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Brian May “Back To The Light (1992) – (2021 reissue – Universal Music) – TTT+

22 Ago

Ricordo bene questo album di Brian, uscì in piena Queenmania a un anno di distanza dalla morte di Freddie e qualche mese dopo il celebre concerto tributo a lui dedicato. In quel momento in Europa (e in buona parte del mondo – nord America escluso) non si ascoltava altro, pareva non ci fossero che i Queen. Avevo molte aspettative per Back To The Light, nel 1989 ero tornato a seguire il gruppo con passione e speravo che il disco di May potesse essere all’altezza. Ho amato parecchio i Queen, ma in un loro periodo ben preciso, diciamo dal 1975 al 1980 perché a differenza dei veri fan non ho mai avuto un attaccamento speciale per i primi tre dischi e quelli usciti dopo The Game mi mandarono in confusione. Flash (dicembre 1980) e Hot Space (1982) furono delusioni mica da ridere. Tornai a frequentarli con The Works (1984) che fu un album non incredibile ma importante per la mia vita (insieme a Slide It In degli Whitesnake fu la mia colonna sonora di quell’anno). A Kind Of Magic e The Miracle non mi convinsero del tutto, d’altra parte conobbi i Queen con A Day At The Race (1976) e News Of The World (1977) e dunque non potevo che pretendere maggiore qualità. Poi, nel gennaio del 1991 ascoltai per radio l’anteprima del singolo Innuendo. Ero in un albergo a una stella a Milano, in un contesto urbano e spirituale molto, molto blues, prima di prendere sonno in quella umida e squallida stanza accesi la radio e il dj passò quello che era il nuovissimo singolo del gruppo. Mi colpì molto e ancora oggi ritengo sia l’unico pezzo epico degno di Kashmir dei LZ. Accadde poi l’inevitabile, a cui seguì il Freddie Mercury Tribute Concert, evento teletrasmesso live in tutto il mondo che contribuì a spedire i Queen nell’iperspazio. 

Il singolo Driven By You mi piacque, benché provenisse dagli spot pubblicitari che May scrisse per la casa automobilistica Ford, come mi piacque il fatto che Cozy Powell fosse della partita, ma poi gli entusiasmi si affievolirono, gli album solisti di membri dei grandi gruppi non hanno mai retto il confronto con quelli dei gruppi di provenienza.

Back To The Light è riproposto adesso in versione superdeluxe.

Brian May Back to The Light reissue

The Dark funge da introduzione, Back To The Light (Powell alla batteria) è brillante, sospesa com’è tra momenti di dolcezza e sfuriate elettriche, buono l’assolo di chitarra.

Con Love Token (Powell alla batteria) ci si dà all’Hard Rock velato di Rock Blues,  peccato abbia certe parti melodiche uguali a Headlong dei Queen, inoltre io ci sento echi degli Eurorhytmics e di Robert Palmer.

Resurrection (Powell alla batteria) è un pezzo da centurioni, costruzione scontata, tempo di batteria da gruppo teutonico pronto per il Rockpalast. Ci si sono messi in tre per scrivere questa brodaglia metallica. Tastiere banali, arrangiamenti dozzinali, assolo tra hammers on e tapping da dimenticare. Pezzo sopra le righe che sconfina nel kitsch.

Too Much Love Will Kill You la ascoltai la prima volta al Freddy Mercury Tribute e già allora mi parve una canzoncina caruccia ma nulla più. Risentirla oggi non mi fa cambiare idea. Magari ci sono momenti della vita in cui ci si può far cullare dalla retorica contenuta nel testo e dalla melodia gradevole (ma comune), però temo non sia un capolavoro sebbene in alcuni momenti l’uomo di blues che sono si commuove.

backtothelight reissue Brian May

Driven By You è altrettanto ruffiana, giretto armonico usatissimo, chitarrone distorte, approccio alla Bryan Adams, assolo alla Brian May. Canzoncina da ascoltare il sabato mattina mentre si è intenti a riassettare casa.

Nothin’ But Blue (Powell alla batteria / John Deacon al basso) è una sorta di pop blues in minore su cui la solista di May cerca di suonare qualcosa di ispirato, e a tratti riesce nell’intento.

I’m Scared (Powell alla batteria) è un altro brano di Hard Rock, questa volta forse più riuscito ma sempre sopra le righe. A questo punto temo sia stata l’influenza esercitata da Cozy Powell a rendere centurioniche le canzoni di Brian. Last Horizon è uno strumentale alla Beppe Maniglia (https://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Maniglia), a me oggi fa scappare da ridere (proprio come Prelude di Jimmy Page, intendiamoci) ma magari qualcuno lo trova fruibile. Let Your Heart Rule Your Head è imbarazzante, che senso ha una copia carbone di ’39 dei Queen? Mah! L’assolo in stile country però ha il suo perché. Just One Life è un momento riflessivo, un poco enfatico e senza una melodia particolare ma fa parte di quel tipo di canzoni che fregano gli uomini come me.  Rollin’ Over è una cover degli Small Faces che riporta un po’ di brio.

Il bonus disc offre versioni differenti (in massima parte con l’aggiunta della solista), un’ alternate take e cosette registrate dal vivo. Nulla di memorabile.

Quando fai parte di un gruppo che ha vari compositori al suo interno sei costretto a scegliere i migliori due o tre pezzi che hai scritto in un dato periodo per avere chances che vengano approvati dalla band e messi sul nuovo album, quando invece sei in veste di solista pensi che tutto quello che hai prodotto sia degno di pubblicazione così dai alle stampe un disco annacquato, soprattutto se la vena compositiva (che dura tra i 5 e i 10 anni) si è ormai esaurita.

I dischi solisti dei musicisti di grandi band sono – tranne rarissime eccezioni – cose per fan, e Back To The Light non si discosta da questo assunto. Magari assumono un grande valore nella vita delle persone, ma se messi in prospettiva paiono insignificanti per la storia del Rock.

  • CD 1 – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over
  • CD 2 – Out of the Light
    1. Nothin’ But Blue – Guitar Version
    2. Too Much Love Will Kill You – Guitar Version
    3. Just One Life – Guitar Version
    4. Driven By You Two
    5. Driven By You – Ford Ad Version
    6. Tie Your Mother Down – Live Version
    7. Too Much Love Will Kill You – Live Version
    8. ’39 / Let Your Heart Rule Your Head – Live Version
    9. Last Horizon – Live Version
    10. We Will Rock You – Live Version
    11. Driven By You – Cozy and Neil Version ’93
  • Vinyl LP – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over

BOOTLEGS: Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975 – EVSD 2021 (soundboard) – TTT½

29 Mag

Dopo due warm up gigs in Europa, il tour nord americano del 1975 si apre a Bloomington, piccola città del nord degli Stati Uniti nello stato del Minnesota. Minneapolis è solo a 16 km e naturalmente i 15.000 posti del Metropolitan Center sono tutti esauriti.

Per anni di questo concerto non vi è stata traccia sonora poi, pochi mesi fa, la registrazione audience che fa capolino e oggi arriva addirittura anche il soundboard. Molti fan dei LZ non vedevano l’ora di poter ascoltare una registrazione (non ufficiale, ricordiamolo) di buona qualità relativa alle prime date del tour del 1975, un po’ per potersi gustare le rarissime versioni live di The Wanton Song e When The Leeve Breaks con alta qualità audio, un po’ per verificare le condizioni della voce di Plant e capire se i grossi problemi fossero davvero relativi all’influenza presa nelle date successive o cosa.

