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Intervista con Susan Whitall, giornalista di CREEM extraordinaire – di Paolo Barone

15 Nov

Quando il nostro Michigan boy mi ha informato circa la possibilità di intervistare per il blog Susan Whitall – giornalista e scrittrice americana – mi sono sentito euforico, la rivista musicale CREEM è stata un punto fermo per la musica rock e per il sottoscritto. Per quelli della mia generazione il giornale in questione è stato un punto di riferimento. Difficilissimo trovarla in Italia, l’unica era farsela spedire da qualche conoscente, quei pochi numeri arrivati sulle mie sponde illuminarono per mesi la mia voglia rock. Sono sempre stato uno da CREEM, Rolling Stone pur essendo un alto snodo cruciale per lo sviluppo del rock, non mi ha mai appassionato appieno, e molte delle altre testate rock americane mi parevano dozzinali e superficiali … e se avevo questa sensazione in giovanissima età è segno che lo erano davvero. Il figura più conosciuta di CREEM era ed è Lester Bangs, preparatissimo giornalista musicale che ammiravo (e ammiro) molto pur avendo con lui un rapporto conflittuale. Spesso Polbi (Paolo Barone insomma) mi dice che a volte glielo ricordo, quando il fervore per il rock più essenziale mi assale la mia visione della musica rock si sovrappone a quella di Bangs secondo il mio amico. Sarà, fatto sta che è un grande onore per noi ospitare su questo blog miserello Susan Whitall.

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Birmingham e’ una zona dell’area metropolitana di Detroit a una ventina di minuti dal confine fra poveri e ricchi segnato da Eight Mile. Belle case, negozi sulla main street, ristoranti, banche e un teatro. Insomma il solito incubo del Midwest americano. Eppure e’ qui, fra tutta questa disarmante normalita’, che negli anni settanta ha abitato Creem, la piu’ leggendaria rivista di musica Rock di tutti i tempi. E in qualche modo le istituzioni locali si devono essere rese conto di aver avuto da quelle parti un qualcosa di veramente memorabile, tanto da aver deciso ultimamente di dedicargli un piccolo museo cittadino ricostruendo, con il contributo e le donazioni dei redattori, una parte degli uffici della rivista.  Niente di che logicamente, ma quando lo hanno inaugurato e’ stata l’occasione per riunire molti dei fotografi e giornalisti, fra cui Susan Whitall che fino a meta’ anni ottanta e’ stata una delle presenze piu’ importanti nella storia di Creem. Oggi oltre ad essere una giornalista molto affermata, e’ anche una scrittrice con diversi libri pubblicati e altri in cantiere.

Per chi legge di musica Creem e’ una leggenda al pari delle band di cui parlavano le sue pagine, e molti dei suoi redattori delle Rockstar. E’ quindi con una certa emozione che mi ritrovo in uno Starbucks di sabato mattina per una lunga chiacchierata con Susan Whitall…

Susan Whithall

Allora Susan, proviamo a partire dall’inizio, come sei arrivata a lavorare per Creem Magazine?

Ero appena tornata da un lungo soggiorno a Londra, e cercavo un lavoro. Non avevo trovato ancora nulla di stabile, e un giorno mentre in una libreria sfogliavo un numero di Creem, il proprietario mi avvicina e mi dice che quelli che fanno questa rivista sono un branco di stronzi, che gli devono dei soldi e che stanno proprio al piano di sopra dello stesso stabile! Non ero una grande appassionata di musica, anche se avevo visto i Beatles due volte, gli MC5 e altri. Ma Creem mi aveva veramente colpito…Decisi sul momento di andare direttamente a bussare alla porta e provare. Mi apri’ uno dei redattori, dentro c’era un casino indescrivibile, gli dissi che cercavo un lavoro, che sapevo scrivere a macchina e parlavo Francese…Bene! Mi disse, il tuo primo lavoro per ora lo hai trovato, traduci il prima possibile quest’articolo della rivista francese Rock & Pop e poi vediamo come te la cavi, sia a scrivere che a passare un po’di tempo con noi.

Creem settembre 1973

Come era una tipica giornata di lavoro a Creem in quel periodo?

Iniziava tardi! Il primo giorno ricordo che sono arrivata alle dieci pensando di essere un po’ in ritardo, ma l’unica persona li’ era la segretaria che non mi ha nemmeno fatto entrare! Qualche ora dopo e’ arrivato Lester Bangs che non avevo mai visto prima, si e’ incazzato con la poveretta che non mi aveva lasciato passare e tutto e’ cominciato.

Diciamo che una tipica giornata di lavoro a Creem iniziava verso l’una e andava avanti a tempo indeterminato. Io per prima cosa vedevo se avevamo ricevuto telefonate urgenti da qualche casa discografica, poi chiamavo chi scriveva i pezzi per sapere come andavano gli articoli. Dovevamo chiudere i numeri con un paio di mesi di anticipo, e ricordiamoci che tutto si faceva per telefono e posta. La rivista prendeva forma fisicamente, costruivamo il numero e lo si mandava in stampa. Una volta per un disguido postale abbiamo perso tutto, un mese di lavoro buttato, un incubo. Da quella volta in poi, uno di noi prendeva ogni mese l’aereo e lo portava personalmente in stampa in Canada!

Susan Whithall

In quanti eravate a lavorare per Creem?

Eravamo tanti. Almeno dodici persone fisse in redazione, più tutti i free lance e quelli che si aggiungevano per aiutare a chiudere il numero quando si avvicinava la data di consegna. Pensa che per tutti era un lavoro sufficiente a poterci vivere decentemente. Ci pagavamo la casa, le bollette e tutto con lo stipendio del giornale. Nella prima fase ero precaria e mi occupavo dell’inserto dedicato alla scena locale “Extra Creem” che usciva in Michigan, Ontario e Ohio. Poi grazie a un piano di sviluppo dello stato del Michigan venimmo assunti in molti, con un contributo statale del 50%. Tutto questo oggi sarebbe impensabile. Cosi come lo era a fine anni sessanta quando la redazione di Creem era composta da un gruppo variabile di appassionati che venivano pagati in dischi.

Lo staff di Creem nel 1975

Compri riviste di musica oggi?

A volte si, compro le riviste inglesi pur trovandole molto costose. Ma devo dire che sono sempre impegnata a scrivere, e le riviste musicali non sono le mie letture principali oggi.

C’e’ qualche band che ha un posto speciale nei tuoi ricordi?

E’ difficile dirlo, erano tante e con molti si sono creati dei rapporti di vera amicizia. Ma forse il legame piu’ forte in quegli anni lo avevamo sviluppato con i Led Zeppelin. Ricordo che una volta mi mandarono a Chicago per consegnare il premio di Creem “ Boy Howdy “ del referendum dei lettori, che loro avevano stravinto in ogni categoria. Il fotografo con me era Neil Preston, bravissimo e in ottimi rapporti con la band. Era il 1977 e loro erano in un grande albergo, assediato da centinaia di groupies. Io ero una ragazza come loro, non avevano la minima idea che fossi una redattrice di Creem, e quando entrammo nell’ascensore fui letteralmente presa a schiaffi da una pazza che voleva il mio posto ad ogni costo! Una follia! Una volta sopra trovammo Plant ad accoglierci, gentile e affascinante come sempre, disponibilissimo a farsi fotografare. Ma di Page nessuna traccia…Pensammo che era in camera chiuso nel suo mondo, sicuramente non disponibile per fare questa cazzata…C’era un giornalista di un altra rivista in lacrime davanti alla porta della sua stanza, doveva fare un intervista con loro in copertina e non c’era verso di parlare con Mr. Page. Oggi sappiamo che era all’apice della sua dipendenza da eroina, ma all’epoca non ne avevamo idea. Per farsi perdonare ci fece arrivare in redazione due intere file di biglietti per lo show al Silverdome di Pontiac. Erano talmente tanti biglietti che non sapevamo piu’ chi invitare, andammo con il furgone che si usava per le consegne, con noi venne pure Mitch Ryder e porto’ dei bottiglioni di vodka e succo di arancia, che non so come siamo arrivati tutti sani e salvi quella volta…

