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Led Zeppelin “How The East Was Won” Osaka (JAPAN), Festival Hall 29 sept 1971 (EVSD 1056/1057 + 2 promo singles) ◊ soundboard master ◊

5 Ott

ITALIANO

Led Zeppelin – 1971.09.29, Osaka, Festival Hall “How The East Was Won” (EVSD 1056/1057 + 2 promo singles) – soundboard master

Eccolo qui il soundboard di Osaka 929 (come gli appassionato chiamano confidenzialmente questo concerto leggendario), una data che tutti hanno sempre considerato speciale e  la cui live recording disponibile sino ad ora era un’ audience (ovvero “presa” dal pubblico). Per anni, lustri, decenni si è fantasticato di poter sentire questo gran concerto in versione soundboard, ed ora finalmente eccolo qui; dopo un paio di “teaser”(Stairway e Friends) pubblicati come singoli nei mesi scorsi, ecco che la Empress Valley Supreme Disc (celeberrima etichetta bootleg) mette sul mercato non ufficiale la seconda data del 1971 di Osaka. Visti i tempi in cui nel giro di pochi minuti tutto è subito disponibile gratuitamente in rete, lo fa in modo discutibile, vediamo perché:

  • il concerto non è completo (11 pezzi su 19)
  • alcuni pezzi sono tagliati, ad esempio Dazed And Confused (al minuto 27,40 ha un taglio di circa 3 minuti) e Moby Dick (i cui tagli sono piuttosto grossolani)
  • mancano le “plantations” (le parole di Plant tra un brano e l’altro)
  • il concerto è mono

Da un certo punto di vista si può in qualche modo cercare di capire il comportamento della Empress Valley, che ricordiamo è una etichetta che produce solo bootleg, ovvero cd di materiale non ufficiale (in massima parte concerti dal vivo dalla varia qualità audio). Una volta spedite le prime copie (la stampa è sempre di pochissime centinaia di esemplari venduti a prezzi esorbitanti) in brevissimo tempo il concerto in questione viene caricato sui siti specializzati in registrazioni dal vivo per la felicità degli appassionati come noi, e non solo i file vengono scaricati dai fan ma anche da altre case discografiche minori che si occupano di bootleg che a loro volta stamperanno copie economiche del concerto in questione. Chiaro che la Empress Valley cerca così di guadagnare più che può spezzettando la registrazione in questione: dapprima un singolo su cd (un solo pezzo, STH), poi un secondo singolo (Friends), ora questo doppio cd contenente la metà del concerto… probabilmente nel prossimo futuro farà uscire la seconda parte, poi lo show completo, quindi (in caso la abbiano) la versione stereo e così via.

Per noi fan è frustrante, ma non dobbiamo perdere di vista il godimento che anche una uscita incompleta come questa riesce a darci. E che razza godimento!

La registrazione di cui parliamo come detto è stata arricchita – rispetto al doppio cd uscito qualche giorno fa – dei due singoli pubblicati precedentemente.

 

Questa la scaletta del concerto. In neretto i pezzi disponibili della fonte soundboard.

01 Introduction
02 Immigrant Song
03 Heartbreaker
04 Since Ive Been Loving You
05 Black Dog (not released)
06 Dazed and Confused
07 Stairway to Heaven (from the cd single)
08 Celebration Day (not released)
09 That’s the Way (not released)
10 Going to California (not released)
11 Tangerine (not released)
12 Friends (from the cd single)
13 Smoke Gets in Your Eyes
14 What Is and What Should Never Be
15 Moby Dick (cut)
16 Whole Lotta Love (not released)
17 Communication Breakdown
18 Organ Solo (not released)
19 Thank You (not released)
20 Rock and Roll

Questi i pezzi contenuti nei due cd:

Disc 1:
01 Introduction
02 Immigrant Song
03 Heartbreaker
04 Since Ive Been Loving You
06 Dazed and Confused

Disc 2:
07 Stairway to Heaven
12 Friends
13 Smoke Gets in Your Eyes
14 What Is and What Should Never Be
15 Moby Dick (cut)
17 Communication Breakdown
20 Rock and Roll

Mi sono messo ad ascoltare questo concerto un prima volta senza troppa convinzione. Ero di cattivo umore e poco concentrato. La prima impressione non è stata granché, forse le aspettative di questi ultimi decenni hanno giocato un brutto scherzo o forse ero davvero io a non essere nel mood giusto per affrontare questo bootleg. Sì, sentivo che la qualità era ottima, che i LZ del 1971 erano grandi (ma questo lo sapevo già), ma il tutto mi sembrava un po’ freddo, forse perché in una registrazione soundboard il pubblico è in secondo piano a maggior ragione con i giapponesi di solito sempre rispettosi e riservati; ma poi l’ho ripreso in mano una seconda volta, mi sono versato due dita di southern comfort, mi sono messo nella mia comfort zone, ho posizionate la manopola del volume sul settaggio “play it loud”, ho pigiato il tasto play e poco dopo ho esclamato (come avrebbe fatto il mio amico Picca) “senti mo’ che rumba!”

Nell’introduzione di sente Bonham urlare “louder!” più volte, chiede (anzi, ordina) che la batteria si senta di più in spia, poi dà il quattro e si parte. Immigrant Song è potente. Robert è leggermente titubante nel lanciarsi nell’urlo iniziale, ma come diciamo ogni volta iniziare a freddo (Robert evitava ogni sorta di riscaldamento vocale) con un pezzo del genere è da incoscienti. La qualità del suono è ottima, ben bilanciata. Il sound della chitarra è distorto ma pulito, sembra un ossimoro ma è così ed è bellissimo ascoltare il suono puro dell’amplificatore e della Gibson Les Paul senza effetti di sorta. Heartbreaker è ottima. La sezione dedicata all’assolo di chitarra accompagnato (prima della ultima strofa) è come spesso accade, impetuoso. Page che scioglie le briglie, Bonham e Jones scatenati. Ah!

Senza le chiacchiere di Plant tra un brano e l’altro l’atmosfera sembra quantomeno strana, ma lo spirito del rock che pervade le performance di ogni singolo pezzo compensa il tutto. Since I’ve Been Loving You è magnifica. La mia versione preferita è quella ancor più drammatica del 1973, ma anche questa del 1971 è superba. Jones è al piano durante la prima strofa ma poi passa all’organo, l’effetto è curioso. Bonham si trattiene a fatica, è irruente ed è bellissimo seguirlo nelle sue figure ritmiche, ma è tutto il gruppo ad essere ispirato, eccitato e di buon umore.

Introduzione più lunga del solito (passano più di due minuti prima che entri Plant) per Dazed And Confused, pezzo che è ancora in evoluzione (il giro di accordi al minuto 5 dopo le due strofe iniziali ad esempio non sopravviverà negli anni a seguire). Il pubblico sembra ipnotizzato durante la sezione dell’archetto di violino. Tutti ascoltano in religioso silenzio, l’atmosfera ha del soprannaturale, questo momento sembra trascendere l’ordine naturale per sconfinare nel divino, in breve: Jimmy Page nei panni del Dark Lord. Al momento della entrata del gruppo Page indugia sul wah wah, per poi iniziare le sue usuali scorrerie sul riff ostinato e veloce tenuto da Jones e Bonham. La qualità audio è ottima, la chitarra, come detto, non troppo distorta, seguire l’impeto della solista è facile e in alcuni momenti ci si sente sotto ipnosi. Una sensazione bellissima.  Dopo il minuto 20:00 il gruppo segue Page in una improvvisazione superlativa dove si passa dall’hard rock funk a Pennies From Heaven, motivo popolare americano cantato da Plant su un giro di accordi melodico creato da Page. La capacità e la voglia dei LZ di improvvisare era davvero una meraviglia. Il mayhem metallico della sezione successiva riporta tutto nei canoni della tempesta elettrica zeppeliniana. Come accennato qui sopra, subito dopo l’ultima strofa è presente un taglio che speriamo verrà ricucito nelle prossime edizioni. Non so se ci sarà qualcuno di voi che si prenderà mezz’ora per ascoltare questo pezzo in cuffia a buon volume, così fosse non potrà fare altro che rimanere sbalordito e innamorarsi una volta di più di un gruppo rock fenomenale.

Benché Stairway To Heaven facesse parte della scaletta dei LZ già da marzo 1971, è bene ricordare che il IV album non sarebbe uscito che in novembre 1971 e che dunque il pezzo in questione fosse una assoluta novità per il pubblico. Stairway dunque non ha i riflessi magici tipici degli anni successivi, ma viene presentata in una versione quasi impeccabile e vicina a quella da studio (assolo a parte).

I Led Zeppelin erano così pazzi da aggiungere al volo alla scaletta pezzi come Friends, (quasi certamente) mai suonata dal vivo primo di allora e registrata in studio un anno prima. La versione data è improvvisata, con Jones al basso (invece che alle tastiere), ma è al contempo vibrante e convincente. Segue qualche secondo dedicato a Plant che accenna a Smoke Gets In Your Eyes e si passa a What Is And What Should Never Be, trasposizione efficace e sentita con un Bonham e un Plant fenomenali.

A Moby Dick (cut) sono dedicati solo 10 minuti a causa dei tagli fatti dalla Empress Valley. Communication Breakdown invece dura quasi 8 minuti e, se mi si consente un po’ di iper aggettivazione, direi che sia una versione da strappamutande, torrenziale e selvaggia. I primi 20 secondi sono dedicati ad una introduzione ritmica improvvisata, si passa quindi all’hard rock dissoluto e totalizzante dei LZ. Il rientro tra il primo ritornello e la seconda strofa (minuto 0:58) è una meraviglia, questi intermezzi di hard rock funk tipici di Page (e che Bonham e Jones interpretano così bene) sono dei piccoli momenti di grandezza assoluta.  L’assolo di chitarra è lungo, assolo che va poi a sciogliersi in un altro intermezzo funk. Plant duetta col pubblico mentre i tre musicisti interagiscono su trame ritmiche seducenti. Poi di nuovo Page in assolo su stacchi ritmici inventati al momento. Ragazzi che spettacolo!

Rock and Roll chiude il cd. Interpretazione ancora work in progress (come detto il IV album non era ancora uscito) ma molto aggressiva e compatta. La convinzione con cui Bonham picchia sul piatto nell’ultimissimo colpo di batteria la dice lunga sul testosterone in circolo in quei giorni.

Non appena il resto della registrazione soundboard del concerto verrà pubblicato, questo diventerà uno dei grandissimi album dal vivo NON UFFICIALI da avere. Sia chiaro, ci sono sbavature e imperfezioni, ma il bello del rock è questo, quando il “trasporto” prende il sopravvento e si raggiungono vette così alte, tutto il resto non conta.

Jimmy Page possiede i multitraccia di 4 delle 5 date giapponesi del 1971, non capisco cosa aspetti a fare uscire la sua versione di “Alla Conquista Dell’Est” (How The East Was Won insomma”). Se questo soundboard mono “suona” così bene, immaginiamoci cosa potrebbe essere la versione stereo con missaggio professionale.

Quando i Led Zeppelin erano i Led Zeppelin!

