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Howlin’ Wolf “The Real Folk Blues” (Chess 1965/ Chess Records 75th Anniversary Series 2026) – TTTT½

10 Ott

Partiamo dal nome. Chester Arthur Burnett, nato a White Station, Mississippi, nel 1910, non aveva certo bisogno di una spiegazione al suo nome d’arte: aveva una voce che da sola bastava a spiegarlo. “Howlin’ Wolf” non è un nickname da rockstar da tabloid, è una descrizione. Un uomo di quasi due metri che urlava dal Delta con una ferocia che faceva tremare i vetri dei juke joint, e che poi, trasferitosi a Chicago nel ’53, trasformò quel ruggito acustico in un suono elettrico, urbano, spietato. Con la Chess.

Sam Phillips lo registrò a Memphis nel ’51 — “Moanin’ at Midnight”, “How Many More Years” — e fu abbastanza onesto da dire, fino alla fine dei suoi giorni, che Wolf era l’artista più profondo con cui avesse mai lavorato. Ma fu la Chess a vincere la guerra contrattuale e a traghettarlo sulla costa dei Grandi Laghi, dove Wolf si costruì una seconda vita tra i club del South Side e gli studi di Michigan Avenue.

The Real Folk Blues (originale 1965, Chess LP-1502) non è un album in senso stretto: è una raccolta di singoli registrati tra il 1956 e il 1965, curata da Marshall Chess in un momento in cui la British Invasion aveva trasformato il blues in un oggetto di culto per un pubblico che fino a pochi anni prima non sapeva nemmeno dove si trovasse il Delta. Dodici tracce, circa trentadue minuti, e un solo obiettivo: mostrare il Wolf elettrico nella sua forma più concentrata. “Killing Floor” (che i Led Zeppelin trasformarono in “The Lemon Song” senza chiedere il permesso a nessuno), “Sittin’ on Top of the World”, “Poor Boy”, “Nature” — un catalogo compatto e letale.

La ristampa del 2026 arriva nella serie Chess 75th Anniversary / Acoustic Sounds, dedicata a celebrare i settantacinque anni dell’etichetta con ristampe versione audiophile. Vinile da 180 grammi stampato da Quality Record Pressings, mastering di Matt Lutthans al The Mastering Lab, formato mono, copertina fedele all’originale. Catalogo ACHE-39990, etichetta Chess/Interscope.

Un dettaglio che merita una menzione: nonostante il claim ufficiale di “remastering dai nastri analogici originali”, almeno un recensore attento su Discogs ha notato che il mastering sembra provenire da una sorgente digitale. Il suono è comunque ottimo, e per chi non ha mai avuto questo long playing tra le mani, è un’occasione per averlo in una veste che non sfigura accanto all’originale.

Il prezzo dell’ellepì è piuttosto alto, ma ormai è una consuetudine per i nuovi vinili (ristampe incluse): in Italia è disponibile da Feltrinelli a 49,19 € (prezzo barrato 54,66 €, quindi con uno sconto del 10% già applicato). Etichetta indicata: Verve, disponibile dal 22 maggio 2026.

Come riferimento, il prezzo di listino USA è $38,98 (Chess Records Official Store / Acoustic Sounds). Per chi segue il Chicago blues — e chi scrive lo segue con la testardaggine di chi non si arrende — è il tipo di ristampa che si compra nonostante il prezzo, non solo per il packaging, ma per le dodici canzoni.

Killing Floor (1965) è un blues veloce di due minuti e quarantotto secondi in cui Hubert Sumlin ti pianta il riff in testa come un chiodo e non te lo toglie più. Il titolo fa riferimento al luogo dove gli animali venivano macellati, e il “pavimento della macellazione” — espressione che Skip James aveva già intitolato a una sua ballata del ’31, Hard Time Killing Floor Blues, dove il macello era la Depressione stessa — qui diventa, per le parole dello stesso Sumlin, la metafora di una donna che ti tiene a terra e ci pesta sopra. Il resto lo fa la voce di Wolf, che in questo caso non urla: ringhia. I Led Zeppelin ne fecero The Lemon Song nel ’69, e ci volle una causa — risolta con un accordo extra-tribunale — perché il nome di Chester Burnett comparisse finalmente nei crediti. Jimi Hendrix stesso ne fece una versione leggendaria. Il riff, e dunque la canzone, è diventato di diritto uno degli esempi di blues più profondi e ricchi di tensione. Uno dei momenti più alti di questa musica.

Louise (1965) è un blues tipico ma questo non toglie nulla all’intensità in esso contenuta. HW la canta con la consueta presenza interiore e Hubert Sumlin la suona da par suo.

Una gran bella armonica apre Poor Boy (1958), blues che in pratica mette nero su bianco il sentimento che HW provò per tutta la vita. Fu buttato fuori di casa a dieci anni da una madre instabile a causa di un fervore religioso ingombrante. In pieno inverno, in piena campagna, arrivò a piedi alla casa di uno zio distante diverse miglia, dove restò per circa tre-quattro anni. Non fu un periodo piacevole: lo zio lo faceva lavorare come uno schiavo e lo picchiava costantemente. A tredici anni — ripeto, tredici anni — Chester Arthur Burnett decise che ne aveva avuto abbastanza, lasciò la casa dello zio e camminò fino a trovare il padre, nel Delta. E lì, finalmente, iniziò a vivere. E questo, mie cari, è il senso del Blues, con la B maiuscola.

Insomma, “sono un povero diavolo lontano da casa ma qualunque cosa facciano gli altri, il mondo non può farmi del male”. Autoconsapevolezza e cazzimma.

I’m a poor boy, I’m a long way from home
I’m a poor boy, I’m a long way from home
What the others do, the world can’t do me no harm
I’m a poor boy, a long way from home
Babe I can’t stay here long, babe I can’t stay here long
What the others do, the world can’t do me no harm
I’m a poor boy, I’m a long way from home
Well my, baby’s dead and gone
Well my, baby’s dead and gone
Well, well, well, well I’m a long way from home
I’m a poor boy, I’m a long way from home
And the world, can’t do me no harm
And the world, can’t do me no harm
Oh, no no no no, I’m a long way from home
World can’t do me no harm
World can’t do me no harm
World can’t do me no harm

Sittin’ On Top of the World è un altro esempio di autodeterminazione. Lei se ne è andata, io ho lavorato tutto l’estate e tutto l’autunno, ho passato il natale in tuta da lavoro, adesso me ne andrò su un treno merci. Lei se ne è andata e il lavoro è diventato durissimo, ma non mi importa, perché sono in cima al mondo.

Con una determinazione del genere si sopravvive a qualunque intemperia. Da notare anche il sound incredibile delle registrazioni: palpitante, chiaro, vero. Una meraviglia. La Chess Records, patrimonio dell’umanità. 

One summer day
She went away
She gone an left me
She gone to stay
But now she gone
An’ I don’t worry
‘Cause I’m sittin’ on top of the world

Worked all the summer
And worked all the fall
I had to take my Christmas
In my overalls
But now she’s gone
An’ I don’t worry
Because I’m sittin’ on top of the world

Goin’ down to the freight yard
Just to meet a freight train
I’m gon’ leave this town
Work done got hard
But now she’s gone
And I don’t worry
Because I’m sittin’ on top of the world

Assai famosa (e straordinaria) la versione che ne fecero i Cream nel 1968.

Nature è un blues insistente e pulsante, con l’armonica di Wolf che fa da protagonista in modo quasi selvaggio. Non è cupo come Killing Floor, ma più sciolto e con un’energia diversa.

My Country Sugar Mama ricalca i canoni tradizionali. È un Chicago blues shuffle costruito su un tema che risale al 1934 (Yank Rachell, Sugar Farm Blues), ripreso da Tampa Red e Sonny Boy Williamson I nel ’37. Il testo mescola elementi di tutte e tre le versioni. Un blues di famiglia dunque, con una genealogia precisa che va indietro di trent’anni.

Tail Dragger (1964) e Three Hundred Pounds of Joy (1963) sono entrambe di Willie Dixon, e in entrambe il basso è il motore — qui suonato da Jerome Arnold, non da Dixon in persona. La prima si trascina con ostinazione: il riff di basso è un trascinamento letterale, e il titolo — che in aeronautica indica l’impennatura di un biplano che trascina la coda a terra — indica che qui è la donna che ti tiene a terra e non ti lascia volare. La seconda è più spensierata, quasi buffa: trecento libbre di gioia, una donna grande e bella che Wolf non nasconde ma sbandiera. È il Dixon che scrive per far ridere, non per far male.

Essendo un appassionato lettore dei grandi romanzi del compianto Greg Iles sono legato in modo particolare a Natchez Burnin‘ (1956). Si parla ovviamente dell’incendio divampato al Rhythm Club del 23 aprile 1940 nella cittadina di Natchez, Mississippi, dove rimasero uccisi 209 afroamericani.

