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Riflessioni su Vasco a Modena Park 2017

5 Lug

Nelle ultime due/tre settimane per un modenese rimanere immune dalla febbre del sabato sera vascorossiano è stato praticamente impossibile. Non si riusciva a parlare d’altro, un po’ per l’evento in sé (davvero fantasmagorico) e un po’ per la cappa di panico che stava scendendo sulla città. Ho cercato di rimanere razionale e fedele alla mia idea, che fosse cioè una grande festa per Modena e per la regione. Sì perché in Emilia Romagna noi di solito siamo così, aperti agli altri, ben disposti se c’è da far baracca (da far festa insomma) e al contempo capaci di organizzarci al meglio. Avevamo un gran bisogno di un concerto del genere perché a Modena da 4/5 lustri non è che sia siano visti poi tutti ‘sti grandi nomi. Fino agli anni novanta sono approdati qui (soprattutto grazie alle Feste Dell’Unità) gruppi e artisti di elevatissima caratura internazionale, che so PINK FLOYD, GUNS N’ ROSES, BOWIE, DYLAN, il MONSTER OF ROCK, e decine di altri, poi il lento declino.

Mi stupivo infatti sentire certa gente lamentarsi per il concerto dopo averla ascoltata imprecare perché siamo una realtà di provincia dove non viene mai nessuno e non succede mai niente. Buffi poi quelli che si chiedevano il perché organizzare un concerto del genere a MODENA, rimanevo basito…ma come, Vasco è di Modena, ha iniziato qui a farsi conoscere, non è naturale che festeggi i suoi 40 anni di carriera nella sua città anche pensando a quel “abito fuori Modena Modena Paaaaark…”? Tutti a criticare l’amministrazione, mi dicevano che concedere uno spazio per un numero di spettatori maggiore al numero degli abitanti era da pazzi. Cercavo di non rispondere di petto, pur tenendo il punto, perché la vita è già piuttosto dura e non vale la pena ingrigirsi l’animo con queste ulteriori sterili polemiche. Ribattevo solo che pochi anni fa per due volte LIGABUE aveva riempito con circa 160.000 persone il Campovolo di Reggio Emilia e che non era successo nulla di terribile. “Sì, ma il Campovolo è un’altra cosa” rispondevano subito. Io non capivo, perché è vero che il Campo Volo (il piccolo aeroporto di Reggio) è un po’ più decentrato rispetto al centro città e confina con frazioni di campagna ma rimane comunque a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria che a sua volte è vicina al centro, senza calcolare che il numero degli abitanti e il numero di spettatori era più o meno lo stesso.

Ma qui sembrava che tutto stesse per precipitare. Negozi e fabbriche che ipotizzavano chiusure il giovedì e il venerdì prima del concerto, i residenti in zona Parco Ferrari  preoccupati e il resto della città, attonito e sgomento, rassegnato in attesa dell’arrivo degli unni.

Su facebook leggo oggi una breve riflessione della mia amica Jaded baby (La Giorgia insomma):

Cosa ci ha insegnato questo Modena Park?
Che chi non sa fare luce, è pregato di non fare ombra! 

Un saluto agli indignati, ai catastrofisti, agli esperti di sicurezza, ai laureati all’università della vita, ai cagacazzo, a Giovanardi, ai musicisti pippologi e a tutti quelli che hanno remato contro a questo evento.

A parte Bonolis, è stato perfetto 

Schietta, precisa e al punto, non c’è che dire.

Giorgia ha ragione, i disfattisti dovrebbero farsi da parte e non mettere i bastoni tra le ruote e soprattutto evitare, una volte che tutto si è svolto alla perfezione, di salire sul carro dei vincitori.

Quelli che sanno tutto loro dovrebbero per una volta farsi un esame di coscienza e tapparsi la bocca.

I musicisti pippologi, come li chiama la Giorgia, e gli amanti di musica che si ritiene superiore (aggiungo io), devono andare semplicemente a prenderla in quel posto. Che Vasco possa non piacere è sacrosanto, ognuno ha la propria sensibilità e se certe cose non arrivano o infastidiscono nessun problema, a patto che non si vengano a dare lezioni soprattutto poi, se a loro volta, questi sapientoni ascoltano artisti che non sono proprie eccellenze. Sì perché queste teste vuote gli rinfacciano mediocrità musicale e poi adorano musicisti (pseudo) rock che – come direbbe il mio amico Picca – è manovalanza, oppure gruppi che sono ben più kitsch e tout court di Vasco. E’ questo che non sopporto di questa gente, il non avere un minimo di obbiettività. Quello che piace a loro è musica di valore quello che non piace a loro musica senza importanza, sebbene le due cose spessissimo siano sullo stesso piano.

Io non sono andato al concerto, mi sono pentito di non aver fatto del pubblico di Vasco in quella magnifica serata, o forse dovrei chiamarlo “il popolo di Vasco” come viene rinominato in questi giorni di dibattiti, riflessioni, dove tutti diciamo la nostra. Parliamo de”Il popolo di Vasco” come una entità a se stante, come fossero “gli altri”, invece come hanno già detto in tanti, il popolo di Vasco siamo tutti noi. Da quelli che tirano bottigliette piene di piscia ai gruppi di supporto, a quelli che fanno del rispetto per gli altri una bandiera, da quelli che oltre ai cd di Vasco hanno al massimo comprato le compilation del Buddha bar a quelli come noi che LED ZEPPELIN, FREE, EMERSON LAKE AND PALMER, EDGAR WINTER’S WHITE TRASH etc etc. C’è di tutto dentro al “popolo di Vasco”, c’è l’umanità. E ad ogni modo l’altra sera al parco Ferrari il “popolo di Vasco” si è comportato benissimo.

(Poi magari un giorno parleremo del popolo dei ROLLING STONES, degli AC/DC e degli AEROSMITH, gli ultimi tre megaraduni a cui ho partecipato).