 

(broken) ENGLISH

Led Zeppelin – 1971.09.29, Osaka, Festival Hall “How The East Was Won” (EVSD 1056/1057 + 2 promo singles) – soundboard master

Here it is the soundboard of Osaka 929 (as the enthusiast confidentially call this legendary concert), a date that everyone has always considered special whose live recording available until now was an audience (taken from the public). For years, lustrums, decades we have fantasized of being able to hear this great concert in soundboard quality, and now finally here it is; after a couple of “teasers” (Stairway and Friends) published as singles in the last few months, now Empress Valley Supreme Disc (the famous bootleg label)  releases Osaka’s second date in 1971 on the unofficial market. Given the times in which within a few minutes everything is immediately available for free on the internet, it does so in a debatable way, let’s see why:

  • the concert is not complete (11 pieces out of 19)
  • some pieces are cut, for example Dazed And Confused (at minute 27.40 has a cut of about 3 minutes) and Moby Dick (whose cuts are rather coarse)
  • “plantations” are missing (Plant’s words between songs)
  • the concert is mono

From a certain point of view we can somehow try to understand the behavior of the Empress Valley, which we remember is a label that produces only bootlegs, cds of unofficial material (mostly live concerts of various audio quality). Once the first copies have been sent (the print run is always a few hundred copies sold at exorbitant prices) in a very short time the concert in question is uploaded on specialized sites in live recordings for the happiness of fans like us, but the files are downloaded not only by fans but also by other minor record companies that deal with bootlegs that in turn will print economic copies of the show. Given that, Empress Valley tries to earn the maximun by releasing a not complete recording of the show in question: first a single cd (one song, STH), then a second single (Friends), now this double Cd containing half of the concert … probably in the near future it will release the second part, then the complete show, then (if they have it) the stereo version and so on.

For us fans it is frustrating, but we must not lose sight of the enjoyment that even an incomplete output like this can give us. And what a pleasure it is!

The recording of which we speak today has been enriched – compared to the double cd released a few days ago – of the two singles published previously.

This is the set list of the concert. Available tracks of the soundboard source in black.

01 Introduction
02 Immigrant Song
03 Heartbreaker
04 Since Ive Been Loving You
05 Black Dog (not released)
06 Dazed and Confused
07 Stairway to Heaven (from the cd single)
08 Celebration Day (not released)
09 That’s the Way (not released)
10 Going to California (not released)
11 Tangerine (not released)
12 Friends (from the cd single)
13 Smoke Gets in Your Eyes
14 What Is and What Should Never Be
15 Moby Dick (cut)
16 Whole Lotta Love (not released)
17 Communication Breakdown
18 Organ Solo (not released)
19 Thank You (not released)
20 Rock and Roll

These are the songs contained on the two CDs:

Disc 1:
01 Introduction
02 Immigrant Song
03 Heartbreaker
04 Since Ive Been Loving You
06 Dazed and Confused

Disc 2:
07 Stairway to Heaven
12 Friends
13 Smoke Gets in Your Eyes
14 What Is and What Should Never Be
15 Moby Dick (cut)
17 Communication Breakdown
20 Rock and Roll

I started listening to this concert for the first time without much conviction. I was in a bad mood and not very concentrated. The first impression was not much, perhaps the expectations of these last few decades have played a bad joke or maybe I really was not in the right mood to tackle this bootleg. Yes, I felt that the quality was excellent, that the LZ of 1971 were great (but I already knew this), but it all seemed a bit cold, perhaps because in a soundboard recording the audience is in the background plus we know that the japanese audience is usually more respectful and discreet than others; but then I picked it up a second time, I poured two fingers of Southern Comfort in a glass, I put myself in my comfort zone, I placed the volume knob on the “play it loud” setting, I pressed the play button and little after I exclaimed (as my friend Picca would have done) “now, feel that rumba!”

In the introduction we hear Bonham screaming “louder!” several times, he asks (or rather, he orders) for more drums on the monitors, then he counts four and the show begins. Immigrant Song is powerful. Robert is slightly hesitant in throwing himself into the initial scream, but as we say every time starting (Robert was famous for avoiding any sort of vocal warmup) with a piece like that it’s folly. The sound quality is excellent, well balanced. The sound of the guitar is distorted but clean, it sounds like an oxymoron, but that’s how it is and it’s great to listen to the pure sound of the guitar amplifier and the Gibson Les Paul with no effect whatsoever. Heartbreaker is excellent. The section dedicated to the accompanied guitar solo (before the last verse) is as often happens, impetuous. Page runs rampant, Bonham and Jones unbridled. Ah!

Without Plant’s talk between the songs, the atmosphere seems at least strange, but the spirit of rock that pervades the performance of each piece compensates for everything. Since I’ve Been Loving You is magnificent. My favorite version is the 1973 more dramatic one, but even this one of 1971 is superb. Jones is on the piano during the first verse but then he shifts to the organ, the effect is curious. Bonham never holds back, he is fierce and it is wonderful to follow him in his rhythmic figures, but in the end it is the whole group that is inspired, excited and in a good mood.

There is a introduction longer than usual (more than two minutes before Plant starts to sing) for Dazed And Confused, a piece that is still evolving (the chords at minute 05:00 after the two initial verses, for example, did not survive in the following years) . The audience seems hypnotized during the violin bow section. Everyone listens in religious silence, the atmosphere has some supernatura feel, this moment seems to transcend the natural order to encroach on the divine, in short: Jimmy Page in the role of the Dark Lord. When the group enters again Page lingers on the wah wah and then he starts his usual raids on the stubborn and fast riff held by Jones and Bonham. The sound quality is again excellent, the guitar as said is not too distorted, to follow the impetus of the solo is easy and in some moments you feel under hypnosis. A beautiful feeling. After the minute 20:00 the group follows Page into a superlative improvisation where they go from the hard rock funk to Pennies From Heaven, a popular American motif sung by Plant on a tune of melodic chords created by Page. The ability and the desire of the LZ to improvise was absolutely a marvel. The metallic mayhem of the next section bring back everything in the canons of the Zeppelinian electric storm. As mentioned above immediately after the last verse there is a cut that we hope will be sewn up in the next editions. I do not know if there will be any of you who will take half an hour to listen to this piece with headphones at good volume, in that case you’ll notice you can’t help falling in love once more with this phenomenal rock band.

Although Stairway To Heaven was part of the set list as early as March 1971, it is good to remember that the IV album would not have come out until November 1971 and that the piece in question was therefore an absolute novelty for the public. Stairway does not have the magical reflections typical of the following years rendition, but is presented in an almost impeccable and close to the studio version (except for the solo).

Led Zeppelin were so crazy to add tunes like Friends to the setlist on the spot, they possibly never played it live before. The given version is improvised, with Jones on bass (instead of keyboards), but at the same time it is vibrant and convincing. Then we have few seconds dedicated to Plant, he sings the very first words of Smoke Gets In Your Eyes and after that What Is And What Should Never Be follows; it’s an effective and heartfelt transposition with Bonham and Plant being just phenomenal.

Moby Dick is only 10 minutes due to the cut. Communication Breakdown instead lasts almost 8 minutes and, if you allow me a bit ‘hyper-adjectival, I would say it is a “strappamutande” (tear off my panties)”, torrential and wild version. The first 20 seconds are dedicated to an improvised rhythmic introduction, then we move on to the dissolute and all-encompassing hard rock of  LZ. The interlude between the first refrain and the second verse (minute 0:58) is a marvel, these hard rock funk link typical of Page (and that Bonham and Jones interpret so well) are little moments of absolute magnitude. The guitar solo is a long one, a solo that then goes on to melt into another funk intermezzo. Plant duets with the audience while the three musicians interact on seductive rhythmic plots. Then Page play a solo again on improvised rhythmic chops .Oh boy, what a show!

Rock and Roll closes the cd.  The rendition is still a work in progress (as mentioned the IV album was not out yet at the time) but it is very aggressive and compact. The confidence with which Bonham hits the cymbal and the drums in the very last stroke tells us about the testosterone in circulation in those days.

As soon as the rest of the concert’s soundboard recording is released, it will become one of the biggest non-official live albums ever. I make it clear, there are smudges and imperfections, but the beauty of rock is this, when the “transport” takes over and you reach such high peaks, everything else does not count.

Jimmy Page should release  his version of “How The East Was Won “… If this mono soundboard sounds like this well, let’s imagine what could be the stereo version with a professional mix.

When Led Zeppelin were Led Zeppelin!

RINGO STARR & HIS ALL STARR BAND – Lucca Summer Festival 8/7/2018 – di Giancarlo Trombetti

10 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti (rock scriba extraordinaire) ci parla del concerto di Ringo di qualche giorno fa a Lucca. Lettura consigliatissima.

◊ ◊ ◊

Credo sia stato più di quarant’anni fa. Mi capitò di leggere una novella, che mi commosse. All’epoca non ero incline alla facile commozione, quella arriva con l’età, che ti porta a essere più nostalgico e debole. Era una storia semplice. In breve, raccontava che i Beatles venivano rapiti, uno per volta. Prima toccava a Lennon, poi spariva Macca, poi Harrison. La polizia era disperata, dovevano proteggere l’ultimo Beatle rimasto e d’altra parte dovevano ricercare gli altri scomparsi. Ma nulla accadeva a Ringo, fino a che, seguendone le tracce, si scopriva che il colpevole dei rapimenti era proprio lui. Gli altri erano stati tenuti in una villa in campagna, nessuno gli aveva fatto male, ed erano in eccellenti condizioni di salute e ben curati. All’inevitabile interrogatorio, Ringo rispondeva così, più o meno : “L’ho fatto perché mi sentivo solo. Loro erano i miei migliori amici, senza di loro la mia vita era più povera e triste…volevo che i Beatles si riformassero.”.

Ringo è sempre stato il Calimero del gruppo. Il meno dotato, il più brutto, quello che senza di lui tutto sarebbe rimasto com’era. Ci sbagliavamo alla grande. Ringo era il più felice, il più fortunato, il più buono di tutti. A lui non si chiedevano dichiarazioni altisonanti, nessuno da lui si aspettava il cambiamento del mondo, né, da quello che trapelava, che indirizzasse il suono e l’evoluzione del più importante gruppo pop del Pianeta Terra. A lui veniva concesso dal duo debordante e dal malinconico, ascetico George, di cantare proprio su quel pezzo che, a tutti, era sembrato il modo vile di fargli urlare al mondo che, senza di loro, non sarebbe stato niente più di un ragazzotto seduto male dietro a una batteria, con gli occhi penduli e le orecchie troppo grosse. E un attimo prima che Cocker, rendesse quella canzone immortale per sempre con una esecuzione sconvolgente e irripetibile, per tutti, Ringo, era l’uomo che …senza l’aiuto degli amici…

Incredibile come le valutazioni possano mutare nel tempo e con la conoscenza. Ringo è sopravvissuto all’impatto mortale dello scioglimento del gruppo, al suo stesso mito, e, poco per volta, lo ha rafforzato, pubblicando dischi con piccole, minuscole perle che solo gli appassionati hanno saputo distinguere. Ringo è cresciuto, forte del suo nome indimenticabile ed è sopravvissuto anche al dolore della morte di due dei suoi unici, immensi, amici. Una straziante intervista alla BBC ce lo aveva reso piccolo e fragilissimo, mentre parlava, quasi balbettando, del suo dolore per le perdite. E dalle sue parole, pareva che fosse Harrison, quello per cui aveva sofferto maggiormente.

Come non essere, per sempre, dalla sua parte ?

