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Rotolacampo Blues (You Don’t Know What Love Is)

26 Apr

La traduzione più comune di tumbleweed in italiano è rotolacampo: quella pianta secca, iconica dei film western, che il vento sospinge in lande desolate. Un groviglio di sterpaglie rinsecchite che rotola senza meta…

Ecco, a volte rotola anche nella mia maruga: grovigli di pensieri secchi, trascinati via dal vento del blues.

Tumbleweed – Foto di Luismi Sánchez su Unsplash

E dire che è primavera: il tepore delle prime giornate assolate, le geometrie dei sentimenti che provo a mettere in ordine — forse per la necessità di misurare lo spazio del mio animo —, quella sensazione quieta di benessere mentre mi lascio scaldare dai primi soli e da our house is a very, very, very blues house, with three cats in the yard, life used to be so hard …

Three cats in the yard – Domus Saurea tardo aprile 2026 – foto Tim Tirelli

Le domande su cui inciampo sempre — cosa ci faccio su questo pianeta, da dove vengo, dove sto andando — attenuano il loro peso specifico, quando non lo fanno, mi affido all’immancabile Warren Zevon.

Stavolta lo faccio con la sua versione del 1990 dello standard jazz “You Don’t Know What Love Is”, scritto nel 1941 da Don Raye e Gene DePaul, che Zevon registrò per la colonna sonora del film Love at Large.

Nella sua lettura, la voce inconfondibile si posa sulla malinconia della ballata come una luce crepuscolare: un canto di amori perduti, di ferite che non si rimarginano, di verità apprese lungo la strada polverosa del blues.

E le prime due righe del testo sono, in fondo, il vero claim di questo blog.

You don’t know what love is
Until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you had to lose
You don’t know what love is

You don’t know how lips hurt
Until you’ve kissed and had to pay the cost
Until you’ve flipped your heart and you have lost
You don’t know what love is

(inserisco il file musicale perché il link a Youtube non è disponibile per questo brano)

Lo Zevon di quegli anni (foto: autore sconosciuto)

Mi piace l’immagine che Warren Zevon aveva in quegli anni: uno sguardo ironico ma più scavato rispetto ai ’70, un’immagine meno “rockstar” e più da autore notturno, disincantato. In questi ultimi tempi lo sento molto vicino: le affinità elettive che mi arrivano attraverso le sue canzoni sono fortissime.

Laggiù, negli anni Settanta, preso com’ero dal Rock britannico, non gli diedi il peso che meritava. Certo, sentivo che i suoi singoli del 1978 erano formidabili; e che brani come Frank and Jesse James e Carmelita — dall’album Warren Zevon del 1976— mi arrivavano – tramite le radio libere –  dritti al cuore. Ma con pochi mezzi a disposizione, tutto quello che avevo era una musicassetta C60. Eppure, sul finire della gioventù e con l’età adulta, il cosiddetto rock americano si è preso la sua rivincita dentro di me, trasformando Zevon in un punto di riferimento assoluto.

Rimango ancora una volta sorpreso dall’enorme potere che la musica (Rock) ha su di me: anche oggi, da uomo di un’(in)certa età, trovo a tratti incredibile esserne così soggiogato.
Stamattina, prima di uscire, ascoltavo i Santana al Bottom Line di New York, nel 1978: il tour era quello di Inner Secrets, buon disco, forse non leggendario, ma capitolo importante della mia vita. Ero rapito dall’immaginare la chitarra di Carlos Santana e il resto del gruppo in quel locale medio piccolo— quattrocento posti — e, quando è arrivato il momento di uscire di casa, mi è sembrato di essere strappato dal grembo materno.

È successo di nuovo poco dopo, in macchina: nell’abitacolo risuonava Even in the Quietest Moments… dei Supertramp e, al momento di scendere dalla Sigismonda — la Bluesmobile — una forza sconosciuta sembrava trattenermi.

Ricordo gli sguardi teneri e sorpresi di mia madre: “Mo’ Piròn (vezzeggiativo tipico dell’Emilia centrale che fu), mai avrei pensato che saresti diventato un cappellone appassionato di musica rock…”.
Eppure l’amore per la musica lo devo a lei: lei che suonava il pianoforte, lei che mi fece scoprire Henghel Gualdi, Glenn Miller, Benny Goodman; lei che mi regalava libri sul jazz.

Il prossimo mese saranno trentaquattro anni da quando se n’è andata… ma grazie anche alla Musica la porto sempre con me.

Tim & Mother Mary settembre 1991

_LEGBA AT THE CROSSROADS

Riguardo, in una domenica pomeriggio di questo aprile, il film del 1986 Crossroads (titolo italiano Mississippi Adventure).
Sebbene sia un film molto anni ’80, resta uno dei miei cult movie. D’altra parte Walter Hill è uno dei miei registi preferiti —  I guerrieri della notte /The Warriors 1979 – I cavalieri dalle lunghe ombre / The Long Riders 1980 – I guerrieri della palude silenziosa / Southern Comfort 1981 anyone?

La storia si arrampica sulla leggenda del nostro padre putativo Robert Leroy Johnson, colui che avrebbe venduto l’anima al diavolo al crocicchio per diventare il grande chitarrista che era. Tutte balle, ovviamente: Johnson era un musicista erudito, oltre che straordinariamente talentuoso, a dispetto del mito.

Eugene Martone (interpretato da Ralph Macchio), studente della Juilliard School ossessionato dal blues, libera l’anziano Willie Brown (Joe Seneca) da un ospizio per accompagnarlo nel Mississippi. Il viaggio si trasforma in un duello soprannaturale contro il Diavolo — chiamato Scratch — e il suo chitarrista Jack Butler, interpretato da Steve Vai: Eugene dovrà sfidarlo per salvare l’anima di Willie. Colonna sonora ovviamente di Ry Cooder — giù il cappello e tutti in piedi.

Il film non fu un grande successo commerciale, ma col tempo è diventato un vero cult, soprattutto tra musicisti e appassionati di blues: da una parte un incasso modesto (circa 5,8 milioni di dollari), dall’altra un impatto culturale enorme nel suo ambito.

Eppure, riguardandolo per l’ennesima volta, ciò che mi colpisce di più è una battuta. Quando Willie Brown chiede a Legba — il Diavolo — di stracciare il contratto con cui ha venduto l’anima, deluso dal successo mancato, Legba risponde: “niente riesce bene come vorremmo nella vita”.

Già.

Legba – da Crossroads 1986 (Mississippi Adventure)

_AUTOFFICINA BLUES

Borgo Massenzio, di prima mattina. Autofficina, cambio gomme.
Prima di me arriva un uomo  oltre la mia età: entra come se fosse casa sua, con fare risoluto. Lancia le chiavi al primo meccanico che incontra e, in un misto di italiano essenziale e dialetto reggiano, snocciola gli interventi da fare — probabilmente già concordati al telefono.

Mi colpisce: diretto, senza fronzoli, senza bisogno di bon ton. Capelli vagamente lunghi, ricci, di un biondo che sfuma nel bianco, radi.

Io mi avvicino con più cautela. Il titolare mi intercetta: “Oh, ciao Tirelli, sei qui per il cambio gomme…”.
Buongiorno Simone, sì. Come d’accordo aspetto: faccio un salto qui vicino a fare colazione, ci vediamo tra mezz’ora, va bene?”.

Quattro passi ed entro al Dolcetto. Cornetto alla marmellata di albicocche, cappuccino e la Gazza. Le ultime sulla mia squadra del cuore: i soliti sospiri d’amore, le solite insicurezze. Ho già promesso che, se ci faremo scappare questo campionato, la smetto col football.

Ringrazio, saluto, esco. Una passeggiata lungo la via principale di Borgo Massenzio, prima di tornare in officina.
Da una frazione non ci si aspettano architetture memorabili; eppure alcuni casolari, e una vecchia villa di un tempo che fu, hanno senza dubbio il loro perché. Senza parlare del dancing all’aperto di un vecchio circolo ARCI, che profuma di Emilia profonda.

In attesa che mi riconsegnino la Sigismonda, resto ancora un po’ immerso nel mondo degli uomini che gravitano attorno alle autofficine, o alle fabbriche lì intorno. Adulti che si incrociano per lavoro, che si salutano senza fronzoli, senza frizzi e lazzi: uomini fatti, apparentemente adeguati alla vita.

Io resto ai margini di quel mondo. Certo, a volte non sono un tipo facile nemmeno io; ma, pieno di domande, di dubbi, di nidi di stelle, mi sento ancora un ragazzino incerto sul da farsi, pur con tutto il chilometraggio blues che mi porto addosso.

MUSICA ROCK

_MAGI (nuovo gruppo Rock della Florida)

Mi scrive Beppe Riva, rock scriba extraordinaire e amico personale, per chiedermi cosa ne penso dei MAGI, nuovo gruppo Hard Rock/classic Rock della Florida, e del loro zeppelinismo.

 

Mi baso sull’ascolto di Seventeen Music e Highway Blues. Per me il discorso è sempre lo stesso: mancano i pezzi. I due brani si rifanno a un songwriting generico che, forse tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, poteva suonare come una novità; oggi, invece, significa rinchiudersi nel recinto delle giovani band che scimmiottano i grandi gruppi dell’epopea del rock.
Chiaro: l’iconografia c’è, le chitarre splendono e il cantante — Gennaro Russo — ricorda Paul Rodgers nel periodo 1971-72 (si veda la foto in basso a destra sul retro di Free at Last)

FREE – Free at Last 1972 –

e un certo modo di interpretare il rock mi arriva forte e chiaro: sono segnali che non riesco a ignorare. Ma vorrei di più.
È troppo facile impostare le strofe dei due brani di riferimento su un solo accordo (o poco altro) e cantarci sopra: manca la scintilla compositiva, e la linea melodica ricorda centinaia di altri pezzi.
Servirebbe maggiore attenzione al songwriting e meno al look anni Settanta, che va benissimo — sia chiaro, ci sono cresciuto — ma non è sufficiente. Detto questo, Highway Blues rimane degno di nota, non dico di no, la carica è quella giusta, passaggi godibili e approccio sicuro, un buon Rock giovanile con dosi di onestà.
Ultima nota: trovo il batterista insopportabile. Non mi interessa che sia bravo, né che si ispiri a Mitch Mitchell; ciò che conta deve essere il brano. E non stare mai fermo, essere continuamente impegnato in orpelli e figure inutili è deleterio.

Capisco tuttavia che la giovane età, il testosterone e il poco chilometraggio possano giocare brutti scherzi. D’altra parte, non tutti hanno avuto un Jimmy Page che, agli inizi dei Led Zeppelin, diceva a John Bonham “keep it simple”, per contenerne l’impeto, né un Peter Grant che un giorno gli mise le cose in chiaro: “ragazzo, o fai quello che dice Jimmy o sei fuori dal gruppo”.

Ogni tanto, infatti, è doveroso tenere il ritmo, restare su rullante e charleston, seguire il groove del gruppo, fare cose semplici e magari tirare leggermente indietro: giocare tra le pieghe del tempo e fare l’opposto di quanto fanno molti gruppi metal e heavy rock, che tendono invece a spingere in avanti.

In assoluto, occorre restare in quella zona invisibile in cui rullante e cassa si incastrano perfettamente con basso e chitarre, creando un vero senso di groove. Per essere chiari: non bisogna stare in anticipo sul metronomo. Il rullante deve cadere sul click, mentre il groove generale si adagia comodamente nel tempo.