Ecco dunque che la Empress Valley Supreme Disc ci regala (si fa per dire, i cofanetti bootleg hanno prezzi stratosferici e trovarli è tutt’altro che semplice) il soundboard del primo concerto americano del tour.

“Ladies And gentleman, the American return of Led Zeppelin” dice al microfono il presentatore e poco dopo parte Rock And Roll. Il suono della chitarra lascia allibiti: non c’è praticamente distorsione, è vero che questo è il tour in cui Page sfoggia il suo suono più pulito di sempre, ma così è davvero inquietante. La voce di Robert Plant non sembra granché, è rauca, roca e in alcuni punti cede. Prende così corpo la teoria che sostiene che i grossi problemi siano dovuti alla operazione alle corde vocali del 1974. L’assolo di chitarra è suonato senza distorsore, l’effetto è comico. E’ vero che Page si è presentato negli USA con l’anulare della mano sinistra fuori uso, ma …

In Sick Again sembra andare meglio ma il primo assolo di chitarra non è all’altezza del nome Jimmy Page. In Over the Hills and Far Away la chitarra è scordata, così la parte iniziale non è godibile come dovrebbe essere. RP fatica con la voce. Il gruppo non suona davanti ad un pubblico dal luglio 1973, diciotto mesi di interruzione si sentono, il gruppo sembra essere poco rodato, i problemi alla mano sinistra di Page, alla voce di Plant e al consumo di certe sostanze poi amplificano le difficoltà.

In quelle condizioni ci vuole coraggio ad affrontare un pezzo come When the Levee Breaks, ma il gruppo ne ha sempre avuto, persino troppo. Per il fan che sono avere WTLB in qualità soundboard è una gran cosa, la versione tuttavia è slabbrata, il lavoro alla slide di Page è impreciso ma la improvvisazione finale – se vogliamo – ha un suo perché. La qualità audio sembra un poco sbilanciata verso frequenze alte.

Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975 - EVSD 2021 (soundboard)

The Song Remains the Same fila via piuttosto bene, il gruppo sembra iniziare ad ingranare pur con le magagne tipiche della prima data di un tour. Nel registro basso di The Rain Song RP mostra di essere ancora un cantante molto espressivo e i LZ di essere – nonostante tutto – il più grande gruppo della storia del Rock (sì, perché poi se vi vanno ad ascoltare i bootleg soundboard degli altri gruppi non è che siano tutte rose e fiori).

Led Zeppelin - Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 18 january 1975

Kashmir (anch’essa in accordatura aperta, come la precedente) procede liscia e apre la strada a The Wanton Song l’altro pezzo che noi amanti del gruppo avremmo sempre voluto sentire in buona qualità audio e lasciatemi dire che con questo pezzo tornano i LZ che conosciamo, se non altro nell’atteggiamento. Il gruppo sembra più caldo e dunque rockeggia bene, peccato che al momento in cui Page parte con l’assolo la registrazione si interrompa e riprenda con No Quarter, più a meno durante l’assolo di piano di John Paul Jones, brano questo che si sviluppa piuttosto bene.

Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975

Led Zeppelin soundcheck – Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 17 january 1975 – Photo Neil Preston

Anche Trampled Underfoot contribuisce a riportare il gruppo su buoni livelli, in Moby Dick Page cambia i break di chitarra, forse per il problema all’anulare.

In My Time of Dying è un altro brano in accordatura aperta e Page sembra a suo agio in questo contesto (solo in WTLB  – anch’essa in G open tuning – e sembrato in difficoltà). Durante la prima parte di Stairway To Heaven le tastiere di John Paul Jones non sono presenti e un fastidioso rumore di fondo, dovuto probabilmente a contatti vari, rovina un po’ la performance. Verso il minuto 3 il piano di Jones torna in vita. Malgrado qualche silenzio di troppo l’assolo di Page sembra sufficientemente vitale. Versione senza dubbio dignitosa, per il pubblico certamente superba vista la lunghissima ovazione.

“Questo è il primo concerto del tour, siete davvero buoni con noi, sappiamo di essere arrugginiti” dice Robert al pubblico adorante. 50 secondi del riff di Whole Lotta Love senza cantato servono da trampolino di lancio per Black Dog, ultimo pezzo della serata, suonato discretamente.

Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN january 18 1975 b

Soundcheck – Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 17 january 1975 – Photo Neil Preston

 
Bootleg dunque non certo memorabile (ma sappiamo che per quanto riguarda il tour nord americano del 1975 pochi lo sono, qualità audio a parte) ma di sicuro intrigante in quanto prima data e notevole per le versioni soundboard di The Wanton Song e When the Levee Breaks.
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LED ZEPPELIN
 
MET CENTER, BLOOMINGTON, MN, USA JANUARY 18th, 1975
 
JESUS, LIVE IN MINNEAPOLIS 1975, BOX SET EMPRESS VALLEY [EVSD-1280/1281]
 
EVSD-1280/1281 > WAV > FLAC
 
Soundboard recording:
 
CD 1:
01 Intro
02 Rock and Roll
03 Sick Again
04 Over the Hills and Far Away
05 When the Levee Breaks
06 The Song Remains the Same
07 The Rain Song
08 Kashmir
09 The Wanton Song
 
CD 2:
01 No Quarter
02 Trampled Underfoot
03 Moby Dick
04 In My Time of Dying
05 Stairway to Heaven
06 Whole Lotta Love
07 Black Dog
 
 
 
 
 
 
 

GRETA VAN FLEET “The Battle at Garden’s Gate” (Lava/Republic 2021) – TT½

7 Mag

Qui sul blog parliamo dei GVF dal 2017, quattro anni fa ci colpì l’aria sbarazzina con cui quattro monelli del Michigan portavano in giro il loro amore per i Led Zeppelin, ma già l’anno successivo iniziammo a ricrederci. Quest’anno mi sa che il giudizio continui a non essere proprio positivo. Non è per supponenza, invidia o chissà che, ma solo constatazioni circa lo stato della musica Rock al giorno d’oggi e la non riuscita maturazione del gruppo. Mi sono messo all’ascolto di questo album di buon voglia, ma al primo tentativo dopo quattro pezzi ho dovuto smettere. Volendo poi parlarne qui sul blog mi sono impegnato e ho finito per ascoltarlo tutto. Credo ci siano spunti carini, ma troppe volte i Led Zeppelin tornano prepotentemente a galla. Dopo due extended play e un album vero e proprio sarebbe stata l’ora di un disco da Greta Van Fleet, dove le naturali ispirazioni ed influenze (se non le capisco io!) fossero carburante per l’anima e non un foglio di carta carbone. Al momento i GVF non sembrano riuscire a replicare il percorso degli Heart, altro gruppo innamorato dei LZ, ma capace di tenere a bada le influenze o perlomeno di usarle non in maniera grossolane, per questo i GVF si avvicinano sempre più pericolosamente a Kingdome Come e Great White, gruppi oggi inascoltabili.

I GVF non riescono dove i led Zeppelin stessi hanno costruito il loro successo, magari riciclare idee e riff di altri ma riproporli con stile e marchio di fabbrica proprio.

Ultimo appunto prima di partire con qualche considerazione sui pezzi: la voce di Joshua Kiszka è diventata quasi insopportabile. A furia di rifarsi al primissimo Robert Plant è si è trasformato in una macchietta. Oggi è un cantante difficile da reggere.

greta-van-fleet-the-battle-at-gardens-gate-2021

Parte Heat Above e ti dici, ma veh, in modo autoironico iniziano subito con una citazione (l’intro di Your Time Is Gonna Come) ma poi il pezzo funziona, organo, chitarra, acustica e un sviluppo niente male.

