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Whitesnake “Love Songs” (Rhino 2020) – TTT¾

17 Nov

Ho riflettuto un po’ prima di decidere se recensire questa raccolta perché temevo che personaggi basilari di questo blog non me l’avrebbero perdonata: Bodhran, il Michigan Boy e Ittod (una delle tre personalità che abitano il mio essere) in particolare.

I motivi? Beh in primis perché questa è una di quelle operazioni così mainstream che più mainstream non si può, poi perché gli Whitesnake – in particolar modo quelli di un certo periodo – sono ascrivibili al gruppo dei centurioni, come usiamo dire qui sul blog, e non per ultimo perché si tratta di un remix. Già, la nuova moda di rimissare le vecchie cose. In questo caso non è nemmeno traumatico, le love songs in oggetto non sono certo capisaldi della musica rock, ma in senso più ampio uno non può fare a meno di chiedersi che senso abbia questa ossessione di cambiare le vecchie registrazioni per renderle più appetibili al trend odierno e più user friendly agli utenti di Spotify. Allora, come ebbe a dire una volta il nostro Pike Boy, usiamo photoshop per correggere le imperfezioni Gioconda e bona lè!

Per tornare a noi, il fatto è che io ho sempre amato gli Whitesnake e David Coverdale. Un amico nel 1980 mi passò il doppio “Live … In The Heart Of The City” e fui subito irretito da quell’hard rock di derivazione blues in cui mi sarei sempre riconosciuto. E’ vero, è un rock spesso pieno di grossonalità, di luoghi comuni, di testi imbarazzanti (così tanto da risultare a volte persino cult) ma in tutto questo splende una forma di british hard rock notevole. La voce di Coverdale poi mi è sempre piaciuta da matti, e anche qui i riferimenti sono evidenti, Paul Rodgers per i primi anni e Robert Plant per le cose a venire, ma quando il vero Coverdale emerge per me è un godimento.

David Coverdale

Nei primi anni ottanta ho seguito la band con molta passione, Bernie Marsden alla chitarra mi piaceva un sacco, Jon Lord era magnifico e Mel Galley mi entusiasmava, Slide It In (UK version) è ancora oggi un album di hard rock stellare per il sottoscritto e se aggiungiamo Cozy Powell alla batteria poi … mamma, che brividi. 1987 e Slip Of The Tongue furono album spettacolari benché con la virata verso l’hair metal inconsciamente iniziai a perdere interesse per la band. Tuttavia sino al 2000 (album da solista di DC Into The Light incluso) seguii fedelmente gli Whitesnake, poi il buio; i quattro dischi da studio successivi mi consegnarono una band in cui non mi riconoscevo più.

Nuovi live, nuove deluxe edition di album passati, greatest hits … chissà perché non ne ho mai parlato qui sul blog mentre ora affronto queste Love Songs di getto. Misteri della psiche. Questo è il secondo capitolo di una trilogia di compilation: la prima è già stata pubblicata (The Rock Album), la terza (The Blues Album) lo sarà nel 2021. Contiene pezzi presi dal periodo 1987 – 2011, rimixati, rimasterizzati e in qualche caso riaggiustati tramite abbellimenti vari, tre di questi sono inediti tratti dall’album di DC Into The Light.

Love Will Set You Free (da Forevermore 2011) non è granchè e a me non dice nulla, The Deeper the Love (da Sleep Of The Tongues 1989) è il bel brano di heavy rock melodico tratto dal periodo di grande successo. Il nuovo mix rende tutto più attuale (ma non è detto che sia per forza un bene). All I Want, All I Need (da Good To Be Bad  2008) non mi dispiace e devo ammettere che oggi riesco ad apprezzarla, mentre all’epoca feci fatica. Certo, è rock radiofonico di stampo americano, a tratti melenso e banalotto, ma …

Ho sempre creduto che Too Many Tears (da Restless Heart 1997) fosse un gioiellino che avrebbe meritato maggiori fortune. Ballata malinconica venata di blues e con una bella melodia, qui riproposta in una nuova veste.

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Can’t Go On (da Restless Heart 1997) proviene dallo stesso album, forse è più scontata della precedente, ma riesce a convincere comunque. Is This Love (da 1987) è il grande successo che tutti conosciamo.

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Il primo inedito è With All of My Heart (outtake di Into The Light 2000) è un lento di tutto rispetto, una sorta di doo woop alla I’m Gonna Crawl  dei Led Zeppelin.

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Anche Summer Rain (da Good To Be Bad  2008) mi ha sorpreso, nel senso che oggi mi piace assai più che in passato. Magari il segreto è proprio il remix che tanto disdegno …
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Your Precious Love (da Restless Heart 1997) risulta piacevole oggi come allora; Now You’re Gone (da Sleep Of The Tongues 1989) è l’altro pezzone del 1989. L’enfasi dei metal years con Steva Vai alla chitarra risolta con sapienza. Nell’intro di Don’t You Cry (da Into The Light 2000) io ci sento i Mott The Hoople, e nello sviluppo i Procol Harum, ma forse sono suggestioni solo mie. Midnight Blue (da Into The Light 2000) ripropone i temi cari a Coverdale, e lo fa in maniera efficace. Easier Said Than Done (da Forevermore 2011) ripercorre formule già usate ed è troppo ridondante per essere apprezzata.

Chiudono l’album Yours For The Asking e Let’s Talk It Over, inediti provenienti dalle session di Into The Light. La prima è un pop rock  gustoso influenzato da venti che arrivano dall’India (o forse dal Nord Africa). Uno dei momenti più belli dell’album.

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La seconda è un 3/4 vagamente lennoniano, fruibile e convincente.

Insomma, questa compilation mi ha colpito, mi aspettavo di reagire diversamente, ed invece eccomi qui incoverdalito quasi come ai bei tempi. Disco da serate estive ma con un po’ d’azzardo lo si può provare anche in queste brumose giornate autunnali, questo bel rock pastoso, arioso e senza troppi impicci mentali potrebbe aiutare a lenire il gloomy feeling che noi uomini e donne di blues patiamo in questi mesi.

 

 

AC/DC “Power Up” (Sony 2020) – TTT¼

13 Nov

Tornano gli AC/DC (addirittura in una delle formazioni storiche … naturalmente Steve Young è al posto di Malcom), un nuovo album per ridar vigore al rock di pancia di cui tutti – perlomeno in certi momenti – abbiamo bisogno. 12 nuovi pezzi tutti a nome Angus e Malcom Young, dunque generati da idee musicali di anni fa. Cosa aspettarci già lo sappiamo, un rock da strappa mutande che vada dritto all’urgenza primitiva che alberga dentro di noi, quella che ci induce alla trance innescata da un ritmo primario sempre uguale e da chitarre (meravigliosamente) concrete. Rock in senso stretto che non considera minimamente varianti articolate insomma. L’unico problema è rimanere credibili: dopo 16 album basati su un rock che volutamente tende a ripetere la stessa formula, riempire il diciassettesimo di brani che non siano l’esatta copia carbone dei precedenti è un’impresa.

Realize infatti non è un apertura particolare, non c’è una sfumatura diversa che sia una rispetto ai brani standard del passato. Rejection è più o meno sulla stessa linea, nessun accenno a linee melodiche che possano anche solo distrarre un momento. Stessi cantati, stessi riff d’accordi, stessa ritmica, stessi interventi della solista. Shot in the Dark è il singolo dell’album, titolo piuttosto banale ma il brano sembra funzionare. Qualche battito d’ali in più pare esserci.

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Through the Mists of Time ha un buon titolo e un andamento più fresco. Buona la melodia e buono lo sviluppo. Finalmente un brivido. Kick You When You’re Down è divertente, fraseggi blues, spontaneità e – in alcuni punti – ritmo tribale. Con Witch’s Spell si torna decisamente verso  formule trite.

Demon Fire è un tempo veloce alla AC/DC, il giro di chitarra è intrigante, così come gli stacchi. Siamo sempre nel solito campo ma perlomeno vi sono soluzioni movimentate. Il basso pulsante di Wild Reputation trascina ma il brano non è granché. In No Man’s Land il lavoro delle chitarre ha il suo perché ed è un peccato non sia valorizzato da un cantato più variegato. I riff sincopati in Systems Down sono un bene, ma anche qui le melodie del cantato sono le solite. Al minuto 1:30 di Money Shot c’è un bel riff di chitarra, l’inizio di Code Red richiama Back In Black ma poi diventa un bel pezzo rock, gran riff di chitarre.

Immagino ci siano fan degli AC/DC che non vogliano null’altro che questo, personalmente ritengo che un briciolo di vivacità compositiva in più sarebbe necessaria, non certo per snaturare il caratteristico sound del gruppo ma per rendere il prodotto finito di livello musicalmente più elevato.

Brian Johnson fa la sua porca figura, è un cantante dallo stile esclusivo che a me è sempre piaciuto un sacco; Angus Young si conferma esemplare chitarrista rock, se solo cercasse di arricchire con qualche sfumatura diversa gli assoli potrebbe prolungare il suo status all’infinito. Gli altri tre – Steve Young, Cliff Williams e Phil Rudd fanno ciò che devono fare, e lo fanno in maniera efficace ed efficiente.

Disco dunque certamente sufficiente, ma sarebbe bastato poco per renderlo più incisivo, in un periodo in cui di una rinascita del rock ci sarebbe un gran bisogno.

Blue Öyster Cult “The Symbol Remains” (Frontiers Records 2020) – TTT+

7 Nov

Da un decennio l’Italia è  diventata punto di riferimento per l’hard & heavy internazionale, la Frontiers Records di Napoli ha infatti sotto contratto decine e decine di artisti di nome, molti dei quali vecchie glorie vogliose di un ultimo guizzo da campioni. Uno dei recenti acquisti della scuderia di Serafino Perugino sono i nostri amati Blue Öyster Cult, uno dei gruppi americani di hard rock più eccentrici e interessanti di sempre.

Del nucleo storico solo Eric Bloom e Buck Darma sono rimasti, ma dopotutto cantante e chitarrista sono pur (quasi) sempre il fulcro di ogni band e dunque anche in questa formazione la band mantiene una continuità più che onorevole.

Affronto questo tipo di uscite sempre con trepidazione inquinata dalla paura, quella di dover assistere a prove imbarazzanti di vecchi leoni spelacchiati.

That Was Me irrompe con cattiveria, Eric Bloom alla voce. Metallo pesante versione moderna, assolo di chitarra di Ritchie Castellano. Il video relativo genera perplessità … capisco sia indispensabile girarne uno ma la produzione è quella che è, i mezzi pochi, le idee quasi nulle ed è triste vedere un gruppo di rango ripreso in un video più consono ad una band di seconda / terza fascia. I tempi sono quelli che sono, certo, ma già nessuno dei tre nuovi membri della band ha il physique du role, se poi aggiungiamo video del genere il risultato non può certo essere esaltante.

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Altro video per Box In My Head, cantata da Buck Darma. Il pezzo è brioso e gradevole e benché non vi siano assoli di chitarra i brevi interventi di Darma sono proprio azzeccati. Anche qui il problema è il video, dozzinale e con soluzioni grafiche così scadenti che mi chiedo se esista il quality control nello staff della produzione.

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Richie Castellano canta Tainted Blood, brano musicalmente piuttosto consunto, accompagnato da ennesimo video. Castellano con la voce se la cava ma ha un timbro e un’enfasi che non reggo.

Nightmare Epiphany (voce Darma) in certe armonie vocali ricorda Don’t Feel The Reaper, il lavoro delle chitarre in alcuni punti è originale sebbene un po’ bislacco.

Edge of the World (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e  non è male, tempo medio che funziona. The Machine ” (voce Castellano) –  altro pezzo del solo Castellano, è invece più scontata, solito hard rock melodico contemporaneo.

Train True (Lennie’s Song) (voce Darma) risolleva l’animo: ritmo alto, costruzione musicale semplice ma efficace, assolo (di Buck) degno di nota.

The Return of St. Cecilia (voce Castellano) è un brano di nuovo guidato da Richie Castellano, per quanto mi riguarda niente da segnalare. Non fosse inserita in un album dei BOC sarebbe musica che non ascolterei.

Stand and Fight (voce Bloom) opta per espedienti banali, heavy rock gloom and doom ordinario, nemmeno la voce di Bloom può far qualcosa a riguardo. Florida Man (voce Darma) è un buon pezzo, meno scontato di quanto possa sembrare, e contiene un assolo come di deve del nostro Buck. The Alchemist (voce Bloom) è scritta dal solo Castellano e per quanto questo musicista/autore a me non piaccia, devo dire che questo pezzo di heavy metal tenebroso alla Blue Öyster Cult fa la sua figura; sarà la voce di Bloom (qui più convinto che in altri momenti), sarà il duetto di chitarre un po’ pretenzioso ma efficacie, sarà che mi mancano i vecchi BOC ma il tutto funziona. Il video è pieno di effetti grafici da due soldi ma mi piace pensarlo momento di eccentrica ironia (e vedere Eric Bloom incappucciato nelle veste d’alchimista mi strappa un sorriso).

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Secret Road (voce Darma) è scritto da Buck Darma, non sarà un capolavoro ma contiene espedienti compositivi quantomeno interessanti, la classe c’è e si sente. Bravo Buck. There’s a Crime (voce Bloom) è veloce e convinta; non sono sicuro che Fight (voce Darma) sia un brano con cui chiudere un disco, ma ad ogni modo è un altro di quei bei momenti alla Buck Darma, alla Blue Öyster Cult: interventi di chitarra intelligenti, scrittura riuscita, estro in full flight.

14 brani sono troppi, vista anche la qualità non esaltante di alcuni di essi, ma capisco che a 19 anni dall’ultimo album da studio il gruppo avesse voglia di inserire quanta più ultima produzione possibile.

Sbirciando nei social mi sono imbattuto su riflessioni di alcuni giornalisti musicali a proposito di The Symbol Remains. Un paio di loro (amici personali ed entrambi estimatori dei vecchi BOC) hanno giudizi sostanzialmente simili ai miei (anche se a pensarci bene sono forse meno teneri col gruppo) altri invece usano iperbole a mio avviso fuori luogo.

I gusti sono gusti, certo, ma soprattutto se si è giornalisti musicali occorre mettere tutto nella giusta prospettiva e non venire risucchiati dalla tendenza degli ultimi lustri dove il senso critico è andato a farsi benedire. In troppi sembrano assuefatti a formule trite e ritrite, a generi ingabbiati in un proposte sempre uguali, incapaci ormai di distinguere musica di livello e non. Mi soffermo spesso su questo punto, lo so, ma continuo ad essere basito, in senso più ampio poi quasi nessuno riesce più a distinguere tra capitoli importanti della propria vita (ad esempio, per me, i Bad Company) e capitoli importanti della musica (ad esempio Beatles, Mahavishnu Orchestra, Rachmaninov eccetera eccetera).

Ad ogni modo, disco più che sufficiente, alcune tracce davvero carine altre da dimenticare. I tre nuovi musicisti non dicono granché, sanno suonare, ma lo fanno in maniera neutra, e non è questo quello di cui avrebbero bisogno vecchie glorie come i Blue Öyster Cult. Detto questo, Eric e Buck nel cuore.

ROBERT PLANT “DIGGING DEEP: SUBTERRANEA” (Es Paranza / Warner 2020) – TTT

2 Nov

Nuova raccolta per il biondo di Birmingham, un doppio cd che contiene alcuni suoi “classici” pezzi del periodo migliore della sua carriera solista (1982 – 1993), brani del periodo successivo, e tre inediti. Copertina standard, nessuno sforzo creativo e realizzativo particolare.

Apre Rainbow, che fa parte dell’ultimo periodo del Golden God, il periodo che critici e molti fan apprezzano, il periodo che fa scrivere frasi già lette mille volte su come RP ricerchi strade nuove, su come non abbia dormito sugli allori, su come sia sempre riuscito sempre a rimettersi in gioco. Tutto vero, noi però non riusciamo ad esaltiamo troppo per gli ultimi album di Percy; certo non avremmo voluto vederlo – come ad esempio Gillan, Coverdale e parecchi altri – perpetuare il ruolo di cantante hard rock perché quando fisico e voce finiscono per tradirti ti mettono ovviamente in grande imbarazzo, ma non siamo nemmeno pronti a sostenere a cuore aperto quel miscuglio di americana-space-afro-rock alternativo.

Sono i pezzi dei primi lustri post Zeppelin a risplendere: Hurting Kind, buon brano rock tirato e scevro dai luoghi comuni del rock duro,

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e la delicata meraviglia di Ship of Fools ad esempio.

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Il mai pubblicato prima Nothing Takes the Place of You (Alan Robinson / Toussaint McCall) è in perfetta sintonia con le ultime voglie di Robert, traccia che proviene dalla colonna sonora del film del 2013 “Winter In The Blood

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Per Heaven Knows (comprensivo di un bell’assolo con lo stringbender di Jimmy Page) e In The Mood vale il discorso fatto in precedenza, due grandi brani del primo periodo da solista

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In Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) (Giovino/Miller/Robert Plant), secondo inedito, Plant torna alle radici del blues, lo fa in maniera meno scontata di tanta altra gente, ma secondo noi aggiunge poco.

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Altri classici del passato più remoto: Like I’ve Never Been Gone, splendida ballata del 1982 con Cozy Powell alla batteria e I Believe del 1993, commovente secondo omaggio a Karac, il figlio che perse nel 1977.

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Notevole anche la versione acustica di Great Spirit registrata nel 1993 insieme all’indimenticato Rainer Ptacek e alla sua chitarra National. Blues tenebroso e intenso.

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La solenne Anniversary (1990) ha ancora il suo perchè

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così come la frizzante Fat Lip del 1982

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e il gran singolo del 1993: 29 Palms

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Agli appassionati del genere americana piacerà l’inedito Too Much Alike (Feat. Patty Griffin).

Finale lasciato a due bei brani rock del 1993 venati di blues e di piombo Zeppelin e al contempo moderni come Memory Song (Hello Hello) e Promised Land, prima di essi però non poteva mancare probabilmente il singolo più riuscito di Robert Plant, l’evocativa Big Log: atmosfera superlativa, gran testo perfetto e videoclip d’accompagnamento pressoché perfetto.

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Una raccolta molto articolata (di diversi brani abbiamo scelto di non parlare), forse pure troppo, che spazia tra i bei classici e le ottime deep cut anni ottanta e novanta e le prove – a nostro giudizio non proprio indimenticabili – degli ultimi due decenni. Detto questo, riascoltare certi pezzi di Robert Plant è sempre un’emozione.

CD1

  1. Rainbow
  2. Hurting Kind
  3. Shine It All Around
  4. Ship of Fools
  5. Nothing Takes the Place of You *
  6. Darkness, Darkness
  7. Heaven Knows
  8. In the Mood
  9. Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) *
  10. New World
  11. Like I’ve Never Been Gone
  12. I Believe
  13. Dance with You Tonight
  14. Satan Your Kingdom Must Come Down
  15. Great Spirit (Acoustic) 

CD2

  1. Angel Dance
  2. Takamba
  3. Anniversary
  4. Wreckless Love
  5. White Clean & Neat
  6. Silver Rider
  7. Fat Lip
  8. 29 Palms
  9. Last Time I Saw Her
  10. Embrace Another Fall
  11. Too Much Alike (Feat. Patty Griffin) *
  12. Big Log
  13. Falling in Love Again
  14. Memory Song (Hello Hello)
  15. Promised Land

* Previously Unreleased

Joe Bonamassa – Royal Tea (Provogue Records 2020) – TTT

1 Nov

Joe Bonamassa, bravissimo chitarrista americano nato nel 1977 fortemente influenzato dal blues rock inglese fine sessanta / inizio settanta, e guidato dal suo tutor personale Kevin Shirley (produttore, ingegnere del suono, etc etc) che ancora lo spinge verso quel mondo musicale. In quest’album infatti il team di compositori è allargato all’autore di testi Pete Brown (a suo tempo collaboratore dei Cream) e a Bernie Marsden (abile chitarrista/compositore già con Ufo, Cozy Powell, Paice Ashton Lord , Whitesnake, Alaska).

In vent’anni Joe ha pubblicato qualcosa come 14 album da studio e 17 album dal vivo (più 15 video), senza contare i 4 album registrati con i Black Country Communion, tutto questo in un periodo in cui dischi non si vendono più (o meglio, le vendite ormai sono attestate – tranne RARISSIMI casi – su quantità risibili). Fisiologico dunque che con tutte queste produzioni il livello qualitativo delle stesse (ovvero il valore delle canzoni) possa livellarsi verso il basso.