Poi, per come la vedo io, il massimo è attenersi al concetto di “lay back”, cioè suonare “indietro”. Il batterista non dovrebbe sempre colpire il rullante esattamente insieme al click, ma appena dopo, creando una sensazione di rilassamento — o meglio, di umanità — anche nei pezzi più veloci.
In sostanza, la cassa mantiene la precisione sul battere, mentre il rullante (sul 2 e 4) viene ritardato in modo impercettibile. Questo, almeno per me, è godimento puro: è musicalità, è amore profondo per la musica rock.

Intendo questo:

oppure questo (volendo evitare l’esempio più scontato, ovvero When The Levee Breaks”)

GATTI

Nome: Nala

Famiglia di appartenenza: Beppe Riva

Regione: Lombardia

Musica preferita: Hard & Heavy

Nala – fa parte della famiglia di Beppe Riva

Nala – fa parte della famiglia di Beppe Riva

PLAYLIST

Neil & Stephen 1976 (The Stills-Young Band)

Fogerty & the boys 1969

Graham Nash & David Crosby 1972

Jan Hammer Group 1976

Knopfler 1983 – soundtrack

Zimmerman 1966.

 

Joni 1974.

 

David Jones 1970

 

CONCLUSIONE

Festeggio la Festa della Liberazione con un buon pranzo e un brindisi a ciò che fu: la fine della guerra, i partigiani, i padri costituenti, la democrazia, la Liberazione dal nazifascismo.
In tempi come questi, è bene ricordarlo — e ribadirlo.

 

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre
L’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre
L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste
Viva l’Italia, l’Italia che resiste

Un tempo perduto, oltre il ricordo

7 Apr

Per ricordarmi chi sono, torno al Museo Cervi di Campegine, in piena campagna reggiana. Accompagno la mia amica Taras uagnedda, e sua figlia Mari, che considero mia nipote, insieme ad alcuni loro amici. Entrambe sono desiderose di toccare con mano la storia di questa famiglia, simbolo dell’Emilia e dell’Italia intera.
Come ogni volta, ripercorrere la storia di questa famiglia e riviverne i luoghi è profondamente toccante.

Museo Casa Cervi – marzo 2026 – foto Tim Tirelli

Verso sera ritorniamo a Regium Lepidi per una capatina al Piccolo Teatro dell’Orologio, un teatro off della città, dove stasera va in scena Ilva Football Club.
Progetto vincitore del Bando CURA 2022, lo spettacolo racconta la storia di una città sacrificabile — oggi Taranto, ma domani potrebbe essere un’altra — attraverso la metafora sportiva, la poesia delle immagini e la verità delle testimonianze. Un modo per mostrare che tutto questo ci riguarda molto più di quanto immaginiamo.

Uno spettacolo incredibilmente coinvolgente, con attori davvero bravi: da non perdere.

ILVA-FOOTBALL-CLUB (Pietro-Pingitore)

 

Teatro Piccolo Orologio RE – Ilva Football Club – 28-03-2026 – foto Tim Tirelli

 

DALLA FINESTRA

23 marzo 2026

Nel pomeriggio diventa chiaro il risultato del referendum sulla giustizia: il NO raggiunge quasi il 54%, segnando una vittoria netta della coalizione d’opposizione.
Sento Lucia, 85enne figlia dell’Emilia rossa di un tempo — e madre della “Yamaha Girl” — esclamare in dialetto stretto: «Stasìra a tir fòra al bròd e a fàg i caplèt»…
Questa sera tiro fuori il brodo e faccio i cappelletti. Vamolà.


Honky Tonk Train Blues: the young woman blues

Un giorno qualunque in treno. Dietro al mio posto ci sono una madre e una figlia — quest’ultima deve essere una millennial — che discutono. Non vorrei farmi i fatti degli altri, ma, pur parlando a sottovoce, il tono mi arriva distintamente.

Da quello che riesco a cogliere, la figlia è irrequieta: ha qualche grillo per la testa, mette in dubbio il suo mondo attuale, la sua vita, e cerca comprensione nella madre. Quest’ultima sembra non capire — o forse sceglie di non farlo — e le dice: «Devi tenere duro, devi investire sulla tua famiglia… ma cosa vuoi di più? Hai un marito, una figlia (o un figlio, non colgo bene), un buon lavoro».

La figlia ribatte, prova a spiegarsi. Sembra una che guarda lontano, oltre le colline, una che non vuole lasciarsi addomesticare. Poi però desiste, di fronte all’incomprensione della madre.

Il treno intanto arriva a Mutina. Mi alzo; loro restano sedute e proseguono verso Bononia. Mentre mi aggiusto la messenger e mi infilo lo zaino, do una fugace occhiata: entrambe guardano in silenzio fuori dal finestrino. La figlia, per un istante, incrocia il mio sguardo… ha lunghi capelli scuri, bei lineamenti e un trucco deciso che qualcuno potrebbe trovare irresistibile. Sembra sapere il fatto suo, ma probabilmente è attraversata da inquietudini.

Mi verrebbe da dirle: “Hold on tight, baby, and believe… though the course may change sometimes, rivers always reach the sea”. Ma ovviamente me ne guardo bene. Accenno a un sorriso; lei, in qualche modo, ricambia.

Sì, ormai ne sono certo: dev’essere una donna di blues.

foto ardalan hamedani (unspash)

Playlist

Mi accorgo che la playlist preferita del mio giovane collega e amico TG è costruita attorno alla selezione, accuratamente organizzata, dei brani musicali che di volta in volta pubblico qui sul blog. Ha persino inserito una mia foto a corredo.

Rimango stupito; tuttavia, a ben pensarci, ho anche altri colleghi e amici — come Steve Crickets, Franci Flakes e Marcy Tin — che pretendono che ogni giorno io dia loro la “canzone del giorno” da aggiungere alle rispettive playlist.

Ormai sono un influencer.

LA MUSICA ROCK

I Taxology sono un gruppo le cui colonne, Andrea Rizzi e Giuseppe Bitonte, hanno appena 19 anni, eppur sono capaci di esordire con un singolo come questo … orchestrazioni, psichedelia, strumenti veri … sono colpito. Le influenze sono chiarissime, ma i due giovani musicisto riescono a metterci del loro (o dell’oro). Ne riparleremo quando uscirà l’album.

PLAYLIST

Zevon nel 1976

Jay Buchanan (cantante dei Rival Sons) e la sua bellissima Tumbleweeds dal suo album solista del 2026

Inedito dal cofanetto del primo album degli Aerosmith uscito da poco

Dal box set appena uscito di Queen II – live al Rainbow di Londra marzo 1974 …pezzo di Brian May.

Solo Monk 1965

 

FINALE

In pausa pranzo vagabondo per Mutina alla ricerca di anfratti che suggestionino il mio animo. Sarà per questo che finisco spesso per battere via Fosse, che prende il nome dalle antiche strutture difensive della città, in particolare dai canali e dai fossati che un tempo circondavano le mura medievali.

Quest’area riflette la complessa rete di acque che caratterizzava la Modena ducale, fondamentale sia per la difesa sia per le attività artigianali, poi interrate o trasformate in strade nel corso dei secoli.

Ne colgo, ovviamente, gli aspetti più blues e così mi preparo alla Pasqua.

Mutina via Fosse marzo 2026 foto Tim Tirelli


Pasqua Blues

Parlo ovviamente di una Pasqua laica, giusto: la Pasqua cade in primavera, periodo in cui la natura “rinasce”. In una lettura laica rappresenta i nuovi inizi, il cambiamento e il lasciare il passato alle spalle. È un momento ideale per riflettere su cosa vogliamo far rinascere nella nostra vita…

E io vorrei far rinascere il giorno in cui sono andato dalla Pina al Disco Club — storico negozio di dischi di Modena che ho frequentato fin da bambino — e ho chiesto il primo dei Bad Company. Avevo preso da poco Straight Shooter (il miglior album hard rock dopo Physical Graffiti!) e non vedevo l’ora di approfondire.

In quel momento i Bad Company erano tutto per me: altro che la pheega… il Rock, i Bad Company, cazzo!

Hmm, hmmI live my life the way that I chooseI’m satisfied nothing to lose
I don’t ask no favorI don’t know the reason whyIf I don’t ask no questionsI, I don’t get no liesI don’t get no lies
 

Sarà anche una Pasqua blues, ma davanti alle lasagne, ai cappelletti, agli arrosti (sì, lo so: dovremmo mangiare meno carne) e alla zuppa inglese preparata da Lucia — madre dell’umana con cui vivo — mi ringalluzzisco non poco. L’Emilia corre sempre in soccorso.

L’Emilia… ogni volta che la penso, rifletto su quanto mi dice Polbi: questa fetta di pianura in cui spendo la vita è per me ciò che Providence è stata per Howard Phillips Lovecraft. Il “Solitario di Providence” ha vissuto e lavorato quasi interamente nella sua città natale, nel Rhode Island, traendone un immaginario potentissimo: strade, architetture e memorie urbane diventano lo sfondo cupo dei suoi racconti, alimentando atmosfere gotiche, storiche e profondamente inquietanti.

Pasquetta, invece, la passo in compagnia del mio pard chitarristico, l’amico e guitar player extraordinaire Lorenz Mocali. Danelectro, Gibson, Marshall Bluesbreaker… musica celestiale per le nostre anime.

Lorenz alla Domus – aprile 2026 – Foto Tim Tirelli

Quando il sole comincia a pensare di chiudere la sua giornata, contemplo le lunghe ombre dei frassini della Domus…

Frassini – Domus Saura aprile 2026 – foto Tim Tirelli

…e il placido sonno del gatto Honecker che, dopo una giornata passata a perlustrare i suoi territori, cade come una pera cotta tra le braccia di Morfeo.

Il sonno dei giusti – il gatto Honecker aprile 2026 – foto Tim Tirelli

L’umore non è male: giorni piuttosto sereni, questi ultimi tre. Tuttavia mi viene naturale riflettere ancora una volta sulla vita, sul mondo, sui colori pastello del mio animo irrequieto. E allora non posso fare a meno di allinearmi ai sentimenti di Guardiaparco Lupo… va beh, Varenne Zivotofsky — insomma, Warren Zevon — perché è proprio così: i giorni che scivolano via, tutti noi che sospiriamo “avrei dovuto, avrei dovuto…” e io, che mai avrei creduto di restare così solo, dopo un tempo così lungo, interminabile… un tempo perduto, oltre il ricordo.

ACCIDENTALLY LIKE A MARTYR
words and music Warren Zevon

The days slide by
Should have done, should have done, we all sigh
Never thought I’d ever be so lonely
After such a long, long time
Time out of mind

 

TT’s SCHOOL OF ROCK XV: Ivan Graziani

5 Apr

Quindicesima School of Rock, quella dell’equinozio di primavera del 2026, e dunque — qui faccio il solito copia-incolla — ritrovo in stile “dopolavoro” nei locali dell’azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB, eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi colleghi che, con dedizione e passione, si assiepano — dopo l’orario di lavoro, appunto — nella mia amatissima Sala Blues (“where the dreams come blue”), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.

Stasera ci si sposta nella periferia della musica rock: si cercherà di capire se una lingua romanza come l’italiano possa sposarsi con il rock, genere forse più adatto a lingue gutturali di stampo nord-europeo. Si parla infatti di Ivan Graziani, cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato che, con la sua chitarra, ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella sala silenziosa e preparare LP e CD.

Sala Blues – 2025 foto Tim Tirelli

 

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani – 2026-03-18 – Foto Siuviu Zanzi

Inizio con un’introduzione forse bizzarra, ma legata a un argomento che mi sta particolarmente a cuore, e dico ai miei colleghi:

Pensate se negli Stati Uniti non si fosse parlato inglese. D’altra parte Cristoforo Colombo era italiano, la spedizione che guidava era spagnola e i francesi controllavano una buona parte del Nord America.

