazio magnifico di circa 25 metri quadri con pavimento in cotto, muri senza intonaco, una grande tavolo in legno, tre scaffali di rovere alle pareti, sedie di design e uno strepitoso divano giallo ocra molto profondo e lungo. Vi portai un paio di chitarre, alcuni dei miei dischi, l’impianto stereo e il necessario per scrivere. Il weekend lo passai con Dafne in giro per la città, voleva muoversi un po’ e riprendere confidenza con l’urbe, come la chiamava lei. Osservavamo portoni e cornicioni, ci perdevamo negli anfratti più obliqui del centro storico, ci fermavamo nei tavoli all’aperto di qualche bar che ambiva al titolo di bistrot e, almeno così mi pareva, ridevamo. Quando passeggiavo con lei la città perdeva la maiuscola, la cattedrale si presentava per quello che era in realtà e la vita mi sembrava meno impegnativa. Passammo la domenica pomeriggio a letto, ebbi la sensazione che Dafne si stesse sciogliendo, che perdesse un po’ dell’armatura che quotidianamente sfoggiava, sembrava quasi che mi volesse bene. Io almeno iniziai a volergliene, non sapevo se fosse amore o cosa, ma con lei stavo volentieri, non avevamo tantissimi argomenti, o meglio passioni, in comune, per lei la musica, ad esempio, non era basilare quanto lo era per me e la letteratura non rappresentava un imperativo ma le nostre conversazioni, in un modo o nell’altro non languivano mai.

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Il responsabile del Deposito si pose in modo semplice e diretto, la persona che fece da tramite gli parlò talmente bene di me che per lui era come fossi già uno degno della massima fiducia. A quanto mi disse era alla ricerca di una figura come la mia da molto tempo e aggiunse che avremmo trovato un accordo in caso la mia attività di musicista avesse richiesto elasticità. Dopo due settimane mi aveva inquadrato, gli piaceva il fatto che non avevo problemi a sporcarmi le mani e che al contempo potesse contare su di me anche per faccende impegnative e complesse. Gli chiesi solo di non dire agli altri dipendenti della mia professione musicale, preferivo rimanere in incognito, senza essere costretto a spiegazioni. Se non vi erano urgenze uscivo alle 18, in 10 minuti ero a casa, una doccia e subito nel mio studio. Dafne rincasava verso le 19:30, le facevo trovare la tavola della cucina apparecchiata e il frigo rifornito, sì, certo, toccava a lei cucinare ma sembrava farlo volentieri mentre mi raccontava qualche aneddoto della giornata. Dafne era naturalmente una dirigente dell’azienda per cui lavorava e rimanevo ad ascoltarla con interesse mentre cercavo di carpire le sinergie ai piani alti di società come la sua. Se dopo cena aveva da fare o capivo che voleva stare da sola me ne tornavo nello studio, altrimenti guardavamo un film o una serie TV insieme. Alla mattina le preparavo il thè verde senza zucchero, l’unica cosa (acqua a parte) che il suo digiuno intermittente le permettesse, mentre io preferivo affrontare la giornata con caffè, biscotti e succo d’arancia. Se la vedevo sorridere, prima che scappasse giù per le scale mi permettevo di abbracciarla e di scambiare con lei qualche effusione visto che, nei momenti opportuni, giocavamo a fare la coppia stabile e felice.

Strokes, Amy Winehouse, White Stripes, i gusti musicali di Dafne, occasionalmente mi chiedeva di suonarle qualcosa e diligentemente mi mettevo ad imparare uno dei suoi pezzi preferiti e glielo proponevo. Ogni volta sorrideva in quel modo tutto suo, tra il compiaciuto e il trattenuto.

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Libri, manufatti in piombo, sedie in ferro battuto, nel Deposito cercavo di sistemare oggetti pesanti nel miglior modo possibile attento a non farmi male alle mani e aggiornavo il sistema operativo che li catalogava. Dopo quattro mesi il responsabile mi diede altre mansioni, passavo così i pomeriggi nell’ampio spazio circolare del piano terra davanti ad un computer a gestire e controllare i flussi della merce che entrava e usciva. Ogni tanto la sera, prima di rincasare, andavo insieme ai colleghi a bere qualcosa in un locale lì vicino che non avrei mai frequentato altrimenti. Mirvjena veniva dall’Europa dell’est e, seppur caratterialmente distaccata, aveva instaurato con me un rapporto come si conviene; non sapeva chi fossi, lasciavo trapelare poco, ma pareva trovarsi bene in mia compagnia. Le cose sembravano sistemarsi, a Roncadella la ristrutturazione procedeva, grazie al nuovo lavoro riuscivo a pagare senza troppi patemi le rate del mutuo che avevo acceso con una banca e i concerti iniziavano ad aumentare.

Avvisai Dafne che avrei passato il weekend fuori città, avevo un paio di date previste per il venerdì e il sabato sera, sarei dunque rientrato la domenica in tarda mattinata. Il concerto del sabato saltò all’ultimo, inagibilità dello spazio dove si sarebbe dovuto tenere o qualcosa del genere, così decisi di tornare in città dopo lo spettacolo del venerdì. La città di notte, affrontata nel mood in cui mi trovavo da un po’, era piena di fascino: discreta, accogliente, assai diversa dall’entità gotica di qualche mese prima.

Arrivato all’abbazia cercai di fare meno rumore possibile, immaginavo che Dafne fosse già a letto, entrai in casa lentamente con l’idea di andare a dormire sul divano dello studio per non svegliarla. Feci per affrontare gli scalini che portavano alla cupola quando mi accorsi con mia grande sorpresa che da una delle porte a destra del corridoio, dietro la porticina di legno, filtrava luce. Dafne mi aveva detto che erano due vecchie stanze senza finestre che contenevano vecchi mobili di famiglia. Pensai che avesse dimenticato di spegnere gli interruttori, benché mi chiedessi cosa fosse andata a fare in una stanza che a sentire lei non apriva da tempo; mi avvicinai, con cautela aprii la porta, una sorta di anticamera era immersa in una soffusa luce rossastra, un paio di poltrone e alcune sedie su cui erano appoggiati soprabiti e giacche erano posizionate ai lati della stanza.

Sulla sinistra un’apertura senza nessun serramento portava ad un altro vano diviso dall’anticamera da un muro al cui centro vi era una vecchia finestra composta da un telaio su cui erano incastonati piccoli vetri quadrati; da quell’ambiente misterioso provenivano rumori indecifrabili, iniziai a spaventarmi, con le spalle al muro provai a sbirciare dalla finestra. Un grande letto che pareva di velluto bordò era posto in fondo alla stanza, lampade con tenui luci rosse rimandavano ombre dei corpi perlopiù nudi che si muovevano sul letto. Rimasi esterrefatto … riconobbi due donne e tre uomini, uno di quei corpi era di Dafne. Pietrificato guardai al di là del vetro una volta ancora, nessuna perversione particolare ma certo i suoi gusti erano piccanti, e subito pensai che forse lo faceva per trovare la soddisfazione che arrivava a provare sempre meno di frequente e di conseguenza alzava l’asticella.

Distolsi lo sguardo, temevo di farmi vedere, così, con una lentezza esasperante e quasi a carponi, mi mossi verso la porta attento a non fare rumore. Una volta uscito mi infilai nello studio e chiusi la porta a chiave. Passati i primi minuti di stupore cercai di elaborare la cosa, in fondo con Dafne non avevamo fatto nessun patto, vivevo a casa sua perché aveva creduto opportuno darmi una mano; certo, talvolta facevamo l’amore e uscivamo insieme ma non eravamo una coppia, almeno secondo lei. Già, io invece mi ero fatto prendere dal legame che si era creato, dopo alcuni mesi passati insieme per un uomo come me era naturale provare qualcosa per una donna come lei, ma in fondo erano miei problemi, mi dissi, lei con la sua vita poteva fare quello che voleva. Mi versai due dita di rum in un bicchiere, presi una coperta e mi sdraiai sul divano a contemplare le stelle che al di là della cupola sembravano lucette ad intermittenza.

Mi svegliai verso le 10, feci colazione e tornai nella cupola, non sapevo come muovermi, non avevo voglia di fare nulla, avevo bisogno di metabolizzare e pensare. Dafne non c’era, rientrò verso sera.

“Ma non saresti dovuto arrivare domani? Quando sei rientrato?”.

“Stanotte”.

Qualche secondo di vuoto comunicativo. Mi scrutò con fredda precisione.

“Hai visto vero?”

Non risposi.

“Hai visto. Ti sei scandalizzato? Te la sei presa? Spero di no …”

Continuai a rimanere in silenzio.

“Sono i piccoli segreti della mia vita, i miei piccoli vizi … non guardarmi così per favore e non giudicarmi”.

“Non ti giudico.”

“E allora cos’hai? Ti eri messo in testa qualcosa? Ah sì, ecco, ti eri messo in testa qualcosa …”.

Fece uno di quei soliti sorrisi indecifrabili e cambiò subito strategia.

“Vieni qui … “

Cercai di divincolarmi, ma senza troppa convinzione, avrei voluto evitare ma avevo una feroce erezione, mi trascinò a letto e finimmo per avere un intenso rapporto sessuale. Sapeva di metallo e di pioggia, pensai potesse addirittura fare uso di cocaina, ma in quel momento non m’importava, ero governato dal piacere sessuale e niente avrebbe potuto distogliermi dal portare a termine il mio compito primordiale.

La Città tornò ad avere la maiuscola, il mondo sfumature metalliche. Mirvjena si accorse subito che qualcosa era cambiato e, a suo modo, mi stava addosso. Non so perché ma le spiegai che la storia con la persona con cui vivevo era finita e che stavo cercando una via d’uscita.

“Ma scusa, ti ospito io, almeno fino a che non termini la ristrutturazione di casa tua”.

Parlava senza nessun accento ma i termini scelti e la costruzione delle frasi la facevano comunque risultare legata al patrimonio di cultura e civiltà attribuito all’Italia. Smisi di considerarla una slava dopo che che mi insegnò che gli albanesi non appartenevano per nulla a quell’etnia; mi piaceva starla a sentire, avevamo background diversi ma in qualche modo sembrava che avessimo una discreta condivisione di principi. Mi raccontava che con l’arrivo del comunismo ai suoi nonni furono confiscate alcune proprietà ma pareva non avere troppi risentimenti. 

Viveva in un curioso appartamento ricavato in un parallelepipedo rettangolare solamente intonacato che sbucava tra i tetti di alcuni palazzi tutt’altro che storici. Davanti all’ingresso una discreta balconata e sul tetto una selva di piante e fiori abbastanza curata, il tutto era in qualche modo riparato da sguardi indiscreti da un gioco casuale di muretti e divisorie. La costruzione era quantomeno bislacca e mi chiesi chi aveva mai potuto dare il benestare alla costruzione, evidentemente decenni prima le maglie della logica e dell’estetica erano piuttosto larghe. Ringraziai Mirvjena e le dissi che mi sarei preso un paio di giorni per riflettere sebbene la decisione la avessi già presa.

Affrontai Dafne la sera stessa.

“Me ne vado. Domani raccolgo le mie cose. Ti lascio le chiavi sul tavolo in cucina.”

Si rabbuiò, l’espressione mutò in quel misto di indifferenza e disapprovazione.

“Come vuoi. Immagino non ci sia nulla che io possa dire per farti restare”.