Il Rhythm Club di Natchez non era un nightclub in senso stretto: era un ex garage per auto rivestito di lamiera ondulata, sulla St. Catherine Street, con un’unica porta d’uscita e ventuno delle ventiquattro finestre inchiodate da fuori. Il 23 aprile 1940, poco dopo le undici di sera, circa settecento persone — per lo più giovani, età media ventiquattro anni — erano dentro a ballare al suono di Walter Barnes and His Royal Creolians, orchestra jazz di Chicago. Si ritiene che una sigaretta o un fiammifero, abbandonati vicino al banco degli hamburger, abbiano appiccato il fuoco su una massa di muschio spagnolo secco che il proprietario aveva appeso alle travi come decorazione, trattata con un insetticida a base di petrolio. Il muschio prese fuoco in un istante e, spinto dalle ventole del soffitto, percorse la lunghezza del locale in pochi secondi.

Il risultato: 209 morti, oltre duecento feriti. Tutti neri. Barnes e nove dei dodici musicisti della sua band compresi. I soccorritori trovarono corpi impilati contro la porta d’uscita. Il Chicago Defender — il principale giornale afroamericano dell’epoca — raccontò che al funerale di Barnes presero parte quindicimila persone.

Il dettaglio che fa male, oltre a tutto il resto: quando il fuoco scoppiò, Barnes continuò a far suonare la band — Marie, una slow swing di Irving Berlin — per cercare di calmare la folla. L’orchestra non la finì mai. Il tetto crollò sul palco.

La città di Natchez aveva un codice antincendio nel 1940. Semplicemente non lo applicava al quartiere nero.

Pur non essendo un blues in minore, dunque non ha un’atmosfera triste, il pezzo parla esplicitamente dell’incendio e delle vittime. Nel finale però vi è un lamento sussurrato che la dice lunga.

Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town

Those buildings got to burning, there’s my baby layin’on the ground
Charlotte Jones was there, Luiza was there
Rosie Mae was there, Louise was there

Did you ever hear about the burning
That happened way down in Natchez Mississippi town
I stood back, was lookin’, and the old building come tumble down

Built For Comfort (1963) è il terzo brano scritto da Willie Dixon. Di nuovo un Dixon che non morde: un slow blues sensuale, languido, con il basso di Jerome Arnold che trascina. Ne fecero una buona versione gli UFO nel ’74, su Phenomenon, con Schenker alla chitarra e Mogg alla voce: elettrica, con il basso di Pete Way che fa da spina dorsale. Non è la cover più celebre di Dixon ma è una di quelle che suonano come se la canzone fosse stata scritta per loro.

Ooh Baby, Hold Me (1965) ha un andamento non dissimile da Killing Floor, tuttavia vive di vita propria. Uno scatenato momento dedicato all’attrazione per una donna, il tutto reso con esplicita vivacità e virilità. I Fleetwood Mac di Peter Green la suonarono dal vivo al Blues Jam at Chess nel ’69, accreditandola correttamente a Howlin’ Wolf. A mio parere Long Grey Mare — brano originale di Peter Green, contenuto nell’album d’esordio del ’68 dei PG’s FM — ha una forte similitudine con Ooh Baby, Hold Me

Tell Me What I’ve Done (1965) chiude l’album in modo ortodosso.

The Real Folk Blues è alla fin fine un ottimo estratto di musica del grande Howlin’ Wolf. La ristampa è pregevole, le registrazioni furono fatte a regola d’arte per l’epoca, e Howlin’ Wolf ci mise — come d’altra parte capitò sempre — tutto se stesso.

❖  ❖  ❖ 

Songlist

Side A

#TitoloDurataAutore
A1Killing Floor2:48Chester Burnett
A2Louise2:42Chester Burnett
A3Poor Boy2:32Chester Burnett
A4Sittin’ On Top Of The World2:30Chester Burnett
A5Nature2:45Chester Burnett
A6My Country Sugar Mama2:34Chester Burnett

Side B

#TitoloDurataAutore
B1Tail Dragger2:56Willie Dixon
B2Three Hundred Pounds Of Joy2:59Willie Dixon
B3Natchez Burnin’2:10Chester Burnett
B4Built For Comfort2:30Willie Dixon
B5Ooh Baby, Hold Me2:35Chester Burnett
B6Tell Me What I’ve Done2:47Chester Burnett

Registrati tra il 1956 e il 1965.

Musicisti

StrumentoMusicistaTracce
Voce, armonica, chitarraHowlin’ Wolftutte / 3–5 / 7
Sax tenoreJ.T. Brown7, 8, 10
Sax tenoreAdolph ‘Billy’ Duncan5
Sax tenoreArnold Rogers1, 2, 6
Sax tenoreEddie Shaw11, 12
Sax baritonoDonald Hankins8, 10
PianoJohnny Jones1, 2, 6, 7
PianoHosea Lee Kennard3–5, 9
PianoLafayette Leake8, 10
PianoOtis Spann9
PianoLee Eggleston11, 12
ChitarraHubert Sumlin1–4, 6–8, 10–12
ChitarraWillie Johnson5, 9
ChitarraOtis “Big Smokey” Smothers5, 9
ChitarraBuddy Guy8, 10–12
BassoAndrew Palmer1, 2, 6
BassoAlfred Elkins3, 4
BassoWillie Dixon5, 9
BassoJerome Arnold7, 8, 10
BassoAndrew “Blueblood” McMahon(n.d.)
BatteriaJunior Blackmon1, 2, 6, 7
BatteriaEarl Phillips3–5, 9
BatteriaSam Lay8, 10–12

Produttore: Marshall Chess.

Dati tecnici della ristampa 2026

SerieChess Records 75th Anniversary / Acoustic Sounds
FormatoLP mono, 180 g
PressaturaQuality Record Pressings
MasteringMatt Lutthans, The Mastering Lab (da sorgente digitale)
CopertinaGatefold con tip-on jacket, fedele all’originale
Liner notesWillie Dixon
CatalogoACHE-39990
EtichettaChess / Interscope
Uscita22 maggio 2026

The Human Condition

20 Set

Venerdì, sul confine della notte profonda, sto guidando sulla via Emilia, tra Herberia e Regium Lepidi. Dopo essere ritornato in città insieme ai ragazzi (yep, the boys are back in town baby), ora sono sulla via di casa. Non c’è molto traffico, la Blues mobile rolla placida sulla via consolare romana costruita nel 187 a.C.

Le insegne al neon, come pietre miliari ad indicare la distanza percorsa. Dal lettore, in riproduzione casuale, parte The Human Condition dei Canned Heat*, tratta dall’omonimo album del 1978. Il testo, come capita a tutti con certe canzoni, sembra parlare di me. In questa notte di questo settembre che inizia a declinare cado nella trappola dei bilanci tipici degli uomini di blues di una incerta età; penso alle scelte fatte e mi paiono tutte sbagliate… aspetto professionale, personale, musicale, etc etc. Mi chiedo come sia stato possibile, come abbia fatto a non intuire i sentieri da prendere e quelli da evitare. Me misero, mi ripeto, e inizio a sprofondare nel Blues, ma poi, seguendo il testo di questo pezzo contenuto nell’album che comprai nel 1978 da adolescente, inizio a farmene una ragione.

Pensi di essere l’unico, mio caro uomo di Blues? Non sei al centro del mondo, lo sai quanti milioni, forse miliardi, di esseri umani provano quello che stai provando adesso tu? Hai fatto errori nella tua vita? Embè, che ti aspettavi? Sei umano!

È il mio io che mi sta parlando e, ovviamente, non ha tutti i torti.

La condizione umana, in fondo, è anche questa: siamo destinati a sbagliare, a prendere strade errate, a inciampare nelle nostre debolezze e qualche volta persino a farci del male da soli. Non esiste un libretto di istruzioni per vivere e nessuno di noi è immune dagli errori.

Possiamo però imparare da quello che ci accade, rialzarci quando cadiamo e provare, nonostante tutto, a fare un passo ancora. Forse non possiamo liberarci dagli sbagli, dalle difficoltà e dalle cose che il mondo ci mette davanti, ma possiamo scegliere di non fermarci. Stare in piedi, tenere duro e andare avanti: alla fine, forse, è questa la nostra condizione umana.

Con questa filosofia spicciola da due soldi che gronda retorica mi risistemo sul sedile, raddrizzo la schiena, la testa, lo sguardo, alzo il volume… fino a che il Rock non mi vibra nel profondo.

In fondo, a volte sono le canzoni a salvarci.

Let there be Rock, baby.

Beh, è una specie di maledetta condizione,
che mi gira continuamente per la testa,
e sembra proprio che finirà per farmi impazzire.

E ogni essere vivente
che riesco a sentire e a vedere
sembra avere il Blues insieme a me.

Così sono andato dalla dottoressa,
mi sono seduto sul suo letto,
l’ho guardata dritto negli occhi
e questo è quello che mi ha detto:

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

«Sei triste, debole e stanco»,
ha continuato a dirmi,
«niente sembra andare per il verso giusto.