My Way, Soon è un rockettino che sa di già sentito ma che funziona. Assolo alla Joe Perry Aerosmith fine anni ottanta.

Broken Bells parte in maniera riflessiva, ci sono echi di Ship Of Fools di Robert Plant ma fai finta di niente, il pezzo ti fa ben sperare ma poi compare la parte finale di Stairway To Heaven ed inizi a scuotere la testa.

Built By Nations ha un riff alla LZ, un po’ Black Dog, un po’ Whole Lotta Love versione live, il resto non dice nulla.

Age Of Machine continua col songwriting basato su svolgimenti musicali articolati e ricami chitarristici di buon livello, ma anche qui Page è sempre presente: stavolta è il momento di Whisper A Prayer For The Dying dall’album Coverdale-Page.

Tears Of Rain ha una partenza un po’ alla Hotel California, il brano è rovinato dal cantato di Joshua Kiszka, sopra le righe e sempre al limite della propria estensione.

Arrivati a Stardust Chords l’album inizia a stancare. Light My Love non riesce a lenire il tedio, la voce continua ad essere un elemento di disturbo. Il giro di chitarra di Caravel è molto americano, lo spessore del brano non è granché.

The Barbarians continua sugli stessi sentieri, brano per niente memorabile e cantato ridondante. Trip the Light Fantastic non di discosta da quanto appena scritto. 

The Weight Of Dreams inizia con un arpeggio preso pari pari da Babe I’m Gonna Leave You e tu non sai più dove sbattere la testa, anche perché il resto della canzone non si differenzia di un millimetro dalle precedenti: stesso andamento, steso cantato, stessi arrangiamenti.

I GVF si sforzano di scrivere musica ricca, questo glielo si deve riconoscere, ma alla fin fine il progetto da un punto prettamente musicale non decolla, le tracce di valore sono poche e ancora sotto la pesante influenza dei Led Zeppelin. Arrangiamenti troppo simili, pezzi troppo lunghi, deriva verso il massimalismo … troppi orpelli negli arrangiamenti e nella scrittura dei pezzi, la ricchezza e l’eccesso vanno dosate con molta, moltissima cura.

L’influenza dei Led Zeppelin risalta particolarmente nella prima parte del disco, come scritto all’inizio alla quarta prova discografica ci si aspettava maggiore originalità. Temo siano della stessa lega di Frank Marino e Robin Tower, musicisti incapaci di evolversi e togliersi dalla pesante ombra dei propri idoli musicali.

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Nelle classifiche l’album è arrivato in alto: primo nella regione belga della Vallonia, terzo in Germania, sesto in Italia, ottavo nel Regno Unito, secondo in Scozia, undicesimo in Svezia. Da un parte è bello che un disco puramente (hard) rock torni in classifica, significa che ancora c’è un pubblico, e che non tutti si sono rassegnati ed assuefatti alla melma che c’è in giro oggi, ma mi chiedo se non sia l’ennesima conferma che il Rock è prigioniero di se stesso.

Per me il disco non raggiunge la sufficienza, ma se è questa la roba che piace, se è questo il futuro del rock, allora ce ne faremo una ragione. Solo un avvertenza: non venite a romperci le scatole se preferiamo continuare ad ascoltare gli originali.

I Greta Van Fleet sul blog:

https://timtirelli.com/2017/08/13/greta-van-fleet/

https://timtirelli.com/2018/10/22/greta-van-fleet-anthem-of-the-peaceful-army-republic-records-2018/

 

Australian Albums (ARIA)[28]42
Belgian Albums (Ultratop Flanders)[29]13
Belgian Albums (Ultratop Wallonia)[30]1
Dutch Albums (Album Top 100)[31]16
German Albums (Offizielle Top 100)[32]3
Irish Albums (IRMA)[33]62
Italian Albums (FIMI)[34]6
Japanese Albums (Oricon)[35]39
Norwegian Albums (VG-lista)[36]30
Scottish Albums (OCC)[37]2
Swedish Albums (Sverigetopplistan)[38]11
UK Albums (OCC)[39]8
UK Rock & Metal Albums (OCC)[40]

Blackberry Smoke “Live From Capricorn Sound Studios” (3 Legged Records 2020) TTT¾

16 Mar

Mi scrive Livin’ Lovin’ Jaypee e mi propone di mangiare qualcosa in centro durante la pausa pranzo. E’ un giovedì in zona arancione. Ci diamo appuntamento davanti ad una piadineria non distante da dove lavoro, in pieno centro storico. Lui ordina una “Leggenda” io una “Emilia”; ci spostiamo a consumare il pasto sulle panchine di Roma Square. Fa freddo, c’è il sole, intirizziti buttiamo giù le specialità romagnole con una certa voracità mentre osserviamo una coppia di non più giovani sposi che sono stati depositati al centro della piazza da un macchinone blu. Osserviamo l’autista attendere pazientemente mentre la giovane fotografa cerca di immortalare la coppia in scatti suggestivi.

Sono ormai più di cinque lustri che con Jay condivido un bel po’ di vita, dodici anni passati a suonare insieme e altri quindici a far parte della stessa cerchia esoterica di illuminati del blues hanno cementato un rapporto d’amicizia che sembra (ed è) indissolubile (indifferente al calcio Jaypee si professa comunque di religione interista in omaggio al sottoscritto). Lui bassista, quieto, riflessivo, di poche parole, io (il solito) chitarrista rock cagacazzo. Entrambi convinti di essere nati e cresciuti nel bayou della Louisiana.

“Jay, hai comprato qualche disco ultimamente?”

“Dischi no, ma ho fatto il download a pagamento dell’EP dei Blackberry Smoke “Live From Capricorn Sound Studios” del 2020.”

Raccolgo questa informazione e la deposito in un angolo della mia maruga. Condividiamo qualche altro blues e ci separiamo, sono ormai le 14.

Il venerdì sera mi scarico pure io le sessions in questione.

I Blackberry Smoke sono una band di Atlanta formatasi vent’anni fa, il loro rock è di matrice southern ma sono cresciuti ascoltando altresì gli stessi gruppi che abbiamo ascoltato noi (diverse le cover di pezzi dei LZ presenti nelle loro scalette ad esempio). Per un paio d’anni li ho seguiti con attenzione e ho acquistato i loro album, ma poi – vittima del rapporto di amore odio che ho con il Rock oggigiorno – li ho persi per strada.

Ci voleva giusto il mio amico JPC a riportarmi in carreggiata.

In attesa del nuovo album vero e proprio previsto per quest’anno, il gruppo ha deciso di rendere omaggio allo studio celebre per essere stato negli anni settanta il punto d’attracco per il southern rock, lo fa proponendo sei cover di pezzi legati a doppio filo allo studio e alla etichetta Capricorn.

Il bon ton musicale della band nell’eseguire la musica che tanto amiamo c’è ancora tutto: arrangiamenti esemplari, prova d’insieme ottima, sound rotondo e umido.

