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ALIEN COVENANT (Ridley Scott – Twentieth Century Fox 2017) – TTT+

30 Mag

Qui sul blog siamo super appassionati della saga di Alien. I primi due episodi (1979 e 1986) sono due capolavori del genere fantascienza e anche il terzo del 1992 non è lontano da quelle vette. Dopo il tragicomico 4° episodio del 1997 e i due spin-off ALIEN VS PREDATOR (il secondo davvero vergognoso), cinque anni fa l’attesissimo nuovo episodio a cura di Ridley Scott, PROMETHEUS, un prequel piuttosto buono di cui parlammo anche qui sul blog:

https://timtirelli.com/2012/09/23/prometheus-ridley-scott-twentieth-century-fox-2012-tttt/

Ad un lustro di distanza esce COVENANT, anch’esso un prequel della serie vera e propria e seguito di PROMETHEUS.

Non vogliamo vestire i panni degli spolier, di chi guasta la sorpresa insomma, ma qualcosa va detto circa questo nuovo episodio.

Lo scenario resta a tratti impressionante, lo spazio profondo, il panorama dei pianeti sconosciuti, le costruzioni – siano esse città o astronavi – gotiche, il cupo clima in cui è ambientato, tutte componenti basilari per chi ama la fantascienza, peccato che il resto deluda un po’.

Una nuova astronave carica di migliaia di coloni è diretta verso un lontanissimo pianeta abitabile, Origae-6, ma a causa di un incidente di percorso i piani vengono modificati e l’equipaggio deve cercare di far fronte a questo imprevisto.

I fatti si svolgono a circa 10 anni dalle vicende raccontate in Prometheus e in qualche modo si ricongiungono ad esse. Il soggetto però non regge più tanto, è ordinario, mancano i momenti di sorpresa, quelli che ti lasciano a bocca aperta. La sceneggiatura pare alquanto fiacca. L’equipaggio è composto principalmente da coppie e le continue preoccupazioni di un coniuge nei confronti dell’altro rendono meno efficace lo scorrere della storia.

Michael Fassbender ha un doppio ruolo nel film, la cosa appare forzata e i dialoghi tra i due Fassbender non brillano certo per intensità. Solo Katherine Waterston, nei panni di Daniels, pare essere un personaggio degno di nota, per quanto calata nel solco della nuova Ripley, o meglio della precorritrice di Ripley, visto che l’anno in cui questo episodio svolge è il 2104.

Dal film si inizia a capire come si sia arrivati alla creazione dello xenomorfo che ci allieta da 38 anni, ma dall’altro lato è incomprensibile – almeno per il sottoscritto – come gli ingegneri possano essere così ingenui nel … (non voglio svelare altri particolari).

Per noi (che non siamo certo esperti cinefili) è un film da 6/6+, detto questo però lo abbiamo visto molto volentieri. Non ci ha tenuto col fiato sospeso, il finale ce lo eravamo ampiamente immaginati, ma nonostante ciò non possiamo che attendere con fervore il prossimo capitolo. Il 2122 (l’anno di Ripley) è ormai vicino e chissà come si svilupperà la prossima storia. A noi piacerebbe uscisse l’Alien 5 vero e proprio, ma in definitiva qualunque cosa ci va bene, purché la storia e la sceneggiatura siano appropriate ad un media franchise che riteniamo potenzialmente sempre sublime.

I capitoli della saga:

1979: ALIEN (Ridley Scott) TTTTT

1986: ALIENS – SCONTRO FINALE (James Cameron) TTTTT

1992: ALIEN3 (David Fincher) TTTT½

1997: ALIEN: LA CLONAZIONE (Jean Pierre Jeunet) TTT

2012: (prequel) PROMETHEUS (Ridley Scott)  TTTT

2017: (prequel) COVENANT (Ridley Scott)  TTT

 

 

Andare a Genova a (ri)vedere il film THE SONG REMAINS THE SAME

24 Feb

Cosa mi porti ad andare a Genova un martedì pomeriggio per vedere il film dei Led Zeppelin THE SONG REMAINS THE SAME proprio non so. Certo, mi incontrerò con alcun fan assai noti del nord Italia, il cinema lo gestisce uno di loro, magari risentirò il brivido che provavo laggiù fine anni settanta/inizio ottanta le volte che era in cartellone nei cineforum e lo andavo a vedere in qualche cinema di provincia, ma credo ci sia qualcosa in più. Temo sia il mio bisogno di distrazioni, di costruirmi il mio misero sogno on the road, di non rassegnarmi all’avanzare dell’età e di passare le serate davanti a Sky.