When One Door Opens si fa aiutare dall’orchestra e potrebbe essere un buon pezzo per uno dei nuovi film di 007. Avrò anche le orecchie molto sensibili per quanto riguarda i LZ, ma mi sembra di sentire chiari echi dello stringbender suonato da Page in All My Love. Il problema di questo pezzo è la parte centrale dedicata ai riferimenti: al primo ascolto sembra sia il bolero di Ravel ripreso dai Deep Purple di Child In Time ma poi ad una ascolto più accurato si capisce che ad essere rifatto è il bolero ripreso dai Led Zeppelin in How Many More Times (lo si evince anche dal riff successivo, molto simile a quello dei LZ). E’ un peccato perché i primi minuti e gli ultimi del brano sono delicati e suggestivi.

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Royal Tea avvicenda consunti riff blues ad aperture apprezzabili. Assolo prevedibile. Di nuovo una citazione, stavolta è I Ain’t Superstitious di Jeff Beck. In Why Does It Takes So Long To Say Goodbye c’è la mano di Bernie Marsden, una ballatona blues alla Gary Moore;

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Lookout Man invece è tutta un ostinato riffaccio hard rock blues su cui si affaccia l’armonica. High Class Girl è noioso: giro blues usatissimo, uno di quelli che al giorno d’oggi non si riesce proprio più ad ascoltare, su cui si intravedono Green Onions di Booker T. & the M.G.’s. e l’immortale The Hunter (versione Free).

A Conversation With Alice è scritta insieme a Marsden e non dispiace, buon rock frizzante con una bella slide guitar.

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Uso frenetico del wah wah in I Didn’t Think She Would Do It, con Hendrix che fa capolino qua e là. Behind The Silence è l’unico pezzo scritto dal solo Bonamassa, brano musicalmente riflessivo. Lonely Boy è uno swing scritto insieme a Jools Stewart e Dave Stewart, nessun brivido particolare (a me pare che voglia fare il verso a Brian Setzer e alla sua Orchestra). Il genere americana è quello su cui Savannah si sdraia. Chitarre acustiche e mandolino, molto carino.

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Se Bonamassa (a proposito, cognome italiano, direi calabrese) continua a fare dischi e tour con tale frequenza significa che alla fine il suo blues rock revival paga; immagino ci sia un pubblico che non voglia altro che sentire questo tipo di classic rock basato sul blues. Personalmente batto sempre sullo stesso tasto: occorre fare sforzi maggiori per quanto riguarda il songwriting, se vogliamo tenere in vita il blues è necessario fare degli innesti e avere alte capacità compositive. A me non basta un bravo chitarrista, una produzione di rilievo e una buon gruppo, serve un po’ di magia, di tensione compositiva, di emozioni forti. Qui è tutto troppo calcolato.

So che in una recensione parlare dei riferimenti è la cosa più ovvia e sicuramente noiosa, ma sembra impossibile evitare di parlare dei richiami che i pezzi di Bonamassa riportano alla mente. Chiedo scusa a chi troverà i miei rilievi ridondanti. Chiaro comunque che dopo due o tre ascolti il disco sembri migliore di quel che è e che i vari riferimenti tendano a sfumare, tuttavia a caldo rimangono validi i ragionamento fatti.

Per finire, apprezzo il fatto che contenga solo dieci pezzi (troppo spesso i cd sono TROPPO lunghi), ma il disco per me rimane interlocutorio, è suonato e confezionato bene, ma come accennato manca il fremito, il batticuore, il pezzo che ti fa restare con la bocca aperta…

Back Street Crawler: Atlantic Years 1975-1976, 4CD mini box set (HNE/Cherry Red/WEA 2020) – TTT½

2 Ott

Paul Kossoff, indimenticato chitarrista dei FREE, subito dopo il primo scioglimento del gruppo nel 1971 si lascia agguantare dai blues più feroci e da un uso sempre più frequente di sostanze chimiche, faccenda pericolosissima per lui, anima predisposta alle dipendenze. Poco dopo i Free decidono di rimettersi insieme per cercare di aiutarlo, per non vederlo sprofondare negli abissi da cui è attratto. Nel 1972 esce un album (Free at Last) in cui Koss non è più quel brillante, poetico e vivido chitarrista blues rock del periodo 1968/71, bensì uno spaesato musicista senza più dinamica, idee e autodisciplina. Il tour seguente è disastroso, Paul non è fisicamente in grado di sostenere una attività live, sul palco le cose non possono funzionare, così Andy Fraser (bassista, pianista, co-autore e co-leader della band insieme a Paul Rodgers) decide di mollare tutto. Rodgers opta di continuare, l’album che esce nel 1973 non è affatto male, ma Koss è a mezzo servizio (nelle note di copertine appare negli additional musicians), si limita a qualche nota lancinante e imprecisa, ed è sostituito alle chitarre ritmiche da Snuffy Walden e dallo stesso Rodgers. L’album è un successo, entra nella top ten UK e nella top 50 USA (ottimo piazzamento per gli standard dei Free), il tour finale del gruppo vede Wendell Richardson degli Osibisa alla chitarra, Koss è ormai fuori dal gruppo, che comunque di lì a poco di scioglie.

Il chitarrista in qualche maniera riesce a moderare il suo uso di droghe e a completare il suo disco da solista Back Street Crawler (Island 1973) il cui titolo più tardi diventa il nome della band che Koss mette insieme e che (incredibilmente) viene messo sotto contratto dalla Atlantic grazie a Ahmet Ertugun. Un paio di album, tentativi di tour e poi Koss come sappiamo se ne va nel marzo del 1976 a soli 25 anni.

Il cofanetto uscito da poco contiene i due dischi da studio del gruppo e due cd live (il secondo ha anche qualche outtake) e un flyer riproducente articoli di riviste del tempo che fu. Confezione al risparmio, ma è inevitabile visti i tempi e il nome non certo altisonante del gruppo.

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DISC ONE

THE BAND PLAYS ON (1975) – TTT¾

1. WHO DO WOMEN
2. NEW YORK, NEW YORK
3. STEALING MY WAY
4. SURVIVOR
5. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP
6. ALL THE GIRLS ARE CRAZY
7. JASON BLUE
8. TRAIN SONG
9. ROCK & ROLL JUNKIE
10. THE BAND PLAYS ON

Si parte col bel funk di Who Do Women (Back Street Crawler) la solista di Koss è piuttosto precisa e penetrante (l’unico problema è che è più o meno sempre la stessa in tutti i brani), la voce di Terry Wilson-Slesser sofferta. New York New York (Mike Montgomery) è un bel pezzo di Montgomery (colui che scrive la maggior parte dei pezzi)

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Stealing My Way (Mike Montgomery, Paul Kossoff) è un riuscito tempo medio in stile Free, Survivor (Mike Montgomery) ha degli accordoni di chitarra su un bel giro di piano, il ritornello ricorda un po’ lo stile dei Mott The Hoople. It’s A Long Way Down To The Top (Mike Montgomery), di nuovo il sapore dei Free in questo buon pezzo guidato dalla chitarra, alla solista Koss cerca di uscire dal format note alte tirate allo spasimo e offrendo un assolo degno di questo nome. Pezzo davvero notevole.

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All The Girls Are Crazy (Mike Montgomery) appare più scontata rispetto alle altre ma contiene tuttavia alcune aperture interessanti per quanto bislacche, Jason Blue (Mike Montgomery) proviene dall’album del 1973 dei Bloontz, gruppo in cui militavano Terry Wilson, Mike Montgomery, Tony Braunage prima formare i Back Street Crawler. Il brano inizia lento, poi si fa più ritmato per ritornare nei territori della ballata blues. Finale arricchito dalla sezione fiati. Ragguardevole.

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In Train Song (Terry Wilson, Tony Braunagel) è il clavinet che apre le danze. Il groove è eccitante, la solista di Koss a tratti è deliziosa. Rock & Roll Junkie (Mike Montgomery) è un roccaccio, pur non avendo nulla di particolare risulta in qualche modo convincente. Di nuovo i fiati nel finale. Anche The Band Plays On (Terry Wilson) proviene dall’album dei Bloontz, ed è costruita su un giro eccentrico; ogni tanto il ricordo dei Free (ultimo periodo) è forte, l’assolo di organo efficace.

In definitiva un buon album di rock (venato di blues e di funk) anni settanta. Gruppo all altezza, gran cantante, songwriting degno di nota. Koss come scritto alterna qualche gran momento a fasi un po’ tutte uguali, ma riesce a farsi seguire ugualmente.

Back Street Crawler
  • Paul Kossoff – guitar
  • Terry Wilson-Slesser – vocals
  • Terry Wilson – guitar, bass guitar
  • Tony Braunagel – drums
  • Mike Montgomery – keyboards, vocals

con:

  • Pete Van – baritone saxophone on “Jason Blue” & “Rock & Roll Junkie”
  • Eddie Quansah – trumpet, flugelhorn on “Jason Blue” & “Rock & Roll Junkie”
  • George Lee – flutes, tenor & soprano saxophones on “Jason Blue” & “Rock & Roll Junkie”

DISC TWO
2ND STREET (1976) – TTT¾

1. SELFISH LOVER
2. BLUE SOUL
3. STOP DOING WHAT YOU’RE DOING
4. RAGING RIVER
5. SOME KIND OF HAPPY
6. SWEET, SWEET BEAUTY
7. JUST FOR YOU
8. ON YOUR LIFE
9. LEAVES IN THE WIND

Il secondo album (registrato da NY e Los Angeles) vede Koss di nuovo alle prese con grossi problemi, la maggior parte delle chitarre viene suonata da Snuffy Walden, Paul si limita a sovraincidere la solista a registrazioni avvenute. Montgomery lascia la band e viene sostituito da  John “Rabbit” Bundrick, il tastierista dell’ultimo periodo dei Free.
Selfish Love (John “Rabbit” Bundrick) riporta alla mente immediatamente i Free del periodo 72/73, il brano funziona, bello il lavoro al piano e sempre convincente Terry Wilson-Slesser alla voce. Niente male anche Koss alla solista. Blue Soul (Terry Wilson) è una meraviglia, momento riflessivo scritto con “animo malinconico” …

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Stop Doing What You’re Doing (Back Street Crawler) sembra uno di quei pezzi nati da una jam, il testo non dice molto, il tempo di batteria usato non ci ha mai attratto molto, l’uso del piatto china (sempre che non sia un crash) è insopportabile; tuttavia i BSC riescono a farsi sentire anche quando alle prese con brani mediocri. Basta una canzone per ritornare sulla retta via, Raging River (Terry Wilson) è un gioiellino con una assolo di chitarra che pur essendo sempre sul punto di precipitare regala belle emozioni.

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Some Kind of Happy (Terry Wilson) vede di nuovo il bassista nelle vesti di autore, pezzo vagamente alla Rod Stewart anni settanta sebbene in alcuni momenti il richiamo ai Free sia forte, Sweet, Sweet Beauty (Terry Wilson) è il quarto pezzo di Terry Wilson che sembra ereditare (in condivisione con John “Rabbit” Bundrick) il ruolo di autore principale del gruppo. Di solito i suoi sono pezzi riflessivi, intrisi di una vena malinconica marcata che il grande Terry Slesser-Wilson e il gruppo riescono ad interpretare con determinazione e aggressività. Gli ultimi tre pezzi sono scritti da John “Rabbit” Bundrick e sembrano seguire lo stesso format: songwriting apprezzabile, chitarra solista sofferente e gruppo che si affida al colori del blues per tratteggiare il proprio rock: Just for You (John “Rabbit” Bundrick, Dean Rutherford) usa tonalità in minore, On Your Life (John “Rabbit” Bundrick) è  in maggiore, un simil gospel riuscito e Leaves in the Wind (John “Rabbit” Bundrick, Dean Rutherford) brano un po’ alla Little Feat, con le tastiere di Rabbit in bella evidenza, con uno di quei finali sofferti che sfumano in lontananza

Secondo capitolo dunque degno successore del primo.

Back Street Crawler

  • Terry Wilson Slesser – lead vocals
  • Paul Kossoff – lead guitar
  • Terry Wilson – bass, acoustic and electric guitars
  • John “Rabbit” Bundrick – keyboard, vocals
  • Tony Braunagel – drums, vocals

con:

  • W.G. ‘Snuffy’ Walden [uncredited] – guitar

DISC THREE
LIVE AT FAIRFIELD HALL, CROYDON (1975) – TTT½

1. THE BAND PLAYED ON
2. SIDEKICK TO THE STARS
3. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP
4. NEW YORK, NEW YORK
5. TRAIN SONG
6. SURVIVOR
7. STEALING MY WAY
8. ALL THE GIRLS ARE CRAZY
9. JASON BLUE
10. ROCK & ROLL JUNKIE
11. MOLTEN GOLD
12. THE HUNTER
13. WE WON
14. BIRD SONG BLUES

Pochi mesi prima dell’uscita dell’album d’esordio (ottobre 1975) il gruppo provò a partire per un tour del Regno Unito, a cui furono aggiunte ulteriori date, ma buona parte dell’attività live fu interrotta a causa delle pessime condizioni fisiche di Koss (che ebbe persino un arresto cardiaco), il concerto presente nel CD 3 fu uno dei pochi portati a termine.

La Fairfield Hall di Croydon (15 km a sud di Londra) fu un piccolo tempio per il rock di quegli anni, una sala da 1800 posti che vide passare grandissimi gruppi rock, tra cui i Free che in quella zona avevano un gran seguito.

Fairfield Halls Croydon, London

Sin dal primo brano è facile capire come il gruppo fosse compatto e preparato mentre Paul Kossoff suonasse sempre a bordo del precipizio. Il nostro piccolo eroe riesce comunque a portare a casa un prova tutto sommato convincente, ma dai contorni sfumati e poco precisi, vedi ad esempio l’inizio dell’assolo di Sidekick To The Stars (Mike Montgomery). Il concerto comunque fila via liscio, i brani del primo album sono interpretati con il giusto approccio. Molten Gold (Paul Kossoff) è l’inedito dei Free poi apparsa sul primo album da solista del 1973 di Paul (con l’aggiunta delle armonie vocali di Terry Slesser-Wilson al cantato di Paul Rodgers). Il brano è bellissimo, qui è suonato con l’aiuto dei fiati che come l’assolo di sax mi sembra non c’entrino molto con il mood del brano. The Hunter (il brano reso famoso da Albert King) era un classico del repertorio live dei Free, i BSC non possono competere con la versione piena di testosterone del gruppo originale di Koss così, pur essendo dignitosa, non aggiunge nulla. Kossoff alla solista sembra svegliarsi, ma il paragone con i Free non regge. We Won (Bundrick) riporta il livello in alto mentre l’ultimo pezzo Bird Song Blues (Back Street Crawler) – un blues veloce piuttosto scolastico – spegne un poco l’entusiasmo. In quella serata deve essere stato un buon finale per il concerto, sentendolo oggi si ha l’impressione di ascoltare una band parrocchiale alle prese con un giro di rock and roll. Poco swing, ripetitività, mancanza di un minimo di arrangiamento.

Back Street Crawler

FINAL PERFORMANCE (1976)

LIVE AT THE STARWOOD CLUB, LOS ANGELES: 3rd MARCH 1976

1. WHO DO WOMEN
2. STEALING MY WAY
3. CHEAT ON ME
4. COMMON MORTAL MAN
5. TRAIN SONG
6. JUST FOR THE BOX
7. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP
BONUS TRACKS
8. JASON BLUE (OUTTAKE)
9. EVENING TIME (UNRELEASED)
10. IT’S A LONG WAY DOWN TO THE TOP (OUTTAKE)
11. SHE’S GONE (UNRELEASED)

Prima dell’uscita del secondo disco, il gruppo riuscì a fare qualche data, in febbraio Koss fu sostituito da Walden, mentre in marzo Koss riuscì a essere presente alla serie di concerti tenuti allo Starwood di Los Angeles, un club da 800 posti; un fan registrò il concerto del 3 marzo 1976, i suoi sforzi sono finiti su questo quarto cd. Kossoff morì due settimane dopo mentre era in aeroplano per edema polmonare e cerebrale.

Durante i concerti allo Starwood, membri dei Bad Company – anche loro in città – fecero visita al vecchio amico, salendo sul palco per un paio di jam.

da sx a dx: Rabbit, Terry Slesser, Paul Rodgers, Koss, Mick Ralphs – Starwood marzo 1976

La registrazione del fan è naturalmente audience, cioè presa dal pubblico, in più non è certo di qualità particolare. Materiale per fan in senso stretto del chitarrista. Paul Kossoff non ha tanto da offrire, note tirate e qualche momento discreto, ma alla fine la performance è dignitosa. Segnaliamo Cheat on Me brano del 1974 di Rabbit, Commom Mortal Man dei Free e Just For The Box dall’album del 1972 Kossoff-Kirke-Tetsu-Rabbit.

Back Street Crawler con Rabbit

Back Street Crawler con Rabbit

A chiudere il disco due outtake di 2nd Street e due inediti Evening Time (Slesser/Wilson/Kossoff/Braunagel) e She’s Gone (Slesser/Wilson/Kossoff/Braunagel). La prima è un buon tempo medio in stile BSC, la seconda ricorda da vicino i Free.

I Back Street Crawler soffrirono dunque per tutta la loro esistenza dell’ombra di Paul Kossoff, dapprima per la sua incapacità di ripulirsi ed essere un musicista affidabile e in controllo del suo strumento e quindi per la sua scomparsa. Il gruppo ad ogni modo continuò sotto il nome di Crawler sino al 1979, pubblicò un paio di album da studio con Geoff Whitehorn alla chitarra e – negli anni duemila – tre registrazioni live relative agli anni settanta:
1. 1977 – Crawler
2. 1978 – Snake, Rattle & Roll
3. 2001 – Snake Bite (Live)
4. 2002 – Crawler Live – Agora Club Ohio
5. 2003 – Pastime Dreamer (Live)

Un buon gruppo dunque, con un grande chitarrista, purtroppo in quegli anni perso nei vuoti esistenziali dati dalla droga.

BOOTLEGS: Jimmy Page, L.A. Forum, CA – October 7, 1988 (Mike Millard Master Tapes via JEMS ) TTTT

24 Set

ITALIAN / ENGLISH

Mike Millard Legacy intro

Di Mike Millard su questo blog ne abbiamo parlato più volte, amante del rock proveniente dalla west coast americana, dal 1973 al 1992 registrò parecchi concerti tenutisi in quell’area. Lo fece con una strumentazione di qualità, per quei tempi davvero notevole, portandola all’interno delle arene in questione usando diversi stratagemmi (a volte anche fingendosi disabile e quindi su una sedia a rotelle). Le sue sono dunque registrazioni audience, cioè prese dal pubblico, ma di una qualità micidiale; non è un un caso che ancora oggi – tra il giro di appassionati – siano considerate tra i documenti migliori per quanto riguarda l’epoca d’oro della musica rock. Sì perché con le registrazione audience si ha l’idea esatta di cosa fosse andare ad un concerto rock, la performance dell’artista catturato nella sua essenza più pura: l’umore e le scosse emotive del pubblico, la musica messa su nastro senza artifici (e dunque senza le modifiche e i trucchetti presenti nei dischi dal vivo ufficiali), i commenti dei fans che a tratti finivano sul nastro. La fortuna ha voluto che i LZ fossero tra i suoi gruppi preferiti e, ad esempio, le sue registrazione di alcuni dei sei concerti tenuti nel 1977 a Los Angeles sono per tutti noi testimonianze preziosissime. Nel 1994 Millard decise di togliersi la vita, decisione che non ci permettiamo di giudicare e quindi tralasciamo di commentare gli abissi di dolore a cui deve essere andato incontro. Per moltissimo tempo le sue cassette rimasero archiviate nella sua stanza a casa di sua madre, le registrazioni che circolavano provenivano infatti da copie che lo stesso Millard aveva fatto per amici e altri collezionisti. Successe poi che sua madre finalmente affidò ad amici intimi di suo figlio le tante cassette (si parla di 280 concerti registrati) in modo che potessero essere trasferite e quindi salvate su DAT. Sotto all’articolo riporto (oltre al testo che accompagna la registrazione di JP di cui tra poco parleremo) tutta la lunga storia in caso qualcuno fosse interessato. Per chiudere questo breve riassunto, quando si pensava che i master originali di Millard fossero andati persi, ecco che vengono ritrovati, rimasterizzati e messi gratuitamente in circolo da generosi collezionisti e amanti del rock come noi. E’ dunque doveroso mandare un pensiero a Mike Millard perché grazie ai suoi nastri il rock si mantiene vivo e noi possiamo ancora illuderci di vivere in prima persona i momenti più esaltanti della musica che amiamo.

