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Skunk Anansie, Noto (SR) 10 luglio 2019

31 Lug

Il nostro Polbi boy, Paolo Barone insomma, ci trascina in un altro dei suoi vortici rock raccontandoci del concerto siciliano degli Skunk Anansie. Lettura e musica per animi forti. 

Skunk Anansie per me e’ una storia d’amore, penso mentre guidiamo verso Noto in una serata infuocata di luglio, con le fiamme che ardono sui bordi dell’autostrada e nei boschi sulle colline. Mettiamo le mani fuori dai finestrini, e l’aria e’ cosi calda che sembra solida. Il concerto e’ sold out, e noi siamo in ritardo. Ma attraversiamo la Sicilia in una luce crepuscolare senza fretta, con i pensieri che mi portano avanti e indietro nel tempo, fra le pieghe di mille emozioni e ricordi.

La prima volta che sentii parlare di loro fu sulle pagine del Manifesto. Meta’ anni novanta, dopo la botta di band come Nirvana, Kyuss e Rage Against The Machine, ero in un periodo di bassa tensione. Rimasi colpito quando vidi la foto di Skin in bianco e nero sulle pagine del quotidiano. Clit Rock aveva scritto sul cranio rasato, e uno sguardo che ti inchiodava di energia. L’articolo parlava di questa band un po’ indefinibile, che veniva dall’Inghilterra smosciata delle minestrine brit-pop con una furia rock come non se ne vedeva da tempo. Ovviamente era un pezzo incentrato su Skin, figlia di immigrati, femminista, lesbica, squatter, politica e rock in ogni respiro. Internet ancora non si usava per sentire la musica a cazzo in streaming, e riuscii comunque facilmente a procurarmi il loro primo cd Paranoid e Sunburn. Dalla prima canzone all’ultima un capolavoro, oltre ogni mia aspettativa. Avevo trovato qualcosa che mi parlava veramente, non stavo seguendo un onda, non mi stavo accodando a nessuno.

Pochi mesi dopo, a Roma, venni a sapere che suonavano in un club fuori mano, una specie di hangar chiamato Il Frontiera. Eravamo qualche centinaio di persone, e fu uno dei live più importanti della mia vita rock. Non avevo mai visto nessuno prendere il palco, il pubblico e la musica come Skin quella sera. Ero capitato in un momento magico, quando una band sente che sta per diventare qualcosa di grande ma ancora non lo e’ del tutto, e la voglia di sfondare si unisce all’entusiasmo di vederlo accadere sera dopo sera generando un onda di energia pazzesca. Nessuno aveva mai visto una donna nera rompere ogni barriera di generi, identitàsessuale, stili musicali e interazione con il pubblico in quel modo. Era come se Tina Turner, Iggy Pop, Grace Jones e Joe Strummer le avessero dato la loro essenza e lei l’avesse fatta sua e trasformata in un rito voodoo. Travolti, quella sera fummo tutti travolti.

Skunk Anansie rimise in moto in me la voglia di rock e di concerti, e gia’ solo per questo potrei esserle grato per tutta la vita. Li ritrovai fra il pubblico del concerto romano di Steve Winwood, lei disponibilissima a scambiare qualche parola con me, mentre Winwood e Capaldi suonavano insieme in quella che sarà l’ultima volta, con Carlo Massarini estasiato ad occhi chiusi di fianco a me e Skin che mangiava pop corn. Il giorno dopo sullo stesso palco al centrale del tennis del foro italico, fu il momento in cui tutti capimmo che nel giro di pochi mesi Skunk Anansie erano diventati un vero successo di massa internazionale. Dal centinaio di persone del Frontiera ora eravamo migliaia. Accolsi questo cambiamento con un mix di compiacimento e gelosia, credo che chi ha seguito una band sul nascere e poi la vede diventare “di tutti” sa di cosa parlo.

Il secondo disco era arrivato, Stoosh, ed era ancora più bello del primo, cosi diverso brano dopo brano. Melodie pop, sfuriate punk, hard rock, fratture di elettronica e trip hop, quel disco riesce a fotografare il patrimonio rock inglese di meta’ anni novanta. Forse solo una band come loro, le cui radici culturali se pur anglosassoni per crescita venivano da semi piantati in terre lontane, poteva avere il coraggio e la capacita’ di fare. Stoosh e’ un classico e ha venduto molto nel tempo, per certi versi il loro disco migliore.

Qualcuno fra pubblico e critica prettamente rock rimase un po’ interdetto. Troppa melodia pop, troppa forza rock, successo commerciale, concerti sold out, performance incredibili. Una donna, nera e lesbica, aveva preso un posto di rilievo nel mondo del rock rimanendo se stessa e cantando di radicalita’, politica, razzismo, esclusione sociale e storie d’amore?!? Per molti era ed e’ ancora decisamente troppo. Basti pensare al rifiuto che la band paga negli States, dove dopo 25 anni di attività ancora non trova un circuito disposto a raccogliere la sfida. Nonostante Kathryn Bigelow li avesse voluti come band che cantava al futuristico capodanno del 2000, in una Los Angeles post rivolte nel film Strange Days.

Era un Italia ancora lontana dal razzismo d’accatto di questi giorni quella del successo di massa di Skunk Anansie. Nei ricordi c’e’ il porto di Catania, un concerto in piena estate che nessuno immaginava raccogliesse un mare di persone da ogni dove. Le bocche aperte dei miei amici che non avevano mai visto un loro live, la polvere nella notte afosa, un ragazzo sulla sedia a rotelle che urlava felice, magliette rock nere grondanti sudore eil cocomeraro che si ferma a vedere Skin che cammina, letteralmente, cammina sostenuta dal pubblico come mai nemmeno Iggy aveva saputo fare.

Post Orgasmic Chill arrivo’ alla fine di questa corsa a perdifiato.Ormai la band era headliner di festival in tutta europa, Inghilterra compresa, e suonava in spazi molto grandi. Il disco era il più complesso, il più prodotto dei primi tre che rappresentano il nucleo portante della musica della band. La voce di Skin in primo piano, immensa, classica, capace di scavalcare ogni barriera di genere. Nel disco della definitiva maturita’, un alternarsi di romanticismo pop di classe e rock politico militante, con spazi di riflessioni sociali e personali sulla esclusione sociale nella splendida Charlie Big Potato. Archi, arrangiamenti complessi e folate di chitarra elettrica seguono come possono la voce di Skin protagonista assoluta. Cass, Ace e Mark sono una band molto coesa, capace di meraviglie, ma la figura di Skin e’ incontenibile. Collabora con tantissimi, e ovunque lascia il segno, sia se e’ con Tony Iommi o sulle onde più elettroniche di Maxim. La vogliono in ogni contesto. E’ un momento di passaggio forse inevitabile, e sicuramente comprensibile. Lei tenta unacarriera solista sulle sponde più pop, ma in fin dei conti si rende conto che quelli non sono lidi per lei e la band si riforma iniziando il percorso della seconda fase di Skunk Anansie. Pavarotti, X factor e qualche tv di troppo hanno fatto storcere la bocca a diversi fan della prima ora, ma rimaniamo in molti a fottercene di tutto questo, ognuno cerca di fare qualche guadagno come puo’. I dischi seguenti avranno da aggiungere alla storia della band, pur non essendo ai livelli dei primi tre lavori, e i loro concerti restano sempre uno spazio in cui tutto può accadere.

Finalmente siamo a Noto. Strade deserte e luci lontane, sembra impossibile che da qualche parte in paese ci sia un concerto con migliaia di persone. La notte avvolge tutto e lasciamo la macchina in uno strano parcheggio con una navetta che porta al centro storico. Il concerto e’ nella piazza della cattedrale barocca, fa un caldo assurdo e la citta’ antica e’bellissima, con una folla ora crescente man mano che attraversiamo il centro. Adesso la fretta si fa sentire, camminiamo veloci. Sono passati diciotto lunghi anni dall’ultima volta che ho avuto modo di vederli dal vivo, e mi scorrono immagini davanti agli occhi della mente ad ogni passo che faccio lungo il corso di Noto. Sono molto emozionato, per me per loro per tutto quello che ci e’ successo a tutti noi in questi anni, per chi e’ con me adesso e per chi veniva ai loro concerti con me allora. Sono emozionato come ogni volta che ho visto questa band dal vivo e anche un po’ di più stavolta, mentre varchiamo il passaggio di ingresso e ci ritroviamo stranamente, facilmente, in un attimo a pochissimi metri dal palco. Il posto e’ veramente di una bellezza mozza fiato.

Palco davanti al palazzo del comune che funge da backstage, e praticamente attaccata parte una scalinata enorme molto ripida strapiena di gente, con dietro la cattedrale di Noto.

Skunk Anansie, Noto (SR) 10 luglio 2019

La distanza delle persone dal palco e’ veramente minima, e stavolta grazie alla a me tanto cara politica del biglietto unico, con un po’ di impegno fisico chi ama la band e vuole partecipare al concerto direttamente e’ nelle prime file. Mi guardo intorno nel caldo asfissiante e vedo unpubblico veramente incatalogabile, ma intuisco che siamo in molti ad essere fan da tempo. Charlie Big Potato come da tradizione apre le danze. Skin e’ mobile, agile, nervosa, sente la serata e lo si capisce subito. E’ un contesto ideale, un muro di gente a un passo dal palco con cui interagire anche fisicamente e uno scenario maestoso.