E’ con questo umore un po’ sghembo che salgo sulla mildly blues mobile direzione Genova insieme alla groupie. Ad oltre metà percorso, sull’autostrada della Cisa, ci fermiamo in un autogrill;  ci sono pullman di tifosi napoletani – scortati dalla polizia –  che vanno a Madrid per la partita di Champions League. L’autogrill è imballato, la determinazione (chiamiamola così) dei partenopei è evidente. Il flusso per entrare nella toilette degli uomini è costante. Gente in ciabatte, canne esibite senza nessun timore, voci alte, saluti e abbracci in un idioma molto lontano dal mio. Poco rispetto per gli altri avventori. Far la fila alla cassa non se ne parla nemmeno. Meglio salire in macchina e trovare un altro posto per pisciare.

Entrare a Genova è un sport estremo. Strade strette, palazzi costruiti uno sull’altro, il poco spazio a disposizione tutto occupato. Non deve essere facile spostarsi in una città del genere. Arriviamo in zona Cinema dei Cappuccini, non ci sono parcheggi liberi, trovo un buco per pura fortuna. Parcheggio a pagamento. 25 centesimi ogni sei minuti. Alla faccia! Infilo 5 euro di monete e mi incammino verso il cinema. Il posto è molto carino, accogliente, elegantemente blues.

https://www.cinemacappuccini.com

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Amduscia mi accoglie con un abbraccio. Sono ormai alcuni anni che siamo in contatto, finalmente ci si incontra di persona. Do un’occhiata alla esposizione di bootleg dei LZ relativi al tour americano del 1973. Amduscia è un collezionista, si vede. Le confezioni sono una meraviglia.

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Poco dopo arrivano anche i milanesi: Dadgad, Alberto LG, Alber M. Alberto LG ormai lo conosco bene, è uno dei collezionisti italiani di memorabilia più rinomati. E’ la prima volta che incontro dal vivo Dadgad, una istituzione mondiale nel giro del mondo Zeppelin. Mi presentano anche l’altro Alberto. Curioso, siamo tutti fan dei LZ e Interisti sfegatati.

Trovare un posto dove cenare non è semplice, è San Valentino, ma alla fine riusciamo ad imbucarci in un ristorante lì vicino.  Sussurro alla groupie: “Povera te,  ti faccio passare la sera di San Valentino insieme a delle Led-Head a guardare The Song Remains The Same”.

Chiedo ai ragazzi quale è il loro concerto preferito dei LZ. Per Dadgad è la sera del 27/4/69 al Fillmore West, per Alberto LG una data del tour estivo americano del 1972, per Alberto M lo show alla Royal Albert Hall del 9/1/70. Io rimango fedele al L.A. Forum 3/6/1973.

Di nuovo al cinema. Incredibilmente la sala si riempie. Sono basito. Quasi 150 persone che un martedì sera di febbraio, nella giorno di San Valentino, vengono a vedere un vecchio “polpettone” (così lo recensì Renzo Arbore) relativo a tre concerti del 1973 dei LZ a New York.

Pensavo di annoiarmi, e invece…quante volte avrò visto il film? Almeno 13 nei cinema 35/40 anni fa, e altre decine grazie alla VHS, al DVD, al blu ray, eppure non tolgo mai gli occhi dallo schermo. La mente corre al tempo passato, quando questo film era tutto quello che avevamo, quando andare a vederlo al cinema era come andare ad un concerto, con i pubblico che applaudiva qualche passaggio particolare o alla fine dei brani.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Per un momento raggiungo l’estasi. Succede in DAZED AND CONFUSED, un paio di minuti di quelle improvvisazioni furibonde di Page dopo la sezione con l’archetto di violino mi catapultano nelle profondità siderali. Mi sorprendo di questa cosa e me ne compiaccio: che dopo 40 anni di amore io riesca a provare brividi così intensi è una cosa sublime. Che razza di chitarrista era Jimmy Page! Allora non ce ne era davvero per nessuno. La capacità di improvvisare in quel modo era davvero unica.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Termina il film e il pubblico applaude. Incredibile. Non si tratta dei ragazzini di 40 anni fa, ma di adulti di 40/50/60 anni, eppure il battimani sgorga spontaneo. Mentre passano i titoli di coda con la versione da studio di STH in sottofondo e le immagini dei quattro che salgono sul loro Boeing personale,  chiamo la groupie all’ordine, meglio andare, ci aspettano un sacco di km; lei non ne vuole sapere, vuole godersi il tutto fine all’ultimo. Lo schermo si spegne, le luci si accendono, ora possiamo andare.

Abbraccio i ragazzi. It’s been great. Genoa, goodnight!

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG - Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG – Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

In autostrada, la groupie si appisola. Io  penso alla dose di autodisciplina che ci vuole per affrontare un’ avventura del genere. Constato ancora una volta che la mia forza di volontà è ancora tanta, malgrado qualche scricchiolio. Forzare un po’ la mano serve per tenere l’animo in tiro, per capire di essere ancora in grado di compiere qualche piccola pazzia, per far si che Forever Young non sia soltanto una canzone.

