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Blackberry Smoke “Live From Capricorn Sound Studios” (3 Legged Records 2020) TTT¾

16 Mar

Mi scrive Livin’ Lovin’ Jaypee e mi propone di mangiare qualcosa in centro durante la pausa pranzo. E’ un giovedì in zona arancione. Ci diamo appuntamento davanti ad una piadineria non distante da dove lavoro, in pieno centro storico. Lui ordina una “Leggenda” io una “Emilia”; ci spostiamo a consumare il pasto sulle panchine di Roma Square. Fa freddo, c’è il sole, intirizziti buttiamo giù le specialità romagnole con una certa voracità mentre osserviamo una coppia di non più giovani sposi che sono stati depositati al centro della piazza da un macchinone blu. Osserviamo l’autista attendere pazientemente mentre la giovane fotografa cerca di immortalare la coppia in scatti suggestivi.

Sono ormai più di cinque lustri che con Jay condivido un bel po’ di vita, dodici anni passati a suonare insieme e altri quindici a far parte della stessa cerchia esoterica di illuminati del blues hanno cementato un rapporto d’amicizia che sembra (ed è) indissolubile (indifferente al calcio Jaypee si professa comunque di religione interista in omaggio al sottoscritto). Lui bassista, quieto, riflessivo, di poche parole, io (il solito) chitarrista rock cagacazzo. Entrambi convinti di essere nati e cresciuti nel bayou della Louisiana.

“Jay, hai comprato qualche disco ultimamente?”

“Dischi no, ma ho fatto il download a pagamento dell’EP dei Blackberry Smoke “Live From Capricorn Sound Studios” del 2020.”

Raccolgo questa informazione e la deposito in un angolo della mia maruga. Condividiamo qualche altro blues e ci separiamo, sono ormai le 14.

Il venerdì sera mi scarico pure io le sessions in questione.

I Blackberry Smoke sono una band di Atlanta formatasi vent’anni fa, il loro rock è di matrice southern ma sono cresciuti ascoltando altresì gli stessi gruppi che abbiamo ascoltato noi (diverse le cover di pezzi dei LZ presenti nelle loro scalette ad esempio). Per un paio d’anni li ho seguiti con attenzione e ho acquistato i loro album, ma poi – vittima del rapporto di amore odio che ho con il Rock oggigiorno – li ho persi per strada.

Ci voleva giusto il mio amico JPC a riportarmi in carreggiata.

In attesa del nuovo album vero e proprio previsto per quest’anno, il gruppo ha deciso di rendere omaggio allo studio celebre per essere stato negli anni settanta il punto d’attracco per il southern rock, lo fa proponendo sei cover di pezzi legati a doppio filo allo studio e alla etichetta Capricorn.

Il bon ton musicale della band nell’eseguire la musica che tanto amiamo c’è ancora tutto: arrangiamenti esemplari, prova d’insieme ottima, sound rotondo e umido.

Per affrontare un classico come Midnight Ryder (Allman Brothers) serve una certa personalità, evitare di essere schiacciati dalla versione originale è un attimo. I BBS ne escono vincitori. Versione riuscita, simile all’immortale masterpiece di Gregg Allman che abbiamo tutti nel cuore, con qualche nuova sfumatura

https://www.youtube.com/watch?v=KxhK5xTDVNg

Take The Highway (Marshall Tucker Band) con Marcus Henderson al flauto. Questa è una delle mie preferite, un po’ per l’ottima dimostrazione che ne dà il gruppo un po’ perché nel mio cuoricino la Marshall Tucker Band ha un posticino riservato. Il flauto riporta nell’aria profumi di un meraviglioso tempo che fu. Bello l’assolo di chitarra dopo quello di flauto. Il caldo suono delle Gibson è sempre un balsamo per le nostre anime tormentate. Bel rock elettrico che ancora sa distinguersi dall’hard rock pur mantenendo una carica decisa. 

https://www.youtube.com/watch?v=Pd-wis4z8o0

Due gli omaggi ai Wet Willie, gruppo di seconda fascia della Capricorn Records negli anni settanta, il primo è Keep On Smiling (Wet Willie)

https://www.youtube.com/watch?v=gXQXukq6wqw

il secondo Grits Ain’t Groceries (Wet Willie) entrambi con Jimmy Hall (dei WW, alla voce) e le Black Bettys (duo vocale anch’esso di Atlanta).

https://www.youtube.com/watch?v=h8ggSs7G3J4

Personalmente li ritengo i momenti più deboli dell’EP, pur essendo affrontati con la solita verve non riescono a convincere del tutto.

Con Revival (Allman Brothers), sempre con le Black Bettys, si torna su livelli degni di nota, è chiaro che la band ha gli Allman Brothers nel sangue.

https://www.youtube.com/watch?v=pFyvy3Rheew

Southern Child (Little Richard) con le Black Bettys. Il pezzo è del 1972 ed è un misto di country-rock, boogie e funk. I BBS la fanno loro e il risultato è uno spettacolo: ritmo irresistibile, Telecaster, slide guitar, armonica. Uno dei due momenti più brillanti dell’album.

https://www.youtube.com/watch?v=LiN0Q3ULbKY

Un buon EP dunque, niente di incredibile, dopotutto trattasi di cover, ma ogni tanto ricordarsi di come va suonato, interpretato e confezionato il rock non è male.

BOOTLEGS: Led Zeppelin “The Awesome Foursome Live At The Forum” – LA Forum 24/03/1975 (EVSP 2020)

5 Gen

Le ultime tre date del tour del Nord America del 1975 dei LZ si svolgono al Forum di Los Angeles, uno dei posti più leggendari dove tenere un concerto Rock, capienza 20.000 spettatori circa. Malgrado nella seconda metà degli anni settanta dal vivo il gruppo non sia più lo spettacolare quartetto del periodo 1968/73, la fama e il successo toccano vertici assoluti. Il tour del 1975 arriva dopo un anno e mezzo di fermo, e inizia in maniera sfortunata come sappiamo: poco prima di partire per il nuovo continente Page si infortuna alla mano sinistra schiacciandosela nel porta di un vagone di un treno a Victoria Station a Londra e Robert Plant nel momento di affrontare le tre date al Chicago Stadium – ad inizio tour – si becca una influenza che lo lascerà in pratica senza voce per tutta la durata della tournèe. Anche Bonham non se la passa bene, ha dolori allo stomaco e diarrea, ma perlomeno le sue performance non ne risentono. Personalmente non credo sia stata una grande idea organizzare un tour del genere in pieno inverno (dal 18 gennaio al 27 marzo), col disco Physical Graffiti in uscita solo a fine febbraio.

L’etichetta giapponese specializzata in bootleg Empress Valley Super Discs aveva già pubblicato tempo fa una anticipazione soundboard del concerto in questione (gli otto pezzi di The Night Stalker), ma solo oggi decide finalmente di far uscire il concerto completo in questione da fonte soundboard, preso dal mixer insomma. Da ricordare che delle date di Los Angeles del 1975 esistono da sempre le ottime registrazioni audience (prese dal pubblico) dell’indimenticato Mike Millard, personaggio di cui abbiamo parlato spesso qui sul blog.

Il Forum di Los Angeles nel 1975

Due le edizioni, quella a tre cd chiamata The Awesome Foursome e quella a quattro cd chiamata Jesus che contiene un non meglio precisato missaggio alternativo di Candy Store Rock, il brano tratto dall’album Presence (1976).

Led Zeppelin March 24, 1975
The Forum Los Angeles, CA

Soundboard Recording
The Awesome Foursome ive At The Forum (EVSD)

101. Introduction
102. Rock And Roll
103. Sick Again
104. Over The Hills And Far Away
105. In My Time Of Dying
106. The Song Remains The Same
107. The Rain Song
108. Kashmir

201. No Quarter
202. Trampled Underfoot
203. Moby Dick

301. Dazed And Confused
302. Stairway To Heaven
303. Whole Lotta Love
304. Black Dog
305. Heartbreaker

I primi due colpi di cassa di Bonham prima dell’inizio lasciano intendere sin da subito che – almeno dal punto ritmico – la serata sarà incandescente. Rock And Roll – come in tutti i concerti del 1975 – vede Robert Plant soffrire, la voce a freddo è quella che è, anche l’assolo di Page è slabbrato ma la botta iniziale è comunque super. In Sick Again la voce di Robert sembra iniziare a scaldarsi. Timbro sofferto e sporco, rappresentazione del periodo decadente (appena iniziato) del gruppo. Il primo assolo di Jimmy Page è di nuovo incerto, il suono della chitarra è troppo pulito, non c’è sustain a dare corpo alle note. Alla ritmica però il Dark Lord è uno spettacolo, malgrado la chitarra fosse indossata bassissima! La qualità sonora di questo soundboard è davvero eccellente!

RP: Good evenin’. I said, good eeeeeeeevening! That’s a bit better. Well, it’s, uh, we’ve been in California a little while, but let me tell ya, it’s, this is the place. This is the one, yeah. Tonight we intend, uh, to have, these are the last three gigs on our American tour so we intend them to be somewhat of a very high point for us. Now, that can’t be really achieved, obviously we don’t achieve that without a little bit of vibe, which I can already feel. And a few smiles. We intend to take a musical cross-section of the work that we’ve got together over the last six and a half years. A little touch of this, a little taste of that, a little toot of this, a little blow of that. And, uh, I suppose if we’re to call it a journey we should start by looking ahead.

Purtroppo la chitarra in Over The Hills And Far Away è scordata e nei ricami iniziali è piuttosto evidente ma nello sviluppo rock del pezzo il tutto diventa più fruibile. La voce di RP si esprime ancora in modo vago. La sezione dedicata all’assolo di chitarra è sempre uno dei momenti più intensi con John Paul Jones e John Bonham a giocarsi incastri e figure funk mentre Page improvvisa da par suo.

RP: Thank you. A gram is a gram is a gram. Well since we saw you last, uh, there’ve been a few developments in the camp. And a few camps in the developments. Bonzo decided not to have the sex change after all and, um, and we got a new album out. Two very relevant points. Physical Graffiti finally made it to the shops. And we intend to play you some of the tracks from it tonight. This is the first one. It’s, uh, comes from way way way back, a long long time ago.

In My Time Of Dying è il secondo pezzo della scaletta dal nuovo album Physical Graffiti e non il primo come invece annunciava RP in quasi tutte le date. Sentita in cuffia a buon volume pur con qualche magagna da parte di RP e JPP rimane una prova solidissima. Anche in anni difficili come questo i LZ dal vivo sapevano spesso essere micidiali.

RP: (Devil or angel; you’re breaking my heart.) Right now. Um, over the period of time that we’ve had the pleasure of being able to come and play in most of your country that we felt like, we took the advantage to travel to spots and places in the globe and on the globe and on the face of the earth, that people don’t normally go to, right? Places where the red light still shines for two rupees. Places where there’s a magical feeling in the air. … a light Paul Rodgers his bedroom when he takes his shoes off. Hah, hah, it’s, uh. And we found that whatever happens, wherever we go we find people and we develop rapports with these people. And sooner or later, we have to boil it down to the fact that ‘The Song Remains the Same.’

The Song Remains The Same è velocissima, pure troppo, ma è un buona versione. In The Rain Song la qualità del suono è cristallina, in questo brano è facile intuire di nuovo come fosse complicato portare in tour un Mellotron, nessun sfasamento particolare nelle sonorità dello strumento ma la sensazione è quella di essere sempre prossimi al precipizio per quanto riguarda la gestione tecnica dello stesso.