Cass al basso e Mark alla batteria fanno un lavoro enorme oggi esattamente come ieri, Ace alla chitarra non sfigura certo, ma ho la sensazione che abbiano un po’ abbassato il volume della stessa, il suono esce meno grezzo e violento rispetto a una volta. Ma non cambia niente, il tappeto sonoro e’ quello giusto e lei stasera e’ veramente al top. Cammina sulla folla, incita, salta sulle casse, e’ una performer rock inarrivabile Skin, ma al tempo stesso riesce a comunicare un emozione vera e credibile fino in fondo. Ho visto solo lei fare questo su un palco, incredibilmente oggi come ieri. E’ una data speciale del tour questa e la ricorderanno tutti i presenti e forse ancora di più la band. La partecipazione di tutti e’ pazzesca, nel giro di due tre brani il concerto decolla e tutto diventa un mare di energie. Skin si carica e restituisce elettricità.

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La voce e’ talmente potente che si prende tutta la piazza, una meraviglia, e i brani arrivano tutti uno dopo l’altro. C’e’ una corista tastierista ballerina, ma nulla aggiunge e secondo me poteva tranquillamente e meglio farne a meno, ma credo che a molti sia piaciuta. I telefoni scattano e riprendono continuamente, e’ un po’ fastidioso per tutti certo, ma Skunk Anansie e’ una band che non si fa problemi. Provo anche io a fare qualche foto, ma non e’ perme, ho bisogno di stare concentrato sulle mie danze quasi immobili e un karaoke senza vergogna. Presentano un brano nuovo, molto hard, e poi fra un assalto e l’altro arrivano ben tre bis. E’ la fine del tour in Italia e Skin e’ molto emozionata dalla bellezza del posto e la forte partecipazione di tutti. Durante lo show parla dei 25 anni della band, dei brani e di come questo momento politico per lei, nera e figlia di immigrati, sia particolarmente difficile.

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Tutto si chiude con la furia di Little Baby Swastikkka, un pezzo molto duro e radicale e a me sembra incredibile che roba del genere abbia ottenuto un successo popolare. Cass, Ace e Mark lasciano il palco e lei resta da sola, cantando senza microfono sulle note di Bella Ciao nella versione appena fatta insieme ai Marlene Kuntz. Ma non va via nessuno, ne’ pubblico ne’ band, e ci si continua a salutare per un po’ dal backstage. E’ stata una serata magica, si percepisce emozione da tutte le parti.

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Finalmente un po’ alla volta iniziamo tutti a lasciare l’area del palco e torniamo sul corso di Noto. Camminiamo come spinti dall’onda del concerto, e ci fermiamo solo dopo qualche minuto per un po’ d’acqua in un bar. Maglietta zuppa di sudore, voce roca, occhi scintillanti, era da tanto che non uscivo da un concerto in queste condizioni. Non ci sono più tante rock band e artisti in giro capaci di darmi queste emozioni. Skunk Anansie e’ sicuramente una delle migliori band che ho visto live in tutta la mia vita, e che continui a darci serate come questa nel 2019 e’ una cosa preziosa, da tenere veramente inconsiderazione se amiamo il Rock e tutto quello che rappresenta.

©Paolo Barone 2019 / www.timtirelli.com 

 

Wizard Bloody Wizard (Electric Wizard Roma 16/11/2018) di Paolo Barone

1 Dic

Il nostro Polbi ci manda due riflessioni sul concerto di un paio di settimane fa degli Electric Wizard a Roma. Nel farlo elabora e cerca di esorcizzare il blues dei concerti che si è perso e a cui non è andato per motivi che ancora non sa spiegarsi. Se la prende con se stesso e chiede conforto a questo blog miserello. Tra un po’ metteremo in piedi un articolo-discussione sui patemi che ci portiamo dentro per i concerti che ci siamo incredibilmente persi, mi pare un escamotage niente male per cercare di lenire certi dolori. Nel frattempo godiamoci la sempre deliziosa prosa di Mr Barone.

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Caro Tim, sono finalmente andato a vedere gli Electric Wizard l’altra sera a Roma.

Sono una band che fa pochi concerti, e questo tour italiano e’ stato un ulteriore conferma in questo senso con solo due serate. Mi dicono che loro sarebbero venuti in aereo, volando fra Roma e Milano, lasciando a un paio di persone l’onere di portare le cose fra le due date. Essenzialmente otto Marshall d’ordinanza e un Ampeg. Sono diventati una band non piu’ soltanto del circuito underground in senso stretto, ma anche ormai di riconoscimento e spessore piu’ ampio. Basti pensare che sono stati headliner dell’ultima edizione del festival Reverberation, senza dubbio il piu’ importante festival di psichedelia al mondo, che si tiene ogni anno in Texas. D’altronde sono in giro da ormai vent’anni, e hanno riscritto il canone Sabbathiano creando non solo un suono, ma un estetica, un espressione artistica definitivamente originali.

I biglietti costavano 25 euro o poco piu’ e hanno suonato all’Orion Club subito fuori il Raccordo Anulare nella zona di Ciampino. Non e’ un posto enorme e anche se molto pieno non era sold out, il che mi ha un po’ sorpreso. Credo la data al nord Italia sia andata ancora meglio, considerando anche che in quel caso condividevano il palco con i nostri Ufomammut, che gia’ di loro hanno un buon seguito.

Mi dannavo l’anima di averli persi una sera di qualche anno fa che suonavano a Roma all’Init, il mio club preferito della capitale, ormai chiuso. Non ero andato essenzialmente perche’ sono un coglione. Avevo degli amici che erano passati a salutarmi, ho tentennato fino alle dieci e mezza e poi ha vinto la pigrizia. Quante cazzo di volte mi e’ successo di perdere concerti anche irripetibili per questioni da niente…No guarda, per me questo e’ proprio un cruccio ricorrente, un mantra negativo che mi gira sempre in testa…ma come cazzo ho fatto?!? Ma che madonna avevo da fare che, per dirne una delle piu’ clamorose, una sera a Detroit non sono andato a vedre gli Stooges con i fratelli Asheton, e nemmeno i Blue Cheer che suonavano la stessa sera a un ora di distanza?!! Che cazzo mai potevo avere in testa io quella sera?!? O tutte le volte che ho detto, va be’ va, vado la prossima volta….Motorhead, Nirvana, Velevet Underground, Gregg Allman… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta…Voglio dire, io non ho mai visto Lemmy. Uno che e’ praticamente morto sul palco, che e’ venuto in Italia centomila volte, sono riuscito a perdermelo. E i Velevet Underground?!!? Si va bene, ho visto Lou in un concerto memorabile al Circo Massimo nel 1983 con sfondamento delle recinsioni a piu’ di due ore dal concerto, lacrimogeni e Robert Quine alla chitarra, ma i VU diosanto! Ma come cazzo ho fatto a non prendere una merda di treno per Milano (che a Napoli dove aprivano per gli U2 non era pensabile) e vedere una delle band piu’ importanti di tutta la storia del Rock?!? E i Ramones? Per dire…Ho visto due volte, dico due volte, i New Trolls e non ho mai visto i Ramones…L’elenco del Blues del Concerto Perduto potrebbe essere infinito, e nulla potra’ mai lenirlo che purtroppo certe cose se ne vanno per sempre caro mio. Band intere se ne sono andate, penso ai gia’ citati Motorhead & Ramones, e altre sono ormai impossibili da riformare. E’ per questo che nonostante abbia avuto modo di vedere tantissimi concerti anche di artisti ormai scomparsi, mi rode il culo per tutto quello che ho perso. E’ un mondo che svanisce, come e’ anche normale che sia, e quel che resta diventa sempre piu’ prezioso.

Mi sto sul cazzo da solo quando entro in modalita’ pianto nostalgico, e penso a Lemmy che a volte gli dicevano che il Rock era moribondo e lui si metteva a ridere e gli sbatteva in faccia i numeri di qualche mega festival a cui era appena stato. Ma io non sono certo lui, anzi forse mi piace cosi tanto quell’uomo proprio perche’ e’ un contrario di me che vorrei essere. Pur sapendo che esiste ancora tantissima passione in giro per questa nostra forma d’arte, qualcosa di storto e’ successo e non ne vedo una facile via di uscita. I locali in grado di ospitare concerti da qualche centinaio di persone chiudono uno dopo l’altro (perlomeno a Roma), quelli da qualche migliaio o non ci sono mai stati o non aprono quasi mai, mentre resistono i piccoli posti da trenta cinquanta anime massimo, e imperano i mega eventi che non hanno piu’ nulla a che fare con questa storia, con veramente pochissime eccezioni in merito.

