TT’s SCHOOL OF ROCK XVI – la Musica Rock: the final acclaim

15 Lug

SCHOOL OF ROCK @ AMMAGAMMA

The Last Waltz giugno 2026 – Tim Tirelli

Sedicesima School of Rock, quella del solstizio d’estate del 2026, e dunque — qui faccio il solito copia-incolla — ritrovo in stile “dopolavoro” nei locali dell’azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB, mi sono trovato di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi colleghi che, con dedizione e passione, si assiepano — dopo l’orario di lavoro, appunto — nella mia amatissima Sala Blues (“where the dreams come blue”), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.

È stato l’ultimo episodio, così ho deciso di fare un riassunto delle School of Rock precedenti: una veloce carrellata finale per ripercorrere la storia della musica rock. È stata una puntata piena di passione e, per certi versi, di commozionee: da lì a qualche giorno avrei lasciato Ammagamma, l’azienda che mi accolse cinque anni e mezzo fa. Il pubblico era quello delle grandi occasioni (tenendo presente che la School of Rock si tiene in una sala meeting aziendale, benché informale): una volta annunciata, nel giro di nemmeno mezz’ora era già sold out.

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b- foto Tim Tirelli.

A differenza degli articoli precedenti relativi alla School of Rock, per quest’ultima puntata ho deciso di riproporre il testo (in parte proveniente dalla primissima School of Rock che feci nel luglio del 2021) pari pari, senza dunque adattarlo per il blog.

Buona lettura ai volenterosi.

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b- foto Tim Tirelli.

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Benvenuti alla 16esima School Of Rock. Sarà l’ultima, come sappiamo. Me l’avete chiesta in tanti e, come sempre, avevo qualche dubbio a tal proposito ma ho pensato fosse giusto farla e chiudere in bellezza i miei 5 anni e mezzo in Ammagamma/ACN.

Come è iniziata la School Of Rock e perché…

Prima di essere assunto in Ammagamma feci due video colloqui: uno con GLB ed EF e uno con FF e DB. Durante il secondo, Fabio mi disse due cose: «È molto importante che tu sia un amante della musica, perché per me la matematica è come la musica: una sequenza di numeri che deve essere armonizzata – come fosse una melodia – con altre sequenze di numeri».

«Decideranno Gian Luca ed Enrica se assumerti o no, ma nel caso venissi scelto, sappi fin d’ora che, come presidente, ti chiederò di tenere degli incontri sulla musica rock per Ammagamma».

Cinque anni esatti di School Of Rock, ah! Vorrei fosse chiaro che non sono state lezioni: il rock non si insegna, bensì si impara. Come abbiamo già detto, grazie a una predisposizione ancestrale e al chilometraggio. Dunque sono state solo osservazioni da parte di uno che per il rock si è giocato la vita.

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 – foto Siuviu Z

In questi anni abbiamo parlato di una musica che proviene dal battito primordiale; pertanto abbiamo cercato di lasciarci andare e di interagire tra di noi anche con la pancia.

Abbiamo cercato di parlare del rock, quello vero, quello che non è solo intrattenimento, quello che fu una rivoluzione socioculturale potentissima, soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta. Sono convinto che, per godere appieno di questa musica incredibile, non bisogna sapere tutto. Approfondire va bene, studiare e cercare di carpire il senso del rock anche, ma un velo di nebbia che non sveli tutti i particolari è necessario: dobbiamo viverlo anche con l’immaginazione, con i castelli che ci siamo costruiti nella maruga. Insomma, il rock è anche quello che ci siamo creati noi. Perché a volte è meglio non sapere.

Ogni tanto ci chiediamo se questa musica, che ha reso possibile la più importante rivoluzione culturale del secolo scorso, esista davvero, o, perlomeno, se sia esistita, oppure se sia stata solo intrattenimento.

Quindi, cos’è il rock? Rock contenutistico… rock da intrattenimento…

Il rock, per certi versi, è paragonabile alla religione. Voglio dire: Gesù era un bel ragazzo dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli biondi, o comunque castani, oppure un tipico mediorientale di carnagione e capigliatura scura?

Quando sul mio blog pubblico foto del posto in riva al mondo in cui abito, cerco scorci, particolari, dettagli poetici… La gente mi scrive: «Ma Tim, vivi in un posto bellissimo…». E invece no: vivo in una casetta derelitta, sita in una campagna proletaria … Se facciamo una foto del convento, inquadriamo quel cavolo di palazzone lì dietro o parte del porticato e del chiostro?

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 – foto Tin Marcy

Come dice il mio amico Stephen Van Der Pike:

«Se l’accezione del rock è “musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima, suonata con strumenti in variabile distorsione, con sezione ritmica prevalentemente in 4/4, che ha forgiato il suo look, il suo sound e il suo approccio su modelli riconducibili al blues elettrico e alla prima ondata di rock ‘n’ roll, poi sviluppato da Stones, Who e Zeppelin”… beh, allora possiamo cominciare a potare il 75 per cento della gente che dice di suonare rock.»

Benché io la meni sempre con il rock, quello vero, sono cosciente che il dibattito su cosa sia o meno rock sia un po’ sterile. Chi è che decide dove va posta l’asticella per dividere i campi? A me pare che molti gruppi “rock”, estremamente popolari, si limitino a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare pessima musica diretta a un certo tipo di pubblico, a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano.

Lenny Kravitz è un rocker o solo uno che “roccheggia” di comodo? I Guns N’ Roses sono rock o solo una cover band da comic book che ha venduto milioni di dischi di una carnevalata? Il punto è: nel momento in cui il rock significa poco, quanto può essere credibile un rocker? Si tratta di poséurs (esibizionisti) o di gente sincera? È possibile riconoscere la sincerità? Ed è importante? In fondo vogliono tutti diventare ricchi, famosi e grandi sciupafemmine. Qual è, e dov’è, il semino etico che distingue il “reale” dal “farlocco”?

I Guns come perfetta sintesi: da una parte una spinta primordiale e sincera, dall’altra il gioco delle case discografiche. Il live Live ?!@ Like a Suicide*, uscito su una finta etichetta indipendente, fu registrato in studio con applausi posticci per far apparire la band con il pedigree da outsider.

Eppure, eppure… il rock ci fa sognare, ci fa entrare nelle profondità cosmiche, ci irretisce completamente, ci ghermisce e ci dà la forza di affrontare la vita. A molti di noi ha cambiato prospettiva, aprendo varchi giganteschi da cui sono entrati letteratura, design, arte, esoterismo, consapevolezza, coscienza politica…

Basta guardare le copertine di certi dischi, create da agenzie di design, da fotografi, da artisti…alcuni esempi…il primo dei Black Sabbath, Foxtrot dei Genesis, Brain Salad Surgery degli ELP, Physical Graffiti dei LZ, News Of The World dei Queen, Some Girls dei Rolling Sones, Amorica dei Black Crowes …

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 c – foto Tin Marcy

Il rock ha irretito almeno un paio di generazioni… e ha cambiato la vita a molti di noi.

Il rock è una musica la cui rappresentazione dal vivo è importantissima. Nei tempi antichi (dunque negli anni Settanta) era una sorta di rituale, dove musica, suoni elettrici ed elettronici e visual creavano una sorta di esaltazione esoterica, nella quale artisti e pubblico superavano i limiti dell’esperienza sensoriale e si ponevano al di fuori della realtà oggettiva.

I dischi dal vivo erano basilari. Oggi vengono pubblicati i concerti di interi tour, ma allora…

Al di là di tutto, resta la musica. Quella vera. LA MUSICA, ovvero aria sonora, sequenza gradevole di suoni e silenzi. Come tutte le arti, stratagemma degli umani — una volta diventati stanziali — per non pensare troppo al mistero della vita, al fatto di essere capitati per caso su una roccia nel buco del culo dell’universo…

Prima di iniziare la School of Rock vera e propria…

Vi ho messo sulle sedie una breve descrizione di tre film che vi invito a guardare:

  • Crossroads (1986) (Mississippi Adventure), del grande Walter Hill.
  • Cadillac Records (2008), di Darnell Martin, con Beyoncé e Adrien Brody.
  • Almost Famous (2000) (Quasi famosi), di Cameron Crowe.
Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b – foto Tin Marcy

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Come nasce e come si sviluppa la musica che chiamiamo Rock:

I discendenti nordamericani degli schiavi africani adattano l’eredità africana alla musica popolare irlandese arrivata in America. Nasce il blues nero del Delta: ROBERT JOHNSON (nato nel 1911, morto nel 1938).

Dal Delta si sposta a Chicago: MUDDY WATERS (nato nel 1913, morto nel 1983)

Diventa quindi elettrico e molto ritmato. Gente come Little Richard e Chuck Berry lo porta a un livello successivo: nasce il rock and roll.

Il rock and roll esplode quando i primi bianchi si impossessano di quel blues veloce e scatenato e lo fanno loro. ELVIS.

Il rock and roll arriva in UK tramite i dischi portati dai marinai americani che attraccano nei porti della perfida Albione. Nascono lo skiffle e il beat. Nel 1962 un gruppetto di Liverpool mette in scena alcune canzonette che stravolgono il mondo. La loro musica è un insieme di rock and roll, beat, soul (musica nera americana che nasce dall’intreccio tra blues, jazz, musica melodica e gospel) e musica radiofonica inglese degli anni Quaranta e Cinquanta. Questa musica arriva nel momento in cui il mondo giovanile è in fermento: i ragazzi e le ragazze, che fino ad allora non erano altro che giovani adulti, prendono consapevolezza di essere giovani e basta. BEATLES.

In un secondo momento arrivano nei porti britannici anche i dischi di blues e questo genere colpisce ancora di più una certa fascia di musicisti inglesi. Impressiona l’aspetto puro, rurale, schietto, sessuale… in altre parole il non essere musica mainstream. Nasce così un forte movimento che prende il blues e lo rielabora secondo la propria sensibilità, movimento che possiamo definire antagonista alla musica più orecchiabile dei Beatles.

Il British Rock sbarca negli USA, o meglio: la musica popolare americana, dopo essersi rifatta il trucco in UK, torna nella terra da cui proviene. Seconda metà degli anni Sessanta: la musica diventa meno frivola.

In Britannia Beatles e Rolling Stones iniziano a fare dischi profondi; la Swinging London produce gruppi e artisti audaci che, mischiando psichedelia, rock e creatività (Pink Floyd/Barrett, The Who, Jimi Hendrix Experience, Yardbirds), danno vita a una stagione irripetibile. Il British Blues prende corpo, il blues nero viene portato a un livello successivo e nasce la musica rock in senso stretto: Cream, Led Zeppelin, Free ecc.

In America Hendrix, The Band, The Doors, Dylan e la scena di San Francisco (Grateful Dead su tutti, Santana) rispondono alla grande. Il rock diventa rivoluzione culturale, politica e generazionale.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta la musica rock produce il meglio della musica popolare che mai si sia sentita sul pianeta. Il blues diventa hard rock, il rock si specchia nella grande musica europea e diventa prog. I dischi contengono lunghe suite cantate (Foxtrot dei Genesis, BSS degli Elp) o ad es solo tre lunghi pezzi come Close To The Edge degli Yes. Fare dischi belli è ormai una consuetudine. Nasce il jazz rock.

I concerti dal vivo diventano eventi dove si ripete il rito, quasi fosse una nuova religione… i grandi chitarristi, la musica dilatata e cosmica… un periodo che, ahimè, non tornerà mai più.

Nella seconda metà degli anni Settanta il rock entra nella fase degli orizzonti perduti. Le grandi band peccano di edonismo, si tende alla magniloquenza fine a se stessa, dal vivo le improvvisazioni si dilatano all’infinito (tuttavia queste lunghe improvvisazioni rimangono in buona parte grandi affreschi musicali). Il soft rock prende forza, molti gruppi iniziano a vendere milioni di copie proponendo rock di facile ascolto.

La contromossa in UK è l’arrivo del punk e della new wave, la cui scintilla nasce da una difficile realtà sociale. Giovani senza prospettive prendono in mano strumenti musicali per gridare la loro rabbia. Non è più essenziale saper suonare, bensì comunicare il proprio disagio e la propria voglia di un posto nel mondo. Politica e rock si mescolano. Il punk, da rock grezzo e chiassoso, si trasforma in new wave, genere che usa formule e sequenze musicali meno melodiche rispetto al passato. Sex Pistols, Clash, Damned, Joy Division, ma anche Police e Joe Jackson.

Negli USA: Dictators, Ramones, Dead Kennedys, ma anche Blondie.

L’avvento dell’heavy metal con la NWOBHM… Iron Maiden, Def Leppard e compagnia, con il recupero di alcune band già esistenti dagli anni Settanta, come Judas Priest. Poi Metallica.

Gli anni Ottanta: l’inizio del disimpegno. Musica elettronica da ballo, suoni sopra le righe, video. Il rock diventa corporate rock, l’hard rock diventa hair metal, l’immagine è quello che conta, la musica si fa più dozzinale e grossolana. Sul finire del decennio, dai quartieri industriali della piovosa Seattle arriva il grunge, che spazza via il technicolor esasperato dei gruppi metal (per lo più statunitensi) e porta in classifica il punto di vista alternativo dei giovani americani.