Creem aprile 1977

Chissà quanto avete festeggiato in quel periodo…

Andai al mio primo r’n’r’ party con Lester Bangs. Lo invitavano sempre tutti, anche quelli che lui distruggeva sulle pagine della rivista. I Faces avevano suonato alla Cobo Hall, e noi siamo entrati nel backstage…Ron Wood urla Leeesteeeerr!! Cazzo eravamo Creem Magazine! Dopo un po’ Ron ci dice di andare a una festa privata, e ci mette in macchina Bobby Womack che sa la strada. Arriviamo in una casa molto di classe e David Ruffin della Motown ci apre la porta…erano tutti vestiti benissimo, e noi eravamo tre rock and roll kids totalmente fuori luogo. Lester si mise subito a ballare in maniera a dir poco sconveniente con la padrona di casa, moglie di Ruffin… poi siamo finiti tutti a cantare, Ron alla chitarra e tutti noi a fare i cori. Tutto bene finche’ Bangs decide di cantare una sua canzone, ecco diciamo che le parole non erano appropriate proprio come le sue danze di inizio serata…molto gentilmente venimmo messi alla porta, e fini il mio primo rock an roll party da redattrice di Creem!

Cosa pensi che rendesse Creem diversa dalle altre riviste?

La nostra assoluta liberta’ e il fatto che gli altri si prendevano molto sul serio, mentre noi ci divertivamo da pazzi! Parlavamo e scrivevamo delle nostre cose, di libri, film, trasmissioni televisive, droghe, tutto, e ridevamo sempre, era un lavorare sempre gioioso, tutto il giorno andava avanti cosi.

Avevate un rapporto speciale con qualche band locale?

MC5! Lester era molto vicino a Rob Tyner che veniva spesso in redazione. Cosi’ come Mitch Ryder e gli altri membri degli MC5, che erano tutte persone molto interessanti con cui parlare di qualsiasi cosa. Ma non abbiamo mai avuto una particolare vocazione locale, ci siamo sempre rivolti a tutto quello che di interessante stava succedendo nella scena musicale internazionale.

Pensi che essere a Detroit abbia avuto un ruolo importante nella storia di Creem?

Senza alcun dubbio e per diverse ragioni. Intanto vivere qui e’ sempre stato abbastanza economico e quindi non eri sotto la pressione dei soldi. A fare il nostro lavoro a NYC o Los Angeles avevi sempre tutti sul collo, qui invece ci sentivamo protetti. Quando andavamo in quelle citta’ era un delirio: Concerti, open bar, labels, tutto 24 ore su 24, sette giorni alla settimana, non so come la gente potesse reggere! Da noi qui era l’opposto, la realta’ ti teneva con i piedi per terra. Guarda cosa e’ successo a Lester. A New York lo incoraggiavano ad andare piu’ fuori di testa possibile. Qui una volta un DJ della radio locale lo ha trovato su Woodward Avenue nella sua macchina rossa sportiva, con lo sportello aperto, la radio e il motore accesi e lui completamente privo di sensi. Tutto quello che ha fatto e’ stato portarlo a casa e aspettare che si riprendesse. Mentre poi a NYC lo avrebbero trattato come un pagliaccio da circo. Qui eravamo piu’ liberi e piu’ veri. Alle volte le case discografiche ci chiedevano la copertina del numero per una loro band. Noi non le abbiamo mai garantite a nessuno “ Possiamo scrivere un pezzo, proporlo in riunione di redazione, ma la decisone e’ nostra non vostra! Ma come…Rolling Stone lo fa, ci dicevano increduli…Ecco, noi siamo Creem, non Rolling Stone! “  La nostra integrità per noi era irrinunciabile.

 

Quante copie vendevate?

150.000 copie piu’ o meno. Eravamo secondi dopo Rolling Stone…solo che loro vendevano un milione di copie a botta! Il gap era enorme, ma eravamo secondi. Non ci posso pensare che con quei numeri promettessero copertine e altro alle case discografiche. Ricordo che i Journey compravano la quarta di copertina e noi distruggevamo i loro dischi! Ma essere su Creem era importante comunque e per fortuna il nostro editore, lo straordinario Berry Kramer, non ci faceva nessuna pressione. Soltanto una volta mi disse di andare assolutamente ad incontrare Barry Manilow, e devo ammettere che non morivo dalla voglia…Comunque, busso al camerino dicendo che sono di Creem Magazine, e quello salta fuori con la testa piena di bigodini, urlandomi contro che il mio era uno schifo di giornale, e che Lester Bangs aveva scritto che era un cazzone! Non potei fare altro che tagliare la corda, dicendogli che non potevo prendere sul serio gli insulti di un uomo con i bigodini…

Chi ti e’ piaciuto di piu’ intervistare in quel periodo?

Come gia’ ti dicevo, avevamo rapporti molto profondi con molti. Ma devo dire che avere a che fare con Rory Gallagher era una cosa a parte. Io e lui eravamo veramente molto vicini, sono stata in tour con lui in Europa e nella sua Irlanda, ho conosciuto la sua famiglia, gente meravigliosa. Condividevamo una grande passione per i film Noir. Magari eravamo in un ristorante a New York, e ci mettevamo a trovare somiglianze fra le cameriere e le attrici dei film anni ’40 di cui lui sapeva proprio tutto. Ho incontrato piu’ volte gli Stones lavorando a Creem, ma poi li ho potuti intervistare solo anni dopo. E’ un piacere parlare con loro, cosi come con Paul Mc Cartney. Una volta andammo a Toronto nel pieno dei casini di Keith. Loro suonavano a El Mocambo, ma era impossibile avvicinarsi per quanta gente c’era. Un po’ disperati decidiamo di lasciar perdere e andiamo in un caffe’ fuori dal caos. Appena entriamo vedo Mick e Charlie seduti a un tavolino! Mi presento e gli dico che sono la capo redattrice di Creem e vorremmo parlare con loro dopo il concerto. Mick mi guarda incredulo, e dice che deve verificare chi sono…quindi si alza e va al telefono a gettoni a chiamare qualcuno, all’epoca senza cellulari anche Mick Jagger doveva andare al telefono pubblico! Torna dopo poco e mi dice che sono una bugiarda, che per Creem Magazine c’e’ gia’ Linda Robinson. Certo, l’ho mandata io! Gli rispondo, e allora Mick sempre un po’ incredulo propone una mediazione: Potevamo andare direttamente nel backstage senza passare dal concerto, avrebbe dato disposizioni in questo senso. Ma al ritorno a El Mocambo la situazione era ancora piu’ fuori controllo, e di arrivare alla porta del backstage non se ne parlava, cosi tornammo a casa dovendoci accontantare del resoconto di Linda. Anni dopo lo incontro per intervistarlo, e giusto per rompere il ghiaccio gli dico, io e te ci siamo incontrati tanti anni fa in un caffe’ vicino a El Mocambo, ti ricordi? Lui alza le mani e mi dice, aspetta un attimo prima di andare avanti, questa storia ha un happy ending o finisce male?! Mi ha fatto morire dal ridere, una delle migliori frasi da Rockstar di sempre! Anche Keith e’ un piacere da intervistare, totalmente innamorato della musica di Detroit.