Cenammo insieme davanti alla TV, ci scambiammo solo qualche battuta. Sistemai la tavola, mi versai due dita di rum e andai su nello studio. Dafne si trattava bene, la bottiglia diceva “Rum Nation Panana 18 Years Old”. Lessi le note di degustazione: “intenso colore ambrato… intrigante e ricco profumo mieloso con freschi sentori di cola, bergamotto, datteri, scorza d’arancia e vermouth…gusto succoso, dolce e rinfrescante di melassa di zucchero di canna, cioccolato, uvetta, scorza d’agrumi, cola e noce di cocco. Sul finale l’assaggio diventa caldo e morbido sulle note di tè nero, miele e camomilla.”

Guardavo le stelle e mandavo giù quell’acquavite ottenuta dalla canna da zucchero, Dafne mi raggiunse, aveva anche lei un bicchiere in mano. Appoggio la testa alla mia spalla e restò a me avvinta. Mi domandi che significato avesse quell’abbraccio. Scivolammo sul divano, lentamente, non ero sicuro di ciò che volevo, ma non riuscii a tirarmi indietro.

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La prima notte da Mirvjena fu strana, passare dall’abbazia a quell’abitazione piuttosto umile non fu automatico e adattarmi per la seconda volta nel giro di qualche mese ad una nuova sistemazione significava spendere energie mentali e fisiche e visto il periodo mi parve rischioso, d’altro canto la ristrutturazione della casa a Roncadella procedeva e contavo di potermici finalmente trasferire prima che arrivasse l’inverno.

Dopo un paio di settimane di sbandamenti, in cui La Città mi parve di nuovo la mia personale versione del Castello di Kafka, tutto sembrò sfumare verso nuance meno gotiche. Una serie di concerti in arrivo, maggiori responsabilità al lavoro, una parvenza di normalità data dalla vita con Mirvjena, benché non fossimo una coppia. Immaginai che fosse abbastanza intelligente da capire che tipo di uomo fossi, passare da un letto all’altro nel giro di una notte non era nella mia indole, tuttavia quando un uomo e una donna, se entrambi eterosessuali, dormono sotto lo stesso tetto, certi pensieri prendono forma, era nell’ordine delle cose. In un freddo sabato mattina di fine ottobre Mirvjena si infilò nel mio letto e fare l’amore fu naturale; capelli neri, un corpo aggraziato, morbido e caldo e un sorriso sempre un po’ malinconico, tutto in sintonia con lo stato d’animo di quell’autunno inoltrato.

Non avevo idea di come sarebbe andata quella storia con Mirvjena, i programmi erano lasciare il parallelepipedo nel giro di poche settimane, ma intanto restavo nel letto abbracciato a lei e mi lasciavo cullare dal crepitio del fuoco di una vecchia cucina a legna posta nella stanza accanto, una di quelle col rivestimento esterno in acciaio porcellanato, con la piastra e i cerchi in ghisa, il forno smaltato e con tanto di vaschetta con mescolo per avere sempre acqua calda disponibile.

Stefano Tirelli – © 2021

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

EPISODIO II: https://timtirelli.com/2021/05/16/le-avventure-di-aramis-reinhardt-ii-castles-made-of-sand/

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

16 Mag

di Tim Tirelli

Io e Michela ce ne stiamo in un tavolino un po’ in disparte, i Jedi Del Liscio stanno suonando una cover di Luna Messicana di Castellina Pasi e io, sotto la luna emiliana che abbiamo sopra alla testa in questa calda serata estiva, sento di essere preda della pulsione che in genere viene definita innamoramento. Cerco di analizzare il coinvolgimento emotivo che scuote ogni parte di me, quello stato febbrile composto da attaccamento, amore romantico e desiderio sessuale. Guardo Michela e tutto quello che voglio è stare con lei. Al tempo stesso sono un po’ restio nel rivelarmi completamente, stare con una regina del rock and roll non è esattamente una passeggiata, una donna così può far venire a galla le tue insicurezze, mi dico che è meglio tenere un atteggiamento un po’ distaccato, ma il problema è che spesso non ne sono capace. Cerco di non guardarla negli occhi, tanto tempo addietro una ragazza con cui stavo mi disse che il mio sguardo era limpido come un laghetto di montagna, ma come si fa ad evitare di perdersi in quel verde diamante quando si è così innamorati? Infatti Michela scopre il mio gioco, appoggia il bicchiere di mojito sul tavolino, avvicina le labbra alle mie e con un sorrisetto ironico mi dice “sì, ti amo anche io”.

Penny con la sua fisarmonica ora è alle prese con “Tutto Pepe”, la celeberrima polka scritta da Roberto Giraldi in arte Castellina (dalla omonima frazione del comune di Brisighella di Ravenna in cui nacque). Giraldi insieme al sassofonista Pasi e alla cantante Irene Vioni, fu una delle figure più importanti del liscio emiliano romagnolo, il loro gruppo – Castellina Pasi – fu senza dubbio l’ensemble principe di questo genere musicale. Penny è cresciuta con questa legacy nel sangue, i suoi genitori sono stati grandi ballerini di liscio, per continuare a vivere da musicista professionista formare un gruppo di liscio come si deve è stato naturale. E’ lei la star indiscussa e la sua fisarmonica lo strumento principale, oltre a questo vi sono voce, chitarra, basso, batteria, tastiera e clarino/sassofono; vietata ogni base. Ammiro molto Penny per questo, sta rivitalizzando un genere e una cultura ormai ridotta ad immondizia da mille gruppetti di tre/quattro persone che fanno finta di suonare seguendo basi di basso livello. Stasera qui alla Festa dell’Unità di Bosco Albergati c’è il pienone, non si trova un tavolino libero, la grande pista da ballo di fronte al palco è piena di coppie che danzano. Gli applausi del pubblico e dei ballerini sono fragorosi, come non si sentiva da tempo sui palchi del liscio, Penny sorride soddisfatta. Lo fa per sopravvivere, ma vuole ugualmente che la sua sia una proposta di qualità. Le hanno persino chiesto di registrare un disco, ma lei è molto restia, il suo unico vero interesse è il nostro gruppo Rock.

Già, sopravvivere di musica di questi tempi significa adattarsi, e farlo senza svendersi e tenere un livello dignitoso è uno sport estremo. A me piace quando i musicisti suonano soltanto nei gruppi di riferimento, trovo disdicevole che tutti ormai suonino con tutti pur di allargare la loro possibilità di fare serate; capisco la necessità ma così si snatura l’identità del gruppo principale di cui si fa parte, si disperde energia che andrebbe messa nel progetto, si toglie la particolarità al proprio gruppo, si finisce per diventare mestieranti.

Penny ci ha comunque chiesto il permesso prima di mettere in piedi i Jedi, non potevamo che approvare, aveva davvero necessità di trovare altre entrate; il nostro gruppo è una società divisa in tre parti uguali, gli introiti vengono divisi equamente, ma essendo io il compositore principale ho entrate che gli altri non hanno e comprendo le loro difficoltà, già è difficile per me figuriamoci per loro due. Credo mi siano comunque grati per aver dato questa impostazione alla nostra unione musicale, i solisti di solito si contornano di gente a libro paga, ma io tengo molto al concetto di gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna “sono i gruppi ad aver creato la musica Rock”. Prendiamo le decisioni insieme e non abbiamo mai avuto grandi problemi, magari il mio voto ha una sfumatura più intensa, è fisiologico che all’interno dei gruppi qualcuno che diriga debba esserci, ma Gio e Penny non sono certo comprimari, sono parte integrante della band, senza di loro gli Aramis Reinhardt And sarebbero il solito trio Rock Blues, formato che io proprio vorrei evitare. A volte lo siamo, sia chiaro, ma solo perché decidiamo di esserlo.

Salutiamo Penny, le faccio i complimenti e ci diamo appuntamento su quello stesso palco tra due giorni. Ci fermiamo a prendere un gelato, un’ultima passeggiata tra il verde di Bosco Albergati e risaliamo in macchina diretti a Modena. La via Emilia è quieta, lo stereo della macchina è in riproduzione casuale, Billy Joel, JJ Cale, Skip James, Robert Palmer, le luci della città brillano mentre noi le attraversiamo scivolando.

Michela abita in un palazzo signorile a poche decine di metri dal centro storico della città, dove via Jacopo Berengario diventa delta e si versa sulla via Emilia. Mi bacia e mi dice “Spero di riuscire a venire sabato sera, mi piace sempre un sacco vederti dal vivo”.

La guardo aprire il cancello ed entrare, alta quanto me, portamento disinvolto, una sorta di amazzone dedita al rock and roll. Laurea breve alla Sapienza in Ingegneria Aerospaziale, il master in ingegneria meccanica presso la Delft University of Technology e il PhD in Ingegneria Aerospaziale sempre presso la Delft University of Technology, nei Paesi Bassi. Due anni di lavoro in Olanda e ora una delle punte di diamante della Reggiani Industries, l’azienda del padre, tuttavia è ben decisa a non mollare il rock and roll. Che femmina!

Sabato sera, Bosco Albergati, ore 21:30, salgo sul palco, davanti alcune centinaia di persone. Come sempre capita ci sono quelli venuti per le nostre canzoni, quelli che sono qui per i Led Zeppelin, chi invece è qui per il Rock Blues, chi per l’Hard Rock, infine chi è qui per caso. Penny e Gio si sono sempre lamentati del fatto che l’elenco di brani da preparare è lungo, che sono troppi i pezzi da tenere in mente, ma io non mollo, creo le scalette a seconda del mood del giorno. Essendo un grande appassionato della musica Rock ho sempre ascoltato molti dischi dal vivo e bootleg dei grandi gruppi anni settanta e uno degli aspetti meno piacevoli è sempre stato constatare quanto fossero sempre uguali le scalette all’interno dello stesso tour.

L’estate che descrive questa bella notte, gli alti alberi tutt’intorno, le risate della gente, chiudo gli occhi e mi sembra d’essere in uno di quei festival fine anni settanta, che so al Day On The Green che si teneva all’Alameda County Coliseum di Oakland o al Texxas Jam del 1978 che prese vita al Cotton Bowl di Dallas con Van Halen, Heart, Mahogany Rush, Aerosmith.

Dopo l’assolo di Rock And Roll dei Led Zeppelin rialzo la testa e scorgo, sul lato sinistro dell’arena davanti al palco, Michela con Giorgia, la sua chitarrista. L’ultimo “lonely lonely lonely lonely lonely … time” e parto subito col riff di Tie Your Mother Down. Il pubblico inizia a muoversi a ritmo, l’effetto è notevole, simile a una grossa ondata di un mare minaccioso nella notte nera. Seguono Bellezza D’Aria Pura, Silver Train dei Rolling versione Johnny Winter, Fabbro Ferraio e Il Gioco. Controllo l’accordatura della mia Les Paul n.1, mi avvicino al microfono e “we got an old rock and roll number… something that goes way back … it’s called I’m a King Bee, baby…”. Tre svisate di chitarra e inizio con l’irresistibile riff di Frank Marino.

https://www.youtube.com/watch?v=q_JBdjtc5RQ

I’m A King Bee è un vecchio blues di Slim Harpo del 1957 riproposto in maniera sublime da Frank Marino & Mahogany Rush nel loro album Live del 1978 in cui agglomera anche The Back Door Man di Willie Dixon, blues portato al successo da Howlin’ Wolf nel 1960. Il live dei Mahogany Rush in questione è uno dei miei album dal vivo preferiti. In studio Marino è troppo soggetto all’influenza di Jimi Hendrix, ma dal vivo – soprattutto negli anni settanta – era un chitarrista assolutamente godibile. Affrontare questo pezzo nella versione di Frank è sempre stata una sfida per me perché mi spingo al limite delle mie possibilità chitarristiche. Qui Frank Marino è semplicemente stratosferico, oltre alla tecnica sublime e al fraseggio rock blues senza macchia, ci sono aperture jazz che fanno rimanere a bocca spalancata. Giovanni e Penny mi seguono alla grande, evitando l’uso del piatto cosiddetto “china” – che io proprio non sopporto – il lavoro di Gio è molto più godibile di quello di Jimmy Ayoub sul disco originale.

