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Mahavishnu Orchestra according to Tim Tirelli

27 Mar

ll Jazz-Rock mi arriva immediatamente dopo aver scoperto il Rock, nella seconda metà degli anni settanta. Gli amici un po’ più grandi e più esperti guardavano già oltre: d’accordo i Led Zeppelin, i Genesis, gli Emerson Lake & Palmer e il resto, ma c’erano altri musicisti brillantissimi e tecnicamente dotati da seguire, musicisti dediti ad una musica strumentale più articolata; sì perché che il Rock fosse già bello di per sé lo avevamo capito, ma se i membri dei gruppi che amavamo sapevano anche suonare molto bene, si godeva ancor di più grazie alle loro magie virtuosistiche (sempre che non sfociassero nel tecnicismo fine a se steso). E’ così che i più maturi di noi cominciarono a viaggiare in quegli spazi e comprare gli album dei grandi gruppi di jazz-rock o dei loro membri. Return To Forever, Weather Report, Al Di Meola, Brand X e via dicendo. Io ero troppo preso dall’incantesimo del Rock in senso stretto per godere appieno di quei nuovi orizzonti, ma lo stare a contatto con quel sound e quelle sperimentazioni musicali mi avrebbe comunque segnato. Il mio primo acquisto di quel genere fu Love Devotion Surrender (1973) di Carlos Santana e John McLaughlin registrato insieme alle loro rispettive band: Santana e Mahavishnu Orchestra. I primi ascolti furono difficili, le svisate avevano l’approccio rock ma la musica possedeva l’ampio respiro della sperimentazione musicale del jazz. Ero già un fan di Carlos (il primo chitarrista che ho amato) ma non ero ancora arrivato all’album Caravanserai (1972) e al suo periodo jazz-rock, faticai dunque ad immergermi in quel magma ribollente di musica straordinaria, magma che ad ogni modo finì per diventare disco d’oro in America (14esima posizione della classifica), incredibile se ci pensa oggi. L’altro disco del genere che comprai fu quello che allora era l’ultimo della Mahavishnu Orchestra, Inner Worlds del 1976. Sebbene quei due album solo saltuariamente apparirono sul mio giradischi, gli amici continuarono ad ascoltare quella musica fino a che essa finì nel mio DNA.

Il gruppo che forse incarnò meglio quell’epoca straordinaria fu la Mahavishnu Orchestra appunto. Tutto ebbe più o meno inizio con le registrazioni dell’album Bitches Brew (1970) di Miles Davis, disco rivelazione di jazz con pulsioni rock (sempre che sia il caso di usare questo termine in quel contesto), i musicisti coinvolti in quel progetto nel breve volgere di un paio d’anni iniziarono a formare gruppi che diventarono leggendari in quel campo. Uno di questi come detto fu la Mahavishnu Orchestra, gruppo che ora posso considerare una magnifica ossessione per me , gruppo che considero uno dei picchi più alti di quella attività umana che chiamiamo musica.

La Mahavishnu che più (mi) interessa la si può sostanzialmente dividere in due fasi: quella del 1971-1973 e quella del 1974-76. Due formazioni diverse e due approcci differenti per una manciata di album straordinari. Nell’estate del 1971 John McLaughlin’ (significato del nome: Giovanni dello Scandinavo … McLaughlin è la trascrizione irlandese di son of Lochlann, il nome Lochlann – appartenuto a un re vichingo – significa letteralmente terra dei laghi/fiordi) forma il gruppo, una settimana di prove e via al primo concerto: gruppo spalla di John Lee Hooker (riuscite a immaginarlo?). Dopo un paio di settimane di warm up live il gruppo entra in studio per la prima volta per quelli che saranno 5 anni di musica per cuori forti, per intelletti curiosi e disposti a tutto, per comprendere che in questo caso l’evoluzione umana ha funzionato, avendo trasformato 5 mammiferi discendenti dalle scimmie in creature capaci di definire il suono universale.

John McLaughlin Mahavishnu Orchestra

 

THE INNER MOUNTING FLAME – 1971 – TTTT

1. Meeting Of The Spirits (6:52)
2. Dawn (5:10)
3. Noonward Race (6:28)
4. A Lotus On Irish Streams (5:39)
5. Vital Transformation (6:16)
6. The Dance Of Maya (7:17)
7. You Know, You Know (5:07)
8. Awakening (3:32)

  • John McLaughlin – guitar
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, organ
  • Jerry Goodman – violin

Registrato in agosto, l’album viene pubblicato nel novembre del 1971 dalla Columbia, raggiunge in USA  l’11esimo posto nella classifica dei Jazz Album e l’89esimo posto nella classifica generale, risultato quest’ultimo sorprendente per un gruppo del genere. Meeting Of The Spirits mette sul banco sin da subito il carattere del gruppo: magnifica musica strumentale sostenuta dalle capacità tecniche dei singoli musicisti; ad intensi momenti elettrici si contrappongono spazi più lenti e riflessivi. Il piano di Hammer (musicista cecoslovacco nato a Praga nel 1948) e il violino di Goodman si interfacciano con la maestosa chitarra del leader e la superba sezione ritmica. Dawn è uno di quei brani che sospinge verso le profondità cosmiche che tanto tiro in ballo. Il piano di Jan, il basso di Laird, il tempo tenuto in maniera ineccepibile da Cobham e la chitarra stratosferica di McLaughlin … una meraviglia. Il tempo poi si fa più sostenuto con l’ingresso del violino di Goodman. L’alba di un progetto musicale di lignaggio sopraffino.

Noonward Race parte con la chitarra a mille accompagnata dalla batteria. Nella corsa si rincorrono poi gli altri strumenti col violino su tutti. A Lotus On Irish Streams cambia radicalmente l’atmosfera, acquarello acustico adattissimo a descrivere il fior di loto che scorre su ruscelli irlandesi. Vital Transformation ti fa capire che razza di musicisti ci fossero nella Mahavishnu. Jeff Beck su tutti deve moltissimo a questo gruppo e a McLaughlin che qui si lancia in una delle tempeste elettriche che lasciano letteralmente senza fiato. La chitarra solista affronta qualsiasi impervio sentiero le si para davanti, io vi trovo un nesso con le lunghe improvvisazioni di Page con i LZ di Dazed And Confused. L’approccio rock di McLaughlin è sensazionale. The Dance Of Maya gioca su tempi difficili da tenere, brano piuttosto ostico che ad un certo punto la butta sul blues. Cobham secondo me esagera con l’uso del China Cymbal, ma sarà forse perché personalmente lo trovo un accessorio ritmico fastidioso. You Know, You Know l’ho vista fare due anni fa da Jeff Beck e le emozioni mi hanno riempito il cuore. Chissà cosa deve essere stato sentirla e vederla suonare dalla MO ai tempi di cui parliamo. Il mirabile pianino di Hammer, chitarra e violino in sottofondo e la sezione ritmica che fa esattamente quello che deve fare in un pezzo del genere. Il tocco di Cobham è divino.

Di nuovo in balia di tornado elettrici con Awakening. Alla faccia del risveglio! Di nuovo un approccio rock cazzutissimo da parte di McLaughlin. La Mahavishnu nella sua versione più schizoide.

Gran album di debutto.

 

BIRDS OF FIRE – 1973 – TTT½

1. Birds of Fire (5:41)
2. Miles Beyond (Miles Davis) (4:39)
3. Celestial Terrestrial Commuters (2:53)
4. Sapphire Bullets of Pure Love (0:22)
5. Thousand Island Park (3:19)
6. Hope (1:55)
7. One Word (9:54)
8. Sanctuary (5:01)
9. Open Country Joy (3:52)
10. Resolution (2:08)

  • John McLaughlin – guitars
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, Moog synthesizer, Fender Rhodes
  • Jerry Goodman – violin

Birds of fire è confezionato in studio nell’estate del 1972 e pubblicato nel gennaio del 1973. Raggiunge incredibilmente la 15esima posizione In USA e la 20esima in UK delle classifiche generali. Sarà l’ultimo album da studio della prima formazione, (il terzo album sarà infatti pubblicato solo nel 1999). Solo in quegli anni poteva accadere una cosa del genere. Trovo quest’album forse meno riuscito del precedente e in generale di tutti quelli usciti nel periodo d’oro; anche qui McLaughlin unico compositore. Il pezzo Birds of Fire è costruito su riff e passaggi che violino e chitarra suonano all’unisono. Miles Beyond parte con un gran bel lavoro al di Jan Hammer al piano (che a tratti ricorda Hendrix), su cui poi si intersecano cupi passaggi più duri. Molto bello l’intermezzo tra piano e basso.

Celestial Terrestrial Commuters è tipico jazz rock di quegli anni, Sapphire Bullets of Pure Love è un inutile sketch di 30 secondi mentre Thousand Island Park è un bel quadretto dipinto col piano, il basso e una splendida chitarra acustica. Hope è una maestosa digressione su tempi dispari a cui seguono i nove febbrili minuti di One Word pieni di spunti e idee. Riuscito lo spazio lasciato a Rick Laird e al suo basso. Sanctuary è un velo di crepe nere da indossare , una tetra melodia di volta in volta tratteggiata da violino, tastiere e chitarra.

Sentimenti più solari ritornano con Open Country Joy a cui anche la nostra PFM deve qualcosa.

Resolution è edificato su un crescendo ostinato e continuo e chiude l’album in maniera piuttosto interlocutoria. Album che come detto – a dispetto del grande successo – personalmente trovo quasi incompiuto.

 

THE LOST TRIDENT SESSIONS 1973 (pubblicato nel 1999) – TTTTT

1. Dream (11:06)
2. Trilogy (9:30)
3. Sister Andrea (6:43)
4. I Wonder (3:07)
5. Stepping Stone (3:09)
6. John’s Song (5:54)

Disco che si trova anche all’interno di The Complete Columbia Albums Collection

  • John McLaughlin – guitar, production
  • Jan Hammer – electric piano, synthesizer, production
  • Billy Cobham – drums, production
  • Jerry Goodman – electric violin, viola, violow (custom viola with cello strings), production
  • Rick Laird – bass, production

Negli ultimi giorno del giugno 1973 il gruppo si trova in studio per registrare il terzo album da studio. Le sedute di registrazione sono tenute ai Trident Studios di Londra, da un punto musicale tutto è eccellente ma dal punto di vista personale sono giorni pesanti, i membri del gruppo non si parlano più, ci sono tensioni nei rapporti, Hammer e Goodmansi rendono pubbliche le loro frustrazioni dovute al modo in cui John McLaughlin esprime la leadership. Il gruppo si dissolve.

Trident Studios – foto d’epoca

In una intervista del 1977 McLaughlin dichiarò: “c’è un album da studio che non è mai stato pubblicato e che è molto buono ma al tempo la band correva un po’ troppo ed era incapace di vedere le cose in modo chiaro. Tutti erano nervosi, non so il perché. Quando mi dissero come si sentivano, rispettai la cosa e non chiesi loro di spiegarmi il perché, così facemmo uscire l’album live, che è buono ma non allo stesso livello. Un giorno spero che il disco da studio verrà pubblicato. E’ un gran buon album.”

Nel 1998 un produttore della Columbia – mentre cercava materiale per i remaster dei due album precedenti – si imbatté in alcuni nastri che si rivelarono essere il mix stereo dell’album inedito del 1973. Il disco fu pubblicato nel settembre del 1999.

Questo è il mio disco preferito della Mahavishnu. Ascoltare le versioni in studio dei pezzi che conoscevo solo in formato live fu un gran momento per me.

Dream (John McLaughlin) apre l’album con atmosfere – manco a dirlo – sognanti: chitarra acustica, piano, basso, lievi pennellate ritmiche, violino  … il pezzo poi si allinea alle forme classiche del Jazz-Rock con una prova d’insieme dei musicisti notevolissima.

Trilogy (John McLaughlin) è uno degli episodi che preferisco della Mahavishnu, è diviso in tre parti: The Sunlit Path, La Mere de la Mer, Tomorrow’s Story Not the Same ; il disegno iniziale della chitarra mi spinge ogni volta verso le autostrade cosmiche. Lo trovo di una bellezza definitiva. L’arpeggio iniziale poi viene rivoltato come un calzino. Intorno al minuto 5, il ritmo cambia radicalmente, il gruppo prova una feroce incursione in territori sconosciuti prima di ritornare a valle portato da correnti più quiete.

In Sister Andrea (Jan Hammer) la chitarra sperimenta mentre il gruppo jazzrockeggia da par suo. Nella parte finale ampio spazio per Hammer. Approccio sempre molto rock. Avvenente l’inizio di I Wonder (Jerry Goodman), un bell’arpeggio in minore su cui McLaughlin fa cose sublimi. L’aver aperto il songwriting anche agli altri rende il tutto più salutare. Sul finale anche Hammer ci dà dentro alla grande.

Stepping Tones (Rick Laird) è un pezzo da bassisti, tempi dispari per paesaggi musicali disegnati con gusto surreale. John’s Song #2 (John McLaughlin) conclude il disco con soluzioni sperimentali. Brano quasi senza fondamenta, il talento dei musicisti veleggia verso luoghi privi di strade e nomi, in un intreccio di esaltazioni musicali.

Album dunque di grande spessore, per quanto mi riguarda indispensabile per le notti in cui si decide di ascoltare il mormorio delle stelle.

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 – TTTT

1. Trilogy Medley (12:01)
… The Sunlit Path
… La Mere De La Mer
… Tomorrow’s Story Not The Same
2. Sister Andrea (8:22)
3. Dream (21:24)

  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

 

Un disco dal vivo di Jazz Rock che contiene materiale inedito e che arriva al 41esimo posto della Top200 di Billboard. Davvero, solo nel 1973 poteva accadere una cosa del genere. Registrato il 18/08/1973 allo Schaefer Music Festival tenuto al Central Park di New York il disco – come detto – contiene tre dei pezzi registrati in studio due mesi prima e non pubblicato.

Consiglio l’edizione tratta dal mini cofanetto The Complete Columbia Albums Collection, il disco infatti beneficia di un nuovo mix (più chiaro dell’originale) ed inoltre ci sono pezzetti di musica in più rispetto alla versione precedente. I pezzi qui presenti sono resi in maniera più estesa: Trilogy passa dai 9 ai 12 minuti, Sister Andrea dai 6 ai 9 e Dream addirittura da 11 a 21.

