Notti insonni sul divano

13 Dic

Sono un uomo di una (in)certa età e arrivato a questa quota annoto che essa porta con sé anche il sleepless nights blues. Il ritmo circadiano inizia a perdere qualche colpo, l’interruttore interno che regola la veglia e il sonno comincia a non funzionare più a dovere. Con nostalgia ripenso al passato quando il dormire sette/otto ore era la regola. I problemi iniziano quando davanti all’età compare il big five e quelli che sto affrontando in questi ultimi mesi sono diversi da quelli di cui ho già parlato qui sul blog, quando scrivevo del demone delle notti senza sonno lo facevo mentre affrontavo cambiamenti strutturali della mia vita, mentre ora la maledizione di dormire solo poche ore per notte è una costante che attraversa qualunque stato del mio animo, un valore fisso che non si cura della mia condizione altalenante, una grandezza adimensionale ormai insita in me.

E’ una faccenda abbastanza comune, nei sinodi che organizzo con gli amici si parla anche di questo, non sono il solo e anche una mia amica d’infanzia ora farmacista me lo conferma. Cerco di riaggiustare il ritmo con pastiglie di Circadin (un non-proprio farmaco a base di melatonina ordinatomi dal medico di base) o con quella sorta di integratori dal nome tipo “sonno relax” della Bio&Vegan (su suggerimento della pollastrella con cui vivo).

Svolgimento standard delle mie notti insonni sul divano:

stanco e con gli occhi che mi si chiudono verso le 22,30/23 mi infilo sotto le coperte. Qualche pagina di Robinson Crusoe (naturalmente nella nuova edizione della Universale Economica Feltrinelli) e poi cado in un sonno quasi mai sereno. Sogno Mick Ralphs (e non sto facendo del cinema, ahimè è tutto vero); il contesto non è chiaro, sono backstage, insieme a me c’è la mia groupie, siamo a metà via tra la Bad Company degli anni d’oro e e quella dell’ultimo periodo. Ralphs e Rodgers entrano ed escono da delle porte, noi siamo lì, a meno di un metro ma in un modo o nell’altro non riusciamo mai a parlare con loro. Ad un certo punto mi accorgo di avere le scarpe che sia Mick che Paul indossavano dal vivo con la Bad Company negli anni settanta.

Paul Rodgers & Mick Ralphs (Getty Images)

In preda alla solita ansia da sogno quando le mie avventure oniriche hanno a che fare con delle rockstar (con le quali in un modo o nell’altro non riesco mai ad entrare in contatto sebbene io sia lì con loro ) mi sveglio di colpo. Apro gli occhi nel buio, la stufa non è ancora partita, dunque non sono nemmeno le 6 del mattino, prego il Dark Lord che siano almeno le 5, cerco di riaddormentarmi, non riesco. Mi alzo, vado in cucina: sono le 2,40. E adesso? Dove cazzo vai alle 2,40 della notte? Mi metto la tuta, prendo la sveglia, gli occhiali, il cellulino, il libro che sto leggendo, l’ultimo numero di Linus e mi sposto in sala. Fa un freddo becco, la temperatura della stanza è di nemmeno 15 gradi (abitiamo in campagna, il gas di città qui non arriva, ci adattiamo con una stufa a pellet per non spendere tutte le nostre risorse in gpl), mi preparo una cuccia con tre panni, accendo la lucina e mi metto a leggere.

Passano pochi minuti e Palmiro arriva a sistemarsi sul mio petto. Fa la pastella, mette in moto le fusa, mi fissa.

“Sì, Palmir anche io ti voglio bene, grazie pandorino, ma non mi dispiacerebbe leggere un po’ “

Con una piccola pantera addosso non è semplice concentrarsi sulla lettura, così rinuncio e provo a riaddormentarmi.

Notti insonni sul divano – autoscatto TT

Passano venti minuti ma non c’è nulla da fare. Mi alzo, vado a prendere uno sciarpone in cui avvolgermi il collo. Torno sul divano, prendo in mano Linus, leggo un articolo, qualche striscia ed ecco che lo Stricchetto (l’altra gattina che ormai si è accasata da noi – vedi il paragrafo relativo nel post del 9 novembre: https://timtirelli.com/2017/11/09/leaves-are-falling-all-around-the-autumn-moon-lights-my-way-blues/) si sveglia e viene a gettarsi sulle mie gambe. Palmir dall’entrata osserva tutto, certo non deve fargli piacere che la gattina rompiscatole entrata improvvisamente nella sua vita s’impossessi del suo umano, così vince l’incazzatura e viene a reclamare il suo posto. Mi torna sul petto, fa di nuovo la pastella, le fusa ormai rischiano di svegliare Saura che dorme in camera e poi si accovaccia, muso contro muso. Come si fa a leggere Linus in quelle condizioni?