E anche se ci hai provato e riprovato,
non riesci mai a essere soddisfatto,
sembra che nessuno ti tratti come dovrebbe.»

«Ma c’è una cosa di cui puoi essere certo,
e che dovresti sapere:
ci sono state un sacco di persone
che sono passate da qui prima di te.»

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

Beh, mi sono alzato e l’ho lasciata,
e me ne sono andato lentamente,
cercando un giorno più luminoso.

E mentre ci pensavo,
un nuovo pensiero mi è venuto in mente:
forse non possiamo essere liberi.

Beh, il mondo può gettarti addosso
una quantità enorme di cose brutte,
ma devi stare dritto, forte,
è l’unica cosa da fare.

Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.

(Canned Heat – The Human Condition 1978)

TT settembre inoltrato 2026

* parlo della edizione della Sonet SNTF783 made in England con master/mix diverso dalla versione statunitense. La versione della perfida albione mi pare migliore. In copertina ha l’uomo vitruviano.
Consiglio caldamente questo album, magari obliquo, ma a mio parere assai riuscito.

Moto ondoso in aumento

18 Set

Quando intorno alle nostre vite ci si accorge che il moto ondoso è in aumento, credo occorra rimanere lucidi e tenere saldamente la barra a dritta. La costa sembra allontanarsi, il mare aperto pare contenere le uniche coordinate che i pensieri seguono e persino il proprio posto in riva al mondo sembra nascondere insidie. È allora che lo stato d’animo va tenuto sotto controllo e va osservata con attenzione la volta celeste, per ricercare quella luce guida che possa indicare il cammino.

Farsi una camminata a passo sostenuto per la città o, nel mio caso, tra le campagne della fetta di pianura in cui mi trovo, sul filo del tramonto, diventa allora un’ottima idea.

Borgo massenzio Skyline – la luce calante del tardo pomeriggio – tarda estate 2026 – foto Tim Tirelli

Ordinare le rappresentazioni mentali, vagliare idee, soluzioni, riflessioni, meditare sul da farsi, osservare il mondo circostante, analizzare considerazioni, seguire intuizioni e soprattutto mantenere Ittod, uno dei tre uomini che sono, quello sempre preso dalla furia iconoclasta, confinato nelle segrete, laggiù, nei posti più bui del mio io.

È un martedì qualunque di settembre, la squadra di calcio che amo con tutto me stesso ha iniziato benissimo la stagione, pur con un approccio stravagante ed artistico, questo influisce parecchio sul mio stato d’animo e dunque dovrei essere carico come uno schioppo, come si dice qui in Emilia, eppure eccomi di nuovo qui, con i riflessi aranciati del tardissimo pomeriggio in faccia, a contemplare le possibilità di uno scarto di lato, di un nuovo inizio, di trovare una stella che sia tutta mia.

Il tamburellio delle onde sul mio animo si fa insistente, in cuffia Karn Evil 9, l’intera suite, 30 minuti di musica magniloquente tratta dall’album Brain Salad Surgery del 1973. Su questa raffinatissima aria sonora sono sospinto verso orizzonti mentali ampi e inimmaginabili. I meno attenti potrebbero pensare che questa sia musica fuori dal tempo, ma in un mondo in cui la musica ha perso consistenza, bellezza e aspetto creativo (le eccezioni sono rarissime e quasi insignificanti), un nuovo battesimo in queste acque musicali cristalline è di vitale importanza per mantenersi vispi.

l titolo è un ovvio riferimento al Carnival. Strutturato in tre “Impressioni”, il pezzo mette da parte i virtuosismi fini a se stessi per costruire un concept fantascientifico solido, sorretto da una narrazione ben precisa.

1st Impression: l’incubo da baraccone

La prima parte apre con uno scenario di decadenza sociale ed ecologica, per poi scivolare nella sezione più celebre dell’intero brano. Greg Lake veste i panni di un imbonitore circense che invita il pubblico ad assistere alle attrazioni di un luna park distopico. In questo circo del futuro, ciò che è andato perduto nel mondo reale — la natura, i girasoli, persino gli esseri umani autentici — viene esibito sotto vetro come rarità e fenomeno da baraccone.

2nd Impression: la cerniera strumentale

Un passaggio interamente pianistico guidato da Keith Emerson. Nessun orpello: il ritmo e i temi musicali raccontano da soli il passaggio progressivo dal mondo biologico e naturale a un ambiente rigido, meccanizzato e sintetico.

3rd Impression: la resa dei conti con la tecnologia

Entrano in gioco i testi scritti insieme a Pete Sinfield, già paroliere dei King Crimson. È lo scontro aperto tra l’umanità e la tecnologia super-intelligente creata per gestirla. Gli uomini combattono e riescono a prevalere, ma nel tentativo di riorganizzare una società allo sbando finiscono per riaffidare il potere al computer centrale.

Il finale della suite chiude la vicenda con poche parole e un sintetizzatore Moog che accelera fino a congelarsi: l’intelligenza artificiale prende il sopravvento assoluto e pronuncia l’ultimo, glaciale verso:

“I am all there is… I load my memory. I am all there is.”

Un brano di circa trenta minuti che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva intatta la sua capacità di raccontare un futuro che, per certi versi, non sembra poi così lontano.

Le previsioni sul futuro, nel mondo reale, cominciano a farsi piuttosto fosche. Non sono più soltanto i minus habens da bar, o quelli che passano le giornate dietro una tastiera a profetizzare l’apocalisse, a mettere in guardia dai possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale. A farlo sono scienziati, ricercatori e uomini che questa tecnologia l’hanno costruita o contribuito a costruirla.

Dario Amodei, numero uno di Anthropic, sostiene che senza un rallentamento nello sviluppo dell’IA, entro sei-dodici mesi potremmo trovarci davanti ad agenti capaci di prendere il controllo di porzioni importanti dell’infrastruttura internet. È una previsione, non una certezza, e altri esperti la considerano estremamente improbabile, ma il fatto che venga pronunciata da chi lavora ai massimi livelli nello sviluppo dell’IA fa comunque riflettere.

E poi c’è Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica nel 2024 e uno dei padri dell’intelligenza artificiale moderna, che da tempo avverte del rischio che sistemi più intelligenti dell’uomo possano diventare impossibili da controllare. Hinton ha stimato tra il 10 e il 20 per cento la possibilità che l’IA possa portare all’estinzione dell’umanità entro i prossimi trent’anni. Una percentuale che, detta da uno dei protagonisti della nascita dell’IA moderna, fa un certo effetto.

Nel frattempo qualcuno comincia anche a lasciare le grandi aziende tecnologiche proprio per ragioni di questo tipo. Ricercatori che hanno lavorato dentro Google DeepMind e Anthropic hanno spiegato pubblicamente le proprie dimissioni con la convinzione che la corsa verso sistemi sempre più potenti stia procedendo più velocemente della ricerca sulla sicurezza.

Insomma, forse vale la pena fermarsi un momento, togliersi le cuffie e guardare cosa sta succedendo. Perché questa volta il futuro non sembra più soltanto qualcosa che arriverà domani: sta già bussando alla porta, e non è affatto detto che sappiamo chi troveremo dall’altra parte.

A complicare il quadro c’è anche la deriva politica di questi ultimi anni.

In Germania, tanto per restare dalle nostre parti, alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt l’AfD ha raccolto circa il 44% dei voti, diventando il primo partito del Land e conquistando 39 dei 83 seggi. Un risultato storico per la destra estrema tedesca, che però non le consegna da solo la maggioranza assoluta.

E allora mi capita di riguardare la prima stagione dell’Eternauta e di pensare alla straordinaria metafora costruita da Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López, una storia di fantascienza che, con il passare degli anni, è diventata anche qualcosa di molto più inquietante: una riflessione sul potere, sulla sopraffazione, sulla perdita della libertà e sulla necessità di unirsi quando tutto intorno comincia a crollare.

Il fumetto originale nacque tra il 1957 e il 1959, quindi molto prima della dittatura militare argentina, ma Oesterheld tornò successivamente sul personaggio accentuandone enormemente la dimensione politica. La versione del 1969, disegnata da Alberto Breccia, divenne una critica esplicita al potere autoritario e all’imperialismo; pochi anni dopo, Eternauta II avrebbe assunto toni ancora più politici, proprio mentre l’Argentina precipitava verso la dittatura del 1976.

Oesterheld, del resto, avrebbe pagato carissimo le proprie idee: venne sequestrato nel 1977 e da allora scomparve nel nulla. La sua storia personale e quella del suo personaggio finirono così per intrecciarsi in maniera quasi terribile, come se la realtà avesse deciso di entrare dentro le pagine del fumetto.

Ed è forse per questo che oggi, mentre guardo Juan Salvo muoversi dentro una Buenos Aires trasformata in un inferno bianco, la storia mi sembra parlare anche del nostro presente. Non perché ogni nevicata nasconda necessariamente un’invasione aliena, per fortuna, ma perché le metafore funzionano proprio così: cambiano significato mentre cambiano i tempi.

