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PINK FLOYD – The Early Years 1965-1967 Cambridge St/Ation (PF Records 2017) – di Paolo Barone

5 Giu

Il nostro Polbi oggi ci parla del primo volume di The Early Years dei Pink Floyds.

Adesso posso dirlo apertamente, ho fatto pace con i Pink Floyd. Si, me l’ero presa molto con Mason e David, e con Rog ancora di piu’. Mi avevano fatto girare le palle con quel megacofanetto dal costo vergognoso, ne avevamo parlato anche qui nel Blog. Mi ero incazzato come una bestia, anche perche’ la qualita’ del materiale che avevo potuto ascoltare nel piccolo doppio cd “esca” eraveramente stellare…

Ma ora i tre hanno mantenuto la promessa, e ecco che ci hanno messo a disposizione ben 6 cofanetti da tre o quattro CD/DVD/Blueray ciascuno a prezzi ragionevoli, con praticamente tutto quello che c’era da sentire nel Big One. Io, come credo la maggior parte dei fan Floydiani, sono andato subito a prendere il primo volume 1965-1967 Cambridge St/ation, sia per cercare di partire con un minimo di senso cronologico, ma anche e forse soprattutto, per la voglia di mettere le orecchie nei primi materiali di era Barrett rimasti semi inediti fino ad oggi.

L’oggetto in sé si presenta senza dubbio bene, riconciliandoci per un attimo con il mondo dei cd, in questo momento di gloria del vinile e delle cassette (qui in america stanno andando fortissimo). Nero con la banda bianca, come la grafica del box set originale, a sua volta ricalcata dalla verniciatura del furgone Bedford che la band usava quando ancora si chiamavano Tea Set, e rappresentato all’interno in una bella foto con Mason intento a caricare i pezzi della sua batteria. Nella confezione i quattro dischetti riescono a starci bene ed essere accessibili senza cadere ad ogni apertura. Ci sono poi 14 pagine di note e fotografie del periodo, alcune a colori, la maggior parte gia’ viste, ma qualcuna molto interessante e perlomeno per me inedita. In una tasca interna trova posto la riproduzione di memorabilia legata a questa fase della band e un libricino di difficile lettura, con delle note in piu’. Sono materiali belli da vedere, da tirar fuori e tenere in giro, sognando che fossero costosissimi e irragiungibili originali, fra cui la locandina del leggendario “Games for May” alla Queen Elizabeth Hall. Che tempi la seconda meta’ degli anni sessanta a Londra… In quel periodo io nascevo e si vede che le ho assorbite come il latte materno certe vibrazioni che fanno parte del mio mondo spirituale.

I dischi di questo primo volume sono 4, ma di fatto e’ come se fossero 3 considerato che il DVD e il Blueray contengono le stesse identiche cose, quindi due audio e due video. Per un fan pigro come me, e’ una manna. Si parte subito con tutte le registrazioni semi inedite fatte dai Floyd in formazione a cinque elementi con Bob Klose alla chitarra nel 1965, inizio di tutto. Sono sei brani veramente imperdibili per chi e’ interessato all’evoluzione e alla storia del Rock inglese. Non credo fossero mai esistite come Bootleg o in rete (ma potrei essere smentito) fino alla riscoperta negli archivi di Mason, e alla successiva strana e affascinante pubblicazione in vinile limitato, avvenuta un paio di anni fa in occasione di un Record Store Day. Poche copie sparse nei negozi di tutto il mondo, fra cui diverse in Italia, che qualche negoziante lascio’ a soli trenta euro, mentre molti altri le misero immediatamente su ebay in media sui trecento euro.

Sei pezzi validissimi, tutti scritti da Barrett, in cui si sente nettamente la band, ma sarebbe meglio dire il Rock e il mondo della controcultura inglese del periodo, partire con i piedi ben piantati nella tradizione americana ma con la testa che inizia ad aprirsi verso spazi onirici originali, sganciati dalle strutture a stelle e strisce. Certo, e’ un percorso che sara’ portato avanti da molti, ma l’impatto e la portata del lavoro fatto dai Pink Floyd in questo senso, e’ al tempo stesso essenziale e profondamente diverso.

I semi della futura germogliazione della Psichedelia inglese, del Progressive, della musica Cosmica Tedesca e del mondo sonoro di Canterbury, sono tutte in queste canzoni di Barrett in cui la tradizione Blues, Rock and Roll, Rythm and Blues, che le compone deraglia verso un altrove ancora inesplorato. E’ solo un timido affacciarsi, un mettere un piede in questo universo di suoni ancora da scoprire, che diventera’ poi il mondo della band e di buona parte del Rock inglese dal 1966-67 in poi. Non stiamo parlando di qualche inascoltabile demo, o di Live registrati con un mangianastri portatile. No, qui ci sono sei canzoni prodotte professionalmente in uno studio della Decca, sei inediti di valore di una delle Band piu’ importanti della storia del Rock quando ancora era guidata da Syd Barrett, una rockstar che nel tempo ha assunto una statura mitologica, e del quale pensavamo fosse stato pubblicato ormai ogni minimo sussurro. Che tutto questo sia rimasto sconosciuto fino a pochissimi anni fa ha dell’incredibile, e visti i prezzi dell’edizione limitata in vinile, basterebbero anche soloquesti sei brani a giustificare ampiamente l’acquisto del primo cofanetto.Sempre sul primo dischetto troviamo gli onnipresenti Arnold e Emily, un paio di singoliarcinoti, qualche remix del 2010 di materiale era Barrett, la strumentale “ In the Beachwoods” di cui avevamo gia’ parlato da queste parti, e finalmente per la prima volta in versione ufficiale le famose “Vegetable Man” e “Scream thy Last Scream”. Le avevamo ascoltate sempre in versioni Bootleg, risentirle con questa qualita’ audio, se pur sottoposte ad un remix del quale specialmente in questo caso non se ne capisce il motivo, e’ una bella esperienza.