I discendenti degli schiavi avrebbero cantato il blues in un’altra lingua. E il blues — da cui, in fondo, discendiamo tutti — avrebbe preso una strada diversa, cambiando forse l’intera musica occidentale.

Gli oscuri dischi di blues rurale, invece di approdare nei porti britannici, sarebbero arrivati a Napoli, Genova, Venezia, Palermo, Ravenna. Se negli USA si fosse parlato, ad esempio, italiano, quei dischi — proprio come accadde nel Regno Unito — avrebbero influenzato musicisti che, nel loro contesto storico, avrebbero scritto pagine leggendarie del rock.

Avremmo avuto i “Rosa Grigio” (Floyd e un nome di persona che significa Grigio appunto), i “Genesi”, lo “Zeppelin di Piombo”, le “Pietre Rotolanti” (ovvero i Vagabondi), “D’Emeri, Lago & Palmieri”, “Le Pistole del Sesso”, “Lo Scontro”, “La Divisione della Gioia”, “I Lisetta la Magra” (i Thin Lizzy) … I Metallica, quelli sì, li avremmo avuti comunque.

E invece di cantare la prima immortale frase rock dei Led Zeppelin — “It’s been a long time since I rock and rolled” — avremmo urlato: “È passato molto tempo da quando faccio rock’n’roll”. Oppure in francese, spagnolo, portoghese…

L’inglese è sintetico, certo. Ma è davvero un vantaggio? Il mondo non sarebbe migliore se, negli scambi tra scimmie evolute quali siamo, usassimo una lingua romanza, più sinuosa, più coinvolgente, più umanista?

Certo, il rock sarebbe stato diverso. Un conto è nascere in un luogo duro come l’Inghilterra industriale e crescere a Birmingham, arrivando a creare sonorità pesanti come quelle dei Black Sabbath o di “Immigrant Song”; un altro è vivere nei quartieri operai e piovosi di Seattle e sviluppare il grunge, quella musica tormentata, strascicata e slabbrata.

Ma se sei nato in Italia, magari in una mattina di maggio, con una chitarra in mano su una spiaggia come Cala Brandinchi… beh, difficilmente creeresti una musica cruda e distorta. Forse il rock nelle lingue romanze avrebbe avuto sfumature mediterranee, pur mantenendo l’anima del blues.

E allora, con questa quindicesima puntata, proviamo a capire se il rock abbia senso anche in italiano.

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani – 2026-03-18 – Foto Siuviu Zanzi

A questo punto inizio a parlare di Ivan, basandomi anche su un mio articolo scritto molti anni fa per il primo numero della rivista Classix!.

Cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato, Ivan Graziani, con la sua chitarra, ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

Non è semplice parlare di un personaggio come Graziani in un contesto ad alta gradazione rock come questo. Si corre il rischio di confondere gli ascoltatori meno preparati, che magari lo ricordano per qualche discutibile apparizione televisiva, alle prese con canzoni non proprio memorabili. Graziani, invece, è stato soprattutto un autore originale e un chitarrista sopraffino: uno che ha innestato nel grande albero del rock rami capaci di produrre frutti saporiti e profondamente autoctoni.

Nato nell’ottobre del 1945 a Teramo, dimostra fin da piccolo un’attrazione irresistibile per la musica. Intorno agli undici anni inizia a suonare la chitarra e, non ancora maggiorenne, entra già nell’orchestra di Nino Dale — figura storica del giro musicale teramano — con cui comincia a esibirsi anche in tournée in Tunisia.

Nei primi anni Sessanta si diploma in arti grafiche a Urbino e proprio lì fonda il suo primo gruppo, l’Anonima Sound.

Nell’ottobre del 1966, a pochi anni dalla nascita, l’Anonima Sound viene notata dall’entourage di Gianni Morandi, che segnala il gruppo a un impresario. Nel 1967 esce per la CBS il 45 giri “Fuori piove” / “Parla tu”, che ottiene un ottimo riscontro, arrivando a vendere circa 175.000 copie. Seguono altri tre singoli, fino al 1970, quando Graziani è costretto a lasciare il gruppo per il servizio militare.

Tra i suoi primi lavori solisti, ancora acerbi ma già indicativi, si possono citare Tato Tomaso’s Guitar, Desperation e La città che io vorrei. Il vero punto di svolta arriva però nel 1975.

In quell’anno il musicista avvia una collaborazione con la Premiata Forneria Marconi, arrivando a sfiorare l’ingresso nella formazione, reduce in quel periodo da un importante tour negli Stati Uniti. L’ingresso non si concretizza, ma Graziani lascia comunque il segno, firmando il brano “From Under”, incluso in Chocolate Kings, uno degli album più significativi della band.

Sempre nel 1975 partecipa alle registrazioni di La batteria, il contrabbasso, eccetera di Lucio Battisti e, incoraggiato dallo stesso Battisti, incide Ballata per quattro stagioni.

Con Ballata per quattro stagioni (1976) inizia a definire il proprio stile, che prende però pienamente forma con l’album I lupi (1977). Da questo disco emergono tre brani simbolo — “Motocross”, “I lupi” e “Lugano addio” — che ne delineano chiaramente l’identità: testi originali e mai banali, radici salde nel rock e un chitarrismo personale e dinamico.

L’album raggiunge la sedicesima posizione nella Hit Parade italiana e rimane in classifica per 38 settimane. Il singolo “Lugano addio” arriva fino alla diciannovesima posizione nella classifica dei singoli.

È comunque con Pigro (1978) che Ivan Graziani entra nell’empireo dei beati — o dei dannati, a seconda dei punti di vista. L’album rappresenta uno degli esempi più fulgidi di rock elettroacustico, arricchito da testi amari e sarcastici di un livello tale da mettere in ombra gran parte della produzione contemporanea.

“Pigro”, “Paolina”, “Sabbia del deserto”, senza dimenticare la dolente delicatezza di “Scappo di casa” e l’immortale rock-blues di “Monna Lisa”.

I suoni sono curatissimi: l’uso della chitarra acustica è magistrale, così come gli interventi di elettrica, sempre misurati e perfettamente funzionali al brano.

Il disco ottiene anche un importante riscontro commerciale e consacra Graziani come uno degli artisti di punta del periodo. Entra nella classifica degli album italiani raggiungendo la quindicesima posizione e si mantiene tra i dischi più venduti dell’anno, segnando uno dei suoi primi grandi successi in termini di vendite su LP.

A questo punto faccio ascoltare alcuni brani:

 

Proseguo raccontando che l’anno seguente esce Agnese dolce Agnese (1979), che, insieme a Pigro, rappresenta uno dei due vertici assoluti della produzione di Ivan Graziani.

Nelle interviste di quegli anni Graziani cita spesso Jimi Hendrix e i Led Zeppelin — oltre agli amatissimi The Beatles e Creedence Clearwater Revival — e non a caso alcuni brani riflettono chiaramente quel tipo di approccio.

“Veleno all’autogrill”, ad esempio, si regge su uno squisito giro rock-blues che fa da base ideale a un testo, come sempre, arguto e originale.

Lo stesso vale per “Dr. Jekyll & Mr. Hyde”, il cui riff dovrebbe far parte del bagaglio di ogni chitarrista nostrano.

Ogni episodio di Agnese dolce Agnese meriterebbe un’analisi approfondita: dalla storia sulfurea de “Il prete di Anghiari” — con quello splendido riff che sottolinea le parti più tirate — alle trame acustiche di “Taglia la testa al gallo”; da “Modena Park”, tenera dedica “liberal”, quasi una San Francisco del 1967 in versione italiana, alla città che per prima seppe accogliere Graziani, fino a “Canzone per Susy”.

“Fuoco sulla collina” merita forse un discorso a parte, tanto è ricca di atmosfere: l’arpeggio iniziale crea una nebbia densa e misteriosa, che si apre in passaggi lievemente progressive, mentre il testo — più allusivo rispetto ad altri — invita a una riflessione più profonda.

L’album contiene naturalmente anche “Agnese”, con ogni probabilità il brano con cui il grande pubblico identifica Graziani.

Nonostante la riuscita del testo e l’eleganza dell’arrangiamento, va però detto che “Agnese” non è del tutto farina del suo sacco.

Graziani si rifà infatti in modo piuttosto evidente a “A Groovy Kind of Love”, inciso nel 1965 dai The Mindbenders (e ripreso anni dopo da Phil Collins). A loro volta, i Mindbenders avevano costruito il brano sulla Sonatina op. 36 n. 5 di Muzio Clementi, autore settecentesco ben noto a generazioni di pianisti per i suoi studi didattici.

Agnese dolce Agnese raggiunge la decima posizione nella Hit Parade italiana e rimane in classifica per circa quindici settimane, confermandosi come uno dei maggiori successi della produzione di Graziani negli anni Settanta.

I brani che propongo sono:

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani 2026-03-18 x – Foto Tin Marcy

Il 1980 è l’anno di “Firenze (canzone triste)”, altra ballata struggente che entra prepotentemente in classifica, trascinando con sé l’album Viaggi e intemperie.

A brani rock energici e incisivi come “Isabella sul treno”, “Tutto questo cosa c’entra con il R&R” e “Angelina” si contrappongono episodi più riflessivi; su tutti “Olanda”, un dolce e malinconico naufragare tra amori e sogni giovanili.

Il singolo “Firenze (canzone triste)”, incluso nell’album, raggiunge la quinta posizione nella Hit Parade italiana, rimanendo in classifica per molte settimane.

Metto sul piatto questi brani:

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani 2026-03-18 x – Foto Tin Marcy

Accenno poi al Q Concert, a Seni e coseni e al tour del 1981, quando Ivan Graziani si presenta in formazione ridotta, in trio.

Qui mi concedo anche una digressione personale: il ricordo di un concerto a Val di Non, tra i fischi della chitarra elettrica, assoli suonati come Jimi Hendrix comanda e una scaletta costellata dai suoi brani migliori.

Due parole anche su Parla tu (1982), album dal vivo che restituisce bene l’energia e la dimensione più autentica di Graziani sul palco.

Proseguo poi con Ivan (1983), noto anche come Navi: un disco che si difende più che bene, potendo contare su episodi come “Signora bionda dei ciliegi” e “Il chitarrista”, la cui svisata resta uno dei momenti più riusciti e autenticamente rock della sua produzione.

Il tempo a disposizione è ormai finito. Tralascio Nove (1984) — anche se avrei voluto far ascoltare “Limiti” e “Lucetta fra le stelle”, visto che l’album raggiunge la quattordicesima posizione nella classifica italiana e rappresenta uno dei lavori di maggior impatto commerciale di Ivan Graziani negli anni Ottanta — e Picnic (1986), da cui sarebbe stato bello proporre almeno “Shame”.

Mi concentro quindi sull’ultimo disco che prendo in esame: Ivan Garage (1989), una sorta di ritorno al rock, quasi un’impennata d’orgoglio. Pubblicato per la Carosello Records, è finalmente un album rock in senso pieno.

Pungolato da alcuni fan del Centro Italia, che lo seguono di concerto in concerto e gli passano cassette di gruppi heavy metal quasi a provocarlo, Graziani scrive “I metallari” e altri brani che si rifanno esplicitamente a quel linguaggio.

“Il garage è il luogo che preferisco”, dirà Ivan. “È il posto dove si va a fare casino, proprio sotto casa. Dove porti una donna, dove suoni con gli amici, dove metti la prima moto della tua vita. Il garage è importante: è il luogo dove ti liberi la testa. Bisogna tornare a fare musica da garage, non da camera”.

Il disco è duro, sporco, intenso: chitarre sature e appaganti, testi attraversati da un’ironia ora poetica, ora tagliente.

Purtroppo sarà l’ultimo grande disco di Graziani.