Per noi modenesi (in primis quelli della mia generazione) Vasco è sempre stato uno di famiglia. Già dal nome. Sì perché al di là di quel che dice wikipedia, Vasco proviene dal francese, dalla parola guascone , e infatti qui da noi “fare il Vasco” o “lui lì è un Vasco” significa essere un simpatico spaccone oppure essere un figo. Vasco era un nome non troppo comune ma tipico delle campagne intorno a Reggio e a Modena, d’altra parte qui abbiamo avuto per lunghi decenni – qualche secolo fa – la dominazione francese.

Sono (o perlomeno sono stato) un grande fan di Vasco Rossi quindi. Lo ascoltavo a Punto Radio prima che iniziasse a fare dischi, poi l’emozione di vedere un suo 45 giri (Jenny e Silvia) da Fangareggi a Modena e finalmente dal 1978 avere l”occasione di comprare ogni anno un suo LP.

Puntoradio – dal 1975

Pur avendo una predilezione per il rock, l’hard rock e il blues sono sempre stato attaccatissimo ai cantautori italiani …DE GREGORI, BENNATO, IVAN GRAZIANI sono nomi che ho inciso sull’animo. Fu dunque naturale amare anche un cantautore che proveniva oltre che dalla prima radio libera che ascoltavo con passione anche dalla mia provincia, lui da un paese in montagna (Zocca) io da uno di pianura (Nonantola).

Tra l’altro proprio a Nonantola Vasco si esibì più o meno 50 anni fa…

Vasco Rossi a Nonantola – anni sessanta

MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE con quegli arrangiamenti alla YES e GENESIS di Gaetano Curreri, NON SIAMO MICA GLI AMERICANI con quella sfilza di canzoni che mandavano in orbita un adolescente come me (FEGATO SPAPPOLATO, SBALLI RAVVICINATI, LA STREGA (scritta da Sergio Silvestri altro “cantautore” che poi avrei seguito), 15 ANNI FA e VA BEH (oltre a quella lì, ALBACHIARA). COLPA D’ALFREDO, SIAMO SOLO NOI e VADO AL MASSIMO poi saziarono le mie voglie rock, la chitarra di MAURIZIO SOLIERI diventò imprescindibile e il mio amore per VASCO immenso. Lo vidi per la prima volta nel marzo del 1981. Non ricordo se SIAMO SOLO NOI era già uscito o meno. VASCO (insieme al suo gruppo) era l’ospite d’onore a MODENA ROCK 1981, rassegna di gruppi locali che si teneva nella palestra (o era un semplice capannone?) di Modena Est. Col mio gruppo avevo suonato il sabato sera, Vasco era previsto per la domenica. Essendo un membro di uno dei gruppi coinvolti potevo muovermi come volevo. Entrai nei camerini e vidi Vasco insieme ai suoi musicisti. Aveva una bottiglia di Johnni Walker in mano e quello sguardo sempre un po’ perso ma al contempo determinato. Non mi scomposi più di tanto, all’epoca era piuttosto sicuro di me, così scambiai due parole con lui e con Solieri. Vidi il concerto a fianco del palco e fu bellissimo vederli in azione durante la loro fase Rock naif. Magari è dovuto anche alla suggestione data dalla mia giovane età, ma è a tutt’oggi uno dei concerti a cui sono più legato. Quando alla fine Massimino Riva gettò in aria la sua Fender Stratocaster e la fece cadere per terra, il rito del rock si compì.  Dopo il concerto fermammo Vasco all’uscita, eravamo forse in dieci, Vasco era noto a Modena ma non è che fosse già un cantante di successo, scherzammo un po’ con lui e poi lo vedemmo andare via sulla sua Porsche. Il compenso se non ricordo male fu di due milioni e mezzo di lire.

Ricordo che a militare (nel 1982) mi chiamavano Vasco, dovevo essere un fan piuttosto convinto. Il mio amore raggiunse l’apice in quell’anno, con l’album VADO AL MASSIMO, ma non voglio fare la parte di quello che ama solo i primi album e poi snobba il resto, quello che si allontana dall’artista una volta che questi diventa famoso. Io fui contento della popolarità di Vasco che dal 1984 in poi crebbe a dismisura, semplicemente le formule musicali non mi attiravano più come in passato. Rimanevo un fan, compravo i suoi album, mi illuminavo dinnanzi a certe sue nuove canzoni, ma tutto in maniera più riservata. Lo rividi in concerto un paio di volte nel 1983, nella discoteca di Soliera (MO) e al Picchio Rosso di Formigine (MO), poi ancora nel 1985 alla Festa Dell’Unità di Reggio Emilia e infine nel 1989 alla Festa dell’Unità di Modena.

Negli ultimi anni abbiamo parlato più volte su questo blog a proposito del gigantismo di cui soffre il rock e della gente che va ai concerti più per partecipare al rito, all’evento che per la musicain sì, e’ stato così anche in questo caso, ma l’aria di festa e l’incredibile risultato ottenuto compensano il tutto. Sì perché c’è stato anche chi irrideva i numeri e pensava ci fossero stati concerti simili con più spettatori, facendo parecchia confusione. A me queste cose sono sempre interessate e sapevo che – vado a memoria dunque potrebbe esserci qualche lieve imprecisione – il record per concerto a pagamento di un singolo artista era detenuto dagli A-HA con circa 200.000 spettatori, seguiti da TINA TURNER e PAUL McCARTNEY con più o meno 190.000 agli inizi negli anni duemila. LIGABUE col primo Campovolo (160.000) e U2 sempre al Campovolo (150.000 negli anni novanta) poco dietro. Più di 220.000 spettatori per VASCO ROSSI, un trionfo.

