Flashes from the Archives of Oblivion: JOHNNY & EDGAR WINTER The (Rock) Blues Brothers

23 Mar

(A gentile richiesta, ecco un vecchio mio articolo apparso originariamente sulla rivista CLASSIX del 2003)

Albini, texani di nascita ma figli del Mississippi, animati dal blues e spinti dal rock and roll, chitarrista extraordinaire l’uno, cantante multistrumentista superbo l’altro, ecco la storia di Johhny ed Edgar Winter, i fratelli del blues.

Parole di Tim Tirelli

Nato albino e strabico (a Beaumont, Texas il 23/02/44), Johnny Winter non può certo dire che la natura sia stata tenera con lui, ma d’altra parte la stessa gli ha donato un talento puro e cristallino che ha riparato gli errori iniziali.

La famiglia paterna veniva però da Leland (Mississippi) ed è qui che Johnny (ed Edgar) passano gran parte dell’infanzia.

A 5 anni Johnny inizia a suonare il clarinetto, ma in breve passa all’ukelele.

“Mio padre mi disse che gli unici musicisti che avevano combinato qualcosa con l’ukelele furono Arthur Godfrey e Ukulele Ike, così pensai di passare alla chitarra, per avere qualche possibilità in più.” ricorda Johnny.

Nato due anni dopo Johnny, Edgar mostra sin da piccolo una speciale attitudine alla musica; la madre gli insegna le prime nozioni del pianoforte e pochi anni dopo Edgar mostra un grande interesse per il jazz e il rythm and blues, affinando la sua tecnica al pianoforte ed imparando a suonare il sassofono.

Johnny nel frattempo si lascia ammaliare dalle nobili paturnie del blues e si getta a capofitto nello studio di questa musica quasi primordiale.

Nel 1955 i due fratelli si esibiscono per la prima volta in uno spettacolo per dilettanti e negli anni successivi diventano le due figure principali della scena musicale delle loro zone.

Con i nomi di “Johnny Macaroni and the Jammers” e “Johnny Winter’s Orchestra” (ma anche come “Crystaliers”), la band formata dai due fratelli vince un radio contest che li porterà ad incidere alcuni singoli per etichette locali.

Johnny Winter quindi inizia i suoi primi spostamenti: veloci toccate e fuga in Lousiana e a Chicago

contribuiscono a modellare il suo stile, che comincia a farsi molto affascinante. Di ritorno in Texas, riesce a pubblicare altri singoli, alcuni dei quali diventano successi regionali.

Ma seppur interessanti, sono ancora acerbi, sospesi come sono tra pop piuttosto commerciale e un blues non ancora ben definito.

Nella seconda metà degli anni sessanta i tour di Johnny Winter si fanno più intensi e la sua popolarità, seppur sempre ad un livello underground, cresce costantemente.

Nel 1967 registra in proprio alcune blues sessions, che compariranno sotto forma di album due anni dopo con il titolo “The Progressive Blues Experiment” per la etichetta indipendente Imperial.

Con il suo trio Johnny arriva nel dicembre del 1968 a New York (la grande mela diventerà da quello stesso momento la sua casa) e già dai primi concerti il pubbico newyorkese capisce che è nata una stella.

Il giornalista Larry Sepulvado scrive sulla rivista Rolling Stone un articolo che segna la definitiva consacrazione di Johnny Winter.

Nelle settimane seguenti Johnny incontra addirittura Jimi Hendrix allo Scene Club, firma un contratto con la Columbia per 300.000 dollari  (cifra altissima per il periodo) ed entra in studio per registrare il suo primo vero disco ufficiale.

Nel maggio del 1969 l’etichetta Imperial pubblica il già citato “The Progressive Blues Experiment” che incredibilmente raggiunge il n.49 in classifica.

Nemmeno un mese dopo esce per la Columbia l’omonimo primo album che raggiunge la posizione n.24 nella classifica statunitense.

John Lennon, Jimi Hendrix e i Rolling Stones dichiarano pubblicamente il loro amore per questo nuovo grande chitarrista bianco.

La stella di Winter a questo punto brilla in maniera accecante: l’albino entra in studio per registrare una famosa ma oscura session con Hendrix, partecipa a tutti i più importanti festival del periodo (incluso Woodstock) suonando fianco a fianco con Jeff Beck, Led Zeppelin,CSN&Y,Ten Years After etc etc. e facendo jam sessions con gente del calibro di Janis Joplin.