Bisognerebbe mettersi di buona voglia, con la predisposizione d’animo giusta e in cuffia per godere del trasporto e dell’esaltazione mistica dei musicisti in quel contesto live. Performance da descrivere solo con iperbole.

Unreleased Tracks from

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 (pubblicato nel 2011) – TTTT

The Complete Columbia Albums Collection

  1. Hope (1:47)
  2. Awakening (14:08)
  3. You Know, You Know (7:12)
  4. One Word (18:30)
  5. Stepping Tones (2:01)
  6. Vital Transformation (6:16)
  7. The Dance of Maya (14:04)
  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

Nel cofanetto The Complete Columbia Albums Collection vi è praticamente tutto quanto relativo alla prima formazione, i primi due album studio, il disco dal vivo e due bonus disc. Uno contiene appunto l’album da studio del 1973 pubblicato per la prima volta nel 1999 e il seguito del live di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di materiale aggiuntivo è tratto sempre dalle due sere del 17 e 18 agosto 1973 al Central Park di New York. Le prove dei musicisti sono dunque dell’altissimo livello appena descritto. Hope funge da introduzione mentre Awakening  saltella tra spunti di furia elettrica e spazi lasciati ai musicisti. Quello di Jan Hammer ha in sottofondo lo stesso effetto usato dagli ELP per Karn Evil 9. L’assolo in solitaria di McLaughlin scuce e ricuce l’animo in un gran sobbalzare d’emozioni. You Know, You Know a mio avviso è troppo veloce e isterica, un pezzo del genere non beneficia di una manipolazione del genere. Sono 18 i minuti per One Word; ampi spazi psichedelici per il basso Rick Laird e groove funk per una prova di gruppo nuovamente stellare. One Word contiene anche un grande assolo di batteria di Billy Cobham. Stepping Tones dura appena due minuti prima che venga fagocitata da Vital Transformation. Chitarra, violino e tastiere battibeccano velocissimamente mentre basso e batteria tengono una base infernale. Il siparietto blues contenuto all’interno di The Dance Of Maya, è piuttosto divertente. I confini del genere cambiano continuamente. E’ un blues stralunato e pieno di tecnicismi eppure vitale, bollente e carnale. Mclaughlin alla chitarra è un vero portento. Che spettacolo!

APOCALYPSE – 1974 – TTTT

1. Power Of Love (4:13)
2. Vision Is A Naked Sword (14:18)
3. Smile Of The Beyond (8:00)
4. Wings Of Karma (6:06)
5. Hymn To Him (19:19)
  • John McLaughlin – guitars, vocal composer
  • Gayle Moran – keyboards, vocals
  • Jean-Luc Ponty – electric violin, electric baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals
  • Narada Michael Walden – drums, percussion, vocals

with

  • Michael Tilson Thomas – conductor, piano
  • Michael Gibbs – orchestration
  • Marsha Westbrook – viola
  • George Martin – producer
  • Carol Shive – violin, vocals
  • Philip Hirschi – cello, vocals
  • Geoff Emerick – engineer

Nel 1974 la Mahavishnu Orchestra cambia faccia, solo McLaughling rimane, entrano nella scuderia quattro nuovi ottimi musicisti con i quali viene registrato in marzo il nuovo album, poi pubblicato in aprile. Il gruppo è aiutato dalla London Symphony Orchestra, connubio curioso ma che comunque porta il disco alla posizione 43 della classifica USA. Altro risultato memorabile (per un album di Jazz Rock). Il songwriting è di nuovo appannaggio del solo McLaughlin.
La nuova Mahavishnu sembra da subito più riflessiva, in Power Of Love gli archi della London Symphony Orchestra cullano la chitarra acustica, in Vision Is A Naked Sword la LSO si fa tenebrosa e interagisce in maniera a tratti scomoda con il gruppo, certo è che quando la band parte è un gran godimento starla ad ascoltare. A metà pezzo sorge un gioco di chitarra riuscito su cui le sirene del violino lanciano il proprio grido. A sorpresa in Smile Of The Beyond debutta il cantato su un disco della MO, la tastierista Gaule Moran gorgheggia infatti sui paesaggi musicali creati dalla LSO. A metà brano La Mahavishnu sostituisce la LSO; il basso di Armstrong resta sempre in bella evidenza.

Di nuovo la LSO nell’inizio di Wings Of Karma, il gruppo entra dopo due minuti ed il Jazz Rock torna prepotente. La chitarra di John McLaughlin, il violino di Jean-Luc Ponty! La batteria di Narada Michael Walden è a tratti irritante, China cymbal e crash a go go, quando forse sarebbero stato meglio evitare. Hymn To Him dura più di 19 minuti, inizio delizioso, sviluppo sognante, chitarra e atmosfera che talvolta richiamano il Santana dell’epoca (intorno al minuto 4:30). Poi lo spirito di McLaughlin prende il sopravvento e l’improvvisazione diventa molto Mahavishnu. Dopo 8 minuti circa il mood del pezzo cambia di nuovo, groove medio da Jazz Rock, con il piano e il basso in evidenza. Lungo assolo di Ponty

VISIONS OF THE EMERALD BEYOND – 1975 – TTTTT

1. Eternity’s Breath Part 1 (3:10)
2. Eternity’s Breath Part 2 (4:48)
3. Lila’s Dance (5:34)
4. Can’t Stand Your Funk (2:09)
5. Pastoral (3:41)
6. Faith (2:00)
7. Cosmic Strut (3:28)
8. If I Could See (1:18)
9. Be Happy (3:31)
10. Earth Ship (3:42)
11. Pegasus (1:48)
12. Opus 1 (0:15)
13. On The Way Home To Earth (4:34)

  • John McLaughlin – guitars, vocals
  • Jean-Luc Ponty – violin, vocals, electric violin, baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals, contrabass
  • Narada Michael Walden – percussion, drums, vocals, clavinet
  • Gayle Moran – keyboards, vocals

with

  • Carol Shive – 2nd violin, vocals
  • Russell Tubbs – alto and soprano sax
  • Philip Hirschi – cello
  • Bob Knapp – flute, trumpet, flugelhorn, vocals, wind
  • Steve Kindler – 1st violin

VOTEB è registato in dieci giorni agli Electric Lady Studios di New York nel dicembre  del 1974, e pubblicato due mesi più tardi. 68esimo post nella classifica generale degli USA. Bella copertina. Le composizioni sono tutte di McLaughlin tranne una.

Eternity’s Breath Part 1 contiene il riff con cui si identifica questo disco. E’ uno dei più bei riff della musica Rock.

Eternity’s Breath Part 2 io lo intendo come lo sviluppo della canzone. Cantato su ritmica rock e grandissimo assolo di McLaughlin. Il famoso riff ritorna verso la fine.

Con un inizio così fulminante diviso in due brillantissime parti l’album non può che diventare uno dei miei due preferiti. Lila’s Dance è un capolavoro, giro di chitarra su tempi dispari che va a trasformarsi in un blues interplanetario. McLaughlin stratosferico. Che brano, che pezzo, che musica!

Can’t Stand Your Funk è un episodio di quel funk imputanito che tanto mi piace.

Pastoral ha il cinguettio degli uccellini in sottofondo mentre gli strumenti dei musicisti dipingono uno dei quadretti acustici che amo tanto: violino, chitarra acustica, contrabbasso. Musica di livello elevato.

Faith dura solo due minuti ma è un altro gran momento. Arpeggio spaziale di chitarra poi sei corde in libertà per un viaggio interstellare nel Jazz Rock. Cosmic Strut (Walden) potrebbe benissimo essere la colonna sonora di un telefilm americano degli anni settanta (tipo Starsky e Hutch): funk jazzato con un pizzico di Stevie Wonder. In If I Could See Gayle Moran torna a cantare, brano di poco più di un minuto che funge da introduzione a Be Happy, brano assai movimentato. In Earth Ship la quiete sembra tornare, il canto di Gayle e il flauto galleggiano su basi musicali suggestive. Pegasus e Opus 1 sono brevi intermezzi dedicati al suono di sottofondo dell’universo prima della chiusura del disco affidata a On The Way Home To Earth. Quest’ultimo si affida a linguaggi extraterrestri intarsiati su una texture musicale squisitamente Rock (in senso lato naturalmente). Un finale da brivido.

Disco capolavoro dunque … mettiamola così, se c’è un album della Mahavishnu da avere questo è quello giusto. Con questo capitolo si chiude la grande era della Mahavishnu Orchestra, ciò che seguirà saranno episodi più che dignitosi ma lontani dai picchi dei primi 5 anni.

INNER WORLDS – 1976 – TTT½

1. All in the Family (6:01)
2. Miles Out (6:44)
3. In My Life (3:22)
4. Gita (4:28)
5. Morning Calls (1:23)
6. The Way of the Pilgrim (5:15)
7. River of My Heart (3:41)
8. Planetary Citizen (2:14)
9. Lotus Feet (4:24)
10. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (6:33)

Più che un disco della Mahavishnu sembra un album solista di McLaughlin, il cui nome è aggiunto in copertina e come se non bastasse è il solo ad essere ritratto nell’artwork del disco. Senza Ponty e Moran, le registrazioni vengono realizzate con l’aiuto d tastierista Stu Goldberg. L’album arriva al 118 posto della TOP 200 americana, la fase calante del gruppo è ormai cominciata

All In The Family (McLaughlin) si apre con una bella ritmica, su cui si interfacciano tastiere e chitarra sintetizzatore. Bel pezzo che mi ricorda – nell’uso dell’organo – gli ELP.

Miles Out (McLaughlin) è un bell’esercizietto funk(y) stralunato e sperimentale su cui si innesta il potente Jazz Rock di marca McLaughlin. In My Life (McLaughlin/Walden) è un brano cantato (da Narada Michael Walden) che sa di mediterraneo dal testo inzuppato della retorica religiosa in cui il gruppo – McLaughlin in primis – era intrappolato.

In Gita (McLaughlin) di nuovo chitarra sintetizzatore e spruzzi di quel pop jazz a cui non sono legato. Morning Calls (McLaughlin/Walden) è una melodia che sa di Irlanda e di Scozia creata con la chitarra sintetizzatore, The Way of the Pilgrim (Walden) è un pezzo arioso e niente male, Jazz Rock accessibile.

River of My Heart (Kanchan Cynthia Anderson, Narada Michael Walden) è una canzoncina pop jazz per piano, basso e voce cantata da Walden, Planetary Citizen (Ralphe Armstrong) episodio ritmato cantato da Armstrong, molto black e non particolarmente interessante. Qui McLaughlin sembra aver perso la strada. Lotus Feet (Mclaughlin) trip a base di moog, chitarra synth e percussioni. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (McLaughlin) delirio di sintetizzatori, sequencer e diavolerie elettroniche che al tempo dovevano essere sembrate molto cool.

Album dunque non riuscitissimo, un po’ confuso e frammentato. Ben più che sufficiente ma nulla più.

MAHAVISHNU – 1984 /ADVENTURE IN RADIOLAND 1987 / THE BEST OF MAHAVISHNU ORCHESTRA 1980 / THE COMPLETE COLUMBIA

ALBUMS COLLECTION 2011

Negli anni ottanta Mclaughlin rispolvera il nome Mahavishnu Orchestra e fa uscire due album fortemente influenzati dai suoni sintetici di quel decenni, in più il chitarrista si mette ad usare il Synclavier synthesiser system, una sorta di music workstation basata sul sintetizzatore digitale e relativo campionatore. Nell’album del 1984 c’è di nuovo Cobham alla batteria ma poco altro che possa ricordare la vecchia Mahavishnu. I due dischi offrono qualche spunto dignitoso al passo coi tempi (gli anni ottanta), ma per chi scrive sono due capitoli secondari, se non addirittura superflui. Da segnalare l’uscita nel 1980 di un Best Of, francamente poco indicativo (la Mahavishnu non è un gruppo da best of). Altro discorso invece per The Complete Columbia Album Collection, bel mini cofanetto di cui abbiamo parlato più volte nel corso dell’articolo.

Mahavishnu Orchestra 1987 album

 

Per quei due o tre che hanno avuto il coraggio di arrivare sino alla fine, concludo ribadendo l’importanza di avere in casa almeno un paio degli album del gruppo, da ascoltare nei momenti in cui l’inquietudine musicale sì fa più forte e non si sa più a che santi (i nostri intendo, quelli che hanno nomi come Sonny Boy, Robert Leroy, Lowell Thomas o James Patrick) votarsi, quando si ha voglia di abbandonare i sentieri di solito battuti e svoltare su strade che gli altri non prendono mai.
©Tim Tirelli 2020

ANGEL according to BEPPE RIVA

12 Mar

In occasione della pubblicazione dell’ultimo album dei suoi amati Angel, ci sentiamo onorati di ospitare sul blog una volta ancora il maestro in persona (Mr Beppe Riva insomma). Welcome back my friend to the blog that never ends.

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Intro

Per quanti hanno vissuto i tempi indimenticabili dell’hard rock americano degli anni ’70, l’inverno 2019 rimarrà nella memoria per il ritorno discografico degli Angel. Chi mi conosce sa che per me hanno rappresentato una splendida “ossessione”, per le ragioni che leggerete, documentate anche da
alcuni scritti “storici” qui riprodotti, con i quali tentai di trasferire ad altri la mia passione. Motivato da questo come-back, dopo anni di inattività avevo a mia volta pensato di farne il pretesto per tornare a scrivere, inaugurando così un progetto che avevo in mente, ma che finora è rimasto nelle intenzioni … Sono trascorsi alcuni mesi, “Risen” non è più una novità ed ho pensato di offrire a Tim questa “celebrazione”, che ha volentieri accettato di pubblicare. Non è stata proposta a nessun altro, non ce n’era alcun bisogno (!),spero che possa piacervi…Un caro saluto ai lettori di Tim Tirelli.

BR

♦♦♦

ANGEL has RISEN from the grave!

di BEPPE RIVA

Solo nelle scellerate fantasie di inconsolabili nostalgici dell’epoca aurea dell’hard rock (i Seventies, tanto per chiarire…) si poteva vagheggiare nel 2019 un nuovo album degli Angel.
Invece, vent’anni dopo l’episodica riunione dell’effimero “In The Beginning”, allestita senza troppi clamori da Frank Dimino con Barry Brandt e qualche mese oltre il 40° anniversario dell’uscita di “Sinful” (1979), autentica pietra miliare pop-metal, ecco risorgere il gruppo dei “Faraoni in seta bianca”, citando un mio scritto di ere geologiche fa, apparso sul Rockerilla nel 1983.