Vasco – Modena Park 2017

E’ stato un esperimento perfettamente riuscito, produzione, amministrazione comunale, forze dell’ordine, cittadinanza, etc etc tutti impeccabili. MODENA PARK 2017 sarà un evento da ricordare a lungo. A proposito, vale forse la pena rammentare che MODENA PARK è un canzone di IVAN GRAZIANI apparsa sull’album AGNESE DOLCE AGNESE del 1979, e che il parco a cui fanno riferimento sia Graziani che Rossi è il parco storico di Modena, la lunga striscia verde tra due viali che circumnavigano il centro della città. Il Parco Ferrari è tale dal 1991, prima di quella data fu – in tempi lontanissimi –  il piccolo l’aeroporto della città e quindi l’autodromo.

Credo non se ne possa più di sentir parlare dei benefici portati all’indotto, riporto solo questo piccolo ma sintomatico fatto: 1600 krapfen preparati dal mio amico Stef della Pasticceria Malaguti di Nonantola per il back stage.

Pasticceria Maluguti – 1600 bomboloni per il backstage del Modena Park – foto Stef Malaguti.

La diretta della RAI è stata risibile. Bonolis è sembrato un pesce fuor d’acqua. Prima di tutto – secondo me – avrebbe dovuto dire che la RAI non aveva i diritti per mandare in onda il concerto nella sua interezza. Inutile prendersela con la tv di stato per questa faccenda, succede quasi sempre per eventi in diretta trasmessi via radio o tv, gli speaker devono parlare sopra ai pezzi, il concerto non può essere trasmesso senza interruzioni, altrimenti chiunque può registrarselo e magari fare copie pirata. La produzione deve riservarsi la possibilità di fare uscire divudi, bluray, cd audio. In secondo luogo avrebbero dovuto scegliere qualcuno che avesse maggiore familiarità col mondo di Vasco. Bonolis sembrava non avere confidenza con la storia del re di Zocca, ma il vero motivo per cui la diretta è stata un fallimento è dovuto alla regia. Comunicazioni approssimative, stacchi sempre fuori tempo, gestione dilettantesca. Non hanno nemmeno messo qualche microfono verso il pubblico, cosicché ogni volta che Vasco finiva una canzone calava un silenzio irreale. Sarebbe stato meglio far trasmettere il concerto a SKY in chiaro sul canale CIELO. Lo sfacelo della RAI è lento e inesorabile.

Quello che si è intravisto però è stato emozionante.

Vasco – Modena Park 2017

Vasco tutto solo che parte con COLPA D’ALFREDO, Vasco che cita gli ELP (come suo solito) con WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, con tanto di traduzione in italiano. Il secondo chitarrista con la doppio manico rossa della Gibson, Curreri al piano che accenna a JENNY, SILVIA, LA NOSTRA RELAZIONE e quindi procede con ANIMA FRAGILE (come sempre brillante l’arrangiamento delle due chitarre),

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Stef Burns che sentirlo suonare è sempre una gioia, i bei giri di basso di Golinelli vestito come Keith Richards in chiara. Non si poteva non notare Clara Moroni, che noi ancora ricordiamo (e amiamo come) leader del suo gruppo CLARA & THE BLACK CARS. Bello rivedere sul palco Maurizio Solieri, il pezzo strumentale finale sembrava un omaggio a Jeff Beck. E poi Vasco. Bello constatare che ancora una volta a dispetto delle pressioni che deve sostenere per aver messo in piedi un lavoro del genere rimane un puro. Scafato, attento, furbo, determinato, accorto ma sempre un puro. E che voce che ha ancora! Immancabile alla fine il tributo a Massimini Riva.

Vasco – Modena Park 2017

Musicalmente la band di Vasco è pressoché impeccabile, musicisti validi e preparati, alcuni di scuola americana. I due chitarristi sono bravissimi (e non sto parlando solo di tecnica). Si passa dal pop levigato e mainstream, a certi pruriti d’elettronica, al metal moderno con facilità, affrontando anche il nocciolo della canzone d’autore con la giusta incisività.

Vasco – Modena Park 2017

Certo, alcuni aspetti li trovo ridondanti, la doppia cassa della batteria, arrangiamenti e atteggiamenti tout court e forse sopra le righe, gradirei insomma un bon ton musicale più presente, ma le mie sono congetture personali, io non sono nessuno, Vasco è Vasco, dunque ha ragione lui, e lo dico in tutta sincerità.

Vasco-ModenaPark-2017

Vasco – Modena Park 2017

I fuochi d’artificio finali sono stati altamente spettacolari , cornice perfetta per un palco da record. Mai visto nulla di simile

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Finita ALBACHIARA, dall’impianto DIE FOR METAL dei Manowar, pezzo ultra metal che deve molto a KASHMIR dei Led Zeppelin.

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In tanti hanno condiviso le foto pubblicate da Vasco sulla sua bacheca, ma vale la pena riproporle anche qui, perché sono spettacolari.

E’ stata una splendida serata, tutto ha girato per il verso giusto, ed io sono contento, per Vasco, per la mia città, per i fan che si sono riversati al Parco Ferrari, per tutti noi che in questi tempi cupi abbiamo bisogno di giornate di festa come questa. Bravo Vasco, sei sempre il numero 1.

Foto Milly Bar

Vasco – Modena Park 2017 – foto Millybar

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Patti Smith Royal Oak Music Theater Detroit 11 marzo 2017 – di Paolo Barone

8 Mag

Lo scorsco 11 marzo Patti Smith e’ venuta a suonare al Royal Oak Music Theater. Io la conosco bene, sono letteralmente cresciuto con lei e la sua musica, ho visto molti suoi concerti e li conservo tutti nei miei ricordi piu’ cari. Questa volta sento che sara’ diverso, che per lei venire qui sara’ una cosa carica di significati, emozioni e ricordi. Per Patti Smith Detroit non e’ un posto qualsiasi.

Si, questo posto non e’ un posto qualsiasi per nessuno che lo abbia vissuto veramente, non ci sono dubbi su questo, ma per lei ha un significato ancora piu’ forte.Questa e’ stata la sua casa nei lunghi anni del periodo piu’ difficile e controverso della sua vita. E’ qui che sono nati e che tutt’ora vivono i suoi figli, e’ qui che ha vissuto la fortissima storia d’amore con Fred Sonic Smith, ed e’ qui che ha scritto con lui le sue ultime canzoni veramente memorabili.

