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Robert Plant “Carry Fire” (2017 Nonesuch Records/Warner) – TTT¼

3 Nov

Pur non essendo un fan dei suoi ultimi lustri musicali, quelli della svolta “rock alternativo / afro / rock / roots / americana” son contento che Plant non sia diventato come David Coverdale o come Ian Gillan, costretti a recitare una parte che non possono più sostenere. Benché Robert sia stato il modello di tutti i cantanti del panorama hard & heavy, si è sempre distinto dalle imitazioni, non ha mai insistito con certe pantomime nei rapporti col pubblico. Una volta (nel 1972) si è autoproclamato “Golden God”, ma lo ha fatto con una certa autoironia e in ambito privato. Sul palco – negli anni settanta –  ogni tanto andava sopra le righe con le sue “plantations” (le cose che diceva tra un pezzo e l’altro), ma niente di cui vergognarsi troppo, d’altra parte la cocaina produce un senso di onnipotenza a volte. Questo è un aspetto che ho sempre ammirato in Plant, il non “sbracare” mai, restare sempre con i piedi per terra, evitare certe grossolanità. Credo che sia anche per questo che i LZ si distinguono dagli altri. Intendiamoci, ho amato molto anche David Coverdale, uno che come atteggiamento sul palco è l’esatto contrario di RP, ma la differenza di stile è indubbia.

Detto questo devo ammettere che è molto ormai che non amo più tanto quello che fa. Ho tutti i suoi dischi, sono un fan, ma i suoi ultimi 5/6 album non fanno per me. Stimo la sua voglia di provare strade diverse, di adattarsi a nuove suggestioni sonore, ma ahimè, quel tipo di proposte mi lasciano indifferente.

Carry Fire è il suo nuovo capitolo musicale registrato insieme al gruppo che lo segue ormai da qualche anno, gruppo dove nessun emerge ma tutti danno il loro (piccolo) contributo alla causa.

La copertina dell’album è piuttosto brutta, in linea con la pochezza degli artwork dei dischi che escono adesso. L’arte delle copertine è davvero morta, e registrare questo fatto anche con uno dei miei miti porta molta amarezza.

Tutti i pezzi sono scritti da Robert e da vari membri dei Sensational Space Shifters a parte Bluebirds Over The Mountain che fu scritta nel 1958 da Ersel Hickey  e che qui Plant canta con l’aiuto di Chrissie Hynde. L’album si è mosso bene nelle classifiche (teniamo presente però che le vendite di dischi al giorno d’oggi raggiungono cifre quasi irrilevanti.) 3° in UK, 14° in USA, persino 23° in Italia.

  1. The May Queen – 4:14
  2. New World… – 3:29
  3. Season’s Song – 4:19
  4. Dance with You Tonight – 4:48
  5. Carving up the World Again… A Wall and Not a Fence – 3:55
  6. A Way with Words – 5:18
  7. Carry Fire – 5:28
  8. Bones of Saints – 3:47
  9. Keep It Hid – 4:07
  10. Bluebirds over the Mountain (The Beach Boys cover) (feat. Chrissie Hynde) – 4:58
  11. Heaven Sent – 4:39

The May Queen riporta a galla suggestioni proprie del III album dei LZ e di Poor Tom. Il cantato di Plant in certi parti non è granché, quello strascicare un po’ buttato lì a mio parere non funziona. Più che un tempo di batteria ci sono dei simil-loop ritmici su cui si attorcigliano i vari strumenti. Nonostante tutto niente male.

New World sembra uscito dritto dritto da Walking In To Clarksdale (1998), l’album che il biondo di Birmingham registrò con Jimmy Page. Brano di buona fattura.

 

Season’s Song si affida ad un arpeggio di chitarra acustica su cui piano piano si inseriscono gli altri musicisti. Momento quieto e di una bellezza che sgorga liquida.

Con Dance With You Tonight si inizia a sentire una certa ridondanza, troppo simile alla traccia precedente nella foggia. Carving up the World Again… A Wall and Not a Fence è un altro momento francamente inutile. Non si può dire che siano pezzi brutti, semplicemente sono neutri e nel contesto di un album del genere è facilissimo vederli passare senza lasciar traccia.

A Way With Words non si discosta molto dal mood dell’LP, se non altro però è presente un piano che lo caratterizza un po’.

Carry Fire pesca nel bacino world-oriental-arabian music. Il cantato e la chitarra si chiamano a vicenda. E’ musica degna di nota, ma niente di nuovo per quel che riguarda l’artista in questione.

Bones Of Saints è ritmata e non si allontana per niente dalla concezione musicale su cui RP e gli SSS fanno affidamento da tanti (troppi) anni.

Keep It Hid è un altro episodio che si perde all’interno del disco.

Bluebirds Over the Mountains, cover di un vecchio pezzo del 1958 e presente anche nell’album postumo di da Ritchie Valens nel 1959, è trattato alla maniera di RP&SSS, nulla di indimenticabile per quanto mi concerne, seppur la presenza di Chrissie Hynde porti qualche brivido.

Heaven Sent è l’ennesimo tentativo di destrutturare le canzoni e presentarle sotto nuove spoglie. Per quanto sia meritevole l’intento, i risultati non sono però poi così rilevanti.

L’album, pur essendo affrontato con professionalità, è concepito sulla parvenza di provvisorietà,  sentimento che può aprire i portali del cosmo ma che spesso fa implodere il tutto. Carry Fire è un album abbastanza coraggioso di uno che fece parte di un gruppo che costituì, e costituisce, i principi fondanti della musica rock. Non gli si può dunque imputare troppo, è ragguardevole il fatto che il Golden God cerchi di non ripetere quello che fece nella sua giovinezza, ma nel farlo finisce per ripetere sentieri già percorsi troppo spesso negli ultimi anni. Per quanto – come dice il nostro amico Beppe Riva – si debba rispetto a Robert Plant, non credo che un album come Carry Fire riesca a passare su nostri giradischi e lettori più di un paio di volte.

Robert Plant solista sul blog:

https://timtirelli.com/2016/07/25/robert-plant-live-in-milano-20-7-2016/

https://timtirelli.com/2011/04/10/flashes-from-the-archives-of-oblivion-robert-plant-sixty-six-to-timbuktu-mercury-2003-jjj/

https://timtirelli.com/2011/05/31/tim-robert/

JIMMY PAGE “Sound Tracks” (JP records 2015) – TTTTT

17 Ott

ITALIAN / ENGLISH

Più volte mi sono chiesto perché sul blog non avessi ancora parlato del cofanetto Sound Tracks di Jimmy Page uscito nel 2015 (e venduto direttamente dal sito ufficiale del nostro chitarrista preferito) e ad oggi non sono arrivato ad avere una risposta. E’ molto strano, reputo il cofanetto in questione un articolo fondamentale per i fan del Dark Lord, penso inoltre che sia stato assemblato in modo superlativo, eppure io, Tim Tirelli, veneratore del chitarrista in questione, mi accosto con le mie riflessioni ad esso con più di 2 anni ritardo. Misteri della psiche umana.

Sound Tracks raccoglie le due colonne sonore composte da Jimmy Page nel 1973 e nel 1981. La prima, Lucifer Rising, sarebbe dovuta essere il commento sonoro  all’omonimo film del regista Kenneth Anger, come Page studioso di Aleister Crowley. Per una serie di ragioni e incomprensioni la cosa non andò mai in porto ed è questa la prima volta che questa colonna sonora viene pubblicata ufficialmente. In passato fu tuttavia pubblicata semilegalmente da piccole etichette discografiche indipendenti e comparve anche in versione bootleg.

La seconda invece uscì per l’etichetta Swan Song nel 1982 e in America raggiunse la 50esima posizione in classifica, risultato non indifferente per una colonna sonora di un film non certo indimenticabile.

Il cofanetto in questione, uscito dunque nel marzo del 2015, è assai ben fatto, di piccole dimensioni, messo insieme con cura e con un gran bel libretto interno.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

LUCIFER RISING (1973) – TTTT

Lucifer Rising è un lavoro sperimentale, un tentativo di sondare le sfumature del misticismo, una raccolta di mantra musicali che incorniciano gli spettri di certe espressioni umane, espressioni che dipingono di volta in volta pensieri sacri e pensieri profani. Il Main Title è l’opera originaria registrata al Plumpton Home Studio nel ’73. Venti minuti di vertigini sonore, di formule musicali magiche, mistiche, demoniache. Ghironde, sintetizzatori, percussioni, (a tratti) chitarre acustiche, il tutto suonato da Jimmy Page, qui nelle vesti magnifiche di Dark Lord. Incubus e le altre quattro tracce appartengono invece a registrazioni effettuate allo Sol Studio anni più tardi. Incubus è un breve giochetto inquietante creato probabilmente con l’aiuto dell’archetto di violino. Damask porta ai sensi il profumo d’oriente, anche qui tutto si gioca sull’archetto di violino, a tratti pare di ascoltare spezzoni presi dal violin bow solo di Dazed And Confused nelle sue mille versioni live. Parte di Unharmonics fu usata per la colonna sonora del 1982; inquietudini sonore e armonici fungono da sostegno a bizzarri fraseggi chitarristici. Damask Ambient si basa ancora sull’uso dell’archetto e sì ha qualche accento ambient. LR Percussive Return vede percussioni innestate su una sezione del Main Title.
Jimmy Page Sound Tracks

Il materiale bonus è composto dal mix iniziale del Main Title e da trame sonore che prendono forma grazie all’impiego inusuale del Theremin

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Non è ovviamente materiale facile, occorre immergersi in questa tenebrosa liquidità sonora e lasciarsi naufragare nei grandi oceani neri creati dalla mente per carpirne significati e suggestioni, ma al di là della venerazione o meno che si può avere nei confronti di Page, rimane materiale singolare e intrigante.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

DEATH WISH II (1992) – TTTTT

Non so quanto DEATH WISH II (colonna sonora dell’omonimo film che in Italia fu intitolato Il Giustiziere delle Notte 2) possa essere importante per la storia del rock, immagino non lo sia per nulla, ma per Planet Zeptune (come lo chiama il mio amico Billy McCue) credo sia un album basilare, probabilmente il migliore di tutta la discografia post 1980 dei membri dei LZ. Certo, i fan di Robert Plant non saranno d’accordo, ma lo spessore dell’album è davvero notevole ed è l’unico che possa lasciar intravedere come sarebbe potuto essere il successore di IN THROUGH THE OUT DOOR. Il film non è granché, incentrato come è su sentimenti di pancia che piacciono tanto a un certo pubblico: la figlia di un architetto viene rapita e violentata da alcuni balordi, finisce per morire e il padre, Charles Bronson, inizia farsi giustizia da solo.

Il fatto è che il regista, Michael Winner, abitava di fianco a Page, e che quest’ultimo nel primo dopo Zeppelin stava passando un periodo di inattività, fu dunque non difficile organizzare una collaborazione e trovare così un modo per riportare in attività il chitarrista dei Led Zeppelin.

Michale Winner: “I’d lived next door to Jimmy for many years. It was a very bad time for him – the drummer had died, and he was in a very inactive period. Peter Grant and I made arrangements for Jimmy to do the Death Wish II score, for which he wasn’t actually paid, because Grant wanted to restore Jimmy back to creativity. Jimmy rang the doorbell, and I thought if the wind blew he’d fall over. He saw the film, we spotted where the music was to go, and then he said to me “I’m going to my studio. I don’t want you anywhere near me, I’m going to do it all on my own.” My editing staff said this is bloody dangerous! Anyway, we gave him the film, we gave him the timings, and he did it all on his own. Everything hit the button totally! I’ve never seen a more professional score in my life.”

Michael Winner & Jimmy Page 1981

Rammento ancora con molta gioia quel periodo del 1982, quando finalmente i due membri principali dei LZ tornarono alla vita con i loro primi album, PICTURES AT ELEVEN e DEATH WISH II appunto. Si intuì subito che Plant sarebbe stato il più convinto, che il suo progetto aveva fondamenta robuste e che avrebbe ripreso a suonare dal vivo con una vera band, per Page le sensazione furono diverse ma fu ugualmente bello vederlo rimettersi in pista.

Jimmy Page Sound Tracks

Who’s To Blame è un gran pezzo che sarebbe stato perfetto per i LZ. Andamento rock e riff dissonanti sempre sul limite del tempo si amalgamo con i colori del mistero. Il cantato di Chris Farlowe è particolare, molti non ne sopportano l’enfasi né il cantarsi addosso, pur non potendomi dire fan io ne apprezzo certi aspetti. L’uso della chitarra sintetizzatore è vincente, gli interventi alla solista sono incisivi, Page non era certo ai massimi livelli dal punto di vista della tecnica e della mano, ma gli assoli sono di una ricchezza emotiva notevole. Alla batteria buon lavoro di Dave Mattacks (Fairport Convention), al basso Dave Paton (Alan Parsons Project, Kate Bush e mille altri).

The Chase è costruita su un riff ipnotico, dapprima con tempo moderato poi trasformato in tempo più ritmato. Ancora molto buono il lavoro di Mattacks e Paton alla batteria e al basso. Ancora presente la chitarra sintetizzatore. Nella parte funk il lavoro della chitarra (la Telecster con lo stringbender) è inusuale e carico di belle sonorità. Quando ritorna il riff principale la chitarra ricerca sempre strade alternative, spesso con risultati più che buoni, seppur non nelle migliori condizioni Page all’epoca aveva ancora parecchie cose da dire. La parte centrale è molto colonna sonora, scritta e suonata per la parte del film a cui deve fare da sottofondo, con effetti alla Page e lavoro d’archi molto efficace. Si aggiunge al piano Dave Lawson, che Page conobbe durante il breve esperimento XYZ, gruppo ipotizzato insieme a Chris Squire e Alan White (e allo stesso Lawson alle tastiere).

