GRETA VAN FLEET “The Battle at Garden’s Gate” (Lava/Republic 2021) – TT½

7 Mag

Qui sul blog parliamo dei GVF dal 2017, quattro anni fa ci colpì l’aria sbarazzina con cui quattro monelli del Michigan portavano in giro il loro amore per i Led Zeppelin, ma già l’anno successivo iniziammo a ricrederci. Quest’anno mi sa che il giudizio continui a non essere proprio positivo. Non è per supponenza, invidia o chissà che, ma solo constatazioni circa lo stato della musica Rock al giorno d’oggi e la non riuscita maturazione del gruppo. Mi sono messo all’ascolto di questo album di buon voglia, ma al primo tentativo dopo quattro pezzi ho dovuto smettere. Volendo poi parlarne qui sul blog mi sono impegnato e ho finito per ascoltarlo tutto. Credo ci siano spunti carini, ma troppe volte i Led Zeppelin tornano prepotentemente a galla. Dopo due extended play e un album vero e proprio sarebbe stata l’ora di un disco da Greta Van Fleet, dove le naturali ispirazioni ed influenze (se non le capisco io!) fossero carburante per l’anima e non un foglio di carta carbone. Al momento i GVF non sembrano riuscire a replicare il percorso degli Heart, altro gruppo innamorato dei LZ, ma capace di tenere a bada le influenze o perlomeno di usarle non in maniera grossolane, per questo i GVF si avvicinano sempre più pericolosamente a Kingdome Come e Great White, gruppi oggi inascoltabili.

I GVF non riescono dove i led Zeppelin stessi hanno costruito il loro successo, magari riciclare idee e riff di altri ma riproporli con stile e marchio di fabbrica proprio.

Ultimo appunto prima di partire con qualche considerazione sui pezzi: la voce di Joshua Kiszka è diventata quasi insopportabile. A furia di rifarsi al primissimo Robert Plant è si è trasformato in una macchietta. Oggi è un cantante difficile da reggere.

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Parte Heat Above e ti dici, ma veh, in modo autoironico iniziano subito con una citazione (l’intro di Your Time Is Gonna Come) ma poi il pezzo funziona, organo, chitarra, acustica e un sviluppo niente male.

My Way, Soon è un rockettino che sa di già sentito ma che funziona. Assolo alla Joe Perry Aerosmith fine anni ottanta.

Broken Bells parte in maniera riflessiva, ci sono echi di Ship Of Fools di Robert Plant ma fai finta di niente, il pezzo ti fa ben sperare ma poi compare la parte finale di Stairway To Heaven ed inizi a scuotere la testa.

Built By Nations ha un riff alla LZ, un po’ Black Dog, un po’ Whole Lotta Love versione live, il resto non dice nulla.

Age Of Machine continua col songwriting basato su svolgimenti musicali articolati e ricami chitarristici di buon livello, ma anche qui Page è sempre presente: stavolta è il momento di Whisper A Prayer For The Dying dall’album Coverdale-Page.

Tears Of Rain ha una partenza un po’ alla Hotel California, il brano è rovinato dal cantato di Joshua Kiszka, sopra le righe e sempre al limite della propria estensione.

Arrivati a Stardust Chords l’album inizia a stancare. Light My Love non riesce a lenire il tedio, la voce continua ad essere un elemento di disturbo. Il giro di chitarra di Caravel è molto americano, lo spessore del brano non è granché.

The Barbarians continua sugli stessi sentieri, brano per niente memorabile e cantato ridondante. Trip the Light Fantastic non di discosta da quanto appena scritto. 

The Weight Of Dreams inizia con un arpeggio preso pari pari da Babe I’m Gonna Leave You e tu non sai più dove sbattere la testa, anche perché il resto della canzone non si differenzia di un millimetro dalle precedenti: stesso andamento, steso cantato, stessi arrangiamenti.

I GVF si sforzano di scrivere musica ricca, questo glielo si deve riconoscere, ma alla fin fine il progetto da un punto prettamente musicale non decolla, le tracce di valore sono poche e ancora sotto la pesante influenza dei Led Zeppelin. Arrangiamenti troppo simili, pezzi troppo lunghi, deriva verso il massimalismo … troppi orpelli negli arrangiamenti e nella scrittura dei pezzi, la ricchezza e l’eccesso vanno dosate con molta, moltissima cura.

L’influenza dei Led Zeppelin risalta particolarmente nella prima parte del disco, come scritto all’inizio alla quarta prova discografica ci si aspettava maggiore originalità. Temo siano della stessa lega di Frank Marino e Robin Tower, musicisti incapaci di evolversi e togliersi dalla pesante ombra dei propri idoli musicali.

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Nelle classifiche l’album è arrivato in alto: primo nella regione belga della Vallonia, terzo in Germania, sesto in Italia, ottavo nel Regno Unito, secondo in Scozia, undicesimo in Svezia. Da un parte è bello che un disco puramente (hard) rock torni in classifica, significa che ancora c’è un pubblico, e che non tutti si sono rassegnati ed assuefatti alla melma che c’è in giro oggi, ma mi chiedo se non sia l’ennesima conferma che il Rock è prigioniero di se stesso.

Per me il disco non raggiunge la sufficienza, ma se è questa la roba che piace, se è questo il futuro del rock, allora ce ne faremo una ragione. Solo un avvertenza: non venite a romperci le scatole se preferiamo continuare ad ascoltare gli originali.

I Greta Van Fleet sul blog:

https://timtirelli.com/2017/08/13/greta-van-fleet/

https://timtirelli.com/2018/10/22/greta-van-fleet-anthem-of-the-peaceful-army-republic-records-2018/

 

Australian Albums (ARIA)[28]42
Belgian Albums (Ultratop Flanders)[29]13
Belgian Albums (Ultratop Wallonia)[30]1
Dutch Albums (Album Top 100)[31]16
German Albums (Offizielle Top 100)[32]3
Irish Albums (IRMA)[33]62
Italian Albums (FIMI)[34]6
Japanese Albums (Oricon)[35]39
Norwegian Albums (VG-lista)[36]30
Scottish Albums (OCC)[37]2
Swedish Albums (Sverigetopplistan)[38]11
UK Albums (OCC)[39]8
UK Rock & Metal Albums (OCC)[40]

” È vero, ci sono cose più importanti … “

3 Mag

Questa è la prima grande vittoria dell’Inter che festeggio da quando esiste questo blog, questo significa che sono passati più di 10 anni, 11 per l’esattezza. 11 anni pieni di speranze, di sofferenze, di speranza, di disillusioni, di momenti belli e di momenti brutti, 11 anni spesi ad aspettare quello che è accaduto ieri sera, ovvero l’Inter, la mia amatissima Inter, campione d’Italia.

