Pioggia fredda sulla pianura (Jeff Beck Blues)

25 Gen

Pioggia fredda sulla pianura in questo sabato mattina: siamo di poco sopra lo zero. La pioggia è di media intensità, ma è dura e, giustamente, sembra non importarsene delle seccature degli esseri umani.

Entro in macchina, fa freddo. Cerco riparo in Live in Tokyo (2014) di Jeff Beck; dopo un breve accenno a Goodbye Pork Pie Hat parte Brush With The Blues.

La Blues Mobile rolla placida tra la campagna mentre cade la pioggia.

Pioggia fredda a Borgo Massenzio – gennaio 2026 – foto Saura T

L’abitacolo ora diventa una zona di comfort: la condizione psicologica in cui ci si sente sicuri, a proprio agio e senza ansia, grazie alla familiarità di situazioni e comportamenti conosciuti, dove il livello di rischio percepito è basso e le prestazioni sono stabili.

Si dice che, sebbene offra sicurezza e controllo, uscirne gradualmente sia fondamentale per la crescita personale, l’apprendimento di nuove competenze e la scoperta di nuove possibilità, espandendo i propri limiti senza forzarsi troppo. Mi pare di non correre questo pericolo: perciò, questa mattina, Jeff Beck me lo godo senza patemi.

Ecco Danny Boy

È una meraviglia sentire un chitarrista suonare così. Mi chiedo se davvero Beck sia stato il miglior chitarrista del pianeta; la risposta che mi do è affermativa. Uno con un dominio completo dello strumento come il suo, unito a una tecnica così immacolata da incutere quasi terrore e a una capacità espressiva nella solista che credo di aver sentito altrove solo molto, molto raramente.

Quel misto di blues, rock, hard rock, jazz-rock, musica sperimentale e melodie universali è davvero qualcosa di unico. Certo, come ho scritto più volte, ha una discografia non facile: un paio di album stupendi, poi dischi impegnativi, altri non del tutto riusciti, qualcuno persino bruttino. Ma da un punto di vista chitarristico Jeff va di diritto nel livello più alto dell’empireo dei beati (o, meglio, dei dannati).

Corpus Christi e A Day In The Life mi trasportano in altre galassie…

Jeff Beck lo abbiamo perso tre anni fa. Elaborare di nuovo questa assenza è come ricevere una lancia nel costato. Per gli uomini e le donne di Blues che siamo, queste perdite rendono meno riconoscibili le coordinate che usiamo per orientarci nel mondo. Certo, abbiamo ancora Keith Richards, Jimmy Page e qualcun altro… ma per quanto ancora? Meglio non pensarci.

Jeff Beck vive.

PS: mi basta vedere il lunghissimo jack (collegato alla chitarra) che usa per stimarlo una volta di più.

BRUTTURE DEL MONDO

Questo argomento sta diventando troppo frequente qui sul blog, lo so. Ma come si fa a far finta di niente? Dalla tremenda situazione internazionale alle tragedie che capitano — spesso per grave colpa di qualche umano — fino alle piccolezze, che sembreranno anche futili ma descrivono fin troppo bene il mondo in cui siamo finiti.

La nuova Gestapo al servizio dello sceriffo, la spinta imperialista senza freni di quest’ultimo, chi vorrebbe dargli il Nobel per la pace, la valanga di melma che l’estrema destra al governo – e a capo di alcuni quotidiani – riversa su chi dissente o semplicemente esprime opinioni diverse (Alexander Barber, anyone?), lo Zar, Volodymyr, Benjamin e compagnia. Ma si può, nel 2026, vivere in un mondo come questo?

Si è tornati alla violenza verbale totale, all’aggressione fisica. Si gonfia sempre di più un capitalismo senza regole, sostenuto da una tecnocrazia fascistoide; si calpesta e si riduce a uno straccio la democrazia, o quel che ne restava. Chi non concorda con il triste mantra dio, patria e famiglia (tutto rigorosamente in minuscolo) o con la Costituzione antifascista viene fermato dalla polizia. Ma dove caxxo siamo finiti?

Una larga parte della popolazione non si indigna nemmeno più: assuefatta — o forse contenta — della situazione, dell’animale forte al comando.

L’incapacità di accettare il fatto che è la natura ad imporre l’urbanistica delle città e degli insediamenti dove viviamo.

Il DDL stupri ricucito all’ultimo momento da una visione maschilista e patriarcale. La cultura (?) statunitense come unico modello da seguire — o da imporre. L’italiano, la nostra bellissima lingua romanza, costretto a sottomettersi a quell’idioma gutturale originato dal ceppo germanico che è l’inglese.

Ma l’avete sentita la giornalista Sky dire oggi, durante un servizio: «questa cosa garantisce l’effetto wow»? Sentite le colleghe che durante le call aziendali non riescono a usare il termine illustrazione e finiscono per dire: «non posso correggere il testo perché questa è una picture»?

E poi gli skills, la location, il sentiment, l’argument, il dissing.
«Ti forwardo il file così lo puoi sharare».
«Dobbiamo pushare questa thing ASAP».

Vogliamo poi parlare poi dei musicisti?
«quel tizio ha un sound molto deep e clean», «questo ampli è super warm».
E il castamasso della Cesira, no?

Ma andate a farvi dare dove si nasano i meloni, come diciamo qui nell’Emilia centrale.

PLAYLIST

Pinotto del 1977 … quando una tazzina di caffè non è sufficiente.

Syd dal primo abum.

Il figlio di … nel 1997.

Le sorelle Wilson nel pantano dell’Hard Rock commerciale

 

Gregg’s blues

PICCOLO FINALE

Per tirarmi su il morale, in pausa pranzo faccio un salto, una volta di più, in Vicolo Squallore, una delle parti di Mutina che in passato costituivano il ghetto ebraico.
Lo percorro cercando di immaginare cosa abbia significato vivere rinchiusi in uno spicchio di città sempre più ristretto due, tre, quattro secoli fa. Medito sulla pazzia delle società umane, sul destino che ci tocca a seconda di dove nasciamo e del contesto in cui cresciamo.
Dovremmo essere gli animali più intelligenti, quelli coscienti di sé stessi: dovremmo capire come vivere insieme e in pace, come progredire come specie, e invece guardateci qui…

Vicolo Squallore – Mutina – Gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Vicolo Squallore – Mutina – Gennaio 2026 – foto Tim Tirelli

Lavori di sventramento per creare piazza Mazzini nella zona del ghetto.

Gli ebrei modenesi dal 1638 fino al 1860 sono rinchiusi nel ghetto istituito nella zona tra la via Emilia, il vicolo Squallore, via Cortellini e via Taglio. Significativo è il ‘disallineamento’ delle finestre degli edifici che si affacciano su Vicolo Squallore: il particolare indica la duplicazione di spazi abitativi – attraverso la realizzazione di soffitti, pavimenti e relative finestre – determinati dall’aumento demografico della comunità costretta in uno spazio urbano chiuso e sempre più insufficiente.”

https://resistenzamappe.it/modena/mo_persecuzione/vicolo_squallore

Una delle vie del ghetto prima dell’abbattimento per realizzare Piazza Mazzini

Correre da Robert Allen Zimmerman per trovare un po’ di comprensione sembra l’unica soluzione.

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