Ma Detroit non e’ rose e fiori per nessuno. Come tutte le citta’ e le persone che si sentono assediate, la Motorcity ti respinge e ti guarda di traverso con un mix di finta superiorita’ e vera paura. Non e’ stata tenera con lei, intellettuale di New York City, cosi come non lo e’ con tutti i naufraghi esistenziali che continuano ad arrivare qui da ogni dove. Ieri in cerca di un lavoro, oggi di un posto dove si possa vivere anche senza lavorare.

E’ qui che lei ha visto impotente la disintegrazione fino alla morte di Fred, e’ qui che ha vissuto isolata dal mondo, e’ qui che ha visto in faccia quel cuore di tenebra che tanto aveva ammirato nei libri e nell’arte. Qui ha attraversato il suo deserto.

Ora Patti e’ tornata a vivere a NYC, non e’ piu’ soltanto una rockstar ma e’ diventata un icona americana, ma nonostante tutto qui a Detroit, con i suoi figli e la sua casa, e’ rimasta per sempre anche una parte importante di lei. E ora, in questa primavera fredda del 2017 Detroit ha bisogno di lei piu’ che mai. Perche’ c’e’ poco da fare, qui abbiamo bisogno di una mano per andare avanti anche se ovunque vedi le magliette e gli adesivi sulle macchine con scritto “ Detroit Vs Everybody”. E’ tutta scena, sono arie da sopravvisuti per darsi un tono. Ma in realta’ abbiamo bisogno di credere e sperare, e spesso non sappiamo come farlo, l’impossibilita’ di andare in una chiesa a pregare un Dio che vuole sottomissione e pentimento non significa non aver bisogno di pregare e sperare.

Questo lei lo sa benissimo, meglio di chiunque altro, “ La cosa bella del rock and roll e dell’arte e’ che non escludono nessuno. Ecco perche’ penso che l’arte e il rock and roll siano risposte alle esigenze spirituali. Abbiamo disperatamente bisogno di credere in qualcosa, ma ogni volta che cerchiamo di farlo riceviamo in cambio un mucchio di regole, non funziona…” Patti Smith e’ stata da sempre consapevole di questa cosa, l’ha provata sulla sua pelle sin da piccola, e lo ha messo in chiaro sin dalle prime parole del suo primo disco.

Il concerto e’ sold out da settimane, e io riesco ad entrare soltanto grazie alla gentilezza di Lenny Kaye. E’ una serata freddissima e dopo i metal detector post Bataclan, immergersi nel calore della folla del teatro e’ una sensazione di calore necessario.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Suonera’ tutto Horses, primo album che in questi giorni compie 40 anni. Sul palco con lei ci sono Lenny e il batterista originale del Patti Smith Group, con i figli Jackson e Jessie a chitarre e tastiere. Ma e’ lei che dal momento che prende il microfono, subito mandando affanculo chi guarda il concerto dallo schermo del telefonino, e’ la sacerdotessa di questa messa Rock.

Lo so, e’ ormai un luogo comune associarla con questi termini, ma proprio non se ne puo’ fare a meno, non esistono altri modi per descrivere un concerto come il suo di questa sera.

I brani di Horses scorrono uno dopo l’altro, lei ci accompagna per mano in questo viaggio di letteratura americana messa in musica.

Parla tanto fra un brano e l’altro, parla di sé, di Fred e lei a Detroit, del rigurgito di una minoranza che ci ha vomitato addosso Trump, di noi, di quanto possiamo ancora farcela  nonostante tutto con quest’America che non si vuole omologare.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Alza le mani come fossero antenne emozionali, capaci di intercettare tutto quello che passa nel pubblico in quel momento, caricarsene e rimandarlo indietro amplificato e in qualche modo per ciascuno di noi cambiato.

Parla tanto dei suoi amici che non ci sono piu’, e che ormai sono entrati nel Pantheon delle sue divinita’, in un altrove molto prossimo, insieme a Jim Morrison, Sonic Smith, Robert Mapplethorpe, Richard Shol, Kurt Cobain, Brian Jones, Joe Strummer e tanti tanti altri che lei nomina forte, nome per nome, mentre la band continua a suonare Elegie. Lo sa che tutti abbiamo qualcuno da ricordare, che la vita che con lei e’ stata cosi dura nel portarle via alcuni degli affetti piu’ importanti in maniera cosi violenta e improvvisa, in qualche modo lo ha fatto anche a tutti noi. E lei sa che abbiamo bisogno di ricordare e dare un senso sacro a tutto questo, sacro a modo nostro, se ne fa carico e ci invita a farlo, per una volta senza freni e pudore ma tutti insieme in questo forte momento collettivo.

Non ho mai visto nessuno come lei essere capace di una cosa del genere, per lo meno non in maniera cosi vera e potente.

La band fa il suo lavoro, Lenny Kaye con una marcia di passione in piu’, e specialmente qui a Detroit fa un certo effetto vedere i suoi Jackson e Jessie Smith portare con grazia la loro difficile eredita’ su quel palco.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Il finale e’ dedicato alle canzoni della speranza, e con People Have the Power e My Generation, e forse ancora di piu’ con una breve Rock and Roll Nigger fatta solo da lei e Lenny, Patti Smith tira fuori tutta la sua straordinaria capacita’ di unire e incoraggiare, in un momento in cui questa America che vedo intorno a me stasera, bella, libertaria e collettiva ha bisogno piu’ che mai di sentirsi forte, pronta ancora una volta a tenere duro e non mollare.