Con City Sirens si ritorna al rock, altro riffone alla Jimmy Page tutto giocato su stacchi e controtempi. Due minuti di buon rock cantato da Gordon Edwards (qui anche alle tastiere) del gruppo The Pretty Things, legati alla Swan Song negli anni settanta.

Jam Sandwich proviene da It’s Your Thing degli Isley Brothers. I LZ erano soliti inserirne il riff (da loro riarrangiato) nella sezione funk della versione live di Communication Breakdown. Qui Page indurisce il riff e lo arricchisce con altro riff discendente sovrainciso. Assolo di nuovo suonato con lo stringbender. Il pezzo è tutto strumentale. I soliti Mattocks e Paton formano la sezione ritmica.

Carole’s Theme è di una bellezza definita e pura. Momento intimo e dolce con l’intro di piano di Dave Lawson che va a sfociare nel preludio orchestrale della GLC Philarmonic, tutto sembra perfetto. L’arrivo della chitarra acustica sancisce l’inizio vero e proprio del brano, uno strumentale toccante e ben scritto. La parte della chitarra viene doppiata dal piano di David Sinclair Whittaker, la GLC Philarmonic sul fondo dipinge un quadretto delizioso; i ghiribizzi finali di Page sulla acustica sono riuscitissimi. Questo è uno dei miei momenti preferiti di Page in assoluto. Chissà cosa sarebbe potuta diventare questa idea musicale in mano ai Led Zeppelin.

The Release inizia con la GLC Philarmonic intenta a creare un sottofondo di tensione nello stile classico delle colonne sonore di quel tipo in quegli anni. Entrano poi in scena Page, Mattocks e Paton per un altro strumentale niente male. Sempre avvincente il lavoro delle varie chitarre sovraincise.

copertina interna del long playing originale del 1982

Hotel Rats And Photostats è divisa in due parti, nella prima (Hotel Rats) la chitarra sintetizzatore di Page e la GLC Philarmonic tessono oscure trame che con l’arrivo del solito trio chitarra, basso e batteria diventano ancor più fosche.

A Shadow In the City parte con lo stesso tenore, poi l’archetto di violino diventa protagonista, l’effetto è garantito. E’ qui che A Shadow In The City si fonde con Unharmonics (vedi paragrafo di Licifer Rising). Mattocks e Paton aggiungono pathos con spettrali pennellate ritmiche. C’è tutto il Jimmy Page versione Dark Lord qui dentro, chitarra elettrica suonata con l’archetto di violino, chitarra sintetizzatore, theremin. Un trionfo della essenza misteriosa e siderale di Page.

Jill’s Theme è un lavoro orchestrale, quello che ci si aspetta da certe colonne sonore.

Prelude non è null’altro che la rivisitazione del Preludio in Mi minore di Chopin. Malgrado si faccia ascoltare, lo trovo inutile e ridondante. Rifare con un gruppo rock un pezzo di musica classica è sempre pericolosissimo, si precipita sempre nel abisso del kitsch, nel immondezzaio musicale abitato dai centurioni del rock, pochissime sono le eccezioni, pochissimi i talenti che sono riusciti nell’ardua impresa. Qui la chitarra solista suona la melodia e il risultato non è certo entusiasmante, il pezzo si trascina, fatica ad uscire. Forse sono così freddo a riguardo a causa delle ridicole e catastrofiche versioni dal vivo che ne fece Jimmy nel tour dell’Arms (1983).

Hypnotizing Ways (Oh Mamma) è un bel rock, cantato ancora da Chris Farlowe. Dave Mattocks alla batteria, Gordon Edwards al piano elettrico e Page alla chitarra e al basso. Almeno tre le chitarre che tirano il pezzo e due gli assoli.

Main Title è Who’s To Blame in versione strumentale con la chitarra solista che sostituisce la voce. Nell’album che uscì nel 1982 questa traccia non c’era, al suo posto (prima di Hypnotizing Ways) c’era Big Band, Sax And Violence che in questa nuova edizione stranamente manca.

Il materiale bonus è una sorpresa, pieno com’è di inediti e versioni alternative. Si dice che non sia stato Page a seguire questa riedizione, io tendo a dar peso a questa ipotesi, perché immagino che in caso contrario non avremmo goduto di materiale bonus così interessante (e a proposito, è così che i bonus disc delle deluxe edition dei LZ andavano assemblati).

Jill’s Orchestral Theme comincia col bel piano di David Whittaker che interpreta l’idea che Page aveva scritto per la chitarra, continua poi con tutto il tema orchestrale.

Alternate Jill’s Theme vede al piano Dave Lawson alle prese con una melodia alternativa che Jimmy aveva scritto alla chitarra. 90 secondi di soavi ricami pianistici.

9M1 , come spiega Page nelle note del libretto interno, è un intermezzo che incorpora elementi di The Chase arricchiti dalle percussioni di Dave Mattacks.

City Sirens è una outtake del brano omonimo.

Baby I Miss You So è un inedito e si può intuire perché Jimmy lo abbia tenuto fuori dalla versione ufficiale del disco, essendo infatti un brano leggero e pop sarebbe stato fuori fuori posto in un album dal mood ben definito. Alla voce Gordon Edwards, alla batteria Simon Kirke della Bad Company. Il lavoro di Page alla chitarra è comunque degno di nota.

Hey Mama / Swinging Sax si sviluppa in due parti, la prima è la versione strumentale di Hypnotizing Ways la seconda è in pratica Sax And Violence di cui ho parlato sopra, il pezzo (o almeno parte di esso) che appariva nella prima edizione della colonna sonora.

Carole’s Theme – strings versione di un minuto suonata interamente dagli archi. Suggestiva.

Prelude in versione leggermente diversa dall’originale.

Country Sandwich è un inedito, trattasi di un classico pezzo country, buono più che altro per saggiare il chitarrismo di Page alle prese col genere in questione.

A Minor Sketch è un idea registrata da Jimmy Page al Plumptum Home Studio nei primi anni settanta. La qualità è quella di una registrazione casalinga fatta per fissare su nastro alcune idee. Ci sono ricami, fraseggie  arpeggi che si rincorrono, chitarre sovraincise … è un momento sublime sebbene si senta che è tutto appena abbozzato. L’unico nesso con le registrazioni del 1981 è che alcune idee di questo lavoro provvisorio furono usate per Death Wish II. Bizzarro ma, per un fan di Page, davvero significativo

Questo cofanetto fa dunque la sua figura: le due colonne sonore registrate da Page in versione rimasterizzata, materiale bonus rilevante, libretto interno eccellente e confezione elegante ed in perfetto stile Dark Lord. Intendiamoci, è roba essenzialmente per fan, e forse nemmeno per quelli, è materia infatti per chi è interessato a scrutare negli abissi musicali empirici e nelle profondità sonore di Jimmy Page, il miglior chitarrista rock della storia umana.JP sound tracks booklet 021

(broken) ENGLISH

Several times I wondered why I had not talked about Jimmy Page’s Sound Tracks (the box set released in 2015) yet (and sold directly from the official website of our favorite guitarist) on the blog and I have not come to an answer yet. It is very strange, I think the box in question is a fundamental article for The Dark Lord fans, I also think it has been assembled in a superlative manner, yet I, Tim Tirelli, worshiper of the rock guitarist in question, I join with my reflections to it with more than 2 years delay. Mysteries of the human psyche.

Sound Tracks collects two soundtracks composed by Jimmy Page in 1973 and 1981. The first, Lucifer Rising, was supposed to be the sound commentary on the film directed by director Kenneth Anger, like Page an Aleister Crowley studant. For a series of reasons and misunderstandings, the thing never succeeded and this is the first time this soundtrack is officially released. In the past, however, it was published semi-legally by small independent record labels and appeared also as a bootleg as well.

The second came out for the Swan Song label in 1982 and in America reached the 50th position in the Top200 chart, a not bad result for a soundtrack of a forgettable movie.

The box in question, which was released in March 2015, is very well done, small in size, put together with care and with a great inner booklet.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

LUCIFER RISING (1973) – TTTT

Lucifer Rising is an experimental work, an attempt to probe the nuances of mysticism, a collection of music mantras that frame the spectra of certain human expressions, expressions that paint the profane and the sacred. The Main Title is the original work recorded at Plumpton Home Studio in ’73. Twenty minutes of sonorous dizziness and magical, mystical and demonic musical formulas. Hurdy gurdy, synthesizers, percussion, (at times) acoustic guitars, all played by Jimmy Page, here in the magnificent robes of The Dark Lord. Incubus and the other four tracks belong instead to recordings made at Sol Studio years later. Incubus is a short disturbing game created with the help of the violin bow. Damask brings in the fragrance of the east, even here everything is played on the violin bow, at times it seems to hear parts taken from the violin bow sections of Dazed And Confused in its many live versions. Part of Unharmonics was used for the 1982 soundtrack; even here, sonic restlessness and harmonics that serve as a backdrop to bizarre guitar licks. Damask Ambient is still based on the use of the bow and has some ambient accent. LR Percussive Return sees percussion engraved on a section of the Main Title.
Jimmy Page Sound Tracks

The bonus material is made up of the initial mix of the Main Title and sonorous plots that take shape thanks to the unusual use of Theremin.

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It is obviously no easy material, you have to dive into this dark liquidity and let yourself drift into the great black oceans created by the mind to snatch meanings and suggestions, but beyond the veneration or not that one can have towards Page, it remains singular and intriguing material.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

DEATH WISH II (1992) – TTTTT

I do not know how much DEATH WISH II, soundtrack of the same movie that in Italy was named The Night Avenger (Executioner) 2, may be important to Rock history, I guess it is not at all, but for Planet Zeptune (as my friend Billy McCue calls the LZ world) I believe it is a basic album, probably the best of all the post-1980 discography by LZ members. Of course, Robert Plant’s fans will not agree, but the album’s thickness is really remarkable and it is the only one that let you imagine how the successor to IN THROUGH THE OUT DOOR could have been. The film is not a great deal, as it is focused on the “belly feelings” (as we say in Italy… “the gut instincrs” in other words) that appeal to a certain audience: the daughter of an architect is raped by some villains,  she ends up dying and his father, Charles Bronson, begins to make justice by himself.

The fact is that the director, Michael Winner, lived next to Page, and that the latter in the first post Zeppelin years was going through a period of inactivity, it was therefore not difficult to organize a collaboration and thus find a way to bring back the guitarist of the Led Zeppelin.

Michale Winner: “I’d lived next door to Jimmy for many years. It was a very bad time for him – the drummer had died, and he was in a very inactive period. Peter Grant and I made arrangements for Jimmy to do the Death Wish II score, for which he wasn’t actually paid, because Grant wanted to restore Jimmy back to creativity. Jimmy rang the doorbell, and I thought if the wind blew he’d fall over. He saw the film, we spotted where the music was to go, and then he said to me “I’m going to my studio. I don’t want you anywhere near me, I’m going to do it all on my own.” My editing staff said this is bloody dangerous! Anyway, we gave him the film, we gave him the timings, and he did it all on his own. Everything hit the button totally! I’ve never seen a more professional score in my life.”

Michael Winner & Jimmy Page 1981

I still remember with great joy that period in 1982, when the two main LZ members finally came back to life with their first albums, PICTURES AT ELEVEN and DEATH WISH II. It was easy to immediately realize that Plant’s project would be the most convinced, that his project had a real foundation and that he would resume playing live with a real band, for Page the feelings were different but it was nice anyway to see him back on the saddle.

Jimmy Page Sound Tracks

Who’s To Blame is a great piece that would have been perfect for LZ. Rock vibes, dissonant riffs always on the limit of tempo blended with the colors of the mystery. Chris Farlowe’s singing is particular, many do not endure the emphasis of his singing, even though I can not say I am a fan I fancy some aspects. The use of the synthesizer guitar is winning, the guitar solo work is incisive, Page was by no means at the highest level from the point of view of technique and hand, but solos are of considerable emotional richness. Good work by Dave Mattacks (Fairport Convention) on drums and Dave Paton (Alan Parsons Project, Kate Bush and a thousand others) on bass.

The Chase is built on a hypnotic riff, first with moderate tempo and then with a faster pace. Mattacks and Paton’s work on drums and bass is good. There is still the synthesizer guitar. In the funk part the guitar work (the Telecaster with the stringbender) is unusual and loaded with beautiful sonority. When the main riff returns, the guitar is always looking for alternative ways, often with more than good results, though Page was not in the best conditions at the time he still had several things to say. The central part is “very soundtrack” but it has the Jimmy Page touch anyway,  the strings work is very effective. In the piece we can hear Dave Lawson who Page met during the brief XYZ experiment, a group hypothesized along with Chris Squire and Alan White (and Lawson himself at keyboards).

Rock returns with City Sirens, another Jimmy Page big riff played on syncopation on the edge of tempo. Two minutes of good rock sung by Gordon Edwards (here also at the keyboards) of The Pretty Things group, in the 70s associated with Swan Song.

Jam Sandwich comes from Isley Brothers’ It’s Your Thing. LZ used to insert the riff (rearranged) into the funk section of the live version of Communication Breakdown. Here Page hardens the riff and enriches it with another overdubbed descending riff. The guitar solo is played again with the stringbender. The piece is all instrumental. The usual Mattocks and Paton form the rhythm section.

