Kisaragi blues

20 Feb

Kisaragi era il vecchio nome nipponico di febbraio che significava letteralmente “il mese del cambio delle vesti”; sarebbe un mese invernale ma il cambiamento climatico fa sì che perlomeno alcune delle settimane del mese siano di aspetto primaverile. Mese al contempo neutro e interlocutorio: il lento sciogliersi dell’inverno, folate di aria gelida o primavera in largo anticipo? Mentre cerco di adattarmi a queste ipotesi, rimango come sempre appeso alle mie riflessioni blu.

L’amore al tempo della musica rock

Contemplo un paio di vecchie classifiche, gennaio 1972 e 1974. Oltre ai soliti sospiri mi chiedo dove sia andata a finire la musica. E’ vero, tendiamo a ritenere oro tutto ciò che luccicava negli anni della nostra giovinezza, credo sia un sentimento molto umano e comprensibile, dipingere con colori più vividi di quelli che erano in realtà gli anni più felici e spensierati della nostra esistenza serve a rendere la nostra vita meno opaca di quella che forse fu (o è), un modo del nostro subconscio per non farci cadere in crisi esistenziali.

Detto questo però, pur sforzandomi di essere freddo, razionale e intellettualmente onesto, non posso che meravigliarmi ancora una volta della qualità della musica che andava in classifica in quei primi anni settanta. Album di certo impegnativi e difficili come ad esempio LZ IV, BSS degli ELP o Tales degli Yes arrivavano nelle primissime posizioni. Davvero impensabile oggi.

US album chart january 1972 – photo Dave Lewis

E’ vero che adesso ogni tipo di musica ha la propria nicchia e i proprio “follower”, ma si tratta appunto di nicchie. Album complessi, articolati, densi e pieni di musica avevano un enorme successo commerciale e il Rock era davvero un fenomeno sociale di grandissima portata. Sarà anche una banale conclusione di un uomo di una incerta età, ma come erano belli musicalmente quegli anni.

UK album chart january 1974 – photo Dave Lewis –

SERIE TV: True Detective – Stagione 3 –  TTTT 

HBO – USA 2019 . Bella la terza stagione di True Detective. Con la seconda avevo perso interesse, ma questa qui mi ha di nuovo appassionato.

TRAMA

TRUE DETECTIVE, LA SERIE TV 
Creata da Nic Pizzolatto nel 2014, per conto della statunitense HBO, ‘True Detective’ è una serie TV antologica: prevede cioè che ogni stagione racconti una storia nuova e autonoma, con attori differenti e ambientazioni diverse. 
Il filo conduttore è quello di essere un crime/drama incentrato su storie di detective della polizia: nella prima stagione siamo stati in Louisiana, insieme a Matthew McConaughey e Woody Harrelson, mentre nella seconda ci siamo spostati in California, dove abbiamo seguito le vicende interpretate da Colin Farrell e Rachel McAdams. 

TRUE DETECTIVE, STAGIONE 3 
La terza stagione si sposta nell’altopiano d’Ozark, negli Stati Uniti centrali, e ha per protagonisti Mahershala Ali (premiato con l’Oscar grazie a ‘Moonlight’) e Stephen Dorff (‘Blade’, ‘Somewhere’). 
La trama si dipana attraverso tre differenti periodi e ruota attorno al tentativo di due detective di fare luce sulla misteriosa scomparsa di due bambini: un caso davvero intricato e che metterà a dura prova i tutori dell’ordine. 

SERIE TV: Forbrydelsen (The Killing) DK – Stagione 1  –  TTTT ½

Tuttora ancorato al mondo di The Bridge, drago la rete e le piattaforme televisive in cerca di altre serie TV Nordic Noir. La pollastrella trova questa Forbrydelsen del 2007, serie danese che per certi versi può essere considerata quasi un prequel di The Bridge. La protagonista è la magnifica Sarah Lund, interpretata da Sofie Gråbøl, la attrice che ebbe anche una parte molto importante in Fortitude.

Sarah Lund è un commissario danese che cerca di sbrogliare le matasse di casi complicati. E’ quel tipo di donna di cui gli uomini di blues come noi possono innamorarsi un un istante. I suoi maglioni sono oramai un classico, un po’ come il cappottino verde/marrone e i pantaloni di pelle di Saga Norèn.

Serie da vedere (nella versione danese originale).

Flashes from the Archives of Oblivion:  Il Libro Del Jazz

Pomeriggio spompo di domenica, sistemo i libri musicali nella libreria Ikea che ho di fianco al divano. Me ne capita in mano uno che mi riporta indietro negli anni. Libro regalatomi da mia madre decenni fa per il mio compleanno. Lo apro: stampato da Garzanti nel settembre del 1979. Presumibilmente dunque mi arrivò nel solstizio d’inverno di quello stesso anno. Lo faccio vedere alla pollastrella: “Scomoda tua madre!”. Già, a lei piaceva il Jazz di Benny Goodman, di Glenn Miller e di Henghel Gualdi, aveva una passione per certo swing che mi passò senza alcuna fatica; con questo libro evidentemente cercava nuove chiavi con cui confrontarsi con quel giovane figlio cappellone che le era capitato e che da qualche anno non pensava che alla musica (Rock). Un paragrafo del libro parla anche di blues, di rock blues e di rock, citando grandi nomi e artisti più di nicchia. Lo sfoglio, me lo coccolo un po’, lo spolvero e lo ripongo nella libreria. Bei ricordi.

Prima di metterlo via mi accordo che al suo interno vi è infilato un vecchio adesivo. Sorrido della grafica e mi chiedo se andai o no a quella fiera. Erano gli anni in cui l’Hi-Fi era preso sul serio, avevo amici con impianti stereo per l’epoca incredibili. Gli equalizzatori, i subwoofer, i piatti, le puntine, gli ampli, le casse …  bei momenti.

Flashes from the Archives of Oblivion:  Il Libro “David Crockett in guerra contro i Creek”

Quella scalmanata della (gattina) Stricchi, durante una delle sue corse a tutta velocità per casa, urta contro la libreria. Un libro cade per terra. Lo raccolgo. E’ un vecchio titolo per ragazzi. Sfoglio le pagine dalla carta grezza, annuso l’odore della mia infanzia, cerco di ricordare qualcosa di quella storia;  mi accorgo che all’interno vi è un segnalibro che si prende tutta la mia attenzione …

Flashes from the Archives of Oblivion:  vecchio segnalibro Fila

… un moto di affetto e di chissacché mi pervade. Quando era un bambino questi erano i segnalibri. Ricordo di averne avuti molti altri. Un reperto importante per un uomo di blues come me, un oggetto che mi riporta a quel periodo in cui sono stato anche felice e in cui tutto mi sembrava andasse bene.