Inter campione d'Italia 2020/21

Dalla grande epopea della seconda grande Inter di Mancini e Mourinho, dove si è vinto tutto quello che c’era da vincere, al decennio di desolazione, di privazione della gioia, di aspettative poi coperte dalle tenebre che sono seguite.

Inter campione d'Italia 2020/21

L’arrivo di Antonio Conte ci ha visto tutti dubbiosi, il suo passato da giocatore e da allenatore della squadra che ci costa sempre fatica nominare ci ha tormentato per molto tempo, ma se non altro qui sul blog gli abbiamo sempre concesso la possibilità di mostrarci di valere tutti i soldi che la società gli riconosce e tutti i sacrifici spirituali che noi cuori nerazzurri abbiamo fatto per non farcelo andare di traverso. Ci avevamo visto giusto, Antonio ci ha ripagato alla grande, a tratti anche al di là delle aspettative. Lo scudetto certo, traguardo auspicabile ma per certi aspetti inimmaginabile per la squadre pazzoide che eravamo prima che arrivasse lui, ma anche tutta la passione che ha mostrato verso i suoi uomini e verso il progetto Inter. Certi abbracci pieni di incontenibile trasporto, certi sorrisi, il linguaggio del corpo così plateale, il furore agonistico sempre presente. E poi, sì, naturalmente lo strappo definitivo con il suo passato nella semifinale di Coppa Italia.

Spettacolo forse poco edificante, ma la decisa reazione alle volgarità e alle violenti provocazioni verbali della dirigenza bianconera, quel dito medio alzato, ci ha fatto bene al cuore. Non sarà diventato interista forse, ma ora di sicuro capisce cosa significa esserlo. Non avrei mai pensato di arrivare a scriverlo, ma nei confronti di Antonio Conte provo un sentimento molto, molto vicino all’amore.

Foto Piero Cruciatti / LaPresse
25/04/21 – Inter campione d’Italia 2020/21

L’importanza di una dirigenza che è rimasta salda in momenti a volte davvero difficili, il lavoro indispensabile del Piper Oriali, la dedizione di tutti i giocatori, per una volta uniti, felici e coesi … Big Rom, il Toro, Ivan il terribile, Marrakesh Express, Cerottino Barella, Brozo, Sensi, il nostro Milan, Stefan, il Briscola, Darmian, d’Ambrosio, Ashley, Samir e tutti gli altri. Vorrei tuttavia dedicare una menzione particolare ad un paio di loro: al Principe di Danimarca che nonostante la sua algida regalità scandinava si è fatto convincere dal Mister e ha fatto convincere il Mister a rivedere le proprie posizioni, riuscendo là dove Dennis Bergkamp fallì tanti anni fa. Situazione ribaltata e adesso uomo importante (talvolta decisivo) del centrocampo. Nessuno all’Inter ha il suo tocco e la sua visione, se si italianizzasse un altro pochino, Christian Eriksen potrebbe davvero diventare per qualche anno il faro della squadra.

Infine il capitano morale del gruppo, Froggy, alias Andrea Ranocchia. Ruolo di riserva, poche partite giocate, sempre pronto a dare il massimo in caso di necessità, uomo sensibile, intelligente, mai banale. Uno dei pochi calciatori della serie A – forse l’unico – ad aver festeggiato il 25 aprile. Una bandiera che rappresenta i valori dell’interismo nella giusta maniera. Per quanto ci riguarda, Andrea, questo scudetto è per te.

Domenica alla fine di Sassuolo – Atalanta, ho pianto. Dopo i tanti colpi di scena (espulso giocatore dell’Atalanta / goal dell’Atalanta / goal del Sassuolo / espulso giocatore del Sassuolo / rigore per l’Atalanta parato dal portiere del Sassuolo) grazie ai quali ho sofferto come si soffre durante l’ultimo quarto d’ora delle partite dell’Inter, ho sentito la commozione salire, poi quel misto di felicità, tristezza e cazzutaggine.

11 anni della vita passati, 11 anni spesi ad aspettare – tra le mille cose che non si sono avverate – una gioia proveniente dal football e dalla mia squadra del cuore.

Milano la notte dello scudetto – foto Francesco Carelli

Già, l’Inter e la bramosia che mi lega ad essa, quella vibrazione primitiva e cosmica, quel senso di appartenenza che mi fa sentire meno solo su questo pianeta sperduto nel buco del culo dell’universo, questa passione travolgente che mi scuote dappertutto, questa sorta d’innamoramento perenne verso colori che formano il mio DNA. Più la amo, più vivo, c’è poco da fare, perché io nell’Inter ritrovo me stesso. Grazie Amore Mio, ti prego fammi piangere di nuovo.

Tim Tirelli – Inter campione d’Italia 2020/21 – foto Saura T.

È vero, ci sono cose più importanti

Di calciatori e di cantanti

Ma dimmi cosa c’è di meglio

Di una continua sofferenza

Per arrivare alla vittoria

E poi non rompermi i coglioni

Per me c’è solo l’Inter

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

1 Mag

di Tim Tirelli

No, io non mi sento Antonio, non ne ho i connotati, ho la faccia da Stefano, Ettore, Fernando, Brenno o Aramis appunto; ma come aveva potuto mio padre farsi convincere a chiamarmi Antonio? Mia madre mi disse che aveva scelto Aramis, il personaggio dei tre moschettieri che più l’aveva colpita, ma l’impiegato dell’anagrafe a cui mio padre si rivolse non capiva come andava scritto e pareva indispettito dalla cosa:

“ma come vi è venuto in mente un nome del genere? Non possiamo usarne uno più comune? Antonio ad esempio …”.

Antonio era il nome di un carissimo amico di mio padre, morto tra le sue braccia subito dopo un incidente, in fondo capisco, ma avrebbe perlomeno dovuto chiedere a mia madre.

Che il mio nome debba la sua diffusione al gentilizio romano Antonius non mi dispiace per nulla, ma proviene da un nome etrusco dalla etimologia sconosciuta, e io non posso portarmi in giro un nome di cui non conosco il significato. Aramis invece – oltre al bel legame col romanzo di Dumas – proviene dal nome del villaggio di Aramits, sui Pirenei francesi, e significherebbe un “posto tra le valli”.