Le sue roboanti versioni di “Johnny B.Goode”, “Meantown Blues” e “Tabacco Road” (quest’ultima con suo fratello Edgar ospite della band) diventano classici del rock.

Sempre nel 1969 esce “Second Winter” un long playing lungo tre facciate (la quarta è vuota) che contiene l’hard rock di “Memory Pain”, la versione in studio ufficiale di “Johnny B. Goode di Chuck Berry e quella “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan che diverranno due dei pezzi con cui Johnny Winter si identificherà meglio.

Il disco raggiunge il n.55 in classifica, ma non è ancora un disco fondamentale per Winter.

E’ nel 1970 che la carriera del chitarrista albino diventa leggenda (per chi scrive) o comunque assai interessante (per i lettori di Classix, almeno in teoria).

Il blues si sposa con l’hard rock fiammeggiante producendo un lustro di grande musica..

Il trio di Johnny Winter viene sciolto, e la nuova band (denominata Johnny Winter And) viene costruita assorbendo i McCoys: Rick Derringer alla chitarra, Randy Jo Hobbs al basso e Randy Z alla batteria…

Tra il 1970 e il 1971 escono Johnny Winter And e Johnny Winter And Live.

Benché Johnny a posteriori sottovaluti questi due dischi, è bene precisare che entrambi sono essenziali.

Il primo mostra materiale originale di grande spessore, “Rock and Roll Hoochie Koo” su tutte, mentre il secondo è la testimonianza del loro live set incendiario.

Sarebbe forse opportuno per chi scrive, evitare certe enfatizzazioni  così tristemente comune nel giornalismo di casa nostra, ma le versioni di “Jumpin’ Jack Flash”(dei Rolling Stones) e di “Johnny B.Goode” contenute in questo primo live non possono essere descritte senza iperbole. Stiamo parlando dei capisaldi della musica rock: duri, potenti, vivi, al calor bianco… insomma una vera meraviglia.

Il lento blues “It’s My Own Fault” e la scorribanda di slide-guitar di “Mean Town Blues” rendono poi questo live irresistibile.

Questi sono due anni magnifici per Johnny Winter, per la qualità delle sue esibizioni, per il successo e per il sincero affetto che il pubblico gli riconosce.

Tour Europei e americani si susseguono (tra l’altro Winter è l’headliner di alcuni storici concerti tenuti al Fillmore East di New York dove l’opening act è la Allman Brothers Band, che da questi concerti trarrà il materiale per Live At The Fillmore, altro album leggendario) e alla fine del 1971 Johnny Winter è costretto ad uno stop: l’abuso di eroina e lo stile di vita del rock and roll lo stanno minando.

A parte qualche apparizione qua e là, il 1972 è un anno sabbatico e di riposo forzato dato che il chitarrista trascorre lunghi mesi in una clinica di disintossicazione.

Edgar Winter nel frattempo cerca di sfruttare l’esperienza e le conoscenze avute tramite suo fratello e nel 1970 pubblica Entrance.

Il disco è accolto benevolmente dalla critica, ma commercialmente non è certo un successone (si attesta al 196esimo posto della classifica di Billboard).

Ma l’intento di Edgar è quello di fare musica seria e non musica commerciale come lo stesso musicista ricorderà anni dopo: “Pensavo a me stesso come ad un musicista serio e non ragionavo in termini commerciali. Forse ero un po’ naif, ma il mio album Entrance è forse quello più onesto e quello realizzato senza compromessi. Credo sia il precursore della fusion”.

In effetti il disco miscela influenze jazz , pop e rhythm and blues, ma il tutto non è ancora a fuoco e solo il classico “Tabacco Road” e lo strumentale “Jimmy’s Gospel” danno i brividi.

Ben presto Edgar assembla una band propria, con una sezione fiati che toglie il respiro e con Rick Derringer alla chitarra. Edgar Winter’s White Trash pubblica l’omonimo album nel 1971 e signori, qui la musica cambia davvero.