Qualcuno da qualche parte ha deciso che doveva cambiare tutto. Milioni spesi per supporti tecnologici, e tutto sentito a cazzo di cane ma gratis in streaming. E se suoni musica rock originale non devi piu’ essere pagato o quasi. Ricordo benissimo tour dei primi anni duemila con serate in cui le band prendevano fra i mille e i duemila euro. Ora negli stessi locali, con lo stesso pubblico, fai fatica a prendere quattrocento euro. Va bo’, basta dai che queste riflessioni lasciano un po’ il tempo che trovano, e le cose prenderanno una loro strada, magari come il Jazz che cazzo ne so io…

Devo pero’ dire che in questi ultimi dodici mesi sono stato a tre concerti strepitosi delle ultime tre band in attivita’ che avrei veramente voluto vedere. King Crimson, Sleep e Electric Wizard. E ora…? Ho esaudito tutti i miei sogni Live, restando soltanto con ricordi esaltanti e rimpianti per quello che ho perso? Possibile mai? Si, si, certo, ci sono ancora molti che andrei a vedere di corsa e piu’ ancora a rivedere, ma quella sensazione di quando vuoi beccare una band dal vivo e per anni ci giri intorno e poi finalmente hai i biglietti in mano…ecco, quella sensazione che noi possiamo capire e condividere credo che forse per me sia finita…Guarda caso sulle note di Funeralopolis, ultimo brano del concerto dei Wizard…

Ok, basta, basta davvero adesso che mi viene da fare le corna, toccarmi le palle e ridere di me stesso e di tutto sto Doom & Gloom da due soldi che mi sta uscendo in queste righe, Ian Curtis in una giornata storta mi fa una sega!

Basta, parliamo del concerto che e’ stato grandioso cazzo…E in fin dei conti so benissimo che tanti altri ce ne saranno.

Siamo arrivati trafelati dopo un odissea di treno Intercity Reggio Calabria – Roma, e ho serenamente saltato la opening band.

L’Orion pur essendo un club discutibile con un atmosfera fredda da discoteca tardo anni ottanta, anche se non sold out era bello pieno.

Al solito barbe di ordinanza stoner, pubblico trentenne con qualche picco sui sessanta portato con classe, bella folla al bar esterno dove si poteva fumare.

Gli Electric Wizard erano dati sul palco per le 22.15 e con una precisione maniacale o forse casuale, hanno aperto il loro fiume di watt alle dieci e diciassette. E per un ora e venti o poco piu’, il mondo si e’ fermato fra le Gibson SG di Elizabeth Buckingham e Jos Oburne. Una potenza incredibile, un vortice ipnotico oscuro, un sabba elettrico.

EW a Roma 16/11/2018 – Foto SALVATORE MARANDO/METALITALIA.COM

Lo so, ho usato dei cliche’, ma io non lo so descrivere diversamente questo concerto. Come da tradizione, dietro il palco scorrevano filmati di vecchie pellicole sexyhorror, e altre elaborazioni video credo curate personalmente da loro, una cosa di grande effetto, anche se un po’ sminuita da uno schermo a led troppo freddo.

Certo, ormai a forza di youtube non ci sorprendiamo piu’ nei live, sappiamo sempre cosa ci verra’ proposto.

Ma l’impatto di volume e presenza degli Electric Wizard e’ stato veramente unico, da provare sulla propria pelle e sprofondarci fisicamente.

Le zampate di Oburne sul Wha Wha e i bassi ipnotici della sezione ritmica hanno mantenuto un vento psichedelico densissimo, riuscendo a creare un suono opprimente e liberatorio al tempo stesso. Non e’ da tutti una cosa del genere. Dopethrone e Witchcult Today sono i capolavori da cui arrivano la maggior parte dei pezzi, ma anche qualcosa dagli ultimi tre. A proposito, il nuovo Wizard Bloody Wizard che ha ricevuto diverse recensioni negative a me sembra un gran disco, e se gia’ avete i due colossi che ho menzionato vi consiglio proprio di prenderlo… Funeralopolis chiude le danze macabre e zero bis. Lentamente, con le orecchie che ronzano un sorriso ebete stampato in faccia e la maglietta Legalize Drugs and Murder sotto braccio, torniamo alla realta’….

EW a Roma 16/11/2018 – Foto SALVATORE MARANDO/METALITALIA.COM

A conferma del fatto che i nostri si stanno muovendo ormai sempre piu’ vicini a una vera popolarita’ rock, fuori dal locale ci sono ben due banchetti di merchandising non ufficiale e personalmente non me lo aspettavo. Così come lo scoprire che una cassetta audio di un loro concerto negli States, venduta sul sito ufficiale della band, abbia esaurito la seconda tiratura di 500 copie in pochi giorni.

Forse andarli a rivedere sara’ il mio prossimo sogno live, oppure mi mettero’ a fare una Fanzine di Elizabeth Buckingham in fotocopie e spedita solo per posta…

Paolo Barone©2018

 

KING CRIMSON Lucca 25 Luglio 2018 – di Giancarlo Trombetti

30 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti – rock scriba extraordinaire – ci racconta dei KC a Lucca qualche giorno fa.

Diciamoci la verità : per esprimere un parere su questo concerto, basterebbe dire… emozionante, bellissimo. Il guaio è che chi scrive, di musica e non, è solitamente logorroico, debordante, e sente il dovere di dovervi ricoprire di parole per descrivere le proprie emozioni che sa Iddio se mai corrisponderanno alle vostre.
Io non sono da meno, per cui andate o oltre o mettetevi comodi.

Fa caldo a Lucca, niente afa, ma un caldo sufficiente a spingermi a utilizzare il ventaglino bianco sponsorizzato e cortesemente regalatomi all’ingresso del palchetto centrale. I biglietti sono un dono di chi mi accompagna e il loro costo, cui oramai dovremo abituarci, esoso. Vi risparmio la annosa domanda del perché un Cristo che mostri fiducia nell’organizzatore e nell’artista e che lo dimostri acquistando in notevole anticipo il biglietto, debba anche pagare una quindicina di euro di “diritti di prevendita”… un po’
come se prenotando un ristorante vi chiedessero di pagare un quid solo perché avete deciso di essere così cortesi di chiedere loro di riservarvi un tavolo… ma non importa: se non fossero diritti si tratterebbe di qualcos’altro, di un qualsiasi altro modo di leccarci via un altro trentino approssimativo in due con stile e destrezza.

Se il conto della cena la scorsa volta era stato eccessivo, la pizza stavolta entra nella top five delle schifezze che ho cercato di farmi entrare in bocca. Parlo di cibo. Difficilmente ho mangiato un pane arabo moscio come una mousse lasciata un paio d’ore fuori dal frigo. Con le cene a Lucca sono sfortunato…
Con parte di quell’impasto che mi galleggia nello stomaco, vado con un minimo anticipo sul posto. C’è Leo in regia, come sempre, e voglio far due chiacchiere. L’amico mi racconta che il management dei Crimson è ossessivo e puntiglioso oltremodo. Il controllo sulle telecamere è assoluto e nessuna ripresa potrà essere effettuata dal palco. Pare che solo una piccola remotata laterale sia di supporto alle tre che Leo ha piazzato quasi in parallelo dietro al mixer. Fortuna vuole che il ragazzo abbia notevole esperienza
e sappia come ovviare a tre telecamere che danno praticamente il medesimo punto di ripresa; uno schermo che ne accoglie due insieme è una soluzione che permetterà alla maggior parte del pubblico di vedere particolari e volti altrimenti lontani.

“Nessuna telecamera dovrà interagire e separare il pubblico dall’artista rappresentando un elemento di disturbo nella fruizione della musica”, dettano gli accordi. Ma non basta. Sui due lati del palco due cartelloni specificano che nessuna foto o ripresa potrà essere effettuata dal pubblico, pena l’allontanamento dal concerto. Identico messaggio viene ribadito in italiano ed inglese prima dell’inizio dei due tempi dello spettacolo. Non si fanno sconti. Davanti a noi un ragazzino di diciassette anni fa
tenerezza. “Ho scoperto i Crimson ascoltando i dischi di papà, l’anno scorso, a maggio”, specifica. E lo vedo mentre tenta di catturare un’immagine, un ricordo, di quello che sicuramente deve essere il suo primo concerto. Il padre lo guarda orgoglioso…Penso che forse…forse… questa generazione ha qualche soggetto che la salverà.

Con precisione svizzera, il gruppo entra sul palco. E’ immediatamente chiaro che non stiamo per assistere a un concerto rock. In primo luogo la disposizione delle tre batterie, in prima fila, profuma già di anomalo. Di batteristi con ego smisurati ne abbiamo visti, ma tre elementi che dominano il fronte palco fa capire che il suono dipenderà da loro, vedremo come. I batteristi vestono in nero. Dietro a loro Fripp e gli altri tre musicisti, indossano un panciotto nero. Siamo abituati da tempo all’immagine pubblica di Robert
Fripp, un chitarrista e compositore che ha attraversato gli ultimi cinquant’anni di rock inglese senza dar luogo a follie estetiche, senza ricorrere a palcoscenici multimediali, senza alcuna necessità che far parlare la musica che, di volta in volta, ha deciso di proporre. Certamente un personaggio schivo, particolare, avulso dalla scena, anche se al tempo stesso un leader di difficile gestione, durissimo con i suoi collaboratori, sicuramente una immensa rottura di palle per chi debba sorbirselo tutti i giorni. E non a caso il turbinio di musicisti all’interno del gruppo ne è la riprova. Una sorta di Zappa ma senza l’elemento dissacratore. Fripp si è sempre preso assolutamente sul serio.
Che non stiamo per assistere a un concerto rock è chiaro dal resto dell’iconografia. I musicisti sono concentrati sul loro lavoro; nessuna concessione allo spettacolo, nessun sorriso o movimento che non sia quello strettamente necessario a suonare il proprio strumento. Il tastierista a tratti appare marmoreo. Dall’estrema destra Fripp, seduto, accenna a qualche parte di tastiera e suona la sua chitarra, controllando con un ghigno a metà tra il Mr Burns dei Simpsons e Dexter, il killer seriale. Ma è l’intera atmosfera voluta e chiesta da Robert Fripp che impone una fruizione della musica assolutamente passiva ma concentrata. Nel caso qualcuno non avesse compreso che non è possibile nemmeno accendere i propri cellulari, una voce cortese invita a tenerli in tasca, ma non solo… se proprio il pubblico desidera portare a casa uno scatto del gruppo, viene specificato che Tony (così nell’annuncio) desidera farci una foto a fine spettacolo. Quello sarà il momento per tirare fuori i cellulari e portarsi a casa un ricordo.