Stefano (incoronato), Ettore (colui che tiene forte, che sta saldo), Fernando (audace nel sostenere la pace), Brenno (re, principe o corvo) poi, sarebbero andati tutti benissimo, infatti una volta rimessasi dal parto mia madre chiese udienza al sindaco, il quale capì e tramite stratagemmi dell’ufficio anagrafe di cui nessuno seppe mai spiegarmi con esattezza, Antonio divenne il secondo nome, Stefano il primo (fui battezzato il 26 dicembre) e il codice fiscale ricodificato. Ma benché Antonio fu il mio primo nome solo per cinque giorni, alcuni parenti finirono per usare quello.

Ci si mise poi la questione del mio cognome a rendermi ulteriormente irrequieto. Pare infatti che il mio trisnonno fosse austriaco e di cognome facesse Reinhardt; negli anni caotici che andarono dal 1859 al 1866 nel bel mezzo della dissoluzione del Regno Lombardo-Veneto, stato dipendente dall’Impero Austriaco, mio trisnonno decise di averne abbastanza di far parte dell’esercito e si ecclissò nelle campagne a sud del Po. Testimonianze arrivate sino ai miei zii e tramandate sino a noi sostengono che – una volta arrivato nei territori della provincia di Reggio Emilia – quest’uomo cercò di sopravvivere alla bene meglio, muovendosi furtivo in ogni occasione a tal punto da essere soprannominato dai locali “sorèg”, topo. In qualche modo sopravvisse, si fece accettare dalle comunità reggiane, cambiò il cognome in Rinaldi (è curioso che fosse l’esatta traduzione del suo cognome austriaco) e si sposò poco dopo la terza guerra d’indipendenza italiana.

Rinaldi proviene dal nome germanico Raginald (potente consigliere) il che non è male, ma mi sono sempre chiesto se non dovessi usare la forma originaria di Reinhardt (variante del nome crucco in questione). In famiglia quasi tutti mi hanno sempre chiamato Aramis, e così ha sempre fatto chi entrava un po’ in confidenza con me, ma resta lo scompiglio dato da chi a scuola, al lavoro o negli impicci formali della vita mi ha chiamato e mi chiama con nomi con cui non sono sempre allineato.

Stefano Antonio Rinaldi dunque o Aramis Reinhardt? La seconda direi, infatti è quella che uso per il mio mestiere di musicista; visto poi che sono stato un seguace di un chitarrista americano ed in particolare della fase della sua carriera in cui al suo nome e cognome aggiungeva un AND per rendere il concetto di solista accompagnato da un gruppo stabile, ho aggiunto anche io tale suffisso: Aramis Reinhardt And.

Sono sempre stato ossessionato dal rigore fonetico, i suoni di una lingua per me devono sempre essere fluidi, eleganti e morbidi anche se hanno a che fare con parole ruvide. Aramis Reinhardt And mi pare suoni bene, anche l’acronimo non è affatto male, ARA, ma ara è un termine che in italiano ha due significati precisi: Ara è un genere di pappagalli molto grandi che hanno il loro habitat in centro e sud America, inoltre Ara è un’unita di misura, pari ad un decametro quadrato, infine è naturalmente la terza persona dell’indicativo presente arare. Aggiungo che sono le prime tre lettere del nome che aveva pensato per me mia madre, in diversi infatti mi chiamano Ara.

Lo scroscio della doccia lava via gli ultimi pensieri bislacchi, mi preparo velocemente, stasera suonerò al Parco Ferrari, non voglio arrivare in ritardo. Come richiesto alle 18 sono sul posto, uno degli organizzatori mi vede e mi guida a bordo palco. Procedo a passo d’uomo, il via vai delle ore pre concerto è sempre lo stesso dappertutto. Mi sento in qualche modo fortunato, sebbene la musica rock non abbia più la valenza sociale e culturale del passato né il successo, ci sono ancora promoter coraggiosi che riescono ad organizzare concerti con nomi di seconda, terza o quarta fascia che richiamano diverse centinaia di persone, soprattutto nei weekened.

Sopravvivere con la musica è possibile, ma è molto meno romantico di ciò che pensa la gente, ma in serate estive come queste senti che ne vale la pena. I tempi sono cambiati, molto cambiati, i tre dischi da me pubblicati in passato oggi sarebbero dischi d’oro in quanto a copie vendute, mentre allora faticarono ad entrare nella Top 40. La tradizione di andare a concerti come questo si sta perdendo, le giovani generazioni tendono a snobbare questo tipo di eventi e di musica, di dischi non se vendono più ma dopotutto ci sono sacche di resistenza dure a morire, il Rock ancora non si dà per vinto.

I tecnici scaricano dalla mia macchina chitarre, amplificatore e pedaliera e raggiungono Penny e Gio sul palco per sistemare l’attrezzatura. Penny, al secolo Penelope Bondavalli, è la vera musicista del gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna, anch’egli chitarrista e cantante, “la Penny è l’unica tra noi che sa davvero suonare”, anni al conservatorio a studiare pianoforte per poi mollare tutto per darsi totalmente al rock and roll. Porta il nome impegnativo che ha con molta disinvoltura, sua nonna si chiamava così e lei ne è molto orgogliosa, nome importante che la distingue tra le tante. Penelope deve naturalmente la sua diffusione al poema omerico e significherebbe tessitrice (dal greco pēné, tela) ma anche anatra; secondo la mitologia greca infatti suo padre Icario da piccola la fece gettare in mare, Penelope si salvò grazie ad alcune anatre (pēnélops) che la portarono sino a riva. Dopo questo imprevisto salvataggio la famiglia la riaccolse dandole il nome di “anatra” appunto.

Tastiere, basso, mandolino, batteria, chitarra, Penny è un vero talento, come lo è anche Giovanni Ferrari, a mio modo di vedere il miglior batterista rock di quel pezzo dell’Emilia in cui viviamo.

Il concerto di stasera è uno di quelli inseriti nell’ambito del Rock Summer Festival della città, da metà giugno a fine luglio ogni weekend tre concerti, praticamente tutti soldout. Il venerdì e la domenica nel palco piccolo, presenza media 500 spettatori, il sabato nel palco grande, presenza media 1.500 persone.

Stasera, un caldo sabato di luglio, tocca a noi e alle Serpi Blu che apriranno il concerto, il gruppo della tipa con cui sto già da un po’, genere Street Rock (soprattutto) americano, New York Dolls, Aerosmith, Guns N’ Roses, (London) Quireboys. La vedo al bar insieme al suo gruppo, un cenno d’intesa e niente più.

Il soundcheck in posti come questo non è mai tranquillo, troppa gente in giro nel grande parco e nei dintorni del palco, bisogna evitare di provare passaggi ancora poco chiari, è consigliabile non fare brutte figure.