Rock anfetamico (“Keep Playing That Rock and Roll”), sapori gospel (“Save The Planet”) e ballate che ti si arrampicano al cuore (“Dying To Live”, “Fly Away”) si attorcigliano al blues e al funk, corroborate da una energia senza confini.

Il disco raggiunge a malapena la Top 100, ma la voci corrono e la “Spazzatura Bianca” di Edgar si trasforma presto da cult band a nome di successo.

Durante il lungo tour promozionale vengono registrate professionalmente un paio di date, che saranno la base di Roadwork, fortunato disco dal vivo del 1972 che passerà 25 settimane nella Top 20 e dintorni.

E’ probabilmente criticabile cercare a tutti costi di etichettare la musica, ma questo doppio live è un condensato di hard-rock-funk-blues suonato in modo divino e passionale.

E’ con il progetto successivo, l’Edgar Winter Group, che il più giovane dei fratelli Winter arriva  in modo definitivo in vetta: l’album They Only Come Out At Night del 1973 (realizzato con l’aiuto di musicisti assai noti quali Ronnie Montrose alla chitarra e Dan Hartman al basso) raggiunte il primo posto in classifica grazie ai singoli “Frankestein” e “Free Ride” e rimarrà nella Top 200 per 80 settimane. La musica di Edgar a questo punto può definirsi puro hard rock,  infettato di blues e di musica americana, ma pur sempre hard rock.

Shock Treatment del 1974 si muove sugli stessi binari (ma c’è Rick Derringer alle chitarre) ed eguaglia il successo del predecessore (pur fermandosi al decimo posto delle classifiche). Da segnare “Easy Street”, ripresa poi negli anni ottanta da David Lee Roth.

Intanto Johnny Winter ritorna in sella, e nel 1973 pubblica Still Alive and Well, altro disco duro, scolpito a colpi di Gibson Firebird e di assoli memorabili. “Rock Me Baby”, “Still Alive And Well”, “Silver Train”, “Let It Bleed” (queste ultime dei Rolling Stones) portano il disco nelle top 20. Johnny ritorna in piena attività e tra una tournée e l’altra trova il tempo di registrare e pubblicare nel 1974 Saints and Sinners e John Dawson Winter III.

Saints and Sinners è un album di successo e gode dello straordinario periodo di forma del chitarrista snodandosi attraverso un intreccio magico di torridi blues e (soprattutto) rock duri e caldi.

Molti  artisti arrivano a proporre le proprie canzoni a Johnny Winter. John Dawson Winter III contiene ad esempio “Rock And Roll People” di John Lennon e a tal proposito Johnny Winter dichiarò all’epoca:

“Fui molto contento di poter avere quella canzone perché John Lennon è una delle mie persone favorite. Negli ultimi anni l’ho continuamente tormentato affinché scrivesse una canzone per me.

Mentre registravo ad esempio Still Alive And Well gli ho telefonato per chiedergli se aveva una canzone rock and roll in più da darmi, ma mi rispose che se mai ne avesse avuta una se la sarebbe tenuta per sé perché ne aveva poche per completare il suo album. Poi mentre registravo il disco che sarebbe succeduto a Saints and Sinners ci trovammo nello stesso studio e così gli richiesi una canzone. “Rock And Roll People” se l’era scritta per sé ma non era contento del risultato, così fu felice di darmela.”

Il Tour del 1975 è con tutta probabilità l’apice della carriera di Johnny Winter e l’arguto manager si preoccupa di registrarne alcune date e di organizzare un paio di show insieme all’Edgar Winter Group.

Nel  1976 esce infatti Together a  nome Johnny and Edgar Winter, dove i fratellini si divertono a riscoprire la musica con cui sono cresciuti, ed ecco quindi il classico dei Righteous Brothers “You’ve Lost That Lovin’ Feeling” qui riproposto nella miglior versione mai messa su disco, “Harlem Shuffle”, “Soul Man” ed un riuscitissimo rock and roll medley.

Captured Live, secondo disco dal vivo del chitarrista, esce lo stesso anno  e che dire?

Come si può descrivere in modo sobrio una tempesta di sopraffino chitarrismo rock blues?

Meglio tacere e ripensare intimamente alla bellezza virginale e dissoluta insieme di “Sweet Papa John” e “Highway 61 Revisisted”.