Propongo due brani hard rock e, per chiudere la serata, mi affido a “E mo’ che vuoi”: una ballata vera, onesta, ironica e malinconica… semplicemente magnifica.

Il pubblico si commuove. E io con loro.

Potenza della musica vera. Potenza di Ivan Graziani.

 

 

 

Concludo con questa parole:

Il bello della musica rock è che raggiungi l’intimità spirituale con un artista prima di sapere qualcosa di lui o di lei. Fin dal primo momento capisci tutto. Inizialmente l’attrazione è esercitata dalle superfici delle canzoni che riescono a toccare le corde della tua sensibilità, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E quando hai la conferma che la intuizione era quella sperata…beh…allora la complicità tra musicista ed ascoltatore è totale ed appagante. Capita solo con certi musicisti…Ivan Graziani era uno di questi.

Video filmato da Siuviu Z. & Tin Marcy

La sera stessa e il giorno successivo mi arrivano alcuni commenti:

BabyBlue tramite whatsapp:
Caro Tim, ho appena attraversato piazza Roma, avevo il Palazzo Ducale alla mia destra. È tutto oscuro intorno a me, poco lontano vedo i portici illuminati, le fontane colorate di verde bianco e rosso… c’è poca gente in giro e c’è freddo.
Mi scendevano le lacrime continuamente stasera, mentre ascoltavo le tue parole e la voce e la musica di Ivan Graziani.
Sarei dovuta andare a casa subito, ma mi mancava l’aria mentre uscivo dalla porta del nostro Convento (perché sarà sempre nostro, di noi ammagammers) così ho fatto due passi.
Stasera hai detto “La School of Rock finisce qui.” e non hai aggiunto altro, come facevi di solito, non hai lasciato spazio ad un’eventuale prossima volta e mentirei se ti dicessi che non ho sentito qualcosa rompersi in un silenzio assordante, che in fondo, dentro di me, so che non ce ne sarà un’altra (anche se spero tanto di sì). Mi è sembrato di vivere un’altra fine, questa volta ancora più glaciale.
Farò tesoro di ogni momento, di ogni pranzo, di ogni passeggiata e di ogni racconto che ci resta. Perché, come diciamo sempre, la cosa più importante della vita è donarci (e condividere noi stessi, nella nostra più profonda essenza) alle persone con cui sentiamo un legame. Grazie Tim per averci dedicato il tuo tempo e donato questa XV School of Rock!

Eleven Girl tramite whatsapp Grazie Tim, sei stato un grande.

Matzia Like tramite whatsapp: Sei riuscito a farmi commuovere anche questa volta, accidenti a te Tim (e aggiunge un cuore azzurro).”

Mr Littletrees, mi butta lì un “grazie Tim, mi  hai fatto ricordare tante cose”.

MarMat, è un giovane uomo, attento,  corretto, riservato, spesso presente alla School Of Rock. Alla fine della serata mi si avvicina, è la prima volta che lo fa, mi dice qualcosa, ma capisco solo la parola “Bravo”. “Sì amico mio” gli dico, forzando un po’ una confidenza che non abbiamo, “Ivan lo era davvero”, “Sì, certo, ma io mi riferivo a te, sei stato bravo”. Ci abbracciamo.

E’ questo il senso della School Of Rock, tramite quella musica meravigliosa riscoprire l’umanesimo, raggiungere l’essenza di noi stessi, spenderci con gli altri, provare sentimenti, ricordare tristezze e felicità, assaporare l’andamento ondivago dalla vita.

 

 

 

 

Escatologia laica

22 Mar

Continuo ad osservare il mondo: fuori dalla finestra della “Saureskine House” (© il nostro Jackob), dal finestrino del treno, dagli schermi della TV e dell’elaboratore personale (vabbè, il computer). E per questo continuo a chiedermi quale sarà il compimento della storia, il punto d’arrivo definitivo dell’umanità.

Mi perdo tra i vicoli escatologici della mia maruga… già, l’escatologia (dal greco éschatos, “ultimo”, e lógos, “studio”). Da quando ne parlai anni fa con il magister extraordinarius Luca Baraldi ( https://leadershipaccelerator.it/member/luca-baraldi/ ) questa branca della teologia e della filosofia — che studia il destino finale dell’individuo (morte, giudizio, aldilà) e dell’umanità (fine del mondo, regno di Dio) — fa spesso capolino nella mia povera maruga.
Essa analizza le “ultime cose” e il compimento della storia, risultando fondamentale nelle religioni monoteiste.

L’Escatologia Individuale si occupa di ciò che attende la singola persona dopo la morte, includendo concetti come il giudizio particolare, l’immortalità dell’anima, il paradiso, l’inferno o il purgatorio.

L’Escatologia Collettiva (o universale), invece, riguarda il destino finale del creato e dell’umanità: la fine della storia, il ritorno di Cristo (Parusia), la risurrezione dei corpi e il giudizio finale.

Visto l’uomo che sono, non mi interessa la cosiddetta prospettiva teologica: nel cristianesimo, infatti, l’escatologia non è solo la fine cronologica, ma il compimento delle promesse divine in Cristo. Si parla spesso di una tensione tra il “già” (salvezza iniziata) e il “non ancora” (salvezza piena). E, di conseguenza, non mi interessa neppure l’Escatologia Realizzata, la prospettiva che enfatizza come il Regno di Dio sia già presente nelle azioni e negli insegnamenti di Gesù, piuttosto che atteso come un evento futuro apocalittico.

Ciò che mi prende e mi preme è il significato ampliato: perché, oltre al contesto religioso, il termine può indicare visioni filosofiche o ideologiche (come il marxismo) che prevedono un punto d’arrivo definitivo per la storia umana.

Già, il punto di arrivo definitivo della Storia Umana. Tutto quello che percepisco oggi è tenebra e oscurità; pertanto, non posso che aggrapparmi alla luce debole di quell’unico lampione che, tuttavia, tiene accesa la speranza.

 

Lampione nell’oscurità – Foto del nostro Jackob

Capisco, però, che non posso continuare a peregrinare tra questi sentieri intricati: ogni tanto serve scovare qualche scorciatoia del pensiero. Così cerco una piazza spazzata dal vento, che soffi via i miei blues; una notte a sorpresa, lontano da casa…

Ma poi a casa ci ritorno e, sotto il gelso, al tramonto della Domus Saurea, mi pare di ritrovare un po’ di stabilità, dopo tutti gli squilibri, le vertigini, le pressioni…

Il gelso al tramonto – Domus Saurea Marzo 2026 – foto Tim Tirelli

_Saggistica

Salgo in casa: sono solo, e la calma della campagna circostante ha un effetto benefico sui miei nervi, sempre sul chi va là.
In camera sistemo un po’ di cose; mi cade l’occhio sulla pila di libri sul comodino dell’umana con cui vivo. Mi sembra più alta del solito: controllo e scopro cinque volumi, sicuramente acquistati da poco, probabilmente stimolata dalle chiacchierate che ha fatto a febbraio con Polbi.

La Yamaha Girl si getta a testa bassa, ancora una volta, nella saggistica più spericolata. Dopo alcuni lustri, continua a sorprendermi.

Libri che compra Saura – marzo 2026 – foto TT

_Pasqua alla Coop

Alla Coop, durante la spesa settimanale, incontro una donna di mezza età, con lo sguardo sfilacciato dalla stanchezza: quattro grandi uova di Pasqua esplodono dal suo carrello.

Uova di Pasqua nel carrello di una signora – Coop di Regium L. marzo 2026 – foto di Tim Tirelli

Mi chiedo se la signora celebrerà l’uscita degli Israeliti dall’Egitto e la loro liberazione dalla schiavitù, come vorrebbe la Pasqua ebraica, oppure se festeggerà la resurrezione di Gesù Cristo, avvenuta il terzo giorno dopo la crocifissione, come racconta il cristianesimo, simboleggiando la vittoria sulla morte e sul peccato.

Qui, alla Domus, semmai si potrebbe procedere a celebrazioni che danno il benvenuto alla stagione primaverile; e le uova di cioccolato che compriamo servono solo a sostenere faccende che riteniamo importanti.

Uova Lab Verde RE + LAV – pasqua 2026 – Foto Tim Tirelli

 

_Notte dopo la recente School Of Rock

Solito ritrovo all’Uva d’Oro di Mutina con alcuni ex colleghi. Mentre lasciamo il centro storico, passiamo davanti a un negozio di design: in vetrina c’è il vecchio Darth Vader, in una versione che trovo appropriata.

Dalla vetrina di un negozio di designa di Mutina – marzo 2026 foto Tim Tirelli

_L’inglese fuori controllo … Bad English Blues

Mi fanno male le orecchie: tutti quei termini inglesi infilati a caso nei discorsi lavorativi che sento in giro mi trasformano in Severus Piton, ex Mangiamorte e membro dell’Ordine della Fenice, professore di Pozioni alla scuola di Hogwarts e direttore della casa di Serpeverde.

Repository… deposito, caxxo!
Tool… strumento, per Dio!
Shortcut… scorciatoia, per l’amor del cielo!
Induction… inserimento, reclutamento (nel contesto aziendale), diopòver!
Plus/Minus… ma caxxo, sono parole latine: perché — se parliamo tra italiani — dobbiamo pronunciarle plas e mainus?
Workload… carico di lavoro, eccheccaxxo!
Effort… sforzo, impegno, per la miseria!
“Ecco il draft del verbale”… la bozza, santi numi, la bozza!

Possibile che nessuno si ponga il problema degli anglicismi che ostacolano l’evoluzione autonoma della lingua italiana? Che questo uso fuori controllo di termini inglesi generici impoverisca una varietà di sinonimi italiani ben più precisi? Che, preferendo l’inglese, ci si illuda di avere fascino sociale e di apparire trendy, quando in realtà — a ben vedere — si finisce per produrre discorsi e lessici dozzinali?

Che questo business jargon, gergo aziendale appunto, con la scusa di sintetizzare concetti articolati (e con tutti quei cavolo di acronimi), porti alla fine alla povertà di espressione e, quindi, al decadimento delle facoltà intellettuali e spirituali?

Qui nessuno vuole essere un purista: il prestito linguistico è necessario (purché non si limiti all’inglese, ma coinvolga anche altre lingue — il francese, lo spagnolo, il portoghese, e così via). Tuttavia, devono essere preservate la dignità, le capacità espressive e la bellezza dell’italiano.

SERIE TV

_Pagan Peak (Der Pass) – (SKY – Austria/Germania 2019-2023) – TTTT

Ispirata alla serie danese-svedese del 2011 The Bridge – La serie originale (in originale Bron / Broen), che qui sul blog abbiamo amato tantissimo, Pagan Peak (Der Pass) è una serie austriaca-tedesca che convince su tutti i punti di vista.

Sì, certo, in questi anni di thriller ne sono stati prodotti a bizzeffe, ma questo è uno di quelli vincenti: storie intricate e paurose, raccontate con originalità e precisione. Le immagini, poi, sono spettacolari: le Alpi tra il confine austriaco e quello tedesco diventano un elemento essenziale della serie. Il gelido inverno, le nevicate e il paesaggio, invece di avere sfumature dickensiane, conducono direttamente a una dimensione spettrale e inquietante.

Un plauso anche ai due attori principali: Julia Jentsch, che interpreta Ellie Stocker, e Nicholas Ofczarek nei panni di Gedeon Winter. La prima e la seconda stagione sono di altissimo livello, mentre la terza forse appare un po’ appannata.

Da vedere. Ora disponibile su Prime.

PLAYLIST

_Anthony Phillips (ex Genesis) 2019.