Per affrontare un classico come Midnight Ryder (Allman Brothers) serve una certa personalità, evitare di essere schiacciati dalla versione originale è un attimo. I BBS ne escono vincitori. Versione riuscita, simile all’immortale masterpiece di Gregg Allman che abbiamo tutti nel cuore, con qualche nuova sfumatura

https://www.youtube.com/watch?v=KxhK5xTDVNg

Take The Highway (Marshall Tucker Band) con Marcus Henderson al flauto. Questa è una delle mie preferite, un po’ per l’ottima dimostrazione che ne dà il gruppo un po’ perché nel mio cuoricino la Marshall Tucker Band ha un posticino riservato. Il flauto riporta nell’aria profumi di un meraviglioso tempo che fu. Bello l’assolo di chitarra dopo quello di flauto. Il caldo suono delle Gibson è sempre un balsamo per le nostre anime tormentate. Bel rock elettrico che ancora sa distinguersi dall’hard rock pur mantenendo una carica decisa. 

https://www.youtube.com/watch?v=Pd-wis4z8o0

Due gli omaggi ai Wet Willie, gruppo di seconda fascia della Capricorn Records negli anni settanta, il primo è Keep On Smiling (Wet Willie)

https://www.youtube.com/watch?v=gXQXukq6wqw

il secondo Grits Ain’t Groceries (Wet Willie) entrambi con Jimmy Hall (dei WW, alla voce) e le Black Bettys (duo vocale anch’esso di Atlanta).

https://www.youtube.com/watch?v=h8ggSs7G3J4

Personalmente li ritengo i momenti più deboli dell’EP, pur essendo affrontati con la solita verve non riescono a convincere del tutto.

Con Revival (Allman Brothers), sempre con le Black Bettys, si torna su livelli degni di nota, è chiaro che la band ha gli Allman Brothers nel sangue.

https://www.youtube.com/watch?v=pFyvy3Rheew

Southern Child (Little Richard) con le Black Bettys. Il pezzo è del 1972 ed è un misto di country-rock, boogie e funk. I BBS la fanno loro e il risultato è uno spettacolo: ritmo irresistibile, Telecaster, slide guitar, armonica. Uno dei due momenti più brillanti dell’album.

https://www.youtube.com/watch?v=LiN0Q3ULbKY

Un buon EP dunque, niente di incredibile, dopotutto trattasi di cover, ma ogni tanto ricordarsi di come va suonato, interpretato e confezionato il rock non è male.

BOOTLEGS: Led Zeppelin “The Awesome Foursome Live At The Forum” – LA Forum 24/03/1975 (EVSP 2020)

5 Gen

Le ultime tre date del tour del Nord America del 1975 dei LZ si svolgono al Forum di Los Angeles, uno dei posti più leggendari dove tenere un concerto Rock, capienza 20.000 spettatori circa. Malgrado nella seconda metà degli anni settanta dal vivo il gruppo non sia più lo spettacolare quartetto del periodo 1968/73, la fama e il successo toccano vertici assoluti. Il tour del 1975 arriva dopo un anno e mezzo di fermo, e inizia in maniera sfortunata come sappiamo: poco prima di partire per il nuovo continente Page si infortuna alla mano sinistra schiacciandosela nel porta di un vagone di un treno a Victoria Station a Londra e Robert Plant nel momento di affrontare le tre date al Chicago Stadium – ad inizio tour – si becca una influenza che lo lascerà in pratica senza voce per tutta la durata della tournèe. Anche Bonham non se la passa bene, ha dolori allo stomaco e diarrea, ma perlomeno le sue performance non ne risentono. Personalmente non credo sia stata una grande idea organizzare un tour del genere in pieno inverno (dal 18 gennaio al 27 marzo), col disco Physical Graffiti in uscita solo a fine febbraio.

L’etichetta giapponese specializzata in bootleg Empress Valley Super Discs aveva già pubblicato tempo fa una anticipazione soundboard del concerto in questione (gli otto pezzi di The Night Stalker), ma solo oggi decide finalmente di far uscire il concerto completo in questione da fonte soundboard, preso dal mixer insomma. Da ricordare che delle date di Los Angeles del 1975 esistono da sempre le ottime registrazioni audience (prese dal pubblico) dell’indimenticato Mike Millard, personaggio di cui abbiamo parlato spesso qui sul blog.

Il Forum di Los Angeles nel 1975

Due le edizioni, quella a tre cd chiamata The Awesome Foursome e quella a quattro cd chiamata Jesus che contiene un non meglio precisato missaggio alternativo di Candy Store Rock, il brano tratto dall’album Presence (1976).

Led Zeppelin March 24, 1975
The Forum Los Angeles, CA

Soundboard Recording
The Awesome Foursome ive At The Forum (EVSD)

101. Introduction
102. Rock And Roll
103. Sick Again
104. Over The Hills And Far Away
105. In My Time Of Dying
106. The Song Remains The Same
107. The Rain Song
108. Kashmir

201. No Quarter
202. Trampled Underfoot
203. Moby Dick

301. Dazed And Confused
302. Stairway To Heaven
303. Whole Lotta Love
304. Black Dog
305. Heartbreaker

I primi due colpi di cassa di Bonham prima dell’inizio lasciano intendere sin da subito che – almeno dal punto ritmico – la serata sarà incandescente. Rock And Roll – come in tutti i concerti del 1975 – vede Robert Plant soffrire, la voce a freddo è quella che è, anche l’assolo di Page è slabbrato ma la botta iniziale è comunque super. In Sick Again la voce di Robert sembra iniziare a scaldarsi. Timbro sofferto e sporco, rappresentazione del periodo decadente (appena iniziato) del gruppo. Il primo assolo di Jimmy Page è di nuovo incerto, il suono della chitarra è troppo pulito, non c’è sustain a dare corpo alle note. Alla ritmica però il Dark Lord è uno spettacolo, malgrado la chitarra fosse indossata bassissima! La qualità sonora di questo soundboard è davvero eccellente!

RP: Good evenin’. I said, good eeeeeeeevening! That’s a bit better. Well, it’s, uh, we’ve been in California a little while, but let me tell ya, it’s, this is the place. This is the one, yeah. Tonight we intend, uh, to have, these are the last three gigs on our American tour so we intend them to be somewhat of a very high point for us. Now, that can’t be really achieved, obviously we don’t achieve that without a little bit of vibe, which I can already feel. And a few smiles. We intend to take a musical cross-section of the work that we’ve got together over the last six and a half years. A little touch of this, a little taste of that, a little toot of this, a little blow of that. And, uh, I suppose if we’re to call it a journey we should start by looking ahead.

Purtroppo la chitarra in Over The Hills And Far Away è scordata e nei ricami iniziali è piuttosto evidente ma nello sviluppo rock del pezzo il tutto diventa più fruibile. La voce di RP si esprime ancora in modo vago. La sezione dedicata all’assolo di chitarra è sempre uno dei momenti più intensi con John Paul Jones e John Bonham a giocarsi incastri e figure funk mentre Page improvvisa da par suo.

RP: Thank you. A gram is a gram is a gram. Well since we saw you last, uh, there’ve been a few developments in the camp. And a few camps in the developments. Bonzo decided not to have the sex change after all and, um, and we got a new album out. Two very relevant points. Physical Graffiti finally made it to the shops. And we intend to play you some of the tracks from it tonight. This is the first one. It’s, uh, comes from way way way back, a long long time ago.

In My Time Of Dying è il secondo pezzo della scaletta dal nuovo album Physical Graffiti e non il primo come invece annunciava RP in quasi tutte le date. Sentita in cuffia a buon volume pur con qualche magagna da parte di RP e JPP rimane una prova solidissima. Anche in anni difficili come questo i LZ dal vivo sapevano spesso essere micidiali.