Il concerto finisce, restiamo in pochi con un Pass per il backstage. La situazione si fa subito paradossale, i camerini del teatro non sono adatti ad ospitare una piccola festa e resto bloccato per le scale insieme a Jessie e Jackson. Lei non si e’ fermata, e’ voluta subito andare via a casa, molto stanca e provata. Faccio la stessa cosa anche io, e mentre guido perso in mille pensieri nel gelo di questa notte detroitiana, ricevo una gentilissima telefonata di saluto da Lenny Kaye, ancora una volta sorprendendomi della sua particolare delicatezza.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

E’ raro tornare da un concerto, o da una qualsiasi altra cosa, con le sensazioni che mi ha lasciato Patti Smith dal vivo, questa e molte altre volte.

Per noi, specialmente per noi italiani, e’ difficilissimo riuscire a parlare di una dimensione spirituale in maniera laica e libera da ogni imbarazzo. Siamo sempre cosi preoccupati a prendere le distanze da tutto cio’ che possa essere associato alla chiesa cattolica, che rischiamo di finire in un materialismo arido e ottuso. Nel Rock, nelle sue storie, nel suo senso profondo e nei suoi rituali, privati e collettivi, abbiamo trovato una casa per certe nostre sensazioni. Cosi come nella letteratura e nell’arte.

Una casa che ci portiamo appresso in tutto il mondo e una luce di speranza.

Perlomeno per quanto mi riguarda, aldila’ della musica e delle canzoni, Patti Smith ha un ruolo molto importante in tutto questo.

Paolo Barone ©2017

 

 

La truffa del secondary ticketing

24 Nov

Due settimane fa un servizio del programma LE IENE sul secondary ticketing ha destato sdegno in ogni appassionato di concerti. Avevo condiviso il video sul mio account facebook, lo ripropongo qui dopo che Giancarlo e Paolo mi hanno in pratica chiesto di farlo a margine dei loro commenti nell’articolo sull’ultimo cofanetto dei PINK FLOYD pubblicato qualche giorno fa qui sul blog.

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La faccenda è disgustosa, ma è positivo che sia venuta a galla, perché la sparizione dei biglietti dopo pochissimi minuti dalla messa in vendita su Ticketone è intollerabile. Naturalmente è poi possibile trovare disponibilità – in un secondo momento – degli stessi biglietti su altri siti a prezzo assai maggiorato.

Io già trovo assai fastidioso le spese “accessorie” che gravano sul costo dei biglietti, figuriamoci questo mercimonio chiamato secondary ticketing.

Venerdì scorso ad esempio ho voluto comprare due biglietti del concerto che gli AEROSMITH terranno a FIRENZE all’Ippodromo Del Visarno. Avendoli già visti nel 1989 e nel 1990 avrei fatto anche a meno, dato che non mi piacciono i concerti organizzati in questi spazi tipo festival, ma Saura non li ha mai visti e allora ho deciso di portarla a vedere un gruppo Rock che tutti dovrebbero vedere un volta nella vita. Son un fan della band, di STEVEN TYLER in particolare, album come GET YOUR WINGS, TOYS IN THE ATTIC, ROCKS e PERMANENT VACATION dovrebbero far parte delle discoteche di chiunque si definisca amante della musica Rock (ma aggiungerei anche DRAW THE LINE, NIGHT IN THE RUTS e DONE WITH MIRRORS).

Bene, dicevo che venerdì scorso alle 11,55 ero davanti al computer, sul sito di Ticketone. Inizialmente davano disponibili anche i biglieti del “Pit” sotto al palco, ma misteriosamente non era possibile acquistarli. Dopo pochissimo rimanevano disponibili solo i biglietti generici da 60 euro. Sapevo che i posti sotto al palco siano stati messi in prevendita il giorno prima per il fan club del gruppo e per gli iscritti a Firenze Rocks festival, ma che non ne fosse disponbile nemmeno uno mi pare strano.

E va beh, ordino due biglietti, 120 euro a cui si aggiungono 18 euro per la preventiva (2 x 9 euro), 9,99 euro consegna tramite corriere (e scrivete 10 euro per dio, così ci prendete per il culo) e 8,42 euro per le misteriose “commissioni di servizio”. Totale 156,41 euro. A parte il costo dei biglietti e la consegna tramite corriere, il resto mi sembra, se non una truffa, perlomeno “fuffa”. 26,42 euro buttati al vento.

Non fosse perché sono così appassionato, perché sono gli ultimi(ssimi) ruggiti dei vecchi leoni e perché nella mia vita ho assoluto bisogno di distrazioni, lascerei perdere e manderei tutti a quel paese. Mi basta ricordare il casino – con conseguente impossibilità di vedere decentemente gli artisti sul palco – dei ROLLING al Circo Massimo nel 2014 e degli AC/DC all’autodromo di Imola per farmi passare la voglia.

SERVIZIO DELLE IENE – MEDIASET

http://mdst.it/03v662557/

IL NOBEL A DYLAN di Francesco Giuseppe Prete

17 Ott

Un paio di considerazioni del nostro France’ sul recente Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Nobel a Dylan sì, Nobel a Dylan no: e va bene, se proprio se ne deve parlare – aggiungendo altre parole alle altre, troppe, che già si sono sprecate – facciamolo. Nobel per la Letteratura, dunque, e allora partiamo proprio da qui, da questo termine, “Letteratura”. Cito testualmente dal dizionario Garzanti della lingua italiana: “Le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore artistico; l’insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un’epoca, di un genere”. Ora, chi con le parole lavora, e mi riferisco a coloro – non molti comunque, alla fine rischia di essere il classico “tanto rumore per nulla”, ma tant’è – che hanno messo in discussione il riconoscimento dato dall’Accademia di Svezia a Bob, dovrebbe sapere che “le parole sono importanti”, mi si perdoni la citazione. Quindi l’affermazione “cosa c’entra Dylan con la Letteratura” e altre amenità del genere è innanzitutto semanticamente sbagliata, e l’errore è tanto più grave se commesso da gente che di Letteratura vive.