Carole’s Theme is a tune of a definite and pure beauty. An intimate and sweet moment with Dave Lawson’s piano intro that flows into the orchestral prelude of the GLC Philarmonic, everything sounds perfect. The arrival of the acoustic guitar marks the real beginning of the song, a touching and well-written instrumental. The part of the guitar is dubbed by David Sinclair Whittaker’s piano, the GLC Philarmonic in the background painta a delightful picture; the  acoustic guitars whims are well-done. This is one of my favorite JP moments. Who knows what this musical idea might have become in the hands of Led Zeppelin.

The Release begins with the GLC Philarmonic creating a background of tension in the classical style of the soundtracks of that kind in those years. Then Page, Mattocks and Paton enter the scene for another not bad at all instrumental piece. The work of the various overdubbed guitars is exciting.

copertina interna del long playing originale del 1982

Hotel Rats And Photostats is divided into two parts, in the first (Hotel Rats) the synthesizer guitar of Page and the GLC Philarmonic weave obscure plots that with the arrival of the usual guitar trio, bass and battery become even darker.

Shadow In the City starts with the same tenor, then the violin bow becomes the protagonist and the effect is guaranteed. It’s here that Shadow In The City blends with Unharmonics (see Licifer Rising paragraph). Mattocks and Paton add pathos with spectral rhythmic brushstrokes. Here Jimmy Page step into The Dark Lord shoes, electric guitar played with the violin bow, synthesizer guitar, theremin. A triumph of mysterious and sidereal essence of James Patrick Page.

Jill’s Theme is an orchestral work, what you expect from certain soundtracks.

Prelude is nothing but the revision of Chopin’s Prelude in E minor. Despite it’s easy to listen to, I find it unnecessary and redundant. Reverting with a rock band a piece of classical music is always very dangerous, very often the falling into the abyss of kitsch is just around the bend, in that musical obscurity inhabited by rock centurions (tout court and kitsch rock musicians, in other words), there are very few exceptions, very few talents that have succeeded in the harsh enterprise. Here the guitar plays the melody and the result is not quite exciting, the piece drags, struggling to get out. Maybe I’m so cold about it because of the ridiculous and catastrophic live versions that Jimmy made on the US ARMS tour (1983).

Hypnotizing Ways (Oh Mamma) is a beautiful rock song, still sung by Chris Farlowe. Dave Mattocks on drums, Gordon Edwards on electric piano and Page on guitar and bass. There are at least three guitars and two solos.

Main Title is  the instrumental version of Who’s To Blame  with the guitar solo replacing the voice. On the album that came out in 1982 this track was omitted, in its place (before Hypnotizing Ways) there was Big Band, Sax And Violence, which is not included in this new edition.

The bonus material is a surprise, given that it has unpublished tracks and alternative versions. There’s a rumor out there about the fact that it was not Page who assembled this releaase, I tend to give this weight to the hypothesis, because I guess otherwise we would not enjoy such interesting bonus material.

Jill’s Orchestral Theme begins with David Whittaker’s piano, which interprets the idea that Page had written for the guitar, then it segues with all the orchestral theme.

Alternate Jill’s Theme sees Dave Lawson’s piano with an alternative melody that Jimmy had written on the guitar. 90 seconds of soothing piano embroidery.

9M1, like the inner booklet esplains, is an interlude that incorporates elements of The Chase enriched by percussion of Dave Mattacks.

City Sirens is an outtake song of the same song.

Baby I Miss You So is unusual and you can guess why Jimmy kept him out of the official version of the record, being a light piece it would have been out of place in an album with a well-defined mood. Gordon Edwards on vocals, Simon Kirke of Bad Company on drums. The work of Page on the guitar is still worthy of note.

Hey Mama / Swinging Sax develops itself in two parts, the first is the instrumental version of Hypnotizing Ways, the second is Sax And Violence, the piece that appeared in the first issue of the soundtrack I mentioned before.

Carole’s Theme – String version: a minute played entirely by the strings. Suggestive.

Prelude is pretty close to the original.

Country Sandwich is a never heard before track, a classic country piece, good enough to test Pag’s guitar playing with the genre in question.

Minor Sketch is an idea recorded by Jimmy Page at Plumptum Home Studio in the early seventies. The quality is that of a house recording made to fix some ideas on tape. There are embroidery, arpeggios, licks, overdubbed parts that run after each other … It’s a sublime moment though you feel it’s all just sketched. The only connection with the 1981 recordings is that some ideas of this provisional work were used for Death Wish 2. Odd but, for Jimmy Page fan, really significant.


This box set is therefore a valuable item : the two remastered soundtracks recorded by Page, relevant bonus material, excellent interior booklet and elegant packaging  in perfect Dark Lord style. I mean, it’s essentially stuff just for fans, and maybe not even for those, it’s a thing for those who are interested in scrutinizing the empirical music abysses and sound depths of Jimmy Page, in our opinion the best rock guitarist in human history.
JP sound tracks booklet 021

 

Rolling Stones a Lucca 23/09/2017 – di Giancarlo Trombetti

25 Set

Il nostro GIANCARLO TROMBETTI è andato a vedere i Rolling a LUCCA, questo il suo resoconto.

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Immagino che quasi tutti siano andati almeno una volta a Parigi. E a Parigi non si siano dimenticati di andare a vedere la Gioconda di Leonardo, al Louvre. Eppure è il dipinto più famoso al mondo, di piccole dimensioni, da osservare dietro una teca a qualche metro di distanza e che non porterà nulla di nuovo alla vostra conoscenza. Eppure ci sarete andati.

La Gioconda al Louvre

Ecco, andare a vedere gli Stones ha esattamente il medesimo senso. Sappiamo già cosa vedremo e sentiremo, ma sappiamo che ci troveremo di fronte alla Storia. Leonardo non ha inventato la pittura, vecchia come l’uomo, ma l’ha resa immortale con un sorriso. Gli Stones non hanno inventato né il rock and roll, né il blues, ma lo hanno affinato in modo tale da essere la pietra di paragone per chiunque desideri suonare rock e blues e sia di pelle bianca. Futile, quindi, l’argomentazione degli esperti che, con sufficienza si erano domandati, nei giorni scorsi: “che significa andare a vedere i Rolling Stones oggi?”.

I medesimi che, magari, continuano a sbavare sotto il palco di un tipo di Ashbury Park che vive della loro rendita, di un Dylan adorabile ma che non canta più da trent’anni e che straccia via le sue interpretazioni…”tanto io so’ Dylan e voi nun siete un cazzo”.  Al contrario, vedere più che ascoltare gli Stones significa ridimensionare il novanta per cento dei nostri idoli, che devono aver passato anni a studiarne le movenze, la presenza, i riff, senza averne il medesimo talento e istinto.

Certamente, vederli nel 2017, a una catasta di anni dall’ultimo mio incontro, non è come averli visti nell’82 o nel ’78, ma l’impietoso confronto con le nuove leve è disarmante. Così come di fronte alla Gioconda, sempre quella, immobile e sorridente, nota e immutabile nei secoli, davanti a Jagger, dopo due frasi e due passi sul palco è impossibile non capire dove tutto sia evoluto.

E così siamo qua. Con 150 euro in meno in tasca, il terrore di non riuscire a parcheggiare in una qualche stradina nascosta di Lucca, il timore che la nuova anca non regga allo sforzo di farsi qualche chilometro a piedi e restare in attesa per ore. E, sì, certamente, anche nascosto dietro l’ultimo neurone il dubbio che qualche pazzo voglia farsi esplodere nel nome di un dio ignoto e sicuramente inesistente. Ma dobbiamo vivere, dunque ci siamo. Felici di avere ancora voglie, divertiti pensando ai lucchesi – mosche bianche nello scacchiere toscano – imbestialiti per la loro città bloccata per un mesetto. Perché il luogo scelto per il concerto è fantasioso, di difficile individuazione ed immaginiamo quanti appoggi politici debbano essere stati smossi per ottenere il permesso di occupare un lungo prato lungo le spettacolari mura, posto esattamente a un passo dalla stazione ferroviaria e proprio davanti al viale, chiuso, che conduce all’ingresso delle autostrade. Ma poco importa : il sito ufficiale spiega che “nessuno ha mai suonato lungo le mura storiche”, e qualcuno avrebbe dovuto farlo per primo, no ?  I jersey, quei blocchi in cemento ci sono, li guardo e mi dico che nonostante tutti i divieti, io un paio in più per parte li avrei messi. Un furgoncino si fermerebbe sicuramente, un grosso tir non saprei. Ma pensiamo positivo.

I controlli ci sono, certamente. Ma tutto sommato neppure troppo pressanti. Una quantità di zainetti passa tranquillamente i tre imbuti, molti smoccolano per il loro gettato alla rinfusa dentro un gabbione. Però…era indicato chiaramente che non sarebbero passati, problemi loro. Arriviamo all’atteso metal detector. Emozione per capire se suonerà come al passaggio del Terminator, grazie alla nuova anca in titanio… sì, suona. Io sorrido, il tipo mi guarda e sorride. Mi fa passare. Chissà se avessi avuto un’arma avrebbe suonato diversamente. Vado, non ho intenzione di ammazzare nessuno, per ora.

Perché la voglia di farlo viene, dopo poco, arrivati al prato. Andatevi a cercare da soli, ammesso che ne abbiate voglia, la piantina della location : le mura di Lucca sono circondate da un grande anello verde di erba ben mantenuta che le rende uniche. Il pentacolo con baluardi che formano ha una storia nascosta e leggendaria circa la loro composizione. Uno spettacolo in sé.

Le mura di Lucca

La fetta di verde ricoperta di teloni e a sua volta di ghiaino non raggiunge i cento metri di larghezza, sicuramente supera i trecento in lunghezza. Il palco è imponente, come sempre con gli Stones; le quattro torri saranno alte tra i 25 e i 30 metri, sicuramente almeno il doppio dell’altezza delle mura. Al centro il palco, incastonato tra le torri, stranamente basso per essere un palco da osservare da centinaia di metri. Ad occhio dico meno di due metri e mezzo. I piedi dei roadie sono di poco al di sopra della linea immaginaria dei miei occhi. Cerchiamo una posizione decente, sono le quattro, ne avremo per cinque ore almeno.

Ci vuole poco per capire che i due gazebo che contengono, probabilmente, mixer luci e audio, regia video e telecamere e che sono poste alla base delle due torri dell’amplificazione, impediranno la visione ai due terzi del famigerato Prato B, quello destinato a contenere la maggioranza dei 55mila presenti.  I gazebo sono alti almeno quattro metri, se non più, e creano dietro di loro un cono che impedisce la visione del palco. No, non esiste, almeno per i primi 250 metri, una visione centrale perché esattamente al centro c’è un largo corridoio transennato, forse di sicurezza, che occupa la zona della visione migliore. Il risultato è che…sparo a occhio… trentamila dei cinquantamila a prato, non vedranno mai il gruppo. Io sono tra quelli. E quando Jagger sbucherà da un angolo di un terzo gazebo utilissimo e destinato a contenere acqua e birra vendute a prezzo da deserto del Sahara dopo una settimana di traversata, capisci che qualcuno ha deciso che solo quei sette, ottomila del Prato A avranno l’onore di vedere fisicamente gli Stones.

Semplicemente ri-di-co-lo. Folle, da rimborso immediato, una vergogna.

Voglio sperare che si tratti di una scelta inderogabile della produzione, sicuramente successiva alla scelta del luogo, lungo e stretto, e spero non del solo promoter. Che a quel punto bene farebbe a cambiare mestiere. Tanti ce ne sono. Fortunelli i ragazzi dell’A e i pochi del Vip sotto palco, finito in mano ad amici e raccomandati. I ricchi, quelli veri, stanno negli sky box a 700 cucuzze a posto. Non capiranno un cazzo di quello che sta accadendo, non conosceranno un brano eseguito ma potranno trovarsi al rinfresco che seguirà e dire agli amici che “loro c’erano”. Già..il prato A… 250 a testa, sapevo…le stesse pagate dai quindici ragazzi di Spoleto vicini a me, nel B però, che hanno cambiato i biglietti presi da ticketone. Si domandano, ingenuamente, se qualcuno abbia sbagliato, perché il loro biglietto riporta la cifra di 115, il prezzo ufficiale del Prato B, che a loro è costato 135 in più…e però hanno avuto una borsina in tela rossa, una specie di diario, un berrettino. Dico loro che io avrei rovesciato il bancone, loro restano sereni e dubbiosi. Abbandoneranno la posizione conquistata quando una mandria di deficienti ubriachi, verso le cinque, inizierà a spingere per avvicinarsi al palco, senza sapere di essere a pochi metri dalle transenne. Siamo quanto più avanti il B ci consenta e vediamo i tecnici sul palco piccoli come i soldatini di plastica della nostra infanzia. Il mio occhio venatorio (e qui  da animalista mi tocca storcere il naso, ndtim) mi dice 130/150 metri.

Ci spostiamo di lato, ‘fanculo, tanto comunque dovremo guardare i videowall. Ma respireremo. Inizio a domandarmi se la domanda corretta non sia “se è il volume è troppo alto sei troppo vecchio”, bensì “se ti stanchi a stare in piedi stai invecchiando e devi scegliere posti a sedere”. Perché sedere a terra è impossibile : verresti calpestato e la mia costosissima anca non se lo può permettere.