Dalla parte del brutto anatroccolo fortunatissimo e reso immensamente ricco dagli altri. Dall’omino che non aveva mai alzato la testa rivendicando un ruolo che, forse, nessuno gli avrebbe mai riconosciuto. Eppure ricordo bene di una serata passata con un famoso batterista, che alla mia esaltazione di musicisti incredibili, da me idolatrati… Colaiuta, Bozzio, Wackerman, Bonham, Dunbar, Moon…mi spiegava con cortesia che erano proprio Ringo e Watts che avevano un suono così semplice e personale che non dovevano essere messi da parte. Mai! Ma non solo. Mi disse una frase che da allora non dimentico: i batteristi che lasciano un segno sono quelli che ascoltando la sola batteria, ti fanno riconoscere immediatamente il brano che stanno suonando… Ma ero troppo ottuso allora, per rendermene conto.

Però Ringo mi aveva sempre suscitato un enorme simpatia, a pelle. Inversamente proporzionale al fastidio nei confronti di Lennon…oh, beh…ognuno ha le sue fisse, no ? Così, quando la All Starr Band debuttò nel 1989, presi a seguirlo a distanza. E credo sia stato proprio verso la fine di quell’anno che ebbi l’occasione di poter vedere la prima incarnazione di quel gruppo. Nessun eccezionale gruppo spalla, ma una formula logica e vincente : grandi musicisti, che portano in dote le loro grandi canzoni, che suonano la propria musica e accompagnano il Mito in alcune sue canzoni. Geniale.

La sera della mia prima volta, me ne innamorai. Anche perché capitava poche volte di avere davanti Joe Walsh, Nils Lofgren, Tim Schmit, Todd Rundgren, Dave Edmunds…

Per questo motivo domenica sera ho affrontato un salasso per sedermi di traverso, troppo sotto il palco, con un paio di sedicenti critici davanti che commentavano senza indovinarne una e dall’inglese zoppicante, visto che non ridevano a nessuna battuta e che grazie al cielo non conoscevo, convinto di trovarmi per l’ultima volta davanti a un vecchietto fresco di 78 anni, con un gruppo di cui un paio di soggetti il cui ricordo non mi esaltava più di tanto. A Lucca fa caldo, ed i lucchesi tirchi e lamentosi mi spillano una cifra da svenimento per una cena veloce e poco gustata. Colpa mia. Sono pure della zona, avrei dovuto far cadere l’occhio sul menù prima di dire di sì. Con la cena che non ha ancora raggiunto lo stomaco, sono un ruminante, mangio pianissimo, mi rendo conto di essere esasperante ma non posso farci niente, volo, voliamo in due verso Piazza Napoleone, o come diavolo si chiama.

Il palco fa un po’ meno schifo dell’ultima volta che l’avevo visto, disadorno e povero e il pubblico mi stupisce. Niente solo vecchietti ultrasessantenni, ma anche giovani che cantano anche le canzoni meno note a squarciagola. L’impatto con il gruppo è notevole. E difficilmente avrebbe potuto essere diversamente. Gregg Rolie alle tastiere era l’uomo dietro Santana all’era di Abraxas, Steve Lukather è tutt’ora un piccolo mostro di tecnica, i Toto erano lui, Colin Hay era il principale compositore dei Men at Work, Graham Gouldman, come ricorderà più volte Ringo stesso nel corso dello spettacolo, è Mr. Ten CC e Warren Ham il polistrumentista dei Kansas. Alla batteria un mostruoso Greg Bissonette, uno dei sessionmen più apprezzati al mondo, in grado di non perdere una battuta anche quando suona insieme a Ringo, dedicandosi alle rullate e ai tom, da sempre invisi all’anzianotto Beatle. Ma quando era necessario tenere il tempo insieme, non c’era una sbavatura nelle casse e nei piatti. Nessun doppio tocco. Per capirsi : Hart e Kreutzmann o Butch Trucks e Jaimoe o Chester Thompson e Ralph Humphrey non avevano i medesimi compiti.

Ma la sorpresa migliore è lui, Mr. Ringo Starr. In eccellente forma, magro ma scattante, con la solita voce, ancora in ottimo grado di suonare il suo strumento, di scherzare, ironicissimo, su di sé e il suo passato, le sue canzoni. Certamente, i capelli saranno ovviamente tinti, ma le mani e il collo, inquadrate spesso in primo piano, rendono l’immagine di un agile quasi ottantenne, alla faccia del compleanno festeggiato il giorno prima. Ed è in quel momento, quando vedi quella manciata di grandi musicisti, divertirsi a resuscitare il proprio passato, recuperandolo senza nostalgia, ma con affetto, coccolandosi ognuno i propri migliori momenti delle loro vite, quando ti accorgi che per loro rivivere le canzoni di mezzo secolo prima non è un peso ma un onore, quando senti il gruppo “partire” sulle non rare evoluzioni strumentali, comprendi quanto logica e vincente sia una formula che da quasi trent’anni permette a una selezione accurata di artisti sempre diversi, di sentirsi vivi nell’affiancare un uomo minuto che ha attraversato la Storia del rock and roll.

Gregg Rolie estrae da Abraxas Evil Ways, Black Magic Woman (presentata come una canzone scritta da Peter Green) e Oye Como Va e la sua presenza scenica è del tastierista che ne ha viste di tutti i colori, sguardo disincantato e tranquillo, ci riporta a suoni dimenticati, dal vivo, con il suo Hammond. A far volare le lunghe parti strumentali, ci pensa Lukather, perfetto interprete che non ha bisogno certamente di ricalcare la chitarra di Santana per suscitare l’ammirazione. Bissonette, alla prova, è maestoso. Anche se talvolta un po’ troppo picchiatore per i miei gusti, ma sa passare dal tocco raffinato jazz al rock duro in un attimo. D’altra parte la sua estrazione resta quella.

Un quasi immobile Colin Hay, si illumina con i suoi due pezzi migliori, Down Under e Who can it be now ? che nell’atmosfera magica suonano perfettamente. Non ho mai amato il suo gruppo, ma quei due brani, suonati con trasporto, sono stati emozionanti.

A lui, in seguito, il compito di eseguire i due solo in stile “vecchio rock and roll”, quando tutti i trucchi sulle tastiere delle chitarre erano ancora da venire. Lukather non ce l’avrebbe fatta a resistere, contenendosi in pochi, semplici tocchi…

Dei tre pezzi dei Ten CC mi sono goduto Dreadlock Holiday un reggae dal testo corrosivo che negli 80 mi faceva sempre sorridere e che mi ha ricordato delle mie ore in auto, in coda, a Roma, nel tornare dal lavoro. Niente da dire : quando il pop è così di lusso, consapevole della sua forza, tutto è piacevole, digeribile. A Ringo l’onere di confrontarsi con se stesso. Ed è la sua profonda ironia, il suo gusto nel vivere il più bel mestiere del mondo, che lo tiene sull’onda dal 1962.

“Quando suonavo con il mio gruppo, ho composto moltissime canzoni…ma nessuna di queste è mai stata registrata…”, ride mentre presenta Boys, una cover delle Shirelles che i Beatles eseguivano nei loro primi giorni. E ancor più corrosivo, scherza un attimo dopo Don’t Pass me By nel presentare “…una canzone che non potrete non cantare e che se non conoscete, fareste bene ad andare a un concerto dei Led Zeppelin!”… e ce lo dice mentre all’acustica Lukather esegue l’intro di Stairway to Heaven, un attimo prima di far partire Yellow Submarine, l’unica canzone dei Beatles ad avere una parola, anzi due, in italiano… lo sapevate ?

Rosanna e Hold The Line sono gli inevitabili ricordi dei Toto che Lukather canta con l’aiuto di Ham nelle parti vocali più alte. Un bel personaggio, quest’ultimo: sax, percussioni, voce…un vero sessionman perfetto.

Ringo si allontana dicendo che quello che sta per venire sarà “un momento magico, musicale…e un momento, appunto!”. E va nel retropalco a riposarsi, cambiare giacchetta e chiacchierare con i ragazzi del pullman regia. Un vero easy living, quest’uomo.

Ride, danza, canticchia pezzi di storia che ci scorre via dentro le orecchie e non perde una battuta di quello che il pubblico gli urla…”Ringo!” si sente dal centro… “Yes…I know my name!”, risponde al volo. Un piacere per occhi e orecchie. La prova che il rock ti può salvare la vita e rendertela bella e fresca come un gelato. L’approccio di Ringo, però, è molto più lineare, umano, rispetto, che so…alla sopravvivenza rock di un Keith Richards. Entrambi icone, entrambi al limite del soprannaturale, ma con un aspetto di Starr che ce lo rende più simile a tutti noi. Il simpatico vecchietto tutto “peace and love”…la parola d’ordine della serata…del piano di sopra, quello che ti racconta le storie quando lo incontri al bar o in ascensore, storie bellissime, narrate con il distacco di chi non potrà mai più essere sorpreso dalla vita. Perché è lui che la guida.

E mentre Steve riesce a piazzare un solo anche all’interno della conclusiva With a little help from my friends, Ringo si inchina, ringrazia, vola via e sbuca per un attimo solo, per aggiungere in coda a tutto una citazione di Give peace a chance. Perché è quello il messaggio : quello che vorremmo dire è di dare una possibilità alla pace.

Grazie. Per sempre, amico mio.

©Giancarlo Trombetti 2018

Santana a Cattolica (RN) 01/07/2018

4 Lug

Cattolica (RN). Più o meno 1500 anni fa quelli erano territori bizantini e come tali amministrati. Dove sorge oggi Cattolica vi era un insediamento con un deposito di derrate alimentari, un magazzino insomma, Katholikà in lingua bizantina. Vi sono altre ipotesi, che il nome derivi da un fiumiciattolo, il rivus Catholice o dalle controversie tra i vescovi “ariani” e quelli cattolici, questi ultimi  rifugiati nella zona in cui oggi sorge Cattolica, dando il nome alla località.

E’ una cittadina che da sempre guardo con curiosità. Mio nonno materno aveva – negli anni quaranta – una azienda di autolinee che, oltre a collegare le città e i paesi della zona, arrivava fino all’Adriatico, a Cattolica appunto. Ho qualche foto di mia madre ventenne e sorridente su quelle spiagge e dunque questo posto fa in qualche modo parte della mia storia famigliare. Andare a vederci Santana, il primo chitarrista che abbia mai amato – laggiù nella seconda metà degli anni settanta – mi sembra cosa buona e giusta.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018

Anche in questo caso non ho voluto preparami, non so nulla di musicisti, scaletta, qualità della proposta.
La Arena Della Regina è uno spazio sito in Piazza Della Repubblica (l’accostamento dei due nomi è un ossimoro curioso), direi che di posti a sedere ne contiene circa 3000.

E’ una bella serata estiva. Mi godo le fasi pre tramonto immerso nell’aria dell’Adriatico che respira lì accanto.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

TT – Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Il gruppo è previsto per le 21:15, l’orario è rispettato al minuto tant’è che in parecchi per quell’ora sono ancora alla ricerca del proprio posto (e io mi chiedo se ad un concerto del genere ci si debba presentare all’ultimissimo secondo).

Lo schermo inizia a mandare un’ introduzione tratta da Woodstock, il festival del 1969, poi entra la band e per ultimo Carlos… eccolo il mio mito adolescenziale. Che brividi.