Uomo con fisarmonica

Mattino lavorativo. Devo fare qualche commissione in centro. L’ufficio dista da Stonecity downtown un chilometro circa, non spreco mai l’occasione per fare un po’ di moto. Il cielo è sereno, la mattina fredda; cammino spedito sul marciapiede zigzagando per evitare gli alti platani che costeggiano il viale. Mi fermo a prelevare contanti in un bancomat. Ci sono due donne col velo in testa alle prese con la macchinetta, impiegano un po’. Mi guardo intorno, un uomo presumibilmente di origine slava suona la fisarmonica nella speranza di raggranellare qualche spicciolo. La gente passa incurante. L’uomo allora timidamente si fa incontro ad una signora e con la mano chiede la carità; la signora tradisce una smorfia di fastidio e lo evita come si eviterebbe un lebbroso. Assisto rassegnato alla scena. L’uomo torna a suonare. Faccio il prelievo. Tolgo un euro dal portamonete e lo do all’uomo. Mi guarda con un sorriso triste “Grazie. Buona giornata capo.” Vorrei dirgli che non sono il suo capo, ma temo che forse troverebbe incomprensibile il mio inflessibile politicamente corretto. Gli do una pacca sulla spalla “Tieni duro. Arrivederci”. Mi pento di avergli dato del tu ma vado di fretta non ho tempo per spiegazioni in caso non avesse capito il lei.

Petrol Station Man

Un paio di settimane fa mi fermo a fare rifornimento nel distributore in cui sono solito andare. Daniel, il simpatico nigeriano che il titolare ha assunto, mi chiede se voglio la fattura elettronica (certo che la voglio Daniel, lo sai) e nel farlo mi dà del lei. Sebbene sia un po’ in ritardo non resisto e gli spiego che se io gli do del tu, non mi deve dare del lei, altrimenti anche io dovrò dargli del lei. L’italiano di Daniel non è niente male, ma è chiaro che concetti che esulino dalle banalità quotidiane siano un po’ ardui da afferrare. Daniel rimane interdetto. Pensa che il mio discorso verta sulla fattura elettronica e il pagamento con la carta di credito. “No, Daniel, quello che voglio dirti è che io e te siamo amici, e se lo siamo quando ci rivolgiamo l’uno all’altro ci diamo del tu, che è la forma che usano le persone che hanno confidenza. Il lei si dà quando le persone non si conoscono, quando si vuole usare rispetto o in situazioni formali. Se decidiamo di darci del lei a me va bene, ma avevamo detto che si saremmo dati del tu, quindi …”

Daniel appare ancora un po’ disorientato, ma si capisce che sta elaborando. Dopo poco arriva a capire e il sorriso che mi fa mi ripaga della fatica. Il titolare (bianco) ci guarda da lontano e arriva chiedendo spiegazioni in modo scherzoso ma con quei sottintesi che non tollero? “La fa arrabbiare? Combina sempre dei pasticci”. Daniel in realtà è sempre preciso, svelto e puntuale. In questi mesi l’ho visto stoico al lavoro sebbene avesse quasi una paralisi facciale dovuta al freddo e ustioni su una mano dovuta ad una fuoriuscita dalla pompa di GPL. “No guardi, tutt’altro, mi complimentavo con lui perché è sempre pronto, disponibile e gentile. Mi rifornisco da voi proprio perché c’è lui. “ gli faccio. Il titolare mastica amaro, ma io quel modo di scherzare non lo tollero e devo sempre puntualizzare da che parte sto se stimolato a farlo. Lo so, sono un bel rompiscatole.

I Giudizi Tranchant di Ittod Tirelli

Breve scambio su messenger tra me e Polbi. Il Michighan Boy mi chiede che ne penso di un pezzo dei Rossofuoco

Canticchiando i Riff di Tim Tirelli

Mercoledì mattina di febbraio. Mi alzo di buon ora; devo consegnare al poliambulatario di Stonecity campioni biologici per i soliti controlli annuali. La pollastrella ha la giornata di smart working, lavorerà da casa dunque. Mi sveglio per tempo, voglio comunque prepararle la colazione come faccio tutte le volte che lavora da casa. Patetico tentativo di (cercar di) ricambiare tutto quello che lei fa per me nel quotidiano. Thè, spremuta, fette biscottate. Sono più indaffarato del solito, devo correre per arrivare per tempo al poliambulatorio. Sono concentrato, lei dà da magiare ai gatti: per primo Palmiro, poi la Ragni, quindi i due che sono già davanti alla porta d’ingresso ovvero Artemio e Spaventina. A seguire libera le altre due che di notte chiudiamo nel sottotetto, Raissa e Strichetto. Io sono un po’ scontroso come tutte le mattine, lei (benché sotto sotto sia un po’ una tipa alla Saga Norèn) solare e ben disposta verso il nuovo giorno. Va avanti e indietro per il corridoio, la sento canticchiare, tendo l’orecchio … Ehi, ma quello è un mio riff. Non è che lei sia poi così interessata alle mie canzoni, non è una musicista da songwriting, quindi la sorpresa è tanta. Recentemente deve aver sentito il pezzo Avrò La Luna (del 1989 scritto insieme a Tommy Togni) mentre si passavano vecchi nastri live del gruppo in formato digitale. Glielo faccio notare. “Mi piace quel riff, ti rimane in testa e non va più via.”

Mi metto in macchina, attraverso la nebbia che avvolge le campagne, sono meno sconfortato del solito. A volte basta poco.

Cattiva Compagnia “Avrò La Luna” (Tirelli-Togni 1989)

(Tommy Togni – Voce / Tim Tirelli – Chitarra / Luigi Mammi- Tastiere / Claudio Saguatti – Basso / Mixi Croci – Batteria)

(prodotto da Mel Previte – 1991)

 

Otto anni di blog

Il 18 febbraio di otto anni fa acquistai da wordpress il dominio e lo spazio su cui siete ora. Dopo aver sistemato le prime faccende e aver scelto il tema del layout grafico, comparve un primo post automatico, tipo “Welcome World” o qualcosa del genere, che eliminai. Nei giorni successivi iniziai a pubblicare i primi timidi e un po’ sciocchi articoli, dopo otto anni non è che sia cambiato granché, ma mi sorprende non poco essere ancora qui.

727.000 visite, follower da email e wordpress, 1780 articoli scritti. Si passa di 528 del 2011 ai 74 del 2018, ma è sempre così … nei primi anni si hanno tanti pensieri e articoli arretrati da mettere online.

In questo periodo si sono cementati rapporti con quella che chiamo la comunità del blog, uomini e donne di blues che si raccolgono intorno a riflessioni metafisiche mentre il rock batte nelle loro anime.

Tramite il blog ho conosciuto amici con affinità elettive, alcuni sono solo un nickname che appare puntualmente su queste pagine, altri sono figure in carne ed ossa. A questo proposito mi viene in mente Lollo Stevens. Sette/otto anni fa si imbatté su una paginetta di questo blog, ne capì il tenore e si appassionò. Abita in quella che era la mia città, e la sera in cui insieme a qualche altro amico andai al cinema a vedere Celebration Day dei LZ, si presentò di fianco a noi e disse: “Tu devi essere Tim Tirelli, la tua faccia blues ormai la riconosco“. Diventammo amici. Ci siamo visti anche domenica scorsa e tra i tanti discorsi fatti e argomenti trattati uno in particolare mi è rimasto in mente, quello dove candidamente mi diceva che “mi son trovato a leggere anche il tuo ultimo post su Icardi, e mi è pure piaciuto … a me che del calcio non me ne frega nulla.”. Così per farmi perdonare gli ho porto la doppiomanico, lui l’ha indossata, l’ha alzata replicando la mossa del nostro chitarrista preferito e per cinque secondi si è sentito un dio del rock. Ci vuol poco per farsi perdonare dagli amici quando hai una doubleneck.

