Archivio | Considerazioni musicali RSS feed for this section

Il prezzo esoso dei nuovi cofanetti di dischi

24 Lug

Discuto sulla chat di facebook col mio amico Fil (gran esperto di questi argomenti) dell’impennata dei prezzi dei cofanetti di dischi, ormai fuori controllo. Chi sperava che pian piano i prezzi dei box set impegnativi si sarebbero abbassati resta con le pive nel sacco. Ormai le cifre sono inavvicinabili per i comuni mortali.

Facciamo qualche esempio:

La versione Locked N’ Loaded (Mega-box Limited Edition) di Appetite For Destruction dei Guns N’ Roses costa più di 900 euro, la versione semplice solo (sigh)150.

Appetite For Destruction – Locked N’ Loaded (Mega-box Limited Edition) Cofanetto, CD, Edizione limitata

https://www.amazon.it/Appetite-Destruction-Locked-Mega-box-Limited/dp/B07CPCFV4Z/ref=sr_1_6?s=music&ie=UTF8&qid=1532071480&sr=1-6&keywords=guns%20appetite 

Il box set contenente la nuova versione dell album live rimasterizzato The Song Remains The Same dei Led Zeppelin costa 225 euro (il prezzo originario senza sconto era 261 euro)

Ricordiamo che non ha nessun pezzo in più e che – purtroppo – dovrebbe essere la rimasterizzazione della (pessima) versione fatta uscire nel 2007.

The Song Remains The Same (Super Deluxe Boxset)

https://www.amazon.it/Song-Remains-Super-Deluxe-Boxset/dp/B07DTMPNTP/ref=sr_1_fkmr0_3?s=music&ie=UTF8&qid=1532422167&sr=8-3-fkmr0&keywords=led+zeppelin+the+song+remains+the+same+box+set

The Ten Year War dei Black Sabbath è intorno ai 400 euro.

Ten Year War/Deluxe Box S Cofanetto

https://www.amazon.it/Ten-Year-War-Deluxe-Box/dp/B075YB5L3T/ref=sr_1_1?s=music&ie=UTF8&qid=1532422445&sr=1-1&keywords=box+Sabbath+10

Ora, io arrivo a capire cofanetti tipo quello degli ELP di cui abbiamo parlato qui sopra (https://timtirelli.com/2018/03/12/elp-fanfare-1970-1997-2017-bmg-ttttt/) lo scorso marzo, ovvero discografia completa su CD, vari bootleg su cd, un bootleg triplo su vinile … insomma, 18 cd, 3 lp, 2 45 giri su cui spalmare la discografia completa e bootleg ad un prezzo di circa 120 euro mi pare sensato, ma il nuovo andazzo è chiaramente una pazzia.

Fil mi dice che le teorie di questo innalzamento dei prezzi sono varie: le tirature sono crollate drammaticamente e le major alzano i profitti su singola unità spolpando i collezionisti … questi oggetti sono gli unici che vendono quindi nel frattempo si è alzata la domanda ergo prezzo (vedi ticket Juve per Ronaldo).

Le tirature in verità non sembrano ridotte perché come dice Fil siamo sopra le 10.000 copie, per i LZ si parla di 30.000 copie per l’Europa (più le copie per gli USA). Del cofanetto degli ELP a cui abbiamo accennato ne hanno stampate solo 3000 ma sono state vendute in poco tempo ed è esaurito già da parecchio.

A tutto questo poi si aggiunge il fatto che sempre più spesso il materiale bonus (quello che è aggiunto al disco uscito in origine) è sempre più annacquato, soprattutto quando si tratta di cofanetti riguardanti un solo album vengono riempiti di nulla interi cd. Forse il die-hard fan troverà eccitante ascoltare anche i rough mix, ma chi ha un briciolo di testa sa che questa è roba superflua che non fa bene alla musica. Ok versioni live, inediti e outtake in qualche modo diverse dagli originali, ma la fuffa non giova a nessuno. Personalmente cerco di essere un tipetto attento all’arte del buttare, eliminare la zavorra mi fa sentire meglio, questo anche per la musica. Non mi interessa più tenere dischi che non ascolterò, cofanetti di gruppi di cui voglio avere solo qualche album originale senza nessuna bonus track e così via, e dunque questi nuovi esosi box set son roba che ormai non mi interessa più, non sono mai stato un collezionista in senso stretto e non mi presto al giochetto nemmeno quando si tratta dei Led Zeppelin.

Certo è che avessero alcuni di questi cofanetti prezzi abbordabili un pensierino potrei farcelo, per uno come me che non riesce più a trovare stimoli nelle nuove uscite guardare al passato è, ahimè, inevitabile; ogni tanto acqusitare un bell’oggettino curato e contenente la musica con cui sono cresciuto sarebbe un modo niente male per riempire i vuoti esistenziali, ma sia chiaro, non a queste cifre.

E’ da un po’ che giro intorno al recente cofanetto dei Fleetwood Mac dedicato all’omonimo album del 1975 perchè mi pare un compromesso niente male. Per poco più di 40 euro ci si porta a casa un cofanetto contenente la seguente robina.

Disc  1 – CD: Original Album Remastered and Singles

Disc 2 – CD: Alternates and Live

Disc: 3 – CD: Live

Disc: 4 – DVD: 5.1 Surround Mix and 24/96 Stereo Audio of Original Album plus four single mixes

Disc: 5 – Vinyl LP

A me essenzialmente interessano i dischi 1, 3 e 5, soprattutto il 3 che è relativo ad concerti live del 1975 dove la band suonava anche alcuni dei successi del passato (più o meno) blues. Non lo ho ancora preso ma mi pare una cifra onesta e un cofanetto che abbia ragion d’essere. Quelli di cui abbiamo discusso qui sopra invece temo proprio di no.

 

Perchè Lester Bangs sbagliava riguardo i Led Zeppelin

8 Mag

La mia amica Zilly tramite messenger mi manda un link preso dalla rivista Rolling Stone. Trattasi della recensione che fece Lester Bangs nel 1970 di Led Zeppelin III.

https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/lester-bangs-e-la-famosa-recensione-di-led-zeppelin-iii/2018-04-30/

Ci scambiamo un paio di brevi messaggi.

Tim: “Sì, è una recensione storica. Ho stima e simpatia per Lester Bangs, una mio carissimo amico dice che io sono come lui. Inutile dire che per quanto riguarda i LZ si sbagliava, ma la sua furia a tratti iconoclasta era salutare per il Rock.”

Zilly: “Appena l’ho letta ti ho pensato… Non dubitavo la conoscessi, mi piace la tua analisi obiettiva anche se non condividi come me i contenuti. “

Pensavo tutto finisse lì, invece la mia worried mind (la mia mente tormentata insomma) ha iniziato a macinare le solite inezie che mi appesantiscono la vita.