In un silenzio quasi tombale e senza, incredibilmente, un solo cellulare acceso a illuminare i pochi centimetri di portata, dopo l’applauso di benvenuto, partono i tre batteristi con una breve miscela di quello che andremo a seguire a momenti. Non ci vogliono le conoscenze tecniche che non possiedo percapire che a ognuno dei tre è stato assegnato un compito diverso. Pat Mastelotto, a sinistra ha la batteria accordata in una tonalità più tonda e bassa, oltre ad avere una serie di percussioni e oggetti il cui suono
aggiunge come riempitivo un po’ ovunque; Gavin Harrison a destra ha il suo kit accordato in toni più secchi, acuti, nessuna percussione al di là di una serie di mini tom elettronici. Jeremy Stacey ha compiti a sé. Suona sui pezzi più vecchi, in parte, e girato suona un piano elettrico le cui note, in un primo momento, non si è in grado di afferrare la provenienza, dato che né Fripp, né Bill Rieflin, il tastierista principale, non ne sono autori.
Pare incredibile la scelta di avere i tre batteristi in primo piano, ma il tappeto continuo, ininterrotto, di ritmiche e contrasti fa capire come questa versione dei King Crimson sia guidata proprio dalle batterie. Ma ciò che impressiona è l’immenso muro di suoni bassi che Tony Levin emana nella sua quasi assoluta immobilità. Una vera trama dalla presenza incombente, che pressa e avvolge il tutto e di cui i batteristi e i virtuosismi dei singoli scalano di volta in volta la vetta. Si ha la percezione che se Levin si fermasse, metà
del suono del gruppo verrebbe a mancare. Quello che ci piomba addosso non è il semplice suono di un basso che supporta la batteria dettando i tempi, ma una struttura a piani che gli strumenti devono scalare se vogliono emergere dalle torri di note che sostengono il tutto. L’impressione raddoppia, triplica, quando Levin imbraccia il suo stick a dodici corde, quello che fa emette suoni che fanno credere che sopra le nostre teste stia per scatenarsi un temporale.

Il suono diventa una cattedrale incombente, e sui pinnacoli si inerpicano il sax di Mel Collins, sempre distorto e jazzato, aggressivo e tagliente come una chitarra e le due chitarre di Fripp e del polacco Jakko Jakszyk. Un quadro elettrico di rara forza, che lascia volare fantasia e desiderio. I Crimson dei 70 ne escono non come fantasmi ma come vivide immagini. Assolutamente presenti. Se un appunto sia necessario fare, va al Jakko, dall’impronunciabile nome. Laddove la voce non manca e appare sempre all’altezza, il suo strumento dovrebbe forse essere un contraltare più netto allo stranissimo ma debordante stile di Fripp.

Per me che non sono un tecnico, vedere il suo pollice sinistro che spinge il retro della tastiera mentre la mano scivola velocemente come se stesse suonando una slide fa un po’ effetto. I colpi di penna sono ritmici, robusti, ma quello che rendono in musica ed effetti, fanno dell’isterico Robert un maestro nel suo genere. Un chitarrista il cui suono è riconoscibile e perfetto per quello che deve evocare. Un suono distorto, e solo apparentemente privo di una melodia, che, al contrario, è estremamente presente in tutti i
brani e i medley della sua produzione.

La scaletta pesca maggiormente nel disco d’esordio e in Larks’, ma per me non è una sorpresa… di nascosto mi era stata fatta sbirciare prima dell’inizio insieme al semi-isterico accordo e alle sue restrizioni. Per me i Crimson fino a Red sono una miniera di suoni ed emozioni mai dimenticate. La lunga Starless, resa in chiusura in una versione semplicemente micidiale è uno squarcio nella miniera dei miei ricordi di ragazzo, quando Larks e Starless rappresentavano per me il contro-progressive, la prova che c’era vita
oltre una chitarra elettrica e una pedaliera e che un sax ed un violino ti aprivano nuovi universi. Erano gli anni in cui iniziavo ad andare decisamente oltre il muro dell’hard e del blues. E ne ero sorpreso, Zappa a parte.

Ma è necessario adesso provare a spiegare il senso dell’uso di tre batterie. Un anziano fan parmense, ai miei dubbi sulla presenza di tre diversi batteristi, mi spiega che avranno medesimi compiti e ritmiche in sincrono. Previsione errata. Ogni batterista ha un proprio preciso compito, e un preciso suono, perfettamente percettibile dopo un po’ di orecchio. Mastelotto e Harrison non solo si dividono i compiti – il primo dedito alle percussioni e alla rumoristica quando al secondo toccano le parti preponderanti – ma si alternano anche all’interno del medesimo brano, eseguendo le loro rullate in perfetta alternanza e, dato il suono diverso, donando al medesimo brano tinte diverse ogni manciata di secondi, minuti. In buona fede non saprei chi scegliere in quanto a risultati, ma mi sbilancio e dico Pat, anche se il solo finale in Starless è riservato a Gavin. Con gli altri due che lo applaudono. Il centrale Stacey pare assentarsi a minuti, e rivolto lateralmente rispetto alla sua cassa, pare occuparsi a lungo d’altro. La nostra pure buona posizione centrale non ci fa immediatamente realizzare che si sta dedicando a parti di piano elettrico, posto in modo tale da non farcelo vedere. A lui sono riservati i tempi nei brani più vecchi, in particolare, ma è la resa globale del loro suono che caratterizza fortemente l’insieme. I Crimson di questo tour sono un gruppo a trazione ritmica che rimbalza sulle mura che Levin innalza con il suo basso. Il resto vola alto al di sopra. Dopo un’oretta ci si fa l’orecchio, ma l’impatto iniziale è impressionante.

Quando Larks lacera Piazza Napoleone, mi tornano in mente le mie avventure di ragazzo nei suoi teen finali, la prima auto, gli amici, i simposi casalinghi dedicati a interpretare questo o quel disco. Erano anni, quei tre, quattro primi dei settanta, spensierati e incoscienti. Fin troppo, direi oggi. Ma era giusto così : nella vita c’è sempre tempo per i problemi che inevitabilmente arriveranno, e quell’estate del 73 era marcata, tra l’altro, proprio dalle cavalcate elettriche di quel disco dal titolo surreale. Le altre che verranno dal successivo, fino a quella Starless che su Red chiude un periodo luminoso e la cui melodia non mi lascia da allora. Erano anni incredibili per la nostra musica, e la scelta era tra mille uscite tutte di estrema qualità. Erano gli anni in cui era necessario guardare…alle cinquanta lire… prima di gettarsi in spese voluttuarie, per i più. Ma per me la musica era cibo, cultura, piacere, emozione, scoperta, maturità. Quando proprio non esisteva possibilità di accantonamento, si dividevano i compiti : uno comprava un 33, l’altro un altro. Poi ci si scambiavano e registravano su quelle infami cassettine, sperando di resistere quanto più possibile fino a trovare il modo di comprarsi…la prossima aria per i propri polmoni. Anni
irripetibili, per la bellezza sconfinata della musica che ci avvolgeva e per quello che riuscivamo a fare per non restare indietro. I King Crimson hanno avuto uno spazio enorme nel mio cuore in quei tempi. Averli davanti ancora 45 anni dopo non è una operazione di nostalgia, ma una emozione immensa. Specialmente perché non sembrano invecchiati di un giorno. Nel suono. La mia ultima volta era stata una trentina di anni fa e credevo che non li avrei più risentiti così luminosi. Indistruttibile Roberto…mi freghi sempre.

Così, il nostro concerto di musica classica contemporanea va a finire. So già che la mia adorata Starless chiuderà il concerto, prima dell’inevitabile, ancor oggi emozionante, Schizoid Man. Si accendono le luci bianche. I sette si alzano contemporaneamente, come a un segnale invisibile. Fermi davanti ai loro strumenti, estraggono in parte i loro cellulari, le loro macchine fotografiche. Ci inquadrano, Finalmente sorridono e tornano a essere umani. Torna in mente il messaggio iniziale…
“Tony vi vuole fare una fotografia, sarà quello il momento in cui potrete farlo anche voi”… anche Fripp si unisce e ci fotografa. Noi lo facciamo, finalmente, con loro.
Lo scambio è totale, adesso. L’uno prende un ricordo dell’altro. Grazie. Pubblico pagante in delirio. Groppo alla gola. Possiamo andare.

©Giancarlo Trombetti 2018

 

Scaletta:

Larks’ Tongues in Aspic, Part One
Peace: An End
Pictures of a City
The Court of the Crimson King
Moonchild
Cirkus
Lizard (Bolero, Dawn Song, Last Skirmish, Prince Rupert’s Lament)
Islands
Indiscipline
Hell Hounds of Krim
Discipline
Neurotica
Radical Action (To Unseat the Hold of Monkey Mind)
Level Five
Epitaph
Easy Money
One More Red Nightmare
Larks’ Tongues in Aspic, Part Two
Starless

RINGO STARR & HIS ALL STARR BAND – Lucca Summer Festival 8/7/2018 – di Giancarlo Trombetti

10 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti (rock scriba extraordinaire) ci parla del concerto di Ringo di qualche giorno fa a Lucca. Lettura consigliatissima.