Oltre a Lollo ringrazio ognuno di voi naturalmente: chi interagisce più frequentemente, chi ci segue nell’ombra, chi collabora o ha collaborato col blog, chi pur avendo visioni diverse ci legge, chi lo fa per trovare riparo dalla inquietante condizione dell’essere umano perduto su un pianeta minuscolo che volteggia nelle profondità siderali.

I love you all, my pretty boys and girls.

 

La Questione Icardi

14 Feb

Una frase del nostro inno (C’è Solo L’Inter) dice: “ … perché per noi niente mai è normale …” , credo che riassuma molto bene il concetto stesso dell’essere interisti. Molti lo scambiano per masochismo, altri lo deridono, ma noi crediamo che sia una condizione innata, una caratteristica dell’uomo (di blues) interista, la sfumatura più lampante dell’anima di questa squadra che tanto ci fa sospirare.

Con l’Inter di sicuro non ci si annoia mai, non si sa mai cosa potrà accadere. Quando le cose sembrano mettersi a posto, quando sembra che si possa in qualche modo fare vela verso orizzonti  simili a quelli del (più o meno) recente trionfale passato, ecco che il continente Inter si sgrana in isole lacerate dal vento.

E’ allora che ci si sente sprofondare irrimediabilmente nella oscurità gelata del fondo del mare, senza che ci sia qualcuno vicino a tenderci una mano e a riportarci in superficie.

Quante volte ci siamo sentiti così? Tante, ed è quello che è accaduto anche ieri.

Dopo l’allenamento della squadra ad Appiano, il Mister e la dirigenza hanno parlato con Icardi e gli hanno comunicato che non sarà più il capitano dell’Inter. Il giocatore ha allora chiesto di non partire con la squadra per Vienna, in occasione della gara di stasera di Europa League.

Le motivazioni per cui Mauro non è più capitano sono molteplici, in primis il clamore dato dalle continue esternazioni social dalla moglie/procuratore, esternazioni che puntualmente innervosiscono la squadra e stizziscono l’ambiente e la dirigenza. Crediamo inoltre che Icardi come capitano non sia un granché. Il ragazzo probabilmente non ha il carattere da leader, da luce guida o perlomeno da esempio tout court.

Sia chiaro, a noi Maurito piace, gli vogliamo bene, ma essere capitano dell’Inter evidentemente non è alla sua portata. Forse è stato un azzardo concedergli la fascia tre anni fa, ma lui ci teneva così  tanto che si è deciso di correre il rischio.

Stamattina leggiamo le considerazioni più disparate dei tifosi: chi sta con Icardi, chi con la dirigenza, chi addossa tutta la colpa a Marotta, ancora inviso alla tifoseria per i suoi trascorsi.

Noi crediamo che Marotta (insieme agli altri dirigenti) abbia semplicemente messo in atto la linea guida concordata con Zhang Jindong, patron della squadra e uomo intransigente quando si parla di serietà, di comportamento e di risultati.

Marotta secondo noi è meno gobbo di quel che si pensi, non è di certo a livello di Lippi e Capello ad esempio, due nomi che dopo averli scritti siamo stati costretti a disinfettare la tastiera su cui battiamo queste misere righe.

Indubbiamente si è preferito forzare la mano per mettere in moto sin d’ora – senza perdere nemmeno un minuto di più – un cambiamento che magari porterà scossoni ma lo farà in una stagione comunque già compromessa, affinché si possa ripartire la prossima finalmente senza più  fraintendimenti e disordine.

Per quanto molto dispiaciuti della cosa, prendiamo atto che all’interno dell’Inter (scusate il pasticcio) si sia alla ricerca di una linea chiara e precisa, perché è vero quello che abbiamo scritto all’inizio, è vero che siamo la “pazza” Inter, ma è altrettanto vera e urgente la necessità di convogliare questo nostro sentimento dentro un letto con argini alti che ci conduca finalmente al mare.

Perderemo Icardi? Immaginiamo di sì, in estate è difficile che rimanga dopo uno smacco dl genere. La speranza è di ricavare comunque una cifra alta che ci permetta di sostituirlo eventualmente con un altro grande nome.  Ne sentiremo la mancanza? Ovviamente sì, è il miglior centrattacco attualmente in circolazione, ma la squadra viene prima di tutto, questo deve essere chiaro.

Se anche oggi il cielo è plumbeo, siamo certi che il sol dell’avvenire sia lì dietro l’angolo del prossimo futuro.

 

SERIE TV: The Bridge (Broen-Bron) – original Danmark/Sverige serie

13 Feb

In questi ultimi anni mi sono appassionato a serie TV e film “polizieschi” girati nei paesi nordici o comunque con ambientazioni dove freddo, neve e ghiaccio sono ben presenti, in particolare quelli girati nel Nord Europa. Possibile che tutto sia iniziato con la trilogia Millennium di Stieg Larsson, tre libri che ho amato moltissimo, ma probabilmente era già predisposto visto che amo molto la neve e quel baluardo di civiltà che credo sia la Scandinavia; fatto sta che un paio di settimane fa la pollastrella mi sottopone un paio di titoli di serie TV che, dice, “dobbiamo vedere a tutti i costi“. La cosa mi incuriosisce, perché una di esse è una serie danese/scandinava, The Bridge, e perché di solito sono io quello che si spara serie TV a ripetizione.

Qualche sera fa dunque ci mettiamo in posizione in sala: luce indiretta, divano, plaid morbidi, il gatto Palmiro che si aggomitola in un sonno ristoratore dopo qualche ora passata a scorrazzare in campagna, due dita di Rum Matusalem, quello nato a Cuba, per me e un bicchiere di Lemonsoda per lei.  Telecomando, Sky On Demand, Serie Tv, The Bridge stagione 1, episodio 1.

Sessanta minuti dopo, ci guardiamo esterrefatti, questa prima puntata ci ha travolto. Avremo la stessa reazione nelle sere a venire. Nelle ultime settimane ci siamo guardati almeno due episodi ogni sera, nei weekend almeno quattro. Le volte che siamo usciti per una pizza, per un pranzo domenicale, per le prove col gruppo o anche solo per prendere un po’ d’aria ci rammaricavamo del fatto che stavamo rubando tempo a The Bridge.

Non pensavo potessero esserci serie TV così riuscite da insidiare le mie preferite, come The Americans e Homeland ad esempio, e invece eccola qua: The Bridge, le batte tutte.

