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QUELLA VECCHIA LOCANDA (Black Sabbath Blues)

3 Nov

Ad inizio blog, nella prima parte del 2011, pubblicai qualche mio breve racconto, poi smisi. Oggi ho deciso di riprendere. 

Perché mi trovi a camminare di sera sotto la pioggia battente non so spiegarmelo con esattezza. Probabile che, dopo essere tornato ad abitare nel borgo natio, avessi bisogno di riappropriarmi dei posti della mia giovinezza. Camminare mi è utile, mi sostiene l’animo quando sento che sto per precipitare e mi aiuta a sistemare i neri pensieri che franano sulle stradine della mente. Perché farlo in una fredda sera di fine ottobre, dove sul paese piomba un’ombra funerea e sul mio cammino trovo solo foglie morte e pozzanghere, rimane tuttavia un mistero.

Indosso un lungo impermeabile e un cappello a falde larghe trovati nelle vecchie cose di mio padre. Il passo è sostenuto. Via dei Prati porta fuori paese, verso il bosco. Un amico mi ha parlato della locanda che hanno aperto dove decenni fa c’era un mulino ad acqua. Ogni tanto volgo lo sguardo a destra e a sinistra, al di là del bavero intravedo case che un tempo furono di vecchi amici. Là abitava Fabrizio, lì abitavano Gabriele e Gian Luca, quella, dietro le cancellate bianche, è la villa della contessa, nel cui boschetto le maestre elementari ci portavano a volte in visita. Stringo le spalle, è vita passata, non voglio rimanere impigliato di nuovo negli arbusti della nostalgia.

Proseguo con fare risoluto. E’ passata ben più di mezz’ora da quando sono partito. Tra la cortina della pioggia intravedo la locanda. E’ adagiata su di una altura sulla riva del canale, poco prima del pentacolo di strade che portano nel bosco o in campagne sperdute, quelle che da sempre considero la twilight zone dei territori in cui sono nato.

Do una veloce occhiata all’edificio, sembra abbiano fatto un ottimo lavoro con la ristrutturazione. Il sapore del passato e delle semplici architetture retrò è ancora presente e ben si sposa con quello che chiamano urban style, il tutto non stride con l’ambiente rurale.

Sotto lo scroscio dell’acqua e della luce gialla dei lampioncini del portone do un’ultima occhiata in giro ed entro. Mi tolgo impermeabile e cappello, sono fradici, li appendo nel vano che precede l’entrata vera e propria.

Il locale è a forma di L, sul lato lungo il bancone del bar e i tavoli, nel lato corto divani, tavolini e tutto quanto può servire per rilassarsi dopo aver cenato. Domina il legno, direi rovere, scuro. Luci indirette, rilassanti, buon odore.

Sulla destra, due tavoli occupati da altrettante coppie. Al banco un paio ragazzi intenti a guardare lo schermo della TV. In sottofondo Chris Rea.

Il gestore del locale mi si avvicina, al di là del banco:

“Buonasera. Serataccia eh?”

Gli dico che mi manda un amico comune, lui annuisce, faccio per presentarmi ma non ho il tempo di pronunciare il mio nome, mi riconosce, lo vedo scavare con convinzione là nella memory lane e mettere a fuoco.

“Certo, sei Rinaldi. Abbiamo fatto le medie negli stessi anni, tu eri in terza io in prima, direi”. Un paio di minuti per allacciare le stringhe delle nostre vite sono sufficienti. Siamo conoscenti, non amici, nonostante ciò capto immediatamente la giusta sintonia.

“Devi cenare?” dice allungandomi il menù.

“Sì. Prima mi dai da bere qualcosa? Posso mettermi là?” e indico la parte sinistra del locale.

“Certo fai pure, tanto stasera mi sa che non arrivi più nessuno visto il tempo”

Sorseggio una sambuca, mi avvicino alle vetrate. Il canale scorre veloce a pochi metri e poco più sotto si stende l’abitato de Le Casine, piccola frazione del paese. La pioggia continua a cadere.

Poco dopo il cuoco mi porta al tavolo la bistecca che ho ordinato. Da un po’ di anni  cerco di mangiare poca carne, ma stasera è una di quelle sere in cui una bistecca e una Weiss mi ci vogliono.

Mangio lentamente; il tepore del locale, la birra che freme nel lungo bicchiere di vetro, l’ampio spazio a disposizione smussano gli angoli del mio essere.