Ho un rapporto conflittuale con Bangs. Ho sempre preferito Creem a Rolling Stone, a tal punto che già a suo tempo cercavo di farmeli arrivare dagli Stati Uniti. Di Bangs (e di Creem) mi piaceva l’irriverenza verso i gruppi rock che franavano verso il romanticume da strapazzo, ma certo non potevo condividere in pieno il suo atteggiamento votato quasi esclusivamente all’incensare l’essenza del rock and roll primordiale. Lo capivo, ma c’era troppo di buono in certi gruppi per liquidarli così, e poi io la furia primordiale del rock and roll a differenza sua la sentivo (e la sento) anche in gruppi tipo gli Emerson Lake & Palmer (e i Led Zeppelin ovviamente).

Capivo insomma le basi del suo ragionamento, ma ne mettevo in discussione la semplice equazione filosofica. L’amico che dice spesso che sono come lui è il nostro Polbi (Paolo Barone insomma). Durante le nostre conversazioni telefoniche sulla linee Borgo Massenzio/Detroit, affrontiamo sempre temi musicali e quando mi lascio trasportare dal fervore finisco per – a detta di Polbi – esprimere giudizi lucidi e senza compromessi in puro stile Lester Bangs. La cosa è curiosa visto che tra noi due sarebbe Polbi quello più vicino al senso del rock di Lester Bangs, alla fine che ne può sapere di rock primordiale uno che come me ascolta Bad Company e John Miles? Il fatto è che come spesso mi capita nella vita, ho un approccio bipolare verso la musica, coesistono dentro di me anime diverse come ho già scritto più volte. Ascoltando delinquenti come Robert Johnson, Muddy Waters, Chuck Berry, i Clash e i Damned qualcosa di primordiale dovrò pur capirne qualcosa anche io, no?

Rileggendo la recensione in questione perciò mi viene da confutare il pensiero di Lester.

Lester Bangs & LZ 1970

Qui Bangs si sofferma ovviamente sul terzo album e di rimando ai due precedenti. Quello che i LZ pubblicarono da lì in poi sarebbe sufficiente per smontare le sue teorie, ma io sono convinto che anche nei primi tre album ci siano motivi per controbattere.

Se vogliamo, da un lato possiamo riconoscere l’aspetto sguaiato dei primi LZ, aspetto che ha portato Lester Bangs a scrivere queste cose, il mensile Rolling Stones a massacrare anche i primi due album e Jim Morrison a dichiarare che i LZ proprio non gli andavano giù. I LZ arrivano un anno e mezzo dopo la summer of love e anticipano il tenore degli anni settanta. L’esplosione sonora che portano nel rock spazza via le proposte audio dei loro predecessori (Cream, Iron Butterfly, Jeff Beck Group e persino la Jimi Hendrix Experience). Un suono come quello nella musica rock non si era mai sentito. Questo naturalmente è in netto contrasto con la psichedelia americana del 1967, le chitarre acustiche della west coast, i riflessi intellettuali della musica di San Francisco (musica tra l’altro amata molto da Page e Plant).

Robert Plant nei primi due dischi canta spingendo la sua estensione al massimo e lo fa rigurgitando spesso testi e concetti che in massima parte provengono dalla grande tradizione blues nera. Uniamo questo ad una sezione ritmica imponente e una chitarra che sembra principalmente ricamare riff di blues pesante e il gioco è fatto, almeno per chi si ferma alla superficie senza scendere nel dettaglio.

Sì perché tra tutta la grossolanità di modi di cui parla Bangs, c’è una eleganza che non capisco come sia potuta sfuggirgli.

Diamo per buono che il cantato sopra le righe di Plant, i testi e il riverbero metallico dei primi due album risultino un po’ rozzi e indigesti per i critici un po’ snob e intellettuali, ma come la mettiamo con le prove strumentali, il tocco, il senso e la delicatezza intrinseca a tutto quel fragore? Stessimo parlando di certe altre band dedite all’hard rock più o meno dello stesso periodo capirei, ma i LZ?

Ora, sicuro, io sono un fan del gruppo, magari filtro il giudizio in maniera edulcorata, ma mi sembra che ci sia parecchia sensibilità nella musica dei LZ. Certo, l’aspetto viscerale è forse preponderante in quei primi album ma ripeto, la finezza, la bellezza e il groove di certe parti musicali andava considerata con eguale importanza.

Citando anche solo l’arrangiamento di Bigly (Babe I’m Gonna leave You insomma) siamo già pronti a rigettare le tesi di Lester. Se lo si mette a confronto con le versioni  antecedenti di Ann Brendon o Joan Baez non si può che prendere atto che i LZ portarono il brano a livelli inimmaginabili. Sensibilità, sofferenza, dolcezza sono incapsulate nel cantato di Plant e nell’arpeggio di Page.

Il ricamo celtico di Black Mountain Side (alias Black Water Side) accompagnato dalle tabla non è sintomo di sensibilità diverse?

Certo, poi ci sono You Shook Me e Communication Breakdown, ma anche il ritmico procedere che sembra galleggiare di I Can’t Quit You Baby, l’andamento pulsante e dinamico di How Many More Times e l’organo di Your Time is Gonna Come. Aspetti che andavano colti per riuscire a produrre un giudizio completo.

Passiamo a Led Zeppelin II. In Whole Lotta Love Plant simula orgasmi e canta ti sto per dare ogni centimetro del mio amore”, crude metafore che se cantate da bluesman neri in un juke joint del Mississippi negli anni trenta o quaranta del secolo scorso hanno valenza positiva, ma se amplificate dallo stridore delle chitarre elettriche moderne assumono contorni grezzi. Però come si può non apprezzare la nuova dimensione sonora (siamo nel 1969), la sfrontatezza, la dinamica del riff, la prova del gruppo? Come si può passare sopra ad un assolo di chitarra diventato poi iconico? Non sono anche questi elementi per valutare un gruppo, per soppesarne pregi e difetti?

I sussurri di What Is And What Should Be dove li mettiamo? E il lavoro di basso di The Lemon Song? Capisco che quello che passa sia la struttura di Killing Floor e il testo di Travelling Riverside Blues di Robert Johnson (Plant ne canta la parte dove dice più o meno “spremi il mio limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba“) ma il pezzo contiene la migliore performance di basso in contesto (hard) rock/blues di sempre. Quello che John Paul Jones suona è pieno di sensibilità, gusto, intelligenza artistica. Quello che fa nella parte meno intensa del brano è puro umanesimo bassistico.  Evidentemente è molto più semplice soffermarsi sulle forme più apparenti. Per me Bangs commette lo stesso “schifo” che imputa ai LZ, alla fine la sua è una recensione rozza, non scende nei dettagli, non valuta nel complesso e si ferma alla superficie.