RP: John Paul Jones played Mellotron . I’m still trying to find the bridge. So. When we found in our bicycle clip was caught in our sock, we immediately said about doing something about it. It was, is very much the reason why we intend to feature John Paul Jones again on the mellotron. A rather cheap, nasty improvised version of an orchestra. And unfortunately, we, we would have to know then if we can’t afford to take an orchestra with us anymore. This is a song from Physical Graffiti. Um, a song that I think is becoming, uh, maturing more and more as time goes on. It’s called ‘Kashmir.’

In Kashmir il Mellotron dà ancora l’impressione di essere sempre sul punto di collassare ma, a parte il finale con qualche nota “svizzera” come diciamo da questi parti, prova più che buona.

RP:  That seems to be stretching out a little bit more every night. This one is not quite so new, this next piece. We once again feature John Paul Jones, uh, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. This is a very serious song …. It reflects on some of the negative possibilities of, uh, the journey. Of the future, of tomorrow and it’s called ‘No Quarter.

No Quarter (include ARANJUEZ CONCERT di Joaquín Rodrigo)  è cantata da Robert piuttosto bene tenendo conto di tutti i suoi problemi; quando John Paul Jones passa al grand piano per l’assolo la copertura del Theremin non è esemplare. Il momento in cui Jones è da solo al piano a me piace sempre molto, intrecci in tonalità minore che nascono dalla bruma dell’animo. Il ritmo (sincopato) aumenta quando JPJ decide che è il momento di iniziare la sezione che porta all’assolo di chitarra; John Bonham fatica un po’ a trovare il ritmo adatto ma poi vi si insinua bene. L’assolo di Page non è ispiratissimo, verso la fine riesce a suonare qualcosa di efficace. Il lavoro di pedaliera basso di Jones sul finale di questa parte è sensazionale.

RP: John Paul Jones, grand piano. Behind us we see there’s only a little bit a basic carpentry get, being carried on. Tonight’s a crop circle is staged tonight. There’s a bit of carpentry here and nail being knocked into wood. What’s going on? Right. The carpentry lesson is now finished and no more banging on pieces of wood. Throughout time, the medium of blues music and the use of a car has been used to, uh, indicate the connection between the human body and the motions of the car, right? You know, the old blues singers used to talk about their ‘Terraplane Blues’ and something similiar to squeezing lemons and things like that. Which takes us back a bit. Still got the lemon, mind you. This is something alone those lines. It’s not squeezing the, a lemon so much as going down on gasoline and pistons and Trampled Underfoot.

Trampled Underfoot è affrontata con la solita verve. L’assolo di Page non dice granché, troppe e fuori luogo le scariche costruite intorno ai soliti fraseggi ripetuti più volte.

RP:  He’ll never let you down. Ladies and gentlemen, at the front of the stage right now, Elvis Presley’s right hand man, Billy Miller. You went down like a ton of bricks, Bill. …Teeat me like a fool … It is our great pleasure, you can sit down again if you like. Thank you very much. It is our great pleasure now to feature one of the finest percussionists in the band today. Probably the greatest drummer ever to sit on this rostrum with us tonight. The Mighty … from Kidderminster. John Henry Bonham! ‘Moby Dick!’

Moby Dick stavolta dura 20 minuti.

RP: ‘Moby Dick.’ John Bonham. One of the finest drummers, probably the finest drummer that we’ve ever had. John Henry Bonham. A childhood friend. What a wonderful drum solo and what a wonderful hand job in the dressing room. Too much. Thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have, uh, we’re more than elated to be in California again. And that, I say from the bottom of my boots, really a circus. It’s been great being here although we haven’t really been outside the hotel rooms too much. But there’s plenty to do inside, as you can imagine. So let me tell you, we tried to say in the beginning that, uh, we wanted, what? Is that diarreah? What we tried to say in the beginning, that we intended to give you a cross-section of the, the music that we’ve got together. So we should take you right back to the first day that we got together in a little room. I can see you all there. In a tiny small room we got together and I think this is probably about the first thing that we had a go at. Apart from the secretary.

Dazed And Confused  (incl WOODSTOCK) 32 minuti di interconnessione con mondi musicali sconosciuti, di riflessi elettrici ed esoterici. Robert Plant se la cava discretamente per tutta la durata della suite; nella parte iniziale Page approfitta dei momenti di calma per cercare di accordare la chitarra. Nel lento e suggestivo intermezzo MI-/DO (che verrà poi usato per Achilles Last Stand primo brano dell’album Presence) RP canta il testo di Woodstock di Joni Mitchell. Versione niente male.

RP: Jimmy Page, guitar! Thank you very much. We really enjoyed that, ourselves, actually. We’d like to, uh, we are, in fact, it’s not a case of liking, we have determined to give you just one more very … , what we’ve been managing to get together. This is for all our English friends who arrived in, uh, at the Continental Riot House. This is for the foundations of the Continental Riot House. And this is for you good people here who’ve made this a good gig.

Anche Stairway To Heaven è discreta, l’assolo di Page – pur a tratti astratto – è degno di nota.

RP: Thank you very much. We’ve had a great time. See ya.

Whole Lotta Love / The Crunge / Black Dog. WLL è piuttosto fiacca, mentre The Crunge è in pratica la versione completa. E’ suonata con qualche incertezza nei cambi, ma come spesso capitava è improvvisata, non era un brano preparato per il tour. Segue sezione funk con e senza theremin. Black Dog è un mezzo disastro. Tra la fine del concerto e i bis nei camerini evidentemente succedeva qualcosa che vi lascio immaginare e che faceva rientrare il gruppo con molta meno lucidità.

(RP: Forum! Inglewood, LA, Hollywood, it’s too much. You’ve been fantastic. Fantastic. Good night.)

Heartbreaker è mediocre.

RP: Ladies and gentlemen, Children of the Sun. Good night.

Un bootleg apprezzabile dunque, qualità audio molto buona e performance più che sufficiente, niente di straordinario ma – vista la condizione del gruppo – tutto sommato accettabile.

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JOHN MAYALL “So Many Roads – An Anthology 1964-1974” ( Universal, UMC 2010) – TTTT

4 Gen

Cofanetto vecchio di 10 anni ma di cui vale la pena spendere due parole perché è ben assemblato, contiene infatti pezzi da gli album registrati negli anni più importanti per Mayall e rarità pubblicate a suo tempo su singoli e antologie varie.

John Mayall mi arrivò tramite l’album Crusade (1967), quello che reputo il miglior capitolo del British Blues revival anni sessanta, con un Mick Taylor da sogno, da allora mi porto dentro diversi  suoi dischi. Nel 1981 ebbi la sfortuna di vederlo in concerto alla Festa dell’Unità della Gorganza (Località vicino a Cavriago – Reggio Emilia), in quegli anni i grandi nomi del blues e del rock erano quasi tutti “fritti” (come direbbe il nostro amico Riff) e io non ero sufficientemente scafato per reggere certi concerti così la delusione fu massima: formazione lofi e concerto da dimenticare. La colpa probabilmente fu mia, mi aspettavo il Mayall di Crusade quando non era proprio il caso di avere tali aspettative.

Nonostante questo continuai a seguirlo, troppo rilevante la palestra di Mayall per tutti i grandi musicisti inglesi di quel periodo legati al blues. Questo box è davvero una ghiotta occasione per farsi un’antologia dei momenti più significativi senza svilire l’operazione e farla diventare una mera collezione da best of.

 

CD1

Contiene i primi singoli del 1964 e 65 e qualche brano dal primo album John Mayall Plays John Mayall con Roger Dean alla chitarra; quindi i tre pezzi prodotti da Jimmy Page nell’ottobre e dicembre 1965 con Clapton alla chitarra finiti su un singolo e sulla compilation Blues Anytime vol.2,

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un paio di brani live registrati al Flamingo Club di Londra nel novembre del 1965 comparsi a suo tempo su un paio di compilation, sei tracce dal famoso album John Mayall’s Bluesbreaker with Eric Clapton del 1965

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e un brano dall’album Raw Blues di John Mayall and Steve Anglo con Steve Winwood all’organo. L’era Peter Green si apre con due pezzi dall’album A Hard Road del 1967 sul CD1

CD2

e altri tre sul CD2.

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Si continua con Peter Green con quattro brani tratti da singoli e dall’EP uscito sempre nel 1967 a nome John Mayall’s Bluesbreakers with Paul Butterfield e quindi si entra nel periodo Mick Taylor con canzoni tratte da singoli e dagli album Crusade del 1967

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Bare Wires e Blues From Laurel Canyon del 1968 

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Sul CD2 vi sono anche un paio di brani presi da The Blues Alone del 1967, album “solista” di Mayall, ovvero senza i Bluesbreakers.

CD3

Tre tracce registrate dal vivo al Fillmore East nel luglio del 1969 aprono il CD3 con John  Mark alla chitarra acustica finger-style contenute a suo tempo nell’album The Turning Point uscito nel novembre del 1969, quattro provenienti da Jonh Mayall – Empty Rooms dell’aprile 1970 tra cui la deliziosa Waiting for the right time

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altre tre da Usa Union (novembre 1970) con Harvey Mandel alla chitarra e ulteriori tre da Back To The Roots (giugno 1971) con Clapton, Mandel e Taylor.

CD4

L’ultimo dischetto è dedicato ad album meno noti usciti tra il 1971 e il 1974 ma comunque sempre assai gradevoli benché meno a fuoco degli album degli anni sessanta.

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Cofanetto dunque di spessore, adatto sia agli aficionados che ai casual fan.

Whitesnake “Love Songs” (Rhino 2020) – TTT¾

17 Nov

Ho riflettuto un po’ prima di decidere se recensire questa raccolta perché temevo che personaggi basilari di questo blog non me l’avrebbero perdonata: Bodhran, il Michigan Boy e Ittod (una delle tre personalità che abitano il mio essere) in particolare.

I motivi? Beh in primis perché questa è una di quelle operazioni così mainstream che più mainstream non si può, poi perché gli Whitesnake – in particolar modo quelli di un certo periodo – sono ascrivibili al gruppo dei centurioni, come usiamo dire qui sul blog, e non per ultimo perché si tratta di un remix. Già, la nuova moda di rimissare le vecchie cose. In questo caso non è nemmeno traumatico, le love songs in oggetto non sono certo capisaldi della musica rock, ma in senso più ampio uno non può fare a meno di chiedersi che senso abbia questa ossessione di cambiare le vecchie registrazioni per renderle più appetibili al trend odierno e più user friendly agli utenti di Spotify. Allora, come ebbe a dire una volta il nostro Pike Boy, usiamo photoshop per correggere le imperfezioni Gioconda e bona lè!

Per tornare a noi, il fatto è che io ho sempre amato gli Whitesnake e David Coverdale. Un amico nel 1980 mi passò il doppio “Live … In The Heart Of The City” e fui subito irretito da quell’hard rock di derivazione blues in cui mi sarei sempre riconosciuto. E’ vero, è un rock spesso pieno di grossonalità, di luoghi comuni, di testi imbarazzanti (così tanto da risultare a volte persino cult) ma in tutto questo splende una forma di british hard rock notevole. La voce di Coverdale poi mi è sempre piaciuta da matti, e anche qui i riferimenti sono evidenti, Paul Rodgers per i primi anni e Robert Plant per le cose a venire, ma quando il vero Coverdale emerge per me è un godimento.