Entrano due donne. Maledicono, ridendo, il tempo. Mi domando perché non siano restate a casa. Ordinano qualcosa e si mettono al banco.

Termino la cena, mi alzo e vado verso il giradischi che sta tra i divani e le vetrate. Ci sono alcune cuffie wireless. Scorro gli lp che sono riposti con cura nello scaffale. Incappo nel primo dei BLACK SABBATH. Lo prendo in mano. La copertina mi ha sempre attratto.

Il Mapledurham Watermill in secondo piano e la donna misteriosa che mette paura lì’ davanti, rendono perfettamente l’atmosfera dalla musica registrata tra le pieghe di quel vinile.

locanda-2

 

Con un cenno chiedo a Roberto il permesso di ascoltarlo. Mi infilo le cuffie. Di nuovo la pioggia. Pochi attimi e rifletto sulla sincronicità, la pioggia che batte sui tetti e tra i solchi del vinile, i vecchi mulini ad acqua sulla copertina e sotto ai miei piedi. Rintocchi di campane e quel riff di chitarra così cupo giocato su intervalli musicali considerati demoniaci, Satana che compare nelle parole cantate, mi avvicino alle vetrate e controllo se davvero Old Scratch, come lo chiama il mio amico Bill, non stia arrivando da dietro la curva del canale. Il pezzo Black Sabbath è per davvero uno delle composizioni più inquietanti del vecchio Rock.

Quando parte The Wizard torno a riflettere su quanto il primo album di questo gruppo inglese mi faccia comprendere la grande libertà di espressione lasciata agli artisti in quegli anni, qui in particolare a quelli della scena britannica. Gli arrangiamenti e le parti ritmiche sono grezze, ma l’accezione da dare al termine è quella più positiva e non quella figurata. Sono intelaiature di base, spartane, non rifinite adeguatamente o trattate ma proprio per questo dense di un fascino particolare.

In Behind The Wall Of Sleep ci ho sempre sentito i Free di Moonshine e anche questa volta questo succede. Ho lo sguardo fisso sulla copertina del disco che tengo tra le mani come facevo da ragazzo, quando passavo i sabati sera a contemplare l’artwork degli lp appena comprati. Mi avvicino al banco, chiedo qualcosa da bere. Una delle due donne ha un piede appoggiato ad una traversa dello sgabello, il cappottino blu e la gonna lasciano intravedere lunghe gambe fasciate da collant neri. La donna mi scruta e poi torna a parlare con la sua amica.

Di nuovo sul divano. Di nuovo i Black Sabbath. NIB. Lucifero alle prese con problemi amorosi. Ancora costruzioni ritmico-melodiche essenziali e dirette. Non sono mai riuscito ad ascoltare il rifacimento di  Evil Woman dei Crow senza pensare a Black Night dei Deep Purple. Torno a guardare le gambe della donna sullo sgabello mentre sorseggio il Southern Comfort. Alzo lo sguardo, sta bevendo. Ha quel tipo di bocca che mette agli uomini idee strane. Mi viene in mente una oscura bonus track di due musicisti inglesi… Whiskey From The Glass.

L’inizio di Sleeping Village mi riporta sulle verdi colline dei Free, poi rotolo giù trascinato dalla Gibson SG del chitarrista. Warning è una canzone degli Aysley Dunbar Retalation che il gruppo scelse per chiudere l’album. Dieci minuti di foschi ricami metallici spezzati dal tumulto elettrico del chitarrista. Davvero, quanta libertà avevano i musicisti allora.

Ripongo l’ellepì e le cuffie. Mi risiedo sul divano. Guardo il grande orologio che sta tra le due vetrate. Nemmeno le 23. Il tepore del locale è gradevole ma sento l’umidità nelle ossa, che poi è solo un modo di dire, una suggestione. Mi riavvicino al bancone e chiedo a Roberto se mi prepara qualcosa. Sono venuto a piedi forse anche per questo, per poter bere un bicchiere di più. Controllo il cellulare e torno sul divano. Mi sarebbe davvero piaciuto, anni fa, avere un locale così  a disposizione. Venire a cena con gli amici e quindi sostare nell’area relax tra dischi, liquori e vista sulle campagne.