Il secondo cd si apre con la registrazione professionale di un concerto a Stoccolma del 10 settembre 1967, sicuramente materiale gia’ noto ai fan piu’ hard core della band, ma per tutti noi una bella scoperta. Sono otto brani registrati molto bene, se non fosse che per qualche motivo la voce e’ quasi totalmente assente, in un altro contesto sarebbe una pecca insuperabile, invece qui le cose funzionano lo stesso e anzi ci propongono un angolatura del tutto inedita per queste canzoni, fra cui una bellissima “Set the Controls for the Heart of the Sun” che inserisce una volta per tutte questo brano fondamentale fra i capolavori dell’era Barrett.

Il tutto si chiude con nove prove strumentali, registrate professionalmente nell’ottobre dello stesso anno e prodotte da Norman Smith. Interessanti, tipiche del periodo.

Il DVD video ci propone un ora di filmati in larga parte gia’ disponibili in rete, ma qui finalmente raccolti in maniera ordinata. E poi, un conto e’ saltabeccare su youtube, e un altro mettersi comodi e poterseli guardare in ottima qualita’ audio e video. C’e’ un po’ di tutto, da loro che bivaccano davanti allo studio, fino ai famosissimi filmati di Syd con la camicia ad ali di Astronomy Domine alla BBC, fino alle ultime apparizioni della band in formazione originale, e tanto altro ancora.

E’ strano pensare che ci siano voluti ben cinquanta anni perche’ la band si decidesse a celebrare degnamente questa fase della sua lunga storia, in un certo senso la piu’ cara ai suoi fan, e sicuramente quella piu’ ricercata. Ma in qualche modo ne e’ valsa la pena visto il risultato prodotto. Da quel che ho capito, nei cofanetti successivi si entra profondamente nel periodo magico che arriva fino all’esplosione di Dark Side of the Moon. Li prendero’ tutti un po’ alla volta, questi sono per me i Pink Floyd piu’ misteriosi e affascinanti, e potremmo tornare a parlarne qui nel Blog se Tim acconsente. Ma mentre quelle saranno cose destinate agli appassionati della band, questo primo volume si ritaglia un ruolo autonomo nella documentazione della storia del Rock e della cultura del secolo scorso, e sono sicuro che sara’ sempre apprezzato anche da chi poi non si sente particolarmente dentro al mondo sonoro dei Pink Floyd.

Che il Dio del Tuono e del Rock and Roll sempre benedica Nick Mason, archivista della band, per quanto mi riguarda non vedo l’ora di mettere le mani sul resto!

