Riflessione lucida e scevra da sentimentalismi e banalità di Giancarlo Trombetti
MORIRE GIOVANI?
Una domenica come tante altre. Apatia e stanchezza tolgono la voglia di mettere il sedere fuori di casa. Così, con il giornale tra le gambe e il telecomando in mano, si vaga nel nulla o poco televisivo. Formula Uno, un vecchio film di Sordi, uno più recente ma così anonimo da mettere solo voglia di saltare altrove e il dito che cade su quella rete mutante che ammicca ai giovanissimi con serial americani sottotitolati e che usa la musica solo quando la programmazione è in momenti così poco commercialmente appetibili che il clip riempie la pancia e non costa nulla.

In questo momento su MTV c’è un clip. Poi un altro ed un altro ancora: tutti del medesimo artista. Così la mente si attiva, seppur a regime ridotto, e ricorda. Già, ieri hanno trovato morta la Winehouse. I clip sono tutti suoi. Poi d’un tratto un “crawl”, una scritta che passa velocemente. E’ così piccola che devo approfittare del terzo passaggio per leggerla. Dice grosso modo: “Trovata morta nel suo appartamento di Londra Amy Winehouse per cause ancora ignote. L’artista icona del rock continuerà a vivere grazie alla sua musica.”. Ed giornale mezzo accartocciato in mano quasi chiede la mia attenzione. All’interno, una a me ignota giornalista disquisisce sulla “maledizione dei 27 anni”…storia vecchia, me la ricordavo da solo…Janis, Jimi, Jim, Kurt, Brian e poi Belushi, altri. Ma alla mente balzano anche tutti gli altri, seppur giovani, che avevano passato i ventisette da poco: John Bonham, Keith Moon, i tre tastieristi tre in sequenza dei Dead, Mama Cass, Marc Bolan, Sid Vicious, Elvis Presley, il nostro Tenco e mille altri… Un fiume di sangue, sangue di qualità.
(John Bonham dei LZ)
D’un tratto mi sento lucido e sveglio mentre davanti a me scorrono clip anonimi che mai avevano attirato la mia attenzione. Qualcosa non mi torna. No, non è la morte nel rock and roll. A quella, a quelle, purtroppo, siamo abituati. E’ la comunicazione che mi sfugge. E’ vero, la Grande Mietitricenon rende tutti uguali se non da un punto di vista strettamente formale. Quand’uno è morto è morto, ma c’è chi non muore e chi è costretto a farlo. La Winehouse appartiene alla prima categoria. Ma perché? Perché giovane? Perché ribelle? Perché brava? Perché sul serio vogliamo continuare a credere che muoia giovane chi è caro agli dei? Fesserie! Mi passano davanti agli occhi le parole di Gaber: ” Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente non capita sempre, e anche l’avventuriero più spinto, muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.”… Già, nessuno cerca la morte e certamente nessuno di quelli che la cantano e la chiamano.
Mai creduto alle vite spericolate…mai! E mi tornano in mente i nomi di quelli che sono scomparsi e ne avrebbero certamente desiderato farne a meno… Marvin Gaye, ucciso dal padre, Jaco Pastorius ucciso in una rissa, Stevie Ray Vaughan o Buddy Holly, Otis Redding, Randy Rhoads, tre degli Skynyrd, tutti in incidenti aerei, Felix Pappalardi, ucciso dalla moglie, Lennon da un pazzo…e poi le morti molto poco “rock”, per malattia…James Dio, Zappa, Freddie Mercury, De Andrè, Gaber e troppi, troppi altri.
(Jaco Pastorius)
Così mi domando come possa una rete che si rivolge ai giovani credere di rendere un servizio immolando una morte tragica, non voluta, non sperata ed accostarla alla parola “icona” che, come da vocabolario, significa “personaggio emblematico di un’epoca, un ambiente, un genere”. Era un’iconala povera Amy? Avrebbe dovuto esserlo? Accantoniamo per un momento qualsiasi giudizio critico sull’arte e limitiamoci all’essere umano. Può essere emblematica una donna che sfregia il suo corpo al limite dell’anoressia, che lo rende incomprensibile inserendo su quella struttura minimale un paio di tette da maggiorata, che lo deturpa con immagini puerili di donnine in ogni sua parte esposta, che lo violenta con alcolici, con droghe pesanti che lo rifiuta, quasi, senza curarsi di ciò che di buono la natura le abbia donato? A mio parere suona più come un esempio da non imitare che l’immagine di un’eroina per una generazione che già ha poco su cui contare.