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Live Recording reflections

NB: in realtà questa nuova remasterizzazione è fatta non dal master originale (è andato perso?) ma da una copia 1 generation.

1988, a due anni dall’ultima attività con i Firm (disco e tour) JPP torna con “Outrider” (apripista / battistrada) l’unico album solista (se escludiamo l’eccellente colonna sonora del 1982 DEATH WISH II, un disco che su questo blog amiamo moltissimo), disco oggi interlocutorio, non troppo a fuoco, prodotto e arrangiato in maniera non troppo convincente, ma all’epoca mi sembrava il gran ritorno del dio della chitarra che tutti conosciamo.  L’album arrivò alla posizione 27 della classifica USA conquistando il disco d’oro.

Sette anni fa scrissi su questo blog una recensione di una data del tour relativo (NY 12 novembre 1988), iniziai quel mio write of winter così:

“Ah, l’Outrider tour, l’ultima volta in cui Page è stato Page; pur non essendo stato un avvenimento memorabile nella storia della musica Rock, per i LZ fan rimane un caposaldo nella storia di Jimmy Page chitarrista Rock. La band non era un granché: Jason Bonham alla batteria (all’epoca ancora immaturo e sopra le righe) e un oscuro session man di Capo Verde al basso (tal Durban Laverde) non permisero a Page di raggiungere gli spazi siderali, i viaggi cosmici a cui aveva abituato con i LZ; persino il grandissimo JOHN MILES era stato istruito ad essere una copia di Plant e scrivere cose trite e ritrite per compiacere MTV … tuttavia con un Page finalmente in ottima forma, i mesi di ottobre e novembre di quel OUTRIDER tour del 1988 furono entusiasmanti… un musicista finalmente di nuovo col completo controllo del suo strumento … “

Le prime date del tour (come spesso capitava con Page) non sono un granché, dal punto di vista chitarristico, Page sembra ancora indietro nella preparazione, ma poi le cose cambiano (soprattutto da ottobre inoltrato) e nel resto della tournée si avrà il Page migliore dal 1973, un Page che nemmeno i tour del 1993 con Coverdale&Page e del 1995/98 con Page&Plant rivedranno più.

Nella (ottima) registrazione (del grande Mike Millard) i primi momenti di Who’s To Blame (da Death Wish II – 1982) contengono tagli e distorsioni (dovuti al mettere in funzione l’equipaggiamento) ed è un peccato perché Who’s To Blame a mio avviso è uno dei grandi pezzi di Page, un brano che sarebbe diventato di riferimento se la storia avesse seguito un percorso diverso e fosse finito sull’ipotetico successore di In Through The Out Door. Come sempre capita con le registrazione del mai dimenticato Mike Millard, la qualità audio è ottima (parlando di fonte audience). John Miles alle tastiere e alla voce fa il suo porco lavoro, mentre Page si fa avanti a colpi di hard rock esoterico. Il Forum di Los Angeles esplode quando Jimmy parte col suo primo assolo (sulla Les Paul dotata di Stringbender), ma si sa, Los Angeles era la seconda patria del dirigibile di piombo. Il Prelude (da Death Wish II – 1982) di Chopin non mi ha mai convinto troppo, quell’effetto alla Santo & Johnny suonato con la mano pesante mi è sempre sembrato un po’ imbarazzante, benché Jimmy lo infarcisca con svisate tutte sue.

Col primo pezzo dei Led Zeppelin il Forum deflagra: Over The Hills And Far Away (da Houses Of The Holy 1973 – Led Zeppelin). John Miles canta come Robert Plant fece sul disco, è davvero incredibile; negli Stati Uniti il biondo cantante della Contea di Durham non è conosciuto né apprezzato a dovere, ma qui in Europa – in primo luogo qui alla Domus Saurea – John Errington in arte Miles è un dio. L’assolo di Page (sempre con lo Stringbender) nell’intermezzo in FA#- è oggetto di venerazione da parte del pubblico. Durban Laverde al basso fa il compitino, mentre Jason Bonham enfatizza il lavoro ritmico.

jimmiepage_62.jpg

Page introduce dapprima lo scopo del concerto e quindi il nuovo brano che è Wanna Make Love (da Outrider) introdotto dal riff di Liquid Mercury (da Outrider). Il brano in realtà non è granché, il testo men che meno, bisognava compiacere come scritto MTV e il pubblico medio americano imbambolato in quegli anni da parecchio hair metal di qualità scadente. Miles è comunque bravissimo e Page si diverte con la leva del vibrato. Jimmy introduce la band e dunque parte con Writes Of Winter (da Outrider), strumentale degno di nota ma che soffre quel tempo di batteria che andava di moda negli anni ottanta, roba da Micheal Schenker Group, non da James Patrick Page. L’effetto Rockpalast (come lo chiamiamo io e il grande Stefanino Piccagliani) rovina infatti un po’ tutte le belle cose che Page fa alla chitarra. Jason qui sembra più legnoso del solito. Laverde neutrale some sempre … va mo là che certa gente ne ha avuto di fortuna in campo musicale. Il brano è collegato – in maniera poco fluida –  al successivo tramite la sezione aggiuntiva di Whole Lotta Love versione 1979, ma il gruppo è costretto ad interrompersi perché Page rompe una corda. Tear Down The Walls (da Mean Business 1986 – The Firm) comunque inizia poco dopo. Mi è sempre piaciuta, niente di trascendentale, un buon pezzo rock solare comunque arricchito da contrappunti musicali in puro stile Page. Di nuovo giù il cappello per John Miles che dopo aver affrontato vittoriosamente lo stile del Robert Plant dell’immaginario collettivo, convince anche nel raffronto con lo stile del grande Paul Rodgers. L’assolo di chitarra sullo Stringbender è sporcato da un uso non corretto del delay.

Emerald Eyes (da Outrider) è uno strumentale assai carino (dedicato presumibilmente agli occhi di Patricia Ecker, all’epoca moglie del Dark Lord) qui suonato con convinzione da Page aiutato strumentalmente anche da John Miles. Nella registrazione si sente un fan parlare del pezzo dei Firm che sta per essere presentato: Midnight Moonlight (dal primo album dei Firm 1985) w/Black Mountain Side (da LZ I – 1969). MM come sappiamo deriva dal brano strumentale Swan Song composto da Page nel 1973 e mai portato avanti in modo definitivo dai LZ. Page lo riprese in mano nel 1983 e insieme a Paul Rodgers lo trasformò nella bellissima Midnight Moonligh (Lady), lo presentò dal vivo nel tour americano del 1983 del progetto benefico ARMS e lo incluse nel primo album dei Firm nel 1985. Qui lo presenta John Miles che lo canta tra l’altro in maniera divina. Nella parte centrale dedicata ai ricami chitarristici di Page (il brano è in accordatura aperta) Jimmy accenna anche a Black Mountain Side (e a Kashmir) con gran godimento del pubblico. In My Time Of Dying (da Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) risveglia tutti dall’incanto appena terminato e trascina il Forum verso i sentieri del blues pesante a base di chitarra slide.

LA Forum

Il bel riff di City Sirens (da Death Wish II – 1982) funge da intro all’assolo di batteria di Jason Bonham, assolo che nel tour di cui stiamo parlando non è mai stato memorabile; molto anni 80, sopra le righe e rigido. Gli accenni a Moby Dick e a Rock And Roll sono gratuiti.  Someone To Love (dal primo album dei Firm 1985) è un discreto brano di hard rock suonato e cantato qui con convinzione mentre Prison Blues (da Outrider) è un bluesaccio mediocre con un testo imbarazzante (per le sciocche metafore sessuali), non fosse per Page alla chitarra (sempre disposto a rischiare e a dare nuovi colori) sarebbe un pezzo senza nessuna importanza. Su disco Chris Farlowe si cantò addosso, qui John Miles per certi versi cerca di essere meno ridondante.

Laverde-Bonham-Page-Miles 1988

The Chase (da Death Wish II – 1982) è uno strumentale che in questa occasione serve per dar spazio a Page alla sua solista (sempre con lo stringbender) e ai suoi esperimenti sonori che comprendono la sezione archetto di violino, il bizzarro guitar solo versione tour 1977 e la parte finale di Dazed And Confused (dal primo album dei LZ – 1969) a cui manca però lo swing di Jones e John Bonham.

Wasting My Time (da Outrider) fu il primo singolo dell’album, qui è suonata in modo confuso, qualcosa non funziona nella chitarra di Page, (che alla fine accennerà al fatto di aver rotto una corda).

Blues Anthem (da Outrider) mi è sempre piaciuta parecchio, come scrivo spesso è un quadretto blues color pastello in cui mi riconosco molto. Jimmy con la chitarra acustica insieme a John Miles: un paio di strofe, un ritornello, altre due strofe, uno sconclusionato passaggio strumentale a mo’ di assolo, il ritornello e il finale. Ma poi entra la band, e Page alla solista ci regala l’ennesimo assolo con lo Stringbender, poi ancora il ritornello e la chiusura.

Il finale non poteva che essere dedicato (più o meno) ai Led Zeppelin).

In Custard Pie (da Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) John Miles è di nuovo bravissimo. La sezione ritmica si rivela ancora una volta non all’altezza di Jimmy Page, manca dinamica, swing e magia. Il riff di Custard Pie è arricchito con passaggi tratti da The Ocean e sul finale da Black Dog (con Miles all’armonica).

Il gruppo esce e quindi torna onstage.

Train Kept-a Rollin’ (di Tiny Bradshaw, Howard Kay e Lois Mann – vecchio cavallo di battaglia degli Yardbirds ripreso dal vivo nel 1968/69 e 1980 dai LZ) è un pezzo che mi entusiasma, sia nella versione di Tiny Bradshaw del 1951, che in quella degli Yardbirds con Jeff Beck e pure in quella degli Aerosmith. Il rifacimento dei LZ non mi è mai parso particolarmente efficace, mentre la versione di Page pare scorra meglio (pur essendo assai simile a quella dei LZ).

Alla vista della doppio manico il pubblico si scalda … il primo arpeggio, le tastiere (suonate da Miles) e il pubblico che canta, questa è la Stairway To Heaven (da IV 1971 – Led Zeppelin) post LZ. La versione non è granché, poco precisa, poco sciolta, nervosa, ma l’emozione è nemica in questi casi. Nell’assolo Page si accartoccia un po’ su se stesso. Inascoltabile il doppio pedale di Jason durante la sezione a bicordi di Page (vedi tour 1975/1977), il figlio del grande John Henry rimarrà sempre un centurione, come diciamo qui dalle mie parti.

Outrider Tour dates

Per i concerti migliori del tour occorrerà aspettare ancora qualche data ma è indubbio che la registrazione di Mike Millard di un concerto del 1988 di Page occorre averla. Concerto comunque godibile, grazie alla versatilità di Miles e alla presenza del Signore Oscuro che tanto amiamo, sì perché un Page con parecchie sbavature ma comunque degno del suo nome è un bel sentire. Page non è un artista solista, al microfono non ci sa granché fare (cosa comunque comune a parecchi chitarristi, in primis Jeff Beck), ma in quegli anni averlo ritrovato dopo il buio del primo post LZ sembrava una gran cosa.

01 Who’s To Blame
02 Prelude
03 Over The Hills And Far Away
04 Liquid Mercury
05 Wanna Make Love
06 Writes Of Winter
07 Tear Down The Walls
08 Emerald Eyes
09 Midnight Moonlight w/Black Mountain Side
10 In My Time Of Dying
11 City Sirens
12 Drum Solo
13 Someone To Love
14 Prison Blues
15 The Chase
16 Bow Solo > Dazed And Confused
17 Wasting My Time
18 Blues Anthem
19 Custard Pie
20 Train Kept A-Rollin’
21 Stairway To Heaven

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Outrider Tour Sul Blog:

https://timtirelli.com/2013/12/27/jimmy-page-new-york-the-ritz-12-november-1988-bootleg-no-label-bootradr-2012-upload-ttttt/

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(spaghetti)ENGLISH

Mike Millard Legacy intro

We have talked about Mike Millard on this blog few times, he was a rock music lover from the US west coast and from 1973 to 1992 he recorded several concerts held in that area. He did it with quality equipment, for those times truly remarkable, bringing it inside the arenas in question using different stratagems (sometimes even pretending to be disabled and therefore in a wheelchair). His are therefore audience recordings, that is, taken by the public, but of a deadly quality; it is no coincidence that even today – among the circle of fans – they are considered among the best documents regarding the golden age of rock music. Yes, because with audience recording you have the exact idea of ​​what it was like to go to a rock concert, the artist’s performance captured in its purest essence: the mood and emotional shocks of the audience, the music put on tape without artifice (and therefore without the edits and the tricks present in the official live records), the comments of the fans who sometimes ended up on the tape. Luckily LZ were among his favorite bands and, for example, his recordings of some of the six concerts held in 1977 in Los Angeles are precious testimonies for all of us. In 1994 Millard decided to take his own life, a decision that we do not allow ourselves to judge and therefore we neglect to comment on the abysses of pain that he must have gone through. For a very long time his cassettes remained archived in his room at his mother’s house, the records circulating in fact came from copies that Millard himself had made for friends and other collectors. Then it happened that his mother finally entrusted the many tapes (we are talking about 280 recorded concerts) to close friends of his son so that they could be transferred and then saved on DAT. Under the article I carry over (in addition to the text that accompanies the registration of JPP which we will shortly talk about) the whole long story in case anyone is interested. To close this short summary, when it was thought that the original Millard masters had been lost, here they are found, remastered and put into free circulation by generous collectors and rock lovers like us. It is therefore a duty to send a thought to Mike Millard because thanks to his tapes rock remains alive and we can still delude ourselves to experience firsthand the most exciting moments of the music we love.

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Live Recording reflections

NB: in reality this new remaster is made not from the original master (has it been lost?) but from a 1 generation copy.

1988, two years after the last activity with the Firm (disc and tour) JPP returns with “Outrider” the only solo album (if we exclude the excellent soundtrack of 1982 DEATH WISH II, a record that we love very much on this blog), an interlocutory record today, not too focused, produced and arranged in a not too convincing way, but at the time it seemed to me the great return of the guitar god we all knew. The album reached position 27 on the US chart, earning a gold record.

Seven years ago I wrote on this blog a review of a relative tour date (NY 12 November 1988), I started my write of winter like this:

Ah, the Outrider tour, the last time Page was Page; while not a memorable event in the history of Rock music, for LZ fans it remains a staple in the history of Jimmy Page rock guitarist. The band was not that great: Jason Bonham on drums (at the time still immature and over the top) and an obscure session man from Cape Verde on bass (a certain Durban Laverde) did not allow Page to reach the sidereal spaces, the cosmic journeys he had accustomed with LZ; even the great John Miles had been instructed to be a copy of Plant and write standard stuff to please MTV … yet with a Page finally in great shape, the October and November months of that 1988 OUTRIDER tour they were thrilling … a musician finally back in full control of his instrument … “

The first dates of the tour (as often happened with Page) are not very good from the guitar point of view, Page still seems to be behind in the preparation, but then things change (especially from late October) and in the rest of the tour you will have the best Page since 1973, a Page that not even the 1993 tours with Coverdale & Page and the 1995/98 tours with Page & Plant will see again.

In the (excellent) recording (by the great Mike Millard) the first moments of Who’s To Blame (from Death Wish II – 1982) contain cuts and distortions (due to putting the equipment into operation) and it is a shame because Who’s To Blame to my notice is one of Page’s great pieces, a track that would have become a reference if the story had followed a different path and ended up on the hypothetical successor of In Through The Out Door. As always happens with the recordings of the never forgotten Mike Millard, the audio quality is excellent (speaking of source audience). John Miles on keyboards and vocals does his dirty job, while Page steps forward with esoteric hard rock. The Los Angeles Forum explodes when Jimmy plays his first solo (on the Les Paul equipped with the Stringbender), but you know, Los Angeles was the second home of the lead blimp. Chopin’s Prelude (from Death Wish II – 1982) has never convinced me too much, that Santo & Johnny effect played with a heavy hand has always seemed a bit embarrassing to me, although Jimmy stuffs it with his own twist.

With the first Led Zeppelin song the Forum explodes: Over The Hills And Far Away (from Houses Of The Holy 1973 – Led Zeppelin). John Miles sings it like Robert Plant did on the record, it’s really amazing; in the United States, the blond singer from County Durham is not well known or appreciated, but here in Europe – primarily here at the Domus Saurea – John Errington aka Miles is a god. Page’s solo (again with the Stringbender) in the interlude in F # – is an object of public veneration. Durban Laverde does his homework on bass, while Jason Bonham emphasizes the rhythmic work.

Page first introduces the purpose of the concert and then the new song which is Wanna Make Love (from Outrider) introduced by Liquid Mercury‘s riff (from Outrider). The song is not really that great, the lyrics least of all, they had to please MTV as written and the average American public in those years stunned by a lot of poor quality hair metal. Miles is still very good and Page has fun with the vibrato bar. Jimmy introduces the band and therefore plays Writes Of Winter (from Outrider), a noteworthy instrumental that suffers from that drum tempo that was fashionable in the eighties, stuff for the Micheal Schenker Group, not James Patrick Page. The Rockpalast effect (as the great Stefanino Piccagliani and I call it) ruins all the good things that Page does on the guitar. Jason here looks more woody than usual. Laverde sounds neutral as always … it goes there that some people have had luck in the music field. The song is connected – in a not very fluid way – to the next one through the additional section of Whole Lotta Love 1979 version, but the group is forced to stop because Page breaks a string. Tear Down The Walls (from Mean Business 1986 – The Firm) however begins shortly after. I have always liked it, nothing transcendental, a good sunny rock piece however enriched by musical counterpoints in pure Page style. Once again hats off to John Miles who, after having successfully faced the style of the Robert Plant, also convinces in the comparison with the style of the great Paul Rodgers. The guitar solo on the Stringbender is soiled by an incorrect use of the delay.

Emerald Eyes (from Outrider) is a very nice instrumental (presumably dedicated to the eyes of Patricia Ecker, wife of the Dark Lord at the time) played here with conviction by Page, also instrumentally helped by John Miles. In the recording we hear a fan talking about the Firm track that is about to be presented: Midnight Moonlight (from Firm’s first album 1985) w / Black Mountain Side (from LZ I – 1969). MM as we know comes from the instrumental piece Swan Song composed by Page in 1973 and never brought forward definitively by LZ. Page picked it up in 1983 and together with Paul Rodgers transformed it into the beautiful Midnight Moonligh (Lady), presented it live on the 1983 American tour of the ARMS charity project and included it in the Firm’s first album in 1985. John introduces it here. Miles sings it in a divine way. In the central part dedicated to Page’s guitar embroideries (the piece is in open tuning) Jimmy also mentions Black Mountain Side (and Kashmir) to the great enjoyment of the public. In My Time Of Dying (from Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) awakens everyone from the enchantment that has just ended and drags the Forum towards the paths of heavy blues based on slide guitar.

The beautiful riff of City Sirens (from Death Wish II – 1982) serves as an intro to Jason Bonham’s drum solo, a solo that in the tour we are talking about has never been memorable; very 80’s, over the top and stiff. The hints to Moby Dick and Rock And Roll are gratuitous. Someone To Love (from Firm’s first album 1985) is a decent hard rock track played and sung here with conviction while Prison Blues (from Outrider) is a mediocre blues track with embarrassing lyrics (for the silly sexual metaphors), without Page on guitar (given that he is always willing to take risks and give new colors) it would be a piece without any importance. On record Chris Farlowe sung it with much emphasis, here John Miles in some ways tries to be less redundant.
The Chase (from Death Wish II – 1982) is an instrumental that on this occasion serves to give space to Page’s lead guitar (always with the Stringbender) and to his sound experiments which include the violin bow section, the bizarre guitar solo version  1977 tour and the final part of Dazed And Confused (from the first album of LZ – 1969) which however lacks the swing of Jones and John Bonham.

Wasting My Time (from Outrider) was the first single of the album, here it is played confusingly, something is wrong with Page’s guitar, (who will eventually hint that he broke a string).

I have always liked Blues Anthem (from Outrider) a lot, as I often write it is a pastel-colored blues picture in which I recognize myself a lot. Jimmy with the acoustic guitar together with John Miles: a couple of verses, a chorus, two more verses, a rambling instrumental passage as a solo, the chorus and the ending. But then the band enters, and Page plays another solo with the Stringbender, then again the chorus and the ending

In Custard Pie (from Physical Graffiti 1975 – Led Zeppelin) John Miles is again good. The rhythm section proves once again to be not at Jimmy Page level, it lacks dynamics, swing and magic. Custard Pie’s riff is enriched with passages from The Ocean and at the end from Black Dog (with Miles on harmonica).