©Paolo Barone 2017

BILLY JOEL E LA ALLEGRA COMPAGNIA – di Massimo Bonelli

10 Mag
 In passato abbiamo pubblicato le storie di Rock del nostro amico Massimo Bonelli, questa su Billy Joel ci era evidentemente sfuggita altrimenti la avremmo passata a suo tempo, dato che veneriamo BILLY JOEL ormai dal 1977. E’ un doppio piacere dunque ospitare di nuovo sul blog MB.
“I’ve seen all the movie stars, In their fancy cars and their limousines …  And I don’t want to waste more time … I’m in a New York state of mind” … L’uomo del Bronx sapeva suonare il piano talmente bene, che lo poteva fare per mestiere e girare il mondo in limousine, senza mai dimenticare Broadway, Chinatown, il Riverside  e le mille luci della sua New York.
Billy Joel è l’uomo del piano;  i newyorkers gli sono grati per l’autentica poesia  “New York  State of Mind”, una delle più belle cartoline musicali della grande mela. Just The Way You are, Honesty, Uptown Girl sono le colonne sonore delle nostre docce o delle code in autostrada.
billy joel 3
A Milano, qualche anno fa, presentai una sua “Lesson” al pianoforte in un teatro stracolmo di artisti, musicisti e aspiranti tali. Con l’amico e collaboratore Chuck Rolando, ottimo musicista a sua volta, introducemmo Billy Joel che, dopo i saluti rituali, si accomodò al pianoforte e, prima di iniziare la sua lezione musicale, rivolto all’attentissimo pubblico disse:”Lo so che come prima cosa vorreste sapere cosa si prova ogni notte coricandosi al fianco di Christie Brinkley (la supermodella che era sua moglie all’epoca)… è semplicemente fantastico. Forse è questo il motivo per il quale ogni giorno, quando mi sveglio, scrivo le mie canzoni migliori. Ora parliamo di musica, della mia musica”.
billy & christie 2
L’apice dei vari episodi con Billy Joel avvenne  in una trattoria romana. Quella sera, dopo un suo spettacolo nella città eterna, andammo a cena in uno dei tipici ristoranti del centro di Roma. Uno di quei posti dove, più che la qualità del cibo o del vino, paghi l’atmosfera. Per una serie di coincidenze, ci trovammo intorno allo stesso tavolo, oltre che con Billy Joel, con la splendida e spiritosa Liza Minnelli, il palestrato Sylvester Stallone, il già citato Chuck Rolando, la mia amica e collaboratrice, un po’ inglese ed un po’ romana, Susan D. Smith ed ovviamente il sottoscritto.
Il clima della cena fu estremamente divertente e ricco di argomenti. Verso la fine, quando sul tavolo restarono da ripulire  principalmente bicchieri e bottiglie, fecero ingresso nel ristorante due stornellatori, ovvero quei musicisti che rendono omaggio alla propria città cantando sempre le stesse canzoni per la felicità dei turisti. In grado di riconoscere al primo sguardo Lando Fiorini o i Vianella, i due non si avvidero della presenza di Billy Joel e tantomeno di Liza Minnelli. Sicuramente ebbero il sospetto di riconoscere quello a capotavola: il pugile sì, quel Rocky.
Liza 2
Fu proprio Chuck che, con gentile ed educata  disinvoltura, sottrasse le due chitarre ai nuovi arrivati, una la consegnò a Billy Joel e l’altra la trattenne lui. A quel punto, partì una straordinaria sequenza di canzoni, magistralmente suonate da Chuck e Billy ed interpretate, oltre che da loro, anche da Liza Minnelli e noi a fare il coretto. I curiosi, con estrema difficoltà, cercavano di entrare nella piccola saletta dove ci trovavamo, altri ci seguivano dalla finestra. Tutti battevano il ritmo con le mani, inclusi  i camerieri ed il proprietario.
Dopo aver esordito con Arrivederci Roma, si susseguirono Uptown Girl, Love the one you’re with, Helter Skelter, We didn’t start the fire, Suite Judy Blue Eyes, New York New York e ovviamente New York State of Mind e Billy Joel diede dimostrazione di essere anche un ottimo chitarrista.
I due stornellatori erano felici, non avevano capito chi cantava, ma erano certi che se tutta questa gente avesse cantato in italiano sarebbe stata quasi quasi come i Ricchi e Poveri, la brunetta era naturalmente Liza Minnelli.
Nonostante tutta l’allegria e l’allegra compagnia, il proprietario e il conto salato arrivarono lo stesso:- ” Capo, l’atmosfera la devi pagare, anche se te la sei creata. Con la mente puoi stare a New York, ma i soldi li lasci qui”. Io timidamente risposi:-“Ma non sono un turista, non arrivo da New York”. Billy passò cantando:
“I’m just taking a Greyhound
on the Hudson River Line
‘Cause I’m in a New York state of mind.”

billy joel 2

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

Incontrare il signor Baldwin all’areoporto – di Claudio Cerutti

23 Mar

Il nostro lettore Claudio Cerutti mi manda questo veloce report sull’incontro di qualche giorno fa avuto col vecchio John Paul Jones.

Città del Messico qualche sera fa, imbarco del volo BA per London Heatrow Mi sto aggirando stancamente in cerca della fila per l’imbarco prioritario quando il mio sguardo è attirato da un signore piuttosto anziano con consorte, entrambi vestiti in modo dimesso, che si sta avvicinando al gate. Sul trolley un mandolino, nella sua custodia. Il cuore è stato più veloce del cervello, dà un colpo di pedale poderoso e nel giro di un secondo ho cominciato a sentire la sudorazione aumentare.

Quante volte ho pensato quale sarebbe potuta essere la mia reazione se avessi incontrato uno di loro, quale atteggiamento avrei dovuto tenere, quali domande pertinenti avrei dovuto fare e invece niente, mi sono fiondato verso quell’uomo con il cuore in gola senza pensare a niente

“John Paul? John Paul Jones?” gli faccio, e inizio a pensare in inglese.

He looks at me, I guess trying to remember if he knows me.

“Yes, who are you?’”

“I’m a great LZ fan, it is a profound honor for me to meet you! I think I just want to thank you for the music you delivered to us. It has been so important for me, you guys have influenced my entire life. Thank you!”

He smiles, “Thank you, where you from?”

“I’m from Milan”

Strange smile, I speculate memories of Vigorelli 71 surfaced. Then, after a few seconds of silence, pointing at the mandolin case

“Were you here for playing?”

“No no, not at all, I always travel with an instrument

“And you madam, you don’t have a clue how many times I have been watching you cutting that tomato”

Smile. Right after, my big mistake, looking at JPJ “Do you mind if I take a picture with you?”