“Ecco qui la tua China calda” mi dice la donna che avevo guardato più volte. “Come ti è venuto in mente di ordinarla? Non ricordavo nemmeno più che esistesse”. “Non lo so nemmeno io” rispondo “un riflesso della mia infanzia. Andavamo al mare in settembre, alcune serate erano fresche e mia madre, quando ci sedevamo ai tavolini all’esterno di un bar, ordinava spesso una China calda. Visto  il tempo che c’è stasera mi è sembrata appropriata.”

“Posso assaggiarla? Uhm, buona, però non sembra un liquore da uomo” mi dice.

“Non sarai mica una di quelle che pensano che solo chi beve un Macallan 12 anni double cask è un vero uomo eh? No perché io bevo Southern Comfort che è un, anzi è il bourbon fruttato di New Orleans. Ti dirò di più, se devo scegliere tra una Ceres e una Corona, scelgo la bionda messicana. E’ un problema?”

Mi guarda con gli occhi spalancati e ride. “Ma lo sai che sei un bel tipo? E comunque io ti conosco. Sono la sorella della Lea. Mi chiamo Milva, come la cantante. Non so se ti ricordi, mia sorella era nella tua compagnia, andavate al cinema d’essai a San Matteo della Decima. Io vi guardavo quando la venivate a prendere, mi sarebbe sempre piaciuto venire con voi. Avevo una simpatia per te.”

“Cosa sta succedendo?” mi chiedo, fino ad un minuto fa non conoscevo questa donna ed ora…

Sono stupito del frizzante scambio di battute, dello scorrere fluido delle parole, della confidenza che si è instaurata in un attimo, immagino che quel pochino di alcol che abbiamo entrambi in circolo abbia facilitato la cosa.

Cerco in fretta nella memoria. Ricordo che in inverno andavamo a Decima al cineforum a vedere film soprattutto musicali. Mi sembra fossimo in due o tre macchine, rammento Lea ma non la ragazzina che questa donna doveva essere allora. Parliamo un po’, riannodo le stringhe sciolte dei ricordi, riaffiora la mia giovinezza. Sembra proprio che sia chi dice di essere. Non ero io quello della compagnia che attirava le donne, ma ne avevo sempre qualcuna intorno attirata in qualche modo dal mio essere uomo di blues. Possibile che avessi fatto colpo anche su di una ragazzina che immagino fosse molto carina?

Mi guardo intorno. Le due coppie al tavolo sono ancora al loro posto, i ragazzi ora sono quattro e stanno guardando un programma sportivo alla TV e l’amica della donna che è seduta qui accanto a me è china sul cellulare.

Milva deve avere bevuto uno Spritz di troppo, sembra ben disposta più del dovuto nei miei confronti. Se anche fosse vero il fatto che da giovinetta avesse avuto una simpatia per me, mi pare incredibile che sia così candida con me dopo nemmeno un quarto d’ora dalle presentazioni. Sebbene me la meni parecchio circa una mia presunta (e francamente noiosa) etica, sono un uomo ed essendo tale è meglio che cerchi di pensare ai Black Sabbath per scacciare certi pensieri. Milva ha la primavera sulle labbra e un delizioso profumo fruttato, me ne sono accorto quando con la scusa di una risata mi si è avvicinata al viso. La pioggia, il calduccio del locale, il Rock ed ora questa donna piuttosto attraente e un po’ brilla qui di fianco. Finisco la mia China, mangio anche la fettina di limone. Le guardo le gambe avvolte in quelle belle calze scure, la prendo per un braccio e le faccio “Dai, andiamo”. Ci dirigiamo al bancone, pago la cena e i miei e i suoi drink. La riconsegno alla sua amica.

“Sono tornato ad abitare in paese, Milva. Sono certo che ci saranno altre occasioni per rivederci. Ciao”.

Due parole con Roberto e sono fuori. La pioggia continua a scendere seppur in maniera meno pesante. Dal bosco escono spesse le tenebre. Mi stringo tutto intorno a me. Ho ancora un po’ di liquore in circolo, i blues se ne stanno raggomitolati negli angolini dell’animo. Scuoto la testa, penso alle gambe di Milva. Mi rimetto in cammino.