E allora continuo a guardare l’Eternauta, aspettando la seconda stagione, prevista per il 2027 e composta da altri otto episodi.

Con la sensazione, non proprio tranquillizzante, che certe storie di fantascienza smettano di sembrare fantascienza proprio quando il mondo reale comincia ad assomigliargli un po’ troppo.

Per il ragazzino che ero laggiù, negli anni Settanta, tutto questo sembra impossibile… Cinquant’anni passati e, invece di una società più giusta, equa, solidale, rispettosa dei diritti di ciascuno, ci stiamo dirigendo verso quel futuro distopico che pensavamo potesse esistere solo nei fumetti o nei film.

Mettiamo sugli scranni del potere personaggi orribili, non riusciamo a produrre una leadership degna di nota, siamo nel 2026 e ancora facciamo guerre, odiamo chi è diverso da noi, mentre il pianeta è allo stremo a causa dei nostri comportamenti.

Rita Levi Montalcini diceva: «Il cervello arcaico ha salvato l’australopiteco, ma porterà l’Homo sapiens all’estinzione. La scienza ha messo in mano all’uomo potenti armi di distruzione. La fine è già alla portata.»

Già, l’umanità non è ancora “pronta” e quel cervello arcaico rappresenta un pericolo. Avremmo bisogno di tantissimo tempo per continuare la nostra evoluzione, ma sfortunatamente, di tempo, mi sa che non ce ne sia più.

GATTI ALLA DOMUS

Quando capito sui social mi soffermo spesso sui post che parlano di gatti. In alcuni di questi ci sono umani che si impegnano a spiegare cosa significhino certi gesti, certi atteggiamenti, certi sguardi dei nostri amici felini; il più delle volte mi sembrano interpretazioni piuttosto fantasiose, costruite più sui nostri desideri che su quello che realmente sappiamo.

Quel poco che possiamo interpretare lo dobbiamo alla scienza.

La scienza pensa che i gatti sappiano perfettamente che noi non siamo gatti, anche se è assai probabile che non formulino il concetto nella maniera astratta con cui lo facciamo noi: “questa è un’altra specie”. Il gatto, molto più semplicemente, sembra costruirsi una sorta di modello mentale dell’essere umano attraverso quello che conosce meglio: il comportamento.

Ci distinguono dai loro simili. Con noi utilizzano vocalizzazioni, posture e modalità di comunicazione diverse da quelle che usano con altri gatti e riconoscono le singole persone attraverso l’odore, la voce, l’aspetto e il comportamento. Non siamo quindi semplicemente “un umano”: siamo quelle determinata persona che loro conoscono.

E poi adattano il loro comportamento a noi. Il famoso miagolio, per esempio, è una faccenda interessante: il gatto adulto lo utilizza molto più nella comunicazione con gli esseri umani che in quella con altri gatti adulti. Insomma, a quanto pare, hanno imparato a parlare con noi in un modo che noi possiamo comprendere.

Possono inoltre considerarci una figura sociale e affettiva. Alcuni studi sul comportamento di attaccamento mostrano che molti gatti cercano il proprio umano come fonte di sicurezza, soprattutto quando si trovano in situazioni nuove o stressanti. E qui arriva la parte che trovo più bella: alcuni comportamenti che riservano a noi ricordano quelli della relazione madre-gattino. Ci seguono, cercano il contatto, vocalizzano, si strofinano contro di noi e qualche volta ci portano persino qualcosa.

Naturalmente c’è una precisazione importante: non sappiamo se nella testa di un gatto esista il concetto “umano = Homo sapiens”. Non possiamo entrarci, in quella testa. Possiamo però osservare che distingue molto bene un gatto da un essere umano, da un cane e dagli altri animali con cui entra in relazione, e che con ciascuno adotta comportamenti differenti.

E secondo me c’è una cosa ancora più bella.

Probabilmente il gatto non ci considera semplicemente “un animale di un’altra specie”. Nella sua esperienza quotidiana io ad esempio sono Tyrrell: una presenza sociale conosciuta, con un determinato odore, una determinata voce, certi gesti, certe abitudini e un certo modo di stare insieme a lui.

Insomma, non credo che i miei quattro gatti pensino: “Ecco un Homo sapiens”.

È più probabile qualcosa di molto più felino:

“Ecco il mio umano.”

E questa, per un gatto, è una distinzione mica da poco.

Honecker alla Domus – settembre 2026

IL RITORNO DEL CD

I giovani comprano lettori CD. E hanno ragione.

Il Guardian del 22 agosto pubblica un pezzo che mi ha fatto alzare il sopracciglio — nel senso buono.

Titolo: “It brings me joy”: how young people are making CDs cool again. Sottotitolo: la rinascita del CD, guidata dalla Gen Z.

Non sto parlando del solito articoletto nostalgico scritto da qualche cinquantenne che rimpiange il walkman. No: i dati dicono che i ventenni di oggi stanno comprando lettori CD all-in-one — quegli impianti compatti con giradischi, radio e appunto lettore CD — spendendo anche £150 a botta. Le vendite sono in aumento, John Lewis riporta un incremento significativo della domanda, e i negozi di musica fisici tornano a respirare.

Il motivo? Stanchezza digitale, dicono gli esperti. I ragazzi cresciuti su Spotify e YouTube sono stufi dello scroll infinito, della musica come flusso anonimo di bit. Vogliono qualcosa di tangibile. Un disco da tenere in mano, una copertina da leggere, il rituale del metti il CD, chiudi il coperchio, premi play.

Insomma: vogliono quello che avevamo noi.

Mi viene da ridere — con affetto. Perché queste cose le sappiamo. Le abbiamo vissute. La musica come oggetto fisico, come presenza nella stanza, come scelta consapevole e non algoritmica: non è nostalgia, è semplicemente il modo giusto di ascoltare musica.

Il vinile aveva già rotto il ghiaccio. Ora tocca al CD, quel formato che per anni è stato deriso come il simbolo goffo degli anni Novanta. E forse, dopo il CD, riscopriremo anche che i concerti si ascoltano dal vivo e non dallo schermo del telefono alzato in aria.

Ci vuole tempo, chissà mai se questa nuova tendenza avrà fondamenta concrete, se non altro oggi qualcuno ha ripreso la giusta direzione.

https://www.theguardian.com/business/2026/aug/22/young-people-buying-all-in-one-cd-players

SERIE TV

_Death By Lightning (USA 2025) – TTT¾

Miniserie Netflix che racconta la breve e drammatica presidenza di James Garfield e l’assurda vicenda dell’uomo che lo assassinò, Charles Guiteau, nel 1881. Una piccola pagina della grande storia americana, fatta di politica, ambizioni, fanatismo e follia. Quattro episodi ben costruiti, con due ottimi Michael Shannon e Matthew Macfadyen, che riportano alla luce un episodio forse poco conosciuto, ma affascinante.

_ Un Sacrifico Di Sangue (SVEZIA 2026) – TTT¾

Nordic noir che affonda nella parte più oscura e inquieta della provincia scandinava. Un’indagine che procede lentamente, tra silenzi, paesaggi freddi e personaggi segnati da segreti e vecchie ferite. Non è soltanto un giallo da risolvere, ma soprattutto una storia di colpe, solitudini e rapporti umani complicati. Atmosfere cupe, ritmo misurato e quella malinconia tutta nordica che, quando funziona, lascia il segno.

_Fauda – V stagione (Israele 2015 – 2026) – TTTT

Dopo un’attesa carica di tensioni visto il panorama mediorientale drammaticamente mutato, la quinta stagione di Fauda si trova ad affrontare la prova più difficile: raccontare la finzione all’ombra di una realtà dolorosa e complessa. Gli autori hanno dovuto riscrivere completamente ciò che avevano già progettato visto gli eventi del 7 ottobre 2023.

La serie ideata da Lior Raz e Avi Issacharoff ha sempre fatto del proprio nome—caos, in arabo—una cifra stilistica, mostrando la violenza, l’adrenalina e soprattutto le cicatrici psicologiche di chi quel conflitto lo vive ogni giorno, da una parte e dall’altra. In questi nuovi episodi, la vera sfida non sta soltanto nel ritmo dell’azione, ma nella capacità di restituire la tragica e irrisolta complessità del contesto senza cadere in facili manicheismi. Gli autori sono sionisti, e dunque la serie mostra il punto di vista israeliano, tuttavia traspare l’inutilità della vendetta, faccenda che non porta mai da nessuna parte.

Che la si analizzi come spietato spy-thriller o come drammatico specchio di una ferita geopolitica aperta, la nuova stagione di Fauda farà discutere e ci ricorda, ancora una volta, quanto la linea tra tragedia e sopravvivenza rimanga sottile.