David Coverdale

Nei primi anni ottanta ho seguito la band con molta passione, Bernie Marsden alla chitarra mi piaceva un sacco, Jon Lord era magnifico e Mel Galley mi entusiasmava, Slide It In (UK version) è ancora oggi un album di hard rock stellare per il sottoscritto e se aggiungiamo Cozy Powell alla batteria poi … mamma, che brividi. 1987 e Slip Of The Tongue furono album spettacolari benché con la virata verso l’hair metal inconsciamente iniziai a perdere interesse per la band. Tuttavia sino al 2000 (album da solista di DC Into The Light incluso) seguii fedelmente gli Whitesnake, poi il buio; i quattro dischi da studio successivi mi consegnarono una band in cui non mi riconoscevo più.

Nuovi live, nuove deluxe edition di album passati, greatest hits … chissà perché non ne ho mai parlato qui sul blog mentre ora affronto queste Love Songs di getto. Misteri della psiche. Questo è il secondo capitolo di una trilogia di compilation: la prima è già stata pubblicata (The Rock Album), la terza (The Blues Album) lo sarà nel 2021. Contiene pezzi presi dal periodo 1987 – 2011, rimixati, rimasterizzati e in qualche caso riaggiustati tramite abbellimenti vari, tre di questi sono inediti tratti dall’album di DC Into The Light.

Love Will Set You Free (da Forevermore 2011) non è granchè e a me non dice nulla, The Deeper the Love (da Sleep Of The Tongues 1989) è il bel brano di heavy rock melodico tratto dal periodo di grande successo. Il nuovo mix rende tutto più attuale (ma non è detto che sia per forza un bene). All I Want, All I Need (da Good To Be Bad  2008) non mi dispiace e devo ammettere che oggi riesco ad apprezzarla, mentre all’epoca feci fatica. Certo, è rock radiofonico di stampo americano, a tratti melenso e banalotto, ma …

Ho sempre creduto che Too Many Tears (da Restless Heart 1997) fosse un gioiellino che avrebbe meritato maggiori fortune. Ballata malinconica venata di blues e con una bella melodia, qui riproposta in una nuova veste.

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Can’t Go On (da Restless Heart 1997) proviene dallo stesso album, forse è più scontata della precedente, ma riesce a convincere comunque. Is This Love (da 1987) è il grande successo che tutti conosciamo.

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Il primo inedito è With All of My Heart (outtake di Into The Light 2000) è un lento di tutto rispetto, una sorta di doo woop alla I’m Gonna Crawl  dei Led Zeppelin.

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Anche Summer Rain (da Good To Be Bad  2008) mi ha sorpreso, nel senso che oggi mi piace assai più che in passato. Magari il segreto è proprio il remix che tanto disdegno …
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Your Precious Love (da Restless Heart 1997) risulta piacevole oggi come allora; Now You’re Gone (da Sleep Of The Tongues 1989) è l’altro pezzone del 1989. L’enfasi dei metal years con Steva Vai alla chitarra risolta con sapienza. Nell’intro di Don’t You Cry (da Into The Light 2000) io ci sento i Mott The Hoople, e nello sviluppo i Procol Harum, ma forse sono suggestioni solo mie. Midnight Blue (da Into The Light 2000) ripropone i temi cari a Coverdale, e lo fa in maniera efficace. Easier Said Than Done (da Forevermore 2011) ripercorre formule già usate ed è troppo ridondante per essere apprezzata.

Chiudono l’album Yours For The Asking e Let’s Talk It Over, inediti provenienti dalle session di Into The Light. La prima è un pop rock  gustoso influenzato da venti che arrivano dall’India (o forse dal Nord Africa). Uno dei momenti più belli dell’album.

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La seconda è un 3/4 vagamente lennoniano, fruibile e convincente.

Insomma, questa compilation mi ha colpito, mi aspettavo di reagire diversamente, ed invece eccomi qui incoverdalito quasi come ai bei tempi. Disco da serate estive ma con un po’ d’azzardo lo si può provare anche in queste brumose giornate autunnali, questo bel rock pastoso, arioso e senza troppi impicci mentali potrebbe aiutare a lenire il gloomy feeling che noi uomini e donne di blues patiamo in questi mesi.

 

 

AC/DC “Power Up” (Sony 2020) – TTT¼

13 Nov

Tornano gli AC/DC (addirittura in una delle formazioni storiche … naturalmente Steve Young è al posto di Malcom), un nuovo album per ridar vigore al rock di pancia di cui tutti – perlomeno in certi momenti – abbiamo bisogno. 12 nuovi pezzi tutti a nome Angus e Malcom Young, dunque generati da idee musicali di anni fa. Cosa aspettarci già lo sappiamo, un rock da strappa mutande che vada dritto all’urgenza primitiva che alberga dentro di noi, quella che ci induce alla trance innescata da un ritmo primario sempre uguale e da chitarre (meravigliosamente) concrete. Rock in senso stretto che non considera minimamente varianti articolate insomma. L’unico problema è rimanere credibili: dopo 16 album basati su un rock che volutamente tende a ripetere la stessa formula, riempire il diciassettesimo di brani che non siano l’esatta copia carbone dei precedenti è un’impresa.

Realize infatti non è un apertura particolare, non c’è una sfumatura diversa che sia una rispetto ai brani standard del passato. Rejection è più o meno sulla stessa linea, nessun accenno a linee melodiche che possano anche solo distrarre un momento. Stessi cantati, stessi riff d’accordi, stessa ritmica, stessi interventi della solista. Shot in the Dark è il singolo dell’album, titolo piuttosto banale ma il brano sembra funzionare. Qualche battito d’ali in più pare esserci.

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Through the Mists of Time ha un buon titolo e un andamento più fresco. Buona la melodia e buono lo sviluppo. Finalmente un brivido. Kick You When You’re Down è divertente, fraseggi blues, spontaneità e – in alcuni punti – ritmo tribale. Con Witch’s Spell si torna decisamente verso  formule trite.

Demon Fire è un tempo veloce alla AC/DC, il giro di chitarra è intrigante, così come gli stacchi. Siamo sempre nel solito campo ma perlomeno vi sono soluzioni movimentate. Il basso pulsante di Wild Reputation trascina ma il brano non è granché. In No Man’s Land il lavoro delle chitarre ha il suo perché ed è un peccato non sia valorizzato da un cantato più variegato. I riff sincopati in Systems Down sono un bene, ma anche qui le melodie del cantato sono le solite. Al minuto 1:30 di Money Shot c’è un bel riff di chitarra, l’inizio di Code Red richiama Back In Black ma poi diventa un bel pezzo rock, gran riff di chitarre.

Immagino ci siano fan degli AC/DC che non vogliano null’altro che questo, personalmente ritengo che un briciolo di vivacità compositiva in più sarebbe necessaria, non certo per snaturare il caratteristico sound del gruppo ma per rendere il prodotto finito di livello musicalmente più elevato.

Brian Johnson fa la sua porca figura, è un cantante dallo stile esclusivo che a me è sempre piaciuto un sacco; Angus Young si conferma esemplare chitarrista rock, se solo cercasse di arricchire con qualche sfumatura diversa gli assoli potrebbe prolungare il suo status all’infinito. Gli altri tre – Steve Young, Cliff Williams e Phil Rudd fanno ciò che devono fare, e lo fanno in maniera efficace ed efficiente.

Disco dunque certamente sufficiente, ma sarebbe bastato poco per renderlo più incisivo, in un periodo in cui di una rinascita del rock ci sarebbe un gran bisogno.

Blue Öyster Cult “The Symbol Remains” (Frontiers Records 2020) – TTT+

7 Nov

Da un decennio l’Italia è  diventata punto di riferimento per l’hard & heavy internazionale, la Frontiers Records di Napoli ha infatti sotto contratto decine e decine di artisti di nome, molti dei quali vecchie glorie vogliose di un ultimo guizzo da campioni. Uno dei recenti acquisti della scuderia di Serafino Perugino sono i nostri amati Blue Öyster Cult, uno dei gruppi americani di hard rock più eccentrici e interessanti di sempre.

Del nucleo storico solo Eric Bloom e Buck Darma sono rimasti, ma dopotutto cantante e chitarrista sono pur (quasi) sempre il fulcro di ogni band e dunque anche in questa formazione la band mantiene una continuità più che onorevole.

Affronto questo tipo di uscite sempre con trepidazione inquinata dalla paura, quella di dover assistere a prove imbarazzanti di vecchi leoni spelacchiati.

That Was Me irrompe con cattiveria, Eric Bloom alla voce. Metallo pesante versione moderna, assolo di chitarra di Ritchie Castellano. Il video relativo genera perplessità … capisco sia indispensabile girarne uno ma la produzione è quella che è, i mezzi pochi, le idee quasi nulle ed è triste vedere un gruppo di rango ripreso in un video più consono ad una band di seconda / terza fascia. I tempi sono quelli che sono, certo, ma già nessuno dei tre nuovi membri della band ha il physique du role, se poi aggiungiamo video del genere il risultato non può certo essere esaltante.

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Altro video per Box In My Head, cantata da Buck Darma. Il pezzo è brioso e gradevole e benché non vi siano assoli di chitarra i brevi interventi di Darma sono proprio azzeccati. Anche qui il problema è il video, dozzinale e con soluzioni grafiche così scadenti che mi chiedo se esista il quality control nello staff della produzione.

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Richie Castellano canta Tainted Blood, brano musicalmente piuttosto consunto, accompagnato da ennesimo video. Castellano con la voce se la cava ma ha un timbro e un’enfasi che non reggo.

Nightmare Epiphany (voce Darma) in certe armonie vocali ricorda Don’t Feel The Reaper, il lavoro delle chitarre in alcuni punti è originale sebbene un po’ bislacco.

Edge of the World (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e  non è male, tempo medio che funziona. The Machine ” (voce Castellano) –  altro pezzo del solo Castellano, è invece più scontata, solito hard rock melodico contemporaneo.

Train True (Lennie’s Song) (voce Darma) risolleva l’animo: ritmo alto, costruzione musicale semplice ma efficace, assolo (di Buck) degno di nota.

The Return of St. Cecilia (voce Castellano) è un brano di nuovo guidato da Richie Castellano, per quanto mi riguarda niente da segnalare. Non fosse inserita in un album dei BOC sarebbe musica che non ascolterei.

Stand and Fight (voce Bloom) opta per espedienti banali, heavy rock gloom and doom ordinario, nemmeno la voce di Bloom può far qualcosa a riguardo. Florida Man (voce Darma) è un buon pezzo, meno scontato di quanto possa sembrare, e contiene un assolo come di deve del nostro Buck. The Alchemist (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e per quanto questo musicista/autore a me non piaccia, devo dire che questo pezzo di heavy metal tenebroso alla Blue Öyster Cult fa la sua figura; sarà la voce di Bloom (qui più convinto che in altri momenti), sarà il duetto di chitarre un po’ pretenzioso ma efficacie, sarà che mi mancano i vecchi BOC ma il tutto funziona. Il video è pieno di effetti grafici da due soldi ma mi piace pensarlo momento di eccentrica ironia (e vedere Eric Bloom incappucciato nelle veste d’alchimista mi strappa un sorriso).