Mentre canto la prima strofa fisso Michela, mi sento sciocco ma in petto mi preme un sentimento dissoluto ….

Well I’m a king bee baby
Buzzing around your hide
Well I’m a king bee, babe
Buzzing around your hide
Well we can make honey baby
Let me come inside

Più di otto minuti di rock blues infuocato, la gente apprezza molto, alcuni sono in delirio, brani come questo hanno sempre un gran ascendente sui rockettari. Bevo un po’ d’acqua, Giovanni introduce il tempo di Dixie Chicken e allegri ci gettiamo nel groove dei Little Feat. Ci vuole coraggio a proporne una versione senza il pianoforte, ma noi tre a volte siamo folli, e d’altra parte il basso pulsante del pezzo non poteva essere rimpiazzato a dovere dalla pedaliera basso che Penny suona quando è al piano. La gente balla, la luna è gialla, io guardo Michela.

Altri quarantacinque minuti passano in fretta, è ora di chiudere. Il pubblico è generoso, ci rivuole sul palco a tutti i costi. Lo so, si aspettano tutti una chiusura col piombo Zeppelin, ma Penny si siede al piano ed inizia gli accordi di You Are So Beautiful, versione Joe Cocker. La canto con passione e trasporto, il pubblico si emoziona ed applaude, ma io ho occhi solo per Michela, lei capisce che la sto guardando e mi manda un bacio con la mano.

You are so beautiful to me
You are so beautiful to me
Can’t you see

You’re everything I hoped for
You’re everything I need
You are so beautiful to me, to me

https://www.youtube.com/watch?v=WvAr9umnZ54

Allunghiamo il finale, entra la batteria, Penny aggiunge il lavoro sulla pedaliera basso mentre accompagna col piano e io mi lancio in un lungo assolo, forse un po’ enfatico, ma di sicura presa.

Ringraziamo il pubblico, facciamo l’inchino e chiudo il concerto come sono solito fare “New York, goodnight”, il solito giochetto che faccio col mio pubblico al momento dei saluti, una sciocchezza autoironica: servendomi della frase di chiusura usata da Robert Plant nei concerti tenuti dai Led Zeppelin a New York nel luglio del 1973 e immortalata nel film The Song Remains The Same, ironizzo sul fatto che suono alle Feste dell’Unità dell’Emilia per alcune centinaia di persone mentre nella mia testolina penso di essere al Madison Square Garden di New York davanti a ventimila fan.

Anche stasera Michela è venuta con me a Roncadella, mentre scarico l’attrezzatura lei si sdraia sul divanetto del bersò a contemplare le stelle. Da dietro l’alloro la osservo senza farmi vedere … chissà a cosa pensa. Entriamo in casa. Mi butto sotto la doccia, Michela è appoggiata al davanzale della finestra del bagno, contempla la campagna di notte sotto la luna. “Ste, mi parli dei Little Feat? Io non ne so praticamente nulla. Come sei arrivato a loro?”.

Diminuisco lo scroscio dell’acqua e parto con uno dei miei monologhi:

“Quando ero ragazzo qualcuno mi aveva registrato su una cassetta, mi par di ricordare fosse una Basf verde C90 o C120, il live Waiting For Columbus del 1978; all’epoca non ero in grado di percepire tutta la loro grandezza, le sfumature della loro musica, il blend del loro Rock, la raffinatezza ritmica … a quel tempo le mie band americane preferite erano Johnny Winter And, Aerosmith, Van Halen, Edgar Winter’s White Trash, Eagles e ancora Allman Brothers, Heart, Cheap Trick e se vogliamo tra i nomi della nuova ondata Ramones, Devo e Television. Con la maturità arrivarono i mezzi per assorbire musiche più articolate o più rarefatte ma pur sempre pulsanti ed eccitanti. E’ così che i Little Feat si insinuarono nel mio animo, quasi senza che me accorgessi presero possesso del mio DNA e malgrado continuassi ad essere percepito dagli altri come un fan dell’Hard Rock e parlassi poco o nulla di quanto mi stesse capitando, diventai un loro fan. Devi capire Mick che, a parte la musica e le sensazioni, c’era poco da parlare, nessuno dei miei amici di allora aveva dischi dei Little Feat, tutti erano presi dal Rock Inglese e ancora mi chiedo chi è che mi passò quella benedetta cassetta. Ad ogni modo il gruppo si sciolse nel 1979 e dopo poco Lowell George, cantante-chitarrista-compositore principale nonché leader, morì di un attacco di cuore causato dall’uso di cocaina in una stanza d’albergo a Arlington, Virginia. Era il 29 giugno 1979, Lowell aveva 34 anni. Il gruppo aveva avuto un discreto successo, ma di fatto rimase sempre una cult band, durissima trovare in Italia articoli su di loro. Ancora non conoscevo Ricca, che come sai è un altro modenese come me innamorato dei Feat e dei Led Zeppelin.

Dopo tutti questi anni ancora mi scateno al ritmo irresistibile di Dixie Chicken e Fat Man In A Bathtube o finisco per struggermi nel seguire il mirabile quadretto pieno di malinconica speranza di Willin’, manifesto di ogni uomo di blues che si rispetti. Questi tre pezzi sono diventati esempi mirabolanti di musica americana, anzi tre pezzi che sono essi stessi la musica americana, ma quello che mi avvinghia a loro è rappresentato anche dai brani più obliqui, le back roads del loro repertorio tipo Lafayette Railroad o Day Or Night. Comunque è tutto il loro catalogo 1970-1979 a piacermi, il loro Blues, il loro country, il loro Rock, il loro New Orleans feel, persino il loro Jazz Rock, deriva questa che andava poco a genio a Lowell.

https://www.youtube.com/watch?v=d2X69qBR8m8

Amo quasi tutti i membri della formazione più conosciuta: Bill Payne (piano), Sam Clayton (percussioni), Richie Hayward (batteria), Kenny Gradney (basso) ma ovviamente è Lowell George a catturare il mio cuore. Già il nome è molto blues, Lowell deriva dal francese e sarebbe un diminutivo della parola Lupo. Lupetto dunque.

E’ uno dei miei songwriter preferiti, uno dei miei cantanti preferiti, uno dei miei chitarristi slide preferiti e una delle mie rockstar preferite … quell’atteggiamento e quella faccia tra il malinconico, l’incazzato, il pensoso e il I don’t give a fuck è una qualcosa di speciale.

Ora, è facile per il tipo di uomo che sono immedesimarsi in chitarristi il cui fisico possa in qualche modo sovrapporsi al mio …  Jimmy Page, Johnny Winter, Mick Ralphs … ma Lowell George, ragazzotto californiano bene in carne che ha flirtato spesso con la bulimia, ha una costituzione fisica molto diversa dalla mia, eppure  … “

Michela è ammutolita, quasi esterrefatta “Ma tu devi scrivere un libro, il tuo blog e le lezioncine che dai sul Rock non sono sufficienti”.

Già, forse dovrei decidermi a trovare un editore, ma sono sempre stato dell’idea che un musicista dovrebbe fare il musicista e basta, anche se ha qualche altro talento, e non proporsi in altre vesti come blogger, scrittore o regista. E’ vero però che fare i musicisti oggi è complicato ed essere presenti sui social, avere un blog e un canale youtube aiuta a raggranellare qualche entrata in più, così come le “lezioncine” (come le chiama Michela) sulla musica Rock che ogni tanto sono chiamato a tenere.

Estraggo l’album Dixie Chicken dallo scaffale, lo metto sul piatto e faccio scendere la puntina su Roll Um Easy.

“Senti qui Michi” le dico.

“Non mi chiami quasi mai Michi, lo fai solo quando sei sentimentale …” risponde sorridendo.

Le passo il testo della canzone di Lowell George e le dico “ecco vedi, io mi sento sempre così …”

Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run
the eloquent profanity, it rolls right off my tongue
And I have dined in palaces, drunk wine with kings and queens
But darlin’, oh darlin’, you’re the best thing I ever seen

Won’t you roll me easy, oh slow and easy
Take my independence, with no apprehension, no tension
You’re a walkin’, talkin’ paradise, sweet paradise

I’ve been across this country, from Denver to the ocean
And I never met girls that could sing so sweet like the angels that live in Houston
Singing roll me easy, so slow and easy
Play that concertina be a temptress
And baby I’m defenseless

Singing harmony, in unison, sweet harmony
Gotta hoist the flag and I’ll beat your drum

https://www.youtube.com/watch?v=b7TLnRThxL0

Le specifico persino che quando Lowell canta sweet paradise il testo potrebbe essere in realtà pair a dice, classico gioco di parole americano. Lei mi guarda in quel suo modo speciale, la mia propensione ai dettagli la diverte sempre molto.

Sono così preso dal pezzo e da Michela che mi aspetto che si metta a suonare la concertina visto che mi sento senza difese e che in questo preciso istante mi sembra proprio che lei sia la cosa migliore che io abbia mai visto.

In realtà Michela sarebbe una donna diversa, ma io tendo a idealizzare le donne con cui sto, plasmandole a immagine e somiglianza della donna ideale che ho in testa.

Finito il pezzo tolgo il long playing, prendo il cofanetto Hotcakes & Outtakes: 30 Years Of Little Feat, inserisco il primo cd e finiamo a letto.

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E’ maggio ma fa ancora freddo, piove, il cielo è grigio, imbocco una stradina che mi porta su Corso Vittorio Emanuele, due imbianchini fumano sotto la pioggia mentre dai loro furgoni scaricano all’interno di un palazzo i bidoni di vernice con cui tinteggeranno chissà quale appartamento. I miei pensieri vanno agli ultimi dieci mesi, la fine dell’estate, l’autunno e il lungo inverno; dieci mesi spesi con lei, dalle calde serate estive passate a scambiarci baci e bere rum, ai caldi abbracci dell’autunno e alle domeniche mattina invernali passate sotto alle coperte ad ascoltare musica mentre la neve si posava sui campi.

Tre ore fa ero a casa sua, mi ha chiamato per dirmi che il weekend scorso a Pescara, dopo il concerto del suo gruppo è finita a letto con Giorgia, la chitarrista, e il tipo che stava con lei. Il concerto era andato bene, erano tutti su di giri, avevano bevuto e una volta arrivati in hotel si era lasciata trascinare da Giorgia. Ha impiegato due giorni per trovare la voglia di parlarmi e dirmi che di quella notte non ricorda molto, che le dispiace moltissimo, che non sa cosa le è passato per la testa. Nei suoi occhi un velo di commozione, ma è rimasta comunque lucida, fredda, logica. Non ha cercato scuse, ha riconosciuto l’errore, ha detto che non se lo perdonerà mai, che è comunque innamorata di me e che accetterà ogni mia decisione.

Io sono rimasto immobile, quasi impassibile. Ogni tanto mi capita di non lasciare filtrare emozioni, di estraniarmi dal contesto in cui mi trovo. Sono rimasto seduto, non ho proferito parola e dopo qualche minuto di silenzio me ne sono andato. Ho passato un paio d’ore in macchina per riprendermi dalla botta, mi son detto che son cose che nella vita possono capitare a tutti, figuriamoci in un ambiente come quello del circo del Rock and Roll, ma sapevo che nei tempi a venire avrei patito e mi sarei trovato a camminare su sentieri pieni di sassi e pietre.