Oggi Creem e’ ancora molto famosa in tutto il mondo.

Senza dubbio una cosa bellissima che lo spirito di Creem abbia viaggiato cosi nello spazio e nel tempo. In questo senso anche internet e’ stato fondamentale, si possono trovare tutti i numeri di Creem dalla prima all’ultima pagina.

C’e’ un numero della rivista a cui sei piu’ affezionata?

Si, un numero a cui non riuscivamo a trovare una copertina. A quel punto per noi i Led Zeppelin erano una certezza, e cosi mi misi io a scrivere un pezzo lunghissimo e fuori di testa, Led Zeppelin: A Psycho History . La gente ancora mi chiede di quell’articolo!

Creem – Led Zeppelin A psycho Story – Febbraio 1979

Scrivevate a casa o in redazione?

In redazione. Lester Bangs ci si era praticamente trasferito! Lavoravamo tutti tantissimo, e avevamo delle macchine da scrivere fantastiche e velocissime, delle Selectors, le migliori del tempo. Nessuno di noi poteva avere una cosa del genere a casa. E poi era bello condividere lo spazio, c’era sempre qualche discussione in corso, uno scambio continuo. Se volevi un po’ di pace ti dovevi mettere le cuffie o stare oltre le normali ore di lavoro. La sera andavamo tutti insieme a cena da Pasquale, un ristorante bar italiano, poi qualcuno tornava in ufficio fino a tardi. Nei giorni prima della chiusura di un numero eravamo praticamente tutti in ufficio senza tregua, ci passavamo anche la notte.

Pasquale’s Restaurant – Detroit

Una bella mole di lavoro…

Si, e piu’ di tutti mi colpiva Lester. La gente pensa, voglio essere come Lester Bangs, mi  sballo di alcool e di droghe, sento la musica, vado ai concerti e scrivo tutta la notte! Tutte cazzate.  Per essere come lui dovresti essere una dinamo di scrittore, lavorare instancabilmente, essere brillante, competente ed estremamente accurato. Eravamo tutti estremamente concentrati. Lester a volte scriveva apposta una fesseria nel suo pezzo, per poi vedere se ce ne accorgevamo prima di andare in stampa…Un modo per essere sicuro che leggessimo tutto, parola per parola! Oggi per controllare qualcosa si guarda Wikipedia, noi facevamo una telefonata ai diretti interessati.

Creem dicembre 1977

Avevate contatti con Rolling Stone?

Ufficiali no, personali logicamente si. Specialmente con Cameron Crowe, alle volte ci chiamava addirittura per sapere se avevamo bisogno di aiuto per chiudere il numero! Una persona sempre molto dolce con noi. Almost Famous non e’ stato accolto bene da alcuni ex Creem, ma io invece, forse anche perche’ all’epoca avevo la sua stessa eta’, credo sia un punto di vista molto valido nella sua innocenza. La sua visione di Lester Bangs puo’ essere stata riduttiva per qualcuno, ma il loro rapporto era veramente quello, Lester lo aiutava tantissimo per telefono. Quando uscì il film feci un intervista a Phillip Seymour Hoffman, e gli dissi che mi aveva colpito molto come aveva fatto a centrare la voce di Bangs. Mi disse che aveva studiato dei nastri di conversazioni di Crowe molto a fondo. Il film manca forse della descrizione del lato gioioso di Lester Bangs, ma e’ la visione di Cameron, quello era il suo mentore. Ed era un lato enorme della sua personalità.. Mi ha aiutato tantissimo, mi stimolava sempre a cogliere il punto in quello che stavo scrivendo. Il mio primo vero articolo fu su Peter Frampton, un artista che lui aveva stracciato. Eppure si mise per ore seduto con me ad aiutarmi a tirare fuori un pezzo nel modo più serio possibile. Insisto, vorrei tanto che questa sua grande professionalità venisse riconosciuta, almeno quanto il suo lato più folle. Aveva una grande disciplina.

Mi dicevi che stanno girando un documentario su Creem…

ìi, proprio in questi giorni. Molti di noi sono coinvolti attivamente, speriamo che venga fuori un buon lavoro. Ci sarebbe anche bisogno che qualcuno scrivesse un vero libro sulla storia di Creem, qualcosa che andasse nei dettagli di quegli anni e di quelle persone. Per me e’ stata un esperienza incredibilmente formativa, tutto il mio lavoro di giornalista e scrittrice venuto dopo ne ha beneficiato. Ricordo sempre i due grandi consigli che mi dava Lester: Se scrivi quando sei sballato o ubriaco, sul momento sembra un gran lavoro, ma il giorno dopo e’ quasi sempre spazzatura. E poi non esiste il blocco dello scrittore, muoviti e comincia a scrivere! Probabilmente tirerai fuori anche un mucchio di cazzate, ma poi con un po’ di lavoro quelle vanno via, e il buono resta. Continua a scrivere!

Che ne pensi dello scrivere di musica adesso?

Oggi quando scriviamo lo facciamo con e per internet, il che dovrebbe voler dire infinite possibilita’. Ma io la vedo diversamente. Io credo nei limiti, nelle scadenze, nei confini che ti aiutano ad essere a fuoco e tirare fuori l’essenziale. E poi credo che ci sia ancora spazio per qualcuno che voglia dare una bussola, un aiuto, per orientarsi in questo mare di musica che oggi e’ immediatamente disponibile.

Susan Whitehall at Creem office 1976-77 circa

Paolo Barone © 2017

 

 

Into The Great Wide Open (Addio a Tom Petty) – di Stefano Piccagliani

3 Ott

Ho chiesto a Picca di scrivere due righe a proposito della dolorosa dipartita di Tom Petty, tra i miei amici è quello più indicato visto che non volevo pubblicare le solite banalità scritte da uno, il sottoscritto, che non ne sa abbastanza. Certo, comprai anche io DAMN THE TORPEDOS all’epoca, ebbi fin da subito una fascinazione particolare per HERE COMES MY GIRL, ma non posso certo dire di avere su Petty la stessa preparazione del mio amico, così meglio lasciare a lui la parola, conoscenza, lucidità e schiettezza non gli mancano di certo. Buon viaggio Tom, grazie di tutto.

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 Comprai Damn The Torpedoes nell’80, al negozio Rock Dreams di Modena in viale Medaglie D’Oro. Me lo ricordo benissimo, Tom era biondo e quindi si trattava di un acquisto rischioso perché quei capelli avrebbero complicato l’eventuale processo di identificazione tra il me 15enne e questo nuovo artista che mi accingevo a scoprire. Un paio di ascolti a casa e poi subito via a cercare i primi due lp (Torpedoes era il terzo).

Tom Petty

Petty mi conquistò subito, il minimo comune denominatore era il suono alla Byrds che era indiscutibile. Ma c’era molto di più, anche se non era del tutto evidente. Un pizzico di glam, che allora non sapevo neanche cosa fosse, una sorta di sfacciataggine pop che usciva dagli schemi seriosi del cantautorame rock dell’epoca. Un briciolo di sudismo, nel senso del Southern Rock, con l’aggiunta di una bella dose di sole losangeleno. In più c’erano gli Heartbreakers, una band che aveva un sound inconfondibile, dalle mille derivazioni certo, ma un sound tutto suo.

Tom Petty & The Heartbreakers

Petty, come altri, arrivò sui nostri giradischi quando negli scaffali c’erano pochi dischi da portare a casa per noi che amavamo quello che poi si sarebbe chiamato ‘classic rock’. Springsteen, DeVille, Dire Straits … Petty riassumeva tutto quello che mi piaceva della musica americana, le 12 corde Jingle Jangle, il ritorno ai padri fondatori, qualche riferimento ‘garage’, i Creedence, una puntina di psichedelia. Gli Heartbreakers erano bravissimi e misuratissimi, consumati eppure ancora sbarbini.

