Archivio | Tim’s blues RSS feed for this section

The Equinox – Milly Bar 14/07/2018 (The Rain Song Blues)

16 Lug

14/07/2018: previsto concerto degli Equinox al Milly Bar del Parco Ferrari di Modena. Da giorni le previsioni danno sole cocente e sia noi che Emilio, il titolare del Milly Bar, siamo tranquilli.

Una occhiata alla Gazzetta di Modena e poi si parte.

Da La Gazzetta di Modena 14-7-2018

Ore 18: arriviamo sul posto. Primi approcci col (bravo) fonico Alessandro mentre montiamo l’armamentario.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Il cielo si ingrigisce, ma restiamo tranquilli; col passare dei minuti però il dubbio si insinua in noi. Chiediamo di preparare teloni in caso cadesse qualche goccia. E’ un sabato pomeriggio caldo, ma c’è un filo di vento che rende il tutto non troppo opprimente.

Soundcheck – The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Iniziamo il soundcheck, come sempre c’è qualche problemino che però risolviamo senza troppe paturnie. Alessando ci aiuta a tirar fuori il suono giusto, le spie sono ben bilanciate. Proviamo qualche pezzo, si sente bene dappertutto, per una volta sono contento del mio sound e della mia mano, dopo sei settimane di allenamento quotidiano qualche frutto del duro lavoro lo raccolgo.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

The Equinox – Milly Bar Parco Ferrari – Soundcheck – foto Federica Pratissoli

Scendono le prime gocce. Siamo sempre più preoccupati. Saura piega verso il blu dipinto di blues.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Sposto l’ampli e le chitarre accanto la batteria di Lele e ricopro tutto con un telone. Lo stesso fa Saura con piano, basso e pedaliera. Sono le 20, ci mettiamo a tavola, ma inizia a piovere con decisione. Dopo mezz’ora controlliamo gli strumenti, sono bagnati, i teloni evidentemente non fanno il loro lavoro. Sotto la pioggia spostiamo tutto sotto il grande tendone dove di solito sta il pubblico.

L’umore non è il massimo, spostare una volta di più l’armamentario è una pena. E’ un blues già trattato più volte qui sul blog, probabilmente sembrerò pesante, ma il maneggiare tutto quello che ci portiamo in giro io e Saura è fonte di incazzatura perenne. Sorrido quando sento altri amici musicisti lamentarsi quando devono portare con sé un (1) amplificatore, non cerco compatimento, metto solo nero su bianco il load & download gear blues, la malinconia del caricare e dello scaricare la propria attrezzatura. D’altra parte me la sono cercata, fare un tributo ai LZ come si deve significa portarsi in giro almeno quattro chitarre (con ampli e pedaliera) se poi mi metto con una musicista che è nel mio stesso gruppo e che suona più strumenti (basso, tastiere, pedaliera basso, mandolino, con tutti gli annessi e connessi) beh allora dovrei stare zitto e farmene una ragione.

E’ comunque arrivata gente e lì sotto, al riparo, vengono portati anche i tavoli per coloro che hanno prenotato e devono cenare. Arriva anche il Vagabondo di Mezzanotte, il mio rambler preferito, quello con cui nel lontano passato ho fatto sogni di rock and roll. Lo abbraccio e in un secondo ritroviamo la stessa armonia ed isteria di sempre. Siamo vecchi amici e si vede. Parafrasando una vecchia canzone che abbiamo scritto insieme, visto che abbiamo in mano una birra, all’unisono intoniamo “Questa sera che piove, non ci resta che farci una Weiss”.

Sotto al tendone si sta bene, c’è molta umidità ma la (cattiva) compagnia spegne ogni (beh non proprio) blues dato dalla sospensione del concerto. Emilio ci informa che, se siamo d’accordo, recuperiamo la data venerdì 17 agosto 2018.

Emilio mi fai anche sapere che qualcuno ha chiesto se possiamo accennare almeno ad un pezzo. Penso a Tangerine da fare insieme al solo Pol, ma poi decidiamo di darci di rock. Accendiamo gli amplificatori, asciughiamo gli strumenti, colleghiamo le casse per la voce, montiamo la batteria e in formazione voce/chitarra/basso e batteria ci gettiamo in un veloce set improvvisato.

Siamo vestiti da soundcheck, è una suonata per gli amici, possiamo evitare di cambiarci. Partiamo con What Is And What Should Never Be e, sebbene un po’ freddi, bagnati e delusi per la cancellazione del concerto vero e proprio, capiamo che una manciata di canzoni fatte inaspettatamente davanti a questo pubblico caloroso lenirà il nostro blues.

videoclip: What Is And What Shoudl Never Be

Proseguiamo con Dazed And Confused, non sappiamo come mai ma questo è uno dei “nostri pezzi”, lo viviamo sempre all’unisomo e, da superfan dei LZ quale sono, posso dire che ne diamo una versione niente male. Lele in questo brano si scatena, e noi ci lasciamo trascinare ogni volta. Sono sempre soddisfatto del risultato finale. Alla fine del pezzo sento un forte applauso, alzo la testa, c’è più gente di quanto m’aspettassi…60/70 persone, alcune della quali accorse dalle case vicine (come mi dirà poi Emilio) appena capito che si sarebbe suonato ugualmente.

Non abbiamo molto tempo, l’idea era quella di fare uno o due pezzi (finiremo per farne sei) proseguiamo con Heartbreaker seguita da Whole Lotta Love collegate alla maniera del tour del 1973 dei Led Zeppelin. In WLL Includiamo anche la sezione funk, il Theremin e Goin’ Down, facendo riferimento alla immortale versione del Los Angeles Forum del 3 giugno 1973.

videoclip: WLL – Theremin section

Il Vagabondo di Mezzanotte riprende tre brevi momenti del mini concerto per inviarli ad una nostra amica comune, sono i frammenti che pubblico qui sopra e qui sotto.

Il pubblico mostra di gradire, noi siamo piuttosto carichi e credo che anche stasera stiamo riuscendo a proporre quelli che ci siamo prefissi, e cioè di catturare – sopra ogni cosa – il senso e lo spirito del gruppo di Page, Plant, Jones e Bonham.

Il pubblico sembra proprio gradire e io ne sono felicissimo. In Communication Breakdown inseriamo It’s Your Own Thing degli Isley Brothers come facevano i LZ, che io arricchisco col riff discendente di Jam Sandwich dalla colonna sonora Death Wish II di Jimmy Page. Serve per introdurre il break basso/batteria su cui presento la band:

“Alla batteria .. .si getta nella mischia con la stessa foga di un tigrotto di Mompracen, il CR7 delle percussioni, Mr Tamburino, L’unico e il solo: Lele Morselli” – applausi scroscianti.

“Al basso, alle tastiere e alla pedaliera basso, la Valentino Rossi del rock and roll, la reggiana dagli occhi di ghiaccio, the girl from Gavassa, Nostra Signora di Guadalupe, la nostra superfiga: Saura “boogie mama” Terenziani” – boato!

“Alla voce Il nostro usignolo, il principe soprano, lo stallone reggiano: Paolino Morigi” applausi scroscianti.

Pol dice quindi due cose sul sottoscritto dopo di che termino la presentazione con i dovuti ringraziamenti:

“Gli Equinox vi ringraziano per la bella serata, ringraziano Emilio e tutto lo staff del Milly Bar vero punto di riferimento della musica dal vivo di Modena, vi danno appuntamento al prossimo rock and roll show e vi benedicono nel nome del blues e vi ricordano che sebbene il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare.

Grazie mille per l’affetto Parco Ferrari, in questi 30 minuti ci è sembrato di essere sul palco del Madison Square Garden … e dunque la chiosa finale rimane la stessa: NEW YORK, GOODNIGHT.”

Si è creata un onda di emozioni sincera tra noi e il pubblico, ne vado fiero, perché un‘audience attenta, esperta ed esigente come quella del Milly Bar non la si incontra dappertutto.

Giusto il tempo di chiudere il pezzo e Lele parte con l’intro di Rock And Roll, e va beh, let’s there be rock, che rock sia. Io e Saura qui ci distraiamo un po’, la nostra prova non è impeccabile, l’heat of the moment ci ha traditi, ma poco importa quello che conta è lasciare scorrere i buoni momenti  … let the good time rolls, baby.

videoclip: Rock And Roll

35 minuti di rock and roll indiavolato. Il pubblico ci saluta con un calore che apprezzo davvero tanto. E’ poi il momento di baci e abbracci e di bermi un paio di birre e qualche rum insieme al Midnight Rambler e al fido Riff.

Torno sul posto, i ragazzi si sono divertiti ugualmente, solo Saura è affranta e incavolata. Non aver potuto suonare il piano dopo tutta la preparazione e gli sforzi fatti le è costato molto; ma dopotutto va bene così, il piombo zeppelin è entrato in circolo anche oggi e ci rivedremo su questo palco tra poco più di un mese.

Carichiamo la blues mobile e ci apprestiamo a tornare alla Domus Saurea. Osservo la volta celeste, dopo che un po’ di pioggia è caduta su tutti noi, le stelle brillano lassù, così fanno le luci della città mentre noi le attraversiamo scivolando … New York, goodnight.

Solstitium blues (aestas version)

18 Giu

Il solstizio si avvicina ma l’estate sembra non arrivare, dopo un aprile caldissimo, ecco un maggio e un giugno piovosi e freschi, piove quasi ogni giorno, sembra più la Britannia che l’Emilia.

Maya-Summer-Solstice-300x300

Intrappolato ormai da mesi nel future blues, mi affaccio a questa nuova estate con le solita domanda a tema esistenziale (nel senso che è cruciale per la mia esistenza): “che giocatori comprerà l’Inter?” Eccomi dunque ogni sera incollato a Sky Sport 24 per la mezz’oretta dedicata al calcio mercato. Quando poi in studio c’è Luca Marchetti, nulla per me è più sacro di quei trenta minuti. Se ho già cenato, mi piazzo sul divano della Domus Saurea con in mano un calippo alla cola o un semplice bif (un ghiacciolo insomma) rosso. Questo è uno dei momenti topici della mia vita, tanto per far capire come son messo! La pollastrella è partita per Londinium insieme ad una altra pazza come lei (la Patty). Ci sono già state in maggio (sempre per un concerto e per una visita agli Studios dove hanno girato i film di Harry Potter), ci tornano oggi per lo Stone Free Festival alla O2 Arena (gli headliner sono gli Yes di Anderson, Rabin & Wakeman, naturalmente).