All’imbrunire suona un gruppo spalla. Sulla grancassa c’è scritto The Struts, che credo voglia significare “I chiunque”, in inglese. Nessuno deve avergli detto che essere giovani nel 2017 e suonare quella roba è superfluo. Ma si faranno. Basteranno un paio di ritocchi : un cantante con due tonalità, un batterista con almeno un paio di tempi diversi da tenere, qualcuno che scriva loro qualcosa di decente da eseguire, un chitarrista solista che prenda il posto dell’attuale. E il gioco è fatto.

Guardo con sguardo libidinoso le tribunette poste lungo le mura, quelle che stanno rendendo ancora più stretto il campo e provo a corrompere uno della security: ti allungo qualcosa se mi fai passare. Non avrei dovuto farlo. Sarebbe stato sufficiente indirizzarsi con decisione verso una delle porte, lo scopro troppo tardi.

A buio il palco si illumina di rosso, le maracas battono il tempo di Sympathy for the Devil, il pezzo che, per me, racchiude tutta l’essenza degli Stones. Lo adoro. Me lo godo. Lo assaporo come credo si debba fare con un vino d’annata. Jagger si muove come un cinquantenne e canta come tale. Ma ne ha, lo sappiamo, 24 in più. Ha fatto un patto con il diavolo, altro che Robert Johnson. Watts ne ha 76, il fisico è fragile, ma sorride e…suona, suona davvero. In quel modo semplice, asciutto, perfetto. E detto da uno che ama Colaiuta e Bozzio credo sia il migliore dei complimenti. Richards è…Richards. Il monumento alla sopravvivenza del rock and roll, l’uomo che “non ha mai avuto problemi con la droga, ma solo con la polizia”, quello che, fotografato all’arrivo all’aeroporto di Pisa, si è fatto fotografare a fumare. Le mani sono due sculture all’artrosi, si muovono dure e lente sulle chitarre, sbagliano spesso, lasciano a Wood la maggior parte del lavoro, dimentiche che proprio gli Stones hanno perfezionato quell’intreccio di doppia ritmica e doppia solista, ma quando “prende” alcuni di quei riff che rappresentano la Pietra di Paragone per milioni di “vorrei essere” capisci che la fabbrica del riff, in qualche modo, ha ancora un suo rappresentante attivo.

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RS Lucca – foto A. Delli Paoli

La regia video, e non avrebbe potuto essere diversamente, è semplicemente perfetta. Ogni brano ha una sua caratteristica visiva diversa da tutte le altre e angolazioni diversamente selezionate. Ci deve essere un lavoro immenso dietro alla costruzione video di ogni brano e quel minimo di occhio che mi sono fatto, me lo fa apprezzare. Non è semplicemente una ripresa video quella che abbiamo davanti : è opera di alta regia, ma chissà quanti saranno in grado di goderla a pieno. Il suono è sporco, molto più di quanto mi sarei aspettato. Ma non intendo nella miscela acustica, che comunque lascia a Richards qualche decibel in più di Woods, ma proprio nella scelta del suono, che mai avevo ricordato così rustico, da cantina, immediato, diretto…ecco…no filter, adesso capisco.

Gli Stones stanno chiudendo il cerchio, tornando alle origini del loro rock, imbevendolo di blues, di roll di approccio scarificato, essenziale. Cosa difficile, tutto sommato, dato che con i quattro ci sono ben sette musicisti aggiuntivi, tra cui, per me, spicca Chuck Leavell, un giramondo delle tastiere.

Perché gli Stones ? ti domandi mentre scorrono le canzoni. Per la solita, unica, inevitabile ragione : i pezzi, i pezzi, i pezzi. E loro, di brani miliari, ne hanno composti a dozzine. Senza inventare nulla, ma creando ugualmente le basi con cui il mondo ha dovuto confrontarsi. Perché Gimme Shelter, Brown Sugar, due versioni incredibili di Midnight Rambler e You can’t always get what you want, da sole valgono la tua presenza lì, davanti alla Storia di quello che ami da sempre, di quelle cose che, messe su un piatto o dentro un lettore, ti hanno modificato la vita, reso più luminose le giornate, fatto dimenticare i dolori, fatto venire la pelle d’oca, innamorare e incazzare.

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Perché davanti a milioni di euro di produzione c’è solo l’emozione di chi riesce ancora a stare in piedi per ore, nonostante tutto, ad amare quattro vecchietti che potrebbero essere al bar a giocare a carte. E invece sono su un palco, a cantare e suonare la loro vita e la tua.

Credevo di essere andato a vedere per l’ultima volta i Rolling Stones. Penso di essermi sbagliato.

©Giancarlo Trombetti  settembre 2017 

LED ZEPPELIN “Deus Ex Machina” – Seattle, Center Coliseum 21 march 1975 – (EVSD 2017 – BOOTLEG)

10 Ago

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La premessa ad un nuovo bootleg del 1975 dei LZ è sempre quella, ovvero che bisogna tener conto delle condizioni con cui il gruppo affrontò il tour americano del 1975. Page poco prima di partire si fa male all’anulare della mano sinistra, Plant arrivato a Chicago si prende una bronchite che lo costringerà a cantare – da gennaio  a marzo – nonostante grossi problemi alla voce, e se a tutto questo aggiungiamo poi l’entrata in scena di certe sostanze, gli squilibri dati dall’enorme successo e l’edonismo sfrenato di cui inizia ad essere vittima il chitarrista, il gioco è fatto.

Pur con questi problemi, quelli del 1975 rimangono ugualmente i Led Zeppelin, musica cosmica in perfetto equilibrio tra pancia e mente, un look da vere rockstar e un aurea leggendaria, e pazienza se le performance dei duei membri più in vista del gruppo non sono sempre perfette.

Esce dunque per la prima volta la registrazione soundboard (ovvero presa dal mixer) del secondo concerto a Seattle del tour. Fino ad oggi era disponibile nel giro dei fan e degli amanti delle registrazioni dal vivo una registrazione audience (presa dal pubblico) piuttosto buona, e proprio grazie a questa il concerto in questione ha da sempre una nomea particolare, per molti infatti resta il miglior show del 1975 in terra d’America. Io all’epoca comprai i due bootleg relativa, 4 lp che presentavano lo show in maniera incompleta e senza rispettare l’ordine della scaletta. 45.000 lire l’uno. Altri tempi.

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Dal punto di vista del visual il tour del 1975 è più cupo del precedente. Se si guardano le foto del 1973 si nota sempre una luce positiva, i palchi erano colorati, gli impianti luci brillanti, e il mood del gruppo solare, rispecchiando un po’ l’atmosfera gioiosa dell’albm Houses Of The Holy.

LZ San Antonio 22 may 1973 – photo Carl Dunn

Nel 1975 tutto si fa più tenebroso. Il look di Page e Plant è vincente ma il resto è al limite del pauroso, del misterioso, dal sound che il gruppo ha fino alle vibrazioni che sembrano circondare l’entourage Zeppelin. Come accennato sostanze chimiche pesanti entrano in scena, tutto diventa più sfuocato e a tratti senza controllo. Il suono della batteria è profondo, cupo (pur rimanendo un suono vivo), mentre quello della chitarra di Page è stranamente più pulito. Il sound complessivo è ottimo, o perlomeno a me piace molto. I soundboard del 1975 sono in media fantastici per quanto riguarda la qualità audio, tra le registrazioni dei questo tipo sono i migliori di sempre. La Empress Valley Supreme Discs ne ha fatti uscire parecchi in questi anni, si dice che nelle sue mani ne abbia ancora un bel po’. Certo, i fan dei LZ preferirebbero soundboard del 1971 o di altre date magiche del gruppo, ma visto che non si può scegliere credo che si debba essere sempre felici quando un soundboard mai pubblicato precedentemente fa capolino. Non capisco come uno si possa dire fan in senso stretto dei Led Zeppelin e poi snobbare uscite del genere solo perché Plant ha problemi di voce e Page pesca spesso nel torbido. Se sei un vero fan, ogni nuovo soundboard lo devi avere, anche perché in quasi tutti i concerti del gruppo ci sono momenti di eccellenza o perlomeno interessanti.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

TITLE: Led Zeppelin ““Deus Ex Machina″

LABEL: Empress Valley Supreme Discs

TYPE: Soundboard (previously unreleased)

SOUND QUALITY: TTTTT

PERFORMANCE: TTTT

ARTWORK: TTTT

BAND MOOD: TTTT½

COLLECTION ZEP FAN: TTTTT

Tempo fa uscì il teaser di HEARTBREAKER, versione piuttosto sloppy che contribuì ad abbassare le mie aspettative. Oggi che ho per le mani la registrazione completa constato che, dopo una prima reazione del tipo “I’m not impressed”, il concerto sta crescendo molto dentro di me e gradualmente sta raggiungendo la cima della classifica relativa ai miei preferiti del 1975 ovvero NY MSG 12 febbraio 1975 e Los Angeles Forum 24-25-27 marzo 1975 ( ma di questi ultimi tre esiste solo la registrazione audience, dunque mi riservo di rivalutarli una volta che usciranno – speriamo –  i soundboard).

Prima di iniziare a parlare del concerto vale la pena ricordare che è facile oggi analizzare nel profondo ogni minimo particolare ed essere un po’ critici, non va scordato infatti che stiamo parlando di giovani uomini ripresi on the road negli anni settanta, giovani uomini alle prese con tutto quello che l’America poteva offrire all’epoca, giovani uomini sballottati  di qua e di là, tanto per dire: il 17 marzo a Seattle, il 19 e il 20 a Vancouver, il 21 di nuovo a Seattle… magari in un contesto del genere è facile perdere l’orientamento e avere una sorta di di jet lag dei sensi.

La scaletta del 1975 non mi ha mai fatto impazzire, SICK AGAIN ad esempio per me è un pezzo dei LZ assolutamente rimpiazzabile. Da PHYSICAL GRAFFITI furono scelti solo pezzi tetri e/o epici. SICK AGAIN appunto, IN MY TIME OF DYING, TRAMPLED UNDERFOOT e KASHMIR. Mi chiedo come fecero a lasciar fuori CUSTARD PIE, TEN YEARS GONE e IN THE LIGHT. Certo, di solito una band propone i pezzi che vengono bene in situazione live, ma d’altra parte TEN YEARS GONE fu proposta dal vivo nel 1977 e 1979 e CUSTARD PIE nel periodo PAGE & PLANT, Avrebbero di sicuro reso il mood più colorato e vario.

ROCK AND ROLL e SICK AGAIN sono buone, qualche lieve sbandata ma tutto ok. “And it’s been a long time Seattle” dice Plant prima dell’assolo di Page in ROCK AND ROLL; per gli standard del 1975 RP è in formissima.

RP: Seattle, good evenin’! Good evening. Well, we went across the border. It was alright but it’s much better back here. And that’s, and that’s no lie. That’s the truth. What we intend, what we intend to do tonight is to, uh, to relieve our physical, uh, pent-up-ness on stage, and then to relieve it later on after the gig elsewhere. Now the thing is, what we intend to do is to try and give you a cross section of, of what we’ve been trying to produce and write over the last six and a half years. As you know, as you notice, uh, the material varies greatly, and so you will appreciate that we take it from one extreme to the other. And what better way to start than to gaze out under the horizon and see what tomorrow may bring.

L’umore di Plant è ottimo, sente che la voce è meno soggetta ai problemi che lo assillano da gennaio e dopo tutto sa che Seattle è una delle città dei Led Zeppelin, non è Los Angeles, ma l’isterismo del pubblico (vedi la registrazione audience) è assolutamente percepibile. All’inizio di OVER THE HILLS Page pasticcia un po’e sbaglia l’accordo di DO, roba da principianti, l’accordatura inoltre non sembra perfetta, ma il resto prosegue bene. L’assolo è ispirato, il Dark Lord cerca con successo soluzioni nuove, il gioco sui bicordi è delizioso. La chitarra è leggermente in secondo piano, questo vale per tutto il concerto, basso, tastiere e pedaliera basso sono invece ben presenti (e questo è sempre una gran cosa in generale, odio le registrazioni dove il basso e le tastiere si sentono poco). La risposta del pubblico è fortissima.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

RP: Thank you very much, well. You’ve probably heard that one before, yeah? There’s one demand that I’d like to make, apart from that you enjoy what we’re doing, and that is that you don’t sway around too much in the front because somebody might get hurt, okay? I’ve seen it happen and it’s very gory. In England we have soccer matches where the same sort of thing happens. Only the soccer is terrific. Right, now, it came to pass that, that I, hah. It came to pass that after eighteen months of just sittin’ down on our backsides, forming Swan Song Records and, and messin’ around, generally, we finally managed to put a record into the shops, Physical Graffiti, …. Once again, a lot of variations in musically, intend to give you, ahh. We intend to give you some of that tonight. If we got any left.

IN MY TIME OF DYING fila via liscia, nel break dove Plant rimane da solo lo si sente “chiamare” l’entrata di Jimmy che però o è distratto o semplicemente decide di entrare due giri dopo.

RP: Thank you very much. That was taken from, uh, that was, uh, we were inspired, should we say, from something that came from an old work song, a long long time ago before they started putting music down on pieces of paper. In the South of the North American states. Uh, this song has a different story altogether, this next one. It relates to our travels and our voyages and, um, experiences. Uh, with all kinds of people in all kinds of situations, we always find that we end up having a very nice time. After, after the initial confrontation, whatever language, whatever creed, whatever guitar, whatever road manager. Did I tell you about Raymond? Poor Raymond’s working with us with a broken leg. Raymond Thomas, from Scotland, with a broken leg! A broken leg! Poor Raymond. Anyways, so was I was saying, ‘The Song Remains the Same.’

