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QIU XIAOLONG “Quando il rosso è il nero” (Feltrinelli/Marsilio 2018) – TTTT

9 Feb

Terzo capitolo de Le Inchieste dell’ispettore capo Chen, terzo romanzo riuscitissimo di Qiu Xiaolong. Continua il mio approfondimento circa la conoscenza della Cina, della sua sua storia, dei suoi usi e costumi grazie a questi ottimi thriller.

QIU XIAOLONG sul blog

https://timtirelli.com/2019/04/08/qiu-xiaolong-visto-per-shanghai-feltrinelli-marsilio-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2018/11/06/qiu-xiaolong-la-misteriosa-morte-della-compagna-guan-feltrinelli-2018-tttt/

Sinossi:

La terza inchiesta dell’ispettore Chen. Temporaneamente in congedo per avere accettato l’offerta di un ricchissimo imprenditore legato alle triadi, Chen affida al collega Yu le indagini di un nuovo delitto «politico»: Yin Lige, scrittrice dissidente vittima della rivoluzione maoista, è stata soffocata nella sua stanza. Un caso per la squadra speciale, su cui il Partito vuole la massima discrezione. “I gialli di Qiu sono il modo migliore per conoscere la Cina contemporanea. Sarete conquistati dalla trama poliziesca, dal cibo, la poesia, gli intrighi della politica e dalla riuscitissima figura dell’ispettore capo Chen”

https://www.lafeltrinelli.it/ebook/qiu-xiaolong/quando-rosso-e-nero/9788831732260

David Lagercrantz “La ragazza che doveva morire- Millenium 6” (Marsilio 2019) – TTTT

25 Gen

Sesto capitolo della serie Millenium creata dallo sfortunato Stieg Larsson, i cui primi tre libri della saga sono stati un fenomeno editoriale negli anni duemila; altri tre sono usciti dopo la sua morte e occorre dar merito a Lagercrantz per aver portato avanti con coerenza e buono stile quel che Stieg aveva iniziato. Questo sesto appuntamento con Lisbeth Salander – la protagonista – è in linea con quanto scritto sinora, il romanzo procede, convince, appassiona; certo, ci si chiede ogni tanto che strada avrebbero preso i personaggi se Larsson non fosse scomparso, ma poi si volta pagina e si continua con la piacevole lettura. Altro bel thriller.

Sinossi: https://www.lafeltrinelli.it/libri/david-lagercrantz/ragazza-che-doveva-morire-millennium/9788829701773

Lisbeth Salander è scomparsa. Ha svuotato e venduto il suo appartamento in Fiskargatan, a Stoccolma, e nessuno sa dove si nasconda. Neppure dal suo computer arrivano segnali di vita, e ora Mikael Blomkvist, alle prese con una deludente inchiesta sul crollo delle borse destinata al prossimo numero di Millennium, ha bisogno del suo aiuto. Sta cercando di risalire all’identità di un senzatetto trovato morto in un parco, a Tantolunden, con in tasca il suo numero di telefono. Per quale ragione quel barbone alcolizzato che non compare in alcun registro ufficiale voleva mettersi in contatto con lui? E perché farneticava ossessivamente di Johannes Forsell, il discusso ministro della Difesa, al centro di una feroce campagna mediatica? Lisbeth, però, ha ben altro per la testa: la ragazza che odia gli uomini che odiano le donne è sulle tracce di Camilla, la sorella gemella con cui vuole regolare i conti una volta per tutte. Ma mentre cerca di chiamare a raccolta il desiderio di vendetta che l’anima da sempre, il passato torna a mettersi in mezzo, con il suo seguito di violenza e distruzione.
Nell’ultimo, folgorante capitolo della saga Millennium, in una caccia dove le parti continuano a invertirsi e, tra sorprendenti scoperte genetiche e misteriose fabbriche di troll, un filo di fuoco unisce le vette dell’Everest agli abissi della rete criminale russa, l’indomita hacker con il drago tatuato sulla schiena intende mettere finalmente a tacere quelle ombre, e bruciare il male alla radice.

MILLENNIUM sul blog:

https://timtirelli.com/2017/11/21/david-lagercrantz-luomo-che-inseguiva-la-sua-ombra-millenium-5-marsilio-2017-tttt/

https://timtirelli.com/2015/11/10/david-lagercrantz-quello-che-non-uccide-millenium-4-marsilio-2015-ttt%c2%be/

LIBRI: Isabel Allende “Lungo petalo di mare” (Feltrinelli 2019)

8 Gen

Se escludiamo un paio di libri per bambini e una raccolta di suoi articoli, è dal 1982 che la Allende pubblica i suoi scritti, 38 anni … sembra incredibile che dopo tanto tempo riesca a mantenere una qualità così eccelsa, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo tocca argomenti già trattai a lei (e a noi) cari, ovvero la il golpe militare in Cile (e la guerra civile spagnola).

