La Via Emilia ad agosto

18 Ago

Il cambio di lavoro mi ha allontanato da Stonecity, ora ogni giorno sono diretto a Mutina, la mia città di riferimento. Lavoro molto in questo periodo, è uno dei picchi di produzione dell’intera stagione, niente ferie naturalmente, niente ponte a ferragosto, mi fermo sino a tardi la sera, lavoro al sabato e così via. Situazione un po’ pesante certo, ma non posso che ringraziare TDL (The Dark Lord insomma) per aver fatto sì che una grossa e importante azienda abbia ripescato un uomo di blues di una incerta età caduto nel mare.

TDL- Wembley Empire Pool November 1971

In questi giorni agostani, con le città deserte e i ritmi lenti, vado al lavoro facendo la Via Emilia, percorro qualche km in meno di quando prendo le blue highway (le strade basse insomma) e mi godo l’arteria principale della mia terra nell’unico momento in cui diventa vivibile e percorribile. Riscopro vecchie case da contadini ormai abbandonate a se stesse, distributori di carburante che prendono i riflessi di quelli del midwest e del sud degli Stati Uniti, quelli ritratti all’interno della copertina di Desolation Angels dei Bad Company ad esempio …

Bad Co Desolation Angels 1979

… scorci di un’Emilia che sta scomparendo e che alterna campi di malghetti (di granturco) e vigne a fabbriche addormentate, ristoranti, case cantoniere e vecchie sezioni del PCI prede dell’edera e dell’erbacce. Con l’animo adombrato e al contempo sempre in fustinella grazie al blues, veleggio ogni giorno tra la Domus Saurea e l’azienda per cui lavoro, apprezzando quel po’ che può dare questo vicolo del pianeta in cui vivo, vicolo in cui sono nato, cresciuto e dove coltivo con amore tutti i miei blues. Thank You Emily Road.

la Via Emilia

SERIE TV

Continua il rapporto stretto con le serie TV di una certa rilevanza. Di seguito le due che mi hanno colpito maggiormente in questo ultimo periodo.

Homecoming TTTT

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Chernobyl TTTTT+

Serie stratosferica. Da guardare a tutti i costi.

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IL GIUSTIZIERE DEL TRAFFICO NEI SUPERMERCATI

Essendo il rompiscatole che sono (altri userebbero il termine cagacazzo), quando vado alla Coop spesso mi ergo a Giustiziere del traffico; sì perché tendo a non sopportare la gente che pensa di essere sola al supermercato, quella che si ferma a parlare con gente appena incontrata occupando tutta la corsia principale, quella che parcheggia il carrello alla dick of the dog e va a farsi i fatti suoi. Se, come spesso succede, è  ITTOD (una delle delle mie tre personalità) a prendere il sopravvento allora sono acid dicks for everybody. Ti metti a parlare con gli amici in mezzo alla corsia? Ittod ti si pianta di fronte col il carrello e, alla maniera di Sheldon Cooper, esclama “permesso, permesso, permesso!” fino a che i malcapitati, sorpresi, sono costretti a dargli strada e a farlo passare. Lasci il tuo carrello incustodito messo di traverso in una corsia? Arriva Ittod che, col suo, lo urta e te lo spinge at the god’s house (a casa di dio). Poi torno nei panni di Stefano (il politicaly correct old boy) o di Tim (un mix di entrambi) e torno a vivere e a lasciar vivere.  Ma con Ittod non si scherza, mai!

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“VORREI VEDERTI NELLA DDR CON LE ADIDAS”(Influencer blues)

Alla Coop; reparto biscotti; devo scegliere che tipo prendere. Mi innervosisco … troppa scelta, troppe marche, troppe tipologie …“maledizione, va là che nella DDR non avrei avuto questi problemi!”, esclamo esaltando un tipo di repubblica che ho idealizzato nella mia maruga e di cui sono un po’ ossessionato. La pollastrella alza gli occhi al cielo. Poco dopo nel reparto pasta, faccio lo stesso pensiero a voce alta e stavolta Mademoiselle Pompidou (la chiamo così perché la Francia è una delle sue fissazioni) mi risponde per le rime: “Sì, vorrei vederti nella DDR con le Adidas!”.

Fa riferimento al fatto che la mia ossessione per il marchio Adidas, e le conseguenti continue spese che faccio per placare questo mio impulso ossessivo compulsivo, mal si prende col rigore che era in vigore nella DDR. Sì, ha ragione, ma che ci posso fare, sono un uomo occidentale pieno di contraddizioni che vive idealizzando tipi di società alternative, take or leave it.

PS: ieri sera esco con il mio amico Sir Lyson. Al momento di salutarci noto che indossa un paio di Adidas nuove. “Ehi, vecchio “ gli faccio “anche tu Adidas, ma sei un grande!”. “Lo sai che ti seguo e che sei un influencer!”mi risponde. Lo abbraccio forte e vado a letto contento. Yuk!

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Troppi biscotti alla Coop -foto TT

BRIAN NEGLI ANNI CINQUANTA

Una mia cugina mi manda un foto di Brian che non avevo mai visto: è ripreso insieme a sua sorella Marta, presumibilmente negli anni cinquanta, nelle campagne intorno a Regium Lepidi dove la sua famiglia abitava allora, parecchio prima che lui si sposasse con mia madre. Lo osservo bene … con quell’aria da attore americano, quello sguardo sicuro di sé, quella cazzimma che non credo gli appartenesse. Ripenso alla sua vita, a come è andata, al fatto che deve essere venuto a patti anche lui con la realtà e col fatto di non essere altro un essere umano sperduto su un pianeta nel buco del culo dell’Universo, come dico sempre. Mentre scrivo, dalle casse del computer, Youtube messo in random passa The Long And Windind Road di Paul McCartney. Mi si inumidiscono gli occhi. Lo penso negli ultimi anni alle prese con i disturbi cognitivi senili, al fatto che diventò uno dei personaggi principali di questo blog … già le peripezie di Brian nella valle dell’alzheimer sono state forse uno dei momenti più alti di queste pagine miserelle, il seguire e l’accompagnare un vecchio verso il tramonto ha contribuito a rendere questo blog forse meno sciocco ed inutile. Ma mentre Macca termina di cantare il suo capolavoro voglio concentrami sul giovane Brian … un bel tipo che qualche anno più tardi avrebbe incontrato una bella tipetta di San Martin On The River e insieme avrebbero messo su famiglia e percorso insieme alcuni decenni. Riguardo la foto … eri proprio un vasco* Brian.

* per i non emiliani, dal dizionario Il Nuovo Piccagliani:

http://www.vivomodena.it/rubriche/ciacarare-modenese-vasco-o-per-essere-piu-precisi-fare-i-vasco/

Brian e sua sorella Marta – anni cinquanta

DARK LORD PLEASE DON’T LET ME BE MISUNDERSTOOD

In questo periodo ho a che fare con parecchia gente nuova o con gente che non vedevo da vent’anni. Mi capita di cogliere, occasionalmente di nascosto o anche mentre si parla insieme, rilievi sulla mia figura che sul momento mi pare non mi descrivano correttamente, siano esse osservazioni positive o negative. Possibile che si sia tanto concentrati su noi stessi che non ci si accorga che la coscienza che abbiamo di noi non corrisponde esattamente a quella che decriptano gli altri?

Al di là del tenore di quegli appunti, siano essi lodi o critiche, il problema è che non mi riconosco in quei quadretti, proprio io che penso di essere consapevole dei miei pregi e dei miei difetti, proprio io che sono il principe dell’autoanalisi e dell’autointrospezióne mi trovo a sentirmi un forestiero nei panni di me stesso. “Sono davvero così?” mi chiedo. Rimango sospeso, mi soppeso, e cerco di modificare gli aspetti meno nobili di quelle note, certo come sono che devono contenere un minimo di verità. Ogni tanto la sera però prego il Dark Lord affinché il mio essere non venga mal interpretato, ma è una preghiera che non so se avrà qualche effetto, perché temo che sia io a mal interpretare me stesso.

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Tuttavia, oltre alle note sul mio essere che – come ho detto – potrebbero essere intese come rilevamenti non esattamente positivi, voglio citarne una dai contorni morbidi. Rivedo dopo quasi vent’anni un collega della mia età. Mi fermo davanti a lui mentre è intento a risolvere un problema lavorativo. Si accorge che qualcuno lo sta fissando, si volta e rimane abbagliato dalla mia presenza. Ha lo sguardo tra lo sbalordito e il meravigliato e mi guarda come un fervente credente accoglierebbe l’avvento del suo dio. Non è che fossimo esattamente amici, giusto colleghi di lavoro nel decennio degli anni novanta, eppure mi accoglie con una enfasi – seppur controllata  – che mi colpisce. Ci prendiamo cinque minuti, mi chiede come mai sono ricapitato lì, gli spiego in due parole la genesi che mi ha spinto all’abbandono della mia aziendina e di come mi abbiano riaccolto nella sua, nostra, grande azienda. Al che con un candore che mi intenerisce, mi dice “Beh, è naturale, sei sempre stato molto bravo!“. Ora, se fossi una persona normale me ne sarei andato compiaciuto e sicuro di me stesso, ma dato che sono un uomo di blues, è da quel giorno che mi chiedo “Ma davvero sono uno molto bravo?”. Non è una domanda retorica atta a stimolare altri commento positivi, ma un sincero quesito che pongo a me stesso. Ma davvero uno che nella sua maruga vive in un mondo fatto di Led Zeppelin, FC Inter, DDR, Jack London, Robert Johnson (e Adidas) e che sembra non importargli altro è uno “molto bravo”?