Per questioni lavorative quest’anno non ho potuto programmare con necessario anticipo assenze e dunque accompagnarla, così per i 4 giorni in cui lei non ci sarà – complici anche i giorni di ferie che alla fine mi sono preso – ho preparato un piano ben preciso: non fare niente. O meglio fare ciò che un uomo di blues nelle mie condizioni attuali deve fare: recuperare il sonno perduto, rilassarsi nella verandina leggendo la Gazzetta Dello Sport, mangiare calippi e ghiaccioli guardando lo speciale calciomercato, i mondiali e qualche buon film su Sky, mettersi in tiro chitarristicamente parlando per i prossimi due concerti degli Equinox (14 luglio Milly Bar, Parco Ferrari Modena e 2 agosto Area24 Rock Station, Rio Saliceto,RE), dedicare un po’ di tempo a questo blog un po’ troppo trascurato e pregare il padre dei quattro venti (il Dark Lord insomma) affinché riempia le vele, nella speranza che le stelle tornino a riempire i sogni.

FILM: “Frantz” (di François Ozon – Francia/Germania 2016) – TTTT

Una storia tra le tante messa in piedi per raccontare la storia, in questo caso quella della Germania subito dopo la prima guerra mondiale. Il senso di lutto nazionale, la tristezza che alberga in quasi tutte le case, un giovane francese afflitto ed angosciato che arriva improvvisamente nel focolare di una di queste. Film (melo)drammartico ma al contempo leggiadro e poetico. Colpe, ricerca del perdono, amori che non sbocciano. Buon film davvero. Visto su Sky.

Da http://www.cineforum.it 

Nel 1919, in una cittadina della Germania, Anna si reca tutti i giorni alla tomba del suo fidanzato, caduto al fronte in Francia. Un giorno giunge un ragazzo francese, anche lui porta i fiori sulla stessa tomba, quella del suo amico tedesco, compagno nei momenti più tristi, che Pierre cerca di dimenticare. L’incontro scuote le vite dei due giovani, risollevando dubbi e paure, e costringe ciascuno a fare i conti con i propri sentimenti.

 

SERIE TV: Homeland (stagione 7 – 2018)

La nuova stagione di Homeland segna il passo, non nego che in queste ultime puntate si stia in parte riprendendo, ma l’inizio è stato piuttosto sconfortante.

SERIE TV: The Americans (stagione 6 – 2018)

Questa sarà la stagione finale, dai primi episodi mi pare che la qualità sia come sempre alta. Vedremo come si dipanerà e come finirà.

QUALCOSA E’ CAMBIATO – Apolitical Blues

Il mood del paese è decisamente cambiato: astio, risentimento, razzismo e odio fanno parte ormai della vibrazione quotidiana che accompagna la vita degli Italiani. Vent’anni di governi di un certo tipo sembrano aver spazzato via ogni idea di comunità, di senso del dovere, di uso dell’intelletto, di rispetto per le capacità e competenze altrui, di tenerezza, di amore per la cultura. Le ultime elezioni hanno portato al governo compagini xenofobe e sovraniste che stanno fagocitando movimenti che forse avevano visioni un tantino diverse. Un centro sinistra incapace, litigioso e illeggibile ha contribuito alla deriva. La perdita di umanità e di pietà, il nazionalismo come unico scudo contro le difficoltà dei tempi moderni, stanno riducendo lo stivale ad un immondezzaio.

Mi accorgo che anche qui in Emilia qualcosa è cambiato. Qualche sera fa ero a cena con i ragazzi, solito sinodo pre-estivo. Siamo in una delle trattorie a noi care, lì nelle campagne di Bath. Il sole che tramonta dietro i fienili, la pianura che si prepara per la notte, quel cielo e quei colori che potrebbero essere gli stessi di Macon, Georgia, ci mettono di buon umore. Mi basta uno sguardo con il Riff per capire che entrambi stiamo pensando a Laid Back di Gregg Allman.

Parliamo di musica, di calcio e di politica. Di fianco ho uno dei miei amici del cuore, uno che di solito è parco di parole e che sopporta il mio sproloquio blues ormai da un quarto di secolo. Apre bocca per informarci che “anche mia madre ha cambiato bandiera, ha sempre votato per i comunisti, stavolta ha votato lega”.

Sul momento mi soffermo sull’uso curioso di certe forme usate dal mio amico, quel “ha sempre votato per i comunisti” nasconde al contempo un modo di dire e di porsi tipico del passato (remoto), quando i “comunisti” era una realtà assai tangibile in questi territori, e finanche una certa distanza da quel mondo che il mio amico deve aver frequentato – almeno nelle urne – assai poco.

A forza di parlare alla pancia degli italiani, a forza di scardinare le piccole conquiste sociali, a forza di insultare chi ha capacità di pensiero e di intelletto, a forza di capitalismo sfrenato capace di farci annusare una possibile povertà che avvertiamo ormai non più così lontana, eccoci tutti ripiegati sul nostro pianerottolo.

Sempre più spesso fatico a riconoscere l’Emilia, la mia terra, quella che amo con tutto il cuore, ma che vivo come porzione d’Italia, d’Europa, del Mondo.

Cimitero di San Martin On The River, un paio di domeniche fa. Porto i fiori a Brian e a Mother Mary. Parcheggio, scendo, chiudo la macchina. Faccio per incamminarmi, ma torno sui miei passi. Sul sedile posteriore della (mildly) blues mobile ho due quotidiani in bella vista: La Repubblica e il Manifesto. Riapro la macchina, prendo i giornali e li rovescio in modo che non si legga la testata. Chiudo la macchina e vado a salutare i miei vecchi. Non vorrei mai che con i tempi che corrono qualche simpaticone mi giocasse qualche brutto scherzo.

Tornando a casa rifletto sul mio gesto. Se non mi sento politicamente al sicuro più nemmeno in Emilia, mi chiedo con che spirito potrò affrontare il futuro, già di per sé concetto piuttosto impegnativo. Non c’è dubbio, qualcosa è cambiato.

CAT TALES: alfa pussy

Strichetto è ormai un presenza più o meno fissa su questo blog. Si tratta, come ho raccontato più volte, della gattina di alcuni vicini che si è accasata da noi. Lo ha fatto per togliersi da umani che considerano gli animali solo come giochi per le figlie piccole, umani che andrebbero segnalati all’ENPA, cosa che farò dovessi scoprire in futuro comportamenti non consoni. La ho chiamata Strichetto perché la prima volta che si è infilata in casa mi è sembrata uno strichetto (tipica pasta emiliana) appunto. Gattina isterica e iperattiva visti i primi mesi passati in ambiente non certo ideale, ora sembra lentamente trovare un certo equilibrio. Non sta volentieri in braccio alle persone, da piccola è stata sballottata in continuazione, ma inizia a ribellarsi meno se lo facciamo noi, comincia ad essere selettiva con le persone e a capire definitivamente che siamo io e la pollastrella i suoi umani di riferimento.

Sta maturando dunque, ormai ha un anno e inizia a formulare istinti con più esperienza. Mi diverto molto ad osservare questi cambiamenti e a come interagisce con gli altri gatti della Domus Saurea e con noi umani. Di me ormai si fida, come di Palmiro e come lui anche lei adesso mi chiama Tyrrell. Stricchi è una gattina che ama stare in casa durante il giorno e a uscire la notte. Di sera si trasforma in un diavoletto beige della Tasmania. Sfreccia a velocità folle da una stanza all’altra, un missilino supersonico beige che ti sfiora i garretti, fino a quando non si ha altra scelta che farla uscire.

Durante il giorno sonnecchia e fa la gatta. E di taglia molto piccola, ed è molto femmina, una smorfiosetta, e quindi irresistibile. Quando si sveglia, o quando mi vede dopo un po’ di tempo di assenza, si sdraia e mi offre la sua pancia che gratto con piacere. Posso dire che ormai si fida di me a tal punto che ogni tanto mi si addormenta in braccio, casca dal sonno e si lascia andare certa di essere al sicuro tra le braccia del suo umano blues.

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

Sleepy Stricchi – autoscatto TT

E’ stata una sorpresa scoprire che la piccola Stricchi, la gattina dolce e graziosa, è in realtà una femmina alfa che mette le altre gatte e gli altri gatti (Palmiro escluso) in riga. Noi abbiamo 4 gatte (lei inclusa), Palmiro e Artemio, un vecchio gatto randagio che si è accasato da noi alcuni anni fa. Tra le gatte, la più selvatica è la Spavve, gatta che dà poche confidenze e che ho sempre pensato fosse la amazzone felina della Domus Saurea. Niente da fare, Stricchi (che è la metà o addirittura un terzo di lei) la mette in riga con una sicurezza e una caparbietà invidiabili. E come fa con lei, fa con tutte. Insomma, si sente regina, e a chi non vuole intendere glielo fa capire senza tanti complimenti.

Little Queenie sul dondolo – foto TT

Mi ha sorpreso anche Palmiro, il gatto nero che vive con noi già da sei anni. Chi è interessato al primo capitolo della storia clicchi sul seguente link:

https://timtirelli.com/2012/06/28/il-gatto-palmiro/

Si, mi ha sorpreso e mi continua a sorprendere perché si è rivelato anche lui un gatto alfa. Lo ho ripetuto più volte, pensavo fosse un gatto bonaccione, paziente, docile, e infatti lo è ma credo lo sia perché particolarmente intelligente. Ha capito che io e la pollastrella siamo i suoi umani di riferimento, che lo adoriamo e che non gli faremmo mai nulla di male. Paziente riceve le nostre coccole e il nostro amore, tollera tutte queste effusioni con superiorità felina, in cuor suo sa che gli umani che amano i gatti non sanno resistere, e che danno baci e abbracci anche quando il gatto preferirebbe starsene per i fatti suoi. Dorme con noi, guarda le partite partite dell’Inter e le corse di Valentino con noi, ascolta i dischi con noi. Ha compreso che l’aria sonora che esce dalle casse dello stereo è piacevole per i suoi umani e che tanto a lui non danno fastidio, da felino vive su altre frequenze. Ha capito quando è il momento di rincasare e il modo di interagire con i mammiferi di specie diverse con cui vive.