Sono in estasi, il concerto inizia come meglio non poteva. Soul Sacrifice, Jingo, Evil Ways, A Love Supreme, Black Magic Woman/Gypsy Queen, Oyo Como Va, Europa. Sono circa 40 minuti di bruciante passione, di musica trascendentale, di rock come ormai non se ne sente più. Carlos suona ancora molto bene e sfoggia, come sempre, grandi chitarre. Per me rimane il chitarrista con la Yamaha SG – 2000 (periodo 1976/1982)

La Yamaha di Santana

Carlos e la Yamaha nel 1977

ma le Paul Reed Smith che suona adesso sono altrettanto magnifiche. Io amo le chitarre elettriche solid body ed ho una ossessione per le Gibson Les Paul, non ne amo molte altre, ma da quando le suona Carlos sono sempre attratto anche dalle Paul Reed Smith. Fino ad una paio d’anni fa suonava la classica PRS,

da un paio d’anni si è affidato alla PRS SC245 Custom e stasera non ha usato altro (alternandone un paio), a parte qualche minuto su di una acustica.

PRS SC245

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Carlos ha ancora un suono spettacolare e un tocco unico. A 70 anni (quasi 71) ha una tecnica e un controllo dello strumento davvero notevoli. Incantato lo ammiro mentre si immerge in quei flussi sonori universali. Quando attacca Black Magic Woman/Gypsy Queen, Saura quasi sviene, io scuoto la testa sorridendo, scontato svenire per quel pezzo, ma poi io faccio quasi lo stesso per Europa, dunque posso anche evitare di fare lo snob attaccato ai pezzi meno usuali. La sera prima del concerto ero ad un sinodo con i miei confratelli e Magister Piccus – saputo dell’appuntamento con Carlos del giorno dopo – mi diceva tra le altre cose “quando attaccherà Europa ti metterai a piangere”. Siamo entrambi conoscitori del rock ma siamo arrivati ad un punto che ci esaltiamo per i pezzi più noti degli artisti che abbiamo amato. Sì certo, per quanto riguarda Carlos io sarei un tipo da Song Of The Wind e  Flame Sky

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ma quando parte Europa inizio a piangere. I miei 15/16 anni, la musica che ti arriva al cuore, la bellezza che a volte sanno creare gli esseri umani. Vibro, ho la pelle d’oca, sento di essere un tutt’uno col cosmo.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Mi ricompongo, pregustando il seguito e sognando pezzi in scaletta che non arriveranno, il mio concerto infatti finisce qui. Quella che segue è una selezione di brani che non mi scalda e che verso la fine mi deprime.

Un pezzo del 199 (Right On) , una cover del rapper  Mos Def (Umi Says), una cover di un pezzo soul psichedelico del 1970 (Totatl Destruction To Your Mind) con all’interno richiami a Satisfaction, Day Tripper e altri classici, prima di andare alla deriva verso la musica (?) latino americana commerciale. Da questo momento il cantante nero invita tutti ad alzarsi e io mi chiedo perché ho pagato 93 euro per una “poltronissima” se per più di metà del concerto mi tocca stare in piedi ad ascoltare scorribande commerciali.

Chiaro che mi aspettassi Corazòn Espinado Smooth ma impostare più di metà concerto su quei toni e, come detto, tramutare tutto in una festa sulla spiaggia a ritmo della maledetta musica commerciale latino americana è un vero peccato. Certo, qui la band suona davvero, ma tutto diventa un fritto misto miserello. Pezzi del 1969 e 1971 (Love Peace And Happiness e Toussaint L’Ouverture) fagocitati dalla vibrazione commerciale, la gente in braghe colte ed infradito che si scalda davvero solo per i pezzi tratti da Supernatural (compresi Maria Maria e  Foo Foo); la dice lunga il fatto che ad oggi su youtube è presente solo il video di Maria Maria benché tutti (tutti!) abbiano passato buona parte del tempo a filmare il concerto. Per come si era messa Carlos avrebbe potuto mettersi a suonare Despacito e (quasi) nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi avrebbero tutti continuato a ballare. Per dare una idea del concerto comunque metto il link di un concerto completo di 3/4 mesi fa in Canada.

IL VIDEO CHE SEGUE E’ RELATIVO AL CONCERTO di MARZO 2018 IN BRITISH COLUMBIA

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MARIA MARIA – Cattolica (RN) 1/7/2018

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Fatti 420 km. Speso 186 euro per due biglietti, 40 euro di carburante, 30 di autostrada. Più di 250 euro per gustarsi 7 pezzi, un po’ troppo direi. Alla fin fine però son contento di avere visto Carlos, uno degli eroi musicali. Come detto avrei preferito uno svolgimento diverso, una attenzione più decisa verso la buona musica anche nella parte più commerciale dello show, ma io sono Tim Tirelli e non Carlos Santana, quindi alla fin fine ha ragione lui, il tripudio che il pubblico gli tributa a fine concerto è inequivocabile.

SANTANA a Cattolica (RN) 1/7/2018

  1. Woodstock Intro
  2. Soul Sacrifice
  3. Jin-go-lo-ba
  4. Evil Ways
  5. A Love Supreme
  6. Black Magic Woman/Gypsy Queen
  7. Oye como vaPlay Video
  8. Europa (Earth’s Cry, Heaven’s Smile)
  9. Right On
  10. Umi Says
  11. Total Destruction to Your Mind / Dancing in the Street / Proud Mary / Satisfaction / Day Tripper / Total Destruction to Your Mind
  12. Mona Lisa
  13. Maria Maria
  14. Foo Foo
  15. Corazón espinado
  16. Toussaint L’Ouverture
  17. Are You Ready People
  18. Smooth
  19. Love, Peace and Happiness
  20. For the Highest Good

Foo Fighters Firenze 14/06/2018 – Pearl Jam Padova 24/06/2018 di Bodhrán

29 Giu

Due riflessioni del nostro Bodhran sui recenti concerti in Italia di Foo Fighters e Pearl Jam.

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Foo Fighters a Firenze il 14 giugno, Pearl Jam a Padova il 24, val la pena riassumere le due serate in un racconto unico. Racconto che, nel solito tentativo di essere oggettivo, è ovviamente di parte.

Partiamo dai Foo Fighters, che si sono esibiti all’Ippodromo del Visarno, nel Parco delle Cascine di Firenze.

FF – Firenze 24/6/2018 – foto Michele Squillantini

Da un paio d’anni il luogo, perfetto per manifestazioni di questo tipo, ospita Firenze Rocks, festival che non corre troppi rischi: quest’anno con la band di Dave Grohl che apriva il festival hanno suonato nei giorni successivi Guns’n’Roses, Iron Maiden e Ozzy, l’anno scorso Aerosmith ed Eddie Vedder. In precedenza ricordo David Gilmour nel 2015. Lo spazio è molto grande (per gli organizzatori eravamo 70.000, per la Questura non è dato sapere, chissà perché in questi casi non c’è mai la divertente guerra di cifre), sono arrivato alle 20,30 ed era praticamente pieno. Mi sono sistemato di lato e, una volta venuto a patti con gli odiosi “token” e presa una birra con nipote e amici (contattati per miracolo perché di lì a poco il cellulare non si sarebbe più collegato nell’orgia collettiva di audio, immagini e video) mi sono preparato a guardare il concerto sugli schermi. Oramai comunque la visibilità è tutta monetizzabile, a poco servono levatacce, buone gambe e qualche gomitata, ora spendi di più, e con il “pit” compri anche la comodità di arrivarci all’ultimo minuto.

Allora, non sono un “fan” dei Foo Fighters, ci sono pezzi che mi piacciono ma per i miei gusti pendono troppo verso un lato pop/punk che comprime i pezzi sempre nello stesso gioco di dinamica e rende i loro album tutti molto simili; riconosco però a Dave Grohl un’abilità incredibile nell’essersi ritagliato uno spazio (e che spazio) senza restare schiacciato dal nuvolone chiamato Kurt Cobain, sia collaborando con chiunque gli capiti a tiro sia spostando la sua musica in una direzione meno “drammatica” e più divertente. Ecco, una volta visto il concerto – e visto quello dei Pearl Jam – direi forse troppo.

La band è partita a rotta di collo sciorinando 4 singoli uno dietro l’altro; come sapevo Dave Grohl dal vivo diciamo non è poi questo gran cantante, urla come un ossesso e se questo dà ai brani la dovuta grinta penalizza però quelli in cui servirebbe un filino più di timbro, visto che poi le canzoni dei FF hanno un impianto molto pop e sono canticchiabili. Comunque sia avanti savoia! un pezzo dietro l’altro, spesso con stop & go fatti di chiacchiere al pubblico per riprendere fiato prima di rinfilarsi nel riff di turno. Assolo di batteria con la pedana che si sopraeleva di 3-4 metri – roba degna dei Kiss ma in un clima che si prende poco sul serio ci sta bene – e, a seguire, con la presentazione della band, un tuffo nelle cover: un’improbabile ma divertente mix tra la musica di Imagine e il testo di Jump, poi “Blitzkrieg Pop” dei Ramones, “Under Pressure” dei Queen

e poi, sorpresa!, salgono sul palco i Guns’n’Roses (Axl Rose, Slash e Duff McKagan) per eseguire “It’s so easy”. A me i G’n’R non sono mai piaciuti, trovavo insopportabile il timbro vocale di Axl Rose all’epoca, ora quel verso da gatto a cui hanno pestato la coda è un’ottava sotto per cantare il pezzo che altrimenti non ce la fa, in più mi pare davvero patetico vederlo conciato come 30 anni fa (bandana, camicia legata alla “vitona” e un set di denti “bianco WC” che sui maxi schermi fanno il loro effetto). Questo il mio giudizio. Intorno a me il delirio. Pubblico in visibilio, e giù foto e video.

Il live è proseguito con una parte più tranquilla e (vado a memoria quindi mi pare a questo punto) il palco si è abbuiato, come ci fosse un black-out, ma l’intoppo si è risolto subito, invocate da Grohl si sono accese le torce dei cellulari del pubblico… e luce fu, in un effetto molto bello da vedere. Pausa e poi un’infilata di tre bis prima di salutare tutti. Come dicevo l’oggettività è solo un tentativo, e quindi devo confessare che io durante il concerto, in questa atmosfera festosa ed allegra, mi sono anche un po’ annoiato, poca dinamica nel paio d’ore di live, poco spazio alla band – ci sono 3 chitarre ma sono impastate tra loro e a parte un paio forse di brevissimi soli di chitarra e un brutto solo di tastiere gli altri membri del gruppo non emergono, anche sugli schermi i FF sono Grohl e Hawkins.

Si potrebbe dire un concerto dei nostri tempi, allegria e spensieratezza ma poca sostanza (rock).

https://www.setlist.fm/setlist/foo-fighters/2018/visarno-arena-firenze-florence-italy-1bea89c8.html

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Altra storia i Pearl Jam: “quello dei FF è stato un concerto divertente, questo è stato un concerto rock”, così ho detto a mio nipote mentre uscivamo dallo stadio di Padova dopo 2 ore e 45 di live (con due set di bis).