Si tratta di un Nordic Noir favoloso, le cui storie di dipanano a cavallo di quella meraviglia di ponte, appunto, che unisce Danimarca e Svezia. Copenhagen e Malmö sono le città in cui si svolgono i fatti. I colori sono quelli delle città del Nord Europa, cieli plumbei, colori neutri, architetture lineari, finestre enormi – rispetto ai nostri standard – e senza tapparelle o scuri per potere beneficiare al massimo della luce solare che da quelle parti non è certo quella delle nostre latitudini.

Le stagioni sono quattro, le prime tre da dieci episodi ciascuna, la quarta da otto.

I personaggi sono tutti molto riusciti, i tre protagonisti principali poi sono semplicemente perfetti, tutti alle prese con blues personali spaventosi. Si tratta di Sofia Helin nella parte di Saga NorénKim Bodnia nella parte di Martin RohdeThure Frank Lindhardt nella parte di Henrik Sabroe. Attori di grande livello.

Saga e Martin – THE BRIDGE

Henrik e Saga – THE BRIDGE

Non parlerò della trama per non svelare nulla a chi dovesse interessarsi alla serie, non farò accenni che possano in qualche modo anticipare finali o facilitare intuizioni, permettetemi però di spendere due parole sul personaggio di Saga Norèn, la detective Svedese che insieme ai suoi colleghi danesi cerca di risolvere casi complicatissimi.

Sofia Helin nell’interpretarla è stupefacente. Saga Norèn, il personaggio, è strabiliante. Apparentemente affetta dalla sindrome di Asperger, Saga è la vera mattatrice della storia. Lucida, senza capacità di socializzare, razionale e logica ai massimi livelli e fedele al politicamente corretto tipico della Svezia. E’ una figura che incanta e con cui si tende – può sembrare un paradosso lo so – a provare empatia.

Saga Norèn – THE BRIDGE

Il personaggio di Saga mi ha conquistato, ed è entrato a far parte delle mie personali luci guida.

Saga Norèn – THE BRIDGE

La prima stagione è mirabolante, la seconda paga un po’ lo scotto di arrivare dopo la prima ma, intendiamoci, è comunque di altissimo livello. La terza rafforza l’eccellenza della serie e la quarta chiude in maniera superba. Le ultime due puntate sono andate in onda su Sky ieri sera e mi chiedo come farò adesso che ho visto tutti gli episodi e che la serie è definitivamente finita.

Il brano che funge da sigla è Hollow Talk degli Choir of Young Believers.

E’ una serie dunque da vedere a qualunque costo, soprattutto se siete donne o uomini di blues. La folgorazione che ho avuto è simile a quella che ebbi la prima volta che ascoltai i Led Zeppelin.

Ne sono state fatte versioni americane, inglese, franco-inglesi (The Tunnel), tedescehe, russe e asiatiche ma mi preme sottolineare che quella che dovete vedere è la serie originale con produzione danese/svedese.

Questa serie è anche servita a farmi decidere quale, tra le nazioni scandinave, io preferisca. E’ nato infatti un amore incontenibile per la Svezia, tanto per farvi capire sappiate che sta soppiantando quello che avevo per la DDR (non quella reale, ma quella che mi sono costruito io nella mia testa). Ora la Svezia prima di tutto; sono anche andato sul sito dell’Adidas per vedere se c’erano felpe con lo stemma della Svezia, peccato che la mia taglia al momento non sia disponibile altrimenti non avrei esitato.

Riparleremo della Svezia presto su questo blog, lo sapete come sono fatto.

The Bridge o muerte!

SERIE TV: The Bridge – Stagione 1 –  TTTTT+

SWEDEN/DANMARK – 2011/2018 – Starring: Sofia Helin as Saga Norén, Kim Bodnia as Martin Rohde

SERIE TV: The Bridge – Stagione 2 –  TTTTT-

Clip tratto dalla TV inglese all’epoca (2014) in cui la seconda stagione stava per concludersi – con grandissimo successo – nel Regno Unito.

(opzione sottotitoli – in inglese – inclusa)

SERIE TV: The Bridge – Stagione 3 –  TTTTT-

SERIE TV: The Bridge – Stagione 4 –  TTTTT+

Isabel Allende “Oltre l’inverno” (2017 – Feltrinelli)

11 Feb

Isabel Allende “Oltre l’inverno” (2017 – Feltrinelli) – TTTT

Ogni volta che mi accingo a scrivere due righe sul blog a proposito di un nuovo romanzo di Isabel Allen, mi torna in mente la frase che un mio caro amico mi disse una sera che mi sentì parlare con qualcun altro di questa grande scrittrice cilena: “ma non è roba per donne“?. Lo scrissi anche a proposito delle riflessioni relative a L’Amante Giapponese (vedi il link qui sotto); penso a quel mio (caro) amico e sono dispiaciuto per lui, perché privarsi della prosa magnifica della Allende è un vero peccato. Come sempre accade, arrivo in ritardo anche con questo romanzo, la pila sul comodino dei libri da leggere è sempre più alta, il tempo che dedico alla lettura ahimè evidentemente non è sufficiente per non restare troppo indietro con le ultime uscite, ma ad ogni modo ce l’ho fatta ed è stata un’altra lettura piena di godimento.

Già dall’inizio mi sono meravigliato di come a distanza di tanti anni, Isabel riesca a sorprendermi. La prosa a tratti mi ha irretito, ricca com’è di vocaboli, di metafore, di pulsioni e di passione. Il parallelo può sembrare azzardato, ma mi ha subito ricordato la prosa prorompente di Jack London, altro personaggio che su questo blog amiamo un bel po’.

La Allende è davvero uno dei nomi più significativi della letteratura in lingua spagnola.

Oltre l’Inverno è l’ennesimo capitolo riuscito della sua bibliografia. La storia è avvincente, i personaggi riusciti e le ambientazioni molto belle. Un uomo e due donne sono i protagonisti che emergono da una Brooklyn che va allo sprofondo in una tormenta di neve, districandosi tra i temi cari all’autrice: l’invincibilità dell’amore, la passione per la vita, l’eterna lotta contro l’ingiustizia e i soprusi. Sullo sfondo la dittatura cilena e il percorso di sofferenza che il centro e il sud america affrontano per arrivare a fondersi col nord america.

Il finale è forse un poco frettoloso, questo forse il mio unico appunto, ma per il resto questo nuovo romanzo è un’ennesima prova sontuosa di Isabel Allende. Che scrittrice magnifica!