◊ ◊ ◊

Credo sia stato più di quarant’anni fa. Mi capitò di leggere una novella, che mi commosse. All’epoca non ero incline alla facile commozione, quella arriva con l’età, che ti porta a essere più nostalgico e debole. Era una storia semplice. In breve, raccontava che i Beatles venivano rapiti, uno per volta. Prima toccava a Lennon, poi spariva Macca, poi Harrison. La polizia era disperata, dovevano proteggere l’ultimo Beatle rimasto e d’altra parte dovevano ricercare gli altri scomparsi. Ma nulla accadeva a Ringo, fino a che, seguendone le tracce, si scopriva che il colpevole dei rapimenti era proprio lui. Gli altri erano stati tenuti in una villa in campagna, nessuno gli aveva fatto male, ed erano in eccellenti condizioni di salute e ben curati. All’inevitabile interrogatorio, Ringo rispondeva così, più o meno : “L’ho fatto perché mi sentivo solo. Loro erano i miei migliori amici, senza di loro la mia vita era più povera e triste…volevo che i Beatles si riformassero.”.

Ringo è sempre stato il Calimero del gruppo. Il meno dotato, il più brutto, quello che senza di lui tutto sarebbe rimasto com’era. Ci sbagliavamo alla grande. Ringo era il più felice, il più fortunato, il più buono di tutti. A lui non si chiedevano dichiarazioni altisonanti, nessuno da lui si aspettava il cambiamento del mondo, né, da quello che trapelava, che indirizzasse il suono e l’evoluzione del più importante gruppo pop del Pianeta Terra. A lui veniva concesso dal duo debordante e dal malinconico, ascetico George, di cantare proprio su quel pezzo che, a tutti, era sembrato il modo vile di fargli urlare al mondo che, senza di loro, non sarebbe stato niente più di un ragazzotto seduto male dietro a una batteria, con gli occhi penduli e le orecchie troppo grosse. E un attimo prima che Cocker, rendesse quella canzone immortale per sempre con una esecuzione sconvolgente e irripetibile, per tutti, Ringo, era l’uomo che …senza l’aiuto degli amici…

Incredibile come le valutazioni possano mutare nel tempo e con la conoscenza. Ringo è sopravvissuto all’impatto mortale dello scioglimento del gruppo, al suo stesso mito, e, poco per volta, lo ha rafforzato, pubblicando dischi con piccole, minuscole perle che solo gli appassionati hanno saputo distinguere. Ringo è cresciuto, forte del suo nome indimenticabile ed è sopravvissuto anche al dolore della morte di due dei suoi unici, immensi, amici. Una straziante intervista alla BBC ce lo aveva reso piccolo e fragilissimo, mentre parlava, quasi balbettando, del suo dolore per le perdite. E dalle sue parole, pareva che fosse Harrison, quello per cui aveva sofferto maggiormente.

Come non essere, per sempre, dalla sua parte ?

Dalla parte del brutto anatroccolo fortunatissimo e reso immensamente ricco dagli altri. Dall’omino che non aveva mai alzato la testa rivendicando un ruolo che, forse, nessuno gli avrebbe mai riconosciuto. Eppure ricordo bene di una serata passata con un famoso batterista, che alla mia esaltazione di musicisti incredibili, da me idolatrati… Colaiuta, Bozzio, Wackerman, Bonham, Dunbar, Moon…mi spiegava con cortesia che erano proprio Ringo e Watts che avevano un suono così semplice e personale che non dovevano essere messi da parte. Mai! Ma non solo. Mi disse una frase che da allora non dimentico: i batteristi che lasciano un segno sono quelli che ascoltando la sola batteria, ti fanno riconoscere immediatamente il brano che stanno suonando… Ma ero troppo ottuso allora, per rendermene conto.

Però Ringo mi aveva sempre suscitato un enorme simpatia, a pelle. Inversamente proporzionale al fastidio nei confronti di Lennon…oh, beh…ognuno ha le sue fisse, no ? Così, quando la All Starr Band debuttò nel 1989, presi a seguirlo a distanza. E credo sia stato proprio verso la fine di quell’anno che ebbi l’occasione di poter vedere la prima incarnazione di quel gruppo. Nessun eccezionale gruppo spalla, ma una formula logica e vincente : grandi musicisti, che portano in dote le loro grandi canzoni, che suonano la propria musica e accompagnano il Mito in alcune sue canzoni. Geniale.

La sera della mia prima volta, me ne innamorai. Anche perché capitava poche volte di avere davanti Joe Walsh, Nils Lofgren, Tim Schmit, Todd Rundgren, Dave Edmunds…

Per questo motivo domenica sera ho affrontato un salasso per sedermi di traverso, troppo sotto il palco, con un paio di sedicenti critici davanti che commentavano senza indovinarne una e dall’inglese zoppicante, visto che non ridevano a nessuna battuta e che grazie al cielo non conoscevo, convinto di trovarmi per l’ultima volta davanti a un vecchietto fresco di 78 anni, con un gruppo di cui un paio di soggetti il cui ricordo non mi esaltava più di tanto. A Lucca fa caldo, ed i lucchesi tirchi e lamentosi mi spillano una cifra da svenimento per una cena veloce e poco gustata. Colpa mia. Sono pure della zona, avrei dovuto far cadere l’occhio sul menù prima di dire di sì. Con la cena che non ha ancora raggiunto lo stomaco, sono un ruminante, mangio pianissimo, mi rendo conto di essere esasperante ma non posso farci niente, volo, voliamo in due verso Piazza Napoleone, o come diavolo si chiama.

Il palco fa un po’ meno schifo dell’ultima volta che l’avevo visto, disadorno e povero e il pubblico mi stupisce. Niente solo vecchietti ultrasessantenni, ma anche giovani che cantano anche le canzoni meno note a squarciagola. L’impatto con il gruppo è notevole. E difficilmente avrebbe potuto essere diversamente. Gregg Rolie alle tastiere era l’uomo dietro Santana all’era di Abraxas, Steve Lukather è tutt’ora un piccolo mostro di tecnica, i Toto erano lui, Colin Hay era il principale compositore dei Men at Work, Graham Gouldman, come ricorderà più volte Ringo stesso nel corso dello spettacolo, è Mr. Ten CC e Warren Ham il polistrumentista dei Kansas. Alla batteria un mostruoso Greg Bissonette, uno dei sessionmen più apprezzati al mondo, in grado di non perdere una battuta anche quando suona insieme a Ringo, dedicandosi alle rullate e ai tom, da sempre invisi all’anzianotto Beatle. Ma quando era necessario tenere il tempo insieme, non c’era una sbavatura nelle casse e nei piatti. Nessun doppio tocco. Per capirsi : Hart e Kreutzmann o Butch Trucks e Jaimoe o Chester Thompson e Ralph Humphrey non avevano i medesimi compiti.

Ma la sorpresa migliore è lui, Mr. Ringo Starr. In eccellente forma, magro ma scattante, con la solita voce, ancora in ottimo grado di suonare il suo strumento, di scherzare, ironicissimo, su di sé e il suo passato, le sue canzoni. Certamente, i capelli saranno ovviamente tinti, ma le mani e il collo, inquadrate spesso in primo piano, rendono l’immagine di un agile quasi ottantenne, alla faccia del compleanno festeggiato il giorno prima. Ed è in quel momento, quando vedi quella manciata di grandi musicisti, divertirsi a resuscitare il proprio passato, recuperandolo senza nostalgia, ma con affetto, coccolandosi ognuno i propri migliori momenti delle loro vite, quando ti accorgi che per loro rivivere le canzoni di mezzo secolo prima non è un peso ma un onore, quando senti il gruppo “partire” sulle non rare evoluzioni strumentali, comprendi quanto logica e vincente sia una formula che da quasi trent’anni permette a una selezione accurata di artisti sempre diversi, di sentirsi vivi nell’affiancare un uomo minuto che ha attraversato la Storia del rock and roll.

Gregg Rolie estrae da Abraxas Evil Ways, Black Magic Woman (presentata come una canzone scritta da Peter Green) e Oye Como Va e la sua presenza scenica è del tastierista che ne ha viste di tutti i colori, sguardo disincantato e tranquillo, ci riporta a suoni dimenticati, dal vivo, con il suo Hammond. A far volare le lunghe parti strumentali, ci pensa Lukather, perfetto interprete che non ha bisogno certamente di ricalcare la chitarra di Santana per suscitare l’ammirazione. Bissonette, alla prova, è maestoso. Anche se talvolta un po’ troppo picchiatore per i miei gusti, ma sa passare dal tocco raffinato jazz al rock duro in un attimo. D’altra parte la sua estrazione resta quella.

Un quasi immobile Colin Hay, si illumina con i suoi due pezzi migliori, Down Under e Who can it be now ? che nell’atmosfera magica suonano perfettamente. Non ho mai amato il suo gruppo, ma quei due brani, suonati con trasporto, sono stati emozionanti.