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Secret Road (voce Darma) è scritto da Buck Darma, non sarà un capolavoro ma contiene espedienti compositivi quantomeno interessanti, la classe c’è e si sente. Bravo Buck. There’s a Crime (voce Bloom) è veloce e convinta; non sono sicuro che Fight (voce Darma) sia un brano con cui chiudere un disco, ma ad ogni modo è un altro di quei bei momenti alla Buck Darma, alla Blue Öyster Cult: interventi di chitarra intelligenti, scrittura riuscita, estro in full flight.

14 brani sono troppi, vista anche la qualità non esaltante di alcuni di essi, ma capisco che a 19 anni dall’ultimo album da studio il gruppo avesse voglia di inserire quanta più ultima produzione possibile.

Sbirciando nei social mi sono imbattuto su riflessioni di alcuni giornalisti musicali a proposito di The Symbol Remains. Un paio di loro (amici personali ed entrambi estimatori dei vecchi BOC) hanno giudizi sostanzialmente simili ai miei (anche se a pensarci bene sono forse meno teneri col gruppo) altri invece usano iperbole a mio avviso fuori luogo.

I gusti sono gusti, certo, ma soprattutto se si è giornalisti musicali occorre mettere tutto nella giusta prospettiva e non venire risucchiati dalla tendenza degli ultimi lustri dove il senso critico è andato a farsi benedire. In troppi sembrano assuefatti a formule trite e ritrite, a generi ingabbiati in un proposte sempre uguali, incapaci ormai di distinguere musica di livello e non. Mi soffermo spesso su questo punto, lo so, ma continuo ad essere basito, in senso più ampio poi quasi nessuno riesce più a distinguere tra capitoli importanti della propria vita (ad esempio, per me, i Bad Company) e capitoli importanti della musica (ad esempio Beatles, Mahavishnu Orchestra, Rachmaninov eccetera eccetera).

Ad ogni modo, disco più che sufficiente, alcune tracce davvero carine altre da dimenticare. I tre nuovi musicisti non dicono granché, sanno suonare, ma lo fanno in maniera neutra, e non è questo quello di cui avrebbero bisogno vecchie glorie come i Blue Öyster Cult. Detto questo, Eric e Buck nel cuore.

ROBERT PLANT “DIGGING DEEP: SUBTERRANEA” (Es Paranza / Warner 2020) – TTT

2 Nov

Nuova raccolta per il biondo di Birmingham, un doppio cd che contiene alcuni suoi “classici” pezzi del periodo migliore della sua carriera solista (1982 – 1993), brani del periodo successivo, e tre inediti. Copertina standard, nessuno sforzo creativo e realizzativo particolare.

Apre Rainbow, che fa parte dell’ultimo periodo del Golden God, il periodo che critici e molti fan apprezzano, il periodo che fa scrivere frasi già lette mille volte su come RP ricerchi strade nuove, su come non abbia dormito sugli allori, su come sia sempre riuscito sempre a rimettersi in gioco. Tutto vero, noi però non riusciamo ad esaltiamo troppo per gli ultimi album di Percy; certo non avremmo voluto vederlo – come ad esempio Gillan, Coverdale e parecchi altri – perpetuare il ruolo di cantante hard rock perché quando fisico e voce finiscono per tradirti ti mettono ovviamente in grande imbarazzo, ma non siamo nemmeno pronti a sostenere a cuore aperto quel miscuglio di americana-space-afro-rock alternativo.

Sono i pezzi dei primi lustri post Zeppelin a risplendere: Hurting Kind, buon brano rock tirato e scevro dai luoghi comuni del rock duro,

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e la delicata meraviglia di Ship of Fools ad esempio.

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Il mai pubblicato prima Nothing Takes the Place of You (Alan Robinson / Toussaint McCall) è in perfetta sintonia con le ultime voglie di Robert, traccia che proviene dalla colonna sonora del film del 2013 “Winter In The Blood

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Per Heaven Knows (comprensivo di un bell’assolo con lo stringbender di Jimmy Page) e In The Mood vale il discorso fatto in precedenza, due grandi brani del primo periodo da solista

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In Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) (Giovino/Miller/Robert Plant), secondo inedito, Plant torna alle radici del blues, lo fa in maniera meno scontata di tanta altra gente, ma secondo noi aggiunge poco.

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Altri classici del passato più remoto: Like I’ve Never Been Gone, splendida ballata del 1982 con Cozy Powell alla batteria e I Believe del 1993, commovente secondo omaggio a Karac, il figlio che perse nel 1977.

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Notevole anche la versione acustica di Great Spirit registrata nel 1993 insieme all’indimenticato Rainer Ptacek e alla sua chitarra National. Blues tenebroso e intenso.

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La solenne Anniversary (1990) ha ancora il suo perchè

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così come la frizzante Fat Lip del 1982

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e il gran singolo del 1993: 29 Palms

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Agli appassionati del genere americana piacerà l’inedito Too Much Alike (Feat. Patty Griffin).

Finale lasciato a due bei brani rock del 1993 venati di blues e di piombo Zeppelin e al contempo moderni come Memory Song (Hello Hello) e Promised Land, prima di essi però non poteva mancare probabilmente il singolo più riuscito di Robert Plant, l’evocativa Big Log: atmosfera superlativa, gran testo perfetto e videoclip d’accompagnamento pressoché perfetto.

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Una raccolta molto articolata (di diversi brani abbiamo scelto di non parlare), forse pure troppo, che spazia tra i bei classici e le ottime deep cut anni ottanta e novanta e le prove – a nostro giudizio non proprio indimenticabili – degli ultimi due decenni. Detto questo, riascoltare certi pezzi di Robert Plant è sempre un’emozione.

CD1

  1. Rainbow
  2. Hurting Kind
  3. Shine It All Around
  4. Ship of Fools
  5. Nothing Takes the Place of You *
  6. Darkness, Darkness
  7. Heaven Knows
  8. In the Mood
  9. Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) *
  10. New World
  11. Like I’ve Never Been Gone
  12. I Believe
  13. Dance with You Tonight
  14. Satan Your Kingdom Must Come Down
  15. Great Spirit (Acoustic) 

CD2

  1. Angel Dance
  2. Takamba
  3. Anniversary
  4. Wreckless Love
  5. White Clean & Neat
  6. Silver Rider
  7. Fat Lip
  8. 29 Palms
  9. Last Time I Saw Her
  10. Embrace Another Fall
  11. Too Much Alike (Feat. Patty Griffin) *
  12. Big Log
  13. Falling in Love Again
  14. Memory Song (Hello Hello)
  15. Promised Land

* Previously Unreleased

Joe Bonamassa – Royal Tea (Provogue Records 2020) – TTT

1 Nov

Joe Bonamassa, bravissimo chitarrista americano nato nel 1977 fortemente influenzato dal blues rock inglese fine sessanta / inizio settanta, e guidato dal suo tutor personale Kevin Shirley (produttore, ingegnere del suono, etc etc) che ancora lo spinge verso quel mondo musicale. In quest’album infatti il team di compositori è allargato all’autore di testi Pete Brown (a suo tempo collaboratore dei Cream) e a Bernie Marsden (abile chitarrista/compositore già con Ufo, Cozy Powell, Paice Ashton Lord , Whitesnake, Alaska).

In vent’anni Joe ha pubblicato qualcosa come 14 album da studio e 17 album dal vivo (più 15 video), senza contare i 4 album registrati con i Black Country Communion, tutto questo in un periodo in cui dischi non si vendono più (o meglio, le vendite ormai sono attestate – tranne RARISSIMI casi – su quantità risibili). Fisiologico dunque che con tutte queste produzioni il livello qualitativo delle stesse (ovvero il valore delle canzoni) possa livellarsi verso il basso.

When One Door Opens si fa aiutare dall’orchestra e potrebbe essere un buon pezzo per uno dei nuovi film di 007. Avrò anche le orecchie molto sensibili per quanto riguarda i LZ, ma mi sembra di sentire chiari echi dello stringbender suonato da Page in All My Love. Il problema di questo pezzo è la parte centrale dedicata ai riferimenti: al primo ascolto sembra sia il bolero di Ravel ripreso dai Deep Purple di Child In Time ma poi ad una ascolto più accurato si capisce che ad essere rifatto è il bolero ripreso dai Led Zeppelin in How Many More Times (lo si evince anche dal riff successivo, molto simile a quello dei LZ). E’ un peccato perché i primi minuti e gli ultimi del brano sono delicati e suggestivi.

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Royal Tea avvicenda consunti riff blues ad aperture apprezzabili. Assolo prevedibile. Di nuovo una citazione, stavolta è I Ain’t Superstitious di Jeff Beck. In Why Does It Takes So Long To Say Goodbye c’è la mano di Bernie Marsden, una ballatona blues alla Gary Moore;

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Lookout Man invece è tutta un ostinato riffaccio hard rock blues su cui si affaccia l’armonica. High Class Girl è noioso: giro blues usatissimo, uno di quelli che al giorno d’oggi non si riesce proprio più ad ascoltare, su cui si intravedono Green Onions di Booker T. & the M.G.’s. e l’immortale The Hunter (versione Free).

A Conversation With Alice è scritta insieme a Marsden e non dispiace, buon rock frizzante con una bella slide guitar.

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Uso frenetico del wah wah in I Didn’t Think She Would Do It, con Hendrix che fa capolino qua e là. Behind The Silence è l’unico pezzo scritto dal solo Bonamassa, brano musicalmente riflessivo. Lonely Boy è uno swing scritto insieme a Jools Stewart e Dave Stewart, nessun brivido particolare (a me pare che voglia fare il verso a Brian Setzer e alla sua Orchestra). Il genere americana è quello su cui Savannah si sdraia. Chitarre acustiche e mandolino, molto carino.

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Se Bonamassa (a proposito, cognome italiano, direi calabrese) continua a fare dischi e tour con tale frequenza significa che alla fine il suo blues rock revival paga; immagino ci sia un pubblico che non voglia altro che sentire questo tipo di classic rock basato sul blues. Personalmente batto sempre sullo stesso tasto: occorre fare sforzi maggiori per quanto riguarda il songwriting, se vogliamo tenere in vita il blues è necessario fare degli innesti e avere alte capacità compositive. A me non basta un bravo chitarrista, una produzione di rilievo e una buon gruppo, serve un po’ di magia, di tensione compositiva, di emozioni forti. Qui è tutto troppo calcolato.

So che in una recensione parlare dei riferimenti è la cosa più ovvia e sicuramente noiosa, ma sembra impossibile evitare di parlare dei richiami che i pezzi di Bonamassa riportano alla mente. Chiedo scusa a chi troverà i miei rilievi ridondanti. Chiaro comunque che dopo due o tre ascolti il disco sembri migliore di quel che è e che i vari riferimenti tendano a sfumare, tuttavia a caldo rimangono validi i ragionamento fatti.