Mentre scrivo questo, Youtube -sempre in random – manda All Right Now. Segnale blues non indifferente. Meglio smettere di pensare, prendiamo quello che abbiamo e prepariamoci ad uscire con la pollastrella. (L’uso della prima persona plurale non è casuale, siamo in tre, Stefano, Tim e Ittod  a doverci preparare… ).

Oh yeah baby, it’s All Right Now”).

 

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Flashes from the Archives of Oblivion: JOHN CAMPBELL “BLUES BELIEVER”

10 Ago

Così come nelle edicole delle località di mare compaiono in estate vecchi numeri di fumetti riconfezionati e in offerta speciale, così Il blog ad agosto ripropone vecchi articoli apparsi anni fa nella speranza di non annoiare troppo chi ci segue da sempre e magari di intrattenere i nuovi lettori con scritti pieni di polvere. Buona lettura.

Artista americano dallo spirito zingaresco, come si conviene ai musicisti blues puri d’animo, John Campbell incarna la figura asciutta del chitarrista-cantante blues un po’ defilato che osserva, ascolta, elabora e racconta vecchie e nuove storie di vita…storie di blues

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX n.2)

Di solito quando si pensa a chitarristi di blues bianco ci s’immagina blues fumanti ed elettrici, dove le Gibson e le Fender fanno fischiare gli amplificatori; con John Campbell non è proprio così, o almeno non in senso stretto, poiché il nostro si è sempre appoggiato a chitarre particolari: una splendida Gibson Southern Jumbo acustica del 1952 (elettrificata con pick up) ed un paio di National (del 1934 e del 1940).

Questo non significa che il blues di John Campbell manchi di quel mordente e di quella fisicità così necessari per godere appieno della nostra musica, ma è una forza diversa, più sottile eppure greve, più leggera eppure pesante…sembra un paradosso ma alla fine queste teorie un po’ azzardate prendono corpo nella musica di John Campbell.

Nato a Shreveport (Louisiana) il 20 gennaio 1952 e cresciuto a Center (texas), per la giovane anima di John campbell fu del tutto naturale assorbire l’umido spirito blues del sud degli Stati Uniti e trovarsi in armonia con la disarmonia degli altri, di se stesso e del mondo: in altre parole si scoprì uomo di blues.

(Shreveport, Louisiana)

Ebbe la sua prima chitarra nel 1960 tuttavia fu nel 1967 che decise di fare sul serio con la musica e con il blues. In seguito ad un serio incidente avvenuto quando aveva 15 anni (si dilettava nelle corse dei dragster) che gli costò un occhio, il collasso di un polmone e diverse costole rotte, John fu costretto ad una lunga convalescenza.

“Ero così malridotto dopo l’incidente e le plastiche facciali relative che sembravo una mummia. Non ho potuto camminare per un bel po’, così iniziai ad ascoltare la musica…John Lee Hooker, Howlin’ Wolf , Muddy Waters, e a suonare seguendo i loro dischi. Non potevo esprimermi verbalmente a causa delle ferite, così il blues diventò uno sfogo. In quei momenti compresi che nella vita non avrei fatto altro”. Parole di John Campbell che l’anno seguente lasciò la scuola, la famiglia, salì su di un bus con la chitarra e con dieci dollari in tasca e andò incontro alla vita.

Da bravo musicista blues capì ben presto che il meglio che poteva aspettarsi era di evitare il peggio.

E il meglio significava suonare il più possibile, dove possibile: 14/15 ore al giorno con la chitarra in mano a vergare vecchi e nuovi blues nei campus universitari, nelle stazioni di servizio, agli angoli delle strade.

Fu in quegli istanti che per John Campbell il tempo cambiò forma e le notti diventarono un’unica notte dilatata, fu allora che comprese definitivamente che pur non esistendo il destino era destinato a spendere la sua vita sotto i colpi del blues.

In questo evitò il peggio, sebbene gli toccò lavorare saltuariamente in una fabbrica chimica e vendere il sangue per potersi comprare una chitarra, le corde per suonarla e qualche panino.

Un giorno ricevette una lettera da un amico che viveva a New York: “Dovresti fare un salto quassù, c’è una scena blues di tutto rispetto e potresti inserirti anche tu”.

Questo il consiglio dell’amico che Campbell prontamente seguì.

Gli scenari di New York infettarono la musica di JC come ricordò in seguito lo stesso musicista:

“Ero abituato a suonare la chitarra acustica ma dove vivevo (a Willamsburg, Brooklyn) i treni della metropolitana passavano in superficie a pochi metri dalla mia finestra, così fui costretto a procurarmi un pick up ed un amplificatore per potermi sentire mentre mi esercitavo a casa. Era come se la città volesse ingoiare una semplice chitarra solitaria.”

In una notte come tante, John stava suonando in un club come tanti quando Ronnie Earl (chitarrista con già una certa carriera alle spalle) entrò nel locale. I due si erano già conosciuti anni addietro in Louisiana e finirono per passare tutta la notte nel retro del locale a parlare e a suonare i loro blues preferiti. Ronnie Earl decise così di portare Campbell in studio e di produrgli un album.

Il 18 e il 19 aprile del 1988 si ritrovarono negli Splice Of Life Studios di Brighton (Massachussets) con un pugno di musicisti a registrare quello che diventerà A Man And His Blues, disco uscito nel 1988 per l’etichetta tedesca Crosscut Records.

Sin dalla prima canzone, Going To Dallas (di Lightning Hopkins) è possibile carpire l’alto lignaggio del blues proposto da JC. Voce profonda, animo scosso da rivelazioni continue e il completo controllo dello strumento. Sugli stessi binari si muovono Bluebird e Deep River Rag, prove esemplari di come una chitarra possa da sola riempire tutti gli spazi necessari.

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Gli episodi migliori di A Man And His Blues sono infatti quelli dove Campbell si esibisce da solo o insieme alla chitarra di Ronnie Earl.

La piccola etichetta tedesca poté far ben poco per promuovere il disco così JC piano piano scivolò verso situazioni difficili. Dovette vendere la sua amata National (appartenuta a Lightning Hopkins, storico bluesman americano) e lavorare in un guitar shop per poter vivere.

In quei tempi John Campbell cercò di lasciarsi trasportare dalla  continuità di una vita apparentemente normale; mentre serve i clienti gli passano per mano tante chitarre ma può dire che le suona? Che le sente sue? Non è certo questo che lui chiama “avere a che fare con la musica”.

Dentro di sé sente che sta attraversando un ponte sul vuoto, che sta andando incontro al peggio, quando il fato gli riserva una sorpresa facendogli ritornare per le mani la sua vecchia chitarra National.

Questo genere di “segnali” sono patrimonio della tradizione blues a cui occorre sempre prestare la massima attenzione. Riscattata la chitarra, John torna alla vita che gli compete, se possibile con impeto maggiore. Si unisce ai musicisti che abitualmente suonano blues in un ristorante vietnamita e le cose iniziano ad aggiustarsi. Sempre più gente accorre a vedere questo ensemble che ha nelle sue fila un chitarrista davvero speciale. La voce si sparge in fretta e in poco tempo si ritrovano ad esibirsi al Lone Star Cafè, locale piuttosto “in” di New York.

John Campbell suona, chiude gli occhi e sogna: il fischio ed il getto di vapore che si levano dalla macchina del caffè simulano quelli di una locomotiva, il fumo ed i vetri appannati richiamano le nebbie calde del Mississippi. L’animo di John Campbell fiuta lo spirito del blues, lo segue, lo cattura e ne rafforza i significati…

L’uomo della Elektra presente nel locale rimane rapito dalla forza musicale di JC, ne capisce il potenziale e prende la decisione di metterlo sotto contratto.

One Believer, il primo disco di Campbell per una major, esce nel 1991 e l’immagine del volto del chitarrista ritratto in copertina lascia già intuire il calibro dei blues in esso contenuti.

“L’album è un faccia a faccia con quello che stavo provando in quel momento, è un album lento ed ombroso, dentro ci sono tutti i miei fantasmi, gli scheletri che avevo nell’armadio danzavano nel mio appartamento; l’album fu un esorcismo.” E’ in questo modo che JC parlò di One Believer, album che descrive con lucidità i contorni del personaggio in questione.

Registrato e missato in California tra marzo e maggio del 1991, One Believer è una raccolta preziosa di blues sofferti ed esoterici; sì, perché solo chi è consapevole della propria coscienza blues può trovare appaganti le oscure metafore che escono dai cantati di JC e tradurli secondo la propria sensibilità. Ci sono un paio di episodi veloci nel disco, ma è il resto a colpire davvero: una catena di blues lenti e profondi dove la band accompagna con discrezione la chitarra e la voce di JC.

Nel brano d’apertura JC canta:

“Ho il diavolo nel mio ripostiglio e il lupo alla porta” ed è il preludio ad un’esplosione di tematiche che turbano ed affascinano.

In Angel Of Sorrow Campbell infierisce ulteriormente:

“Signore che sei lassù, so che è tardi nella vita per dire la mia prima preghiera, non sono qui a chiedere pietà per la mia anima tormentata, perché dopotutto inferno o paradiso per me è lo stesso, ma dammi solo un ultimo respiro per potere dire addio alla mia piccola.”

Mischiare sacro e profano, tirare in ballo demoni, cani dell’inferno e voodoo non è certo una novità nel blues, ma il modo in cui lo fa JC rende a questi temi una nuova freschezza. Sarà anche solo una sensazione, ma sembra che John Campbell contribuisca realmente a rimodellare in maniera seria la più nobile tradizione blues. Lontano dall’approccio ormai patinato e buono per tutti di chitarristi bianchi come Eric Clapton, lontano dal blues cabaret di musicisti neri come BB King, John Campbell sembra essere partorito dal pulviscolo blues originato dal big bang primordiale, quello che generò i padri putativi della “musica del diavolo”: Robert Johnson, Son House e compagnia bella.