Ma è anche sempre all’erta e pronto a far capire a chicchessia che il capo del branco, del gruppo, della colonia, della famiglia di gatti della Domus Saurea e territori limitrofi è indiscutibilmente lui, benché sia stato l’ultimo ad arrivare. Dapprima ha valutato la situazione, ha giocato a fare il gattino sperduto, si è guadagnato la fiducia di tutti e poi, una volta maturato, è diventato il fiero gattone nero che è, ha preso possesso del branco. Le femmine lo vivono come riferimento, il povero gatto Patuzzo (vedi https://timtirelli.com/2016/01/12/il-gatto-e-la-volpe-storia-di-vita-e-di-morte/  ) capì il suo status e gli diventò braccio destro, e Artemio gli ha mostrato riverenza sin da subito, in modo da farsi accettare nel gruppo, riverenza che però non concede mai agli altri gatti maschi del vicinato.

Palmiro controlla il territorio, non gli sfugge niente, quando un gatto maschio forestiero oltrepassa i suoi possedimenti, Palmiro non gli dà tregua. Lo punta, lo tiene in scacco con lo sguardo, rimangono immobili per mezzore intere e quando l’invasore tenta la fuga Palmiro lo rincorre con una foga e un impeto che mi colpiscono ogni volta.

Gli serve perlomeno un’ora per calmarsi, per togliersi di dosso il richiamo della foresta e ridiventare, nella parole della pollastrella, il nostro patato, quello che fa il contorsionista sulla tavola,

Palmir il contorsionista – foto TT

quello che si addormenta spaparanzato nella cesta dei panni lavati,

Palmir il contorsionista – foto TT

o sulle pedane del bagno.

Palmir giugno 2018 – fotoBOTTEGHE OSCURE

 

BOTTEGHE OSCURE:

Tanto tempo fa esisteva un quotidiano chiamato l’Unità che aveva un inserto satirico – Cuore- fenomenale. Una delle rubriche si chiamava Botteghe Oscure, ed era dedicata ai nomi improbabili di esercizi commerciali. Dato che ogni tanto mi ci imbatto la prendo in prestito.

 

Stone City: negozio di parrucchieri Edward Mani Di Forbice:

Stonecity hairdresser – foto TT

Stone City rosticceria Mizzica!! con due punti esclamativi

Stonecity pizza makers – foto TT

RACCORDO ANULARE BLUES

L’anulare sinistro per un chitarrista è un dito fondamentale. Ha iniziato a darmi problemi mesi fa ed oggi mi sono deciso a fare qualche terapia. Quisquilia personale che non interessa a nessun ovviamente, ma quello che mi colpisce e su cui dunque vorrei soffermarmi è come i pazienti occupano il tempo in cui sono chiusi nei loculi fisioterapici, loculi che sono spazi senza soffitto e delineati da divisorie non certo insonorizzate. C’è chi attacca pezze pesantissime al fisioterapista raccontando cose così futili da sembrare assurde, chi parla al telefono a voce alta e impartisce ordini al proprio sottoposto con malcelato godimento per far capire agli altri che è uno che conta, chi si addormenta e russa, chi fischietta, chi guarda video sul cellulino. Sarà anche solo una mia impressione, ma nessuno sembra più in grado di rimanere solo con se stesso per più di pochissimi minuti.

Fisioterapia blues – foto TT

PINK NIGHT IN BORGO MASSENZIO – Abba Show

Per la notte rosa a Borgo Massenzio si fanno le cose in grande, nonostante sia solo una frazione. La strada principale addobbata a dovere con lunga tavolata in cui i residenti cenano tutti insieme, stand, bancarelle e spettacolo degli Abba Show.

Essendo un amante degli Abba (il miglior easy listening di sempre) accorro a vedere il concerto. Sono ormai anni che seguo il gruppo. Quest’anno lo trovo meno entusiasmante, il chitarrista fondatore non c’è più, la cantante mora è cambiata e c’è un aria da gruppo unicamente orientato al business. E’ sempre piacevole ascoltare e vedere Debora, la bionda che fa Agneta, ma c’è qualcosa che non mi convince più.

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Abba Show – note rosa di Borgo Massenzio – foto TT

Seguendo una moda ormai consolidata il gruppo suona senza amplificatori, cioè attraverso l’impianto (PA) e le spie. Indubbiamente è una bella comodità, io e la pollastrella sappiamo benissimo cosa significa rompersi la schiena portando in giro amplificatori e tutto il resto, ma a me sembra che il suono sia artificiale e finto. Certo, il pubblico non si accorge di nulla, ma i cagacazzi come noi sempre all’erta e (quasi) sempre insoddisfatti sono sensibili ai particolari. Probabilmente sono io che invecchio, ma dei suoni artificiali non ne posso più (preferisco un brutto suono che provenga da un ampli vero), dei “su le maniiii” gridati dai cantanti non ne posso più, del coinvolgere il pubblico ad ogni costo non ne posso più, di proposte professionali piatte e prevedibili non ne posso più. Non mi resta che ritirarmi su un eremo e perdermi a contemplare le nebbie.

 

Dopo il concerto torniamo verso casa a piedi. Prendiamo la stradina lunga e tortuosa e ci inoltriamo nella campagna in un buio assoluto. La pollastrella smanetta sul cellular, e cerca qualcosa da ascoltare su youtube. Fosse per me farei partire Robert Johnson, ma conoscendola già immagino la colonna sonora che ci accompagnerà in questo ultimo chilometro. Signore Oscuro i tuoi discepoli riverenti son sempre qua.

Printemps blues

20 Mag

Tempo di primavera, tempo di blues nuovi e splendenti. Dal cambio di stagione non sono immuni gli umani, il “mal di primavera” è sempre dietro l’angolo. Qualche difficoltà ad adattarsi al prolungamento delle ore di luce, il ritmo circadiano che regola il ciclo veglia-sonno che subisce interferenze, le difficoltà nel gestire i primi caldi e quelle a regolare l’umore e a tenere a freno le vertigini. Dall’altra parte, cosa c’è di meglio del risveglio della natura, del sole che splende alto nel cielo terso, dei sensi che tornano a farsi sentire?

I SETTE FRATELLI CERVI BLUES

Per pasqua scelgo di andare a pranzo in un ristorante insieme alla Pollastrella’s kin. La pasqua ebraica e cristiana non ha alcun significato per me, io festeggio eventualmente Ishtar (che guarda caso foneticamente si accompagna a Easter, pasqua in inglese) dea sumera/babilonese della fertilità e del sesso. Dopo aver ricevuto decine di messaggi con coniglietti e uova colorate (ma la gente che mi manda queste cose ha la minima idea di chi io sia?) a cui rispondevo spiritualmente con una imprecazione, Ishtar è quella che ci vuole per togliermi di dosso tutta quella pasqueria.

Siamo nelle campagne tra Regium Lepidi e Parmae, così decidiamo di fare una visita al Museo Cervi. Ogni volta che penso alla storia di quella famiglia rabbrividisco e maledico quei due decenni di storia d’Italia. Con Saura, attraversiamo in punta di piedi le stanze che furono di quella famiglia. Rendiamo onore in silenzio alla loro memoria. Questo luogo ci tocca nel profondo. Il sangue ribolle, la rabbia sale, la sete di giustizia sovrasta le nostre ombre. Penso al dolore dei genitori, delle mogli, dei figli. Usciamo, il sole splende, il cielo è blu, Casa Cervi sembra riposare in questo pigro giorno di festa. Prima di salire in macchina, la riguardo un attimo, e come se fosse casa mia.

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TTvv

Casa Cervi 1 aprile 2018 – foto TT

BRONCHITIS BLUES

Passo una settimana di aprile a casa con la bronchite. Non ho febbre ma la faccenda non è da trascurare. Il medico mi prescrive antibiotici e  antinfiammatori. Passo sette giorni in casa senza aver voglia di fare nulla. Saura è preoccupata, dice che non sono mai stato a casa più di due giorni e perciò le sembra una faccenda seria. Sento dire in giro che molta altra gente si trascina bronchiti del genere da settimane. Rifletto sulla cosa. Sono gli anni che avanzano? Queste infiammazioni si fanno sempre più lunghe perché siamo più insensibili alle medicine? E’ il logorio della vita moderna che ci rende più vulnerabili? Cerco un Cynar nel mobile dei liquori. Non lo trovo. E’ mattina, devo ancora fare colazione. Mi verso un Bellini e mi mangio un buondì. Povero me.

Bronchite blues – foto TT

Su Sky Classic danno Moby Dick. me lo riguardo.

Moby Dick il film – foto TT

E’ ora di pranzo. Sono slanato come chissà chi (sono apatico insomma), non ho proprio voglia di fare e di prepararmi nulla. Riesco a convincermi a mettere bollire qualche uovo; mezz’ora dopo guardo il piatto ed esclamo: “il pranzo dell’uomo di blues con la bronchite”.

Bronchite blues – foto TT

Nel fine settimana scendo in cortile per non impazzire, sono intabarrato come un nessi, mando la foto a Jaypee che mi chiede come sto. Al mio amico sembra che io indossi un burka. Rido e penso: Jimmy Page Akbar.

Bronchitis Man – foto Saura T

Osservo Palmiro

Palmiro -aprile 2018 – foto TT

e la pollastrella che sistema il pratino.

Lawnmower Saura – aprile 2018 – foto TT

Lawnmower Saura – aprile 2018 – foto TT

Quando torno al lavoro sembra inizio estate, ma per precauzione tengo ancora la sciarpa. La gente mi guarda con curiosità. In pausa vado all’autolavaggio a far lavare la Sigismonda. Mentre attendo mi cade l’occhio su uno sgabuzzino molto blues. Questi luoghi fuori dal tempo mi attirano sempre. Mi chiedo per l’ennesima volta perché l’obliquo e il blues siano così connessi con me.

Autolavaggio di Stonecity – foto TT

JIMMY PAGE: IL GIUSTIZIERE DELLE NOTE

In preda ad uno dei miei soliti impulsi improvvisi mi metto alla ricerca del DVD de Il Giustiziere Della Notte 2. Mi accorgo che in italiano è introvabile, finisco così per ordinare in Italia il n.1 (che è del 1974) e il blu-ray del n.2 e n.3 in Inghilterra (film in inglese con sottotitoli in inglese). Sono film di Michal Winner non certo indimenticabili, ma sappiamo tutti perché dobbiamo averli.