Poi uscì Hard promises (preso da Mati in via Farini) e il mio fanatismo controllato si consolidò. Petty era una rock star particolare, attraversò gli anni ‘80 con poche paturnie, riuscì benissimo a gestire l’era MTV producendo video godibilissimi, non si snaturò mai e mantenne sulla faccia un sorrisetto ironico che significava ‘Divertiamoci baby, è solo rock ‘n roll’. Con Mike Campbell, il suo chitarrista, sfoggiò tour dopo tour la più fantastica collezione di chitarre mai vista. Gli piaceva suonare agli Heartbreakers, mica infinocchiare il pubblico. Non si fece mai spennare da modelle, si sparò un po’ di pere senza pubblicizzare la cosa, collaborò con molti, sopportò il bizze del suo amico e idolo Bob Dylan, fu amico di George, di Paul, di Ringo, di Bruce, di Lindsey & Stevie, di Jackson, di Cash, di Crosby, di Stills, di Neil, di Roy, di Chris, di Roger, di tutti.

Quando cominciò artisticamente a bollire – inevitabile – riformò la sua band del liceo, i Mudcrutch, e la portò in tour, alternandola agli Heartbreakers. Just for fun. Lascia un catalogo di canzoni invidiabile, costruito tutto in punta di piedi, senza mai sbracare. La carriera perfetta. Mi mancherà moltissimo. Into the great wide open.

©Stefano Piccagliani 3 ottobre 2017

Rolling Stones a Lucca 23/09/2017 – di Giancarlo Trombetti

25 Set

Il nostro GIANCARLO TROMBETTI è andato a vedere i Rolling a LUCCA, questo il suo resoconto.

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Immagino che quasi tutti siano andati almeno una volta a Parigi. E a Parigi non si siano dimenticati di andare a vedere la Gioconda di Leonardo, al Louvre. Eppure è il dipinto più famoso al mondo, di piccole dimensioni, da osservare dietro una teca a qualche metro di distanza e che non porterà nulla di nuovo alla vostra conoscenza. Eppure ci sarete andati.

La Gioconda al Louvre

Ecco, andare a vedere gli Stones ha esattamente il medesimo senso. Sappiamo già cosa vedremo e sentiremo, ma sappiamo che ci troveremo di fronte alla Storia. Leonardo non ha inventato la pittura, vecchia come l’uomo, ma l’ha resa immortale con un sorriso. Gli Stones non hanno inventato né il rock and roll, né il blues, ma lo hanno affinato in modo tale da essere la pietra di paragone per chiunque desideri suonare rock e blues e sia di pelle bianca. Futile, quindi, l’argomentazione degli esperti che, con sufficienza si erano domandati, nei giorni scorsi: “che significa andare a vedere i Rolling Stones oggi?”.

I medesimi che, magari, continuano a sbavare sotto il palco di un tipo di Ashbury Park che vive della loro rendita, di un Dylan adorabile ma che non canta più da trent’anni e che straccia via le sue interpretazioni…”tanto io so’ Dylan e voi nun siete un cazzo”.  Al contrario, vedere più che ascoltare gli Stones significa ridimensionare il novanta per cento dei nostri idoli, che devono aver passato anni a studiarne le movenze, la presenza, i riff, senza averne il medesimo talento e istinto.

Certamente, vederli nel 2017, a una catasta di anni dall’ultimo mio incontro, non è come averli visti nell’82 o nel ’78, ma l’impietoso confronto con le nuove leve è disarmante. Così come di fronte alla Gioconda, sempre quella, immobile e sorridente, nota e immutabile nei secoli, davanti a Jagger, dopo due frasi e due passi sul palco è impossibile non capire dove tutto sia evoluto.

E così siamo qua. Con 150 euro in meno in tasca, il terrore di non riuscire a parcheggiare in una qualche stradina nascosta di Lucca, il timore che la nuova anca non regga allo sforzo di farsi qualche chilometro a piedi e restare in attesa per ore. E, sì, certamente, anche nascosto dietro l’ultimo neurone il dubbio che qualche pazzo voglia farsi esplodere nel nome di un dio ignoto e sicuramente inesistente. Ma dobbiamo vivere, dunque ci siamo. Felici di avere ancora voglie, divertiti pensando ai lucchesi – mosche bianche nello scacchiere toscano – imbestialiti per la loro città bloccata per un mesetto. Perché il luogo scelto per il concerto è fantasioso, di difficile individuazione ed immaginiamo quanti appoggi politici debbano essere stati smossi per ottenere il permesso di occupare un lungo prato lungo le spettacolari mura, posto esattamente a un passo dalla stazione ferroviaria e proprio davanti al viale, chiuso, che conduce all’ingresso delle autostrade. Ma poco importa : il sito ufficiale spiega che “nessuno ha mai suonato lungo le mura storiche”, e qualcuno avrebbe dovuto farlo per primo, no ?  I jersey, quei blocchi in cemento ci sono, li guardo e mi dico che nonostante tutti i divieti, io un paio in più per parte li avrei messi. Un furgoncino si fermerebbe sicuramente, un grosso tir non saprei. Ma pensiamo positivo.

I controlli ci sono, certamente. Ma tutto sommato neppure troppo pressanti. Una quantità di zainetti passa tranquillamente i tre imbuti, molti smoccolano per il loro gettato alla rinfusa dentro un gabbione. Però…era indicato chiaramente che non sarebbero passati, problemi loro. Arriviamo all’atteso metal detector. Emozione per capire se suonerà come al passaggio del Terminator, grazie alla nuova anca in titanio… sì, suona. Io sorrido, il tipo mi guarda e sorride. Mi fa passare. Chissà se avessi avuto un’arma avrebbe suonato diversamente. Vado, non ho intenzione di ammazzare nessuno, per ora.

Perché la voglia di farlo viene, dopo poco, arrivati al prato. Andatevi a cercare da soli, ammesso che ne abbiate voglia, la piantina della location : le mura di Lucca sono circondate da un grande anello verde di erba ben mantenuta che le rende uniche. Il pentacolo con baluardi che formano ha una storia nascosta e leggendaria circa la loro composizione. Uno spettacolo in sé.

Le mura di Lucca

La fetta di verde ricoperta di teloni e a sua volta di ghiaino non raggiunge i cento metri di larghezza, sicuramente supera i trecento in lunghezza. Il palco è imponente, come sempre con gli Stones; le quattro torri saranno alte tra i 25 e i 30 metri, sicuramente almeno il doppio dell’altezza delle mura. Al centro il palco, incastonato tra le torri, stranamente basso per essere un palco da osservare da centinaia di metri. Ad occhio dico meno di due metri e mezzo. I piedi dei roadie sono di poco al di sopra della linea immaginaria dei miei occhi. Cerchiamo una posizione decente, sono le quattro, ne avremo per cinque ore almeno.

Ci vuole poco per capire che i due gazebo che contengono, probabilmente, mixer luci e audio, regia video e telecamere e che sono poste alla base delle due torri dell’amplificazione, impediranno la visione ai due terzi del famigerato Prato B, quello destinato a contenere la maggioranza dei 55mila presenti.  I gazebo sono alti almeno quattro metri, se non più, e creano dietro di loro un cono che impedisce la visione del palco. No, non esiste, almeno per i primi 250 metri, una visione centrale perché esattamente al centro c’è un largo corridoio transennato, forse di sicurezza, che occupa la zona della visione migliore. Il risultato è che…sparo a occhio… trentamila dei cinquantamila a prato, non vedranno mai il gruppo. Io sono tra quelli. E quando Jagger sbucherà da un angolo di un terzo gazebo utilissimo e destinato a contenere acqua e birra vendute a prezzo da deserto del Sahara dopo una settimana di traversata, capisci che qualcuno ha deciso che solo quei sette, ottomila del Prato A avranno l’onore di vedere fisicamente gli Stones.