(Foto di nozze: John e sua moglie Dolly)

Il suo lavoro alla chitarra poi si avvicina al sublime, scansando le facilonerie dei trucchetti rock blues fini a se stessi, privilegiando invece gli aspetti più tenebrosi ed emotivi, ricamando trame e fraseggi con tecnica cristallina.

“Alberi nudi d’inverno, ormai è buio, un uomo cammina lentamente da solo nel parco, la sua mente è piena di visioni che solo lui vede e Signore, egli assomiglia molto a me.”.

Stralcio tratto dal testo di One Believer, canzone che chiude e che forse meglio rappresenta il disco.

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I versi delle strofe affondano in una stesura in minore, cupa e malinconica, mentre il ritornello tenta una esplosione in maggiore che rischiara, almeno in parte, le tenebre iniziali. Per One Believer non si può parlare di vero e proprio successo commerciale, ma l’album andò in ogni caso bene e il nome di JC iniziò finalmente a circolare.

Il resto del 1991 JC lo passò in tour accompagnato da una band tutta sua, e aprì per più di sei mesi ogni data del tour di Buddy Guy, arrivando anche in Europa.

La stessa cosa successe per la prima metà del 1992: tour americano ed europeo si susseguirono, aprendo concerti per Johnny Winter e Albert Collins, partecipando a festival importanti (tra cui il Montreux Jazz Festival) e suonando molte date come artista principale.

Fu quindi tempo di registrare il secondo album per la Elektra. Howlin’ Mercy prese corpo grazie a recording sessions avvenute nell’agosto del 1992 agli studi  Power Station e missate  agli Ardebt Studios di Memphis nel settembre dello stesso anno.

“Per Howlin’ Mercy il mio approccio fu differente. La mia vita improvvisamente divenne piena d’energia: avevo una band con cui vissi on the road per molti mesi insieme a Buddy Guy, così le canzoni di Howlin’ Mercy risultano più muscolose, allo stesso tempo sono frutto delle mie vecchie radici e della nuova direzione in cui stavo andando.”. (John Campbell)

Howlin’ Mercy si differenzia da One Believer prima di tutto per i mezzi a disposizione: la produzione è curata e ricercata, frutto senza dubbio di un budget sostanzioso e di una impostazione quasi mainstream; la band poi è più presente, in generale si sente un approccio più rock e anche la voce di JC è cambiata essendosi fatta più roca, perdendo forse un po’ di quella sobria profondità che aveva caratterizzato l’album precedente. L’aspetto naif senza compromessi di One Believer rimane così il punto più alto della produzione di John Campbell, non a caso una delle canzoni migliori di Howlin’ Mercy è Love’s Name, ipnotico slow blues che richiama alla mente i sapori e le atmosfere di One Believer. Howlin’ Mercy comunque si difende bene: Saddle Up My Pony è un vecchissimo traditional rispolverato da JC alla sua maniera; una lunga introduzione di chitarra slide penetra segreti atavici, poi con una decisa sciabolata entra la band e, liberata la slide dai suoi torpori più tristi, trasforma tutto in una furiosa cavalcata elettrica. Nell’album sono riproposte Down In The Hole di Tom Waits e a sorpresa When The Levee Breaks dei Led Zeppelin.

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Howlin’ Mercy impose definitivamente la figura di John Campbell che, pur restando artista di culto, iniziò a godere di una discreta popolarità.

Howlin’ Mercy uscì nel 1993, cui fece seguito un’altra lunga tournèe. Marzo JC lo passò in Europa a suonare in Inghilterra, Danimarca, Francia, Germania, Italia e Irlanda, aprile fu speso negli Stati Uniti tra Texas, Louisiana, California, Georgia e Tennessee.

JC era contento di come si stavano mettendo le cose, ma iniziò a sentirsi affaticato e sperduto.

Per la prima volta estraneo gli apparve il mondo e ogni volta che si separava dalla chitarra al termine di un concerto, sentiva una spinta furiosa verso il basso. Fatica? Vecchi Demoni? Le sue antiche ferite? JC non era in grado di stabilirlo. Una sera, coricandosi, ebbe l’impressione di avere i cani dell’inferno alle calcagna, ne sentiva gli ululati, ne percepiva l’eccitazione. Si rese conto che i suoi blues stavano prendendo forma, li vide saltellare intorno al letto: li scacciò abbozzando un sorriso e si rimise a sognare. Da quel sogno non si svegliò più. Colpito da un infarto, John Campbell morì a New York il 13 giugno 1993…aveva 41 anni.

JOHN CAMPBELL – DISCOGRAFIA

Avendo registrato soltanto tre album durante la sua breve vita, è facile arrivare alla conclusione che non ci sono capitoli scadenti nella discografia di John Campbell. Probabilmente JC se ne è andato portando dentro di sé il suo album definitivo, quello che avrebbe potuto consacrarlo, l’album, come si suole dire, della definitiva maturità.

Queste ad ogni modo, le testimonianze che ha lasciato:

A MAN AND HIS BLUES (Crosscut Records 1988) – JJJ1/2

Registrato  in soli due giorni con la supervisione di Ronnie Earl, l’album è poco più di una autoproduzione: nei duetti di chitarra Campbell/Earl come Sittin’ Here Thinkin’ ci sono piccole sbavature dovute alla fretta e alla registrazione in diretta. Ma d’altra parte il disco risulta fresco e i pezzi dove JC si produce in performance voce/chitarra sono quasi magici: Bluebird e Going To Dallas in primis. Lo strumentale Deep River Rag fa capire che razza di chitarrista magnifico fosse JC. A Man And His Blues è stato ristampato nel 1994 dalla Blue Rock-it Records.

ONE BELIEVER (Elektra 1991) – JJJJ

Il magnetismo di quest’album è inarrivabile: se lo si ascolta in inverno, dalla chitarra e dalla voce di JC si alzano nuvole calde di vapore nell’aria gelida di vetro, se lo si ascolta in estate si alzano folate di vento freddo nell’aria afosa e liquefatta. La disperazione di Angel of Sorrow, gli avvertimenti di World Of Trouble, la folle corsa in macchina di Take Me Down dove “ gli insetti si spiaccicano contro il parabrezza e diventano piccole esplosioni rosse di sangue…l’acceleratore è al massimo, ho un istinto suicida e i cani dell’inferno ululano e presto mi raggiungeranno…”. Il lavoro di chitarra poi è complementare a queste visioni e ne rende più nitide le immagini. John Campbell era davvero un gran chitarrista. Il disco si chiude con One Believer, ultimo gioiello di un album che gli amanti della buona musica dovrebbero avere.

HOWLIN’ MERCY (Elektra 1994) – JJJJ

Registrato dopo mesi passati on the road con una band stabile, Howlin’ Mercy è un disco più levigato e impreziosito da una produzione curata e piccante. Il gruppo acquista importanza e si fa sentire con convinzione. I blues di Campbell si fanno più duri e a volte tendono a scappare verso territori tipici del rock americano d’autore. I temi comunque restano ancorati al blues sincero di JC, quello che ti penetra dal basso e come fosse una lama ti taglia l’animo.

Blues per puristi in Saddle Up My Pony , blues rock americano in Ain’t Afraid Of Midnight, Look What Love Can Do e Firin’ Lane e piombo Zeppelin in When The Levee Breaks qui riproposta in una versione assai convincente.

TYLER, TEXAS SESSION (Sphere Sound Records 2000)

Album postumo contenente alcune registrazioni fatte da JC prima che la Elektra entrasse in scena. John insieme alla sua chitarra alle prese con alcuni dei blues più classici: Can’t Be Satisfies, Rollin’ Stone, Terraplane Blues, Mojo Hand.

 

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QUESTA LA VERSIONE APPARSA SULLA RIVISTA CLASSIX NEL 2004.

https://timtirelli.com/2015/06/26/classix-2-febbraio-2004-john-campbell/

LED ZEPPELIN at Knebworth: 40th anniversary blues

4 Ago

L’estate del 1979 è quella che considero la “mia” estate: ancora adolescente, ero in piena fustinella per il Rock; certo il “mio” Rock era sotto attacco, l’odiata disco music, il punk e la new wave stavano minando il dominio della musica più bella e colorata del mondo, ma io imperterrito continuavo a vivere per quel concetto musicale, per quel sound, per quegli ideali. Naturalmente ero già consapevole che gli anni cosmici di quella musica erano forse (appena) passati e che io non li avevo colti appieno vista la tenera età. Il 1969, il 1970, il 1971, il 1972, il 1973 e via discorrendo erano gli anni dei dischi con cui plasmavo il mio essere, ma sembravano anni appena passati e gli album relativi appena usciti … era come poter attingere dal pozzo dietro casa acqua freschissima mentre il ruscello che scorreva davanti a casa continuava imperterrito – seppur in modo discontinuo –  la sua corsa.

Nel 1979 erano già usciti o stavano per uscire dischi comunque formativi per il giovane Tim, album che contribuirono a modellare la mia struttura ossea, molecolare e spirituale. Desolation Angels dei Bad Company, Muddy “Mississippi” Waters Live, Nights In The Ruts degli Aerosmith, Cheap Trick At Budokan, Van Halen II, The Long Run degli Eagles, Breakfast in America dei Supertramp, Discovery della ELO e ancora Broken English di Marianne FaithfullDamn the Torpedo di Tom Petty and the Heartbreakers, Rust Never Sleeps di Neil Young and Crazy Horse, Joe’s Garage di Frank Zappa etc etc.