Arriviamo alla Domus Saurea verso le 2. Prima di addormentarmi leggo qualche pagina del libro che ho iniziato qualche sera fa; dopo poco mi sovviene un pensiero, guardo la copertina e penso: dunque, mi sono appena fatto 470 km in giornata per andare a vedere il film The Song Remains The Same, sono le quasi le 3, domattina devo essere in ufficio presto e sono qui a leggere la nuova biografia (di 700 pagine) in inglese (!) di Jimmy Page, scritta da Martin Power! Domani, dopo il lavoro, meglio che mi iscriva ad un centro di zeppelinisti anonimi. Come diceva il mio amico Tommy, incapace di interrompere la visione del film in questione, “non riesco a staccarmi, ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.

 

JOHN MILES suona “Music” nel programma omonimo di Canale 5 (11 gennaio 2017)

13 Gen

Non è semplice per me guardare programmi che non siano dal satellitare, sono ormai 12 anni che ho SKY e da allora non guardo altro. Ieri sera però verso le 21 mi sono sintonizzato su CANALE 5 in occasione della prima puntata del programma MUSIC, chiamato così in onore del capolavoro di JOHN MILES, musicista deputato ad aprire lo spettacolo.

Vederlo di nuovo in pista mi ha elettrizzato. Ben vestito, in forma, con l’atteggiamento di chi la sa lunga, ha dato prova di sé suonando e cantando come sa fare, e a quasi 68 anni non è da tutti. Non ho trovato particolarmente gradevole l’arrangiamento dell’orchestra, mi è parso ridondante e con un’enfasi moderna che non mi ha convinto. Non so poi cosa c’entrasse quel balletto, è sembrato poco adatto ad un brano del genere ma alla fin fine chi se ne importa, la mia attenzione era tutta rivolta a lui.

John Miles Italian TV January 2017

John Miles Italian TV January 2017 – photo TT

Ci sono certi musicisti che amo in modo inspiegabile. Al di là dei miei idoli noti a tutti (Jimmy Page, Keith Emerson, Paul Rodgers, Johnny Winter, Edgar Winter, Robert Johnson etc etc) ci sono alcune figure che amo con un fervore particolare, uno è MICK RALPHS e l’altro è JOHN MILES appunto.

Li vedo i sorrisetti di certi miei amici quando inizio a parlare di MILES, forse il lignaggio Rock e musicale del biondo di Jarrow non è sufficiente per talune persone, ma per me – pur mettendolo nella giusta prospettiva –  rimane un gigante. Cantare e suonare le tastiere e la chitarra in quel modo, scrivere in maniera brillante e maestosa…che talento! Mr John Errington, we salute you!

 

ON THE ROCK AGAIN di Massimo Bonelli

23 Nov
 Massimo Bonelli ci parla del suo recente viaggio negli Stati Uniti.

“But I ain’t going down, That long old lonesome road,
All by myself … On the road again”.

La colonna sonora di un viaggio non la trasmette la radio, è tutta nella tua testa, nel tuo spirito.

Il viaggio inizia a Las Vegas, la città del peccato. Sin City è un enorme Luna Park di luci sfavillanti che incantano gli incauti turisti del vizio, quello del gioco ovviamente, ma non solo. In questa metropoli dove i tempi raccontano le melodie di Frank Sinatra o il rock’n’roll di Elvis Presley, ora, i giganteschi cartelloni luminosi, promuovono musical dedicati ai Beatles e a Michael Jackson. Las Vegas è un immenso e lussuoso lampadario in mezzo al deserto. Chi, come me, non è attratto dal gioco o da questo genere di divertimenti, si dirige verso ovest.

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Death Valley, Devil’s Golf, Zabriskie Point, Joshua Tree distano poche ore da Las Vegas. Deserti incuneati tra aride colline sotto un sole cocente, tra la California ed il Nevada. Nel mio cuore e nella mente c’è un susseguirsi di emozioni tradotte in immagini e note: un esplosione ripetuta all’infinito, caratterizzata dal suono dei Pink Floyd. Una dodici corde che corre ansimando sulla terra bruciata, accarezzata dai lunghi capelli di Shawn Phillips. La costruzione di un amore dolcemente rotolante tra dura sabbia e ipnotiche note della chitarra di Jerry Garcia e, li accanto, non ho più trovato  ciò che stavo cercando (But I still haven’t found what I’m looking for – U2), il Joshua Tree non c’era più, sradicato dalla stessa arida natura. Gli indiani Soshone, nativi della zona, sono stati gli ultimi amici di Michael Jackson che a Pahrump, tra la Death Valley e Las Vegas, voleva vivere, ma non ne ha avuto il tempo.