Ancora, e Thank You? Il testo non sarà forse degno del miglior Dylan, ma quell’organo che avvolge tutto e le aperture melodiche, non sottintendono emotività diverse? Il lavoro di chitarra acustica e di basso in Ramble On, insieme al cantato, non è un quadretto suggestivo, particolare e ben scritto? Tralascio i brani più in “stile Zeppelin” proprio per far emergere che c’era parecchio altro oltre lo “stile Zeppelin” tanto bistrattato da LB.

E in senso generale, le doti tecniche dei quattro componenti del gruppo, la loro capacità di metterle a servizio dell’alchemia musicale non hanno valore?

Per Led Zeppelin III Bangs scrive del “totale anonimato della maggior parte dei pezzi”. Io fatico a comprendere, soprattutto se vado a vedere i pezzi dei gruppi che piacevano a lui. Ora, sappiamo che ad ognuno di noi piacciono cose che magari ad altri proprio non dicono niente, ma se si è un critico musicale di una certa rilevanza, occorre provare diverse prospettive, occorre cercare di analizzare tutti gli aspetti della musica di cui si sta per parlare.

Lo sferragliare di Immigrant Song potrà apparire sgradevole ai più, ma non è il pezzo perfetto per descrivere le incursioni vikinghe?

Di Friends scrive “ha una buona base acustica un po’ amara, ma ci rinuncia dando tutto ai respiri striduli e monotoni di Plant. Rob, ascolta Iggy e gli Stooges”. Rob ascolta Iggy e gli Stooges”? Per Bafometto, ma cosa c’entrano Iggy e gli Stooges? James Newell Osterberg Jr. era un cantante a cui RP avrebbe dovuto ispirarsi? Il crudo rock monodimensionale degli Stooges doveva essere una sorta di template per i LZ? Suvvia! Come tutti noi, Lester Bangs era reso cieco dai suoi gusti personali. La grandezza dei LZ sta anche nell’aver esplorato dimensioni diverse, magari con risultati alterni, ma la loro strada era fare musica ampia.

Secondo Bangs Since I’Ve Been Loving You “rappresenta invece la quota obbligatoria della lentissima e letalmente noiosa jam blues da sette minuti”, anche qui non si capisce di cosa scriva. Sibly è sì un blues lento e in minore, ma lo si può descrivere come la solita jam session blues? I tre accordi di base del blues I, IV, V (in questo caso Do-, Fa-, Sol-) sono arricchiti di parti aggiuntive e altri accordi particolari che risulta quasi comico leggere il commento di Bangs. Il gruppo la suona live in studio con Jones contemporaneamente all’organo e alla pedaliera basso, mettendo su nastro uno dei più bei blues bianchi mai scritti. Sarò anche un fan, ma se questa è la solita e noiosa jam session basata su un giro di blues, quelle dei Grateful Dead e degli Allman cosa sono? Intendiamoci, siamo d’accordo, il blues va interpretato a dovere, va sentito (to feel), se lo si scrive e lo si suona bisogna mettere in campo il fondo di malinconia ancestrale che l’essere umano si porta ndentro, sono il primo a non sopportare il blues vissuto come esercizietto per musicisti bianchi (e talvolta neri) che si appropriano solo della forma, ma mi pare chiarissimo che questo non sia proprio il caso dei Led Zeppelin.

Seguono poi 5 pezzi acustici. Gallows Pole, un traditional che risale al 1600, Tangerine (restyling di un agrodolce motivetto proveniente dagli Yardbirds), That’s The Way, Bron Yr Aur Stomp e Hats Off To Roy Harper. A parte l’ultima che è siparietto non esattamente riuscito riguardante il vecchio blues dei primi decenni del secolo passato, gli altri sono momenti di estrema gradevolezza. In primis, che un gruppo Hard Rock o Heavy Blues sterzi in maniera così decisa verso situazioni acustiche e differenti con risultati ragguardevoli non è cosa da tutti i giorni. E’ vero che per That’s The Way Bangs finalmente scrive:

” è la loro prima canzone ad avermi sinceramente commosso. Mi venisse un colpo, è stupenda. Sopra un semplice e comunissimo riff acustico, Plant descrive una toccante immagine di due ragazzini che non possono più giocare insieme. I parenti e i pari di uno di questi disapprovano l’altro per via dei suoi capelli lunghi e perché viene dalla parte oscura della città. Per una volta, la voce qui è controllata. Anzi, l’intonazione della voce di Plant è lamentosamente soave come nelle migliori ballad dei Rascals. E un drone modulato elettronicamente ronza cupo nel sottofondo come le chiatte malinconiche di un porto mentre le parole cadono soffici come neve: “And yesterday I saw you standing by the river / I read those tears that filled your eyes / And all the fish that lay in dirty water dying / Had they got you hypnotized?” Bello e strano abbastanza, cari Zeppelin. Come disse Chuck Berry eoni fa, “ti mostra ciò di cui non ti accorgi mai”.

però a me sembra riduttivo. Nel suo complesso LZ III è un album vario, coraggioso, suonato bene, ricco, coinvolgente, delicato e inteso allo tempo stesso. Uno degli album rock importanti, uno di quelli da avere, qualsiasi sia la tua predisposizione.

Fatico a capire inoltre come gli sia sfuggita la presenza di gente come John Bonham (il miglior batterista rock di sempre, ormai è cosa nota, ) e John Paul Jones, musicista/arrangiatore/polistrumentista di statura elevatissima.

I LZ non hanno certo bisogno di essere difesi, ma il rock – checché io ne dica – è ancora una faccenda maledettamente importante per me, impossibile rimanere impassibile (scusate il pasticcio, voluto) davanti a certe stupidaggini anche se scritte da uno come lui.

 

 

 

 

 

 

GRETA VAN FLEET

13 Ago

ITALIAN /ENGLISH

Di solito non mi piace chi fa il verso alla mia band preferita, o meglio mi piace solo chi – pur pagando pegno – mette in mostra qualità compositive degne di nota. Disdegno chi scimmiotta e mette in scena un simil rock alla LZ senza senso compiuto e dunque senza un apporto minimo per il rock. I GRETA VAN FLEET dopo i primi 15 secondi avevano già catturato tutta la mia attenzione, capita di rado.

E’ un gruppo molto giovane proveniente dal Michighan, composto da tre fratelli (di cui due gemelli) e un loro amico. Non hanno che pubblicato un solo EP, ma si sono già fatti notare. Sorprendono la determinazione, la sicurezza di sé che non diventa mai sicumera, le doti musicali. Credo che manchi un po’ di maturità compositiva (cosa del tutto naturale), se dovesse arrivare ci troveremmo davanti ad una vera grande speranza per la musica rock.

I usually do not like groups who mimic my favorite band, or rather I just love who – while paying homage – exhibits remarkable songwriting qualities. I disdain who monkeys and puts together a tout court rock a la LZ that don’t make sense without giving a minimum contribution to rock music. GRETA VAN FLEET had captured all my attention after the first 15 seconds, it happens seldom.