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Isabel sul blog:

https://timtirelli.com/2017/07/19/isabel-allende-lamante-giapponese-2015-feltrinelli-p2016-audible-gmbh-ttttt/

https://timtirelli.com/2012/06/08/isabel-allende-il-quaderno-di-maya-feltrinelli-2011-tttt/

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https://www.lafeltrinelli.it/libri/isabel-allende/oltre-l-inverno/9788807032622

Descrizione

Lucía, cilena espatriata in Canada negli anni del brutale insediamento di Pinochet, ha una storia segnata da profonde cicatrici: la sparizione del fratello all’inizio del regime, un matrimonio fallito, una battaglia contro il cancro, ma ha anche una figlia indipendente e vitale e molta voglia di lasciarsi alle spalle l’inverno. E quando arriva a Brooklyn per un semestre come visiting professor si predispone con saggezza a godere della vita. Richard è un professore universitario spigoloso e appartato. Anche a lui la vita ha lasciato profonde ferite, inutilmente annegate nell’alcol e ora lenite solo dal ferreo autocontrollo con cui gestisce la sua solitudine; la morte di due figli e il suicidio della moglie l’hanno anestetizzato, ma la scossa che gli darà la fresca e spontanea vitalità di Lucía restituirà un senso alla sua esistenza. La giovanissima Evelyn è dovuta fuggire dal Guatemala dove era diventata l’obiettivo di pericolose gang criminali. Arrivata avventurosamente negli Stati Uniti, trova impiego presso una facoltosa famiglia dagli equilibri particolarmente violenti: un figlio disabile rifiutato dal padre, una madre vittima di abusi da parte del marito e alcolizzata, un padre coinvolto in loschi traffici. Un incidente d’auto e il ritrovamento di un cadavere nel bagagliaio della macchina che saranno costretti a far sparire uniranno i destini dei tre protagonisti per alcuni lunghi giorni in cui si scatena una memorabile tempesta di neve che li terrà sotto assedio.

Biografia

Isabel Allende
Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

BOOTLEG: Led Zeppelin, Manchester, Hard Rock, U.K. 08/12/1972

4 Feb

ITALIAN/ENGLISH

Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K. “One Step Up From Belle Vue” (EE remaster)

LABEL: no label

TYPE: audience

SOUND QUALITY: TTTT-

PERFORMANCE: TTTTT

ARTWORK: no artwork

PACKAGING: no packaging

BAND MOOD: TTTTT

COLLECTION ZEP FAN: TTTTT

COLLECTION CASUAL FAN: TTT

Capita a volte di riscoprire concerti dei Led Zeppelin (e relative registrazioni live) che avevi dimenticato o forse sottovalutato. E’ il caso di questo bel “bootleg” audience attinente al concerto che tennero i LZ a Manchester l’8/12/1972. Il tour del Regno Unito dell’inverno 1972-1973 arrivò dopo le date di ottobre spese tra Giappone e Svizzera (i due concerti di Montreux) e si protrasse dal 30 novembre 1972 al 30 gennaio 1973.

A Manchester fecero due concerti, il 7 e l’8 dicembre. Non si sa tanto dell’Hard Rock Concert Theatre, se non che fu aperto nel settembre del 1972 (serata d’apertura con David Bowie) e che restò in funzione tre anni durante i quali vide passare tra gli altri Free, Wings, Fleetwood Mac, Black Sabbath e Deep Purple. Delle due date dei LZ solo la testimonianza audio della seconda è arrivata sino a noi; la versione di cui parliamo è quella rimasterizzata a suo tempo da Eddie Edwards, noto fan inglese molto abile nel ripulire vecchie registrazioni live. Il titolo che diede Edwards al suo lavoro è One Step Up From Belle Vue riferendosi ad una plantation della serata, ma la stessa versione fu ristampata anche dalla etichetta specializzata in bootleg Sanctuary col titolo di Hard Rock!. Tale registrazione è facilmente reperibile tramite download gratuito nei soliti siti dove i fan si scambiano questo tipo di articoli.

Rock And Roll apre il concerto con la solita meravigliosa irruenza. Stiamo parlando degli anni migliori dei Led Zeppelin, dunque la performance di tutto il concerto è, come spesso accadde, superba. Durante il giro strumentale prima dell’assolo Jones tarda a passare dal LA al RE, ma si riprende subito. La chiusura di Bonham è rresistibile. Page parte quindi con l’introduzione di Over The Hills And Far Away (brano allora ancora inedito). Una volta entrata la band non si può non si notare l’attacco furibondo che Bonham mette in mostra nel suo drumming. Plant è un po’ misurato, tende a controllare la voce visto che nelle settimane e mesi precedenti ebbe le prime avvisaglie dei problemi di voce di cui soffrirà negli anni successivi. La sezione dedicata all’assolo è sublime: Bonham e Jones ben presenti con il loro magnifico groove hard rock funk e Page libero di esprimersi alla sua porca maniera.

RP: Thank you. Good evening. Uh, this is one that tells us, uh, this is one they call one step up from Belle Belle Vue. Which I think they might be right about. This is, uh, a song off the last album. That’s, uh, yeah, that’ll do.”

Ascoltare Black Dog in cuffia ti dà l’esatta (o quasi) percezione di cosa doveva essere vedere un concerto dei Led Zeppelin in quegli anni: potenza pura trattata con sopraffina eleganza e con una musicalità probabilmente senza pari in campo Rock. Il gruppo è sciolto, suona molto bene, è coeso, pieno di testosterone musicale e sospinto dalla energia cosmica, particolarità che mancarono – dal vivo –  dal 1975 in poi. Sarà che le orecchie si abituano in fretta alla qualità non certo perfetta dei bootleg di questo tipo, ma l’audio sembra davvero migliorare con Black Dog. Bonham è ancora una furia. Nessuno in campo Rock suonava come lui e come questo gruppo in quegli anni. Una meraviglia.

Il pubblico risponde alla grandissima. Il calore e l’affetto per quei quattro musicisti era davvero grande.

RP: “Thank you. Now what was that called? Huh. Now then. So this is a song without, hang on. Every time we come to Manchester, there’s a lot of people shouting out. But it’s not wise. Here’s, uh, here’s one about what happens on a sunny afternoon when you go for a walk in the park and sit, sit with the wrong people. It’s called ‘Misty Mountain Hop.'”

Jones si siede al piano e alla pedaliera basso per Misty Mountain Hop. Non mi piace ripetermi ma non posso fare altrimenti e sottolineare una volta di più il lavoro di John Bonham. Incredibile. Senti un concerto come questo e tutti gli altri batteristi rock ti sembrano lontani anni luce da lui. Cosa cavolo abbiamo perso quel 25 settembre 1980!

Segue Since I’ve Been Loving You che arriva dalla precedente grazie alla leggendaria scarica elettrica di Page. Il pubblico applaude sulle prime misure di questo fantasmagorico blues in minore, non può fare altrimenti incantato come’è da quella meravigliosa musicalità. Il cantato di Robert è pieno di passione, i suoi I’ve been the b-b-b-b-b-b-b-b-best of fools sono da brividi. Per il ritornello Jones passa dal piano all’organo. Il suono della chitarra di Page non è troppo distorto così tutto il calore dell’accoppiata Gibson Les Paul/Marshall risalta ottimamente.

RP: “This is, uh, we’d better call in a … completely musical part …. You’ll notice that, uh, a few, uh, of the heirarchy of the musical press managed to get to Newcastle last week. It’s the first English gig they’ve been to for about thiry-five years. And you should see how they’ve changed, man. Anyway, they, uh, they won’t tell us how much they like this. And we don’t know what to do about it. We want to drop it from the program. … come out in the summer, as you probably read. It could have been just right. But, we still. ‘Dancing Days.'”