Da lì in poi buio, terrore, raccapriccio… la musica perde la valenza artistica e diventa il nulla, tranne rari casi.

Eccoci giunti al gran finale. Mettiamo in sottofondo la mia canzone preferita in assoluto: Ten Years Gone dei Led Zeppelin…

Al di là di tutto, il rock resta e resterà. La capacità di avere dentro di sé un punto di vista spesso aderente alla realtà e non edulcorato lo rende una musica umana, onesta, viva, palpitante, sofferta, magnifica, ridotta all’osso ma, al contempo, magniloquente. Il rock è il respiro dell’umanità che rimane irretita dinnanzi alla volta celeste, alle profondità cosmiche, al nido di stelle che tutti ci portiamo dentro e che, lo sappiamo, non raggiungeremo mai.

Io vi ringrazio per questi anni, per esservi resi disponibili, negli equinozi e nei solstizi che si sono succeduti, ad ascoltare l’uomo di Blues che sono; per la pazienza avuta; per aver sorvolato sul fatto che di sicuro ho urtato la sensibilità di qualcuno di voi, vista la furia iconoclasta che talvolta mi prende quando ITTOD, uno dei tre uomini che sono, prende il controllo.

Vi ringrazio per gli splendidi colleghi che siete stati, per aver creato tutti insieme quella comunità, quella rete di rapporti chiamata Ammagamma… che il padre dei quattro venti ci benedica tutti.

Mi avete fatto sentire a casa, mi avete fatto sentire come se fossi sul palco del MSG, mi avete fatto sentire Tim Tirelli.

Ora, lo sappiamo, come cantano i Led Zeppelin… sebbene il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare. È proprio così: ancora qualche giorno e il mio torrentello finalmente raggiungerà il mare.

Spero che non dimenticheremo mai quello che ci siamo detti in queste School of Rock, ovvero che la cosa fondamentale è l’amore. D’accordo la razionalità, ma è la parte di follia che è dentro di noi a contraddistinguerci — come dice il filosofo Umberto Galimberti —. Sono le emozioni che proviamo e che saranno sempre il brivido più grande che, in questa porca vita, possiamo provare… e non importa se per sentire il battito della vita a volte dobbiamo soffrire. Quel che conta è il mondo delle emozioni profonde: percepire amore, nostalgia, dolore, desiderio, ecc.

C’è un brano jazz che si chiama You Don’t Know What Love Is, scritto nel 1941 da Don Raye e Gene DePaul, che la dice lunga sul concetto che sto cercando di farvi arrivare. Sentite la versione che ne fece nel 1990 il cantautore statunitense Warren Zevon.

Nella sua lettura, la voce inconfondibile si posa sulla malinconia della ballata come una luce crepuscolare: un canto di amori perduti, di ferite che non si rimarginano, di verità apprese lungo la strada polverosa del blues.

E le prime due righe del testo sono, in fondo, il vero claim della nostra vita…

Non sai cos’è l’amore
finché non impari il significato del Blues.
Finché non hai amato un amore
che hai dovuto perdere,
non sai cos’è l’amore.

Non sai quanto possano ferire delle labbra
finché non hai baciato
e ne hai pagato il prezzo.
Finché non hai giocato il tuo cuore
e l’hai perduto,
non sai cos’è l’amore.

You don’t know what love is
Until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you had to lose
You don’t know what love is

You don’t know how lips hurt
Until you’ve kissed and had to pay the cost
Until you’ve flipped your heart and you have lost
You don’t know what love is

La School of Rock termina qui. Questo è un addio e non il solito arrivederci, ed è giusto così. Non dobbiamo chiudere però con la malinconia e la nostalgia, meglio mettere qualcosa che arrivi direttamente alla pancia …

Grazie Fabio, grazie Gian, grazie Ammagammers.

It’s been so fucking great.

Goodbye Yellow Brick Road.

I do love you so much.

New York, goodnight!

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 c – foto Siuviu Z
Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b- foto Tim Tirelli.

I 3 video qui sotto sono stati filmati da Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock XVI – parte 1
Tim Tirelli’s School Of Rock XVI – parte 2
Tim Tirelli’s School Of Rock XVI – parte 3

◇ ◇ ◇

la School Of Rock sul blog:

XV

XIV

XIII

XII

XI

X

IX

TT’s School Of Rock Episodio IX PFM è contenuta all’interno di:

VIII

VII

VI

V

IV

III

– TT’s School Of Rock Episodio 3 GENESIS è contenuta all’interno di:

II

I

Another night to cry (goodbye yellow brick road blues)

28 Giu

Al Pizzikotto di Viale Gramsci, qui a Regium Lepidi, una sera del fine settimana. Parecchie tavolate di ragazzi festeggiano la fine dell’anno scolastico. Età media tra i sedici e i diciotto anni.

Le giovani donne sono vestite tutte uguali: minigonna cortissima e attillata, top (come si dice adesso), insomma quel corpettino femminile scollato o senza maniche, capelli lunghi e stirati, trucco e borsetta minuscola. I giovani uomini vestono anch’essi tutti alla stessa maniera: calzoni corti, calze corte, sneaker, maglietta, taglio di capelli che va di moda oggi, il french crop o come diavolo si chiama.

Ripenso ai miei tempi: dopo i quattordici anni era impensabile portare i calzoni corti, se non d’estate nelle località balneari. Invece oggi, dalla Generazione X in poi, sembra che nessuno riesca più a farne a meno. Per quanto riguarda il taglio di capelli, beh, per uno come me non c’è partita tra quelli che portavamo noi e quelli di oggi.

In attesa che arrivi la pizza distolgo lo sguardo e osservo il via vai della gente oltre le vetrate: eserciti di uomini in abbigliamento scuro con sneaker total white, insomma scarpe da ginnastica completamente bianche, capo d’abbigliamento ormai, ahimè, legittimato anche sotto gli abiti scuri. Non che il dress code rigoroso vada osservato sempre e comunque, ma evitare l’omologazione grossolana e una certa lassità dovrebbe essere almeno un’opzione da contemplare.

Mi arrivano poi brandelli di discorsi nei quali gli anglicismi infestano la lingua italiana, una delle lingue romanze e dunque uno degli idiomi più sinuosi e belli dell’Homo sapiens. Scuoto la testa, cerco di non pensarci, di farmeli scivolare addosso, ma non ci riesco. Allora mi dico di tener duro: essere un uomo di Blues di questi tempi non è facile, ammesso che lo sia mai stato nella storia moderna dell’umanità.

Oh, you got to hold on, hold on
You gotta hold on
Take my hand, I’m standing right here
You gotta hold on

_ Resignation Blues>

A proposito del Resignation Blues, mi arrivano altri messaggi.

Il nostro Jackob mi scrive un’email intitolata Post odierno (si riferisce a quello del 31 maggio): «Buondì Magister, faccio prima a scrivere da qui che a collegarmi a WordPress… Un like e un “in bocca al lupo!”. Vostro, G.».

L’amico Jaypee, che non essendo stato presente alla serata con i Blues Brothers non era al corrente, mi scrive su WhatsApp: «Oè Magister, ho letto il blog solo ora… ma veramente hai dato le dimissioni? Sei un grande! Idolo assoluto».

Qualche settimana fa mi fermo in azienda sino alle 20:30. Oltre alla guardia e al sottoscritto c’è solo un altro collega, uno con il quale ho un ottimo rapporto. Prendiamo un caffè insieme prima di andare, «come aperitivo prima di mangiare». Mi chiede quanti giorni mancano e io rispondo: «21 all’alba». Poi mi dice: «Con la tua uscita dal convento (l’edificio in cui ha sede l’azienda è un ex convento del 1610) non c’è più motivo per restare per nessuno di noi. L’anima se ne va».

Ora, saranno anche cose che si dicono, sarà che il collega è particolarmente generoso con il sottoscritto (anni fa, durante un corso di formazione per manager, scrisse “Tim Tirelli” come risposta alla domanda: «Qual è, secondo te, il valore aggiunto dell’azienda?»); tuttavia continuo a rimanere basito da tutto questo e da quanto il mio modo di fare e di essere, e quindi il Blues in senso lato, incida sulla vita delle persone.

Ne abbiamo già parlato. Non è autoreferenzialità, lo sapete. È che ogni volta mi sorprendo e ogni volta capisco quanto bisogno ci sia bisogno del Blues… ovvero di vita vera, di sentimenti, della follia che alberga in tutti noi e che ci contraddistingue.

Siuviu, invece, mi scrive questo sulla inevitabile fine delle School Of Rock:

«Credo che sarà per me un giorno malinconico, mercoledì 24 giugno, giorno della tua ultima School Of Rock. Grazie alle tue lezioni (e ai tanti momenti in corridoio) ho trovato il coraggio di uscire dalla mia playlist limitata e banale per esplorare un mondo ignoto ed esteso. Ho apprezzato gli incoraggiamenti negli anni e ti sono grato per avermi fatto entrare in questo mondo, pur avendo poche credenziali musicali. So che tutte le cose buone devono giungere al termine, però speravo di essere guidato ancora per molti anni. Dovrò invece proseguire musicalmente senza i punti cardinali delle tue lezioni. Sarà ora, immagino, una camminata disordinata. Tuttavia è un procedere. Non è poco

Il Direttore Generale della sede si ferma nel mio ufficio. Mi chiede come va, come mi organizzerò da luglio. Gli spiego come penso di impostare la mia vita da ora in poi; con tutte le prudenze del caso gli elenco i miei progetti, tra cui un possibile piano (al momento ancora in uno stato assolutamente embrionale) relativo alle mie canzoni e, ovviamente, il blog.

Riguardo a quest’ultimo ricama un’analisi degna della sua laurea in Filosofia: «Io credo che in questo momento ci sia bisogno di blog come il tuo. La capacità di osservare è rara nel mondo di oggi; il sapersi immergere, come fai tu, non è cosa da poco».

LA MUSICA ROCK

Da Ciao 2001 (la rivista italiana che noi boomer appassionati di musica e cultura rock acquistavamo con fervore) del 15 dicembre 1971.

Io allora ero un bambino e non avevo ancora alcuna contezza della musica rock, sebbene le sigle de La TV dei Ragazzi (programma della RAI) di Joe Cocker e dei Procol Harum già mi mandassero nelle profondità cosmiche.

Leggo dunque con curiosità i titoli degli LP presenti nella classifica italiana, molti dei quali legati al rock autentico. Nei primi cinque posti troviamo Santana, Led Zeppelin, Deep Purple, John Lennon, Pink Floyd; poco sotto Concerto grosso dei New Trolls, due album dei nostri amati ELP, Ten Years After, Hendrix e via dicendo.

Che tempi!

Ciao 2001 – 15 dicembre 1971
Ciao 2001 – 15 dicembre 1971
Ciao 2001 – 15 dicembre 1971

_ È stato pubblicato online un filmato restaurato e migliorato dei Led Zeppelin durante il concerto tenuto a Cleveland, in Ohio, il 27 aprile 1977.

Le riprese, realizzate dallo spettatore Eric Ronson, sono ora disponibili in una qualità notevolmente superiore grazie a un nuovo trasferimento effettuato direttamente dalle bobine originali.

Questo concerto è particolarmente famoso perché rappresenta la fonte del celebre bootleg dei Led Zeppelin, Destroyer.

SERIE TV

__Città delle Ombre / Ciudad de so sombras (EspanaEspana 20255) TTT½½

Ennesimo crime thriller spagnolo, questa volta ambientato nella Barcellona del 2010.

La città ha vissuto una trasformazione radicale nel corso degli ultimi decenni. La Barcellona autentica e popolare di un tempo, segnata da difficoltà economiche ma caratterizzata da una forte identità sociale, è stata progressivamente sostituita da una realtà molto diversa.

Le immagini storiche inserite da Jorge Torregrossa raccontano proprio quel passato ormai lontano. Tra progetti di riqualificazione urbana spesso controversi, grandi manifestazioni e una crescente pressione turistica, il volto della città è cambiato profondamente.

Il turismo di massa, in particolare, ha accelerato un processo che ha finito per indebolire le comunità locali, contribuendo all’allontanamento di molti residenti e alla progressiva perdita del carattere originario di interi quartieri.

La serie TV, dunque, non è soltanto un crime thriller: attraverso la sua ambientazione offre anche uno spunto di riflessione sulla profonda trasformazione urbana e sociale di Barcellona, mostrando come il cambiamento della città abbia inciso sulla vita quotidiana dei suoi abitanti.

__Il Cuculo di Cristallo (Espana 2025) – l Cuculo di Cristallo (Espana 2025) – TTTTTTT

Basata sull’omonimo romanzo dello scrittore spagnolo Javier Castillo, Il Cuculo di Cristallo (El cuco de cristal) è una miniserie thriller distribuita da Netflix nel 2025.