“I would prefer not, with all this people around”

“Ok I understand, I’m sorry”

That was it, they turn their back on me, and we slowly enter the plane. I recall his real name as the stewart said “ welcome on board Mr Baldwin”

As they were to seat in business class and I had to come across them to reach my seat, I said “ Have a good flight, John Paul”

“ Thank you”

Tutto qui, avevo bisogno di raccontarlo subito a qualcuno. Ho pensato a te. Sono felice come un bambino.

©Claudio Cerutti 2017

Laura Marling “Semper femina” [Kobalt 2017] di Bodhran

22 Mar

Il nostro Bodhran oggi ci parla del nuovo album della cantautrice Laura Marling.

Laura Marling pare instancabile: debutta su disco a 18 anni nel 2008, e dal 2011 pubblica con regolarità un album ogni due anni senza il minimo accenno ad alcun calo di ispirazione; piuttosto, ad ogni nuova uscita, pare aggiungere qualche ingrediente che ravviva una ricetta tutto sommato semplice: canzoni folk che oscillano tra la tradizione d’Inghilterra e la California hippie del Laurel Canyon. Jimmy Page nel 2013 l’ha annoverata tra gli artisti dell’anno, spendendo parole di elogio per voce, scrittura e tecnica chitarristica dell’album dell’epoca “Once I was an eagle” (per chi scrive, ad oggi, il suo disco più bello).

L’album pubblicato da pochi giorni, il sesto in carriera, si intitola “Semper Femina” ed è un concept sul mondo femminile e le sue vulnerabilità e segue il progetto “Reversal of the Muse – an exploration of femininity in creativity”, una serie di podcast in cui la Marling ha intervistato produttrici musicali, ingegnere del suono, giovani cantautrici come Marika Hackman e leggende quali Dolly Parton e Emmylou Harris. Non bastasse, questa ragazza di nobile famiglia dell’Hampshire (figlia del quinto baronetto in casa Marling) ha trovato tra i due album anche il tempo di scrivere le musiche per la messa in scena all’Almeida Theatre di Londra di “Mary Stuart” di Schiller.

A proposito di Semper Femina ha dichiarato: “Ho cominciato a scriverlo come se un uomo stesse scrivendo a una donna. Poi ho pensato che non ci fosse bisogno di fingere. Non avevo bisogno di pensarmi uomo per giustificare l’intimità con cui stavo osservando e riflettendo sulle donne”

E così, con queste premesse, l’album si compone di 9 canzoni che starebbero bene in piedi anche solo nella versione chitarra e voce e che invece, grazie alla produzione molto ariosa di Blake Mills (sarà la stagione ma mi sembra un disco molto arioso e “primaverile” nei suoni) si colorano grazie al resto della strumentazione.

Da una parte la dimensione acustica resta quella a cui la Marling ci ha abituato anche nei dischi precedenti: The Valley, Next Time, Wild Once, Nouel sono brani delicatissimi, in cui la magia è spesso rafforzata dagli archi, che in questo disco si prendono il loro spazio, ben arrangiati da tal Rob Moose: provare The valley e Next Time per credere.

Dall’altra ci sono canzoni più folk-rock in cui la band si fa sentire come ad esempio la quasi Dylaniana “Wild Fire”.

Le novità invece sono nelle atmosfere ancora non sentite del brano di apertura, “Soothing”, in cui, su di un groove molto morbido di percussioni, la fanno da padrone linee di basso acustico ed elettrico che si intrecciano e sciolgono di continuo e “Don’t pass me by” in cui la ritmica è affidata ad una linea di drum machine (molte recensioni rimandano a “Babe I’m gonna leave you”, ma questo mi sembra un paragone che sta poco in piedi, a parte la ben nota e comune scala di basso discendente).

La chiusura poi è affidata al pezzo più elettrico e più americano dell’album, “Nothing, not nearly”.

L’edizione deluxe del disco vede anche un secondo album in cui l’intera tracklist viene proposta live con la band in formazione classica – chitarra, basso e batteria – non senza nuovi arrangiamenti.

Facile fare il paragone con nomi del passato (Joni Mitchell su tutti) ma Laura Marling, oltre a possedere una voce di rara bellezza, ha personalità e scrittura tutte sue ed è difficilmente liquidabile come l’ennesima nostalgica riproposizione di musica già sentita.

Detto questo, spero ci scappi finalmente una data del tour in Italia, paese in cui la Marling non ha mai suonato.

Per chi vuole farsi un’idea dei pezzi su Youtube ci sono tre video realizzati per l’album, diretti dalla stessa Marling: Soothing, Next Time e The valley

Breve riflessione su ZEIT dei TANGERINE DREAM – di Paolo Barone

27 Feb

Io e Polbi, benché spesso ci separi un intero oceano o un intero stivale di terra, siamo sempre in contatto: telefono, messaggeria facebook, sms (whatsapp no perché Barone è uno dei due o tre esseri umani ancora senza smartphone). Ci scambiamo impressioni, timori, riflessioni su questa porca vita, sulla musa par excellence (la musica insomma, lo dice la parola stessa),  sul mistero in cui – in quanto particelle dell’umanità – siamo immersi (di calcio no, al Michigan Boy non interessa purtroppo). Siamo amici insomma, in senso stretto.