Sarei potuto tornare subito a Roncadella, invece eccomi qui, in centro a Modena, in un tavolo all’esterno del mio bar preferito. Un succo d’arancia, un toast, un rum. Passa un conoscente “Ciao Ara, tutto bene?”, alzo il pollice. Sapevo che sarebbe andata così? Che una donna come quella non era esattamente il prototipo di compagna con cui fare progetti? Che cosa cavolo mi aspettavo? Che castelli mi ero costruito in testa? E poi in quel modo … qualche anno prima mi era capitata una cosa simile, possibile che me le andassi a cercare col lanternino?

Il cielo si è fatto più scuro, il freddo insiste, l’abisso su cui si affaccia il mio animo sembra profondissimo; mi alzo, vado alla cassa, mentre faccio per pagare mi accorgo che la radio del bar è accesa, quando sono in questo stato non sento nemmeno la musica e questo la dice lunga, percepisco unicamente i blues feroci che albergano dentro di me. Ma Jimi Hendrix non può passare inosservato, per qualche secondo rimango in ascolto delle trame che la Fender tesse intorno all’amara verità del ritornello: “and so castles made of sand fall in the sea eventually”.

https://www.youtube.com/watch?v=XJ035W-2p6M

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

1 Mag

di Tim Tirelli

No, io non mi sento Antonio, non ne ho i connotati, ho la faccia da Stefano, Ettore, Fernando, Brenno o Aramis appunto; ma come aveva potuto mio padre farsi convincere a chiamarmi Antonio? Mia madre mi disse che aveva scelto Aramis, il personaggio dei tre moschettieri che più l’aveva colpita, ma l’impiegato dell’anagrafe a cui mio padre si rivolse non capiva come andava scritto e pareva indispettito dalla cosa:

“ma come vi è venuto in mente un nome del genere? Non possiamo usarne uno più comune? Antonio ad esempio …”.

Antonio era il nome di un carissimo amico di mio padre, morto tra le sue braccia subito dopo un incidente, in fondo capisco, ma avrebbe perlomeno dovuto chiedere a mia madre.

Che il mio nome debba la sua diffusione al gentilizio romano Antonius non mi dispiace per nulla, ma proviene da un nome etrusco dalla etimologia sconosciuta, e io non posso portarmi in giro un nome di cui non conosco il significato. Aramis invece – oltre al bel legame col romanzo di Dumas – proviene dal nome del villaggio di Aramits, sui Pirenei francesi, e significherebbe un “posto tra le valli”.

Stefano (incoronato), Ettore (colui che tiene forte, che sta saldo), Fernando (audace nel sostenere la pace), Brenno (re, principe o corvo) poi, sarebbero andati tutti benissimo, infatti una volta rimessasi dal parto mia madre chiese udienza al sindaco, il quale capì e tramite stratagemmi dell’ufficio anagrafe di cui nessuno seppe mai spiegarmi con esattezza, Antonio divenne il secondo nome, Stefano il primo (fui battezzato il 26 dicembre) e il codice fiscale ricodificato. Ma benché Antonio fu il mio primo nome solo per cinque giorni, alcuni parenti finirono per usare quello.

Ci si mise poi la questione del mio cognome a rendermi ulteriormente irrequieto. Pare infatti che il mio trisnonno fosse austriaco e di cognome facesse Reinhardt; negli anni caotici che andarono dal 1859 al 1866 nel bel mezzo della dissoluzione del Regno Lombardo-Veneto, stato dipendente dall’Impero Austriaco, mio trisnonno decise di averne abbastanza di far parte dell’esercito e si ecclissò nelle campagne a sud del Po. Testimonianze arrivate sino ai miei zii e tramandate sino a noi sostengono che – una volta arrivato nei territori della provincia di Reggio Emilia – quest’uomo cercò di sopravvivere alla bene meglio, muovendosi furtivo in ogni occasione a tal punto da essere soprannominato dai locali “sorèg”, topo. In qualche modo sopravvisse, si fece accettare dalle comunità reggiane, cambiò il cognome in Rinaldi (è curioso che fosse l’esatta traduzione del suo cognome austriaco) e si sposò poco dopo la terza guerra d’indipendenza italiana.

Rinaldi proviene dal nome germanico Raginald (potente consigliere) il che non è male, ma mi sono sempre chiesto se non dovessi usare la forma originaria di Reinhardt (variante del nome crucco in questione). In famiglia quasi tutti mi hanno sempre chiamato Aramis, e così ha sempre fatto chi entrava un po’ in confidenza con me, ma resta lo scompiglio dato da chi a scuola, al lavoro o negli impicci formali della vita mi ha chiamato e mi chiama con nomi con cui non sono sempre allineato.

Stefano Antonio Rinaldi dunque o Aramis Reinhardt? La seconda direi, infatti è quella che uso per il mio mestiere di musicista; visto poi che sono stato un seguace di un chitarrista americano ed in particolare della fase della sua carriera in cui al suo nome e cognome aggiungeva un AND per rendere il concetto di solista accompagnato da un gruppo stabile, ho aggiunto anche io tale suffisso: Aramis Reinhardt And.

Sono sempre stato ossessionato dal rigore fonetico, i suoni di una lingua per me devono sempre essere fluidi, eleganti e morbidi anche se hanno a che fare con parole ruvide. Aramis Reinhardt And mi pare suoni bene, anche l’acronimo non è affatto male, ARA, ma ara è un termine che in italiano ha due significati precisi: Ara è un genere di pappagalli molto grandi che hanno il loro habitat in centro e sud America, inoltre Ara è un’unita di misura, pari ad un decametro quadrato, infine è naturalmente la terza persona dell’indicativo presente arare. Aggiungo che sono le prime tre lettere del nome che aveva pensato per me mia madre, in diversi infatti mi chiamano Ara.

Lo scroscio della doccia lava via gli ultimi pensieri bislacchi, mi preparo velocemente, stasera suonerò al Parco Ferrari, non voglio arrivare in ritardo. Come richiesto alle 18 sono sul posto, uno degli organizzatori mi vede e mi guida a bordo palco. Procedo a passo d’uomo, il via vai delle ore pre concerto è sempre lo stesso dappertutto. Mi sento in qualche modo fortunato, sebbene la musica rock non abbia più la valenza sociale e culturale del passato né il successo, ci sono ancora promoter coraggiosi che riescono ad organizzare concerti con nomi di seconda, terza o quarta fascia che richiamano diverse centinaia di persone, soprattutto nei weekened.

Sopravvivere con la musica è possibile, ma è molto meno romantico di ciò che pensa la gente, ma in serate estive come queste senti che ne vale la pena. I tempi sono cambiati, molto cambiati, i tre dischi da me pubblicati in passato oggi sarebbero dischi d’oro in quanto a copie vendute, mentre allora faticarono ad entrare nella Top 40. La tradizione di andare a concerti come questo si sta perdendo, le giovani generazioni tendono a snobbare questo tipo di eventi e di musica, di dischi non se vendono più ma dopotutto ci sono sacche di resistenza dure a morire, il Rock ancora non si dà per vinto.

I tecnici scaricano dalla mia macchina chitarre, amplificatore e pedaliera e raggiungono Penny e Gio sul palco per sistemare l’attrezzatura. Penny, al secolo Penelope Bondavalli, è la vera musicista del gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna, anch’egli chitarrista e cantante, “la Penny è l’unica tra noi che sa davvero suonare”, anni al conservatorio a studiare pianoforte per poi mollare tutto per darsi totalmente al rock and roll. Porta il nome impegnativo che ha con molta disinvoltura, sua nonna si chiamava così e lei ne è molto orgogliosa, nome importante che la distingue tra le tante. Penelope deve naturalmente la sua diffusione al poema omerico e significherebbe tessitrice (dal greco pēné, tela) ma anche anatra; secondo la mitologia greca infatti suo padre Icario da piccola la fece gettare in mare, Penelope si salvò grazie ad alcune anatre (pēnélops) che la portarono sino a riva. Dopo questo imprevisto salvataggio la famiglia la riaccolse dandole il nome di “anatra” appunto.

Tastiere, basso, mandolino, batteria, chitarra, Penny è un vero talento, come lo è anche Giovanni Ferrari, a mio modo di vedere il miglior batterista rock di quel pezzo dell’Emilia in cui viviamo.

Il concerto di stasera è uno di quelli inseriti nell’ambito del Rock Summer Festival della città, da metà giugno a fine luglio ogni weekend tre concerti, praticamente tutti soldout. Il venerdì e la domenica nel palco piccolo, presenza media 500 spettatori, il sabato nel palco grande, presenza media 1.500 persone.

Stasera, un caldo sabato di luglio, tocca a noi e alle Serpi Blu che apriranno il concerto, il gruppo della tipa con cui sto già da un po’, genere Street Rock (soprattutto) americano, New York Dolls, Aerosmith, Guns N’ Roses, (London) Quireboys. La vedo al bar insieme al suo gruppo, un cenno d’intesa e niente più.

Il soundcheck in posti come questo non è mai tranquillo, troppa gente in giro nel grande parco e nei dintorni del palco, bisogna evitare di provare passaggi ancora poco chiari, è consigliabile non fare brutte figure.

Verso le venti arrivano gli amici, il ragazzo di Penny, anch’egli chitarrista e compositore, la ragazza di Gio, amica di Penny, ed altri conoscenti e parenti. Ceniamo insieme, a bordo palco è stata allestito una sorta di backstage, visto il carattere aperto di questa rassegna chiunque può in pratica avvicinarsi senza problemi. La sicurezza c’è ma è molto tollerante. Si unisce a noi anche Michela. “Ciao, ti senti pronta per stasera?” le chiedo. “Certo che lo sono, ci mancherebbe”. Non arretra mai di un millimetro, sicura di sé, bella, coraggiosa, è lei che prende a schiaffi la vita, non viceversa. “Ci vediamo da te dopo? Posso restare anche domani …”. E come posso dirle di no, avere una donna come lei è una benedizione per un uomo di blues come me. Ci sono quindici anni di differenza ma a lei non importa, una sera mi vide suonare, le piacqui e mi volle per sé. Mi raccontò infatti che durante il finale di I’m Gonna Crawl dei Led Zeppelin, brano che lei allora non conosceva e che invece per me era una sorta di manifesto, la colpì la parte ad libitum dove, sul cambio di accordi do e la bemolle, gridavo al mondo il mio blues utilizzando frasi fatte, titoli e frasette di canzoni e luoghi comuni della lingua inglese: I’m down on my knees baby … don’t leave me this way … I’m walking in the shadow of the blues … please pleeaaase bring it on home to me … I need your love … help me thru the day.

Mi disse che sembravo totalmente ispirato e sincero e che non aveva mai sentito nessuno andare così allo sprofondo. Dopo quel concerto venne da me e si presentò, nel stringerci la mano sentii una scossa, la guardai e i suoi occhi verdi iniziarono a lavorarmi. Mi chiese di chi era quel blues lento con le tastiere, le dissi che era dei Led Zeppelin e per farle capire meglio che razza di pezzo fosse, dal cellulare le feci leggere una nota che tenevo sempre a portata di mano, la magistrale descrizione di I’m Gonna Crawl scritta dal mio amico Davide Riccadonna:

I’m Gonna Crawl è un capolavoro assoluto. Il miglior modo di concludere una carriera. Mai abbastanza celebrata. Posso vedere la band sul palco, locale chiuso, una donna delle pulizie che passa lo straccio. La festa è finita, ma prima di andare a dormire c’è tempo per questo piccolo ma gigantesco blues che riporta tutto all’inizio. Un doo-wop spettrale che esce da una radio A.M., fuori dal tempo. Echi di Five Satins, Flamingos, Skyliners, Penguins. La tastiera vagamente da music-hall è perfetta. I ragazzi, in piena malinconia, sembrano volerci dire ‘Vi facciamo sentire per l’ultima volta cosa cazzo state per perdervi per sempre’. Irripetibile. E’ il ‘Last Waltz’ degli Zep. Pensate se avessero chiuso il disco con Hot Dog … ” 

Io avevo i brividi ogni volta che leggevo quelle righe e anche lei rimase colpita e mi chiese se – visto che sapeva della mia passione per il gruppo in questione – avessi tempo per darle delle ripetizioni dato che sentiva di avere molti buchi da colmare. Da lì iniziò tutto.