…never talking, just keep walking…

 

 

 

Tim Tirelli © 2016

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “La Coppa Nebbia”

30 Apr

Il campo da calcio sembra enorme, il gioco si sviluppa quasi esclusivamente a centrocampo e anche i giocatori attorno al pallone sembrano molto distanti. Lì, sulla fascia destra difensiva, la situazione sembra tranquilla. Cerchi di stare concentrato, ma ogni tanto lo sguardo cade sugli alti pioppi lì a bordo campo, sul pubblico di genitori e ragazzini, e sulla coppa appoggiata  su di un tavolino da bar. Intravedi  tuo padre. Raddrizzi la schiena, vuoi fare bella figura, con addosso le magliette giallo ocra a maniche lunghe sembrate quasi dei calciatori veri.

Non sai nemmeno come mai sei in campo, sei un po’ troppo gracilino, ma hai un piedino niente male e ti hanno messo a presidiare una zona della difesa. L’altro terzino ogni tanto ti saluta alzando il braccio. Vi divide una fetta di campo che sembra grandissima. Lo stopper e il libero sono molto concentrati e fanno la faccia seria. E’ la finale del torneo delle quinte delle Scuole Elementari. Eravate partiti male, dopo due partite eravate ultimi, ma poi qualcosa deve essere successo perché da lì in poi avevate sempre vinto.

La partita intanto non si sblocca,  mancano venti minuti alla fine, ma il gioco è sempre raggomitolato a centrocampo e ci sono sempre un minimo di 8 giocatori intorno al pallone. Poi d’improvviso tutto si sposta verso l’area degli avversari, anche i tuoi colleghi difensori si portano in avanti ma tu esiti, non ti fidi, rimani indietro, il concetto di fuorigioco per te non esiste. Urla concitate, non capisci bene cosa succede, l’area avversaria per te è quasi un altro mondo, che se la sbrighino loro. L’arbitro in giacchetta nera rimbalza da una parte all’altra, ha il suo bel da fare.

Tutto ad un tratto, il silenzio: il loro attaccante corre veloce verso di te, dietro arrancano il libero e lo stopper surclassati da un contropiede fulmineo. Il tuo terzino sinistro cerca di convergere verso il centro dell’area ma pare ancora lontanissimo. Il tuo portiere saltella nervosamente. Guardi per un attimo il cielo, celeste come solo certi sabati pomeriggio di maggio. Che fare? L’allenatore urla il tuo cognome e ti grida “Guarda l’uomo, guarda l’uomo … vai sul football, vai sul football!”. E allora parti a più non posso, la tua accelerazione è notevole, punti dritto l’attaccante che arriva e che confronto a te sembra un gigante. Non ti sembra di fare fatica, ti senti coraggioso, ormai ci sei, lui si allunga il pallone di quel tanto che ti è sufficiente  per calciarlo con tutta la forza. Lui cade a terra sbilanciato dalla tua mossa, tu rimani in piedi e ti chiedi come hai fatto a schivarlo, il piede ti fa male, il pallone di cuoio pesa un bel po’ ma ora lo guardi mentre compie una bella e lunga parabola; ricade sul limite dell’area avversaria, rimbalza, il tuo attaccante è nei pressi, l’allenatore gli urla “Spavira!”, così lui non ci pensa due volte e tira in modo secco, preciso, forte.

Tutti i tuoi compagni alzano le braccia, l’allenatore corre ad abbracciarti. Ti solleva in aria, ride e urla. Cavolo, abbiamo segnato. Guardi il tuo portiere, salta come grillo, lo stopper e il libero vengono a darti un buffetto. L’autore del goal urla il tuo cognome e ti saluta da lontano.

La partita riprende, loro ripartono subito, sono in tre dietro al pallone vengono verso la tua porta. Tu e lo stopper vi buttate sulla palla scontrandovi con gli avversari. Pericolo sventato, ma la spalla ti fa male. Sei ancora un po’ stordito quando uno di loro viene giù dalla tua parte e ti scarta secco, fa il cross ma il tuo portiere la para. Sei un po’ in confusione. Ti sposti verso il centrocampo, non sai nemmeno perché, qualcuno ti passa la palla, e tu la lanci al numero sette. Torni in difesa. Sei ancora indolenzito. L’arbitro fischia, è finita.

Negli spogliatoi ci togliamo le magliette, beviamo acqua e facciamo la pipì. I più scafati di noi iniziano a cantare “Noi della Gentile l’abbiamo fatta grossa, eravamo ultimi e abbiam vinto la coppa”. L’allenatore paga un gelato a tutti. La premiazione è semplice, qualcuno consegna la “Coppa Nebbia” con tanto di targhetta “Campioni del Torneo Scuole Elementari 1971” al nostro capitano e poi tutti gridiamo urrà. La portiamo in giro a far vedere alle nostre mamme, qualcuna ci offre del prosciutto e dell’aranciata.