La storia segue Clara Merlo, una giovane dottoressa che, dopo un delicato trapianto di cuore, decide di scoprire l’identità del suo donatore. La sua ricerca la conduce in una piccola cittadina immersa tra le montagne, dove una serie di misteri irrisolti e segreti sepolti da oltre vent’anni iniziano lentamente a venire a galla.

Composta da sei episodi, la serie punta tutto su un’atmosfera cupa e inquietante, mescolando thriller psicologico, dramma e investigazione. Nel cast spiccano Catalina Sopelana, Álex García e Itziar Ituño, volto amatissimo dal pubblico per il ruolo dell’ispettrice Raquel nella serie La casa di carta.

Colpi di scena e ambientazione suggestiva: Il Cuculo di Cristallo continua la tradizione dei thriller spagnoli riusciti degli ultimi anni, confermando il buon momento delle produzioni iberiche su Netflix.

FILM

_Creature Luminose (UUSA 2026) — TTT ⅓

Il film è tratto dal bestseller di Shelby Van Pelt e racconta una storia delicata di perdita, solitudine e rinascita.

Tova, una vedova che lavora in un acquario e non ha mai superato la morte del figlio, trova conforto nell’insolita amicizia con Marcellus, un polpo straordinariamente intelligente. Quando nella sua vita entra Cameron, un giovane alla ricerca delle proprie origini, nasce un legame che aiuterà entrambi a fare i conti con il passato e a riscoprire il valore delle seconde possibilità.

Il film viene inserito nel genere drammatico, ma, essendo ricco di sentimentalismo e romanticume, resta una pellicola piuttosto leggera. L’ho guardato soprattutto per la presenza del polpo, animale in generale intelligente e sorprendente, che qui però avrebbe potuto essere reso probabilmente meglio.

_ Escape From Pretoria (UK/AUS 2020) TTT½

Ispirato all’autobiografia Inside Out: Escape from Pretoria Prison di Tim Jenkin, il film racconta la straordinaria storia vera dell’evasione dal carcere centrale di Pretoria, avvenuta nel 1979 durante il regime dell’apartheid in Sudafrica.

I protagonisti, Tim Jenkin e Stephen Lee, sono due attivisti politici arrestati e condannati per aver diffuso materiale di propaganda contro il sistema segregazionista. Determinati a riconquistare la libertà, i due elaborano un ingegnoso piano di fuga destinato a passare alla storia come una delle evasioni più audaci dell’epoca.

Diretto da Francis Annan e distribuito nel 2020, il film combina tensione, suspense e ricostruzione storica, offrendo uno sguardo intenso sulla lotta contro l’apartheid e sul coraggio di chi si oppose a un regime profondamente ingiusto. Nel ruolo di Tim Jenkin troviamo Daniel Radcliffe, noto al grande pubblico per aver interpretato Harry Potter, affiancato da Daniel Webber e Ian Hart.

Discreta l’atmosfera claustrofobica e la fedeltà agli eventi reali: la pellicola si fa apprezzare per la capacità di trasformare una vicenda storica in un buon thriller carcerario.

PLAYLIST

Mitch Ryder, Steve Hunter e Brett Tuggle nel 1973

_Rod nel 1969 con Keith Emerson all’organo

_Il pianista Jazz Mal Waldron nel 1962 (con Ron Carter al violoncello).

_Il nostro caro Ryland nel 1984, dalla colonna sonora di Paris, Texas. Inutile aggiungere altro.

__How Much For Your Wings, i Corvi Neri nel 1996.

CONCLUSIONE

Fine giugno torrido qui nell’Emilia centrale: settimane a ridosso dei 40 gradi e il paesaggio si trasforma in una tavolozza di colori in qualche modo estremi. La pianura assume tonalità accese: il giallo oro dei campi di grano mietuti, l’ocra e il bruno scolorito della terra riarsa, il verde cupo e polveroso della vegetazione che resiste all’afa. A fare da contrasto, l’azzurro intenso e lattiginoso del cielo estivo, spesso sbiadito dalla calura.

Sono iniziati i venerdì sotto al bersò qui alla Domus Saurea: due venerdì fa la serata con Lorenz e Jaypee e relative groupie, due giorni fa la soirée con i Ragazzi della Via Po, il 3 luglio il Sinodo con gli Illuminati del Blues del Team Tirelli e così via.

In questo contesto estivo contemplo i giorni che portano a una nuova fase della mia vita: tiro le somme, faccio bilanci, soppeso sentimenti, emozioni e commozioni. Ancora due giorni e i miei cinque anni e mezzo nella yellow brick road termineranno. Non che vada a dissolvermi come una cometa: i contatti e i legami forti resteranno, ma è indubbio che le frequentazioni con i colleghi diventati amici, con i regionali che da Regium Lepidi mi portavano a Mutina e viceversa, con la “mia” Sala Blues e infine con il senso di comunità fortissimo di quell’avventura chiamata Ammagamma, più o meno si chiudono qui.

Soffrirò? E certo. Sono un uomo di blues, mica (anzi “micca”, come diciamo in Emilia) una figa di legno o un palo della luce. Staccarmi dalle persone, dai luoghi, dai legami cosmici non è mai stato facile per me…tuttavia, dopo qualche notte passata a piangere, “il sole ritornerà a battere sul mio viso e le stelle a riempire i miei sogni”.

Ammagamma, it’s been great. Sant’Orsola goodnight.

Goodbye yellow brick road – giugno 2026 – Foto Tim Tirelli
TT – Sala Blues 24-06-2028 foto Tin Marcy

Il numero del regionale che mi riporta a casa

31 Mag

Sabato. Devo essere al lavoro di prima mattina. Scendo dal letto, doccia, colazione. Accendo la TV sull’unico canale della TV generalista che ancora guardo: RAI 5. Sono le sei del mattino e trasmettono Paola Agosti – Il mondo in uno scatto.
https://www.raiplay.it/programmi/paolaagostiilmondoinunoscatto

Paola Agosti è stata una fotografa che ha scelto di stare dove la storia lasciava i suoi segni: nelle piazze, nelle fabbriche, nei volti delle donne, nelle campagne che stavano scomparendo. Con la macchina fotografica ha raccontato l’Italia che cambiava, quella delle lotte, delle speranze e delle ferite. I suoi scatti non cercavano l’effetto, ma la verità: mani che lavorano, occhi che resistono, persone comuni attraversate dal tempo.

Guardare le sue fotografie è come ascoltare un vecchio blues: dentro ci sono fatica, dignità e una profonda umanità. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage in Europa, America Latina, Stati Uniti e Africa, fotografando anche figure politiche e culturali che hanno segnato un’epoca.

Le immagini scorrono, il racconto le accompagna. Salvador Allende, Fidel Castro, la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo…

Già, il 25 aprile del 1974. Una rivoluzione quasi senza sangue. I soldati scesero in strada per mettere fine a quasi mezzo secolo di dittatura a carattere fascista e la gente rispose infilando garofani rossi nelle canne dei fucili. Cadde il regime, si aprirono le porte della democrazia. Una di quelle rare giornate in cui la storia cambia passo senza il rumore delle armi, ma con quello dei sogni che tornano a camminare per strada.

Rimango rapito dal lavoro della Agosti. Che fotografa. Che donna. E che tempi.

Tempi in cui si coltivavano speranze di una società meno meschina. Tempi in cui si immaginava un’alternativa al capitalismo più feroce. Tempi di grandi idee, grandi errori, grandi illusioni forse. Ma anche di grandi sogni.

Oggi, mentre scorrono quelle immagini in bianco e nero, mi sembra che ci manchi soprattutto questo: la capacità di sognare qualcosa che vada oltre noi stessi.

291.2.23A@PaolaAgosti – Paola Agosti nel 1977

Salgo sulla Blues Mobile. Penso al mondo di oggi e mi sale un conato di vomito.

Sia chiaro: non credo affatto che il passato fosse solo un’età dell’oro. Le ingiustizie, le ipocrisie e le miserie umane c’erano anche allora. Eppure, almeno in larghe fasce della popolazione, sopravviveva l’idea che si potesse costruire qualcosa insieme. C’era un senso di appartenenza, una tensione collettiva, il desiderio di immaginare un futuro che non fosse soltanto la somma di interessi individuali.

Oggi, invece, sembra dominare altro. Come osserva Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista:

«L’individualismo neoliberale e i social media producono persone sempre più esposte all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine: quanto più il soggetto si sente disperso e fragile, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza».


Già, le inquietudini del nostro tempo… desiderio, solitudine, amore e fragilità umana, cercando tra le crepe della vita quotidiana quelle domande che nessuna epoca riesce mai a mettere davvero a tacere.

_ Resignation Blues
Succede tutto lo scorso marzo, una mattina mi alzo, mi preparo per l’ennesima giornata da passare al lavoro, quando lo sconosciuto uomo di una (in)certa età che vedo nello specchio mi dice “ma che caxxo stai facendo?”: già, ma che cazzo sto facendo? Arrivo in stazione, prendo il treno, scendo a Mutina, mi dirigo verso il centro, entro in ufficio, collego l’ordinateur portable, trovo uno spazio nella sua affollatissima agenda e fisso una call con la mia responsabile. Sono sempre andato d’accordo con lei, ho sempre riconosciuto il suo ruolo, la sua autorevolezza … visto il cagaxxo che sono non è cosa da poco. Rimane sorpresa, colpita, prova a capire se c’è spazio per farmi rimanere, usa belle parole nei miei confronti ma poi si scioglie in un sorriso, in fin di dei conti mi conosce quel tanto che basta per per sapere chi sono.

Attendo qualche settimana prima di annunciarlo ai colleghi della sede a cui facciamo riferimento. Marcy Girl, Sonya LittleSaints e L’Ispettrice Vinci avevano già annusato le mie inquietudini dunque in qualche modo non sono del tutto sorprese, ma altri ci rimangono di sasso e da loro ricevo reazioni commosse ad esempio il silenzio emozionato del direttore generale della sede.


Tommy Gun invece mi scrive:
“Sono contento per te amico. Probabilmente non era nei piani, ma forse è bello così. Te lo meriti.
Alla fine….i fiumi sempre raggiungono il mare
. La citazione della frase che con cui ho sempre concluso le School Of Rock che tengo per l’azienda mi commuove. GioMac corre nel mio ufficio non appena arriva: “Tim, ma è vero?”. Fab, l’ex titolare, stenta a crederci. Chris mi abbraccia forte, un gesto virile, fraterno, affettuoso. E via via tutti colleghi con i quali ho condiviso questi cinque anni e mezzo.

Qualche giorno dopo. Venerdì sera, mi sto preparando ad uscire, ritrovo alle 20:30 al Giusto Spirto di Herberia con i miei Blues Brothers. Mi arriva una notifica, apro Whatsapp, è una mia giovane collega:

Ciao Tim
scusa se ti scrivo ma mi ha detto la Lalla delle dimissioni, ed è stato un bel colpo! Ammagamma perderà il suo cuore pulsante.
Mi dispiace molto, non sarà più lo stesso, ma allo stesso tempo sono molto felice per te.
Grazie per i due anni trascorsi, mi hai insegnato tanto, lavorativamente parlando, ma anche umanamente.
E poi un uomo di blues come te non dà mai davvero le dimissioni, cambia solo palco!
Grazie di tutto
Giulia

Rimango colpito. Più tardi ne parlo con gli amici, sono basiti, increduli, ma felici per me, brindiamo insieme. Leggo il messaggio, loro stessi sono impressionati dalle parole di Giulia. Rileggendolo mi intenerisco, l’ultima frase poi mi colpisce al cuore …“cambia solo palco“. Ah.

Una sera di fine maggio. Di nuovo in stazione a Mutina, attendo il regionale che mi riporta a Regium Lepidi, a casa; dagli altoparlanti arriva l’annuncio, rifletto sul numero del treno, 5 cifre la cui somma dà il giorno della mia nascita … sciocche coincidenze che però a noi umani sembrano decisive. Sono le ultime settimane in cui suonerò il Commuter Blues, dirò addio al mio trenino e sarà tempo di bilanci, di riflessioni; so perfettamente che non saranno tutte positive, ma per quanto insignificante sia la mia vita nel quadro generale dell’universo questo rimarrà un evento di estrema importanza per il sottoscritto e in qualche modo sarò finalmente libero di cantare la mia canzone.

I’m free to do what I want any old time
I’m free to do what I want any old time
So love me, hold me, love me, hold me
But I’m free, any old time, to get what I want

I’m free to sing my song, though it gets out of time
I’m free to sing my song, though it gets out of time
So love me, hold me, love me, hold me
But I’m free, any old time, to get what I want, yeah

Love me, hold me, love me, hold me
But I’m free, any old time, to get what I want

I’m free to choose what I please any old time
I’m free to please what I choose any old time
So hold me, love me, love me, hold me
But I’m free, any old time, to get what I want
Yes I am

Tim T. – Free to sing my song

 _Hard Rock Baby
La sento arrivare dalla stradina lunga e tortuosa. Scala le marce come se stesse correndo l’ultimo giro di un Gran Premio di Formula 1. I finestrini sono abbassati e la musica si riversa nella quiete della campagna del tardo pomeriggio.