A very young group from Michighan, consisting of three brothers (including two twins) and a friend of theirs. They have only published one EP, but they have been already noticed. The determination, the self-confidence that never becomes presunprion, the musical qualities are surprising. I guess that they miss a bit of compositional maturity (quite natural), if it arrives we would find ourselves in front of a real big hope for rock music.

Greta Van Fleet

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Immagine

Riflessioni su Vasco a Modena Park 2017

5 Lug

Nelle ultime due/tre settimane per un modenese rimanere immune dalla febbre del sabato sera vascorossiano è stato praticamente impossibile. Non si riusciva a parlare d’altro, un po’ per l’evento in sé (davvero fantasmagorico) e un po’ per la cappa di panico che stava scendendo sulla città. Ho cercato di rimanere razionale e fedele alla mia idea, che fosse cioè una grande festa per Modena e per la regione. Sì perché in Emilia Romagna noi di solito siamo così, aperti agli altri, ben disposti se c’è da far baracca (da far festa insomma) e al contempo capaci di organizzarci al meglio. Avevamo un gran bisogno di un concerto del genere perché a Modena da 4/5 lustri non è che sia siano visti poi tutti ‘sti grandi nomi. Fino agli anni novanta sono approdati qui (soprattutto grazie alle Feste Dell’Unità) gruppi e artisti di elevatissima caratura internazionale, che so PINK FLOYD, GUNS N’ ROSES, BOWIE, DYLAN, il MONSTER OF ROCK, e decine di altri, poi il lento declino.

Mi stupivo infatti sentire certa gente lamentarsi per il concerto dopo averla ascoltata imprecare perché siamo una realtà di provincia dove non viene mai nessuno e non succede mai niente. Buffi poi quelli che si chiedevano il perché organizzare un concerto del genere a MODENA, rimanevo basito…ma come, Vasco è di Modena, ha iniziato qui a farsi conoscere, non è naturale che festeggi i suoi 40 anni di carriera nella sua città anche pensando a quel “abito fuori Modena Modena Paaaaark…”? Tutti a criticare l’amministrazione, mi dicevano che concedere uno spazio per un numero di spettatori maggiore al numero degli abitanti era da pazzi. Cercavo di non rispondere di petto, pur tenendo il punto, perché la vita è già piuttosto dura e non vale la pena ingrigirsi l’animo con queste ulteriori sterili polemiche. Ribattevo solo che pochi anni fa per due volte LIGABUE aveva riempito con circa 160.000 persone il Campovolo di Reggio Emilia e che non era successo nulla di terribile. “Sì, ma il Campovolo è un’altra cosa” rispondevano subito. Io non capivo, perché è vero che il Campo Volo (il piccolo aeroporto di Reggio) è un po’ più decentrato rispetto al centro città e confina con frazioni di campagna ma rimane comunque a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria che a sua volte è vicina al centro, senza calcolare che il numero degli abitanti e il numero di spettatori era più o meno lo stesso.

Ma qui sembrava che tutto stesse per precipitare. Negozi e fabbriche che ipotizzavano chiusure il giovedì e il venerdì prima del concerto, i residenti in zona Parco Ferrari  preoccupati e il resto della città, attonito e sgomento, rassegnato in attesa dell’arrivo degli unni.

Su facebook leggo oggi una breve riflessione della mia amica Jaded baby (La Giorgia insomma):

Cosa ci ha insegnato questo Modena Park?
Che chi non sa fare luce, è pregato di non fare ombra! 

Un saluto agli indignati, ai catastrofisti, agli esperti di sicurezza, ai laureati all’università della vita, ai cagacazzo, a Giovanardi, ai musicisti pippologi e a tutti quelli che hanno remato contro a questo evento.

A parte Bonolis, è stato perfetto 

Schietta, precisa e al punto, non c’è che dire.

Giorgia ha ragione, i disfattisti dovrebbero farsi da parte e non mettere i bastoni tra le ruote e soprattutto evitare, una volte che tutto si è svolto alla perfezione, di salire sul carro dei vincitori.

Quelli che sanno tutto loro dovrebbero per una volta farsi un esame di coscienza e tapparsi la bocca.

I musicisti pippologi, come li chiama la Giorgia, e gli amanti di musica che si ritiene superiore (aggiungo io), devono andare semplicemente a prenderla in quel posto. Che Vasco possa non piacere è sacrosanto, ognuno ha la propria sensibilità e se certe cose non arrivano o infastidiscono nessun problema, a patto che non si vengano a dare lezioni soprattutto poi, se a loro volta, questi sapientoni ascoltano artisti che non sono proprie eccellenze. Sì perché queste teste vuote gli rinfacciano mediocrità musicale e poi adorano musicisti (pseudo) rock che – come direbbe il mio amico Picca – è manovalanza, oppure gruppi che sono ben più kitsch e tout court di Vasco. E’ questo che non sopporto di questa gente, il non avere un minimo di obbiettività. Quello che piace a loro è musica di valore quello che non piace a loro musica senza importanza, sebbene le due cose spessissimo siano sullo stesso piano.

Io non sono andato al concerto, mi sono pentito di non aver fatto del pubblico di Vasco in quella magnifica serata, o forse dovrei chiamarlo “il popolo di Vasco” come viene rinominato in questi giorni di dibattiti, riflessioni, dove tutti diciamo la nostra. Parliamo de”Il popolo di Vasco” come una entità a se stante, come fossero “gli altri”, invece come hanno già detto in tanti, il popolo di Vasco siamo tutti noi. Da quelli che tirano bottigliette piene di piscia ai gruppi di supporto, a quelli che fanno del rispetto per gli altri una bandiera, da quelli che oltre ai cd di Vasco hanno al massimo comprato le compilation del Buddha bar a quelli come noi che LED ZEPPELIN, FREE, EMERSON LAKE AND PALMER, EDGAR WINTER’S WHITE TRASH etc etc. C’è di tutto dentro al “popolo di Vasco”, c’è l’umanità. E ad ogni modo l’altra sera al parco Ferrari il “popolo di Vasco” si è comportato benissimo.

(Poi magari un giorno parleremo del popolo dei ROLLING STONES, degli AC/DC e degli AEROSMITH, gli ultimi tre megaraduni a cui ho partecipato).

Per noi modenesi (in primis quelli della mia generazione) Vasco è sempre stato uno di famiglia. Già dal nome. Sì perché al di là di quel che dice wikipedia, Vasco proviene dal francese, dalla parola guascone , e infatti qui da noi “fare il Vasco” o “lui lì è un Vasco” significa essere un simpatico spaccone oppure essere un figo. Vasco era un nome non troppo comune ma tipico delle campagne intorno a Reggio e a Modena, d’altra parte qui abbiamo avuto per lunghi decenni – qualche secolo fa – la dominazione francese.

Sono (o perlomeno sono stato) un grande fan di Vasco Rossi quindi. Lo ascoltavo a Punto Radio prima che iniziasse a fare dischi, poi l’emozione di vedere un suo 45 giri (Jenny e Silvia) da Fangareggi a Modena e finalmente dal 1978 avere l”occasione di comprare ogni anno un suo LP.