Vederla sul palco era sempre una esperienza, si muoveva con una eleganza innata trasportata da un impeto che in pochi avevano. Era una tipo alla Lea Massari, un viso bellissimo, una bocca e un corpo che ti promettevano viaggi nelle profondità siderali. Il riflesso dei suoi lunghi capelli rossastri sotto le luci del palco formava un bagliore che irretiva. Le Serpi Blu iniziarono con Up Around The Band dei Creedence versione Hanoi Rocks, a seguire Looking For A Kiss dei New York Dolls, poi alcuni brani dal loro unico album alternati ad altre cover tra cui Girls Girls Girls dei Mötley Crüe.

L’interazione tra Michela e Giorgia, la chitarrista, era il clou dello spettacolo, ammiccamenti sessuali, vestiti sgargianti, mosse studiate. Chiunque avrebbe detto che tra loro due ci fosse qualcosa, il che rendeva il concerto piccante. La sezione ritmica era formata da due ragazzotti senza talenti particolari, nonostante questo quarantacinque minuti di rock and roll meno sguaiato di quel che ci si potesse aspettare, potente e ben fatto.

Un quarto d’ora per togliere la loro strumentazione ed eccoci sul palco alle 22 precise. Mentre suono e canto mi sento sospinto dalle buone vibrazioni, dopotutto è sabato sera e ci sono millecinquecento persone ad applaudire in uno spazio recintato di un grande parco, la situazione è davvero gradevole. Non avevo voglia di brani troppo complicati o cupi così avevo preparato una scaletta in massima parte fluida e godibile col classico inizio 2112: due cover, un pezzo originale, una cover, due pezzi originali. A New Rock And Roll dei Mahogany Rush e California Man dei Cheap Trick, Blu dal nostro primo album, Still Alive And Well di Johnny Winter, Bellezza D’Aria Pura e Vento Di Maestrale. Il pubblico risponde con passione, la voglia di passare una bella serata è evidente, il concerto sembra un successo. Stasera presento anche per la prima volta uno dei nuovi pezzi che potrebbero finire sul quarto album, sempre che la casa discografica decida di farmelo fare. Sono parecchio orgoglioso di Fabbro Ferraio, mentre canto certe parti del testo guardo Michela:

Fabbro ferraio batti forte

mantice e fuoco che il mio cuore è tutto di metallo

Batti luna d’argento

la tarda notte dura poco che col giorno arriva il sole giallo

 

La consonante del suo nome in testa un’allitterazione

Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie

 

Giù lungo il fiume sbuffa

la vaporiera che ha il motore pieno di scintille

La ruota gira, lei sulla prora

La vedo e il cuore batte le sue meraviglie

 

 lì soprastante il nostro cielo è tutta una costellazione

sciolte le chiome sue svaniscono le mie malinconie

 

Non senti che viene l’amore, il bene

La luce lunare, il fiume, il mare

Le notti insieme, l’amore, il bene

 

Giorni perduti, amori andati

Poi tu che arrivi e accendi tutte le mie stelle

Un arco d’acqua, notti d’ardesia

Luci lontane su colline dietro il fondo valle

 

la chiromante intorno al fuoco aspetta una rivelazione

sbuffo di fumo bianco e il treno lascia la stazione

 

Azzurre le vene, il fiume, le piene

La stanza, il soffitto, io e te dentro al letto

Sudore, catene, poi mille sirene

 

La canonica ora e mezza vola via veloce, un paio di bis e il tutto termina.

Il tempo per infilarmi un accappatoio addosso e bere qualcosa che Michela si avvicina, “molto bello, bravo, come sempre”.

La tengo per la vita, avere una come lei al mio fianco in serate come questa mi fa sentire titanico dinnanzi al futuro. Penny e Gio vengono ad abbracciarmi, siamo un buon gruppo, l’apporto di ognuno di noi è fondamentale, ne siamo ben consapevoli e ci vogliamo un gran bene. Subito dopo qualche decina di persone ci viene a salutare e a fare i complimenti: i nomi usati per riferirsi a me come sempre sono un melting pop: “Bravo Antonio”, “Grande Stef” “Ara, anche stasera perfettamente sul pezzo” “dio bono Rinaldi che bel concerto”, “Oh, Reinhardt, scomodo!  “Ari, che meraviglia”; i miei amici per fortuna mi tolgono dai problemi di identità che puntualmente mi assalgono: “vecchio, trionfo!”.

Sulla sua Renault Kadjar rossa Michela mi segue lungo la via Emilia. Abito a Roncadella, con grandissimi sacrifici ho riscattato dal proprietario la casa in cui ha vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno. E’ la casa che rappresenta per me e i miei cugini l’infanzia, casa a cui siamo legatissimi. Villa Roncadella consiste in un gruppetto di case sparse che formano una delle frazioni rurali ad est di Reggio Emilia. La cosa curiosa è che di un minuscolo insediamento come questo vi sono accenni in documenti regionali già dal 1116, e che la umile e piccola chiesetta fu eretta addirittura nel XII secolo.

Michela viene qui sempre volentieri, dice che la casa è bellissima e in una posizione invidiabile. Non so se sia così, sono troppo di parte, ma certo è stata ristrutturata con gusto e giudizio, ha un nonsoché di tenebroso che si stempera con l’ampio spazio che permette di godersi in lontananza l’appenino reggiano grazie alle poche biolche di terra che mi sono potuto permettere e ai tanti poderi che si susseguono uno dopo l’altro sino al dolce declivio delle prime colline.

E’ anche una casa spartana, finiture e corredi edilizi sono faccende ancora incompiute, ma non potevo fare di più e a me va bene anche così.

Sotto la doccia la osservo, lei se ne accorge e mi chiede “Cosa canti a proposito di Euclide nella nuova canzone?”, “Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie …” le dico a bassa voce, mi dà uno dei suoi baci e mi dice “ Mi è piaciuta un sacco, ma perché non facciamo un gruppo insieme?”, “non funzionerebbe lo sai” rispondo.

“Dai andiamo di là Ste” mi fa. Non mi piace quando mi chiamano Ste, io non sono Ste, Stef caso mai, o ancora meglio Stefano, ma lei ha un modo di dirlo particolare che mi incanta ogni volta e mi fa rabbrividire dal piacere, così come quando mi chiama col nome completo, Stefano. Per lei posso essere Ste, senza dubbio.

Apriamo una bottiglia di Valdo Florale Rosé ghiacciato, finalmente possiamo bere senza preoccuparci di dover guidare.

Iniziamo a fare l’amore, è notte fonda, il frinire dei grilli entra dalla finestra aperta che dà sulla campagna, i baci che mi dà fanno girare la testa, e invece di perdermi tra i suoi capelli finisco per dirle “hai sentito anche stasera in quanti modi mi hanno chiamato? Mi piacerebbe avere uno solo nome e cognome come hanno tutti e invece … Antonio, Aramis, Stefano, Rinaldi, Reinhardt e i vari diminutivi …” “dai facciamo l’amore non ci pensare, in fondo così ti distingui, sei diverso da tutti …” Sì, ma a volte mi piacerebbe andare all’anagrafe e .., “dacci un taglio, scopami e smettila di foneticarti il cervello.”

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

Brevi racconti di Ferragosto: “Bigliettini”

15 Ago

A pranzo ero solito andare allo Zippo Café, un ristorantino tavola calda vicino al posto in cui lavoravo. Il locale non era niente male, design semplice e dignitoso, cucina discreta. Spesso me ne andavo lì da solo, bevevo un’acqua frizzante fredda, ordinavo spaghetti alla carbonara, prosciutto e melone o secondi tipo petto di pollo con spinaci, e pensavo ai fatti miei. Avventori andavano e venivano, occupando e liberando i tavoli così velocemente che, se filmata, la cosa poteva essere trasmessa in loop in una di quelle mostre dedicate all’arte moderna col titolo “la pausa pranzo”.

Le ampie vetrate davano su di un ampio parcheggio dove ogni giorno lasciava la sua macchina il mio amico e collega Mario Bruce Corradinsteen. Lo avevo conosciuto trent’anni prima, ero appena arrivato nell’azienda in cui lavorava e, malgrado il suo approccio sempre un po’ sgrauso, dopo poco diventammo amici, a tal punto che fu l’unico con cui rimasi in contatto quando me ne andai dieci anni più tardi. Nel corso del tempo diventò più che un fratello e una delle presenze su cui si fondava la mia vita. Condividevamo visione del mondo, della politica e un’amore smisurato per la stessa squadra di calcio, un’entità sportiva che ci faceva palpitare il cuore. Spesso guardavamo le partite trasmesse dalla televisione insieme, tra imprecazioni, bestemmie, disperazione e improvvisi scoppi di gioia cosmica, il tutto col gusto delizioso che solo lo sport (e una paio di bicchierini di Rum Legendario) che tanto amavamo sapeva darci.

Durante questi pasti veloci come mio solito ponderavo il senso della vita, il caos esistenziale in cui eravamo immersi, il caso che aveva dato origine a tutto. Mi passavano di fianco donne incorniciate nelle loro vesti estive: ampie gonne svolazzanti, leggeri pantaloni alla Capri sfrangiati appena sotto il ginocchio, canottiere da cui maliziosamente correvano in parallelo le spalline dei reggiseni, camicette fru-fru fatte di nastri e pizzi e di una foggia decisamente fuori dal tempo per le giovani donne del sud che le indossavano. Il problema erano le calzature. A parte qualcuna che indossava scarpe estive degne di nota con tacco medio, intreccio blu e greige e magnifico cinturino che correva intorno al collo del piede, e qualcun’altra che portava sneakers della mia marca preferita, quasi tutte avevano i sandali, calzatura contro la quale, con i miei amici, avevo iniziato da anni una campagna denigratoria. C’erano sandali e sandali, vero, ma troppo spesso la gente finiva per indossare modelli, dal punto di vista estetico, irricevibili. Pensavo inoltre che se si decideva di indossarli la cura del piede doveva essere assoluta, quando tutto quello che vedevo era pelle trascurata e talloni screpolati.

Una volta terminati gli spaghetti, finito il melone e sorseggiato l’ultimo goccio di acqua frizzante come fosse la mia Belgian Blanche preferita, me ne rimanevo appollaiato sullo sgabello qualche minuto cercando di sbarazzarmi di me stesso prima di tornare in ufficio. In quel frangente lo sguardo tornava a cadere sulla macchina di Corradinsteen e iniziai ad elaborare l’idea di lasciargli sul finestrino dei bigliettini, utilizzando pezzetti della commessa riposta sul tavolo. La cosa si protrasse per diverse settimane ogni qualvolta mi fermavo a pranzo allo Zippo. Mi divertiva immaginare le facce che avrebbe fatto il mio amico un volta che – a fine turno – sarebbe arrivato alla macchina e, nell’atto di aprire la portiera, si sarebbe trovato il bigliettino davanti al naso.