Isabel infatti raccontando la storia di alcune persone, forse è meglio dire una famiglia, ripercorre le tappe dei due eventi citati qui sopra. Lo fa in maniera sobria, sganciata dalla sua storia personale (il padre di Isabel era cugino di Salvador Allende, il mai troppo compianto presidente socialista del Cile), raccontando i fatti mantenendo una posizione per quanto possibile neutra, quasi fosse un’inviata di una testata giornalistica.

Cionondimeno la passione e la tensione politica sono presenti nelle pagine del libro, danno la precedenza alla vita dei personaggi, ma è indubbio che la carnalità di certi ideali, la sete di giustizia, l’amore per i valori universali sono contemplati con incomparabile stile.

La sinossi riportata qui sotto riassume in breve il tenore del romanzo, non occorre che io dica altro se non che anche questo nuovo libro della Allende è un capolavoro. Che donna, che scrittrice!

https://www.lafeltrinelli.it/libri/isabel-allende/lungo-petalo-mare/9788807033438

Descrizione

A settant’anni dall’approdo a Santiago del Cile del Winnipeg, la nave equipaggiata da Neruda per mettere in salvo più di duemila esuli della Guerra civile spagnola, la potente voce narrativa di Isabel Allende ci accompagna in Spagna, durante l’ultimo periodo del conflitto, ci porta in fuga nei Paesi Baschi e in Francia, e da lì in Cile, per raccontarci cinquant’anni di storia del suo paese natale. E insieme a quella dei protagonisti, esuli catalani, la pianista Roser e il medico Víctor, ripercorre l’esistenza di personaggi quali Neruda e Allende, comparse d’eccezione in un libro che fonde la storia con l’immaginazione del possibile, secondo quella formula già sperimentata con cui solo Isabel Allende sa restituire un affresco indimenticabile di solidarietà, di integrazione, di resistenza.  

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ISABEL ALLENDE SUL BLOG:

https://timtirelli.com/2019/02/11/isabel-allende-oltre-linverno-2017-feltrinelli/

https://timtirelli.com/2017/07/19/isabel-allende-lamante-giapponese-2015-feltrinelli-p2016-audible-gmbh-ttttt/

https://timtirelli.com/2012/06/08/isabel-allende-il-quaderno-di-maya-feltrinelli-2011-tttt/

Steve Gorman (with Steven Hayden) : Hard To Handle – The life and death of the Black Crowes – A memoir (Da Capo Press 2019)

13 Nov

Ho chiesto al nostro Pike, a Picca…a Stefano Pioccagliani insomma, di scrivere due cosette su questo libro, visto che io non lo prenderò prima del prossimo anno (la pila di quelli da leggere che ho sul comodino è arrivata a 80 e passa centimetri e va smaltita). Sì, lo leggerò senza dubbio, perché amo molto la band in questione, questo tipo di biografie oblique e perché mi fido della parole di Mr Pike.

Hardcover: 368 pages – Publisher: Da Capo Press (September 24, 2019) Language: English

Bizzarro leggere la storia della fine di una rock band – scritta dal batterista! – e concludere l’ultimo capitolo il giorno esatto in cui viene data la notizia della reunion della stessa band – senza quel batterista – per un tour ‘celebrativo’, evidentemente imbastito da qualche businessman (vedi Live Nation), per lucrare approfittando di una ‘celebrazione’ (i 30 anni dall’uscita del primo album dei Black Crowes) ricompattando in qualche modo i due leaders in pectore, i terrificanti fratelli Rich e Chris Robinson, circondandoli di sidemen no-name più o meno validi. Bizzarro perché, a leggere il libro dell’ottimo Steve Gorman, pare ci sia ben poco da celebrare: episodi imbarazzanti, miserie umane, tossicodipendenze, sbornie, cinismo, brama di denaro e – soprattutto – quanto disfunzionale può rivelarsi un rapporto tra due fratelli (confronto ai Robinsons, i Gallagher degli Oasis ne escono come due fraticelli francescani; basti pensare che in occasione di un concerto Oasis/Black Crowes, i Gallaghers si spaventarono della violenza scaturita da una lite nel camerino dei Corvi Neri).