Insomma, non v’è dubbio che le opere di Dylan, oltre a un indiscutibile valore artistico, abbiano avuto sulla cultura popolare – tutta – del secolo scorso un impatto, un’influenza, una pervasività che rende Dylan forse il personaggio più importante del 1900, anche per il fatto che le sue opere hanno travalicato l’appartenenza a un paese, a un’epoca e a un genere. Ora, il fatto che tali opere letterarie (anzi, Opere Letterarie) siano state veicolate attraverso la forma canzone nulla toglie al loro valore, anzi! C’è più cultura in “Desolation Row” che in intere bibliografie, e questo anche limitandosi a leggerne il testo su carta stampata (a tal proposito, per me a tutt’oggi il miglior lavoro di traduzioni Dylaniane è “Lyrics 1962-2001” di Alessandro Carrera). Certo, poi uno ascolta la canzone e la magia si moltiplica all’infinito.

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Del resto, e vado oltre, Dylan è stato quello che ha cambiato per sempre le coordinate della musica Rock, anzi, della musica popolare tout-court, a partire da quel doppio colpo di batteria a cui seguiva “quel” riff di Hammond, prima che arrivasse lui con la sua voce ad ammonirci che “Once Upon a Time You Dressed so Fine…” L’anno era il 1965 e Dylan decideva di imbracciare la chitarra elettrica e farsi accompagnare da un gruppo Rock, senza rinunciare all’importanza dei testi che è fondamentale nel Folk. E già, prima di allora era il Rock’n’Roll, energia allo stato puro, ma fino a quel momento nei testi c’era ben poco di “letterario”, appunto, la voce era uno strumento come gli altri che, spesso declamando versi al limite del banale, serviva a trasmettere quell’energia, non è vero Mr. Presley? Mentre i testi “importanti”, “seri”, impegnati? erano prerogativa del Folk. Da ora non più, perché, come ebbe a dire un certo Bruce Springsteen, “Elvis ci ha liberato il corpo, Dylan ci ha liberato la mente”: per questo motivo oggi, abbondantemente passati i 50, ancora mi appassiono al Rock, e con me tanti altri, a cominciare dal curatore di questo Blog. Non è più solo una musica da ballare ma è molto di più, e questo passaggio lo dobbiamo a Mr. Zimmermann, altro che storie. Da quel leggendario 1965 nulla è stato più lo stesso, con quell’anno hanno dovuto fare i conti tutti, Beatles e Stones compresi.

Solo una considerazione, del tutto personale sulla grandezza artistica di quest’uomo. “Planet Waves”, disco del 1974, secondo molti non uno dei suoi migliori, anzi, mentre secondo me è un lavoro meraviglioso e imprescindibile, anche perché è il commiato dalla sua “Band”. Sul disco un brano, “Forever Young”, peraltro il più bello del disco e in assoluto uno dei migliori scritti da Bob, è presente due volte, in due differenti versioni. Cosa questa che, ma guarda un po’, in futuro faranno molti, ma che fino ad allora non mi risulta avesse mai fatto nessuno, e del resto, perché due volte lo stesso pezzo nello stesso album? Eh, e allora? Signori, è di Dylan che stiamo parlando. “Forever Young” è dedicata al figlio Jakob, nato da poco, ed è – la faccio breve – l’augurio di una vita che sia sempre giusta e sincera, coraggiosa e operosa, quasi una raccomandazione affinché il marmocchio possa, in tal modo, restare “per sempre giovane”. La versione che chiude la prima facciata (ragiono in termini vinilici) è una ballata struggente, lenta e solenne, quasi malinconica: è il padre che recita la sua raccomandazione al figlio, con tutto l’amore e la speranza ma anche la paura del futuro che può avere un genitore. Però si sa come sono i figli, fanno finta di starti a sentire e poi fanno sempre di testa loro… E così la versione che apre la seconda facciata del disco è una cantilena veloce e sghemba, quasi tirata via, divertita e divertente, uno sberleffo, altro che malinconia! Ed è come il figlio legge la raccomandazione paterna, facendogli il verso, accelerando i versi quasi si volesse sbrigare, ‘che non ho tempo da perdere con te papà! Ecco, se non è (anche) grande Letteratura questa!

Ma al di là di tutto, sono sicuro che il primo a provare fastidio per tutto questo chiasso sia proprio lui, Bob, fedele al suo personaggio ma soprattutto alla sua persona (‘che di personaggi Dylan ne è stati tanti). Se leggesse questa cosa, forse mi romperebbe in testa una delle sue Stratocaster, perché – ne sono sicuro – secondo lui “sono solo canzonette”.

 

Francesco Giuseppe Prete © 2016

 

 

Primo semestre 2016: vendite vinile in discesa

21 Set

Secondo i dati ufficiali della RIAA la vendita di vinili nel primo semestre 2016, in USA, è calata del 9%, dopo 10 anni di crescite continue. I supporti fisici su cui è commercializzata la musica stanno soffrendo, la vendita di cd , stando alla stessa fonte, è calata del 11% dunque nulla di cui sorprendersi, però il vinile sembrava fosse sganciato da simili trend, sembrava una enclave a sé, i vecchi collezionisti, i vecchi appassionati di musica, i giovani hipster… quelli vicino ai trenta con la barba e il cappellino che trovano interessante, nei loro loft, mettere su un disco e ascoltare la musica in modo differente.

Che sia dunque finita la recente moda del vinile? Chissà. Certo, per noi non cambia molto, qualche centinaia di vecchi LP ancora li abbiamo, e nelle sere tempestose, quelle in cui abbiamo l’animo in subbuglio, la luce soffusa della nostra stanzetta, due dita di Southern Comfort e un disco sul piatto…magari (OH I WEPT dei FREE) ci fanno ancora un certo effetto e ci fanno sentire tutto sommato vivi in questa valle di lacrime.

Per chi ne vuole sapere di più, qui il link all’articolo apparso sul sito digitalmusic:

http://www.digitalmusicnews.com/2016/09/20/vinyl-records-drop-9-us-2016/

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Grazie a Picca per il link.