I messaggini che gli lasciavo erano di stampo calcistico, volutamente infantili, e alludevano ai personaggi cardine che preferivo della nostra squadra del cuore.

Ripensandoci oggi scuoto la testa, sorrido tra me e me e mi chiedo che cosa avrà mai pensato Mario Bruce. Molto tempo dopo venni poi a sapere che il mio sodale conservò negli anni tutti i bigliettini; lo fosse venuto a sapere il mio amico Paolino P. ci avrebbe dato delle “nase fruste*.

(©Stefano Tirelli 2040)

 

 

*modenese per “ultra gay”.

 

 

 

 

QUELLA VECCHIA LOCANDA (Black Sabbath Blues)

3 Nov

Ad inizio blog, nella prima parte del 2011, pubblicai qualche mio breve racconto, poi smisi. Oggi ho deciso di riprendere. 

Perché mi trovi a camminare di sera sotto la pioggia battente non so spiegarmelo con esattezza. Probabile che, dopo essere tornato ad abitare nel borgo natio, avessi bisogno di riappropriarmi dei posti della mia giovinezza. Camminare mi è utile, mi sostiene l’animo quando sento che sto per precipitare e mi aiuta a sistemare i neri pensieri che franano sulle stradine della mente. Perché farlo in una fredda sera di fine ottobre, dove sul paese piomba un’ombra funerea e sul mio cammino trovo solo foglie morte e pozzanghere, rimane tuttavia un mistero.

Indosso un lungo impermeabile e un cappello a falde larghe trovati nelle vecchie cose di mio padre. Il passo è sostenuto. Via dei Prati porta fuori paese, verso il bosco. Un amico mi ha parlato della locanda che hanno aperto dove decenni fa c’era un mulino ad acqua. Ogni tanto volgo lo sguardo a destra e a sinistra, al di là del bavero intravedo case che un tempo furono di vecchi amici. Là abitava Fabrizio, lì abitavano Gabriele e Gian Luca, quella, dietro le cancellate bianche, è la villa della contessa, nel cui boschetto le maestre elementari ci portavano a volte in visita. Stringo le spalle, è vita passata, non voglio rimanere impigliato di nuovo negli arbusti della nostalgia.

Proseguo con fare risoluto. E’ passata ben più di mezz’ora da quando sono partito. Tra la cortina della pioggia intravedo la locanda. E’ adagiata su di una altura sulla riva del canale, poco prima del pentacolo di strade che portano nel bosco o in campagne sperdute, quelle che da sempre considero la twilight zone dei territori in cui sono nato.

Do una veloce occhiata all’edificio, sembra abbiano fatto un ottimo lavoro con la ristrutturazione. Il sapore del passato e delle semplici architetture retrò è ancora presente e ben si sposa con quello che chiamano urban style, il tutto non stride con l’ambiente rurale.

Sotto lo scroscio dell’acqua e della luce gialla dei lampioncini del portone do un’ultima occhiata in giro ed entro. Mi tolgo impermeabile e cappello, sono fradici, li appendo nel vano che precede l’entrata vera e propria.

Il locale è a forma di L, sul lato lungo il bancone del bar e i tavoli, nel lato corto divani, tavolini e tutto quanto può servire per rilassarsi dopo aver cenato. Domina il legno, direi rovere, scuro. Luci indirette, rilassanti, buon odore.

Sulla destra, due tavoli occupati da altrettante coppie. Al banco un paio ragazzi intenti a guardare lo schermo della TV. In sottofondo Chris Rea.

Il gestore del locale mi si avvicina, al di là del banco:

“Buonasera. Serataccia eh?”

Gli dico che mi manda un amico comune, lui annuisce, faccio per presentarmi ma non ho il tempo di pronunciare il mio nome, mi riconosce, lo vedo scavare con convinzione là nella memory lane e mettere a fuoco.

“Certo, sei Rinaldi. Abbiamo fatto le medie negli stessi anni, tu eri in terza io in prima, direi”. Un paio di minuti per allacciare le stringhe delle nostre vite sono sufficienti. Siamo conoscenti, non amici, nonostante ciò capto immediatamente la giusta sintonia.

“Devi cenare?” dice allungandomi il menù.

“Sì. Prima mi dai da bere qualcosa? Posso mettermi là?” e indico la parte sinistra del locale.

“Certo fai pure, tanto stasera mi sa che non arrivi più nessuno visto il tempo”

Sorseggio una sambuca, mi avvicino alle vetrate. Il canale scorre veloce a pochi metri e poco più sotto si stende l’abitato de Le Casine, piccola frazione del paese. La pioggia continua a cadere.

Poco dopo il cuoco mi porta al tavolo la bistecca che ho ordinato. Da un po’ di anni  cerco di mangiare poca carne, ma stasera è una di quelle sere in cui una bistecca e una Weiss mi ci vogliono.

Mangio lentamente; il tepore del locale, la birra che freme nel lungo bicchiere di vetro, l’ampio spazio a disposizione smussano gli angoli del mio essere.

Entrano due donne. Maledicono, ridendo, il tempo. Mi domando perché non siano restate a casa. Ordinano qualcosa e si mettono al banco.

Termino la cena, mi alzo e vado verso il giradischi che sta tra i divani e le vetrate. Ci sono alcune cuffie wireless. Scorro gli lp che sono riposti con cura nello scaffale. Incappo nel primo dei BLACK SABBATH. Lo prendo in mano. La copertina mi ha sempre attratto.

Il Mapledurham Watermill in secondo piano e la donna misteriosa che mette paura lì’ davanti, rendono perfettamente l’atmosfera dalla musica registrata tra le pieghe di quel vinile.

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Con un cenno chiedo a Roberto il permesso di ascoltarlo. Mi infilo le cuffie. Di nuovo la pioggia. Pochi attimi e rifletto sulla sincronicità, la pioggia che batte sui tetti e tra i solchi del vinile, i vecchi mulini ad acqua sulla copertina e sotto ai miei piedi. Rintocchi di campane e quel riff di chitarra così cupo giocato su intervalli musicali considerati demoniaci, Satana che compare nelle parole cantate, mi avvicino alle vetrate e controllo se davvero Old Scratch, come lo chiama il mio amico Bill, non stia arrivando da dietro la curva del canale. Il pezzo Black Sabbath è per davvero uno delle composizioni più inquietanti del vecchio Rock.

Quando parte The Wizard torno a riflettere su quanto il primo album di questo gruppo inglese mi faccia comprendere la grande libertà di espressione lasciata agli artisti in quegli anni, qui in particolare a quelli della scena britannica. Gli arrangiamenti e le parti ritmiche sono grezze, ma l’accezione da dare al termine è quella più positiva e non quella figurata. Sono intelaiature di base, spartane, non rifinite adeguatamente o trattate ma proprio per questo dense di un fascino particolare.

In Behind The Wall Of Sleep ci ho sempre sentito i Free di Moonshine e anche questa volta questo succede. Ho lo sguardo fisso sulla copertina del disco che tengo tra le mani come facevo da ragazzo, quando passavo i sabati sera a contemplare l’artwork degli lp appena comprati. Mi avvicino al banco, chiedo qualcosa da bere. Una delle due donne ha un piede appoggiato ad una traversa dello sgabello, il cappottino blu e la gonna lasciano intravedere lunghe gambe fasciate da collant neri. La donna mi scruta e poi torna a parlare con la sua amica.

Di nuovo sul divano. Di nuovo i Black Sabbath. NIB. Lucifero alle prese con problemi amorosi. Ancora costruzioni ritmico-melodiche essenziali e dirette. Non sono mai riuscito ad ascoltare il rifacimento di  Evil Woman dei Crow senza pensare a Black Night dei Deep Purple. Torno a guardare le gambe della donna sullo sgabello mentre sorseggio il Southern Comfort. Alzo lo sguardo, sta bevendo. Ha quel tipo di bocca che mette agli uomini idee strane. Mi viene in mente una oscura bonus track di due musicisti inglesi… Whiskey From The Glass.

L’inizio di Sleeping Village mi riporta sulle verdi colline dei Free, poi rotolo giù trascinato dalla Gibson SG del chitarrista. Warning è una canzone degli Aysley Dunbar Retalation che il gruppo scelse per chiudere l’album. Dieci minuti di foschi ricami metallici spezzati dal tumulto elettrico del chitarrista. Davvero, quanta libertà avevano i musicisti allora.

Ripongo l’ellepì e le cuffie. Mi risiedo sul divano. Guardo il grande orologio che sta tra le due vetrate. Nemmeno le 23. Il tepore del locale è gradevole ma sento l’umidità nelle ossa, che poi è solo un modo di dire, una suggestione. Mi riavvicino al bancone e chiedo a Roberto se mi prepara qualcosa. Sono venuto a piedi forse anche per questo, per poter bere un bicchiere di più. Controllo il cellulare e torno sul divano. Mi sarebbe davvero piaciuto, anni fa, avere un locale così  a disposizione. Venire a cena con gli amici e quindi sostare nell’area relax tra dischi, liquori e vista sulle campagne.

“Ecco qui la tua China calda” mi dice la donna che avevo guardato più volte. “Come ti è venuto in mente di ordinarla? Non ricordavo nemmeno più che esistesse”. “Non lo so nemmeno io” rispondo “un riflesso della mia infanzia. Andavamo al mare in settembre, alcune serate erano fresche e mia madre, quando ci sedevamo ai tavolini all’esterno di un bar, ordinava spesso una China calda. Visto  il tempo che c’è stasera mi è sembrata appropriata.”

“Posso assaggiarla? Uhm, buona, però non sembra un liquore da uomo” mi dice.

“Non sarai mica una di quelle che pensano che solo chi beve un Macallan 12 anni double cask è un vero uomo eh? No perché io bevo Southern Comfort che è un, anzi è il bourbon fruttato di New Orleans. Ti dirò di più, se devo scegliere tra una Ceres e una Corona, scelgo la bionda messicana. E’ un problema?”

Mi guarda con gli occhi spalancati e ride. “Ma lo sai che sei un bel tipo? E comunque io ti conosco. Sono la sorella della Lea. Mi chiamo Milva, come la cantante. Non so se ti ricordi, mia sorella era nella tua compagnia, andavate al cinema d’essai a San Matteo della Decima. Io vi guardavo quando la venivate a prendere, mi sarebbe sempre piaciuto venire con voi. Avevo una simpatia per te.”

“Cosa sta succedendo?” mi chiedo, fino ad un minuto fa non conoscevo questa donna ed ora…

Sono stupito del frizzante scambio di battute, dello scorrere fluido delle parole, della confidenza che si è instaurata in un attimo, immagino che quel pochino di alcol che abbiamo entrambi in circolo abbia facilitato la cosa.

Cerco in fretta nella memoria. Ricordo che in inverno andavamo a Decima al cineforum a vedere film soprattutto musicali. Mi sembra fossimo in due o tre macchine, rammento Lea ma non la ragazzina che questa donna doveva essere allora. Parliamo un po’, riannodo le stringhe sciolte dei ricordi, riaffiora la mia giovinezza. Sembra proprio che sia chi dice di essere. Non ero io quello della compagnia che attirava le donne, ma ne avevo sempre qualcuna intorno attirata in qualche modo dal mio essere uomo di blues. Possibile che avessi fatto colpo anche su di una ragazzina che immagino fosse molto carina?

Mi guardo intorno. Le due coppie al tavolo sono ancora al loro posto, i ragazzi ora sono quattro e stanno guardando un programma sportivo alla TV e l’amica della donna che è seduta qui accanto a me è china sul cellulare.