Alla fin fine Death Wish 1 si lascia vedere, guardare film ambientati nell’america degli anni settanta è sempre suggestivo, anche Saura se lo gusta senza troppi problemi. Il weekend successivo ci buttiamo sul numero 2. Popcorn, lemonsoda, home theater 5+1 …il Nuovo Cinema Terenziani stasera riapre i battenti. Guardai per la prima volta questo film quando arrivò in Italia, nel 1982. Ero a Torino a militare, e leggere nei primi fotogrammi del film il nome del mio musicista preferito fu una bella soddisfazione. Riguardarlo ora fa quasi tenerezza, ma la musica ci tiene incollati. Ogni volta che Saura riconosce un riff o un passaggio musicale, mi guarda, alza gli indici al cielo e ride. Nei momenti musicalmente più tenebrosi (quelli ad esempio creati con l’archetto di violino usato sulla chitarra) una strana luce le si accende negli occhi: Saura ha una predisposizione per le parti demoniache create da Page che mi sorprende sempre.

Death Wish 2 & 3 – foto TT

Termina il film. Sui titoli di coda parte il pezzo The Release. Dopo una breve introduzione parte un riff rock. Saura rimane come incantata. Alla fine esclama: “che pezzo”!

Nelle settimane successive non ascolterà altro. Io rimango basito. Intendiamoci, la colonna sonora Death Wish 2 è il mio disco degli anni ottanta preferito, ma che Saura perdesse la testa per The Release non me lo sarei aspettato. Fantastica di proporlo come pezzo di inizio concerto degli Equinox. Si mette al piano e cerca un arrangiamento per replicare gli accordi della chitarra ritmica mentre con la pedaliera cerca le linee di basso. Io mi chiedo come farò a dire a Lele e a Pol l’intenzione di Saura.

Death Wish 2 & 3 – foto TT

Qualche sera dopo ci accostiamo al n.3, praticamente inguardabile. Lo avevo già visto decenni fa ma per fortuna non ricordavo proprio nulla. Come colonna sonora fu usata ancora quella che Page scrisse per il N.2, con in aggiunta alcuni arrangiamenti più moderni di alcuni suoi temi suonati da altra gente. Roba da dimenticare.

L’influsso della colonna sonora del secondo episodio tuttavia rimane. Domenica scorsa, ad esempio, nel tardo pomeriggio ero in bagno a farmi la doccia, ci preparavamo ad uscire. Sento Saura andare verso lo stereo e mettere su il cd di Death Wish 2. Sorrido tra me e me. Poco dopo esco dalla doccia, mi infilo l’accappatoio e mi faccio la barba. La colonna sonora in questione alterna momenti decisamente rock a suggestioni – come detto – demoniache. Ogni qual volta una di queste parti misteriose e cupe irrompe dallo stereo, Saura fa capolino dalla porta del bagno con sguardo mefistofelico. Rido quasi fino a pisciarmi addosso.

Quando il rock riprende il sopravvento prende la rincorsa e scivolando passa per lo specchio della porta suonando l’air guitar e imitando le mosse di Page. Rido di nuovo e soppeso questa donna rock, questa forza della natura, questa indefessa fan dei LZ e di Page. Sì, perché va bene Rick Wakeman, Jon Anderson, gli Yes e gli Who, ma è indubbio che abbia una fortissima predisposizione per la musica dei LZ e di Page in particolare.

Poco dopo siamo pronti per uscire, inutile dire quale maglietta si sia messa …

 

Saura JPP t-shirt – foto TT

LYING IN THE SUNSHINE – VERANDINA BLUES

E’ tempo di tirar fuori la verandina. In primavera ce la si può godere in pace, visto che non ci sono ancora zanzare.

La Verandina della Domus Saurea – foto TT

La domenica mattina poi è perfetta per seguire il consiglio dei Free e sdraiarsi un po’ al sole, procedura necessaria per far evaporare qualche blues.

Lying In The Sunshine – Tim & la Verandina della Domus Saurea – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

SULLE TRACCE DI BRIAN: Via Ca’ Del Diavolo Blues

Più passa il tempo e più ho l’impulso di andare alla ricerca delle mie radici. Il problema è che quando pigramente giro per le campagne della Regium Lepidi county sulle tracce di Brian, mio padre, mi sembra di fare ricerche sul blues nero del sud degli Stati Uniti; evidentemente sovrappongo la storia del mio padre biologico a quella dei miei padri putativi.

PADRE BIOLOGICO- Il giovane Brian (1958 circa)

 

PADRI PUTATIVI – Robert Johnson early 1930s

PADRI PUTATIVI – Muddy Waters 1963

Conosco i posti dove Brian è nato e vissuto, ma mi manca giusto di visitare una località in cui sono stato solo una volta a 8 mesi. E’ una calda e soleggiata domenica di aprile, esco a pranzo con mio cugino Basàn, figlio della sorella di Brian. Io lo chiamo col soprannome che aveva la famiglia di suo padre, lui contraccambia chiamandomi per cognome nella variante dialettale di queste terre, Tiràl, appunto, con la a che non è proprio una a e che ancora contiene qualche suggestione della e. Siamo alla Badessa, uno dei miei ristoranti preferiti, ottimo cibo e architettura. Il ristorante è all’interno di quello che un tempo fu il casello (il caseificio insomma) di Villa Spalletti; il fatto è che questo edificio ha riflessi gotici, e mi ricorda tanto la Boleskine (e la Tower) House, insomma come sempre vivo dentro ad un mondo tutto mio.

La Badessa

Boleskine House

Boleskine House

Tower House

Usciamo in uno di qui pomeriggi luminosi tipici di questa parte d’Emilia e Basàn decide di farmi vedere la casa di via Ca’ Del Diavolo dove per alcuni anni visse Brian insieme alla sua famiglia. Il nome della via è suggestivo.

Via Ca’ del Diavolo – foto TT

Sembra che in un tempo remoto in una delle case di questa stretta viuzza succedessero cose innominabili. Oggi la casa è abitata e non presenta nulla di anomalo ma si dice che tra quelle mura siano successe brutte cose.

La Casa Del Diavolo – foto TT

Proseguiamo fino a che non scorgo in lontananza la casa di Brian.

Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT

Nulla di particolare s’intende, giusto una tipica casa emiliana da contadini, eppure per me – da sempre votato alla nostalgia, alla malinconia del ricordo, alla leggenda ordinaria della mia famiglia – così importante. Posseggo una foto che mi ritrae insieme a mia madre nelle vigne che allora circondavano la casa, mi illudo di ritrovare quella suggestione ma invano, a 8 mesi non potevo certo memorizzare nulla.

Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT

Tim & Mother Mary – Arceto (RE) primi anni sessanta

mi soffermo ancora un momento e poi proseguo.

Una delle case dove è vissuto Brian – foto TT

Mentre ritorno verso la Domus Saurea, nella mia mente le baracche di Robert Johnson e di Muddy Waters si sovrappongono alla casa di Brian che ho appena visto.

Robert Johnson’s Birth House in Hazlehurst, MS

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Muddy Waters Cabin – photo Karl R. Josker

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

La settimana successiva mi reco al cimitero di San Martin On The River per portare un mazzo di fiori a Brian e a Mother Mary. E’ di nuovo un’ assolata domenica primaverile. I paesi di provincia e la campagna risplendono nel loro inconfondibile idlewild mood. Mentre torno decido di dare finalmente un’occhiata ad una località del territorio di Corrigium chiamata Casino Tirelli. Cerco sul cellulino le coordinate e mentre lo faccio leggo le brevi righe dedicate a questo posto:

CASINO TIRELLI (Frazione di Corriguim)”il toponimo identifica un complesso rurale a corte di rilevante interesse. Comprende la villa Zini ora in degrado, costituita da un volume a pianta quadrangolare articolato su due livelli distinti da cordoli lineari marcapiano, conclusi da una copertura a quattro falde. Le luci sono regolari e simmetricamente distribuite con ingresso archivoltato. Nell’interno si segnala la massiccia torre coronata da una cella con banderuola metallica in vertice e quadrante dell’orologio. Al corpo principale dell’edificio sono collegati i rustici porticati che chiudono lo spazio alla corte interna. In angolo con la via Lemizzone si osserva una maestà ottocentesca a pilastrino con frontispizio triangolare superiore; la nicchia in volto conserva una immagine votiva della Beata Vergine.”

Mi sono spesso chiesto da dove derivi il nome della località, sebbene sia facile arrivarci con semplici ragionamenti.

Secondo Wikipedia un “casino” è in architettura piccolo edificio o palazzina a uso ricreativo (es. casino di caccia) un tempo presente nei giardini e parchi della grandi proprietà nobiliari.

Il cognome Tirelli è tipico di queste zone, quindi…

Mi fermo, scendo dalla blues mobile e scatto qualche foto a Villa Zini, l’unico edifico di questo posto che pare degno di nota.

Villa Zini – Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Villa Zini – Località Casino Tirelli Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Villa Zini – Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Località Casino Tirelli (Corrigium) – foto di Tim Tirelli

Sono a metà tra San Martin On the River (paese di mia madre) e Lemizzone (frazione di Corrigium dove nacque mio nonno paterno). Prendo direzioni a me sconosciute…la campagna, le stradine, ponti male in arnese … mi sembra di essere tra l’Arkansas e il Mississippi.

Sbuco in via Lenin (già proprio così, dopotutto siamo in quella che fu la parte più rossa dell’Emilia e dunque d’Italia), ma non capisco a quale altezza

Via Lenin – Regium Lepidi – foto di Tim Tirelli

fino a che non vedo lo skyline di Borgo Massenzio con il famigliare acquedotto e so di essere sulla giusta blue highway.

Borgo Massenzio Skyline – foto TT

Ca’ del Diavolo, Casino Tirelli, Lemizzone … ci fosse ancora Brian e gli snocciolassi questi nomi si ringalluzzirebbe in un battibaleno, nomi che sarebbero chiavi d’accesso che nemmeno l’alzheimer potrebbe fermare. Il vecchio Brian, ah, quanto mi manca.

Brian e Tim

SAURA LA MARANGONA (Falegnameria Ganassi Blues)

Abbiamo già affrontato qui sul blog una delle tante qualità di Saura ovvero la manualità, l’abilità nell’uso delle mani. Suo nonno materno, Inìgo Ganassi, era un falegname stupefacente, Saura cerca di non essere da meno. Con la primavera sale la voglia di sistemare il giardino e l’orto, così lei un giorno mi fa: “senti Tyrrell, ma se gli steccatini li costruissi io?”. Non mi piace “smontare” le persone, ma finisco per dirle “sei sicura? Non è un lavoraccio? Sei certa che non costi meno comprarli già fatti?”.