Per finire, apprezzo il fatto che contenga solo dieci pezzi (troppo spesso i cd sono TROPPO lunghi), ma il disco per me rimane interlocutorio, è suonato e confezionato bene, ma come accennato manca il fremito, il batticuore, il pezzo che ti fa restare con la bocca aperta…

Back Street Crawler: Atlantic Years 1975-1976, 4CD mini box set (HNE/Cherry Red/WEA 2020) – TTT½

2 Ott

Paul Kossoff, indimenticato chitarrista dei FREE, subito dopo il primo scioglimento del gruppo nel 1971 si lascia agguantare dai blues più feroci e da un uso sempre più frequente di sostanze chimiche, faccenda pericolosissima per lui, anima predisposta alle dipendenze. Poco dopo i Free decidono di rimettersi insieme per cercare di aiutarlo, per non vederlo sprofondare negli abissi da cui è attratto. Nel 1972 esce un album (Free at Last) in cui Koss non è più quel brillante, poetico e vivido chitarrista blues rock del periodo 1968/71, bensì uno spaesato musicista senza più dinamica, idee e autodisciplina. Il tour seguente è disastroso, Paul non è fisicamente in grado di sostenere una attività live, sul palco le cose non possono funzionare, così Andy Fraser (bassista, pianista, co-autore e co-leader della band insieme a Paul Rodgers) decide di mollare tutto. Rodgers opta di continuare, l’album che esce nel 1973 non è affatto male, ma Koss è a mezzo servizio (nelle note di copertine appare negli additional musicians), si limita a qualche nota lancinante e imprecisa, ed è sostituito alle chitarre ritmiche da Snuffy Walden e dallo stesso Rodgers. L’album è un successo, entra nella top ten UK e nella top 50 USA (ottimo piazzamento per gli standard dei Free), il tour finale del gruppo vede Wendell Richardson degli Osibisa alla chitarra, Koss è ormai fuori dal gruppo, che comunque di lì a poco di scioglie.

Il chitarrista in qualche maniera riesce a moderare il suo uso di droghe e a completare il suo disco da solista Back Street Crawler (Island 1973) il cui titolo più tardi diventa il nome della band che Koss mette insieme e che (incredibilmente) viene messo sotto contratto dalla Atlantic grazie a Ahmet Ertugun. Un paio di album, tentativi di tour e poi Koss come sappiamo se ne va nel marzo del 1976 a soli 25 anni.

Il cofanetto uscito da poco contiene i due dischi da studio del gruppo e due cd live (il secondo ha anche qualche outtake) e un flyer riproducente articoli di riviste del tempo che fu. Confezione al risparmio, ma è inevitabile visti i tempi e il nome non certo altisonante del gruppo.

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DISC ONE

THE BAND PLAYS ON (1975) – TTT¾

1. WHO DO WOMEN
2. NEW YORK, NEW YORK
3. STEALING MY WAY
4. SURVIVOR
5. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP
6. ALL THE GIRLS ARE CRAZY
7. JASON BLUE
8. TRAIN SONG
9. ROCK & ROLL JUNKIE
10. THE BAND PLAYS ON

Si parte col bel funk di Who Do Women (Back Street Crawler) la solista di Koss è piuttosto precisa e penetrante (l’unico problema è che è più o meno sempre la stessa in tutti i brani), la voce di Terry Wilson-Slesser sofferta. New York New York (Mike Montgomery) è un bel pezzo di Montgomery (colui che scrive la maggior parte dei pezzi)

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Stealing My Way (Mike Montgomery, Paul Kossoff) è un riuscito tempo medio in stile Free, Survivor (Mike Montgomery) ha degli accordoni di chitarra su un bel giro di piano, il ritornello ricorda un po’ lo stile dei Mott The Hoople. It’s A Long Way Down To The Top (Mike Montgomery), di nuovo il sapore dei Free in questo buon pezzo guidato dalla chitarra, alla solista Koss cerca di uscire dal format note alte tirate allo spasimo e offrendo un assolo degno di questo nome. Pezzo davvero notevole.

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All The Girls Are Crazy (Mike Montgomery) appare più scontata rispetto alle altre ma contiene tuttavia alcune aperture interessanti per quanto bislacche, Jason Blue (Mike Montgomery) proviene dall’album del 1973 dei Bloontz, gruppo in cui militavano Terry Wilson, Mike Montgomery, Tony Braunage prima formare i Back Street Crawler. Il brano inizia lento, poi si fa più ritmato per ritornare nei territori della ballata blues. Finale arricchito dalla sezione fiati. Ragguardevole.

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In Train Song (Terry Wilson, Tony Braunagel) è il clavinet che apre le danze. Il groove è eccitante, la solista di Koss a tratti è deliziosa. Rock & Roll Junkie (Mike Montgomery) è un roccaccio, pur non avendo nulla di particolare risulta in qualche modo convincente. Di nuovo i fiati nel finale. Anche The Band Plays On (Terry Wilson) proviene dall’album dei Bloontz, ed è costruita su un giro eccentrico; ogni tanto il ricordo dei Free (ultimo periodo) è forte, l’assolo di organo efficace.

In definitiva un buon album di rock (venato di blues e di funk) anni settanta. Gruppo all altezza, gran cantante, songwriting degno di nota. Koss come scritto alterna qualche gran momento a fasi un po’ tutte uguali, ma riesce a farsi seguire ugualmente.

Back Street Crawler
  • Paul Kossoff – guitar
  • Terry Wilson-Slesser – vocals
  • Terry Wilson – guitar, bass guitar
  • Tony Braunagel – drums
  • Mike Montgomery – keyboards, vocals

con:

  • Pete Van – baritone saxophone on “Jason Blue” & “Rock & Roll Junkie”
  • Eddie Quansah – trumpet, flugelhorn on “Jason Blue” & “Rock & Roll Junkie”
  • George Lee – flutes, tenor & soprano saxophones on “Jason Blue” & “Rock & Roll Junkie”

DISC TWO
2ND STREET (1976) – TTT¾

1. SELFISH LOVER
2. BLUE SOUL
3. STOP DOING WHAT YOU’RE DOING
4. RAGING RIVER
5. SOME KIND OF HAPPY
6. SWEET, SWEET BEAUTY
7. JUST FOR YOU
8. ON YOUR LIFE
9. LEAVES IN THE WIND

Il secondo album (registrato da NY e Los Angeles) vede Koss di nuovo alle prese con grossi problemi, la maggior parte delle chitarre viene suonata da Snuffy Walden, Paul si limita a sovraincidere la solista a registrazioni avvenute. Montgomery lascia la band e viene sostituito da  John “Rabbit” Bundrick, il tastierista dell’ultimo periodo dei Free.
Selfish Love (John “Rabbit” Bundrick) riporta alla mente immediatamente i Free del periodo 72/73, il brano funziona, bello il lavoro al piano e sempre convincente Terry Wilson-Slesser alla voce. Niente male anche Koss alla solista. Blue Soul (Terry Wilson) è una meraviglia, momento riflessivo scritto con “animo malinconico” …

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Stop Doing What You’re Doing (Back Street Crawler) sembra uno di quei pezzi nati da una jam, il testo non dice molto, il tempo di batteria usato non ci ha mai attratto molto, l’uso del piatto china (sempre che non sia un crash) è insopportabile; tuttavia i BSC riescono a farsi sentire anche quando alle prese con brani mediocri. Basta una canzone per ritornare sulla retta via, Raging River (Terry Wilson) è un gioiellino con una assolo di chitarra che pur essendo sempre sul punto di precipitare regala belle emozioni.

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Some Kind of Happy (Terry Wilson) vede di nuovo il bassista nelle vesti di autore, pezzo vagamente alla Rod Stewart anni settanta sebbene in alcuni momenti il richiamo ai Free sia forte, Sweet, Sweet Beauty (Terry Wilson) è il quarto pezzo di Terry Wilson che sembra ereditare (in condivisione con John “Rabbit” Bundrick) il ruolo di autore principale del gruppo. Di solito i suoi sono pezzi riflessivi, intrisi di una vena malinconica marcata che il grande Terry Slesser-Wilson e il gruppo riescono ad interpretare con determinazione e aggressività. Gli ultimi tre pezzi sono scritti da John “Rabbit” Bundrick e sembrano seguire lo stesso format: songwriting apprezzabile, chitarra solista sofferente e gruppo che si affida al colori del blues per tratteggiare il proprio rock: Just for You (John “Rabbit” Bundrick, Dean Rutherford) usa tonalità in minore, On Your Life (John “Rabbit” Bundrick) è  in maggiore, un simil gospel riuscito e Leaves in the Wind (John “Rabbit” Bundrick, Dean Rutherford) brano un po’ alla Little Feat, con le tastiere di Rabbit in bella evidenza, con uno di quei finali sofferti che sfumano in lontananza

Secondo capitolo dunque degno successore del primo.

Back Street Crawler

  • Terry Wilson Slesser – lead vocals
  • Paul Kossoff – lead guitar
  • Terry Wilson – bass, acoustic and electric guitars
  • John “Rabbit” Bundrick – keyboard, vocals
  • Tony Braunagel – drums, vocals

con:

  • W.G. ‘Snuffy’ Walden [uncredited] – guitar

DISC THREE
LIVE AT FAIRFIELD HALL, CROYDON (1975) – TTT½

1. THE BAND PLAYED ON
2. SIDEKICK TO THE STARS
3. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP
4. NEW YORK, NEW YORK
5. TRAIN SONG
6. SURVIVOR
7. STEALING MY WAY
8. ALL THE GIRLS ARE CRAZY
9. JASON BLUE
10. ROCK & ROLL JUNKIE
11. MOLTEN GOLD
12. THE HUNTER
13. WE WON
14. BIRD SONG BLUES

Pochi mesi prima dell’uscita dell’album d’esordio (ottobre 1975) il gruppo provò a partire per un tour del Regno Unito, a cui furono aggiunte ulteriori date, ma buona parte dell’attività live fu interrotta a causa delle pessime condizioni fisiche di Koss (che ebbe persino un arresto cardiaco), il concerto presente nel CD 3 fu uno dei pochi portati a termine.

La Fairfield Hall di Croydon (15 km a sud di Londra) fu un piccolo tempio per il rock di quegli anni, una sala da 1800 posti che vide passare grandissimi gruppi rock, tra cui i Free che in quella zona avevano un gran seguito.

Fairfield Halls Croydon, London

Sin dal primo brano è facile capire come il gruppo fosse compatto e preparato mentre Paul Kossoff suonasse sempre a bordo del precipizio. Il nostro piccolo eroe riesce comunque a portare a casa un prova tutto sommato convincente, ma dai contorni sfumati e poco precisi, vedi ad esempio l’inizio dell’assolo di Sidekick To The Stars (Mike Montgomery). Il concerto comunque fila via liscio, i brani del primo album sono interpretati con il giusto approccio. Molten Gold (Paul Kossoff) è l’inedito dei Free poi apparsa sul primo album da solista del 1973 di Paul (con l’aggiunta delle armonie vocali di Terry Slesser-Wilson al cantato di Paul Rodgers). Il brano è bellissimo, qui è suonato con l’aiuto dei fiati che come l’assolo di sax mi sembra non c’entrino molto con il mood del brano. The Hunter (il brano reso famoso da Albert King) era un classico del repertorio live dei Free, i BSC non possono competere con la versione piena di testosterone del gruppo originale di Koss così, pur essendo dignitosa, non aggiunge nulla. Kossoff alla solista sembra svegliarsi, ma il paragone con i Free non regge. We Won (Bundrick) riporta il livello in alto mentre l’ultimo pezzo Bird Song Blues (Back Street Crawler) – un blues veloce piuttosto scolastico – spegne un poco l’entusiasmo. In quella serata deve essere stato un buon finale per il concerto, sentendolo oggi si ha l’impressione di ascoltare una band parrocchiale alle prese con un giro di rock and roll. Poco swing, ripetitività, mancanza di un minimo di arrangiamento.