Zabriskie Point
Zabriskie Point

La Route 66 si lascia alle spalle il deserto del Mojave e, andando nella stessa direzione di Billy e Wyatt (il Captain America di Easy Rider) mi conduce, con le note di “Born to be Wild” degli Steppenwolf, verso Falgstaff. Io che non ero destinato a seguire le aquile (Wasn’t Born to follow /Byrds) mi fermo a Williams, su quell’unica strada, tra saloon e drugstore, dove senti il rombo delle Harley e la sirena dei camion (Convoy) che ti salutano, attraversando con spavalderia le vicinanze della main street. Dalla veranda del motel, sento le tristi note di John Fahey dedicate ad una luna brillante che illumina l’immensità rocciosa del Grand Canyon. Il mio sguardo si perde tra i diversi colori della terra. Mi sento una formica, un piccolo essere fragile di fronte a tale maestosità. Sai di essere ospite dei Navajo, loro questa meraviglia della natura la chiamano “Casa”.

Grand Canyon
Grand Canyon

“Down by to the river” (Neil Young) – Il Colorado scorre tra lo Utah e l’Arizona, qui lo hanno defluito in piccoli canali per poter costruire un mare, il Lake Powell, dominato dalla grande diga. I mormoni vigilano le proprie mogli e le costruzioni, i Navajo, la natura e l’Antelope Canyon. Su una sgangherata camionetta, meno comoda dei cavalli senza sella, sollevando nuvole di polvere, raggiungo questa insenatura di sabbia stretta tra le rocce. Il sole che l’attraversa dipinge il suo interno di ombre e magici colori (“dategli sole. non legarlo, vuole correre …” cantava Grace Slick in Manhole). Anche il crotalo si è disinteressato del mio silenzioso passaggio.

Antelope Canyon
Antelope Canyon

La radio trasmette musica che non segue i miei pensieri. Banjo e violini a ritmo di quadriglia, non fa per me, ma siamo in Arizona. Ennio Morricone descriverebbe meglio le emozioni che sto per vivere. Il sole è ancora alto, illumina i saliscendi della lunga strada dritta di fronte a me per oltre quaranta miglia. Il camion che avvisto nello specchietto retrovisore minaccia di speronarmi (Duel) ma poi mi supera sbuffando. Il banjo gareggia con la chitarra (Dueling banjo), io lotto con il sonno. L’aria danza con il calore formando nuvole di gas che rendono credibili i miraggi. In fondo alla interminabile strada, affiorano punte di roccia dirette verso il cielo. Dita di giganti con le mani nel rosso terreno. Pinnacoli, attori involontari di mille film, da Ombre Rosse a Thelma e Luoise, da Easy Rider a Forrest Gump. Il capo Navajo osserva con orgoglio la sua terra da un pronunciato sperone di roccia, in attesa di segnali di fumo. Nel piccolo chalet all’interno della Monument Valley, con infantili lacrime di gioia, non riesco a dormire e seguo affascinato la parabola del sole dal tramonto all’alba. Nel colore rosa della luce che nasce, sento Grace Slick cantare  “Sunrise start a brand new day …”.

Monument Valley
Monument Valley

Lascio i Mormoni nello Utah e i Navajo nell’Arizona per dirigermi a Durango, in Colorado. Antica ed elegante. “Quel treno per Durango”, lungo il River Soul, verso Silverston, racconta la storia di Butch Cassidy e dell’amico Sundance Kid. Siamo nel leggendario Far West. Poco distante, nella Mesa Verde, vi sono le rovine della civiltà degli Anasazi. Abitazioni scavate nella roccia della montagna. Sam Peckinpah e Sergio Leone mi suggeriscono di ascoltare “Giù la testa”, atmosfera Morricone. Lungo il percorso c’è Cortes, nella contea di Montezuma. Nella piccola stanza del motel, un ritratto di Janis Joplin sembra implorare “Oh come on, come on, come on …” ma io proseguo verso la capitale della riserva indiana, Gallup. Qui inizia il New Mexico, qui, al mercato, si incontrano Navajo, Apache, Hopi ed altre tribù minori mentre vendono la loro arte. Nell’unico negozio sulla main street si possono acquistare pistole, fucili, selle, speroni e cappelli da cow boy. Il proprietario non è un nativo, è un austero bianco che mette in mostra la bandiera dell’Unione.  Gli Eagles direbbero: “Desperado, perché non torni in te? Ohhh, sei un duro. Queste cose che ti soddisfano possono farti del male in un modo o nell’altro”.