Saura se ne va un po’ abbacchiata, ma so già che – come sempre – farà di testa sua. Una sera infatti torno a casa e la vedo nel garage intenta a costruire il primo; mentre tornava dal lavoro si è fermata all’OBI, ha comprato il necessario ed ora eccola lì che “zega” (come diciamo qui in Emilia) e pianta chiodi. Salgo in casa, dopo poco corre a farmi vedere il risultato dei suoi sforzi.

Falegnameria Ganassi – aprile 2018 – foto TT

Domenica. Di solito siamo in piedi presto, ma stavolta dopo essermi svegliato alle 6 riesco riprendere sonno e a dormire un’altro po’. Alle 8,30 mi tiro su. La cerco ma in casa non c’è. In soffitta nemmeno. La chiamo ma dal cortile nessuna risposta. Scendo, mi dirigo dietro casa, la trovo davanti al vecchio bancone che fu di suo nonno tutta intenta a lavorare.

La sua breve descrizione sui social dovrebbe essere: testa quadra (reggiana, insomma), motociclista, bassista, tastierista, mandolinista ed ora anche marangona (falegname/carpentiere in dialetto emiliano).

Falegnameria Ganassi – aprile 2018 – foto TT

JULIA N. 235

Sul numero di aprile 2018 del fumetto Julia, ci sono un paio di pagine dedicate alla presunta maledizione che il Dark Lord avrebbe lanciato nei confronti del gruppo Eddie & The Hot Rods a causa di un uso irriverente di una foto di Aleister Crowley per una loro copertina.

Julia numero 235 – aprile 2018

Julia numero 235 – aprile 2018

Julia numero 235 – aprile 2018

Mi torna alla mente quanto fossero pompati gli Eddie & The Hot Rods allora. La stampa inglese li spacciava come la nuova sensazione, sembrava sempre che dovessero diventare the next big thing.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

NEL BLU DIPINTO DI BLUES & I FIORI DI LILLA’

In queste domeniche piene di sole mi godo il cielo terso e mi perdo dinnanzi ai fiori di lillà.

Nel blu dipinto di blues – Domus Saurea aprile 2018 – foto TT

Ho una dolce ossessione per questi fiori, uno dei primi ricordi che ho è un giro con mia madre in una domenica pomeriggio tra i prati delle case vecchie che avevamo dietro la palazzina in cui abitavamo. Nel tornare ci fermammo vicino a due pilastri ai lati dell’imbocco di una via a rimirare ed annusare piante di glicine e fiori lillà.

Le cancellate in questione in basso a sx – Nonantola anni 30 courtesy of Massimo Baldini FB goup “Nonantola nei ricordi”

Fu come un imprinting. Da allora ogni volta che ne scorgo una pianta, la annuso e per un lungo instante torno a quei giorni felici.

Domus Saurea: i fiori di Lillà – foto TT

Il nuovo LINUS.

Col numero di maggio, la storica  “rivista di fumetti e altro” cambia contenuti e grafica. Quest’ultimo aspetto mi piace parecchio, la confezione in brossura poi è stupenda, il resto però mi lascia perplesso. E’ cambiato il direttore, sono cambiati i collaboratori, persino i fumetti (peanuts a parte) non sono più quelli. Di solito questo tipo di cambiamenti mi esalta, ma stavolta rimango stordito e confuso. Senza gli articoli di Marina Viola e di Marco Milani e senza le strisce di Perle Ai Porci e Dilbert per me Linus non ha più tanto senso. Non mi ci trovo proprio più. E’ come se, fedele lettore di una rivista specializzata in classic rock e blues mi trovassi davanti all’improvviso la stessa dedicata al rock alternativo, al genere indie e al (t)rap. Cambiamento legittimo per carità, probabilmente sono io che non riesco a  tare al passo coi tempi ma devo constatare che è diventata una rivista di fumetti di livello alto, qualsiasi cosa questo significhi, una rivista che non deve più piacere per forza ad un pubblico più vasto e forse meno specializzato. Auguro al mensile buona fortuna, ma se le cose dovessero rimanere così, la nostra relazione terminerà alla scadenza del mio abbonamento.

SUL PIATTO DELLA DOMUS SAUREA

Il 27 aprile ho messo sul giradischi il cofanetto bootleg di Destroyer, i Led Zeppelin al Richfield Coliseum di Cleveland il 27 aprile del 1977. Ho ricordi nitidi di me che ascolto le cassette di questo bootleg più o meno 40 anni fa, guardando fuori dalla finestra e seppur così giovane in età,  inizio ad elaborare il fatto che dopo il 1973 i LZ non erano più esattamente quelli dell’immaginario collettivo. Era uno dei primissimi bootleg soundboard ad apparire sul mercato (nero) e i soundboard si sa mettono quasi sempre in risalto le magagne. Devo dire tuttavia che riascoltato oggi mi è piaciuto più del previsto. Uno dei grandissimi gruppi rock alle prese con gli orizzonti perduti, stordito da pesanti sostanze chimiche, dalle tensioni date dall’impressionante successo e dalle prime crepe comparse nei rapporti personali, che cerca con caparbietà di rimanere a galla.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ogni tanto ritorno ai fondamentali.

Beatles Abbey Road – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

In questo periodo ho letto Van Halen Rising – How A Southern California Backyard Party Band Saved Heavy Metal di Greg Renoff (presto ne parleremo), libro sui primi anni del gruppo che mi è piaciuto tantissimo. Sono dunque in una fase Van Halen, gruppo con cui sono letteralmente cresciuto e che ho amato parecchio. Che bello ritrovare la passione per un chitarrista fuori dall’ordinario e per un cantante forse non dotatissimo ma funzionale come pochi.

sul piatto Van Halen 1- foto TT

Per me i VH sono quelli che nel bel mezzo di un pezzo tiratissimo (con tanto di assolo superlativo) come I’M THE ONE inseriscono un siparietto doo-woop (al minuto 2:50) courtesy of DLR.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Ad ogni modo siamo ormai oltre la metà di maggio, col sole anche i blues più feroci fanno meno paura, così anche se ci accorgiamo che tra i cespugli c’è del trambusto, non dobbiamo allarmarci, dopotutto sono solo le pulizie primaverili per la regina di maggio.

If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now,
It’s just a spring clean for the May queen.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Perchè Lester Bangs sbagliava riguardo i Led Zeppelin

8 Mag

La mia amica Zilly tramite messenger mi manda un link preso dalla rivista Rolling Stone. Trattasi della recensione che fece Lester Bangs nel 1970 di Led Zeppelin III.

https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/lester-bangs-e-la-famosa-recensione-di-led-zeppelin-iii/2018-04-30/

Ci scambiamo un paio di brevi messaggi.

Tim: “Sì, è una recensione storica. Ho stima e simpatia per Lester Bangs, una mio carissimo amico dice che io sono come lui. Inutile dire che per quanto riguarda i LZ si sbagliava, ma la sua furia a tratti iconoclasta era salutare per il Rock.”

Zilly: “Appena l’ho letta ti ho pensato… Non dubitavo la conoscessi, mi piace la tua analisi obiettiva anche se non condividi come me i contenuti. “

Pensavo tutto finisse lì, invece la mia worried mind (la mia mente tormentata insomma) ha iniziato a macinare le solite inezie che mi appesantiscono la vita.

Ho un rapporto conflittuale con Bangs. Ho sempre preferito Creem a Rolling Stone, a tal punto che già a suo tempo cercavo di farmeli arrivare dagli Stati Uniti. Di Bangs (e di Creem) mi piaceva l’irriverenza verso i gruppi rock che franavano verso il romanticume da strapazzo, ma certo non potevo condividere in pieno il suo atteggiamento votato quasi esclusivamente all’incensare l’essenza del rock and roll primordiale. Lo capivo, ma c’era troppo di buono in certi gruppi per liquidarli così, e poi io la furia primordiale del rock and roll a differenza sua la sentivo (e la sento) anche in gruppi tipo gli Emerson Lake & Palmer (e i Led Zeppelin ovviamente).

Capivo insomma le basi del suo ragionamento, ma ne mettevo in discussione la semplice equazione filosofica. L’amico che dice spesso che sono come lui è il nostro Polbi (Paolo Barone insomma). Durante le nostre conversazioni telefoniche sulla linee Borgo Massenzio/Detroit, affrontiamo sempre temi musicali e quando mi lascio trasportare dal fervore finisco per – a detta di Polbi – esprimere giudizi lucidi e senza compromessi in puro stile Lester Bangs. La cosa è curiosa visto che tra noi due sarebbe Polbi quello più vicino al senso del rock di Lester Bangs, alla fine che ne può sapere di rock primordiale uno che come me ascolta Bad Company e John Miles? Il fatto è che come spesso mi capita nella vita, ho un approccio bipolare verso la musica, coesistono dentro di me anime diverse come ho già scritto più volte. Ascoltando delinquenti come Robert Johnson, Muddy Waters, Chuck Berry, i Clash e i Damned qualcosa di primordiale dovrò pur capirne qualcosa anche io, no?

Rileggendo la recensione in questione perciò mi viene da confutare il pensiero di Lester.

Lester Bangs & LZ 1970

Qui Bangs si sofferma ovviamente sul terzo album e di rimando ai due precedenti. Quello che i LZ pubblicarono da lì in poi sarebbe sufficiente per smontare le sue teorie, ma io sono convinto che anche nei primi tre album ci siano motivi per controbattere.

Se vogliamo, da un lato possiamo riconoscere l’aspetto sguaiato dei primi LZ, aspetto che ha portato Lester Bangs a scrivere queste cose, il mensile Rolling Stones a massacrare anche i primi due album e Jim Morrison a dichiarare che i LZ proprio non gli andavano giù. I LZ arrivano un anno e mezzo dopo la summer of love e anticipano il tenore degli anni settanta. L’esplosione sonora che portano nel rock spazza via le proposte audio dei loro predecessori (Cream, Iron Butterfly, Jeff Beck Group e persino la Jimi Hendrix Experience). Un suono come quello nella musica rock non si era mai sentito. Questo naturalmente è in netto contrasto con la psichedelia americana del 1967, le chitarre acustiche della west coast, i riflessi intellettuali della musica di San Francisco (musica tra l’altro amata molto da Page e Plant).