Finisce qui il periodo d’oro di Johnny Winter (quelli che i suoi fan chiamano “The Rock Star Years

1969/1976) e grosso modo anche per Edgar la seconda metà degli anni settanta rappresenta la fine degli anni più… pazzi certamente, ma anche più vividi e musicalmente pulsanti.

Nelle rare interviste che il chitarrista albino ha concesso in questi ultimi anni, tende a snobbare il suo periodo rock e non fa altro che parlare dei suoi dischi blues.

E’ una contraddizione, perché la fama e il successo gli sono arrivato grazie agli album rock; questo è un discorso che si sente spesso se ci addentra nel mondo di Johnny Winter.

Il chitarrista infatti è sempre stato combattuto tra la scelta di suonare il blues più intransigente o il materiale (rock) più amato dai fan. Ma forse i suoi demoni sono da ricercare nello scontro tutto spirituale ed intimo tra le sue due anime: quella blues e quella rock.

Probabilmente ama cullarsi all’ombra della nobile idea di essere un chitarrista blues, ma sa bene che la sua personalità esige tributi al rock e alla ribalta che questa musica può dare.

Nel rispetto delle consegne ricevute (Della Coppa docet) e del lavoro degli altri colleghi, non c’è spazio per approfondire gli argomenti sin qui trattati o per analizzare per bene il resto delle carriere dei due fratelli blues, vi basti sapere che:

Johnny con l’album Nothin’ But The Blues del 1977 torna in modo assoluto e totale al blues.

Gli anni ottanta lo vedono legarsi alla etichetta Alligator con cui realizza tre buoni album (Guitar Slinger, Serious Business, Third Degree). Nel 1988 firma per la MCA e prova a tornare al rock con The Winter Of ’88, ma i risultati non sono quelli sperati. Si ferma però anche al festival blues di Pistoia nel luglio di quell’anno e chi vi parla ha ancora negli occhi la sua spumeggiante performance.

Negli anni novanta pubblica Let Me In (gran disco del 1991 col quale viene nominato per i Grammy Awards), Hey, Where Is Your Brother (1992) e Live in NYC 1997.

Le ultime notizie lo danno in ripresa (dopo problemi di salute) con un tour e un nuovo disco alle porte.

Edgar oscilla sempre tra progetti di varia natura pur con un denominatore comune, ma i risultati non sono più brillanti come quelli degli anni d’oro.

Jasmine Nightdreams e Edgar Winter Group With Rick Derringer escono nel 1975.

Nel 1977 Edgar riforma i White Trash per l’album “Recycled”, ottima prova ma  legata più al funky che al rock, e nel 1979 fa uscire The Edgar Winter Album.

Questi album rimangono ben al di fuori della Top 40, così come i successivi.

Standing On Rock (1980), Mission Earth (1989), I’m Not A Kid Anymore (1993) e The Real Deal (1996) sono album modesti, seppur accettabili.

Solo Live in  Japan (1990) uscito a nome Edgar Winter & Rick Derringer offre vere emozioni, testimone com’è di una scintillante esibizione nella terra del sol levante.

Con Winter Blues del 1999 sembra che Edgar abbia ritrovato la strada giusta: il rock ritorna duro in qualche episodio, le radici blues e r&b si rifanno sentire e la spendida chitarra di Rick Derringer ridisegna le magiche sensazioni che furono in “White Man Blues”.

Finisce qui questa breve rilettura della storia musicale dei due fratelli blues, che durante i loro anni magici, hanno saputo regalare alla musica rock momenti di classe purissima.

Scoprire o riscoprire quella manciata di album fondamentali sarà un piacere intenso e durevole.

(Tim Tirelli 2003)

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA

Di Tim Tirelli

Entrambi i fratelli sono vittime di decine di raccolte più o meno autorizzate, uscite a loro nome. Meglio lasciarle perdere, perché spesso confuse e assemblate con poca cognizione di causa e concentrarsi piuttosto su una scelta ragionata degli album originali che, in tutta umiltà, vi consiglio caldamente:

Johnny Winter

JOHNNY WINTER AND (1970 – CBS)

Primo album  che nella forma (certo non nell’animo) si discosta dal blues per cercare la propria essenza nel rock duro e puro.

Ogni pezzo è un gioiellino.