Puntoradio – dal 1975

Pur avendo una predilezione per il rock, l’hard rock e il blues sono sempre stato attaccatissimo ai cantautori italiani …DE GREGORI, BENNATO, IVAN GRAZIANI sono nomi che ho inciso sull’animo. Fu dunque naturale amare anche un cantautore che proveniva oltre che dalla prima radio libera che ascoltavo con passione anche dalla mia provincia, lui da un paese in montagna (Zocca) io da uno di pianura (Nonantola).

Tra l’altro proprio a Nonantola Vasco si esibì più o meno 50 anni fa…

Vasco Rossi a Nonantola – anni sessanta

MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE con quegli arrangiamenti alla YES e GENESIS di Gaetano Curreri, NON SIAMO MICA GLI AMERICANI con quella sfilza di canzoni che mandavano in orbita un adolescente come me (FEGATO SPAPPOLATO, SBALLI RAVVICINATI, LA STREGA (scritta da Sergio Silvestri altro “cantautore” che poi avrei seguito), 15 ANNI FA e VA BEH (oltre a quella lì, ALBACHIARA). COLPA D’ALFREDO, SIAMO SOLO NOI e VADO AL MASSIMO poi saziarono le mie voglie rock, la chitarra di MAURIZIO SOLIERI diventò imprescindibile e il mio amore per VASCO immenso. Lo vidi per la prima volta nel marzo del 1981. Non ricordo se SIAMO SOLO NOI era già uscito o meno. VASCO (insieme al suo gruppo) era l’ospite d’onore a MODENA ROCK 1981, rassegna di gruppi locali che si teneva nella palestra (o era un semplice capannone?) di Modena Est. Col mio gruppo avevo suonato il sabato sera, Vasco era previsto per la domenica. Essendo un membro di uno dei gruppi coinvolti potevo muovermi come volevo. Entrai nei camerini e vidi Vasco insieme ai suoi musicisti. Aveva una bottiglia di Johnni Walker in mano e quello sguardo sempre un po’ perso ma al contempo determinato. Non mi scomposi più di tanto, all’epoca era piuttosto sicuro di me, così scambiai due parole con lui e con Solieri. Vidi il concerto a fianco del palco e fu bellissimo vederli in azione durante la loro fase Rock naif. Magari è dovuto anche alla suggestione data dalla mia giovane età, ma è a tutt’oggi uno dei concerti a cui sono più legato. Quando alla fine Massimino Riva gettò in aria la sua Fender Stratocaster e la fece cadere per terra, il rito del rock si compì.  Dopo il concerto fermammo Vasco all’uscita, eravamo forse in dieci, Vasco era noto a Modena ma non è che fosse già un cantante di successo, scherzammo un po’ con lui e poi lo vedemmo andare via sulla sua Porsche. Il compenso se non ricordo male fu di due milioni e mezzo di lire.

Ricordo che a militare (nel 1982) mi chiamavano Vasco, dovevo essere un fan piuttosto convinto. Il mio amore raggiunse l’apice in quell’anno, con l’album VADO AL MASSIMO, ma non voglio fare la parte di quello che ama solo i primi album e poi snobba il resto, quello che si allontana dall’artista una volta che questi diventa famoso. Io fui contento della popolarità di Vasco che dal 1984 in poi crebbe a dismisura, semplicemente le formule musicali non mi attiravano più come in passato. Rimanevo un fan, compravo i suoi album, mi illuminavo dinnanzi a certe sue nuove canzoni, ma tutto in maniera più riservata. Lo rividi in concerto un paio di volte nel 1983, nella discoteca di Soliera (MO) e al Picchio Rosso di Formigine (MO), poi ancora nel 1985 alla Festa Dell’Unità di Reggio Emilia e infine nel 1989 alla Festa dell’Unità di Modena.

Negli ultimi anni abbiamo parlato più volte su questo blog a proposito del gigantismo di cui soffre il rock e della gente che va ai concerti più per partecipare al rito, all’evento che per la musicain sì, e’ stato così anche in questo caso, ma l’aria di festa e l’incredibile risultato ottenuto compensano il tutto. Sì perché c’è stato anche chi irrideva i numeri e pensava ci fossero stati concerti simili con più spettatori, facendo parecchia confusione. A me queste cose sono sempre interessate e sapevo che – vado a memoria dunque potrebbe esserci qualche lieve imprecisione – il record per concerto a pagamento di un singolo artista era detenuto dagli A-HA con circa 200.000 spettatori, seguiti da TINA TURNER e PAUL McCARTNEY con più o meno 190.000 agli inizi negli anni duemila. LIGABUE col primo Campovolo (160.000) e U2 sempre al Campovolo (150.000 negli anni novanta) poco dietro. Più di 220.000 spettatori per VASCO ROSSI, un trionfo.

Vasco – Modena Park 2017

E’ stato un esperimento perfettamente riuscito, produzione, amministrazione comunale, forze dell’ordine, cittadinanza, etc etc tutti impeccabili. MODENA PARK 2017 sarà un evento da ricordare a lungo. A proposito, vale forse la pena rammentare che MODENA PARK è un canzone di IVAN GRAZIANI apparsa sull’album AGNESE DOLCE AGNESE del 1979, e che il parco a cui fanno riferimento sia Graziani che Rossi è il parco storico di Modena, la lunga striscia verde tra due viali che circumnavigano il centro della città. Il Parco Ferrari è tale dal 1991, prima di quella data fu – in tempi lontanissimi –  il piccolo l’aeroporto della città e quindi l’autodromo.

Credo non se ne possa più di sentir parlare dei benefici portati all’indotto, riporto solo questo piccolo ma sintomatico fatto: 1600 krapfen preparati dal mio amico Stef della Pasticceria Malaguti di Nonantola per il back stage.

Pasticceria Maluguti – 1600 bomboloni per il backstage del Modena Park – foto Stef Malaguti.

La diretta della RAI è stata risibile. Bonolis è sembrato un pesce fuor d’acqua. Prima di tutto – secondo me – avrebbe dovuto dire che la RAI non aveva i diritti per mandare in onda il concerto nella sua interezza. Inutile prendersela con la tv di stato per questa faccenda, succede quasi sempre per eventi in diretta trasmessi via radio o tv, gli speaker devono parlare sopra ai pezzi, il concerto non può essere trasmesso senza interruzioni, altrimenti chiunque può registrarselo e magari fare copie pirata. La produzione deve riservarsi la possibilità di fare uscire divudi, bluray, cd audio. In secondo luogo avrebbero dovuto scegliere qualcuno che avesse maggiore familiarità col mondo di Vasco. Bonolis sembrava non avere confidenza con la storia del re di Zocca, ma il vero motivo per cui la diretta è stata un fallimento è dovuto alla regia. Comunicazioni approssimative, stacchi sempre fuori tempo, gestione dilettantesca. Non hanno nemmeno messo qualche microfono verso il pubblico, cosicché ogni volta che Vasco finiva una canzone calava un silenzio irreale. Sarebbe stato meglio far trasmettere il concerto a SKY in chiaro sul canale CIELO. Lo sfacelo della RAI è lento e inesorabile.