Robert Plant nei primi due dischi canta spingendo la sua estensione al massimo e lo fa rigurgitando spesso testi e concetti che in massima parte provengono dalla grande tradizione blues nera. Uniamo questo ad una sezione ritmica imponente e una chitarra che sembra principalmente ricamare riff di blues pesante e il gioco è fatto, almeno per chi si ferma alla superficie senza scendere nel dettaglio.

Sì perché tra tutta la grossolanità di modi di cui parla Bangs, c’è una eleganza che non capisco come sia potuta sfuggirgli.

Diamo per buono che il cantato sopra le righe di Plant, i testi e il riverbero metallico dei primi due album risultino un po’ rozzi e indigesti per i critici un po’ snob e intellettuali, ma come la mettiamo con le prove strumentali, il tocco, il senso e la delicatezza intrinseca a tutto quel fragore? Stessimo parlando di certe altre band dedite all’hard rock più o meno dello stesso periodo capirei, ma i LZ?

Ora, sicuro, io sono un fan del gruppo, magari filtro il giudizio in maniera edulcorata, ma mi sembra che ci sia parecchia sensibilità nella musica dei LZ. Certo, l’aspetto viscerale è forse preponderante in quei primi album ma ripeto, la finezza, la bellezza e il groove di certe parti musicali andava considerata con eguale importanza.

Citando anche solo l’arrangiamento di Bigly (Babe I’m Gonna leave You insomma) siamo già pronti a rigettare le tesi di Lester. Se lo si mette a confronto con le versioni  antecedenti di Ann Brendon o Joan Baez non si può che prendere atto che i LZ portarono il brano a livelli inimmaginabili. Sensibilità, sofferenza, dolcezza sono incapsulate nel cantato di Plant e nell’arpeggio di Page.

Il ricamo celtico di Black Mountain Side (alias Black Water Side) accompagnato dalle tabla non è sintomo di sensibilità diverse?

Certo, poi ci sono You Shook Me e Communication Breakdown, ma anche il ritmico procedere che sembra galleggiare di I Can’t Quit You Baby, l’andamento pulsante e dinamico di How Many More Times e l’organo di Your Time is Gonna Come. Aspetti che andavano colti per riuscire a produrre un giudizio completo.

Passiamo a Led Zeppelin II. In Whole Lotta Love Plant simula orgasmi e canta ti sto per dare ogni centimetro del mio amore”, crude metafore che se cantate da bluesman neri in un juke joint del Mississippi negli anni trenta o quaranta del secolo scorso hanno valenza positiva, ma se amplificate dallo stridore delle chitarre elettriche moderne assumono contorni grezzi. Però come si può non apprezzare la nuova dimensione sonora (siamo nel 1969), la sfrontatezza, la dinamica del riff, la prova del gruppo? Come si può passare sopra ad un assolo di chitarra diventato poi iconico? Non sono anche questi elementi per valutare un gruppo, per soppesarne pregi e difetti?

I sussurri di What Is And What Should Be dove li mettiamo? E il lavoro di basso di The Lemon Song? Capisco che quello che passa sia la struttura di Killing Floor e il testo di Travelling Riverside Blues di Robert Johnson (Plant ne canta la parte dove dice più o meno “spremi il mio limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba“) ma il pezzo contiene la migliore performance di basso in contesto (hard) rock/blues di sempre. Quello che John Paul Jones suona è pieno di sensibilità, gusto, intelligenza artistica. Quello che fa nella parte meno intensa del brano è puro umanesimo bassistico.  Evidentemente è molto più semplice soffermarsi sulle forme più apparenti. Per me Bangs commette lo stesso “schifo” che imputa ai LZ, alla fine la sua è una recensione rozza, non scende nei dettagli, non valuta nel complesso e si ferma alla superficie.

Ancora, e Thank You? Il testo non sarà forse degno del miglior Dylan, ma quell’organo che avvolge tutto e le aperture melodiche, non sottintendono emotività diverse? Il lavoro di chitarra acustica e di basso in Ramble On, insieme al cantato, non è un quadretto suggestivo, particolare e ben scritto? Tralascio i brani più in “stile Zeppelin” proprio per far emergere che c’era parecchio altro oltre lo “stile Zeppelin” tanto bistrattato da LB.

E in senso generale, le doti tecniche dei quattro componenti del gruppo, la loro capacità di metterle a servizio dell’alchemia musicale non hanno valore?

Per Led Zeppelin III Bangs scrive del “totale anonimato della maggior parte dei pezzi”. Io fatico a comprendere, soprattutto se vado a vedere i pezzi dei gruppi che piacevano a lui. Ora, sappiamo che ad ognuno di noi piacciono cose che magari ad altri proprio non dicono niente, ma se si è un critico musicale di una certa rilevanza, occorre provare diverse prospettive, occorre cercare di analizzare tutti gli aspetti della musica di cui si sta per parlare.

Lo sferragliare di Immigrant Song potrà apparire sgradevole ai più, ma non è il pezzo perfetto per descrivere le incursioni vikinghe?

Di Friends scrive “ha una buona base acustica un po’ amara, ma ci rinuncia dando tutto ai respiri striduli e monotoni di Plant. Rob, ascolta Iggy e gli Stooges”. Rob ascolta Iggy e gli Stooges”? Per Bafometto, ma cosa c’entrano Iggy e gli Stooges? James Newell Osterberg Jr. era un cantante a cui RP avrebbe dovuto ispirarsi? Il crudo rock monodimensionale degli Stooges doveva essere una sorta di template per i LZ? Suvvia! Come tutti noi, Lester Bangs era reso cieco dai suoi gusti personali. La grandezza dei LZ sta anche nell’aver esplorato dimensioni diverse, magari con risultati alterni, ma la loro strada era fare musica ampia.

Secondo Bangs Since I’Ve Been Loving You “rappresenta invece la quota obbligatoria della lentissima e letalmente noiosa jam blues da sette minuti”, anche qui non si capisce di cosa scriva. Sibly è sì un blues lento e in minore, ma lo si può descrivere come la solita jam session blues? I tre accordi di base del blues I, IV, V (in questo caso Do-, Fa-, Sol-) sono arricchiti di parti aggiuntive e altri accordi particolari che risulta quasi comico leggere il commento di Bangs. Il gruppo la suona live in studio con Jones contemporaneamente all’organo e alla pedaliera basso, mettendo su nastro uno dei più bei blues bianchi mai scritti. Sarò anche un fan, ma se questa è la solita e noiosa jam session basata su un giro di blues, quelle dei Grateful Dead e degli Allman cosa sono? Intendiamoci, siamo d’accordo, il blues va interpretato a dovere, va sentito (to feel), se lo si scrive e lo si suona bisogna mettere in campo il fondo di malinconia ancestrale che l’essere umano si porta ndentro, sono il primo a non sopportare il blues vissuto come esercizietto per musicisti bianchi (e talvolta neri) che si appropriano solo della forma, ma mi pare chiarissimo che questo non sia proprio il caso dei Led Zeppelin.

Seguono poi 5 pezzi acustici. Gallows Pole, un traditional che risale al 1600, Tangerine (restyling di un agrodolce motivetto proveniente dagli Yardbirds), That’s The Way, Bron Yr Aur Stomp e Hats Off To Roy Harper. A parte l’ultima che è siparietto non esattamente riuscito riguardante il vecchio blues dei primi decenni del secolo passato, gli altri sono momenti di estrema gradevolezza. In primis, che un gruppo Hard Rock o Heavy Blues sterzi in maniera così decisa verso situazioni acustiche e differenti con risultati ragguardevoli non è cosa da tutti i giorni. E’ vero che per That’s The Way Bangs finalmente scrive:

” è la loro prima canzone ad avermi sinceramente commosso. Mi venisse un colpo, è stupenda. Sopra un semplice e comunissimo riff acustico, Plant descrive una toccante immagine di due ragazzini che non possono più giocare insieme. I parenti e i pari di uno di questi disapprovano l’altro per via dei suoi capelli lunghi e perché viene dalla parte oscura della città. Per una volta, la voce qui è controllata. Anzi, l’intonazione della voce di Plant è lamentosamente soave come nelle migliori ballad dei Rascals. E un drone modulato elettronicamente ronza cupo nel sottofondo come le chiatte malinconiche di un porto mentre le parole cadono soffici come neve: “And yesterday I saw you standing by the river / I read those tears that filled your eyes / And all the fish that lay in dirty water dying / Had they got you hypnotized?” Bello e strano abbastanza, cari Zeppelin. Come disse Chuck Berry eoni fa, “ti mostra ciò di cui non ti accorgi mai”.

però a me sembra riduttivo. Nel suo complesso LZ III è un album vario, coraggioso, suonato bene, ricco, coinvolgente, delicato e inteso allo tempo stesso. Uno degli album rock importanti, uno di quelli da avere, qualsiasi sia la tua predisposizione.

Fatico a capire inoltre come gli sia sfuggita la presenza di gente come John Bonham (il miglior batterista rock di sempre, ormai è cosa nota, ) e John Paul Jones, musicista/arrangiatore/polistrumentista di statura elevatissima.

I LZ non hanno certo bisogno di essere difesi, ma il rock – checché io ne dica – è ancora una faccenda maledettamente importante per me, impossibile rimanere impassibile (scusate il pasticcio, voluto) davanti a certe stupidaggini anche se scritte da uno come lui.

 

 

 

 

 

 

Dopo Inter – Juve di ieri sera

29 Apr

Notte inquieta. Risveglio all’insegna della metafisica “Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”. Sono le 7 e sono già in piedi. Domenica mattina strana qui alla Domus Saurea, c’è un velo di nebbia sulle campagne, gli uccelli non cinguettano, le campane della chiese suonano a mesta, il futuro appare grigio e lontano. Mi torna alla mente Olanda di Ivan Graziani…

“Il sole accende l’ombra dei semafori lontani ho un nodo nella gola e amarezza delusione o chissà che”.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

La pollastrella stranamente dorme ancora, io mi aggiro per la casa indifferente a tutto e sconsolato. In cucina i cartoni delle pizze di ieri sera… Mario era naturalmente al mio fianco sulla tribunetta arancio della Domus…

Dopo Inter -Juve del 28/4/2018 – foto TT

Le persiane della casa sono ancora abbassate, non ho il cuore di fare entrare raggi di sole, mattina di tenebre anche tra le pieghe della mia faccia…

Dopo Inter -Juve del 28/4/2018 – foto TT

Ho la gola dolorante, troppe urla, “troppi nomi di animali da cortile accostati a divinità cattoliche” come direbbe Matteo Pedrini. L’espulsione severissima di Vecino ad inizio partita, la serata storta dell’arbitro (diciamo così va’), il goal della J**e, le due nostre reti che parevano aver aperto i cancelli della beatitudine e della felicità assoluta, l’incredibile mancata espulsione di Pjanić, i cambi forse non proprio azzeccati del nostro Mister, gli ultimi 5 minuti con l’Inter ormai spossata che soccombe sotto i colpi degli odiati piemontesi.