Anche TSRST è buona. Qualche sbavatura di Page nella prima parte lenta ma niente di che. In alcuni momenti sembra di ascoltare il Plant che tutti conosciamo e immaginiamo. JPJ cerca strade alternative ed è molto eccitante ascoltare quello che fa. Ormai leggendaria tra i fan la frase “Seattle won’t you listen now” che il biondo di Birmingham inserisce nel testo.

In THE RAIN SONG la chitarra di Page non sembra accordata perfettamente e anche il mellotron sembra sempre al limite. E’ bene rammentare che il mellotron era la tastiera che in quegli anni simulava una orchestra di archi. Ad ogni tasto era collegato un nastro pre-registrato che a sua volta quando selezionato si appoggiava ad una testina che riproduceva il suono, una volta che il tasto smetteva di essere premuto, il nastro veniva riavvolto all’inizio. Facile intuire quanto fosse problematico portare in tour uno strumento del genere. L’umidità e altre variabili rendevano la tenuta dell’accordatura difficile. In THE RAIN SONG si può capire quanto fosse complicata la gestione. Ad ogni modo, buona versione.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

RP: It is the summer of my smiles. It should be the summer of everybody’s smiles, right? Even our friend, …, who plays the mellotron, John Paul Jones on mellotron. John Paul Jones. Mellotron is, uh, a very easy way of carrying around a thirty-six piece orchestra, uh, with the aid of tapes and, good evening. John Paul Jones is a very easy way of being an orchestra. And to prove this he’s gonna play in the, uh, standard, um, middle-asian-eastern style of, uh, violin playing on this next piece. We’d like to dedicate this to, uh, everybody who we’ve met in Seattle. This time we’ve been a groove and a gas. And we didn’t really meet and we didn’t really meet enough people either. At least of the right gender. This is called ‘Kashmir.’

Di nuovo il mellotron per KASHMIR; Page con la Danelectro accordata in dadgad. Nella sezione All I see turns to brown As the sun burns the ground And my eyes fill with sand As I scan this wasted land qualcosa sembra non funzionare tra gli arrangiamenti della chitarra e quelli delle tastiere, la stessa cosa accade nel finale.

RP: Is this an Elvis Presley show or what? Hi, everybody. That last song holds great significance for us, really, because Kashmir is a place we haven’t been yet. Hah. So if we can write a song about it before we get there, what happens when we get there?  A song now with, another journey. A journey with, uh, more somber intonations, I think. This features, once again, the nimble fingers of John Paul Jones. This is a song about a journey where there can be ‘No Quarter.’

NO QUARTER è uno dei momenti che aspetto con più trepidazione, la parte strumentale di improvvisazione è spesso magnifica e ci apre le porte a passaggi verso le profondità cosmiche. Plant può permettersi di spingere come faceva in passato, ed è un sollievo sentirlo più o meno libero di cantare seguendo l’istinto. L’assolo di piano è appassionante, Jones è ispirato e voglioso di sperimentare. Al minuto 5:36 cita IN A PERSIAN MARKET del grande Ketèlbey, poi si infila nei soliti passaggi pieni di blues misterioso fino ad arrivare a GEORGIA ON MY MIND. Il tempo scelto per la parte in cui entra Bonham è più sostenuto del solito. Starei ad ascoltare ore il groove creato dalla coppia Jones/Bonham. Vista la velocità della sezione ritmica Page fatica un po’ a trovare i giusti innesti chitarristici. L’assolo non è ispiratissimo, Page sembra rifarsi ai soliti cliché . Intendiamoci, ci sta, perché non credo sia facile mantenere in continuazione e ad alti livelli alti la concentrazione e la vena compositiva. Page è uno dei più grandi improvvisatori che la musica rock abbia mai avuto (per quanto riguarda la chitarra per me sicuramente è il numero 1), ma credo sia comprensibile che alla fine di un tour fatto di concerti di 3 e passa ore dove lo spazio per l’improvvisazione è tanto ci siano momenti in cui l’estro sia un po’ in riserva. Se pensiamo che nel tour del 1975 NO QUARTER durava circa mezz’ora e DAZED AND CONFUSED 40 minuti (come in questo caso) è facile capire come il chitarrismo di Page abbia cercato ad espandersi come fa l’universo, serate o fasi sotto tono sono quindi da mettere in preventivo (per la cronaca, non dimentichiamoci di altri 30 minuti per MOBY DICK).

Al minuto 18,40 Jones inizia la sperimentazione selvaggia, quella parte dove contorni armonici e strutture vanno in frantumi e si entra nel cosmo più profondo, Page è abbandonato a se stesso senza più riferimenti mentre Jones salta da una galassia musicale all’altra. Momenti forse eccentrici ma a mio modo di vedere vitali. Mai sentita un’ altra band dedita all’hard rock fare cose del genere. A Page torna l’ispirazione al minuto 23. Altri 90 secondi di ricerca chitarristica. Alla fine il pubblico capisce la grandezza della musica appena ascoltata e va in visibilio.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

A questo punto la band è pronta per TRAMPLED UNDEFOOT, Jones è al clavinet, prova il suono, quando Plant decide di riportare tutti indietro con il blues del terzo album, pezzo proposto solo un paio di volte durante il tour.

RP: John Paul Jones, grand piano. A … another Englishman in New York …, um, who’s various members of the rock and roll, uh, heirarchy, have decided to call the Incredible Shrinking Man. Uh, Mr David Bowie, wherever you are, I’ve got your hat. Now as I said to you before, um, we didn’t, we didn’t do any gigs for eighteen months. We all sat at home and ate chocolates and watched the TV. And tried to see what it was like to be straight. Didn’t work. And since then we’ve, uh, we’ve embarked on this tour of the United States, ahh, which’s been fantastic, really good. We found out that, uh, we found out that everything we thought we could do with, everything we thought we could do before we could do better now, you see? Well, unfortunately, unfortunately, music-wise, if we were to try and prove that every night we should be on the doctors orders constantly, we would have no time for anything else but music and you must have other interests when you’re on the road, right? You understand that? Anyways, there’s one song that we’ve done twice in, in, I suppose, since we got ripped off for all that bread in New York, ages ago. Um, because we really dig playing here, for no other reason, we’re gonna do it again now. It’s, uh, yeah. I don’t think anybody else in the band knows about it yet. Just a little bit of change in, uh. Sorry about that, John. And this, you see? Right on this spot. It could be ‘Louie Louie’, but instead it’s, it’s a thing from the third album that, um. ‘Since I’ve Been Loving You.’

Sebbene SIBLY sia un brano non esattamente previsto all’interno della scaletta del 1975, la trasposizione resa dalla band è di tutto rispetto. Grande JPJ alla pedaliera basso che, lo ricordo, suona mentre è alle tastiere. L’arrangiamento non si discosta troppo da quello del tour del 1973.

RP Well nobody expected that, least of all, us. That’s what it’s all about. (I got a … that’s made for a necktie.) A lot of distinguished people in the wings tonight. A Mr Peter Grant, known as Panama Pete to the Seattle police, Panama Pete. Peter Grant! Sorry, Petey, you didn’t go down too well. Ha ha ha. We got a friend called Lou, who’s birthday it is today. Lou, happy birthday, Lou. Got a guy who plays the drums and kicks the shit out of everybody in his drum, John Bonham. Here goes a song from Physical Graffiti, to, uh, to make your toes curl up. It’s a song, uh, related to the motions of a motorcar, which really, is all about ladies like you, my dear. It’s called ‘Trampled Underfoot.’ And long may we trample.

TRAMPLED UNDERFOOT è affrontata con la solita ferocia ma il risultato è un po’ confuso intorno al minuto 2:00 dove il gruppo si perde un po’. L’assolo di Jones non è tra i più riusciti. Quello di Page è simile ad una corsa di cavalli selvaggi, qualcuno scarta all’improvviso e cade ma il resto continua a correre in modo gagliardo con le criniere al vento. Alcune frasi di chitarra producono l’effetto voluto.

RP: With just a little bit of ‘Gallows Pole’ thrown in. I think this concert has the right vibes for a good time, yeah? No pretense. Everything is just straight on the level. It’s really nice, really feels good. uh, our wishes and, um, heartfelt sorrow go out to Benji LeFevebre, who’s suffering from a social disease, at the moment. Poor Benji. Don’t forget to pop into the clinic in California. Panama Pete’s still in the wings and we’re still here. Ladies and gentlemen, I bring you, John Bonham! ‘Moby Dick!’

Quasi trenta minuti di assolo di batteria. Mi chiedo cosa pensassero gli spettatori. D’accordo, si trattava di John Bonham, ma … ad ogni modo alla fine del pezzo c’è un’ovazione. Plant chiede se tutti si stanno divertendo, domanda retorica, la risposta è il delirio assoluto. Seattle e i Led Zeppelin sono connessi, non vi è dubbio.

RP: John Bonham! John Bonham! John Bonham! ‘Moby Dick!’ ‘Moby Dick!’ Tonight, on the Johnny Carson show. Well that was too much. Is everybody, uh, enjoying themselves? Mr Page is havin’ a fit. There’s a little bit of a discrepancy about a guitar and a man who is being held by the police and all sorts of things. Quite a, quite a story going on behind the scenes. I think we’ll dedicate this to the innocent party, whoever or wherever he may be in this giant intrude that goes on. As we try and maintain law and order in society, without, not us, but everybody, ya know, so, it’s a communal effort. This is, uh, something that we should dedicate to the difference and the balances between law and order and where they start crossing each other’s lives. 

DAZED AND CONFUSED stasera è tra le più leggendarie. 40 minuti di esoterismo musicale, di sperimentazioni, di indagini nel subconscio. Al di là di qualche imperfezione di Plant e Page, l’esposizione del pezzo in questa serata va oltre il mito. Le improvvisazioni di Page tra lo spagnoleggiante e l’indecifrabile prima del lento arpeggio (minuto 7:00) ci portano in mondi sconosciuti. Il chitarrista cerca passaggi nello spazio tempo e lo fa col suo grande intuito. Rientra poi la band sull’arpeggio MI- DO, Plant stasera ci canta sopra FOR WHAT IT’S WORTH dei Buffalo Springfield. Magnifico Jones al basso. Plant continua con WOODSTOCK di Joni Mitchell. L’atmosfera creata è meravigliosa. Ad un certo momento Page si dà al reggae e Robert accenna a I SHOT THE SHERIFF di Marley. L’archetto entra in scena circa al minuto 14:00. 420 secondi di mistica allo stato puro a cui seguono 13 minuti di accelerazioni chitarristiche e di stacchi strumentali e vocali di un’altra dimensione. Dopo l’ultima strofa ci sono ulteriori 5 minuti di improvvisazioni chitarristiche. Come Page facesse a mantenere un livello di espressività così alto è un mistero.

Sebbene (come ripetutopiù volte) Page e Plant non fossero al top della forma, questa rimane una delle DAZED AND CONFUSED più leggendarie mai suonate dai Led Zeppelin. Come loro nessuno mai!

 

RP: Master guitarist, Jimmy Page! We shall keep you less than a moment. Well, uh, a couple of years ago when we were here, we, uh, remember Kingsmen? That’s the trouble with you. You American people, you have all this great, musical heritage.
Well that was the Kingsmen, right? And they came from Seattle. I want you to try and remember that. When we go to New Orleans nobody’s heard of … or Aaron Neville or Betty … and all these people came from New Orleans so you really must brush up on. This one character that you know came from Seattle who, I didn’t really know that well, but we’d like to dedicate this piece of music to the, the amount of work that Jimi Hendrix gave. And the amount, the amount of inspiration that he gave everybody in the business. Everybody in the whole rock and roll world.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

“Mastro chitarrista Jimmy Page” esclama Plant alla fine di e il pubblico risponde nell’unica maniera possibile, è un trionfo. Plant poi parla della eredità musicale di SEATTLE, cita i Kingsmen e Page accenna a Louie Louie, poi il biondo di Birmingham omaggia Jimi Hendrix, dedicando alla sua memoria il pezzo che segue.

Dal 1975 in poi STAIRWAY TO HEAVEN è l’ultimo pezzo in scaletta prima dei bis. Malgrado nell’assolo Page tenda ad appoggiarsi ai cliché, riesce comunque a tirare fuori fraseggi convincenti.

RP: Seattle, you’ve been great. Thank you very much. We ‘ve really enjoyed ourselves. Thanks a lot. Goodnight.

Il gruppo esce di scena.

RP: (Ha ha ha ha ha. Led Zep, the Hammer of the Gods. Good evenin’! We’d like to thank you for having us. The fishing wasn’t as good) as usual, but, uh, there’s something to be said here.

Cosa succedesse nei camerini non è dato sapere (ma facile da immaginare), fatto sta che quando ritorna la band è spesso più confusa e Page fatica a suonare persinoil riff di WHOLE LOTTA LOVE (questo vale anche per il 1977). Il pezzo che meglio simboleggia il piombo Zeppelin è arricchito da una versione cantata di THE GRUNGE. Il tutto è un po’ improvvisato, li senti che sono un po’ rigidi nel momento del cambio accordi, ma è tutto divertente. Page divaga sul giro funk fino a che non va a buttarsi sul Theremin. Jones parte per viaggi tutti suoi ed è uno spettacolo starlo a sentire. Sezione funk-theremin spaventosa (nella accezione positiva del termine). Page poi insiste ancora con la chitarra funk, i ragazzi si stanno divertendo e si sente. Rullata di Bonham e ponte che porta a BLACK DOG.