Quello che si è intravisto però è stato emozionante.

Vasco – Modena Park 2017

Vasco tutto solo che parte con COLPA D’ALFREDO, Vasco che cita gli ELP (come suo solito) con WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, con tanto di traduzione in italiano. Il secondo chitarrista con la doppio manico rossa della Gibson, Curreri al piano che accenna a JENNY, SILVIA, LA NOSTRA RELAZIONE e quindi procede con ANIMA FRAGILE (come sempre brillante l’arrangiamento delle due chitarre),

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Stef Burns che sentirlo suonare è sempre una gioia, i bei giri di basso di Golinelli vestito come Keith Richards in chiara. Non si poteva non notare Clara Moroni, che noi ancora ricordiamo (e amiamo come) leader del suo gruppo CLARA & THE BLACK CARS. Bello rivedere sul palco Maurizio Solieri, il pezzo strumentale finale sembrava un omaggio a Jeff Beck. E poi Vasco. Bello constatare che ancora una volta a dispetto delle pressioni che deve sostenere per aver messo in piedi un lavoro del genere rimane un puro. Scafato, attento, furbo, determinato, accorto ma sempre un puro. E che voce che ha ancora! Immancabile alla fine il tributo a Massimini Riva.

Vasco – Modena Park 2017

Musicalmente la band di Vasco è pressoché impeccabile, musicisti validi e preparati, alcuni di scuola americana. I due chitarristi sono bravissimi (e non sto parlando solo di tecnica). Si passa dal pop levigato e mainstream, a certi pruriti d’elettronica, al metal moderno con facilità, affrontando anche il nocciolo della canzone d’autore con la giusta incisività.

Vasco – Modena Park 2017

Certo, alcuni aspetti li trovo ridondanti, la doppia cassa della batteria, arrangiamenti e atteggiamenti tout court e forse sopra le righe, gradirei insomma un bon ton musicale più presente, ma le mie sono congetture personali, io non sono nessuno, Vasco è Vasco, dunque ha ragione lui, e lo dico in tutta sincerità.

Vasco-ModenaPark-2017

Vasco – Modena Park 2017

I fuochi d’artificio finali sono stati altamente spettacolari , cornice perfetta per un palco da record. Mai visto nulla di simile

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Finita ALBACHIARA, dall’impianto DIE FOR METAL dei Manowar, pezzo ultra metal che deve molto a KASHMIR dei Led Zeppelin.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

In tanti hanno condiviso le foto pubblicate da Vasco sulla sua bacheca, ma vale la pena riproporle anche qui, perché sono spettacolari.

E’ stata una splendida serata, tutto ha girato per il verso giusto, ed io sono contento, per Vasco, per la mia città, per i fan che si sono riversati al Parco Ferrari, per tutti noi che in questi tempi cupi abbiamo bisogno di giornate di festa come questa. Bravo Vasco, sei sempre il numero 1.

Foto Milly Bar

Vasco – Modena Park 2017 – foto Millybar

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Patti Smith Royal Oak Music Theater Detroit 11 marzo 2017 – di Paolo Barone

8 Mag

Lo scorsco 11 marzo Patti Smith e’ venuta a suonare al Royal Oak Music Theater. Io la conosco bene, sono letteralmente cresciuto con lei e la sua musica, ho visto molti suoi concerti e li conservo tutti nei miei ricordi piu’ cari. Questa volta sento che sara’ diverso, che per lei venire qui sara’ una cosa carica di significati, emozioni e ricordi. Per Patti Smith Detroit non e’ un posto qualsiasi.

Si, questo posto non e’ un posto qualsiasi per nessuno che lo abbia vissuto veramente, non ci sono dubbi su questo, ma per lei ha un significato ancora piu’ forte.Questa e’ stata la sua casa nei lunghi anni del periodo piu’ difficile e controverso della sua vita. E’ qui che sono nati e che tutt’ora vivono i suoi figli, e’ qui che ha vissuto la fortissima storia d’amore con Fred Sonic Smith, ed e’ qui che ha scritto con lui le sue ultime canzoni veramente memorabili.

Ma Detroit non e’ rose e fiori per nessuno. Come tutte le citta’ e le persone che si sentono assediate, la Motorcity ti respinge e ti guarda di traverso con un mix di finta superiorita’ e vera paura. Non e’ stata tenera con lei, intellettuale di New York City, cosi come non lo e’ con tutti i naufraghi esistenziali che continuano ad arrivare qui da ogni dove. Ieri in cerca di un lavoro, oggi di un posto dove si possa vivere anche senza lavorare.

E’ qui che lei ha visto impotente la disintegrazione fino alla morte di Fred, e’ qui che ha vissuto isolata dal mondo, e’ qui che ha visto in faccia quel cuore di tenebra che tanto aveva ammirato nei libri e nell’arte. Qui ha attraversato il suo deserto.

Ora Patti e’ tornata a vivere a NYC, non e’ piu’ soltanto una rockstar ma e’ diventata un icona americana, ma nonostante tutto qui a Detroit, con i suoi figli e la sua casa, e’ rimasta per sempre anche una parte importante di lei. E ora, in questa primavera fredda del 2017 Detroit ha bisogno di lei piu’ che mai. Perche’ c’e’ poco da fare, qui abbiamo bisogno di una mano per andare avanti anche se ovunque vedi le magliette e gli adesivi sulle macchine con scritto “ Detroit Vs Everybody”. E’ tutta scena, sono arie da sopravvisuti per darsi un tono. Ma in realta’ abbiamo bisogno di credere e sperare, e spesso non sappiamo come farlo, l’impossibilita’ di andare in una chiesa a pregare un Dio che vuole sottomissione e pentimento non significa non aver bisogno di pregare e sperare.

Questo lei lo sa benissimo, meglio di chiunque altro, “ La cosa bella del rock and roll e dell’arte e’ che non escludono nessuno. Ecco perche’ penso che l’arte e il rock and roll siano risposte alle esigenze spirituali. Abbiamo disperatamente bisogno di credere in qualcosa, ma ogni volta che cerchiamo di farlo riceviamo in cambio un mucchio di regole, non funziona…” Patti Smith e’ stata da sempre consapevole di questa cosa, l’ha provata sulla sua pelle sin da piccola, e lo ha messo in chiaro sin dalle prime parole del suo primo disco.

