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Steve Gorman (with Steven Hayden) : Hard To Handle – The life and death of the Black Crowes – A memoir (Da Capo Press 2019)

13 Nov

Ho chiesto al nostro Pike, a Picca…a Stefano Pioccagliani insomma, di scrivere due cosette su questo libro, visto che io non lo prenderò prima del prossimo anno (la pila di quelli da leggere che ho sul comodino è arrivata a 80 e passa centimetri e va smaltita). Sì, lo leggerò senza dubbio, perché amo molto la band in questione, questo tipo di biografie oblique e perché mi fido della parole di Mr Pike.

Hardcover: 368 pages – Publisher: Da Capo Press (September 24, 2019) Language: English

Bizzarro leggere la storia della fine di una rock band – scritta dal batterista! – e concludere l’ultimo capitolo il giorno esatto in cui viene data la notizia della reunion della stessa band – senza quel batterista – per un tour ‘celebrativo’, evidentemente imbastito da qualche businessman (vedi Live Nation), per lucrare approfittando di una ‘celebrazione’ (i 30 anni dall’uscita del primo album dei Black Crowes) ricompattando in qualche modo i due leaders in pectore, i terrificanti fratelli Rich e Chris Robinson, circondandoli di sidemen no-name più o meno validi. Bizzarro perché, a leggere il libro dell’ottimo Steve Gorman, pare ci sia ben poco da celebrare: episodi imbarazzanti, miserie umane, tossicodipendenze, sbornie, cinismo, brama di denaro e – soprattutto – quanto disfunzionale può rivelarsi un rapporto tra due fratelli (confronto ai Robinsons, i Gallagher degli Oasis ne escono come due fraticelli francescani; basti pensare che in occasione di un concerto Oasis/Black Crowes, i Gallaghers si spaventarono della violenza scaturita da una lite nel camerino dei Corvi Neri).

Rispetto ad altre bio più o meno sordide non c’è sesso, niente groupies o storiacce di donne, forse per scelta degli autori , ma dalla lettura si direbbe che nella babilonia gestionale di una band retta da una diarchia schizofrenica come quella dei due fratellini poco spazio rimanesse per trastullarsi in altre attività. Il libro è divertentissimo – sempre che ci si diverta a leggere delle disgrazie altrui – e si rivela anche un ottimo prontuario per chi volesse capire cosa significa davvero far parte di una rock band che, dal nulla arriva al successo e poi si smineralizza.

La credibilità di Hard To Handle va, come sempre in questi casi, presa con le molle (gente che passa la vita a tirare su col naso, fumare bizzarre erbette, ingoiare acidume, trincare ogni tipo di alcolico ma poi si ricorda interi dialoghi avvenuti 25 anni prima…), ma evidentemente è una decisione ’stilistica’ del curatore Steven Hayden che avrà assemblato i ricordi di Gorman per poi darne una versione stampabile. Leggendo si comprende meglio la traiettoria della carriera dei Crowes – giovane rock band ’sudista’ che ridà fiato al classic rock poi svolta fricchettona-psychohippie poi jamband poi ‘americana’ country blues poi autodistrutta – sempre dirottata dalle paturnie spesso incomprensibili dei due Robinsons, con Chris che ne esce come un arido e cinico approfittatore economico mosso sì da ingordigia ma anche da narcisismo patologico e Rich, scostante ed enigmatico, poco propenso alla condivisione, in continuo confiltto neurotico col fratello.

A parte i fratelli Robinsons e Gorman (unici membri ‘padroni del marchio’) sono almeno una ventina i musicisti (senza contare gli attuali sidemen nella reunion) che hanno fatto parte della band i quali, a leggere Hard To Handle, non appena inseriti nel gruppo cominciavano a mostrare disagio mentale e degrado esistenziale contagiati dalla capacità dei fratelli di succhiare qualsiasi energia possibile da chi stesse loro attorno. Parliamo di gente (i 2 brothers) che mandava tranquillamente a cagare Rick Rubin e che non aveva nessun tipo di timore reverenziale nei confronti di venerati maestri come Gregg Allman o soprattutto Jimmy Page, con il quale fecero un tour di successo ma, all’offerta di JPP di collaborare per un nuovo disco di materiale inedito, gli chiusero la porta in faccia senza tanti complimenti.