RP: Seattle! Thank you very much, indeed. Thanks!

Il gruppo ritorna per una accoppiata di pezzi non proprio scontata per il tour del 1975: COMMUNICATION BREAKDOWN/HEARTBREAKER.  La prima è molto buona la seconda più sfilacciata (persino Jones si perde un po’). In HB poco prima dell’assolo Plant canta “Squeeze my lemon baby“. Jimmy pasticcia nella parte in cui solleva la chitarra con le due mani e cerca di suonare la scalata di hammer-on solo con la mano sinistra. Il resto dell’assolo non è affatto male.

Nella registrazione soundboard non c’è il commento finale di Plant (presente invece in quella audience) (RP: Whoa. Thank you very much. We’ve had a great time. Thank you. You’ve been fantastic. Seattle, goodnight! For …. One of the, one of the most timid men in show business leaving the stage now. John Paul Jones! Jimmy Page. And a red rose. )

Si chiude così uno dei migliori concerti del tour americano del 1975. Oltre 3 ore e mezza di rock elettrico, dilatato, potente, irresistibile.

Questo è un bootleg, dunque una registrazione da ascoltare con applicazione, con una sorta di meditazione necessaria per andare oltre le sbavature e le incongruenze e calarsi così nell’attimo stesso del concerto, per poter ghermire l’essenza del concetto di musica rock live (qui rappresentata in senso stretto e al contempo in senso lato) degli anni settanta di uno dei pochi veri grandi gruppi rock della storia. Ascoltare a pezzi e bocconi concerti del genere (non solo dei LZ) significa archiviare superficialmente momenti storici, senza arrivare ad appropriarsi del respiro universale. Prendetevi almeno un’oretta tutta per voi, chiudetevi nello studiolo o mettetevi in cuffia, versatevi due dita del vostro liquore preferite e abbandonatevi alla metafisica.

Questo il link a youtube relativo al nuovo soundboard:

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Questo il link a youtube relativo a quel po’ di video amatoriale disponibile (sincronizzato sulla registrazione audience):

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(broken) ENGLISH

The premise of a new LZ 1975 bootleg is always the same, that is to say, one has to take into account the conditions under which the group faced the US tour of 1975. Just before leaving, Page hurt his left hand and Plant caught a flu or bronchitis that forced him to sing – from January to March – despite major problems in his voice, and if we add to this the entry into the scene of certain substances, the imbalances given by huge success and unbridled hedonism of which the guitar player begins to be the victim, les jeux sont faits.

Even with these problems, those in 1975 are equally Led Zeppelin, cosmic music in perfect balance between belly and mind, a real rockstar look and a legendary aura, and never mind if the performance of the two most exposed members of the group are not always perfect.

So for the first time here it comes the soundboard recording (that is, recorded by the mixer) of the second concert in Seattle of the tour. Up until now, a record audience (recorded by the public) was available to fans and live recordings lovers alike, and thanks to this the concert has always been a particular one, for many in fact it remains the best 1975 show in America. Many years ago I bought the two bootlegs, 4 lp, which presented the show incompletely and without respecting the order of the selist. 45,000 italian lire each. Another age.

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “214” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

Led Zeppelin “207.19” Seattle 21/3/78 LP – foto TT

From the visual point of view, the 1975 tour was darker than the previous one. If you look at the photos of 1973, you always notice a positive light, the stages are colorful, the lights bright, and the mood is solar, reflecting the joyful vibe of the album Houses Of The Holy.

LZ San Antonio 22 may 1973 – photo Carl Dunn

In 1975 everything becomes darker. The look of Page and Plant is great, but the rest is at the edge of the scary and the the mysterious, from the sound of the group to the vibrations that seem to surround the LZ world. As mentioned heavy chemicals enter the scene, everything becomes more blurred and sometimes unmanageable. The sound of the drums is deep and dark (but remaining lively), while the guitar’s one is strangely cleaner. Overall the sound is great, or at least I like it very much. Audio quality wise the 1975 soundboards are fantastic, they are among the very best recordings of this kind. Empress Valley Supreme Discs has released several one in the last years, it is said they have had quite a few in its hands. Of course LZ fans would prefer 1971 soundboards for example, but since one can not choose I think we should always be happy when a previously unreleassed soundboard is peeping. I do not understand how one can consider himself  a fan in the strict sense and then snore such bootlegs just because Plant has problems of voice and Page is often peeling into the turbid. If you are a true fan, you have to have every new soundboard because in almost every LZ concert there are moments of excellence.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

TITLE: Led Zeppelin ““Deus Ex Machina″

LABEL: Empress Valley Supreme Discs

TYPE: Soundboard (previously unreleased)

SOUND QUALITY: TTTT

PERFORMANCE: TTTT

ARTWORK: TTTT

BAND MOOD: TTTT½

COLLECTION (ZEP FAN): TTTTT

Time ago the HEARTBREAKER teaser came out, a rather sloppy version that contributed to lowering my expectations. Now that I have the full recording on my hands, I realize that after a first reaction of “I’m not impressed”, the concert is growing a lot on me and is gradually reaching the top of my 1975 fave gigs charts, (other titles in the first positions:  NY MSG February 12, 1975 and Los Angeles Forum March 24-25-27, 1975 (but the last three have only audience recordings, so I reserve to re-evaluate them once the soundboard come out).

Before starting to talk about the concert, it is worth remembering that it is easy now to analyze every detail and to be a bit critical. It is not to be forgotten that we are talking about young men on the road in the 1970s, young men in touch with all that America could offer at that time, young men throbbed here and there, just saying: March 17 in Seattle, 19 and 20 in Vancouver, 21 in Seattle again … maybe in such a context it is easy to lose orientation and have some kind of  jet lag of the senses.

The 1975 setlist never made me crazy, SICK AGAIN, for example, for me is a piece that can be completely replaced. From PHYSICAL GRAFFITI only gloomy or epic pieces were chosen: SICK AGAIN, IN MY TIME OF DYING, TRAMPLED UNDERFOOT and KASHMIR. I wonder how they let CUSTARD PIE, TEN YEARS GONE and IN THE LIGHT OUT out of the suitable numbers to play. Sure, usually a band proposes songs that come out nice in a live situation but on the other hand TEN YEARS GONE was played live in 1977 and 1979 and CUSTARD PIE in the PAGE & PLANT period, They would certainly make the mood more colorful and varied.

ROCK AND ROLL and SICK AGAIN are good, some muddy moments but everything else seems ok. “And it’s been a long time in Seattle,” Plant says before the Page’s solo in ROCK AND ROLL; for the 1975 standards RP is in top form..

RP: Seattle, good evenin ‘! Good evening. Well, we went across the border. It was alright but it’s much better back here. And that’s, and that’s no lie. That’s the truth. What we intend, what we intend to do tonight is to, uh, to relieve our physical, uh, pent-up-ness on stage, and then relieve it later on after the gig altogether. Now the thing is, what we are going to do is to try and give you a cross section of what we’ve been trying to produce and write over the last six and a half years. As you know, as you notice, uh, the material varies greatly, and so you will appreciate that we take it from one extreme to the other. And what better way to start than to look out under the horizon and see what tomorrow may bring.

Plant’s mood is great, he feels that his voice is less subject to the problems that hurt him since January and after all he knows that Seattle is one of the Led Zeppelin cities, maybe not like Los Angeles, but the audience’s hysteria (see the audience recording) is absolutely perceptible. At the beginning of  OVER THE HILLS Page does a mistakes when hitting the DO (well, C) chord, he sounds like a beginner, the tuning also does not seem perfect, but the rest goes well. The solo is inspired, the Dark Lord seeks new solutions with great success. The guitar is slightly in the background, this is true for the whole concert, bass, keyboards and pedal bass are well present (and this is always a big deal in general, I hate the recordings where the bass and keyboards are low in the mix). The audience response is very strong.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

RP: Thank you very much, well. You’ve probably heard that one before, yeah? There’s one demand that I’d like to make, apart from that you enjoy what we’re doing, and that is that you don’t sway around too much in the front because somebody might get hurt, okay? I’ve seen it happen and it’s very gory. In England we have soccer matches where the same sort of thing happens. Only the soccer is terrific. Right, now, it came to pass that, that I, hah. It came to pass that after eighteen months of just sittin’ down on our backsides, forming Swan Song Records and, and messin’ around, generally, we finally managed to put a record into the shops, Physical Graffiti, …. Once again, a lot of variations in musically, intend to give you, ahh. We intend to give you some of that tonight. If we got any left.

IN MY TIME OF DYING bowls along smoothly, in the break where Plant remains alone, he “calls” for Jimmy’s entry but Pagey either is distracted or simply decides to enter a bit later.

RP: Thank you very much. That was taken from, uh, that was, uh, we were inspired, should we say, from something that came from an old work song, a long long time ago before they started putting music down on pieces of paper. In the South of the North American states. Uh, this song has a different story altogether, this next one. It relates to our travels and our voyages and, um, experiences. Uh, with all kinds of people in all kinds of situations, we always find that we end up having a very nice time. After, after the initial confrontation, whatever language, whatever creed, whatever guitar, whatever road manager. Did I tell you about Raymond? Poor Raymond’s working with us with a broken leg. Raymond Thomas, from Scotland, with a broken leg! A broken leg! Poor Raymond. Anyways, so was I was saying, ‘The Song Remains the Same.’

TSRST is good. Some smears from Page in the first slow part but nothing too bad. At some moments it seems to hear Plant we all know and imagine. JPJ searches for alternative routes and it is very exciting to hear what he is doing. Now legendary among fans the phrase “Seattle will not listen to you now” that the blond from Birmingham puts in the lyrics.

In THE RAIN SONG the guitar does not seem to be perfectly tuned, and even the mellotron always seems to the limit. It’s good to remember that the mellotron was the keyboard that in those years simulated a string orchestra.When a key is pressed, a tape connected to it is pushed against a playback head, like a tape recorder. While the key remains depressed, the tape is drawn over the head, and a sound is played. When the key is released, a spring pulls the tape back to its original position. It’s easy to guess how problematic it was to bring such an instrument on tour. Humidity and other variables made the tuning difficult to handle. In THE RAIN SONG you can understand how complicated it was. Anyway, good version of the song.

RP: It is the summer of my smiles. It should be the summer of everybody’s smiles, right? Even our friend, …, who plays the mellotron, John Paul Jones on mellotron. John Paul Jones. Mellotron is, uh, a very easy way of carrying around a thirty-six piece orchestra, uh, with the aid of tapes and, good evening. John Paul Jones is a very easy way of being an orchestra. And to prove this he’s gonna play in the, uh, standard, um, middle-asian-eastern style of, uh, violin playing on this next piece. We’d like to dedicate this to, uh, everybody who we’ve met in Seattle. This time we’ve been a groove and a gas. And we didn’t really meet and we didn’t really meet enough people either. At least of the right gender. This is called ‘Kashmir.’

Again the mellotron for KASHMIR; Page with the Danelectro guitar tuned in DADGAD. In the section All I see turns to brown, as the sun burns the ground And my eyes fill with sand, as I scan this wasted land Trying to find, trying to find where I’ve been something seems to work not properly between guitar and keyboard arrangements, the same thing happens in the  last part of the song.

RP: Is this an Elvis Presley show or what? Hi, everybody. That last song holds great significance for us, really, because Kashmir is a place we haven’t been yet. Hah. So if we can write a song about it before we get there, what happens when we get there?  A song now with, another journey. A journey with, uh, more somber intonations, I think. This features, once again, the nimble fingers of John Paul Jones. This is a song about a journey where there can be ‘No Quarter.’

NO QUARTER is one of the moments I look forward to with more trepidation, the instrumental part of improvisation is often magnificent and opens the door to passagse to the cosmic depths. Plant can push as he did in the past, and it is a relief to hear he is more or less free to sing following instinct. The piano solo is exciting, Jones is inspired and willing to experiment. At 5:36 pm he quotes IN A PERSIAN MARKET by the great Ketèlbey, then slides into the usual passages filled with mysterious blues until he reaches for GEORGIA ON MY MIND. The tempo chosen for the part where Bonham joins in is more fast than usual. I would listen to hours the groove created by Jones & Bonham. Given the speed of the rhythm section Page struggles a little to find the right guitar engagements. The solo is not very inspired, Page seems to use the usual clichés.  It is comprehensible, I do not think it’s easy to keep concentration and inspiration at high levels all the time. Page is one of the biggest improvisers that rock music has ever had (guitar wise for me certainly he is the number one), but I think it’s understandable that at the end of a tour of 3 and half hours concerts where space for improvisation is huge there are times when the estro uses up all the reserves. If we think that in the 1975 tour NO QUARTER was about half an hour and DAZED AND CONFUSED 40 minutes (as in this case) it’s easy to understand how Page’s guitar has tried to expand like the universe does, so some  mediocre evenings or phases are forgiven (for the record, let’s not forget another 30 minutes for MOBY DICK).

At 18.40 Jones begins wild experimentation, that part where harmonic contours and structures break into pieces and everything penetrate into the deepest cosmos, Page is abandoned to himself with no more references as Jones jumps from one musical galaxy to another. They are maybe eccentric moments but I find them vital. Never heard another band devoted to hard rock making things like that. Page is inspired again at 23:00 minute. Another 90 seconds of guitar research. In the end, the audioence understands the greatness of the music just listened and goes wild.