Verso le venti arrivano gli amici, il ragazzo di Penny, anch’egli chitarrista e compositore, la ragazza di Gio, amica di Penny, ed altri conoscenti e parenti. Ceniamo insieme, a bordo palco è stata allestito una sorta di backstage, visto il carattere aperto di questa rassegna chiunque può in pratica avvicinarsi senza problemi. La sicurezza c’è ma è molto tollerante. Si unisce a noi anche Michela. “Ciao, ti senti pronta per stasera?” le chiedo. “Certo che lo sono, ci mancherebbe”. Non arretra mai di un millimetro, sicura di sé, bella, coraggiosa, è lei che prende a schiaffi la vita, non viceversa. “Ci vediamo da te dopo? Posso restare anche domani …”. E come posso dirle di no, avere una donna come lei è una benedizione per un uomo di blues come me. Ci sono quindici anni di differenza ma a lei non importa, una sera mi vide suonare, le piacqui e mi volle per sé. Mi raccontò infatti che durante il finale di I’m Gonna Crawl dei Led Zeppelin, brano che lei allora non conosceva e che invece per me era una sorta di manifesto, la colpì la parte ad libitum dove, sul cambio di accordi do e la bemolle, gridavo al mondo il mio blues utilizzando frasi fatte, titoli e frasette di canzoni e luoghi comuni della lingua inglese: I’m down on my knees baby … don’t leave me this way … I’m walking in the shadow of the blues … please pleeaaase bring it on home to me … I need your love … help me thru the day.

Mi disse che sembravo totalmente ispirato e sincero e che non aveva mai sentito nessuno andare così allo sprofondo. Dopo quel concerto venne da me e si presentò, nel stringerci la mano sentii una scossa, la guardai e i suoi occhi verdi iniziarono a lavorarmi. Mi chiese di chi era quel blues lento con le tastiere, le dissi che era dei Led Zeppelin e per farle capire meglio che razza di pezzo fosse, dal cellulare le feci leggere una nota che tenevo sempre a portata di mano, la magistrale descrizione di I’m Gonna Crawl scritta dal mio amico Davide Riccadonna:

I’m Gonna Crawl è un capolavoro assoluto. Il miglior modo di concludere una carriera. Mai abbastanza celebrata. Posso vedere la band sul palco, locale chiuso, una donna delle pulizie che passa lo straccio. La festa è finita, ma prima di andare a dormire c’è tempo per questo piccolo ma gigantesco blues che riporta tutto all’inizio. Un doo-wop spettrale che esce da una radio A.M., fuori dal tempo. Echi di Five Satins, Flamingos, Skyliners, Penguins. La tastiera vagamente da music-hall è perfetta. I ragazzi, in piena malinconia, sembrano volerci dire ‘Vi facciamo sentire per l’ultima volta cosa cazzo state per perdervi per sempre’. Irripetibile. E’ il ‘Last Waltz’ degli Zep. Pensate se avessero chiuso il disco con Hot Dog … ” 

Io avevo i brividi ogni volta che leggevo quelle righe e anche lei rimase colpita e mi chiese se – visto che sapeva della mia passione per il gruppo in questione – avessi tempo per darle delle ripetizioni dato che sentiva di avere molti buchi da colmare. Da lì iniziò tutto.

Vederla sul palco era sempre una esperienza, si muoveva con una eleganza innata trasportata da un impeto che in pochi avevano. Era una tipo alla Lea Massari, un viso bellissimo, una bocca e un corpo che ti promettevano viaggi nelle profondità siderali. Il riflesso dei suoi lunghi capelli rossastri sotto le luci del palco formava un bagliore che irretiva. Le Serpi Blu iniziarono con Up Around The Band dei Creedence versione Hanoi Rocks, a seguire Looking For A Kiss dei New York Dolls, poi alcuni brani dal loro unico album alternati ad altre cover tra cui Girls Girls Girls dei Mötley Crüe.

L’interazione tra Michela e Giorgia, la chitarrista, era il clou dello spettacolo, ammiccamenti sessuali, vestiti sgargianti, mosse studiate. Chiunque avrebbe detto che tra loro due ci fosse qualcosa, il che rendeva il concerto piccante. La sezione ritmica era formata da due ragazzotti senza talenti particolari, nonostante questo quarantacinque minuti di rock and roll meno sguaiato di quel che ci si potesse aspettare, potente e ben fatto.

Un quarto d’ora per togliere la loro strumentazione ed eccoci sul palco alle 22 precise. Mentre suono e canto mi sento sospinto dalle buone vibrazioni, dopotutto è sabato sera e ci sono millecinquecento persone ad applaudire in uno spazio recintato di un grande parco, la situazione è davvero gradevole. Non avevo voglia di brani troppo complicati o cupi così avevo preparato una scaletta in massima parte fluida e godibile col classico inizio 2112: due cover, un pezzo originale, una cover, due pezzi originali. A New Rock And Roll dei Mahogany Rush e California Man dei Cheap Trick, Blu dal nostro primo album, Still Alive And Well di Johnny Winter, Bellezza D’Aria Pura e Vento Di Maestrale. Il pubblico risponde con passione, la voglia di passare una bella serata è evidente, il concerto sembra un successo. Stasera presento anche per la prima volta uno dei nuovi pezzi che potrebbero finire sul quarto album, sempre che la casa discografica decida di farmelo fare. Sono parecchio orgoglioso di Fabbro Ferraio, mentre canto certe parti del testo guardo Michela:

Fabbro ferraio batti forte

mantice e fuoco che il mio cuore è tutto di metallo

Batti luna d’argento

la tarda notte dura poco che col giorno arriva il sole giallo

 

La consonante del suo nome in testa un’allitterazione

Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie

 

Giù lungo il fiume sbuffa

la vaporiera che ha il motore pieno di scintille

La ruota gira, lei sulla prora

La vedo e il cuore batte le sue meraviglie

 

 lì soprastante il nostro cielo è tutta una costellazione

sciolte le chiome sue svaniscono le mie malinconie

 

Non senti che viene l’amore, il bene

La luce lunare, il fiume, il mare

Le notti insieme, l’amore, il bene

 

Giorni perduti, amori andati

Poi tu che arrivi e accendi tutte le mie stelle

Un arco d’acqua, notti d’ardesia

Luci lontane su colline dietro il fondo valle

 

la chiromante intorno al fuoco aspetta una rivelazione

sbuffo di fumo bianco e il treno lascia la stazione

 

Azzurre le vene, il fiume, le piene

La stanza, il soffitto, io e te dentro al letto

Sudore, catene, poi mille sirene

 

La canonica ora e mezza vola via veloce, un paio di bis e il tutto termina.