RP: (Devil or angel; you’re breaking my heart.) Right now. Um, over the period of time that we’ve had the pleasure of being able to come and play in most of your country that we felt like, we took the advantage to travel to spots and places in the globe and on the globe and on the face of the earth, that people don’t normally go to, right? Places where the red light still shines for two rupees. Places where there’s a magical feeling in the air. … a light Paul Rodgers his bedroom when he takes his shoes off. Hah, hah, it’s, uh. And we found that whatever happens, wherever we go we find people and we develop rapports with these people. And sooner or later, we have to boil it down to the fact that ‘The Song Remains the Same.’

The Song Remains The Same è velocissima, pure troppo, ma è un buona versione. In The Rain Song la qualità del suono è cristallina, in questo brano è facile intuire di nuovo come fosse complicato portare in tour un Mellotron, nessun sfasamento particolare nelle sonorità dello strumento ma la sensazione è quella di essere sempre prossimi al precipizio per quanto riguarda la gestione tecnica dello stesso.

RP: John Paul Jones played Mellotron . I’m still trying to find the bridge. So. When we found in our bicycle clip was caught in our sock, we immediately said about doing something about it. It was, is very much the reason why we intend to feature John Paul Jones again on the mellotron. A rather cheap, nasty improvised version of an orchestra. And unfortunately, we, we would have to know then if we can’t afford to take an orchestra with us anymore. This is a song from Physical Graffiti. Um, a song that I think is becoming, uh, maturing more and more as time goes on. It’s called ‘Kashmir.’

In Kashmir il Mellotron dà ancora l’impressione di essere sempre sul punto di collassare ma, a parte il finale con qualche nota “svizzera” come diciamo da questi parti, prova più che buona.

RP:  That seems to be stretching out a little bit more every night. This one is not quite so new, this next piece. We once again feature John Paul Jones, uh, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. This is a very serious song …. It reflects on some of the negative possibilities of, uh, the journey. Of the future, of tomorrow and it’s called ‘No Quarter.

No Quarter (include ARANJUEZ CONCERT di Joaquín Rodrigo)  è cantata da Robert piuttosto bene tenendo conto di tutti i suoi problemi; quando John Paul Jones passa al grand piano per l’assolo la copertura del Theremin non è esemplare. Il momento in cui Jones è da solo al piano a me piace sempre molto, intrecci in tonalità minore che nascono dalla bruma dell’animo. Il ritmo (sincopato) aumenta quando JPJ decide che è il momento di iniziare la sezione che porta all’assolo di chitarra; John Bonham fatica un po’ a trovare il ritmo adatto ma poi vi si insinua bene. L’assolo di Page non è ispiratissimo, verso la fine riesce a suonare qualcosa di efficace. Il lavoro di pedaliera basso di Jones sul finale di questa parte è sensazionale.

RP: John Paul Jones, grand piano. Behind us we see there’s only a little bit a basic carpentry get, being carried on. Tonight’s a crop circle is staged tonight. There’s a bit of carpentry here and nail being knocked into wood. What’s going on? Right. The carpentry lesson is now finished and no more banging on pieces of wood. Throughout time, the medium of blues music and the use of a car has been used to, uh, indicate the connection between the human body and the motions of the car, right? You know, the old blues singers used to talk about their ‘Terraplane Blues’ and something similiar to squeezing lemons and things like that. Which takes us back a bit. Still got the lemon, mind you. This is something alone those lines. It’s not squeezing the, a lemon so much as going down on gasoline and pistons and Trampled Underfoot.

Trampled Underfoot è affrontata con la solita verve. L’assolo di Page non dice granché, troppe e fuori luogo le scariche costruite intorno ai soliti fraseggi ripetuti più volte.

RP:  He’ll never let you down. Ladies and gentlemen, at the front of the stage right now, Elvis Presley’s right hand man, Billy Miller. You went down like a ton of bricks, Bill. …Teeat me like a fool … It is our great pleasure, you can sit down again if you like. Thank you very much. It is our great pleasure now to feature one of the finest percussionists in the band today. Probably the greatest drummer ever to sit on this rostrum with us tonight. The Mighty … from Kidderminster. John Henry Bonham! ‘Moby Dick!’

Moby Dick stavolta dura 20 minuti.

RP: ‘Moby Dick.’ John Bonham. One of the finest drummers, probably the finest drummer that we’ve ever had. John Henry Bonham. A childhood friend. What a wonderful drum solo and what a wonderful hand job in the dressing room. Too much. Thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have, uh, we’re more than elated to be in California again. And that, I say from the bottom of my boots, really a circus. It’s been great being here although we haven’t really been outside the hotel rooms too much. But there’s plenty to do inside, as you can imagine. So let me tell you, we tried to say in the beginning that, uh, we wanted, what? Is that diarreah? What we tried to say in the beginning, that we intended to give you a cross-section of the, the music that we’ve got together. So we should take you right back to the first day that we got together in a little room. I can see you all there. In a tiny small room we got together and I think this is probably about the first thing that we had a go at. Apart from the secretary.

Dazed And Confused  (incl WOODSTOCK) 32 minuti di interconnessione con mondi musicali sconosciuti, di riflessi elettrici ed esoterici. Robert Plant se la cava discretamente per tutta la durata della suite; nella parte iniziale Page approfitta dei momenti di calma per cercare di accordare la chitarra. Nel lento e suggestivo intermezzo MI-/DO (che verrà poi usato per Achilles Last Stand primo brano dell’album Presence) RP canta il testo di Woodstock di Joni Mitchell. Versione niente male.

RP: Jimmy Page, guitar! Thank you very much. We really enjoyed that, ourselves, actually. We’d like to, uh, we are, in fact, it’s not a case of liking, we have determined to give you just one more very … , what we’ve been managing to get together. This is for all our English friends who arrived in, uh, at the Continental Riot House. This is for the foundations of the Continental Riot House. And this is for you good people here who’ve made this a good gig.

Anche Stairway To Heaven è discreta, l’assolo di Page – pur a tratti astratto – è degno di nota.

RP: Thank you very much. We’ve had a great time. See ya.

Whole Lotta Love / The Crunge / Black Dog. WLL è piuttosto fiacca, mentre The Crunge è in pratica la versione completa. E’ suonata con qualche incertezza nei cambi, ma come spesso capitava è improvvisata, non era un brano preparato per il tour. Segue sezione funk con e senza theremin. Black Dog è un mezzo disastro. Tra la fine del concerto e i bis nei camerini evidentemente succedeva qualcosa che vi lascio immaginare e che faceva rientrare il gruppo con molta meno lucidità.

(RP: Forum! Inglewood, LA, Hollywood, it’s too much. You’ve been fantastic. Fantastic. Good night.)

Heartbreaker è mediocre.

RP: Ladies and gentlemen, Children of the Sun. Good night.

Un bootleg apprezzabile dunque, qualità audio molto buona e performance più che sufficiente, niente di straordinario ma – vista la condizione del gruppo – tutto sommato accettabile.

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JOHN MAYALL “So Many Roads – An Anthology 1964-1974” ( Universal, UMC 2010) – TTTT

4 Gen

Cofanetto vecchio di 10 anni ma di cui vale la pena spendere due parole perché è ben assemblato, contiene infatti pezzi da gli album registrati negli anni più importanti per Mayall e rarità pubblicate a suo tempo su singoli e antologie varie.

John Mayall mi arrivò tramite l’album Crusade (1967), quello che reputo il miglior capitolo del British Blues revival anni sessanta, con un Mick Taylor da sogno, da allora mi porto dentro diversi  suoi dischi. Nel 1981 ebbi la sfortuna di vederlo in concerto alla Festa dell’Unità della Gorganza (Località vicino a Cavriago – Reggio Emilia), in quegli anni i grandi nomi del blues e del rock erano quasi tutti “fritti” (come direbbe il nostro amico Riff) e io non ero sufficientemente scafato per reggere certi concerti così la delusione fu massima: formazione lofi e concerto da dimenticare. La colpa probabilmente fu mia, mi aspettavo il Mayall di Crusade quando non era proprio il caso di avere tali aspettative.