Semplicemente ri-di-co-lo. Folle, da rimborso immediato, una vergogna.

Voglio sperare che si tratti di una scelta inderogabile della produzione, sicuramente successiva alla scelta del luogo, lungo e stretto, e spero non del solo promoter. Che a quel punto bene farebbe a cambiare mestiere. Tanti ce ne sono. Fortunelli i ragazzi dell’A e i pochi del Vip sotto palco, finito in mano ad amici e raccomandati. I ricchi, quelli veri, stanno negli sky box a 700 cucuzze a posto. Non capiranno un cazzo di quello che sta accadendo, non conosceranno un brano eseguito ma potranno trovarsi al rinfresco che seguirà e dire agli amici che “loro c’erano”. Già..il prato A… 250 a testa, sapevo…le stesse pagate dai quindici ragazzi di Spoleto vicini a me, nel B però, che hanno cambiato i biglietti presi da ticketone. Si domandano, ingenuamente, se qualcuno abbia sbagliato, perché il loro biglietto riporta la cifra di 115, il prezzo ufficiale del Prato B, che a loro è costato 135 in più…e però hanno avuto una borsina in tela rossa, una specie di diario, un berrettino. Dico loro che io avrei rovesciato il bancone, loro restano sereni e dubbiosi. Abbandoneranno la posizione conquistata quando una mandria di deficienti ubriachi, verso le cinque, inizierà a spingere per avvicinarsi al palco, senza sapere di essere a pochi metri dalle transenne. Siamo quanto più avanti il B ci consenta e vediamo i tecnici sul palco piccoli come i soldatini di plastica della nostra infanzia. Il mio occhio venatorio (e qui  da animalista mi tocca storcere il naso, ndtim) mi dice 130/150 metri.

Ci spostiamo di lato, ‘fanculo, tanto comunque dovremo guardare i videowall. Ma respireremo. Inizio a domandarmi se la domanda corretta non sia “se è il volume è troppo alto sei troppo vecchio”, bensì “se ti stanchi a stare in piedi stai invecchiando e devi scegliere posti a sedere”. Perché sedere a terra è impossibile : verresti calpestato e la mia costosissima anca non se lo può permettere.

All’imbrunire suona un gruppo spalla. Sulla grancassa c’è scritto The Struts, che credo voglia significare “I chiunque”, in inglese. Nessuno deve avergli detto che essere giovani nel 2017 e suonare quella roba è superfluo. Ma si faranno. Basteranno un paio di ritocchi : un cantante con due tonalità, un batterista con almeno un paio di tempi diversi da tenere, qualcuno che scriva loro qualcosa di decente da eseguire, un chitarrista solista che prenda il posto dell’attuale. E il gioco è fatto.

Guardo con sguardo libidinoso le tribunette poste lungo le mura, quelle che stanno rendendo ancora più stretto il campo e provo a corrompere uno della security: ti allungo qualcosa se mi fai passare. Non avrei dovuto farlo. Sarebbe stato sufficiente indirizzarsi con decisione verso una delle porte, lo scopro troppo tardi.

A buio il palco si illumina di rosso, le maracas battono il tempo di Sympathy for the Devil, il pezzo che, per me, racchiude tutta l’essenza degli Stones. Lo adoro. Me lo godo. Lo assaporo come credo si debba fare con un vino d’annata. Jagger si muove come un cinquantenne e canta come tale. Ma ne ha, lo sappiamo, 24 in più. Ha fatto un patto con il diavolo, altro che Robert Johnson. Watts ne ha 76, il fisico è fragile, ma sorride e…suona, suona davvero. In quel modo semplice, asciutto, perfetto. E detto da uno che ama Colaiuta e Bozzio credo sia il migliore dei complimenti. Richards è…Richards. Il monumento alla sopravvivenza del rock and roll, l’uomo che “non ha mai avuto problemi con la droga, ma solo con la polizia”, quello che, fotografato all’arrivo all’aeroporto di Pisa, si è fatto fotografare a fumare. Le mani sono due sculture all’artrosi, si muovono dure e lente sulle chitarre, sbagliano spesso, lasciano a Wood la maggior parte del lavoro, dimentiche che proprio gli Stones hanno perfezionato quell’intreccio di doppia ritmica e doppia solista, ma quando “prende” alcuni di quei riff che rappresentano la Pietra di Paragone per milioni di “vorrei essere” capisci che la fabbrica del riff, in qualche modo, ha ancora un suo rappresentante attivo.

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RS Lucca – foto A. Delli Paoli

La regia video, e non avrebbe potuto essere diversamente, è semplicemente perfetta. Ogni brano ha una sua caratteristica visiva diversa da tutte le altre e angolazioni diversamente selezionate. Ci deve essere un lavoro immenso dietro alla costruzione video di ogni brano e quel minimo di occhio che mi sono fatto, me lo fa apprezzare. Non è semplicemente una ripresa video quella che abbiamo davanti : è opera di alta regia, ma chissà quanti saranno in grado di goderla a pieno. Il suono è sporco, molto più di quanto mi sarei aspettato. Ma non intendo nella miscela acustica, che comunque lascia a Richards qualche decibel in più di Woods, ma proprio nella scelta del suono, che mai avevo ricordato così rustico, da cantina, immediato, diretto…ecco…no filter, adesso capisco.

Gli Stones stanno chiudendo il cerchio, tornando alle origini del loro rock, imbevendolo di blues, di roll di approccio scarificato, essenziale. Cosa difficile, tutto sommato, dato che con i quattro ci sono ben sette musicisti aggiuntivi, tra cui, per me, spicca Chuck Leavell, un giramondo delle tastiere.

Perché gli Stones ? ti domandi mentre scorrono le canzoni. Per la solita, unica, inevitabile ragione : i pezzi, i pezzi, i pezzi. E loro, di brani miliari, ne hanno composti a dozzine. Senza inventare nulla, ma creando ugualmente le basi con cui il mondo ha dovuto confrontarsi. Perché Gimme Shelter, Brown Sugar, due versioni incredibili di Midnight Rambler e You can’t always get what you want, da sole valgono la tua presenza lì, davanti alla Storia di quello che ami da sempre, di quelle cose che, messe su un piatto o dentro un lettore, ti hanno modificato la vita, reso più luminose le giornate, fatto dimenticare i dolori, fatto venire la pelle d’oca, innamorare e incazzare.

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Perché davanti a milioni di euro di produzione c’è solo l’emozione di chi riesce ancora a stare in piedi per ore, nonostante tutto, ad amare quattro vecchietti che potrebbero essere al bar a giocare a carte. E invece sono su un palco, a cantare e suonare la loro vita e la tua.

Credevo di essere andato a vedere per l’ultima volta i Rolling Stones. Penso di essermi sbagliato.

©Giancarlo Trombetti  settembre 2017 

Arrivano gli americani: Elvis e il Juke-Box – di Massimo Bonelli

9 Set
 Il nostro amico Massimo Bonelli ci regala due riflessioni sull’arrivo del Juke Box.
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Nella campagna bruciata arrivano suoni lontani: abbaiano i cani, risponde soltanto un juke-box. Arrivano gli americani…” Stormy Six

I soldati se ne vanno trascinando armi stanche. Qualcuno balla su drammatiche rovine con qualche disco che dispensa allegria. Uomini e donne tornano a vivere e nelle orecchie hanno canti di lotta e di vittoria. Timidamente, qualche orchestrina intona “In the Mood”. Il meglio deve ancora arrivare.