The group exits and then returns onstage.

Train Kept-a Rollin ‘(by Tiny Bradshaw, Howard Kay and Lois Mann – old Yardbirds workhorse shot live in 1968/69 and 1980 by LZ) is a piece that excites me, both in the 1951 version of Tiny Bradshaw , in the one of the Yardbirds with Jeff Beck and also in that of Aerosmith. The one of LZ has never seemed particularly effective, while the version of Page seems to flow better (although very similar to that of the LZ).

At the sight of the double neck the audience warms up … the first arpeggio, the keyboards (played by Miles) and the singing audience, this is the Stairway To Heaven (from IV 1971 – Led Zeppelin) post LZ. The version is not great, not very precise, not very loose, nervous, but the emotion is the enemy in these cases. In the solo, Page curls up a bit on himself. Jason’s double pedal use during the bichord section of Page’ solo (see tour 1975/1977) is a shame, the son of the great John Henry will always remain a centurion, as we say here in my part of the world.

For the best concerts of the tour it will be necessary to wait a few more dates but there is no doubt that Mike Millard’s recording of a 1988 concert by Page is essential. Still enjoyable concert, thanks to the versatility of Miles and the presence of the Dark Lord we love so much, yes because a Page with many smudges but still worthy of his name is a damn good vibe. In my opinion Page is not a solo artist, he doesn’t know much how to deal with the microphone (something common to many guitarists, first of all Jeff Beck) and seems uncertain without a rock-steady project behind him, but in those years having found him after the darkness of the first post LZ seemed a great thing.

 

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Other Outrider Tour review:

https://timtirelli.com/2013/12/27/jimmy-page-new-york-the-ritz-12-november-1988-bootleg-no-label-bootradr-2012-upload-ttttt/

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Note che accompagnano la registrazione / Notes accompanying the recording:

Jimmy Page
The Forum
Inglewood, CA
October 7, 1988
Mike Millard First Generation Tapes via JEMS
The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 47

Recording Gear: AKG 451E Microphones (CK-1 cardioid capsules) > Nakamichi 550 Cassette Recorder

Transfer: Mike Millard First Generation Cassettes > Nakamichi RX-505 (azimuth adjustment; Dolby On) > Sound Devices USBPre 2 > Audacity 2.0 capture > iZotope RX7 > iZotope Ozone 8 > Audacity > Peak Pro 6 > xACT 2.39 > FLAC

01 Who’s To Blame
02 Prelude
03 Over The Hills And Far Away
04 Liquid Mercury
05 Wanna Make Love
06 Writes Of Winter
07 Tear Down The Walls
08 Emerald Eyes
09 Midnight Moonlight w/Black Mountain Side
10 In My Time Of Dying
11 City Sirens
12 Drum Solo
13 Someone To Love
14 Prison Blues
15 The Chase
16 Bow Solo > Dazed And Confused
17 Wasting My Time
18 Blues Anthem
19 Custard Pie
20 Train Kept A-Rollin’
21 Stairway To Heaven

Known Faults:
-Distortion and cuts in the first two minutes as Mike gets set up.

Introduction to the Lost and Found Mike the MICrophone Series

Welcome to JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike the MICrophone, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around Los Angeles circa 1975-77. For the complete details on how tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ long history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680.

Until 2020, the Lost and Found series presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R, Bill C. and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies and in most instances marked the only time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

That all changed with the discovery of many of Mike Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1992.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on the assumption that because his master tapes never surfaced and Mike’s mental state was troubled he would do something rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies. Why would they do that?

The truth is Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother Lia inquiring about the tapes at the time to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

The full back story on how Mike’s master tapes were saved can be found in the notes for Vol. 18 Pink Floyd, which was the first release in our series transferred from Millard’s original master tapes:

http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667745&hit=1
http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667750&hit=1

Jimmy Page, The Forum, Inglewood, CA, October 7, 1988

The hero comes home.

This week’s jewel from the Millard mine captures the return of Jimmy Page to what one might call his home court in America, the Fabulous Forum, for the one LA show on what remains to date Page’s only proper solo tour. In fact, outside of his performances with Robert as Page/Plant, since the end of Led Zeppelin in 1980 Jimmy has only performed 60-70 proper concerts depending on one’s definition, 37 on this 1988 trek.

Jimmy Page back at the Forum for a single show on his one and only solo tour was indeed a momentous occasion for fans and the man himself. “I’m really looking forward to playing tonight, Jimmy says earnestly at the top of the show. “Every time I’ve been here before it’s been fantastic.” You know he meant every word.

For Millard, the excitement had to be nearly as high. While he had recorded Page at the ARMS Concert in the same venue in 1983, this was the first full concert appearance by Page in Los Angeles since Led Zeppelin wrapped its six-night Forum ’77 stand on June 27.

Millard of course was hardly alone in terms of anticipation, and the crowd is fully engaged in the show, though in true Mike the Mike fashion, he manages to avoid detrimental audience noise on his recording for the most part. But he did have some recording challenges.

As noted above, Mike took a couple of minutes to get his levels right and mics set up, the result of which is a bit of distortion at the start of the show and a few longish dropouts which we have mitigated to the best of our abilities. Also, somewhere in the microphone to tape deck cable chain, which includes a stop at the microphone power packs, something wasn’t plugged in correctly which caused his recording to go out of phase for most of the show. It flips back and forth on part one and stays steadily out of phase for the remainder of the set.

Happily, phase issues are easily corrected by inverting one channel, which only takes a few clicks of the mouse to do seamlessly on a modern digital audio work station. The result after those fixes are applied is a much narrower, nearly mono recording compared to Mike’s typical stereo spread. While pure speculation on my part, the Nakamichi 550 has three microphone inputs, not the usual two: Left, Right and Blend. I have a hunch Mike may have plugged into the blend input which would explain the narrow sound field.

Technical difficulties aside, this is an excellent recording and likely one of the best captures of the Outrider tour, which saw Page joined by Jason Bonham on drums (fresh off the Atlantic Records 40th Anniversary Zep reunion), singer John Miles and bassist Durban Laverde. Mike sounds like he is near his sweet spot and the capture is clear and powerful. Samples provided.

The tour setlist is an interesting blend of songs from Outrider, other Page solo work, a few Firm tracks, plus songs from the Led Zeppelin oeuvre: “Over The Hills and Far Away,” “In My Time of Dying,” “Dazed and Confused,” “Custard Pie,” “Train Kept A-Rolln’” and of course “Stairway to Heaven.”

All of the Zep-related songs are played with purpose and having not really heard much from this tour before, I was impressed with Jimmy’s playing. For me, “Over The Hills” stands out with some cool extra riffs in the arrangement. “Custard Pie” is interesting as it was never performed live by Led Zeppelin. Finally, Page made a great decision to perform “Stairway” as an instrumental, letting the song’s magical arrangement and musicality carry the day, while also saving Miles from having to attempt to sing it.

As noted above, Page knew his return to the Forum was special and while the setlist is the standard one for the tour, I’m sure this is one of the best performances he gave in 1988.

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JEMS is proud to partner with Rob, Jim R, Barry G and many others to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself.

We can’t thank Rob enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He kept Mike’s precious tapes under wraps for two decades, but once Rob learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute the Millard DATs and cassettes to the program. Our releases would not be nearly as compelling without Jim’s memories, photos and other background contributions. As many of you have noted, the stories offer an entertaining complement to Mike’s incredible audio documents.

Big ups to Goody for pitch checking as well as helping address some of the phase and other issues on the recording.

As always, we tip our hat to mjk5510 for his on-going support on JEMS work and beyond. We have friends and we have allies: mjk5510 is both.

Finally, cheers to the late, great Mike the MICrophone. His work never ceases to impress. May he rest in peace.

BK for JEMS

BOOTLEGS: Led Zeppelin, Long Beach, CA March 11, 1975 (Mike Millard Master Tapes via JEMS and Dadgad) TTT½

26 Lug

ITALIAN / ENGLISH

BOOTLEGS: Led Zeppelin,Long Beach, CA March 11, 1975 (Mike Millard Master Tapes via JEMS and Dadgad The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 37) – TTT½

Mike Millard Legacy intro

Di Mike Millard su questo blog ne abbiamo parlato più volte, amante del rock proveniente dalla west coast americana, dal 1973 al 1992 registrò parecchi concerti tenutisi in quell’area. Lo fece con una strumentazione di qualità, per quei tempi davvero notevole, portandola all’interno delle arene in questione usando diversi stratagemmi (a volte anche fingendosi disabile e quindi su una sedia a rotelle). Le sue sono dunque registrazioni audience, cioè prese dal pubblico, ma di una qualità micidiale; non è un un caso che ancora oggi – tra il giro di appassionati – siano considerate tra i documenti migliori per quanto riguarda l’epoca d’oro della musica rock. Sì perché con le registrazione audience si ha l’idea esatta di cosa fosse andare ad un concerto rock, la performance dell’artista catturato nella sua essenza più pura: l’umore e le scosse emotive del pubblico, la musica messa su nastro senza artifici (e dunque senza le modifiche e i trucchetti presenti nei dischi dal vivo ufficiali), i commenti dei fans che a tratti finivano sul nastro. La fortuna ha voluto che i LZ fossero tra i suoi gruppi preferiti e, ad esempio, le sue registrazione di alcuni dei sei concerti tenuti nel 1977 a Los Angeles sono per tutti noi testimonianze preziosissime. Nel 1994 Millard decise di togliersi la vita, decisione che non ci permettiamo di giudicare e quindi tralasciamo di commentare gli abissi di dolore a cui deve essere andato incontro. Per moltissimo tempo le sue cassette rimasero archiviate nella sua stanza a casa di sua madre, le registrazioni che circolavano provenivano infatti da copie che lo stesso Millard aveva fatto per amici e altri collezionisti. Successe poi che sua madre finalmente affidò ad amici intimi di suo figlio le tante cassette (si parla di 280 concerti registrati) in modo che potessero essere trasferite e quindi salvate su DAT. Sotto all’articolo riporto (oltre al testo che accompagna la registrazione di RP di cui tra poco parleremo) tutta la lunga storia in caso qualcuno fosse interessato. Per chiudere questo breve riassunto, quando si pensava che i master originali di Millard fossero andati persi, ecco che vengono ritrovati, rimasterizzati e messi gratuitamente in circolo da generosi collezionisti e amanti del rock come noi. E’ dunque doveroso mandare un pensiero a Mike Millard perché grazie ai suoi nastri il rock si mantiene vivo e noi possiamo ancora illuderci di vivere in prima persona i momenti più esaltanti della musica che amiamo.

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Live Recording reflections

Benché in molti considerino i concerti tenuti dai LZ negli anni che vanno dal 1968 al 1980 delle esperienze cosmiche, degli eventi determinanti per le vite di chi gli ha vissuti (e io non ho nessun dubbio a tal proposito), è ben essere realisti e schietti (e chi frequenta questo blog sa che cerchiamo di esserlo con buona determinazione) e ammettere che dal 1975 in poi i tour del gruppo furono grandiosi dal punto di vista dello spettacolo, del botteghino, del business, ma che non sempre lo furono dal punto di vista musicale. Il chitarrista spento e disconnesso causa uso di sostanze chimiche, il cantante alle prese con grossi problemi alla voce dovuti ad una presunta operazione alle corde vocali (avvenuta forse tra il 1973 e il 1974), a continue bronchiti e influenze e soprattutto ad un uso scriteriato della (incredibile) voce nei primi 5 anni di esistenza del gruppo (se entri a freddo – senza nessun riscaldamento vocale – e parti con Immigrant Song, sera dopo sera, è chiaro che prima o poi paghi dazio). Il tour del 1975 ne è la prova più evidente: il gruppo arriva a Chicago nel gennaio del 1975, Robert Plant si becca l’influenza che per tutta la durata della tournée tormenterà lui e di conseguenza gli spettatori presenti ai concerti. Questo concerto di Long Beach di cui scriviamo oggi non ha grandi estimatori tra i fan storici del gruppo eppure a me a tratti non sembra niente male ma è chiaro che ne parlo perché di questo concerto esiste la registrazione del leggendario Mike Millard, registrazione recentemente rimasterizzata dal Team JEMS in collaborazione con Dadgad (tra l’altro nostro personale amico, che il Dark Lord lo abbia in gloria); sebbene esista da qualche anno anche una eccellente versione soundboard, quello che riescono a dare le Mike Millard recording in termini di pathos non ha confronto, dunque versione questa da preferire.

Il tour del 1975 si apre con due warm-up gig a Rotterdam (11/01) e a Brussels (12/01) per poi prendere il largo nel Nord America dal 18/01 in Minnesota al 27/03 in California e ritornare in Europa in maggio per le cinque date di Earls Court a Londra. Lo show dell’11/03 è la prima di due date che si tengono alla Long Beach Arena, un edificio con una capacità di 15.000 posti per quanto riguarda i concerti.

Long Beach Arena

Long Beach Arena

ANNOUNCER: the house lights are down, now, so you’ll have a good view. The people behind the stage, keep your seats. You have a good seats now. Thank you very much. The American return of Led Zeppelin.”The American return of Led Zeppelin”.

E’ questo che dice l’annunciatore prima che il gruppo si lanci in Rock And Roll. La qualità audio è sin da subito fantastica (come sottolineo sempre, tenendo presente che si tratta di una registrazione audience … presa dal pubblico insomma). Ti sembra di essere al concerto, posizionato nelle prime file. Voce e strumenti sono ben bilanciati e perfettamente distinguibili, i ragazzi della Showco sapevano davvero il fatto loro. La voce di Robert non è disastrosa come mi sembrava di ricordare. Non amo molto Sick Again, un discreto per quanto anonimo brano rock che i LZ hanno comunque spesso suonato dal vivo. Durante l’uso dell’effetto Phaser 90 della MXR, il suo della chitarra copre un po’ troppo gli altri strumenti.

RP: Good evenin’! Good eveeenin’! We must apologize for the, um, the slight delay, but, um, we couldn’t get into the building. And, we haven’t got any tickets. Um, it’s a fact. A sort of well known scalper, well, he, he, you know, I mean, we blew it, you know. And it was blown as well. So tonight we’re gonna tell you what we intend to do. We intend to take six and a half years of changes and give you, and give you just a little taste of the six and a half years. A little bit from here, a pinch of the best. The best rock, if you take my meaning. It starts like this.

Over The Hills And Far Away non è niente male. La qualità audio si conferma altissima. Nel tour del 1975 il suono di chitarra di Page era più pulito del solito, forse persino troppo, un pelo di sustain in più non avrebbe guastato. Buono il lungo assolo di Page, sostenuto come sempre da un inarrestabile Bonham e da un perfetto Jones.

RP: Thank you very much. Thank you very much. Ah, feeling really invigorated by the English weather you, you’ve been havin’, you know. It’s, uh, it’s put us back into the healthy, um, you know, sometimes on the road you gets a bit, uh, and then you get the English weather in L.A., that’s too much. So watch out. If you intend to sit still, forget it. We just managed, uh, not only to get a record label together, but to get an album together, Physical Graffiti. And, um, once again it has a large variety of material and, um, thoughts of our consciousness. We gonna play some of it for you. This is the first one. It comes from way way back, older than my boots.

In My Time Of Dying è suonata molto bene, d’altra parte è un brano in accordatura aperta e con questo accorgimento di solito i chitarristi sono facilitati nell’adempiere al loro dovere. La voce di Robert regge, il chilometraggio blues le dà suggestive sfumature. Bonham è di nuovo uno spettacolo, e Jones tiene tutti agganciati al terreno. Che magnifico bassista.

RP Thank you. I see the front row’s filling up very slowly. Who is Atlantic Records? Bloody state. Right, now this is a song that you definitely will have heard before, unless you’ve had your ears shut for two and a half years. It depicts a tale, or rather it, it lends itself to a series of events and, and places and ports of call throughout the world that we stopped at where, fortunately, the foot of Western man hadn’t trodden too often. And it was in these places that everything seemed to be good and wholesome and cheap and clean. And the red lights always shone brightly. In fact, ‘The Song Always Remained the Same.’

The Song Remains The Same / The Rain Song. L’introduzione di TSRTS è uno di quei momenti che ti fa comprendere come il buraccione LZ sia componente fondamentale del successo interplanetario della band. Qualità audio sempre altissima, tanto che una volta di più occorre mandare un pensiero al grande, grandissimo Mike Millard. The Rain Song in alcuni momenti pare disgiunta, forse a causa dei problemi al Mellotron.

RP: Ladies and gentlemen. For the benefit of anybody who was making a bootleg then, the twelve-string was out of tune on ‘Song Remains the Same.’ Sunny California. Hang on, tick. Is that gonna be alright? We gonna, um, we gonna continue with John Paul Jones trying to manipulate a mobile orchestra. John Paul Jones on mellotron, who I might add is looking a little bit harassed with the sounds that are coming out of it. Harassed. Excuse me. This song is, um, it’s a song that we created, or it created itself in amongst a lot of chaos and, um, change. And yet the song is basically quite a very straight forward, straight thinking thing. Lateral thinking, as my friend James puts it. Uh, this is a song about the wasted land, the land that was once green and fertile. ‘Kashmir.’

In Kashmir (altro pezzo in accordatura aperta) la batteria trattata con effetti non crea l’atmosfera giusta secondo me, il Mellotron continua ad avere problemi ma la versione del pezzo è buona. Robert la canta con grinta.

RP: John Paul Jones on mellotron. A complete Pakistani orchestra, all in one pool player. John’s been studying and concentrating a lot on the keyboards. He’s also got into Chuck Randall and, uh. You will excuse us if we have a good time, won’t you? This is another track that features, uh, hang on, John’s in trouble. And, this short break should be really filled up with a bit of schpeel, but, um, I really can’t tell schpeely things. There’s a man in the wings who is very good at doing Lenny Bruce imitations. This is a track about another song about a journey, um, a journey which will never, ever be finished for anybody. It’s called ‘No Quarter.’ 

Ogni volta che parte No Quarter ho i brividi: il suono di tastiera galleggiante, quello tondo, corposo e pieno della batteria di Bonham, l’alone di mistero e di sopranaturale del pezzo, la profondità del cosmo che ci schiaccia verso paure ancestrali … ec lavòr, ragàs (come diciamo qui in Emilia)! L’assolo di piano (con qualche problema di collegamento tra i vari cavi che genera fastidiosi rumori di fondo) di Jones e di chitarra di Page stasera sono poco ispirati e un po’ tediosi, alla batteria Bonham invece è sempre superlativo.

RP: John Paul Jones, grand piano. The taste of naughty equipment. We seem to have a little trouble on the keyboard side of things at the moment. There’s a little bit of buzzin’ and hummin’. But nevertheless, we shall hot things up a little bit. Now, a long time ago, in the South of Ameri, in the South of North America, there was a guy called Robert Johnson who wrote a lot of really good blues things, and this maybe should be a tribute to his art, or capabilities, this next song, ‘cuz anyway, it’s, it’s slightly relative in its, where it comes from. This is a song all about motorcars, but on the other hand. The drumming and the hammering is by courtesy of Acme Quaalude Company, Limited, in the back. This is a guy building a chicken pen. Can you hear it? I mean, over to our roving reporter. Shithead. This is called ‘Trampled Underfoot.’

In Trampled Underfoot Robert fatica, ma con stile ed esperienza rende le sbavature quasi un marchio distintivo. Anche qui John Paul Jones e Jimmy Page hanno problemi di ispirazione ma la carica del brano riesce a celare queste performance opache.

RP: Yes, that’s one for the motor car trade, or the trade or the motorcar. Uh, Jimmy just broke two strings, and John Bonham is just about to have a hernia. Hang on a bit. We’d like to dedicate this next song to, uh, The Chateaux Marmont, and the Continental Hyatt House, and all the places where there’s cockroaches on the floor. And, um, we’re gonna feature now, in fact, the, the grand work and the grand percussion skills of the one and only Mr Dynamo! Mr Cockstarch! John Bonham! ‘Moby Dick!’

Durante il giro di Moby Dick, il gruppo pare a tratti fuori tempo, sarà forse per il suono di batteria completamente cambiato e sicuramente peggiorato. Verso la fine il solito lavoro sui timpani sintetizzati, ma anche qui il sound non sembra funzionare e quindi convincere. Ad ogni modo 21 minuti di follia tambureggiante.