Led Zeppelin III, side one, track 2

Led Zeppelin III, side one, track 2

L’altra sera, perso nei miei blues più feroci, ricevo un messaggio dove mi dice che anche lui è rimasto molto colpito dalla scoperta dei sette esoplaneti del sistema TRAPPIST-1

http://www.repubblica.it/scienze/2017/02/23/news/spitzer_il_telescopio_che_ha_scoperto_i_sette_esopianeti-159039871/?ref=HRLV-23

Me lo scrive perché in un mio post a tal proposito, su facebook, mi dicevo allibito nel leggere commenti di amici a cui questa scoperta frega meno di niente. Ci mettiamo a commentare brevemente questa cosa, poi io includo il link a STAIRWAY TO THE STARS dei BLUE ÖYSTER CULT:

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Lui mi risponde con “Io mi perdo a pensare ad oceani sconosciuti persi nel vento delle stelle….Giuro, mi sono ascoltato 20 minuti da Zeit dei Tangerine Dream pensando a questa meravigliosa scoperta. Che roba. Si, apre futuri totalmente diversi.” e poco dopo, mi manda la riflessione che trovate qui sotto. Sì, lo so, è una space oddity questo post, ma io e Polbi oltre ad essere uomini di blues siamo anche due starmen, e quindi…

zeitfront

Per una volta scordatevi tutto. Lasciate perdere la musica, le canzoni, la vita su questo pianeta e partite in un viaggio astrale con Zeit dei Tangerine Dream. Zeit vuol dire Tempo ed e’ il disco, o per meglio dire il “mezzo”, piu’ cosmico che esseriumani abbiano mai fatto. Un immersione totale nelle profondita’ piu’ remote dello spazio profondo, un esperienza ultraterrena.

Prendete una copia in cd per ascoltarlo senza dover fare cambio di astronave fra una facciata e l’altra, e poi magari procuratevi anche il vinile per godervi la splendiada copertina fatta dallo stesso Forese. Ascoltatelo come vi pare, sullo stereo ad alto volume sprofondati nel suono, oppure in macchina o mentre fate le faccende per casa, non ha nessuna importanza il come, sara’ sempre un esperienza pazzesca.

Preparatevi a 70 e passa minuti di paesaggio interstellare, costellazioni oscure e minacciose, lande desolate e tramonti in galassie inesplorate. Zero musica, nessuna melodia, ma i suoni dello spazio profondo registrati con l’ecoscandaglio astronomico dei Tangerine con synth, organi e archi. Nell’equipaggio all’inizio e’ imbarcato anche Florian Fricke dei Popol Vuh con il suo gigantesco Moog preistorico. Ci spalanca le porte di un buco nero nel brano iniziale, e poi sparisce per sempre insieme a un misterioso quartetto d’archi extraterrestre, per lasciarci proseguire da soli con i tre Forese, Baumann e Franke ormai fuori da ogni mappa cosmica.

Nei momenti giusti i piu’ coraggiosi psiconauti hanno affrontato Zeit in un unico lungo viaggio senza soste, ma potete anche fermarvi fra i quattro lunghi brani che lo compongono e riprendere il volo in un altro momento. Potete leggere mentre guardate pianeti giganteschi passarvi accanto dal finestrino, oppure dormire un po’ cullati dalle pulsazioni soniche. O restare incollati ai comandi dell’astronave che ormai viaggia senza controllo, sospinta dal vento delle stelle verso un naufragio omerico.

Potete fare quello che volete con Zeit, tanto e’ un disco che non si riuscira’ mai ad esplorarlo davvero, nemmeno dopo anni. E poi i titoli dei brani: Birth of Liquid Plejades; Nebulous Dawn; Origin of Supernatural Probabilities; Zeit…Non c’e’ un cazzo da fare, questo non e’ un disco ma un universo a se’ che solo Dieter Dierks poteva registrare nel suo leggendario studio di Colonia.

Probabilmente il disco(?) piu’ singolare e misterioso che ho ascoltato e posseduto in tutti questi anni.

Paolo Barone©2017

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Blue note blues: gli effetti che certe canzoni hanno sugli uomini di blues di una (in)certa età – di GC

23 Feb

Il nostro GC riflette sugli effetti che certi canzoni, certi testi, certi assolo hanno su di noi, e mentre lo fa non può che riconoscere che as time goes by il nostro animo tende spesso sempre più alla tenerezza. Sì, questo un il blog per l’uomo di blues, avevate qualche dubbio?

 

Con una frase tanto scontata quanto banale, potrei dire che… “il rock and roll mi ha salvato la vita”. Una passione bruciante, un deliquio giovanile, trasformato negli anni in una parvenza di lavoro professionale. Un modo come un altro di vivere. Un lavoro improvvisato, che non ha avuto maestri, che mi sono inventato da solo, con tanta faccia tosta e una notevole dose di culo. Perché le sliding doors, i casi della vita, esistono. Sono quelli che fanno sì che uno studente universitario abbia la possibilità di lavorare in strutture dove solo i qualificati, o i raccomandati, riescono ad arrivare. Ed io non ero, non sono, né l’uno, né l’altro. Un uomo fortunato, un abile truffatore, un mestierante astuto in mezzo a una pletora di capre ignoranti, cascate lì per velleità o desiderio di fama. O presunzione, millantatori sfacciati dalla doppia vita : una reale ed una cui aggrapparsi per credere di essere ciò che non si sarà mai. E in mezzo alle capre, anche un pollo può fare la sua figura. Non importa esattamente quale sia l’ambiente, non è di questo che vorrei parlare. Penso solo, molto spesso, che fine avrei fatto se non avessi amato quelle note, se non mi fossi inventato un modo di sopravvivere…chissà. Ma neppure questo è importante. Vorrei riflettere d’altro. Come se davvero fossi da solo, come sono davvero in questo momento.