I migliori dischi della nostra vita

Abbiamo tutti un passato, alcuni recente, altri remoto. Io non lo misuro in anni, il mio tempo è scandito dalle canzoni. Negli anni ’60 la proposta musicale era ricchissima, coadiuvata dalla novità dei gruppi rock inglesi e americani: su tutti i Beatles. Quest’ondata di musica straordinaria cambierà le nostre abitudini e arriverà a farci da colonna sonora sino ad oggi, seppur con vari cambiamenti di stile.

Ma il periodo musicale che desidero narrare ora è quello precedente. Quello della felicità post bellica, della ricostruzione culturale dopo vent’anni di crudele oscurantismo. Quello della musica “leggera”, arrivata con gli americani, con il miracolo economico, con il juke box.

Ero un bimbo quando, in casa mia, sul giradischi  che andava a tre velocità,  sono arrivati i vinili. I primi erano dei 78 giri, ricordo Frankie Laine con “Ok Corral”, tema dal film “Sfida all’ok Corral”, i Platters con “Only You” e, poi, i 45 giri. I gusti erano dettati dagli adulti e tra gli interpreti che riscuotevano maggiore successo nella mia famiglia c’erano sicuramente Nat King Cole, Perry Como, Pat Boone, Dean Martin, Paul Anka, “the voice” Frank Sinatra e qualche altra star americana. Inoltre  c’era il “jazz”, non certo quello “cool”, caldo o freddo e macchinoso, solo quello che spesso faceva da tema musicale a qualche pellicola, quindi Duke Ellington, Glen Miller, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong.

Del nostro vecchio continente, piaceva molto la straordinaria interprete francese Edith Piafcon “Hymne a l’amour”, “La vie en rose” e “Non je ne regrette rien”.  Il suo canto potente e straziante, al contrario della sua immagine,  credo abbia incantato il mondo intero. Edith Piaf non era l’unica non americana ad aver ottenuto un generale consenso tra le nostre pareti. La musica francese ci aveva conquistato anche con la musa della cultura raffinata, Juliette Grecò, con l’istrionico Ives Montand ed il magnifico Gilbert Becaud, oltre all’anarchico Georges Brassens ed al poeta Jacques Brel.

La musica italiana, tranne poche eccezioni, era ancora “antica”: le ugole melodiche appartenevano a Luciano Tajoli, Sergio Bruni, Emilio Pericoli, Nilla Pizzi, Gino Latilla, Jula De Palma, Renato Rascel, il “reuccio” Claudio Villa, nomi che si erano resi noti attraverso la radio e qualche “musicarello”.

Arrivano nuovamente gli americani… gli elettrodomestici americani e, con loro, la televisione.

La rivoluzione televisiva ci porta il fenomeno Domenico Modugno. Suoi furono i primi singoli italiani che sentivamo in casa: “Vecchio frack”, “Strada ‘nfosa”, “Resta cu’mme”. Grazie al nuovo mezzo audio-visivo, fecero breccia Fred Buscaglione, il Quartetto Cetra, Peppino di Capri, Umberto Bindi e molti altri interpreti. Sanremo era già Sanremo. Un capitolo a parte meritavano le canzoni della “mala” interpretate da Ornella Vanoni e i Cantacronache di Michele L. Straniero con i canti partigiani.

Coadiuvato dal successo di alcuni film realizzati per lanciare le sue canzoni, il nuovo fenomeno musicale americano è Elvis Presley. Elvis è il primo esempio di icona popolare. In Italia, seppur noti, Bill Haley, Gene Vincent o Chuck Berry, erano rimasti nella nicchia, Elvis fece suo il rock’n roll e ne divenne il Re. Tutti avremmo voluto essere Elvis, molti cercheranno di esserlo, alcuni credono tuttora di esserlo.

Con l’avvento di Elvis “the pelvis”, nomignolo affibiatogli proprio per il suo modo di muoversi, cresce anche in Italia il desiderio di ballare, ovunque, non solo alle festicciole in casa. Così arriva, sempre dall’America, il Juke-box, la luminosa scatola che diffonderà i successi musicali nei bar, nei locali da ballo, sulle spiagge.

L’utilizzo dei juke-box moltiplica l’amore per le canzoni, per le hit conosciute tramite la radio, la televisione. Con “cinquanta lire” fai la serenata alla ragazza, movimenti una festa, esibisci i tuoi gusti. I nuovi idoli, oltre a Elvis Presley ed a tutti i nomi sino ad ora citati, sono Neil Sedaka, Conway Twitty, Timi Yuro, Frankie Avalon, Bobby Darin, Connie Francis, Nelson Riddle ed un gruppo di chitarristi inglesi chiamato The Shadows. La voce della band era Cliff Richard. A loro si ispirò il manager Brian Epstein, che li vide a Liverpool, per dare consigli ad un gruppo nuovo di cui si stava occupando.

Altri cantanti italiani, oltre a quelli precedentemente nominati, che uscivano dal video, soprattutto dal festival di Sanremo o dalla radio, trovavano spazio e successo con il loro singolo nei juke-box: Adriano Celentano, Mina, Gino Paoli, Tony Dallara, Nico Fidenco, Pino Donaggio, Milva, Johnny Dorelli. Molti cantavano la versione italiana dei grandi successi d’oltre oceano, fenomeno che si svilupperà maggiormente poco più tardi. E’ altrettanto vero che molti interpreti statunitensi, inglesi e francesi cantavano le loro canzoni anche in lingua italiana e, spesso, partecipando come ospiti in gara al festival ligure, eseguivano il brano inedito direttamente nella nostra lingua.

In questo periodo spopola un nuovo ballo che si chiama “twist”, attorcigliamento, e le classifiche si riempiono di brani che suggeriscono questo nuovo oscillamento sulla pista. A cantare i successi saranno Chubby Checker (Let’s twist again), Peppino Di Capri (Saint Tropez Twist), Adriano Celentano (Peppermint Twist) e altri interpreti. Coloro che vorranno continuare a ballare stretti su una mattonella, sceglieranno ancora Elvis “Are you lonesome tonight”.

Ognuno ha la propria colonna sonora, quella autunnale, primaverile, invernale e, soprattutto, estiva: Edoardo Vianello, Fred Bongusto, Rita Pavone, Francoise Hardy, Petula Clark, Gianni Morandi, hanno incorniciato le nostre estati, e, fra tutte, la regina è stata e resterà “Sapore di sale” scritta ed interpretata da Gino Paoli, arrangiata da Ennio Morricone con Gato Barbieri al sax.

Siamo arrivati al 1963. Il racconto della musica del boom economico in Italia termina qui. Ci saranno maggiori successi. Si confermeranno molti artisti del passato e conquisteranno i juke-box, le classifiche e la popolarità numerosi nuovi interpreti … ma tutto cambierà. Nel 1963, appare per la prima volta in classifica un gruppo inglese chiamato The Beatles. Da questo momento sarà tutto diverso, ovunque. Anche la mia vita sarà diversa. Arriveranno i long playing, ed i primi a fare ingresso in casa mia non saranno i Beatles ma Joan Baez e Peter, Paul & Mary. Nello stesso tempo, sarà un brano americano interpretato da un gruppo inglese a far crollare ogni sottile argine rimasto tra me e la musica: “The House of the Rising Sun” degli Animals. Da qui inizia un’altra storia: il mio futuro.

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

PINK FLOYD – The Early Years 1965-1967 Cambridge St/Ation (PF Records 2017) – di Paolo Barone

5 Giu

Il nostro Polbi oggi ci parla del primo volume di The Early Years dei Pink Floyds.