Page abbassa il MI cantino a RE e il gruppo si lancia in Dancing Days (brano allora ancora inedito)Brano obliquo ma sempre interessante da sentire in versione live. Impressionante cogliere per l’ennesima volte come la sezione ritmica riempia bene lo spazio mentre Page suona le tante variazioni sulla chitarra.

RP: ” Sorry, we … happens. …. How many are there? Well thank you very much. …. I’ve heard managers are so tough but, uh. … the lights on? I remember, …. Tell me, now. In the meantime I’ll tell you about. You’re takin’ it a lot more seriously and I’m too silly. Here’s, uh, there’s a sign standing outside. Alright, steady. Steady. Steady. I suppose I could hold it. Huh, I was gonna tell you that, uh, I wish I could, man, I wish I could but, but that one was, you know you’ve got two, well one of mine dropped. I didn’t lick it. It became impossible to do things right now. Right, we’ll have to do without it. ….This is a song about a dog.”

Page imbraccia la chitarra acustica, parte col fingerpicking, il pubblico si lancia in un deciso battimani,  inizia così lo stomp di Bron-Yr-Aur Stomp.

RP: “It’s off, uh, the fourth album that’s coming out soon. And it’s called, uh. No, no, no, it wasn’t the fourth. And this is called ‘The Song Remains the Same.'” 

Il concerto prosegue con The Song Remains The Same e The Rain Song (brani allora ancora inediti), dove la qualità audio della registrazione sembra sfumare un poco. Verso la fine di Rain Song, Page sembra “girarsi” e non essere in piena sintonia col groove del gruppo.

RP: “John Paul Jones, mellotron. Thank you very much for that … in the quiet bit … And it really doesn’t matter. We’re gonna carry on with Billy … numbers all night. That would happen to be good. Actually, he’s writing an album with Eric Clapton …. Billy …. Here’s one that reminds me of Billy … ‘cuz it features John Paul Jones. John Paul Jones!”

Dazed and Confused dura più di 28 minuti e contiene accenni a There Was A Time di James Brown, Cowgirl In The Sand di Neil Young e a Walter’s Walk e The Crunge (quest’ultime allora entrambe inedite naturalmente). Di nuovo una grande prova di John Bonham, ma non è che il resto del gruppo sia da meno. E’ stupefacente sentirli improvvisare stacchi e variazioni ritmiche (dal minuto 5:50 in poi). Nella sezione strumentale dopo l’intermezzo dedicato all’archetto di violino, Page è così veloce e fluido che spaventa (è qui che inserisce il riff di Walter’s Walk; poco dopo Bonham parte col tempo di The Crunge). Nel finale ancora un Page velocissimo. Mamma mia! Subito dopo la chiusura il pubblico esplode.

RP: “Alright, if we can, uh, just stop them people chattering in the quiet bit. You were chattering somewhere in towards the sign of …. We’d like to do something that we’re, uh, like we do every night. I mean it. …, this is called ‘Stairway to Heaven.'”

L’introduzione di Stairway To Heaven appare un pelo insicura, sia da parte di Page che di Jones. Robert la canta con passione e con voce proprio bella. Belli i giochi di grancassa di Bonham intono al minuto 5:20.

RP: “Thank you, …. Hail stones and fucking ….This is, uh, this is something that, uh, when we’re not on stage we like to, to … around and play guitar, go to clubs and get very silly and, uh, this is a song that really typifies everything that we do during that hobby time.”

Whole Lotta Love si spinge oltre i 26 minuti e contiene tante citazioni.

Momenti più o meno completi per Sing A Simple Song (Sly & The Family Stone), Everybody Needs Somebody To Love (Solomon Burke), It’s Your Thing (The Isley Brothers … di solito veniva inserita in Communication Breakdown) e  Bottle It Up And Go (Tommy McClennan).

Solo oscuri accenni a Cumberland Gap (Lonnie Donegan), Ther’re Red Hot (Robert Johnson), Truckin’ Little Mama (Blind Boy Fuller).

Altri momenti più o meno completi per Boogie Chillum (John Lee Hooker), Boogie MamaSay Mama (Gene Vincent), Let’s Have a Party (Elvis Presley), I Can’t Quit You Baby (Otish Rush), The Shape I’m In.

In Bottle It Up And Go (minuto 8:00) Page è ancora super veloce. Che meraviglia sentirlo suonare così. Questo è il Page dell’immaginario collettivo. Jimmy è scatenato anche in Boogie Mama. La qualità audio decade ulteriormente in I Can’t Quit You Baby, ma torna di buon livello per The Shape I’m In.

Manchester December 1972

RP: “Thank you very much. We’ve had a very silly time. Goodnight”

Heartbreaker avanza con la consueta decisione. Nell’assolo Page ripete una frase che diventa un riff fino a che Bonham e Jones non saltano su per un breve impetuoso intermezzo strumentale suonato insieme.

RP: “Thank you very much, Manchester! And farewell. A goodnight”

RP: “Good evening! It’s pretty cold up here. Here’s a song that’s, uh, played with all over the world, even to Bangkok. That’s it.”

Immigrant Song Communication Breakdown chiudono la scaletta con lo smodato hard rock di cui il gruppo è capace. Il pubblico se ne va felice e tramortito.

Gran concerto dunque e malgrado la qualità audio non sia proprio eccezionale questa è un bootleg da avere se ci si dichiara fan in senso stretto dei LZ. Che band, ragazzi, che band!

Avvertenze: da ascoltare in cuffia.

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Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K.

Disc 1

01 Rock and Roll
02 Over the Hills and Far Away
03 Out on the Tiles / Black Dog
04 Misty Mountain Hop
05 Since I’ve Been Loving You
06 Dancing Days
07 Bron-Yr-Aur Stomp

Disc 2

01 The Song Remains the Same
02 The Rain Song
03 Dazed and Confused

Disc 3
01 Stairway to Heaven
02 Whole Lotta Love
03 Heartbreaker
04 Immigrant Song
05 Communication Breakdown

Lineage: CDRs > EAC (secure mode, offset corrected, test & copy) > WAV > FLACFrontend (tested & verified) > FLAC level 6

Mastered from 1st Gen + other sources, most complete version © Eddie Edwards

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(broken)ENGLISH

Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K. “One Step Up From Belle Vue” (EE remaster)

LABEL: no label

TYPE: audience

SOUND QUALITY: TTTT-

PERFORMANCE: TTTTT

ARTWORK: no artwork

PACKAGING: no packaging

BAND MOOD: TTTTT

COLLECTION ZEP FAN: TTTTT

COLLECTION CASUAL FAN: TTT

It sometimes happens to rediscover Led Zeppelin concerts (and related live recordings) that you had forgotten or perhaps underestimated. It’s the case of this beautiful “bootleg” audience of the concert that LZ held in Manchester on 8/12/1972. The UK tour of the winter of 1972-1973 arrived after the October dates spent between Japan and Switzerland (the two concerts of Montreux) and lasted from November 30, 1972 to January 30, 1973.