JOHNNY WINTER AND LIVE (1971 – CBS)

Trascinate dalla batteria di Bobby Caldwell e dal basso di Randy Jo Hobbs, le chitarre di Johnny Winter e di Rick Derringer diventano le matrici originali del chitarrismo rock blues.

La perfetta simbiosi delle due sei corde nell’intermezzo di “Johnny B.Goode”, la straripante carica di “Jumpin’ Jack Flash”, i fraseggi gravidi di dolore nel blues “It’s My Own Fault Baby”…

STILL ALIVE AND WELL (1973 – CBS)

Prodotto da Rick Derringer questo è l’album preferito dallo stesso Winter per quanto riguarda il suo periodo rock. I suoni sono molto belli e assolutamente vintage. “Rock Me Baby” sarà presente praticamente in tutti i suoi futuri concerti.

SAINTS AND SINNERS (1974 – CBS)

Altro album di Hard Rock Blues americano pienamente riuscito.

Tra i musicisti troviamo Edgar Winter alle tastiere e al sax, Rick Derringer e  Dan Hartman al basso.

CAPTURED LIVE (1976 – Blue Sky)

Questo live cattura su disco il tour di John Dawson III e ne ripropone i momenti migliori quali “Rock And Roll People”, “Roll With Me” e “Sweet Papa John”.

JOHNNY & EDGAR WINTER: TOGETHER (1976 – Blue Sky)

Classici del rock and roll e del rhythm and blues anni 50 e 60 riproposti con la terribile verve dei fratellini blues.

GUITAR SLINGER (1984 – Alligator))

L’album che apre la trilogia realizzata per la Alligator, etichetta  blues. “Don’t Take Advantage Of Me”, “It’s My Life Baby” ed altri blues, non originalissimi, ma di buon effetto.

LET ME IN (1991 – Point Black)

Il nuovo trio di Johnny sembra trarre nuova linfa dal decennio degli anni novanta.

Le canzoni sono tutte legate alle prosa del blues, ma ci sono una freschezza ed una originalità inaspettate. Con questo (tiratissimo) disco sfiorò il Grammy Award.

Edgar Winter

EDGAR WINTER’S WHITE TRASH (1971 – Epic)

Il talento di Edgar ed una grande band che si avvale di Jerry LaCroix (secondo vocalist e urlatore di prima grandezza) e di Rick Derringer alla chitarra.

“Keep Playing That Rock And Roll”, “Let’s Get It On” e altre otto spendide canzoni.

EDGAR WINTER’S WHITE TRASH: ROADWORK (1972 – Epic)

So che si è soliti leggere la frasetta “questo è uno dei live migliori di tutti i tempi”, ma in questo caso è proprio così.

Scaletta e formazione attingono forze dal clan di Johnny Winter (lui stesso appare come ospite in un pezzo): Rick Derringer (potremmo dire a questo punto il terzo fratello Winter), Randy Jo Hobbs al basso, la sezione fiati classica dei White Trash, Edgar e Jerry la Croix alle prese con “Still Alive And Well”, “Rock And Roll Hoochie Koo” (gli hard rock anthem di Johnny), l’hard funk di “Cool Fool” (apparsa solo su singolo l’anno prima a nome di Edgar), i 17 minuti dello standard “Tabacco Road”, insieme a tanti altri bei momenti.

EDGAR WINTER GROUP: THEY ONLY COME OUT AT NIGHT (1973 – Epic)

Ronnie Montrose alla chitarra e Dan Hartman al basso (ed anche ottimo autore) per il disco della consacrazione. Lo strumentale (!) “Frankenstein”, il rock deciso di „Free Ride“ e „Hangin’ Around” e la bella ballata “Autumn”.

EDGAR WINTER GROUP: SHOCK TREATMENT (1974 – Epic)

Simile al precedente ma un pelo meno incisivo. Dan Hartman prende il sopravvento come autore,la leadership di Edgar traballa un po’, ma “Easy Street”, “River’s Risin’”, “Some Kinda Animal” sono all’altezza dell’album precedente.

EDGAR WINTER & RICK DERRINGER: LIVE IN JAPAN (1990 – CTE/BMG)

Registrazione sonora all’altezza dei tempi per un live godibile.