alone

Non sto effettivamente scrivendo, sto solo cercando di fissare i miei pensieri su uno schermo con la speranza di capire cosa mi stia succedendo, per realizzare se sia l’unico ad avere certe…reazioni. Forse mi accade perché parlo sempre meno. Anche di musica. Perché trovo sempre più superfluo scriverne. Perché non ho contraddittorio o perché ho sempre avuto difficoltà a esprimere i miei sentimenti, qualunque essi fossero. O perché con il tempo le reazioni cambiano, si raffinano, diventano come piccoli bisturi che sezionano i tuoi pensieri, specialmente quando provi a raccontarli, a voce, a qualcuno. Chiunque esso sia. La verità è che mi riesce sempre più arduo, raccontare anche i miei più banali perché al mio interlocutore. Non riesco più a dire quel che provo senza scivolare, perdere equilibrio, senza trovarmi un nodo alla gola che imbarazza me e chi mi ascolta.

C’è stato un tempo in cui mi succedeva quando ero solo. Ascoltavo un brano che amavo in modo particolare e ad occhi chiusi, muovendo le mani, inventando assolo immaginari con le mie mani, sentivo letteralmente alzarsi i peli delle braccia, un brivido lungo la schiena, una frazione di secondo mi scuoteva mentre davanti agli occhi mi passavano dozzine di frame, di frasi dette e dimenticate, di episodi quasi non vissuti. Ma reali. Ma ero solo, potevo. Certamente, mi domandavo se quei micro-orgasmi acustici fossero comuni ad altri, se tanti, come me, vivessero certe sonorità come una esperienza letteralmente fisica. E per assecondarmi mi dicevo sempre di sì. Sono sempre stato rassicurante con me stesso. Era sempre e solo il potere della Musica.

potere-della-musica

Adesso, però, l’asticella si è alzata. Posso solo dire che non mi accada sempre, ma la frequenza con cui mi trovo a combattere con il Mostro Cattivo che mi vuole veder balbettare è sempre più ravvicinata. No, non riesco più a spiegare, a raccontare, a descrivere certe cose senza trovarmi a lottare con un groppo alla gola. La voce si spezza, tossisco per camuffare, sento le lacrime negli occhi, sono costretto a evitare le parole che sarebbero adatte e a ricorrere invece a futili banalità, asciocche perifrasi per descrivere quello che, al contrario, vorrei far risaltare. Quello che per me, merita di essere compreso, assimilato in tutta la sua bellezza. Mi commuovo, insomma. Vengo assalito da una avvolgente nostalgia, dalla paura di esprimermi, fatico ad andare avanti…come descrive Gaber nel suo “L’anarchico”… “A un certo punto ho sentito una sporca dolcezza, una schifosa pietà prendermi alla nuca e anche alle gambe”…ma mentre lui, l’Anarchico, sviene, io resto in piedi, con il mio imbarazzo.

 

La prima volta fu alcuni anni fa, quando, ascoltando “Wish you were here” e sentendola descrivere come la canzone della mancanza, tentai di spiegare che, per me, era invece il brano del disastro esistenziale, del fallimento assoluto, della rovina psicologica, del racconto di chi non aveva saputo dire le parole giuste e le cercava quando era ormai troppo tardi. E ricordo perfettamente che la mia emozione venne scambiata per uno specifico ricordo personale. Comodo, ma forse non era proprio così.

Mi accadde ancora, e ancora, con testi e musiche più disparate… Mina, Dylan, Young. Cento altri. Ricordo ancora che un giorno, qualche anno fa, attraversando il cimitero dove riposano i miei, capitai per caso davanti alla tomba di un poeta e chansonnier locale, uno bravo. Non mi angosciano i cimiteri, anzi, a volte, quando ho tempo, li attraverso, cercando qualche amico, qualche volto che ho incontrato negli anni. Ma quando lessi l’iscrizione sulla lapide, una frase checon mio padre avevo ascoltato cento volte, in viaggio in auto, scappai via per non perdere l’equilibrio. Ma c’è di peggio. Pochi giorni or sono, traducendo per caso la introduzione di “Got to give it up” dei Lizzy fui costretto a chiudermi in bagno, per pochi secondi, prima di tornare a raccontare che, sì, quella canzone era l’ammissione della resa, la speranza di una sopravvivenza che non ci sarebbe stata, la sfida alla propria guerra personale. Persa. Avevo somatizzato una battaglia non mia.