JOHN PAUL JONES’ Becvar 8 string bass

10 Set

Alcuni strumenti musicali hanno per me un qualcosa che va al di là del fascino, è una sorta di reazione chimica che mi fa innamorare proprio come capita con le donne. E’ il caso delle chitarre elettriche solid body GIBSON LES PAUL (standard, traditional, custom), delle GIBSON FIREBIRD, delle DANELECTRO DC59, della PAUL REED SMITH MD 10, della EKO M24, di pianoforti a gran coda STEINWAY & SONS e di certe batterie LUDWIG.

Per i bassi ho una predilezione per il FENDER JAZZ, ma quello che mi fa davvero girare la testa è il basso custom a 8 corde usato da JOHN PAUL JONES dal 1976 in poi.

JPJ Becvar 8 corde

JPJ Becvar 8 corde

L’altro giorno ne parlavo con amici americani sul forum di quel club esclusivo ed esoterico sui LZ di cui faccio parte, e mi è venuta voglia di scrivere due righe anche qui sul blog.

Non ho in simpatia bassi e bassisti che suonano con i bassi a 5 o 6 corde, il basso a 8 corde non deve trarre in inganno, è come una chitarra 12 corde, sono le solite 4 corde ma raddoppiate. Il sound è dunque più corposo, pieno, terrificante. Il basso di Jones ha la forma molto simile ad un ALEMBIC SERIES II con il corpo TRIPLE OMEGA , ma come accennato non è un Alembic. Fu costruito da BRUCE BECVAR, un liutaio che lavorò per la Alembic diversi anni prima di mettersi in proprio. Una volta costruito il basso di JONES, la Alembic lo diffidò di continuare ad usare quella forma. Jones lo comprò nel 1975 in un negozio di strumenti a San Francisco. Lo portò in studio per la prima volta nel gennaio 1976 quando i LED ZEPPELIN iniziarono le registrazioni di PRESENCE. Il basso fu ribattezzato THE RIFF KING.

Jones lo usò in ACHILLES LAST STAND e il risultato fu fenomenale.

Naturalmente fu usato anche nelle versioni dal vivo del pezzo durante il tour del 1977, le quattro date del 1979 e il tour del 1980.

John Paul Jones col Becvar live 1977

Nell’album seguente, IN THROUGH THE OUT DOOR del 1979, non ci sono – tra i pezzi pubblicati – brani con l’otto corde (forse in HOT DOG ma non si capisce bene), la cosa è dovuta all’ uso al massiccio uso di tastiere che già riempivano a sufficienza, ma in due delle tre outtakes di quelle session al Polar Studio di Stoccolma nel novembre del 1978, il RIFF KING tornò fuori. Almeno in una la cosa è certa, OZONE BABY, probabilmente anche in WEARING AND TEARING.

Jones possiede (o possedeva) anche un ALEMBIC SERIES II  a 4 corde.

JPJ Live 1979 con l'Alembic Series II 4 corde

JPJ Live 1979 con l’Alembic Series II 4 corde

Il Becvar a 8 corde ora è in mostra permanente alla ROCK AND ROLL HALL OF FAME di Cleveland.

Costume di scena e Bevar a 8 corde di John Paul Jones alla Rock And Roll Halla Of Fame.

Costume di scena e Bevar a 8 corde di John Paul Jones alla Rock And Roll Halla Of Fame.

Questo post miserello è dunque un piccolo tributo al BECVAR 8 CORDE di JOHN PAUL JONES, uno degli strumenti più belli che io abbia mai visto. Che meraviglia, ragazzi.

Thanks to Pete Echanique

 

Just one night at Lido Po

8 Set

Primo sabato di settembre. Il bayou reggiano alla sera continua a rimandare vapori. Le due zanzariere principali sono in riparazione (Palmiro ci si allenava a fare free climbing), i due finestroni devono rimanere chiusi se non voglio morire divorato dalle “sarabighe”; il caldo umido si avvinghia come l’edera se decidi di tenere spenta l’aria condizionata. Alfin bisogna uscire.

Io e la groupie montiamo sulla Aor mobile (ne deve fare di km prima di diventare una blues car) e ci spingiamo nella bassa, alla ricerca della brezza che spira sul grande fiume, il MississipPo. Nel buio della notte attraversiamo tratti di campagna così isolata che ci stringiamo stretti l’uno all’altra, nella speranza che la strada ci conduca da qualche parte e non ci lasci in balia dei demoni che intravediamo tra i pioppeti. Nel car stereo – in modalità random – passa ad un certo punto il mio padre putativo, proprio mentre attraversiamo un ponte incorniciato da frasche nere che sembrano ghermire la Aor mobile… sincronicità, ah.

Arriviamo a Bis Ruptus (Boretto insomma); siam venuti fin qua perché stasera al Lido Po suonano i Killer Queen. Di tribute band dei Queen ormai non se ne può più, ma questi li vedemmo qualche anno fa a Bosco Albergati e ci piacquero parecchio. Sono le 22 passate, il gruppo ha già iniziato. Arriviamo nello spazio palco e notiamo subito che il gruppo ha cambiato il cantante; è un gran peccato, l’ex vocalist era il motivo per cui stasera siamo qui. Stanno facendo un tributo a Bowie, LET’S DANCE. Storco il naso. Segue ANOTHER ONE BITES THE DUST. Così di primo acchito non rimaniamo impressionati. C’è parecchio pubblico, ma come spesso succede è di bocca buona. Basta riconoscere qualche melodia familiare, qualche successo che riporti alla propria storia personale per essere contenti ed applaudire. Notiamo un nuovo elemento, un chitarrista con in braccio un’acustica. Cosa ci faccia lì è un mistero.

Il suono del piano di SOMEBODY TO LOVE è inadeguato, sembra il primo suono che trovi quando vai a provare una tastiera da Lenzotti. Nessuno si accorge di questa cosa, ma il cagacazzo che c’è in me inizia a fare il maestrino. Anche la groupie, che fu amante dei QUEEN, fa una smorfia di disgusto. La chitarra acustica accompagna lo stacco gospel, mi sembra una cosa da matti. Sta proprio male.