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

E sì che partivamo con i pronostici contro: data di Londra del 19 annullata per problemi alla voce di Vedder, data del 22 a Milano con scaletta cortissima e tante canzoni cantate praticamente solo dal pubblico. In più il meteo che prometteva pioggia proprio nell’orario del concerto. E l’idea di partire dalla Toscana per arrivare a Padova e, sotto l’acqua, sentire un concerto corto con un cantante senza voce non era proprio il massimo delle mie aspettative per un gruppo che seguo dall’esordio e che, dopo la morte di Chris Cornell un anno fa, è in pratica quello che resta di quella generazione musicale.

Comunque sia, arrivo a Padova alle 18, scopriamo che non si parcheggia intorno allo stadio, un paio di svolte e troviamo un “posto” a dir poco rocambolesco tra una Panda (in cui però il proprietario sarebbe potuto entrare dal lato passeggero) e una transenna che ci consente di raggiungere lo stadio in un quarto d’ora scarso (scoprirò dopo di gente che ha lasciato 20€ di parcheggio e ha scarpinato per km), una birra per smaltire il viaggio e dentro.

Come in tutti i concerti rock oramai il pubblico è “diversamente giovane”, gente di tutte le età (e di tutte le nazionalità – tanti dalle vicine Slovenia e Croazia, oltre ai soliti pellegrini dei PJ), i giovani quelli veri nel 2018 sono sotto i palchi dei rapper, non dei rocker. Soliti “token” e, novità – ma forse non in un concerto in Veneto – uno stand dentro lo stadio non di birra ma di spritz, il che mi ha fatto immaginare un’ulteriore possibile deriva “borghese” del r’n’r: mega palco, schermi giganti e volume tremendo, band attempata vestita da “giovane ribelle” (un esempio? Axl Rose a Firenze) per un pubblico di ricchi che comprano il posto in un enorme esclusivo “pit” con divanetti e tavolini con drink, olive e noccioline.

PEARL JAM Padova 2018 foto Bodhran

Posto prato, più in su che si poteva prima del pit, e attesa con Polonia-Nigeria sui maxi-schermi (è destino che guardi una partita ai concerti dei PJ, 4 anni fa a San Siro trasmettevano Italia-Costa Rica). Alle 21 puntali sul palco: il concerto parte morbido, “Pendulum” prima e “Low Light” poi, intuiamo che la voce di Vedder è tornata, e ne abbiamo l’assoluta certezza quando, senza prendere fiato, seguono “Last Exit”, “Do the Evolution” e “Animal”.

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

Anche il meteo è dalla nostra, velato e ventilato durante il pomeriggio, si rasserena via via che cala la notte. Diciassette i brani del set, e poi due bis per un totale di 29 brani e, come detto, due ore e tre quarti. Ovviamente sono tanti i brani d’obbligo (“Better Man”, “Corduroy”, “Given To Fly”) ma riescono comunque a stupire suonando brani eseguiti raramente come “Smile” e “Down” o tirando fuori dal cilindro la bellissima “Crazy Mary” (cover di Victoria Willimas che ha particolarmente emozionato sia me sia gli altri diversamente giovani vicino a me).

Ecco, i Pearl Jam danno la sensazione di essere una band – sezione ritmica inappuntabile (l’avrò già detto ma ritengo Matt Cameron uno dei grandi della batteria rock, anche se più per il lavoro con i Soundgarden che quello con i PJ), Mike McCready è un chitarrista con i fiocchi, stampa dei soli molto belli e non manca di spettacolarità: sul lungo assolo di Even Flow si è piazzato la chitarra dietro le spalle e ha ovviamente infiammato gli appassionati del genere.

Spazio anche per l’altro chitarrista, Stone Gossard (almeno 3 soli, andando a memoria).

Perché preferisco questo modo di fare spettacolo a quello dei FF? Non lo so, sicuramente li trovo più “rock”, e poi forse mi sembrano più “sinceri”, e lo scrivo sapendo benissimo che quando monti sul palco dopo quasi 30 anni la sincerità va a farsi benedire.

Non sono mancati i momenti acustici (Daughter, con un’invettiva velenosa contro Trump e poi nei bis Elderly Woman…) e quelli più distesi, ovviamente “Black”, ma la voce ritrovata pareva aver dato un bonus di sprint in più, e così “Spin the Black Circle”, “Mind Your Manners”, “Porch”, “Once” hanno messo a dura prova la mia tenuta fisica.

Finale col botto con “Alive”, “Baba o Riley” (e fortunatamente non i 10 minuti buoni di “Rockin’ in a Free World”) e poi a nanna coccolati da “Indifference”.

Dico sempre che i concertoni mi hanno stufato (ed è vero quando penso che spendo un fottio di soldi per stare in piedi ore ed ore e non vedere un cazzo) ma anche stavolta mi pento di non aver comprato anche un secondo biglietto del tour.

https://www.setlist.fm/setlist/pearl-jam/2018/stadio-euganeo-padua-italy-1bea3910.html

 

Jeff Beck, Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS), 23 giugno 2018

26 Giu

Sabato 23 giugno, ore 16,55, partiamo per Gardone Riviera, all’Anfiteatro del Vittoriale si terrà il concerto di Jeff Beck, non potevamo certo perdere l’occasione di rivedere on stage the Guv’nor.

La mildly blues mobile rolla placida sull’autostrada.

Highway – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

Alle 18,30 siamo quasi a destinazione, sulla statale che costeggia il lago c’è un po’ di traffico, serve un’altra mezz’oretta.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

10,50 euro per il parcheggio, il panorama è strepitoso, iniziamo sentirci bene.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’entrata del Vittoriale è a Gardone alto, piccolo borgo suggestivo, nella piazzetta antistante incontro il mio amico di lunga data Frank Romagnosi, anche lui testa di piombo come me. Chiacchieriamo amabilmente con lui e Silvia, mentre arrivano anche Marco Borsani e Sara. Marco lo conosco dai tempi della fanzine. Si parla di Led Zeppelin ovviamente. Un saluto veloce anche a Paolo Bolla di Schio Life, con cui abbiamo passato avventure Wakemaniane e Yessiane sia a Vicenza che a Londra.

Alle 20 entriamo. Siamo in posizione ottima, seconda fila sulla sinistra guardando il palco, a due passi dagli amplificatori di Jeff, su cui capeggia la scritta “Becktone”. Frank e Silvia sono sulle gradinate (dove mi dicono altri amici c’è anche Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi).

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’anfiteatro è molto carino, l’atmosfera perfetta: il tramonto, il Lago di Garda e pini e cipressi a far da cornice. Il posto tiene 1500 persone, l’ideale per assistere come si deve ad un concerto.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Frank dalle gradinate scatta una foto da cui si capisce il bel quadro in cui siamo. Sulla sinistra, vicino al tizio che alza il braccio si riconosce la testina bionda di Saura.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Anche per questo concerto non ho voluto documentarmi, non so nulla di scaletta e formazione, so solo che c’è la grande Rhonda Smith al basso (che abbiamo già visto a Lucca nel 2010) e Colaiuta alla batteria. A loro si aggiungono la violoncellista Vanessa Freebairn-Smith e il cantante Jim Hall.

Ore 21,30 circa, entra la band. Vedere Jeff Beck è sempre una emozione. Domani (il 24 giugno) compirà 74 anni, è ancora molto in forma sebbene i segni del tempo siano evidenti. Forse continuare a presentarsi dal vivo con magliette senza maniche è un azzardo, il gilet poi è troppo corto e quando si volta e dà la schiena al pubblico si nota che non è più un ragazzino. Ad ogni modo, dietro ai suoi Ray Ban scuri, e alla sua chioma tinta si cela ancora un chitarrista straordinario.

Si parte con Pull It dall’ultimo album, un esercizio di riflessi elettrici e sperimentazioni. Jeff indossa la sua Stratocaster bianca con la paletta rovesciata che è uno spettacolo, chitarra che non cambierà e non accorderà mai per tutta la durata del concerto. Che razza di strumenti possono permettersi queste rockstar! Sospiro pensando che a me tocca accordare le mie quasi dopo ogni pezzo.

Col secondo brano si parte con i motivi più conosciuti: Stratus di Billy Cobham. Jeff inizia a scaldarsi e a proporre la sua solita magia. Segue Nadia, dolce e melodica. Un incanto.

Stratus & Nadia

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Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Si passa poi a You Know You Know della Mahavishnu Orchestra. Giro di accordi ipnotico e andamento articolato, Nel pezzo si ricavano spazi per assoli di basso e batteria.

Dopo questi quattro pezzi le prime impressioni sono più che positive, l’unico che non mi convince è Vinnie Colaiuta. Mi rendo conto che mettere in discussione uno come lui mi mette in pericolo, tutti gli appassionati della musica complicata – i talebani del prog e del jazz rock –  lo venerano come un dio, ma correrò il rischio.

Io credo che quando Colaiuta tiene il tempo e quando mostra la sua bravura con intelligenza sia un vero godimento ascoltarlo: dinamica, groove, tocco e talento sono evidenti, ma quando – la maggior parte del tempo – è impegnato a ostentare la sua tecnica a discapito della coerenza del pezzo e della bellezza della musica, diventa alle mie orecchie insopportabile. E’ vero che la musica di Beck vira per una largihssima parte al jazz rock, genere che tra l’altro amo parecchio e che si presta a virtuosismi, ma prediligo sempre e comuque un certo gusto e una certa moderazione; il dover far veder quanto si è bravi ad ogni battito di ciglia secondo me rovina la musica. Il sound dei piatti della batteria è anch’esso fastidioso e l’uso (smodato) della doppia cassa (o meglio del doppio pedale) è roba da centurioni, ma capisco che ormai sia solo un problema mio. Rhonda Smith al basso invece è meravigliosa, lo vedi che è dotatissima, ma fa sfoggio della sua tecnica nei due momenti in cui Beck le lascia il giusto spazio e per il resto suona al servizio della musica e del gruppo (pur esibendosi in passaggi complicati e articolati).

Entra quindi in scena Jim Hall; proviene da Birmingham Alabama, all’inizio degli anni ottanta ebbe due singoli di un certo successo in Usa e nel 1985 cantò nell’album Flash dello stesso Beck.

E’ una gioia ascoltare Morning Dew, dal primo album del Jeff Beck Group (1968).

Morning Dew

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

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Segue I Have To Laugh e poi si torna alla musica strumentale con la classica Star Cycle. In questo genere di pezzi Jeff si avvale di basi con le tracce delle tastiere.

Star Cycle

Un tributo (obliquo) alla musica roots di Lonnie Mack poi un bel duetto tra la chitarra arpeggiata di Beck e il violoncello di Vanessa Freebairn-Smith.

Mnà na h-Éireann

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

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Dall’album del 1977 Melodies del Jan Hammer Group viene proposta Just For Fun. Jazz Rock cantato, ma non esattamente un pezzo d’impatto.

Just For Fun

Little Wing di Jimi Hendrix viene proposta nell’arrangiamento chitarristico di Beck ed è seguita da A Change is Gonna Come

A Change is Gonna Come (filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Big Block arriva dall’album Guitar Shop del 1989, poi è il momento di ‘Cause We Have Ended As Lovers di Stevie Wonder. Questo brano fu pubblicato su Blow By Blow (1975) di Jeff Beck, il suo album forse più celebrato, il primo album che il nostro dedicò interamente all’jazz rock, album che conquistò il disco di platino in Usa. E’ una delle canzoni simbolo di Beck, come sussurro a Saura nell’orecchio “la si può considerare la sua Stairway To Heaven”. Mi sorprendo che il pubblico non sottolinei in maniera più incisiva l’entrata del brano. Me la godo, ma non è una versione da strapparsi l’anima.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Ecco poi You Never Know (dall’album There And Back del 1980), Brush With The Blues (da Who’s Else, 1999) e Blue Wind (da Wired, 1976). Brush With The Blues è uno dei pezzi di Beck che più adoro, ma anche qui mi sembra una versione leggermente sottotono.