Gorman ne esce come una specie di Mr. Pazienza, anche se ricordo di aver letto all’epoca testimonianze di gente che definiva il batterista come ‘completamente pazzo’ (vado a memoria, ma qualche collega rocker disse che in termini di ‘stranezza’ Bonham e Moon non erano nulla confronto al ‘Black Crowes’ drummer’). A tenere insieme la baracca il loro agente Pete Angelus, più per motivi di business che umani, naturalmente, spesso in combutta con i fratellini. In conclusione una lettura molto interessante che scava in profondità nella dinamiche interne di una rock band di successo, dinamiche nelle quali potrà riconoscersi chiunque abbia fatto parte di un gruppo rock. Anche di insuccesso.

Stefano Piccagliani © 2019

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B. Conforth & G. D. Wardlow “UP JUMPED THE DEVIL – The Real Life Of Robert Johnson” (Omnibus Press 2019) – TTTTT+

27 Ott

Ho atteso questo libro con fervore ed ora che lo ho finito sono in parte dispiaciuto perché so che molto difficilmente potrò scoprire nuovi fatti sulla vita di Robert Leroy Johnson, figura – come sapete – a me carissima. Chi non ha un interesse particolare verso questo musicista basilare per lo sviluppo della musica blues e rock troverà questo libro ben fatto e godibile, una buona biografia come a volte capita di trovarne e poco più, ma per chi si è sempre interessato alla vita di questo uomo di blues straordinario questo libro è una rivelazione.

Gli autori hanno fatto un lavoro stupefacente visto anche che il loro coinvolgimento e l’inizio dei loro studi risalgono già a mezzo secolo fa.

Conforth e Wardlow spogliano di inesattezze la vita di Robert Johnson, tolgono la vernice artefatta – seppur suggestiva – relativa alle leggende e al mito che hanno da sempre circondato la sua figura per ridarci il ritratto fedele, veritiero e altrettanto epico, di un musicista di colore itinerante degli anni venti e trenta, afflitto da blues feroci che covavano nella sua anima dovuti alle esperienze traumatiche della sua vita.

Il puzzle si compone magnificamente leggendo queste pagine: Julia Major – la madre di Robert – che divorzia da suo marito da cui aveva avuto diversi figli e ha relazioni con altri uomini, da uno di questi – Noah Johnson – nasce Robert, ma Julia non trova pace, né un uomo e un lavoro stabile. Nel 1913 è costretta a tornare dal suo ex marito Charles Dodds – nel frattempo stabilitosi a Memphis con la sua nuova moglie – e ad affidargli il piccolo Robert, che a due anni si vede abbandonato dalla madre e consegnato ad estranei. Benché Robert poi finirà per considerare quella la famiglia da cui tornare sistematicamente, soffrirà per tutta la vita per questo.

Da ragazzo la perdita della giovane moglie e del bambino che portava in grembo poi contribuirono a spingerlo verso l’abisso; anni più tardi il rifiuto della sua nuova compagna Virginia – incinta di suo figlio –  a seguirlo (perché non voleva sposare uno che suonava la musica del diavolo) sancì la fine di tutte le illusioni e portò Robert a diventare l’uomo che conosciamo.

Solitario, sciupafemmine, dall’umore instabile, alcolista, introspettivo, blasfemo e antireligioso. Già, mi ha colpito parecchio leggere le testimonianze dei suoi sodali: Robert bestemmiava e nei suoi momenti in balia dell’alcol il furore verso la chiesa diventava quasi parossistico.

Ma Robert era anche un grande musicista, con un gran orecchio e una grande tecnica. Già alla fine degli anni venti si esibiva dove capitava e lo faceva già con maestria. Non voglio svelare troppo, ma ho spalancato più volte gli occhi nel leggere ad esempio che la città di Memphis fu molto importante per lui e che lì ebbe modo di frequentare una scuola (per neri) di alto livello, dove erano anche previste lezioni di musica. E che dire della conferma delle sue tappe in Canada, a Chicago e a New York? Del fatto che provò una chitarra elettrica di cui apprezzo il volume, ma che preferì continuare – essendo errabondo – la chitarra acustica, anche perché nei Juke Joint dove di solito si esibiva non c’era elettricità? Sono rimasto a bocca aperta poi nell’apprendere che Terraplane Blues – il suo singolo di maggior successo – vendette nei circuito dei dischi Race (il mercato dei neri) tra le 5.000 e le 10.000 copie.