Naturalmente ero anche attento alla musica del momento: Reggatta De Blanc dei Police me lo porto cucito addosso tuttora … quel disco fu uno shock musicale fortissimo, lo stesso dicasi per Machine Gun Etiquette dei Damned, poi Sex Pistols, Clash, Joe Jackson, Ramones, Blondie. Facevo poi i primi tentativi col Jazz Rock, assorbivo i cantautori italiani e continuavo nella scoperta del blues nero.

Ma il 1979 è naturalmente l’anno di In Throught The Out Door dei miei adorati Led Zeppelin, album che – come se ce ne fosse bisogno – mi spinse ancora di più verso il mio gruppo preferito.. Sì è vero, era un album di transizione e forse non esattamente a fuoco ma, vista la mia predisposizione per gli album obliqui, diventò uno degli album fondanti di quel mucchietto d’ossa che chiamano Tim Tirelli. Qui di fianco le riflessioni fatte a proposito quando uscì la deluxe edition: https://timtirelli.com/2015/09/16/led-zeppelin-deluxe-editions-presence-ittod-e-coda/

Qualche giorno prima dell’uscita dell’album i Led Zeppelin suonarono due date al festival di Knebworth, il 4 e l’11 agosto. Fu il ritorno ufficiale del gruppo dopo due anni di fermo dovuto alla morte del figlio di Robert Plant. Per anni si è parlato di 210.000 spettatori la prima serata e 110.000 la seconda, ma in realtà furono poco più di 100.000 la prima e poco oltre i 40.000 la seconda. Tutto sommato niente male per un gruppo fermo da due anni e che ritorna in un momento – musicalmente parlando – ad esso assai poco favorevole. Non erano più i Led Zeppelin dell’immaginario collettivo, il chitarrista faceva regolarmente uso di pesanti sostanze stupefacenti e le sue performance non erano certo più le stesse. Meglio dei concerti di Knebworth furono le due date warm up a Copenhagen il 23 e il 24 luglio 1979 …

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Nonostante questo le date di Knewborth (discreta quella del 4, slabbrata quella dell’11) sono un dolce ricordo per i fan dei Led Zeppelin. Segnarono il loro ritorno, si pensava che avrebbero ripreso a correre e che quindi si avrebbe avuto la possibilità di vederli finalmente dal vivo. La sera del 4 agosto di 40 anni, me ne stavo sul balcone di casa con lo sguardo e l’animo volto a nord pensando a loro. Non sapevo che un ragazzo 17enne di un paese non troppo lontano dal mio – ragazzo che sarebbe diventato uno dei miei più grandi amici (yes, Riff, it’s you!) – fosse partito all’avventura insieme ad un paio di suoi sodali qualche giorno giorni prima a bordo di una Dyane 6 e stesse, in quel momento, guardando i giganti del Rock. Averlo conosciuto prima forse adesso potrei dire di aver visto i Led Zeppelin a Knebworth.

Qualche settimana dopo, il resoconto di Ciao 2001; comprai il settimanale di prima mattina ed eccitato lessi l’articolo prima di andare al lavoro (dove arrivai con un ora di ritardo). Il giornalista – parlando di Page – scriveva che (cito a memoria) “mostra qualche incertezza sulla mano sinistra, il peso di questo ritorno è enorme e Jimmy lo sta sentendo tutto su di sé”.

Chi avrebbe pensato che di li a un anno sarebbe finito tutto? Ma oggi è giorno di festa dunque al bando le malinconie … celebriamo il ritorno dei grandi Led Zeppelin a Knebworth 40 anni fa!

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Led Zeppelin, Knebworth (UK) 1979

Led Zeppelin, Knebworth (UK) 4 august 1979

Led Zeppelin, Knebworth (UK) 4 august 1979 Photo © 1979 Ove Stridh

Led Zeppelin, Knebworth (UK) 4 august 1979

Led Zeppelin, Knebworth (UK) 4 august 1979

Led Zeppelin, Knebworth (UK) 4 august 1979

Led Zeppelin, Knebworth (UK) august 1979

 

Skunk Anansie, Noto (SR) 10 luglio 2019

31 Lug

Il nostro Polbi boy, Paolo Barone insomma, ci trascina in un altro dei suoi vortici rock raccontandoci del concerto siciliano degli Skunk Anansie. Lettura e musica per animi forti. 

Skunk Anansie per me e’ una storia d’amore, penso mentre guidiamo verso Noto in una serata infuocata di luglio, con le fiamme che ardono sui bordi dell’autostrada e nei boschi sulle colline. Mettiamo le mani fuori dai finestrini, e l’aria e’ cosi calda che sembra solida. Il concerto e’ sold out, e noi siamo in ritardo. Ma attraversiamo la Sicilia in una luce crepuscolare senza fretta, con i pensieri che mi portano avanti e indietro nel tempo, fra le pieghe di mille emozioni e ricordi.

La prima volta che sentii parlare di loro fu sulle pagine del Manifesto. Meta’ anni novanta, dopo la botta di band come Nirvana, Kyuss e Rage Against The Machine, ero in un periodo di bassa tensione. Rimasi colpito quando vidi la foto di Skin in bianco e nero sulle pagine del quotidiano. Clit Rock aveva scritto sul cranio rasato, e uno sguardo che ti inchiodava di energia. L’articolo parlava di questa band un po’ indefinibile, che veniva dall’Inghilterra smosciata delle minestrine brit-pop con una furia rock come non se ne vedeva da tempo. Ovviamente era un pezzo incentrato su Skin, figlia di immigrati, femminista, lesbica, squatter, politica e rock in ogni respiro. Internet ancora non si usava per sentire la musica a cazzo in streaming, e riuscii comunque facilmente a procurarmi il loro primo cd Paranoid e Sunburn. Dalla prima canzone all’ultima un capolavoro, oltre ogni mia aspettativa. Avevo trovato qualcosa che mi parlava veramente, non stavo seguendo un onda, non mi stavo accodando a nessuno.

Pochi mesi dopo, a Roma, venni a sapere che suonavano in un club fuori mano, una specie di hangar chiamato Il Frontiera. Eravamo qualche centinaio di persone, e fu uno dei live più importanti della mia vita rock. Non avevo mai visto nessuno prendere il palco, il pubblico e la musica come Skin quella sera. Ero capitato in un momento magico, quando una band sente che sta per diventare qualcosa di grande ma ancora non lo e’ del tutto, e la voglia di sfondare si unisce all’entusiasmo di vederlo accadere sera dopo sera generando un onda di energia pazzesca. Nessuno aveva mai visto una donna nera rompere ogni barriera di generi, identitàsessuale, stili musicali e interazione con il pubblico in quel modo. Era come se Tina Turner, Iggy Pop, Grace Jones e Joe Strummer le avessero dato la loro essenza e lei l’avesse fatta sua e trasformata in un rito voodoo. Travolti, quella sera fummo tutti travolti.

Skunk Anansie rimise in moto in me la voglia di rock e di concerti, e gia’ solo per questo potrei esserle grato per tutta la vita. Li ritrovai fra il pubblico del concerto romano di Steve Winwood, lei disponibilissima a scambiare qualche parola con me, mentre Winwood e Capaldi suonavano insieme in quella che sarà l’ultima volta, con Carlo Massarini estasiato ad occhi chiusi di fianco a me e Skin che mangiava pop corn. Il giorno dopo sullo stesso palco al centrale del tennis del foro italico, fu il momento in cui tutti capimmo che nel giro di pochi mesi Skunk Anansie erano diventati un vero successo di massa internazionale. Dal centinaio di persone del Frontiera ora eravamo migliaia. Accolsi questo cambiamento con un mix di compiacimento e gelosia, credo che chi ha seguito una band sul nascere e poi la vede diventare “di tutti” sa di cosa parlo.

Il secondo disco era arrivato, Stoosh, ed era ancora più bello del primo, cosi diverso brano dopo brano. Melodie pop, sfuriate punk, hard rock, fratture di elettronica e trip hop, quel disco riesce a fotografare il patrimonio rock inglese di meta’ anni novanta. Forse solo una band come loro, le cui radici culturali se pur anglosassoni per crescita venivano da semi piantati in terre lontane, poteva avere il coraggio e la capacita’ di fare. Stoosh e’ un classico e ha venduto molto nel tempo, per certi versi il loro disco migliore.

Qualcuno fra pubblico e critica prettamente rock rimase un po’ interdetto. Troppa melodia pop, troppa forza rock, successo commerciale, concerti sold out, performance incredibili. Una donna, nera e lesbica, aveva preso un posto di rilievo nel mondo del rock rimanendo se stessa e cantando di radicalita’, politica, razzismo, esclusione sociale e storie d’amore?!? Per molti era ed e’ ancora decisamente troppo. Basti pensare al rifiuto che la band paga negli States, dove dopo 25 anni di attività ancora non trova un circuito disposto a raccogliere la sfida. Nonostante Kathryn Bigelow li avesse voluti come band che cantava al futuristico capodanno del 2000, in una Los Angeles post rivolte nel film Strange Days.

Era un Italia ancora lontana dal razzismo d’accatto di questi giorni quella del successo di massa di Skunk Anansie. Nei ricordi c’e’ il porto di Catania, un concerto in piena estate che nessuno immaginava raccogliesse un mare di persone da ogni dove. Le bocche aperte dei miei amici che non avevano mai visto un loro live, la polvere nella notte afosa, un ragazzo sulla sedia a rotelle che urlava felice, magliette rock nere grondanti sudore eil cocomeraro che si ferma a vedere Skin che cammina, letteralmente, cammina sostenuta dal pubblico come mai nemmeno Iggy aveva saputo fare.