Ma è durissimo. E difficile sapere di potersi trovare, in un attimo, con quel rospo in gola che ti assale e ti lascia lucidissimo, ma altrettanto debole. Indifeso e trasparente. Come se in quel momento i ricordi e le memorie di una vita, senza manifestarsi, decidessero, tutte insieme, di venir fuori lasciandoti nudo come un verme davanti al giudizio altrui. No, non riesco più, in certi giorni, ad ascoltare l’assolo di Watermelon e spiegarne l’essenza del contenuto a chi ho davanti,

o ad affrontare quello di Confortably Numb; non ce la faccio a sentire Page che schiaccia il pedale o ascoltare Rory che dipinge il suo bar vuoto, con la chitarra. Sono diventato… “un caruso debole”, come direbbe un mio amico siciliano e non è sempre possibile mostrarsi per ciò che si è. O si è divenuti.

Cerco di giustificarmi, di dare una spiegazione razionale a tutto questo. La razionalità è sempre nemica delle emozioni. E mi dico che è il trascorrere del tempo, l’invecchiare, che ci fa venire a galla quei ricordi che non aspettano altro di aggredirti non appena mostri il fianco. Ma in questi ultimi tempi mi accorgo di emozionarmi anche per…un film, una frase, una fotografia, un oggetto che riemerge da un cassetto, un brandello di vita che, chissà perché e chissà come, sbuca dalla fossa del nulla dei ricordi e ti si aggrappa alla gola.

Mi sforzo di capire perché, ad esempio, parlando con una amica del rapporto che legava Dylan alla Baez e poi alla moglie Sara, scivolo sul testo di “Diamonds and rust” e mi blocco, non riesco a spiegare come e perché per me quei ricordi della Baez siano la cristallizzazione del dolore assoluto, della perdita della persona più amata, quella per cui “moriresti lì ed in quel momento”…semplicemente ricordando una passeggiata al freddo. Così deglutisco e faccio uno sforzo immane per non chiudere gli occhi, pieni di lacrime che mi sembrano sempre più incomprensibili.

O forse no. Forse sono scampoli di vita che chissà come e perché si sono legati a note, parole emozioni aliene e che sono divenute, per qualche scherzo inconsapevole del destino, elementi scatenanti di ricordi che credevi di aver rimosso : la musica come archivio subliminale della tua stessa vita. Forse è solo perché ti rendi conto che ti sta volando via sotto il sedere anche se ti senti ancora un ragazzino. Così scelgo di non provare più a commentare quello che ascolto, di non spiegare più a nessun estraneo il come ed il perché di una storia che per me ha avuto, ed ha sempre più, un ruolo importante in quel mosaico casuale che è la mia esistenza. Tengo tutto per me, nascondo, fingo di dimenticare, mi sforzo di non riflettere. Ed esattamente come “l’Anarchico” di Gaber gioco con la mia finta cattiveria, divenuta infine una tenera pietà, truffando ancora una volta me stesso. Ed ancor più precisamente, proprio come il personaggio di “If you see her say hello” di Dylan, rivivo il mio passato, attraverso la musica, avendone nel cuore ogni immagine, che è volata via troppo velocemente. Ha ragione il Bob : “Non mi sono mai abituato, ho solo imparato a nasconderlo… al tempo stesso sono troppo sensibile o sto diventando tenero”…ecco…un’altra canzone di cui sarà bene non trovarmi mai a parlare in pubblico… Cercherò di convivere con questa piccola maledizione, con questa schifosa tenerezza che sta diventando la mia compagna di ogni giorno e, lo giuro, ascolterò e farò ascoltare ai miei ospiti occasionali solo dozzinali ritmiche, toste e prive di qualsiasi appiglio alla vita che purtroppo ci rende così stupidamente trasparenti e aggredibili con il suo profumo di nostalgia irripetibile. Continuerò a commuovermi da solo, davanti a quella inevitabile consapevolezza della semplicità delle nostre vite che la stupidità della gioventù mi aveva nascosto. Senza sapere se tutto questo accada anche ad altri. Non importa. O forse sì.

GC©2017

The Lunatics: storie, bizzarrie e fasi lunari dei PINK FLOYD di Paolo Barone

20 Feb

Una riflessione del nostro Polbi sul lavoro dei THE LUNATICS a proposito dei PINK FLOYD.

Tutti i paesaggi pongono la stessa domanda con lo stesso sussurro: Io sto guardando te – tu ti riconosci in me? ( Laurence Durrell)

Ho incontrato i Lunatics per la prima volta a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, in una serata che loro e Guido Bellachioma avevano organizzato per celebrare Atom Heart Mother. Ero rimasto molto colpito dalla mostra che avevano allestito nel salone dell’Auditorium e in particolar modo ancora ricordo una copia originale del poster di 14th Hours Technicolor Dream, una meraviglia che non avevo visto mai, nemmeno nella esibizione ufficiale dei Pink Floyd a Parigi. Scambiai poche parole complimentandomi con loro e acquistai il loro primo libro, Storie e Segreti.