Il concerto e’ sold out da settimane, e io riesco ad entrare soltanto grazie alla gentilezza di Lenny Kaye. E’ una serata freddissima e dopo i metal detector post Bataclan, immergersi nel calore della folla del teatro e’ una sensazione di calore necessario.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Suonera’ tutto Horses, primo album che in questi giorni compie 40 anni. Sul palco con lei ci sono Lenny e il batterista originale del Patti Smith Group, con i figli Jackson e Jessie a chitarre e tastiere. Ma e’ lei che dal momento che prende il microfono, subito mandando affanculo chi guarda il concerto dallo schermo del telefonino, e’ la sacerdotessa di questa messa Rock.

Lo so, e’ ormai un luogo comune associarla con questi termini, ma proprio non se ne puo’ fare a meno, non esistono altri modi per descrivere un concerto come il suo di questa sera.

I brani di Horses scorrono uno dopo l’altro, lei ci accompagna per mano in questo viaggio di letteratura americana messa in musica.

Parla tanto fra un brano e l’altro, parla di sé, di Fred e lei a Detroit, del rigurgito di una minoranza che ci ha vomitato addosso Trump, di noi, di quanto possiamo ancora farcela  nonostante tutto con quest’America che non si vuole omologare.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Alza le mani come fossero antenne emozionali, capaci di intercettare tutto quello che passa nel pubblico in quel momento, caricarsene e rimandarlo indietro amplificato e in qualche modo per ciascuno di noi cambiato.

Parla tanto dei suoi amici che non ci sono piu’, e che ormai sono entrati nel Pantheon delle sue divinita’, in un altrove molto prossimo, insieme a Jim Morrison, Sonic Smith, Robert Mapplethorpe, Richard Shol, Kurt Cobain, Brian Jones, Joe Strummer e tanti tanti altri che lei nomina forte, nome per nome, mentre la band continua a suonare Elegie. Lo sa che tutti abbiamo qualcuno da ricordare, che la vita che con lei e’ stata cosi dura nel portarle via alcuni degli affetti piu’ importanti in maniera cosi violenta e improvvisa, in qualche modo lo ha fatto anche a tutti noi. E lei sa che abbiamo bisogno di ricordare e dare un senso sacro a tutto questo, sacro a modo nostro, se ne fa carico e ci invita a farlo, per una volta senza freni e pudore ma tutti insieme in questo forte momento collettivo.

Non ho mai visto nessuno come lei essere capace di una cosa del genere, per lo meno non in maniera cosi vera e potente.

La band fa il suo lavoro, Lenny Kaye con una marcia di passione in piu’, e specialmente qui a Detroit fa un certo effetto vedere i suoi Jackson e Jessie Smith portare con grazia la loro difficile eredita’ su quel palco.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Il finale e’ dedicato alle canzoni della speranza, e con People Have the Power e My Generation, e forse ancora di piu’ con una breve Rock and Roll Nigger fatta solo da lei e Lenny, Patti Smith tira fuori tutta la sua straordinaria capacita’ di unire e incoraggiare, in un momento in cui questa America che vedo intorno a me stasera, bella, libertaria e collettiva ha bisogno piu’ che mai di sentirsi forte, pronta ancora una volta a tenere duro e non mollare.

Il concerto finisce, restiamo in pochi con un Pass per il backstage. La situazione si fa subito paradossale, i camerini del teatro non sono adatti ad ospitare una piccola festa e resto bloccato per le scale insieme a Jessie e Jackson. Lei non si e’ fermata, e’ voluta subito andare via a casa, molto stanca e provata. Faccio la stessa cosa anche io, e mentre guido perso in mille pensieri nel gelo di questa notte detroitiana, ricevo una gentilissima telefonata di saluto da Lenny Kaye, ancora una volta sorprendendomi della sua particolare delicatezza.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

E’ raro tornare da un concerto, o da una qualsiasi altra cosa, con le sensazioni che mi ha lasciato Patti Smith dal vivo, questa e molte altre volte.

Per noi, specialmente per noi italiani, e’ difficilissimo riuscire a parlare di una dimensione spirituale in maniera laica e libera da ogni imbarazzo. Siamo sempre cosi preoccupati a prendere le distanze da tutto cio’ che possa essere associato alla chiesa cattolica, che rischiamo di finire in un materialismo arido e ottuso. Nel Rock, nelle sue storie, nel suo senso profondo e nei suoi rituali, privati e collettivi, abbiamo trovato una casa per certe nostre sensazioni. Cosi come nella letteratura e nell’arte.

Una casa che ci portiamo appresso in tutto il mondo e una luce di speranza.

Perlomeno per quanto mi riguarda, aldila’ della musica e delle canzoni, Patti Smith ha un ruolo molto importante in tutto questo.

Paolo Barone ©2017

 

 

La truffa del secondary ticketing

24 Nov

Due settimane fa un servizio del programma LE IENE sul secondary ticketing ha destato sdegno in ogni appassionato di concerti. Avevo condiviso il video sul mio account facebook, lo ripropongo qui dopo che Giancarlo e Paolo mi hanno in pratica chiesto di farlo a margine dei loro commenti nell’articolo sull’ultimo cofanetto dei PINK FLOYD pubblicato qualche giorno fa qui sul blog.

le-iene

La faccenda è disgustosa, ma è positivo che sia venuta a galla, perché la sparizione dei biglietti dopo pochissimi minuti dalla messa in vendita su Ticketone è intollerabile. Naturalmente è poi possibile trovare disponibilità – in un secondo momento – degli stessi biglietti su altri siti a prezzo assai maggiorato.

Io già trovo assai fastidioso le spese “accessorie” che gravano sul costo dei biglietti, figuriamoci questo mercimonio chiamato secondary ticketing.

Venerdì scorso ad esempio ho voluto comprare due biglietti del concerto che gli AEROSMITH terranno a FIRENZE all’Ippodromo Del Visarno. Avendoli già visti nel 1989 e nel 1990 avrei fatto anche a meno, dato che non mi piacciono i concerti organizzati in questi spazi tipo festival, ma Saura non li ha mai visti e allora ho deciso di portarla a vedere un gruppo Rock che tutti dovrebbero vedere un volta nella vita. Son un fan della band, di STEVEN TYLER in particolare, album come GET YOUR WINGS, TOYS IN THE ATTIC, ROCKS e PERMANENT VACATION dovrebbero far parte delle discoteche di chiunque si definisca amante della musica Rock (ma aggiungerei anche DRAW THE LINE, NIGHT IN THE RUTS e DONE WITH MIRRORS).

Bene, dicevo che venerdì scorso alle 11,55 ero davanti al computer, sul sito di Ticketone. Inizialmente davano disponibili anche i biglieti del “Pit” sotto al palco, ma misteriosamente non era possibile acquistarli. Dopo pochissimo rimanevano disponibili solo i biglietti generici da 60 euro. Sapevo che i posti sotto al palco siano stati messi in prevendita il giorno prima per il fan club del gruppo e per gli iscritti a Firenze Rocks festival, ma che non ne fosse disponbile nemmeno uno mi pare strano.

