Ecco, non mi dispiacerebbe avere vicino a me un caffè un po’ retrò dove rintanarmi ogni tanto, un caffè diverso dai tanti bar odierni sempre più anonimi e sempre meno suggestivi … ci fosse, ordinerei un cappuccino, un krapfen o una svedese (ma anche una danese o una norvegese andrebbero bene) o anche una fetta di torta di riso, sulla Gazza leggerei le due pagine dedicate all’Inter, poi ordinerei un caffè espresso. Sfoglierei i libri che avrei portato con me, aprirei il block notes, cercherei di mettere su carta i pensieri che mi passano per la maruga*. Magari verso mezzogiorno ordinerei un toast, un’insalata, una belgian blanche ghiacciata, poi una coppa di frutta fresca e per finire un Rum on the rocks con la fettina di limone (il lime è per le nuffie). Passare insomma mezza giornata in una comfort zone che non siano le mura tra cui vivo. Due battute col vecchio Jusfèn, quattro chiacchiere con gli avventori che avrei finito per farli diventare figure famigliari e magari incontrare gli amici che si fermano lì quando sono nei paraggi. “Dai Jaypee, vin chè ca bbòm quel, sa vot, ‘na coca cola o un amaro Nonino? Et sintùu cal bootleg ed Johnny Winter ca tò mandèe?” (Dai Jaypee, vieni qui che beviamo qualcosa, cosa vuoi, una coca cola o l’amaro Nonino? Hai poi ascoltato quel bootleg di Johnny Winter che ti ho inviato?).
E così starmene lì a vedere l’estate passare, a contemplare gli sbagli fatti, a valutare l’uomo che sono, a sbirciare dalle vetrate le nuvole che scivolano sul cielo azzurro e ad aspettare la far away eyes girl.
Poi, come spesso accade nella mia maruga, mi avvierei verso la stazione, salirei sul primo treno merci che porta al sud, là sino alla fine della strada.
Il fischio del treno mi terrebbe compagnia, così come l’ostinato ritmo dato dallo sferragliare sui binari.
Arriverei a sera inoltrata in una stazione di raccordo, chiederei da quanto è partito l’ultimo treno della sera,
cercherei una sistemazione per la notte in una stamberga lì vicino, una di quelle con la vecchia insegna al neon la cui intermittenza tiene compagnia tutta la notte e al mattino mi risveglierei al solito posto, con la sveglia delle 6:30 che mi ricorda l’incipit di una mia vecchia canzone: “(Ecco) un’altra mattina di merda”
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TRENI LOCALI “Sotto Tiro” (© Stefano Tirelli – SIAE 1995)
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*JUSFEN / SMOKEY:
Giuseppe – nel dialetto emiliano Ióffa, diminutivo Jusfèn. La semiconsonante J (i lunga, che non è la jay inglese, porca miseria!) si pronuncia più o meno come la i (nei tempi andati si trattava di una variante grafica) ma a seconda delle zone la j ha una pronuncia più o meno caratterizzata, rispetto alla i normale probabilmente più suadente.
Smokey – nello slang della zona dei monti appalachi significa vecchio uomo di colore
(Tim Tirelli)
* MARUGA:
Marùga: in italiano testa, capo. Termine sardonico che non si limita a indicare una parte anatomo-scheletrica ma ne intende pure le qualità intrinseche. Avere della marùga significa infatti utilizzarne al meglio le proprietà intellettive concernenti, come si evince facilmente nell’esempio colloquiale ‘Se lò al zòga un càregh, tè dagh na sflènga se n’t ghe brìsa da struzèr! Dròva la marùga, gabiàn!’. La marùga è quindi la testa nel senso più ampio di intelligenza, oltre che semplice contenitore osseo di poltiglia grigia. Ancora più impattante può essere l’utilizzo del termine marùga in avvincente tandem con la locuzione ‘avèr (o avèregh) dal capèss’, ovvero possedere il rarissimo dono del comprendonio. Un esempio di potente espressività è rintracciabile nella frase: ‘Me fiòl a scòla al ciàpa sol di quàter, chl’imbambì… a g’ho dètt ed druèr la marùga, ma mè a g’ho indavìs c’an gàpia brìsa dal capèss, cumpàign a c’la chèvra ed so mèdra…’. Si evince perciò che le sinapsi del capèss si trovano all’interno della marùga (assioma). Come dicevamo poc’anzi, la marùga non ha però soltanto accezione di ‘intelligenza’ ma può anche semplicemente significare ‘il capo’ nel senso di testa.
Il vocabolo si può quindi utilizzare anche nel senso più diretto, meno lato: ‘La muièra ed Gibertèin l’è ‘na batidòra da quand l’era zòvna. A Camp’sant is l’arcòrden incàra…l’as fèva dèr da tòt in paès, angh fèva schìva gninta, t’en fèv mènga in tèimp a dìr ‘scòlta’ che lè l’era bèle a gambi avèrti…adèsa al pover Gibertèin al g’hà na curòuna ed còren inzèma a la marùga c’an pàsa piò da la porta…’. Se la marùga dovesse presentare dimensioni notevoli, allora viene simpaticamente definita ‘mazòca’ (da cui mazucòun: possessore di ingente marùga con misura che va dal 60 in su). Nell’evenienza invece di una testa completamente pelata (lòstra come ‘na bòcia da bilièrd), non si dirà marùga ma piuttosto zòca plèda. Marùga quèdra, in senso di nativo di Reggio Emilia, è raro. Molto più frequente l’universalmente comprensibile testa quédra.
(di Stefano Piccagliani – dalla Gazzetta di Modena 2018)
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Il caffè di Smokey Joe dunque qui non c’è, così quando la mia comfort zone non sembra più essere tale, dopo una giornata di lavoro e di turbolenze spirituali, risalgo sulla blues mobile e riparto ad inseguire una morbida scia. La Sigismonda è sintonizzata stranamente su un album degli UFO che non amo particolarmente, fu infatti un discutibile e goffo tentativo di inserirsi nella scia dell’hair metal statunitense degli anni ottanta, tuttavia la voce di Phil Mogg ha sempre un ascendente su di me e allora eccomi trasportato dal pezzo in tonalità minore dal titolo che mi si addice
per poi tornare adolescente e perdermi nei sogni un po’ retorici e malinconici …
Tangenziali, zone industriali, campagna nera, circumnavigo intorno alle mie due città. L’abisso della notte sembra irretirmi, il nido di stelle si perde e svanisce in lontananza, là dietro a galassie sconosciute.
Ma poi il blues feroce si placa, la pressione sull’acceleratore diminuisce, il furore si stempera, una barlume di quiete ritorna a governare i tre uomini che sono, Ittod si eclissa, Tim rimane silente e Stefano decide di tornare alla House of Blues, la casetta derelitta in cui vivo.
Una doccia, un Southern Comfort on the rocks, un disco … vediamo se Miles mi risistema l’animo prima di andare a dormire.





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