 

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

At this point the band is ready for TRAMPLED UNDEFOOT, Jones is at the clavinet, he checks the sound when Plant decides to bring everyone back with the minor blues from the third album, a piece offered only a couple of times during the tour.

RP: John Paul Jones, grand piano. A … another Englishman in New York …, um, who’s various members of the rock and roll, uh, heirarchy, have decided to call the Incredible Shrinking Man. Uh, Mr David Bowie, wherever you are, I’ve got your hat. Now as I said to you before, um, we didn’t, we didn’t do any gigs for eighteen months. We all sat at home and ate chocolates and watched the TV. And tried to see what it was like to be straight. Didn’t work. And since then we’ve, uh, we’ve embarked on this tour of the United States, ahh, which’s been fantastic, really good. We found out that, uh, we found out that everything we thought we could do with, everything we thought we could do before we could do better now, you see? Well, unfortunately, unfortunately, music-wise, if we were to try and prove that every night we should be on the doctors orders constantly, we would have no time for anything else but music and you must have other interests when you’re on the road, right? You understand that? Anyways, there’s one song that we’ve done twice in, in, I suppose, since we got ripped off for all that bread in New York, ages ago. Um, because we really dig playing here, for no other reason, we’re gonna do it again now. It’s, uh, yeah. I don’t think anybody else in the band knows about it yet. Just a little bit of change in, uh. Sorry about that, John. And this, you see? Right on this spot. It could be ‘Louie Louie’, but instead it’s, it’s a thing from the third album that, um. ‘Since I’ve Been Loving You.’

Although SIBLY is a song not exactly planned for the 1975 concerts, the transposition made by the band is great. JPJ on the pedal bass is very good, as we know he plays it at the same time when he is on keyboards. The arrangement does not deviate too much from that of the 1973 tour.

RP Well nobody expected that, least of all, us. That’s what it’s all about. (I got a … that’s made for a necktie.) A lot of distinguished people in the wings tonight. A Mr Peter Grant, known as Panama Pete to the Seattle police, Panama Pete. Peter Grant! Sorry, Petey, you didn’t go down too well. Ha ha ha. We got a friend called Lou, who’s birthday it is today. Lou, happy birthday, Lou. Got a guy who plays the drums and kicks the shit out of everybody in his drum, John Bonham. Here goes a song from Physical Graffiti, to, uh, to make your toes curl up. It’s a song, uh, related to the motions of a motorcar, which really, is all about ladies like you, my dear. It’s called ‘Trampled Underfoot.’ And long may we trample.

TRAMPLED UNDERFOOT is tackled with the usual ferocity but the result is somewhat confused around the minute 2:00 where the group goes lost. Jones’s solo is not one of the most successful. Page’s one is similar to a wild horse race, some horses suddenly discards and falls but the rest continues to run roughly with the manes in the wind. Some guitar phrases produce the desired effect.

RP: With just a little bit of ‘Gallows Pole’ thrown in. I think this concert has the right vibes for a good time, yeah? No pretense. Everything is just straight on the level. It’s really nice, really feels good. uh, our wishes and, um, heartfelt sorrow go out to Benji LeFevebre, who’s suffering from a social disease, at the moment. Poor Benji. Don’t forget to pop into the clinic in California. Panama Pete’s still in the wings and we’re still here. Ladies and gentlemen, I bring you, John Bonham! ‘Moby Dick!’

Almost thirty minutes of drums solo. I wonder what the audience thought. Okay, that was John Bonham, but … anyway at the end of the piece there’s an ovation. Plant asks if everyone is having fun, rhetorical question, the answer is absolute delirium. Seattle and Led Zeppelin are connected, there is no doubt.

RP: John Bonham! John Bonham! John Bonham! ‘Moby Dick!’ ‘Moby Dick!’ Tonight, on the Johnny Carson show. Well that was too much. Is everybody, uh, enjoying themselves? Mr Page is havin’ a fit. There’s a little bit of a discrepancy about a guitar and a man who is being held by the police and all sorts of things. Quite a, quite a story going on behind the scenes. I think we’ll dedicate this to the innocent party, whoever or wherever he may be in this giant intrude that goes on. As we try and maintain law and order in society, without, not us, but everybody, ya know, so, it’s a communal effort. This is, uh, something that we should dedicate to the difference and the balances between law and order and where they start crossing each other’s lives. 

DAZED AND CONFUSED tonight is among the most legendary. 40 minutes of musical esotericism, experimentation, investigation into the subconscious. Though few imperfections of Plant and Page, the version of this evening goes beyond myth. The improvisations of Page between the spanish mood and the indecipherable, before the slow arpeggio (minute 7:00), lead us to strange worlds. The guitarist searches for passages in time space and does so with his great intuition. Then comes the band for the the MI- DO (E- C) section, where Plant tonight sings FOR WHAT IT’S WORTH. Jones’ bass work is magnificent.. Plant continues with WOODSTOCK by Joni Mitchell. The atmosphere created is wonderful. At a certain moment Page goes reggae and Robert sings Marley’s SHOT THE SHERIFF. The violin bow comes in at about 14:00. 420 seconds of pure mysticism followed by 13 minutes of guitar accelerations and instrumental and vocal passages of another dimension. After the last verse there are a further 5 minutes of guitar improvisations. How Page would maintain a level of expressiveness so high is a mystery.

Though (as repeatedly) Page and Plant were not at the top of form, this remains one of the most legendary DAZED AND CONFUSED ever played by Led Zeppelin. No one like them!

RP: Master guitarist, Jimmy Page! We shall keep you less than a moment. Well, uh, a couple of years ago when we were here, we, uh, remember Kingsmen? That’s the trouble with you. You American people, you have all this great, musical heritage.
Well that was the Kingsmen, right? And they came from Seattle. I want you to try and remember that. When we go to New Orleans nobody’s heard of … or Aaron Neville or Betty … and all these people came from New Orleans so you really must brush up on. This one character that you know came from Seattle who, I didn’t really know that well, but we’d like to dedicate this piece of music to the, the amount of work that Jimi Hendrix gave. And the amount, the amount of inspiration that he gave everybody in the business. Everybody in the whole rock and roll world.

Led Zeppelin Deus ex Machina Seattle 21-3-75 (EVSD 2017)

“Master guitarist Jimmy Page”Plant exclaims at the end of DAC and the audience responds in the only possible way, it’s a triumph. Plant then talks about the musical heritage of SEATTLE, he quotes the Kingsmen and Page plays the Louie Louie riff, then the  blond from Birmingham pays tribute to Jimi Hendrix, dedicating to his memory the piece that follows.

From 1975 onwards STAIRWAY TO HEAVEN is the last song in the setlist before the encore. Despite the fact that Page tends to lean on clichés, he still succeeds in pulling out convincing licks.

RP: Seattle, you’ve been great. Thank you very much. We ‘ve really enjoyed ourselves. Thanks a lot. Goodnight.

The group then head for the backstage.

RP: (Ha ha ha ha ha. Led Zep, the Hammer of the Gods. Good evenin’! We’d like to thank you for having us. The fishing wasn’t as good) as usual, but, uh, there’s something to be said here.

What happened in the dressing rooms is not known (but easy to imagine), the fact is that when the band returns, it is often more confused and for Page is hard to play even the WHOLE LOTTA LOVE’s riff (this is also true for  the 1977 tour). The track that best symbolizes the “Zeppelin lead” is enriched by a version with vocals of THE GRUNGE. The whole thing is a bit improvised, you feel they are a bit rigid at the time of the chords change, but it’s all fun. Page disgresses on the funk ride until he goes to the theremin. Jones takes off for his own bass improvisation and it is a gas to hear him play that way. The funk-theremin section is scary (in the positive sense of the term). Page then insists again with the funk guitar, the guys are having fun and you feel it. Bonham finally plays a roll that bring to the bridge that leads to BLACK DOG.

RP: Seattle! Thank you very much, indeed. Thanks!

The band returns for a couple of not common tracks for the 1975 tour: COMMUNICATION BREAKDOWN / HEARTBREAKER. The first is very good the former a bit disjointed (even Jones loses the grip). In HB just before  the guitar solo Plant sings “Squeeze my lemon baby”. Jimmy messes up  the part where he raises the guitar with both hands and tries to play the hammer-on section only with his left hand. The rest of the solo is not bad at all.

In the soundboard recording there is not the final comment of Plant (present in the audience one) (RP: Whoa. Thank you very much. We’ve had a great time. Thank you. You’ve been fantastic. Seattle, goodnight! For …. One of the, one of the most timid men in show business leaving the stage now. John Paul Jones! Jimmy Page. And a red rose. )

So one of the best concert of the American tour of 1975 ends. Over 3 and half hour of electric, dilated, powerful, irresistible rock music.

This is a bootleg, so it’s recording to be listened to with application, with a sort of meditation needed to go beyond the blunders and the inconsistencies and so to become acclimatised in the very essence of the concert, to be able to grab the concept of live rock music (here represented in the narrow sense and at the same time in the broad sense) of the seventies of one of the few real big rock groups in history. Listening to bits and pieces of such concerts means storing historical moments superficially, without being able to get the universal breathing. Take at least one hour for you, close yourself in your music room,  pour a droplet of your favorite liquor and abandon yourself to metaphysics.

This is the youtube link to the new soundboard:

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This is the youtub link to that little amateur video available (synced to the audience recording):

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CLAUDIO MORANDINI “Neve, Cane, Piede” (2015 – Exorma) – TTTT

2 Ago

Già il titolo la dice lunga, senza congiunzioni e orpelli raggiunge la schietta espressività in un istante, la stessa di cui è permeato il libro. Un vecchio, a tratti smemorato, che vive in anfratti solitari sulle montagne e che lo fa in maniera rude, primitiva, ancestrale. Lo scorrere del libro è fluido, la semplicità esemplare, mai banale, sempre corroborata da una tensione pura e naturale. 140 pagine degne di nota.

Il libro in breve (http://www.exormaedizioni.com)

La vita di Adelmo scorrerebbe scandita dai cambiamenti stagionali, tra estati passate a isolarsi nel bivacco sperduto e inverni di buio e deliri nella baita ricoperta da metri di neve, se un giorno di primavera, nel corso del disgelo, Adelmo non vedesse spuntare un piede umano dal fronte di una delle tante valanghe che si abbattono sulla vallata.
Neve, cane, piede si ispira a certi romanzi di montagna della letteratura svizzera, in particolare a quelli di Charles-Ferdinand Ramuz, o alle opere ancora più aspre di certi autori di lingua romancia, come Arno Camenisch, Leo Tuor o Oscar Peer: vi si racconta una vita in montagna fatta di durezza, di fatica, di ferocia anche, senza accomodamenti bucolici.
Nell’ambiente immenso, ostile e terribile della montagna, il racconto dell’isolamento dell’uomo, del ripetersi dei suoi gesti e dell’ostinazione dei suoi pensieri è reso dalla descrizione minuziosamente realistica che a volte si carica anche di toni grotteschi e caricaturali, soprattutto nei dialoghi tra uomo e animali, questi ultimi dotati di loquacità assai sviluppata.

YES feat Anderson Rabin Wakeman – Schio (VI) 19/07/2017

26 Lug

Due ore esatte dalla Domus Saurea a Schio. La Brennero, la Milano-Venezia, la Valdastico ed eccoci arrivati all’Arena Campagnola, il posto dove si tiene uno dei tre concerti italiani della second costola degli YES, quella con Anderson, Rabin e Wakeman. Potevamo mai mancare vista la passione sfrenata di Saura per i “Sì” e per Jon e Rick in particolare?

Sono le 16. Il concerto è promosso da Schio Life, la realtà indipendente che organizza concerti da queste parti, realtà che stimiamo molto e che in qualche occasione ci coinvolge direttamente. E’ un piacere per noi potere dare una mano, questi ragazzi sono mossi dalla passione più pura … che il padre dei quattro venti li benedica.

Paolo Bolla e Fabio ci accolgono con la solita squisita disponibilità, Claudio è concentrato nel cercare di risolvere gli impicci tipici che un evento del genere comporta.

Saura e Fabio – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto TT

Aiutiamo Paolo nella gestione delle faccende più semplici,

Saura e Trevor – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T.

quindi cerchiamo di renderci utili nello scaricare le casse degli strumenti dal camion. A Saura mancava giusto il fatto di avere a che fare con le tastiere di Mr Wakeman.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T saura T

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T.

Da Torino arriva l’altro Paolo, sempre dello staff italiano di RW; ci troviamo a fare due chiacchiere sul palco.

Tim & Paolo – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T.

Tutti insieme poi sistemiamo le file di sedie di fronte al palco. Una veloce rinfrescata nei bagni a bordo dell’arena e poi torniamo verso il palco; è l’occasione giusta per osservare la location nella sua interezza, davvero splendida e suggestiva.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto TT

Paolo Bolla poi telefona a Saura e le dice di tenere pronti due pass e di consegnarli alle mogli di Rabin e Anderson che stanno per arrivare backstage. Dietro le quinte chiacchieriamo con lo staff italiano di RW, il biondo di Perivale è già sul posto.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Saura riesce ad avere l’immancabile foto col suo tastierista preferito.