Milva deve avere bevuto uno Spritz di troppo, sembra ben disposta più del dovuto nei miei confronti. Se anche fosse vero il fatto che da giovinetta avesse avuto una simpatia per me, mi pare incredibile che sia così candida con me dopo nemmeno un quarto d’ora dalle presentazioni. Sebbene me la meni parecchio circa una mia presunta (e francamente noiosa) etica, sono un uomo ed essendo tale è meglio che cerchi di pensare ai Black Sabbath per scacciare certi pensieri. Milva ha la primavera sulle labbra e un delizioso profumo fruttato, me ne sono accorto quando con la scusa di una risata mi si è avvicinata al viso. La pioggia, il calduccio del locale, il Rock ed ora questa donna piuttosto attraente e un po’ brilla qui di fianco. Finisco la mia China, mangio anche la fettina di limone. Le guardo le gambe avvolte in quelle belle calze scure, la prendo per un braccio e le faccio “Dai, andiamo”. Ci dirigiamo al bancone, pago la cena e i miei e i suoi drink. La riconsegno alla sua amica.

“Sono tornato ad abitare in paese, Milva. Sono certo che ci saranno altre occasioni per rivederci. Ciao”.

Due parole con Roberto e sono fuori. La pioggia continua a scendere seppur in maniera meno pesante. Dal bosco escono spesse le tenebre. Mi stringo tutto intorno a me. Ho ancora un po’ di liquore in circolo, i blues se ne stanno raggomitolati negli angolini dell’animo. Scuoto la testa, penso alle gambe di Milva. Mi rimetto in cammino.

…never talking, just keep walking…

 

 

 

Tim Tirelli © 2016

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “La Coppa Nebbia”

30 Apr

Il campo da calcio sembra enorme, il gioco si sviluppa quasi esclusivamente a centrocampo e anche i giocatori attorno al pallone sembrano molto distanti. Lì, sulla fascia destra difensiva, la situazione sembra tranquilla. Cerchi di stare concentrato, ma ogni tanto lo sguardo cade sugli alti pioppi lì a bordo campo, sul pubblico di genitori e ragazzini, e sulla coppa appoggiata  su di un tavolino da bar. Intravedi  tuo padre. Raddrizzi la schiena, vuoi fare bella figura, con addosso le magliette giallo ocra a maniche lunghe sembrate quasi dei calciatori veri.

Non sai nemmeno come mai sei in campo, sei un po’ troppo gracilino, ma hai un piedino niente male e ti hanno messo a presidiare una zona della difesa. L’altro terzino ogni tanto ti saluta alzando il braccio. Vi divide una fetta di campo che sembra grandissima. Lo stopper e il libero sono molto concentrati e fanno la faccia seria. E’ la finale del torneo delle quinte delle Scuole Elementari. Eravate partiti male, dopo due partite eravate ultimi, ma poi qualcosa deve essere successo perché da lì in poi avevate sempre vinto.

La partita intanto non si sblocca,  mancano venti minuti alla fine, ma il gioco è sempre raggomitolato a centrocampo e ci sono sempre un minimo di 8 giocatori intorno al pallone. Poi d’improvviso tutto si sposta verso l’area degli avversari, anche i tuoi colleghi difensori si portano in avanti ma tu esiti, non ti fidi, rimani indietro, il concetto di fuorigioco per te non esiste. Urla concitate, non capisci bene cosa succede, l’area avversaria per te è quasi un altro mondo, che se la sbrighino loro. L’arbitro in giacchetta nera rimbalza da una parte all’altra, ha il suo bel da fare.

Tutto ad un tratto, il silenzio: il loro attaccante corre veloce verso di te, dietro arrancano il libero e lo stopper surclassati da un contropiede fulmineo. Il tuo terzino sinistro cerca di convergere verso il centro dell’area ma pare ancora lontanissimo. Il tuo portiere saltella nervosamente. Guardi per un attimo il cielo, celeste come solo certi sabati pomeriggio di maggio. Che fare? L’allenatore urla il tuo cognome e ti grida “Guarda l’uomo, guarda l’uomo … vai sul football, vai sul football!”. E allora parti a più non posso, la tua accelerazione è notevole, punti dritto l’attaccante che arriva e che confronto a te sembra un gigante. Non ti sembra di fare fatica, ti senti coraggioso, ormai ci sei, lui si allunga il pallone di quel tanto che ti è sufficiente  per calciarlo con tutta la forza. Lui cade a terra sbilanciato dalla tua mossa, tu rimani in piedi e ti chiedi come hai fatto a schivarlo, il piede ti fa male, il pallone di cuoio pesa un bel po’ ma ora lo guardi mentre compie una bella e lunga parabola; ricade sul limite dell’area avversaria, rimbalza, il tuo attaccante è nei pressi, l’allenatore gli urla “Spavira!”, così lui non ci pensa due volte e tira in modo secco, preciso, forte.

Tutti i tuoi compagni alzano le braccia, l’allenatore corre ad abbracciarti. Ti solleva in aria, ride e urla. Cavolo, abbiamo segnato. Guardi il tuo portiere, salta come grillo, lo stopper e il libero vengono a darti un buffetto. L’autore del goal urla il tuo cognome e ti saluta da lontano.

La partita riprende, loro ripartono subito, sono in tre dietro al pallone vengono verso la tua porta. Tu e lo stopper vi buttate sulla palla scontrandovi con gli avversari. Pericolo sventato, ma la spalla ti fa male. Sei ancora un po’ stordito quando uno di loro viene giù dalla tua parte e ti scarta secco, fa il cross ma il tuo portiere la para. Sei un po’ in confusione. Ti sposti verso il centrocampo, non sai nemmeno perché, qualcuno ti passa la palla, e tu la lanci al numero sette. Torni in difesa. Sei ancora indolenzito. L’arbitro fischia, è finita.

Negli spogliatoi ci togliamo le magliette, beviamo acqua e facciamo la pipì. I più scafati di noi iniziano a cantare “Noi della Gentile l’abbiamo fatta grossa, eravamo ultimi e abbiam vinto la coppa”. L’allenatore paga un gelato a tutti. La premiazione è semplice, qualcuno consegna la “Coppa Nebbia” con tanto di targhetta “Campioni del Torneo Scuole Elementari 1971” al nostro capitano e poi tutti gridiamo urrà. La portiamo in giro a far vedere alle nostre mamme, qualcuna ci offre del prosciutto e dell’aranciata.

Verso sera tutto finisce. Allegro monti sulla tua bici rossa e ti avvii verso casa. Ti viene quasi da piangere, ma cerchi di non farlo. A cena papà ti dice che ti porterà a fare il provino all’Inter. Sta scherzando, dice per dire, ma tu a letto non pensi ad altro … il provino all’Inter. Ah.

(breve racconto di Tim Tirelli – Copyright 2011)

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Il bacio della buonanotte”.

27 Apr

Ti metti a letto, ormai è tarda sera, sei in quell’età strana in cui da bambino stai per diventare ragazzino, i muri della tua stanzetta sono ancora pressoché intonsi, oddio, c’è un poster di una moto da cross, c’è il poster di Sandokan ma poco di più..forse il poster della prima grande Inter. Tra non molto quei muri non saranno sufficienti per tutti i poster che vorrai appendere dei gruppi rock che verranno a piacerti.

Domani a scuola, chissà se interroga, non hai studiato tanto, sei preoccupato, ci pensi un po’ ma poi la mente si libera e vola … chissà come andrà a finire la partita di sabato al campo della chiesa, chissà quando potrò avere un motorino, chissà quando diventerò campione di motocross  e chissà … ecco, un chissà si ferma lì, solo soletto senza pretese di andare, ma deciso a non tornare indietro. Il chissà che non conosci, quello che ti fa stare con gli occhi aperti, quello che  non riesci a capire, qualche decennio dopo lo avresti definito un chissà blues, ma intanto non sai cosa è il blues e questo chissà rimane lì. Non riesci a comprendere che probabilmente è il chissà di come sarà la tua vita, magari lo intuisci nel profondo, ma senza rendertene conto. Fantastichi senza fantasticare, ti sorprendi senza rimanere sorpreso, c’è quel qualcosa di indefinito che ogni tanto ti viene a trovare, non sai cos’è ma forse lo sai non sapendolo … mi sa che lo senti  già il senso che hai per il blues ma ancora non lo capisci. Rimani lì, contempli il nulla, la tua testolina è  un incrocio in cui sfrecciano, che cosa non si sa, ma sfrecciano. Apri ancora di più gli occhi, sei quasi divertito, ma anche stupito, ma non sai da cosa. Chissà, chissà, chissà.

Si apre la porta, entra la mamma, controlla che tutto sia a posto e prima di uscire ti da un bacio sulla guancia mentre tu fai finta di dormire. Sarà uno degli ultimi baci sulla guancia, tra poco sarai troppo grande, ma intanto, ti giri, ti scordi il chissà, sospiri beato e ti metti a dormire.

(breve racconto di Tim Tirelli – Copyright 2011)

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Saggio Rock di una scuola di chitarra”

31 Mar

(Fin da piccolo mi è sempre venuto naturale scrivere – bene o male non sta a me dirlo – … lettere, biglietti, filastrocche, canzoni, articoli musicali, racconti … nel corso degli anni ho raccolto quindi parecchio materiale, quasi mai pubblicato. Qualcuno di voi mi chiede di pubblicare qui sul blog anche i miei racconti. Beh, ci provo, non so che effetto farà… noia, curiosità, indifferenza, boh … nel caso sappiatemi dire)

(PS: chiamo questa rubrica RACCONTI PER QUALCHE TEMPO, quando ero giovane ed ingenuo era il titolo che avrei voluto dare ad una mia ipotetica raccolta di racconti)

(Il Saggio)

Quella sera non avevo una gran voglia d’uscire, mi sentivo slanato e con l’umore pericolosamente in ribasso.

Poche ore prima al lavoro, un mio collega aveva ricevuto una promozione per un certo posto a cui io probabilmente non ambivo: il lavoro non mi piaceva e non avevo grosse ambizioni di carriera in quel campo, ma quelle cose in certe situazioni possono dare fastidio.

Avevo provato a passarci sopra guardando la tivù prima e ascoltando la radio poi, ma i programmi erano davvero di merda. Che cavolo potevo fare? Rivedere il film “Southern Comfort”? Metter su il live dei Clash e sentirmi uno di loro? Sfogare quel non so che d’indefinito con “Straight Shooter” della Bad Company?

Un libro…forse…no, cosa potevo mai scegliere dopo aver letto “Il Corpo E Il Sangue Di Eymerich”?

Driiin driiin…

“Pronto”, dissi in tono aggressivo appena alzata la cornetta.

“Ciao, sono io”. Era il mio amico Livin’ Lovin’ JayPee, per tutti Livin’, Lovin’ oppure Geipi.

“Senti Bren, mi ha telefonato Ronnie, stasera suona all’Hoodo Cabinet di Bologna e mi ha chiesto se vado a vederlo. Non riesco a trovare uno straccio di figa che venga con me, vieni tu?”.

“Mm…mm…va beh…andiamo con la tua macchina però, la mia è ancora dal meccanico. A che ora passi?”

“Dai, alle nove son lì, ciao”.

“Va bén, at salòt”.

Ma sì, uscire con Livin’ mi aveva sempre fatto bene, e allora via.