_El Becko, singolo del 1967 

_El Becko col secondo Jeff Beck Group, 1972

_Capaldi (Ex Traffic) nel 1972

_Oscar Di Pietro – Occhi d’angelo 1957 – 

 

FINALINO

Tribolazioni, impicci personali, il vortice del lavoro, il vortice sentimentale, il vortice… — in senso figurato, termine usato per descrivere una situazione di confusione, caos o intensità emotiva.

E allora non resta che abbandonarsi alla purissima musica della Rapsodia su un tema di Paganini, Op. 43, Variazione 18 di Rachmaninov, ed essere finalmente in salvo.

Sergej-Rachmaninov

 

“Rhapsody On A Theme Of Paganini Op. 43 Var. 18 (AndanteCantabile)” – Rachmanino 

Brevi quadri di vita quotidiana

10 Mar

Affacciato alla finestra osservo il mondo che va alla rovina. Polbi mi scrive: “Ma in che cazzo di realtà stiamo vivendo? Non riesco a leggere, a capire quello che sta succedendo in questo scenario.”
Ci confrontiamo sul tema, azzardiamo qualche ipotesi, qualche riflessione, ma nessuna ci convince. Qualche scintilla di luce ci arriva dalla Spagna, ma, seppur luce guida, è solo un barlume: una piccola lanterna contro tenebre urlanti.

photo Lasse Møller

Scuoto la testa e, citando De Gregori, maledico il mondo com’è. Continuo con la mia vita.

_Incroci pericolosi

In giro per i corridoi del convento dove lavoro incrocio il Tuscany Boy. È insieme a due clienti ai quali sta mostrando la sede dell’azienda. Mi saluta e spiega loro: “Quello è il nostro musicista, quello che tiene la School of Rock… grandissimo talento”.

_Carrelli della spesa

Sabato, spesa alla Coop. Osservo un uomo ormai vecchio vicino ai grandi scaffali frigo dedicati alle confezioni di carne. Ha il lettore Salvatempo: dev’essere – come il sottoscritto – un aficionado della Coop. Legge il codice a barre di diverse vaschette di carne, dopo averne controllato scrupolosamente prezzo e contenuto, e ordinatamente le ripone nel carrello. Compie questo gesto varie volte. Lo immagino la sera, da solo in casa, a prepararsi la cena.

_Saggezza (Ariel’s blues)

Scambio di messaggi tra me e Ariel, giovane donna che conosco:

A: sono reduce da una notte di lavoro dopo una giornata piena… la mattina anche peggio… mi chiedo quando arriveranno momenti più belli, momenti felici.
T: trovare il proprio posto nel mondo non è facile, ma solo mentre lo si cerca si possono sfiorare momenti belli e felici.
A: sei tanto saggio, Tim, e tanto di conforto sono per me le tue parole… lo sono sempre state! Sono contenta di questa opportunità.
T: amica mia, ho solo un po’ di chilometraggio in più. Ma è anche vero che dobbiamo abbassare le aspettative che ci mettono in testa sin da piccoli… negli Usa hanno addirittura messo la felicità nella Costituzione: pazzi fanatici. È così che si fabbrica gente infelice.


_L’inglese fuori controllo

Qualche giorno fa in macchina. Davanti a me un furgone di un negozio specializzato, adornato di scritte in inglese incomprensibili: spinning saltwater & fresh water specialist. Trattasi di “specialisti nella pesca a spinning in acqua salata e dolce”. Descrivere le attività in inglese, comprensibile solo agli appassionati, farà anche figo, però precipitiamo sempre di più nel mondo dei barbari.

L’inglese fuori controllo – foto Tim T.

I pantaloni della tuta (e le sneaker bianche)

Un problema al lavoro. Al telefono alle 6:30 del mattino. Anticipo l’uscita da casa e prendo un treno di primissima mattina. Arrivo a Mutina nell’attimo in cui i treni locali vomitano gruppi di adolescenti diretti agli istituti superiori. Gradazione cromatica uniforme: nero o toni di grigio. Giaccavento scura della The North Face, pantaloni della tuta (si finirà per usarli anche il giorno delle nozze), scarpe da ginnastica — sì, certo, le sneaker — tutte bianche. Aver vissuto l’approccio technicolor degli anni Settanta mi rende un alieno in mezzo a questi giovani umani.


Honky Tonk Train Blues

In stazione a Mutina, sera. Prima del regionale che mi riporta a casa passa un Intercity che dal Sud va a Milano. La bestia metallica arriva, si ferma, scende il capotreno. Gli si avvicinano tre ragazzi emiliani, con borsoni da calcio di una società locale, e chiedono se, pur avendo l’abbonamento per il regionale previsto da lì a pochi minuti, possono salire così da non perdere la coincidenza per un locale che partirà da Regium Lepidi.
“Dai, salite”.

Passano trenta secondi. Gli si fanno incontro quattro ragazzi neri, muniti di biglietto, per chiedergli la stessa cosa.
“Prendete il regionale che passa tra cinque minuti”.


Azzorre

Anticiclone delle Azzorre, ma il cielo è lattiginoso da settimane, colpa anche della sabbia del deserto africano che arriva fin qui, nella grande pianura del Nord.

Nonostante il poco sole, alla Domus sbocciano i fiori d’albicocco, quelli del Prunus cerasifera (va beh, il marusticano) e i giacinti.

Fiori di Albicocco – domus Saurea marzo 2026 – foto Tim Tirelli

Marusticano in fiore – Domus – marzo 2026 – foto Tim Tirelli

I gatti iniziano a stare fuori tutto il giorno e a godersi la loro vita. Honecker ha due anni e mezzo: da piccolo gattino di 45 giorni è diventato un felino di quasi sette chilogrammi. Il nostro rapporto cresce quasi ogni giorno. Da gatto guidato dagli istinti, sta rivelando una sorprendente inclinazione ad approfondire il legame con i suoi umani.

Intendiamoci, molto diverso dal nostro indimenticato Palmiro, eppure anche il giovane Honny sta sviluppando diversi modi per connettersi con il suo “umano di blues”. Il segnale più evidente sono i suoi sguardi di traverso, testimoni di una complicità non indifferente. E così si finisce per amarlo ancora di più.

Honecker e lo sguardo di traverso – marzo 2026 – Foto Tim Tirelli

DUE GIORNI CON POLBI

Polbi è a Bonomia per un weekend, in occasione di una fiera relativa alla sua attività, e riusciamo a passare insieme i due giorni successivi. La connessione tra Regium Calabriae e Regium Lepidi è allo zenith. Parliamo fitto fitto per tutto il tempo; io e lui ci sentiamo quasi quotidianamente, ma ci vediamo di rado. L’ultima volta era a Roma, aprile 2024. Polbi era già stato da me in Emilia, quando abitavo a Nonatown e ancora non avevo il blog, ma mai qui, in questo posto in riva al mondo.

Due giorni passati tra Mutina e Regium Lepidi, tra cappelletti, lambrusco e cibi vegan-vegetariani per le due donne che ci seguono.

In alcuni momenti lo osservo di nascosto mentre contempla la Domus, i territori che batto, le due città che mi appartengono, e mi chiedo cosa potrà pensare di una campagna proletaria come questa, di una pianura piatta per centinaia di chilometri, di due città magari graziose ma piccole e provinciali… lui che di solito passa dalla maestosità di Roma ai panorami mozzafiato di Scilla.

La libreria All’Arco di Regium Lepidi, la politica, i Led Zeppelin, il rock, la letteratura, gli anni ’80 — che per entrambi non sono stati poi così belli, a dispetto dell’opinione comune che li dipinge come un periodo meraviglioso —, lo shock per essere passati dallo sgargiante technicolor della musica rock degli anni Settanta al bianco e nero assolutista del punk e della New Wave… io e Polbi abitiamo territori comuni, in modo diverso, certo, ma con la stessa sostanza.

Polbi Boy & Doublene – Domus Saurea feb 2026 – Foto Tim Tirelli

Tim & Polbi in Piazza Prampolini a Regium Lepidi feb 2026 – foto Cri Condemi

The Gavassa Girl & The Scilla Girl – marzo 2026 Regium L – foto Tim Tirelli

UNA DOMENICA DA LORENZ

Qualche problema con una delle mie Les Paul? Niente paura: c’è il mio amico Lorenz, the guitar player extraordinaire. Lo raggiungo a Curte Saviniano, pranziamo insieme, lo guardo sistemare i problemini di Darlene e parliamo incessantemente di rock e di blues. Che domenica bestiale!

Lorenz con Darlene, una delle Gibson di Tim – metà febbraio 2026 – foto Tim T

SERIE TV

_Under Salt Marsh (UK 2026) TTT¾ 

Giallo ambientato nelle paludi salmastre del Galles, aria da provincia, drammi umani. Uno dei punti principali di questa serie, tuttavia, è l’osservazione dei luoghi in cui è ambientata. Qui siamo nel blues britannico più profondo e lo scenario acquista una sfumatura epica grazie a un paesaggio a tratti spietato, spartano e comunque affascinante. Buone le prove dei due protagonisti: Jacqueline “Jackie” Ellis, interpretata da Kelly Reilly e doppiata da Chiara Colizzi, ed Eric Bull, interpretato da Rafe Spall e doppiato da Simone D’Andrea. Sei episodi densi, l’ultimo forse meno riuscito degli altri.

PLAYLIST

Jon, Ian e Ashton con Bernie Marsden alla chitarra. 1977.

Gli australiani Chain nel 1971 …verso il blues.

Jackie De Shannon, l’amichetta del Dark Lord, nel 1974

Roberta Flack nel 1973 … Pittore, ti voglio parlare

I cavalieri dalle lunghe ombre 1984

FINALINO

La realtà va vissuta, bella o brutta che sia. Si può pure cercare di cambiarla, di migliorarla, ma talvolta è salutare prendersi una pausa: un momento tutto per sé o da passare con gli altri… vivere per un breve istante come se le brutture del mondo lì fuori non ci riguardassero.

Gli amici, quel po’ di amore che rimane, un nuovo libro da cui non riesci a staccarti (ad esempio, in questo momento L’inverno della levatrice di Ariel Lawhon), la reazione chimica e le affinità elettive tra due persone che portano entrambe a dimenticarsi di sé stesse, l’arpeggio di Bron-Yr-Aur… un po’ di pace, di bellezza, di vita, prima di tornare in trincea a difendere l’eterna ricerca del “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”

Paul_Gauguin_- D’ou venons-nous Que sommes-nous Ou allons-nous

15 anni di Blog

18 Feb

Quindici anni di Blog, quindici anni trascorsi insieme a me stesso e alla comunità che nel tempo si è raccolta attorno a questo spazio.

Nel 2011 l’idea mi frullava in testa già da un po’. All’inizio pensavo di realizzare una rivista: avevo persino fatto preparare alcune bozze di copertina e abbozzato il timone editoriale. Poi, però, mi resi conto che un blog musicale, attraverso cui parlare anche di costume e società prendendo spunto dalle mie vicissitudini personali, sarebbe stato forse più adatto. Avrei potuto muovermi liberamente tra la musica e tutti quegli argomenti che, in un modo o nell’altro, danno forma alle nostre vite.

In quei mesi i blog stavano prendendo piede. Ne seguivo soprattutto uno, “Settore”, dedicato al calcio e alla mia squadra del cuore. Inoltre il mio amico Picca continuava a ripetermi: “Perché non apri un blog, così ci passiamo l’estate?”.

E così è stato.

Il 18 febbraio 2011 ho acquistato il dominio su WordPress, scelto il template e inserito il logo.

Da allora non è cambiato praticamente nulla. Ho pensato più volte di apportare qualche modifica, ma alla fine non ho mai trovato il coraggio di farlo.