Verso sera tutto finisce. Allegro monti sulla tua bici rossa e ti avvii verso casa. Ti viene quasi da piangere, ma cerchi di non farlo. A cena papà ti dice che ti porterà a fare il provino all’Inter. Sta scherzando, dice per dire, ma tu a letto non pensi ad altro … il provino all’Inter. Ah.

(breve racconto di Tim Tirelli – Copyright 2011)

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Il bacio della buonanotte”.

27 Apr

Ti metti a letto, ormai è tarda sera, sei in quell’età strana in cui da bambino stai per diventare ragazzino, i muri della tua stanzetta sono ancora pressoché intonsi, oddio, c’è un poster di una moto da cross, c’è il poster di Sandokan ma poco di più..forse il poster della prima grande Inter. Tra non molto quei muri non saranno sufficienti per tutti i poster che vorrai appendere dei gruppi rock che verranno a piacerti.

Domani a scuola, chissà se interroga, non hai studiato tanto, sei preoccupato, ci pensi un po’ ma poi la mente si libera e vola … chissà come andrà a finire la partita di sabato al campo della chiesa, chissà quando potrò avere un motorino, chissà quando diventerò campione di motocross  e chissà … ecco, un chissà si ferma lì, solo soletto senza pretese di andare, ma deciso a non tornare indietro. Il chissà che non conosci, quello che ti fa stare con gli occhi aperti, quello che  non riesci a capire, qualche decennio dopo lo avresti definito un chissà blues, ma intanto non sai cosa è il blues e questo chissà rimane lì. Non riesci a comprendere che probabilmente è il chissà di come sarà la tua vita, magari lo intuisci nel profondo, ma senza rendertene conto. Fantastichi senza fantasticare, ti sorprendi senza rimanere sorpreso, c’è quel qualcosa di indefinito che ogni tanto ti viene a trovare, non sai cos’è ma forse lo sai non sapendolo … mi sa che lo senti  già il senso che hai per il blues ma ancora non lo capisci. Rimani lì, contempli il nulla, la tua testolina è  un incrocio in cui sfrecciano, che cosa non si sa, ma sfrecciano. Apri ancora di più gli occhi, sei quasi divertito, ma anche stupito, ma non sai da cosa. Chissà, chissà, chissà.

Si apre la porta, entra la mamma, controlla che tutto sia a posto e prima di uscire ti da un bacio sulla guancia mentre tu fai finta di dormire. Sarà uno degli ultimi baci sulla guancia, tra poco sarai troppo grande, ma intanto, ti giri, ti scordi il chissà, sospiri beato e ti metti a dormire.

(breve racconto di Tim Tirelli – Copyright 2011)

RACCONTI PER QUALCHE TEMPO: “Saggio Rock di una scuola di chitarra”

31 Mar

(Fin da piccolo mi è sempre venuto naturale scrivere – bene o male non sta a me dirlo – … lettere, biglietti, filastrocche, canzoni, articoli musicali, racconti … nel corso degli anni ho raccolto quindi parecchio materiale, quasi mai pubblicato. Qualcuno di voi mi chiede di pubblicare qui sul blog anche i miei racconti. Beh, ci provo, non so che effetto farà… noia, curiosità, indifferenza, boh … nel caso sappiatemi dire)

(PS: chiamo questa rubrica RACCONTI PER QUALCHE TEMPO, quando ero giovane ed ingenuo era il titolo che avrei voluto dare ad una mia ipotetica raccolta di racconti)

(Il Saggio)

Quella sera non avevo una gran voglia d’uscire, mi sentivo slanato e con l’umore pericolosamente in ribasso.

Poche ore prima al lavoro, un mio collega aveva ricevuto una promozione per un certo posto a cui io probabilmente non ambivo: il lavoro non mi piaceva e non avevo grosse ambizioni di carriera in quel campo, ma quelle cose in certe situazioni possono dare fastidio.

Avevo provato a passarci sopra guardando la tivù prima e ascoltando la radio poi, ma i programmi erano davvero di merda. Che cavolo potevo fare? Rivedere il film “Southern Comfort”? Metter su il live dei Clash e sentirmi uno di loro? Sfogare quel non so che d’indefinito con “Straight Shooter” della Bad Company?