Ormai la macchina è IL posto dove si ascolta musica a, e a lei piace farlo ad un buon volume, quando è nell’umore giusto. Questa volta tocca a una delle sue band del cuore: gli UFO, quelli con Schenker. L’album è Force It, anno 1975. Il pezzo è Shoot Shoot.

Entra in cortile. Gli uccellini si alzano in volo. La casa vibra leggermente. Dalle casse sgorga hard rock allo stato puro. La guardo arrivare e non posso fare a meno di pensare: che cazzo di pheega.

SERIE TV

_Legends (UK 2026) – TTTT

Crime-thriller britannico in sei episodi con il grande Tom Burke. Buona colonna sonora.

_Berlino E La Dama Con L’Ermellino (E 2026) – TTT½

Seconda stagione per questo spin off de La Casa Di Carta. Serie sempre brillante non fosse per gli approfondimenti dei rapporti sentimentali di alcuni personaggi.

PLAYLIST

_Corvi Neeri 2001

_ Robert Lockwood Jr 1941 … figlioccio di Robert Johnson, e si sente (Sweet Home Chicago anyone?).

_Le Previsioni del Tempo nel 1971 … profondità cosmiche.

_Jess Roden 1974 …con Simon Kirke alla batteria e John ‘Rabbit’ Bundrick al piano. David Coverdale deve averla ascolta parecchie volte prima di scrivere Northwinds nel 1978.

_I Dire Straits alle prese col Blues nel 1991

Beh, mi chiedo dove tu sia stanotte
Probabilmente da qualche parte a seminare il caos
Hai sempre avuto il vizio
Di infilarti nei pensieri di qualcuno
E hai sempre avuto il talento di
Svanire nel nero

CONCLUSIONE

Mi appresto a entrare nel periodo estivo con un certo fermento nell’animo. La mia squadra del cuore ha centrato la doppietta, vincendo Campionato e Coppa Italia, e questo ovviamente mi ha reso molto felice. Sulla Domus è stata issata la bandiera: è la terza volta in pochi anni.

view from Domus Saurea – maggio 2026 – foto Tim Tirelli

In pochi giorni siamo passati da una fredda primavera a un caldo da pieno luglio, tanto che ho già fatto il primo bagno della stagione, mentre a pochi metri dalla Domus ibis e cicogne andavano in cerca di cibo.

Primo bagno della stagione – maggio 2026 – foto Tim Tirelli
Cicogna alla Domus – maggio 2026 foto Tim Tirelli

Ragnatela ha superato i 18 anni, più o meno 88 anni umani. È invecchiata: a volte ha disturbi cognitivi, ci sente poco e in certi momenti non mi riconosce. Ma le sussurro le parole che, in questi lustri, deve aver memorizzato; si calma, torna in sé e riprende a fare le fusa.

Tra mille difficoltà, sono ancora un suo punto di riferimento, una sicurezza. Mentre scrivo per il blog, salta sulla scrivania e si appisola vicino a me.

La Ragni che dorme – maggio 2026 foto Tim Tirelli

Oppure mi fissa finché non ottiene quello che desidera. È una vecchietta, ma è ancora una bella principessina.

La Ragni che mi fissa – maggio 2026 foto Tim Tirelli

Honecker è probabilmente il gatto più “gatto” che abbia mai avuto: meno blues rispetto a Fidél, meno riflessivo e “illuminato” rispetto al nostro indimenticato Palmiro. Honny è solare, vive la sua vita da gatto senza troppe paturnie; credo che stia passando una bella esistenza, come d’altra parte tutti i nostri felini. Di giorno è fuori nei campi, mentre la sera rincasa per passare la notte al sicuro, con due umani pronti a tutto pur di farlo stare bene.

A settembre farà tre anni ed è diventato uno splendido tigrato. Quando lo porto in casa nel tardo pomeriggio e saliamo le scale insieme, volta la testa più volte e mi guarda dritto, con gli occhi quasi socchiusi, per assicurarsi che sia io e, al contempo, per mostrare gratitudine e affetto. Quello è uno di quei momenti profondi in cui mammiferi di specie diverse interagiscono e si aiutano mentre contemplano il mistero della vita.

Honecker – Domus Saurea fine maggio 2026 – Foto Tim Tirelli
Minnie, Domus Saurea Maggio 2026 – foto Tim Tirelli

Minnie è la mia gattina tartarugata, una variante del genere calico, quella che ha scelto me come umano di riferimento. A differenza di Honecker, è una gatta così blues che più blues non si può; tuttavia, oltre a starmi appiccicata, sa essere indipendente e godersi la libertà e la sicurezza della Domus.

D’estate la mia terra per me è una meraviglia: campi di grano, balle di fieno nei prati, le cicale, i grilli, gli Appennini a sud e la pasta fresca appena fatta da Lucia, messa ad asciugare sugli appositi trespoli. Sapori di un’Emilia passata, che fortunatamente ho vissuto e che mi porto dentro.

La pasta fatta in casa dalla Lucia – maggio 2026 – Foto Tim Tirelli

Nel tardo pomeriggio, guardare verso sud e scorgere il Monte Cusna, la vetta più alta dell’Appennino reggiano (2.121 m s.l.m.), mi infonde pace e tranquillità. “L’Uomo Morto” è uno dei punti cardinali della mia vita, legato come sono a questa benedetta Emilia centrale che sento profondamente mia… e che, ne sono certo, anch’essa mi sente profondamente suo.

View from the Domus Saurea – Borgo Massenzio, maggio 2026 – foto Tim Tirelli.

Ariel Lawhon “L’Inverno Della Levatrice” (2025 Neri Pozza Editore) – TTTTT

8 Mag

Il titolo originale di questo romanzo è Il Lago Ghiacciato (The Frozen River); tuttavia anche il titolo italiano, L’Inverno della Levatrice, funziona molto bene: durante l’inverno del 1789 — lungo, gelido e durissimo — una levatrice cerca di svolgere il proprio lavoro con ingegno, umanità e determinazione in un piccolo villaggio del Maine di fine Settecento.

Chi segue questo weblog sa che nutro una grande passione per la storia e per le storie del Nord America tra il 1750 e il 1850, o giù di lì: racconti di frontiera ambientati in territori di stupefacente bellezza naturale, fatti di sopravvivenza e disperazione, che hanno sempre esercitato su di me un fascino irresistibile.

Questo riuscitissimo thriller storico racconta la vera storia — naturalmente romanzata — della levatrice Martha Ballard e, di conseguenza, delle persone con cui condivide destino, vita e luoghi. Vi sono alcune rielaborazioni narrative da parte dell’autrice e anche qualche licenza temporale rispetto alla reale cronologia della vita della Ballard; tuttavia la stessa Ariel Lawhon afferma che «la Martha descritta nel romanzo è una versione plausibile». D’altronde, nella vita reale Martha Ballard annotò tutto nel proprio diario con straordinaria accuratezza, pur senza menzionare emozioni e pensieri personali. Il suo diario rappresenta infatti una cronaca minuziosa delle pazienti assistite, dei bambini nati, del tempo atmosferico e del suo lavoro quotidiano.

Il romanzo affronta anche temi durissimi: la brutalità umana, le ingiustizie e la violenza sulle donne, raccontando un mondo che doveva essere davvero difficile da affrontare. Ariel Lawhon lo fa con enorme capacità narrativa e con il talento di una grande scrittrice; la pregevole traduzione di Massimo Ortelio contribuisce inoltre ad apprezzare il romanzo in tutta la sua selvaggia bellezza.

In Italia, a oggi, il libro ha venduto 60.000 copie, risultato notevolissimo per un Paese come il nostro. Nel mondo, dall’aprile 2025, ha superato il milione di copie vendute, ottenendo importanti riconoscimenti anche dalla critica.

Per quanto mi riguarda, è un libro da avere e da leggere.

 

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https://www.lafeltrinelli.it/inverno-della-levatrice-libro-ariel-lawhon/e/9788854533387?utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=PMax_Shopping_Kelkoo_Editori_PDE&gad_source=1&gad_campaignid=23598403635&gbraid=0AAAAAC8kHMQw7c9dyKg_m7bmanhfLO_ta&gclid=Cj0KCQjwk_bPBhDXARIsACiq8R07LsmWIadGzteSZXOk-TEtwLnNJvxhv8QrawwghUwKXzi2YTbz1Y0aAn9BEALw_wcB

Descrizione

Il caso editoriale americano dell’anno.
Un giallo storico ispirato alla vita e al diario della levatrice Martha Ballard, che nel Maine del XVIII secolo sfidò il sistema legale americano lasciando un’impronta indelebile nella storia.

A volte, il mio lavoro mi porta ad ascoltare storie. Donne che si ritrovano a confessare peccati che non hanno commesso, ancora incredule che sia capitato proprio a loro. Così quel pomeriggio sono rimasta ad ascoltare Rebecca, in silenzio. Avevo due certezze: Rebecca doveva raccontarmi tutto e io dovevo scoprire chi andava punito per ciò che le avevano fatto.

«I lettori che hanno amato la protagonista di Outlander apprezzeranno Martha, l’eroina di Lawhon: coraggiosa, schietta e pronta a tutto pur di proteggere gli innocenti». – The Washington Post

«Un romanzo tutt’altro che rassicurante, che affronta in profondità gli squilibri di potere tra uomini e donne, poveri e ricchi». – NPR

«Martha Ballard non è solo una levatrice nel Maine del XVIII secolo. È anche una persona che cerca giustizia in un’epoca in cui alle donne non era nemmeno concesso testimoniare in tribunale». – People

«L’inverno della levatrice […] racconta una storia affascinante che ha l’indubbio merito di riportare alla luce il ruolo centrale della donna all’interno di una piccola comunità che, all’indomani della rivoluzione americana, è chiamata a vivere un’esistenza aspra e dura, flagellata dalla neve, dal ghiaccio, dalla natura selvaggia.» – Matteo Strukul, La Lettura

Maine, villaggio di Hallowell, una notte d’inverno del 1789. Il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato, invaso da micidiali lastroni che tagliano come cristallo. Prima di chiudersi nella loro gelida prigione, le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess, con gli abiti che ancora lo avvolgono come petali di un grande tulipano appassito. A esaminare quel cadavere gonfio e martoriato viene convocata Martha Ballard, la levatrice del villaggio, colei che facilita le nascite, che ascolta i corpi dei malati e se ne prende cura. E il corpo di Joshua Burgess parla, e dice che la morte non è arrivata solo per acqua, ma anche per corda: qualcuno potrebbe aver impiccato Burgess, prima di gettarlo nel Kennebec. Anche se poi il dottore, dall’alto della sua competenza, esprime il suo parere contrario e senza appello: è stato un incidente. Burgess, tuttavia, non può essere morto per una banale imprudenza. Oltre a Martha, in tanti pensano che meritasse una punizione, soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e l’aveva trascritta nel suo diario, come sempre fa con i racconti che le vengono affidati: perché non vadano perduti, perché le mura di casa non proteggono le madri, le sorelle, le figlie. Comincia così un’estenuante ricerca della verità per la levatrice Martha Ballard, armata solo delle sue parole contro i pregiudizi di una società che non intende ascoltarle. Con una prosa tesa e delicata, Ariel Lawhon racconta di una donna indomita e della sua instancabile battaglia per la giustizia. Un’eroina misconosciuta, mai finora celebrata, che ebbe l’ardire di levarsi in difesa dei più deboli, cambiando per sempre la storia di un’America che stava ancora muovendo i suoi primi passi.

Rotolacampo Blues (You Don’t Know What Love Is)

26 Apr

La traduzione più comune di tumbleweed in italiano è rotolacampo: quella pianta secca, iconica dei film western, che il vento sospinge in lande desolate. Un groviglio di sterpaglie rinsecchite che rotola senza meta…

Ecco, a volte rotola anche nella mia maruga: grovigli di pensieri secchi, trascinati via dal vento del blues.

Tumbleweed – Foto di Luismi Sánchez su Unsplash

E dire che è primavera: il tepore delle prime giornate assolate, le geometrie dei sentimenti che provo a mettere in ordine — forse per la necessità di misurare lo spazio del mio animo —, quella sensazione quieta di benessere mentre mi lascio scaldare dai primi soli e da our house is a very, very, very blues house, with three cats in the yard, life used to be so hard …

Three cats in the yard – Domus Saurea tardo aprile 2026 – foto Tim Tirelli

Le domande su cui inciampo sempre — cosa ci faccio su questo pianeta, da dove vengo, dove sto andando — attenuano il loro peso specifico, quando non lo fanno, mi affido all’immancabile Warren Zevon.

Stavolta lo faccio con la sua versione del 1990 dello standard jazz “You Don’t Know What Love Is”, scritto nel 1941 da Don Raye e Gene DePaul, che Zevon registrò per la colonna sonora del film Love at Large.