Post Orgasmic Chill arrivo’ alla fine di questa corsa a perdifiato.Ormai la band era headliner di festival in tutta europa, Inghilterra compresa, e suonava in spazi molto grandi. Il disco era il più complesso, il più prodotto dei primi tre che rappresentano il nucleo portante della musica della band. La voce di Skin in primo piano, immensa, classica, capace di scavalcare ogni barriera di genere. Nel disco della definitiva maturita’, un alternarsi di romanticismo pop di classe e rock politico militante, con spazi di riflessioni sociali e personali sulla esclusione sociale nella splendida Charlie Big Potato. Archi, arrangiamenti complessi e folate di chitarra elettrica seguono come possono la voce di Skin protagonista assoluta. Cass, Ace e Mark sono una band molto coesa, capace di meraviglie, ma la figura di Skin e’ incontenibile. Collabora con tantissimi, e ovunque lascia il segno, sia se e’ con Tony Iommi o sulle onde più elettroniche di Maxim. La vogliono in ogni contesto. E’ un momento di passaggio forse inevitabile, e sicuramente comprensibile. Lei tenta unacarriera solista sulle sponde più pop, ma in fin dei conti si rende conto che quelli non sono lidi per lei e la band si riforma iniziando il percorso della seconda fase di Skunk Anansie. Pavarotti, X factor e qualche tv di troppo hanno fatto storcere la bocca a diversi fan della prima ora, ma rimaniamo in molti a fottercene di tutto questo, ognuno cerca di fare qualche guadagno come puo’. I dischi seguenti avranno da aggiungere alla storia della band, pur non essendo ai livelli dei primi tre lavori, e i loro concerti restano sempre uno spazio in cui tutto può accadere.

Finalmente siamo a Noto. Strade deserte e luci lontane, sembra impossibile che da qualche parte in paese ci sia un concerto con migliaia di persone. La notte avvolge tutto e lasciamo la macchina in uno strano parcheggio con una navetta che porta al centro storico. Il concerto e’ nella piazza della cattedrale barocca, fa un caldo assurdo e la citta’ antica e’bellissima, con una folla ora crescente man mano che attraversiamo il centro. Adesso la fretta si fa sentire, camminiamo veloci. Sono passati diciotto lunghi anni dall’ultima volta che ho avuto modo di vederli dal vivo, e mi scorrono immagini davanti agli occhi della mente ad ogni passo che faccio lungo il corso di Noto. Sono molto emozionato, per me per loro per tutto quello che ci e’ successo a tutti noi in questi anni, per chi e’ con me adesso e per chi veniva ai loro concerti con me allora. Sono emozionato come ogni volta che ho visto questa band dal vivo e anche un po’ di più stavolta, mentre varchiamo il passaggio di ingresso e ci ritroviamo stranamente, facilmente, in un attimo a pochissimi metri dal palco. Il posto e’ veramente di una bellezza mozza fiato.

Palco davanti al palazzo del comune che funge da backstage, e praticamente attaccata parte una scalinata enorme molto ripida strapiena di gente, con dietro la cattedrale di Noto.

Skunk Anansie, Noto (SR) 10 luglio 2019

La distanza delle persone dal palco e’ veramente minima, e stavolta grazie alla a me tanto cara politica del biglietto unico, con un po’ di impegno fisico chi ama la band e vuole partecipare al concerto direttamente e’ nelle prime file. Mi guardo intorno nel caldo asfissiante e vedo unpubblico veramente incatalogabile, ma intuisco che siamo in molti ad essere fan da tempo. Charlie Big Potato come da tradizione apre le danze. Skin e’ mobile, agile, nervosa, sente la serata e lo si capisce subito. E’ un contesto ideale, un muro di gente a un passo dal palco con cui interagire anche fisicamente e uno scenario maestoso.

Cass al basso e Mark alla batteria fanno un lavoro enorme oggi esattamente come ieri, Ace alla chitarra non sfigura certo, ma ho la sensazione che abbiano un po’ abbassato il volume della stessa, il suono esce meno grezzo e violento rispetto a una volta. Ma non cambia niente, il tappeto sonoro e’ quello giusto e lei stasera e’ veramente al top. Cammina sulla folla, incita, salta sulle casse, e’ una performer rock inarrivabile Skin, ma al tempo stesso riesce a comunicare un emozione vera e credibile fino in fondo. Ho visto solo lei fare questo su un palco, incredibilmente oggi come ieri. E’ una data speciale del tour questa e la ricorderanno tutti i presenti e forse ancora di più la band. La partecipazione di tutti e’ pazzesca, nel giro di due tre brani il concerto decolla e tutto diventa un mare di energie. Skin si carica e restituisce elettricità.

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La voce e’ talmente potente che si prende tutta la piazza, una meraviglia, e i brani arrivano tutti uno dopo l’altro. C’e’ una corista tastierista ballerina, ma nulla aggiunge e secondo me poteva tranquillamente e meglio farne a meno, ma credo che a molti sia piaciuta. I telefoni scattano e riprendono continuamente, e’ un po’ fastidioso per tutti certo, ma Skunk Anansie e’ una band che non si fa problemi. Provo anche io a fare qualche foto, ma non e’ perme, ho bisogno di stare concentrato sulle mie danze quasi immobili e un karaoke senza vergogna. Presentano un brano nuovo, molto hard, e poi fra un assalto e l’altro arrivano ben tre bis. E’ la fine del tour in Italia e Skin e’ molto emozionata dalla bellezza del posto e la forte partecipazione di tutti. Durante lo show parla dei 25 anni della band, dei brani e di come questo momento politico per lei, nera e figlia di immigrati, sia particolarmente difficile.

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Tutto si chiude con la furia di Little Baby Swastikkka, un pezzo molto duro e radicale e a me sembra incredibile che roba del genere abbia ottenuto un successo popolare. Cass, Ace e Mark lasciano il palco e lei resta da sola, cantando senza microfono sulle note di Bella Ciao nella versione appena fatta insieme ai Marlene Kuntz. Ma non va via nessuno, ne’ pubblico ne’ band, e ci si continua a salutare per un po’ dal backstage. E’ stata una serata magica, si percepisce emozione da tutte le parti.

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Finalmente un po’ alla volta iniziamo tutti a lasciare l’area del palco e torniamo sul corso di Noto. Camminiamo come spinti dall’onda del concerto, e ci fermiamo solo dopo qualche minuto per un po’ d’acqua in un bar. Maglietta zuppa di sudore, voce roca, occhi scintillanti, era da tanto che non uscivo da un concerto in queste condizioni. Non ci sono più tante rock band e artisti in giro capaci di darmi queste emozioni. Skunk Anansie e’ sicuramente una delle migliori band che ho visto live in tutta la mia vita, e che continui a darci serate come questa nel 2019 e’ una cosa preziosa, da tenere veramente inconsiderazione se amiamo il Rock e tutto quello che rappresenta.

©Paolo Barone 2019 / www.timtirelli.com 

 

Iulius modus: domani è un altro blues e si vedrà.

27 Lug

Luglio; estate piena, rotonda, calda e bianca.  E’ sabato sera, sono fuori a cena. Il luogo è quel complesso dei ruderi di una bella villa cinquecentesca (bombardata pesantemente nel corso della seconda guerra mondiale) di proprietà dei marchesi Albergati, sita all’estremità orientale del territorio comunale di Castelfranco Emilia, in località Cavazzona. Pochi km a nord della Via Emilia, pochi km a ovest della bella Bulåggna (Bononia insomma). La serata è calda, una leggera brezza rende il tutto piacevole compresa la festa popolare in cui sono immerso. Alberi, campagna a perdita d’occhio e quel sentimento Emiliano che tanto decanto. Mi gusto cozze alla marinara e un filetto di branzino, mi verso un prosecco freddo che va giù che è un piacere.  La pollastrella mi vede ed esclama “E vai col prosecco Tyrrell, è tutto bello adesso?”. Scherziamo spesso, quando bevo qualcosa di alcolico, sul fatto che i (leggeri) fumi dell’alcol a volte riesco a rendermi sfumati i contorni più taglienti della vita.

Un commensale sente la battuta ed interviene “ma i problemi sono problemi proprio perché vanno risolti, c’è una soluzione a tutto”. Rispondo con un sorriso di circostanza, non sono nell’umore giusto per intavolare una discussione filosofica. Che avrei dovuto rispondere, che della vita ho una visione diversa? Che soluzione ci sarebbe all’essere consapevole di essere un essere vivente, appartenente ad una delle specie dette di mammiferi, che vive su un pianeta sperduto nel buco del culo dell’Universo sul quale per puro caso è nata la vita (sempre che quello che stiamo vivendo sia vero), dopo che circa 14 miliardi di anni fa ci fu il grande scoppio (il big bang insomma)? Per un uomo come me questo è sufficiente per avere un atteggiamento blues alla vita. In parecchi tendono a non capire e ad accettare questa mia bluesy condition. Ma per la madonna, sono nato blues, che colpa ne ho se vivo e analizzo tutto col mio carattere saturnino, col velo di crepe nere che mi avvolge? Questo non vuol mica dire essere depresso, perdente o withoutcunt (sfigato insomma), tutt’altro, nel nostro piccolo crediamo di avere, grazie a questo stato d’animo, la capacità di guardare il mondo nella prospettiva più ampia e con molta (forse troppa) sensibilità.