Sono innumerevoli le notizie e i fatti narrati che non conoscevo, non ultimi quelli relativi alla sua morte, avvenuta perché già soffriva di ulcera e di problemi all’esofago, debolezze fisiche determinanti se un marito geloso ti mette della naftalina nel whiskey per farti star male qualche giorno (con vomito e nausea) a mo’ di punizione visto che te la spassavi con sua moglie.

Tra le oltre 300 pagine anche foto, documenti, mappe, date delle sessioni di registrazione e – incredibile – la genealogia di Robert Johnson.

Questo è un libro in inglese, cosa che immagino scoraggerà diversi di voi, ma chi mastica questa lingua e legge questo blog non dovrebbe farsi mancare questa biografia perché questa è la vera storia del padre di tutti noi ed è davvero l’unica cosa sensata e completa che si può e si deve leggere su Robert Johhson, il Re del Delta Blues. Per quanto mi riguarda, l’aver sfatato il mito, le superstizioni e le inesattezze e imprecisioni rende Robert Leroy Johnson ancor più leggendario e mitologico.

RLJ col vestito di suo nipote.

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Antonio Manzini “Non E’ Stagione” (Sellerio 2015/2019) –

5 Ott

Qualche mese fa finii le mie riflessioni de La Costola di Adamo con queste parole:“Polbi mi ha detto che dal terzo romanzo il blues prende il sopravvento, le indagini scivolano quasi in secondo piano e l’animo tenebroso, ferito e acciaccato di Rocco diventa il protagonista. Non vedo l’ora di buttarmici sopra, ma temo passerà un po’ visto che ho iniziato da poco Anna Karenina di Tolstoj nella nuova traduzione di Gianlorenzo Pacini (Universale Economica Feltrinelli), e immagino che impiegherò un po’ a dipanare le 1100 pagine del libro.”

Finalmente sono riuscito a leggere Non E’ Stagione, questo grazie a qualche giorno di ferie che pensavo quest’anno di saltare (visto il nuovo lavoro).  Devo dire che è un altro capitolo di valore, e che il nostro Polbi (Paolo Barone insomma) aveva ragione. Il noir si dipana tra le sensazioni d’animo e il trascinarsi del protagonista. Un personaggio che mi piace sempre molto, un uomo di blues alla romana, ferito e morso dalla vita ma che tutto sommato non si arrende mai. La trasposizione fiction TV è fatta bene, ma si prende libertà che lasciano un po’ confusi, e non tratta una parte fondamentale del finale.

Un altra bel libro, un’altra bella storia del vicequestore Rocco Schiavone

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Non-Stagione/Manzini/7963

Dopo Pista nera e La costola di Adamo ritorna il vicequestore Rocco Schiavone. Torna il racconto dell’Italia di oggi dalle quattro pareti di una questura di montagna. Tra nordici e meridionali, cittadini e paesani, vittime e carnefici. Una rilettura della tradizione del giallo all’italiana, capace di coniugare crimine e passione, lo sguardo più dolente e la risata più sfrontata.

«Antonio Manzini disegna un personaggio straordinario» (Andrea Camilleri).

«Una volta ogni tanto, poteva anche sorridere. La vita poteva anche sorridere. E Rocco lo fece alzando la testa al cielo».
C’è un’azione parallela, in questa inchiesta del vicequestore Rocco Schiavone, che affianca la storia principale. È perché il passato dell’ispido poliziotto è segnato da una zona oscura e si ripresenta a ogni richiamo. Come un debito non riscattato. Come una ferita condannata a riaprirsi. E anche quando un’indagine che lo accora gli fa sentire il palpito di una vita salvata, da quel fondo mai scandagliato c’è uno spettro che spunta a ricordargli che a Rocco Schiavone la vita non può sorridere.
I Berguet, ricca famiglia di industriali valdostani, hanno un segreto, Rocco Schiavone lo intuisce per caso. Gli sembra di avvertire nei precordi un grido disperato. È scomparsa Chiara Berguet, figlia di famiglia, studentessa molto popolare tra i coetanei. Inizia così per il vicequestore una partita giocata su più tavoli: scoprire cosa si cela dietro la facciata irreprensibile di un ambiente privilegiato, sfidare il tempo in una corsa per la vita, illuminare l’area grigia dove il racket e gli affari si incontrano. Intanto cade la neve ad Aosta, ed è maggio: un fuori stagione che nutre il malumore di Rocco. E come venuta da quell’umor nero, un’ombra lo insegue per colpirlo dove è più doloroso.
Il terzo romanzo della serie di Rocco Schiavone, Non è stagione, è un noir di azione. Ma è insieme il vivido ritratto di un uomo prigioniero del destino. Un personaggio tragico, complesso e consapevole.