Notti insonni sul divano – autoscatto TT

Vi rinuncio anche perché Palmir è scivolato nel sentimental mood, ora mi abbraccia, infila il suo muso sotto al mio mento, vuole dimostrarmi tutto il suo affetto. E’ uno di quei momenti speciali in cui due mammiferi di specie diverse cercano,  l’uno nell’altro, riparo dalla metafisica.

Notti insonni sul divano – autoscatto TT

Ripongo Linus, cerco di riaddormentarmi, ho il corpo a zig zag, cerco lo spazio tra la Stricchi e Palmir. Il sonno però non arriva, non riesco  smettere di pensare, mi vengono in mente le cose più disparate:

ZAVORRA MENTALE 1:

Ripenso alla mia amica facebook Manu Iaquinta (con cui condivido tra l’altro l’amore per John  Miles) che mi chiese lumi circa un aggettivo da me usato in un commento ad un suo aggiornamento dove, con la mia solita sobria, formale eleganza emiliana le scrivevo “dio bo’ Manu se sei scomoda”. Scomodo è un aggettivo che ha un significato ben definito, qui da noi, nell’Emilia profonda, prende sfumature tutte sue.

Dal Nuovo Dizionario Piccagliani:

Scòmed : scomodo, ovvero performante, capace di grandi prestazioni, eminente, sublime, eccellente (…) Scomodo, quindi, non tanto in quanto aggettivo applicabile ad un divano o a un bidè, ma piuttosto un attributo di esaltazione di particolari qualità con le quali non è agevole, ovvero comodo, per nessuno venire a patti (…) dare dello ‘scòmed’ manifesta quindi un’ elargizione di ammirazione notevolissima, si rivela l’iper-complimento per chi nel proprio campo cammina almeno a due spanne da terra e mangia la minestra in testa agli altri.

ZAVORRA MENTALE 2:

Mi fluttua poi tra le onde cerebrali una spazzatura di pensiero di almeno 17 anni fa, quando ascoltai un conversazione tra due mie colleghe, dove una chiedeva all’altra:

“Allora, ho saputo che hai preso casa a Modena, in che zona ?”

“Centro storico”, rispondeva l’altra con insopportabile sicumera.

Io rimasi basito, visto che in realtà l’appartamento era almeno un chilometro fuori da porta Bologna, dunque ben distante dall‘heart of the city.

ZAVORRA MENTALE 3:

Cambio posizione, i due gatti scendono dal divano. Mi concentro sulla musica, spero che la mia musa preferita mi concili il sonno, non so perché ma mi viene in mente “New York Blues” degli Yardbirds”, con con le 5 note di chitarra prese in prestito da Page per l’intro di SIBLY:

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la speranza che la chitarra di Geoffrey Arnold  Beck mi accompagni lungo i sentieri del sonno è vana, un altro sacchetto d’immondizia di pensieri mi casca addosso…

mi salgono alla mente piccole figure di merda che feci in passato, atteggiamenti discutibili che tenni con amici e conoscenti, il blues di non essere riuscito l’anno scorso ad avvicinarmi al palco dove suonava la Bad Company a Glasgow e così a vedere Mick Ralphs più da vicino il tutto per colpa di una zelante stewart, gli istanti imbarazzanti prima di trovare il giusto timing per la foto di rito con Jon Anderson nel post gig party dell’Hammersmith Odeon lo scorso marzo, le poche righe per Jimmy Page che vergai sulla biografia italiana che scrissi su di lui e che Robert Plant si offrì di consegnare (esordii con un “Hey Jimbo…” … ma dio bonino si può arrivare a chiamare – per iscritto – Jimbo una rockstar “scomoda” come Jimmy Poige?).

E’ chiaro che sto impazzendo, così mi alzo, mangio uno dei miei gelatini all’amarena della Coop e mi ributto sotto lo strato di panni, sperando di riuscire finalmente a sbarazzarmi di me stesso.

Non riesco. Sono quasi le 6. Sfinito e sconfitto mi alzo, accendo la stufa e preparo la colazione per la pollastrella. Alle 6,20 suona la sveglia, lei si alza, si affaccia in cucina e si scioglie in un sorriso nel vedere thè, biscotti e spremuta pronti.

“Grazie Tyrrell, va tutto bene?”.

“Va tutto benissimo groupie, mi sono solo svegliato un po’ prima per prepararti la colazione”.