Il tempo per infilarmi un accappatoio addosso e bere qualcosa che Michela si avvicina, “molto bello, bravo, come sempre”.

La tengo per la vita, avere una come lei al mio fianco in serate come questa mi fa sentire titanico dinnanzi al futuro. Penny e Gio vengono ad abbracciarmi, siamo un buon gruppo, l’apporto di ognuno di noi è fondamentale, ne siamo ben consapevoli e ci vogliamo un gran bene. Subito dopo qualche decina di persone ci viene a salutare e a fare i complimenti: i nomi usati per riferirsi a me come sempre sono un melting pop: “Bravo Antonio”, “Grande Stef” “Ara, anche stasera perfettamente sul pezzo” “dio bono Rinaldi che bel concerto”, “Oh, Reinhardt, scomodo!  “Ari, che meraviglia”; i miei amici per fortuna mi tolgono dai problemi di identità che puntualmente mi assalgono: “vecchio, trionfo!”.

Sulla sua Renault Kadjar rossa Michela mi segue lungo la via Emilia. Abito a Roncadella, con grandissimi sacrifici ho riscattato dal proprietario la casa in cui ha vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno. E’ la casa che rappresenta per me e i miei cugini l’infanzia, casa a cui siamo legatissimi. Villa Roncadella consiste in un gruppetto di case sparse che formano una delle frazioni rurali ad est di Reggio Emilia. La cosa curiosa è che di un minuscolo insediamento come questo vi sono accenni in documenti regionali già dal 1116, e che la umile e piccola chiesetta fu eretta addirittura nel XII secolo.

Michela viene qui sempre volentieri, dice che la casa è bellissima e in una posizione invidiabile. Non so se sia così, sono troppo di parte, ma certo è stata ristrutturata con gusto e giudizio, ha un nonsoché di tenebroso che si stempera con l’ampio spazio che permette di godersi in lontananza l’appenino reggiano grazie alle poche biolche di terra che mi sono potuto permettere e ai tanti poderi che si susseguono uno dopo l’altro sino al dolce declivio delle prime colline.

E’ anche una casa spartana, finiture e corredi edilizi sono faccende ancora incompiute, ma non potevo fare di più e a me va bene anche così.

Sotto la doccia la osservo, lei se ne accorge e mi chiede “Cosa canti a proposito di Euclide nella nuova canzone?”, “Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie …” le dico a bassa voce, mi dà uno dei suoi baci e mi dice “ Mi è piaciuta un sacco, ma perché non facciamo un gruppo insieme?”, “non funzionerebbe lo sai” rispondo.

“Dai andiamo di là Ste” mi fa. Non mi piace quando mi chiamano Ste, io non sono Ste, Stef caso mai, o ancora meglio Stefano, ma lei ha un modo di dirlo particolare che mi incanta ogni volta e mi fa rabbrividire dal piacere, così come quando mi chiama col nome completo, Stefano. Per lei posso essere Ste, senza dubbio.

Apriamo una bottiglia di Valdo Florale Rosé ghiacciato, finalmente possiamo bere senza preoccuparci di dover guidare.

Iniziamo a fare l’amore, è notte fonda, il frinire dei grilli entra dalla finestra aperta che dà sulla campagna, i baci che mi dà fanno girare la testa, e invece di perdermi tra i suoi capelli finisco per dirle “hai sentito anche stasera in quanti modi mi hanno chiamato? Mi piacerebbe avere uno solo nome e cognome come hanno tutti e invece … Antonio, Aramis, Stefano, Rinaldi, Reinhardt e i vari diminutivi …” “dai facciamo l’amore non ci pensare, in fondo così ti distingui, sei diverso da tutti …” Sì, ma a volte mi piacerebbe andare all’anagrafe e .., “dacci un taglio, scopami e smettila di foneticarti il cervello.”

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

Immagino sia questo il perché lo chiamano blues

28 Apr

Uno di quei martedì mattina di fine aprile in cui piove, fa freddo e i pensieri sono cupi. Appena alzato la prima cosa che faccio è chiedere ad Alexa di sparare gli AC/DC … o così o non riuscirò ad uscire di casa …

Al lavoro la mattina passa veloce, un paio di riunioni, i soliti impicci e sono già le 13. Il tempo non permette di stazionare nei tavolini all’aperto dei ristobar, un panino veloce e un giro a piedi in compagnia di me stesso. Non ho una meta precisa, voglio proprio vedere dove mi porta il pilota automatico.

Illustration from 19th century – getty images

Poco dopo mi ritrovo di nuovo in Three Kings Road, la via di cui ho parlato qualche giorno fa qui sul blog. Rigurgiti sentimentali relativi alla tipa con cui stavo e che abitava in quella stradina del centro? Nah, ci mancherebbe altro, giusto la necessità della mia maruga di trovare rifugio nei posti in cui ho vissuto o che ho frequentato nella fascia d’età della mia giovinezza o giù di lì, quella che va dai venti ai trent’anni, trentacinque to’! Ne parlo spesso con i Clarksdale Rebels (i miei streminati amici del blues), c’è evidentemente un riflesso autonomo del cervello che porta un individuo ad avere come riferimenti quegli anni. Non importano le belle cose che possono essere successe dopo, i fatti avvenuti tra i 18/20 anni e i 30/33 sembrano avere la precedenza assoluta nell’immaginario individuale di ognuno di noi, o perlomeno di ogni uomo o donna di blues degno di questo nome.

Sembro spinto da un bisogno ancestrale di ripercorrere luoghi in cui ho formato il mio essere, d’incontrare – anche solo metaforicamente – le persone che mi hanno conosciuto in quegli anni, le persone che sanno o sapevano chi sono e da dove vengo. E allora rigiro quella stradina, rincorro con lo sguardo le finestre da cui mi affacciavo, quel palazzo del 1500 che ancora sembra reggere allo scorrere veloce del tempo.

Mi chiedo se sono il solo a rosolarmi in questo tipo di blues, poi penso a Julia, nove anni fa mi diceva che più un albero diventa grande più le sue radici affondano nella terra … già … poi dopotutto anche un mio carissimo amico a volte rimane intrappolato in un rituale del tutto simile al mio.

Lascio via Tre Re, percorro qualche altra back street e mi ritrovo in via Camatta, la stradina chiusa dove c’era il Wienna, il locale musicale storico della città. Chiunque abbia mai suonato o frequentato il giro dei musicisti è passato per di lì.