Adesso posso dirlo apertamente, ho fatto pace con i Pink Floyd. Si, me l’ero presa molto con Mason e David, e con Rog ancora di piu’. Mi avevano fatto girare le palle con quel megacofanetto dal costo vergognoso, ne avevamo parlato anche qui nel Blog. Mi ero incazzato come una bestia, anche perche’ la qualita’ del materiale che avevo potuto ascoltare nel piccolo doppio cd “esca” eraveramente stellare…

Ma ora i tre hanno mantenuto la promessa, e ecco che ci hanno messo a disposizione ben 6 cofanetti da tre o quattro CD/DVD/Blueray ciascuno a prezzi ragionevoli, con praticamente tutto quello che c’era da sentire nel Big One. Io, come credo la maggior parte dei fan Floydiani, sono andato subito a prendere il primo volume 1965-1967 Cambridge St/ation, sia per cercare di partire con un minimo di senso cronologico, ma anche e forse soprattutto, per la voglia di mettere le orecchie nei primi materiali di era Barrett rimasti semi inediti fino ad oggi.

L’oggetto in sé si presenta senza dubbio bene, riconciliandoci per un attimo con il mondo dei cd, in questo momento di gloria del vinile e delle cassette (qui in america stanno andando fortissimo). Nero con la banda bianca, come la grafica del box set originale, a sua volta ricalcata dalla verniciatura del furgone Bedford che la band usava quando ancora si chiamavano Tea Set, e rappresentato all’interno in una bella foto con Mason intento a caricare i pezzi della sua batteria. Nella confezione i quattro dischetti riescono a starci bene ed essere accessibili senza cadere ad ogni apertura. Ci sono poi 14 pagine di note e fotografie del periodo, alcune a colori, la maggior parte gia’ viste, ma qualcuna molto interessante e perlomeno per me inedita. In una tasca interna trova posto la riproduzione di memorabilia legata a questa fase della band e un libricino di difficile lettura, con delle note in piu’. Sono materiali belli da vedere, da tirar fuori e tenere in giro, sognando che fossero costosissimi e irragiungibili originali, fra cui la locandina del leggendario “Games for May” alla Queen Elizabeth Hall. Che tempi la seconda meta’ degli anni sessanta a Londra… In quel periodo io nascevo e si vede che le ho assorbite come il latte materno certe vibrazioni che fanno parte del mio mondo spirituale.

I dischi di questo primo volume sono 4, ma di fatto e’ come se fossero 3 considerato che il DVD e il Blueray contengono le stesse identiche cose, quindi due audio e due video. Per un fan pigro come me, e’ una manna. Si parte subito con tutte le registrazioni semi inedite fatte dai Floyd in formazione a cinque elementi con Bob Klose alla chitarra nel 1965, inizio di tutto. Sono sei brani veramente imperdibili per chi e’ interessato all’evoluzione e alla storia del Rock inglese. Non credo fossero mai esistite come Bootleg o in rete (ma potrei essere smentito) fino alla riscoperta negli archivi di Mason, e alla successiva strana e affascinante pubblicazione in vinile limitato, avvenuta un paio di anni fa in occasione di un Record Store Day. Poche copie sparse nei negozi di tutto il mondo, fra cui diverse in Italia, che qualche negoziante lascio’ a soli trenta euro, mentre molti altri le misero immediatamente su ebay in media sui trecento euro.

Sei pezzi validissimi, tutti scritti da Barrett, in cui si sente nettamente la band, ma sarebbe meglio dire il Rock e il mondo della controcultura inglese del periodo, partire con i piedi ben piantati nella tradizione americana ma con la testa che inizia ad aprirsi verso spazi onirici originali, sganciati dalle strutture a stelle e strisce. Certo, e’ un percorso che sara’ portato avanti da molti, ma l’impatto e la portata del lavoro fatto dai Pink Floyd in questo senso, e’ al tempo stesso essenziale e profondamente diverso.

I semi della futura germogliazione della Psichedelia inglese, del Progressive, della musica Cosmica Tedesca e del mondo sonoro di Canterbury, sono tutte in queste canzoni di Barrett in cui la tradizione Blues, Rock and Roll, Rythm and Blues, che le compone deraglia verso un altrove ancora inesplorato. E’ solo un timido affacciarsi, un mettere un piede in questo universo di suoni ancora da scoprire, che diventera’ poi il mondo della band e di buona parte del Rock inglese dal 1966-67 in poi. Non stiamo parlando di qualche inascoltabile demo, o di Live registrati con un mangianastri portatile. No, qui ci sono sei canzoni prodotte professionalmente in uno studio della Decca, sei inediti di valore di una delle Band piu’ importanti della storia del Rock quando ancora era guidata da Syd Barrett, una rockstar che nel tempo ha assunto una statura mitologica, e del quale pensavamo fosse stato pubblicato ormai ogni minimo sussurro. Che tutto questo sia rimasto sconosciuto fino a pochissimi anni fa ha dell’incredibile, e visti i prezzi dell’edizione limitata in vinile, basterebbero anche soloquesti sei brani a giustificare ampiamente l’acquisto del primo cofanetto.Sempre sul primo dischetto troviamo gli onnipresenti Arnold e Emily, un paio di singoliarcinoti, qualche remix del 2010 di materiale era Barrett, la strumentale “ In the Beachwoods” di cui avevamo gia’ parlato da queste parti, e finalmente per la prima volta in versione ufficiale le famose “Vegetable Man” e “Scream thy Last Scream”. Le avevamo ascoltate sempre in versioni Bootleg, risentirle con questa qualita’ audio, se pur sottoposte ad un remix del quale specialmente in questo caso non se ne capisce il motivo, e’ una bella esperienza.

Il secondo cd si apre con la registrazione professionale di un concerto a Stoccolma del 10 settembre 1967, sicuramente materiale gia’ noto ai fan piu’ hard core della band, ma per tutti noi una bella scoperta. Sono otto brani registrati molto bene, se non fosse che per qualche motivo la voce e’ quasi totalmente assente, in un altro contesto sarebbe una pecca insuperabile, invece qui le cose funzionano lo stesso e anzi ci propongono un angolatura del tutto inedita per queste canzoni, fra cui una bellissima “Set the Controls for the Heart of the Sun” che inserisce una volta per tutte questo brano fondamentale fra i capolavori dell’era Barrett.

Il tutto si chiude con nove prove strumentali, registrate professionalmente nell’ottobre dello stesso anno e prodotte da Norman Smith. Interessanti, tipiche del periodo.

Il DVD video ci propone un ora di filmati in larga parte gia’ disponibili in rete, ma qui finalmente raccolti in maniera ordinata. E poi, un conto e’ saltabeccare su youtube, e un altro mettersi comodi e poterseli guardare in ottima qualita’ audio e video. C’e’ un po’ di tutto, da loro che bivaccano davanti allo studio, fino ai famosissimi filmati di Syd con la camicia ad ali di Astronomy Domine alla BBC, fino alle ultime apparizioni della band in formazione originale, e tanto altro ancora.

E’ strano pensare che ci siano voluti ben cinquanta anni perche’ la band si decidesse a celebrare degnamente questa fase della sua lunga storia, in un certo senso la piu’ cara ai suoi fan, e sicuramente quella piu’ ricercata. Ma in qualche modo ne e’ valsa la pena visto il risultato prodotto. Da quel che ho capito, nei cofanetti successivi si entra profondamente nel periodo magico che arriva fino all’esplosione di Dark Side of the Moon. Li prendero’ tutti un po’ alla volta, questi sono per me i Pink Floyd piu’ misteriosi e affascinanti, e potremmo tornare a parlarne qui nel Blog se Tim acconsente. Ma mentre quelle saranno cose destinate agli appassionati della band, questo primo volume si ritaglia un ruolo autonomo nella documentazione della storia del Rock e della cultura del secolo scorso, e sono sicuro che sara’ sempre apprezzato anche da chi poi non si sente particolarmente dentro al mondo sonoro dei Pink Floyd.