Nella sua lettura, la voce inconfondibile si posa sulla malinconia della ballata come una luce crepuscolare: un canto di amori perduti, di ferite che non si rimarginano, di verità apprese lungo la strada polverosa del blues.

E le prime due righe del testo sono, in fondo, il vero claim di questo blog.

You don’t know what love is
Until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you had to lose
You don’t know what love is

You don’t know how lips hurt
Until you’ve kissed and had to pay the cost
Until you’ve flipped your heart and you have lost
You don’t know what love is

(inserisco il file musicale perché il link a Youtube non è disponibile per questo brano)

Lo Zevon di quegli anni (foto: autore sconosciuto)

Mi piace l’immagine che Warren Zevon aveva in quegli anni: uno sguardo ironico ma più scavato rispetto ai ’70, un’immagine meno “rockstar” e più da autore notturno, disincantato. In questi ultimi tempi lo sento molto vicino: le affinità elettive che mi arrivano attraverso le sue canzoni sono fortissime.

Laggiù, negli anni Settanta, preso com’ero dal Rock britannico, non gli diedi il peso che meritava. Certo, sentivo che i suoi singoli del 1978 erano formidabili; e che brani come Frank and Jesse James e Carmelita — dall’album Warren Zevon del 1976— mi arrivavano – tramite le radio libere –  dritti al cuore. Ma con pochi mezzi a disposizione, tutto quello che avevo era una musicassetta C60. Eppure, sul finire della gioventù e con l’età adulta, il cosiddetto rock americano si è preso la sua rivincita dentro di me, trasformando Zevon in un punto di riferimento assoluto.

Rimango ancora una volta sorpreso dall’enorme potere che la musica (Rock) ha su di me: anche oggi, da uomo di un’(in)certa età, trovo a tratti incredibile esserne così soggiogato.
Stamattina, prima di uscire, ascoltavo i Santana al Bottom Line di New York, nel 1978: il tour era quello di Inner Secrets, buon disco, forse non leggendario, ma capitolo importante della mia vita. Ero rapito dall’immaginare la chitarra di Carlos Santana e il resto del gruppo in quel locale medio piccolo— quattrocento posti — e, quando è arrivato il momento di uscire di casa, mi è sembrato di essere strappato dal grembo materno.

È successo di nuovo poco dopo, in macchina: nell’abitacolo risuonava Even in the Quietest Moments… dei Supertramp e, al momento di scendere dalla Sigismonda — la Bluesmobile — una forza sconosciuta sembrava trattenermi.

Ricordo gli sguardi teneri e sorpresi di mia madre: “Mo’ Piròn (vezzeggiativo tipico dell’Emilia centrale che fu), mai avrei pensato che saresti diventato un cappellone appassionato di musica rock…”.
Eppure l’amore per la musica lo devo a lei: lei che suonava il pianoforte, lei che mi fece scoprire Henghel Gualdi, Glenn Miller, Benny Goodman; lei che mi regalava libri sul jazz.

Il prossimo mese saranno trentaquattro anni da quando se n’è andata… ma grazie anche alla Musica la porto sempre con me.

Tim & Mother Mary settembre 1991

_LEGBA AT THE CROSSROADS

Riguardo, in una domenica pomeriggio di questo aprile, il film del 1986 Crossroads (titolo italiano Mississippi Adventure).
Sebbene sia un film molto anni ’80, resta uno dei miei cult movie. D’altra parte Walter Hill è uno dei miei registi preferiti —  I guerrieri della notte /The Warriors 1979 – I cavalieri dalle lunghe ombre / The Long Riders 1980 – I guerrieri della palude silenziosa / Southern Comfort 1981 anyone?

La storia si arrampica sulla leggenda del nostro padre putativo Robert Leroy Johnson, colui che avrebbe venduto l’anima al diavolo al crocicchio per diventare il grande chitarrista che era. Tutte balle, ovviamente: Johnson era un musicista erudito, oltre che straordinariamente talentuoso, a dispetto del mito.

Eugene Martone (interpretato da Ralph Macchio), studente della Juilliard School ossessionato dal blues, libera l’anziano Willie Brown (Joe Seneca) da un ospizio per accompagnarlo nel Mississippi. Il viaggio si trasforma in un duello soprannaturale contro il Diavolo — chiamato Scratch — e il suo chitarrista Jack Butler, interpretato da Steve Vai: Eugene dovrà sfidarlo per salvare l’anima di Willie. Colonna sonora ovviamente di Ry Cooder — giù il cappello e tutti in piedi.

Il film non fu un grande successo commerciale, ma col tempo è diventato un vero cult, soprattutto tra musicisti e appassionati di blues: da una parte un incasso modesto (circa 5,8 milioni di dollari), dall’altra un impatto culturale enorme nel suo ambito.

Eppure, riguardandolo per l’ennesima volta, ciò che mi colpisce di più è una battuta. Quando Willie Brown chiede a Legba — il Diavolo — di stracciare il contratto con cui ha venduto l’anima, deluso dal successo mancato, Legba risponde: “niente riesce bene come vorremmo nella vita”.

Già.

Legba – da Crossroads 1986 (Mississippi Adventure)

_AUTOFFICINA BLUES

Borgo Massenzio, di prima mattina. Autofficina, cambio gomme.
Prima di me arriva un uomo  oltre la mia età: entra come se fosse casa sua, con fare risoluto. Lancia le chiavi al primo meccanico che incontra e, in un misto di italiano essenziale e dialetto reggiano, snocciola gli interventi da fare — probabilmente già concordati al telefono.

Mi colpisce: diretto, senza fronzoli, senza bisogno di bon ton. Capelli vagamente lunghi, ricci, di un biondo che sfuma nel bianco, radi.

Io mi avvicino con più cautela. Il titolare mi intercetta: “Oh, ciao Tirelli, sei qui per il cambio gomme…”.
Buongiorno Simone, sì. Come d’accordo aspetto: faccio un salto qui vicino a fare colazione, ci vediamo tra mezz’ora, va bene?”.

Quattro passi ed entro al Dolcetto. Cornetto alla marmellata di albicocche, cappuccino e la Gazza. Le ultime sulla mia squadra del cuore: i soliti sospiri d’amore, le solite insicurezze. Ho già promesso che, se ci faremo scappare questo campionato, la smetto col football.

Ringrazio, saluto, esco. Una passeggiata lungo la via principale di Borgo Massenzio, prima di tornare in officina.
Da una frazione non ci si aspettano architetture memorabili; eppure alcuni casolari, e una vecchia villa di un tempo che fu, hanno senza dubbio il loro perché. Senza parlare del dancing all’aperto di un vecchio circolo ARCI, che profuma di Emilia profonda.

In attesa che mi riconsegnino la Sigismonda, resto ancora un po’ immerso nel mondo degli uomini che gravitano attorno alle autofficine, o alle fabbriche lì intorno. Adulti che si incrociano per lavoro, che si salutano senza fronzoli, senza frizzi e lazzi: uomini fatti, apparentemente adeguati alla vita.

Io resto ai margini di quel mondo. Certo, a volte non sono un tipo facile nemmeno io; ma, pieno di domande, di dubbi, di nidi di stelle, mi sento ancora un ragazzino incerto sul da farsi, pur con tutto il chilometraggio blues che mi porto addosso.

MUSICA ROCK

_MAGI (nuovo gruppo Rock della Florida)

Mi scrive Beppe Riva, rock scriba extraordinaire e amico personale, per chiedermi cosa ne penso dei MAGI, nuovo gruppo Hard Rock/classic Rock della Florida, e del loro zeppelinismo.

 

Mi baso sull’ascolto di Seventeen Music e Highway Blues. Per me il discorso è sempre lo stesso: mancano i pezzi. I due brani si rifanno a un songwriting generico che, forse tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, poteva suonare come una novità; oggi, invece, significa rinchiudersi nel recinto delle giovani band che scimmiottano i grandi gruppi dell’epopea del rock.
Chiaro: l’iconografia c’è, le chitarre splendono e il cantante — Gennaro Russo — ricorda Paul Rodgers nel periodo 1971-72 (si veda la foto in basso a destra sul retro di Free at Last)

FREE – Free at Last 1972 –

e un certo modo di interpretare il rock mi arriva forte e chiaro: sono segnali che non riesco a ignorare. Ma vorrei di più.
È troppo facile impostare le strofe dei due brani di riferimento su un solo accordo (o poco altro) e cantarci sopra: manca la scintilla compositiva, e la linea melodica ricorda centinaia di altri pezzi.
Servirebbe maggiore attenzione al songwriting e meno al look anni Settanta, che va benissimo — sia chiaro, ci sono cresciuto — ma non è sufficiente. Detto questo, Highway Blues rimane degno di nota, non dico di no, la carica è quella giusta, passaggi godibili e approccio sicuro, un buon Rock giovanile con dosi di onestà.
Ultima nota: trovo il batterista insopportabile. Non mi interessa che sia bravo, né che si ispiri a Mitch Mitchell; ciò che conta deve essere il brano. E non stare mai fermo, essere continuamente impegnato in orpelli e figure inutili è deleterio.

Capisco tuttavia che la giovane età, il testosterone e il poco chilometraggio possano giocare brutti scherzi. D’altra parte, non tutti hanno avuto un Jimmy Page che, agli inizi dei Led Zeppelin, diceva a John Bonham “keep it simple”, per contenerne l’impeto, né un Peter Grant che un giorno gli mise le cose in chiaro: “ragazzo, o fai quello che dice Jimmy o sei fuori dal gruppo”.

Ogni tanto, infatti, è doveroso tenere il ritmo, restare su rullante e charleston, seguire il groove del gruppo, fare cose semplici e magari tirare leggermente indietro: giocare tra le pieghe del tempo e fare l’opposto di quanto fanno molti gruppi metal e heavy rock, che tendono invece a spingere in avanti.

In assoluto, occorre restare in quella zona invisibile in cui rullante e cassa si incastrano perfettamente con basso e chitarre, creando un vero senso di groove. Per essere chiari: non bisogna stare in anticipo sul metronomo. Il rullante deve cadere sul click, mentre il groove generale si adagia comodamente nel tempo.

Poi, per come la vedo io, il massimo è attenersi al concetto di “lay back”, cioè suonare “indietro”. Il batterista non dovrebbe sempre colpire il rullante esattamente insieme al click, ma appena dopo, creando una sensazione di rilassamento — o meglio, di umanità — anche nei pezzi più veloci.
In sostanza, la cassa mantiene la precisione sul battere, mentre il rullante (sul 2 e 4) viene ritardato in modo impercettibile. Questo, almeno per me, è godimento puro: è musicalità, è amore profondo per la musica rock.

Intendo questo:

oppure questo (volendo evitare l’esempio più scontato, ovvero When The Levee Breaks”)

GATTI

Nome: Nala

Famiglia di appartenenza: Beppe Riva

Regione: Lombardia

Musica preferita: Hard & Heavy

Nala – fa parte della famiglia di Beppe Riva

Nala – fa parte della famiglia di Beppe Riva

PLAYLIST

Neil & Stephen 1976 (The Stills-Young Band)

Fogerty & the boys 1969

Graham Nash & David Crosby 1972

Jan Hammer Group 1976

Knopfler 1983 – soundtrack

Zimmerman 1966.

 

Joni 1974.

 

David Jones 1970

 

CONCLUSIONE

Festeggio la Festa della Liberazione con un buon pranzo e un brindisi a ciò che fu: la fine della guerra, i partigiani, i padri costituenti, la democrazia, la Liberazione dal nazifascismo.
In tempi come questi, è bene ricordarlo — e ribadirlo.

 

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre
L’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre
L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste
Viva l’Italia, l’Italia che resiste

Lukas Barfuss “Il Cartone Di Mio Padre” (2022 – L’Orma Editore) – TTT¾

19 Apr

L’Orma Editore ha pubblicato lo scorso anno questo libro di Lukas Bärfuss, uscito originariamente nel 2022 e tradotto da Margherita Carbonaro. In circa cento pagine, lo scrittore svizzero mette in scena un io narrante alle prese con la figura di un padre tutt’altro che ideale.

L’eredità che riceve è un semplice cartone, pieno di documenti e ricordi. Da questo materiale prende forma un testo scomodo, attraversato da riflessioni critiche sul sistema contemporaneo: un’analisi che coinvolge anche la Svizzera, ma che affonda le radici più in profondità, nella civiltà occidentale e nei suoi fondamenti — la proprietà, le fragilità economiche, il conformismo, il moralismo, la società borghese.

Tutto appare disumano. La lotta per restare a galla è la quotidianità di moltissime persone, la grande maggioranza della popolazione mondiale. Ne emerge il ritratto di un sistema squilibrato, irragionevole, in cui la ricchezza è distribuita in modo profondamente iniquo.

Sono temi che conosciamo bene, certo, ma la prosa di Bärfuss è spietata, lucida, razionale, e non concede sconti. Da quel cartone ereditato scaturisce un’analisi della società contemporanea tanto impeccabile quanto inesorabile. Ne nasce così un volume — anche nella sua edizione degno di nota — che, come recita la sinossi, è “un libro urgente, che smonta pilastri considerati irremovibili e reclama una diversa idea di futuro: un’ecologia dell’eredità”.