Un libro…forse…no, cosa potevo mai scegliere dopo aver letto “Il Corpo E Il Sangue Di Eymerich”?

Driiin driiin…

“Pronto”, dissi in tono aggressivo appena alzata la cornetta.

“Ciao, sono io”. Era il mio amico Livin’ Lovin’ JayPee, per tutti Livin’, Lovin’ oppure Geipi.

“Senti Bren, mi ha telefonato Ronnie, stasera suona all’Hoodo Cabinet di Bologna e mi ha chiesto se vado a vederlo. Non riesco a trovare uno straccio di figa che venga con me, vieni tu?”.

“Mm…mm…va beh…andiamo con la tua macchina però, la mia è ancora dal meccanico. A che ora passi?”

“Dai, alle nove son lì, ciao”.

“Va bén, at salòt”.

Ma sì, uscire con Livin’ mi aveva sempre fatto bene, e allora via.

Facemmo la Via Emilia ascoltando una di quelle compilation che Lovin’ era solito farsi in casa. Roba da depravati musicali: Kid Rock, Kenny Rogers, Cesar Rosas, Tom Jones, Talking Heads, Creedence, Puff Daddy, Randy Newman, Chemical Brothers, Duane Allman, Blu Vertigo (Blu Vertigo?!), Bob Seger, Poison (Poison?!) …cazzo! Arrivati sulla tangenziale guardammo lo sciame delle puttane ronzare ai bordi della strada. Molte erano nere, e alcune sembravano il ritratto dipinto da Mick Jagger in “Brown Sugar”: stupende. Il testosterone tendeva ad alzarsi.

Il locale era nei pressi della stazione, non faticammo quindi troppo a trovarlo. L’insegna era orrenda e non faceva presagire nulla di buono. All’entrata ci consegnarono la drink card, di quelle che se le perdi devi poi dare duemila euro all’uscita. Maledette drink card. Ero già superincazzato e JayPee si divertiva a vedermi così.Oh, appena dentro però il locale mi sorprese: al piano superiore un delizioso ristorante messicano, mentre nel seminterrato un ampio saloon in puro stile western accolse con gradevole savoir faire le nostre ombre.Erano le dieci di sera e gli avventori non erano ancora tanti. Io e Livin’ ci sedemmo ad un tavolo in una posizione più o meno strategica: dal nostro punto d’osservazione potevamo controllare facilmente il palco e tutto il salone. La consumazione minima era di dieci euro, così ordinammo due Corona.

Eravamo lì a sorseggiare le birre, quando venimmo a sapere che il concerto in programma per quella sera era una sorta di “saggio Rock” della scuola musicale del chitarrista con cui suonava il nostro amico Ronnie. Porca miseria, ma si può? Che palle. Solo il fatto di aver preso due birre c’inchiodò al tavolino, altrimenti at salòt Hoodoo Cabinet.

Verso le dieci e mezza entrò nel saloon Ronnie col suo solito fare da gattone. Se la tirava mentre si dirigeva verso il palco, quando gli arrivò un calcio nel sedere.

“Oh, rottinculo, siamo qui.”

“Eh, mo’ vé. Allora sei poi venuto Livin’? Ed hai portato anche Bren. Ma vieni!”

Ron ci spiegò che avrebbero suonato delle cover classiche e che man mano sarebbero saliti sul palco gli allievi di Pax, che poi era il suo amico Pacifico Benedetti (che razza di nome).
A quanto raccontava Ronnie, Pax era stato in America dieci anni, e adesso che era tornato aveva aperto questa scuola basata sul metodo di Frank Gambale (mah).

Pax nel frattempo era arrivato e giocava a fare la star parlando un po’ con tutti. Ronnie ce lo presentò: il suo ghigno sorridente (l’unica espressione del suo viso) pareva dire: “Sono Pax, sono stato tanti anni in America e suono da dio.” Me lo immaginavo già: uno di quei chitarristi metal/fusion che usano amplificatori a transistor e che basano tutto sulla tecnica e cose simili, e che in definitiva fanno veramente cagare.