Rispetto ad altre bio più o meno sordide non c’è sesso, niente groupies o storiacce di donne, forse per scelta degli autori , ma dalla lettura si direbbe che nella babilonia gestionale di una band retta da una diarchia schizofrenica come quella dei due fratellini poco spazio rimanesse per trastullarsi in altre attività. Il libro è divertentissimo – sempre che ci si diverta a leggere delle disgrazie altrui – e si rivela anche un ottimo prontuario per chi volesse capire cosa significa davvero far parte di una rock band che, dal nulla arriva al successo e poi si smineralizza.

La credibilità di Hard To Handle va, come sempre in questi casi, presa con le molle (gente che passa la vita a tirare su col naso, fumare bizzarre erbette, ingoiare acidume, trincare ogni tipo di alcolico ma poi si ricorda interi dialoghi avvenuti 25 anni prima…), ma evidentemente è una decisione ’stilistica’ del curatore Steven Hayden che avrà assemblato i ricordi di Gorman per poi darne una versione stampabile. Leggendo si comprende meglio la traiettoria della carriera dei Crowes – giovane rock band ’sudista’ che ridà fiato al classic rock poi svolta fricchettona-psychohippie poi jamband poi ‘americana’ country blues poi autodistrutta – sempre dirottata dalle paturnie spesso incomprensibili dei due Robinsons, con Chris che ne esce come un arido e cinico approfittatore economico mosso sì da ingordigia ma anche da narcisismo patologico e Rich, scostante ed enigmatico, poco propenso alla condivisione, in continuo confiltto neurotico col fratello.

A parte i fratelli Robinsons e Gorman (unici membri ‘padroni del marchio’) sono almeno una ventina i musicisti (senza contare gli attuali sidemen nella reunion) che hanno fatto parte della band i quali, a leggere Hard To Handle, non appena inseriti nel gruppo cominciavano a mostrare disagio mentale e degrado esistenziale contagiati dalla capacità dei fratelli di succhiare qualsiasi energia possibile da chi stesse loro attorno. Parliamo di gente (i 2 brothers) che mandava tranquillamente a cagare Rick Rubin e che non aveva nessun tipo di timore reverenziale nei confronti di venerati maestri come Gregg Allman o soprattutto Jimmy Page, con il quale fecero un tour di successo ma, all’offerta di JPP di collaborare per un nuovo disco di materiale inedito, gli chiusero la porta in faccia senza tanti complimenti.

Gorman ne esce come una specie di Mr. Pazienza, anche se ricordo di aver letto all’epoca testimonianze di gente che definiva il batterista come ‘completamente pazzo’ (vado a memoria, ma qualche collega rocker disse che in termini di ‘stranezza’ Bonham e Moon non erano nulla confronto al ‘Black Crowes’ drummer’). A tenere insieme la baracca il loro agente Pete Angelus, più per motivi di business che umani, naturalmente, spesso in combutta con i fratellini. In conclusione una lettura molto interessante che scava in profondità nella dinamiche interne di una rock band di successo, dinamiche nelle quali potrà riconoscersi chiunque abbia fatto parte di un gruppo rock. Anche di insuccesso.

Stefano Piccagliani © 2019

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B. Conforth & G. D. Wardlow “UP JUMPED THE DEVIL – The Real Life Of Robert Johnson” (Omnibus Press 2019) – TTTTT+

27 Ott

Ho atteso questo libro con fervore ed ora che lo ho finito sono in parte dispiaciuto perché so che molto difficilmente potrò scoprire nuovi fatti sulla vita di Robert Leroy Johnson, figura – come sapete – a me carissima. Chi non ha un interesse particolare verso questo musicista basilare per lo sviluppo della musica blues e rock troverà questo libro ben fatto e godibile, una buona biografia come a volte capita di trovarne e poco più, ma per chi si è sempre interessato alla vita di questo uomo di blues straordinario questo libro è una rivelazione.

Gli autori hanno fatto un lavoro stupefacente visto anche che il loro coinvolgimento e l’inizio dei loro studi risalgono già a mezzo secolo fa.

Conforth e Wardlow spogliano di inesattezze la vita di Robert Johnson, tolgono la vernice artefatta – seppur suggestiva – relativa alle leggende e al mito che hanno da sempre circondato la sua figura per ridarci il ritratto fedele, veritiero e altrettanto epico, di un musicista di colore itinerante degli anni venti e trenta, afflitto da blues feroci che covavano nella sua anima dovuti alle esperienze traumatiche della sua vita.