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

LEV TOLSTOJ “Anna Karenina” (1877 – 2016 Universale Economica Feltrinelli) – TTTT

22 Set

Affrontare un libro come questo nel periodo in cui si è cambiato lavoro significa mettere in preventivo che per finirlo servirà molto tempo. Più di 1100 pagine lette soltanto di sera prima di addormentarsi rischiano di apparire inaffrontabili, ed invece sono riuscito nell’impresa senza troppe difficoltà. E’ vero, ci si impiega parecchio se, come detto, non si hanno ampi spazi da dedicare alla lettura ma ne vale comunque la pena perché, lo so … dico una banalità, questo è un capolavoro. Con la scusa di raccontare la storia di tre coppie della borghesia russa, Tolstoj affronta una gran quantità di temi, approfondendo questioni tecniche, spirituali e psicologiche. Un affresco completo e dettagliato della Russia di quel tempo, una critica al mondo borghese e alla classe dirigente di quella realtà, e una descrizione razionale eppur appassionata della massa contadina, vera spina dorsale della Russia di quegli anni.

Certo, a volte l’esposizione si perde in tecnicismi un po’ tediosi, ma sono solo momenti; il resto è una magnifica sinfonia letteraria sospinta dal maestoso respiro narrativo di un autore di purissimo talento.

Lèvin è il personaggio del romanzo che più ha a che fare con questo blog, un’anima tormentata e blues che si interroga su faccende imperniate, a seconda del momento, sui massimi sistemi e sugli umani impicci quotidiani.

Un libro che è naturalmente patrimonio dell’umanità, un libro che occorre leggere e possedere.

L’edizione Universale Economica Feltrinelli è, come spesso accade, magnifica. Per 12 euro un romanzo di oltre 1000 pagine tradotto da Gianlorenzo Pacini, il quale ci delizia ulteriormente con una superba postfazione di 24 pagine.

Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/libri/lev-nikolaevic-tolstoj/anna-karenina/9788807900006

Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)

 

 

DYLAN DOG “Casca Il Mondo” (Bonelli – giugno 2019) (another Barbara Baraldi finest)

11 Giu

Sono già passati sette anni  da quando parlammo la prima volta di Barbara Baraldi, scrittrice, autrice e, come la definimmo all’epoca, ghotic girl. Ci colpì un episodio contenuto in un volumetto speciale di Dylan Dog detto Colofest. La contattammo, scoprimmo un’umana speciale e la intervistammo.

Ora ci capita in mano un nuovo numero di DD dove è ancora lei a curare soggetto e sceneggiatura (doveroso citare anche i bei disegni di Bruno Brindisi e la riuscita copertina di Gigi Cavenago) e ne rimaniamo di nuovo affascinati.

Barbara scrive una bella storia, originale e vissuta, che si dipana tra le incrinature, le rovine e le disperazioni di un terremoto particolare. Storia che rimanda alla nostra terra … sì perché i paesi dove siamo nati e cresciuti distano pochi chilometri, paesi che proprio sette anni fa furono colpiti dal terremoto che coprì la nostra parte d’Emilia col suo velo di crepe nere, il mio in maniera lieve il suo, ahinoi, in maniera decisa. Se quelle scosse me le sono portate nell’animo io per diverso tempo, figuriamoci Barbara che ha dovuto affrontare la durissima realtà di vedere il proprio paese distrutto.

Quel blues color tenebra cerca di elaborarlo anche oggi, in questo bel numero che vi invito a non perdere.