A concerto iniziato mi complimentai con me stesso: ci avevo azzeccato in pieno.
Tecnicamente non si poteva discutere, ma che noia quel tipo di chitarristi. Il gruppo iniziò con “Hush”, “Sunshine Of Your Love” e “Purple Haze”. Mi guardai intorno e notai che il locale si era riempito di una discreta fauna rock: metallari moderni, compagnie di ragazze in cerca di emozioni, qualche rocchettaro, bravi giovinetti con le Timberland, jeans Stone’s Island, camicia e maglioncino, e qualche romantico rock and roller vestito Austin Style. Inutile dire che io e Jay eravamo i più fighi.

Guardando meglio m’accorsi che non troppo distante da noi, c’era una coppia che mi colpì. Lui sembrava un incrocio tra il Carmine Appice dei tempi dei Vanilla Fudge e il giovane Cat Stevens, lei…cazzo…mi tirava da morire. Alta, magra, capelli lunghi, lisci, tinti di biondo, infilata dentro a pantaloni di pelle che le fasciavano divinamente il culo, lupetto verde pisello che evidenziava due belle tette. I lineamenti del viso erano spartani, sembrava un po’ Joe Perry, in meglio naturalmente. Se ne stava appoggiata ad una botte di legno che fungeva da tavolo, indifferente a tutto e a tutti, mentre “Carmine” (ormai l’avevo ribattezzato così), il suo ragazzo, sembrava eccitato dal concerto. Ronnie stava soffiando dentro all’armonica, tentando di arginare lo straripante chitarrismo assassino di Pax, il quale stava a sua volta martoriando un giro di blues assai miserello.

Zoomai su “Giuseppina” (ormai l’avevo battezzata così): era voltata verso di noi, e per un momento i nostri occhi s’incrociarono…aveva quel tipo di sguardo cui avresti potuto rispondere unicamente con…beh lasciamo stare. Livin’ aveva attaccato discorso con le quattro ragazze che sedevano al tavolo dietro a noi: due erano passabili, una era carina, l’altra proprio un cesso. Me le presentò. L’unico nome che mi rimase in mente fu quello della più carina: Caterina.

“Mi sa che le piaci Bren, ha detto che le sembri simpatico.
Che ne dici di Rosanna, quella castana coi capelli lunghi? Credo che ci stia.”

“Ehi, Livin’, guarda quella.” Gli dissi piantandogli un gomito nello stomaco.

Si mise di spalle rispetto alle ragazze appena conosciute e sottovoce disse:

“Che superfiga!”‘

Dopo “Whole Lotta Love”, iniziarono a salire sul palco gli allievi di Pax. Il primo fu un ragazzo sui venticinque anni, capelli corti, look da uno che lavora in un Ced e Jackson bianca a tracolla. Si mise a provare le scale che aveva imparato, su “Hey Joe”: un delirio. Su e giù per il manico, applicando in maniera scolastica le fresche nozioni, mentre Ronnie con tanta volontà cercava di tenere il filo nel raccontare di Giuseppe, un tizio che stava andando ad ammazzare la sua donna perché questa si era data da fare con un altro uomo. Su un noiosissimo giro di rock and roll si cimentò un metallaro altissimo con una Ibanez Jem 777 modello Steve Vai. Il risultato fu pessimo: era come vedere i Metallica alle prese con Tamp’Em Up Solid di Ry Cooder. Questo spilungone dimenava i suoi lunghi capelli ricci e neri con l’aria stampata in faccia di “E’ così che si suona il rock and roll.” Il suono della chitarra era compresso e distorto al massimo, di quelle distorsioni però domate e pulite. Veloci fraseggi messi insieme senza calore. Tutti iniziarono ad applaudire e anche io mi unii al battimani generale, e più battevo più gli urlavo in mezzo alla bolgia: ” Ma bravo, ma vaffanculo te e tutti i Malmsteen del cazzo come te.” Iniziavo a divertirmi.

(Il Rock)

Fu poi la volta di un diciottenne con gli occhiali che tentò di lanciare la sua Epiphone contro il riff di “Honky Tonk Women”, senza riuscire a scalfirlo minimamente; aveva un approccio simil jazz, con quegli accordini che cercano d’infilarsi dappertutto, ma il riff di Keith Richards, benché suonato da quel pesce lesso di Pax, se li mangiò uno dietro l’altro. Pax scese dal palco e vi ci fece salire con forza un altro dei suoi allievi, che si vedeva benissimo che diceva no ma voleva dire sì. Ridendo, questo tizio, si lasciò trascinare sul palco e nel farlo salutò la sua ragazza come se stesse partendo per la guerra (quale non ha importanza, Afghanistan, Iraq, Nordafrica, tanto sono tutte uguali). Quando vidi la sua faccia da culo sciogliersi in un nirvana di beatitudine, mentre teneva il bicordo LA/MI in quinta posizione senza fare null’altro durante tutta GET BACK, beh, cazzo, decisi di darci a mucchio e di dedicarmi all’osservazione di “Giuseppina”.