Perché emozionarsi tanto alla notizia di questa storica, quantunque incompleta rifondazione? Ebbene, il quintetto di Washington D.C. emigrato a Los Angeles, sfortunatamente una meteora del rock a stelle e strisce, esordì con un autentico tripudio di innovazione stilistica nel 1975, l’omonimo “Angel”, su Casablanca. Perorava la causa persa di un’eretica “contaminazione”, fra gli slanci trasformistici del progressive, per sua stessa definizione un genere libero dagli schemi,ed il rimbombante suono da “arena” del rock duro, naturalmente riconducibile a strutture più rigide. Gli Angel sono stati il prototipo definitivo del pomp-rock americano, meno debitori verso i modelli prog inglesi rispetto ai pur fondamentali Styx e Kansas, e più originali degli stessi Legs Diamond, efficacissima risposta d’oltreoceano ai Deep Purple. Brani imponenti per magnitudine sonica come “Tower” e “The Fortune”, immortalati nei
primi due albums, ne sono la chiave di lettura.

Nonostante uno spettacolare apparato scenico che si avvaleva di peculiari trucchi illusionistici ed il primato fra i gruppi rivelazione nel referendum della rivista Circus (1976), dove precedevano Boston ed Heart (entrambi destinati a ben superiore risonanza), gli Angel non decollarono mai verso un fragoroso successo. Nemmeno la svolta verso un suono più immediato e senza troppi ornamenti estetizzanti dei successivi “On Earth As It Is In Heaven”, “White Hot” e “Sinful” servì ad incrementarne le quotazioni commerciali, così il “Live Without A Net”, doppio dal vivo del 1980, divenne l’epitaffio degli originali musicisti “angelici” e dei loro Casablanca Years (titolo del cofanetto che racchiude la loro discografia 1975-80, edito da Caroline nel 2018 -nda). Ma il loro testamento artistico è assolutamente significativo, nonostante lo scioglimento avvenga proprio agli albori del decennio che segnerà il boom dell’hard melodico e del glam metal negli U.S.A. : una generazione di musicisti che nel suono come nell’attenzione verso la “posa”, non sarebbero mai stati tali senza l’azione pionieristica degli Angel.

* * * * *

Venendo ai tempi nostri, avvisaglie della rinascita giungono da Frank Dimino, che nel 2015 torna “in sella” come titolare di un album su
Frontiers dal titolo profetico, “Old Habits Die Hard”…Nel rampante brano d’apertura, “Never Again”, l’assolo di chitarra è opera dell’iconico chitarrista degli Angel, Edwin Lionel “Punky” Meadows.
L’anno successivo è la volta di Meadows nel realizzare “Fallen Angel”(Main Man Rec.) la prima opera solista di una carriera iniziata addirittura nel 1968 con l’esordio dei Cherry People, gruppo pop che doveva rappresentare una risposta americana all’epocale “british invasion”. Dimino restituisce il favore cantando nella versione bonus di “Lost And Lonely”, probabilmente il pezzo di matrice Angel più evidente dopo la loro scomparsa, d’inconfondibile identità melodica.Il sodalizio “Punky Meadows & Frank Dimino of Angel” torna ad esibirsi dal vivo e con questa sigla nel 2018 pubblica un EP (Deko/Main Man)che ripropone le citate “Never Again” e “Lost And Lonely”, oltre all’inedita “Tonight”. Il passo successivo è riappropriarsi del nome Angel con l’inconfondibile logo simmetrica, sebbene solo chitarrista e cantantesi ripresentino della formazione originale. A ben guardare, non èpoco, perché si tratta dei ruoli essenziali di ogni R&R band, inoltrefra i compositori del prezioso repertorio “angelico” manca solo Gregg Giuffria, ormai agiato uomo d’affari in Las Vegas… Un’assenza che indubbiamente pesa, perché a mio avviso si tratta del miglior tastierista di sempre dell’hard rock U.S.A., capace nei momenti topici di riecheggiare iperboli Emersoniane. Rilevante è anche la perdita di Barry Brandt, un drummer mai riconosciuto per il suo reale valore, emulo delle possenti figurazioni ritmiche di John Bonham. Defezionario infine il bassista Felix Robinson (eppure nella line-up di “Fallen Angel”), che aveva sostituito Mickey Jones (al tempo di “White Hot”), poi prematuramente deceduto.


ANGEL: “Risen” (Cleopatra, 2019)
Nel nuovo sestetto, Punky reca con sé un secondo chitarrista, Danny Farrow, ed il collaudato tastierista Calvin Calv (già con gli Shotgun Symphony negli anni ’90); entrambi avevano suonato in “Fallen Angel”, mentre la sezione ritmica è formata da Steve Ojane (basso) e Billy Orrico (percussioni).
Con Punky e Frank a dirigere le operazioni, non sorprende che il nuovo album, “Risen”, si riallacci allo stile più essenziale privilegiato dagli Angel a partire da “On Earth…”, quando lo stesso chitarrista si dichiarò stanco di “castelli e temi mitologici” che caratterizzavano gli esordi.
Sebbene una replica di “Angel Theme” (epilogo con diversi arrangiamenti dei primi due album), inauguri i solchi di “Risen”, le mosse successive, “Under The Gun”, “Shot Of Your Love” e “Slow Down” confermano la scelta di un hard a fuoco rapido, corroborato dagli assoli concisi ed eleganti di Punky e dalla voce di Frank che non ha perso il gusto di stentoree acrobazie, marchio di fabbrica di uno dei cantanti più ingiustamente sottovalutati di sempre. Le tastiere di Charlie Calv rivestono essenzialmente il ruolo di un corposo e raffinato background senza avvicinare i momenti egemonici di Giuffria, ma anche il successore del magistrale Gregg vive il suo momento di gloria, nel brano più nostalgico e forse più avvincente della collezione, quel “1975” che si ispira palesemente alle origini del gruppo. Avviene nella maestosa overture, un fulgido mix sinfonico fra “Can’t Keep From Cryin’” degli American Tears di Mark Mangold e la leggiadra“The Fortune”; come in quest’ultima, le tastiere sfumano nel raffinato arpeggio di Punky e tutto il brano sfoggia intensità passionale, eccedendo solo nell’inciso “sussurrato” da una voce femminile…

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I Nuovi Angeli hanno altre frecce al loro arco, a partire dall’impetuosa “We Were The Wild”, fra gli episodi spiccatamente heavy, con un riff roccioso che ricorda i loro epigoni Dokken, mentre “Desire” cattura l’approccio più vintage, con indizi rivelatori quali l’organo Hammond ed i trascinanti intrecci vocali tipici del pop-metal definitivo di “Sinful”. Da segnalare anche “Punky’s Couch Blues”, un energico incrocio fraarena rock e hard blues, matrice quest’ultima sempre presente nell’opera degli Angel, in brani affini agli Aerosmith dei settanta, basti ricordare “Big Boy” e “Under Suspicion”.

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A suggello di “Risen”, l’ultima corsa spetta ad un perenne cavallo di battaglia qual’é “Tower”, in una nuova versione che ha l’unico torto di esser fin troppo fedele all’originale, ma che conferma gli Angel 2019 ancora degni di confrontarsi con uno splendido passato, su tutti un 68enne Dimino in gran forma! Non solo nella copertina che ripropone il classico appeal dei musicisti in veste bianca, “Risen” è quanto di più vicino si poteva immaginare allo stile rappresentativo degli Angel, ed in quest’ottica è tutt’altro come-back rispetto a “In The Beginning” (dall’anima Zeppeliniana insolita per loro e abusata altrove…). E’ probabilmente appesantito da una durata eccessiva e da qualche episodio in tono minore, peccato originale da quando la durata del CD ha raddoppiato i tempi di un classico LP, ma si tratta di un lavoro concepito e realizzato con grande dignità e senso delle proprie radici, costellato
da lampi di autentica emozione per ogni consapevole fan degli Angel. Una band cruciale per lo sviluppo dell’heavy anni ’80. In Terra…come in Paradiso!

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10 INDIMENTICABILI VOLI ANGELICI CHE NE RIPERCORRONO LA STORIA

di BEPPE RIVA

TOWER (da “Angel”, Casablanca 1975)
All’epoca del debut-album, gli Angel non sfoggiavano il look in “puro bianco” antitetico agli oltraggiosi Kiss ed il nome stesso non si ispirava ad androgine allusioni glam, ma secondo fonti plausibili, all’omonima ballad di Jimi Hendrix!
Affidato alle cure del produttore Derek Lawrence (già con Deep Purple) e del chitarrista Big Jim Sullivan, l’omonimo “Angel” resta il capolavoro heavy-progressive (o se preferite pomp-rock) del quintetto, e l’avvento è celebrato da “TOWER”, uno dei più straordinari manifesti di grandeur rock mai dato alle stampe. Inizia fra effetti siderali di synth da fantascienza, che innestano il turbo del torrenziale drumming di Mr. Brandt, sottolineato da riffs secchi, taglienti…Poi si adagia in magici arpeggi accompagnati dai flussi del mellotron, mentre la voce di Dimino sale in cima alla “Torre” per urlarne tutto il clima
drammatico!

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LONG TIME (da “Angel”, Casablanca 1975)
Altra gemma assoluta dell’opera prima, “LONG TIME” è forse il più consistente omaggio degli Angel al progressive inglese per il dispiegarsi dei fraseggi di mellotron, clavicembalo e chitarra acustica (memori di Moody Blues, King Crimson, Spring!) prima di alzare il volume hard della chitarra di Meadows (un Brian May americano per potenza ed accuratezza espressive) e con Frank Dimino sempre capace di inaudite, inconfondibili evoluzioni vocali.

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THE FORTUNE (da “Helluva Band”, Casablanca 1976) Con il secondo album, “Helluva Band”, le strategie di marketing dell’impresario David Joseph (Toby Org.) vestono i musicisti dei celebri costumi bianchi, con i quali appaiono “incatenati” in copertina. Non cambia però la direzione musicale, che raggiunge l’apice in “THE FORTUNE”, il magnum opus per eccellenza degli Angel, certamente il più grande contributo alla loro causa di Gregg Giuffria, che con gli oltre tre minuti di intro solista diventa un “immortale” per ogni appassionato di stregonerie delle tastiere.
Il fuoriclasse di New Orleans dipinge un affresco musicale dai tratti sconfinati ma cupi e malinconici, con il synth che va e viene con cadenze ipnotiche. L’impianto strutturale è affine allo sfarzo mitologico di “Tower”, che ne resta il termine di paragone più credibile. Per loro stessa ammissione, gli Angel si spendono fin troppo nel realizzare questo masterpiece a discapito del resto dell’album, complessivamente inferiore al debutto.

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THAT MAGIC TOUCH (da “On Earth As It Is In Heaven”, Casablanca 1977) Le “fortune” commerciali non sono però quelle auspicate dal boss della Casablanca Neil Bogart, quindi con il terzo LP “O.E.A.I.I.I.H.” risalta la nuova scritta simmetrica che identifica il nome Angel, ma anche l’abbandono del repertorio di proporzioni epiche, a favore di canzoni più accessibili, dall’orientamento pop-metal. Non a caso il gruppo viene affiancato dal produttore Eddie Kramer, reduce da “R&R Over” dei Kiss. Rappresentativo a riguardo è il singolo “THAT MAGIC TOUCH”, che il gruppo risolve con classe innata, specie nel refraindal ritmo marziale sul quale le tastiere di Giuffria illustrano unapiacevolissima atmosfera baroque-glam.

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WHITE LIGHTNING (da “On Earth As It Is In Heaven”, Casablanca 1977) “On Earth” non è comunque album immediato come si vorrebbe, é denso di episodi dal suono decisamente heavy: esemplare il futuribile, siderurgico funky-metal di “WHITE LIGHTNING”, che merita il confronto con i maestri della specialità Aerosmith. Si tratta di un brano che Punky aveva scritto per i Bux (ex Daddy Warbucks), suo gruppo precedente con Mickey Jones. Il loro unico album “We Come To Play” (prodotto da Jack Douglas) doveva uscire nel 1973 ma la Capitol ne ha congelato la pubblicazione fino al 1976, suscitando le ire del chitarrista che nemmeno appare nella foto di copertina…

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AIN’T GONNA EAT OUT MY HEART ANYMORE (da “White Hot”, Casablanca 1978) Nell’ottica di un rock melodico scandito da maggior pulizia del suono, gli Angel ottengono senz’altro migliori risultati nel quarto “White Hot”, con la complicità del produttore Eddie Leonetti, collaboratore dello stesso Douglas e di altri heavy-rockers di classe, i Legs Diamond. “AIN’T GONNA EAT OUT MY HEART ANYMORE” è la cover di un hit del ’65 degli Young Rascals (che in Italia i Primitives ribattezzarono “Yeeeeeeh!”); gli Angel la trasformano nel loro momento più glam-rock in assoluto e suonano come alter ego raffinati degli Sweet. Vocalità irresistibile, chitarra squillante di Punky, ma il grande pubblico rimane indifferente…

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FLYING WITH BROKEN DREAMS (WITHOUT YOU) (da “White Hot”, Casablanca 1978) Ambizione non troppo segreta degli Angel nel vano assalto a posizioni alte in classifica è quella di emulare la suprema divinità pop della storia, The Beatles. Più che nella corale natalizia di “Winter Song”, Giuffria e i suoi ci riescono nella suggestiva, sentimentale “FLYING WITH BROKEN DREAMS”, dall’arrangiamento apertamente ispirato ai Fab Four. Il crescendo finale era davvero degno di miglior sorte e gettando un ponte fra passato e futuro, prelude squisitamente ai sogni AOR del decennio a seguire.