I was born blue, holy shit, let me be me…

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PHOTO OF GHOST

Il mio amico Mark Cooper (Marco Bottazzi, insomma, il Ry Cooder di Modena Est) pubblica su facebook un trafiletto tratto da un quotidiano locale a proposito della festa delle musica di Nonantola 2019 dove compare una mia foto, tratta dalla partecipazione degli Equinox alla stessa festa tre anni orsono. Bottazzi aggiunge, “Ma il nome di Tim Tirelli potevate metterlo eh?!”.

E niente, mi ha fatto molto ridere.

Gazzetta di Modena – Giugno 2019 – Festa Della Musica di Nonantola

IL BLOG DEL GATTO PALMIRO: Darkat at his scampish best (Stormbringer coming my way blues)

Qualche settimana fa qui alla Domus Saurea c’è stato un gran temporale, vento fortissimo, pioggia, tuoni e saette. Io ero fuori e Tyrrell e la Terry, preoccupati, mi hanno cercato nelle campagne per più di un ora sotto la pioggia battente nel buio della notte. Tyrrell nel saltare un fosso è anche caduto e si è rotto una costola … ecco perché ho accettato la sua ramanzina senza controbattere. D’altra parte, sono un gatto anzi sono Darkat il supereroe felino, sono votato all’avventura, che ci posso fare … Got to keep running Stormbringer coming

COOP TALES:

Fuck The System

Rituale del sabato mattina: colazione e spesa alla Coop di Regium Lepidi. Al Café Des Antilles (gestito da cinesi ed italiani) ormai ci conoscono, battono lo scontrino da 5,80 euro e preparano paste e bevande di default. Mordo il krapfen, bevo il cappuccino e chiacchiero con la pollastrella mentre osservo la gente. Un ragazzo legge la Rosea, una coppia anziana fa colazione insieme, le quattro vecchie amiche di cui abbiamo accennato più volte qui sul blog, si scambiano opinioni in dialetto stretto. Io e Polly notiamo un tipo grande e grosso con maglietta nera con su scritto in nero FUCK THE SYSTEM.

Ci guardiamo, scuotiamo la testa e pensiamo a voce altra e in dialetto “sè, fac ze sistem e poi vai in un centro commerciale … mo fat der indu is nèsen i mlon (ma fatti dare dove si nasano i meloni).

Scared Woman

Entriamo nel supermercato. Come ogni sabato ci accoglie la signora in là con gli anni e con lo sguardo sperduto ed impaurito mentre cerca di venderti contratti Coop per energia e telefonia mobile. Ogni volta le dico la stessa cosa, che abitiamo in campagna e che non abbiamo gli attacchi per l’uso del gas metano per il riscaldamento … magari è bravissima nel suo lavoro, ma a me sembra inadeguata e fuori posto. Chissà, forse è stata messa lì durate una delle solite riorganizzazioni del personale tanto di moda in quest’era da capitalismo fuori controllo.  Mi fa tenerezza, a volte avrei l’impulso di accettare una delle sue proposte, ma poi penso che ho già abbastanza blues di mio e che non posso farmi carico anche di quelli degli sconosciuti.

Presumptuousness Girl

Tra gli scaffali, davanti al reparto thé e infusi cerco confezioni di tisane fredde. Pur sapendo che non si è mai visto Johnny Winter farsi delle tisane di qualsiasi genere, continuo nella ricerca data la mia assuefazione estiva alla fresca tisana serale. Essendo un uomo, non riesco mai a trovare niente, faccio per desistere quando arriva in aiuto la mia groupie. Mentre insieme cerchiamo le scatoline giuste tra mille altre, siamo continuamente infastiditi da una responsabile Illy al telefono evidentemente col suo capo, al quale deve riportare dati sulle confezioni del caffè in questione sugli scaffali. Lo fa in maniera insopportabile, è una di quelle a cui piace far vedere che sta lavorando. Vestita col tipico completo maschile sotto di cui svetta una camicetta bianca, cammina a fatica su scarpe coi tacchi, parla a voce alta e vuol far sapere a tutti che si sta occupando di una faccenda di massima importanza per la sopravvivenza del pianeta. Per fortuna la donna che ho al mio fianco, che veste jeans, scarpe adidas e maglietta dei Led Zeppelin, trova le tisanine a freddo in un battibaleno e posso lasciare la donna in carriera alla sua odiosa sicumera.

Prodotti in offerta blues

Il cambio di lavoro mi ha portato ad interfacciarmi per motivi professionali con un mio caro amico, uno dei blues brothers con cui condivido sinodi e amore per la musica. Entro nel suo ufficio semplicemente magnifico, a due passi dal centro storico, in palazzo signorile … alti soffitti, arredamento di design, vibrazioni da alto livello professionale. Finita la pratica che mi ha condotto lì, discutiamo delle nostre cose. Tocchiamo vari argomenti, tra cui anche quello della spesa settimanale e del costo della vita. Sorprendentemente mi dice “Vecchio, io quando vado a fare la spesa compro solo prodotti in offerta! Certo, non è sempre così, ma la stragrande maggioranza delle volte applico quel sistema”.

Ero già arrivato ad una conclusione simile, il confronto col mio amico mi ha semplicemente dato il La. Dentifrici da 4,70 euro? Ma sè, dentifricio Coop 0,88 euro. Tisane Arbe da 3,85? Mo’ gnanc! Tisana soiamé da 1,70, e così via. Naturalmente ci sono eccezioni, ma anche comprando gel doccia non commerciali ad esempio, scelgo quelli in offerta e a meno di 5 euro. Faccio di necessità virtù insomma, e mi sento un po’ più furbino.

PS: ho applicato lo stesso metodo anache con la Super Deluxe Edition di The Song Remains The Same, ho atteso la svendita di Amazon, dai 260 euro iniziali l’ho portato via a 87. Edizione di cui non avevo certo bisogno, ma si sa è un di quegli oggetti con cui t’illudi di riempire i tuoi vuoti esistenziali e di rivivere la fustinella* che avevi da ragazzo quando ti apprestavi ad ascoltare il nuovo LP appena acquistato con discreti sacrifici.

_* Per i non Emiliani: dal Nuovo Dizionario Piccagliani ecco una arguta, nonchè irresistibile, definizione di fustinella

http://www.vivomodena.it/rubriche/ciacarare-modenese-la-terribile-fustinella/

UOMINI IN SANDALI E CIABATTE

Torna come ogni estate, la rubrica “Uomini In Sandali e Ciabatte”.

Non dovrei più sorprendermene, ma sono sempre preda dell’imperativo estetico, non che occorra essere dei dandy, ma un minimo di bon ton, di amore per se stessi, di rispetto per gli altri dovrebbe essere un imperativo.

Son lì che sto andando con la pollastrella a cena fuori, e nel parcheggio vicino arriva un BMW. Esce tamarro sui 30 anni, con figa appresso, in canotta, braga corta e infradito che trascina come fosse zoppo in entrambi i piedi. Con aria da “non me ne frega una cazzo di niente” e con superbia si dirige verso il Lidl … il Lidl per la miseria! Ah, ha naturalmente parcheggiato la macchina esattamente sulla riga di mezzo che delimita due parcheggi.

Son lì che mi sto mangiando una Bella Napoli e chiacchierando amabilmente di Yes e Led Zep con Polly che arriva una famigliola di elegantoni: marito in braga corta-polo di 19 anni fa tutta slanata-ciabatte marroni da uomo tipo colonia estiva Agip anni settanta. Moglie in pantacollant sformati scuri -ciabatte rosse in vernice da cappuccetto rotto – tallone screpolato da bye bye libido – canottiera coi brillantini sbrindellata. Figlio adolescente-faccia e fisico da giandone-maglietta nera tutta storta-braghetta corta bianca sporca-infradito gialle portate come si porterebbero due ciabatte di pietra.

“Cameriere, si sbrighi con la millefoglie per la signorina e la tavolozza estiva per me, poi ci porti il conto. ” “Qualcosa non va signore?”Tra moglie e marito troppe infradito!”

PULIVAPOR BLUES

Sabato pomeriggio. Dopo la spesa, tradizionale riposino ristoratore. Crollo sul letto. Mi sveglio dopo un po’. Lady Wakeman non è di fianco a me. Mi alzo, sento un sibilo provenire dal cortile: è la pollastrella che zoseggia in libertà con la pulivapor. I’ve got a Black Magic Woman!

Pulivapur blues – Domus Saurea luglio 2019 – foto TT

Pulivapur blues – Domus Saurealuglio 2019 – foto TT

Pulivapur blues – Domus Saurealuglio 2019 – foto TT

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REGIUM LEPIDI: festum unitas blues

Niente festa dell’Unità per Regium Lepidi quest’anno. I lunghi lavori per la nuova arena spettacoli del Campo Volo si protraggono anche per questa estate, e il partito reggiano che organizza la festa non vuole andarci a rimettere come fece l’anno scorso affittando per due /tre settimane lo spazio fiere. Credo sia la prima volta che succeda. Per un reggiano (seppur nato nel modenese) come me la cosa sembra inconcepibile. Ma sì sa, purtroppo tutto cambia e visto l’aria che si respira non dovrebbe sorprende che – come nel libro La Storia Infinita di Michaele Ende – il nulla sta divorando Fantàsia. I tempi stanno cambiando …

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THE SONG REMAINS THE SAME – super deluxe edition: commenti tratti da Amazon Italia

A circa un anno di distanza, come accennato qui sopra, mi decido a comprare la super deluxe edition di The Song Remains The Same, superlativo disco live dei Led Zeppelin del 1976 relativo a performance del 1973.

TT & TSRTS super deluxe edition. – foto Saura T.