RP: Bonzo Bonham! Let’s hear it for John Bonham, ‘Moby Dick!’ John Bonham. John Henry Bonham. Gardener of the year. Good evening. Nice of you to make it. Ahh. I didn’t see you on the way in. …, hold on, vocal diarrhea. A long time ago, uh, when I was nineteen, and we all got together in a room that cost two dollars fifty for a week. Just in case it didn’t work. To see if it could work. The second thing that we tried made us sure. The first thing that we did was sign a contracts. Second thing that we did, we were really sure that we should be together from now until the ultimate finale of the big bright light. And this is the second thing.

Devo ancora rimarcare l’ottima qualità audio, in cuffia a buon volume l’inizio di Dazed And Confused è una meraviglia. Considerati i problemi alla voce, Robert si dimostra un grande: coraggioso e impavido. Benché il gruppo non fosse al suo massimo, la Dazed And Confused del 1975 rappresenta uno dei picchi dei LZ. Tra i 28 e i 40 minuti di esoterismo musicale, dipinto con i colori della decadente grandeur che il gruppo sfoggiava a quel tempo. Scrivo questo al minuto 5:30, sembra incredibile che nel 1975 avessero questa forza espressiva. L’entrata di Bonham prima del magniloquente arpeggio MI- / DO (su cui stasera Robert canta il testo di Woodstock) è uno di momenti ritmici patrimonio della umanità. Se avessi potuto essere presente ad un concerto – seppur standard – come questo e dunque aver vissuto una Dazed And Confused di tale spessore, ne sarei uscito pronto per imbarcarmi su un vascello diretto a sfidare le maestose insidie di Capo Horn. L’uscita di Bonham dalla sezione dell’arpeggio citato è di nuovo un esempio del suo grandissimo talento. Il lavoro del Dark Lord con l’archetto di violino è efficace e seducente. Quando va sugli alti sembra di soccombere al canto delirante delle sirene di Ulisse. Mi fanno davvero pena i fan dei LZ che non vanno oltre il 1972, perché una Dazed And Confused come questa vale tantissimo. La qualità sonora è semplicemente perfetta, che razza di nastro audience questo! Durante la sfuriata elettrica Page è un portento (sporco, illuminato, ispirato) e Bonhan e Jones sono poderosi. 28 minuti di estasi e tempesta elettrica. Solo i Led Zeppelin!

( assente nella registrazione: RP: On guitar, Jimmy Page. That was a combination of, um, key signatures that just will never occur again. Amidst the, um, rushing and the screaming of cowboys. (Our cowboy in the sand.) Um, now and again there comes, uh, a song that we really, really really dig and we find that we can get right across with no trouble at all. This is for the people beyond the third row. The people in the darkness)

Stairway To Heaven inizia bene, la voce di Robert non ha scricchioli e quando entra Bonham tutto sembra paradossalmente ancora più chiaro. La pedaliera basso si sente benissimo, quelli delli Showco erano davvero i numeri uno al quel tempo per quanto riguarda la amplificazione dei concerti Rock. Buono l’assolo di chitarra, che comprende il 4 giri di bicordi che qui alla Domus Saurea appassionano molto.

RP: Long Beach! Thank you very much for your time and, uh, goodnight.
Well?

Come spesso capitava in quegli anni, di ritorno sul palco per i bis, il gruppo si presentava in condizioni discutibili. Il riff di Whole Lotta Love è suonato da Page con poca dinamica e la band sembra scollata. Peggiora anche il suono degli strumenti., Solo il basso di Jones sembra essere all’altezza. The Crunge è un po’ approssimativa, la sezione Theremin invece funziona a dovere. L’intenzione di Plant in Black Dog è quella giusta, peccato il sound meno definito di chitarra e batteria.

Ladies and gentlemen of Long Beach, goodnight. Sleep well. Half a quaalude with water

Registrazione dunque eccellente di un discreto (a tratti ottimo) concerto dei LZ.

Qui l’audio pubblicato due settimane fa su youtube:

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(macaroni)ENGLISH

Mike Millard Legacy intro

We have talked about Mike Millard on this blog few times, he was a rock music lover from the US west coast and from 1973 to 1992 he recorded several concerts held in that area. He did it with quality equipment, for those times truly remarkable, bringing it inside the arenas in question using different stratagems (sometimes even pretending to be disabled and therefore in a wheelchair). His are therefore audience recordings, that is, taken by the public, but of a deadly quality; it is no coincidence that even today – among the circle of fans – they are considered among the best documents regarding the golden age of rock music. Yes, because with audience recording you have the exact idea of ​​what it was like to go to a rock concert, the artist’s performance captured in its purest essence: the mood and emotional shocks of the audience, the music put on tape without artifice (and therefore without the edits and the tricks present in the official live records), the comments of the fans who sometimes ended up on the tape. Luckily LZ were among his favorite bands and, for example, his recordings of some of the six concerts held in 1977 in Los Angeles are precious testimonies for all of us. In 1994 Millard decided to take his own life, a decision that we do not allow ourselves to judge and therefore we neglect to comment on the abysses of pain that he must have gone through. For a very long time his cassettes remained archived in his room at his mother’s house, the records circulating in fact came from copies that Millard himself had made for friends and other collectors. Then it happened that his mother finally entrusted the many tapes (we are talking about 280 recorded concerts) to close friends of his son so that they could be transferred and then saved on DAT. Under the article I carry over (in addition to the text that accompanies the registration of RP which we will shortly talk about) the whole long story in case anyone is interested. To close this short summary, when it was thought that the original Millard masters had been lost, here they are found, remastered and put into free circulation by generous collectors and rock lovers like us. It is therefore a duty to send a thought to Mike Millard because thanks to his tapes rock remains alive and we can still delude ourselves to experience firsthand the most exciting moments of the music we love.

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Live Recording reflections

Although many consider the concerts held by the LZ in the years from 1968 to 1980 of cosmic experiences, of the decisive events for the lives of those who lived them (and I have no doubt about it), we got to be realistic and frank (and those who frequent this blog know that we are straight shooters ) and admit that from 1975 onwards the group tours were great from the point of view of the show, the box office, the business, but that it was not always the case from the musical point of view. The guitarist turned off and disconnected due to the use of chemical substances, the singer struggling with major voice problems due to an alleged vocal cord operation (perhaps between 1973 and 1974), to continuous bronchitis and influences and above all to a reckless use of the (incredible) voice in the first 5 years of existence of the group (if without any vocal warming you start a show with Immigrant Song, evening after evening, it is clear that sooner or later you pay duty). The 1975 tour is the most evident proof of this: the group arrives in Chicago in January 1975, Robert Plant gets the influence that for the duration of the tour will torment him and consequently the spectators present at the concerts. This Long Beach concert we are writing about today does not have great admirers among the historical fans of the group and yet at times it does not seem that bad but it is clear that I am talking about it because of this concert there is the recording of the legendary Mike Millard, a recording recently remastered by the JEMS team in collaboration with Dadgad (our personal friend, may the Dark Lord bless him); although an excellent soundboard version  exists, what Mike Millard recordings can do in terms of pathos has no comparison, so this version is preferred.

The 1975 tour opens with two gig warm-ups in Rotterdam (11/01) and Brussels (12/01) and then take off in North America from 18/01 in Minnesota to 27/03 in California and return to Europe in may for the five dates of Earls Court in London. The 11/03 show is the first of two dates held at the Long Beach Arena, a building with a capacity of 15,000 seats for concerts.

ANNOUNCER: the house lights are down, now, so you’ll have a good view. The people behind the stage, keep your seats. You have a good seats now. Thank you very much. The American return of Led Zeppelin. “The American return of Led Zeppelin”.

This is what the announcer says before the group launches into Rock And Roll. The audio quality is immediately fantastic (as I always emphasize, bearing in mind that it is an audience recording … taken by the public in short). You seem to be at the concert, positioned in the front rows. Voice and instruments are well balanced and perfectly distinguishable, the Showco guys really knew what they were doing. Robert’s voice is not as disastrous as I seemed to remember. I don’t like Sick Again, a discreet though anonymous rock song that LZ have often played live anyway. While using the MXR’s Phaser 90 effect, the guitar covers a little too much the other instruments.

RP: Good evenin ‘! Good eveeenin ‘! We must apologize for the, um, the slight delay, but, um, we couldn’t get into the building. And, we haven’t got any tickets. Um, it’s a fact. A sort of well known scalper, well, he, he, you know, I mean, we blew it, you know. And it was blown as well. So tonight we’re gonna tell you what we intend to do. We intend to take six and a half years of changes and give you, and give you just a little taste of the six and a half years. A little bit from here, a pinch of the best. The best rock, if you take my meaning. It starts like this.

Over The Hills And Far Away is not bad. The audio quality is confirmed to be very high. On the 1975 tour, Page’s guitar sound was cleaner than usual, perhaps even too much, a hair of more sustain would have helped the general impression. Page’s long solo is good, supported as always by an unstoppable Bonham and a perfect Jones.

RP: Thank you very much. Thank you very much. Ah, feeling really invigorated by the English weather you, you’ve been havin ‘, you know. It’s, uh, it’s put us back into the healthy, um, you know, sometimes on the road you get a bit, uh, and then you get the English weather in L.A., that’s too much. I know watch out. If you intend to sit still, forget it. We just managed, uh, not only to get a record label together, but to get an album together, Physical Graffiti. And, um, once again it has a large variety of material and, um, thoughts of our consciousness. We gonna play some of it for you. This is the first one. It comes from way way back, older than my boots.

In My Time Of Dying it played very well, on the other hand it is a piece in open tuning and with this trick guitarists are usually facilitated in fulfilling their duty. Robert’s voice is okay, the blues mileage gives it suggestive nuances. Bonham is again sublime, and Jones keeps everyone hooked to the ground. What a magnificent bass player.

RP Thank you. I see the front row’s filling up very slowly. Who is Atlantic Records? Bloody state. Right, now this is a song that you definitely will have heard before, unless you’ve had your ears shut for two and a half years. It depicts a tale, or rather it, it lends itself to a series of events and, and places and ports of call throughout the world that we stopped at where, fortunately, the foot of Western man hadn’t trodden too often. And it was in these places that everything seemed to be good and wholesome and cheap and clean. And the red lights always shone brightly. In fact, ‘The Song Always Remained the Same.’

The Song Remains The Same / The Rain Song. The introduction of TSRTS is one of those moments that makes you understand how the LZ “buraccione” (sound impact) is a fundamental component of the band’s interplanetary success. Audio quality is always very high, so much so that once more it is necessary to send a thought to the great, great Mike Millard. The Rain Song at times seems disjointed, perhaps due to problems with the Mellotron.

RP: Ladies and gentlemen. For the benefit of anybody who was making a bootleg then, the twelve-string was out of tune on ‘Song Remains the Same.’ Sunny California. Hang on, tick. Is that gonna be alright? We gonna, um, we gonna continue with John Paul Jones trying to manipulate a mobile orchestra. John Paul Jones on mellotron, who I might add is looking a little bit harassed with the sounds that are coming out of it. Harassed. Excuse me. This song is, um, it’s a song that we created, or it created itself in among a lot of chaos and, um, change. And yet the song is basically quite a very straight forward, straight thinking thing. Lateral thinking, as my friend James puts it. Uh, this is a song about the wasted land, the land that was once green and fertile. ‘Kashmir.’

In Kashmir (another piece in open tuning) the drumes are treated with effects  and they does not create the right atmosphere in my opinion, the Mellotron continues to have problems but the version of the piece is nice enough. Robert sings it with determination.

RP: John Paul Jones on mellotron. A complete Pakistani orchestra, all in one pool player. John’s been studying and concentrating a lot on the keyboards. He’s also got into Chuck Randall and, uh. You will excuse us if we have a good time, won’t you? This is another track that features, uh, hang on, John’s in trouble. And, this short break should be really filled up with a bit of schpeel, but, um, I really can’t tell schpeely things. There’s a man in the wings who is very good at doing Lenny Bruce imitations. This is a track about another song about a journey, um, a journey which will never, ever be finished for anybody. It’s called ‘No Quarter.’

Every time No Quarter starts I get chills: the floating keyboard sound, the round, full-bodied Bonham’s drums, the halo of mystery and supernatural of the piece, the depth of the cosmos that crushes us towards ancestral fears .. . ec lavòr, ragàs (as we say here in Emilia, what a great work, boys!)! The piano solo (with some connection problems between the various cables that generate annoying background noises) of Jones and Page’s guita solo tonight are not very inspired and a little tedious, Bonham drums it is always superlative.

RP: John Paul Jones, grand piano. The taste of naughty equipment. We seem to have a little trouble on the keyboard side of things at the moment. There’s a little bit of buzzin ‘and hummin’. But nevertheless, we shall hot things up a little bit. Now, a long time ago, in the South of Ameri, in the South of North America, there was a guy called Robert Johnson who wrote a lot of really good blues things, and this maybe should be a tribute to his art, or capabilities , this next song, ‘cuz anyway, it’s, it’s slightly relative in its, where it comes from. This is a song all about motorcars, but on the other hand. The drumming and the hammering is by courtesy of Acme Quaalude Company, Limited, in the back. This is a guy building a chicken pen. Can you hear it? I mean, over to our roving reporter. Shithead. This is called ‘Trampled Underfoot.’

In Trampled Underfoot Robert struggles, but with style and experience makes the burrs almost a distinctive brand. Here, too, John Paul Jones and Jimmy Page have problems of inspiration but the charge of the song manages to conceal these opaque performances.

RP: Yes, that’s one for the motor car trade, or the trade or the motorcar. Uh, Jimmy just broke two strings, and John Bonham is just about to have a hernia. Hang on a bit. We’d like to dedicate this next song to, uh, The Chateaux Marmont, and the Continental Hyatt House, and all the places where there’s cockroaches on the floor. And, um, we’re gonna feature now, in fact, the, the grand work and the grand percussion skills of the one and only Mr Dynamo! Mr Cockstarch! John Bonham! ‘Moby Dick!’

During the Moby Dick riff section, the group seems maybe out of time, perhaps due to the completely changed and certainly worsened drums sound. Towards the end we have the usual work on the synthesized timpani, but even here the sound does not seem to work and therefore convinces. Anyway 21 minutes of drumming madness.

RP: Bonzo Bonham! Let’s hear it for John Bonham, ‘Moby Dick!’ John Bonham. John Henry Bonham. Gardener of the year. Good evening. Nice of you to make it. Ahh. I didn’t see you on the way in. …, hold on, vocal diarrhea. A long time ago, uh, when I was nineteen, and we all got together in a room that cost two dollars fifty for a week. Just in case it didn’t work. To see if it could work. The second thing that we tried made us sure. The first thing that we did was sign a contracts. Second thing that we did, we were really sure that we should be together from now until the ultimate finale of the big bright light. And this is the second thing.

Still I have to point out the excellent audio quality, in headphones at good volume the beginning of Dazed And Confused is a marvel. Considering the problems with the voice, Robert proves to be great: brave and fearless. Although the group was not at its best, the 1975 Dazed And Confused represents one of the peaks of LZ. Between 28 and 40 minutes of musical esotericism, painted in the colors of the decadent grandeur that the group sported at that time. I write this at 5:30, it seems incredible that in 1975 they had this expressive force. Bonham’s entry before the magniloquent E- / C arpeggio (on which Robert sings Woodstock’s text tonight) is one of humanity’s rhythmic moments. If I could have been present at a concert – albeit standard – like this and therefore had lived a Dazed And Confused of such thickness, I would have come out ready to embark on a vessel directed to challenge the majestic pitfalls of Cape Horn. Bonham’s exit from the aforementioned arpeggio section is again an example of his tremendous talent. The Dark Lord’s work with the violin bow is effective and seductive. When he goes on high tones we seems to succumb to the delusional song of the sirens of Ulysses. I really pity LZ fans who don’t go beyond 1972, because a Dazed And Confused like this is worth a lot. The sound quality is simply perfect, what kind of audience tape this is! During the electric outburst Page is a portent (dirty, illuminated, inspired) and Bonhan and Jones are powerful. 28 minutes of ecstasy and electric storm. Only Led Zeppelin!

(absent in this recording: RP: On guitar, Jimmy Page. That was a combination of, um, key signatures that just will never occur again. Amidst the, um, rushing and the screaming of cowboys. (Our cowboy in the sand.) Um, now and again there comes, uh, a song that we really, really really dig and we find that we can get right across with no trouble at all. This is for the people beyond the third row. The people in the darkness)

Stairway To Heaven starts well, Robert’s voice has no creaks and when Bonham enters everything seems paradoxically even clearer. Jones’ bass pedal is so clear, Showco was really the number one at that time as regards the amplification of the Rock concerts. The guitar solo is focused enough and it includes the 4 bichords lickes that here at Domus Saurea we are very passionate about.

RP: Long Beach! Thank you very much for your time and, uh, goodnight.
Well?

As often happened in those years, returning on stage for encores, the group presented itself in questionable conditions. The Whole Lotta Love riff is played by Page with little dynamics and the band seems to be unglued. The sound of the instruments also worsens. Only Jones’ bass seems to be up to par. The Crunge is a bit rough, the Theremin section works properly. The attitude of Plant in Black Dog is the right one, too bad the less defined sound of guitar and drums make things worse.

Ladies and gentlemen of Long Beach, goodnight. Sleep well. Half a quaalude with water

Therefore excellent recording of a discreet (sometimes excellent) concert by LZ.

Here the audio published two weeks ago on youtube:

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[Youtube = http: //www.youtube.com/watch? V = flGMqcj9Nv4 & t = 428s]

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Note che accompagnano la registrazione / Notes accompanying the recording:

Led Zeppelin
Long Beach Arena, Long Beach, CA, March 11, 1975
Mike Millard Master Tapes via JEMS and Dadgad
The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 37

Recording Gear: AKG 451E Microphones (CK-1 cardioid capsules) > Nakamichi 550 Cassette Recorder

Transfer: Mike Millard Master Cassettes > Yamaha KX-W592 Cassette Deck (Dolby off) > Sony R-500 DAT > Analog Master DAT Clone > Focusrite Scarlett 6i6 > Sound Forge Audio Studio 13.0 capture > Adobe Audition 3.0 > iZotope RX and Ozone > Peak Pro 6 > FLAC

01 Rock And Roll
02 Sick Again
03 Over The Hills And Far Away
04 In My Time Of Dying
05 The Song Remains The Same
06 The Rain Song
07 Kashmir
08 No Quarter
09 Trampled Underfoot
10 Moby Dick
11 Dazed And Confused
12 Stairway To Heaven
13 Whole Lotta Love / The Crunge
14 Black Dog

Known Faults: None

Introduction to the Lost and Found Mike the MICrophone Series

Welcome to JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike the MICrophone, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around Los Angeles circa 1975-77. For the complete details on how tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ long history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680.

Until 2020, the Lost and Found series presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R, Bill C. and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies and in most instances marked the only time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

That all changed with the discovery of many of Mike Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1992.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on the assumption that because his master tapes never surfaced and Mike’s mental state was troubled he would do something rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies. Why would they do that?

The truth is Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother Lia inquiring about the tapes at the time to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

The full back story on how Mike’s master tapes were saved can be found in the notes for Vol. 18 Pink Floyd, which was the first release in our series transferred from Millard’s original master tapes:

http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667745&hit=1
http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667750&hit=1

Led Zeppelin, Long Beach Arena, Long Beach, CA, March 11, 1975

The time has come.

We now know Mike Millard captured hundreds of great concerts, but without question Mike The Mike’s most famous works are his recordings of Led Zeppelin. Mike recorded his favorite band a total of ten times, five shows in 1975 and another five in 1977.

His now legendary rig, AKG 451 microphones and Nakamichi 550 cassette deck, was purchased in early 1975 for the express purpose of recording the upcoming Zeppelin shows at the Long Beach Arena and The Forum. Mike wanted to upgrade his gear to get the best possible results. Did he ever.

He tested out his new rig at a March 5, 1975 show by Rod Stewart and Faces at the Forum, six days prior to Zeppelin’s first SoCal date in Long Beach. The new equipment passed with flying colors: The Faces tape (Vol. 13 in our series) is outstanding. Mike was ready for “the American return of Led Zeppelin” as the stage announcer says just before the band takes the stage.

Since our Millard series resumed we’ve seen a few message board posts asking why we were waiting to do Mike’s Zeppelin tapes. The answer is we wanted to do them right, which isn’t as simple as it sounds as I will attempt to explain.

All of Mike’s Zeppelin masters in our possession come from the first batch of tapes Rob S borrowed from Mike’s mother and transferred to DAT. It’s no surprise Rob started with Mike’s best-known recordings, but that means our source is a 1644 DAT, not the master cassettes themselves.