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https://www.lafeltrinelli.it/cartone-di-mio-padre-storia-libro-lukas-barfuss/e/9791254761281?srsltid=AfmBOopkhLaL1toc5x3e5fjLsQTfoEJXv3KHzwWT7PTU0fKwfs1kJ_hp

Descrizione

Una scatola ereditata apre un abisso: un memoir feroce che trasforma la storia di un padre in un’indagine radicale su povertà, vergogna e potere dell’eredità.

«Bärfuss mette in luce la totale arbitrarietà delle nozioni di proprietà, eredità e famiglia […] e sottolinea la necessità urgente di ripensare tutti questi concetti in chiave democratica ed egualitaria.» – Beatrice Sciarrillo, L’Indice dei libri del mese

«”Il cartone di mio padre” tra i migliori libri di ottobre 2025.» – Wired

«L’elvetico Lukas Bärfuss interroga il senso dell’origine.» – Alessandra Iadicicco, La Lettura

Alla morte dell’uomo che «si diceva fosse stato suo padre», il narratore riceve una grande scatola di cartone. La mette da parte per venticinque anni. Quando decide di aprirla, si spalanca una voragine: documenti, debiti, sentenze, un’intera esistenza che parla di fallimenti. E un’eredità che non è solo famigliare, ma politica, culturale, sociale. Lukas Bärfuss affronta la materia incandescente dell’origine – la povertà, la vergogna, l’esclusione – e ne fa il fulcro di una riflessione narrativa su ciò che trasmettiamo e riceviamo: nomi, case, destini, ruoli, bugie. Dai miti biblici a Darwin, dal diritto romano a Wittgenstein, «Il cartone di mio padre» interroga con lucidità implacabile i fondamenti della proprietà, del privilegio e della genealogia, e denuncia il principio stesso dell’eredità come un meccanismo d’oppressione. Un memoir politico e filosofico, dirompente come una confessione, affilato come un pamphlet. Un libro urgente, che smonta pilastri considerati irremovibili e reclama una diversa idea di futuro: un’ecologia dell’eredità.

Franz Kafka “K – i capolavori di FK” (2022 Mondadori) – TTT½

12 Apr

Da tempo avevo intenzione di rileggere Kafka: era passato troppo tempo da quando mi immersi nel suo mondo, quasi quarant’anni fa. Sentivo la necessità di tornare tra le sue pagine, di rivivere le vertigini delle sue rappresentazioni mentali, di ritrovare i sentieri dell’inquietudine profonda e del senso di vuoto, di confrontarmi ancora con i soprusi psicologici contenuti nelle sue opere.

Ho scelto questa antologia senza un motivo preciso. Si tratta, senza dubbio, di un’edizione di lusso: copertina rigida, rilegatura curata, 588 pagine, illustrazioni di Alberto Ponticelli. Contiene quasi tutti i lavori per cui è conosciuto, ovvero i romanzi Il processo e Il castello, oltre ai racconti principali. Tuttavia, il tipo d’uomo che sono non mi ha permesso di fondermi anima e corpo con il volume. Sarà perché l’estetica non mi ha conquistato, o forse perché manca America, l’altro romanzo. È possibile anche che la mia ritrosia sia dovuta alla casa editrice: è dall’inizio degli anni Novanta che mi sono allontanato da Mondadori.

Sia chiaro: sono tutte valutazioni estremamente personali, ma essendo questo un blog personale, mi permetto di esprimerle.

Kafka fu, nella mia giovinezza, una figura determinante. Mi arrivò dopo la scoperta di Philip Roth e vi trovai subito un’affinità: i suoi blues ferocissimi, la sua capacità analitica, la sua inesorabilità (tutto sommato tenera) mi catturarono immediatamente.

Rileggerlo oggi, che sono un uomo di una (in)certa età, mi ha in qualche modo preso in contropiede: credevo di saperlo a memoria e invece Il castello e Il processo si sono rivelati diversi da come li ricordavo, più brutali. Anche K., il protagonista di entrambi, mi è parso più severo.

Riscoprirlo mi ha aiutato a collocarlo nella giusta luce, sebbene perdere il Franz Kafka del mio immaginario abbia comportato un certo scoramento. È probabile che ciò sia dovuto al fatto che, in definitiva, furono i Diari 1910-1923, Lettera al padre e Lettere a Milena le opere che più mi influenzarono (anche se devo comunque aggiungere Il castello).

Leggere Kafka è un dovere e un piacere per la donna e l’uomo di blues, e questa rimane un’antologia di livello — giusto rimarcarlo — ma non l’ho sentita mia come speravo.

 

 

 

 

Un tempo perduto, oltre il ricordo

7 Apr

Per ricordarmi chi sono, torno al Museo Cervi di Campegine, in piena campagna reggiana. Accompagno la mia amica Taras uagnedda, e sua figlia Mari, che considero mia nipote, insieme ad alcuni loro amici. Entrambe sono desiderose di toccare con mano la storia di questa famiglia, simbolo dell’Emilia e dell’Italia intera.
Come ogni volta, ripercorrere la storia di questa famiglia e riviverne i luoghi è profondamente toccante.

Museo Casa Cervi – marzo 2026 – foto Tim Tirelli

Verso sera ritorniamo a Regium Lepidi per una capatina al Piccolo Teatro dell’Orologio, un teatro off della città, dove stasera va in scena Ilva Football Club.
Progetto vincitore del Bando CURA 2022, lo spettacolo racconta la storia di una città sacrificabile — oggi Taranto, ma domani potrebbe essere un’altra — attraverso la metafora sportiva, la poesia delle immagini e la verità delle testimonianze. Un modo per mostrare che tutto questo ci riguarda molto più di quanto immaginiamo.

Uno spettacolo incredibilmente coinvolgente, con attori davvero bravi: da non perdere.

ILVA-FOOTBALL-CLUB (Pietro-Pingitore)

 

Teatro Piccolo Orologio RE – Ilva Football Club – 28-03-2026 – foto Tim Tirelli

 

DALLA FINESTRA

23 marzo 2026

Nel pomeriggio diventa chiaro il risultato del referendum sulla giustizia: il NO raggiunge quasi il 54%, segnando una vittoria netta della coalizione d’opposizione.
Sento Lucia, 85enne figlia dell’Emilia rossa di un tempo — e madre della “Yamaha Girl” — esclamare in dialetto stretto: «Stasìra a tir fòra al bròd e a fàg i caplèt»…
Questa sera tiro fuori il brodo e faccio i cappelletti. Vamolà.


Honky Tonk Train Blues: the young woman blues

Un giorno qualunque in treno. Dietro al mio posto ci sono una madre e una figlia — quest’ultima deve essere una millennial — che discutono. Non vorrei farmi i fatti degli altri, ma, pur parlando a sottovoce, il tono mi arriva distintamente.

Da quello che riesco a cogliere, la figlia è irrequieta: ha qualche grillo per la testa, mette in dubbio il suo mondo attuale, la sua vita, e cerca comprensione nella madre. Quest’ultima sembra non capire — o forse sceglie di non farlo — e le dice: «Devi tenere duro, devi investire sulla tua famiglia… ma cosa vuoi di più? Hai un marito, una figlia (o un figlio, non colgo bene), un buon lavoro».

La figlia ribatte, prova a spiegarsi. Sembra una che guarda lontano, oltre le colline, una che non vuole lasciarsi addomesticare. Poi però desiste, di fronte all’incomprensione della madre.

Il treno intanto arriva a Mutina. Mi alzo; loro restano sedute e proseguono verso Bononia. Mentre mi aggiusto la messenger e mi infilo lo zaino, do una fugace occhiata: entrambe guardano in silenzio fuori dal finestrino. La figlia, per un istante, incrocia il mio sguardo… ha lunghi capelli scuri, bei lineamenti e un trucco deciso che qualcuno potrebbe trovare irresistibile. Sembra sapere il fatto suo, ma probabilmente è attraversata da inquietudini.

Mi verrebbe da dirle: “Hold on tight, baby, and believe… though the course may change sometimes, rivers always reach the sea”. Ma ovviamente me ne guardo bene. Accenno a un sorriso; lei, in qualche modo, ricambia.

Sì, ormai ne sono certo: dev’essere una donna di blues.

foto ardalan hamedani (unspash)

Playlist

Mi accorgo che la playlist preferita del mio giovane collega e amico TG è costruita attorno alla selezione, accuratamente organizzata, dei brani musicali che di volta in volta pubblico qui sul blog. Ha persino inserito una mia foto a corredo.

Rimango stupito; tuttavia, a ben pensarci, ho anche altri colleghi e amici — come Steve Crickets, Franci Flakes e Marcy Tin — che pretendono che ogni giorno io dia loro la “canzone del giorno” da aggiungere alle rispettive playlist.

Ormai sono un influencer.

LA MUSICA ROCK

I Taxology sono un gruppo le cui colonne, Andrea Rizzi e Giuseppe Bitonte, hanno appena 19 anni, eppur sono capaci di esordire con un singolo come questo … orchestrazioni, psichedelia, strumenti veri … sono colpito. Le influenze sono chiarissime, ma i due giovani musicisto riescono a metterci del loro (o dell’oro). Ne riparleremo quando uscirà l’album.

PLAYLIST

Zevon nel 1976

Jay Buchanan (cantante dei Rival Sons) e la sua bellissima Tumbleweeds dal suo album solista del 2026

Inedito dal cofanetto del primo album degli Aerosmith uscito da poco

Dal box set appena uscito di Queen II – live al Rainbow di Londra marzo 1974 …pezzo di Brian May.

Solo Monk 1965

 

FINALE

In pausa pranzo vagabondo per Mutina alla ricerca di anfratti che suggestionino il mio animo. Sarà per questo che finisco spesso per battere via Fosse, che prende il nome dalle antiche strutture difensive della città, in particolare dai canali e dai fossati che un tempo circondavano le mura medievali.

Quest’area riflette la complessa rete di acque che caratterizzava la Modena ducale, fondamentale sia per la difesa sia per le attività artigianali, poi interrate o trasformate in strade nel corso dei secoli.

Ne colgo, ovviamente, gli aspetti più blues e così mi preparo alla Pasqua.

Mutina via Fosse marzo 2026 foto Tim Tirelli


Pasqua Blues

Parlo ovviamente di una Pasqua laica, giusto: la Pasqua cade in primavera, periodo in cui la natura “rinasce”. In una lettura laica rappresenta i nuovi inizi, il cambiamento e il lasciare il passato alle spalle. È un momento ideale per riflettere su cosa vogliamo far rinascere nella nostra vita…

E io vorrei far rinascere il giorno in cui sono andato dalla Pina al Disco Club — storico negozio di dischi di Modena che ho frequentato fin da bambino — e ho chiesto il primo dei Bad Company. Avevo preso da poco Straight Shooter (il miglior album hard rock dopo Physical Graffiti!) e non vedevo l’ora di approfondire.

In quel momento i Bad Company erano tutto per me: altro che la pheega… il Rock, i Bad Company, cazzo!

Hmm, hmmI live my life the way that I chooseI’m satisfied nothing to lose
I don’t ask no favorI don’t know the reason whyIf I don’t ask no questionsI, I don’t get no liesI don’t get no lies
 

Sarà anche una Pasqua blues, ma davanti alle lasagne, ai cappelletti, agli arrosti (sì, lo so: dovremmo mangiare meno carne) e alla zuppa inglese preparata da Lucia — madre dell’umana con cui vivo — mi ringalluzzisco non poco. L’Emilia corre sempre in soccorso.

L’Emilia… ogni volta che la penso, rifletto su quanto mi dice Polbi: questa fetta di pianura in cui spendo la vita è per me ciò che Providence è stata per Howard Phillips Lovecraft. Il “Solitario di Providence” ha vissuto e lavorato quasi interamente nella sua città natale, nel Rhode Island, traendone un immaginario potentissimo: strade, architetture e memorie urbane diventano lo sfondo cupo dei suoi racconti, alimentando atmosfere gotiche, storiche e profondamente inquietanti.

Pasquetta, invece, la passo in compagnia del mio pard chitarristico, l’amico e guitar player extraordinaire Lorenz Mocali. Danelectro, Gibson, Marshall Bluesbreaker… musica celestiale per le nostre anime.

Lorenz alla Domus – aprile 2026 – Foto Tim Tirelli

Quando il sole comincia a pensare di chiudere la sua giornata, contemplo le lunghe ombre dei frassini della Domus…

Frassini – Domus Saura aprile 2026 – foto Tim Tirelli

…e il placido sonno del gatto Honecker che, dopo una giornata passata a perlustrare i suoi territori, cade come una pera cotta tra le braccia di Morfeo.