Buona INNUENDO, ma benché sul palco ci sia il chitarrista acustico, lo stacco spagnoleggiante è fatto utilizzando una base con i fraseggi di chitarra acustica preregistrati. Mah.

Mai piaciuta SHOW MUST GO ON, ma la gente applaude.

Lunghissima la presentazione della band, per ultimo l’ospite alla chitarra acustica che dicono abbia suonato con diversi artisti italiani famosi. Il tipo si lancia in una improvvisazione fatta di accordini e corde vuote, niente di particolare per qualsiasi chitarrista che non sia alle prime armi. Il tutto è sostenuto dalla batteria, la cosa si dilunga un po’ e diventa surreale quando il baffo inizia ad accennare riff conosciuti. La scelta è così ovvia che inizio a scuotere la testa: SMOKE ON THE WATER (e notare che qui pasticcia il riff), OWNER OF A LONELY HEART, SWEET HOME ALABAMA (Sweet Home Alabama! Si può?) in cui si aggiunge tutto il gruppo che vince il premio per la versione più “centuriona”, e infine LONG TRAIN RUNNING. Finché c’erano avrebbero potuto fare anche LA DONNA CANNONE di De Gregori, (tu dimmi) QUANDO di Pino Daniele e CARO AMICO TI SCRIVO di Dalla.

KQ a Boretto 2016 - foto TT

KQ a Boretto 2016 – foto TT

Finalmente il “buraccione” finisce e allora ripartono con i QUEEN: CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. Tutti ballano sul ritmo di questo gustoso rock and roll , il gruppo allunga troppo la coda e la poveretta vicino a me (ragazza di nemmeno trentanni, bassa, culo grosso, occhiali) deve continuare a ballare (ovvero a darsi continuamente dei calci una volta sulla caviglia destra, una volta sulla caviglia sinistra e così via) fino quasi allo sfinimento. Alla fine le chiedo “devo accompagnarla al pronto soccorso?”

Arriva poi I WANT IT ALL, uno di quei pezzi dei QUEEN che trovo piuttosto brutti. Già il brano per me non è un granché, già non lo suonano i QUEEN ma questi qui, già la gente si mette a suonare la air guitar…è venuto il momento di togliermi di torno.

Il chitarrista e fondatore ha un suo perché, suona bene, è bravo, ha il piglio del leader, ma mi pare che il gruppo si sia spegnendo. Il nuovo cantante (ad occhio e croce direi di origine araba) ha della voce ma non è esattamente bellissima, è soprattutto sembra non avere personalità, e per uno che deve mettersi nei panni di FREDDIE MERCURY è un bel problema. Sì, sono rimasto deluso dato che si vantano di esser stati la prima tribute band italiana dei Queen (since 1995…per i meno accorti: badate che i miei inglesismi esasperati sono ironici), di aver suonato all’Arena di Verona con BRIAN MAY, di essere un gruppo che si appoggia ormai da tanto tempo ad una agenzia … ecco, visto tutto questo lo spettacolo non mi è sembrato sufficientemente professionale.

Ci allontaniamo, compriamo un paio di gelati e facciamo due passi. Ci sono le solite bancarelle di zavaglieria. Di fianco al ristorante c’è un locale da ballo all’aperto. Si balla discomusic anni settanta. La “dimension”, come direbbe Riff, è spumeggiante…

Lido Po Dancing - foto TT

Lido Po Dancing – foto TT

Costeggio il fiume, osservo la barca comunale Amico del Po che ora si chiama Padus…

La "Padus" - foto TT

La “Padus” – foto TT

Chiudo gli occhi e per un momento rivivo l’emozione di essere stato, con Mixi, sul vero bayou intorno a New Orleans, parecchi anni fa. Ritorno in me, il gruppo ha smesso di suonare, ora la mia attenzione è rivolta alla Stradivari, motonave in attesa di trasformarsi in discoteca.

Stradivari - foto TT

Stradivari – foto TT

Incontro per caso amici della mia vita precedente con i quali scendo verso l’attracco. Chiediamo info alla security. Stasera è prevista una serata a tema anni sessanta, con discoteca e viaggio sul Po. 28 euro a testa. Verso mezzanotte arrivano i primi pulmini con giovani uomini e giovani donne agghindati in stile sixties. Dagli altoparlanti BEATLES, JANIS JOPLIN, ANIMALS…

La groupie è gasatissima, vorrebbe andare, ma 56 euro in due non sono pochi. Decidiamo di rincasare e mentre lo facciamo medito sul fatto che alle 0,30 io torno verso casa e tutti questi giovani, che sembrano usciti dal film Easy Rider, iniziano la loro serata. Sapranno qualcosa della musica al cui ritmo stasera balleranno?

Lido Po Boretto - internet

Lido Po Boretto – internet

Riattraversiamo le campagne; è l’una di notte, la selezione casuale propone WHO’S TO BLAME dalla colonna sonora di DEATH WISH II e a seguire SONIC TEXTURES 2 dal disco bonus di LICIFER RISING del cofanetto JIMMY PAGE SOUND TRACKS.

https://soundcloud.com/jimmypage

Prigioniero dalla suggestione, nelle vicinanze di un incrocio accosto. La groupie si chiude in macchina, io prendo la chitarra dal bagagliaio. Avanzo fino a che le due carreggiate di campagna si intersecano. Guardo la luna, mi inginocchio. Attendo qualche minuto, mi sembra di intravedere un bagliore, ma forse è solo un’impressione. Non succede nulla, mi alzo, provo un giro di blues ma sono rimasto il chitarrista miserello che sono. Anche stavolta è andata male.

Mesto me torno nel posto in riva al mondo. Mi infilo sotto al lenzuolo e sospiro. Rosedale, goodnight.

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