Wienna Club – Mutina – Aprile 2021 – foto TT

Quante serate passate tra quelle mura, quanti sogni costruiti intorno alle canzoni che scrivevo con Tommy, il mio cantante di allora e che proponevamo insieme al nostro gruppo …

Mi sposto verso l’heart of the city, facendo un pezzo di via Canalino, riannuso i ricordi allora, il negozio di dischi, l’ortofrutta di un mio conoscente, il negozio dove compravo regali per le mie ex, tutti esercizi che oggi non ci sono più.

Attraverso la via Emilia, passo davanti ai palazzi in cui ai miei tempi vi erano i cinema Splendor e Metropol, quindi davanti alle vetrate dove c’era la Casa Della Musica, negozio di strumenti e libri di didattica musicale.

Quando sento che inizio a commuovermi e a sentirmi sperduto in a time and a place che non sento più miei, cerco di  uscire dal tunnel di strade secondarie,

Mutina – aprile 2021 – foto TT

arrivare a Roma square è quasi un sollievo, gli spazi ampi aiutano a respirare meglio …

Roma Square – Mutina – Aprile 2021 Foto TT

e capire che in fondo sono solo sentimenti umani, inevitabili per chi si sofferma a valutare la vita, impulsi, emozioni che arrivano all’animo di chi magari è un po’ più coraggioso e si affaccia a sullo sprofondo e su malinconie e nostalgie strutturali. Immagino sia questo il perché lo chiamano blues …

DINO BUZZATI “Un Amore” (1965)(2016 Mondadori) – TTTT

27 Apr

Che Buzzati sia un gigante non lo scopriamo certo noi, ogni suo scritto che leggiamo ci colpisce, succede anche per questa sorta di romanzo erotico, questa discesa nell’animo di un uomo di una incerta età folgorato dall’amore per una giovanissima meretrice. 

dino buzzati un amore

SINOSSI:

Una Milano che è insieme ritratto della metropoli e simbolo della babele d’ogni tempo. Su questo sfondo si muove il protagonista di “Un amore”: un uomo inconsapevole di aver atteso troppo, che è rimasto nell’intimo un giovane e crede che il sentimento possa compiere miracoli. E così il professionista maturo si innamora perdutamente di una donna giovanissima, ma già carica della cinica spregiudicatezza e della stanchezza morale di un’epoca. Unico romanzo erotico di Buzzati, “Un amore” continua l’indagine nelle inquietudini dell’uomo contemporaneo descrivendo la parabola di un amore vero, di esemplare limpidezza, destinato a smarrirsi nella menzogna come in un labirinto.

SERIE TV: Snabba Cash (Svezia 2021 – Netflix) – TTTT

26 Apr

L’attrice svedese di origine armena Evin Ahmad è la indiscussa protagonista di questa bella serie svedese tratta in qualche modo dalla Trilogia di Stoccolma di Jens Jacob. Siamo appassionati di Nordic Noir, dunque non poteva non piacerci  questa nuova serie TV, un crime/thriller ambientato in Svezia appunto. I protagonisti sono in massima parte immigrati o comunque svedesi di etnia non nordica. Sei episodi davvero riusciti. Confido in una seconda stagione.

Unico neo la musica che fa da colonna sonora: il rap che sfortunatamente rappresenta la realtà in cui viviamo oggi.

L'attrice svedese Evin Ahmad

L’attrice svedese Evin Ahmad

'attrice svedese Evin Ahmad

L’attrice svedese Evin Ahmad

SnabbaCash serie tv

IL DIFFICILE RAPPORTO COL CHITARRISMO ODIERNO

24 Apr

E’ un venerdì dell’ultima decade di aprile, il sole splende sulla campagna sveglia da poco, sono quasi le 8, salgo sulla Sigismonda diretto al lavoro; qualche metro della carreggiata John Miles (lo stradello principale della Domus Saurea)

Carreggiata John Miles - Domus Saurea aprile 2021 - foto Tirelli

Carreggiata John Miles – Domus Saurea aprile 2021 – foto Tirelli

e mi immetto sulla stradina lunga e tortuosa. Nemmeno il tempo di fare qualche metro e dal fossettino lì accanto si alzano in volo due anatre, le guardo salire nel cielo, mi chiedo se siano germani reali, alzavole, marzaiole o chissà cosa.

Il Fossettino delle anatre - Domus Saurea aprile 2020 - foto Tirelli

Il Fossettino delle anatre – Domus Saurea aprile 2020 – foto Tirelli

Giusto il tempo di fare la doppia curva sul torrente Bondeno e due lepri fuggono verso campi lontani.

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri - nei paraggi della Domus Saurea - aprile 2021 - Foto Tirelli

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri – nei paraggi della Domus Saurea – aprile 2021 – Foto Tirelli

Vivere in campagna a volte ha i suoi vantaggi, incontrare anatre, lepri, aironi, gufi, fagiani, falchi, corvi e merli (per non parlare di volpi, lupi e caprioli) ti aiuta a ritrovare la posizione in questo cavolo di pianura.
Sia io che lo stereo della macchina siamo in modalità (sì Mr Bodhrán, so che è un termine che non puoi soffrire) random. Mentre dalle strade campagnole mi sposto a strade provinciali che portano verso Mutina, la chiavetta mi propone:

Il blues che ho nella maruga stamattina è quello relativo alla chitarra, ai chitarristi, al chitarrismo. Sono un tipo social, ho account sulle diverse piattaforme, avendo il blog, gestendo un gruppo sulla mia squadra del cuore, uno sulla mia band e curando la pagine del gatto Palmiro sono uno attivo su quel fronte.
Questa attività porta con sé anche molti aspetti negativi, leggere i commenti e le idee di certa gente mi fa capire che l’evoluzione umana deve compiere ancora tantissima strada per raggiungere un livello dignitoso, anzi molto spesso arrivo alla conclusione che proprio non abbiamo futuro … è davvero spaventosa la melma di violenza, volgarità, assenza di rispetto, sovranismo, populismo, nazionalismo (che viene spacciato per patriottismo), omofobia, misoginia e integralismo religioso che viene messa in circolazione.

Passando a faccende meno tremende, anche dal punto musicale vi sono aspetti che fatico a digerire. Ne parliamo spesso sul blog, mi riferisco alla mancanza di capacità critica di chi scrive di musica (anche su testate nazionali), al peccato mortale di non saper distinguere tra capitoli importati della musica e della propria vita. Essendo poi in qualche modo un chitarrista, noto con grande fastidio cosa siano diventati oggi la chitarra e il chitarrismo. Lo strumento è sempre più sganciato dal valore artistico, dall’espressione umana ed individuale, è sempre più vissuto come omologazione e funambolismo. La chitarra come uno strumento acrobatico dove fare evoluzioni ardite, e pazienza se nessuna emozione sgorga più da quello che una volta era LO strumento passionale.