Il sonno dei giusti – il gatto Honecker aprile 2026 – foto Tim Tirelli

L’umore non è male: giorni piuttosto sereni, questi ultimi tre. Tuttavia mi viene naturale riflettere ancora una volta sulla vita, sul mondo, sui colori pastello del mio animo irrequieto. E allora non posso fare a meno di allinearmi ai sentimenti di Guardiaparco Lupo… va beh, Varenne Zivotofsky — insomma, Warren Zevon — perché è proprio così: i giorni che scivolano via, tutti noi che sospiriamo “avrei dovuto, avrei dovuto…” e io, che mai avrei creduto di restare così solo, dopo un tempo così lungo, interminabile… un tempo perduto, oltre il ricordo.

ACCIDENTALLY LIKE A MARTYR
words and music Warren Zevon

The days slide by
Should have done, should have done, we all sigh
Never thought I’d ever be so lonely
After such a long, long time
Time out of mind

 

TT’s SCHOOL OF ROCK XV: Ivan Graziani

5 Apr

Quindicesima School of Rock, quella dell’equinozio di primavera del 2026, e dunque — qui faccio il solito copia-incolla — ritrovo in stile “dopolavoro” nei locali dell’azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB, eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi colleghi che, con dedizione e passione, si assiepano — dopo l’orario di lavoro, appunto — nella mia amatissima Sala Blues (“where the dreams come blue”), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.

Stasera ci si sposta nella periferia della musica rock: si cercherà di capire se una lingua romanza come l’italiano possa sposarsi con il rock, genere forse più adatto a lingue gutturali di stampo nord-europeo. Si parla infatti di Ivan Graziani, cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato che, con la sua chitarra, ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella sala silenziosa e preparare LP e CD.

Sala Blues – 2025 foto Tim Tirelli

 

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani – 2026-03-18 – Foto Siuviu Zanzi

Inizio con un’introduzione forse bizzarra, ma legata a un argomento che mi sta particolarmente a cuore, e dico ai miei colleghi:

Pensate se negli Stati Uniti non si fosse parlato inglese. D’altra parte Cristoforo Colombo era italiano, la spedizione che guidava era spagnola e i francesi controllavano una buona parte del Nord America.

I discendenti degli schiavi avrebbero cantato il blues in un’altra lingua. E il blues — da cui, in fondo, discendiamo tutti — avrebbe preso una strada diversa, cambiando forse l’intera musica occidentale.

Gli oscuri dischi di blues rurale, invece di approdare nei porti britannici, sarebbero arrivati a Napoli, Genova, Venezia, Palermo, Ravenna. Se negli USA si fosse parlato, ad esempio, italiano, quei dischi — proprio come accadde nel Regno Unito — avrebbero influenzato musicisti che, nel loro contesto storico, avrebbero scritto pagine leggendarie del rock.

Avremmo avuto i “Rosa Grigio” (Floyd e un nome di persona che significa Grigio appunto), i “Genesi”, lo “Zeppelin di Piombo”, le “Pietre Rotolanti” (ovvero i Vagabondi), “D’Emeri, Lago & Palmieri”, “Le Pistole del Sesso”, “Lo Scontro”, “La Divisione della Gioia”, “I Lisetta la Magra” (i Thin Lizzy) … I Metallica, quelli sì, li avremmo avuti comunque.

E invece di cantare la prima immortale frase rock dei Led Zeppelin — “It’s been a long time since I rock and rolled” — avremmo urlato: “È passato molto tempo da quando faccio rock’n’roll”. Oppure in francese, spagnolo, portoghese…

L’inglese è sintetico, certo. Ma è davvero un vantaggio? Il mondo non sarebbe migliore se, negli scambi tra scimmie evolute quali siamo, usassimo una lingua romanza, più sinuosa, più coinvolgente, più umanista?

Certo, il rock sarebbe stato diverso. Un conto è nascere in un luogo duro come l’Inghilterra industriale e crescere a Birmingham, arrivando a creare sonorità pesanti come quelle dei Black Sabbath o di “Immigrant Song”; un altro è vivere nei quartieri operai e piovosi di Seattle e sviluppare il grunge, quella musica tormentata, strascicata e slabbrata.

Ma se sei nato in Italia, magari in una mattina di maggio, con una chitarra in mano su una spiaggia come Cala Brandinchi… beh, difficilmente creeresti una musica cruda e distorta. Forse il rock nelle lingue romanze avrebbe avuto sfumature mediterranee, pur mantenendo l’anima del blues.

E allora, con questa quindicesima puntata, proviamo a capire se il rock abbia senso anche in italiano.

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani – 2026-03-18 – Foto Siuviu Zanzi

A questo punto inizio a parlare di Ivan, basandomi anche su un mio articolo scritto molti anni fa per il primo numero della rivista Classix!.

Cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato, Ivan Graziani, con la sua chitarra, ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

Non è semplice parlare di un personaggio come Graziani in un contesto ad alta gradazione rock come questo. Si corre il rischio di confondere gli ascoltatori meno preparati, che magari lo ricordano per qualche discutibile apparizione televisiva, alle prese con canzoni non proprio memorabili. Graziani, invece, è stato soprattutto un autore originale e un chitarrista sopraffino: uno che ha innestato nel grande albero del rock rami capaci di produrre frutti saporiti e profondamente autoctoni.

Nato nell’ottobre del 1945 a Teramo, dimostra fin da piccolo un’attrazione irresistibile per la musica. Intorno agli undici anni inizia a suonare la chitarra e, non ancora maggiorenne, entra già nell’orchestra di Nino Dale — figura storica del giro musicale teramano — con cui comincia a esibirsi anche in tournée in Tunisia.

Nei primi anni Sessanta si diploma in arti grafiche a Urbino e proprio lì fonda il suo primo gruppo, l’Anonima Sound.

Nell’ottobre del 1966, a pochi anni dalla nascita, l’Anonima Sound viene notata dall’entourage di Gianni Morandi, che segnala il gruppo a un impresario. Nel 1967 esce per la CBS il 45 giri “Fuori piove” / “Parla tu”, che ottiene un ottimo riscontro, arrivando a vendere circa 175.000 copie. Seguono altri tre singoli, fino al 1970, quando Graziani è costretto a lasciare il gruppo per il servizio militare.

Tra i suoi primi lavori solisti, ancora acerbi ma già indicativi, si possono citare Tato Tomaso’s Guitar, Desperation e La città che io vorrei. Il vero punto di svolta arriva però nel 1975.

In quell’anno il musicista avvia una collaborazione con la Premiata Forneria Marconi, arrivando a sfiorare l’ingresso nella formazione, reduce in quel periodo da un importante tour negli Stati Uniti. L’ingresso non si concretizza, ma Graziani lascia comunque il segno, firmando il brano “From Under”, incluso in Chocolate Kings, uno degli album più significativi della band.

Sempre nel 1975 partecipa alle registrazioni di La batteria, il contrabbasso, eccetera di Lucio Battisti e, incoraggiato dallo stesso Battisti, incide Ballata per quattro stagioni.

Con Ballata per quattro stagioni (1976) inizia a definire il proprio stile, che prende però pienamente forma con l’album I lupi (1977). Da questo disco emergono tre brani simbolo — “Motocross”, “I lupi” e “Lugano addio” — che ne delineano chiaramente l’identità: testi originali e mai banali, radici salde nel rock e un chitarrismo personale e dinamico.

L’album raggiunge la sedicesima posizione nella Hit Parade italiana e rimane in classifica per 38 settimane. Il singolo “Lugano addio” arriva fino alla diciannovesima posizione nella classifica dei singoli.

È comunque con Pigro (1978) che Ivan Graziani entra nell’empireo dei beati — o dei dannati, a seconda dei punti di vista. L’album rappresenta uno degli esempi più fulgidi di rock elettroacustico, arricchito da testi amari e sarcastici di un livello tale da mettere in ombra gran parte della produzione contemporanea.

“Pigro”, “Paolina”, “Sabbia del deserto”, senza dimenticare la dolente delicatezza di “Scappo di casa” e l’immortale rock-blues di “Monna Lisa”.

I suoni sono curatissimi: l’uso della chitarra acustica è magistrale, così come gli interventi di elettrica, sempre misurati e perfettamente funzionali al brano.

Il disco ottiene anche un importante riscontro commerciale e consacra Graziani come uno degli artisti di punta del periodo. Entra nella classifica degli album italiani raggiungendo la quindicesima posizione e si mantiene tra i dischi più venduti dell’anno, segnando uno dei suoi primi grandi successi in termini di vendite su LP.

A questo punto faccio ascoltare alcuni brani:

 

Proseguo raccontando che l’anno seguente esce Agnese dolce Agnese (1979), che, insieme a Pigro, rappresenta uno dei due vertici assoluti della produzione di Ivan Graziani.

Nelle interviste di quegli anni Graziani cita spesso Jimi Hendrix e i Led Zeppelin — oltre agli amatissimi The Beatles e Creedence Clearwater Revival — e non a caso alcuni brani riflettono chiaramente quel tipo di approccio.

“Veleno all’autogrill”, ad esempio, si regge su uno squisito giro rock-blues che fa da base ideale a un testo, come sempre, arguto e originale.

Lo stesso vale per “Dr. Jekyll & Mr. Hyde”, il cui riff dovrebbe far parte del bagaglio di ogni chitarrista nostrano.

Ogni episodio di Agnese dolce Agnese meriterebbe un’analisi approfondita: dalla storia sulfurea de “Il prete di Anghiari” — con quello splendido riff che sottolinea le parti più tirate — alle trame acustiche di “Taglia la testa al gallo”; da “Modena Park”, tenera dedica “liberal”, quasi una San Francisco del 1967 in versione italiana, alla città che per prima seppe accogliere Graziani, fino a “Canzone per Susy”.

“Fuoco sulla collina” merita forse un discorso a parte, tanto è ricca di atmosfere: l’arpeggio iniziale crea una nebbia densa e misteriosa, che si apre in passaggi lievemente progressive, mentre il testo — più allusivo rispetto ad altri — invita a una riflessione più profonda.

L’album contiene naturalmente anche “Agnese”, con ogni probabilità il brano con cui il grande pubblico identifica Graziani.

Nonostante la riuscita del testo e l’eleganza dell’arrangiamento, va però detto che “Agnese” non è del tutto farina del suo sacco.

Graziani si rifà infatti in modo piuttosto evidente a “A Groovy Kind of Love”, inciso nel 1965 dai The Mindbenders (e ripreso anni dopo da Phil Collins). A loro volta, i Mindbenders avevano costruito il brano sulla Sonatina op. 36 n. 5 di Muzio Clementi, autore settecentesco ben noto a generazioni di pianisti per i suoi studi didattici.

Agnese dolce Agnese raggiunge la decima posizione nella Hit Parade italiana e rimane in classifica per circa quindici settimane, confermandosi come uno dei maggiori successi della produzione di Graziani negli anni Settanta.

I brani che propongo sono:

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani 2026-03-18 x – Foto Tin Marcy

Il 1980 è l’anno di “Firenze (canzone triste)”, altra ballata struggente che entra prepotentemente in classifica, trascinando con sé l’album Viaggi e intemperie.

A brani rock energici e incisivi come “Isabella sul treno”, “Tutto questo cosa c’entra con il R&R” e “Angelina” si contrappongono episodi più riflessivi; su tutti “Olanda”, un dolce e malinconico naufragare tra amori e sogni giovanili.

Il singolo “Firenze (canzone triste)”, incluso nell’album, raggiunge la quinta posizione nella Hit Parade italiana, rimanendo in classifica per molte settimane.

Metto sul piatto questi brani:

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani 2026-03-18 x – Foto Tin Marcy

Accenno poi al Q Concert, a Seni e coseni e al tour del 1981, quando Ivan Graziani si presenta in formazione ridotta, in trio.

Qui mi concedo anche una digressione personale: il ricordo di un concerto a Val di Non, tra i fischi della chitarra elettrica, assoli suonati come Jimi Hendrix comanda e una scaletta costellata dai suoi brani migliori.

Due parole anche su Parla tu (1982), album dal vivo che restituisce bene l’energia e la dimensione più autentica di Graziani sul palco.

Proseguo poi con Ivan (1983), noto anche come Navi: un disco che si difende più che bene, potendo contare su episodi come “Signora bionda dei ciliegi” e “Il chitarrista”, la cui svisata resta uno dei momenti più riusciti e autenticamente rock della sua produzione.

Il tempo a disposizione è ormai finito. Tralascio Nove (1984) — anche se avrei voluto far ascoltare “Limiti” e “Lucetta fra le stelle”, visto che l’album raggiunge la quattordicesima posizione nella classifica italiana e rappresenta uno dei lavori di maggior impatto commerciale di Ivan Graziani negli anni Ottanta — e Picnic (1986), da cui sarebbe stato bello proporre almeno “Shame”.

Mi concentro quindi sull’ultimo disco che prendo in esame: Ivan Garage (1989), una sorta di ritorno al rock, quasi un’impennata d’orgoglio. Pubblicato per la Carosello Records, è finalmente un album rock in senso pieno.