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Il New Mexico è grande e profondo. Mi rimetto in viaggio verso sud. Socorro mi attende con tutti i suoi misteri. Se esistono gli alieni, devono essere tutti lì. Strade deserte per centinaia di miglia. Qualche cespuglio rotola sull’asfalto. Non incroci una macchina e neppure un distributore. Uomini e cose si riparano da un sole crudele. I Pearl Jam urlano: “Even Flow thoughts arrive like butterflies”. Mi chiedo perchè gli esseri dello spazio avrebbero deciso di venire qui. Socorro, come tanti paesi disseminati in queste zone desertiche, è composta da un paio di motel, un distributore (finalmente) e qualche fast food. Nessuno si aggira per l’unica strada. Sento un canto giungere dalla vecchia chiesa di San Miguel. Forse gli unici sopravvissuti da un attacco dal cielo. Senza alcun timore, percorro ancora un centinaio di miglia nel deserto. Eccola. La fabbrica dello spazio. Centinaia di gigantesche parabole captano ogni suono proveniente dagli abissi stellari. Contact. Loro lo sanno se non siamo soli nell’Universo. John Lennon lo sapeva : “Mi chiamano attraverso l’Universo – Jai Guru Deva Om -Niente cambierà il mio Mondo”.

Socorro
Socorro

Giro la macchina e torno indietro, verso sud. Un cartello mi indica che sto dirigendomi verso quella città che i gringo chiamano “El Paso” ed i messicani “Ciudad Juarez”, divisa da un confine. Lo scrittore Don Wislow (Il potere del cane – Il cartello) sa che in quel luogo non servono gli alieni a farti sparire. Mi assale la paura. Trafficanti vanno e vengono ogni giorno, pendolari della droga e della morte. Mi fermo ad Alamogordo. Distributore, motel, fast food. Il tramonto è rosso e la notte sarà presto nera (I see a red door and I want painted black . Rolling Stones). Il mattino, quando il caldo non è ancora soffocante, raggiungo le “White Sands”, dune bianchissime di una polvere di gesso. Mad Max sta ancora fuggendo inseguito dal convoglio di camion dei Figli della Guerra. Con lui fuggo anch’io. Questa volta verso nord. Il navigatore sa che voglio arrivare a Santa Fe ed io ho fiducia in lui. Ma mi sbaglio. Quando, dopo sei ore di guida, vedo un cartello che mi indica “Amarillo” nel Texas, mi preoccupo. E’ terra di Mescalero. Per lui, Santa Fe era un quartiere di Clovis, città di confine, per me è la capitale del New Mexico ad altre sei ore di distanza, in tutt’altra direzione. Riattraverso il fiume Pecos mentre Ry Cooder canta “… sapete che è troppo tardi per cambiare idea … si paga il prezzo per venire così lontano … e tu sei ancora oltre il confine”. Billy the Kid mi saluta dalla veranda di un saloon di Fort Summer. La palla infuocata del sole scende dietro le colline, mentre intravedo Santa Fe, la città diversa. Quella vera.

Alamogordo White Sands
Alamogordo White Sands

Santa Fe vale il viaggio. La città più ricca d’arte di tutti gli Stati Uniti. Una Disneyland di gallerie che espongono artigianato,  sculture e quadri originalissimi. Una piccola cittadina che vive nel rispetto delle tradizioni del suo popolo, i Pueblo. Tutte le case sono color ocra, realizzate in adobe, sabbia e fango, con forti pali di legno a renderne più sicura la stabilità. Nella piccola piazza, musicisti di strada con violino, chitarra e washboard intrattengono i clienti del vicino mercato dei nativi che, giornalmente, vendono i loro manufatti. L’atmosfera è tranquilla e gentile. L’aria è ancora calda, ma stiamo salendo e la notte si fa fredda. Seguendo le tracce di Dennis Hopper e della sua motocicletta, attraverso il Rio Grande e proseguo verso Red River, tra accampamenti di roulotte e piccole case sulle ruote, villaggi di famiglie in movimento, arrivando a Taos Pueblo. Si sentono i tamburi che con un ritmo ipnotico tengono lontani gli spiriti malvagi. Questa è casa loro, ovviamente dei Pueblo, dei nativi. Un piccolo paese di case di fango con lunghe scale di bamboo che salgono verso il cielo. I vecchi saggi ti raccontano che Kit Carson era un infame, aveva trucidato una tribù rifugiatasi in un canyon, dopo averli fatti soffrire la fame. Loro non sorridono e non guardano più le aquile che volano alte. Sono tristi ma fieri. La vicina Taos ospita la tomba di Buffalo Bill. In quelle valli i bisonti muschiati hanno ripreso coraggio.