A lui, in seguito, il compito di eseguire i due solo in stile “vecchio rock and roll”, quando tutti i trucchi sulle tastiere delle chitarre erano ancora da venire. Lukather non ce l’avrebbe fatta a resistere, contenendosi in pochi, semplici tocchi…

Dei tre pezzi dei Ten CC mi sono goduto Dreadlock Holiday un reggae dal testo corrosivo che negli 80 mi faceva sempre sorridere e che mi ha ricordato delle mie ore in auto, in coda, a Roma, nel tornare dal lavoro. Niente da dire : quando il pop è così di lusso, consapevole della sua forza, tutto è piacevole, digeribile. A Ringo l’onere di confrontarsi con se stesso. Ed è la sua profonda ironia, il suo gusto nel vivere il più bel mestiere del mondo, che lo tiene sull’onda dal 1962.

“Quando suonavo con il mio gruppo, ho composto moltissime canzoni…ma nessuna di queste è mai stata registrata…”, ride mentre presenta Boys, una cover delle Shirelles che i Beatles eseguivano nei loro primi giorni. E ancor più corrosivo, scherza un attimo dopo Don’t Pass me By nel presentare “…una canzone che non potrete non cantare e che se non conoscete, fareste bene ad andare a un concerto dei Led Zeppelin!”… e ce lo dice mentre all’acustica Lukather esegue l’intro di Stairway to Heaven, un attimo prima di far partire Yellow Submarine, l’unica canzone dei Beatles ad avere una parola, anzi due, in italiano… lo sapevate ?

Rosanna e Hold The Line sono gli inevitabili ricordi dei Toto che Lukather canta con l’aiuto di Ham nelle parti vocali più alte. Un bel personaggio, quest’ultimo: sax, percussioni, voce…un vero sessionman perfetto.

Ringo si allontana dicendo che quello che sta per venire sarà “un momento magico, musicale…e un momento, appunto!”. E va nel retropalco a riposarsi, cambiare giacchetta e chiacchierare con i ragazzi del pullman regia. Un vero easy living, quest’uomo.

Ride, danza, canticchia pezzi di storia che ci scorre via dentro le orecchie e non perde una battuta di quello che il pubblico gli urla…”Ringo!” si sente dal centro… “Yes…I know my name!”, risponde al volo. Un piacere per occhi e orecchie. La prova che il rock ti può salvare la vita e rendertela bella e fresca come un gelato. L’approccio di Ringo, però, è molto più lineare, umano, rispetto, che so…alla sopravvivenza rock di un Keith Richards. Entrambi icone, entrambi al limite del soprannaturale, ma con un aspetto di Starr che ce lo rende più simile a tutti noi. Il simpatico vecchietto tutto “peace and love”…la parola d’ordine della serata…del piano di sopra, quello che ti racconta le storie quando lo incontri al bar o in ascensore, storie bellissime, narrate con il distacco di chi non potrà mai più essere sorpreso dalla vita. Perché è lui che la guida.

E mentre Steve riesce a piazzare un solo anche all’interno della conclusiva With a little help from my friends, Ringo si inchina, ringrazia, vola via e sbuca per un attimo solo, per aggiungere in coda a tutto una citazione di Give peace a chance. Perché è quello il messaggio : quello che vorremmo dire è di dare una possibilità alla pace.

Grazie. Per sempre, amico mio.

©Giancarlo Trombetti 2018

Foo Fighters Firenze 14/06/2018 – Pearl Jam Padova 24/06/2018 di Bodhrán

29 Giu

Due riflessioni del nostro Bodhran sui recenti concerti in Italia di Foo Fighters e Pearl Jam.

◊ ◊ ◊

Foo Fighters a Firenze il 14 giugno, Pearl Jam a Padova il 24, val la pena riassumere le due serate in un racconto unico. Racconto che, nel solito tentativo di essere oggettivo, è ovviamente di parte.

Partiamo dai Foo Fighters, che si sono esibiti all’Ippodromo del Visarno, nel Parco delle Cascine di Firenze.

FF – Firenze 24/6/2018 – foto Michele Squillantini

Da un paio d’anni il luogo, perfetto per manifestazioni di questo tipo, ospita Firenze Rocks, festival che non corre troppi rischi: quest’anno con la band di Dave Grohl che apriva il festival hanno suonato nei giorni successivi Guns’n’Roses, Iron Maiden e Ozzy, l’anno scorso Aerosmith ed Eddie Vedder. In precedenza ricordo David Gilmour nel 2015. Lo spazio è molto grande (per gli organizzatori eravamo 70.000, per la Questura non è dato sapere, chissà perché in questi casi non c’è mai la divertente guerra di cifre), sono arrivato alle 20,30 ed era praticamente pieno. Mi sono sistemato di lato e, una volta venuto a patti con gli odiosi “token” e presa una birra con nipote e amici (contattati per miracolo perché di lì a poco il cellulare non si sarebbe più collegato nell’orgia collettiva di audio, immagini e video) mi sono preparato a guardare il concerto sugli schermi. Oramai comunque la visibilità è tutta monetizzabile, a poco servono levatacce, buone gambe e qualche gomitata, ora spendi di più, e con il “pit” compri anche la comodità di arrivarci all’ultimo minuto.

Allora, non sono un “fan” dei Foo Fighters, ci sono pezzi che mi piacciono ma per i miei gusti pendono troppo verso un lato pop/punk che comprime i pezzi sempre nello stesso gioco di dinamica e rende i loro album tutti molto simili; riconosco però a Dave Grohl un’abilità incredibile nell’essersi ritagliato uno spazio (e che spazio) senza restare schiacciato dal nuvolone chiamato Kurt Cobain, sia collaborando con chiunque gli capiti a tiro sia spostando la sua musica in una direzione meno “drammatica” e più divertente. Ecco, una volta visto il concerto – e visto quello dei Pearl Jam – direi forse troppo.

La band è partita a rotta di collo sciorinando 4 singoli uno dietro l’altro; come sapevo Dave Grohl dal vivo diciamo non è poi questo gran cantante, urla come un ossesso e se questo dà ai brani la dovuta grinta penalizza però quelli in cui servirebbe un filino più di timbro, visto che poi le canzoni dei FF hanno un impianto molto pop e sono canticchiabili. Comunque sia avanti savoia! un pezzo dietro l’altro, spesso con stop & go fatti di chiacchiere al pubblico per riprendere fiato prima di rinfilarsi nel riff di turno. Assolo di batteria con la pedana che si sopraeleva di 3-4 metri – roba degna dei Kiss ma in un clima che si prende poco sul serio ci sta bene – e, a seguire, con la presentazione della band, un tuffo nelle cover: un’improbabile ma divertente mix tra la musica di Imagine e il testo di Jump, poi “Blitzkrieg Pop” dei Ramones, “Under Pressure” dei Queen

e poi, sorpresa!, salgono sul palco i Guns’n’Roses (Axl Rose, Slash e Duff McKagan) per eseguire “It’s so easy”. A me i G’n’R non sono mai piaciuti, trovavo insopportabile il timbro vocale di Axl Rose all’epoca, ora quel verso da gatto a cui hanno pestato la coda è un’ottava sotto per cantare il pezzo che altrimenti non ce la fa, in più mi pare davvero patetico vederlo conciato come 30 anni fa (bandana, camicia legata alla “vitona” e un set di denti “bianco WC” che sui maxi schermi fanno il loro effetto). Questo il mio giudizio. Intorno a me il delirio. Pubblico in visibilio, e giù foto e video.

Il live è proseguito con una parte più tranquilla e (vado a memoria quindi mi pare a questo punto) il palco si è abbuiato, come ci fosse un black-out, ma l’intoppo si è risolto subito, invocate da Grohl si sono accese le torce dei cellulari del pubblico… e luce fu, in un effetto molto bello da vedere. Pausa e poi un’infilata di tre bis prima di salutare tutti. Come dicevo l’oggettività è solo un tentativo, e quindi devo confessare che io durante il concerto, in questa atmosfera festosa ed allegra, mi sono anche un po’ annoiato, poca dinamica nel paio d’ore di live, poco spazio alla band – ci sono 3 chitarre ma sono impastate tra loro e a parte un paio forse di brevissimi soli di chitarra e un brutto solo di tastiere gli altri membri del gruppo non emergono, anche sugli schermi i FF sono Grohl e Hawkins.

Si potrebbe dire un concerto dei nostri tempi, allegria e spensieratezza ma poca sostanza (rock).

https://www.setlist.fm/setlist/foo-fighters/2018/visarno-arena-firenze-florence-italy-1bea89c8.html

◊ ◊ ◊

Altra storia i Pearl Jam: “quello dei FF è stato un concerto divertente, questo è stato un concerto rock”, così ho detto a mio nipote mentre uscivamo dallo stadio di Padova dopo 2 ore e 45 di live (con due set di bis).

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

E sì che partivamo con i pronostici contro: data di Londra del 19 annullata per problemi alla voce di Vedder, data del 22 a Milano con scaletta cortissima e tante canzoni cantate praticamente solo dal pubblico. In più il meteo che prometteva pioggia proprio nell’orario del concerto. E l’idea di partire dalla Toscana per arrivare a Padova e, sotto l’acqua, sentire un concerto corto con un cantante senza voce non era proprio il massimo delle mie aspettative per un gruppo che seguo dall’esordio e che, dopo la morte di Chris Cornell un anno fa, è in pratica quello che resta di quella generazione musicale.