Back Street Crawler

FINAL PERFORMANCE (1976)

LIVE AT THE STARWOOD CLUB, LOS ANGELES: 3rd MARCH 1976

1. WHO DO WOMEN
2. STEALING MY WAY
3. CHEAT ON ME
4. COMMON MORTAL MAN
5. TRAIN SONG
6. JUST FOR THE BOX
7. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP
BONUS TRACKS
8. JASON BLUE (OUTTAKE)
9. EVENING TIME (UNRELEASED)
10. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP (OUTTAKE)
11. SHE’S GONE (UNRELEASED)

Prima dell’uscita del secondo disco, il gruppo riuscì a fare qualche data, in febbraio Koss fu sostituito da Walden, mentre in marzo Koss riuscì a essere presente alla serie di concerti tenuti allo Starwood di Los Angeles, un club da 800 posti; un fan registrò il concerto del 3 marzo 1976, i suoi sforzi sono finiti su questo quarto cd. Kossoff morì due settimane dopo mentre era in aeroplano per edema polmonare e cerebrale.

Durante i concerti allo Starwood, membri dei Bad Company – anche loro in città – fecero visita al vecchio amico, salendo sul palco per un paio di jam.

da sx a dx: Rabbit, Terry Slesser, Paul Rodgers, Koss, Mick Ralphs – Starwood marzo 1976

La registrazione del fan è naturalmente audience, cioè presa dal pubblico, in più non è certo di qualità particolare. Materiale per fan in senso stretto del chitarrista. Paul Kossoff non ha tanto da offrire, note tirate e qualche momento discreto, ma alla fine la performance è dignitosa. Segnaliamo Cheat on Me brano del 1974 di Rabbit, Commom Mortal Man dei Free e Just For The Box dall’album del 1972 Kossoff-Kirke-Tetsu-Rabbit.

Back Street Crawler con Rabbit

Back Street Crawler con Rabbit

A chiudere il disco due outtake di 2nd Street e due inediti Evening Time (Slesser/Wilson/Kossoff/Braunagel) e She’s Gone (Slesser/Wilson/Kossoff/Braunagel). La prima è un buon tempo medio in stile BSC, la seconda ricorda da vicino i Free.

I Back Street Crawler soffrirono dunque per tutta la loro esistenza dell’ombra di Paul Kossoff, dapprima per la sua incapacità di ripulirsi ed essere un musicista affidabile e in controllo del suo strumento e quindi per la sua scomparsa. Il gruppo ad ogni modo continuò sotto il nome di Crawler sino al 1979, pubblicò un paio di album da studio con Geoff Whitehorn alla chitarra e – negli anni duemila – tre registrazioni live relative agli anni settanta:
1. 1977 – Crawler
2. 1978 – Snake, Rattle & Roll
3. 2001 – Snake Bite (Live)
4. 2002 – Crawler Live – Agora Club Ohio
5. 2003 – Pastime Dreamer (Live)

Un buon gruppo dunque, con un grande chitarrista, purtroppo in quegli anni perso nei vuoti esistenziali dati dalla droga.

BOOTLEGS: Jimmy Page, L.A. Forum, CA – October 7, 1988 (Mike Millard Master Tapes via JEMS ) TTTT

24 Set

ITALIAN / ENGLISH

Mike Millard Legacy intro

Di Mike Millard su questo blog ne abbiamo parlato più volte, amante del rock proveniente dalla west coast americana, dal 1973 al 1992 registrò parecchi concerti tenutisi in quell’area. Lo fece con una strumentazione di qualità, per quei tempi davvero notevole, portandola all’interno delle arene in questione usando diversi stratagemmi (a volte anche fingendosi disabile e quindi su una sedia a rotelle). Le sue sono dunque registrazioni audience, cioè prese dal pubblico, ma di una qualità micidiale; non è un un caso che ancora oggi – tra il giro di appassionati – siano considerate tra i documenti migliori per quanto riguarda l’epoca d’oro della musica rock. Sì perché con le registrazione audience si ha l’idea esatta di cosa fosse andare ad un concerto rock, la performance dell’artista catturato nella sua essenza più pura: l’umore e le scosse emotive del pubblico, la musica messa su nastro senza artifici (e dunque senza le modifiche e i trucchetti presenti nei dischi dal vivo ufficiali), i commenti dei fans che a tratti finivano sul nastro. La fortuna ha voluto che i LZ fossero tra i suoi gruppi preferiti e, ad esempio, le sue registrazione di alcuni dei sei concerti tenuti nel 1977 a Los Angeles sono per tutti noi testimonianze preziosissime. Nel 1994 Millard decise di togliersi la vita, decisione che non ci permettiamo di giudicare e quindi tralasciamo di commentare gli abissi di dolore a cui deve essere andato incontro. Per moltissimo tempo le sue cassette rimasero archiviate nella sua stanza a casa di sua madre, le registrazioni che circolavano provenivano infatti da copie che lo stesso Millard aveva fatto per amici e altri collezionisti. Successe poi che sua madre finalmente affidò ad amici intimi di suo figlio le tante cassette (si parla di 280 concerti registrati) in modo che potessero essere trasferite e quindi salvate su DAT. Sotto all’articolo riporto (oltre al testo che accompagna la registrazione di JP di cui tra poco parleremo) tutta la lunga storia in caso qualcuno fosse interessato. Per chiudere questo breve riassunto, quando si pensava che i master originali di Millard fossero andati persi, ecco che vengono ritrovati, rimasterizzati e messi gratuitamente in circolo da generosi collezionisti e amanti del rock come noi. E’ dunque doveroso mandare un pensiero a Mike Millard perché grazie ai suoi nastri il rock si mantiene vivo e noi possiamo ancora illuderci di vivere in prima persona i momenti più esaltanti della musica che amiamo.

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Live Recording reflections

NB: in realtà questa nuova remasterizzazione è fatta non dal master originale (è andato perso?) ma da una copia 1 generation.

1988, a due anni dall’ultima attività con i Firm (disco e tour) JPP torna con “Outrider” (apripista / battistrada) l’unico album solista (se escludiamo l’eccellente colonna sonora del 1982 DEATH WISH II, un disco che su questo blog amiamo moltissimo), disco oggi interlocutorio, non troppo a fuoco, prodotto e arrangiato in maniera non troppo convincente, ma all’epoca mi sembrava il gran ritorno del dio della chitarra che tutti conosciamo.  L’album arrivò alla posizione 27 della classifica USA conquistando il disco d’oro.

Sette anni fa scrissi su questo blog una recensione di una data del tour relativo (NY 12 novembre 1988), iniziai quel mio write of winter così:

“Ah, l’Outrider tour, l’ultima volta in cui Page è stato Page; pur non essendo stato un avvenimento memorabile nella storia della musica Rock, per i LZ fan rimane un caposaldo nella storia di Jimmy Page chitarrista Rock. La band non era un granché: Jason Bonham alla batteria (all’epoca ancora immaturo e sopra le righe) e un oscuro session man di Capo Verde al basso (tal Durban Laverde) non permisero a Page di raggiungere gli spazi siderali, i viaggi cosmici a cui aveva abituato con i LZ; persino il grandissimo JOHN MILES era stato istruito ad essere una copia di Plant e scrivere cose trite e ritrite per compiacere MTV … tuttavia con un Page finalmente in ottima forma, i mesi di ottobre e novembre di quel OUTRIDER tour del 1988 furono entusiasmanti… un musicista finalmente di nuovo col completo controllo del suo strumento … “

Le prime date del tour (come spesso capitava con Page) non sono un granché, dal punto di vista chitarristico, Page sembra ancora indietro nella preparazione, ma poi le cose cambiano (soprattutto da ottobre inoltrato) e nel resto della tournée si avrà il Page migliore dal 1973, un Page che nemmeno i tour del 1993 con Coverdale&Page e del 1995/98 con Page&Plant rivedranno più.

Nella (ottima) registrazione (del grande Mike Millard) i primi momenti di Who’s To Blame (da Death Wish II – 1982) contengono tagli e distorsioni (dovuti al mettere in funzione l’equipaggiamento) ed è un peccato perché Who’s To Blame a mio avviso è uno dei grandi pezzi di Page, un brano che sarebbe diventato di riferimento se la storia avesse seguito un percorso diverso e fosse finito sull’ipotetico successore di In Through The Out Door. Come sempre capita con le registrazione del mai dimenticato Mike Millard, la qualità audio è ottima (parlando di fonte audience). John Miles alle tastiere e alla voce fa il suo porco lavoro, mentre Page si fa avanti a colpi di hard rock esoterico. Il Forum di Los Angeles esplode quando Jimmy parte col suo primo assolo (sulla Les Paul dotata di Stringbender), ma si sa, Los Angeles era la seconda patria del dirigibile di piombo. Il Prelude (da Death Wish II – 1982) di Chopin non mi ha mai convinto troppo, quell’effetto alla Santo & Johnny suonato con la mano pesante mi è sempre sembrato un po’ imbarazzante, benché Jimmy lo infarcisca con svisate tutte sue.

Col primo pezzo dei Led Zeppelin il Forum deflagra: Over The Hills And Far Away (da Houses Of The Holy 1973 – Led Zeppelin). John Miles canta come Robert Plant fece sul disco, è davvero incredibile; negli Stati Uniti il biondo cantante della Contea di Durham non è conosciuto né apprezzato a dovere, ma qui in Europa – in primo luogo qui alla Domus Saurea – John Errington in arte Miles è un dio. L’assolo di Page (sempre con lo Stringbender) nell’intermezzo in FA#- è oggetto di venerazione da parte del pubblico. Durban Laverde al basso fa il compitino, mentre Jason Bonham enfatizza il lavoro ritmico.

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Page introduce dapprima lo scopo del concerto e quindi il nuovo brano che è Wanna Make Love (da Outrider) introdotto dal riff di Liquid Mercury (da Outrider). Il brano in realtà non è granché, il testo men che meno, bisognava compiacere come scritto MTV e il pubblico medio americano imbambolato in quegli anni da parecchio hair metal di qualità scadente. Miles è comunque bravissimo e Page si diverte con la leva del vibrato. Jimmy introduce la band e dunque parte con Writes Of Winter (da Outrider), strumentale degno di nota ma che soffre quel tempo di batteria che andava di moda negli anni ottanta, roba da Micheal Schenker Group, non da James Patrick Page. L’effetto Rockpalast (come lo chiamiamo io e il grande Stefanino Piccagliani) rovina infatti un po’ tutte le belle cose che Page fa alla chitarra. Jason qui sembra più legnoso del solito. Laverde neutrale some sempre … va mo là che certa gente ne ha avuto di fortuna in campo musicale. Il brano è collegato – in maniera poco fluida –  al successivo tramite la sezione aggiuntiva di Whole Lotta Love versione 1979, ma il gruppo è costretto ad interrompersi perché Page rompe una corda. Tear Down The Walls (da Mean Business 1986 – The Firm) comunque inizia poco dopo. Mi è sempre piaciuta, niente di trascendentale, un buon pezzo rock solare comunque arricchito da contrappunti musicali in puro stile Page. Di nuovo giù il cappello per John Miles che dopo aver affrontato vittoriosamente lo stile del Robert Plant dell’immaginario collettivo, convince anche nel raffronto con lo stile del grande Paul Rodgers. L’assolo di chitarra sullo Stringbender è sporcato da un uso non corretto del delay.