Facebook mi inonda di consigli relativi a video di cosiddetti maestri di chitarra, tipetti di mezza età che si fingono giovani, qualche chilo di troppo, cappellino alla Breaking Bad, effetti a pedale che ti permettono di mandare in loop sequenze di accordi e di accorgimenti ritmici appena suonati su cui poi improvvisare sopra. Il solismo che si snoda attraverso le inaccettabili coordinate del funky blues, con quelle svisatine tutte uguali, perfettine, con i bending (il tirare le corde) precisi, quel sapore rock blues che i veri uomini di blues come noi – amanti del genere – rifuggono come fossero la peste.

Quei professorini ormai cinquantenni forzatamente vestiti da giovani che hanno un nome nel panorama italiano per aver suonato con diversi artisti famosi (la cui proposta musicale, diciamolo, era però una cagata pazzesca) che ci insegnano su che nota finire una frase, la formula per saltare da un accordo all’altro, come fare un assolo insomma  senza però aggiungere che il sentimento che guida dovrebbe essere quel qualcosa di indefinibile che abbiamo dentro di noi che ci fa prendere in mano uno strumento e condividere sensazioni con gli altri. Si creano così legioni di insipidissimi aspiranti musicisti senza nessuno stile personale e senza nessuna particolarità. E’ davvero questo che vogliamo? Poi ci si chiede come mai da decenni la musica popolare e rock non offra assolutamente più nulla di rilevante (se non rarissime gemme germogliate in piccolissime nicchie di resistenza).
Altro tema è quello del virtuosismo fine a se stesso, ma magari ne parliamo un altra volta.

Intanto è già passato il venerdì, otto ore al lavoro piuttosto intense e volate velocemente il cui momento top è stato vedere entrare dal portone l’amministratore delegato mentre dall’impianto stereo della sua macchina usciva l’assolo di Stairway To Heaven versione New York 1973. “Ehi Tim, senti che roba” mi dice.

Qualcuno che sa cos’è il vero chitarrismo rock c’è ancora.

Dark Lord, in te confidiamo.

JIMMY PAGE The Dark Lord "“La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

The Dark Lord ““La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

Genesis live at Bataclan, Paris (France), 10 january 1973 – 16mm footage

19 Apr

Qualche giorno fa su youtube è stato caricato un filmato dei Genesis con Peter Gabriel a cura dei tipi del sito Genesis Museum, il tutto completamente rimesso a nuovo nella parte video e nella parte audio e dunque presentato per la prima volta in questa prodigiosa qualità. Probabilmente il miglior filmato del gruppo con PG. Trentotto minuti da non perdere.

00:00 The Musical Box

10:03 Supper’s Ready

21:22 Return Of The Giant Hogweed

26:48 The Knife

33:21 Interviews

Sulla strada dei re, le chiavi per il blues africano

18 Apr

ARROTINO BLUES

Devo fare duplicati di alcune chiavi, mi dirigo quindi dall’arrotino da cui mi servo già da un po’, in pieno centro storico di Mutina, in Luke’s Narrow Lane (va beh, in Calle di Luca), di fronte a Saint Francis Church. Il knife grinder ha il cognome modenese e uno di quei nomi esotici che venivano dati ai bimbi qui in Emilia alcuni decenni fa, nome di origine greca che significa forte. Il negozietto è uno di quelli rimasti fermi nel tempo. Macchinari di una volta, spazi ristretti, bancone anni settanta o sessanta e via dicendo. Osservo l’artigiano nel suo grembiule grigio tornire le chiavi con maestria.

arrotino

arrotino

Chiedo di pagare con bancomat, diligentemente digita il prezzo sul macchinino e mi dice “Ah, prima o poi chiudo il negozio”,

“Come mai Athos (nome di fantasia)?” gli chiedo.

“Sono stanco, sa, non ne posso più, è diventato tutto troppo complicato” mi dice, riferendosi al pos …”

Sono basito ma sto al gioco “beh guardi sono un po’ stanchino anche io, due anni fa lavorativamente parlando ho dovuto reinventarmi e ributtarmi nella mischia ed effettivamente non è semplice …”

Mi confida la sua età, siamo coetanei (ha un anno in più), e quando lo informo di cosa si occupa la azienda per cui lavoro da tre mesi (senza entrare nello specifico, trattasi di faccende ipertecnologiche) sbianca e mi lancia uno sguardo di terrore. Uno che già trova difficile gestire un pos e la fatturazione elettronica non può che sentirsi sbigottito dinnanzi ad un mondo sconosciuto come quello dove sono capitato.

Esco dal negozio ricaricato, a differenza del mio coetaneo arrotino mi sembra di essere ancora on the brighter side of the road dopotutto, riuscire a galleggiare nell’humus ipertecnologico in cui sono capitato alla mia età non è automatico, ad esempio l’altro giorno a pranzo nei soleggiati tavoli all’aperto del giardino intorno a cui si dipana la azienda ho tenuto banco di fronte ad alcuni miei giovani colleghi, mica mammolette, bensì scienziati e ingegneri, una sorta di geni alla Big Bang Theory, però fighi.

Così mi sono ribattezzato Tim Tirelli, l’Ingegnere dell’algorhythm and blues.

KINGS ROAD BLUES

Mentre prendo la strada del centro, la piazza è spazzata dal vento e penso che stasera rientro da te.

Svolto in Three Kings Road, una stradina costruita tra palazzi cinquecenteschi, un’era geologica fa una mia ex groupie abitava lì, e per circa sette anni quel sentiero di ciotoli fu un po’ la mia seconda casa. Siamo perfettamente nell’heart of the city ma quella stradina e le altre vicine non sono mai state esattamente posti eleganti, e possono essere catalogate come facenti parte dell’inner city, ovvero the central part of a city where people live and where there are often problems because people are poor and there are few jobs and bad houses (Cambridge Dictionary).
 Mentre passeggio sotto ai portici, poveri stili architettonici si susseguono ogni dieci metri, le porticine di legno o di metallo sono consunte da decenni di incuria, sui campanelli segni di etichette rimosse e rimesse, i cognomi rimandano a genti che nulla hanno che fare con l’originale etnia territoriale. La pavimentazione è così sconnessa che mi viene il mal di mare.