Brava Lady Moon, un altro dei tuoi piccoli capolavori.

https://shop.sergiobonelli.it/dylan-dog/2019/04/15/albo/casca-il-mondo-1004508/

Barbara Baraldi

https://www.barbarabaraldi.it/

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Barbara sul blog: 

https://timtirelli.com/2012/08/29/conversazione-con-barbara-baraldi-scrittrice-e-gothic-girl/

https://timtirelli.com/2015/09/08/dylan-dog-n-348-la-mano-sbagliata-bonelli-settembre-2015/

https://timtirelli.com/2012/08/09/dylan-dog-color-fest-n-9-sergio-bonelli-editore-agosto-2012/

Antonio Manzini “La costola di Adamo” (Sellerio 2014/2018)

16 Mag

Le indagini del vicequestore Rocco Schiavone iniziano diventare una priorità quasi imposta. Gli ultimi due libri (secondo e terzo capitolo della saga) che ho comprato hanno scalato furtivamente la pila di tomi sul comò e mi sono trovato in mano La Costola Di Adamo quasi senza accorgermene. Sarà che ho voglia di rivedere il mio amico Polbi (Schiavone è un link spirituale tra noi mica da ridere), sarà che la mia amicizia con lui, il Michigan boy, mi sembra sempre più spesso una di quelle che leggi nei libri o trovi nei film, così ormai Rocco Schiavone è diventato uno di quei personaggi (reali o di fantasia) che fanno parte del mio humus (quel complesso di fattori culturali, spirituali etc etc da cui  traggo origine insomma) … Jack London, Kafka, Nathan Zuckerman, Guevara, Olaf Palme, Saga Noren, Jeremiah Johnson, Coleman Younger, Robert Johnson, The Dark Lord, Johnny Winter, Joahn Cruijff, Recoba e compagnia bella.

Questo secondo episodio è convincente come il primo: Aosta in sottofondo, le miserie umane e un vicequestore che vi si deve immergere. Bella lettura, bel libro.

Polbi mi ha detto che dal terzo romanzo il blues prende il sopravvento, le indagini scivolano quasi in secondo piano e l’animo tenebroso, ferito e acciaccato di Rocco diventa il protagonista. Non vedo l’ora di buttarmici sopra, ma temo passerà un po’ visto che ho iniziato da poco Anna Karenina di Tolstoj nella nuova traduzione di Gianlorenzo Pacini (Universale Economica Feltrinelli), e immagino che impiegherò un po’ a dipanare le 1100 pagine del libro.

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Costola-Adamo/Manzini/7240

Secondo caso per il controverso vicequestore Rocco Schiavone nella gelida Aosta. Un personaggio fuori dagli schemi: scontroso, irritabile, trasgressivo al limite del lecito, ma con un senso della giustizia tutto suo. Una donna, una moglie che si avvicinava all’autunno della vita, è trovata cadavere dalla domestica. Impiccata al lampadario di una stanza immersa nell’oscurità. Intorno la devastazione di un furto. Ma Rocco non è convinto. E una successione di coincidenze e divergenze, così come l’ambiguità di tanti personaggi, trasformano a poco a poco il quadro di una rapina in una nebbia di misteri umani, ambientali, criminali.