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DON’T TAKE YOUR LOVE (da “Sinful”, Casablanca 1979) Stanchi delle pressioni commerciali della label,gli Angel decidono di tornare ad apparenze che richiamano la dissolutezza del rock nell’esplicita copertina del nuovo album, programmaticamente intitolato “Bad Publicity”. Ma Neil Bogart respinge titolo e fotografia che simula l’intervento della polizia in una loro camera d’hotel con annessi alcolici e compagnia femminile. Immediatamente ritirato dal mercato, “Bad Publicity” diventa una rarità da collezione, mentre lo stesso contenuto musicale esce a nome “Sinful”, con immagine dei cinque più bianca che mai. Il brano d’apertura, ”DON’T TAKE YOUR LOVE” è fantastico e fa passare in secondo piano l’edulcorato testo romantico di Dimino. Sospinto dal trionfale synth di Giuffria e dalla force de frappe della batteria di Brandt, sfocia in un coro davvero paradisiaco, a testimonianza della qualità compositiva lasciata in eredità dagli Angel alla scena HR californiana.

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WAITED A LONG TIME (da “Sinful”, Casablanca 1979) “Sinful” è considerato da molti il loro miglior disco, certamente il più influente sulla generazione hair metal degli anni ’80. L’impatto di ogni brano è memorabile, da “L.A. Lady” a “Wild And Hot”, ma vi segnalo caldamente “WAITED A LONG TIME” non a caso apripista di facciata (la seconda). Da manuale il riff cromato di Punky, davvero in anticipo rispetto ai tempi (come le chitarre degli Starz di “Violation”) e quell’ariosa vena melodica dal mood nostalgico, tanto tipica nel cantare di Dimino.

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20TH CENTURY FOXES (da “Live Without A Net”, Casablanca 1980) La controversa carriera Casablanca si chiude con il doppio Live, che purtroppo omette la solenne Intro adattata dalla colonna sonora di “Ben Hur” (ascoltatela nei bootleg e nel promo radiofonico “Radio Concert”). Al di là di competenti versioni dei loro classici cult, LIVE WITHOUT A NET si appunta la stelletta di un sorprendente brano dagli impulsi disco, “20TH CENTURY FOXES”, memoria di un’apparizione degli Angel nel film “Foxes” (con Jodie Foster e l’ex cantante delle Runaways, Cherie Currie).Nel costante dualismo con i Kiss, questo exploit “ballabile” viene liquidato come una risposta alla celebre “I Was Made For Loving You”. In realtà “20th Century…” precede di vari mesi l’hit di “Dynasty”, ed è l’ennesimo sintomo di una storia non particolarmente fortunata. Ma anche in questo caso, è la conferma di un eclettismo speciale e di un’istintività melodica che renderanno gli Angel dei campioni assoluti striktly for konnoisseurs!

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Per chi volesse saperne di più:

Shock relics n.1 – Angel

ANGEL – Rockerilla n.36 lug-ago 1983

Bad Company “Desolation Angels (40th Anniversary Edition)” 2CD/2LP set (Swan Song/Rhino ) – TTTTT

8 Feb

ITALIAN/ENGLISH

Primavera del 1979, sono un adolescente, la musica rock è il centro di gravità permanente della mia vita, i Led Zeppelin la luce guida, Robert Johnson, Muddy Waters, Johnny Winter, ELP, i Free e tutto il resto le altre stelle che guidano il mio cammino. Sfoglio le pagine della rivista settimanale Ciao 2001, come sempre mi soffermo su quelle dedicate alle classifiche e noto che al numero 5 dei long playing più venduti negli USA c’è una new entry: Desolation Angels dei (o della) Bad Company. Incidono per la Swan Song, l’etichetta dei LZ, e sono in procinto di diventare anch’essi uno dei punti di riferimento della mia vita. Sebbene sia Straight Shooter il primo album che acquisto, Desolation Angels è quello che vivo in diretta. Ricordo con tenerezza il Tim di allora rimanere irretito dal visual del gruppo, sei artwork (nel 1979 erano però solo 5), sei copertine che mi hanno formato per quanto riguarda il design, il gusto per l’estetica, e la colorazione cromatica di certi orizzonti. I Bad Company sin dalla loro formazione sono influenzati dalla musica americana, meno Europei dei Free sviluppano a loro modo una connessione tra il rock inglese e quello americano con risultati – per il sottoscritto – strabilianti. Il visual di Desolation Angels (così come quello del successivo Rough Diamonds del 1982) vira in maniera decisa verso il mondo americano toccato nei tour del 1974,75,76 e 77.

La – bellissima – copertina del disco è a cura della Hipgnosis, la leggendaria agenzia di design & photography di Londra. Simon Kirke “Inizialmente pensavo che sarebbe diventata una copertina migliore di come poi è risultata. Ci trovammo in un garage a Londra e posammo intorno alla vecchia Cadillac di Paul, ma non pensavo che sarebbe stata trattata in quel modo minimalizzando tutto. La copertina apribile poi penso sia una dell più costose mai realizzate. I tipi della agenzia andarono a scattare qualche foto di un vecchio garage abbandonato nel deserto a est di Los Angeles e l’intera operazione ci costò un sacco di soldi. Oggi lo si potrebbe fare con Photoshop per 50 sterline.” Forse bisognerebbe ricordare a Kirke che se le copertine dei dischi degli anni settanta sono ancora oggi un punto di riferimento per quanto concerne il design c’è un perché, e che le copertine di oggi fatte con Photoshop e qualche immagine tratta da Image Bank fanno letteralmente schifo.

Dopo il tour del 1977 il gruppo si prende una lunga pausa visto che i 4 anni spesi continuamente sulla fast lane dell’ album-tour-album-tour rischiarono di far saltare il gruppo. Nel giugno del 1978 Mick Ralphs, Boz Burrell e Simon Kirke si trovano al Dodgy Demos studio per delle pre session che portarono alle prime bozze di Oh Atlanta e Gone Gone Gone. In luglio il gruppo – completo di Paul Rodgers – si ritrova al Ridge farm studio. I ragazzi sono rilassati, ben disposti e riposati, ci si concentra sulle canzoni, si cercano arrangiamenti alternativi, ci si sorprende di quanto sia ancora piacevole suonare insieme. Sul finire dell’estate del 1978 terminano le registrazioni, un altro un paio di mesi per missaggio, mastering e artwork e il disco è pressoché pronto. Viene chiamato Desolation Angels, dal libro del 1965 di Jack Kerouac. L’idea è di Rodgers, che avrebbe già voluto intitolare così il secondo album (del 1969) dei Free.

Il disco esce a metà marzo, mentre il gruppo è in giro per un vero e proprio tour nel Regno Unito a cui ne seguirà uno  – infinito –  in estate negli Stati Uniti. Il disco arriverà nella top 10 in UK e nella top 3 in America (dove si guadagnerà 2 dischi di platino = 2 milioni di copie vendute) e diventerà il terzo disco dei Bad Company più venduto. Ricordo ancora la recensione che apparve su Ciao 2001, dove si scriveva che il gruppo cercava strade alternative risultando più fresco e meno noioso di tanti altri loro colleghi dediti all’Hard Rock.

Questa nuova deluxe edition è come al solito spettacolare, quando David Clayton è coinvolto (insieme a Hugh Gilmour e Paul Rodgers) il risultato è garantito: il materiale bonus è tanto e di qualità, il booklet ricco e ben scritto, il remaster dell’album eccellente… è così che vanno fatte queste edizioni.

Nel 1978 Rodgers acquista un Roland synth guitar e da quello strumento nasce l’ispirazione per Rock ‘n’ Roll Fantasy (Rodgers), un bell’hard rock grintoso giocato sulle chitarre maschie di Rodgers e Ralphs;  esce come singolo e raggiunge la 13esima posizione in America, risultato ottimo se si considera che pur contenendo spunti melodici non è certo un brano da 45 giri.. Superbo Paul Rodgers alla voce.

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Crazy Circles (Rodgers) è giocato sulle chitarre acustiche e su un mood riflessivo. L’assolo di Mick Ralphs è un gioiellino.

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Con Gone, Gone, Gone (Burrell) si torna all’Hard Rock di ampio respiro, bello il lavoro di slide guitar e buona la prova del gruppo. Evil Wind (Rodgers) pur non avendo una melodia particolare è uno dei miei pezzi preferiti del gruppo. Introduzione superlativa, l’epica rodgersiana del testo che sventola su  galoppata musicale, l’ottima prova di Kirke e Burrell, le grandi doti vocali di Paul Rodgers e quello che – nella coda finale –  secondo me è uno dei migliori assolo di sempre di Mick Ralphs.

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Early In The Morning (Rodgers) è il classico pezzo lento di Paul Rodgers che qui splende nella magnifico nuova rimasterizzazione. Nel finale ancora la sempre efficace epica rodgersiana sospinta da un bell’intervento alla solista di Mick Ralphs

Lonely For Your Love (Ralphs) è il boogie by numbers (© David Clayton) dell’album, ovvero uno dei boogie un po’ dozzinali di Mick Ralphs. In pratica è Can’t Get Enough part 2 ma, amando così tanto il chitarrista in questione, a me risulta comunque molto godibile. Rodgers la canta in un registro altissimo. Oh Atlanta (Ralphs) invece è un signor pezzo, musica americana fatta da inglesi in maniera impeccabile. Armonica, ritmica suadente, chitarre da sogno e il solito grandissimo Paul Rodgers alla voce (con i Little Feat sullo sfondo).

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Chitarre acustiche per Take The Time (Ralphs), terzo pezzo di Mick. Bello sentire il gruppo così coeso e maturo. Una volta ancora deliziosi i ricami di slide guitar.

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Rhythm Machine (Burrell/Kirke) è uno spumeggiante rock scritto dai due bei delinquenti che formano la sezione ritmica del gruppo; She Brings Me Love (Rodgers) chiude l’album, canzone d’amore dai rintocchi gospel che beneficia anch’essa enormemente del nuovo remaster.

 

Il materiale bonus si apre con due versioni di Smokin’ 45 (Alternative Version 1) –  Smokin’ 45 (Alternative Version 2) (Sinfield/Burrell/Hinckley), il pezzo di Boz Burrell che avrebbe dovuto essere pubblicato nell’album (lato 1, traccia 3) ma che poi fu escluso e che apparve per la prima volta nel 1999 nella Original Bad Company Anthology (versione che io avrei voluto pubblicata anche qui). In quest versioni alternative io ci sento di nuovo i Little Feat, soprattutto nelle lunghe code finali.

Rock Fever (Ralphs) non fu mai presa troppo in considerazione per la scaletta dell’album, e credo che solo ad un Mick Ralphs fan come me possa davvero interessare. Rock semplice e senza pretese scritto da Mick mentre la band era in esilio nell’isoletta di Jersey, tra Francia e Inghilterra. Brano poi pubblicato nel 1984 sul suo primo album solista Take This!

Rock fever, roll easy, let me save my soul

Rock fever, roll easy, let the good times roll.

Oh yeah, Mick!

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Oh, Atlanta (Slow Version with Rhodes) per quanto mi riguarda è splendida. Mick al Fender Rhodes piano, Paul all’armonica per un delizioso quadretto in 3/4.

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A me piacerebbe avere tutto ciò che i Bad Company 1974/82 hanno registrato, ma tre versioni alternative di Rock’n’Roll fantasy sono forse un po’ troppe: Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 1) – Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 2) – Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 3) [2019 Remaster]. La seconda si differenzia per l’organo aggiunto nel ritornello,

Crazy Circles (Alternative Version) ha un bel pianino che ogni tanto fa il controcanto a Rodgers, pure in Gone, Gone, Gone (Alternative Take) c’è un piano inaspettato, il pezzo si differenzia inoltre per un riff che funge da intermezzo e che nella versione originale si può sentire solo nel finale che va a sfumare. Early In The Morning (Alternative Version 1) è cristallina e più viva rispetto all’originale. Lonely For Your Love (Alternative Version 1) è una rough and ready version e Take The Time (Alternative Version 1) ha le percussioni ben presenti ed Mick la suona con la chitarra elettrica.

Evil Wind (Alternative Version) è un work in progress mentre Take The Time (Alternative Version 2) è quasi meglio dell’originale; seguono Lonely for Your Love (Alternative Version 2) e She Brings Me Love (Alternative Version) che mette in evidenza un finale suggestivo.

What Does It Matter (Blues Jam) è il secondo inedito vero e proprio, nulla più che un blues appena abbozzato ma – a mio vedere – dalle grandi potenzialità se la band avesse avuto la voglia di lavorarci sopra. Di nuovo Mick al piano e Paul all’armonica. Per il fan che sono, un momento gustosissimo e imperdibile.

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Rhythm Machine (Alternative Version) ha il piano più in evidenza e un approccio naturalmente meno sofisticato.
Una versione piuttosto scanzonata di Amen (A cappella) chiude il disco. Trattasi di una canzone gospel portata in classifica nel 1964 dagli Impressions.

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Deluxe edition dunque eccellente e da non perdere. Mi chiedo a questo punto che fine farà Rough Diamonds, l’ultimo album della original Bad Company, visto che in precedenza le deluxe edition del gruppo sono state pubblicate due a due. Capisco che sia l’album meno fortunato del gruppo (ventiseiesimo in Usa e quindicesimo in UK) ma sarebbe un vero peccato non completare la serie delle deluxe edition. Da fan un ringraziamento alla Rhino (e a Daid Clayton) per l’ottimo lavoro fatto. VIVA BAD COMPANY!