The good news is Rob made excellent transfers from cassette to DAT, and while it would have been ideal to do azimuth correction on playback (as we do with all of Mike’s master cassettes), tape alignment doesn’t appear to be a material issue.

Mike’s Led Zeppelin recordings have been widely circulated for decades and exist in bootleg and download form in myriad versions, largely owning to the many remasters in circulation.

The provenance of extant Millard Zeppelin recordings can be cloudy. Around 2010, JEMS transferred a verified, unmarked set of first generation cassettes made by Mike himself. These tapes were transferred Dolby On, though Millard almost certainly played back his masters Dolby Off, which was his standard practice when making copies: master off, copy on.

Where other sources originate is murkier, though we know some trace back to a set of VHS Hi-Fi tapes Mike made from his masters for a collector who sent him a VHS recorder to do the transfers. These VHS tapes were then converted to DAT and often circulate as first-gen sources.

Anyone who has compared JEMS’ flat, Dolby-on transfers with the various remasters from other sources know they sound quite different. Many of us have grown accustomed to the remasters’ sound, which have often gone through a fair amount of processing to boost or drop frequencies, tame hiss, compress, expand, etc. That’s not a criticism of them, simply stating a fact. In fact, some of them are uncanny in terms of the fidelity they derived from the circulating sources.

Given that, the question I pondered about the transfers of Mike’s LZ cassette masters to DAT Rob made in the early 2000s is how would they compare to the remasters? Would they disappoint because the sound we are all used to is somewhat removed from the original sound? Or would that one true generation closer make a difference?

I did a few comparisons between Rob’s DATs and circulating versions, and struggled to land on a clear POV. Because we had a lot of other Millard tapes to work through, I figured the Zep masters could wait.

But a couple of months ago I decided to reach out to Dadgad, as I admired the work he had done on some key Zeppelin soundboards and the JEMS transfer of 6/27/77. Of the folks who had done a substantial number of Zep remasters, I liked what he and Winston did best. That’s my subjective opinion and it is a subject for which many collectors seem to have strong opinions.

There was also a decision to be made about what order to release the Zeppelin shows given the hodgepodge approach we have taken with Millard’s work so far. Chronological felt like the obvious and correct answer. With that decided, I sent Dadgad a sample of the Millard 3/11/75 Long Beach recording and what he sent back convinced me we had found the right path for this tape.

After some back and forth we settled on a version that polishes and sharpens Mike’s master tape while still keeping the music sounding natural. Dadgad found the power in the recording and the performance has never sounded fresher to my ears. Of course, we’re fortunate to have a soundboard recording of this particular show, and a good one at that, but it doesn’t diminish the appeal of Mike’s master which captures the performance and the atmosphere in excellent quality. Samples provided.

The performance itself surely needs no endorsement. As Jim says below, the SoCal run is one of the peaks of the ’75 tour. While I personally lose a little interest in the “Moby Dick” and “Dazed and Confused” portions of these shows, the first half of the set, “Rock and Roll” through “Trampled Underfoot” is pretty fucking great. Listening anew, I found appreciation for Robert Plant’s friendly, casual manner. He may have looked like a rock god fronting the biggest band in the land, but he addressed the audience in a charmingly informal manner.

Here’s what Jim R recalled about the first Led Zeppelin ’75 Long Beach show:

I attended the Led Zeppelin concert with Mike Millard on March 11th, 1975. It was at the Long Beach Arena.

This was the beginning of the wheelchair era, which itself had two phases. Initially, a friend of ours named Mike L (who was partially paralyzed) offered to bring in Mike’s equipment using his personal wheelchair. Mike L got the gear in for this show but was extremely late the following night (3/12) which explains why Mike only got a partial recording of the second Long Beach show. More on that when we post the 3/12 recording. By the time Zep was back in LA for the start of the Forum run on March 24, Millard had gotten his own chair and I pushed him in. “If you want a job done right, you do it yourself.”

We sat in Riser Section 20, Row B. One row up off the floor and even with about the 10th row of the floor. Definitely a PA recording.

During the show, you can hear Plant comment, “I see the front row is filling up slowly… bloody Atlantic Records.” It was opening night in the LA area, and because this was a highly anticipated show, the music industry had numerous ticket holds. Limited inventory due to those holds likely explains why Mike and I sat in the Risers. We had much better seats for the other nights; 5th row on the floor was our “worst” seat.

On March 10, the night before Long Beach, Mike and I actually drove down to San Diego and timed that show for tape flips to make sure we didn’t miss a note in Long Beach. Which begs the question, why didn’t we record the first San Diego show? The answer is the San Diego show was general admission in a venue that was already acoustically challenged. Mike only wanted to record from his preferred locations, which is why we went to such lengths to get the seats he desired for Long Beach and Inglewood. Hard as it is to believe now, if Millard couldn’t record from the location he wanted, he would stand down, preferring no tape at all to a recording not up to his high standards.

Speaking of questions, we have seen a few message board posts inquiring if Mike ever met any rock stars. The answer is yes. Here’s one of those stories.

Between the Long Beach and Forum shows there was a 12-day gap where the band performed in Seattle, Vancouver and a second San Diego concert (bizarrely there was no Bay Area stop on the ’75 tour). LA was their hub for all the West Coast dates. Knowing this, we checked the tour schedule, and on an off night took a drive to the Continental Riot House in Hollywood (Riot instead of Hyatt, as Plant had renamed it). As luck would have it, three of the four members of the group were in the lobby: Plant, Bonham and Jones. Page was presumably up in his room.

I brought along printed photos from the Long Beach 3/12 show where I shot from the 3rd row. Mike and I got autographs from all three guys, who were cordial and liked the pictures. Bonham was especially boisterous and fun. We then followed them to the Rainbow Room where we watched them eat hamburgers.

Led Zeppelin was still near their peak for these ’75 shows. An electric buzz in the building. Awesome shows every night. Mike and I attended all seven Long Beach, LA Forum and San Diego performances. We couldn’t get enough Zep. But it still bugged Mike for years that he didn’t record the full 3/12 show.

I hope you enjoy the March 11 recording. I’ve included some pictures from the show. Keep in mind my pictures from the other performances turned out much better since we had much closer seats.

Cheers to Mike.

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JEMS is proud to partner with Rob, Jim R and Barry G to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself.

We can’t thank Rob enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He kept these precious tapes under wraps for two decades, but once Rob learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute the Millard DATs and cassettes to the program. Our releases would not be nearly as compelling without Jim’s memories and photos. As many of you have noted, the stories offer  a wonderful complement to Mike’s incredible audio documents.

As always, post-production support comes from the skilled hand of mjk5510, our partner and friend.

Finally, cheers to the late, great Mike the MICrophone. His work never ceases to impress. May he rest in peace.

BK for JEMS

BOOTLEG: Robert Plant, San Diego, CA 9 August 1990 (Mike Millard Master Cassettes via JEMS The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 35 1644 Edition) – TTTTT

27 Giu

ITALIAN / ENGLISH

Di Mike Millard su questo blog ne abbiamo parlato più volte, amante del rock proveniente dalla west coast americana, dal 1973 al 1992 registrò parecchi concerti tenutisi in quell’area. Lo fece con una strumentazione di qualità, per quei tempi davvero notevole, portandola all’interno delle arene in questione usando diversi stratagemmi (a volte anche fingendosi disabile e quindi su una sedia a rotelle). Le sue sono dunque registrazioni audience, cioè prese dal pubblico, ma di una qualità micidiale; non è un un caso che ancora oggi – tra il giro di appassionati – siano considerate tra i documenti migliori per quanto riguarda l’epoca d’oro della musica rock. Sì perché con le registrazione audience si ha l’idea esatta di cosa fosse andare ad un concerto rock, la performance dell’artista catturato nella sua essenza più pura: l’umore e le scosse emotive del pubblico, la musica messa su nastro senza artifici (e dunque senza le modifiche e i trucchetti presenti nei dischi dal vivo ufficiali), i commenti dei fans che a tratti finivano sul nastro. La fortuna ha voluto che i LZ fossero tra i suoi gruppi preferiti e, ad esempio, le sue registrazione di alcuni dei sei concerti tenuti nel 1977 a Los Angeles sono per tutti noi testimonianze preziosissime. Nel 1994 Millard decise di togliersi la vita, decisione che non ci permettiamo di giudicare e quindi tralasciamo di commentare gli abissi di dolore a cui deve essere andato incontro. Per moltissimo tempo le sue cassette rimasero archiviate nella sua stanza a casa di sua madre, le registrazioni che circolavano provenivano infatti da copie che lo stesso Millard aveva fatto per amici e altri collezionisti. Successe poi che sua madre finalmente affidò ad amici intimi di suo figlio le tante cassette (si parla di 280 concerti registrati) in modo che potessero essere trasferite e quindi salvate su DAT. Sotto all’articolo riporto (oltre al testo che accompagna la registrazione di RP di cui tra poco parleremo) tutta la lunga storia in caso qualcuno fosse interessato. Per chiudere questo breve riassunto, quando si pensava che i master originali di Millard fossero andati persi, ecco che vengono ritrovati, rimasterizzati e messi gratuitamente in circolo da generosi collezionisti e amanti del rock come noi. E’ dunque doveroso mandare un pensiero a Mike Millard perché grazie ai suoi nastri il rock si mantiene vivo e noi possiamo ancora illuderci di vivere in prima persona i momenti più esaltanti della musica che amiamo.

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Dopo la fine dei LZ, RP decide di dar vita ad una carriera solista. Il primo e il secondo album diventano dischi di platino in USA (un milione o più di copie vendute). Lo stesso accade per l’EP degli Honeydrippers nel 1984 (album dedicato al rock and roll degli albori). Il terzo album (1985) non va al di là del disco d’oro (500.000 copie vendute, anche se pare raggiunga le 750.000) poi arriva, nel 1987, Now And Zen. Completato con il terzo album il tragitto che porta al distanziamento assoluto dai LZ, Robert torna con una nuova formazione e un nuovo approccio. Al di là dei discutibili suoni anni ottanta, l’album non è male, contiene alcune belle canzoni e riporta Robert al grande successo (3.000.000 di copie vendite solo in America). Manic Nirvana viene pubblicato nel 1990, buon disco di rock moderno, sarà l’ultimo lavoro di RP a diventare disco di platino (se escludiamo i dischi fatti in collaborazione con Page e con Alison Krauss). Ebbi modo di vedere una data (Firenze) del tour che seguì, è quindi un piacere avere a disposizione una registrazione di Mike Millard tratta dal tour di Manic Nirvana.

La potente e suggestiva Watching You (da Manic Nirvana 1990) apre lo show, la qualità audio – considerando che stiamo parlando di una registrazione audience – è spettacolare. La voce di Plant è chiara, sicura e piena di chilometraggio blues. Tramite vocalizzi che provengono da Friends (da Led Zeppelin III 1970) arriva Nobody’s Fault But Mine  (da Presence dei LZ 1976) e con essa torna in vita il possente approccio del gruppo che fu. Robert canta benissimo, il gruppo non ha abbastanza blues in corpo per poter competere con la versione originale, ma la rilettura modernista si fa ascoltare comunque. L’assolo di chitarra di Doug Boyle non è niente male davvero.

Robert al quel tempo era fissato con lo psychobilly e Billy’s Revenge (da Now And Zen 1988) ne è una testimonianza, personalmente non ho mai amato il genere e quel tipo di pezzi ma stavolta finisco per ascoltarlo con piacere, sarà l’ottima qualità audio … in cuffia a buon volume questo concerto è uno sballo. Tie Dye On The Highway (da Manic Nirvana 1990) è condotta dalla feroce chitarra di Doug Boyle. Stupisce un po’ Robert, all’epoca cantava in maniera sublime, non lo ricordavo così in forma. Bello il momento con la chitarra “blues” di Boyle e l’armonica di RP. Il pubblico è caldissimo.

La bella In The Mood (da The Priciple Of Moments 1983) riporta la melodia al centro dell’attenzione, e anche qui ottimo assolo di Doug Boyle. Chris Blackwell alla batteria e Charlie Jones al basso fanno un gran lavoro. Robert stuzzica il pubblico accennando That’s The Way (da Led Zeppelin III 1970). Arriva quindi il tempo di battere i sentieri che gli altri non prendono: No Quarter (da House Of The Holy 1973 dei LZ). Non appena Phil Johnstone introduce al piano i primi ricami il pubblico “va giù di melone” come diciamo qui in Emilia. Per quanto la versione sia più che degna e fresca, non si può non notare una certa rigidità ritmica, d’altra parte Bonham e (John Paul) Jones erano di altri universi. Liar’s Dance (da Manic Nirvana 1990) è il quadretto in accordatura aperta (dove tra l’altro RP accenna Gallows Pole da LZ III 1970 e Stairway To Heaven da LZ IV 1971) a cui segue Going To California (da Led Zeppelin IV 1971). Pubblico in visibilio.

Little By Little (da Shaken ‘n’ Stirred 1985) proviene da un album difficile e non proprio riuscito ma è un pezzo che ho sempre amato molto. Bel groove e sviluppo di rilievo. Nirvana (da Manic Nirvana 1990) è un brano che non gradisco e continuo a trovare insipido.

Immigrant Song (da LZ III 1970) rimette in carreggiata il concerto, versione convincente suonata nella tonalità originale (FA#), ben centrato l’assolo modernista di Boyle. Hurting Kind (da Manic Nirvana 1990), singolo designato del disco allora appena uscito, inizia con una lunga introduzione per poi partire con il dovuto ritmo scatenato. Nel mezzo della canzone Robert stuzzica i presenti con gli “oh my jesus” presi da In My Time Of Dying (da Physical Graffiti dei LZ 1975) Ancora da sottolineare la qualità sonora, registrazioni audience di questo calibro sono una meraviglia.

Robert saluta e quando torna per il bis, prima del rush finale, è il delizioso momento di Ship Of Fools (da Now And Zen 1988). Non appena Robert inizia a cantare il pubblico gli dimostra un grande, grande, grande affetto. Wearing And Tearing (da Coda 1982 dei LZ) e una delle outtakes del 1978 tratta dalle sessions di In Through The Out Door del 1979 dei LZ. Rock serratissimo e indiavolato. Il gruppo se ne va e quando rientra se ne parte con Living Loving Maid (She’s Just A Woman) (da LZ II 1969). Interpretazione coinvolgente, grande assolo aggiuntivo di Doug Boyle. Si chiude con Tall Cool One (da Now And Zen 1988), una sorta di Train Kept A-Rollin’ modello anni ottanta. I campionamenti presenti nel pezzi riportano prepotentemente in pista i Led Zeppelin. Verso la fine Robert e il gruppo citano (al di là dei sampler) The Ocean/Black Dog/Custard Pie ei LZ.

Registrazione dunque stupenda, certo non avrà la qualità di un disco dal vivo ufficiale ben registrato col multitraccia, ma il suono del rock che ti ribolle nella pancia è catturato in modo perfetto. Gran bootleg dunque, gran concerto, grande prova di Robert e dei ragazzi … allora era ancora il golden god e dava la paga ai gruppi tipo Whitesnake in quegli anni ormai annegati nel metal radiofonico americano.

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(broken)ENGLISH

We have talked about Mike Millard on this blog few times, he was a rock music lover from the US west coast and from 1973 to 1992 he recorded several concerts held in that area. He did it with quality equipment, for those times truly remarkable, bringing it inside the arenas in question using different stratagems (sometimes even pretending to be disabled and therefore in a wheelchair). His are therefore audience recordings, that is, taken by the public, but of a deadly quality; it is no coincidence that even today – among the circle of fans – they are considered among the best documents regarding the golden age of rock music. Yes, because with audience recording you have the exact idea of ​​what it was like to go to a rock concert, the artist’s performance captured in its purest essence: the mood and emotional shocks of the audience, the music put on tape without artifice (and therefore without the edits and the tricks present in the official live records), the comments of the fans who sometimes ended up on the tape. Luckily LZ were among his favorite bands and, for example, his recordings of some of the six concerts held in 1977 in Los Angeles are precious testimonies for all of us. In 1994 Millard decided to take his own life, a decision that we do not allow ourselves to judge and therefore we neglect to comment on the abysses of pain that he must have gone through. For a very long time his cassettes remained archived in his room at his mother’s house, the records circulating in fact came from copies that Millard himself had made for friends and other collectors. Then it happened that his mother finally entrusted the many tapes (we are talking about 280 recorded concerts) to close friends of his son so that they could be transferred and then saved on DAT. Under the article I carry over (in addition to the text that accompanies the registration of RP which we will shortly talk about) the whole long story in case anyone is interested. To close this short summary, when it was thought that the original Millard masters had been lost, here they are found, remastered and put into free circulation by generous collectors and rock lovers like us. It is therefore a duty to send a thought to Mike Millard because thanks to his tapes rock remains alive and we can still delude ourselves to experience firsthand the most exciting moments of the music we love.

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After the end of LZ, RP decides to start a solo career. The first and second albums become platinum in the USA (one million or more copies sold). The same happens for the Honeydrippers EP in 1984 (album dedicated to the early rock and roll). The third album (1985) does not go beyond the golden disc (500,000 copies sold, although it seems it reached 750,000) then arrives, in 1987, Now And Zen. Completed with the third album the journey that leads to absolute distancing from the LZ, Robert returns with a new line-up and a new approach. Beyond the questionable eighties sounds, the album is not bad, it contains some beautiful songs and brings Robert back to great success (3,000,000 copies sold only in America). Manic Nirvana is released in 1990, it is a good modern rock record, it will be the last RP work to become platinum (if we exclude records made in collaboration with Page and with Alison Krauss). I was able to see a date (Florence) of the tour that followed, so it is a pleasure to have a recording of Mike Millard available from the Manic Nirvana tour.

The powerful and suggestive Watching You (from Manic Nirvana 1990) opens the show, the audio quality – considering that we are talking about an audience recording – is spectacular. Plant’s voice is clear, confident and full of blues mileage. Through vocalizations that come from Friends (from Led Zeppelin III 1970) comes Nobody’s Fault But Mine (from Presence of LZ 1976) and with it the mighty approach of the group that came back to life. Robert sings very well, the new group does not have enough blues in the body to compete with the original version, but the modernist reinterpretation is good anyway. Doug Boyle’s guitar solo isn’t bad at all.

Robert at the time was set with psychobilly and Billy’s Revenge (from Now And Zen 1988) is a testimony to this, personally I have never loved the genre and that type of pieces but this time I end up listening to it with pleasure, it may be the excellent audio quality … in headphones at high volume this concert is a blast. Tie Dye On The Highway (from Manic Nirvana 1990) is conducted by Doug Boyle’s ferocious guitar. Robert at the time sang in a sublime way, I didn’t remember him so fit. Nice moment with Boyle’s “blues” guitar and RP harmonica. The audience is hot.

The beautiful In The Mood (from The Priciple Of Moments 1983) brings the melody back to the center of attention, and here too I must underline Doug Boyle’s excellent solo. Chris Blackwell on drums and Charlie Jones on bass do a great job. Robert teases the audience by mentioning That’s The Way (from Led Zeppelin III 1970). So the time comes to choose the path where no-one goes: No Quarter (from LZ’s House Of The Holy 1973). As soon as Phil Johnstone introduces the first embroideries to the piano, the audience “goes down of melon” as we say here in Emilia, meaning going crazy/out of their heads. Although the version is more than worthy and fresh, one cannot fail to notice a certain rhythmic rigidity, on the other hand Bonham and (John Paul) Jones were from other universes. Liar’s Dance (from Manic Nirvana 1990) is the lovely little picture in open tuning (where, among other things, RP mentions Gallows Pole from LZ III 1970 and Stairway To Heaven from LZ IV 1971) and it is followed by Going To California (from Led Zeppelin IV 1971) . The Audience is in raptures.

Little By Little (from Shaken ‘n’ Stirred 1985) comes from a difficult and not quite successful album but it is a piece that I have always loved very much. Nice groove and nice musical development. Nirvana (from Manic Nirvana 1990) is a song that I don’t like and I continue to find bland.

Immigrant Song (from LZ III 1970) puts the concert back on track, a convincing version played in the original key (F# / ), well centered on Boyle’s modernist solo. Hurting Kind (from Manic Nirvana 1990), the single designated of the disc then just released, begins with a long vocals introduction and then starts with the due unleashed rhythm. In the middle of the song Robert teases those present with the “oh my jesus” taken from In My Time Of Dying (from Physical Graffiti of LZ 1975). I have to repeat myself: audience recordings of this caliber are a marvel.