In Manchester they played two concerts: December 7th and 8th. Not much is known about the Hard Rock Concert Theater, except that it was opened in September 1972 (opening night with David Bowie) and that it remained in operation for three years during which it saw passing among others Free, Wings, Fleetwood Mac, Black Sabbath and Deep Purple. Of the two LZ dates only the audio evidence of the second has reached us; the version we are talking about is the one remastered years ago by Eddie Edwards, a well-known English fan who is very skilled at cleaning up old live recordings. The title that Edwards gave to his work is One Step Up From Belle Vue referring to a “plantation” of the evening,  the same version however was also released by Sanctuary, a label specialized in bootleg, with the title of Hard Rock !. This recording is easily available via free download on the regular sites where fans exchange this type of articles.

Rock And Roll opens the concert with the usual wonderful vehemence. We are talking about the best years of Led Zeppelin, so the performance of the whole concert is, as often happened, superb. During the instrumental bars before the solo, Jones is late going from A to D, but he immediately resumes. The ending of Bonham is irresistible. Page then starts the introduction of Over The Hills And Far Away (a song that back then was still unreleased). Once the band entered, one can not but notice the furious attack that Bonham shows off in his drumming. Plant is a bit ‘measured, he tends to control the voice as in the previous weeks and months he had the first signs of the voice problems that conditioned his vocals permormances in the following years. The section dedicated to the solo is sublime: Bonham and Jones are very present with their magnificent hard rock funk groove while Page is free to express himself in his fucking great way.

RP: Thank you. Good evening. Uh, this is one that tells us, uh, this is one they call one step up from Belle Belle Vue. Which I think they might be right about. This is, uh, a song off the last album. That’s, uh, yeah, that’ll do.”

Listening to Black Dog with the headphones gives you the (almost) exact perception of what was supposed to be at a Led Zeppelin concert in those years: pure power treated with superfine elegance and with a musicality probably unparalleled in Rock music. The group is loose, the playing is very good, it is cohesive, full of musical testosterone and driven by the cosmic energy, peculiarities that were missing – live – from 1975 onwards. The ears quickly get used to the audience type recording so the audio really seems to improve with Black Dog. Bonham is still a fury. Nobody in Rock music sounded like him and like this group in those years. Wonderful.

The public responds … the warmth and affection for those four musicians were really great.

RP: “Thank you. Now what was that called? Huh. Now then. So this is a song without, hang on. Every time we come to Manchester, there’s a lot of people shouting out. But it’s not wise. Here’s, uh, here’s one about what happens on a sunny afternoon when you go for a walk in the park and sit, sit with the wrong people. It’s called ‘Misty Mountain Hop.'”

Jones sits on the piano and on pedal bass for Misty Mountain Hop. I do not like repeating myself but I can not do otherwise and emphasize once more the work of John Bonham. Unbelievable. Listen to a concert like this and all the other rock drummers seem light years away from him. What a loss on that September 25, 1980!

Since I’ve Been Loving You follows. It arrives from the previous number thanks to the legendary salvo by Page. The audience applauds on the first measures of this phantasmagorical blues in C minor, it can not do otherwise enchanted as it is from that marvelous musicality. Robert’s singing is full of passion, his I’ve been the b-b-b-b-b-b-b-b-best-of-fools are super. For the refrain Jones passes from the piano to the organ. Page’s guitar sound is not too distorted so all the warmth of the Gibson Les Paul / Marshall pair stands out very well.

RP: “This is, uh, we’d better call in a … completely musical part …. You’ll notice that, uh, a few, uh, of the heirarchy of the musical press managed to get to Newcastle last week. It’s the first English gig they’ve been to for about thiry-five years. And you should see how they’ve changed, man. Anyway, they, uh, they won’t tell us how much they like this. And we don’t know what to do about it. We want to drop it from the program. … come out in the summer, as you probably read. It could have been just right. But, we still. ‘Dancing Days.'”

Page lowers the high E to D and the group launches itself into Dancing Days (a song that back then was still unreleased) an “oblique” song but always interesting to hear in a live context. It’s impressive to grasp for the umpteenth times how the rhythm section fills the spaces well while Page plays the many variations on the guitar

RP: ” Sorry, we … happens. …. How many are there? Well thank you very much. …. I’ve heard managers are so tough but, uh. … the lights on? I remember, …. Tell me, now. In the meantime I’ll tell you about. You’re takin’ it a lot more seriously and I’m too silly. Here’s, uh, there’s a sign standing outside. Alright, steady. Steady. Steady. I suppose I could hold it. Huh, I was gonna tell you that, uh, I wish I could, man, I wish I could but, but that one was, you know you’ve got two, well one of mine dropped. I didn’t lick it. It became impossible to do things right now. Right, we’ll have to do without it. ….This is a song about a dog.”

Page picks up the acoustic guitar, he starts the fingerpicking, the audience goes clapping, thus begins the stomp of Bron-Yr-Aur Stomp.

RP: “It’s off, uh, the fourth album that’s coming out soon. And it’s called, uh. No, no, no, it wasn’t the fourth. And this is called ‘The Song Remains the Same.'” 

The concert continues with The Song Remains The Same and The Rain Song (songs that back then were still unreleased)), where the sound quality of the recording seems to fade a bit. Towards the end of Rain Song, Page seems to be not in full harmony with the groove of the group.

RP: “John Paul Jones, mellotron. Thank you very much for that … in the quiet bit … And it really doesn’t matter. We’re gonna carry on with Billy … numbers all night. That would happen to be good. Actually, he’s writing an album with Eric Clapton …. Billy …. Here’s one that reminds me of Billy … ‘cuz it features John Paul Jones. John Paul Jones!”

Dazed and Confused lasts more than 28 minutes and contains references to James Brown‘s There Was A Time, Neil Young‘s Cowgirl In The Sand, and Walter’s Walk and The Crunge (the latter two then still unreleased of course). Again a great demonstration of John Bonham’s skills and attack, but in the end the whole group excels. It is amazing to hear them improvise breaks and rhythmic variations (from 5:50 onwards). In the instrumental section after the intermezzo dedicated to the violin bow, Page is so fast and fluid that he scares (it is here that he inserts the riff of Walter’s Walk, shortly after Bonham starts with the tempo of The Crunge). In the final section Page is stil super fast. Mamma Mia! Immediately after the end, the public explodes.

RP: “Alright, if we can, uh, just stop them people chattering in the quiet bit. You were chattering somewhere in towards the sign of …. We’d like to do something that we’re, uh, like we do every night. I mean it. …, this is called ‘Stairway to Heaven.'”

The introduction of Stairway To Heaven appears a a bit insecure. Robert sings the song with passion and with a beautiful voice. So good to listen to Bonham bass drum trick at 5:20.

RP: “Thank you, …. Hail stones and fucking ….This is, uh, this is something that, uh, when we’re not on stage we like to, to … around and play guitar, go to clubs and get very silly and, uh, this is a song that really typifies everything that we do during that hobby time.”

Whole Lotta Love goes over 26 minutes and contains many quotes.

More or less complete moments for Sing A Simple Song (Sly & The Family Stone), Everybody Needs Somebody To Love (Solomon Burke), It’s Your Thing (The Isley Brothers, this one  was usually inserted in Communication Breakdown) and Bottle It Up And Go (Tommy McClennan).