CD1
1. Rock ‘n’ Roll Fantasy (2019 Remaster)
2. Crazy Circles (2019 Remaster)
3. Gone, Gone, Gone (2019 Remaster)
4. Evil Wind (2019 Remaster)
5. Early in the Morning (2019 Remaster)
6. Lonely for Your Love (2019 Remaster)
7. Oh, Atlanta (2019 Remaster)
8. Take the Time (2019 Remaster)
9. Rhythm Machine (2019 Remaster)
10. She Brings Me Love (2019 Remaster)
11. Smokin’ 45 (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
12. Smokin’ 45 (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
13. Rock Fever (2019 Remaster)
14. Oh, Atlanta (Slow Version with Rhodes) [2019 Remaster]
15. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
16. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
17. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 3) [2019 Remaster]
18. Crazy Circles (Alternative Version) [2019 Remaster]

CD2
1. Gone, Gone, Gone (Alternative Take) [2019 Remaster]
2. Early in the Morning (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
3. Lonely for Your Love (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
4. Take the Time (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
5. Evil Wind (Alternative Version) [2019 Remaster]
6. Take the Time (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
7. Lonely for Your Love (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
8. She Brings Me Love (Alternative Version) [2019 Remaster]
9. What Does It Matter (Blues Jam) [2019 Remaster]
10. Rhythm Machine (Alternative Version) [2019 Remaster]
11. Amen (A cappella) [2019 Remaster]

  • Distributed By – WEA Records Ltd.
  • Phonographic Copyright (p) – Swan Song Records
  • Copyright (c) – Swan Song Records
  • Recorded At – Ridge Farm Studios
  • Mixed At – Marquee Studios
  • Published By – Badco Music
  • Lacquer Cut At – Strawberry Mastering
  • Design, Photography By – Hipgnosis
  • Engineer – Tony Patrick
  • Plated By – E.G..*
  • Producer – Bad Company

LE DELUXE EDITION DEI BAD COMPANY SUL BLOG:

https://timtirelli.com/2017/07/12/bad-company-burnin-sky-deluxe-edition-swan-song-rhino-2017-tttt/

https://timtirelli.com/2017/06/12/bad-company-run-with-the-pack-deluxe-edition-swan-song-rhino-2017-ttttt/

https://timtirelli.com/2015/05/14/bad-company-straight-shooter-deluxe-edition-swan-song-rhino-1974-2015-ttttt/

https://timtirelli.com/2015/04/30/bad-company-bad-co-deluxe-edition-swan-song-rhino-1974-2015-ttttt/

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(broken) ENGLISH

Spring 1979, I’m a teenager, rock music is the permanent center of gravity of my life, Led Zeppelin the guiding light, Robert Johnson, Muddy Waters, Johnny Winter, ELP, Free and all the rest the other stars that guide my path. I leaf through the pages of the weekly music magazine Ciao 2001, as always I focus on those dedicated to the charts and I note that at number 5 of the best selling LPs in the USA there is a new entry: Desolation Angels by Bad Company. They record for the Swan Song, the LZ label, and they are in the process of becoming one of the reference points of my life too. Although Straight Shooter is the first album I buy, Desolation Angels is the one I live in real time. I fondly remember the Tim of the time being ensnared by the group’s visual, six artworks (in 1979, however, there were only 5), six covers that formed me regarding design, the taste for aesthetics, and the chromatic coloring of certain horizons. Since its formation, Bad Company has been influenced by American music, less European than Free they develop in their own way a connection between English and American rock with amazing results in my opinion. The visual of Desolation Angels (as well as that of the subsequent Rough Diamonds from 1982) turns decisively towards the American world touched on the tours of 1974,75,76 and 77.

The – beautiful – album cover is by Hipgnosis, the legendary London design & photography agency. Simon Kirke “Initially I thought it would become a better cover than it turned out to be. We found ourselves in a garage in London and posed around Paul’s old Cadillac, but I didn’t think it would be treated that way by minimizing everything. The gatefold cover then I think it’s one of the most expensive ever made. The guys from the agency went to take some pictures of an old abandoned garage in the desert east of Los Angeles and the whole operation cost us a lot of money. Today we could do it with Photoshop with £ 50. ” Maybe we should remind Kirke that if the covers of the seventies records are still a point of reference as far as design is concerned, there is a reason, and that today’s covers made with Photoshop and some images taken from Image Bank literally do sucks.

After the 1977 tour the group takes a long break as the 4 years spent continuously on the fast lane of the album-tour-album-tour risked blowing up the group. In June 1978 Mick Ralphs, Boz Burrell and Simon Kirke found themselves at the Dodgy Demos studio for some pre sessions that led to the first drafts of Oh Atlanta and Gone Gone Gone. In July the group – complete with Paul Rodgers – meets at the Ridge farm studio. The boys are relaxed, well disposed and rested, they focus on the songs, look for alternative arrangements and they are surprised at how pleasant it is still to play together. At the end of the summer of 1978 the recordings end, another a couple of months for mixing, mastering and artwork and the disc is almost ready. It is called Desolation Angels, from the 1965 book by Jack Kerouac. The idea comes from Rodgers, who would have already wanted to title the second album (from 1969) of Free.

The album comes out in mid-March of 1979, while the group is on a real tour in the United Kingdom followed by one – infinite – in the summer in the United States. The disc will arrive in the top 10 in the UK and in the top 3 in America (where it will earn 2 platinum discs = 2 million copies sold) and will become the third best-selling Bad Company disc. I still remember the review that appeared on Ciao 2001, where it was written that the group was looking for alternative ways, being fresher and less boring than many of their other colleagues dedicated to Hard Rock.

This new deluxe edition is spectacular as usual, when David Clayton is involved (together with Hugh Gilmour and Paul Rodgers) the result is guaranteed: the bonus material is so much and of quality, the booklet rich and well written, the remaster of the album excellent … that’s how these editions should be made.

In 1978 Rodgers bought a Roland synth guitar and from that instrument the inspiration for Rock ‘n’ Roll Fantasy (Rodgers) was born, a nice gritty hard rock played with the male guitars of Rodgers and Ralphs; it comes out as a single and reaches the 13th position in America, an excellent result considering that although it contains melodic ideas it is certainly not a 45 rpm track .Superb Paul Rodgers on vocals.

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Crazy Circles (Rodgers) is played on acoustic guitars and on a reflective mood. Mick Ralphs’ solo is a gem.

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With Gone, Gone, Gone (Burrell) we return to the Hard Rock of wide scope; beautiful the work of slide guitar and good performance of the group. Evil Wind (Rodgers) despite not having a particular melody is one of my favorite pieces in the group. Superlative introduction, the Rodgersian epic of the text waving on a musical gallop, the excellent performance of Kirke and Burrell, the great vocal talents of Paul Rodgers and what – in the final coda – in my opinion is one of Mick’s best solos ever.

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Early In The Morning (Rodgers) is the classic slow piece by Paul Rodgers that shines here in the magnificent new remaster. In the end the always effective Rodgersian epic driven by a nice intervention of lead guitar by Mick Ralphs

Lonely For Your Love (Ralphs) is the album’s boogie by numbers (© David Clayton), which is one of Mick Ralphs’ slightly cheesy boogies. It is Can’t Get Enough part 2 but, loving the guitarist in question so much, it is still very enjoyable to me. Rodgers sings it in a very high register. Oh Atlanta (Ralphs), on the other hand, is a great piece, American music made flawlessly by the British. Harmonica, persuasive rhythm, dream guitars and the usual great Paul Rodgers on vocals (with Little Feat in the background).

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Acoustic guitars for Take The Time (Ralphs), third piece by Mick. Nice to hear the group so cohesive and mature. Once again the slide guitar embroidery is delightful.

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Rhythm Machine (Burrell / Kirke) is a sparkling rock written by the two beautiful rascals who form the rhythm section of the group; She Brings Me Love (Rodgers) closes the album, a love song with gospel tolls that also benefits enormously from the new remaster.

 

The bonus material opens with two versions of Smokin ’45 (Alternative Version 1) – Smokin’ 45 (Alternative Version 2) (Sinfield / Burrell / Hinckley), the piece by Boz Burrell that should have been released on the album (side 1 , track 3) but which was then excluded and which appeared for the first time in 1999 in the Original Bad Company Anthology (a version that I would have liked published also here). In these alternative versions I hear the Little Feat feeel again, especially in the long final codas.

Rock Fever (Ralphs) was never taken too much into consideration for the songlist of the album, and I think only a Mick Ralphs fan like me could really care. Simple and unpretentious rock written by Mick while the band was in exile on the isle of Jersey, between France and England. Track then released in 1984 on his first solo album Take This!

Rock fever, roll easy, let me save my soul

Rock fever, roll easy, let the good times roll.

Oh yeah, Mick!

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Oh, Atlanta (Slow Version with Rhodes) is splendid for me. Mick on the Fender Rhodes piano and Paul on the harmonica for a delightful 3/4 moment.

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I’d like to have everything Bad Company 1974/82 recorded, but three alternative versions of Rock’n’Roll Fantasy are perhaps too many: Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 1) – Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 2) – Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 3) [2019 Remaster]. The second is differentiated by the organ added in the refrain,

Crazy Circles (Alternative Version) has a nice piano that every now and then does the counterpoint to Rodgers, even in Gone, Gone, Gone (Alternative Take) there is an unexpected piano, the piece also differs from the original track thanks to the riff that acts as an intermezzo and which in the original version can only be heard in the ending that fades. Early In The Morning (Alternative Version 1) is crystal clear and more alive than the original. Lonely For Your Love (Alternative Version 1) is a rough and ready version and Take The Time (Alternative Version 1) has the percussions very present and Mick plays it on the electric guitar.

Evil Wind (Alternative Version) is a work in progress while Take The Time (Alternative Version 2) is almost better than the original; then Lonely for Your Love (Alternative Version 2) follows and She Brings Me Love (Alternative Version) highlights a suggestive ending.

What Does It Matter (Blues Jam) is the second real unpublished thing, nothing more than a just sketched blues but – in my view – with great potential if the band had the desire to work on it. Again Mick on piano and Paul on harmonica. For the fan I am, a very tasty and unmissable moment.

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Rhythm Machine (Alternative Version) has a most prominent piano and a naturally less sophisticated approach.
A rather light-hearted version of Amen (A cappella) closes the album. It is a gospel song brought up in 1964 by the Impressions.

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CD1
1. Rock ‘n’ Roll Fantasy (2019 Remaster)
2. Crazy Circles (2019 Remaster)
3. Gone, Gone, Gone (2019 Remaster)
4. Evil Wind (2019 Remaster)
5. Early in the Morning (2019 Remaster)
6. Lonely for Your Love (2019 Remaster)
7. Oh, Atlanta (2019 Remaster)
8. Take the Time (2019 Remaster)
9. Rhythm Machine (2019 Remaster)
10. She Brings Me Love (2019 Remaster)
11. Smokin’ 45 (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
12. Smokin’ 45 (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
13. Rock Fever (2019 Remaster)
14. Oh, Atlanta (Slow Version with Rhodes) [2019 Remaster]
15. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
16. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
17. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Alternative Version 3) [2019 Remaster]
18. Crazy Circles (Alternative Version) [2019 Remaster]

CD2
1. Gone, Gone, Gone (Alternative Take) [2019 Remaster]
2. Early in the Morning (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
3. Lonely for Your Love (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
4. Take the Time (Alternative Version 1) [2019 Remaster]
5. Evil Wind (Alternative Version) [2019 Remaster]
6. Take the Time (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
7. Lonely for Your Love (Alternative Version 2) [2019 Remaster]
8. She Brings Me Love (Alternative Version) [2019 Remaster]
9. What Does It Matter (Blues Jam) [2019 Remaster]
10. Rhythm Machine (Alternative Version) [2019 Remaster]
11. Amen (A cappella) [2019 Remaster]

  • Distributed By – WEA Records Ltd.
  • Phonographic Copyright (p) – Swan Song Records
  • Copyright (c) – Swan Song Records
  • Recorded At – Ridge Farm Studios
  • Mixed At – Marquee Studios
  • Published By – Badco Music
  • Lacquer Cut At – Strawberry Mastering
  • Design, Photography By – Hipgnosis
  • Engineer – Tony Patrick
  • Plated By – E.G..*
  • Producer – Bad Company

LE DELUXE EDITION DEI BAD COMPANY SUL BLOG:

https://timtirelli.com/2017/07/12/bad-company-burnin-sky-deluxe-edition-swan-song-rhino-2017-tttt/

https://timtirelli.com/2017/06/12/bad-company-run-with-the-pack-deluxe-edition-swan-song-rhino-2017-ttttt/

https://timtirelli.com/2015/05/14/bad-company-straight-shooter-deluxe-edition-swan-song-rhino-1974-2015-ttttt/

https://timtirelli.com/2015/04/30/bad-company-bad-co-deluxe-edition-swan-song-rhino-1974-2015-ttttt/

 

ROCK BLUES BONANZA – Edoardo Bennato, live a Modena 10 settembre 2019

18 Set

Nel 1977 la musica aveva ormai preso il sopravvento nella vita del ragazzino pelle e ossa che ero. Keith Emerson, John Miles, Elvis Presley, Carlos Santana riempivano la mie prime pulsioni, i Led Zeppelin, Johnny Winter, gli ELP, i Free, i Bad Company, Muddy Waters e Robert Johnson erano dietro l’angolo e insieme a loro tutti gli altri grandi nomi del rock e del blues. A quel tempo stavo immergendomi anche nel mondo dei cantautori ed è indubbio che Burattino Senza Fili fu uno dei primi passi in quel campo, uno dei degli album che amai incondizionatamente. Edoardo Bennato con la sua Eko 12 corde diventò figura basilare per la mia crescita e sulla mia miserella chitarra classica imparai a suonare tutte le canzoni dell’album.

Dopo 42 anni trovarlo qui all’Arena del Lago della Festa dell’Unità di Modena mi fa una certa impressione.

 

Come successo per il concerto della Bertè del sabato precedente, mi trovo in platea (biglietto a 34 euro compresa prevendita). Nemmeno il tempo di trovare il posto che Edoardo entra (da solo) sul palco con la chitarra e inizia a cantare tre pezzi. Rimango basito dal fatto che si gioca così senza pensarci troppo due mega successi quali sono Sono Solo Canzonette e Il Gatto E La Volpe. Non rimango impressionato, come spesso accade l’enfasi imposta nel cantato spegne in parte l’assoluta bellezza dei pezzi. Mi accorgo poi che Il Gatto E la Volpe la suona in Sol, un tono in meno della versione originale; dopotutto Edoardo ha ormai 73 anni e la voce non può essere quella di 40 e passa anni fa.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

La partenza dunque è a freddo, ma non appena la band che lo accompagna entra in scena, tutto cambia. Lo spettacolo diventa estasi Rock Blues, sonorità della meravigliosa musica con cui siamo cresciuti e con cui la musica Rock ci ha irretiti cucite addosso a grandissime canzonette.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

Per una volta il gruppo mi appassiona. E’ vero, il bassista usa un basso a 5 corde e sonorità un po’ troppo dilatate, ma riesco a passarci sopra. Un ottimo il batterista, un bravo tastierista e due splendidi chitarristi, tecnicamente preparatissimi e pieni di passione rock blues. Una Gibson Les Paul e una semiacustica che fanno fischiare gli amplificatori. Bennato lascia loro il giusto spazio, ci sono così squisiti interventi di slide e assoli straordinari. Finalmente del Rock Blues vecchio stampo che suona credibile nel 2019, nessuna forzatura retrò, soltanto suoni, fraseggi e assoli gioiosi e pieni di grinta. Una meraviglia. Da sottolineare anche il lavoro di Bennato sull’armonica, in alcune occasioni semplicemente divina.