Il puzzle si compone magnificamente leggendo queste pagine: Julia Major – la madre di Robert – che divorzia da suo marito da cui aveva avuto diversi figli e ha relazioni con altri uomini, da uno di questi – Noah Johnson – nasce Robert, ma Julia non trova pace, né un uomo e un lavoro stabile. Nel 1913 è costretta a tornare dal suo ex marito Charles Dodds – nel frattempo stabilitosi a Memphis con la sua nuova moglie – e ad affidargli il piccolo Robert, che a due anni si vede abbandonato dalla madre e consegnato ad estranei. Benché Robert poi finirà per considerare quella la famiglia da cui tornare sistematicamente, soffrirà per tutta la vita per questo.

Da ragazzo la perdita della giovane moglie e del bambino che portava in grembo poi contribuirono a spingerlo verso l’abisso; anni più tardi il rifiuto della sua nuova compagna Virginia – incinta di suo figlio –  a seguirlo (perché non voleva sposare uno che suonava la musica del diavolo) sancì la fine di tutte le illusioni e portò Robert a diventare l’uomo che conosciamo.

Solitario, sciupafemmine, dall’umore instabile, alcolista, introspettivo, blasfemo e antireligioso. Già, mi ha colpito parecchio leggere le testimonianze dei suoi sodali: Robert bestemmiava e nei suoi momenti in balia dell’alcol il furore verso la chiesa diventava quasi parossistico.

Ma Robert era anche un grande musicista, con un gran orecchio e una grande tecnica. Già alla fine degli anni venti si esibiva dove capitava e lo faceva già con maestria. Non voglio svelare troppo, ma ho spalancato più volte gli occhi nel leggere ad esempio che la città di Memphis fu molto importante per lui e che lì ebbe modo di frequentare una scuola (per neri) di alto livello, dove erano anche previste lezioni di musica. E che dire della conferma delle sue tappe in Canada, a Chicago e a New York? Del fatto che provò una chitarra elettrica di cui apprezzo il volume, ma che preferì continuare – essendo errabondo – la chitarra acustica, anche perché nei Juke Joint dove di solito si esibiva non c’era elettricità? Sono rimasto a bocca aperta poi nell’apprendere che Terraplane Blues – il suo singolo di maggior successo – vendette nei circuito dei dischi Race (il mercato dei neri) tra le 5.000 e le 10.000 copie.

Sono innumerevoli le notizie e i fatti narrati che non conoscevo, non ultimi quelli relativi alla sua morte, avvenuta perché già soffriva di ulcera e di problemi all’esofago, debolezze fisiche determinanti se un marito geloso ti mette della naftalina nel whiskey per farti star male qualche giorno (con vomito e nausea) a mo’ di punizione visto che te la spassavi con sua moglie.

Tra le oltre 300 pagine anche foto, documenti, mappe, date delle sessioni di registrazione e – incredibile – la genealogia di Robert Johnson.

Questo è un libro in inglese, cosa che immagino scoraggerà diversi di voi, ma chi mastica questa lingua e legge questo blog non dovrebbe farsi mancare questa biografia perché questa è la vera storia del padre di tutti noi ed è davvero l’unica cosa sensata e completa che si può e si deve leggere su Robert Johhson, il Re del Delta Blues. Per quanto mi riguarda, l’aver sfatato il mito, le superstizioni e le inesattezze e imprecisioni rende Robert Leroy Johnson ancor più leggendario e mitologico.

RLJ col vestito di suo nipote.

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Antonio Manzini “Non E’ Stagione” (Sellerio 2015/2019) –

5 Ott

Qualche mese fa finii le mie riflessioni de La Costola di Adamo con queste parole:“Polbi mi ha detto che dal terzo romanzo il blues prende il sopravvento, le indagini scivolano quasi in secondo piano e l’animo tenebroso, ferito e acciaccato di Rocco diventa il protagonista. Non vedo l’ora di buttarmici sopra, ma temo passerà un po’ visto che ho iniziato da poco Anna Karenina di Tolstoj nella nuova traduzione di Gianlorenzo Pacini (Universale Economica Feltrinelli), e immagino che impiegherò un po’ a dipanare le 1100 pagine del libro.”

Finalmente sono riuscito a leggere Non E’ Stagione, questo grazie a qualche giorno di ferie che pensavo quest’anno di saltare (visto il nuovo lavoro).  Devo dire che è un altro capitolo di valore, e che il nostro Polbi (Paolo Barone insomma) aveva ragione. Il noir si dipana tra le sensazioni d’animo e il trascinarsi del protagonista. Un personaggio che mi piace sempre molto, un uomo di blues alla romana, ferito e morso dalla vita ma che tutto sommato non si arrende mai. La trasposizione fiction TV è fatta bene, ma si prende libertà che lasciano un po’ confusi, e non tratta una parte fondamentale del finale.