Emerald Eyes (da Outrider) è uno strumentale assai carino (dedicato presumibilmente agli occhi di Patricia Ecker, all’epoca moglie del Dark Lord) qui suonato con convinzione da Page aiutato strumentalmente anche da John Miles. Nella registrazione si sente un fan parlare del pezzo dei Firm che sta per essere presentato: Midnight Moonlight (dal primo album dei Firm 1985) w/Black Mountain Side (da LZ I – 1969). MM come sappiamo deriva dal brano strumentale Swan Song composto da Page nel 1973 e mai portato avanti in modo definitivo dai LZ. Page lo riprese in mano nel 1983 e insieme a Paul Rodgers lo trasformò nella bellissima Midnight Moonligh (Lady), lo presentò dal vivo nel tour americano del 1983 del progetto benefico ARMS e lo incluse nel primo album dei Firm nel 1985. Qui lo presenta John Miles che lo canta tra l’altro in maniera divina. Nella parte centrale dedicata ai ricami chitarristici di Page (il brano è in accordatura aperta) Jimmy accenna anche a Black Mountain Side (e a Kashmir) con gran godimento del pubblico. In My Time Of Dying (da Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) risveglia tutti dall’incanto appena terminato e trascina il Forum verso i sentieri del blues pesante a base di chitarra slide.

LA Forum

Il bel riff di City Sirens (da Death Wish II – 1982) funge da intro all’assolo di batteria di Jason Bonham, assolo che nel tour di cui stiamo parlando non è mai stato memorabile; molto anni 80, sopra le righe e rigido. Gli accenni a Moby Dick e a Rock And Roll sono gratuiti.  Someone To Love (dal primo album dei Firm 1985) è un discreto brano di hard rock suonato e cantato qui con convinzione mentre Prison Blues (da Outrider) è un bluesaccio mediocre con un testo imbarazzante (per le sciocche metafore sessuali), non fosse per Page alla chitarra (sempre disposto a rischiare e a dare nuovi colori) sarebbe un pezzo senza nessuna importanza. Su disco Chris Farlowe si cantò addosso, qui John Miles per certi versi cerca di essere meno ridondante.

Laverde-Bonham-Page-Miles 1988

The Chase (da Death Wish II – 1982) è uno strumentale che in questa occasione serve per dar spazio a Page alla sua solista (sempre con lo stringbender) e ai suoi esperimenti sonori che comprendono la sezione archetto di violino, il bizzarro guitar solo versione tour 1977 e la parte finale di Dazed And Confused (dal primo album dei LZ – 1969) a cui manca però lo swing di Jones e John Bonham.

Wasting My Time (da Outrider) fu il primo singolo dell’album, qui è suonata in modo confuso, qualcosa non funziona nella chitarra di Page, (che alla fine accennerà al fatto di aver rotto una corda).

Blues Anthem (da Outrider) mi è sempre piaciuta parecchio, come scrivo spesso è un quadretto blues color pastello in cui mi riconosco molto. Jimmy con la chitarra acustica insieme a John Miles: un paio di strofe, un ritornello, altre due strofe, uno sconclusionato passaggio strumentale a mo’ di assolo, il ritornello e il finale. Ma poi entra la band, e Page alla solista ci regala l’ennesimo assolo con lo Stringbender, poi ancora il ritornello e la chiusura.

Il finale non poteva che essere dedicato (più o meno) ai Led Zeppelin).

In Custard Pie (da Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) John Miles è di nuovo bravissimo. La sezione ritmica si rivela ancora una volta non all’altezza di Jimmy Page, manca dinamica, swing e magia. Il riff di Custard Pie è arricchito con passaggi tratti da The Ocean e sul finale da Black Dog (con Miles all’armonica).

Il gruppo esce e quindi torna onstage.

Train Kept-a Rollin’ (di Tiny Bradshaw, Howard Kay e Lois Mann – vecchio cavallo di battaglia degli Yardbirds ripreso dal vivo nel 1968/69 e 1980 dai LZ) è un pezzo che mi entusiasma, sia nella versione di Tiny Bradshaw del 1951, che in quella degli Yardbirds con Jeff Beck e pure in quella degli Aerosmith. Il rifacimento dei LZ non mi è mai parso particolarmente efficace, mentre la versione di Page pare scorra meglio (pur essendo assai simile a quella dei LZ).

Alla vista della doppio manico il pubblico si scalda … il primo arpeggio, le tastiere (suonate da Miles) e il pubblico che canta, questa è la Stairway To Heaven (da IV 1971 – Led Zeppelin) post LZ. La versione non è granché, poco precisa, poco sciolta, nervosa, ma l’emozione è nemica in questi casi. Nell’assolo Page si accartoccia un po’ su se stesso. Inascoltabile il doppio pedale di Jason durante la sezione a bicordi di Page (vedi tour 1975/1977), il figlio del grande John Henry rimarrà sempre un centurione, come diciamo qui dalle mie parti.

Outrider Tour dates

Per i concerti migliori del tour occorrerà aspettare ancora qualche data ma è indubbio che la registrazione di Mike Millard di un concerto del 1988 di Page occorre averla. Concerto comunque godibile, grazie alla versatilità di Miles e alla presenza del Signore Oscuro che tanto amiamo, sì perché un Page con parecchie sbavature ma comunque degno del suo nome è un bel sentire. Page non è un artista solista, al microfono non ci sa granché fare (cosa comunque comune a parecchi chitarristi, in primis Jeff Beck), ma in quegli anni averlo ritrovato dopo il buio del primo post LZ sembrava una gran cosa.

01 Who’s To Blame
02 Prelude
03 Over The Hills And Far Away
04 Liquid Mercury
05 Wanna Make Love
06 Writes Of Winter
07 Tear Down The Walls
08 Emerald Eyes
09 Midnight Moonlight w/Black Mountain Side
10 In My Time Of Dying
11 City Sirens
12 Drum Solo
13 Someone To Love
14 Prison Blues
15 The Chase
16 Bow Solo > Dazed And Confused
17 Wasting My Time
18 Blues Anthem
19 Custard Pie
20 Train Kept A-Rollin’
21 Stairway To Heaven

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Outrider Tour Sul Blog:

https://timtirelli.com/2013/12/27/jimmy-page-new-york-the-ritz-12-november-1988-bootleg-no-label-bootradr-2012-upload-ttttt/

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(spaghetti)ENGLISH

Mike Millard Legacy intro

We have talked about Mike Millard on this blog few times, he was a rock music lover from the US west coast and from 1973 to 1992 he recorded several concerts held in that area. He did it with quality equipment, for those times truly remarkable, bringing it inside the arenas in question using different stratagems (sometimes even pretending to be disabled and therefore in a wheelchair). His are therefore audience recordings, that is, taken by the public, but of a deadly quality; it is no coincidence that even today – among the circle of fans – they are considered among the best documents regarding the golden age of rock music. Yes, because with audience recording you have the exact idea of ​​what it was like to go to a rock concert, the artist’s performance captured in its purest essence: the mood and emotional shocks of the audience, the music put on tape without artifice (and therefore without the edits and the tricks present in the official live records), the comments of the fans who sometimes ended up on the tape. Luckily LZ were among his favorite bands and, for example, his recordings of some of the six concerts held in 1977 in Los Angeles are precious testimonies for all of us. In 1994 Millard decided to take his own life, a decision that we do not allow ourselves to judge and therefore we neglect to comment on the abysses of pain that he must have gone through. For a very long time his cassettes remained archived in his room at his mother’s house, the records circulating in fact came from copies that Millard himself had made for friends and other collectors. Then it happened that his mother finally entrusted the many tapes (we are talking about 280 recorded concerts) to close friends of his son so that they could be transferred and then saved on DAT. Under the article I carry over (in addition to the text that accompanies the registration of JPP which we will shortly talk about) the whole long story in case anyone is interested. To close this short summary, when it was thought that the original Millard masters had been lost, here they are found, remastered and put into free circulation by generous collectors and rock lovers like us. It is therefore a duty to send a thought to Mike Millard because thanks to his tapes rock remains alive and we can still delude ourselves to experience firsthand the most exciting moments of the music we love.

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Live Recording reflections

NB: in reality this new remaster is made not from the original master (has it been lost?) but from a 1 generation copy.

1988, two years after the last activity with the Firm (disc and tour) JPP returns with “Outrider” the only solo album (if we exclude the excellent soundtrack of 1982 DEATH WISH II, a record that we love very much on this blog), an interlocutory record today, not too focused, produced and arranged in a not too convincing way, but at the time it seemed to me the great return of the guitar god we all knew. The album reached position 27 on the US chart, earning a gold record.

Seven years ago I wrote on this blog a review of a relative tour date (NY 12 November 1988), I started my write of winter like this:

Ah, the Outrider tour, the last time Page was Page; while not a memorable event in the history of Rock music, for LZ fans it remains a staple in the history of Jimmy Page rock guitarist. The band was not that great: Jason Bonham on drums (at the time still immature and over the top) and an obscure session man from Cape Verde on bass (a certain Durban Laverde) did not allow Page to reach the sidereal spaces, the cosmic journeys he had accustomed with LZ; even the great John Miles had been instructed to be a copy of Plant and write standard stuff to please MTV … yet with a Page finally in great shape, the October and November months of that 1988 OUTRIDER tour they were thrilling … a musician finally back in full control of his instrument … “

The first dates of the tour (as often happened with Page) are not very good from the guitar point of view, Page still seems to be behind in the preparation, but then things change (especially from late October) and in the rest of the tour you will have the best Page since 1973, a Page that not even the 1993 tours with Coverdale & Page and the 1995/98 tours with Page & Plant will see again.

In the (excellent) recording (by the great Mike Millard) the first moments of Who’s To Blame (from Death Wish II – 1982) contain cuts and distortions (due to putting the equipment into operation) and it is a shame because Who’s To Blame to my notice is one of Page’s great pieces, a track that would have become a reference if the story had followed a different path and ended up on the hypothetical successor of In Through The Out Door. As always happens with the recordings of the never forgotten Mike Millard, the audio quality is excellent (speaking of source audience). John Miles on keyboards and vocals does his dirty job, while Page steps forward with esoteric hard rock. The Los Angeles Forum explodes when Jimmy plays his first solo (on the Les Paul equipped with the Stringbender), but you know, Los Angeles was the second home of the lead blimp. Chopin’s Prelude (from Death Wish II – 1982) has never convinced me too much, that Santo & Johnny effect played with a heavy hand has always seemed a bit embarrassing to me, although Jimmy stuffs it with his own twist.

With the first Led Zeppelin song the Forum explodes: Over The Hills And Far Away (from Houses Of The Holy 1973 – Led Zeppelin). John Miles sings it like Robert Plant did on the record, it’s really amazing; in the United States, the blond singer from County Durham is not well known or appreciated, but here in Europe – primarily here at the Domus Saurea – John Errington aka Miles is a god. Page’s solo (again with the Stringbender) in the interlude in F # – is an object of public veneration. Durban Laverde does his homework on bass, while Jason Bonham emphasizes the rhythmic work.