Comunque sia, arrivo a Padova alle 18, scopriamo che non si parcheggia intorno allo stadio, un paio di svolte e troviamo un “posto” a dir poco rocambolesco tra una Panda (in cui però il proprietario sarebbe potuto entrare dal lato passeggero) e una transenna che ci consente di raggiungere lo stadio in un quarto d’ora scarso (scoprirò dopo di gente che ha lasciato 20€ di parcheggio e ha scarpinato per km), una birra per smaltire il viaggio e dentro.

Come in tutti i concerti rock oramai il pubblico è “diversamente giovane”, gente di tutte le età (e di tutte le nazionalità – tanti dalle vicine Slovenia e Croazia, oltre ai soliti pellegrini dei PJ), i giovani quelli veri nel 2018 sono sotto i palchi dei rapper, non dei rocker. Soliti “token” e, novità – ma forse non in un concerto in Veneto – uno stand dentro lo stadio non di birra ma di spritz, il che mi ha fatto immaginare un’ulteriore possibile deriva “borghese” del r’n’r: mega palco, schermi giganti e volume tremendo, band attempata vestita da “giovane ribelle” (un esempio? Axl Rose a Firenze) per un pubblico di ricchi che comprano il posto in un enorme esclusivo “pit” con divanetti e tavolini con drink, olive e noccioline.

PEARL JAM Padova 2018 foto Bodhran

Posto prato, più in su che si poteva prima del pit, e attesa con Polonia-Nigeria sui maxi-schermi (è destino che guardi una partita ai concerti dei PJ, 4 anni fa a San Siro trasmettevano Italia-Costa Rica). Alle 21 puntali sul palco: il concerto parte morbido, “Pendulum” prima e “Low Light” poi, intuiamo che la voce di Vedder è tornata, e ne abbiamo l’assoluta certezza quando, senza prendere fiato, seguono “Last Exit”, “Do the Evolution” e “Animal”.

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

Anche il meteo è dalla nostra, velato e ventilato durante il pomeriggio, si rasserena via via che cala la notte. Diciassette i brani del set, e poi due bis per un totale di 29 brani e, come detto, due ore e tre quarti. Ovviamente sono tanti i brani d’obbligo (“Better Man”, “Corduroy”, “Given To Fly”) ma riescono comunque a stupire suonando brani eseguiti raramente come “Smile” e “Down” o tirando fuori dal cilindro la bellissima “Crazy Mary” (cover di Victoria Willimas che ha particolarmente emozionato sia me sia gli altri diversamente giovani vicino a me).

Ecco, i Pearl Jam danno la sensazione di essere una band – sezione ritmica inappuntabile (l’avrò già detto ma ritengo Matt Cameron uno dei grandi della batteria rock, anche se più per il lavoro con i Soundgarden che quello con i PJ), Mike McCready è un chitarrista con i fiocchi, stampa dei soli molto belli e non manca di spettacolarità: sul lungo assolo di Even Flow si è piazzato la chitarra dietro le spalle e ha ovviamente infiammato gli appassionati del genere.

Spazio anche per l’altro chitarrista, Stone Gossard (almeno 3 soli, andando a memoria).

Perché preferisco questo modo di fare spettacolo a quello dei FF? Non lo so, sicuramente li trovo più “rock”, e poi forse mi sembrano più “sinceri”, e lo scrivo sapendo benissimo che quando monti sul palco dopo quasi 30 anni la sincerità va a farsi benedire.

Non sono mancati i momenti acustici (Daughter, con un’invettiva velenosa contro Trump e poi nei bis Elderly Woman…) e quelli più distesi, ovviamente “Black”, ma la voce ritrovata pareva aver dato un bonus di sprint in più, e così “Spin the Black Circle”, “Mind Your Manners”, “Porch”, “Once” hanno messo a dura prova la mia tenuta fisica.

Finale col botto con “Alive”, “Baba o Riley” (e fortunatamente non i 10 minuti buoni di “Rockin’ in a Free World”) e poi a nanna coccolati da “Indifference”.

Dico sempre che i concertoni mi hanno stufato (ed è vero quando penso che spendo un fottio di soldi per stare in piedi ore ed ore e non vedere un cazzo) ma anche stavolta mi pento di non aver comprato anche un secondo biglietto del tour.

https://www.setlist.fm/setlist/pearl-jam/2018/stadio-euganeo-padua-italy-1bea3910.html

 

Sleep, Fillmore Detroit, MI 31/3/2018 – di Paolo Barone

3 Apr

Il nostro Polbi ogni tanto ci racconta i quadretti visibili dalla finestra che dà sul midwest americano. Oggi lo fa con fare più verace del solito, evidentemente a furia di stare nella motorcity lo spirito di Lester Bangs deve averlo definitivamente irretito. Ad ogni modo ecco le sue riflessioni a proposito del concerto degli Sleep avvenuto allo State Theater/Fillmore di Detroit pochissimi giorni fa.

E’ la notte prima di Pasqua, attraversata da un vento gelido respingente e affascinante al tempo stesso quando vengo a sapere che fra poche ore gli Sleep suoneranno allo State Theater qui a Detroit. Per una serie di piccole circostanze non avevo capito prima di questo concerto. Mi dicono che si doveva tenere originariamente al Sant Andrews Hall, uno spazio di medie dimensioni, ma che poi la richiesta dei biglietti e’ stata superiore alle aspettative e hanno deciso un paio di settimane fa di cambiare il posto. Si e’ creato quindi un piccolo vuoto di promozione, e forse per questo mi era sfuggito. Ci tengo molto a vederli, sono una delle pochissime band in circolazione che veramente vorrei vedere suonare, ogni anno sono di meno nella mia lista, e non dovrei lasciarmi piu’ sfuggire nessuna occasione. Decido cosi di unirmi a degli amici, e nonostante la forte richiesta, forse anche grazie al cambio di venue non ben comunicato, trovo senza difficolta’ un biglietto per parterre, valido anche per la balconata superiore. 35 dollari, nessun affanno, si vede che era destino che li vedessi stasera…

La fila per entrare, alle otto e mezza apertura delle porte, e’ impressionante. Fa il giro di tutto l’isolato, ordinata, calma, gelata. Non ci pensiamo nemmeno, e aspettiamo qualche minuto che scorra, nel tepore del bar del teatro. Ora non si chiama piu’ con il suo vero nome. E’stato rilevato e ristrutturato da quella che oggi e’ la catena Fillmore. Ce ne sono diversi in giro per gli States, ma qui tutti storcono il naso e continuano imperterriti a chiamarlo State Theater.

State Theater / Fillmore Detroit

C’e’ sempre stata una certa rivalita’ nemmeno troppo celata fra le due citta’. Mondi e modi opposti di essere parte dell’america rock. Il Fillmore e il sole della west coast da una parte, la Grande Ballroom e le catene di montaggio dall’altra. Mi viene sempre in mente la storia di Danny Fields della Elektra Records, che quando venne a mettere sotto contratto MC5 e Stooges, gli aprirono la porta di una casa occupata due tipi con i fucili in mano e le bandoliere di proiettili a tracolla. Veri. Non proprio il peace and love dei Dead nelle belle case colorate di Haight Ashbury. D’altronde in piena Summer of Love californiana, qui nella Motorcity l’esercito sparava contro la rivolta che incendiava i quartieri neri e poveri. E’ uscito un bel film di Katerine Bigelow proprio qualche mese fa a dare memoria di quel periodo. Un grande rimosso collettivo americano, che si cerca inutilmente di dissolvere nel calderone innocuo degli anni sessanta delle buone vibrazioni. Buone vibrazioni un cazzo, o perlomeno non come le intendeva chi gia’ allora cercava di farci un mucchio di dollari sui movimenti controculturali e antagonisti. Sarebbe stato interessante vedere una contaminazione positiva di queste differenti realta’, chissa’ come sarebbe stato e cosa avrebbe seminato. Gli MC5 sul palco di Woodstock con il loro programma delle White Panther, e John Lee Hooker che canta Motorcity is Burning dopo la Freedom ecumenica di Havens. Ma non e’ andata cosi, e forse non proprio per caso. Certi messaggi poco pacificati e ammaestrabili non hanno avuto vita facile in questo paese, e  per una sorta di destino incrociato ineludibile, sia la band di Fred Sonic Smith che gli Stooges dei fratelli Asheton sono naufragati in Inghilterra per emettere i loro ultimi, potentissimi quanto disperati ruggiti. Eppure queste due americhe, queste due anime non omologate fra l’epopea Kennedyana e il rutto Trump, continuano ad annusarsi. Sono in tantissimi per i californiani Sleep stasera, e ogni volta che una band di qui va da quelle parti trova sempre un misto di attrazione e diffidenza molto particolare e palpabile. Anche nel mondo globale social, la contaminazione fra questi due rami della famiglia e’ ancora una faccenda fisica in divenire.