Ci si riprende col il finale: Superstition di Stevie Wonder dall’album Beck Bogert & Appice del 1973 e la splendida A Day In The Life dei Beatles.

Superstition

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A Day In The Life

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Il bis ci fa sobbalzare: You Shook Me (!) e Going Down, rispettivamente dal primo (1968) e dal quarto (1972) album di Beck. Entrambe sono assai familiari per i fan dei LZ (diverse le magliette indossate stasera tra il pubblico con l’iconografia del gruppo di Page) a causa della versione della prima apparsa sul primo album del gruppo e delle varie versioni della seconda inserite nel medley di Whole lotta Love versione dal vivo 1973 (la più riuscita quella a LA il 6 giugno 1973, presente nel bootleg Three Days After).

Sono stupefatto, non me le aspettavo. Avesse suonato anche Train Kept A-Rollin’ e Beck’s Bolero sarei probabilmente svenuto.

You Shook Me & Going Down

(filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Jeff Beck saluta e se ne va. Mi dico che probabilmente non lo vedrò più, difficile immaginare un’altra tournée, ma poi chi può dirlo. La gente inizia ad uscire, io mi dico che è stato un bel concerto. Niente di straordinario, ma ormai Jeff Beck è questo, anche l’ultimo album e bluray (Live At Hollywood Bowl 2017) lo testimoniano, ma rimane uno spettacolo da andare a vedere se se ne hanno le possibilità, Jeff è un musicista magnetico, sulla chitarra è sempre magnifico, e la sua musica sa ancora regalare emozioni, sebbene un po’ più annacquate rispetto al passato.

Usciti dall’anfiteatro mi fermo con Saura, Silvia e Frank a mangiare un gelato nella piazzetta di Gardone Alto. Io e Frank malediciamo per l’ennesima volta l’accidia musicale di Page, come sarebbe bello poterlo vedere on stage un ultima volta in posti simili.

Ci Incamminiamo al parcheggio, una abbraccio, uno scatto e via. Gardone Riviera goodnight.

Tim & Frank Romagnosi – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

RICK DERRINGER “JOY RIDE – SOLO ALBUMS 1973-1980” ( 4cd box set – 2017 Cherry / Sony) – TTT½

21 Giu

Anche stavolta con un po’ di ritardo, parliamo dell’ultimo cofanetto dedicato a RD uscito per la HNE/Cherry Red/Sony sul finire dell’anno scorso. Questo è dedicato agli album solisti del decennio più significativo di RD (come abbiamo visto, chitarrista & produttore per Edgar e Johnny Winter). La Cherry Red, lo abbiamo scritto più volte, sta facendo un gran lavoro nel riproporre – in cofanetti più che dignitosi e a buon mercato – album degli anni “buoni” di musicisti magari scivolati nell’oblio, ma che negli anni settanta fecero fuoco e fiamme.

DISC ONE
ALL AMERICAN BOY: 1973- TTTTT
1. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
2. JOY RIDE (INSTRUMENTAL)
3. TEENAGE QUEEN
4. CHEAP TEQUILA
5. UNCOMPLICATED
6. HOLD
7. THE AIRPORT GIVETH (THE AIRPORT TAKETH AWAY)
8. TEENAGE LOVE AFFAIR
9. IT’S RAINING
10. TIME WARP
11. SLIDE ON OVER SLINKY
12. JUMP, JUMP, JUMP

BONUS TRACKS
13. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (SINGLE EDIT)
14. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (MONO)
15. TEENAGE LOVE AFFAIR (MONO)

E’ l’unico disco di successo di Rick Derringer (sia come solista che come leader della banda omonima), raggiunge la posizione 25 della classifica americana, ed è il capitolo più significativo del nostro. Disco senza dubbio riuscito, alcuni momenti sono davvero ottimi. La copertina risente delle suggestioni glam dell’epoca e non è niente male. Collaborano tra gli altri Bobby Caldwell (J.Winter, Captain Beyond, Armageddon) alla batteria, Joe Walsh alla chitarra, Edgar Winter al piano, organo e clavinet, David Bromberg al dobro, e Joe Vitale (CSN, Stills-Young, Eagles).

Rock And Roll Hoochie Koo è il pezzo che Rick scrisse per Johnny Winter nel 1970. E’ ormai un classico dell’Hard Rock americano ed dura proporla qualche anno dopo la versione definitiva apparsa su Johnny Winter And, ma in definitiva l’inclusione in questo album pare doverosa. Joy Ride è uno spettacolare strumentale che funge da ouverture al pezzo successivo. Rick alla chitarra e al basso e un grandissimo Bobby Caldwell alla batteria. Teneage Queen si rivela subito un gran pezzo, presentato alla maniera degli anni settanta. Qui Joe Walsh dà il suo aiuto alla chitarra e Joe Vitale lo fa alla batteria. A parte di questo pezzo si ispirò David Coverdale per We Wish You Well.

Cheap Tequila è la canzone che apparve qualche mese prima (All American Boy uscì in ottobre 1973) nell’album di Johnny Winter Still Alive And Well (marzo 1973). Sono versioni un po’ diversa, questa è più ricca ed ha il dobro di David Bromberg. Joe Walsh torna per Uncomplicated, un rock veloce che vibra trai parametri standard del rock adolescenziale tipico di RD. In Hold si risente Edgar Winter. E’ un pezzo lento, sembra un paradosso ma lo scatenato Rick Derringer sembra esprimersi al meglio in questi momenti più riflessivi. Bella scrittura.

La stessa formazione (Derringer, Caldwell, E.Winter) è presente anche nel pezzo successivo The Airport Giveth, altro lento ma forse meno incisivo. Con Teenage Love Affair si torna al rock adolescenziale. Il momento più interessante è il break dedicato all’assolo di chitarra con tanto di uso dell’effetto talk box. It’s Raining è molto carina, un quadretto all’apparenza frivolo che però ha un senso mica da ridere. Bello l’assolo di armonica cromatica.

Time Warp è il secondo strumentale dell’album, accenti jazz rock e grandi prove dei musicisti: Bobby Caldwell, Derringer (chitarre, basso, sitar elettrico, maracas) e  E. Winter (organo).

Slide On Over Slinky sembra un pezzo di Johnny Winter, stesso approccio, stesso tocco, d’altra parte con Derringer, Caldwell e Edgar Winter (tutti componenti in un modo o nell’altro del gruppo di Johnny) questo risultato era da mettere in preventivo. Secondo me parti di questo pezzo sono state di grande ispirazione per Huey Lewis al momento di scrivere I Want A New Drug (poi plagiata dalla colonna sonora di Ghostbusters). Jump Jump Jump chiude l’album in maniera impeccabile. Caldwell, E. Winter e Rick Derringer ancora insieme per un ultimo momento musicalmente meditativo.

Gran album dunque, se se ne deve avere uno dell’artista in questione questo è quello che consiglio.

DISC TWO
SPRING FEVER: 1975 – TTT½
1. GIMME MORE
2. TOMORROW
3. DON’T EVER SAY GOODBYE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. ROCK
6. HANG ON SLOOPY
7. ROLL WITH ME
8. WALKIN’ THE DOG
9. HE NEEDS SOME ANSWERS
10. SKYSCRAPER BLUES

BONUS TRACKS
11. HANG ON SLOOPY (MONO)
12. DON’T EVER SAY GOODBYE (MONO)

Il disco non suscita l’interesse sperato e si ferma al n. 141 della classifica Usa.

C’è da chiedersi cosa passasse per la mente a Rick quando ha permesso o voluto una copertina come questa. D’accordo che da giovane Derringer aveva un faccino carino, ma guardando la foto uno si chiede se si tratti di un uomo o di una donna. A me ricorda Debra Winger. Voglio dire, uno che ha fatto parte di gruppi delinquenziali come i Johnny Winter And, gli Edgar Winter’s White Trash e l’Edgar Winter Group, non può presentarsi acconciato come una mammoletta, mi chiedo se siano mai esistite nuffie nel midwest americano (Rick è dell’Ohio)

Debra Winger

All’album partecipano Johnny Winter, Edgar Winter, Dan Hartman, Chick Corea (moog) e David Johansen.

Gimme More è uno dei suoi soliti rock da scordare in fretta, Tomorrow invece è più articolato ed è arricchito dal moog di Corea.

Don’t Ever Say Goodbye è un lento un po’ scontato che si trasforma nel solito rock sempliciotto e adolescenziale. La differenza tra il batterista presente in questo disco e Bobby Caldwell si sente, in Spring Fever tutto è più rigido purtroppo. Still Alive And Well è il gran bel pezzo che RD scrisse per Johnny Winter nel 1972 e pubblicato per la prima volta sul disco del 1973 dallo stesso titolo del Texas Tornado. Difficile per Rick eguagliare l’esplosività della versione di Johnny. In Rock fa capolino il sitar elettrico e malgrado il moog di Corea, nulla di speciale sembra differenziare il brano. Hang On Sloopy è la riproposizione del vecchio successo anni sessanta dei McCoys di cui Rick era il leader (e che nel 1970 diventarono il gruppo di Johnny Winter). Motivetto e giro musicale così abusato da essere ormai inascoltabile. Roll With Me fu scritta da Rick nel 1974 per l’abum John Dawson Winter III. Segue una cover vagamente psichedelica di Walking The Dog. He Needs Some Answers e Skyscraper Blues chiudono il disco senza sussulti. Da citare la slide di Johnny Winter in quest’ultima.

DISC THREE
GUITARS AND WOMEN: 1979 – TTT½
1. SOMETHING WARM
2. GUITARS AND WOMEN
3. EVERYTHING
4. MAN IN THE MIDDLE
5. IT MUST BE LOVE
6. DESIRES OF THE HEART
7. TIMELESS
8. HOPELESS ROMANTIC
9. NEED A LITTLE GIRL (JUST LIKE YOU)
10. DON’T EVER SAY GOODBYE

Album prodotto insieme a Todd Rundgren. Personalmente non amo questo tipo di produzioni poco chiare. Tra i musicisti vanno citati Neil Geraldo e Kenny Aaronson. Something Warm è un rock melodico piuttosto interessante. Guitars And Women è un di quei deliri un po’ sopra le righe tipici dei chitarristi come Rick. Everything invece è un ottimo pezzo. Gran lavoro di chitarra di Derringer e pezzo scritto con le dovute doti musicali, la mistica di Derringer al suo zenit.

Man In The Middle: sbaglierò ma in questo periodo Derringer ascoltava Al Di Meola, nel pezzo precedente l’apertura chitarristica richiamava l’asso di Jersey City, e anche certi riff di questo rock sembrano arrivare dai primi lavori di Al. It Must Be Love è un rock piuttosto anonimo. La parte dove canta “I love you honey but I hate your friends” potrebbe essere stata ripresa l’anno successivo dai Cheap Trick nel brano I love you honey but I hate your friends appunto. Desires Of The Heart proviene dal versante disimpegnato,Timeless fa più o meno lo stesso. Hopeless Romantic si apre col piano di Neil Geraldo, ballata gnocca un po’ in stile Styx. Need A Little Girl ricorda i Cheap Trick, Don’t Ever Say Goodbye (dall’album precedente) è qui riproposta e non si capisce il perché.