Three Kings Road (foto Alefilobus2012)

Alzo lo sguardo, rivedo la finestrella da cui osservavo i tetti di quella parte della città; in certi pomeriggi, nelle domeniche piovose d’inverno, era bello guardare i coppi  lavati dalla pioggia e perdersi nel perenne Rambling On My Mind blues.

Three Kings Road (foto Alefilobus2012)

Mi allontano, mentre torno verso Piazza Grande quel terrazzo col glicine fiorito in Servants Little Square mi accoglie ora come allora,

via-dei-servi

Il balconcino di piazzetta dei Servi – Mùtina

mi si scioglie il cuore; a poche decine di metri the Little Garland Tower guida il mio cammino. Città mia città mia, pur piccina che tu sia tu mi sembri una magia …

BLUES AFRICANO

I’ve got a new friend, and his name is Mr Anthony Ruby from Rosespring (down there in Wolvesland), non è un caso che sia anch’egli un uomo di blues, un amante della grande musica (sponda jazz ma non solo), un appassionato di football (non dei miei stessi colori ma di una squadra che mi sta simpatica) e una mente illuminata.

Ci scambiamo spesso dritte su artisti che meritano di essere scoperti, ieri mi ha suggerito Nanà Vasconcelos, un percussionista afro-brasiliano il cui album del 1972 Africadeus mi sta scombussolando. Blues africano alla massima potenza, percussioni, berimbao e voce intrise di sperimentazione e di litanie esistenziali.

Già la copertina mi pare emblematica, quello stile anni settanta legato al magnetismo di certi musicisti neri e al potere della musica del loro spirito. Mamma mia che lavoro!

Nanà Vasconcelos

Poi uno mi chiede come mai sono così legato agli anni settanta, solo in quel decennio una etichetta discografica poteva pubblicare un disco come questo.

PS Thank you Anto’.

MOUSE PAD BLUES

Nella vita quotidiana accadono sciocchezzuole che mi fan capire che ancora non conosco del tutto la pollastrella con cui sto, pollastrella che ricordiamo è una sorta di amazzone: centaura, musicista, fan sfegatata della musica Rock, regina delle corse in Go-Kart, figlia dell’Emilia più concreta e rivoluzionaria. Una scimmietta forza della natura dunque, fino a quando …

IO “Saura, mi serve un tappetino da mouse, non trovo più il mio dell’Inter. Ne hai uno da prestarmi?”
LEI: “Sì”

Mouse pad con gattini – foto TT

An s’è mai vèst Johnny Winter con chi mouse pad chè.

OUTRO

Nei pigri sabati di aprile non resta altro da fare che perdermi nella luce aranciata del pomeriggio, cercando di trovare l’algoritmo giusto che risolva i miei quesiti esistenziali, che aiuti a staccare gli sticker adesivi che ho appiccicati all’animo, che dia un po’ di pace alla mia worried mind. Basterebbe poco, che stasera l’Inter battesse il Napoli e che Jimmy Page facesse uscire un nuovo disco.

La luce aranciata del pomeriggio – Domus Saurea, Aprile 2021 – Foto TT

Le fredde e umide domeniche emiliane mitigate dall’imperituro fuoco sacro dei Led Zeppelin

11 Apr

Domenica fredda e umida qui in Emilia, una mia cara amica straniera, quando ancora non parlava bene l’italiano, avrebbe detto “c’è piove”. La primavera sembra imprigionata dagli strascichi invernali. Scendo a fare due passi, perso nei miei pensieri seguo impronte di giorni perduti. Potrei telefonare a qualche amico, ma la mia timidezza invincibile me lo impedisce. Sarebbe bello sognare insieme del prenderci una tazza di caffè, del fare due chiacchiere davanti ad essa in un posticino accogliente, magari al tepore di una cucina dove sul fornello borbotta un pentola e una grossa sveglia tiene pigramente il ritmo del tempo con i suoi tic toc; qualche biscotto caldo, succo d’arancia, marron glacé, un paio di diplomatiche la cui bagna intrisa di Rum ci solleticherebbe l’intelletto.

Chi potrebbe essere l’amico adatto? Ne ho diversi da scegliere nel pezzo d’Emilia in cui vivo, un altro vive in tre posti diversi, rispettivamente a 350, 1100 e 7100 chilometri da me, un paio lungo la dorsale appenninica che sorregge lo Stivale, altri a nord del MississiPo. In totale 12 amici, dopotutto niente male, non fosse altro per i potenti riferimenti simbolici di questo bel numero. Gli dèi principali del monte Olimpo sono Dodici (se diamo importanza alla mitologia greca), Dodici i cavalieri della tavola rotonda (se crediamo che Re Artù sia esistito), Dodici gli apostoli (se si crede alla favoletta di Giosuè, il figliastro del falegname Giuseppe), Dodici le categorie dell’intelletto secondo Kant, Dodici le stelle della bandiera Europea (uno dei pochi vessilli che non ci danno nausea), Dodici i mesi, Dodici i semitoni che formano un’ottava nel sistema musicale occidentale, Dodici gli anni d’età che servono per compiere i riti di iniziazione in molte culture, … un numero che qualcuno dice essere un modello cosmico di pienezza ed armonia. E poi sì, sono nato in dicembre, dodicesimo mese

Ma gli amici oggi sembrano irraggiungibili, così cammino sulla lunga stradina tortuosa da solo, come uno sciocco sotto la pioggia; passo davanti alle case dei vicini e ne rimiro i cortili lucidi di pioggia. Folate di vento mi spostano l’animo, tempo di tornare in casa.

C’è solo una cosa di fare in mattine come questa per tornare a respirare la vita, chiedere aiuto al Dark Lord e ai Led Zeppelin, infilarsi nella macchina del tempo con destinazione New York 1973, e guardarli mettere in scena la musica Rock migliore mai vista e sentita su questo pianeta. L’hard rock variopinto di The Song Remains The Same e la magniloquenza poetica di The Rain Song. Quale altro gruppo di hard rock avrebbe potuto proporre musica Rock di un tale ampio respiro?

Ringrazio il nulla cosmico onnipotente di avermi creato fan dei Led Zeppelin.

 

 
 
Jimmy Page - The Song Remains The Same Movie - New York 1973

Jimmy Page – The Song Remains The Same Movie – New York 1973

Robert Plant TSRTS Movie

Robert Plant – The Song Remains The Same Movie 

Virginia Parker - Led Zeppelin Movie

Virginia Parker – The Song Remains The Same Movie

Led Zeppelin Film The Song Remains The Same

Led Zeppelin movie The Song Remains The Same