Nonostante questo continuai a seguirlo, troppo rilevante la palestra di Mayall per tutti i grandi musicisti inglesi di quel periodo legati al blues. Questo box è davvero una ghiotta occasione per farsi un’antologia dei momenti più significativi senza svilire l’operazione e farla diventare una mera collezione da best of.

 

CD1

Contiene i primi singoli del 1964 e 65 e qualche brano dal primo album John Mayall Plays John Mayall con Roger Dean alla chitarra; quindi i tre pezzi prodotti da Jimmy Page nell’ottobre e dicembre 1965 con Clapton alla chitarra finiti su un singolo e sulla compilation Blues Anytime vol.2,

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un paio di brani live registrati al Flamingo Club di Londra nel novembre del 1965 comparsi a suo tempo su un paio di compilation, sei tracce dal famoso album John Mayall’s Bluesbreaker with Eric Clapton del 1965

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e un brano dall’album Raw Blues di John Mayall and Steve Anglo con Steve Winwood all’organo. L’era Peter Green si apre con due pezzi dall’album A Hard Road del 1967 sul CD1

CD2

e altri tre sul CD2.

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Si continua con Peter Green con quattro brani tratti da singoli e dall’EP uscito sempre nel 1967 a nome John Mayall’s Bluesbreakers with Paul Butterfield e quindi si entra nel periodo Mick Taylor con canzoni tratte da singoli e dagli album Crusade del 1967

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Bare Wires e Blues From Laurel Canyon del 1968 

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Sul CD2 vi sono anche un paio di brani presi da The Blues Alone del 1967, album “solista” di Mayall, ovvero senza i Bluesbreakers.

CD3

Tre tracce registrate dal vivo al Fillmore East nel luglio del 1969 aprono il CD3 con John  Mark alla chitarra acustica finger-style contenute a suo tempo nell’album The Turning Point uscito nel novembre del 1969, quattro provenienti da Jonh Mayall – Empty Rooms dell’aprile 1970 tra cui la deliziosa Waiting for the right time

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altre tre da Usa Union (novembre 1970) con Harvey Mandel alla chitarra e ulteriori tre da Back To The Roots (giugno 1971) con Clapton, Mandel e Taylor.

CD4

L’ultimo dischetto è dedicato ad album meno noti usciti tra il 1971 e il 1974 ma comunque sempre assai gradevoli benché meno a fuoco degli album degli anni sessanta.

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Cofanetto dunque di spessore, adatto sia agli aficionados che ai casual fan.

Whitesnake “Love Songs” (Rhino 2020) – TTT¾

17 Nov

Ho riflettuto un po’ prima di decidere se recensire questa raccolta perché temevo che personaggi basilari di questo blog non me l’avrebbero perdonata: Bodhran, il Michigan Boy e Ittod (una delle tre personalità che abitano il mio essere) in particolare.

I motivi? Beh in primis perché questa è una di quelle operazioni così mainstream che più mainstream non si può, poi perché gli Whitesnake – in particolar modo quelli di un certo periodo – sono ascrivibili al gruppo dei centurioni, come usiamo dire qui sul blog, e non per ultimo perché si tratta di un remix. Già, la nuova moda di rimissare le vecchie cose. In questo caso non è nemmeno traumatico, le love songs in oggetto non sono certo capisaldi della musica rock, ma in senso più ampio uno non può fare a meno di chiedersi che senso abbia questa ossessione di cambiare le vecchie registrazioni per renderle più appetibili al trend odierno e più user friendly agli utenti di Spotify. Allora, come ebbe a dire una volta il nostro Pike Boy, usiamo photoshop per correggere le imperfezioni Gioconda e bona lè!

Per tornare a noi, il fatto è che io ho sempre amato gli Whitesnake e David Coverdale. Un amico nel 1980 mi passò il doppio “Live … In The Heart Of The City” e fui subito irretito da quell’hard rock di derivazione blues in cui mi sarei sempre riconosciuto. E’ vero, è un rock spesso pieno di grossonalità, di luoghi comuni, di testi imbarazzanti (così tanto da risultare a volte persino cult) ma in tutto questo splende una forma di british hard rock notevole. La voce di Coverdale poi mi è sempre piaciuta da matti, e anche qui i riferimenti sono evidenti, Paul Rodgers per i primi anni e Robert Plant per le cose a venire, ma quando il vero Coverdale emerge per me è un godimento.

David Coverdale

Nei primi anni ottanta ho seguito la band con molta passione, Bernie Marsden alla chitarra mi piaceva un sacco, Jon Lord era magnifico e Mel Galley mi entusiasmava, Slide It In (UK version) è ancora oggi un album di hard rock stellare per il sottoscritto e se aggiungiamo Cozy Powell alla batteria poi … mamma, che brividi. 1987 e Slip Of The Tongue furono album spettacolari benché con la virata verso l’hair metal inconsciamente iniziai a perdere interesse per la band. Tuttavia sino al 2000 (album da solista di DC Into The Light incluso) seguii fedelmente gli Whitesnake, poi il buio; i quattro dischi da studio successivi mi consegnarono una band in cui non mi riconoscevo più.

Nuovi live, nuove deluxe edition di album passati, greatest hits … chissà perché non ne ho mai parlato qui sul blog mentre ora affronto queste Love Songs di getto. Misteri della psiche. Questo è il secondo capitolo di una trilogia di compilation: la prima è già stata pubblicata (The Rock Album), la terza (The Blues Album) lo sarà nel 2021. Contiene pezzi presi dal periodo 1987 – 2011, rimixati, rimasterizzati e in qualche caso riaggiustati tramite abbellimenti vari, tre di questi sono inediti tratti dall’album di DC Into The Light.

Love Will Set You Free (da Forevermore 2011) non è granchè e a me non dice nulla, The Deeper the Love (da Sleep Of The Tongues 1989) è il bel brano di heavy rock melodico tratto dal periodo di grande successo. Il nuovo mix rende tutto più attuale (ma non è detto che sia per forza un bene). All I Want, All I Need (da Good To Be Bad  2008) non mi dispiace e devo ammettere che oggi riesco ad apprezzarla, mentre all’epoca feci fatica. Certo, è rock radiofonico di stampo americano, a tratti melenso e banalotto, ma …

Ho sempre creduto che Too Many Tears (da Restless Heart 1997) fosse un gioiellino che avrebbe meritato maggiori fortune. Ballata malinconica venata di blues e con una bella melodia, qui riproposta in una nuova veste.

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Can’t Go On (da Restless Heart 1997) proviene dallo stesso album, forse è più scontata della precedente, ma riesce a convincere comunque. Is This Love (da 1987) è il grande successo che tutti conosciamo.

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Il primo inedito è With All of My Heart (outtake di Into The Light 2000) è un lento di tutto rispetto, una sorta di doo woop alla I’m Gonna Crawl  dei Led Zeppelin.