Copertina già proiettata verso gli anni 80. L’album non entra nella Top 200 Usa.

DISC FOUR
FACE TO FACE: 1980 -TTT
1. RUNAWAY
2. YOU’LL GET YOURS
3. BIG CITY LONELINESS
4. BURN THE MIDNIGHT OIL
5. LET THE MUSIC PLAY
6. JUMP, JUMP, JUMP
7. I WANT A LOVER
8. MY, MY, HEY HEY (OUT OF THE BLUE)

BONUS TRACK
9. LET THE MUSIC PLAY (MONO)

Produzione piuttosto povera, sembra quasi un demo tape.

Runaway, nei momenti veloci, pare scritta con I Want You To Want Me dei Cheap Trick in testa, You’ll Get Yours è un misto tra Crossroads versione Cream e gli ZZ Top. Big City Loneliness apre un varco blues in senso lato nell’album, è quel tipo di pezzo da cui personalmente mi sento sempre attratto. Brano un po’ alla Paul McCartney. Con Burn The Midnight Oil si torna all’heavy rock da centurioni, Let The Music Play non lascia tracce. Segue una versione live di Jump Jump Jump, e pure quiu non si capisce bene il perché, I Want A Lover è un rock and roll tutt’altro che speciale, chiude il disco un altro brano live. Trattasi di My My Hey Hey (Out Of The Blue) di Neil Young.  E anche qui non si capisce la ragione.

Disco dunque non a fuoco, impreciso nell’atteggiamento. Certo, Rick Derringer rimane sempre un gran chitarrista e spesso è una gioia ascoltarlo, ma come sappiamo solo questo non può bastare

Copertina anonima. L’album non entra nella Top 200 Usa.

Cofanetto dunque all’apparenza solo per fan ma, visto il costo, alla portata di chiunque voglia scoprire di più il mondo di RD.

L’altro cofanetto sul blog:

https://timtirelli.com/2017/04/06/derringer-the-complete-blue-sky-albums-1976-78-box-set-cherry-red-sony-2017-tttt/

EDGAR WINTER GROUP & WHITE TRASH: “I’VE GOT NEWS FOR YOU, FEATURING THE E.W.GROUP & E.W.’S WHITE TRASH 1971 – 1977” (6cd box set – 2018 Cherry Red Records/Sony) – TTTTT

6 Giu

Il 9 aprile abbiamo parlato del cofanetto relativo ai suoi dischi solisti, adesso (con un po’ di ritardo) parliamo di quello riguardante gli album realizzati dai suoi gruppi, gli EW’s White Trash e l’EW Group. Almeno quattro di questi dischi sono magnifici, diamanti purissimi formatisi dal magma bollente fuoriuscito da pozioni magiche universali, a base di blues, gospel, jazz, funk e hard rock. Giù il cappello per la Cherry Red Records che – rischiando – si mette a rimasterizzare e a riproporre dischi non proprio notissimi al grande pubblico.

 

DISC ONE
EDGAR WINTER’S WHITE TRASH (1971) – TTTTT+
1. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT
2. FLY AWAY
3. WHERE WOULD I BE
4. LET’S GET IT ON
5. I’VE GOT NEWS FOR YOU
6. SAVE THE PLANET
7. DYING TO LIVE
8. KEEP PLAYIN’ THAT ROCK ‘N’ ROLL
9. YOU WERE MY LIGHT
10. GOOD MORNING MUSIC BONUS TRACKS
11. KEEP PLAYIN’ THAT ROCK ‘N’ ROLL (SINGLE EDIT)
12. WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) (SINGLE EDIT)
13. WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) (MONO EDIT)
14. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT (SINGLE EDIT)
15. GIVE IT EVERYTHING YOU GOT (MONO EDIT)

Questo fu il primo disco di Edgar che mi capitò in mano. Me ne innamorai immediatamente! Poco dopo aver fatto uscire il suo primo album (Entrance), Edgar forma una band coi fiocchi e si lancia all’inseguimento dei suoi sogni. Musica sublime interpretata con istinto maschio e virile, viene messa su nastro da musicisti superlativi guidati da Rick Derringer in veste di produttore. Spicca tra tutti (oltre a Edgar, voce, piano, organo, alto sax e celeste, una sorta di pianoforte che suona come un carillon ) l’ineguagliabile Jerry Lacroix (voce, armonica e sax tenore).

Give It Everything You Got (Winter/Lacroix) mette tutti sull’attenti. Trattasi di quel funk imputanito di cui ogni tanto parlo, sostenuto dalla miglior sezione fiati che io abbia mai sentito. Ascoltare Edgar e Jerry che duettano con la voce e con i sax mi manda sempre in orbita.

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Fly Away (Winter/Lacroix) è una sorta di ballata/gospel giocata sul pianoforte. Una meraviglia. Canta Jerry Lacroix. Where I Would Be Without You (Winter-Lacroix), è un gospel/soul/rock sostenuto. Quando scrivo gospel, intendo l’approccio e l’arrangiamento non certo i temi. Questa è musica libertina, sfacciata, dissoluta. Altro momento buonissimo. Gran assolo di sax di Edgar e di nuovo performance vocali (Jerry e in sottofondo Edgar) straordinarie. Let’s Get It On (Winter / Lacroix) si trova sulle stesse coordinate ma la musica rimane eccitante. Nessuna ripetizione, nessun sbadiglio. Alla voce Jerry Lacroix. Ottimo assolo di chitarra di Floyd Radford. Grande sezione ritmica (Bobby Ramirez alla batteria, George Sheck al basso, Ray Beretta alle conga). Immenso Lacroix all’armonica.

I’ve Got News For You è un brano di Roy Alfred contenuto nell’album del 1961 di Ray Charles. Di base è un blues più meno standard ma è affrontato con la solita verve estrema. Fiati di nuovo eccezionali e un Jerry Lacroix fantastico (lo so mi ripeto, ma è impossibile fare altrimenti). Quello che combina alla fine (dopo il minuto 3:00) mi ribalta ogni volta. Uno dei miei cantanti preferiti di sempre. Johnny Winter alla chitarra (ma senza fare nulla di particolare)

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Save The Planet (Winter /Lacroix) è un bel gospel quasi tradizionale, Dying To Live (Winter) è una suggestiva ballata al piano sospinta da una sezione d’archi e Keep Playing That Rock And Roll (Winter ) è un roccaccio come non se ne sente spesso. Una meraviglia. Canta Edgar.

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Chiudono You Were My Light e Good Morning Music, due discrete canzoni di Winter.

L’album arriva solo al numero 111 della classifica americana (ma è un miglioramento rispetto al 196esimo posto del primo disco ), ed è determinante per introdurre Edgar Winter al pubblico americano (l’album dal vivo che seguirà arriverà al 23esimo posto). Niente male la copertina, sei sciamannati ritratti al freddo per strada che promettono testosterone al calor bianco.

DISC TWO
ROADWORK (1972) – TTTTT
1. SAVE THE PLANET
2. JIVE, JIVE, JIVE
3. I CAN’T TURN YOU LOOSE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. BACK IN THE U.S.A.
6. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
7. TOBACCO ROAD
8. COOL FOOL
9. DO YOURSELF A FAVOR
10. TURN ON YOUR LOVELIGHT BONUS TRACKS
11. I CAN’T TURN YOU LOOSE (MONO EDIT)
12. I CAN’T TURN YOU LOOSE (SINGLE EDIT)
13. COOL FOOL (SINGLE EDIT)

Questo album dal vivo fu un ottimo successo, sfiorò la Top20 americana e rese il nome di Edgar Winter riconoscibile. I Blues Brothers devono molto a questo disco e a questo gruppo che è uno dei  mie miei preferiti per quanto concerne la musica americana. Disco registrato all’Apollo Theater di New York e al Whiskey A Go Go di Los Angeles a cui rende onore avendo tra i suoi solchi performance leggendarie e piene di pathos.

Il concerto si apre con Save The Planet. Al basso si nota immediatamente Randy Hobbs, proveniente dalla band di Johnny Winter. Segue la scatenata Jive Jive Jive  (il jive è un ballo ritmato a base jazz) di Jerry Lacroix  che si riconferma primattore.

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I Can’t Turn You Loose di Otis Redding è una favola. R&B/Funk imputanito e sconcio, sezione fiati meravigliosa, il basso di Randy Hobbs che pompa come chissà chi e Jerry Lacroix di nuovo incommensurabile.

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Arriva poi il momento di Rick Derringer con Still Alive And Well, scritta appositamente per Johnny Winter (apparirà nell’album dallo stesso titolo del 1973) che in quel periodo era alle prese con ricoveri vari in centri di disintossicazione. Con il consueto approccio un po’ sopra le righe Derringer presenta poi Back In The USA di Chuck Berry. Le versioni di questi due pezzi sono assai convincenti, se però Rick le avesse lasciate cantare a Jerry o a Edgar forse sarebbero ancora più determinanti. Poco dopo ricompare sul palco (dopo il periodo di assenza di cui parlavamo poc’anzi) Johnny Winter. Rock And Roll Hoochie Koo (Rick Derringer) proviene dal disco JW And del 1970 ed è uno dei pezzi rock più famosi riconducibili al grande Johnny. Nel presentarla Edgar dice “Abbiamo una sorpresa per voi questa sera. La gente ogni volta che mi vede mi chiede ‘ehi dove’è tuo fratello’ …” e il pubblico esplode.

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Per Tobacco Road Edgar si cimenta finalmente al canto. 17 minuti di blues totalizzante. Il basso di Hobbs sempre sul pezzo, il sax di Edgar sensazionale, il gruppo che si esprime su livelli altissimi. Circa al minuto 7:30 va in scena il momento call and response, il botta e risposta insomma, tra voce e chitarra e voce e tastiere. Nella prima parte Derringer si lascia andare al suo momento di solo chitarra, una sorta di sperimentazione su base più o meno blues a cui  – nella seconda parte – risponde Edgar con le sue tastiere. Quando torna il gruppo ci si lascia andare ad un profluvio di rock blues sfrenato.

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Cool Fool (E.Winter) apriva la side 4 del doppio LP con un gran R&B/funk, vibrazione che si propaga anche nel pezzo seguente scritto da Stevie Wonder, Do Yourself A Favour. Quando una band sostanzialmente bianca riusciva a lasciare a bocca aperta anche l’Apollo Theater! Turn On Your Lovelight – scritta da Joe Scott – fu portata al successo da Bobby Bland nel 1961 e rifatta da una sacco di artisti (tra cui i Blues Brothers). La versione degli White Trash è come prevedibile ottima, Jerry Lacroix di nuovo stratosferico. Dal minuto 6,15 in poi è così pieno di testosterone da spingere tutti a un ballo da strappamutande. Che artisti, che performer, che disco!

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Semplice e bella la copertina con riprodotti i quattro musicisti principali ripresi on stage.