FILM

-Il fantasma In Guerra (Spagna 20225) – TTT¾

Fantasma in guerra è un thriller spagnolo che racconta la lunga infiltrazione di una giovane agente della Guardia Civil nell’ETA. Una storia di identità nascoste, attese, silenzi e doppie vite, raccontata senza fare troppo rumore e con un ritmo volutamente misurato. Non è il solito thriller tutto sparatorie e inseguimenti: qui la tensione sta soprattutto nel vivere per anni una vita che non è la propria.

PLAYLIST

_Eric in Giappone nel 1981 con Gary Brooker

_La Marshall nel 1974

_Joni nel 1982 sotto la luce dei lampioni

_ Guccini e la morte di Che Guevara

_ Jarrett e le rose. 1976

_Il Dark Lord & the boys dal bootleg Bonzo’s Birthday Party

_gli schizzi di flamenco di Miles, 1959

POUR FINIR

Schiacciato dai pensieri cupi circa il futuro dell’uomo e del pianeta, cerco tuttavia di andare avanti con la mia vita, godendomi quel po’ di campagna che ho intorno a casa,

Nei pressi della Domus – tardo agosto 2026 – foto Tim Tirelli

dove arrivano persino i caprioli

capriolo alla Domus – tardo agosto 2026 – foto Tim Tirelli

La speed queen con cui vivo torna a gareggiare in Kart sulla pista di Finale Emilia e, ovviamente, alla fine è la sua squadra (composta da tre piloti, lei compresa) a portare a casa il primo premio. Lei entra in gara con il suo team al 5° posto e, alla fine della manche, riesce a portarlo al 1° posto. Che caxxo di talento.
Ovviamente erano tutti maschi, a parte lei e un’altra ragazza arrivata comunque terza. Women have the power!

Saura sulla pista di Finale Emilia – settembre 2026
Trofeo primo classificato vinto dalla Speed Queen.

Mi trovo poi con il mio amico Lorenz, guitar player extraordinaire, a registrare alcune delle mie canzoni: è la mia attività preferita e mi diverto un sacco. E poi, io e Lor siamo the Gibson Twins, nonché grandi estimatori del Texas Tornado, alias Johnny Winter (periodo 1970/75).

Lorenz & Tim – Blues Brothers at work – settembre 2026 – autoscatto
(Blues) men at work – Lorenz & Tim settembre 2026 – autoscatto

Ogni tanto, per ritrovare un po’ di pace in questo mondo infame, torno a Nonatown. Fare colazione nella baracchina del Parco della Pace, ritrovo storico per il paese dalla seconda metà degli anni Settanta, è un tonico per l’animo.

NNT la Baracchina – Parco della Pace inizio settembre 2026 – Foto Tim Tirelli

E allora, pur con le storture di questo mondo, pur con l’ombra del destino funesto, il doom and gloom blues, che pare esserci sulle nostre teste, cerchiamo di rimanere noi stessi, proviamo a tenerci stretti i valori universali, incontriamoci nei nostri sogni, nell’universo parallelo dove possiamo essere chi in realtà siamo e chi vorremmo essere davvero.

Metà agosto. Il canto sincronizzato delle cicale, il frinire dei grilli, l’aria immobile delle giornate d’estate…

12 Ago

Questa deve essere l’estate più calda che ho passato nella mia vita. Non ricordo periodi tanto lunghi di caldo così soffocante. La pianura diventa una lastra di metallo rovente sulla quale è quasi impossibile avventurarsi, in special modo dalle 12 alle 18.

E allora eccomi, barricato in casa, prigioniero dell’aria condizionata e del fiume sempre in piena dei miei pensieri. Il passato, il presente, il futuro… se mai ce ne sarà uno.

Scambio messaggi con anime simili alla mia, niente di che, i soliti temi… l’irrequietezza, la ricerca di una stella che sia tutta mia e sciocchezzuole simili.

Leggo una frase scritta da una persona a me cara:

«Proprio quando il movimento diventa più difficile da sostenere, lo sguardo si volta indietro. Non necessariamente per nostalgia, ma perché il passato è l’unica cosa che resta ferma abbastanza a lungo da lasciarsi contemplare.»

Già, il passato… Julia, una protagonista degli inizi di questo blog, mi diceva che è normale, e pure salutare, dare uno sguardo al passato ogni tanto. Quando si è in macchina è bene dare un’occhiata allo specchietto retrovisore…

A me piacerebbe essere uno al passo con i tempi, ma più l’età avanza più diventa complicato. Guardate un po’ in che mondo mi ritrovo: terrificante mi pare un termine corretto per descriverlo. E per chi, come me, era ragazzino negli anni Settanta, pare impossibile essere arrivati a questo punto.

Più rifletto sulla frase di E. O. Wilson:

«Il vero problema dell’umanità è il seguente: abbiamo emozioni del Paleolitico, istituzioni medievali e una tecnologia simile a quella degli dèi.»

più capisco la drammatica situazione del mondo in cui ci troviamo.

E. O. Wilson è stato uno dei più importanti biologi e naturalisti del Novecento. È stato definito da molti «il padre della sociobiologia»; ha cercato di spiegare il comportamento animale e umano attraverso l’evoluzione. La sua frase formidabile sta a indicare che gli esseri umani possiedono un cervello e istinti formatisi nella preistoria, vivono dentro strutture sociali e politiche spesso antiquate, ma dispongono ormai di una tecnologia capace di modificare il pianeta su scala globale.

Una sintesi potente, insomma, del suo messaggio: la nostra evoluzione biologica è lenta, mentre il nostro potere tecnologico cresce a una velocità enorme. La sfida della civiltà moderna è quindi imparare a usare quella potenza con una saggezza che, forse, non abbiamo ancora completamente sviluppato.

Beh, meglio togliere il forse.

Per un blog come questo, Wilson è una figura interessante perché unisce tre temi molto “da viaggio”: natura, evoluzione e il posto dell’uomo nell’universo. Un naturalista con lo sguardo dello scienziato, ma anche con una sensibilità quasi poetica verso la vita.

Al mattino sfido le tenaci malerbe che mi si aggrovigliano alle gambe ed esco cercando di sfruttare quel poco tempo di fresco a disposizione. Fresco per modo di dire: siamo comunque sopra i 30 gradi Celsius, che nel breve volgere di due o tre ore si tramuteranno in temperature infernali, prossime ai 40 gradi, soglia psicologica difficile da gestire.

Una sgambata tra le vigne per rinvigorire lo spirito e poi un giro a velocità di crociera tra quel pezzo d’Emilia in cui vivo. Osservare la mia terra… sì, perché, per Dio, questa terra è mia. Sono fatto della stessa argilla paludosa, sono cresciuto nel bayou della Valpadana centrale. Anche mia nonna avrebbe potuto chiamarmi Muddy, come successe a McKinley Morganfield…

Osservare la mia terra mi dà un senso di sicurezza, quieta il mio animo.

La Sigismonda — va beh, la mia Blues Mobile — è poi anche il luogo dove ascolto flussi continui di musica, di buonissima musica, non le immondizie musicali che vengono proposte oggi da radio ormai insopportabili, con i loro conduttori dalle voci sempre intonate al buonumore.

Dalla via Emilia, in direzione est, prendo una stradina sulla destra, quella che mi porta a Roncadella, frazione rurale del comune di Regium Lepidi, dove, tra l’altro, si trova la casa di Aramis Rheinhardt, il personaggio principale dei miei racconti, a suo tempo pubblicati qui sul blog.

(Per chi fosse interessato, qui sotto il collegamento al primo episodio.)

Roncadella è diventata un luogo del mio cuore, sebbene immaginario, proprio grazie ad Aramis.

Mi fermo poco dopo, in una specie di boschetto. Soffia una brezza leggera e le foglie dei noci frusciano… È un vento locale, leggero, la cui velocità varia generalmente tra i 7 e i 20 km/h e cambia tra il giorno e la notte, seguendo le diverse temperature della terra e dell’acqua.

Su questa terra arsa dal sole da settimane, quel soffio sembra quasi un alito di vita.

Roncadella luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Andando alla deriva tra queste fette di pianura, osservo le poche case che incontro: vecchie case contadine del tempo che fu, alcune ristrutturate, altre lasciate andare; oppure villette costruite qualche decennio fa, che sembrano quasi stonare con il panorama rurale circostante.

Case che consideriamo nostre, che abitiamo con diritto e sicumera, ma che nel giro di qualche decennio, seguendo il destino dell’uomo, verranno prese da altre persone, che ne faranno ciò che vorranno.

Case che oggi ci sembrano i nostri castelli, i nostri approdi sicuri, luoghi nei quali vivere la nostra esistenza, ma che quando non ci saremo più saranno abitate da alieni che non sapranno nemmeno che noi siamo passati di lì.

Tempus fugit, baby.

Come scriveva Virgilio: «Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo.»

IL NUBIFRAGIO

15 luglio — forte nubifragio a Borgo Massenzio. La Domus Saurea subisce danni.