Un altra bel libro, un’altra bella storia del vicequestore Rocco Schiavone

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Non-Stagione/Manzini/7963

Dopo Pista nera e La costola di Adamo ritorna il vicequestore Rocco Schiavone. Torna il racconto dell’Italia di oggi dalle quattro pareti di una questura di montagna. Tra nordici e meridionali, cittadini e paesani, vittime e carnefici. Una rilettura della tradizione del giallo all’italiana, capace di coniugare crimine e passione, lo sguardo più dolente e la risata più sfrontata.

«Antonio Manzini disegna un personaggio straordinario» (Andrea Camilleri).

«Una volta ogni tanto, poteva anche sorridere. La vita poteva anche sorridere. E Rocco lo fece alzando la testa al cielo».
C’è un’azione parallela, in questa inchiesta del vicequestore Rocco Schiavone, che affianca la storia principale. È perché il passato dell’ispido poliziotto è segnato da una zona oscura e si ripresenta a ogni richiamo. Come un debito non riscattato. Come una ferita condannata a riaprirsi. E anche quando un’indagine che lo accora gli fa sentire il palpito di una vita salvata, da quel fondo mai scandagliato c’è uno spettro che spunta a ricordargli che a Rocco Schiavone la vita non può sorridere.
I Berguet, ricca famiglia di industriali valdostani, hanno un segreto, Rocco Schiavone lo intuisce per caso. Gli sembra di avvertire nei precordi un grido disperato. È scomparsa Chiara Berguet, figlia di famiglia, studentessa molto popolare tra i coetanei. Inizia così per il vicequestore una partita giocata su più tavoli: scoprire cosa si cela dietro la facciata irreprensibile di un ambiente privilegiato, sfidare il tempo in una corsa per la vita, illuminare l’area grigia dove il racket e gli affari si incontrano. Intanto cade la neve ad Aosta, ed è maggio: un fuori stagione che nutre il malumore di Rocco. E come venuta da quell’umor nero, un’ombra lo insegue per colpirlo dove è più doloroso.
Il terzo romanzo della serie di Rocco Schiavone, Non è stagione, è un noir di azione. Ma è insieme il vivido ritratto di un uomo prigioniero del destino. Un personaggio tragico, complesso e consapevole.

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

LEV TOLSTOJ “Anna Karenina” (1877 – 2016 Universale Economica Feltrinelli) – TTTT

22 Set

Affrontare un libro come questo nel periodo in cui si è cambiato lavoro significa mettere in preventivo che per finirlo servirà molto tempo. Più di 1100 pagine lette soltanto di sera prima di addormentarsi rischiano di apparire inaffrontabili, ed invece sono riuscito nell’impresa senza troppe difficoltà. E’ vero, ci si impiega parecchio se, come detto, non si hanno ampi spazi da dedicare alla lettura ma ne vale comunque la pena perché, lo so … dico una banalità, questo è un capolavoro. Con la scusa di raccontare la storia di tre coppie della borghesia russa, Tolstoj affronta una gran quantità di temi, approfondendo questioni tecniche, spirituali e psicologiche. Un affresco completo e dettagliato della Russia di quel tempo, una critica al mondo borghese e alla classe dirigente di quella realtà, e una descrizione razionale eppur appassionata della massa contadina, vera spina dorsale della Russia di quegli anni.

Certo, a volte l’esposizione si perde in tecnicismi un po’ tediosi, ma sono solo momenti; il resto è una magnifica sinfonia letteraria sospinta dal maestoso respiro narrativo di un autore di purissimo talento.

Lèvin è il personaggio del romanzo che più ha a che fare con questo blog, un’anima tormentata e blues che si interroga su faccende imperniate, a seconda del momento, sui massimi sistemi e sugli umani impicci quotidiani.

Un libro che è naturalmente patrimonio dell’umanità, un libro che occorre leggere e possedere.

L’edizione Universale Economica Feltrinelli è, come spesso accade, magnifica. Per 12 euro un romanzo di oltre 1000 pagine tradotto da Gianlorenzo Pacini, il quale ci delizia ulteriormente con una superba postfazione di 24 pagine.

Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/libri/lev-nikolaevic-tolstoj/anna-karenina/9788807900006

Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)