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Anche Summer Rain (da Good To Be Bad  2008) mi ha sorpreso, nel senso che oggi mi piace assai più che in passato. Magari il segreto è proprio il remix che tanto disdegno …
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Your Precious Love (da Restless Heart 1997) risulta piacevole oggi come allora; Now You’re Gone (da Sleep Of The Tongues 1989) è l’altro pezzone del 1989. L’enfasi dei metal years con Steva Vai alla chitarra risolta con sapienza. Nell’intro di Don’t You Cry (da Into The Light 2000) io ci sento i Mott The Hoople, e nello sviluppo i Procol Harum, ma forse sono suggestioni solo mie. Midnight Blue (da Into The Light 2000) ripropone i temi cari a Coverdale, e lo fa in maniera efficace. Easier Said Than Done (da Forevermore 2011) ripercorre formule già usate ed è troppo ridondante per essere apprezzata.

Chiudono l’album Yours For The Asking e Let’s Talk It Over, inediti provenienti dalle session di Into The Light. La prima è un pop rock  gustoso influenzato da venti che arrivano dall’India (o forse dal Nord Africa). Uno dei momenti più belli dell’album.

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La seconda è un 3/4 vagamente lennoniano, fruibile e convincente.

Insomma, questa compilation mi ha colpito, mi aspettavo di reagire diversamente, ed invece eccomi qui incoverdalito quasi come ai bei tempi. Disco da serate estive ma con un po’ d’azzardo lo si può provare anche in queste brumose giornate autunnali, questo bel rock pastoso, arioso e senza troppi impicci mentali potrebbe aiutare a lenire il gloomy feeling che noi uomini e donne di blues patiamo in questi mesi.

 

 

AC/DC “Power Up” (Sony 2020) – TTT¼

13 Nov

Tornano gli AC/DC (addirittura in una delle formazioni storiche … naturalmente Steve Young è al posto di Malcom), un nuovo album per ridar vigore al rock di pancia di cui tutti – perlomeno in certi momenti – abbiamo bisogno. 12 nuovi pezzi tutti a nome Angus e Malcom Young, dunque generati da idee musicali di anni fa. Cosa aspettarci già lo sappiamo, un rock da strappa mutande che vada dritto all’urgenza primitiva che alberga dentro di noi, quella che ci induce alla trance innescata da un ritmo primario sempre uguale e da chitarre (meravigliosamente) concrete. Rock in senso stretto che non considera minimamente varianti articolate insomma. L’unico problema è rimanere credibili: dopo 16 album basati su un rock che volutamente tende a ripetere la stessa formula, riempire il diciassettesimo di brani che non siano l’esatta copia carbone dei precedenti è un’impresa.

Realize infatti non è un apertura particolare, non c’è una sfumatura diversa che sia una rispetto ai brani standard del passato. Rejection è più o meno sulla stessa linea, nessun accenno a linee melodiche che possano anche solo distrarre un momento. Stessi cantati, stessi riff d’accordi, stessa ritmica, stessi interventi della solista. Shot in the Dark è il singolo dell’album, titolo piuttosto banale ma il brano sembra funzionare. Qualche battito d’ali in più pare esserci.

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Through the Mists of Time ha un buon titolo e un andamento più fresco. Buona la melodia e buono lo sviluppo. Finalmente un brivido. Kick You When You’re Down è divertente, fraseggi blues, spontaneità e – in alcuni punti – ritmo tribale. Con Witch’s Spell si torna decisamente verso  formule trite.

Demon Fire è un tempo veloce alla AC/DC, il giro di chitarra è intrigante, così come gli stacchi. Siamo sempre nel solito campo ma perlomeno vi sono soluzioni movimentate. Il basso pulsante di Wild Reputation trascina ma il brano non è granché. In No Man’s Land il lavoro delle chitarre ha il suo perché ed è un peccato non sia valorizzato da un cantato più variegato. I riff sincopati in Systems Down sono un bene, ma anche qui le melodie del cantato sono le solite. Al minuto 1:30 di Money Shot c’è un bel riff di chitarra, l’inizio di Code Red richiama Back In Black ma poi diventa un bel pezzo rock, gran riff di chitarre.

Immagino ci siano fan degli AC/DC che non vogliano null’altro che questo, personalmente ritengo che un briciolo di vivacità compositiva in più sarebbe necessaria, non certo per snaturare il caratteristico sound del gruppo ma per rendere il prodotto finito di livello musicalmente più elevato.

Brian Johnson fa la sua porca figura, è un cantante dallo stile esclusivo che a me è sempre piaciuto un sacco; Angus Young si conferma esemplare chitarrista rock, se solo cercasse di arricchire con qualche sfumatura diversa gli assoli potrebbe prolungare il suo status all’infinito. Gli altri tre – Steve Young, Cliff Williams e Phil Rudd fanno ciò che devono fare, e lo fanno in maniera efficace ed efficiente.

Disco dunque certamente sufficiente, ma sarebbe bastato poco per renderlo più incisivo, in un periodo in cui di una rinascita del rock ci sarebbe un gran bisogno.

Blue Öyster Cult “The Symbol Remains” (Frontiers Records 2020) – TTT+

7 Nov

Da un decennio l’Italia è  diventata punto di riferimento per l’hard & heavy internazionale, la Frontiers Records di Napoli ha infatti sotto contratto decine e decine di artisti di nome, molti dei quali vecchie glorie vogliose di un ultimo guizzo da campioni. Uno dei recenti acquisti della scuderia di Serafino Perugino sono i nostri amati Blue Öyster Cult, uno dei gruppi americani di hard rock più eccentrici e interessanti di sempre.

Del nucleo storico solo Eric Bloom e Buck Darma sono rimasti, ma dopotutto cantante e chitarrista sono pur (quasi) sempre il fulcro di ogni band e dunque anche in questa formazione la band mantiene una continuità più che onorevole.

Affronto questo tipo di uscite sempre con trepidazione inquinata dalla paura, quella di dover assistere a prove imbarazzanti di vecchi leoni spelacchiati.

That Was Me irrompe con cattiveria, Eric Bloom alla voce. Metallo pesante versione moderna, assolo di chitarra di Ritchie Castellano. Il video relativo genera perplessità … capisco sia indispensabile girarne uno ma la produzione è quella che è, i mezzi pochi, le idee quasi nulle ed è triste vedere un gruppo di rango ripreso in un video più consono ad una band di seconda / terza fascia. I tempi sono quelli che sono, certo, ma già nessuno dei tre nuovi membri della band ha il physique du role, se poi aggiungiamo video del genere il risultato non può certo essere esaltante.

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Altro video per Box In My Head, cantata da Buck Darma. Il pezzo è brioso e gradevole e benché non vi siano assoli di chitarra i brevi interventi di Darma sono proprio azzeccati. Anche qui il problema è il video, dozzinale e con soluzioni grafiche così scadenti che mi chiedo se esista il quality control nello staff della produzione.

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Richie Castellano canta Tainted Blood, brano musicalmente piuttosto consunto, accompagnato da ennesimo video. Castellano con la voce se la cava ma ha un timbro e un’enfasi che non reggo.

Nightmare Epiphany (voce Darma) in certe armonie vocali ricorda Don’t Feel The Reaper, il lavoro delle chitarre in alcuni punti è originale sebbene un po’ bislacco.

Edge of the World (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e  non è male, tempo medio che funziona. The Machine ” (voce Castellano) –  altro pezzo del solo Castellano, è invece più scontata, solito hard rock melodico contemporaneo.

Train True (Lennie’s Song) (voce Darma) risolleva l’animo: ritmo alto, costruzione musicale semplice ma efficace, assolo (di Buck) degno di nota.

The Return of St. Cecilia (voce Castellano) è un brano di nuovo guidato da Richie Castellano, per quanto mi riguarda niente da segnalare. Non fosse inserita in un album dei BOC sarebbe musica che non ascolterei.