È una sensazione spiacevole trovarsi barricati in casa mentre, là fuori, un vento fortissimo piega gli alberi, porta via mezzo tetto, fa crollare tre camini e spazza via le tegole. Per qualche ora hai la netta sensazione che la casa, il tuo rifugio, non sia più quel posto sicuro che hai sempre creduto.

Effetti del nuibifragio – luglio 2026 – foto Tim Tirelli
Effetti del nuibifragio – luglio 2026 – foto Tim Tirelli
Effetti del nuibifragio – luglio 2026 – foto Tim Tirelli
Il Rosso dopo la tempesta – luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Verso le 03:40 l’arrivo dei Vigili del fuoco (da Firenze) per mettere la casa in sicurezza

Vigili del Fuoco alla Domus luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Due giorni dopo — intervento dei muratori per sistemare provvisoriamente il tetto e impedire che la pioggia entri in casa.

Non appena si libereranno i lattonieri, verosimilmente a settembre, proveremo a rifare il tetto.

Camini e tetto sistemato provvisoriamente - luglio 2026 - foto Tim Tirelli
Camini e tetto sistemato provvisoriamente – luglio 2026 – foto Tim Tirelli

In quei due giorni post-nubifragio siamo stati spesso dalla “Tiziana”, la mitologica ferramenta specializzata in materiale da costruzione di Gavassa.

La Tiziana è una tipica emiliana: spiccia, empatica, sul pezzo, inarrestabile. La sua ferramenta a conduzione familiare è uno di quei luoghi magici dell’Emilia che, piano piano, vengono sostituiti da nuove strutture di stampo statunitense, magari funzionali, ma senza più nessuna poesia.

Così, dopo l’uragano, non ci resta altro che leccarci le ferite, rimboccarci le maniche, ascoltare Neil Young e — come sempre — andare avanti.

Passato il gran trambusto, piano piano la situazione si normalizza. L’umana con cui vivo, un genio della manualità, torna ai suoi piaceri meccanici, costruendo astronavi.

Genio al lavoro – luglio 2026 foto Tim Tirelli

Io torno a pensare alle mie cose, ad esempio a quello che mi disse Nicky Legs nel momento in cui entrambi lasciammo l’azienda in cui lavoravamo:

«Sei stato una delle persone più influenti per me.»

Quando ti interroghi sul valore della tua misera esistenza, certe frasi tornano a galla e fungono da magnesio e potassio per la tua autostima.

E poi via verso il tour delle Feste dell’Unità delle nostre zone.

Albinea — dove scambio qualche battuta con il parcheggiatore, uomo di terza età, in reggiano stretto. Piccole inezie che mi aggiustano l’umore.

Parking Man: «Buonasera, sono due euro.»

Uomo di Blues: «Subétt.»

PM: «Gnii dala muntagna?»

UDB: «No, a sun nèe a Nunantla in dal Mudnes, mo a stag a Masinsàdeg.»

PM: «Ah, i ho capìi, alóra a m’ sun sbagliè. Av salòt, ste mo’ ben.»

FdU Albinea Località la Fola – luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Bibbiano, dove vedo uno spettacolo organizzato da Francesca Mercury, dedicato alle grandi figure femminili della musica: da Etta James, Aretha Franklin e Tina Turner a Mina, le sorelle Bertè e Anna Oxa, fino a Madonna, Lady Gaga e via discorrendo.

Villalunga, dove nell’arena degli spettacoli guardo per un po’ una tribute band dei Cure, che mette in scena un buon concerto.

Tra non molto arriveranno le Feste dell’Unità di Regium Lepidi e Mutina, e sarà così che passerò le serate estive, sempre alla ricerca degli echi dell’Emilia che fu.

Intervallando il tutto con qualche nuotata, qualche lettura, qualche schitarrata, qui al Bagno Inigo.

Il bersò della Domus foto Tim Tirelli

FILM

_Neve Nera (ARG / E 2017) TTT¾

Neve nera (Nieve Negra, 2017) non è il classico thriller tutto azione e colpi di scena. È un film gelido, proprio come la Patagonia in cui è ambientato, che scava lentamente nei rapporti familiari, nei sensi di colpa e nei segreti sepolti da troppo tempo. Ricardo Darín, come spesso accade, è semplicemente impeccabile e regge il film con un’interpretazione intensa e misurata.

Al botteghino non ha fatto sfracelli: è costato circa 4 milioni di dollari e ne ha incassati poco meno di 5, ottenendo i risultati migliori in Argentina. Non un blockbuster, dunque, ma un’opera che merita sicuramente una visione, soprattutto se amate i thriller psicologici dove la tensione nasce più dai silenzi che dall’azione.

PLAYLIST

_ la Mahavishnu nel 1971

_Eddie & the boys nel 1980 alle prese col playback

_La banda di Maresciallo Tessitore nel 1977

_Don Henely 1984, scritta da Daniel Kortchmar.

Ay-yl-yl-yl
Ask yourself why
You still wanna hold her
You must not be drinkin’ enough
Ay-yl-yl-yl

_Dylan nel 1983 con alle chitarre Mark Knopfler & Mick Taylor

_Battisti nel 1977

Pour finir

Ragnatela, più di 18 anni — 88 anni umani — ha disturbi cognitivi e ci sente poco. Ma quando torna in sé, mi cerca, vuole dormire accanto a me, cerca la sicurezza del suo umano di riferimento in un periodo che certamente vive con una certa incertezza.

La tranquillizzo, la accarezzo sul nasino. Lei fa le fusa e mi guarda con quello sguardo fiero da principessina, eppure con gli occhi sembra dirmi: «Umano Tyrrell, dammi una mano tu, che io inizio a essere confusa.»

La stringo a me e ci addormentiamo in pace, l’una abbracciata all’altro, al riparo dalla notte.

Ragnetto – agosto 2026 Domus Saurea – foto Tim Tirelli

Fuori dalla finestra, il verde della Domus resiste, nonostante il caldo sahariano, e infonde tranquillità a me e alla piccola Ragni. Il nostro riposino pomeridiano, sotto l’aria condizionata, può iniziare sotto buoni auspici.

View From The Domus – agosto 2026 – foto Tim Tirelli

Foreve young Ragnetto, forever young …

Chi sognerai, Ragnetto? Tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, il tuo amico Palmiro, o forse savane che non hai mai solcato?

Nel sogno, io spero di solcare i territori del Sud, là, lontano, oltre le colline, e magari di incontrare di nuovo una ragazza con gli occhi che guardano lontano…

Yuval Noah Harari “Sapiens – Da animali a dèi – Breve storia della umanità” (Bompiani 2025) – TTTTT

21 Lug

Prima uscita italiana nel 2014, ultima edizione riveduta e corretta pubblicata nel 2025.

Ho trovato questo saggio molto coinvolgente e non credo di essere stato il solo:

oltre 25 milioni di copie vendute nel mondo di Sapiens: A Brief History of Humankind (pubblicato originariamente nel 2011 in ebraico e nel 2014 in inglese), tradotto in oltre 65 lingue, ed è rimasto per anni nelle classifiche dei bestseller del New York Times e del Sunday Times britannico. In Italia non esiste un dato ufficiale sulle copie vendute, ma Sapiens è stato per anni uno dei saggi più venduti del catalogo Bompiani ed è considerato un autentico long seller.

In altre parole, non è solo un bestseller: è uno dei 10-15 saggi di divulgazione storica più venduti del XXI secolo, con numeri paragonabili ai grandi classici della divulgazione scientifica contemporanea.

Il libro racconta l’avventura dell’Homo Sapiens con uno stile chiaro e ricco di spunti, mostrando come miti, religioni, denaro, Stati e ideologie siano costruzioni collettive che hanno permesso alla nostra specie di dominare il pianeta. Alcune tesi di Harari fanno discutere, ma Sapiens resta una lettura affascinante, capace di mettere in discussione molte certezze e di offrire una prospettiva originale sulla storia dell’umanità.

Libro da leggere, nozioni da fare nostre, fatti da sapere, dubbi su cui riflettere.

https://www.lafeltrinelli.it/sapiens-da-animali-a-dei-libro-yuval-noah-harari/e/9788845296499

Descrizione

Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla terra c’è una sola specie di umani. Noi: Homo sapiens.

«Affronta i grandi interrogativi della storia e dell’uomo moderno con un linguaggio vivido e indelebile» – Jared Diamond

«Un viaggio divertente e curioso nella storia dell’umanità. Una lettura che vi terrà incollati fino all’ultima pagina» – Bill Gates

Siamo i signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione. Siamo gli unici animali capaci di parlare di cose che esistono solo nelle nostre fantasie: come le divinità, le nazioni, le leggi e i soldi. “Sapiens. Da animali a dè”i spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità.Leggi di meno

JOHN MILES, Music Hall, Boston Mass, 02 april 1977 – TTTT½

7 Ago

Questa è la prima registrazione live relativa agli anni settanta di John Miles che trovo, ne sono davvero felice visto che quello del biondo di Jarrow non è un nome di cui ci sia tanto materiale in giro. Nell’aprile del 1977 John e la sua band erano in tour negli Stati Uniti, il secondo album era appena uscito e Miles cercava di farsi strada anche nel Nord America.