Pungolato da alcuni fan del Centro Italia, che lo seguono di concerto in concerto e gli passano cassette di gruppi heavy metal quasi a provocarlo, Graziani scrive “I metallari” e altri brani che si rifanno esplicitamente a quel linguaggio.

“Il garage è il luogo che preferisco”, dirà Ivan. “È il posto dove si va a fare casino, proprio sotto casa. Dove porti una donna, dove suoni con gli amici, dove metti la prima moto della tua vita. Il garage è importante: è il luogo dove ti liberi la testa. Bisogna tornare a fare musica da garage, non da camera”.

Il disco è duro, sporco, intenso: chitarre sature e appaganti, testi attraversati da un’ironia ora poetica, ora tagliente.

Purtroppo sarà l’ultimo grande disco di Graziani.

Propongo due brani hard rock e, per chiudere la serata, mi affido a “E mo’ che vuoi”: una ballata vera, onesta, ironica e malinconica… semplicemente magnifica.

Il pubblico si commuove. E io con loro.

Potenza della musica vera. Potenza di Ivan Graziani.

 

 

 

Concludo con questa parole:

Il bello della musica rock è che raggiungi l’intimità spirituale con un artista prima di sapere qualcosa di lui o di lei. Fin dal primo momento capisci tutto. Inizialmente l’attrazione è esercitata dalle superfici delle canzoni che riescono a toccare le corde della tua sensibilità, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E quando hai la conferma che la intuizione era quella sperata…beh…allora la complicità tra musicista ed ascoltatore è totale ed appagante. Capita solo con certi musicisti…Ivan Graziani era uno di questi.

Video filmato da Siuviu Z. & Tin Marcy

La sera stessa e il giorno successivo mi arrivano alcuni commenti:

BabyBlue tramite whatsapp:
Caro Tim, ho appena attraversato piazza Roma, avevo il Palazzo Ducale alla mia destra. È tutto oscuro intorno a me, poco lontano vedo i portici illuminati, le fontane colorate di verde bianco e rosso… c’è poca gente in giro e c’è freddo.
Mi scendevano le lacrime continuamente stasera, mentre ascoltavo le tue parole e la voce e la musica di Ivan Graziani.
Sarei dovuta andare a casa subito, ma mi mancava l’aria mentre uscivo dalla porta del nostro Convento (perché sarà sempre nostro, di noi ammagammers) così ho fatto due passi.
Stasera hai detto “La School of Rock finisce qui.” e non hai aggiunto altro, come facevi di solito, non hai lasciato spazio ad un’eventuale prossima volta e mentirei se ti dicessi che non ho sentito qualcosa rompersi in un silenzio assordante, che in fondo, dentro di me, so che non ce ne sarà un’altra (anche se spero tanto di sì). Mi è sembrato di vivere un’altra fine, questa volta ancora più glaciale.
Farò tesoro di ogni momento, di ogni pranzo, di ogni passeggiata e di ogni racconto che ci resta. Perché, come diciamo sempre, la cosa più importante della vita è donarci (e condividere noi stessi, nella nostra più profonda essenza) alle persone con cui sentiamo un legame. Grazie Tim per averci dedicato il tuo tempo e donato questa XV School of Rock!

Eleven Girl tramite whatsapp Grazie Tim, sei stato un grande.

Matzia Like tramite whatsapp: Sei riuscito a farmi commuovere anche questa volta, accidenti a te Tim (e aggiunge un cuore azzurro).”

Mr Littletrees, mi butta lì un “grazie Tim, mi  hai fatto ricordare tante cose”.

MarMat, è un giovane uomo, attento,  corretto, riservato, spesso presente alla School Of Rock. Alla fine della serata mi si avvicina, è la prima volta che lo fa, mi dice qualcosa, ma capisco solo la parola “Bravo”. “Sì amico mio” gli dico, forzando un po’ una confidenza che non abbiamo, “Ivan lo era davvero”, “Sì, certo, ma io mi riferivo a te, sei stato bravo”. Ci abbracciamo.

E’ questo il senso della School Of Rock, tramite quella musica meravigliosa riscoprire l’umanesimo, raggiungere l’essenza di noi stessi, spenderci con gli altri, provare sentimenti, ricordare tristezze e felicità, assaporare l’andamento ondivago dalla vita.

 

 

 

 

Escatologia laica

22 Mar

Continuo ad osservare il mondo: fuori dalla finestra della “Saureskine House” (© il nostro Jackob), dal finestrino del treno, dagli schermi della TV e dell’elaboratore personale (vabbè, il computer). E per questo continuo a chiedermi quale sarà il compimento della storia, il punto d’arrivo definitivo dell’umanità.

Mi perdo tra i vicoli escatologici della mia maruga… già, l’escatologia (dal greco éschatos, “ultimo”, e lógos, “studio”). Da quando ne parlai anni fa con il magister extraordinarius Luca Baraldi ( https://leadershipaccelerator.it/member/luca-baraldi/ ) questa branca della teologia e della filosofia — che studia il destino finale dell’individuo (morte, giudizio, aldilà) e dell’umanità (fine del mondo, regno di Dio) — fa spesso capolino nella mia povera maruga.
Essa analizza le “ultime cose” e il compimento della storia, risultando fondamentale nelle religioni monoteiste.

L’Escatologia Individuale si occupa di ciò che attende la singola persona dopo la morte, includendo concetti come il giudizio particolare, l’immortalità dell’anima, il paradiso, l’inferno o il purgatorio.

L’Escatologia Collettiva (o universale), invece, riguarda il destino finale del creato e dell’umanità: la fine della storia, il ritorno di Cristo (Parusia), la risurrezione dei corpi e il giudizio finale.

Visto l’uomo che sono, non mi interessa la cosiddetta prospettiva teologica: nel cristianesimo, infatti, l’escatologia non è solo la fine cronologica, ma il compimento delle promesse divine in Cristo. Si parla spesso di una tensione tra il “già” (salvezza iniziata) e il “non ancora” (salvezza piena). E, di conseguenza, non mi interessa neppure l’Escatologia Realizzata, la prospettiva che enfatizza come il Regno di Dio sia già presente nelle azioni e negli insegnamenti di Gesù, piuttosto che atteso come un evento futuro apocalittico.

Ciò che mi prende e mi preme è il significato ampliato: perché, oltre al contesto religioso, il termine può indicare visioni filosofiche o ideologiche (come il marxismo) che prevedono un punto d’arrivo definitivo per la storia umana.

Già, il punto di arrivo definitivo della Storia Umana. Tutto quello che percepisco oggi è tenebra e oscurità; pertanto, non posso che aggrapparmi alla luce debole di quell’unico lampione che, tuttavia, tiene accesa la speranza.

 

Lampione nell’oscurità – Foto del nostro Jackob

Capisco, però, che non posso continuare a peregrinare tra questi sentieri intricati: ogni tanto serve scovare qualche scorciatoia del pensiero. Così cerco una piazza spazzata dal vento, che soffi via i miei blues; una notte a sorpresa, lontano da casa…

Ma poi a casa ci ritorno e, sotto il gelso, al tramonto della Domus Saurea, mi pare di ritrovare un po’ di stabilità, dopo tutti gli squilibri, le vertigini, le pressioni…

Il gelso al tramonto – Domus Saurea Marzo 2026 – foto Tim Tirelli

_Saggistica

Salgo in casa: sono solo, e la calma della campagna circostante ha un effetto benefico sui miei nervi, sempre sul chi va là.
In camera sistemo un po’ di cose; mi cade l’occhio sulla pila di libri sul comodino dell’umana con cui vivo. Mi sembra più alta del solito: controllo e scopro cinque volumi, sicuramente acquistati da poco, probabilmente stimolata dalle chiacchierate che ha fatto a febbraio con Polbi.

La Yamaha Girl si getta a testa bassa, ancora una volta, nella saggistica più spericolata. Dopo alcuni lustri, continua a sorprendermi.

Libri che compra Saura – marzo 2026 – foto TT

_Pasqua alla Coop

Alla Coop, durante la spesa settimanale, incontro una donna di mezza età, con lo sguardo sfilacciato dalla stanchezza: quattro grandi uova di Pasqua esplodono dal suo carrello.

Uova di Pasqua nel carrello di una signora – Coop di Regium L. marzo 2026 – foto di Tim Tirelli

Mi chiedo se la signora celebrerà l’uscita degli Israeliti dall’Egitto e la loro liberazione dalla schiavitù, come vorrebbe la Pasqua ebraica, oppure se festeggerà la resurrezione di Gesù Cristo, avvenuta il terzo giorno dopo la crocifissione, come racconta il cristianesimo, simboleggiando la vittoria sulla morte e sul peccato.

Qui, alla Domus, semmai si potrebbe procedere a celebrazioni che danno il benvenuto alla stagione primaverile; e le uova di cioccolato che compriamo servono solo a sostenere faccende che riteniamo importanti.

Uova Lab Verde RE + LAV – pasqua 2026 – Foto Tim Tirelli

 

_Notte dopo la recente School Of Rock

Solito ritrovo all’Uva d’Oro di Mutina con alcuni ex colleghi. Mentre lasciamo il centro storico, passiamo davanti a un negozio di design: in vetrina c’è il vecchio Darth Vader, in una versione che trovo appropriata.

Dalla vetrina di un negozio di designa di Mutina – marzo 2026 foto Tim Tirelli

_L’inglese fuori controllo … Bad English Blues

Mi fanno male le orecchie: tutti quei termini inglesi infilati a caso nei discorsi lavorativi che sento in giro mi trasformano in Severus Piton, ex Mangiamorte e membro dell’Ordine della Fenice, professore di Pozioni alla scuola di Hogwarts e direttore della casa di Serpeverde.

Repository… deposito, caxxo!
Tool… strumento, per Dio!
Shortcut… scorciatoia, per l’amor del cielo!
Induction… inserimento, reclutamento (nel contesto aziendale), diopòver!
Plus/Minus… ma caxxo, sono parole latine: perché — se parliamo tra italiani — dobbiamo pronunciarle plas e mainus?
Workload… carico di lavoro, eccheccaxxo!
Effort… sforzo, impegno, per la miseria!
“Ecco il draft del verbale”… la bozza, santi numi, la bozza!

Possibile che nessuno si ponga il problema degli anglicismi che ostacolano l’evoluzione autonoma della lingua italiana? Che questo uso fuori controllo di termini inglesi generici impoverisca una varietà di sinonimi italiani ben più precisi? Che, preferendo l’inglese, ci si illuda di avere fascino sociale e di apparire trendy, quando in realtà — a ben vedere — si finisce per produrre discorsi e lessici dozzinali?

Che questo business jargon, gergo aziendale appunto, con la scusa di sintetizzare concetti articolati (e con tutti quei cavolo di acronimi), porti alla fine alla povertà di espressione e, quindi, al decadimento delle facoltà intellettuali e spirituali?

Qui nessuno vuole essere un purista: il prestito linguistico è necessario (purché non si limiti all’inglese, ma coinvolga anche altre lingue — il francese, lo spagnolo, il portoghese, e così via). Tuttavia, devono essere preservate la dignità, le capacità espressive e la bellezza dell’italiano.

SERIE TV

_Pagan Peak (Der Pass) – (SKY – Austria/Germania 2019-2023) – TTTT

Ispirata alla serie danese-svedese del 2011 The Bridge – La serie originale (in originale Bron / Broen), che qui sul blog abbiamo amato tantissimo, Pagan Peak (Der Pass) è una serie austriaca-tedesca che convince su tutti i punti di vista.

Sì, certo, in questi anni di thriller ne sono stati prodotti a bizzeffe, ma questo è uno di quelli vincenti: storie intricate e paurose, raccontate con originalità e precisione. Le immagini, poi, sono spettacolari: le Alpi tra il confine austriaco e quello tedesco diventano un elemento essenziale della serie. Il gelido inverno, le nevicate e il paesaggio, invece di avere sfumature dickensiane, conducono direttamente a una dimensione spettrale e inquietante.

Un plauso anche ai due attori principali: Julia Jentsch, che interpreta Ellie Stocker, e Nicholas Ofczarek nei panni di Gedeon Winter. La prima e la seconda stagione sono di altissimo livello, mentre la terza forse appare un po’ appannata.

Da vedere. Ora disponibile su Prime.

PLAYLIST

_Anthony Phillips (ex Genesis) 2019.

_El Becko, singolo del 1967 

_El Becko col secondo Jeff Beck Group, 1972

_Capaldi (Ex Traffic) nel 1972

_Oscar Di Pietro – Occhi d’angelo 1957 – 

 

FINALINO

Tribolazioni, impicci personali, il vortice del lavoro, il vortice sentimentale, il vortice… — in senso figurato, termine usato per descrivere una situazione di confusione, caos o intensità emotiva.

E allora non resta che abbandonarsi alla purissima musica della Rapsodia su un tema di Paganini, Op. 43, Variazione 18 di Rachmaninov, ed essere finalmente in salvo.

Sergej-Rachmaninov

 

“Rhapsody On A Theme Of Paganini Op. 43 Var. 18 (AndanteCantabile)” – Rachmanino