Che il Dio del Tuono e del Rock and Roll sempre benedica Nick Mason, archivista della band, per quanto mi riguarda non vedo l’ora di mettere le mani sul resto!

©Paolo Barone 2017

BILLY JOEL E LA ALLEGRA COMPAGNIA – di Massimo Bonelli

10 Mag
 In passato abbiamo pubblicato le storie di Rock del nostro amico Massimo Bonelli, questa su Billy Joel ci era evidentemente sfuggita altrimenti la avremmo passata a suo tempo, dato che veneriamo BILLY JOEL ormai dal 1977. E’ un doppio piacere dunque ospitare di nuovo sul blog MB.
“I’ve seen all the movie stars, In their fancy cars and their limousines …  And I don’t want to waste more time … I’m in a New York state of mind” … L’uomo del Bronx sapeva suonare il piano talmente bene, che lo poteva fare per mestiere e girare il mondo in limousine, senza mai dimenticare Broadway, Chinatown, il Riverside  e le mille luci della sua New York.
Billy Joel è l’uomo del piano;  i newyorkers gli sono grati per l’autentica poesia  “New York  State of Mind”, una delle più belle cartoline musicali della grande mela. Just The Way You are, Honesty, Uptown Girl sono le colonne sonore delle nostre docce o delle code in autostrada.
billy joel 3
A Milano, qualche anno fa, presentai una sua “Lesson” al pianoforte in un teatro stracolmo di artisti, musicisti e aspiranti tali. Con l’amico e collaboratore Chuck Rolando, ottimo musicista a sua volta, introducemmo Billy Joel che, dopo i saluti rituali, si accomodò al pianoforte e, prima di iniziare la sua lezione musicale, rivolto all’attentissimo pubblico disse:”Lo so che come prima cosa vorreste sapere cosa si prova ogni notte coricandosi al fianco di Christie Brinkley (la supermodella che era sua moglie all’epoca)… è semplicemente fantastico. Forse è questo il motivo per il quale ogni giorno, quando mi sveglio, scrivo le mie canzoni migliori. Ora parliamo di musica, della mia musica”.
billy & christie 2
L’apice dei vari episodi con Billy Joel avvenne  in una trattoria romana. Quella sera, dopo un suo spettacolo nella città eterna, andammo a cena in uno dei tipici ristoranti del centro di Roma. Uno di quei posti dove, più che la qualità del cibo o del vino, paghi l’atmosfera. Per una serie di coincidenze, ci trovammo intorno allo stesso tavolo, oltre che con Billy Joel, con la splendida e spiritosa Liza Minnelli, il palestrato Sylvester Stallone, il già citato Chuck Rolando, la mia amica e collaboratrice, un po’ inglese ed un po’ romana, Susan D. Smith ed ovviamente il sottoscritto.
Il clima della cena fu estremamente divertente e ricco di argomenti. Verso la fine, quando sul tavolo restarono da ripulire  principalmente bicchieri e bottiglie, fecero ingresso nel ristorante due stornellatori, ovvero quei musicisti che rendono omaggio alla propria città cantando sempre le stesse canzoni per la felicità dei turisti. In grado di riconoscere al primo sguardo Lando Fiorini o i Vianella, i due non si avvidero della presenza di Billy Joel e tantomeno di Liza Minnelli. Sicuramente ebbero il sospetto di riconoscere quello a capotavola: il pugile sì, quel Rocky.
Liza 2
Fu proprio Chuck che, con gentile ed educata  disinvoltura, sottrasse le due chitarre ai nuovi arrivati, una la consegnò a Billy Joel e l’altra la trattenne lui. A quel punto, partì una straordinaria sequenza di canzoni, magistralmente suonate da Chuck e Billy ed interpretate, oltre che da loro, anche da Liza Minnelli e noi a fare il coretto. I curiosi, con estrema difficoltà, cercavano di entrare nella piccola saletta dove ci trovavamo, altri ci seguivano dalla finestra. Tutti battevano il ritmo con le mani, inclusi  i camerieri ed il proprietario.
Dopo aver esordito con Arrivederci Roma, si susseguirono Uptown Girl, Love the one you’re with, Helter Skelter, We didn’t start the fire, Suite Judy Blue Eyes, New York New York e ovviamente New York State of Mind e Billy Joel diede dimostrazione di essere anche un ottimo chitarrista.
I due stornellatori erano felici, non avevano capito chi cantava, ma erano certi che se tutta questa gente avesse cantato in italiano sarebbe stata quasi quasi come i Ricchi e Poveri, la brunetta era naturalmente Liza Minnelli.
Nonostante tutta l’allegria e l’allegra compagnia, il proprietario e il conto salato arrivarono lo stesso:- ” Capo, l’atmosfera la devi pagare, anche se te la sei creata. Con la mente puoi stare a New York, ma i soldi li lasci qui”. Io timidamente risposi:-“Ma non sono un turista, non arrivo da New York”. Billy passò cantando:
“I’m just taking a Greyhound
on the Hudson River Line
‘Cause I’m in a New York state of mind.”

billy joel 2

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

Incontrare il signor Baldwin all’areoporto – di Claudio Cerutti

23 Mar

Il nostro lettore Claudio Cerutti mi manda questo veloce report sull’incontro di qualche giorno fa avuto col vecchio John Paul Jones.

Città del Messico qualche sera fa, imbarco del volo BA per London Heatrow Mi sto aggirando stancamente in cerca della fila per l’imbarco prioritario quando il mio sguardo è attirato da un signore piuttosto anziano con consorte, entrambi vestiti in modo dimesso, che si sta avvicinando al gate. Sul trolley un mandolino, nella sua custodia. Il cuore è stato più veloce del cervello, dà un colpo di pedale poderoso e nel giro di un secondo ho cominciato a sentire la sudorazione aumentare.

Quante volte ho pensato quale sarebbe potuta essere la mia reazione se avessi incontrato uno di loro, quale atteggiamento avrei dovuto tenere, quali domande pertinenti avrei dovuto fare e invece niente, mi sono fiondato verso quell’uomo con il cuore in gola senza pensare a niente

“John Paul? John Paul Jones?” gli faccio, e inizio a pensare in inglese.

He looks at me, I guess trying to remember if he knows me.

“Yes, who are you?’”

“I’m a great LZ fan, it is a profound honor for me to meet you! I think I just want to thank you for the music you delivered to us. It has been so important for me, you guys have influenced my entire life. Thank you!”

He smiles, “Thank you, where you from?”

“I’m from Milan”

Strange smile, I speculate memories of Vigorelli 71 surfaced. Then, after a few seconds of silence, pointing at the mandolin case

“Were you here for playing?”

“No no, not at all, I always travel with an instrument

“And you madam, you don’t have a clue how many times I have been watching you cutting that tomato”

Smile. Right after, my big mistake, looking at JPJ “Do you mind if I take a picture with you?”

“I would prefer not, with all this people around”

“Ok I understand, I’m sorry”

That was it, they turn their back on me, and we slowly enter the plane. I recall his real name as the stewart said “ welcome on board Mr Baldwin”

As they were to seat in business class and I had to come across them to reach my seat, I said “ Have a good flight, John Paul”

“ Thank you”

Tutto qui, avevo bisogno di raccontarlo subito a qualcuno. Ho pensato a te. Sono felice come un bambino.

©Claudio Cerutti 2017