In aprile e maggio apriva i concerti dei Boston (a volte insieme ai Journey), oppure di Manfred Mann’s Earth Band (a volte da solo a volte insieme ai Lake e ai Genesis), o anche dei Supertramp. Come si può capire dalla recensione che allego qui sotto del concerto del 5 aprile, la John Miles Band in quel periodo faceva una gran bella figura, il gruppo era rodato, preparato, pronto …cosa avrei dato per poter assister ad un concerto di quel tour.

Recensione concerto 1977 BOSTON- JOURNEY-JOHN MILES

Ho scritto più volte su questo blog come il singolo Music uscito nel 1976 mi catturò completamente, per me e per il mio amico per le palle Biccio (pianista extraordinaire) diventò il manifesto programmatico della nostra adolescenza. Al primo della classifica olandese e belga, al 2° in Italia, al 3° in UK, al 10° in Germania e 88° in USA, Music nel 1976 fu un gran successo in Europa; Biccio lo portò ad uno dei saggi di pianoforte a cui partecipava regolarmente (insieme a mia sorella che – siamo nella seconda metà degli anni settanta – pianista anch’ella in quella occasione portò Maple Leaf Rag versione di Keith Emerson). Miles partecipò anche al Festivalbar del 1976.

Ritorniamo a noi, il tour del 1977 fu una meraviglia, la caparbietà giovanile, i primi due album da promuovere (Rebel del 1976 e Stranger In The City del 1977), la cazzimma (pur di stampo inglese) … la John Miles Band era un nome su cui puntare.

La splendida registrazione audience in questione si apre con House on the Hill, B-side del singolo “Remember Yesterday”, scelta coraggiosa ma forse un tantino azzardata, ma quelli erano anni in cui la musica era una cosa seria, il rigore dell’essere artista non andava confutato. Il brano è un buon Hard Rock elaborato con un ottimo assolo di John alla chitarra; Pull the Damm Thing Down dal primo album mette in circolo l’ottima musicalità prodotta dalla John Miles Band, il pezzo, molto bello, è costruito con l’alternarsi del tight but loose, luci e ombre, forza e tenerezza. John lo canta con la sua voce STRAORDINARIA con passione e anima. Certi passaggi delle tastiere sono un po’ dozzinali, ma la metà degli anni settanta è tipica per questo uso molto discutibile delle stesse. Elegante l’assolo di chitarra. Sette minuti di bellezza Rock. Grande apprezzamento da parte del pubblico, evidentemente colpito dal savoir faire del gruppo.

Stand Up (and Give Me a Reason) dal secondo album e un altro gran pezzo, chitarre Rock, ritornelli spensierati e la solita classe ineguagliabile. Difficile non ripetersi e non perorare la causa di Miles, un musicista completo, voce magnifica e abilità straordinarie alla chitarra e al piano. Finale denso di improvvisazioni tra chitarra e voce. Altri sette minuti di leggiadria. 

1977 tour BOSTON – JOURNEY-JOHN MILES

Music è presentata come quarto pezzo pezzo e con quell’inizio delicato e melodico riempie la Music Hall di Boston di magia, peccato solo per le tastiere ordinarie. Parte quindi la sezione Rock e il conseguente assolo di chitarra. John ritorna poi al piano e il pubblico si emoziona tanto; certo non è facile sostituire l’orchestra della versione in studio con una tastiera, ma il risultato regge. Di nuovo il tempo Rock ed ostinato su cui le tastiere cercano di riprodurre gli archi dell’orchestra, John torna a cantare … e quell’ultima doppia strofa riesce a darmi i brividi anche adesso, dopo tutti questi decenni

Music was my first love
And it will be my last
Music of the future
And music of the past
To live without my music
Would be impossible to do
In this world of troubles
My music pulls me through

Il pubblico gradisce tantissimo e tributa alla band un applauso a tutto tondo, l’emozioni riempiono l’aria. Highfly fu il primo singolo dell’era che conta di Miles, pubblicato nel 1975 arrivò al 17° posto delle classifiche UK e al 68° di quelle USA, posizioni davvero niente male per un artista sconosciuto, e infatti quando John lo introduce il pubblico sottolinea il gradimento. High Flyer è un gran pezzo che colpisce nel vico, è brillante, per certi versi molto inglese: un sfumatura rococò, una glam, una decisamente Rock. John la canta con il piglio giusto, la band lo segue con la consueta abilità. Tre minuti e mezzo tirati, lucidi, assolutamente convincenti. Il pubblico esplode … è gratificante sentire il pubblico così caldo per un artista che alla fine dei conti non riuscì mai a sfondare del tutto nel mercato statunitense. Chiude il concerto Slow Down, quello che all’epoca era l’ultimo 45 giri uscito e che arrivò 10° in UK e 34° in USA, un ottimo successo per John Miles. Slow Down ha un ritmo ballabile su cui si innestano chitarre Rock, il clavinet e una grinta mica da ridere. Il pubblico a questo punto è tutto dalla sua parte, batte le mani a ritmo e accompagna il brano. John canta benissimo, spingendo la voce con passione scatenata. Buono l’assolo di tastiere, molto anni settanta. John si lancia quindi nell’assolo di chitarra trattata con l’effetto Talk Box (Peter Frampton, Jeff Beck e Joe Perry anyone?). John Miles qui è travolgente, la vibrazione della musica nera è evidente, il funk e il rock che si accoppiano con foga, il gruppo e il pubblico in perfetta e sfrenata sintonia … baby won’t you please slow down … finale da pelle d’oca. Thank you, goodnite, God bless you. la John Miles Band lascia il posto ai Journey e ai Boston.

Io sono di parte, lo so, John Miles è uno dei miei artisti preferiti, ma sfido chiunque a non ammettere che, al di là dei gusti, John Miles in quei primi due anni era una forza della natura capace di unire eleganza e approccio decisamente (Hard) Rock. Qui sotto il link al concerto competo. In John Miles we trust!

◊ ◊ ◊ 

JOHN MILES
Music Hall
Boston Mass
April 2nd 1977
Hezekiahx2 Analog Master
to 1st Gen Reel to Reel at 7.5 ips
Transferred and Presented By Krw_co

LINEAGE HEZEKIAHX2 MASTER CASSETTE TO REEL TO REEL 1ST GENERATION AT 7.5 IPS >
TEAC A-7300 REEL TO REEL W/MANUAL AZIMUTH ADJUSTMENT>CREATIVE SOUNDBLASTER X-FI HD MODEL #SB1240 WAV(24/96KHZ)>MAGIX AUDIO CLEANING LAB FOR KRW TRACK MARKS VOLUME ADJUSTMENT AND EDITS>WAV(16/44.1KHZ)>TLH FLAC 8
Sony TC 153ECM-99 1 point stereo mic on a cane
Analog masters no longer exist (recycled after transfer to reel).

THE BAND
John Miles lead vocals keyboards guitar
Bob Marshall bass
Barry Black drums
Gary Moberley keyboards

SETLIST
1 Intro
2 House on the Hill
3 Pull the Damm Thing Down
4 Stand Up (and Give Me a Reason)
5 Music
6 Highfly
7 Slow Down

◊◊◊

John Miles sul blog:

Addio a John Miles (born John Errington; 23 April 1949 – 5 December 2021)

JOHN MILES suona “Music” nel programma omonimo di Canale 5 (11 gennaio 2017)

JOHN MILES “The Decca Albums” (Caroline-Decca-Universal 2016) – TTTTT

Bluesitudine: ALAN PARSONS PROJECT with JOHN MILES “Shadow Of A Lonely Man” 1978

JOHN MILES “Decca Singles 1975-79” (2012 7T’s Records / Cherry Red Records) – TTTTT

JOHN MILES European Tour 1979 tour program

Flashes from the Archives of Oblivion: JOHN MILES “Rebel ” (Decca 1976 – Universal /Lemon Recordings Remaster 2008) – JJJJ1/2

 

Nuovi video amatoriali dei Led Zeppelin: Copenhagen 79, Tokyo 1971, Landover 1977

4 Giu

Questi video amatoriali potranno anche sembrare poca cosa ai cosiddetti casual fan vista la qualità … dopotutto sono riprese appunto amatoriali fatte da qualcuno che era tra il pubblico, ma per i veri amanti dei LZ  del Rock sono gemme di grandissimo valore. Mi sorprendo sempre quando viene pubblicato su Youtube qualche nuovo video mai visto prima, dopo decenni all’improvviso qualcuno si ricorda di aver visto i LZ e di averli filmati in Super 8, ritrova la pellicola, la gira ai fan specializzati con capacità tecniche, questi la ripuliscono e con pazienza e abilità certosina la sincronizzano con l’audio ricavato da bootleg e registrazioni audience (anch’esse fatte da qualcuno del pubblico) già esistenti, et voilà, il gioco è fatto.