Il Paese dei Balocchi, Meno Male Che Adesso Non C’è Nerone, Mangiafuoco, L’isola Che Non C’è, Cantautore, Mastro Geppetto (una sorta di sequel di Burattino Senza Fili), Ogni Favola E’ Un Gioco, Rinnegato, La Fata … non tutti possono permettersi di proporre una sequenza di canzoni di tale livello. Che songwriting portentoso! Con A Napoli 55 E’ ‘a Musica si dà spazio alla musica stessa, spazi dilatati, minuti e minuti dedicati alla espressività degli strumenti, con le chitarre che ci trasportano nelle profondità siderali citando i Pink Floyd di The Wall.

Mi tolgo il cappello dinnanzi ad Edoardo Bennato, alla sua volontà di lasciare il giusto margine alla musicalità, ai propri musicisti, al respiro della grande musica … è uno di noi, uno che sa cosa sono la musica Rock e la musica Blues.

La pollastrella che è con me è colpita allo stesso modo, essendo l’ottima musicista che è non può che godere appieno di questa grande musica e impazzisce quando fanno partire Il Rock Di Capitan Uncino, brano che per lei mi metto a filmare e che trovate qui sotto.

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Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

Seguono Un Giorno Credi, Venderò e In Prigione In Prigione.

Si chiude col reggae caraibico di Nisida e con Ho Fatto Un Selfie, quest’ultima già riproposta durante il concerto, scelta discutibile e incomprensibile. Nonostante questo rimane il fatto che il concerto supera tutte le mie aspettative. Verso la fine ci si riversa a ridosso del palco, io osservo Edoardo da vicino e ripenso ai giorni della mia gioventù e a quando per me era un idolo.

Mentre usciamo e rivolgo un’ultimo sguardo all’Arena ormai vuota, rifletto sul fatto che sì, ancora lo è.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

 

Loredana Bertè, live a Modena 7/09/2019

15 Set

Torna Loredana Bertè nella mia parte dell’Emilia e io mi ripresento a vederla con piacere.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

L’appuntamento è all’Arena del Lago della Festa dell’Unità di Modena, in una fresca serata di settembre. Questa è la terza volta che la vengo a vedere negli ultimi anni, insieme a me la pollastrella, in decima fila, zona centrale della platea, 36 euro a biglietto. La Arena (naturale) è gremita, durante il concerto mi sorprende non poco l’amore che il pubblico ha ancora verso questa splendida 69enne segnata dal blues e dalle ferite della vita ma ancora in piedi e piena di grinta.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

Il concerto non mi sorprende più di tanto: ennesima prova piena di pathos, di passione e di carnalità. Voce a tratti imprecisa ma comunque stupenda e ricca di sfumature. Loredana mette in mostra tutta se stessa senza veli: due gambe che sembrano ancora magnifiche e un’anima che brucia di trasporto ed impeto.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

La scaletta mi è parsa variegata; per essere uno della mia età forse avrei preferito – nella parte centrale- qualche pezzo in più del periodo 1977-83, quello a cui il ragazzino che ero è stato a contatto maggiormente, ma questa è una cosa mia ed un atteggiamento che gli artisti tendono a non sopportare, ma che ci posso fare se mi scaldo soprattutto per i grandi pezzi di Loredana tipo Per I Tuoi Occhi?

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Se la memoria non mi inganna il concerto è iniziato con Maledetto Luna-Park, Il Mare d’Inverno e Babilonia, per poi espandersi in mille rivoli dove si sono specchiati un paio di medley e pezzi più attuali tra cui: Notti Senza Luna,  Cosa Ti aspetti Da Me, Messaggio Dalla Luna, Libertè e via dicendo.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

Da uomo di una incerta età rimango come detto attaccato ai pezzi che hanno scandito le fasi della mia adolescenza e prima giovinezza, Milano Una Sera Che Piove ad esempio è adattissima ad uomo di blues come me …

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Buona la band che la accompagna guidata, mi pare, dal batterista-musical director. Approccio sostanzialmente Rock, benché le chitarre vengano usate in modo piuttosto pop, nessun assolo particolare, nessuno slego sanguigno, distorsione controllata, poco spazio a loro dedicato. D’altra parte è Loredana la figura principale, la catalizzatrice.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

Finale entusiasmante: Dedicato, Non Sono Una Signora, Sei Bellissima, E La luna Bussò e In Alto Mare. Quest’ultima mi ricorda sempre Trampled Underfoot dei Led Zeppelin e ogni volta che vedo Loredana suonarla mi emoziono.

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Mentre lasciamo l’Arena, mi volto a guardare la gente che se ne va, la serata ora è piena di stelle, le guardo e penso che sono state due ore assai piacevoli, passate in modo vivido e profondo. Loredane Bertè vale sempre la pena.

Loredana sul blog:

https://timtirelli.com/2014/03/05/loredana-berte-live-a-bologna-europauditorium-3-marzo-2014/

https://timtirelli.com/2013/09/08/loredana-berte-live-al-festival-dellunita-reggio-emilia-campovolo-6-settembre-2013-ttttt/

https://timtirelli.com/2016/04/18/loredana-berte-traslocando-e-andata-cosi-rizzoli-2015-ttttt/

 

MOTT THE HOOPLE “Mental Train-The Island Years (Limited Edt. Box 6 Cd – 2018 Universal Music)”

7 Lug

If you are a foreign reader and want to translate concurrently the italian text please install:

https://chrome.google.com/webstore/detail/google-translate/aapbdbdomjkkjkaonfhkkikfgjllcleb?hl=it

Cofanetto uscito qualche mese fa tutto dedicato ai tre anni del gruppo passati con la Island records, trattasi dunque di dischi relativi al periodo pre Glam/Bowie. I Mott sono un gruppo cult, nessun musicista particolarmente dotato, ma una purezza d’intenti che ancora oggi incanta. L’intelligenza e l’acume di Ian Hunter e il songwriting efficace di Mick Ralphs, le due anime del gruppo destinate a dividersi nel 1973. Tutto questo in un bel box set dal prezzo accessibile, con tanto di poster e ricco booklet.

Sei i cd in esso contenuti, i primi quattro album da studio, un dischetto di rarità e un live. Niente male davvero.

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CD1 ~ Mott The Hoople (Originally released November 22 1969) – TTT½
‘You Really Got Me’
‘At the Crossroads’
‘Laugh At Me’
‘Backsliding Fearlessly’
‘Rock and Roll Queen’
‘Rabbit Foot and Toby Time’
‘Half Moon Bay’
‘Wrath and Wroll’
Bonus Tracks:
‘If Your Heart Lay with the Rebel (Would You Cheer the Underdog?)’ (Instrumental Take 2) Previously unreleased
‘Rock and Roll Queen’ (Single A side)
‘Road to Birmingham’ (Single B side)
‘Road to Birmingham’ (Guy Stevens Mix) Previously unreleased
‘You Really Got Me’ (Complete take) Previously unreleased
‘You Really Got Me’ (Vocal mix) Previously unreleased
‘Rock and Roll Queen’ (Guy Stevens Mono Mix) Previously unreleased
‘Rock and Roll Queen’ (Kitchen Sink Instrumental) Previously unreleased
‘Little Christine’ (2 Miles) Previously released on Two Miles From Heaven

  • Ian Hunter – lead vocals, piano, rhythm guitar
  • Mick Ralphs – lead guitar, backing and lead vocals
  • Verden Allen – organ, backing vocals
  • Pete “Overend” Watts – bass, backing vocals
  • Dale “Buffin” Griffin – drums, backing vocals
  • Guy Stevens – piano
  • Guy Stevens – producer
  • Andy Johns – engineer
  • M. C. Escher – front cover drawing

Prodotto da Guy Stevens, il primo album esce nel 1969 ed è un lavoro che incuriosisce. Candido e a tratti scolastico è tuttavia piuttosto a fuoco nel mostrare nei suoi tratti più primitivi il concetto di musica rock. You Really Got Me dei Kinks in versione strumentale apre il disco, linea melodica affidata alla solista di Mick Ralphs, arrangiamento schematico ma in qualche modo ipnotico.  Segue altra cover, trattasi di At The Crossroads di Doug Shalm cantautore texano che incrocia musica country, roots rock e tex-mex. La canzone è perfetta per lo stile di Ian Hunter. Laugh At Me di Sonny Bono è il terzo pezzo, iniziare un proprio disco con tre rifacimenti uno dietro l’altro significa forse non essere ancora del tutto convinti dei propri mezzi compositivi, benché sia Hunter (ormai trentenne) e Ralphs (venticinquenne) non fossero più di primissimo pelo. Backsliding Fearlessly (Hunter) mostra lo stile del cantante, sempre pericolosamente vicino a quello di Bob Dylan. Con Rock And Roll Queen (Ralphs) i Mott mostrano l’altro lato del loro sound iniziale, quello rollinstoniano guidato dalla chitarra di Mick Ralphs, che qui si cimenta nel primo assolo del disco. Rabbit Foot And Toby Time (Ralphs) è uno strumentale certamente bislacco e apparentemente inutile ma è al contempo anche denso di quella vibrazione istintuale da non sottovalutare. Half Moon Bay (Ralphs-Hunter) si sviluppa tra le cadenze dylaniane di Hunter e l’idea di ballata di Mick Ralphs. Don’t Let Me Down (1974) dei Bad Company potrebbe derivare da questa traccia.  Wrath and Wroll (Stevens) non è null’altro che un pezzetto tratto da improvvisazione in studio su giro di accordi. Guy Stevens è sempre stato un po’ pazzo, e con questo ultimo quadretto vuole far risaltare questa sua controllata follia.

Il materiale bonus inizia con If Your Heart Lay With the Rebel (Would You Cheer The Underdog? (Instrumental Take 2 – Previously unreleased) e prosegue con il single edit di Rock And Roll Queen (Single A side) e di Road To Birmingham (Hunter – Single A side) ennesimo omaggio di Ian a Bob Dylan, subito riproposta anche nel Guy Stevens Mix (Previously unreleased). Abbiamo quindi gli 11 minuti della versione strumentale completa di You Really Got Me (complete take – Previously unreleased) e di quella cantata (da Mick Ralphs – Previously unreleased). Di nuovo Rock and Roll Queen in doppia razione, Guy Stevens Mono Mix e Kitchen Sink Instrumental. Chiude Little Christine (Hunter) già apparsa sulla compilation del 1980 Two Miles From Heaven.

Album dunque interlocutorio ma senza dubbio vitale ed energico. Vendite non certo alte ma il disco fa comunque capolino nelle classifiche che contano: UK No. 66 / US No. 185. Copertina tutto sommato singolare.

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CD2 ~ Mad Shadows (Originally released September 1970) TTT½
‘Thunderbuck Ram’
‘No Wheels to Ride’
‘You Are One of Us’
‘Walking with a Mountain’
‘I Can Feel’
‘Threads of Iron’
‘When My Mind’s Gone’
Bonus Tracks
‘Thunderbuck Ram’ (BBC Session)
‘Thunderbuck Ram’ (Original Take with Organ) Previously unreleased on the Island compilation “Bumpers”
‘No Wheels to Ride’ (Demo) Previously unreleased
‘Moonbus (Baby’s Got a Down on Me)’ Previously unreleased
‘The Hunchback Fish’ (Vocal Rehearsal) Previously unreleased
‘You Are One of Us’ (Take 9) Previously unreleased
‘Going Home’ (2 Miles) Previously released on Two Miles From Heaven
‘Keep A-Knockin’ (Studio version) Previously unreleased

  • Ian Hunter – lead vocals (tracks 2-5, 7-9), co-lead vocals (6), piano, rhythm guitar
  • Mick Ralphs – lead guitar, backing vocals, lead vocals (track 1), co-lead vocals (6)
  • Verden Allen – organ, backing vocals
  • Pete “Overend” Watts – bass, backing vocals
  • Dale “Buffin” Griffin – drums, backing vocals
  • Guy Stevens – “psychic” piano, “spiritual” percussion
  • Guy Stevens – producer
  • Andy Johns – engineer
  • Ginny Smith, Peter Sanders – cover design
  • Gabi Naseman – front cover photography

A nemmeno un anno di distanza esce Mad Shadow, il secondo album che si apre con un piccolo classico di Mick Ralphs: Thunderbuck Ram, brano che alterna calmi momenti riflessivi ad hard rock per niente banale. Il pezzo è cantato da Ralphs stesso dato che Ian Hunter si sente inadeguato per i pezzi rock scritti dal chitarrista. No Wheels To Ride (Hunter) è uno di quei bei pezzi lenti di Ian Hunter. L’arrangiamento è piuttosto elementare (così come l’assolo di chitarra), ma il tutto comunque funziona. You Are One Of Us (Hunter) prosegue più o meno con la stessa costruzione, di nuovo esecuzione scolastica da parte del gruppo e arrangiamento assente. Guy Stevens non era quel tipo di produttore che poteva aiutare in quel campo. Con Walking With A Mountain (Hunter) si torna al rock and roll di marca rollingstoniano, a tal punto da citare il coro di Jumpin’ Jack Flash It’s A Gas. I Can Feel (Hunter) è il quarto pezzo di Ian Hunter di fila, di nuovo una delle sue ballate malinconiche cantata con la intonazione sempre al limite e mai precisa che però dà alla canzone quel senso di disperazione che tanto ci piace. Il cigolio del pedale della cassa aggiunge ulteriore blues.

Threads of Iron (Ralphs) è uno degli intriganti pezzi minori di Mick Ralphs, Pieno di spunti (tra cui lo stacco iniziale di Tabacco Road) magari mai risolti ma senza dubbio particolari. When My Mind’s Gone (Hunter) è condotta dal piano gospel di Hunter e arricchita dal bell’organo di Verden Allen. Il materiale bonus inizia con due varianti di Thunderbuck Ram e col demo di No Wheels To Ride. Moonbus (Baby’s Got a Down on Me) (Hunter) è un inedito senza troppo valore dove i MTH sembrano fare il verso ai Free. The Hunchback Fish (Hunter) sembra potenzialmente notevole, lo strascicato canto di Hunter, il suo piano e l’organo delizioso di Allen. Di nuovo il pedale della grancassa di Buffin che cigola, e le semplici linee di basso di Overend. Segue la take 9 di You Are One Of Us. Going Home (Hunter) è un rock and roll uscito a suo tempo sulla compilation della Island Records Two Miles From Heaven.  Keep A-Knockin’ è la cover fatta in studio del pezzo portentoso di Little Richard (quello da cui  John Bonham prese l’intro di Rock And Roll).