Only obscure references to Cumberland Gap (Lonnie Donegan), Ther’re Red Hot (Robert Johnson), Truckin ‘Little Mama (Blind Boy Fuller).

Other more or less complete moments for Boogie Chillum (John Lee Hooker), Boogie Mama, Say Mama (Gene Vincent), Let’s Have a Party (Elvis Presley), I Can not Quit You Baby (Otish Rush), The Shape I’m In.

In Bottle It Up and Go (8:00 minute) Page is still very fast. How wonderful is to hear him play like this. This is the Page of the collective imagination. Jimmy is also unleashed in Boogie Mama. The audio quality decays further in I Can not Quit You Baby, but returns to a good level for The Shape I’m In.

Manchester December 1972

RP: “Thank you very much. We’ve had a very silly time. Goodnight”

Heartbreaker advances with the usual decision. In the guitar solo Page repeats a plick some many times until it becomes a riff andBonham and Jones jump up for a brief impetuous instrumental interlude played together.

RP: “Thank you very much, Manchester! And farewell. A goodnight”

RP: “Good evening! It’s pretty cold up here. Here’s a song that’s, uh, played with all over the world, even to Bangkok. That’s it.”

Immigrant Song and Communication Breakdown close the concert with the immoderate hard rock that the group is capable of. The public is happy and stunned.

Great concert then and even if the audio quality is not exceptional, this is a bootleg to have if you are a LZ fan in the tight sense. What a band, guys, what a band!

Warning: to be listened to with headphones.

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Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K.

Disc 1

01 Rock and Roll
02 Over the Hills and Far Away
03 Out on the Tiles / Black Dog
04 Misty Mountain Hop
05 Since I’ve Been Loving You
06 Dancing Days
07 Bron-Yr-Aur Stomp

Disc 2

01 The Song Remains the Same
02 The Rain Song
03 Dazed and Confused

Disc 3
01 Stairway to Heaven
02 Whole Lotta Love
03 Heartbreaker
04 Immigrant Song
05 Communication Breakdown

Lineage: CDRs > EAC (secure mode, offset corrected, test & copy) > WAV > FLACFrontend (tested & verified) > FLAC level 6

Mastered from 1st Gen + other sources, most complete version © Eddie Edwards

Driving home in a snowy night (glad to be a music lover)

31 Gen

Penultimo giorno di gennaio, interno ufficio, primo pomeriggio. La neve inizia a cadere su Stonecity, dapprima in modo incerto poi sempre più decisa. Nel tardo pomeriggio, le strade, le siepi e i tetti iniziano ad imbiancarsi. Poco dopo mi decido ad uscire dall’ufficio. Salgo in macchina, la neve ora scende che è una bellezza; Stonecity è già tutta bianca, nel buio della sera le colline a ridosso della cittadina paiono incombere in modo minaccioso sui poveri umani che vanno alla deriva circumnavigando rotonde, attraversando ponti e svincoli. Le fabbriche si preparano per la notte silente che le attende, la luce dei lampioni amplifica il soave sentimento che la neve infonde negli uomini di blues come me.

Uscito da Stonecity, mi immetto sullo stradone che porta a nord, poco prima di arrivare a Herberia svolto a destra, il mio solito percorso fatto di blue highway (di strade basse insomma) che mi permette di evitare il traffico delle arterie principali e di immergermi in un atmosfera da pastorale emiliana. Stradine strette, piccole frazioni, chiesette, vecchie case da contadini, stralci dell’Emilia di un tempo.

La sera sembra scendere lentamente, è come trovarsi sospesi in uno spazio temporale dove spazio e tempo sono sostituiti da anima e intelletto.  In quel momento il car stereo passa in modalità random alcuni brani che paiono la colonna sonora ideale per serate come questa.

Driving home in a snowy night – Foto TT

L’aria sonora invade l’abitacolo della Sigismonda, la blues mobile insomma. Mi sento vivo e molto fortunato di essere un amante della musica, un privilegiato nel poter immergermi tra le pieghe di brani musicali dal respiro universale. Avanzo nella notte cullato da Onward degli Yes, seguo l‘incessante carovana delle stelle filanti di neve che mi precedono scortato da Eternal Caravan of Reincarnation dei Santana, ambisco ad attraversare la notte buia e nevosa per arrivare ad un nuovo mattino al suono di Dawn della Mahavishnu Orchestra. Ringrazio il padre dei quattro venti che ha fatto di me un grandissimo appassionato della scienza e dell’arte della organizzazione dei suoni, senza questo sconfinato amore per questa musa definitiva, la mia vita sarebbe certamente meno vissuta.

ROGER DALTREY “Thanks a Lot Mr Knibblewhite – My Story” ( Henry Holt publishers – 2018)

30 Gen

ROGER DALTREY “Thanks a Lot Mr Knibblewhite – My Story” ( Henry Holt publishers – 2018) – TTT½

(Edizione statunitense, testo in inglese, copertina rigida.)

Con l’aiuto di Matt Ruud, Roger Daltrey, cantante degli Who ha pubblicato lo scorso anno la sua biografia. Ne parliamo oggi dopo averla letta e soppesata.

In puro stile Who, Roger sembra assai sincero mentre racconta la sua storia, o meglio la propria versione della sua storia. Lo fa in un inglese scorrevole, semplice, quello che userebbero due amici al pub dietro un boccale di birra.

Non so se questo è lo stile che vorrei dalle mie rockstar preferite, ma Roger si vende per quello che è, dunque alla fine giustifico e apprezzo la sua prosa terra terra e la sua schiettezza. Il libro (nella versione in mio possesso) ha 260 pagine, dunque è una biografia breve e per niente dettagliata. La mancanza di particolarità tecniche è un denominatore comunque di tante autobiografie di musicisti, ma in questa tale mancanza è ancora più evidente.

Mi sembra chiaro che il tipo di approccio usato per questo libro sia adatto al pubblico meno esigente e preparato, una storia che può essere letta senza difficoltà anche da chi non fa del rock una ragione di vita. Magari è un parallelo po’ azzardato, Daltrey non ha l’appeal commerciale di Freddie Mercury, ma come operazione non siamo distanti dal film Bohemian Rhapsody, più che al pubblico del Rock sono entrambi destinati ad un pubblico più vasto e neutro.

Roger parla con franchezza, delle difficoltà incontrate ad uscire dal proletariato inglese, della follia nell’essere in tour con uno come Keith Moon e in generale con un gruppo rock negli anni settanta, dei problemi finanziari della band, del complicato prosieguo dopo la morte di Moon (e di Entwistle poi) e delle buone vibrazioni degli ultimissimi tour.

Oltre a questi altri argomenti delicati, l’abbondano di prima moglie e figlio, le scappatelle on the road, i figli avuti da rapporti più o meno occasionali, il sofferto cambio di management (da Kit lambert a Bill Curbishley), etc etc.

Il titolo del libro si riferisce al preside della Grammar School che Daltrey frequentò, il cuoi preside – Mr Knibblewhite – sentenziò che Roger non avrebbe combinato nulla nella vita.

Libro dunque facile e godibile, per tutti i palati.