E’ così che testimonianze visive del periodo d’oro della musica Rock arrivano sino a noi. Decenni fa, quando mi dilettavo nel raccogliere quante più audiocassette o bootleg live possibili del mio gruppo preferito, vi erano sere in cui mi ascoltavo in cuffia concerti nella loro interezza, mi immergevo completamente nella situazione, mi pareva così di essere al Budokan, al L.A. Forum, al Madison Square Guarden, al Capitol Centre, e la mia mente viaggiava, mi costruivo castelli, rappresentavo mentalmente nella mia maruga di ragazzino le varie houses of the holy dove i Led Zeppelin tenevano le loro messe nere. E guarda un po’, oggi abbiamo la possibilità di dare forma reale a tutti quei costrutti musicali adolescenziali.

Tokyo 1971, uno dei momenti magici dei LZ in versione live, Landover 1977 gli orizzonti perduti del colossale tour del 1977 e Copenhagen 24 luglio 1979 (warm up di Knebworth) il momento migliore degli ultimi due anni del gruppo e data che ho sempre amato molto.

I Led Zeppelin, ah!

1979-07-24-Copenhagen_Led Zeppelin

◊ ◊ ◊

LED ZEPPELIN – Live in Copenhagen, DK 24th July 1979 – Super 8 film (NEW FOOTAGE)

Di Tokyo 1971 è uscita da pochissimo anche una versione (corta) di maggiore qualità:

Francesco Guccini “La legge del bar. E altre irresistibili leggi dell’essere”(2025 Giunti) TTT¾

2 Giu

Nel 1996 ero un lettore assiduo di Comix e dunque i capitoli di questo libro non mi sono del tutto nuovi; trattasi infatti di una nuova versione non solo rimasterizzata bensì rimixata, evidentemente per renderla più attuale e godibile al pubblico del 2025.

Amo Guccini, siamo nati nella stessa provincia, alcune (meglio dire molte) delle sue canzoni sono capitoli importantissimi della canzone d’autore italiana e dunque della mia vita, siamo di generazioni diverse ma lo sento molto vicino, bazzichiamo le stesse pianure alla ricerca del Sol dell’Avvenire, lo stimo molto come uomo, come intellettuale, come fine interprete della lingua italiana. Come lui amo il lambrusco (quello meno secco, il Grasparossa o il Reggiano) e come lui – benché la mia stirpe sia da secoli tutta di origine reggiana – ho un forte accento modenese (e relativa cadenza).

Non potevo dunque non acquistare questa nuova edizione de la Legge Del Bar, libro che che si legge col sorriso e con un po’ di nostalgia e malinconia. Temo che questi quadretti fossero perfetti per il 1996, oggi sono faccenduole adatte alla periferia di un mondo che io, e immagino anche Francesco, fatichiamo a riconoscere e ad amare. Sì perché quello di cui racconta(va) Guccini è un mondo che sta sfumando, che forse non esiste nemmeno più e che solo gli uomini di una (in)certa età ricordano. Due i momenti del libro che a parer mio toccano vette elevatissime: La Legge Del Viaggiatore (pag 49) e La Legge Del Vivere Da Soli (pag 55) … ho riso come poche volte mi capita.

Caro Francesco, sei sempre uno dei più grandi. A t’voi un ben da mat.

La legge del bar e altre comiche era il titolo della prima edizione di questo libro che fu pubblicato nel 1996 da Comix. Quasi trent’anni dopo ecco che “La legge del bar” riappare senza disegni e in una forma molto mutata, con nuovi titoli, tutti gli incipit riscritti e ampliati e con il nuovo sottotitolo: “E altre irresistibili leggi dell’essere”.

Ma che cos’era quel fortunato libriccino, che apparteneva alla prima fase della produzione letteraria di Francesco, uscito dopo Cròniche epafániche e Vacca d’un cane? E che cosa è diventato adesso? “La legge del bar” è già il racconto di un mondo che non esiste più, di un ambiente che, anche se non sembra poi tanto cambiato, oramai non è più quello e chi ancora lo frequenta, e conserva certe caratteristiche di un tempo, è da considerarsi un sopravvissuto. Ma tanto, niente è più lo stesso: i giochi di carte, il calcio, i Natali, i viaggi e la politica, niente. In questa nuova, profondamente rilavorata versione, è come se tutti i racconti fossero stati ripassati dagli occhi di un uomo che, pur avendone viste molte, ne ha viste ancora di più, perché altro tempo è passato. Ma c’è qualcosa che non è cambiata: l’ironia, l’amore per il paradosso, l’esercizio dell’intelligenza, il gusto per lo scherzo e per la battuta, la gioia di vivere, di meravigliarsi ancora.

John Myers Myers ” The Saga Of Hugh Glass” (1963) – TTT½

20 Feb

Questa è la ristampa di una ristampa del 1976 di un libro pubblicato nel 1963 che racconta da un punto di vista “storico” la vita del leggendario frontier man Hugh Glass (vedi film The Revenant con Leonardo Di Caprio). A me interessava proprio cercare di verificare i fatti (e la vita) di Glass, scevri dalle tante leggende e interpretazioni. Questo libro ne traccia i brandelli di storia che nel 1963 si riuscì a ricostruire; stiamo parlando dei circa cinque decenni che vanno dal 1780 al 1830 circa, un epoca a cui sono da sempre legato per quanto riguarda i territori selvaggi del Nord America.

Il libro è in inglese, ho faticato un poco a leggerlo perché è scritto nella sua variante statunitense di 60 anni fa, non certo un inglese arcaico, ma di certo a me più ostico rispetto all’ inglese più moderno.

Resta il fatto che ho gradito molto imparare nuove e veritiere sfumature delle vicissitudini  di questo ex pirata e mountain man ferito a morte da un grosso orso e abbandonato – dopo essere stato derubato dai suoi compagni. Glass sopravvisse e condusse una vita spericolata in quei territori magnifici e spietati.

Non una lettura per tutti, ma chi fosse interessato all’argomento potrebbe trovare questo libro essenziale.

Hugh Glass sul blog:

Michael Punke “Revenant. La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta” (2002 – Einaudi 2024)- TTT½

Giorgio Manzi “L’ultimo Neanderthal racconta. Storie prima della storia”(il Mulino 2022) TTTT

8 Nov

Immagino che libri del genere interessino solo ad un piccolo numero di lettori, io sono fra questi e ho trovato queste pagine di Manzi stimolanti. Certo, la (paleo) antropologia mi interessa, ma credo che in generale l’autore abbia scritto qualcosa di comprensibile e al contempo avvincente per (quasi) tutti. I Neanderthal appartenevano ad una specie umana diversa da noi Homo Sapiens, ma nella loro storia evolutiva possiamo trovare anche tracce di noi stessi (d’altra parte tutti noi possediamo nel nostro DNA una piccola percentuale del loro).

L' ultimo Neanderthal racconta. Storie prima della storia - Giorgio manzi - Il Mulino

Il libro ne racconta l’inizio e la fine, la convivenza con le altre specie umane e le ragioni della loro scomparsa. Manzi ci aiuta anche a districarci nella preistoria, segnando lungo il cammino scritto pietre miliari che aiutano il lettore a raccapezzarsi, soprattutto per quanto riguarda il Pleistocene. Questi sono libri di preistoria, qualcuno andrebbe letto. Questo di Manzi è uno di quelli.

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https://www.mulino.it/isbn/9788815294135

I Neanderthal sono un buon modo per raccontare la scienza delle nostre origini e i suoi formidabili progressi. Ne abbiamo bisogno ancora di più oggi, noi esseri umani dell’Antropocene, con tutte le sfide che dobbiamo affrontare.

«Sono seduto su un grande masso di fronte al mare. Alle mie spalle la grotta del Monte Circeo frequentata dai Neanderthal». Con queste parole ha inizio un sogno: un incontro immaginario tra un paleoantropologo e l’ultimo dei Neanderthal. I due condividono le competenze di oggi e le esperienze vissute nel tempo profondo. Dialogano così sull’origine, sulle caratteristiche e sui comportamenti dei Neanderthal, come pure sul loro destino. Ne deriva l’affascinante narrazione di una specie simile alla nostra, ma anche profondamente diversa da noi, con la quale ci siamo confrontati dopo centinaia di millenni di separazione evolutiva. Non solo, però: la vicinanza genetica ha reso possibili incroci che hanno lasciato tracce durature in tutti noi. I Neanderthal sono ancora qui.

Giorgio Manzi è professore di Antropologia alla Sapienza – Università di Roma. Accademico dei Lincei, è stato direttore del Polo museale Sapienza e segretario generale dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana. Editorialista di «Le Scienze», collabora con quotidiani, periodici, trasmissioni radio e tv. Fra i libri per il Mulino: «Il grande racconto dell’evoluzione umana» (2018), «Ultime notizie sull’evoluzione umana» (2017).