Il 19 febbraio pubblico le prime righe:

IMPRESSIONI DI DICEMBRE (2010)

Il 19 febbraio compare anche il primo special guest, ovvero il mio amicissimo Steven Van Der Pike, Picca insomma:

JIMMY PAGE ACCORDING TO PICCA

Il 20 febbraio 2011 compare il primo (breve) articolo di quella che poi diventerà la categoria “Tim’s Blues”:

PER SENTIRMI VIVO ALLE CINQUE DI MATTINA CON LA NEBBIA DEI POLMONI

Il 29 marzo pubblico la mia prima foto (insieme all’amico sorridente Jaypee):

Jaypee & Tim – circa anni 10 del 2000

Dopo di che il blog prende il volo: una media di 400 visite al giorno, una comunità che si consolida, gli special guest — Beppe Riva, Giancarlo Trombetti, Stefano Piccagliani, Paolo Barone (il nostro Polbi) e alcuni altri — i lettori e commentatori più affezionati… Mike Bravo, LucaTod, Jackob e tutti gli altri.

C’è chi mi segue per il rock, chi per i gatti, chi per l’FC Inter, chi per il mio modo di essere; chi apprezza l’umanesimo e il sentimentalismo che — a detta loro — metto nei miei scritti, chi l’intensità che cerco di trasmettere in ogni articolo.
C’è anche chi continua a leggermi pur avendo idee politiche diverse dalle mie, o una sensibilità distante dalla mia su certi temi. Eppure siamo ancora qui.

Il blog ha raccontato Le Avventure del Vecchio Brian nella Valle dell’Alzheimer durante l’ultima parte della sua vita. Mi ha sempre colpito la partecipazione dei lettori: la vicinanza, la condivisione, le tante parole affettuose (non tutte meritate) che mi sono state rivolte in quei cinque anni.

Il Vecchio Brian Tirelli – foto Tim

Il blog ha ospitato anche Il Mini Blog del Gatto Palmiro, un altro personaggio cardine di questo spazio.

Essendo un blog che combatte l’antropocentrismo, ho sempre dato voce ai gatti che hanno fatto (e fanno tuttora) parte della famiglia con cui vivo. Palmiro è stato senza dubbio la figura principale della Repubblica Democratica di Palmiria, la colonia felina con cui ho condiviso e continuo a condividere la quotidianità.

Undici anni insieme al gatto blues per eccellenza…

Palmiro – primavera 2013 – foto TT

E poi c’è la Yamaha Girl, l’umana con cui condivido la vita.
La sua pazienza, la capacità di tenermi sulla rotta giusta, la straordinaria abilità con cui riesce a fare bene tutto ciò che fa…

Una presenza silenziosa ma fondamentale, equilibrio e bussola quando serve, compagna di viaggio in questa avventura lunga quindici anni — e non solo nel blog.

Saura – novembre 2015 – Foto Tim Tirelli

I miei Blues Brothers fanno parte di me — e del blog — da tempo immemorabile: una presenza costante, una colonna sonora dell’anima, un pezzo identitario che non ha mai smesso di accompagnarmi.

Blues Brothers (left to right: Pike, Bèssi, Lollo, Tim, Riff, LIZN, Mario) – Domus Saurea Luglio 2022 – Foto Saura TT

Di Polbi parlare è quasi inutile: è una presenza imprescindibile, nella mia vita come in questo blog.

Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.

Il Dark Lord, faro e riferimento da cinquant’anni.

La Domus Saurea, il “piccolo e derelitto cottage” che mi ospita da qualche lustro: rifugio, avamposto sul mondo e quartier generale di questo blog.

Domus Saurea novembre 2022 – foto T.T.

In questi quindici anni abbiamo perso un paio di colonne: l’indimenticato Mike Bravo e Alcadoc, senza dimenticare Michael… Alla loro memoria facciamo un brindisi, e ne faccio un altro a tutti voi che non ho citato ma che ricordo con nitidezza e che continuo a ringraziare.

Mentre scrivo questo post, sfoglio il blog e mi capita di imbattermi in alcuni articoli che rileggo e che mi fanno sorridere:

Ad esempio, questo del marzo 2018:

Neve di marzo scende (mentre i Rolling cantano “Coming Down Again”)

e questo del novembre 2020

La pelle del latte caldo che scende nella tazza malgrado il colino

E allora a voi giunga la mia gratitudine perché mi fate sentire a mio agio, quando capita di essere in una terra ignota dove l’aria stessa non ha nessuno degli elementi dell’aria natia grazie a questo Blog, e dunque a voi, trovo le coordinate per tornare a casa.

Sì, è vero, con l’ausilio di questo Blog nelle sere di tenebra fitta riesco a scorgere la lanterna che mi guida lungo la stradina lunga e tortuosa.

15 anni, sono ancora qui, siete ancora qui. Avanti così, allora.

Uomo di blues – Tim settembre 2023

Blues dell’enigma senza fine

1 Feb

Domenica, prima mattina, diretto a San Martin on the River. Sulla Sigismonda (la blues mobile, insomma) ho l’impulso irrefrenabile di ascoltare gli Emerson, Lake & Palmer. Sono alcuni giorni che ne sento la necessità: magari perché ho riletto l’articolo sui Nice di Beppe Riva sul blog che condivide con Giancarlo Trombetti – lo sapete, i miei due riferimenti principali per quanto riguarda il giornalismo musicale italiano, nonché amici di lunghissima data – oppure perché non posso stare troppo a lungo senza tornare nel battistero musicale e immergermi nelle loro acque per compiere di nuovo il rito con cui vengo ammesso alla comunità musicale illuminata: abluzione con acqua e invocazione trinitaria (Emerson, Lake e Palmer… appunto).

Benché il mio primo incontro con il gruppo sia avvenuto – laggiù negli anni Settanta – grazie all’album Brain Salad Surgery (1973), anche stamattina seleziono Trilogy (1972). Oltre alla musica stratosferica in esso contenuta, apprezzo molto anche la produzione e il suono della batteria. In questa mattina di inizio febbraio il cielo è nuvoloso, tutto sembra neutro e bruttino: la campagna che convive con le aree industriali; l’umanità fiaccata dall’impossibilità genetica di andare d’accordo con sé stessa (sé con l’accento, per Dio!); il futuro che sembra destinato a imitare certe terribili stagioni remote del passato; i linguaggi dei popoli che paiono scendere di livello anno dopo anno; i tanti temi negativi che sempre più spesso vengono trattati qui sul blog.

Ma poi arriva la Musica… misteriosa, magnifica, portatrice di vibrazioni cosmiche, di umanesimo, di beltà d’animo. Un tuffo in un mondo ideale, dove fregarsene della cupa realtà odierna, del rumore dell’incessante inquinamento orale e scritto che ogni giorno ci assale…

Why do you stare? Do you think that I care?
You’ve been misled by the thoughts in your head
Your words waste and decay
Nothing you say reaches my ears anyway
You never spoke a word of truth

Why do you think I believe what you said?
Few of your words ever enter my head
I’m tired of hypocrite freaks with tongues in their cheeks
Turning their eyes as they speak
They make me sick and tired

Are you confused to the point in your mind?
Though you’re blind, can’t you see you’re wrong?
Won’t you refuse to be used
Even though you may know I can see you’re wrong?
Please, please, please open their eyes
Please, please, please don’t give me lies

.

Una Fuga è necessaria; rifugiarsi là, nello spazio in cui Keith Emerson suona il piano, dove la bellezza torna a essere preponderante e a farsi luce guida…

Mi addentro in questa magniloquente aria sonora e mi ritrovo in equilibrio, in controllo di me stesso, eppure al contempo alla mercé della Musica stessa. Sembra quasi che il panorama grigiastro si colori immediatamente…

Alla mia destra scorre la ferrovia, a sinistra i pioppi sfilano come tanti soldatini. Faccio il punto sulla settimana appena trascorsa e nuvole di pensieri disparati attraversano la mia maruga.

Venerdì sera in sala prove con il gruppo: grande soddisfazione, voglia di suonare da parte di tutti, batterista (extraordinaire) particolarmente in forma, il Rock che fluisce potente e sinuoso. Ebrezza. Il suono che riusciamo a produrre nel Porciletto (la sala prove) è praticamente perfetto: la batteria Ludwig, il basso Fender Jazz, la Gibson Les Paul abbinata al Marshall Bluesbreaker si amalgamano all’istante.

Durante una pausa il batterista esce; io accenno il giro di People Get Ready (pezzo che, nella versione di J. Beck e R. Stewart, amo tantissimo), la bassista preferita si inserisce con le sue limpide linee di basso.

Filare di Pioppi – Prato, febbraio 2026 – foto Tim Tirelli

La blues mobile continua a rollare sulla tangenzialina campagnola, sono ora all’altezza della barchessa solitaria. Mi viene in mente che la Vale, una delle mie colleghe preferite, l’altro giorno ha inserito @timtirelli in un post che ha condiviso su Instagram. L’associazione ci stava, in quanto vi era un riferimento scherzoso a una faccenda che ci vedeva coinvolti.

Invece di mettere una faccina che ride, l’ho redarguita – perché il post aveva come colonna sonora un pezzo orribile – con un: «Sì, vabbè, ma Harry Styles non si può sentire!». Lei mi risponde che aveva condiviso il post con l’audio spento.

Ma dico io: almeno noi che amiamo la musica di qualità non possiamo stare a sporcare in giro con ’sta muzak. Per Vale, cartellino giallo.

Barchessa solitaria – Prato, febbraio 2026 – foto Tim Tirelli

Porto i fiori a Brian e a Mother Mary, passo a salutare il jazzista Enghel Gualdi, amico d’infanzia di mia madre, che tra l’altro vidi in concerto negli anni Settanta nella stessa piazza in cui lui e Mother Mary abitavano; prima di risalire in macchina mi fermo ad osservare il vecchio casolare dietro al cimitero… architetture ormai sbiadite di un’Emilia che sta svanendo.

Casolare – San Martin On The River febbraio 2026 – foto Tim Tirelli

La Musica celestiale continua e io, grazie ad essa, sfuggo alle costrizioni del tempo convenzionale, raggiungo una stella che è tutta mia, un pianeta su cui ricominciare: meta difficile da raggiungere, ma non impossibile.

Basterebbe appena un po’ di coraggio: svoltare, imboccare una blue highway, cambiare, essere l’uomo che avrei voluto essere e che invece non sono; prendere per mano una ragazza con i Far Away Eyes e partire…

Via di qua
Via di qua
Come andrei via di qua
Subito, come vorreiPartirei
Correrei
Verso un altra verità

Ci credessi
Ooh, appena un po’
Basterebbe, so che partirei

Via di qua
Via di qua
Doo doo doo, doo doo doo
Subito
Via di qua

In un altra realtà
Ritrovarmi
Ooh, appena un po’
Per vedere spazio davanti a me

Via di qua
Via di qua
Doo doo doo, doo doo doo
Subito
Via di qua

THE GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_Pubblicato su Youtubee il filmato completo in 16 mm del cinegiornale che mostra i Led Zeppelin mentre si esibiscono nel loro secondo concerto al Madison Square Garden nel 1975

 

Timestamps: 0:00 Rock and Roll 3:20 Sick Again 5:51 Over the Hills and Far Away 7:04 Crowd (before encores) 10:35 NBC Newsreel 13:42 Peter Grant interview 14:29 Fans arriving and interviewed before the concert

_in arrivo inoltre possibili nuovi filmati tratti da pellicole 8mm non ufficiali …

GATTI ALLA DOMUS

Tra tutta la gatteria che frequenta la Domus Saurea, tra i tre nostri gatti e i tre randagi ormai stanziali, Honecker è senza dubbio l’attore protagonista. I suoi due anni e poco più lo mantengono uno scavezzacollo che batte le campagne intorno alla Domus con spirito impavido, incurante di pioggia, gelo e galaverna. Tuttavia, tra i suoi istinti primordiali, si inizia a intravedere un minimo di coscienza di pensiero, e il rapporto con i suoi umani si fa via via più articolato.