Stand and Fight (voce Bloom) opta per espedienti banali, heavy rock gloom and doom ordinario, nemmeno la voce di Bloom può far qualcosa a riguardo. Florida Man (voce Darma) è un buon pezzo, meno scontato di quanto possa sembrare, e contiene un assolo come di deve del nostro Buck. The Alchemist (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e per quanto questo musicista/autore a me non piaccia, devo dire che questo pezzo di heavy metal tenebroso alla Blue Öyster Cult fa la sua figura; sarà la voce di Bloom (qui più convinto che in altri momenti), sarà il duetto di chitarre un po’ pretenzioso ma efficacie, sarà che mi mancano i vecchi BOC ma il tutto funziona. Il video è pieno di effetti grafici da due soldi ma mi piace pensarlo momento di eccentrica ironia (e vedere Eric Bloom incappucciato nelle veste d’alchimista mi strappa un sorriso).

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Secret Road (voce Darma) è scritto da Buck Darma, non sarà un capolavoro ma contiene espedienti compositivi quantomeno interessanti, la classe c’è e si sente. Bravo Buck. There’s a Crime (voce Bloom) è veloce e convinta; non sono sicuro che Fight (voce Darma) sia un brano con cui chiudere un disco, ma ad ogni modo è un altro di quei bei momenti alla Buck Darma, alla Blue Öyster Cult: interventi di chitarra intelligenti, scrittura riuscita, estro in full flight.

14 brani sono troppi, vista anche la qualità non esaltante di alcuni di essi, ma capisco che a 19 anni dall’ultimo album da studio il gruppo avesse voglia di inserire quanta più ultima produzione possibile.

Sbirciando nei social mi sono imbattuto su riflessioni di alcuni giornalisti musicali a proposito di The Symbol Remains. Un paio di loro (amici personali ed entrambi estimatori dei vecchi BOC) hanno giudizi sostanzialmente simili ai miei (anche se a pensarci bene sono forse meno teneri col gruppo) altri invece usano iperbole a mio avviso fuori luogo.

I gusti sono gusti, certo, ma soprattutto se si è giornalisti musicali occorre mettere tutto nella giusta prospettiva e non venire risucchiati dalla tendenza degli ultimi lustri dove il senso critico è andato a farsi benedire. In troppi sembrano assuefatti a formule trite e ritrite, a generi ingabbiati in un proposte sempre uguali, incapaci ormai di distinguere musica di livello e non. Mi soffermo spesso su questo punto, lo so, ma continuo ad essere basito, in senso più ampio poi quasi nessuno riesce più a distinguere tra capitoli importanti della propria vita (ad esempio, per me, i Bad Company) e capitoli importanti della musica (ad esempio Beatles, Mahavishnu Orchestra, Rachmaninov eccetera eccetera).

Ad ogni modo, disco più che sufficiente, alcune tracce davvero carine altre da dimenticare. I tre nuovi musicisti non dicono granché, sanno suonare, ma lo fanno in maniera neutra, e non è questo quello di cui avrebbero bisogno vecchie glorie come i Blue Öyster Cult. Detto questo, Eric e Buck nel cuore.

ROBERT PLANT “DIGGING DEEP: SUBTERRANEA” (Es Paranza / Warner 2020) – TTT

2 Nov

Nuova raccolta per il biondo di Birmingham, un doppio cd che contiene alcuni suoi “classici” pezzi del periodo migliore della sua carriera solista (1982 – 1993), brani del periodo successivo, e tre inediti. Copertina standard, nessuno sforzo creativo e realizzativo particolare.

Apre Rainbow, che fa parte dell’ultimo periodo del Golden God, il periodo che critici e molti fan apprezzano, il periodo che fa scrivere frasi già lette mille volte su come RP ricerchi strade nuove, su come non abbia dormito sugli allori, su come sia sempre riuscito sempre a rimettersi in gioco. Tutto vero, noi però non riusciamo ad esaltiamo troppo per gli ultimi album di Percy; certo non avremmo voluto vederlo – come ad esempio Gillan, Coverdale e parecchi altri – perpetuare il ruolo di cantante hard rock perché quando fisico e voce finiscono per tradirti ti mettono ovviamente in grande imbarazzo, ma non siamo nemmeno pronti a sostenere a cuore aperto quel miscuglio di americana-space-afro-rock alternativo.

Sono i pezzi dei primi lustri post Zeppelin a risplendere: Hurting Kind, buon brano rock tirato e scevro dai luoghi comuni del rock duro,

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e la delicata meraviglia di Ship of Fools ad esempio.

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Il mai pubblicato prima Nothing Takes the Place of You (Alan Robinson / Toussaint McCall) è in perfetta sintonia con le ultime voglie di Robert, traccia che proviene dalla colonna sonora del film del 2013 “Winter In The Blood

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Per Heaven Knows (comprensivo di un bell’assolo con lo stringbender di Jimmy Page) e In The Mood vale il discorso fatto in precedenza, due grandi brani del primo periodo da solista

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In Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) (Giovino/Miller/Robert Plant), secondo inedito, Plant torna alle radici del blues, lo fa in maniera meno scontata di tanta altra gente, ma secondo noi aggiunge poco.

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Altri classici del passato più remoto: Like I’ve Never Been Gone, splendida ballata del 1982 con Cozy Powell alla batteria e I Believe del 1993, commovente secondo omaggio a Karac, il figlio che perse nel 1977.

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Notevole anche la versione acustica di Great Spirit registrata nel 1993 insieme all’indimenticato Rainer Ptacek e alla sua chitarra National. Blues tenebroso e intenso.

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La solenne Anniversary (1990) ha ancora il suo perchè

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così come la frizzante Fat Lip del 1982

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e il gran singolo del 1993: 29 Palms

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Agli appassionati del genere americana piacerà l’inedito Too Much Alike (Feat. Patty Griffin).

Finale lasciato a due bei brani rock del 1993 venati di blues e di piombo Zeppelin e al contempo moderni come Memory Song (Hello Hello) e Promised Land, prima di essi però non poteva mancare probabilmente il singolo più riuscito di Robert Plant, l’evocativa Big Log: atmosfera superlativa, gran testo perfetto e videoclip d’accompagnamento pressoché perfetto.

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Una raccolta molto articolata (di diversi brani abbiamo scelto di non parlare), forse pure troppo, che spazia tra i bei classici e le ottime deep cut anni ottanta e novanta e le prove – a nostro giudizio non proprio indimenticabili – degli ultimi due decenni. Detto questo, riascoltare certi pezzi di Robert Plant è sempre un’emozione.

CD1

  1. Rainbow
  2. Hurting Kind
  3. Shine It All Around
  4. Ship of Fools
  5. Nothing Takes the Place of You *
  6. Darkness, Darkness
  7. Heaven Knows
  8. In the Mood
  9. Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) *
  10. New World
  11. Like I’ve Never Been Gone
  12. I Believe
  13. Dance with You Tonight
  14. Satan Your Kingdom Must Come Down
  15. Great Spirit (Acoustic) 

CD2

  1. Angel Dance
  2. Takamba
  3. Anniversary
  4. Wreckless Love
  5. White Clean & Neat
  6. Silver Rider
  7. Fat Lip
  8. 29 Palms
  9. Last Time I Saw Her
  10. Embrace Another Fall
  11. Too Much Alike (Feat. Patty Griffin) *
  12. Big Log
  13. Falling in Love Again
  14. Memory Song (Hello Hello)
  15. Promised Land

* Previously Unreleased