Darko Cvijetić “L’ascensore di Prijedor” (2018 Bottega Errante Edizioni) – TTTT

16 Giu

La descrizione qui sotto dice tutto: “La sua lingua poetica, a volte cruda e tagliente ma sempre umanissima, raccoglie le storie, le accosta le une alle altre in un montaggio che non fa sconti e non giudica” …ecco, proprio così. Fino al 1992 in un condominio inaugurato nel 1975 che avrebbe dovuto rappresentare con successo il melting pop Jugoslavia, famiglie di inquilini di tutte le classi sociali ed etnie vivevano la propria quotidianità. Piccole storie che si incrociavano e fondevano l’un l’altra fino all’arrivo della guerra. Quando il comunismo perse la sua forza ideologica si ebbe la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia,  si fecero allora strada i feroci nazionalismi che portarono alle guerre jugoslave 1991/2001. All’interno di esse vi fu la guerra di Bosnia ed Erzegovina del 1992-1995, quella a cui fa da teatro questo libro. Nel condominio di 104 appartamenti divisi su 13 (poi diventati 12 per scaramanzia) tutto salta, i vicini diventano nemici, gli uomini partono per il fronte e le storie di ordinaria quotidianità diventano tragedie e orrori. Cvijetić raccoglie brevi istantanee e le mette nell’album una dopo l’altra. Registra, racconta, lascia spazio al silenzio. Un libro crudo ma umanissimo, da leggere.

L'ascensore di Prijedor

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Un condominio di mattoni rossi, inaugurato nel 1975 per ospitare 104 famiglie di tutte le fedi, di ogni provenienza e ceto sociale, un “villaggio verticale” abitato da un mosaico di persone che rispecchiano la Jugoslavia: un sogno di emancipazione alto 13 piani che si eleva al di sopra della cittadina di Prijedor. Una comunità che si sgretola nel 1992, già nei primi giorni della guerra, quando gli aggressori entrano prepotentemente nel palazzo e ne devastano la struttura sociale, e i vicini di casa si trasformano in soldati e nemici. “Cvijetic non si allontana mai da quel palazzone che fu luogo di risate e feste e amicizie. La sua lingua poetica, a volte cruda e tagliente ma sempre umanissima, raccoglie le storie, le accosta le une alle altre in un montaggio che non fa sconti e non giudica” (Federica Manzon).

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