Il suo sguardo, le sue occhiate, la pazienza con cui ogni sera si lascia lavare con le salviette umidificate, il guardarci dritto negli occhi, il lasciarsi riempire di baci: sono segnali inequivocabili. Senza nulla togliere a Minnie, la gattina che vorrebbe stare sempre con me; a Ragnatela, la principessina ormai anziana che combatte contro il passare degli anni; e ai tre randagi, Aroldo, Poldo Sbaffini e Gelsomino… Honecker sta, in qualche modo, riuscendo a carpirci tutto l’amore che abbiamo.

Il nostro amato e indimenticato Palmiro (che ci ha lasciato due mesi dopo l’arrivo di Honny) rimarrà sempre il gatto di riferimento per noi, ma Honecker sta sorprendentemente raggiungendo livelli di attaccamento e interazione che non avevamo previsto.

PS: e poi, cazzo, è bellissimo.

Honecker – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli

PLAYLIST

Coltrane nel 1961

James & The Boys 1978 – Jazz-Rock italiano

El Becko Group – Live 1971

Rick, Tom & Robin nel 2025

Immaginando Genesis alternativi del biennio 1976/77

FINALINO

L’audacia di continuare a lavorare, di credere malgrado tutto nell’umanità; le gite di una notte da Champions a San Siro; il sacrificio, al contempo sublime e gravoso, di tenere tra le braccia, dopo tutti questi anni, una Gibson Les Paul; la School of Rock che tengo trimestralmente; il Blog; il giro di amici; le pheeghe; la letteratura; le lingue romanze; l’Illuminismo; Jeremiah Johnson; la neve; la pioggerellina che deve cadere su di noi; il sole; la Musica Rock — quella che fa girare la testa, quella che ci rende più belli, più liberi, più vivi, quella che ci regala i mezzi per attraversare la vita e il mondo.

Ever onward, my friends.

Blues Boy Tim – fine settembre 2025 (foto di repertorio)

 

Pioggia fredda sulla pianura (Jeff Beck Blues)

25 Gen

Pioggia fredda sulla pianura in questo sabato mattina: siamo di poco sopra lo zero. La pioggia è di media intensità, ma è dura e, giustamente, sembra non importarsene delle seccature degli esseri umani.

Entro in macchina, fa freddo. Cerco riparo in Live in Tokyo (2014) di Jeff Beck; dopo un breve accenno a Goodbye Pork Pie Hat parte Brush With The Blues.

La Blues Mobile rolla placida tra la campagna mentre cade la pioggia.

Pioggia fredda a Borgo Massenzio – gennaio 2026 – foto Saura T

L’abitacolo ora diventa una zona di comfort: la condizione psicologica in cui ci si sente sicuri, a proprio agio e senza ansia, grazie alla familiarità di situazioni e comportamenti conosciuti, dove il livello di rischio percepito è basso e le prestazioni sono stabili.

Si dice che, sebbene offra sicurezza e controllo, uscirne gradualmente sia fondamentale per la crescita personale, l’apprendimento di nuove competenze e la scoperta di nuove possibilità, espandendo i propri limiti senza forzarsi troppo. Mi pare di non correre questo pericolo: perciò, questa mattina, Jeff Beck me lo godo senza patemi.

Ecco Danny Boy

È una meraviglia sentire un chitarrista suonare così. Mi chiedo se davvero Beck sia stato il miglior chitarrista del pianeta; la risposta che mi do è affermativa. Uno con un dominio completo dello strumento come il suo, unito a una tecnica così immacolata da incutere quasi terrore e a una capacità espressiva nella solista che credo di aver sentito altrove solo molto, molto raramente.

Quel misto di blues, rock, hard rock, jazz-rock, musica sperimentale e melodie universali è davvero qualcosa di unico. Certo, come ho scritto più volte, ha una discografia non facile: un paio di album stupendi, poi dischi impegnativi, altri non del tutto riusciti, qualcuno persino bruttino. Ma da un punto di vista chitarristico Jeff va di diritto nel livello più alto dell’empireo dei beati (o, meglio, dei dannati).

Corpus Christi e A Day In The Life mi trasportano in altre galassie…

Jeff Beck lo abbiamo perso tre anni fa. Elaborare di nuovo questa assenza è come ricevere una lancia nel costato. Per gli uomini e le donne di Blues che siamo, queste perdite rendono meno riconoscibili le coordinate che usiamo per orientarci nel mondo. Certo, abbiamo ancora Keith Richards, Jimmy Page e qualcun altro… ma per quanto ancora? Meglio non pensarci.

Jeff Beck vive.

PS: mi basta vedere il lunghissimo jack (collegato alla chitarra) che usa per stimarlo una volta di più.

BRUTTURE DEL MONDO

Questo argomento sta diventando troppo frequente qui sul blog, lo so. Ma come si fa a far finta di niente? Dalla tremenda situazione internazionale alle tragedie che capitano — spesso per grave colpa di qualche umano — fino alle piccolezze, che sembreranno anche futili ma descrivono fin troppo bene il mondo in cui siamo finiti.

La nuova Gestapo al servizio dello sceriffo, la spinta imperialista senza freni di quest’ultimo, chi vorrebbe dargli il Nobel per la pace, la valanga di melma che l’estrema destra al governo – e a capo di alcuni quotidiani – riversa su chi dissente o semplicemente esprime opinioni diverse (Alexander Barber, anyone?), lo Zar, Volodymyr, Benjamin e compagnia. Ma si può, nel 2026, vivere in un mondo come questo?

Si è tornati alla violenza verbale totale, all’aggressione fisica. Si gonfia sempre di più un capitalismo senza regole, sostenuto da una tecnocrazia fascistoide; si calpesta e si riduce a uno straccio la democrazia, o quel che ne restava. Chi non concorda con il triste mantra dio, patria e famiglia (tutto rigorosamente in minuscolo) o con la Costituzione antifascista viene fermato dalla polizia. Ma dove caxxo siamo finiti?

Una larga parte della popolazione non si indigna nemmeno più: assuefatta — o forse contenta — della situazione, dell’animale forte al comando.

L’incapacità di accettare il fatto che è la natura ad imporre l’urbanistica delle città e degli insediamenti dove viviamo.

Il DDL stupri ricucito all’ultimo momento da una visione maschilista e patriarcale. La cultura (?) statunitense come unico modello da seguire — o da imporre. L’italiano, la nostra bellissima lingua romanza, costretto a sottomettersi a quell’idioma gutturale originato dal ceppo germanico che è l’inglese.

Ma l’avete sentita la giornalista Sky dire oggi, durante un servizio: «questa cosa garantisce l’effetto wow»? Sentite le colleghe che durante le call aziendali non riescono a usare il termine illustrazione e finiscono per dire: «non posso correggere il testo perché questa è una picture»?

E poi gli skills, la location, il sentiment, l’argument, il dissing.
«Ti forwardo il file così lo puoi sharare».
«Dobbiamo pushare questa thing ASAP».

Vogliamo poi parlare poi dei musicisti?
«quel tizio ha un sound molto deep e clean», «questo ampli è super warm».
E il castamasso della Cesira, no?

Ma andate a farvi dare dove si nasano i meloni, come diciamo qui nell’Emilia centrale.

PLAYLIST

Pinotto del 1977 … quando una tazzina di caffè non è sufficiente.

Syd dal primo abum.

Il figlio di … nel 1997.

Le sorelle Wilson nel pantano dell’Hard Rock commerciale

 

Gregg’s blues

PICCOLO FINALE

Per tirarmi su il morale, in pausa pranzo faccio un salto, una volta di più, in Vicolo Squallore, una delle parti di Mutina che in passato costituivano il ghetto ebraico.
Lo percorro cercando di immaginare cosa abbia significato vivere rinchiusi in uno spicchio di città sempre più ristretto due, tre, quattro secoli fa. Medito sulla pazzia delle società umane, sul destino che ci tocca a seconda di dove nasciamo e del contesto in cui cresciamo.
Dovremmo essere gli animali più intelligenti, quelli coscienti di sé stessi: dovremmo capire come vivere insieme e in pace, come progredire come specie, e invece guardateci qui…

Vicolo Squallore – Mutina – Gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Vicolo Squallore – Mutina – Gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Lavori di sventramento per creare piazza Mazzini nella zona del ghetto.

Gli ebrei modenesi dal 1638 fino al 1860 sono rinchiusi nel ghetto istituito nella zona tra la via Emilia, il vicolo Squallore, via Cortellini e via Taglio. Significativo è il ‘disallineamento’ delle finestre degli edifici che si affacciano su Vicolo Squallore: il particolare indica la duplicazione di spazi abitativi – attraverso la realizzazione di soffitti, pavimenti e relative finestre – determinati dall’aumento demografico della comunità costretta in uno spazio urbano chiuso e sempre più insufficiente.”

https://resistenzamappe.it/modena/mo_persecuzione/vicolo_squallore

Una delle vie del ghetto prima dell’abbattimento per realizzare Piazza Mazzini

Correre da Robert Allen Zimmerman per trovare un po’ di comprensione sembra l’unica soluzione.

Musica Trionfale In Sottofondo

18 Gen

La prima sera che si stende nel cielo mi porta frammenti poetici, proprio mentre mi perdo tra i miei scritti d’inverno.

Non ho nessuna scadenza: è un’attività che svolgo per me stesso, per piacere — o meglio, per un’esigenza che non riesco a trattenere. Eppure sento una certa tensione, una discreta pressione, simile a quella che accompagna la scrittura di una canzone, quando ci si lascia trasportare dal flusso di emozioni, pensieri e sensazioni. Cerco di descriverlo senza scadere nella retorica o nelle iperboli insopportabili che tanti “creativi” evocano quando parlano di creatività.

Ebbene, sono nello studiolo, digito sulla tastiera, mentre dalle casse esce la musica di IV dei Mahogany Rush, album del 1976. Seguo Frank Marino dal 1979, da quando me lo fece scoprire il caro amico e chitarrista blues straordinario Adriano Vettore. (https://timtirelli.com/2013/08/08/addio-ad-adriano-vettore/ ).

Nato in Canada, ma di chiara discendenza italiana (vero nome Francesco Antonio Marino), Frank è uno dei chitarristi che amo di più. E’ sempre sembrato troppo concentrato su Jimi Hendrix, tuttavia dal 1976 riesce finalmente a trovare una sua strada, pur con l’influenza hendrixiana ancora evidente. Il periodo 1976-1979 è il mio preferito: tre dischi da studio di gran valore e un live stratosferico.

Recentemente, grazie allo spunto di Stephen Van Der Pike — Picca, insomma — ne ho parlato nella chat WhatsApp che condivido con i miei “Blues Brothers”. Da allora, è da giorni che non ascolto altro: dalle casse arrivano i pezzi dell’album, tra cui le celebri The Answer e Dragonfly.

Musica potente, profonda e più articolata di quanto possa sembrare: la chiamerei, appunto, musica trionfale, capace di rapirmi in toto. Nel bel mezzo della sublime It’s Begun To Rain, mi chiamano al telefono. È una chiamata importante, ma non riesco a staccarmi dalla musica che sto ascoltando. Ci provo, ma è inutile: uno di quei momenti in cui la Musica dispone di me come vuole e io non ho difese. Il telefono squilla, e io sono travolto dall’aria sonora che, in quel preciso istante, è tutta la mia vita.