Robert says goodbye and when he returns for the encore, before the final rush, it’s time for the delicious moment of Ship Of Fools (from Now And Zen 1988). As soon as Robert starts singing the audience shows him a great, great, great affection. Wearing And Tearing (from Coda 1982 by LZ) is one of the outtakes of 1978 taken from the sessions of In Through The Out Door by LZ 1979 . Tight and frenzied rock music. The group leaves and when it comes back it dive into Living Loving Maid (She’s Just A Woman) (from LZ II 1969). Engaging  interpretation, great additional solo by Doug Boyle. The show closes with Tall Cool One (from Now And Zen 1988), a sort of Train Kept A-Rollin ‘eighties model. The samples in the pieces forcefully bring Led Zeppelins back on track. Towards the end Robert and the group quote (beyond the samplers) The Ocean / Black Dog / Custard Pie.

So, it’s a wonderful recording, it certainly won’t have the quality of an official live album well recorded with multitrack, but the sound of the rock that boils in your belly is captured here perfectly. Great bootleg therefore, great concert, great performance of Robert and the boys … then he was still the golden god and he could won easily on groups like Whitesnake that in those years were drowning in American radio mainstream and blatant metal.

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Robert Plant, Sports Arena, San Diego, CA. August 9, 1990
Mike Millard Master Cassettes via JEMS
The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 35, 1644 Edition

Recording Gear: AKG 451E Microphones (CK-1 cardioid capsules) > Nakamichi 550 Cassette Recorder

Transfer: Mike Millard Master Cassettes > Nakamichi RX-505 (azimuth adjustment; Dolby On) > Sound Devices USBPre 2 > Audacity 2.0 capture > iZotope RX6 > iZotope Ozone 6 > MBIT+ resample to 16/44 > xACT 2.39 > FLAC

01 Watching You
02 Nobody’s Fault But Mine
03 Billy’s Revenge
04 Tie Dye On The Highway
05 In The Mood
06 No Quarter
07 Liar’s Dance
08 Going To California
09 Little By Little
10 Nirvana
11 Immigrant Song
12 Hurting Kind (I’ve Got My Eyes On You)
13 Ship Of Fools
14 Wearing And Tearing
15 Living Loving Maid (She’s Just A Woman)
16 Tall Cool One

Known Faults: None

Introduction to the Lost and Found Mike the MICrophone Series

Welcome to JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike the MICrophone, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around Los Angeles circa 1975-77. For the complete details on how tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ long history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680.

Until 2020, the Lost and Found series presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R, Bill C. and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies and in most instances marked the only time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

That all changed with the discovery of many of Mike Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1992.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on the assumption that because his master tapes never surfaced and Mike’s mental state was troubled he would do something rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies. Why would they do that?

The truth is Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother Lia inquiring about the tapes at the time to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

The full back story on how Mike’s master tapes were saved can be found in the notes for Vol. 18 Pink Floyd, which was the first release in our series transferred from Millard’s original master tapes:

http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667745&hit=1
http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667750&hit=1

Robert Plant, Sports Arena, San Diego, CA, August 9, 1990

Our weekly dip into the Millard archive carries on with Mike’s master cassettes of the San Diego stop on the Manic Nirvana tour in support of the album of the same name. As we know, Led Zeppelin topped the list of Mike’s favorite artists and he documented many solo shows post 1980 by Robert Plant and Jimmy Page.

Speaking of Zep, Plant’s choice of songs to include in the set from his former band include two great picks that Zeppelin never performed live. The first is the LZII ditty “Living Loving Maid (She’s Just A Woman),” which I’ve always found delightful. It is performed with straightforward charm.

The second is the brilliant In Through The Out Door outtake “Wearing and Tearing,” which legend has it was briefly considered for a single release around the time of Knebworth ’79. It’s a high-energy stormer that rides a great riff and, in my opinion, would have been a welcome addition to ITTOD, instead of being released after Bonham’s death on Coda. While I’m on the subject, “Wearing and Tearing” and “Ozone Baby” are both highly underrated and “Darlene” (the third outtake of the ’79 trio) isn’t too shabby either. I genuinely love all three.

The rest of the set smartly mixes Manic Nirvana songs with the best of Plant’s solo career and a few extra Zeppelin nuggets. I particularly like RP’s vocals on “In The Mood” and “Ship of Fools.”

As we’ve previously discussed, the Sports Arena in San Diego is not the Sydney Opera House in terms of acoustics, but Millard’s taping location seems to be ideal on this night and he gets a very fine, close capture without a lot of the hall muddying things up. Samples provided.

Neither Jim, Rob nor Barry were along for the ride this time, so we don’t have a first-person account to share. We do know Mike recorded the opening act, Alannah Myles, the Canadian hard rock singer you might remember from her hit song, “Black Velvet.” He also recorded Plant’s show one night later in Irvine.

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JEMS is proud to partner with Rob, Jim R and Barry G to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself.

We can’t thank Rob enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He kept these precious tapes under wraps for two decades, but once Rob learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute the Millard DATs and cassettes to the program.

Three cheers to mjk5510 for his post-production work on this. And to Goody his pitch inspection and beyond.

Lastly, cheers to the late, great Mike the MICrophone. His work never ceases to impress. May he rest in peace.

BK for JEMS

 

Welcome to a truly extraordinary new chapter of JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike the MICrophone, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around LA circa 1975-77. For further details on how some tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680

To date the Lost and Found series has presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies, and in most instances marked the first time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

Now, we are ecstatic to present what had been previously unthinkable, unimaginable, perhaps even impossible: a direct, high-resolution transfer from Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them, but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1992.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were long gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on assumptions that because the master tapes had never surfaced and Mike’s mental state was troubled, he would do something that rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies.

The truth is, Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother inquiring about the tapes after his death to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

Here’s Rob’s account of how Millard’s master tapes were saved:

After Mike left us, I visited his mom Lia occasionally, usually around the holidays. She’d talk about the grandkids and show me pictures. She had no one to help out around the house so I did some minor improvements like fixing a kitchen shelf that collapsed and another time a gate that hadn’t worked for years.

After a few visits, I explained to Lia how the tapes were metal, up to 25 years old already and would eventually deteriorate. She agreed to let me take the tapes and make copies. We went into Mike’s bedroom and it was exactly like I remembered it when I was there years before. I loaded up every tape I could find and went to work copying them. Oldest first, some requiring “surgery.”

Months later when I was done copying, I compared what I had copied to a list Mike had compiled of his masters and realized there were many shows missing. I returned the tapes and asked Lia if we could see if there were any more somewhere else in the house. We went into a back bedroom and found a bunch of boxes filled with more original master tapes. I loaded them up, thanked Lia and left. This was the last time I would see her. I copied the rest of the tapes and stored the masters in a cool dry place until late last year when Jim R. reached out. We had known each other through Mike. After speaking with Jim, and later BK who had tracked him down, I knew their partnership was the “right way” to get this music out to everyone who wanted it, and I’m sure Mike would have agreed.

Initially, Rob copied a large batch of Millard’s master cassettes to DAT and returned them to the house. The second time around, he was given a large portion of the cassette collection, different from what he had copied to DAT.

The first round of DAT transfers features some of Millard’s most famous recordings of Led Zeppelin, ELP, the Rolling Stones and Jethro Tull. The second traunch of actual cassette masters includes his captures of Yes, Genesis, Peter Gabriel, Rush and Pink Floyd.

As exciting as it is to access Millard’s masters of the shows we know and love, there are many new recordings in both collections from artist like Elton John, Queen, Thin Lizzy, Eric Clapton, The Who, the Rolling Stones, Paul McCartney, Fleetwood Mac, Tom Petty, Guns N’ Roses, Linda Ronstadt, David Bowie, the Moody Blues, U2 and more.

Even with an information gap in the mid ‘80s when Millard was surely taping but there is no tape or written evidence as to what he captured, we have now confirmed some 280 shows Millard did record. Of those, there are master cassettes for approximately 100 shows, DATs off masters of another 75 and first generation analog copies for 20-25. Together, that nearly quadruples the number of extant Millard recordings. In the coming months we will release more amazing shows from the recovered treasure, some familiar, some entirely new. But we had to start somewhere.

And so we begin this new era of Mike the MIC master tapes with one of the most beloved recordings in the Millard canon: his incredible capture of Pink Floyd on night four of the band’s five show stand at the Sports Arena in LA on the Wish You Were Here tour. This recording has been bootlegged and circulated in many forms, most recently from what are claimed to be (and in fairness probably are) first-generation sources that sound excellent. In fact, we were preparing to post Jim R’s first generation cassettes made by Mike (which have particularly brilliant cassette art) before this fortunate turn of events.

Mike’s master recording is sublime, a sonic marvel not merely for what it captures from the stage but for how little the audience can be heard, save for when you want to hear them. It is full, rich and close in a way that makes the argument for why the best audience recordings can be more satisfying than a soundboard tape. Mike used TDK KR 90 cassettes, an early chrome tape which would soon be rebranded to the more familiar SA 90.

The tapes were recorded Dolby on, but for this edition transferred Dolby off, as Mike did himself when he made copies for friends. The sonic signature should be familiar to those who have done close listening to the best first-generation sourced versions (like buffalofloyd’s update of Sigma’s Definitive Millard), but hopefully that title more accurately applies to this version.

To our ears, the Millard master transfer is everything you love about the extant recording and more: lower lows, clearer highs, less hiss. It is balanced, warm and immersive. We’ve made the recording available in both consumer friendly 1644 and audiophile 2496 editions, with mastering at a bare minimum to let the pure power of the capture shine through. Samples provided.

Millard’s dear friend Jim R was with Mike at the show and shot the original unpublished photos we are fortunate to include with this release. Here’s what he recalls:

Mike and I attended the Pink Floyd concert on April 26, 1975. I pushed him in the wheelchair.

It was the fourth night of a five night stand at the LA Sports Arena. Due to Pink Floyd’s popularity, tickets were in extremely high demand and expensive. As a result, we attended only the one night. Since the LA Sports Arena was owned by LA County, all of the choice seats were controlled by downtown ticket brokers. Fortunately, we were in tight with several of them and had our choice of where to sit.

Ahead of time, we heard about the high quality sound system Pink Floyd was using and that it would be a Quadrophonic setup. Knowing that, we decided on seats a little further back than normal, in the 16th row in order to pickup some of the Quad sound. Indeed it was a fantastic sound system with PA stacks in each corner of the floor.

What really makes this show one of the most memorable of the 200 or so concerts Mike and I attended together was the fact that there were over 500 drug busts made during Pink Floyd’s LA run (detailed in a big LA Times story about the crackdown). Regardless, we were able to sneak in a Nakamichi 550 cassette recorder, which is the size of the yellow pages phone book and nearly 15 pounds. Amazingly, people got busted for a couple joints and somehow we smuggle in a huge tape deck and get away with it. What a rush!

The recording turned out superb and it was aided by a very polite crowd. At the very beginning of the recording Mike says “testing 123.” The lighting was on the dark side (pun intended), and since we sat 16 rows back, my pictures turned out a little on the fuzzy side. Oh well.

Meeting Jim, then Barry and ultimately connecting with Rob has added incredible new chapters to my personal Mike the MIC story that started in 1986 when I first saw a box of Millard tapes and heard stories about how he recorded. I’m lucky and grateful that we all four of us share a deep appreciation for what Mike documented over the years and the on-going belief in his mission to share the music among friends, which is why we do this.

As joyous as this initial Millard master release has been, it is bittersweet. The person who showed me that original box of Millard tapes and told me the stories was Stan Gutoski, the S in JEMS. He met Mike face to face on two occasions and the pair had a few phone calls, sharing notes on how they recorded shows, comparing gear and ultimately trading copies of their recordings. Game respecting game. During a 1992 meet up in SoCal, they even spoke about losing their fathers and hugged each other in camaraderie, something Stan never forgot.

Sadly, on Friday, January 24, 2020, Walter Stan Gutoski, passed away. He was 74.

Stan had gone into the hospital in December because of a spinal infection that severely limited his mobility. I spoke to him at the time, sharing various JEMS updates which always lifted his spirits, even as he sounded weak. He was released, but his condition didn’t improve after he left the hospital, and in mid January I got updates from his son that didn’t sound promising. Last week, his son told me Stan was back in the hospital battling pneumonia, and it was clear his health was rapidly deteriorating. I began to consider how soon I could fly up to see him.

On Thursday night, I asked if there was an opportunity to call Stan in the hospital, and his son said perhaps he could put me on speaker phone for a minute if his dad was up to it. Sensing that might not happen, I followed up with a text: “Please tell Stan I love him dearly and that we found Mike Millard’s master tapes a few weeks ago.”

His son replied, “Wow. The taper’s ‘Ark of the Covenant.’ That’s amazing. I’ll tell him.”

Mid morning the next day, Friday, his son texted, “Good morning. My dad passed away a few minutes ago.”

It was the stomach punch I knew was coming, but not this fast. Way too fast. I started crying. His son then texted:

“My brother and I and my youngest son stayed with him until 6:30 am. He never went to sleep. He kept fighting it. He was impressed about the 280 shows [Millard recorded]. He kept making me repeat the number. He wanted to know what years and what cities/venues. I guess he can just ask him now in person. [They are] hanging with Jared watching Tom Petty and George Harrison play.”

If ever there was a moment of happiness and sadness at the same time, reading that text was it. While I’m not religious, the thought of Mike Millard, Stan Gutoski and our late, great friend Jared Houser (the J in JEMS) all hanging together in heaven is something I am only too happy to believe.

JEMS is thrilled to partner with Rob, Jim R and Barry to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself. It has been 25 years since Mike passed away and his legend only continues to grow. Along with the tapes, Rob also had a copy of Mike’s tape list circa 1983, which details all his master tapes including his own quality rating system: Stereo-EX, Stereo-Good, Stereo-Fair and Stereo-Poor. He was a tough critic of his own work: the outstanding recording of the Rod Stewart and Faces 1975 show at the Forum only rated Good.

We can’t thank Rob S enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He has kept these precious tapes under wraps for two decades, but once he learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute his DATs and cassettes to the program.

Our production support team also deserves credit. Thanks to Goody for giving this his stamp of pitch approval and to mjk5510 for his essential work on all JEMS projects. We can’t do it without you.

Finally, cheers to the late, great Mike the MICrophone, Jared Houser and Stan Gutoski. May they rest in peace. Can’t wait to hear the heaven tapes someday.

BK for JEMS

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Mahavishnu Orchestra according to Tim Tirelli

27 Mar

ll Jazz-Rock mi arriva immediatamente dopo aver scoperto il Rock, nella seconda metà degli anni settanta. Gli amici un po’ più grandi e più esperti guardavano già oltre: d’accordo i Led Zeppelin, i Genesis, gli Emerson Lake & Palmer e il resto, ma c’erano altri musicisti brillantissimi e tecnicamente dotati da seguire, musicisti dediti ad una musica strumentale più articolata; sì perché che il Rock fosse già bello di per sé lo avevamo capito, ma se i membri dei gruppi che amavamo sapevano anche suonare molto bene, si godeva ancor di più grazie alle loro magie virtuosistiche (sempre che non sfociassero nel tecnicismo fine a se steso). E’ così che i più maturi di noi cominciarono a viaggiare in quegli spazi e comprare gli album dei grandi gruppi di jazz-rock o dei loro membri. Return To Forever, Weather Report, Al Di Meola, Brand X e via dicendo. Io ero troppo preso dall’incantesimo del Rock in senso stretto per godere appieno di quei nuovi orizzonti, ma lo stare a contatto con quel sound e quelle sperimentazioni musicali mi avrebbe comunque segnato. Il mio primo acquisto di quel genere fu Love Devotion Surrender (1973) di Carlos Santana e John McLaughlin registrato insieme alle loro rispettive band: Santana e Mahavishnu Orchestra. I primi ascolti furono difficili, le svisate avevano l’approccio rock ma la musica possedeva l’ampio respiro della sperimentazione musicale del jazz. Ero già un fan di Carlos (il primo chitarrista che ho amato) ma non ero ancora arrivato all’album Caravanserai (1972) e al suo periodo jazz-rock, faticai dunque ad immergermi in quel magma ribollente di musica straordinaria, magma che ad ogni modo finì per diventare disco d’oro in America (14esima posizione della classifica), incredibile se ci pensa oggi. L’altro disco del genere che comprai fu quello che allora era l’ultimo della Mahavishnu Orchestra, Inner Worlds del 1976. Sebbene quei due album solo saltuariamente apparirono sul mio giradischi, gli amici continuarono ad ascoltare quella musica fino a che essa finì nel mio DNA.

Il gruppo che forse incarnò meglio quell’epoca straordinaria fu la Mahavishnu Orchestra appunto. Tutto ebbe più o meno inizio con le registrazioni dell’album Bitches Brew (1970) di Miles Davis, disco rivelazione di jazz con pulsioni rock (sempre che sia il caso di usare questo termine in quel contesto), i musicisti coinvolti in quel progetto nel breve volgere di un paio d’anni iniziarono a formare gruppi che diventarono leggendari in quel campo. Uno di questi come detto fu la Mahavishnu Orchestra, gruppo che ora posso considerare una magnifica ossessione per me , gruppo che considero uno dei picchi più alti di quella attività umana che chiamiamo musica.

La Mahavishnu che più (mi) interessa la si può sostanzialmente dividere in due fasi: quella del 1971-1973 e quella del 1974-76. Due formazioni diverse e due approcci differenti per una manciata di album straordinari. Nell’estate del 1971 John McLaughlin’ (significato del nome: Giovanni dello Scandinavo … McLaughlin è la trascrizione irlandese di son of Lochlann, il nome Lochlann – appartenuto a un re vichingo – significa letteralmente terra dei laghi/fiordi) forma il gruppo, una settimana di prove e via al primo concerto: gruppo spalla di John Lee Hooker (riuscite a immaginarlo?). Dopo un paio di settimane di warm up live il gruppo entra in studio per la prima volta per quelli che saranno 5 anni di musica per cuori forti, per intelletti curiosi e disposti a tutto, per comprendere che in questo caso l’evoluzione umana ha funzionato, avendo trasformato 5 mammiferi discendenti dalle scimmie in creature capaci di definire il suono universale.

John McLaughlin Mahavishnu Orchestra

 

THE INNER MOUNTING FLAME – 1971 – TTTT

1. Meeting Of The Spirits (6:52)
2. Dawn (5:10)
3. Noonward Race (6:28)
4. A Lotus On Irish Streams (5:39)
5. Vital Transformation (6:16)
6. The Dance Of Maya (7:17)
7. You Know, You Know (5:07)
8. Awakening (3:32)

  • John McLaughlin – guitar
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, organ
  • Jerry Goodman – violin

Registrato in agosto, l’album viene pubblicato nel novembre del 1971 dalla Columbia, raggiunge in USA  l’11esimo posto nella classifica dei Jazz Album e l’89esimo posto nella classifica generale, risultato quest’ultimo sorprendente per un gruppo del genere. Meeting Of The Spirits mette sul banco sin da subito il carattere del gruppo: magnifica musica strumentale sostenuta dalle capacità tecniche dei singoli musicisti; ad intensi momenti elettrici si contrappongono spazi più lenti e riflessivi. Il piano di Hammer (musicista cecoslovacco nato a Praga nel 1948) e il violino di Goodman si interfacciano con la maestosa chitarra del leader e la superba sezione ritmica. Dawn è uno di quei brani che sospinge verso le profondità cosmiche che tanto tiro in ballo. Il piano di Jan, il basso di Laird, il tempo tenuto in maniera ineccepibile da Cobham e la chitarra stratosferica di McLaughlin … una meraviglia. Il tempo poi si fa più sostenuto con l’ingresso del violino di Goodman. L’alba di un progetto musicale di lignaggio sopraffino.

Noonward Race parte con la chitarra a mille accompagnata dalla batteria. Nella corsa si rincorrono poi gli altri strumenti col violino su tutti. A Lotus On Irish Streams cambia radicalmente l’atmosfera, acquarello acustico adattissimo a descrivere il fior di loto che scorre su ruscelli irlandesi. Vital Transformation ti fa capire che razza di musicisti ci fossero nella Mahavishnu. Jeff Beck su tutti deve moltissimo a questo gruppo e a McLaughlin che qui si lancia in una delle tempeste elettriche che lasciano letteralmente senza fiato. La chitarra solista affronta qualsiasi impervio sentiero le si para davanti, io vi trovo un nesso con le lunghe improvvisazioni di Page con i LZ di Dazed And Confused. L’approccio rock di McLaughlin è sensazionale. The Dance Of Maya gioca su tempi difficili da tenere, brano piuttosto ostico che ad un certo punto la butta sul blues. Cobham secondo me esagera con l’uso del China Cymbal, ma sarà forse perché personalmente lo trovo un accessorio ritmico fastidioso. You Know, You Know l’ho vista fare due anni fa da Jeff Beck e le emozioni mi hanno riempito il cuore. Chissà cosa deve essere stato sentirla e vederla suonare dalla MO ai tempi di cui parliamo. Il mirabile pianino di Hammer, chitarra e violino in sottofondo e la sezione ritmica che fa esattamente quello che deve fare in un pezzo del genere. Il tocco di Cobham è divino.