Ma torniamo al concerto, agli Sleep e a quello che volevo dire di questa serata. Forse divago perche’ non e’ facile da descrivere. Uno show fatto di suono e presenza, non di canzoni e rock and roll. Ma proviamo ad andare per ordine. Intanto il palco. E’ un teatro antico, un Art Deco primi del novecento, molto ricco ma ancora privo dei deliri che vedi in altre strutture simili. Lampadari di cristallo, una bella cupola di vetri colorati, un senso di altezza non fastidioso. Il palco si vede bene da ogni prospettiva, e anche la balconata con i sedili di velluto non e’ male. Batteria al centro, un muro di Ampeg per il basso Rickenbaker di Al Cisneros, parata di Orange per la Les Paul di Pike, un microfono per il bassista e qualche pedale. La roba della opening band in prima linea. E’ strapieno, metallari veri e propri pochi, eta’ varia, atmosfera di attesa. Dietro i mixer ci sono due file rialzate di tavolini con servizio bar incluso per chi vuole spendere di piu’, sedie al parterre assenti, i fan veri sotto il palco. Ma c’e’ un certo spazio, ci si puo’ muovere tranquillamente e cambiare posizione anche durante il concerto. Un bar molto attrezzato qui, e due piccoli per ogni balconata. Il banco del merchandise e’ ricco di offerte, magliette di ogni tipo, poster, e quant’altro. Lo gestisce una ragazza da sola, e ha una fila ininterrota di acquirenti prima, durante e dopo lo show, che fa pensare al volume di dollari che puo’ produrre. Credo che la band andra’ via con un 30/40.000 dollari da questa data, e non e’ poi male considerando la proposta musicale non proprio per tutti. Apre la serata una terribile band di Metal occulto locale con tanto di violinista, per me oltre il limite di sopportazione. Il pubblico li accoglie bene, e anche i miei amici che come me li stanno schifando non sottraggono qualche applauso. Forse e’ proprio vero che Detroit sta cambiando… Finita la tortura la roba della band viene smontata rapidamente, e il palco resta per gli Sleep. Tre roadie sistemano le ultime cose, e parte dalle casse il nastro di una conversazione fra piloti di aerei…o qualcosa del genere, a volume alto, per una quindicina di ipnotici minuti. E’ un effetto molto particolare, straniante, perfettamente riuscito. Poi finalmente si spengono del tutto le luci in sala, e arrivano i nostri.

Sono tre presenze molto forti,  Al Cisneros al basso con la barba lunghissima perfetto nel rappresentare il lato spirituale di questo suono, Matt Pike come sempre imponente, a torso nudo ricoperto di tatuaggi, che con la Les Paul a tracolla impersona la materia pesante. Al centro Jason Roeder, molto teatrale e solenne nel modo di suonare la batteria.

Sleep

Hanno creato un suono negli anni novanta underground, e poi dopo tre album sono andati via. Cisneros con i suoi Om a seguire percorsi mistici e psichedelici, Pike nei vortici oscuri degli High on Fire. Ma quel suono, l’idea Sabbath rallentata in fiumi di oppio e bong di erba, e’ andato avanti in altre incarnazioni, gettando le basi del Doom Metal odierno e di altre derive piu’ sperimentali. Nuove generazioni hanno guardato indietro e si sono innamorate di quei dischi cosi particolari, Holy Mountain e Dopesmoker sono stati ristampati da altre label, della band si e’ sempre continuato a parlare, finche’ addirittura il New York Times ha dedicato un lungo articolo all’esperienza di ascolto di Dopesmoker. Era possibile ma non scontato che gli Sleep tornassero in pista, e quando e’ avvenuto qualche anno fa e’ stato un vero trionfo, sold out a raffica ovunque. Il concerto di stasera non presenta nulla di inatteso, ed e’ una benedizione per tutti i presenti. Volevamo questo, un ora e passa di totale stordimento ipnotico nei loro riff ossessivi. Un esperienza quasi mistica, resa ancora piu’ potente dal volume del live e dal fatto di condividerla in tanti…ogni tanto prendevamo respiro fra un brano e un altro, ci guardavamo felici dicendoci “che bello…” e poi via di nuovo nei vortici cosmici, a seguire le carovane del deserto di guerre stellari, a scalare infinite montagne sacre Lovecraftiane. Una vera goduria per gli appassionati, probabilmente un rompimento di coglioni micidiale per chi era venuto senza essere preparato, magari al seguito di qualche amico. Ne ho visti diversi andarsene al bar perplessi, o accasciati sulle poltrone, mentre quello seduto accanto ondeggiava la testa rapito ad occhi chiusi.

Ma non credo che nessuno con gli Sleep stasera possa rimanere nel mezzo. O ti piacciono, e allora quando finisce ne vorresti ancora per ore, oppure dopo il primo pezzo era meglio che te ne andavi a casa, che di spostamenti nel sound della band ce ne sono zero o nulla.

Io faccio parte del primo gruppo, ho salutato a mani congiunte Cisneros dopo che aveva lasciato il basso in feedback per ritirarsi dietro le quinte, che gli Sleep bis non ne fanno.

Fuori c’era sempre il fumo dai tombini, il vento gelido, Detroit, Trump, il sassofonista che chiedeva gli spicci, e questo Midwest di merda che ti fa venire ancora piu’ voglia di unirti agli Sleep e cantare la nenia ossessiva “ Drop Out of Life with Bong in Hand…” e vaffanculo a tutto.

©Paolo Barone 2018

 

FABRIZIO DE ANDRE “Principe Libero” (2018 Nexo Digital-ITA) – di Paolo Barone

7 Feb

Il nostro Polbi ci parla del recente bio-pic (il film biografico insomma) su Fabrizio De André.

Come accade sempre piu’ spesso, e’ stato presentato nelle sale cinematografiche Principe Libero, telefilm che verra’ trasmesso a breve su Raiuno. E’ stato programmato solo per due giorni in molti cinema su tutto il territorio nazionale, e qui a Roma e’ andato tutto esaurito praticamente ovunque.

Da grande fan di De Andre’ non potevo mancare, ed essermi ritrovato con tutta quella gente mi ha fatto particolarmente piacere. E’ un prodotto in fin dei conti ben fatto, racconta se pur parzialmente e con le dovute censure in stile Rai, la vita drammatica e ribelle di Faber, riuscendo a farsi seguire senza particolari cadute di tono per ben tre ore e venti.

E’ stato messo insieme dallo stesso gruppo che aveva lavorato alla Meglio Goiventu’, e forse ne rispecchia pregi e difetti. La storia parte subito con il sequestro di Fabrizio e Dori Ghezzi, per poi ripartire dalla gioventu’ di De Andre’ e andare avanti fino alla fine seguendo il passare del tempo.

Gli attori sono tutti convincenti, e alcune ricostruzioni decisamente notevoli. La musica, logicamente presente, si incastra perfettamente e con buona precisione cronologica al racconto biografico, lasciando le canzoni originali a fare da colonna sonora, mentre vanno in stile cover quelle cantate durante il film. Un effetto alla fine godibile e non troppo forzato.

Delle tante storie che hanno solcato i sessanta intensi anni di vita del nostro (lascitemelo dire) maggiore cantautore nazionale, la parte relativa alla storia d’amore con la prima moglie e poi con Dori Ghezzi, che fortemente ha sostenuto questo progetto, la fa nettamente da padrone. Una scelta funzionale per un prodotto televisivo Rai, ma forse anche il limite maggiore di Principe Libero. I rapporti con il padre e il fratello vengono raccontati molto bene, cosi come la sua amicizia con Paolo Villaggio e Luigi Tenco. Purtroppo pero’, altri aspetti piu’ scomodi della vita di De Andre’ vengono in qualche modo edulcorati e disinnescati. Ecco che per esempio lo si vede frequentare le prostitute della Genova vecchia, ma si sorvola sul fatto che per un periodo della sua giovinezza lui avesse convissuto con una Bocca di Rosa, facendosi di fatto mantenere. Oppure che avesse avuto molte storie, anche cosi importanti da ispirare canzoni memorabili, prima, durante e dopo i suoi due matrimoni. Per non parlare della quasi totale assenza del Fabrizio De Andre’ piu’ politico, militante anarchico da sempre vicino alle vicende della sinistra extraparlamentare italiana, in particolare con quelle dell’area libertaria. Certo, l’impronta sociale e politica del suo lavoro traspare comunque, ma senza riferimenti precisi.

Stessa cosa le sue collaborazioni, parte fondamentale di tutto il suo precorso artistico, non vengono per nulla rappresentate, se non, sorprendentemente, quella con Riccardo Mannerini, poeta anarchico non vedente genovese. Insieme scrissero gran parte di Tutti Morimmo a Stento, forse il disco piu’ cupo e duro di tutta la discografia italiana, una collaborazione senza dubbio importante, ma non si capisce come si sia potuto non nominare quella con Giampiero Reverberi, o il lavoro fatto con Mauro Pagani che ha portato la fama di De Andre’ in giro per il mondo.

Luca Marinelli a mio parere risulta tutto sommato credibile nel suo ruolo, impressionante in alcuni passaggi la somoglianza fisica, meno il portamento e il modo di fare, mentre purtroppo la voce, sia il tono che la cadenza, che tanto caratterizzavano Fabrizio, non potevano essere riprodotte.

Ma in fin dei conti la storia si fa seguire, e ci regala dei momenti molto emozionanti. Mi viene da pensare a come la prenderebbe lui, Faber, questa biografia.

Credo si sarebbe incazzato, ma questo direi anche che sarebbe potuto accadere con tutte le molteplici iniziative, che in questi quasi venti anni dalla sua morte, hanno celebrato la sua musica e la sua vita. Il tempo passa e la statura di Fabrizio De Andre’, come uno dei protagonisti della cultura italiana del secolo scorso, continua a crescere. E fosse anche che magari guardando il film in televisione qualcuno possa scoprire il valore del suo lavoro, e’ comunque una buona notizia.

©Paolo Barone – febbraio 2018

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