Per quanto siano amici i lettori o collaboratori del blog, non sono solito pubblicare loro “racconti”. Articoli, commenti e considerazioni che ritengo interessanti vengono regolarmente pubblicati, a mio insindacabile giudizio. Credo che questo, come già detto, renda il blog meno monotono e più frizzante. Faccio volentieri una eccezione per questa cosa di Francesco, perché mi piace molto e perché ben si sposa con lo spirito del 25 aprile. Buona lettura.
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The ties that bind. Now you can’t break the ties that bind (Bruce Springsteen)
“Non aprono, ancora non aprono. Alle sei avrebbero dovuto aprire, sono le sei e mezza ma i cancelli restano chiusi”. Maria non vedeva l’ora di entrare nel Palasport, di correre verso il palco e, se possibile, di appiccicarsi alle transenne per essere lì, lì sotto, e vederlo da vicino Bruce, magari essere issata sul palco per “Dancing in the Dark” (MAGARI!), poter cantare a squarciagola la sua preferita, che solitamente Springsteen tiene come bis: “It’s a town full of losers / And I’m pulling out of here to win”. “Le sette meno un quarto e ancora niente, non è normale, il Boss è unico anche in queste cose, è puntuale, e adesso sta pure piovendo, mannaggia…” Le voci cominciano a girare tra la marea umana che circonda il Palasport, tutta intenta a ripararsi come può dall’acqua che viene giù: concerto annullato, Springsteen sta male, “No, nooooo! E quando ci ricapita Bruce a Bologna, io lo voglio vedere qui, nella mia città!”; problemi di ordine pubblico, la Prefettura non autorizza il concerto, “Ma che ca…, questi non hanno niente di meglio da fare, oddio no!” Poi, finalmente, gli altoparlanti diramano il comunicato ufficiale che rassicura tutti: ritardo, un banale ritardo, Springsteen e tutto il seguito, in arrivo dalla Germania, sono stati rallentati da una nevicata sul Brennero, il concerto si terrà regolarmente, solo inizierà in ritardo. “E vai, che sarà mai un po’ di ritardo, tra poco sarò lì sotto, non sarà certo la neve a fermare il Boss, la neve…”
La neve, ricordo solo tanta neve e un gran freddo, freddo dentro, eppure le nostre due biciclette andavano, dovevano andare, non c’era tempo per il freddo. La Irene aveva qualche anno più di me e cercava di farmi coraggio, ma io avevo paura; pure lei ne aveva, lo so, ma faceva finta di niente. Il ponte a Serravalle, ora lo vedevamo tra i fiocchi che continuavano a cadere, le due sentinelle erano lì e vedendoci arrivare ci vennero incontro con i mitra spianati; poi, rendendosi conto che si trattava solo di due ragazze, li misero giù – ingenui! – e ci sorrisero. “In giro con questo tempo, bellezze?” Anche loro erano poco più che ragazzi, le uniformi repubblichine o quel che ne restava e sopra altri stracci per proteggersi alla meglio dal freddo. “Torniamo dall’ospedale, abitiamo su all’Abbazia” fu la risposta pronta di Irene. Il che era vero, o quasi, avevamo incontrato Lupo dietro l’ospedale, dove ci aveva consegnato le armi, ed eravamo dirette all’Abbazia, dove dovevamo recapitarle agli altri compagni. “Con questo tempo non c’è modo di aggirare il ponte e lì ci sono due sentinelle repubblichine, due ragazze daranno meno nell’occhio ma dovete essere pronte al peggio, queste due tenetele a portata di mano, sapete come usarle…” ci aveva detto Lupo, e ci aveva dato due pistole già cariche, pronte a sparare. “Che Dio vi protegga, ma se sarete costrette a fare da sole non esitate!”
E già, come no, la faceva facile lui. I combattenti erano loro, gli uomini: le donne erano solo “staffette” – che poi non ho mai capito esattamente cosa volesse dire – ma spesso i compiti più ingrati toccavano a noi.