Poi, un attimo, ed in tv dalle immagini edulcorate, finte, impostate dei clip si passa a una registrazione dal vivo. 2008, Olanda, un festival. Una marea di gente festante, di ragazzi che ridono, saltano, ballano e vivono, sopra ogni cosa. E penso che la musica sia esattamente questo. E’ il ritmo della vita, è il midollo spinale dell’amore, è un inno costante al piacere di respirare, è il desiderio di continuare a farlo. E’ emozione che pulsa. E penso, ancora, che la storia ci abbia già dato fin troppi segnali di come queste note siano state mal interpretate, mal gestite e mai assimilate. Di come siamo stati testimoni di giovani vite che non hanno saputo crescere di pari passo con la propria, immensa arte finendone stritolate, sbattendo contro un muro di droghe, di solitudini, di alcolici, di paure che per un attimo irripetibile si è creduto si sarebbero smaterializzate solo dopo un colpo d’arma da fuoco o dopo l’ennesima dose. E guardola televisione. E vedo finalmente la donna e non l’attrice dei clip. Vedo un corpo muoversi fuori tempo, vedo troppi bicchieri ed un braccio che, quasi estraneo, porta alla bocca quel liquido che essa non può accettare perché sta cantando e osservo quel bicchiere danzare davanti agli occhi che non lo vedono mentre è il corpo che lo richiede. Vedo come due persone imprigionate nel medesimo essere umano: una che vuole vivere ed una che vuole solo dimenticare. Vedo, immagino, un corpo che vorrebbe essere in qualsiasi altro posto tranne che lì e sento una voce che resta. E penso che se solo avesse potuto, quel corpo se ne sarebbe andato, lasciando lì la sola voce. Quello che conta. Cerco di analizzare, di capire, e continuo a vedere una voce che si abbandona, che ripete tonalità zoppicanti perché il braccio è riuscito a passare la barriera delle note. Poi vedo quel corpo, quella donna, barcollare via, verso il retropalco, senza un cenno, senza un contatto, senza un segnale che quel rito, che quelle note servano alla vita. E non mi importa se mi piaccia o non mi piaccia. Se quella sia “la mia tazza di thè”, come dicono gli inglesi, o se io sia su altri lidi.
Davanti a me non c’èla Winehouse. Ci sono gli ultimi giorni di Jimi, c’è la sua chitarra gettata contro un muro di Marshall a Wight, c’è la solitudine di Brian Jones che affoga nella piscina miliardaria, c’è l’urlo di tristezza di Janis in un albergo di seconda, ci sono le medesime movenze di Morrison, il baratro di Cobain, la follia assoluta di Belushi. Ci sono persone che avrebbero potuto ma non hanno saputo o voluto o potuto. E che non si sentiranno mai colpevoli. Ci sono i soldi, c’è la ripetizione di un mito che diventa tale solo fermandosi a 27 o poco oltre. C’è sopra ogni cosa la voglia di far capire che gli esempi non sono quelli.
(Janis Joplin)
Chissenefrega se Amy mi piaceva solo quando cantava lo ska, lei che resterà famosa per le tonalità pop e jazz. Non sarebbe stata un’icona, per me, neppure se fosse stata la reincarnazione di Ella. Forse l’unica che lei avrebbe veramente voluto essere. Ma diciamolo forte a questi ragazzi vuoti di tutto di oggi, quelli che forse domattina si tatueranno una donnina, una pin up, sul braccio a ricordo di una donna fragile, sola, piena di umane preoccupazioni, ricca di denari e povera di forze. Tutto fuorché un esempio.
Spengo la televisione, ne ho abbastanza. Resto un momento, come sempre, in questi casi, interdetto. Provo a pensare. Davanti alla morte, almeno per qualche secondo, lo facciamo tutti. E mi viene in mente la fine di un povero Cristo, di un personaggio di seconda fila, un eccellente chitarrista blues, Roy Buchanan. Un personaggio decisamente fuori dalla tipica iconografia del rock: barbetta, vestito comunemente, spesso pizzicato con un baschetto in testa a coprirela calvizie. Madue mani d’oro, che avevano dato creatività e inventiva al suo strumento. Aveva il vizietto del bere, ma lo gestiva, in qualche modo. Un giorno venne arrestato per molestie domestiche e ubriachezza; roba da poco. Lo trovarono impiccato con la sua maglietta in cella, ventitre anni fa, ucciso dalla vergogna.
(Roy Buchanan)
Lui che era stato definito “il più grande chitarrista sconosciuto al mondo”, lui che aveva rifiutato di unirsi ai Rolling Stones per sostituire Mick Taylor e continuare la sua vita di comune musicista. E penso che la morte, davvero, renda tutto confusamente ed erroneamente uguale. Perché tra chi muore per sbaglio, chi per accidente, chi lo desidera, chi per idiozia e chi proprio non vorrebbe esiste un’enorme differenza. Un abisso. Ed è su questo che dovremmo noi che restiamo cercare di riflettere. Magari senza sparare parole di troppo.
Giancarlo Trombetti
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