Santa Fe
Santa Fe

Anch’io riprendo coraggio e mi dirigo verso le montagne, di nuovo in Colorado e più precisamente a Colorado Springs. Meta turistica dei benestanti che amano la cime montuose. La cittadina ne è circondata. Denver mi accoglie in maschera, è il mese di Halloween e tutti si riversano lungo la strada principale trasformati in zombie, mostri di vario genere e supereroi. Il giorno dopo sono tutti vestiti con la maglia della squadra preferita, ci sono i Colorado Rockies e i Denver Broncos. Mile High City, come è chiamata Denver, è sempre in maschera. Nel passato, la città  accoglieva i cercatori d’oro che andavano nelle vicine Montagne Rocciose a cercare fortuna. Il South Platte River che le attraversa era insediamento di Chayanne ed Arraphao. Denver è una bella e ricca città, la prima che incontro da quando ho lasciato Las Vegas. A fianco del mio lussuoso ostello c’è un rivenditore ufficiale di cannabis, la coda per entrare è pari a quella di un centro commerciale. Li seguo con lo sguardo dal terrazzino dell’ostello, ascoltando “Heart of gold” di Neil Young, all’interno gli studenti guardano una partita dal grande schermo nella mensa. L’indomani mi solleverò sopra Miles High per raggiungere la meta finale, New York City.

Denver
Denver

Ogni volta che vengo a Manhattan cerco di trovare alloggio in zone diverse per poter entrare maggiormente nella loro atmosfera. Questa volta mi sono stabilito nel suo cuore culturale, nell’area che più amo, il Greenwich Village. Un piccolissimo appartamento con le tipiche scale esterne che danno su una strada colma di alberi e botteghe. Il fiorista, quello sull’angolo che vende anche verdure fresche, l’enoteca. Ristoranti cinesi, giapponesi, spagnoli e italiani. Sono a breve distanza da Washington Square, da Bleecker street, da MacDougal street, dal Bitter End,dove si muovono ancora le ombre di Lenny Bruce e Pete Seeger. Dal Wha? dove Dylan esordì ed anche Hendrix fece musica. Passeggiando ti aspetti di incontrare Peter, Paul & Mary, Woody Allen con Diane Keaton. Vedi Phil Ochs e Dave Van Ronk suonare seduti sulla panchina di fronte alla fontana. Gallerie d’arte e di fotografia in Prince street. Adoro questi luoghi e tutto ciò che evocano. In questa visita alla “Grande Mela” non mi accontento e mi spingo oltre, ad Harlem, nel cuore nero di NYC. Non è più un quartiere pericoloso. Gli afro-americani che vi risiedono sono come i personaggi dei video rap. Altri sono artisti. Alcuni si radunano in comizi di protesta in stile Black Power, ma ti accorgi che parlano di religione. Molti sono nelle chiese a cantare gospel. Poi c’è il monumento, l’Apollo Theatre. Qui, prima fu il jazz, poi arrivarono anche Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, il signor dinamite, James Brown. Anche il giovanissimo Michael Jackson esordì in questo teatro. Rientro percorrendo Malcolm X Boulevard.

NYC Greenwich Village
NYC Greenwich Village

Come mi sento lontano da Zabrieski Point, dalla Monument Valley, dalla Route 66, dai deserti del New Mexico, eppure sono passati pochi giorni. Il JFK Airport mette in sottofondo “Expecting to fly” dei Buffalo Springfield e mi saluta, Ciao America, ciao Southwest, ciao Wild West. Tornerò ancora su altre strade del Rock.

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 Da http://www.spettakolo.it/ 22/11/2016

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

“Vinyl”, prima puntata

17 Feb

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Lunedì 15/02/2016  ho visto la prima puntata della serie tivù “VINYL” su Sky Atlantic, in lingua originale con i sottotitoli. Per chi conosce l’inglese questa modalità permette di cogliere le sfumature del linguaggio crudo di quegli anni in quegli ambienti ed evita di far raggelare il sangue quando il doppiaggio cade rovinosamente su certi termini sbagliati (tutti ancora rabbrividiamo quando riguardiamo i film BLUES BROTHERS e CADILLAC RECORDS e sentiamo tradurre HARP – armonica a bocca- con ARPA)

La serie mi interessa molto, questa è una ovvietà, il Rock è la mia vita e il 1973 è il mio anno, ossia quello che avrei voluto vivere per quanto riguarda la musica Rock, ma forse Scorsese ha un po’ esagerato riguardo il sesso e la droga. Magari è stato davvero così, Jagger c’era, inutile discutere, ma in questa prima puntata questi due elementi sono praticamente in ogni fotogramma. Capisco che il pubblico del giorno d’oggi ha continuamente bisogno di sensazioni forti, ma qui si rischia la deriva caricaturale.

Noto con piacere il poster di JOHNNY WINTER negli ufficia dell’etichetta discografica messa in scena e mi infiammo quando parte il riff di FRANKENSTEIN di EDGAR WINTER in una delle sequenze.

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Non mi aspettavo citazioni così dirette dei LED ZEPPELIN e sul momento sono sobbalzato sul divano.