Il prezzo è in caduta libera (oggi è arrivato a 82 euro, dai 260 iniziali, io effettuo l’ordine quando la quotazion eè di 87,40.). Nel farlo, mi diverto a rileggere le recensioni. Trovo spassosa quella di quel vero uomo che senza paura si firma “xxxxxxxx” e che pensa che TSRTS rappresenti i Led Zeppelin scialbi e sbiaditi. Ah ah ah, che ridere ragazzi! Poi nelle risposte aggiuntive sul sito di Amazon, cita quelli del 1975 come esempio …il signore ha le idee un po’ confuse, e si dichiara“Fan incallito dei LZ”  … che spasso. (Nota di Ittod: se siete utenti Amazon, dategli addosso, per dio, che il fellone sia rimesso al pubblico ludibrio).

Niente male sentirsi chiamare Signor Tirelli da un terzo recensore che la vede come il sottoscritto, cioè nell’unico modo in cui un fan con un minimo di buon senso e capacità critica deve valutare l’edizione in questione e quindi il disco dal vivo in sé.

LZ TSRTS Super Deluxe Edition

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xxxxxxxx
1,0 su 5 stellesemplice speculazione commerciale ( no, capolavoro!!)

10 settembre 2018 / Formato: VinileAcquisto verificato

“Buongiorno a chiunque legga queste quattro righe.
Il sottoscritto, anni 60 da poco compiuti, è un fan incallito e sfegatato dei Led Zeppelin ovviamente fin dai primi anni settanta.
E allora Vi chiederete perche’ una sola stella? Perche’ forse, a mio modesto avviso, è arrivato il momento che i “veri” fan di un qualsiasi gruppo rock storico smettano di essere presi per i fondelli da queste “mega ristampe ri- masterizzate” peraltro molto (in certi casi “troppo” – leggasi box dei Pink Floyd!) costose e con all’interno specchietti per le allodole sottoforma di gadget, manifesti, dvd e bluray 5.1, 6.1,7.1…..10.000.1 e via discorrendo!
Venendo al box specifico, ricordo a chi magari non lo sa, che gia’ l’originale colonna sonora del film rock piu’ disastroso e disastrato della storia all’epoca della sua uscita in doppio vinile aveva suscitato non poche perplessita’ per i vari rimaneggiamenti ed editaggi effettuati in studio, oltre che per la mancanza colpevole di alcuni pezzi presenti invece nel film. A peggiorare la situazione è intervenuto mr.J.Page nel 2007, che nel tentativo di rendere esaustiva la suddetta colonna sonora, ha pensato bene di mettere in un box quadruplo in vinile o doppio cd i pezzi mancanti eseguiti nelle tre “stanche” serate del luglio 1973 a New York (meno…..uno!!) editando nuovamente alcuni pezzi (a mio avviso, è clamoroso e scandaloso il taglio di circa due minuti su “No Quarter”) con il risultato di peggiorare ancora la situazione!
E oggi? Ecco che siamo arrivati all’apotosi definitiva anche in versione DVD audio e Bluray audio!!!
Evviva, continuiamo a spendere per un prodotto che fara’ conoscere ed amare questi Led Zeppelin “scarichi” alle nuove generazioni e allo stesso tempo fara’ rimpiangere i soldi spesi ai fan della prima ora come il sottoscritto! “

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Stefano Tirelli
4,0 su 5 stelleEdizione inutile, ma gran disco dal vivo.

14 settembre 2018 / Formato: Vinile

“Anche io sono un fan in senso strettissimo dei LZ, e anche io li seguo dagli anni settanta. E’ vero che questa edizione è inutile in quanto è pressoché identica a quella del 2007, edizione già di per sé criticabile per i tagli di cui il signore qui sopra parla. Jimmy Page avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche e far finalmente uscire la versione definitiva di questo album dal vivo (uscito nel 1976e relativo alle tre date di New York del 27-28-29 Luglio 1973) magari con un bonus disc con versioni alternative di qualche pezzo. Su questo siamo pienamente d’accordo. Ciò che ritengo assolutamente fuorviante è la critica ai LZ del periodo. Nel 1973 i LZ non erano per niente scarichi e le performance contenute in questo disco sono strabilianti. Le versioni di STAIRWAY TO HEAVEN e NO QUARTER sono tra le più belle mai suonate dal gruppo, SINCE I’VE BEEN LOVING YOU è stratosferica, DAZED AND CONFUSED, CELEBRATION DAY, THE SONG REMAINS THE SAME e THE RAIN SONG sono superbe. A livello di espressività il 1973 fu l’anno migliore dei LZ. I gusti sono gusti ed ognuno ha la propria opinione, ma un minimo di oggettività sarebbe sempre consigliata. Concludendo, chi possiede già la versione rimasterizzata del 2007 non deve acquistare questa nuova edizione, ma chi si avvicina solo ora al pianeta Zeppelin non deve lasciarsi scappare questa magnifica registrazione live (in attesa di vedere pubblicata in futuro l’edizione definitiva, appunto).”
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Pino
4,0 su 5 stelle Giuseppe

21 settembre 2018 / Acquisto verificato

TACCHINI SELVAGGI live in Nonantola luglio 2019

Con gli Equinox avremmo dovuto suonare alla Pizza In Festa di Nonantola, ma visto il recente cambio di lavoro ho ritenuto inopportuno chiedere mezza giornata di ferie dopo poche settimane dall’ assunzione. Ho così fatto in modo che fosse l’altro gruppo di Saura a sostituirci. Venerdì 19 luglio, uscito dal lavoro, mi sono diretta nella mia home town dove, insieme ad amici ho cenato e poi mi sono gustato – nel verde del Parco Della Pace – i Tacchini Selvaggi in versione live. Non sono un gran amante del country e del southern rock ma quando suonano certi brani di Neil Young non posso che ascoltare con attenzione, soprattutto quando ne dedicano una alla pollastrella e la costringono a cantare.

Tacchini Selvaggi – Nonantola 19/7/2019 – foto TT

Tacchini Selvaggi – Nonantola 19/7/2019 – foto TT

Tacchini Selvaggi – Nonantola 19/7/2019 – foto TT

LA DONNA CHE SI ARRAMPICAVA SUGLI SCAFFALI DELLE LIBRERIE

Esco dal Coop, mi squilla il cellulino, rispondo. Dopo trenta secondi riaggancio, mi guardo intorno e non trovo Polly. Mi affaccio davanti alla libreria (esterna) della Coop e la vedo arrampicata sugli scaffali a cercare chissà quale edizione di chissà quale titolo. Riesco a fotografarla solo quando è ormai scesa. Ora, sono molto felice che la mia pollastrella sia una accanita lettrice, ma come ho già scritto sul suo comodino, in camera da letto, c’è già una pila di libri alta come la torre Eiffel, non vorrei che una bella notte crollasse e bye bye uomo di di blues…

Saura in libreria – luglio 2019 – foto TT

CAT TALES ALLA DOMUS

La pollastrella è a Londra con una nostra amica per vedere l’ennesimo concerto di Rick Wakeman (e ti pareva), io sono a casa solo con i gatti. Palmir e ancor più affettuoso del solito, sente la mancanza della sua umana e si appoggia a me. Nonostante il caldo, all’ora di andare a dormire, mi si sdraia di fianco e per tutta la notte non perde il contatto col suo umano di riserva.

Gatti alla Domus Saurea – luglio 2019 – foto TT

Gatti alla Domus Saurea – luglio 2019 – foto TT

Quando non ci sono, e lui vuole stare in casa, sonnecchia sui miei vestiti.

Gatti alla Domus Saurea – luglio 2019 – foto TT

Quando scrivo per il blog viene a chiedere la sua dose di attenzioni…

Gatti alla Domus Saurea – luglio 2019 – foto TT

e quando vede che non lo considero, si sdraia lì di fianco rassegnato.

Gatti alla Domus Saurea – luglio 2019 – foto TT

Strichetto, la mia bella pussycat, lo copia, sale sulla finestra vicino alla scrivania e mi contempla.

Gatti alla Domus Saurea – luglio 2019 – foto TT

In alternativa va ad intanarsi in posti angusti per poi comparire all’improvviso e miagolare il suo “cucù”.

Oggi, 27 luglio, verso le 13 si preannunciava un temporale. Un forte vento tirava a lucido la campagna, con Palmiro già in casa, scendo a cercarla. “Stricchiii, Stricchiii, Stricchiii …” urlo ai quattro venti, la vedo sbucare da un prato di erba spagna, col lungo pelo pettinato tutto da una parte dal vento, e zompare velocissima evitando ostacoli e quindi avanzando a zig zag. Un diavoletto della Tasmania che mi corre incontro con una foga ed un amore mai visti. Avrei voluto avere il cellulino a portata di mano per filmarla. Credo che mi sia davvero riconoscente di averla accolta qui alla Domus, nel momento in cui decise di lasciare per sempre la casa di inquilini di nostri vicini in cui veniva trattata senza alcun riguardo. Ora è qui che dorme su una sedia dietro di me … e sì, sono pazzo di lei.

TT & Stricchi – autoscatto

SUL PIATTO DELLA DOMUS

Non appena ho un momento e sono a casa, metto su della musica, queste la playlist delle ultime settimane …

BJ è da sempre uno dei nomi a me cari, l’inizio di Street Life Serenader doveva essere piaciuto anche a Fabio Premoli quando scrisse Suonare Suonare della PFM

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Ovviamente i LZ hanno spesso la priorità… parto col bootleg del 14/2/1975 al Nassau Coliseum …

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continuo con la registrazione audience del Madison Square Garden del 14/06/1977 …

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e proseguo col tecno blues del Golden God.