Nel frattempo le quattro ragazze erano venute al nostro tavolo. Cercavo di rispondere alle loro domande con garbo e più in generale di entrare nei discorsi che intavolavano, ma la mia mente volava continuamente sulle gambe di Giuseppina. Caterina ad ogni modo sembrava davvero interessata a me, si faceva vicina vicina, mi fissava mentre beveva il suo Bellini, e in diverse occasioni mi sfiorò le mani. La guardai meglio: assomigliava all’attrice protagonista di “Sliding doors”…e brava Caterina, ma adesso che vuoi da me?

Diedi un’occhiata al palco e vidi che “Carmine” era stato chiamato come ospite a cantare “Jumpin’ Jack Flash”. Poveretto, non era un cantante troppo dotato, sembrava una brutta copia di Gary Barden, il cantante del Michael Schenker Group dei primi anni ottanta. “Giuseppina” continuava ad avere lo sguardo assente: non concedeva nemmeno un minimo di soddisfazione al suo ragazzo. Che tipo di donna! Starci insieme doveva essere davvero dura, povero “Carmine”.

Accortasi già da un po’ che la fissavo spesso, prese a controllarmi con quell’aria da “Ma che vuole questo sfigato?”, eppure ad un certo punto venne a chiedermi qualcosa.
“Visto che ti diverti tanto a guardarmi, mi offri una sigaretta?”

Mi alzai in piedi e mi spostai dal tavolo.
“Ma certo! Posso offrirti anche qualcosa d’altro?”

Guardò “Carmine”, fortunatamente ancora sul palco.

“Perché continui a fissarmi?” mi chiese con quell’aria algida alla Patty Pravo.
Decisi in una frazione di secondo di andare dritto al punto.

“Perché ti trovo bellissima!” risposi sorridendo.

“Ah. Grazie. Ora è meglio che torni al mio posto. Ciao.”

Speravo in qualcosa di più, ma almeno le avevo parlato.
Tornato al tavolo mi sentii chiedere da Caterina:

“Che voleva quella?”

“Oh, niente, una sigaretta” dissi mentre guardavo un Livin’ divertito.

(La Scuola di Chitarra)

Decidemmo di uscire dal locale, ne avevamo avuto abbastanza. Mentre mi avviavo all’uscita feci in modo di salutare “Giuseppina”. “Carmine” era al bar e lei mi fece un sorriso piccolo piccolo. Le mandai un bacio con la mano, cui lei rispose semplicemente con lo sguardo.

“Ma chi è?” insistette Caterina.

Tagliai corto: “E’ una vecchia amica”.  Io, Livin’, Rosanna e Caterina andammo in direzione della nostra macchina, mentre le altre due loro amiche si persero chissà dove.

Jay e la sua s’incamminarono verso un piccolo parco che era nelle vicinanze, io e Caterina invece ci fermammo a chiacchierare appoggiati alla macchina di Livin’ Lovin’ Jaypee.

Avevo negli occhi, nel cuore e nel pisello l’immagine di “Giuseppina”, ma quando Caterina ad un certo punto mi disse: “Beh, te ne sarai accorto…mi piaci molto”, mi lasciai baciare senza opporre resistenza.

Con gli occhi chiusi, immaginai d’essere con “Giuseppina” e per questo misi Caterina di spalle contro la macchina, e appoggiai con precisione la patta dei miei pantaloni sulla sua. Il bacio si fece appassionato, accompagnato da strusciamenti mica da ridere.

Ripresi fiato e istintivamente mi voltai alla mia sinistra: vidi “Giuseppina” a circa dieci metri da noi. Era sola ed ebbi l’impressione che fosse venuta a cercare me.

Con la solita indifferenza stampata in faccia, mi guardò, girò su se stessa e tornò verso il locale. Cazzo!!!

(racconto di Tim Tirelli – Copyright 1999/2006/2011)

(Giuseppina)