ROBERT PLANT e JOHN BONHAM nel backstage (che nella realtà non era quello del MSG) che si vede nel film dei LZ “THE SONG REMAINS THE SAME”, nella scena in cui PETER GRANT prende a male parole il responsabile dell’organizzazione per aver lasciato via libera a chi vende merchandising farlocco.

L’attore che impersona Mr G non è imponente come lo era il manager dei LZ. Poca somiglianza anche con l’attore che impersona ROBERT PLANT. La scena si chiude con una ripresa dei LZ presi da dietro dove si nota anche JIMMY PAGE. Non ho fatto caso se il suo costume di scena fosse consono all’anno 1973. Di sicuro non lo sono stati i rifacimenti di I CAN’T QUIT YOU BABY, di YOU SHOOK ME e SOMETHING ELSE brani non presenti nelle scalette del tour del 1973. Da sottolineare il fatto che non si trattava delle versioni originale, ma di cover fatte apposta per la serie TV. Immagino che i LZ chiedano cifre molto alte per permettere l’uso della loro musica originale e che pure storcano il naso di fronte a richieste di questo tipo, ma possibile che due pesi massimi come Scorsese e Jagger non siano riusciti a trovare un accordo con loro? Possibile che Jagger non sia stato capace di andare da PAGE e PLANT e cercare di mediare?

(clip aggiunto il 18/2/2016)

Jagger, Bobby Cannavale, Scorsese

Jagger, Bobby Cannavale, Scorsese

Nonostante tutto sono rimasto attaccato allo schermo fino alla fine, molto interessato alla cosa. Registro però un appagamento non totale, una sorta di orgasmo non esattamente riuscito. Spero che le prossime puntate mi permettano di raggiungere l’estasi.

Vinyl

PS: posto il link all’articolo su Facebook, il primo commento è di Picca che scrive: “Non può piacerti del tutto. Tu la tua serie Vinyl ce l’hai in testa da 40 anni”. Ecco, in una frase risolto il problema.

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN (Ridley Scott 2015) – TTT½

16 Ott

Mi dicono che “L’uomo di Marte” di Andy Weir sia un libro avvincente e molto bello, libro da cui è tratto il film SOPRAVISSUTO – The Martian di Ridley Scott.

La trasposizione sul grande schermo tende inevitabilmente ad annacquare il pathos narrativo, dovendo condensare il tutto in un paio d’ore, così in questo caso il soggetto ridotto al minimo di questo film non è che sia proprio rivoluzionario o incredibile, tutt’altro, ma il connubio fantascienza-Ridley Scott è qualcosa a cui non ci può sottrarre.

Amo il genere, amo la saga di ALIEN, dunque eccomi qui in questo tardo pomeriggio di sabato in un multisala di Herberia pronto a godermi l’ultimo film di Mr Ridley.

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Alla fine esco dal cinema soddisfatto, nulla di straordinario forse, ma il film regge piuttosto bene, Scott fa quello che sa fare e cioè rendere cinematografica una storia, che, come detto, in questo caso non è nulla di speciale. Forse però anche in questo sta la forza del film, la storia in questione è verosimile, la fantascienza applicata a quello che potrebbe essere il quotidiano (nella accezione più ampia del termine) tra qualche lustro.

Le riprese in esterno sono suggestive, a tratti evocano certi grandi western del passato, a me è venuto in mente SENTIERI SELVAGGI. Lo spirito di sopravvivenza e di adattamento dello scienziato-biologo Mark Watney è lo stesso di quello di altri personaggi di romanzi del passato, riadattato per il prossimo futuro. E’ la caparbietà del protagonista forse il punto focale del film, a cui fanno da contorno l’affascinate scenografia, le navicelle spaziali, gli interni della base e del mezzo di trasporto.

Forse avrei preferito un’atmosfera più profonda e torbida, quella a cui ci aveva abituati Scott con ALIEN, BLADE RUNNER e PROMETHEUS; in certi momenti il film diventa quasi scanzonato e il contrasto con la situazione e col genere mi pare un po’ fuori luogo (anche la colonna sonora composta da brani di disco-music, nel film appartenuti al bagaglio di un altro membro dell’equipaggio, sembra forzata). Aleggia come sempre un po’ di retorica americana, è un riflesso fisiologico in questo tipo di produzioni, ma probabilmente meno di ciò che ci si aspetta. L’unico vero brivido lo si prova verso la fine, ma a dispetto di ciò THE MARTIAN rimane una visione piacevole. Due ore spese bene.

Biglietto THE MARTIAN

 

PAM GRIER di nuovo a Detroit – di Paolo Barone

25 Feb

Noi italiani l’abbiamo conosciuta soprattutto con il film di Tarantino, dove lei era l’indimenticabile Jackie Brown. Ma qui in America e’ un icona pop, una star a tutti gli effetti, stiamo parlando di lei, the one and only Pam Grier!