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Mi sparo poi Loredana Bertè, personaggio che mi è sempre piaciuto un sacco …

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Durante il recente Sinodo estivo con i ragazzi, il Pike Boy mi porta in dono Gumbo di Dr John, perfetta colonna sonora per calde e umide serate estive.

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Un salto a Los Angeles nel 1975 insieme ai Rolling lo faccio sempre volentieri quando mi vengono quei momenti in cui vorrei essere Keith Richards …

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Qualche scappatella con l’AOR me la concedo, soprattutto se ci sono di mezzo i Queen e Jason Bonham …

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Tina in coppia con John Miles poi è d’obbligo ogni tanto …

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così come Slowand insieme a Duane …

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Rocks degli Aerosmith è uno di quegli album che mi hanno formato …

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La Premiata dei giorni migliori è sempre uno spettacolo …

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… ma poi finisco come sempre per tornare al blues …

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 DOMUS SAUREA BEACH

Niente ferie quest’anno, cerco di godere quindi –  per quanto possibile –  del verde e delle beach facilites della Domus Saurea.

Domus Saurea estate 2019 – foto TT

Domus Saurea estate 2019 – foto TT

Domus Saurea estate 2019 – foto TT

Domus Saurea estate 2019 – foto TT

Domus Saurea estate 2019 – foto TT

Nella speranza che voi, amici, lettori e semplici curiosi che sovente inciampate su questo blog, possiate godere di meritate vacanze, vi auguro il meglio per questa calda estate 2019. Che il Dark Lord ci benedica tutti e vegli su di noi.

Uomo di Blues alla Domus – autoscatto

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Addio al gatto Artemio

23 Lug

Il gatto Artemio si presentò alla Domus Saurea diversi anni fa; dapprima fu attratto dalle femmine che, essendo sterilizzate, non lo degnavano di uno sguardo. Cercava di importunarle, le incantonava sul terrazzo, le obbligava a saltare sulla ringhiera fino a che non uscivo dalla porta io, anche in piena notte, a fare un po’ di chiasso per smarrirlo (come diciamo in questa fetta d’Emilia), per farlo fuggire insomma. L’altro suo problema erano i due maschi, Palmiro e Patuzzo, che non lo facevano avvicinare. Di nascosto però Saura gli portava da mangiare, e questo lo teneva a portata di zampa. All’epoca era un gatto magro, arruffato e probabilmente randagio.

Una brutta mattina il gatto Patuzzo fece un incontro che gli fu fatale ( qui la triste storia https://timtirelli.com/2016/01/12/il-gatto-e-la-volpe-storia-di-vita-e-di-morte/ )  e fu così che il gatto Artemio iniziò a stazionare stabilmente, la notte, nei dintorni della Domus. Dapprima Palmiro non lo vedeva di buon occhio, ma quando Artemio si sottomise a lui, Palmiro ebbe il buon cuore di accoglierlo nella colonia.

Palmiro & Artemio – gennaio 2017 – foto TT

Da un mucchietto d’ossa pieno di zecche e altri parassiti, Arte si trasformò in un bel gattone, ben nutrito e in salute. Lo chiamai Artemio, di getto, con la stessa naturalezza con cui Brian appioppava nomi simili alle bestioline che vivevano con noi tanti tanti anni fa.

Artemio, novembre 2017 – Foto TT

Ogni tanto Artemio tornava a casa pieno di botte, con ferite profonde o con una zampa ciondolante. Le visite dal veterinario si intensificarono, le cure anche, e ogni volta si riprendeva alla grande. Era un gatto sessualmente attivo, le zuffe con altri felini più o meno selvatici nella campagne erano all’ordine della notte. Portarlo dal veterinario non era un problema, aveva capito che di noi due si poteva fidare, e che dopo le iniezioni di antibiotici e antinfiammatori stava molto meglio.

Ci fu un periodo in cui sparì per alcuni mesi, temevamo avesse fatto una brutta fine, ma poi ricomparve e lo riaccogliemmo con gioia. Diventò un nostro gatto vero e proprio un giorno in cui soffriva tremendamente, aveva una parte del muso molto gonfia, Saura scese in cortile, lui le si avvicinò e si buttò per terra su un lato, come a dire “Terry (i gatti della Domus Saurea ci chiamano per cognome, troncando parte dello stesso e inglesizzandolo), sto male, aiutami tu“. Osservai questa scena dalla finestra e fu un momento struggente.

Artemio guarì e iniziò a sentirsi uno di casa. Scacciava i gatti forestieri che si avvicinavano alla Domus, non voleva perdere il privilegio che aveva ottenuto, il rango a cui era arrivato. In autunno e in inverno amava venire in casa, si acciambellava nella sua cesta e sonnecchiava contento. Lo prendevo in braccio, lo accarezzavo, non faceva le fusa (abitudine a lui sconosciuta evidentemente) ma il modo in cui si accoccolava su di me e in cui mi guardava non lasciavano dubbi: sapeva di essere amato e riconoscente ricambiava.

Artemio, dicembre 2018 – foto Saura T.

Ci guardavamo a lungo negli occhi e nel suo sguardo scorgevo il lampo del felino fiero e selvatico e al contempo la rassegnazione di chi sapeva di non essere un maschio alfa e di aver bisogno di una comunità in cui vivere. Lo trovavamo infatti sempre sull’uscio di casa ad aspettarci, dimostrando una fedeltà alla Domus Saurea commovente.

Artemio era un gatto anziano e aveva tutte le cicatrici di una vita non semplice addosso. Era facile attaccarlo, ultimamente aveva ripreso a tornare a casa malmesso, si rifugiava spesso in garage sotto al tavolo da lavoro e usciva di rado. Non potevamo più tenerlo in casa perché spesso faceva i suoi bisogni dove capitava e non solo sul terreno e nelle lettiere. Tre settimane fa lo trovammo così malconcio che Saura corse subito con lui dal veterinario, l’esame del sangue rivelò che era sieropositivo.

In questi ultimi giorni abbiamo cercato di farlo mangiare e bere in ciotole apposite, per evitare problemi agli altri nostri 5 gatti, e di tenerlo un po’ lontano dalla vita felina della Domus, spero ci abbia perdonato.

Artemio se ne è andato ieri, il suo corpo è crollato improvvisamente, lo ha trovato Saura in uno stato di semi incoscienza, portato d’urgenza dal veterinario l’ecografia ha rivelato una grossa massa tumorale e reni ormai andati. Non c’era altra soluzione che metterlo a dormire per sempre.

Niente di nuovo, niente di straordinario, è la vita che fa il suo corso, ma per la famiglia di mammiferi di specie diverse che vive sotto il tetto della Domus Saurea è una perdita profonda.

Addio Arte, eri un gatto molto dolce e decisamente blues … è stato bello aver fatto un pezzo di strada insieme, ci piace pensare tu abbia ricevuto in questi ultimi anni quello che andavi cercando: un rifugio sicuro, due umani decenti e tanto affetto. Ci mancherai molto. Ti ricorderemo. Ciao patatino.

Artemio in the house – foto TT

 

La copertina di The Song Remains The Same & il nuovo video amatoriale dei LZ al Kezar Stadium il 2 giugno 1973

15 Lug

La Copertina di The Song Remains The Same

Avendo scoperto i LZ con il doppio live The Song Remains The Same, la copertina relativa mi è sempre stata molto cara, e non ho paura di affermare che secondo me si tratta di una delle più belle copertine di un disco live di musica rock. Per anni ho fantasticato su quel teatro riprodotto sulla cover, immaginavo vecchi edifici americani presi a modello ed invece, ecco che viene svelato un altro piccolo grande segreto della storia dei Led Zeppelin, una minuzia per un essere umano medio, una notizia fondamentale per uomini di blues come noi.

La copertina fu creata da George Hardie della famosa Hipgnosis, che prese a modello il vecchio cinematografo Scala di Brixton, quartiere londinese; il teatro fu aperto nel 1911 e chiuso 1957, dopo di che venne usato per gli usi più disparati.

I due link riportati qui sotto spiegano bene la storia. E’ sempre curioso come ognuno di noi costruisca castelli immaginari su fondamenta che spesso sono ben poca cosa. Ma questo, lo sappiamo, è il potere del Rock.

http://www.brixtonbuzz.com/2019/07/brixton-history-led-zeppelins-live-album-and-a-closed-theatre-on-brixton-hill/?fbclid=IwAR36vlYSLVrRmFWfnGOQDNw7mVHEObvtRtMcy1MufiwDEXiv-HyAlh6rV0c

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http://www.brixtonbuzz.com/2013/06/the-old-south-beach-barscala-cinema-on-brixton-hill-looks-in-a-terrible-state/?fbclid=IwAR1TvAy2t2ufbznW8ZcV0zMx-XTBWnZ2SLKnTh4G9RqAt6py9lLFhRE9iDg

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LED ZEPPELIN, San Francisco Kezar Stadium 2/6/1973

Nuovo video caricato su youtube attinente allo show dei LZ al Kezar Stadium di San Francisco il 2 giugno 1973 (sì, il concerto da cui fu tratto quel famoso poster di Robert Plant con la colomba bianca in mano). Frammento filmato da un fan presente al concerto a cui qualche volenteroso ha sincronizzato l’audio soundboard del bootleg esistente di quella data.

Naturalmente la qualità è amatoriale, ma per noi fan è un gran bel vedere.

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Aggiungo questo link visto che si dice che la qualità della sincronizzazione sia migliore.

https://drive.google.com/file/d/1Khgcc6Bl7ehYBKDAToGL8eDfZpX7pPag/view