Saura e Trevor – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Immagino che per lei sia tutto molto eccitante, e sorrido quando vedo la moglie di Rabin stringerle la mano e ringraziarla per il pass.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Trevor è sempre molto disponibile. Mentre Saura mi scatta una foto insieme a lui, parliamo della data che abbiamo visto a Londra in marzo (si assicura che fossimo presenti alla seconda perché, mi dice, nella prima non ha suonato bene) poi gli dico che secondo me è il miglior chitarrista degli anni ottanta (Van Halen a parte naturalmente), sembra molto lusingato. Poi scherza con Saura, ed è un piacere vederli ridere…

Saura e Trevor – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Saura e Trevor – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Saura e Trevor – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Jon è il più inavvicinabile, “il divino”, come lo chiamano nel giro, è la vera rockstar, anche Saura si fa seria al suo arrivo. Consegna il pass alla moglie e poi si tiene in disparte.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Claudio si assicura che tutto sia ok…

Saura e Trevor – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto T T

Manca poco al concerto, sul palco sta terminando la sua esibizione un pianista della zona. Lasciamo il backstage e ci dirigiamo nella zona davanti al palco.

Incrociamo i soliti amici musicofili: Gabry Martelli, Maurizio Cavalca e di nuovo Frappe Freddo Manfredi.

Mi si avvicina Alessandro di Venezia, un fan degli Yes che – in cerca di notizie degli YES featuring ANDERSON, RABIN e WAKEMAN – è incappato nel blog e nell’articolo che scrissi a tal proposito lo scorso marzo. Ci riconosce all’istante.

Il crepuscolo è l’ora perfetta per l’inizio di un concerto.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T

L’intro di CINEMA poi PERPETUAL CHANGE. HOLD ON e quindi AND YOU AND I. Quando al minuto 3:20 le tastiere di Wakeman affrontano la parte più maestosa, una prog head non troppo lontano da me, un signore over 60, parte per le profondità siderali. Sembra non si capaciti di essere lì nel momento preciso in cui Wakeman suona quelle note.

Avendo già visto questi YES/ARW in marzo a Londra, in seconda fila, all’Hammersmith Odeon (dunque nella situazione ottimale e non superabile), decido di godermi lo spettacolo in modo leggero. Mi lascio trasportare dalla musica senza concentrami su ogni singolo aspetto visivo e musicale.

YES (Anderson Rabin Wakeman) Schio 19-7-2017 – foto MARCO CHIERICO

Guardo il cielo, le stelle, poi chiudo gli occhi e mi par di galleggiare trasportato dalla musica.

YES (Anderson Rabin Wakeman) Schio 19-7-2017 – foto MARCO CHIERICO

RHYTHM OF LOVE, CHANGE, HEART OF SUNRISE. Il concerto sarà un po’ più corto del solito, domani il gruppo suonerà a Ginevra, e la road crew freme per smontare e ripartire il prima possibile. Nonostante questo saranno quasi 2 le ore di concerto, e per gente di questa età è un ottimo risultato.

AWAKEN è come sempre immensa, ma è un po’ tutto il concerto ad essere così. Come ho detto non mi soffermo sulle esibizioni dei singoli, stasera è la coralità che voglio nell’animo, ma è indubbio che i ragazzi stanno suonando e cantando bene.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto FRANCO ROMAGNOSI

YES (Anderson Rabin Wakeman) Schio 19-7-2017 – foto MARCO CHIERICO

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto FRANCO ROMAGNOSI

OWNER OF A LONELY HEART come al solito è presentata nella versione estesa, con Wakeman e Rabin che scendono a suonare tra il pubblico, pubblico che come ogni volta impazzisce e alla fine si riversa sotto al palco. Nella coda inseriscono SUNSHINE OF YOUR LOVE dei CREAM.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto FRANCO ROMAGNOSI

Il gruppo esce e poi ritorna per ROUNDABOUT.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto TT

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T.

YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura Terenziani

 

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YES feat ARW – Schio (VI) Italy 19-/-2017 – photo MARCO CHIERICO

Quindi i saluti finali e via verso la notte.

Doc-Tim-Frank-Dom: Led-Heads in Schio

Ci fermiamo un po’ a lasciar decantare le emozioni, sento i commenti di certe gente… chi si domanda perché non abbiano fatto certi pezzi, perché non ci sia Steve Howe alla chitarra, perché non sia presente anche Geoff Downes (ma se c’è Wakeman, cosa c’entra Downes?) …sorrido e faccio finta di niente, ma dentro mi domando che razza di fan siano se non sono al corrente della situazione attuale della galassia YES.

Continuo tuttavia a godermi la serata, la temperatura è fresca, l’ atmosfera rilassata.

Chiacchiero e saluto gli amici, Floro, Francesca e Clelia che mi portano da Pesaro una specialità della loro terra (se non lo avete ancora fatto, dovete provare la Moretta, specialità di Fano),

Fran/Tim/Floro/Saura/Clelia – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Frank Romagnosi

Marco Chierico fotografo extraordinaire,

Saura, Marco Chierico, Tim – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 –

e i miei amici ledhead Doc, Frank e Dom.

Doc-Tim-Frank-Dom: led-heads in Schio

Doc-Tim-Frank-Dom: led-heads in Schio

Mi si fa poi  incontro un ragazzo, Diego da Verona, segue da sempre il blog, mi dice che mi legge anche dai tempi in cui scrivevo per metal Shock e Classix! E’ la prima volta che lo vedo e gli parlo, ma lo abbraccio con calore, il feeling è immediato.

Tim & Diego – YES (ARW) Schio (VI) 19/07/2017 – foto Saura T.

C’è anche Gianni della Cioppa, ci sentiamo via whatsapp, ma non riusciamo a vederci. Il suo pensiero comununque è “concerto grandioso!”

Salutiamo Claudio e la truppa di Schio Life e ci dirigiamo alla macchina. Un’altra serata da rock and roll fantasy, soprattutto per Saura. Quanto è fortunata a vivere in maniera così completa gli ultimi ruggiti dei suoi musicisti preferiti.

Mi piace guidare di notte in autostrada, lo scrivo sempre. Il tempo e lo spazio paiono dilatarsi, il rollio della blues mobile ha lo stesso suono di un veliero che, guidato dalle stelle, solca gli oceani. Attracchiamo alla Domus Saurea verso le 2. Una doccia e a letto. Difficile addormentarsi subito, difficile sarà alzarsi domattina, ma i sacrifici fatti nel nome del rock valgono sempre la pena. Schio, goodnight!

 

Abbiamo parlato degli YES/ARW anche nello scorso marzo:

https://timtirelli.com/2017/03/29/the-2017-londinium-affair-arw-live-at-the-hammersmith-apollo-the-house-of-the-holy-e-luomo-che-chiede-un-cappuccino-dopo-hamburger-e-birra/

ROGER HODGSON, Scalo City Style Arena, Milano 16 luglio 2017

24 Lug

Sulla A1 verso Milano. C’è traffico, ma non abbiamo fretta, siamo partiti per tempo; mi faccio qualche domanda sul fatto che uno come Roger Hodgson tenga un concerto gratuito in un villaggio/centro commerciale all’aperto, quelle realtà senza dubbio moderne e funzionali ma che non mi fanno mai sentire a mio agio. Siamo nel 2017, il rock ha perso da decenni quei valori che forse aveva nel quinquennio 1967-71, ora tutto è spettacolo, a vedere gli AC/DC vanno indifferentemente gli hard rocker e chi ascolta abitualmente jovanotti (con la i lunga minuscola), tutto si è mischiato ed è sfociato in una brodaglia omogenea che ormai non sa più di nulla. Kiss, Sex Pistols, Madonna e Michael Jackson … tutti nello stesso calderone, i telegiornali che chiamano Veronica Ciccone “rockstar”, dovrei farmene una ragione, ma non riesco, e vivo male.

Cerco di scacciare i pensieri e di concentrami sulla musica che esce dal lettore mp3 (maledizione, ancor non mi capacito del fatto che facciamo uscire le auto senza lettore cd): PINK FLOYD  a BOSTON nel 1977, WORKS VOLUME 1 degli ELP e i LED ZEPPELIN a BATON ROUGE nel 1975.

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Arriviamo verso le 19. Una veloce occhiata al luogo dove si terrà il concerto, e poi via a magiare qualcosa…

Milano – Scalo City Style – foto TT

Milano – Scalo City Style – foto TT

Alle 19,45 davanti al palco ci sono poche decine di persone. Incontriamo gli amici che non si perdono mai un concerto, Umberto Montanari e Frappè Freddo Manfredi. C’è anche Grazianone Romani, leader dei Rocking Chairs e voce mai dimenticata del più bel inno mai sentito sui campi da calcio (C’E’ SOLO Lì’INTER, insomma).

Siamo in prima fila, niente male.

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto Saura Terenziani

Verso le 21 il posto inizia a riempirsi. Alla fine saremo qualche centinaio di persone. Ed a quell’ora che un nugolo di zanzare cala senza pietà su di noi. Le bombolette spray di Autan sono state tutte requisite all’entrata, siamo alla mercé di questi insetti maledetti. Abito nelle low lands emiliane, so cosa sono le zanzare, ma un lavoro del genere non lo avevo mai visto. Non sappiamo più dove stare quando, alle 21,30, il gruppo sale sul palco. TAKE THE LONG WAY HOME. Tripudio. E’ facile avere la gente dalla proprio parte quando puoi permetterti di partite con un pezzo del genere, ma la proposta è assai convincente.

Dopo SCHOOL e BREAKFAST IN AMERICA, faccio una prima constatazione, e arrivo a pensare che quello che sto vedendo e sentendo è di livello superiore. Roger è ben disposto, il gruppo è una meraviglia. Gran batterista, gran tastierista(quello che suona le parti che furono di Rick Davis), gran polistrumentista (clarino, flauto, melodica, sax, tastiere, giabanini vari).

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto Saura Terenziani

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto Saura Terenziani

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto Saura Terenziani

I brani si susseguono in modo fluido, la scaletta funziona alla grande. Hodgson mi colpisce, suona benissimo le tastiere e la chitarra. Gran tocco. E poi, come canta! Certo, dopo i Supertramp, per parecchi anni non ha cantato né fatto tour, ma è da sottolineare il fatto che a 67 anni si ritrova ancora con una gran voce.

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto Saura Terenziani

Il pubblico è incredibile. Sono davvero sorpreso, gli tributa un affetto e un amore incondizionato. Le canzoni vengono cantate parole per parola, e non mi riferisco solo ai grandi successi dei SUPERTRAMP. Tutti (e ribadisco tutti) i pezzi sono affrontati con una verve e una professionalità impeccabili. HIDE IN YOUR SHELL, EASY DOES IT, SISTER MOONSHINE, A SOAPBOX OPERA si susseguono con leggiadria.

Osservo lo show da dietro la cresta bionda di Saura, mentre un aurea di beatitudine mi avvolge … grande musica.

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto TT

THE LOGICAL SONG ha più o meno lo stesso effetto di quando i LZ intonavano WHOLE LOTTA LOVE, delirio. Poi di nuovo persi nelle suggestioni cosmiche con ALONG CAME MARY. Il concerto è bellissimo, rimango incantato. Scordo anche le zanzare killer. LORD IS IT  MINE, BABAJI, riportano lo show su binari più consueti, poi con CHILD OF VISION e DREAMER si torna su vette altissime.

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Di nuovo nello spazio profondo con FOOL’S OVERTURE. Il gruppo esce e ritorna per GIVE A LITTLE BIT e IT’S RAINING AGAIN.

Roger Hodgson – Milano Scalo 16/7/2017 – foto Saura T.

Il pubblico non si tiene. Io raggiungo il massimo in IT’S RAINING AGAIN. Tutto mi sembra perfetto, la serata, il gruppo, la canzone, l’interprete principale. Roger saluta commosso e ci assicura che tornerà presto.

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Prima di uscire dal villaggio ci rechiamo alla toilette. I bagni sono pulitissimi. Mentre aspetto Saura, osservo la signora addetta alle pulizie. Si appresta a pulire i servizi per l’ennesima volta nella giornata, ha lo sguardo velato di rassegnazione, ma si sforza di sorridere ad ogni avventore.

Mentre attraverso la notte solcando l’autostrada, penso che per tutto il concerto Roger è sembrato molto colpito dalla reazione del pubblico. Applausi, cori da stadio, gente in visibilio. Non mi aspettavo nulla del genere. A distanza di una settimana posso dire a mente fredda che è stato uno dei migliori concerti che io abbia mai visto. Quando uscì BREAKFAST IN AMERICA ero un adolescente, fu uno degli album di quella che chiamo la mia SUMMER OF 79, il long playing lo comprò una ragazzina con cui stavo allora, me lo feci prestare e lo tenni quasi tutta l’estate, non riuscivo a smettere di ascoltarlo. Avevo una predilezione per Rick Davies, ma oggi non saprei proprio chi scegliere. Rifletto sul fatto che ho visto i SUPERTRAMP (senza RH naturalmente) nel 2010 all’Arena di Verona e oggi ho visto “l’altra metà”. Sono felice.

PS: Saura aveva ripreso un paio di pezzi (TAKE THE LONG WAY HOME e GIVE A LITTLE BIT) col cellulino, ha provato a caricarli su youtube, ma dopo poco sono stati cancellati per violazione di copyright. Evidentemente RH non vuole che registrazioni fatte dai fan siano presenti in rete. Per questo i video proposti sono presi da cose ufficiali e  non relative al concerto di cui ho parlato.

  1. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  2. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  3. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  4. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  5. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  6. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  7. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  8. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  9. (Composer: Roger Hodgson)
  10. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  11. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  12. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  13. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  14. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)

    BIS

  15. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)
  16. (Supertramp song) (Composer: Roger Hodgson)