“All’Abbazia, eh? Ma se lassù non c’è rimasto più nessuno dall’ultimo rastrellamento, vediamo un po’ cosa portate…” “Dai, venite a divertirvi un po’ con noi.” Rastrellamento, sapevo quale effetto avrebbe avuto questa parola su Irene, lei che in quel rastrellamento aveva perso i suoi genitori. Non feci neanche in tempo a vedere i suoi gesti: un solo colpo centrò in piena fronte quello dei due che le si stava avvicinando. L’altro si voltò verso di lei alzando il mitra e fu lì che sparai: tutti i colpi che avevo finché il percussore cominciò a battere a vuoto, ma io continuavo, continuavo e piangevo, e urlavo e piangevo, e piangevo e urlavo…
Le urla di Maria si perdevano tra le altre. La E-Street era sul palco e Bruce in gran forma, l’attacco alle transenne non era riuscito e lei si trovava defilata, sulla sinistra del palco e leggermente indietro, ma andava bene lo stesso. “My love will not let you down…” E ballava Maria, ballava e cantava, e con lei altre migliaia di corpi e di voci. La prima volta che aveva visto Springsteen dal vivo era stato a Roma nel ’93, con i suoi genitori: lei era poco più di una bambina ma era stato subito amore, anzi Amore, così, a prima vista e al primo ascolto. “Non si può star fermi quando canta Bruce, viene voglia di muoversi, di fare qualcosa, fosse anche solo urlare quello che hai dentro e che fore non riuscirai mai a dire a nessuno…” “Badlands, you gotta live it every day, let the broken hearts stand as the price you’ve gotta pay, we’ll keep pushin’ till it’s understood, and these badlands start treating us good…”
“Good, very good” ripeteva l’ufficiale americano al quale I partigiani, in fila uno dietro l’altro, stavano consegnando le armi. A me sembrava normale, la guerra era finita, basta armi basta morti basta sangue basta odio rivogliamo la nostra vita e i nostri sogni e vogliamo tornare a sperare e che ci sia qualcuno ad aspettarci o da aspettare e dei bambini e rispetto per tutti e niente più ingiustizie e in fondo è per questo che avevamo combattuto… Irene no, non ci stava, diceva che avevamo conquistato la nostra libertà per poi svenderla a qualcun altro. “Piantala!” le urlò Lupo, “una donna non dovrebbe occuparsi di queste cose!” Già, noi eravamo soltanto “staffette” ma gli occhi di quei due io me li ricordo ancora, sbarrati, stesi in mezzo alla neve sembravano guardarci stupiti, forse non se lo aspettavano da due ragazze. Quando Irene mi prese la pistola io continuai a piangere, erano solo due ragazzi, dalla parte sbagliata, certo, ma solo due ragazzi, che forse avevano delle ragazze ad aspettarli, una madre, un padre, solo due ragazzi, due cuori che avevano smesso di battere, due cuori…
“Two hearts are better than one, two hearts girl get the job done…” Maria non stava più nella pelle dall’emozione, I suoi occhi erano umidi di gioia, le gambe la sorreggevano a stento ma continuava a muoversi, a ballare, a cantare, poi… improvvisa, una vibrazione improvvisa nella tasca dei jeans: il telefonino. Maria lo tirò prontamente fuori e quando vide comparire nel display “Mamma” rispose senza esitare, circondata dal frastuono più totale, spostandosi di lato e accostando l’apparecchio all’orecchio destro, tappandosi il sinistro con l’altra mano.
“Mamma?!”
“La nonna, tesoro, ci siamo, sta morendo, chiede insistentemente di te, vieni ti prego.”
Maria si fece largo, fino ad arrivare a uno dei corridoi che portano verso l’esterno: riuscì a dire soltanto “sto arrivando.”
Per tutto questo tempo ho cercato di cancellare quegli occhi ma non ci sono riuscita, solo che ora rivedo tutto con un tale nitore, come se stesse accadendo qui e ora. Pensavo, speravo che tutto quello servisse per costruire un mondo migliore e di pace e mai più guerre e mai più occhi sbarrati a chiedersi perché? e bambini che giocano e uccelli che volano e cieli azzurri e magari anche la neve e il mare e gente che sta insieme e canta felice e i prati verdi e i campi di grano con le lucciole nelle sere d’estate e i fiori e la luna e le stelle…
“E la macchina adesso? No, accidenti, chiamo un taxi che faccio prima.” Il taxi arrivò in pochi minuti e in altrettanti pochi minuti fu all’ospedale Maggiore. Dall’ictus di due settimane prima sua nonna non si era ancora ripresa: fino a quel momento era sempre stata in gambissima nonostante l’età, lucida, energica, attiva, ma ora… E lei a sua nonna era sempre stata molto legata, per questo nonostante il concerto il cellulare lo aveva tenuto acceso, per essere vicina a nonna Bianca qualora ce ne fosse stato bisogno. Abbracciò suo padre che era fuori dalla stanza, poi entrò e vide sua madre con il viso pieno di lacrime accanto al letto: la nonna era lì, con gli occhi aperti, vedendola entrare abbozzò un sorriso e riuscì a sollevare una mano tendendola verso di lei. Maria la prese e la strinse, inginocchiandosi sul pavimento. Fu in quel momento che gli occhi dei due ragazzi si chiusero per sempre, nonna Bianca non avrebbe più pianto per loro, non avrebbe più pianto – come le capitava spesso – per nessun altro, non su questa terra almeno. Maria stringeva la mano della nonna con la destra, con la sinistra prese quella di sua madre. In quel momento Bruce era arrivato al finale di “Hope and Dreams”:
“This train
Dreams will not be thwarted
This train
Faith will be rewarded
This train
Hear the steel wheels singin’
This train
Bells of freedom ringin’”
Maria sorrise, piangendo sorrise. Si alzò in piedi e abbracciò la madre. “Un altro taxi” pensò, “tanto devo andare a recuperare la macchina, se prendo un altro taxi arrivo in tempo per i bis”.
Nota: il concerto a cui ci si riferisce nel racconto è quello di Springsteen a Casalecchio di Reno nell’aprile 1999, la sequenza dei brani in scaletta non corrisponde però a quella reale.
© Francesco Prete 2012




Francesco e’ un bravissimo scrittore di racconti, e questo gli e’ venuto proprio bene! Toccante, profondo e leggero al tempo stesso.
Che bel regalo. Grazie Ciccio, grazie Tim, auguri di Liberta’ a tutti i lettori del Blog.
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Un racconto che sposa la resistenza ad un concerto di bruce e che
offre diversi spunti.
Il piu’ interessante é per me quello dei tanti ragazzi che fecero allora
la scelta ( sbagliata ) di combattere a fianco dei nazi tra i repubblichini.
Io conosco uno di questi ( adesso ha novant’anni ).
Catturato dai partigiani, fu messo di fronte ad un muro e poi graziato.
Allora aveva 22 anni e come tanti altri, nella confusione di quei giorni,
credeva ad un ( improbabile ) riscatto della patria che era accusata di
avere tradito l’alleanza con la germania.
Lui non mi ha mai raccontato la sua storia.
L’ho saputa dalla madre tanti anni fa.
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