The Lunatics Pink Floyd Storie e Segreti

The Lunatics Pink Floyd Storie e Segreti

Leggerlo fu una sorpresa,  per certi versi il libro piu’ interessante che avessi mai letto sulla Band. Ricchissimo di approfondimenti sulle molte vicende Italiane dei Pink Floyd, ma anche in grado di seguire una cronologia fatta di piccole scoperte e storie poco note, il tutto corredato da foto e interviste mai banali, capaci a loro volta di aprire altrettante strade e riflessioni nel mondo Floydiano. Insomma, un inaspettato capolavoro, che per quanto ne so e’ anche il frutto di un anomalia nel panorama dell’editoria Rock. Non mi viene in mente nessun lavoro collettivo portato avanti da un gruppo di appassionati, che abbia prodotto risultati di questo livello e spessore.

Non un classico fanclub, ma un piccolo gruppo di collezionisti, esperti e studiosi del Fluido Rosa i Lunatics sono Nino Gatti, Stefano Girolami, Danilo Steffanina, Stefano Tarquini e Riccardo Verani. Ormai una vera autorita’ internazionale nel campo, hanno realizzato molte mostre, convegni, interviste, trasmissioni radio e concerti, ma soprattutto hanno pubblicato per Giunti tre volumi fondamentali. Lo splendido Storie e Segreti di cui sopra, Il Fiume Infinito – un analisi accurata di ogni brano prodotto dai Pink Floyd dalla nascita ad oggi, e ora il loro ultimo lavoro: Pink Floyd a Pompei – Una Storia fuori dal Tempo.

The Lunatics Pink Floyd A Pompei

E’ un libro riuscitissimo che ogni appassionato di musica Rock e/o Arte contemporanea dovrebbe leggere.

Perche’ il film Pink Floyd at Pompeii e’ a tutti gli effetti uno splendido lavoro di arte contemporanea piu’ di ogni altra cosa. Pensato, realizzato e fortemente voluto dal regista Adrian Maben, si colloca molto piu’ logicamente fra le opere di Christo o le pellicole piu’ anomale di Herzog che nell’ambito dei film Rock.

I Lunatics riescono a raccontare insieme allo stesso Maben di quest’opera senza tempo, attraverso quasi duecento pagine che ci accompagnano nei momenti piu’ famosi e negli angoli piu’ nascosti e affascinanti di questa storia. Si viaggia nel tempo, il principale protagonista di questo lavoro, e ci si sposta fra Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti, seguendo le avventurose vicende di questa pellicola che pur essendo un opera di Maben, non sarebbe mai potuta nascere senza il determinante contributo di moltissime persone sparse per il mondo. Il libro ce le racconta in prima persona, con interviste e schede biografiche, ci racconta delle loro storie e di come Live at Pompeii abbia attraversato e cambiato le loro vite professionali e umane.

Un opera in continuo mutamento ed evoluzione Live at Pompeii, che per ammissione dello stesso Maben non sappiamo ancora se abbia raggiunto uno stato definitivo con il Director’s Cut, o se verra’ ancora ritoccata nel prossimo futuro, rivendicando da parte del regista il diritto di ogni artista a tornare a lavorare sulle sue cose, in ogni modo e tutte le volte che ne senta il bisogno.

Ma questa oltre che una vicenda di umani e’ anche e molto una storia di un luogo sospeso nel tempo, Pompei. “ Tutti i paesaggi pongono la stessa domanda con lo stesso sussurro ‘ io sto guardando te – tu ti riconosci in me?’ .

Seguendo il senso di questa frase di Lawrence Durrell, catturata in un appunto del regista Adrian Maben nella sua casa nel cuore di Parigi, i Lunatics ci aiutano a vedere come Pompei stessa oltre ad essere la naturale protagonista del film, abbia accolto i suoni dei Pink Floyd e ne sia stata poi a sua volta in parte cambiata, e proiettata in una dimensione differente che ancora oggi risuona nelle pietre del suo anfiteatro.

C’e’ molto amore in queste pagine, e lo si percepisce in ogni frase. Non ci sono elenchi noiosi, schede tecniche e riflessioni distaccate. E’ un lavoro emotivo dall’inizio alla fine, e forse questo oltre al gigantesco lavoro di ricerca e’ il suo vero punto di forza.

Ci si riconosce in questo libro, forse diventato un paesaggio anche lui; si segue un percorso con dei passaggi e delle sensazioni nostre, e ci si ritrova davanti a molte suggestioni che tutti abbiamo provato vedendo questo film, visitando Pompei, o anche soltanto, a volte, ascoltando il silenzio, il suono del vento in qualche posto particolare.

E’ bello leggerlo e poi guardare il Dvd che avevamo a casa, con uno sguardo ora inevitabilmente diverso.

I Lunatics hanno un sito internet thelunatics.it e una pagina Facebook molto attiva.

I loro libri pubblicati da Giunti sono facilmente reperibili in tutte le librerie e su Amazon.

NB: mercoledì sera 22 febbraio 2017 i LUNATICS saranno ospiti del nostro amico DONATO ZOPPO su RADIO CITTA’ BENEVENTO. Qui sotto il link con i dettagli.

http://www.donatozoppo.it/news/rock-city-nights-n-27-wednesday-rock-on-air-mer-222/

 

The Lunatics Pink Floyd Il Fiume Infinito

The Lunatics Pink Floyd Il Fiume Infinito