«Il vicequestore sorrise nel pensare alla somiglianza che sentiva tra lui e quel cane da punta». Rocco Schiavone ha la mania di paragonare a un animale ciascuna delle fisionomie umane che gli si para davanti. Ma più che il setter che gli suscita quell’accostamento, lui stesso fa venire in mente uno spinone, ispido, arruffato e rustico com’è: pur sempre, però, sottomesso all’istinto della caccia. È uno sbirro manesco e tutt’altro che immacolato, romano di conio trasteverino, con una piaga di dolore e di colpa che non può guarire. Ad Aosta, dove l’hanno trasferito d’ufficio, preferirebbe tenere le sue Clarks al riparo dall’acqua e godersi i suoi amorazzi, che non imbarcarsi in un’altra inchiesta piena di neve.
Una donna, una moglie che si avvicinava all’autunno della vita, è trovata cadavere dalla domestica. Impiccata al lampadario di una stanza immersa nell’oscurità. Intorno la devastazione di un furto. Ma Rocco non è convinto. E una successione di coincidenze e divergenze, così come l’ambiguità di tanti personaggi, trasformano a poco a poco il quadro di una rapina in una nebbia di misteri umani, ambientali, criminali.
Per dissolverla, il vicequestore Rocco Schiavone mette in campo il suo metodo annoiato e stringente, fatto di intuito rapido e brutalità, di compassione e tendenza a farsi giustizia da sé, di lealtà verso gli amici e infida astuzia. Soprattutto, deve accettare di sporgersi pericolosamente verso il mondo delle donne, a respirare il carattere insinuante, continuo, che assume la violenza quand’è esercitata su di loro. Ogni interrogatorio condotto da Schiavone accende la curiosità della prossima rivelazione, ogni suo passo sollecita l’attesa del nuovo indizio, mentre intorno si sparge contagiosa la crescente sua commozione, si trasmette il suo malumore, e si fa convincente il pessimismo sgorgato dal suo «baratro di tristezza».
Le storie nere con Rocco Schiavone restano impresse. Per la geometrica densità dell’intreccio; per la cesellatura minuziosa di un personaggio la cui immagine ha la forza di uscire dalla pagina.

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

JACK LONDON “Il Vagabondo Delle Stelle” (1915 – 2015 Universale Economica Feltrinelli) – TTTT+

5 Mag

Continua l’ossessione per la Universale Economica Feltrinelli/ I Classici, continua la fascinazione per Jack London.

La sinossi qui sotto e la quarta di copertina dipingono bene il succo di questo bel romanzo, non c’è da aggiungere molto altro. Per me Il Vagabondo Delle Stelle lo si può paragonare in qualche modo a Presence dei Led Zeppelin, opera dunque impegnativa e di non semplice fruizione benché la mano di London resti come sempre magnifica. Il tema è quello delle condizioni disumane delle carceri statunitensi tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 e della pena di morte; Jack London nella sua veste forse più socialista e umanista. Non intendo rivelare nulla di importante in caso qualcuno voglia cimentarsi nella lettura di questo libro, ma devo sottolineare che tra le varie “divagazioni” che il protagonista intraprende per continuare a vivere nonostante la reclusione, quella della carovana sull’Old Spanish Trail, nei pressi di Mountain Meadows nello Utah mi è piaciuta davvero tanto e mi ha colpito in maniera particolare. Fatto realmente accaduto.

Come sempre bella edizione, un “remaster” semplice ed efficace. Traduzione (ottima) di Davide Sapienza ed eccellente post fazione di Jay Williams.

Jack London in the study at his ranch in Glen Ellen, Calif. – Getty images

Descrizione:

https://www.lafeltrinelli.it/libri/jack-london/vagabondo-stelle/9788807902178

Uscito nel 1915, un anno prima della sua scomparsa, l’ultimo romanzo del prolifico autore statunitense “Il vagabondo delle stelle” fu un “caso” per la scabrosa tematica della pena di morte e dei maltrattamenti “legalizzati” nelle carceri californiane e per la forte critica sociale che lo pone tra le opere assolute di London, e nel tempo è diventato uno dei romanzi preferiti dei suoi lettori. Per la prima volta la traduzione e la curatela partono da approfonditi studi accademici, dando un amalgama nuovo alla storia complessa e mozzafiato del condannato a morte Darrell Standing (il laico London disse che questo era il suo “romanzo di Gesù”) con Jake Oppenheimer e Ed Morrell, personaggi realmente esistiti. Il protagonista, in isolamento, riesce grazie alla autoipnosi a vivere esperienze extracorporee e a rivivere vicende storiche come il massacro di Mountain Meadows e l’uccisione di Gesù. In anticipo sui tempi, “Il vagabondo delle stelle” contribuì a cambiare le leggi carcerarie della California; mentre la sua sconcertante attualità fa ancora riflettere sui metodi della giustizia e della rieducazione sociale. Postfazione di Jay Williams.

Jack London su questo blog:

https://timtirelli.com/2017/08/29/jack-london-martin-eden-1909-2016-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2017/09/18/jack-london-il-richiamo-della-foresta-1903-2017-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2017/09/28/jack-london-zanna-bianca-1906-2017-universale-economica-feltrinelli-ttttt/