Disco quindi dall’aspetto provvisorio, l’anima dei Mott si percepisce ma il gruppo non è ancora sufficiente maturo. Giusto sottolineare il lavoro del batterista, in questo disco Buffin sembra davvero migliorato parecchio.

Vendite basse per Mad Shadow, solo due settimane passate nella Top 50 inglese. Copertina bruttissima.

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CD3 ~ Wildlife (Originally released March 1971) TTTTT
‘Whiskey Women’
‘Angel of Eighth Avenue’
‘Wrong Side of the River’
‘Waterlow’
‘Lay Down’
‘It Must Be Love’
‘The Original Mixed Up Kid’
‘Home Is Where I Want to Be’
‘Keep A-Knockin’ (Live)
Bonus Tracks:
‘Midnight Lady’ (Single A side)
‘The Debt’ (Single B side)
‘Downtown’ (Single A side)
‘Brain Haulage (Whiskey Woman)’
‘Growing Man Blues’ (Take 10)
‘Long Red’ (Demo)
‘The Ballad of Billy Joe’
‘Lay Down (Take 8)’

  • Ian Hunter – lead vocals (tracks 2, 4, 5, 7, 9), and backing vocals, rhythm guitar, piano
  • Mick Ralphs – lead guitar, lead vocals (tracks 1, 3, 6, 8), backing vocals
  • Verden Allen – organ, backing vocals
  • Pete “Overend” Watts – bass, backing vocals
  • Dale “Buffin” Griffin – drums, backing vocals

 

  • Jerry Hogan – steel guitar on “It Must Be Love” and “Original Mixed-Up Kid”
  • Jess Roden – background chorus on “Lay Down”
  • Stan Tippins – background chorus on “Lay Down”
  • Michael Gray – string arrangements and conductor on “Waterlow”
  • Jim Archer – violin on “Angel of Eighth Avenue”
  • Andy Johns, Brian Humphries, Phill Brown – engineers
  • Brian Cooke – photography

Per il terzo disco il gruppo chiude la porta a Guy Stevens, personaggio stravagante ma di certo non d’aiuto in contesto puramente musicale (eppure, nonostante questo, GS ha prodotto Free, MTH e Clash … incredibile); il risultato ne guadagna immediatamente. I Mott si autoproducono artisticamente il disco e il risultato è molto buono. E’ uno dei miei album preferiti del gruppo, forse perché può essere considerato il disco di Mick Ralphs. Whiskey Women (Ralphs) apre le danze in maniera inequivocabile, il gruppo appare sin da subito più determinato. Canta Ralphs stesso in maniera più che dignitosa. Suono da rock duro e deciso, testosterone e the call of the wild. Meglio di cosi! E’ una banda di ragazzotti assai più convinta dei propri mezzi.

Angel Of Eighth Avenue (Hunter) è una splendida e malinconica ballata ed è seguita da Wrong Side Of the River (Ralphs), altra pezzo riflessivo stavolta cantato da Mick e costruito su un bel gioco di chitarre acustiche. Waterlow (Hunter) è un altro brano assai riuscito speso tra archi, chitarra acustica, piano e la voce meditativa di Hunter. Niente male la cover di Lay Down (1970 – Melanie Safka). It Must Be Love (Ralphs) testimonia la sbandata del chitarrista per il country statunitense, motivetto gradevole. Original Mixed-Up Kid (Hunter) è trattata anch’essa con la steel guitar, ancora aria da commedia country western americana. Home Is Where I Want to Be (Ralphs) è meravigliosa e credo che i Black Crowes debbano qualcosa a questo pezzo e a queste atmosfere come d’altra parte lo stesse Ralphs deve qualcosa a Dear Prudence e Can’t Find My Way Home. Gli interventi dell’organo sono sublimi. Keep a Knockin’ (Penniman)  è il pezzo di Little Richards che il gruppo aveva registrato in studio nelle sedute di registrazione dell’album precedente. Qui è proposta in versione live alle Fairfield Halls di Croydon il 13 Settembre1970. Versione da strappamutande in puro stile Mott.

Il materiale bonus prevede Midnight Lady (Hunter – Ralphs) che a dispetto di quanto scritto sul booklet è una versione presa da demotape e The Debt (Hunter) lato b del singolo, entrambe discrete. Segue una gran bella cover del pezzo dei Crazy Horse Downtown (Young – Whitten), cantata da Mick Ralphs. Brain Haulage non è altro che Whiskey Woman, Growing Man Blues (Hunter) è il primo vero inedito, ed utilizza la classica forma dei pezzi rock and roll di Hunter. Long Red (Hunter) è il secondo inedito ed è un hard rock in versione demo, si prosegue con The Ballad of Billy Joe (Hunter) e si chiude con il terzo inedito ovvero la take 8 solo strumentale di Lay Down (1970 – Melanie Safka).

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Copertina di nuovo bruttina. Il disco non smuove le classifiche più di tanto, arrivando a toccare solo la posizione 44 della classifica inglese, nonostante questo trattasi di album assai riuscito.

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CD4 ~ Brain Capers (Originally released December 1971) TTT½
‘Death May Be Your Santa Claus’
‘Your Own Backyard’
‘Darkness, Darkness’
‘The Journey’
‘Sweet Angeline’
‘Second Love’
‘The Moon Upstairs’
‘The Wheel of the Quivering Meat Conception’
Bonus Tracks:
‘Mental Train (The Moon Upstairs)’
‘How Long? (Death May Your Santa Claus)’
‘Darkness, Darkness’
‘Your Own Backyard (Complete Take)’
‘Where Do You All Come From (Backing Track)’
‘One of the Boys (Take 2)’
‘Movin’ On (2 Miles)’
‘Black Scorpio (Mommas Little Jewel)’

  • Ian Hunter – guitar, keyboards, vocals
  • Mick Ralphs – lead guitar, vocals
  • Pete Watts – bass, vocals
  • Verden Allen – keyboards, vocals
  • Dale “Buffin” Griffin – drums, vocals
  • Jim Price – trumpet on “Second Love”
  • Guy Stevens – piano, producer
  • Andy Johns – engineer
  • Zal Schreiber – mastering
  • Richard Polak – photography

Per Brain Capers viene richiamato Guy Stevens. Si inizia con Death May Be Your Santa Claus (Hunter – Allen), il passaggio tra l’introduzione ritmica e l’hard rock and roll dello sviluppo del brano non è precisa e non sembra funzionare, Guy Stevens come produttore non valeva davvero granché. A volte mi chiedo se i MTH siano stati i precursori del punk. Siamo nel 1971 e per certi versi sembra di ascoltare i Sex Pistols. Your Own Backyard (Dion DiMucci – Tony Fasce) è la cover di un pezzo con cui Dion DiMucci (cantautore statunitense) ebbe un certo successo nel 1970. La versione dei Mott a me piace perché meno precisa e pulita dell’originale e dunque sincera e viva. Darkness, Darkness (Jesse Colin Young) è il rifacimento del famoso pezzo del 1969 degli Youngbloods, qui canta Mick Ralphs. Non un granché l’assolo di chitarra e qui, di nuovo, un produttore serie sarebbe dovuto intervenire. Non è possibile lasciar passare una cosa del genere quando si è già al quarto album. Non poteva mancare la tipica ballata di Ian: The Journey (Hunter). Altro assolo di chitarra che sembra provvisorio, con parecchi bending non certo intonati e addirittura qualche passaggio di batteria non riuscito. Ripeto,Stevens non avrebbe dovuto fare il produttore. Con Sweet Angeline (Hunter) la band inizia a ripetersi troppo, solito rock and roll scolastico guidato dal piano di Hunter, altra perfomance insicura. Nemmeno cambiando compositore i ragazzi sembrano uscire da un’ impasse che ormai sembra inesorabile,  Second Love (Allen) non è nulla di speciale e a poco servono i fiati … L’unico apporto compositivo del chitarrista è The Moon Upstairs (Hunter – Ralphs). L’introduzione è intrigante, un curioso giro hard rock prima di ricadere nello stantio hard rock and roll già sfruttato troppe volte. The Wheel of the Quivering Meat Conception  (Hunter – Stevens) non dovrebbe essere niente altro che un scampolo preso dal finale di The Journey. Altro episodio demenziale di Guy Stevens.

Materiale Bonus: outtake inedite di The Moon Upstairs (Hunter – Ralphs), How Long? (Death May Your Santa Claus) Hunter – Allen), Darkness, Darkness (Jesse Colin Young) e Your Own Backyard (Complete Take) (Dion DiMucci, Tony Fasce). Altro inedito è  Where Do You All Come From (Backing Track) (Hunter), nulla di più che un rock an roll convenzionale. One of the Boys (Take 2) (Hunter) dovrebbe essere un altro pezzo mai pubblicato prima. L’influenza dei Rolling Stones è fortissima. Il brano usa più volte l’introduzione che Mick Ralphs scrisse nel 1970 per Can’t Get Enough, brano che Hunter si rifiutò di cantare). Movin’ On (Ralphs)  è il pezzo che contribui a rendere il primo disco dei Bad Company un successone tre anni più tardi. Qui è cantato dall’autore e per un fan di Mick Ralphs come il sottoscritto è un momento speciale. Versione già pubblicata a suo tempo sulla raccolta della Island Records Two Miles From Heaven così come l’ultimo brano Black Scorpio (Mommas Little Jewel) (Hunter – Watts) che apparirà poi su All The Young Dudes. Questo è un gran momento, finalmente una canzone diversa, dura, originale, riuscita. Occorre aggiungere però che è una registrazione del gennaio 1972 ed è prodotta da Dale Griffin (ottimo lavoro Buffin!); è già un’altra band, con un sound più definito ed efficace, d’altronde il nuovo periodo porterà nuove vibrazioni, la collaborazione con Bowie e finalmente il successo con i due album All The Young Dudes (1972) e Mott (1973); nel 1973 Mick Ralphs lascerà il gruppo per formare i Bad Company insieme a Paul Rodgers, I MTH sopravviveranno sino al 1974 senza di lui, per poi perdersi in varie reincarnazioni senza troppo valore, ma questa è un’altra storia.

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L’album non entra in classifica, né in UK né in USA. Altra copertina anonima. Per essere un quarto album, è piuttosto misero.

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CD5 ~ The Ballads of Mott The Hoople – TTT½
‘Like a Rolling Stone (Fragment)’
‘No Wheels to Ride (1st House)’
‘Angel Of 8th Avenue (Tape 816)’
‘The Journey’
‘Blue Broken Tears (Tape 816)’
‘Black Hills (Full Ralph’s Version)’
‘Can You Sing the Song That I Sing (Full Take)’
‘Till I’m Gone (2 Miles)’
‘The Original Mixed Up Kid’ (BBC Session)
‘Ill Wind Blowing (2 Miles)’
‘I’m A River’ (Vocal Rehearsal)
‘Ride on The Sun (Sea Diver)’ (2 Miles)

Raccolta di outtake, pezzi live, BBC session e rarità. Le tracce 1/2/3/4/5/6/7/11 sono pubblicate qui per la prima volta, il resto proviene dalla raccolta Two Miles From Heaven.

I momenti migliori: Blue Broken Tears (Hunter), Black Hills (Ralphs), Till I’m Gone (Ralphs).

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CD6 ~ It’s Live And Live Only – TTT½

Fairfield Hall, Croydon, 13 September 1970

Rock and Roll Queen
Ohio
No Wheels to Ride / Hey Jude
Thunderbuck Ram
Keep A-Knockin’
You Really Got Me

Paris Theatre, London, BBC Radio One, In Concert, 30 December 1971

‘The Moon Upstairs’
‘Whiskey Women’
‘Your Own Backyard’
‘Darkness, Darkness 10’
‘The Journey’
‘Death May Be Your Santa Claus

Tutto già pubblicato, sebbene i pezzi di Croydon 1970 siano un nuovo mix del 2018. I brani registrati per la BBC sono già apparsi su Original Mixed-Up Kids

I Mott andavano visti dal vivo, per l’impatto emotivo, visivo, sonoro; riascoltati senza potere godere dell’esperienza del momento perdono qualcosina, non erano grandi musicisti, le pecche si colgono. Rimane la carica davvero micidiale, la convinzione e un sound proto-punk. Tuttavia rimane difficile credere a quello che si legge sul loro sito ufficiale e cioè che a Croydon nel 1970 surclassarono i Free (che erano l’ attrazione principale). Non scherziamo, i Free nel 1970 erano intoccabili, Kossoff era nel suo momento migliore, impossibile che sia accaduto. Credo che entrambe le band abbiano fatto una gran bella figura quella sera , ma i Free musicalmente restavano una spanna sopra, basta mettere a confronto le registrazioni.

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Cofanetto dunque consigliato come scritto all’inizio, sebbene ci sia un difetto fastidioso: i brani tratti dalla raccolta Two Miles From Heaven girano più lenti degli originali, in alcuni casi appena un po’, in altri sino ad un mezzo tono sotto. Qualcosa deve essere andato al momento della masterizzazione dal nastro di Two Miles From Heaven.

 

CINDERELLA “The Mercury Years” (2018 Mercury Records)

10 Giu

Me lo ricordo bene l’avvento dei Cinderella sul finire del 1986, il glam metal americano era al suo apice, i Motley Crüe l’anno prima con Theatre Of Pain erano diventati una delle prime attrazioni in campo rock, il momento era propizio per quel tipo di sound e di atteggiamento. Al primissimo ascolto mi chiesi che senso avesse scimmiottare gli AC/DC, ma una volta superato lo stato d’animo superficiale con cui mi accostai a loro, scoprii il gruppo che più avrei amato tra quelli usciti in America in quegli anni. Compresi che, pur non proponendo nulla di particolarmente originale, I Cinderella, anzi il loro deus ex machina Tom Keifer, incarnava il sunto di figure a me molto care, ovvero quelle di Steve Tyler e di Jimmy Page, e che i suoi gusti musicali si sovrapponevano quasi perfettamente ai miei. L’anno scorso la Mercury ha pubblicato un cofanetto contenente la discografia del gruppo, ne scrivo con ritardo lo so, ma credo sia comunque l’occasione giusta per riparlare di una band a cui abbiamo voluto bene.