Facemmo la Via Emilia ascoltando una di quelle compilation che Lovin’ era solito farsi in casa. Roba da depravati musicali: Kid Rock, Kenny Rogers, Cesar Rosas, Tom Jones, Talking Heads, Creedence, Puff Daddy, Randy Newman, Chemical Brothers, Duane Allman, Blu Vertigo (Blu Vertigo?!), Bob Seger, Poison (Poison?!) …cazzo! Arrivati sulla tangenziale guardammo lo sciame delle puttane ronzare ai bordi della strada. Molte erano nere, e alcune sembravano il ritratto dipinto da Mick Jagger in “Brown Sugar”: stupende. Il testosterone tendeva ad alzarsi.

Il locale era nei pressi della stazione, non faticammo quindi troppo a trovarlo. L’insegna era orrenda e non faceva presagire nulla di buono. All’entrata ci consegnarono la drink card, di quelle che se le perdi devi poi dare duemila euro all’uscita. Maledette drink card. Ero già superincazzato e JayPee si divertiva a vedermi così.Oh, appena dentro però il locale mi sorprese: al piano superiore un delizioso ristorante messicano, mentre nel seminterrato un ampio saloon in puro stile western accolse con gradevole savoir faire le nostre ombre.Erano le dieci di sera e gli avventori non erano ancora tanti. Io e Livin’ ci sedemmo ad un tavolo in una posizione più o meno strategica: dal nostro punto d’osservazione potevamo controllare facilmente il palco e tutto il salone. La consumazione minima era di dieci euro, così ordinammo due Corona.

Eravamo lì a sorseggiare le birre, quando venimmo a sapere che il concerto in programma per quella sera era una sorta di “saggio Rock” della scuola musicale del chitarrista con cui suonava il nostro amico Ronnie. Porca miseria, ma si può? Che palle. Solo il fatto di aver preso due birre c’inchiodò al tavolino, altrimenti at salòt Hoodoo Cabinet.

Verso le dieci e mezza entrò nel saloon Ronnie col suo solito fare da gattone. Se la tirava mentre si dirigeva verso il palco, quando gli arrivò un calcio nel sedere.

“Oh, rottinculo, siamo qui.”

“Eh, mo’ vé. Allora sei poi venuto Livin’? Ed hai portato anche Bren. Ma vieni!”

Ron ci spiegò che avrebbero suonato delle cover classiche e che man mano sarebbero saliti sul palco gli allievi di Pax, che poi era il suo amico Pacifico Benedetti (che razza di nome).
A quanto raccontava Ronnie, Pax era stato in America dieci anni, e adesso che era tornato aveva aperto questa scuola basata sul metodo di Frank Gambale (mah).

Pax nel frattempo era arrivato e giocava a fare la star parlando un po’ con tutti. Ronnie ce lo presentò: il suo ghigno sorridente (l’unica espressione del suo viso) pareva dire: “Sono Pax, sono stato tanti anni in America e suono da dio.” Me lo immaginavo già: uno di quei chitarristi metal/fusion che usano amplificatori a transistor e che basano tutto sulla tecnica e cose simili, e che in definitiva fanno veramente cagare.

A concerto iniziato mi complimentai con me stesso: ci avevo azzeccato in pieno.
Tecnicamente non si poteva discutere, ma che noia quel tipo di chitarristi. Il gruppo iniziò con “Hush”, “Sunshine Of Your Love” e “Purple Haze”. Mi guardai intorno e notai che il locale si era riempito di una discreta fauna rock: metallari moderni, compagnie di ragazze in cerca di emozioni, qualche rocchettaro, bravi giovinetti con le Timberland, jeans Stone’s Island, camicia e maglioncino, e qualche romantico rock and roller vestito Austin Style. Inutile dire che io e Jay eravamo i più fighi.

Guardando meglio m’accorsi che non troppo distante da noi, c’era una coppia che mi colpì. Lui sembrava un incrocio tra il Carmine Appice dei tempi dei Vanilla Fudge e il giovane Cat Stevens, lei…cazzo…mi tirava da morire. Alta, magra, capelli lunghi, lisci, tinti di biondo, infilata dentro a pantaloni di pelle che le fasciavano divinamente il culo, lupetto verde pisello che evidenziava due belle tette. I lineamenti del viso erano spartani, sembrava un po’ Joe Perry, in meglio naturalmente. Se ne stava appoggiata ad una botte di legno che fungeva da tavolo, indifferente a tutto e a tutti, mentre “Carmine” (ormai l’avevo ribattezzato così), il suo ragazzo, sembrava eccitato dal concerto. Ronnie stava soffiando dentro all’armonica, tentando di arginare lo straripante chitarrismo assassino di Pax, il quale stava a sua volta martoriando un giro di blues assai miserello.

Zoomai su “Giuseppina” (ormai l’avevo battezzata così): era voltata verso di noi, e per un momento i nostri occhi s’incrociarono…aveva quel tipo di sguardo cui avresti potuto rispondere unicamente con…beh lasciamo stare. Livin’ aveva attaccato discorso con le quattro ragazze che sedevano al tavolo dietro a noi: due erano passabili, una era carina, l’altra proprio un cesso. Me le presentò. L’unico nome che mi rimase in mente fu quello della più carina: Caterina.

“Mi sa che le piaci Bren, ha detto che le sembri simpatico.
Che ne dici di Rosanna, quella castana coi capelli lunghi? Credo che ci stia.”

“Ehi, Livin’, guarda quella.” Gli dissi piantandogli un gomito nello stomaco.

Si mise di spalle rispetto alle ragazze appena conosciute e sottovoce disse:

“Che superfiga!”‘

Dopo “Whole Lotta Love”, iniziarono a salire sul palco gli allievi di Pax. Il primo fu un ragazzo sui venticinque anni, capelli corti, look da uno che lavora in un Ced e Jackson bianca a tracolla. Si mise a provare le scale che aveva imparato, su “Hey Joe”: un delirio. Su e giù per il manico, applicando in maniera scolastica le fresche nozioni, mentre Ronnie con tanta volontà cercava di tenere il filo nel raccontare di Giuseppe, un tizio che stava andando ad ammazzare la sua donna perché questa si era data da fare con un altro uomo. Su un noiosissimo giro di rock and roll si cimentò un metallaro altissimo con una Ibanez Jem 777 modello Steve Vai. Il risultato fu pessimo: era come vedere i Metallica alle prese con Tamp’Em Up Solid di Ry Cooder. Questo spilungone dimenava i suoi lunghi capelli ricci e neri con l’aria stampata in faccia di “E’ così che si suona il rock and roll.” Il suono della chitarra era compresso e distorto al massimo, di quelle distorsioni però domate e pulite. Veloci fraseggi messi insieme senza calore. Tutti iniziarono ad applaudire e anche io mi unii al battimani generale, e più battevo più gli urlavo in mezzo alla bolgia: ” Ma bravo, ma vaffanculo te e tutti i Malmsteen del cazzo come te.” Iniziavo a divertirmi.

(Il Rock)

Fu poi la volta di un diciottenne con gli occhiali che tentò di lanciare la sua Epiphone contro il riff di “Honky Tonk Women”, senza riuscire a scalfirlo minimamente; aveva un approccio simil jazz, con quegli accordini che cercano d’infilarsi dappertutto, ma il riff di Keith Richards, benché suonato da quel pesce lesso di Pax, se li mangiò uno dietro l’altro. Pax scese dal palco e vi ci fece salire con forza un altro dei suoi allievi, che si vedeva benissimo che diceva no ma voleva dire sì. Ridendo, questo tizio, si lasciò trascinare sul palco e nel farlo salutò la sua ragazza come se stesse partendo per la guerra (quale non ha importanza, Afghanistan, Iraq, Nordafrica, tanto sono tutte uguali). Quando vidi la sua faccia da culo sciogliersi in un nirvana di beatitudine, mentre teneva il bicordo LA/MI in quinta posizione senza fare null’altro durante tutta GET BACK, beh, cazzo, decisi di darci a mucchio e di dedicarmi all’osservazione di “Giuseppina”.

Nel frattempo le quattro ragazze erano venute al nostro tavolo. Cercavo di rispondere alle loro domande con garbo e più in generale di entrare nei discorsi che intavolavano, ma la mia mente volava continuamente sulle gambe di Giuseppina. Caterina ad ogni modo sembrava davvero interessata a me, si faceva vicina vicina, mi fissava mentre beveva il suo Bellini, e in diverse occasioni mi sfiorò le mani. La guardai meglio: assomigliava all’attrice protagonista di “Sliding doors”…e brava Caterina, ma adesso che vuoi da me?

Diedi un’occhiata al palco e vidi che “Carmine” era stato chiamato come ospite a cantare “Jumpin’ Jack Flash”. Poveretto, non era un cantante troppo dotato, sembrava una brutta copia di Gary Barden, il cantante del Michael Schenker Group dei primi anni ottanta. “Giuseppina” continuava ad avere lo sguardo assente: non concedeva nemmeno un minimo di soddisfazione al suo ragazzo. Che tipo di donna! Starci insieme doveva essere davvero dura, povero “Carmine”.

Accortasi già da un po’ che la fissavo spesso, prese a controllarmi con quell’aria da “Ma che vuole questo sfigato?”, eppure ad un certo punto venne a chiedermi qualcosa.
“Visto che ti diverti tanto a guardarmi, mi offri una sigaretta?”

Mi alzai in piedi e mi spostai dal tavolo.
“Ma certo! Posso offrirti anche qualcosa d’altro?”

Guardò “Carmine”, fortunatamente ancora sul palco.

“Perché continui a fissarmi?” mi chiese con quell’aria algida alla Patty Pravo.
Decisi in una frazione di secondo di andare dritto al punto.

“Perché ti trovo bellissima!” risposi sorridendo.

“Ah. Grazie. Ora è meglio che torni al mio posto. Ciao.”

Speravo in qualcosa di più, ma almeno le avevo parlato.
Tornato al tavolo mi sentii chiedere da Caterina:

“Che voleva quella?”

“Oh, niente, una sigaretta” dissi mentre guardavo un Livin’ divertito.

(La Scuola di Chitarra)

Decidemmo di uscire dal locale, ne avevamo avuto abbastanza. Mentre mi avviavo all’uscita feci in modo di salutare “Giuseppina”. “Carmine” era al bar e lei mi fece un sorriso piccolo piccolo. Le mandai un bacio con la mano, cui lei rispose semplicemente con lo sguardo.

“Ma chi è?” insistette Caterina.

Tagliai corto: “E’ una vecchia amica”.  Io, Livin’, Rosanna e Caterina andammo in direzione della nostra macchina, mentre le altre due loro amiche si persero chissà dove.

Jay e la sua s’incamminarono verso un piccolo parco che era nelle vicinanze, io e Caterina invece ci fermammo a chiacchierare appoggiati alla macchina di Livin’ Lovin’ Jaypee.

Avevo negli occhi, nel cuore e nel pisello l’immagine di “Giuseppina”, ma quando Caterina ad un certo punto mi disse: “Beh, te ne sarai accorto…mi piaci molto”, mi lasciai baciare senza opporre resistenza.

Con gli occhi chiusi, immaginai d’essere con “Giuseppina” e per questo misi Caterina di spalle contro la macchina, e appoggiai con precisione la patta dei miei pantaloni sulla sua. Il bacio si fece appassionato, accompagnato da strusciamenti mica da ridere.

Ripresi fiato e istintivamente mi voltai alla mia sinistra: vidi “Giuseppina” a circa dieci metri da noi. Era sola ed ebbi l’impressione che fosse venuta a cercare me.

Con la solita indifferenza stampata in faccia, mi guardò, girò su se stessa e tornò verso il locale. Cazzo!!!

(racconto di Tim Tirelli – Copyright 1999/2006/2011)

(Giuseppina)