E va beh, ordino due biglietti, 120 euro a cui si aggiungono 18 euro per la preventiva (2 x 9 euro), 9,99 euro consegna tramite corriere (e scrivete 10 euro per dio, così ci prendete per il culo) e 8,42 euro per le misteriose “commissioni di servizio”. Totale 156,41 euro. A parte il costo dei biglietti e la consegna tramite corriere, il resto mi sembra, se non una truffa, perlomeno “fuffa”. 26,42 euro buttati al vento.

Non fosse perché sono così appassionato, perché sono gli ultimi(ssimi) ruggiti dei vecchi leoni e perché nella mia vita ho assoluto bisogno di distrazioni, lascerei perdere e manderei tutti a quel paese. Mi basta ricordare il casino – con conseguente impossibilità di vedere decentemente gli artisti sul palco – dei ROLLING al Circo Massimo nel 2014 e degli AC/DC all’autodromo di Imola per farmi passare la voglia.

SERVIZIO DELLE IENE – MEDIASET

http://mdst.it/03v662557/

IL NOBEL A DYLAN di Francesco Giuseppe Prete

17 Ott

Un paio di considerazioni del nostro France’ sul recente Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

Nobel a Dylan sì, Nobel a Dylan no: e va bene, se proprio se ne deve parlare – aggiungendo altre parole alle altre, troppe, che già si sono sprecate – facciamolo. Nobel per la Letteratura, dunque, e allora partiamo proprio da qui, da questo termine, “Letteratura”. Cito testualmente dal dizionario Garzanti della lingua italiana: “Le opere scritte in prosa o in versi che hanno valore artistico; l’insieme di tali opere scritte in una lingua o proprie di un paese, di un’epoca, di un genere”. Ora, chi con le parole lavora, e mi riferisco a coloro – non molti comunque, alla fine rischia di essere il classico “tanto rumore per nulla”, ma tant’è – che hanno messo in discussione il riconoscimento dato dall’Accademia di Svezia a Bob, dovrebbe sapere che “le parole sono importanti”, mi si perdoni la citazione. Quindi l’affermazione “cosa c’entra Dylan con la Letteratura” e altre amenità del genere è innanzitutto semanticamente sbagliata, e l’errore è tanto più grave se commesso da gente che di Letteratura vive.

Insomma, non v’è dubbio che le opere di Dylan, oltre a un indiscutibile valore artistico, abbiano avuto sulla cultura popolare – tutta – del secolo scorso un impatto, un’influenza, una pervasività che rende Dylan forse il personaggio più importante del 1900, anche per il fatto che le sue opere hanno travalicato l’appartenenza a un paese, a un’epoca e a un genere. Ora, il fatto che tali opere letterarie (anzi, Opere Letterarie) siano state veicolate attraverso la forma canzone nulla toglie al loro valore, anzi! C’è più cultura in “Desolation Row” che in intere bibliografie, e questo anche limitandosi a leggerne il testo su carta stampata (a tal proposito, per me a tutt’oggi il miglior lavoro di traduzioni Dylaniane è “Lyrics 1962-2001” di Alessandro Carrera). Certo, poi uno ascolta la canzone e la magia si moltiplica all’infinito.

bob-dylan

Del resto, e vado oltre, Dylan è stato quello che ha cambiato per sempre le coordinate della musica Rock, anzi, della musica popolare tout-court, a partire da quel doppio colpo di batteria a cui seguiva “quel” riff di Hammond, prima che arrivasse lui con la sua voce ad ammonirci che “Once Upon a Time You Dressed so Fine…” L’anno era il 1965 e Dylan decideva di imbracciare la chitarra elettrica e farsi accompagnare da un gruppo Rock, senza rinunciare all’importanza dei testi che è fondamentale nel Folk. E già, prima di allora era il Rock’n’Roll, energia allo stato puro, ma fino a quel momento nei testi c’era ben poco di “letterario”, appunto, la voce era uno strumento come gli altri che, spesso declamando versi al limite del banale, serviva a trasmettere quell’energia, non è vero Mr. Presley? Mentre i testi “importanti”, “seri”, impegnati? erano prerogativa del Folk. Da ora non più, perché, come ebbe a dire un certo Bruce Springsteen, “Elvis ci ha liberato il corpo, Dylan ci ha liberato la mente”: per questo motivo oggi, abbondantemente passati i 50, ancora mi appassiono al Rock, e con me tanti altri, a cominciare dal curatore di questo Blog. Non è più solo una musica da ballare ma è molto di più, e questo passaggio lo dobbiamo a Mr. Zimmermann, altro che storie. Da quel leggendario 1965 nulla è stato più lo stesso, con quell’anno hanno dovuto fare i conti tutti, Beatles e Stones compresi.

Solo una considerazione, del tutto personale sulla grandezza artistica di quest’uomo. “Planet Waves”, disco del 1974, secondo molti non uno dei suoi migliori, anzi, mentre secondo me è un lavoro meraviglioso e imprescindibile, anche perché è il commiato dalla sua “Band”. Sul disco un brano, “Forever Young”, peraltro il più bello del disco e in assoluto uno dei migliori scritti da Bob, è presente due volte, in due differenti versioni. Cosa questa che, ma guarda un po’, in futuro faranno molti, ma che fino ad allora non mi risulta avesse mai fatto nessuno, e del resto, perché due volte lo stesso pezzo nello stesso album? Eh, e allora? Signori, è di Dylan che stiamo parlando. “Forever Young” è dedicata al figlio Jakob, nato da poco, ed è – la faccio breve – l’augurio di una vita che sia sempre giusta e sincera, coraggiosa e operosa, quasi una raccomandazione affinché il marmocchio possa, in tal modo, restare “per sempre giovane”. La versione che chiude la prima facciata (ragiono in termini vinilici) è una ballata struggente, lenta e solenne, quasi malinconica: è il padre che recita la sua raccomandazione al figlio, con tutto l’amore e la speranza ma anche la paura del futuro che può avere un genitore. Però si sa come sono i figli, fanno finta di starti a sentire e poi fanno sempre di testa loro… E così la versione che apre la seconda facciata del disco è una cantilena veloce e sghemba, quasi tirata via, divertita e divertente, uno sberleffo, altro che malinconia! Ed è come il figlio legge la raccomandazione paterna, facendogli il verso, accelerando i versi quasi si volesse sbrigare, ‘che non ho tempo da perdere con te papà! Ecco, se non è (anche) grande Letteratura questa!

Ma al di là di tutto, sono sicuro che il primo a provare fastidio per tutto questo chiasso sia proprio lui, Bob, fedele al suo personaggio ma soprattutto alla sua persona (‘che di personaggi Dylan ne è stati tanti). Se leggesse questa cosa, forse mi romperebbe in testa una delle sue Stratocaster, perché – ne sono sicuro – secondo lui “sono solo canzonette”.

 

Francesco Giuseppe Prete © 2016