Da tempo avevo intenzione di rileggere Kafka: era passato troppo tempo da quando mi immersi nel suo mondo, quasi quarant’anni fa. Sentivo la necessità di tornare tra le sue pagine, di rivivere le vertigini delle sue rappresentazioni mentali, di ritrovare i sentieri dell’inquietudine profonda e del senso di vuoto, di confrontarmi ancora con i soprusi psicologici contenuti nelle sue opere.
Ho scelto questa antologia senza un motivo preciso. Si tratta, senza dubbio, di un’edizione di lusso: copertina rigida, rilegatura curata, 588 pagine, illustrazioni di Alberto Ponticelli. Contiene quasi tutti i lavori per cui è conosciuto, ovvero i romanzi Il processo e Il castello, oltre ai racconti principali. Tuttavia, il tipo d’uomo che sono non mi ha permesso di fondermi anima e corpo con il volume. Sarà perché l’estetica non mi ha conquistato, o forse perché manca America, l’altro romanzo. È possibile anche che la mia ritrosia sia dovuta alla casa editrice: è dall’inizio degli anni Novanta che mi sono allontanato da Mondadori.
Sia chiaro: sono tutte valutazioni estremamente personali, ma essendo questo un blog personale, mi permetto di esprimerle.
Kafka fu, nella mia giovinezza, una figura determinante. Mi arrivò dopo la scoperta di Philip Roth e vi trovai subito un’affinità: i suoi blues ferocissimi, la sua capacità analitica, la sua inesorabilità (tutto sommato tenera) mi catturarono immediatamente.
Rileggerlo oggi, che sono un uomo di una (in)certa età, mi ha in qualche modo preso in contropiede: credevo di saperlo a memoria e invece Il castello e Il processo si sono rivelati diversi da come li ricordavo, più brutali. Anche K., il protagonista di entrambi, mi è parso più severo.
Riscoprirlo mi ha aiutato a collocarlo nella giusta luce, sebbene perdere il Franz Kafka del mio immaginario abbia comportato un certo scoramento. È probabile che ciò sia dovuto al fatto che, in definitiva, furono i Diari 1910-1923, Lettera al padre e Lettere a Milena le opere che più mi influenzarono (anche se devo comunque aggiungere Il castello).
Leggere Kafka è un dovere e un piacere per la donna e l’uomo di blues, e questa rimane un’antologia di livello — giusto rimarcarlo — ma non l’ho sentita mia come speravo.


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