Page first introduces the purpose of the concert and then the new song which is Wanna Make Love (from Outrider) introduced by Liquid Mercury‘s riff (from Outrider). The song is not really that great, the lyrics least of all, they had to please MTV as written and the average American public in those years stunned by a lot of poor quality hair metal. Miles is still very good and Page has fun with the vibrato bar. Jimmy introduces the band and therefore plays Writes Of Winter (from Outrider), a noteworthy instrumental that suffers from that drum tempo that was fashionable in the eighties, stuff for the Micheal Schenker Group, not James Patrick Page. The Rockpalast effect (as the great Stefanino Piccagliani and I call it) ruins all the good things that Page does on the guitar. Jason here looks more woody than usual. Laverde sounds neutral as always … it goes there that some people have had luck in the music field. The song is connected – in a not very fluid way – to the next one through the additional section of Whole Lotta Love 1979 version, but the group is forced to stop because Page breaks a string. Tear Down The Walls (from Mean Business 1986 – The Firm) however begins shortly after. I have always liked it, nothing transcendental, a good sunny rock piece however enriched by musical counterpoints in pure Page style. Once again hats off to John Miles who, after having successfully faced the style of the Robert Plant, also convinces in the comparison with the style of the great Paul Rodgers. The guitar solo on the Stringbender is soiled by an incorrect use of the delay.

Emerald Eyes (from Outrider) is a very nice instrumental (presumably dedicated to the eyes of Patricia Ecker, wife of the Dark Lord at the time) played here with conviction by Page, also instrumentally helped by John Miles. In the recording we hear a fan talking about the Firm track that is about to be presented: Midnight Moonlight (from Firm’s first album 1985) w / Black Mountain Side (from LZ I – 1969). MM as we know comes from the instrumental piece Swan Song composed by Page in 1973 and never brought forward definitively by LZ. Page picked it up in 1983 and together with Paul Rodgers transformed it into the beautiful Midnight Moonligh (Lady), presented it live on the 1983 American tour of the ARMS charity project and included it in the Firm’s first album in 1985. John introduces it here. Miles sings it in a divine way. In the central part dedicated to Page’s guitar embroideries (the piece is in open tuning) Jimmy also mentions Black Mountain Side (and Kashmir) to the great enjoyment of the public. In My Time Of Dying (from Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) awakens everyone from the enchantment that has just ended and drags the Forum towards the paths of heavy blues based on slide guitar.

The beautiful riff of City Sirens (from Death Wish II – 1982) serves as an intro to Jason Bonham’s drum solo, a solo that in the tour we are talking about has never been memorable; very 80’s, over the top and stiff. The hints to Moby Dick and Rock And Roll are gratuitous. Someone To Love (from Firm’s first album 1985) is a decent hard rock track played and sung here with conviction while Prison Blues (from Outrider) is a mediocre blues track with embarrassing lyrics (for the silly sexual metaphors), without Page on guitar (given that he is always willing to take risks and give new colors) it would be a piece without any importance. On record Chris Farlowe sung it with much emphasis, here John Miles in some ways tries to be less redundant.
The Chase (from Death Wish II – 1982) is an instrumental that on this occasion serves to give space to Page’s lead guitar (always with the Stringbender) and to his sound experiments which include the violin bow section, the bizarre guitar solo version  1977 tour and the final part of Dazed And Confused (from the first album of LZ – 1969) which however lacks the swing of Jones and John Bonham.

Wasting My Time (from Outrider) was the first single of the album, here it is played confusingly, something is wrong with Page’s guitar, (who will eventually hint that he broke a string).

I have always liked Blues Anthem (from Outrider) a lot, as I often write it is a pastel-colored blues picture in which I recognize myself a lot. Jimmy with the acoustic guitar together with John Miles: a couple of verses, a chorus, two more verses, a rambling instrumental passage as a solo, the chorus and the ending. But then the band enters, and Page plays another solo with the Stringbender, then again the chorus and the ending

In Custard Pie (from Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) John Miles is again good. The rhythm section proves once again to be not at Jimmy Page level, it lacks dynamics, swing and magic. Custard Pie’s riff is enriched with passages from The Ocean and at the end from Black Dog (with Miles on harmonica).

The group exits and then returns onstage.

Train Kept-a Rollin ‘(by Tiny Bradshaw, Howard Kay and Lois Mann – old Yardbirds workhorse shot live in 1968/69 and 1980 by LZ) is a piece that excites me, both in the 1951 version of Tiny Bradshaw , in the one of the Yardbirds with Jeff Beck and also in that of Aerosmith. The one of LZ has never seemed particularly effective, while the version of Page seems to flow better (although very similar to that of the LZ).

At the sight of the double neck the audience warms up … the first arpeggio, the keyboards (played by Miles) and the singing audience, this is the Stairway To Heaven (from IV 1971 – Led Zeppelin) post LZ. The version is not great, not very precise, not very loose, nervous, but the emotion is the enemy in these cases. In the solo, Page curls up a bit on himself. Jason’s double pedal use during the bichord section of Page’ solo (see tour 1975/1977) is a shame, the son of the great John Henry will always remain a centurion, as we say here in my part of the world.

For the best concerts of the tour it will be necessary to wait a few more dates but there is no doubt that Mike Millard’s recording of a 1988 concert by Page is essential. Still enjoyable concert, thanks to the versatility of Miles and the presence of the Dark Lord we love so much, yes because a Page with many smudges but still worthy of his name is a damn good vibe. In my opinion Page is not a solo artist, he doesn’t know much how to deal with the microphone (something common to many guitarists, first of all Jeff Beck) and seems uncertain without a rock-steady project behind him, but in those years having found him after the darkness of the first post LZ seemed a great thing.

 

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Other Outrider Tour review:

https://timtirelli.com/2013/12/27/jimmy-page-new-york-the-ritz-12-november-1988-bootleg-no-label-bootradr-2012-upload-ttttt/

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Note che accompagnano la registrazione / Notes accompanying the recording:

Jimmy Page
The Forum
Inglewood, CA
October 7, 1988
Mike Millard First Generation Tapes via JEMS
The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 47

Recording Gear: AKG 451E Microphones (CK-1 cardioid capsules) > Nakamichi 550 Cassette Recorder

Transfer: Mike Millard First Generation Cassettes > Nakamichi RX-505 (azimuth adjustment; Dolby On) > Sound Devices USBPre 2 > Audacity 2.0 capture > iZotope RX7 > iZotope Ozone 8 > Audacity > Peak Pro 6 > xACT 2.39 > FLAC

01 Who’s To Blame
02 Prelude
03 Over The Hills And Far Away
04 Liquid Mercury
05 Wanna Make Love
06 Writes Of Winter
07 Tear Down The Walls
08 Emerald Eyes
09 Midnight Moonlight w/Black Mountain Side
10 In My Time Of Dying
11 City Sirens
12 Drum Solo
13 Someone To Love
14 Prison Blues
15 The Chase
16 Bow Solo > Dazed And Confused
17 Wasting My Time
18 Blues Anthem
19 Custard Pie
20 Train Kept A-Rollin’
21 Stairway To Heaven

Known Faults:
-Distortion and cuts in the first two minutes as Mike gets set up.

Introduction to the Lost and Found Mike the MICrophone Series

Welcome to JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike the MICrophone, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around Los Angeles circa 1975-77. For the complete details on how tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ long history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680.

Until 2020, the Lost and Found series presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R, Bill C. and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies and in most instances marked the only time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

That all changed with the discovery of many of Mike Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1992.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on the assumption that because his master tapes never surfaced and Mike’s mental state was troubled he would do something rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies. Why would they do that?

The truth is Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother Lia inquiring about the tapes at the time to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

The full back story on how Mike’s master tapes were saved can be found in the notes for Vol. 18 Pink Floyd, which was the first release in our series transferred from Millard’s original master tapes:

http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667745&hit=1
http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667750&hit=1

Jimmy Page, The Forum, Inglewood, CA, October 7, 1988

The hero comes home.

This week’s jewel from the Millard mine captures the return of Jimmy Page to what one might call his home court in America, the Fabulous Forum, for the one LA show on what remains to date Page’s only proper solo tour. In fact, outside of his performances with Robert as Page/Plant, since the end of Led Zeppelin in 1980 Jimmy has only performed 60-70 proper concerts depending on one’s definition, 37 on this 1988 trek.

Jimmy Page back at the Forum for a single show on his one and only solo tour was indeed a momentous occasion for fans and the man himself. “I’m really looking forward to playing tonight, Jimmy says earnestly at the top of the show. “Every time I’ve been here before it’s been fantastic.” You know he meant every word.

For Millard, the excitement had to be nearly as high. While he had recorded Page at the ARMS Concert in the same venue in 1983, this was the first full concert appearance by Page in Los Angeles since Led Zeppelin wrapped its six-night Forum ’77 stand on June 27.

Millard of course was hardly alone in terms of anticipation, and the crowd is fully engaged in the show, though in true Mike the Mike fashion, he manages to avoid detrimental audience noise on his recording for the most part. But he did have some recording challenges.

As noted above, Mike took a couple of minutes to get his levels right and mics set up, the result of which is a bit of distortion at the start of the show and a few longish dropouts which we have mitigated to the best of our abilities. Also, somewhere in the microphone to tape deck cable chain, which includes a stop at the microphone power packs, something wasn’t plugged in correctly which caused his recording to go out of phase for most of the show. It flips back and forth on part one and stays steadily out of phase for the remainder of the set.

Happily, phase issues are easily corrected by inverting one channel, which only takes a few clicks of the mouse to do seamlessly on a modern digital audio work station. The result after those fixes are applied is a much narrower, nearly mono recording compared to Mike’s typical stereo spread. While pure speculation on my part, the Nakamichi 550 has three microphone inputs, not the usual two: Left, Right and Blend. I have a hunch Mike may have plugged into the blend input which would explain the narrow sound field.

Technical difficulties aside, this is an excellent recording and likely one of the best captures of the Outrider tour, which saw Page joined by Jason Bonham on drums (fresh off the Atlantic Records 40th Anniversary Zep reunion), singer John Miles and bassist Durban Laverde. Mike sounds like he is near his sweet spot and the capture is clear and powerful. Samples provided.

The tour setlist is an interesting blend of songs from Outrider, other Page solo work, a few Firm tracks, plus songs from the Led Zeppelin oeuvre: “Over The Hills and Far Away,” “In My Time of Dying,” “Dazed and Confused,” “Custard Pie,” “Train Kept A-Rolln’” and of course “Stairway to Heaven.”

All of the Zep-related songs are played with purpose and having not really heard much from this tour before, I was impressed with Jimmy’s playing. For me, “Over The Hills” stands out with some cool extra riffs in the arrangement. “Custard Pie” is interesting as it was never performed live by Led Zeppelin. Finally, Page made a great decision to perform “Stairway” as an instrumental, letting the song’s magical arrangement and musicality carry the day, while also saving Miles from having to attempt to sing it.

As noted above, Page knew his return to the Forum was special and while the setlist is the standard one for the tour, I’m sure this is one of the best performances he gave in 1988.

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JEMS is proud to partner with Rob, Jim R, Barry G and many others to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself.

We can’t thank Rob enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He kept Mike’s precious tapes under wraps for two decades, but once Rob learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute the Millard DATs and cassettes to the program. Our releases would not be nearly as compelling without Jim’s memories, photos and other background contributions. As many of you have noted, the stories offer an entertaining complement to Mike’s incredible audio documents.

Big ups to Goody for pitch checking as well as helping address some of the phase and other issues on the recording.

As always, we tip our hat to mjk5510 for his on-going support on JEMS work and beyond. We have friends and we have allies: mjk5510 is both.

Finally, cheers to the late, great Mike the MICrophone. His work never ceases to impress. May he rest in peace.

BK for JEMS