Le lacrime di Maurito Icardi dopo Inter – Juve 28-4-2018

 

Questo è il senso della vita, un blues lento e costante, quando ti sembra di aver compiuto un’impresa, un’azione degna di nota che renda la tua presenza su questo pianeta di un certo valore, ecco che inesorabile arriva il doom & gloom a ricordarti che non sempre il bene vince sul male.

L’amarissima sconfitta di ieri sera sarà molto probabilmente l’addio al sogno di qualificazione alla prossima Champions League. Senza di essa immagino che pilastri della nostra squadra come Icardi, Skriniar e Perisic se ne andranno e che dovremo accontentarci di una nuova stagione senza sogni di gloria. Possibile che finanche il Mister lasci le nostre sponde.

Fratelli nerazzurri, sapremo ripartire, risollevarci e ritrovare fiducia nel sol dell’avvenire sebbene al momento sembri tutto così maledettamente difficile. Restiamo uniti, restiamo umani (come direbbe Roger Waters), come ho scritto ieri sera:

« Stringiamoci a corte, siam pronti alla morte,

siam pronti alla morte, Milano chiamò »

C’è solo l’Inter.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

E mi torna ancora in mente l’avvocato Prisco
lui diceva che la serie A è nel nostro dna
io non rubo il campionato
ed in serie B non son mai stato

C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter
C’è solo l’Inter, per me, per me
C’è solo l’Inter, c’è solo l’Inter,
c’è solo l’Inter, per me
C’è solo l’Inter per me

THE EQUINOX Circolo Il Livello, Gualtieri (RE) 24/03/2018

27 Mar

Mi accingo ad affrontare il concerto al mio juke joint preferito in condizioni non eccellenti, è una settimana infatti che mi sento semi influenzato, quella sensazione di ossa rotte, di bronchi infiammati, di poche speranza di vita che viene a noi uomini quando ci avviciniamo ai 36,5 di febbre. Sono inoltre tre settimane che l’articolazione dell’anulare sinistro (in pratica il dito più importante per un chitarrista) mi duole spesso. Mi chiedo se tutto questo sia sintomatico, ovvero se io mi faccia suggestionare dai malanni quelle poche volte che devo fare un concerto.Dovessi suonare non dico al Madison Square Garden ma al Palapanini di Mutina capirei, ma visto che si tratta di uno dei nostri soliti concertini (come li chiama la Siae) mi chiedo davvero se sia il caso che ogni volta che sto per affrontarne uno mi debba sempre capitare qualche blues fisico di origine (credo) spirituale.

Fatto sta che è venerdì sera, sono a casa da solo (la pollastrella è naturalmente al palasport per la semifinale di Eurocup di basket) e nonostante gli acciacchi do una controllata alle chitarre. Con la doppio manico ripasso Stairway To Heaven seguendo la versione live del 1973 dei LZ.

Prendo poi in mano la Les Paul Cherry Red Sunburst; ogni volta rimango incantato, per me è forse l’oggetto più bello che esista sulla Terra. Infilo il jack nell’amplificatorino Orange, ripasso i passaggi più impegnativi, accenno a qualche riff della Bad Company e della Cattiva Compagnia, la pulisco per bene e la ripongo nella custodia. A domani amore mio.

Checking the guitars: The Cherry Red Sunburst beauty – foto TT

Mi metto poi alla chitarra acustica, almeno un’oretta di esercizi, di scale e di accordi particolari. L’anulare continua a farmi male. Un volta adempiuto il dovere del bravo chitarrista, cerco di rilassarmi. Metto la Mahavishnu Orchestra sul giradischi. Dopo un po’ mi chiedo se sia una buona idea, perché sì, ascoltare uno come John McLaughlin è di certo inspiring ma anche depressing

Sul giradischi Mahavishnu Orchestra – photo TT

Sabato partiamo verso le 17,30. La blues mobile è piena come un uovo, come al solito. Le terre basse di Regium Lepidi hanno sempre quel fascino un po’ dismesso che sa di malinconia, di blues insomma. La stradina che conduce al locale sa suggestionare ogni volta, mentre la percorri e ti guardi intorno ti aspetti di vedere apparire un chitarrista nero vestito di tutto punto mentre canta di incroci, di cani dell’infermo e di scope da tirare fuori dal ripostiglio…

Driving into Il Livello – photo TT

Montiamo l’attrezzatura, facciamo il soundcheck, mi bevo la birra bianca che mi offre Yurj, il titolare de Il Livello, e scruto gli argini dei fiumi non troppo lontani da qui.

The Equinox – Circolo Il Livello 24/3/2018

Mentre ceniamo iniziano ad arrivare gli amici e i primi avventori. Insieme a Mario e Patty trovo con mia grande sorpresa un mio vecchio amico, Luca. Con lo stesso grande piacere rivedo Gianluca & Eleonora, Francesco & Teresa, la Simonetta Iotti Blues Band e The Peita, la sorella della Saura. Il Livello è pienissimo, c’è tantissima gente a cena, quasi impossibile girare tra i tavoli. Sono molto felice per Yurj e penso che è così che si porta avanti un locale: ottimo cibo, musica rock e buone vibrazioni. Il Livello è fuori mano, molto fuori mano, dunque non ci capiti di passaggio, qui bisogna venire intenzionalmente. Hats off to Yurj.

Saura si cambia nel bagno delle donne, Pol nella stanza antistante ai servizi, io nell’angolo più buio del corridoio che porta alla toilette. Sono quei momenti sempre un po’ deprimenti, quando aneli ad uno straccio di camerino ma sai benissimo che il tuo stato da operaio del rock non te lo permette. Sono le 22,50 si parte.

The Equinox – Circolo Il Livello 24/3/2018 – photo TT

Iniziamo con un nuovo medley composto da Custard Pie-Over The Hills (la parte rock, che Pol canta divinamente)-Immigrant Song. Alla fine mi pare sia stata una bella botta di rock. Proseguiamo con Black Dog, Heartbreaker, Dazed And Confused e What Is. Saura quindi passa al piano e alla pedaliera basso per Misty Mountain Hop e Sibly, durante la quale io e Lele per un attimo siamo sul punto di perderci. Seguono Nobody’s Fault But Mine, Moby Dick/Bring It on Home, I’m gonna Crawl, Gallows Pole  e The Song Remains The Same.

Mentre parto col riff iniziale di Hot Dog mi dico una volta di più quanto sia duro dal punto di vista chitarristico questo sciocco country & western… riff e assolo sono suonati a gran velocità e affrontarli nel modo giusto non è semplicissimo (almeno per me). In Kashmir io e Lele torniamo a deconcentraci e finiamo per fare la stessa figura che fecero i LZ  a Zurigo il 29-6-1980 (minuto 2:30 del video qui sotto).

Entrambi guardiamo Saura, la vediamo contrariata; non c’è niente da fare è lei la nostra musical director. Io posso anche essere quello che dà certi stacchi, ma alla fine il pilastro su cui tutti facciamo affidamento è lei. Che razza di musicista e che donna! La nostra arma segreta, proprio come fu John Paul Jones per i LZ.

Finito il buraccione di Kashmir è tempo per la doppio manico: Stairway To Heaven. Segue il piombo Zeppelin: Whole Lotta Love, (dove aggiungiamo Goin’ Down come fecero i LZ a San Diego il 28/5/1973),

Communication Breakdown, Rock And Roll. Noi saremmo già a posto, siamo un po’ cotti, ma ci chiedono il bis: The Ocean. 

Facciamo l’inchino e ringraziamo. “Grazie della bella serata, Baton Rouge … goodnight”

The Equinox – Circolo Il Livello 24/3/2018

Gente sconosciuta ci viene a stringere la mano, amiche bionde ci vengono a dire: “siete fantastici”… beh, sono le nostre piccole soddisfazioni. Suonare in una tribute band è sempre un po’ strano per me (e Lele), sono da sempre concentrato più sui pezzi che scrivo, sarebbe bello avere l’opportunità di suonare dal vivo proponendo materiale originale e inoltre di solito le tribute dei LZ non le reggo, ma devo venire a patti con la mia condizione, se voglio ancora provare l’ebrezza del suonare dal vivo gli Equinox sono la mia unica possibilità, e suonare con musicisti del livello di Lele, Saura e Pol è comunque un privilegio, lo stesso dicasi per i pezzi con cui ho a che fare, che sono quelli della mia band preferita in assoluto.

Smontiamo l’ambaradan, carichiamo le macchine, abbracciamo Yurj e ci inoltriamo nella notte nera. Siamo sul confine dell’ora legale, così di colpo ci troviamo  immersi nelle ombre delle tre di notte, attraversiamo campagne desolate e scure, passiamo vecchie case di campagna diroccate, entriamo nel territorio della metafisica, dell’esistenzialismo, dell’esoterismo. Io la pollastrella ci guardiamo sorridendo, è l’ora giusta per Death Wish 2.

Arrivati alla Domus Saurea il solito blues legato allo scaricare e alla sistemazione degli strumenti. Una doccia, una tisana (anche se per un minuto valuto se non sia il caso di farmi un rum) e a letto. Sono le 4,15.

 Domenica mattina, durante la colazione leggo su facebook una considerazione di Gianluca a commento del post da me pubblicato per pubblicizzare il concerto:
 .
“Prima del concerto esco a fumare e un altro cliente del locale mi chiede: ma questi sono bravi? Non è mica facile fare cover degli Zeppelin.
La mia risposta è stata: sono sempre bravi, ma se stanno bene fisicamente possono scartavetrare chiunque. Dopo il concerto ho pensato che sono molto felice che stiate tutti bene.”
.
Con questa sono a posto per tutta la settimana. Thank you man.