Di nuovo in balia di tornado elettrici con Awakening. Alla faccia del risveglio! Di nuovo un approccio rock cazzutissimo da parte di McLaughlin. La Mahavishnu nella sua versione più schizoide.

Gran album di debutto.

 

BIRDS OF FIRE – 1973 – TTT½

1. Birds of Fire (5:41)
2. Miles Beyond (Miles Davis) (4:39)
3. Celestial Terrestrial Commuters (2:53)
4. Sapphire Bullets of Pure Love (0:22)
5. Thousand Island Park (3:19)
6. Hope (1:55)
7. One Word (9:54)
8. Sanctuary (5:01)
9. Open Country Joy (3:52)
10. Resolution (2:08)

  • John McLaughlin – guitars
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, Moog synthesizer, Fender Rhodes
  • Jerry Goodman – violin

Birds of fire è confezionato in studio nell’estate del 1972 e pubblicato nel gennaio del 1973. Raggiunge incredibilmente la 15esima posizione In USA e la 20esima in UK delle classifiche generali. Sarà l’ultimo album da studio della prima formazione, (il terzo album sarà infatti pubblicato solo nel 1999). Solo in quegli anni poteva accadere una cosa del genere. Trovo quest’album forse meno riuscito del precedente e in generale di tutti quelli usciti nel periodo d’oro; anche qui McLaughlin unico compositore. Il pezzo Birds of Fire è costruito su riff e passaggi che violino e chitarra suonano all’unisono. Miles Beyond parte con un gran bel lavoro al di Jan Hammer al piano (che a tratti ricorda Hendrix), su cui poi si intersecano cupi passaggi più duri. Molto bello l’intermezzo tra piano e basso.

Celestial Terrestrial Commuters è tipico jazz rock di quegli anni, Sapphire Bullets of Pure Love è un inutile sketch di 30 secondi mentre Thousand Island Park è un bel quadretto dipinto col piano, il basso e una splendida chitarra acustica. Hope è una maestosa digressione su tempi dispari a cui seguono i nove febbrili minuti di One Word pieni di spunti e idee. Riuscito lo spazio lasciato a Rick Laird e al suo basso. Sanctuary è un velo di crepe nere da indossare , una tetra melodia di volta in volta tratteggiata da violino, tastiere e chitarra.

Sentimenti più solari ritornano con Open Country Joy a cui anche la nostra PFM deve qualcosa.

Resolution è edificato su un crescendo ostinato e continuo e chiude l’album in maniera piuttosto interlocutoria. Album che come detto – a dispetto del grande successo – personalmente trovo quasi incompiuto.

 

THE LOST TRIDENT SESSIONS 1973 (pubblicato nel 1999) – TTTTT

1. Dream (11:06)
2. Trilogy (9:30)
3. Sister Andrea (6:43)
4. I Wonder (3:07)
5. Stepping Stone (3:09)
6. John’s Song (5:54)

Disco che si trova anche all’interno di The Complete Columbia Albums Collection

  • John McLaughlin – guitar, production
  • Jan Hammer – electric piano, synthesizer, production
  • Billy Cobham – drums, production
  • Jerry Goodman – electric violin, viola, violow (custom viola with cello strings), production
  • Rick Laird – bass, production

Negli ultimi giorno del giugno 1973 il gruppo si trova in studio per registrare il terzo album da studio. Le sedute di registrazione sono tenute ai Trident Studios di Londra, da un punto musicale tutto è eccellente ma dal punto di vista personale sono giorni pesanti, i membri del gruppo non si parlano più, ci sono tensioni nei rapporti, Hammer e Goodmansi rendono pubbliche le loro frustrazioni dovute al modo in cui John McLaughlin esprime la leadership. Il gruppo si dissolve.

Trident Studios – foto d’epoca

In una intervista del 1977 McLaughlin dichiarò: “c’è un album da studio che non è mai stato pubblicato e che è molto buono ma al tempo la band correva un po’ troppo ed era incapace di vedere le cose in modo chiaro. Tutti erano nervosi, non so il perché. Quando mi dissero come si sentivano, rispettai la cosa e non chiesi loro di spiegarmi il perché, così facemmo uscire l’album live, che è buono ma non allo stesso livello. Un giorno spero che il disco da studio verrà pubblicato. E’ un gran buon album.”

Nel 1998 un produttore della Columbia – mentre cercava materiale per i remaster dei due album precedenti – si imbatté in alcuni nastri che si rivelarono essere il mix stereo dell’album inedito del 1973. Il disco fu pubblicato nel settembre del 1999.

Questo è il mio disco preferito della Mahavishnu. Ascoltare le versioni in studio dei pezzi che conoscevo solo in formato live fu un gran momento per me.

Dream (John McLaughlin) apre l’album con atmosfere – manco a dirlo – sognanti: chitarra acustica, piano, basso, lievi pennellate ritmiche, violino  … il pezzo poi si allinea alle forme classiche del Jazz-Rock con una prova d’insieme dei musicisti notevolissima.

Trilogy (John McLaughlin) è uno degli episodi che preferisco della Mahavishnu, è diviso in tre parti: The Sunlit Path, La Mere de la Mer, Tomorrow’s Story Not the Same ; il disegno iniziale della chitarra mi spinge ogni volta verso le autostrade cosmiche. Lo trovo di una bellezza definitiva. L’arpeggio iniziale poi viene rivoltato come un calzino. Intorno al minuto 5, il ritmo cambia radicalmente, il gruppo prova una feroce incursione in territori sconosciuti prima di ritornare a valle portato da correnti più quiete.

In Sister Andrea (Jan Hammer) la chitarra sperimenta mentre il gruppo jazzrockeggia da par suo. Nella parte finale ampio spazio per Hammer. Approccio sempre molto rock. Avvenente l’inizio di I Wonder (Jerry Goodman), un bell’arpeggio in minore su cui McLaughlin fa cose sublimi. L’aver aperto il songwriting anche agli altri rende il tutto più salutare. Sul finale anche Hammer ci dà dentro alla grande.

Stepping Tones (Rick Laird) è un pezzo da bassisti, tempi dispari per paesaggi musicali disegnati con gusto surreale. John’s Song #2 (John McLaughlin) conclude il disco con soluzioni sperimentali. Brano quasi senza fondamenta, il talento dei musicisti veleggia verso luoghi privi di strade e nomi, in un intreccio di esaltazioni musicali.

Album dunque di grande spessore, per quanto mi riguarda indispensabile per le notti in cui si decide di ascoltare il mormorio delle stelle.

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 – TTTT

1. Trilogy Medley (12:01)
… The Sunlit Path
… La Mere De La Mer
… Tomorrow’s Story Not The Same
2. Sister Andrea (8:22)
3. Dream (21:24)

  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

 

Un disco dal vivo di Jazz Rock che contiene materiale inedito e che arriva al 41esimo posto della Top200 di Billboard. Davvero, solo nel 1973 poteva accadere una cosa del genere. Registrato il 18/08/1973 allo Schaefer Music Festival tenuto al Central Park di New York il disco – come detto – contiene tre dei pezzi registrati in studio due mesi prima e non pubblicato.

Consiglio l’edizione tratta dal mini cofanetto The Complete Columbia Albums Collection, il disco infatti beneficia di un nuovo mix (più chiaro dell’originale) ed inoltre ci sono pezzetti di musica in più rispetto alla versione precedente. I pezzi qui presenti sono resi in maniera più estesa: Trilogy passa dai 9 ai 12 minuti, Sister Andrea dai 6 ai 9 e Dream addirittura da 11 a 21.

Bisognerebbe mettersi di buona voglia, con la predisposizione d’animo giusta e in cuffia per godere del trasporto e dell’esaltazione mistica dei musicisti in quel contesto live. Performance da descrivere solo con iperbole.

Unreleased Tracks from

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 (pubblicato nel 2011) – TTTT

The Complete Columbia Albums Collection

  1. Hope (1:47)
  2. Awakening (14:08)
  3. You Know, You Know (7:12)
  4. One Word (18:30)
  5. Stepping Tones (2:01)
  6. Vital Transformation (6:16)
  7. The Dance of Maya (14:04)
  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

Nel cofanetto The Complete Columbia Albums Collection vi è praticamente tutto quanto relativo alla prima formazione, i primi due album studio, il disco dal vivo e due bonus disc. Uno contiene appunto l’album da studio del 1973 pubblicato per la prima volta nel 1999 e il seguito del live di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di materiale aggiuntivo è tratto sempre dalle due sere del 17 e 18 agosto 1973 al Central Park di New York. Le prove dei musicisti sono dunque dell’altissimo livello appena descritto. Hope funge da introduzione mentre Awakening  saltella tra spunti di furia elettrica e spazi lasciati ai musicisti. Quello di Jan Hammer ha in sottofondo lo stesso effetto usato dagli ELP per Karn Evil 9. L’assolo in solitaria di McLaughlin scuce e ricuce l’animo in un gran sobbalzare d’emozioni. You Know, You Know a mio avviso è troppo veloce e isterica, un pezzo del genere non beneficia di una manipolazione del genere. Sono 18 i minuti per One Word; ampi spazi psichedelici per il basso Rick Laird e groove funk per una prova di gruppo nuovamente stellare. One Word contiene anche un grande assolo di batteria di Billy Cobham. Stepping Tones dura appena due minuti prima che venga fagocitata da Vital Transformation. Chitarra, violino e tastiere battibeccano velocissimamente mentre basso e batteria tengono una base infernale. Il siparietto blues contenuto all’interno di The Dance Of Maya, è piuttosto divertente. I confini del genere cambiano continuamente. E’ un blues stralunato e pieno di tecnicismi eppure vitale, bollente e carnale. Mclaughlin alla chitarra è un vero portento. Che spettacolo!

APOCALYPSE – 1974 – TTTT

1. Power Of Love (4:13)
2. Vision Is A Naked Sword (14:18)
3. Smile Of The Beyond (8:00)
4. Wings Of Karma (6:06)
5. Hymn To Him (19:19)
  • John McLaughlin – guitars, vocal composer
  • Gayle Moran – keyboards, vocals
  • Jean-Luc Ponty – electric violin, electric baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals
  • Narada Michael Walden – drums, percussion, vocals

with

  • Michael Tilson Thomas – conductor, piano
  • Michael Gibbs – orchestration
  • Marsha Westbrook – viola
  • George Martin – producer
  • Carol Shive – violin, vocals
  • Philip Hirschi – cello, vocals
  • Geoff Emerick – engineer

Nel 1974 la Mahavishnu Orchestra cambia faccia, solo McLaughling rimane, entrano nella scuderia quattro nuovi ottimi musicisti con i quali viene registrato in marzo il nuovo album, poi pubblicato in aprile. Il gruppo è aiutato dalla London Symphony Orchestra, connubio curioso ma che comunque porta il disco alla posizione 43 della classifica USA. Altro risultato memorabile (per un album di Jazz Rock). Il songwriting è di nuovo appannaggio del solo McLaughlin.
La nuova Mahavishnu sembra da subito più riflessiva, in Power Of Love gli archi della London Symphony Orchestra cullano la chitarra acustica, in Vision Is A Naked Sword la LSO si fa tenebrosa e interagisce in maniera a tratti scomoda con il gruppo, certo è che quando la band parte è un gran godimento starla ad ascoltare. A metà pezzo sorge un gioco di chitarra riuscito su cui le sirene del violino lanciano il proprio grido. A sorpresa in Smile Of The Beyond debutta il cantato su un disco della MO, la tastierista Gaule Moran gorgheggia infatti sui paesaggi musicali creati dalla LSO. A metà brano La Mahavishnu sostituisce la LSO; il basso di Armstrong resta sempre in bella evidenza.

Di nuovo la LSO nell’inizio di Wings Of Karma, il gruppo entra dopo due minuti ed il Jazz Rock torna prepotente. La chitarra di John McLaughlin, il violino di Jean-Luc Ponty! La batteria di Narada Michael Walden è a tratti irritante, China cymbal e crash a go go, quando forse sarebbero stato meglio evitare. Hymn To Him dura più di 19 minuti, inizio delizioso, sviluppo sognante, chitarra e atmosfera che talvolta richiamano il Santana dell’epoca (intorno al minuto 4:30). Poi lo spirito di McLaughlin prende il sopravvento e l’improvvisazione diventa molto Mahavishnu. Dopo 8 minuti circa il mood del pezzo cambia di nuovo, groove medio da Jazz Rock, con il piano e il basso in evidenza. Lungo assolo di Ponty

VISIONS OF THE EMERALD BEYOND – 1975 – TTTTT

1. Eternity’s Breath Part 1 (3:10)
2. Eternity’s Breath Part 2 (4:48)
3. Lila’s Dance (5:34)
4. Can’t Stand Your Funk (2:09)
5. Pastoral (3:41)
6. Faith (2:00)
7. Cosmic Strut (3:28)
8. If I Could See (1:18)
9. Be Happy (3:31)
10. Earth Ship (3:42)
11. Pegasus (1:48)
12. Opus 1 (0:15)
13. On The Way Home To Earth (4:34)

  • John McLaughlin – guitars, vocals
  • Jean-Luc Ponty – violin, vocals, electric violin, baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals, contrabass
  • Narada Michael Walden – percussion, drums, vocals, clavinet
  • Gayle Moran – keyboards, vocals

with

  • Carol Shive – 2nd violin, vocals
  • Russell Tubbs – alto and soprano sax
  • Philip Hirschi – cello
  • Bob Knapp – flute, trumpet, flugelhorn, vocals, wind
  • Steve Kindler – 1st violin

VOTEB è registato in dieci giorni agli Electric Lady Studios di New York nel dicembre  del 1974, e pubblicato due mesi più tardi. 68esimo post nella classifica generale degli USA. Bella copertina. Le composizioni sono tutte di McLaughlin tranne una.

Eternity’s Breath Part 1 contiene il riff con cui si identifica questo disco. E’ uno dei più bei riff della musica Rock.

Eternity’s Breath Part 2 io lo intendo come lo sviluppo della canzone. Cantato su ritmica rock e grandissimo assolo di McLaughlin. Il famoso riff ritorna verso la fine.

Con un inizio così fulminante diviso in due brillantissime parti l’album non può che diventare uno dei miei due preferiti. Lila’s Dance è un capolavoro, giro di chitarra su tempi dispari che va a trasformarsi in un blues interplanetario. McLaughlin stratosferico. Che brano, che pezzo, che musica!

Can’t Stand Your Funk è un episodio di quel funk imputanito che tanto mi piace.

Pastoral ha il cinguettio degli uccellini in sottofondo mentre gli strumenti dei musicisti dipingono uno dei quadretti acustici che amo tanto: violino, chitarra acustica, contrabbasso. Musica di livello elevato.

Faith dura solo due minuti ma è un altro gran momento. Arpeggio spaziale di chitarra poi sei corde in libertà per un viaggio interstellare nel Jazz Rock. Cosmic Strut (Walden) potrebbe benissimo essere la colonna sonora di un telefilm americano degli anni settanta (tipo Starsky e Hutch): funk jazzato con un pizzico di Stevie Wonder. In If I Could See Gayle Moran torna a cantare, brano di poco più di un minuto che funge da introduzione a Be Happy, brano assai movimentato. In Earth Ship la quiete sembra tornare, il canto di Gayle e il flauto galleggiano su basi musicali suggestive. Pegasus e Opus 1 sono brevi intermezzi dedicati al suono di sottofondo dell’universo prima della chiusura del disco affidata a On The Way Home To Earth. Quest’ultimo si affida a linguaggi extraterrestri intarsiati su una texture musicale squisitamente Rock (in senso lato naturalmente). Un finale da brivido.

Disco capolavoro dunque … mettiamola così, se c’è un album della Mahavishnu da avere questo è quello giusto. Con questo capitolo si chiude la grande era della Mahavishnu Orchestra, ciò che seguirà saranno episodi più che dignitosi ma lontani dai picchi dei primi 5 anni.

INNER WORLDS – 1976 – TTT½

1. All in the Family (6:01)
2. Miles Out (6:44)
3. In My Life (3:22)
4. Gita (4:28)
5. Morning Calls (1:23)
6. The Way of the Pilgrim (5:15)
7. River of My Heart (3:41)
8. Planetary Citizen (2:14)
9. Lotus Feet (4:24)
10. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (6:33)

Più che un disco della Mahavishnu sembra un album solista di McLaughlin, il cui nome è aggiunto in copertina e come se non bastasse è il solo ad essere ritratto nell’artwork del disco. Senza Ponty e Moran, le registrazioni vengono realizzate con l’aiuto d tastierista Stu Goldberg. L’album arriva al 118 posto della TOP 200 americana, la fase calante del gruppo è ormai cominciata

All In The Family (McLaughlin) si apre con una bella ritmica, su cui si interfacciano tastiere e chitarra sintetizzatore. Bel pezzo che mi ricorda – nell’uso dell’organo – gli ELP.

Miles Out (McLaughlin) è un bell’esercizietto funk(y) stralunato e sperimentale su cui si innesta il potente Jazz Rock di marca McLaughlin. In My Life (McLaughlin/Walden) è un brano cantato (da Narada Michael Walden) che sa di mediterraneo dal testo inzuppato della retorica religiosa in cui il gruppo – McLaughlin in primis – era intrappolato.

In Gita (McLaughlin) di nuovo chitarra sintetizzatore e spruzzi di quel pop jazz a cui non sono legato. Morning Calls (McLaughlin/Walden) è una melodia che sa di Irlanda e di Scozia creata con la chitarra sintetizzatore, The Way of the Pilgrim (Walden) è un pezzo arioso e niente male, Jazz Rock accessibile.

River of My Heart (Kanchan Cynthia Anderson, Narada Michael Walden) è una canzoncina pop jazz per piano, basso e voce cantata da Walden, Planetary Citizen (Ralphe Armstrong) episodio ritmato cantato da Armstrong, molto black e non particolarmente interessante. Qui McLaughlin sembra aver perso la strada. Lotus Feet (Mclaughlin) trip a base di moog, chitarra synth e percussioni. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (McLaughlin) delirio di sintetizzatori, sequencer e diavolerie elettroniche che al tempo dovevano essere sembrate molto cool.

Album dunque non riuscitissimo, un po’ confuso e frammentato. Ben più che sufficiente ma nulla più.

MAHAVISHNU – 1984 /ADVENTURE IN RADIOLAND 1987 / THE BEST OF MAHAVISHNU ORCHESTRA 1980 / THE COMPLETE COLUMBIA

ALBUMS COLLECTION 2011

Negli anni ottanta Mclaughlin rispolvera il nome Mahavishnu Orchestra e fa uscire due album fortemente influenzati dai suoni sintetici di quel decenni, in più il chitarrista si mette ad usare il Synclavier synthesiser system, una sorta di music workstation basata sul sintetizzatore digitale e relativo campionatore. Nell’album del 1984 c’è di nuovo Cobham alla batteria ma poco altro che possa ricordare la vecchia Mahavishnu. I due dischi offrono qualche spunto dignitoso al passo coi tempi (gli anni ottanta), ma per chi scrive sono due capitoli secondari, se non addirittura superflui. Da segnalare l’uscita nel 1980 di un Best Of, francamente poco indicativo (la Mahavishnu non è un gruppo da best of). Altro discorso invece per The Complete Columbia Album Collection, bel mini cofanetto di cui abbiamo parlato più volte nel corso dell’articolo.

Mahavishnu Orchestra 1987 album

 

Per quei due o tre che hanno avuto il coraggio di arrivare sino alla fine, concludo ribadendo l’importanza di avere in casa almeno un paio degli album del gruppo, da ascoltare nei momenti in cui l’inquietudine musicale sì fa più forte e non si sa più a che santi (i nostri intendo, quelli che hanno nomi come Sonny Boy, Robert Leroy, Lowell Thomas o James Patrick) votarsi, quando si ha voglia di abbandonare i sentieri di solito battuti e svoltare su strade che gli altri non prendono mai.
©Tim Tirelli 2020