DISC THREE
THEY ONLY COME OUT AT NIGHT (1972) – TTTTT
1. HANGIN’ AROUND
2. WHEN IT COMES
3. ALTA MIRA
4. FREE RIDE
5. UNDERCOVER MAN
6. ROUND & ROUND
7. ROCK ‘N’ ROLL BOOGIE WOOGIE BLUES
8. AUTUMN
9. WE ALL HAD A REAL GOOD TIME
10. FRANKENSTEIN

BONUS TRACKS
11. FRANKENSTEIN (EDIT)
12. FRANKENSTEIN (MONO EDIT)
13. ROUND & ROUND (SINGLE EDIT)
14. ROUND & ROUND (MONO EDIT)
15. FREE RIDE (SINGLE EDIT)
16. FREE RIDE (MONO EDIT)
17. CATCHING UP – B-SIDE
18. FRANKENSTEIN (SINGLE EDIT)
19. HANGIN’ AROUND (MONO EDIT)

L’album del successo per Edgar Winter, uno dei suoi più belli secondo forse solo all’album del 1971. Dan Hartman e Chuck Ruff insieme Ronnie Montrose alla chitarra con l’aiuto di Randy Jo Hobbs (bassista di Johnny Winter), Johnny Badanajeke e l’immancabile Rick Derringer (che anche in questo caso produce il disco). Naturalmente il tutto è guidato da Edgar Winter

Dan Hartman in veste di autore è molto presente: 4 li firma insieme ad Edgar e 2 sono completamente suoi. Il bel rock di Hangin’ Around apre l’album, seguito dalla rollingstoniana When It Comes e dalla spensierata Alta Mira. Free Ride di Hartman è uno dei due successi che portarono il disco in cima alle classifiche Usa. Irresistibile “cavalcata” lungo le piste delle terre elettriche.

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Undercover Man altro rock deciso si stempera in Round And Round di Edgar Winter, un rock americano in senso stretto con mire country. Rock And Roll Boogie Woogie Blues scritto da Winter insieme a Montrose è pieno di impeti alla White Trash mescolati coi generi musicali citati nel testo, boogie in primis.

Autumn di Dan Hartman è una delle più belle canzoni tristi che io abbia mai sentito. Quando io, Jaypee e Riff ascoltiamo questo pezzo, dimentichiamo tutto, saliamo sulla navicella del blues e ci perdiamo in universi fatti di quel non so che ci attanaglia l’animo. Autumn è bellissima, malinconica, amara, color pastello…Hartman nel suo momento forse più ispirato.

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Ci si risveglia con We All Had A Real Good Time un altro roccaccio che ricorda il periodo White Trash.

Chiude l’album un mistero: Frankenstein, ovvero lo strano caso di un pezzo strumentale – con all’interno assolo di batteria…o meglio un botta e risposta ritmico tra Chuck Ruff ed Edgar alle percussioni –  inizialmente pensato e uscito come b-side e trasformato dai dj delle radio fm americane dell’epoca in un hit di grandissimo successo. Riffone hard rock, arditi interventi di tastiera sporchi e maleducati, sax, tamburi e sonorità aliene. Un riuscito delirio di onnipotenza rock.

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L’album arrivò nella Top 3 americana, i due singoli Frankestein e Free Ride rispettivamente al 1° e al 14esimo posto. Un trionfo.Copertina un po’ pretenziosa, ma dopotutto. erano gli anni del glam.

DISC FOUR
SHOCK TREATMENT (1974) – TTTTT
1. SOME KINDA ANIMAL
2. EASY STREET
3. SUNDOWN
4. MIRACLE OF LOVE
5. DO LIKE ME
6. ROCK & ROLL WOMAN
7. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY
8. QUEEN OF MY DREAMS
9. MAYBE SOME DAY YOU’LL CALL MY NAME
10. RIVER’S RISIN’
11. ANIMAL

BONUS TRACKS
12. RIVER’S RISIN’ (MONO EDIT)
13. RIVER’S RISIN’ (SINGLE EDIT)
14. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY (MONO EDIT)
15. SOMEONE TAKE MY HEART AWAY (SINGLE EDIT)
16. EASY STREET (MONO EDIT)
17. EASY STREET (SINGLE EDIT)

Rispetto al precedente c’è il ritorno di Rick Derringer alla chitarra (sostituisce Ronnie Montrose messosi in prorprio), anche qui in veste anche di produttore. Shock Treatmenti può considerare l’album di Dan Hartman, il golden boy infatti firma otto pezzi (uno a metà con Winter). Some Kinda Animal è uno sfrenato rock and roll a tinte hard e glam che ha il compito di aprire l’album in maniera decisa e di fare da apripista a Easy Street, un pezzo davvero bello. Negli anni ottanta fu riproposto con molta fortuna da David Lee Roth, questa è la versione originale. Stupenda.

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Sundown è il terzo brano di fila a firma Dan Hartman, a metà tra tempo medio e ballata, anche questo assai riuscito. Miracle Of Love è un filo meno incisivo ma rimane un buon pezzo perso tra ritmi sospesi e leggeri. Do You Like Me di Edgar Winter è proprio un brano anni settanta, ricorda un po’ le colonne sonore di Starsky e Hutch; incalzante funk di buona fattura che si trasforma in un boogie scatenato.

Rock And Roll Animal è un rock un po’ scontato comunque gradevole e molto, molto anni settanta, seguito da Someone Take My Heart Away, un lentaccio alla Edgar Winter. Queen Of My Dreams sa di Led Zeppelin e lascia un po’ interdetti: Black Dog e i luoghi comuni più consunti del gruppo di Page. Lo si poteva evitare.

Maybe Some Day You’ll Call My Name non colpisce più di tanto, mentre River’s Rising, sempre di Dan Hartman, è una veloce corsa a tempo di rock and roll molto divertente.

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Chiude il disco Animal di Winter, un rock funk un po’ pasticciato che non lascia traccia.

Rock americano anni settanta, magari un po’ glam, a mio modo di vedere irresistibile. Certo, sono un fan in senso stretto dei fratelli Winter, forse pecco di obiettività, ma sono sicuro che chi legge questo blog, in un modo o nell’altro saprà apprezzare questo bel disco.

Shock Treatment arriva al 13esimo posto della classifica USA. Copertina niente male.

DISC FIVE
THE EW GROUP WITH RICK DERRINGER (1975) – TTT½
1. COOL DANCE
2. PEOPLE MUSIC
3. GOOD SHOT
4. NOTHIN’ GOOD COMES EASY
5. INFINITE PEACE IN RHYTHM
6. PARADISE / SIDES
7. DIAMOND EYES
8. MODERN LOVE
9. LET’S DO IT TOGETHER AGAIN
10. CAN’T TELL ONE FROM THE OTHER
11. J.A.P. (JUST ANOTHER PUNK)
12. CHAINSAW

BONUS TRACKS
13. DIAMOND EYES (SINGLE EDIT)
14. DIAMOND EYES (MONO EDIT)
15. PEOPLE MUSIC (MONO EDIT)

Nel 1975 Edgar Winter esagera e fa uscire due dischi: Jasmine Nightdreams (album solista) e EW Group With Rick Derringer. Soprattutto quest’ultimo ne risente, non è male, ma mancano i pezzi e infatti arriva solamente al 129esimo posto della classifica americana. O almeno, i pezzi forse ci sono, ma non vanno al di là del 6,5/7.

Cool Dance è di Hartman (songwriter extraordinaire come abbiamo visto), è un buon episdoio (magari più da White Trash che da EW GRoup), ma da lui forse ci si aspetterebbe di più. People Music (Winter) roccheggia e rimane su livelli discreti ma non decolla del tutto. Good Shot (Winter) pare un brano più adatto agli White Trash. Nothin’ Good Come Easy (Derringer) è un tempio medio chitarristico, molto gradevole in certe parti. Infinite Peace In Rhythm (Winter) sembra una outtake di They Only Come Out At Night. Carina e di nuovo guidata dalla chitarra, ma niente di strabiliante. Paradises/Sides (Hartman) è sognante e a tratti cosmica, Diamond Eyes (Winter) si stempera nell’easy listening, Modern Love di Derringersi si rifà un po’ sotto col rock, ma di quello funky e ballabile. Let’s Do It Together Again (Winter/Hartman) funkeggia in modalità standard, Can’t Tell One From Another (Hartman) è un country con tanto di dobro e chitarre acustiche. JAP (Derringer) è un rock semplice e adolescenziale. Chainsaw è uno strumentale di Winter che sì rifà alla formula di Frankstein, senza raggiungerne l’efficacia.

DISC SIX
RECYCLED (1977) – TTT¾
1. PUTTIN’ IT BACK
2. LEFTOVER LOVE
3. SHAKE IT OFF
4. STICKIN’ IT OUT
5. NEW WAVE
6. OPEN UP
7. PARALLEL LOVE
8. THE IN AND OUT OF LOVE BLUES
9. COMPETITION BONUS TRACKS
10. STICKIN’ IT OUT (MONO EDIT)
11. STICKIN’ IT OUT (SINGLE EDIT)

Finita la avventura con gli EW’s White Trash, Jerry Lacroix entra nei Blood, Sweet & Tears con cui pubblica Mirror Image (1974) e successivamente nei Rare Earth con cui registra due album nel periodo 1974-1976. Arriva poi il momento di ritrovare i vecchi amici e di riprovare l’avventura White Trash. Nel 1977 il riformato gruppo pubblica Recycled, ma i tempi sono ahinoi cambiati e l’album non entra nemmeno nella Top 200 americana. L’album volge al funky e ad un approccio più commerciale rispetto al passato, Putting It Back (Winter) tuttavia riprende la strada interrotta nel 1972. Un tempo medio ostinato trascinato con la giusta cattiveria e cantato alla vecchia maniera da Edgar e Jerry. Leftover Love (Winter) si avvicina pericolosamente alla disco anni settanta. Shake It Off è scritta da Jon Smith  (sax tenore) è (in pratica) uno strumentale niente male, anche Stickin’ It Out (Winter) si lascia ascoltare ma manca la particolarità. New Wave torna sui sentieri del gospel, Lacroix alla voce e il solito bel groove, e pure Open Up scorre sui binari posati un lustro prima. Ascoltare Jerry Lacroix alla voce è sempre una bella sensazione, lo stesso dicasi ovviamente per Edgar. Parallel Love (Winter/Lacroix) scivola tra le atmosfere notturne del facile ascolto sempre a base nera. The In And Out Of Love Blues (Winter/Lacroix) è invece un bel blues con gran lavoro di piano, fiati e armonica. Alla voce Jerry Lacroix e dunque un’altra gran performance. L’album finisce con Competition (Winter), un trascinante funky funk (se mi permette il pasticcio).

Copertina onesta, ma forse ad alcuni mancava il physique du rôle affinché questa risultasse efficace. Album prodotto da Edgar Winter e Dan Hartman, forse con un produttore esterno si sarebbe potuto alzare un po’ il livello del songwriting. Per finire, è un disco niente male, ma temo sia roba per fan come me e non per fan occasionali. Se non altro però è suonato molto bene.

Concludendo, è dunque un cofanetto da acquistare visto il prezzo e la qualità dei primi quattro album. Potrebbe essere per alcuni l’occasione giusta per accostarsi ad un artista e ai suoi gruppi che per un quinquennio salirono sino alla stratosfera.

L’altro cofanetto sul blog:

https://timtirelli.com/2018/04/09/edgar-winter-tell-me-in-a-whisper-the-solo-albums-1970-1981-4cd-box-set-2018-cherry-red-records-sony-ttt%C2%BE/