Pamela Grier

Pamela Grier

Protagonista assoluta di tantissimi film anni ’70, quelli della cosiddetta Blaxploitation, in cui musica soul, vita di strada, azione, sesso e violenza erano gli ingredienti della miscela esplosiva, Pam Grier e’ arrivata a Detroit, sua casa spirituale, per una retrospettiva di tre giorni. L’abbiamo incontrata sabato pomeriggio al Redford Theater, prima e dopo la proiezione di Foxy Brown (1974) forse il suo film piu’ famoso da queste parti. Il pubblico era quello delle grandi occasioni, diviso equamente fra afroamericani e bianchi di varie provenienze, con personaggi di ogni tipo. Dalle facce note del giro rock, agli intellettuali cinefili ma anche da intere famiglie dei ghetti, e del sottoproletariato bianco che qui molto gentilmente chiamano “white trash”.

Fila per gli autografi, magliette, un po’ di merchandising ma niente di che, nulla che faccia pensare alla star commerciale. Pam ancora bella nei suoi sessanta e passa anni, si e’ raccontata a viso aperto. Ha parlato di come fosse ancora piu’ difficile di oggi, per una ragazza nera crescere nel gigantesco ghetto degli Stati Uniti d’America. Ci ha detto di come nel suo vicinato non arrivasse nemmeno l’ambulanza, cosi che il medico locale si faceva aiutare dalla madre di Pam, in cucina, per suture e prime cure d’emergenza. Della forte discriminazione razziale e poi, all’interno delle stesse comunita’, del sessismo soffocante. Per cui una ragazza, specie se afroamericana, non contava praticamente nulla senza un uomo accanto. Contro tutto questo lei ha duramente lottato, sempre, prima nella sua famiglia, nel suo vicinato e poi nel suo ruolo di attrice. “Ho portato la mia voce politica che parlava di sessualita’, liberta’ ed uguaglianza”, senza compromessi, essendo sempre se stessa. “Mai usato una stunt nei miei film, mai accettato censure e compromessi, quella che portavo sullo schermo era una rappresentazione di quella che ero e delle donne con cui avevo passato i miei anni”. Esperta di Karate e Kung Fu, padrona al cento per cento della sua esplosiva carica erotica, la sua figura pubblica ha rappresentato un forte momento di rottura degli schemi, di impatto culturale, ben oltre le sue aspettative. E’ diventata una star, ma e’ rimasta sempre con i piedi e tutto il notevole resto ben piantati per terra, anche dopo essere stata portata da Tarantino in giro per il mondo. E’ stato un piacere incontrarla, e vederla muoversi completamente a suo agio fra la gente di Detroit, che quando la vede sullo schermo spaccare teste, saltare fra le pallottole, e sedurre con la sua bellezza, ancora non si trattiene e si mettono tutti a fare il tifo, a fischiare e chiamarla per nome. Spettacolo nello spettacolo.

Pam Grier

Pam Grier

Prima di andare via la salutiamo, e forse conscia di essere amata dai rocker della motorcity ci ha raccontato una piccola storia.

Una volta era a Los Angeles e il produttore del suo film stava andando al Trobadour con altri personaggi famosi fra cui John Lennon. Le chiese di andare, ma lei in un primo momento rifiuto’, non sentendosi a suo agio in una compagnia esclusivamente maschile. Ma lui insisteva, e poi…insomma, si ritrova al tavolo con Lennon in piena crisi matrimoniale con Yoko. Lui conosce a memoria tutti i suoi film, e lei lo consola fra un bicchiere e l’altro, dicendogli che forse e’ il caso di tornare da Yoko a NYC. A un certo punto Pam si mette a cantare qualche parola di “can’t stand the rain” e John si unisce a lei, cosi che in pochi minuti tutto il locale ammutolisce e si mette a sentire Lennon che canta…Arriva pero’ il momento del gruppo che quella sera doveva suonare nel locale, e faticosamente si cerca di spostare l’attenzione della gente verso il palco. Loro se ne stanno buoni per un po’, ma poi complice anche il tasso alcolico, John le dice “hey Pam questi sono fottutamente noiosi!” E si rimette a cantare “can’t stand the rain” questa volta coinvolgendo tutto il pubblico presente…finche’ la situazione diventa del tutto fuori controllo, arriva la polizia e si porta via Lennon, Pam e qualche altro loro amico. “La mia cena con John e’ finita alla stazione di polizia di L.A. lo dicevo io che era meglio se non uscivo che sarei finita nei guai!”

Andiamo via, mentre lei si sposta nel ristorante di fianco al cinema per una cena con tutti i fan che vogliono seguirla.

Come dice il film “Foxy, you are a whole lotta of a woman!”

Paolo Barone ©2014