Ci sono i classici dei due artisti, “Keep Playing That Rock And Roll”, “Free Ride”, “Jump Jump Jump” (di Derringer), “Rock And Roll Hoochie Koo” e “Frankenstein”, alternati a qualche episodio minore non proprio memorabile.

EDGAR WINTER: WINTER BLUES (1999 – Eagle Rock/Edel)

Disco che forse meriterebbe di più, ma quasi la metà del materiale proposto non si discosta dalla sufficienza.

Dall’altra parte bisogna saper gioire per “Good Ol’ Shoe”, “Texas” , “White Man Blues” e “Nu’ Orlins”, tutti pezzi terribilmente godibili.

Ospisti nel disco: Johnny Winter, Dr John, Rick Derringer. Leon Russell.

N.B.: alcuni album di Johnny Winter sono stati ripubblicati in Cd anche da diverse piccole etichette specializzate in ristampe, operazioni cui dedichiamo certamente un plauso, ma forse vale la pena cercare le edizioni della Sony Music (Epic/Columbia/Legaciy) se non altro per le bonus tracks che ha inserito qua e là (su tutte “Dirty”, magnifico e sofferto blues voce/chitarra slide/flauto apparsa sulla riedizione di Saints and Sinners).

(Tim Tirelli 2003)


6 Risposte to “Flashes from the Archives of Oblivion: JOHNNY & EDGAR WINTER The (Rock) Blues Brothers”

  1. Avatar di Sara Crewe
    Sara Crewe 23/03/2011 a 18:20 #

    Sono pezzi come questi che ti fanno venire voglia di correre a tirare fuori cd che non ascoltavi da un po’ e di ripassare la lezione… una lezione magnifica, poi…e che ti fanno pensare alla differenza che c’è tra un “critico di rock” e un “narratore di rock” (è qui che senti lo spirito vero che lavora…)
    Bellissime anche le foto. Grazie! :-)

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  2. Avatar di timtirelli
    timtirelli 23/03/2011 a 18:50 #

    Grazie a te, altroché.

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  3. Avatar di lorenz
    lorenz 24/03/2011 a 07:42 #

    Giusto per chi come me quando vede “Winter” scritto su qualche copertina non riesce a fare a meno di comprare il disco in questione cito la presenza di Edgar sul best-seller album di Meat Loaf “Bat out of hell” del ’77, dove, in qualità di sassofonista, suona a fianco di ottimi musicisti, tra cui Todd Rundgren (produttore e arrangiatore del disco), Roy Bittan e Max Weinberg della E-Street Band.
    Un brano su tutti “All revved up with no place to go”, il suo sax trascina l’intero brano e il solo e’ pura classe.

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  4. Avatar di timtirelli
    timtirelli 24/03/2011 a 09:13 #

    Già, Lorenz, io ho i brividi (non di freddo) quando vedo scritto WINTER, mi piace il significato inglese, mi piace il significato italiano :-), mi piacciono da matti i due fratelli in questione. Citi il sax di Edgard in Bat Out Of Hell…sei un gran conoscitore di rock. See ya at the crossroads, man.

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  5. Avatar di Samuel
    Samuel 04/05/2014 a 12:59 #

    Di Winter ho tutti i suoi dischi ed è stato sempre un chitarrista che ho amato,,sin da ragazzo, Tuttavia col tempo l’ho ridimensionato,,come chitarrista, perché a mio avviso ripeteva fino alla nausea gli stessi fraseggi di chitarra.! Insomma mancava un pò di fantasia..! I suoi migliori 10 album a mio avviso (in rigoroso ordine)

    1)Progressive blues Experiment
    2)Second Winter
    3) Live’71
    4)Third Degree
    5) Captured Live
    6)Let me in
    7) Where’s your brother?
    8) Serious Business
    9) Still Alive And Well
    10)Johnny Winter (Omonimo)

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  6. Avatar di Floro Bisello
    Floro Bisello 18/11/2017 a 20:01 #

    Complimenti e grazie Tim, per avermi fatto conoscere più a fondo la storia e l’anima del mio chitarrista preferito. Raffinato e nello stesso potente lo ha reso unico ed immediatamente riconoscibile come un quadro di un grande autore. Aveva una grande personalità. Ho avuto la fortuna di assistere al suo meraviglioso concerto all’interno di Pistoia Blues Festival nel 1988, l’edizione, per me si intende, migliore.

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