♦♦♦

PROSSIME DATE:
14 luglio 2018 – MILLY BAR – Parco Ferrari – Modena
02 agosto 2018 – AREA 24 ROCK STATION – Rio Saliceto (RE)
20 ottobre 2018 – CIRCOLO IL LIVELLO – Gualtieri (RE)

 

Aequinoctium blues (ultima neve di primavera)

21 Mar

Cambio di stagione in arrivo, smetto i blues invernali e inizio a preparare i blues estivi, nella speranza siano più leggeri.

Neve d’Equinozio 

L’Equinozio quest’anno porta la neve, è già la seconda buriana che arriva. Sugli alberi dei cagnetti in fiore si posa pesante, le campagne intorno alla Domus Saurea ritornano bianche e io finisco per rimanere ipnotizzato dinnanzi alla finestra.  E’ lunedì 19, per un fortuito caso sono a casa, così (scusate, ma è un periodo in cui sono ossessionato dalle allitterazioni) me la godo tutta. La vedo fioccare mentre me ne sto al calduccio, la stufa accesa, il giradischi che macina long playing, un thè caldo, una spremuta di arance rosse, le braci del blues che per il momento riposano sotto la cenere e rinunciano a farsi incendio. Quei piccoli momenti della vita in cui sei quasi felice. I am a snow man.

Neve d’Equinozio – Domus Saurea 19/03/2018 – foto TT

 

Una sera al Palasport – Reggiana – Zenit San Pietroburgo – Eurocup di Basket 

E’ da qualche anno che la pollastrella ha ricominciato a seguire la Pallacanestro Reggiana, finisce per coinvolgere il sottoscritto e i suoi genitori, così eccoci lì, in una fredda serata di marzo, al Palasport ad assistere una gara di Eurocup.

Una sera al Palasport – Reggiana – Zenit San Pietroburgo – Eurocup di Basket – foto TT

E’ una gran bella partita, combattuta e passionale. Alla fine vinciamo e passiamo il turno. Durante le pause mi perdo a pensare che 38 anni fa in questo stesso palasport vidi i Police nel tour relativo al disco Reggatta De Blanc. Mi sembrava di essere distante dal palco (causa gli immancabili tumulti e scontri con i Carabinieri entrare fu difficoltoso) ma a guardar bene le cose non stavano così, entrai dalla porta che è a destra nella foto qui sotto, mi fermai dopo pochi metri e il palco era sistemato nella zona del canestro a sinistra…

Una sera al Palasport – Reggiana – Zenit San Pietroburgo – Eurocup di Basket – foto TT

foto-di-marcello-grassi-i-police-a-reggio-3-aprile-1980

The stage on 1980-04-03. Photograph by Silvio Amenduni.

Finiti i ricordi continuo a godermi il bell’incontro di basket a cui sto assistendo e il continuo sostegno alla squadra profuso dalla curva degli “arsân”, una delle curve più calde d’Italia. Il coro classico deriva da quello del San Lorenzo de Alagro, squadra di calcio di Buenos Aires, che come melodia si ispirò a Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival. Qui da noi è stato modificato naturalmente nel testo e anche nella melodia.

Totalmente dipendente, non so stare senza te, biancorosso nelle vene, tifo Reggiana alè

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Simpatico anche l’altro, utilizzato pure dai tifosi dell’Inter, dunque un ragione in più per unirmi al grido di:

“Tu non chiedermi perché, non ci sono nel weekend, giro il mondo insieme a lei, sola non la lascio mai, lotta e vinci insieme a noi”

Una sera al Palasport – Reggiana – Zenit San Pietroburgo – Eurocup di Basket – foto TT

Alla fine è una  festa con i giocatori richiamati fuori a gran voce. Due file più sotto le amiche della pollastrella e fan scatenate della Grissin Bon festeggiano e anche noi due ci uniamo al sentimento comune. Il sangue reggiano che abbiamo nelle vene non è acqua (casomai lambrusco).

Una sera al Palasport – Reggiana – Zenit San Pietroburgo – Eurocup di Basket – foto TT

Oé oé Mister Spelucchino

Compro una di quelle macchinette che tolgono lanugine, pelucchi e palline di lana dai maglioni. Una sera, mentre la pollastrella stirava mi son messo lì con pazienza ad espletare il compito dello “spelucchino” su alcuni maglioni. Dopo circa mezz’ora, alzo la testa, guardo la finestra e mi dico:”se i miei amici mi vedessero adesso direbbero che sono perlomeno una nuffia”. Rifletto ancora una po’, guardo Saura e le dico, in dialetto, mentre ripongo maglioni e macchinino: “Però, an s’è mai vest Johnny Winter fèr chi lavòr chè” … non si è mai visto Johnny Winter far di quei lavori qui. Povero me.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Oè oè Mister Spelucchino – foto TT

CAT TALES: Strichetto versus il ragno assassino 

Strichetto, la gattina che si è accasata da noi la scorsa estate, è sempre più parte della famiglia, il gatto Palmiro ormai la vede come una sorellina scatenata e l’armonia oramai è ad un buon livello. Solo la gatta Ragni e la gatta Spaventina faticano ancora ad accettare questa presenza e io credo che sia l’esuberanza della Stricchi ad infastidirle, sì perché la diavoletta beige della Tasmania è spesso scatenata, un missile di pelo rosa che corre tra stanze, un presenza che chiede costantemente attenzione sebbene lei stessa non sappia esattamente cosa volere. Per certi versi è una gattina difficile. E’ stata cresciuta da una famiglia che non avrebbe dovuto nemmeno pensare di aver gatti, una famiglia che la ha lasciata alla mercé di due figlie piccole che si sono sentite libere di fargliene di tutti i colori, col capofamiglia che di gatti non ne voleva proprio sentir parlare; una gatta che viene cresciuta in un contesto simile (e taccio altri aspetti che sarebbero passibili di segnalazione all’ENPA) non può che essere un po’ disturbata.

Per fortuna l’istinto di sopravvivenza e la curiosità innata l’hanno portata a cercare un’altra via e ad intrufolarsi qui alla Domus Saurea così, dopo aver valutato i due umani che la abitano, si è trasferita definitivamente certa che la sua vita sarebbe di certo migliorata. E’ una gattina irresistibile, bella, smorfiosetta, molto “figa”, con un musino e delle zampine deliziose, però è davvero impetuosa, così quando non ne posso più la do in pasto al ragno assassino.

Stricchi e il ragno assassino – foto TT

Stricchi e il ragno assassino – foto TT

Stricchi e il ragno assassino – foto TT

Stricchi e il ragno assassino – foto TT

Stricchi e il ragno assassino – foto TT

Ma va a finire che è sempre il ragno a soccombere, così lei – mentre al mattino sono in bagno a prepararmi – entra dalla finestra e mi guarda con quegli occhi come a dire: ragno sistemato, e adesso che si fa?

Strichetto came in throught my bathroom window – foto TT

COOP TALES: Hello Baby (may you stay forever young)

Coop di Regium Lepidi, sabato mattina, solita spesa settimanale. Giro tra gli scaffali cercando di non perdere di vista la pollastrella, davanti a me un uomo intorno ai settanta. Sono giorni di neve, ha in testa un cappello di lana rosso con sopra appiccicate alcune toppe che sanno di auto, di vernice, di donne, di velocità, si vede che è un tipo sveglio, da giovane doveva essere di certo un vasco, come diciamo noi qui in Emilia, e uno che conosce la sua città come le sue tasche.

Incrociamo una signora, anch’ella sulla settantina, di sicuro una sua amica di gioventù perchè il vasco le fa “Ciao bella” e prosegue le sue faccende. Mi scatta il pensiero che in fondo interagiamo con i nostri amici come se fossero sempre quelli incontrati da giovani. E’ una riflessione che ho già affrontato col Pike Boy, alla fin fine siamo sempre quelli dei vent’anni, con le caratteristiche cristallizzate a quell’epoca e che seppur consci del passare degli anni, vecchi ci sembrano sempre gli altri. Ricordo che Brian, all’età di 80 e passa anni, chiamava le persone anziane “vecchi” con un accento quasi dispregiativo, nel senso che le vedeva molto avanti con gli anni e lui riteneva che quella fosse una condizione che non lo riguardasse. Scopro lo stesso approccio anche nel padre di Saura, che quest’anno compirà 80 anni. Chissà se è un escamotage del nostro cervello per non farci piombare nella disperazione più nera quando siamo ad un passo dall’abisso.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Inter will rise again

Dopo alcuni mesi di sconforto, l’Inter sembra essere uscita dal pantano. Sulla tribunetta arancio della Domus Saura io e Mario, partecipiamo alla risalita della squadra che ci fa battere il cuore.

Tim & Mario: tribunetta arancio Domus Saurea – Inter Club Brigata Alvaro Recoba Borgo Massenzio – foto Saura

Un buon 0 a 0 col Napoli e uno spettacolare 0 – 5 sul campo della Samp, con 4 goal di Maurito. Strichetto mi guarda incredula, “possibile?” sembra chiedermi, sì, Stricchi, è possibile, ecco perché per me c’è solo l’Inter. Quando tutto sembra volgere al peggio ecco che la grandeur torna a riempirci l’animo.

Sampdoria – Inter – 0 – 5 – Strichetto tifa Inter – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Giradischi Blues

Tempo d’equinozio, tempo per Gian Michele Jarre.

Sul giradischi – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Era da un po’ che volevo prendere la nuova ristampa di Under A Red Sky degli U2, uno degli album simbolo per quelli della mia generazione per quanto riguarda i primi anni ottanta.

Sul giradischi – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Tutto mi riporta alla mia giovinezza quando si tratta di acquistare nuove vinili. Nel riaffacciarmi a dischi di quando ero adolescente, mi accorgo una volta di più come negli anni settanta era quasi impossibile per gli italiani “far suonare” decentemente dischi registrati qui da noi, per fortuna l’affetto e la qualità di certi pezzi sopperiscono alle mancanze della qualità audio. Quello di Vasco soprattutto sembra registrato in uno sgabuzzino, i master originali devono avere una qualità sonora piuttosto mediocre, così il risultato non è granché malgrado gli sforzi (la nuova versione è stata masterizzata a 45 giri visto che tale velocità fornisce maggiore fedeltà) ma come detto è uno degli album della mia adolescenza e lo amo nonostante tutto.

Sul giradischi – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Sul giradischi – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Alla fine per ritrovare energia e good vibration torno alla mia cara, vecchia, Bad Company. Che Mick Ralphs illumini il mio cammino in questa nuova stagione.

Sul giradischi – foto TT

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