The Mercury Years contiene i quattro album da studio e un disco live contenente l’EP di sei pezzi uscito in Giappone nel 1991 e altri otto pezzi dal vivo tratti dai lati B dei singoli pubblicati dai Cinderella.

Disc 1: Night Songs (1986) – TTTT

  1. Night Songs
  2. Shake Me
  3. Nobody’s Fool
  4. Nothin’ For Nothin’
  5. Once Around the Ride
  6. Hell, On Wheels
  7. Somebody Save Me
  8. In from The Outside
  9. Push, Push
  10. Back Home Again
  11. Nobody’s Fool – Single Edit
  12. Shake Me – Single B-Side
  13. Galaxy Blues – Single B-Side
  14. Night Songs – Single B-Side

Night Songs raggiunge la top 3 americana e arriva a vendere 3 milioni di copie, primo disco dunque di grande successo. Al di là del look estremamente glam con capelli cotonati e indumenti in voga a quel tempo, la copertina è piuttosto brutta, non è realizzata bene, è artefatta … capisco che per un primo album di un gruppo allora sconosciuto il budget previsto per la cover non doveva essere altissimo, ma ciò non toglie il fatto che si sarebbe potuto fare di meglio. Alla batteria c’è Jody Cortez, sebbene nella line up delle note di copertina appaia Fred Coury che si unì al gruppo una volta terminate le registrazioni del disco. Oltre a Keifer (chitarra voce) poi ci sono Jeff LaBar alla chitarra e Eric Brittingham al basso.

Vento, campane che risuonano, andamento greve … è così che inizia il disco. Sul momento le prime impressioni portano alla mente Brian Johnson, gli AC/DC, i Black Sabbath e When The Levee Breaks dei Led Zeppelin. Night Songs sembra ad ogni modo rifarsi principalmente a Round And Round degli Aerosmith, quando Keifer canta I need a shot of gasoline I’m hittin’ one sixteen I get so hot I see steam forget the day ‘cause we’re gonna scream pare davvero di sentire Steven Tyler. Night Songs è comunque un bel pezzo, pieno di influenze esterne ma riuscito. Il riff della chitarra solista rimanda a Jimmy Page. 

Shake Me fu il primo singolo ed è costruito su un modo di scrivere un giro di accordi tipico del periodo. Assolo di chitarra fine a se stesso, ma buon pezzo anche questo. Nobody’s Fool fu il secondo singolo, il primo di successo (arrivò a lambire la top 10). Come per Night Songs, tempo lento speso tra metallo e spunti riflessivi. Bello l’assolo di chitarra di Tom Keifer; uno dei pezzi di riferimento dell’intero album. Il video relativo fu girato seguendo il manierismo un po’ sessista dell’epoca.

Nothin’ For Nothin’ ha un discreto ponte, Once Around The Ride ricorda ancora gli Aerosmith (di Draw The Line), Hell On Wheels non lascia tracce particolari, se non la bella slide guitar di Keifer. Somebody Save Me fu il terzo singolo e gira intorno al cliché principe delle uso delle chitarre ritmiche di quegli anni. In quel contesto Somebody Save Me è senza dubbio un pezzo azzeccato. In From The Outside si inerpica su un groove dove blues, swing e funk cercano di fondersi. Godibilissimo l’assolo (che corre lungo i territori battuti da Joe Perry) e ancora niente male davvero la solista sulla coda finale. Push Push e Back Home Again sono due rockacci standard di quel tempo, vista la presenza di Keifer però si fanno ascoltare.

Quattro le bonus track prese dai singoli: un single edit e tre pezzi versioni live. Galaxy Blues è un bluesaccio buono giusto per improvvisarci sopra, per come la canta Tom sembra di ascoltare Reefer Head Woman degli Aerosmith. Troppo sopra le righe per poter goderne l’anima blues. Labar, Coury e Brittingham paiono fuori posto, il tutto risulta scollato, non è così che si suona il blues.

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Disc 2: Long Cold Winter (1987) – TTTTT

  1. Bad Seamstress Blues / Fallin’ Apart at The Seams
  2. Gypsy Road
  3. Don’t Know What You Got (Till It’s Gone)
  4. The Last Mile
  5. Second Wind
  6. Long Cold Winter
  7. If You Don’t Like It
  8. Coming Home
  9. Fire and Ice
  10. Take Me Back
  11. Don’t Know What You Got (Till It’s Gone) – Single Edit
  12. Coming Home – Single Edit

A mio parere è l’album più riuscito dei Cinder. Anch’esso venderà 3 milioni di copie nei soli Stati Uniti entrando nella Top Ten. L’album si sposta decisamente verso l’hard rock blues, gli accenti glam vengono accantonati, la produzione (Andy Johns, Keifer e Brittingham) risulta ottima, e diversi musicisti affiancano la band in studio (tra gli altri Cozy Powell e Dennis Carmassi alla batteria).

Bad Seamstress Blues / Fallin’ Apart at The Seams apre il disco con convinzione; la prima parte richiama alla mente il Johnny Winter del primo album per la Columbia e di Nothing But The blues, sebbene il riff per la verità sappia di Jimmy Page (In My Time Of Dying). Chitarra dobro, armonica e slide. La seconda parte esplode in un hard rock blues trascinante. La slide elettrica è ancora suonata alla Joe Perry, il pezzo è magnifico, street rock bluesato ad alto potenziale. Alla batteria direi che ci sia Cozy Powell, certi suoi passaggi sono inconfondibili. Il pezzo ne guadagna un sacco. Gypsy Road è la risposta di Tom Keifer alla Country Road di John Denver. Brano perfetto (almeno per quegli anni). Bel riff, bell’assolo di chitarra, bello sviluppo. Don’t Know What You Got (Till It’s Gone) è il terzo gioiello dell’album. Fu il singolo più fortunato (arrivò al n.12 della classifica USA) e trasmesso spessissimo allora da MTV e da Videomusic in Italia. Canzone melodica e malinconica in bilico tra il mellifluo e il credibile. Gran assolo di Tom. Inizio d’album prorompente

Con The Last Mile tornano riflessi degli AC/DC ma lo sviluppo prende una strada tutta sua rendendo il brano godibile. Bello il basso di Brittingham. Second Wind parte alla stessa maniera degli Aerosmith di Jailbait. Difficile non citare i gruppi che vengono alla mente ascoltando i Cinder, capisco che possa sembrare pesante, ma le influenze di Keifer sono molto evidenti nei suoi pezzi; Long Cold Winter è un bel blues bianco in minore che non può che riportare alla mente i Led Zeppelin di SIBLY. Assolo espressivo, c’è tutto il Tom Keifer chitarrista dentro.

Con If You Don’t Like It si torna al rock duro prima di passare al rock elettroacustico di Coming Home, pezzo e video imprescindibili per quel periodo.

Fire and Ice e Take Me Back chiudono il disco senza troppi sussulti. Hard rock americano tipico di quegli anni.

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Disc 3: Heartbreak Station (1990) – TTT½

  1. The More Things Change
  2. Love’s Got Me Doin’ Time
  3. Shelter Me
  4. Heartbreak Station
  5. Sick for The Cure
  6. One for Rock and Roll
  7. Dead Man’s Road
  8. Make Your Own Way
  9. Electric Love
  10. Love Gone Bad
  11. Winds of Change
  12. Bonus Tracks:
  13. Shelter Me -Radio Edit
  14. Move Over – Greatest Hits
  15. War Stories – Greatest Hits

Sul finire del 1990  il gruppo pubblica Heartbreak Station, il terzo album. La posizione della classifica USA a cui arriva è la 19, le copie vendute si fermano al milione. I Cinder si spostano ulteriormente verso lo street rock o più semplicemente verso il rock classico (di tipo rollingstoniano). John Paul Jones scrive gli arrangiamenti per gli archi di Heartbreak Station e Winds Of Change. Primo e unico album dove Fred Coury suona stabilmente la batteria. Questo è l’album preferito di parecchi fan e in teoria dovrebbe essere tale anche per me, in pratica però è un album che mi deluse e che mi fece capire che la band non aveva più nulla di rilevante da dire. E’ il terzo album, i Cinderella avrebbe dovuto scrollarsi di dosso i riferimenti sempre troppo presenti nei primi due album, mettere in campo la maturità artistica e dunque tenere a bada le loro influenze; quello che accade però è l’esatto contrario, in troppi casi sembra che per costruire le canzoni si sia consciamente partiti da template già esistenti.

The More Things Change apre il disco. Belle slide guitar, bel brano di rock rollingstoniano; fu uno dei singoli, però non arrivò in classifica.

Con Love’s Got Me Doin’ Time si torna a cadere nei soliti cliché, il riferimento a Last Child degli Aerosmith (dall’album Rocks del 1986) è lampante. Shelter Me fu il singolo di punta, quello che entra nella top 40. Di nuovo sapori da chitarra slide (stavolta acustica), di nuovo strizzatina d’occhio al genere americana. Video in linea con i gusti americani dell’epoca, nulla da segnalare se non la presenza di Tom Keifer: magnetismo, fighinaggine, talento. Unica rock star in un gruppo di smandrappati (sebbene vada riconosciuta a Eric Brittingham, l’importanza nella costruzione dell’anima della band).

Heartbreak Station gioca sui sentimenti comuni agli uomini di blues come noi. Arpeggio di chitarra acustica, cuore spezzato, treno che si allontana, dissolvenze in bianco e nero. Bello il lavoro degli archi. Uscito come singolo, entra nella top 50 della classifica americana.

Sick For The Cure richiama Honky Tonk Women dei Rolling Stones, One For Rock And Roll fa il verso al classico country americano e a Bobby McGhee versione di Janis Joplin. Dead Man’s Road ha la classica introduzione western blues tipica dei gruppi hair metal di quegli anni, slide guitar e uno sviluppo a metà tra Bon Jovi e When The Levee Breaks dei Led Zeppelin. Make Your Own Way precipita nei territori degli AC/DC, Electric Love è imbarazzante… è Sweet Emotion degli Aerosmith mischiata a Rock Steady della Bad Company. Love Gone Bad è un pezzo rock che non offre spunti particolari, mentre Winds of Change è più riflessivo, chitarra acustica sostenuta dagli archi e qualche buon cambio d’accordi (non vorrei essere troppo pedante ma rilevo anche qui qualche relazione con Changes dei Black Sabbath e con le acustiche in accordatura aperta di Page di That’s The Way).

Tra le bonus track segnalo una buona versione di Move Over di Janis Joplin prodotta da Brice Fairbain, e War Stories scritta da Desmond Child e Tom Keifer.

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Disc 4: Still Climbing (1994) – TTT

  1. Bad Attitude Shuffle
  2. All Comes Down
  3. Talk Is Cheap
  4. Hard to Find the Words
  5. Blood from A Stone
  6. Still Climbing
  7. Freewheelin
  8. Through the Rain
  9. Easy Come Easy Go
  10. The Road’s Still Long
  11. Hot & Bothered

Il disco esce nel 1994 in piena fase grunge, pessimo momento dunque per album del genere. Entra nella Top 200 ma nulla di più. Quarto e ultimo disco da studio della band. Alla batteria siede Kenny Aronoff, Fred Coury suona solo in un pezzo.

Bad Attitude Shuffle sintonizza l’album sulle frequenze dell’hard rock blues tipico della band, ma in questo caso neutro e senza sfumature speciali. La produzione non sembra riuscitissima. Il riff d’apertura e l’intento di All Comes Down sembrano provenire da Permanent Vacation degli Aerosmith. Talk Is Cheap è un brano in bianco e nero, Hard to Find the Words non può che ricordare Free Bird dei Lynyrd Skynyrd e anche qui non ci si può che chiedere come sia possibile che un gruppo di successo, nel quarto album, continui a cadere in questi rimandi così manifesti. Succede anche riguardo gli accordi iniziali di Blood from A Stone … Fire And Waters dei Free. In Still Climbing c’è ancora la slide guitar protagonista, Freewheelin è un rock scatenato ai confini col metal, Through The Rain è la ballatona di rito, Easy Come Easy Go è un rock piuttosto standard. Gli accordi d’apertura di The Road’s Still Long provengono direttamente da Tom Petty mentre lo svolgimento del pezzo è nella norma (bella comunque la batteria di Aronoff). Chiude Hot & Bothered senza brivido alcuno.

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Disc 5: Live B-Sides – TTT

  1. Jumping Jack Flash – Single B-Side
  2. Nobody’s Fool – Single B-Side
  3. Push Push – Single B-Side
  4. Once Around the Ride – Single B-Side
  5. Somebody Save Me – Single B-Side
  6. In from The Outside – Single B-Side
  7. Rock Me Baby / Bring It on Home – Single B-Side
  8. Second Wind – Single B-Side
  9. The More Things Change – Jap live EP
  10. Somebody Save Me – Jap live EP
  11. Heartbreak Station – Jap live EP
  12. Don’t Know What You Got (Till It’s Gone) – Jap live EP
  13. Gypsy Road – Jap live EP
  14. Shake Me – Jap live EP

 

Le bonus track dal vivo sono prese dai lati B di alcuni singoli e dall’EP live pubblicato nel 1991 in Giappone. Jumpin’ Jack Flash vorrebbe replicare la stratosferica versione che ne fece Johnny Winter nel Live del 1971, ma l’assolo di Labar e la sezione ritmica non sono il massimo. Versione da centurioni. Nobody’s Fool, Push Push, Once Around The Ride, Somebody Save Me, In from The Outside, second Wind sono buone, non reggo molto la piattezza del batterista ma so di essere un rompiscatole. Il medley Rock Me Baby (versione Johnny Winter 1973) e Bring It On Home è poco gradevole. Capisco che Keifer sia un fan ma gli altri paiono avulsi dal contesto, Fred Coury poi è un batterista davvero modesto, senza swing né immaginazione.

Il mini live giapponese è più a fuoco ed è una buona rappresentazione di quello che i Cinderella erano dal vivo.

Cofanetto dunque appetibile: almeno due grandi album, un terzo degno di nota, buona confezione, discreto libretto interno e prezzo accessibile.

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Ton Keifer sul blog:

https://timtirelli.com/2015/10/21/tom-keifer-live-in-bologna-zona-roveri-17-oct-2015-tttt/