Non è naturalmente una prerogativa di Frank Marino: momenti simili mi sono capitati più volte nel corso della vita. Ricordo, per esempio, una domenica sera negli anni Settanta, da ragazzino, quando ero in un circolo culturale. Con gli amici ci eravamo raccolti intorno allo stereo e ascoltavamo la cassetta di un altro IV album. Giunse il momento di andarsene, ma io non riuscivo a separarmi dalle note virginali dell’arpeggio di Stairway To Heaven.

E poi ci sono le sere in cui, da ragazzo, restavo a letto prima di addormentarmi per ascoltare Mondo Radio di Scandiano, la leggendaria radio Rock dell’Emilia centrale, poi trasformata in K Rock Radio Station. Combattevo contro il sonno pur di rimanere immerso nella Musica che mi teneva in vita e finivo per lasciare la radio accesa, così da potermi risvegliare al mattino al suono che ormai faceva parte del mio DNA.

Julia — una protagonista dei primi anni di questo blog — diceva che mi invidiava per il modo in cui “sentivo” la musica (sentire in senso ampio, ovvero avvertire qualsiasi stato di coscienza indotto in me dal mondo esterno, e in questo caso dalla Musica, attraverso i sensi, o un qualsiasi stato affettivo che insorge nell’animo).

Dopo tutti questi anni, questi decenni, conservo ancora un fortissimo appetito musicale, una sorta di bisogno fisiologico di Musica: quell’arte, insomma, che usa suoni e silenzi nel tempo per esprimere emozioni, idee e atmosfere, e che ti porta con sé nelle profondità cosmiche.

Questo mio approccio mi sorprende ancora oggi. Immagino sia merito dei geni che mi ha passato Mother Mary. Insomma, la Musica è tutto quel che ho.

Tim Tirelli, ordinary bluesman, alle prese con la musica (foto di repertorio) – Centro Musica – Mutina

GOLDEN AGE OF ROCK AND ROLL

_Led Zeppelin, Sibly Rehearsals 1980.

Una nuova pubblicazione bootleg della Tarantura, intitolata Soundboard Scaps, contiene una versione inedita di Since I’ve Been Loving You eseguita dai Led Zeppelin, probabilmente durante le prove al Victoria Theatre di Londra il 2 giugno 1980.

Si tratta di un’esecuzione molto bella, con un lavoro di chitarra sorprendente, soprattutto considerando che il periodo storico non rappresentava l’apice del Dark Lord.

Per i fan dei LZ, questo teaser è una vera sorpresa.

PLAYLIST

FM & MR 1976 – musica trionfale

El Becko “canta” Jimi.

Chris Rea 1982

Lynne, Bev & the boys 1977.

Latter days Byrds …

CHIUSA FINALE

La Musica come salvezza, dunque: un lasciapassare, una Underground Railroad che conduce verso la terra promessa. Una terra che non esiste, un po’ come il nido di stelle, ma che noi umani dipingiamo nella nostra coscienza per renderla reale e convincerci che una via di fuga esista davvero.

Tra la matassa confusa dei nostri pensieri e dei nostri ricordi, la Musica — quella che intendiamo noi — detta le coordinate per uscirne più o meno indenni: dagli impicci quotidiani, dalla pazzia del mondo di oggi, dalla bruttezza. E allora, per salvarci, dobbiamo salire sul treno che sta arrivando…

People get ready, there’s a train a-coming
You don’t need no baggage, you just get on board
All you need is faith to hear the diesels humming
Don’t need no ticket, you just thank the (Dark) Lord

Il cielo era grigio, l’aria ferma e gonfia … ma la neve non cadde.

11 Gen

La neve arriva e cade abbondante sull’est dell’Aemilia et Romania; si ferma a Mutina, a un tiro di schioppo da Regium Lepidi, dove per mezz’oretta flusca, ovvero scende qualche fiocco (o qualcosa di simile), probabilmente immaginario.
Mi ritrovo spesso nei paraggi della finestra nella speranza di vederla scendere copiosa, ma non accade nulla del genere.

Sì, soffro della sindrome del nevofilo.

I sintomi di questa patologia, tutt’altro che rara, sono numerosi e colpiscono soprattutto gli abitanti delle pianure. Il più celebre tra tutti è senza dubbio il lampionismo:

«Una malattia più diffusa di quanto si possa immaginare tra gli appassionati di meteorologia, che si manifesta fin dalla tenera età. Consiste nell’osservazione continua, e spesso del tutto immotivata, del lampione di fronte a casa durante le ore notturne.
Dopo lunghe ore di contemplazione in assenza di precipitazioni, il soggetto affetto da lampionismo inizia a delirare, arrivando ad avvistare fiocchi di neve del tutto inesistenti…»

A questo si aggiunge la spasmodica ricerca di carte meteo, modelli previsionali o notizie capaci di confermare l’arrivo imminente della tanto attesa nevicata.
C’è chi, appena sveglio, tende l’orecchio per cogliere segnali inequivocabili: il rumore di uno spazzaneve, il raschiare di una pala, quel silenzio ovattato tipico della neve.
E poi c’è chi diventa irrimediabilmente meteopatico di fronte alle smentite dell’ultimo minuto.

Ecco, questo sono io.

Quando scende la neve mi sento meglio, ma che ci posso fare se non arriva? Accetto (più o meno) quello che viene.
Di certo mi infastidisce l’avversione della gente per questo meraviglioso fenomeno naturale e mi trovo sulle stesse posizioni di Luca Lombroso, meteorologo extraordinaire, che ogni tanto incrocio per le vie di Mutina, il quale a tal proposito dice:

“Una società globale interconnessa, costruita su ritmi forsennati e sull’illusione del tempo sempre perfetto. La neve cade, rallenta, cambia le regole del gioco. Pretendere che tutto funzioni come se fosse sempre giugno è una scelta nostra, non della natura.”

Non mi resta che godermi questi giorni di freddo intenso. Intendiamoci: nulla di sconvolgente — qui in Val Padana dovrebbe essere la regola — tuttavia l’altra mattina, mentre andavo in stazione, il termometro toccava i –7. Niente male.

La Domus Saurea ridiventa tundra e lo spettacolo mi irretisce ogni volta:

Tundra alla Domus – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli

 

Tundra alla Domus – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli

 

Tundra alla Domus – Domus Saurea gennaio 2026 – Foto Tim Tirelli

Già, la stazione.
La sera, quando riprendo il treno, ripenso alle vacanze natalizie ormai passate, al nuovo anno appena iniziato, a che ne sarà di me…

Train Station Blues – gennaio 2026 – foto di Tim Tirelli

SERIE TV

_Absentia ( USA 2017-2020) – TTT¾

Con Stana Katic.
Una serie TV girata come fosse un lungo film, che affronta il terrore dell’incognito, la perdita di controllo, ma anche la rinascita. Tre stagioni di alto livello, sebbene nella seconda e nella terza emergano esigenze rivolte a un certo tipo di pubblico, pur mantenendo la tensione fino alla fine.

_La sua verità (His & Hers) – USA 2026) – TTT¾

Altro thriller degno di nota, sorretto da una scrittura solida e da una regia efficace. Avvincente, con un finale tutt’altro che scontato. Ottime le interpretazioni di Tessa Thompson e Jon Bernthal.
Da segnalare, nella colonna sonora, “Ain’t No Love in the Heart of the City” di Bobby Bland.

TDL 82

Il Dark Lord arriva a quota 82. Auguri.

TDL 82 anni – Foto Scarlet Page

USA Album chart 20 november 1976 (courtesy of Dave Lewis)

 

GATTI ALLA DOMUS

Due passi nei dintorni della Domus. Fa freddo, ci stringiamo nelle nostre giacche a vento; mentre torniamo notiamo un gatto messo piuttosto male, accucciato, con lo sguardo perso nel vuoto.
Cerchiamo di avvicinarlo per sincerarci delle sue condizioni, ma ovviamente fugge; tuttavia deve aver capito che potevamo dargli aiuto, perché dopo un po’ ce lo ritroviamo sulle scale. Una ciotola di cibo fa il resto.

Nei giorni successivi lo vediamo fermo sotto la pioggia: sembra stremato, ma ogni volta che gli mostriamo la ciotola si avvicina quel tanto che basta per riuscire a sfamarlo.
Una sera lo ritroviamo sul terrazzo. Gli mostriamo la ciotola, entra in casa.

È diffidente, pelle e ossa, sporco, senza speranza, ma sembra capire che possiamo dargli una mano. Per un paio di giorni rimane in casa; gli altri gatti non gradiscono e cerchiamo di tenerli separati.
La tutor dei gatti con cui vivo riesce a prenderlo in braccio, lo pulisce, lo coccola: attività, quest’ultima, che sembra stupirlo.

Inutile aggiungere che lo portiamo dal veterinario: flebo, esami, antibiotico e antinfiammatorio. Era quasi in ipotermia. Tre giorni in day hospital parziale e poi a casa, al riparo, nella sua stanzetta.

Mangia, beve, fa i suoi bisogni e contempla il suo mondo attuale, cercando di capire le intenzioni dei due umani con cui interagisce. Pare aver instaurato un rapporto speciale con l’umana femmina, la quale lo ha ribattezzato Gelsomino.

Gelsomino e l’umana che lo sta salvando – gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Che ne sarà di noi e del gatto Gelsomino ancora non è chiaro. Gli esami hanno diagnosticato che Gelso è affetto da FIV (Feline Immunodeficiency Virus), un retrovirus appartenente alla famiglia dei lentivirus che causa una sindrome da immunodeficienza acquisita nei gatti, simile all’AIDS umano, ma specifica per i felini e non trasmissibile agli esseri umani né ad altre specie animali.

Per il resto è tutto nella norma, benché lo stato di debolezza sia estremo. Recuperarlo non sarà facile.
Potrebbe essere il gatto di qualcuno che abita nei paraggi e che evidentemente non se ne cura, oppure potrebbe essere un randagio…

Il gatto Gelsomino e la sua Tutor – Domus Saurea gennaio 2025

Noi abbiamo tre gatti nostri — due dei quali randagi accasatisi qui anni addietro — più due randagi ormai stanziali (uno dorme addirittura in casa in questa stagione fredda). Saremmo più che a posto così, ma come si fa a non aiutare un animaletto bisognoso?

PLAYLIST

Ronnie Lane & the Boys – 1972

Il grande Dick Wagner nel 1978

Ultravox nel 1981

I Clash nel 1978

Il Texas Tornado dal vivo nel 1970

CODA

Cerco di concentrarmi, dunque, sulle mie sciocchezze e sugli stratagemmi per continuare a restare su questi sentieri pieni di sassi…

Vado a pranzo a Castrum Guelfum con Siuviu e la Dinny, poi torno a vedere il mio amico Lorenz con i suoi Black Hearts al Morrison Hotel Pub di Arceto. Non mi perdo la fredda serata di Alex Britti a Parma, approfittandone per dare un’occhiata alla città e ai luoghi dove, decenni fa, ho fatto parte del militare.

Parmae – 31-12-2025 foto Tim Tirelli

 

Parmae – 31-12-2025 foto Tim Tirelli

Mi ritempro con i soliti krapfen e cappuccino al Bar dell’Antille, prima di fare la spesa settimanale alla Coop di Regium Lepidi.

Uomo di Blues alla Coop – Regium Lepidi 10-01-2026 – foto Saura T

E finisco per osservare il mondo attraverso il carrello della spesa, soppesando scampoli di vita degli avventori…

La vita attraverso il carrello della spesa – gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Tutto questo per cercare di dimenticare, per un momento, le brutture del mondo che non riconosco più: sceriffi scellerati, maghe magò, eserciti pronti a marciare, odi atavici alimentati, l’indifferenza…

Is this the world we created?
We made it on our own
Is this the world we devastated
Right to the bone?