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Brevi momenti di rock anni settanta

3 Dic

Su questo blog di rock degli anni settanta si parla spesso, fa parte del nostro DNA, lo abbiamo nel sangue, nell’animo, nell’apparato vestibolare, nella maruga (nella testa insomma), nelle mani, nei piedi, per farla breve dappertutto. Arrivati ad un (in)certa età, capita a volte che di rock non se ne possa più, lo abbiamo scritto più volte, essendo una musica che ha quasi esaurito il suo corso, i grandi dischi e i grandi artisti rock sono sempre quelli. Ci sono giorni dunque che non si sa cosa ascoltare, sebbene si tenda a fare pulizia ad ogni cambio di luna e a sbarazzarsi della zavorra, si hanno centinaia di LP, migliaia di cd, decine di musicassette, chilogrammi di musica liquida (file flac sugli hard disk, gli odiosi mp3 nelle chiavette in macchina) e nonostante tutto non si sa dove andare a sbattere l’udito. Sono quei momenti in cui sembra di impazzire: si ha l’arte da cui si è ossessionati – quella creata in quel decennio stupefacente- a portata di orecchio e non si è più capaci di usufruirne. Si è convinti di non riuscire più a trovare pace, di naufragare nel disinteresse verso questo grande amore, quand’ecco che in successione arrivano quasi per caso momenti intensi di rock anni settanta fino al midollo.

Compagnia cantante

Un giovedì sera qualunque. La notte precedente l’ hai passata insonne, torni a casa dal lavoro, ti fai una doccia, ceni e ti butti sul divano. Cerchi di guardare la prima puntata di una serie TV che potrebbe interessarti ma dopo un quarto d’ora ti addormenti. Alle 22 ti svegli, sei rimbambito come un tocco (dal dialetto emiliano, Toc, tacchino), hai i calzettoni abbassati, i pantaloni della tuta tutti sbigolati, lo stesso sguardo espressivo di un branzino al forno, ma sai che se vai a letto non riuscirai a prendere sonno, non subito almeno, e allora cerchi qualcosa da fare. Vai nello studiolo, ti rendi conto che devi ancora sentire l’ultima versione bootleg che hai scaricato da dimeadozen di un concerto di uno dei tuoi gruppi super preferiti, un concerto registrato da un fan nel febbraio del 1976 a Goteborg e allora, visto che la pollastrella che vive con te è ancora sveglia ed è una appassionata di rock (quasi) come te, lo infili nel lettore e lo confronti con la vecchia versione in tuo possesso. Ascoltare un bootleg in qualità audience (diciamo 3/4 su 5) quando sei in quelle condizioni non è il massimo, senti l’inizio di un paio di pezzi e poi riponi i dischetti nelle loro custodie, ma intanto qualcosa è scattato dentro di te, una insospettata voglia rock inizia a farsi spazio tra i circa 100.000 miliardi di cellule che formano il tuo corpo. Dagli scaffali prendi il live ufficiale degli anni settanta del gruppo in questione, selezioni due pezzi lenti, che in apparenza possono anche sembrare simili, e ti ritrovi di colpo immerso in un godimento immenso.

In una manciata di minuti inaspettatamente riprendi a vibrare, ti sorprendi di quanto sia fantastico quello che stai ascoltando (anche se le versioni non sono impeccabili), di che rock imputanito esca dal tuo impianto e di come sia meraviglioso.

Bad Company live 1977 – The Summit Houston

Non c’è niente di più anni settanta di un gruppo di quattro ragazzotti inglesi tra i 27 e i 33 anni pieni di testosterone ripresi in un grande palasport del Texas, alle prese con pezzi lenti che parlano in modo semplice di amore, sesso, vita e del fatto di essere uomini semplici. Sono concetti espressi in maniera così lineare che paradossalmente si trasformano in poetica, magari tout court, ma comunque poetica. Il cantato passionale di chi trova pietre sul sentiero che sta percorrendo e brama il far l’amore per sottrarsi ai blues della vita, l’assolo ispirato e misurato in la minore, il bell’incedere di basso e batteria.

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Preludi chitarristici che formano malinconiche foschie musicali, il tema principale che verte sulle aspirazioni più essenziali dell’essere un uomo, comprensibili formule musicali che sotto la volta di un palasport texano e suonate davanti a 15000 persone diventano suggestioni che amplificano il valore stesso della canzone. Facile immaginare la scena, faretti colorati, vestiti da scena, luci e ombre che si rincorrono sopra le teste dei partecipanti e che fluttuano sul ritmo della musica.

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Ecco, vai a letto con una energia nuova, con un senso di beatitudine che riesce a spazzar via – almeno in parte – le fatiche psichiche e i blues della vita moderna. Dark Lord, thank you for the (Bad) Company.

(Il live della Bad Company sul blog: https://timtirelli.com/2016/05/11/bad-company-live-1977-1979-swan-song-rhino-2016-ttttt/)

Ali al vento

Pochi giorni dopo sei per strada per lavoro. Stonecity brulica di camion, di furgoncini, di suv. Ti fermi da un cliente, rientri in macchina e torni verso l’ufficio. Il lettore d’improvviso passa un altro momento anni settanta, anzi forse IL momento anni settanta:

Sitting In The Stand Of The Sports Arena
Waiting For The Show To Begin
Red Lights, Green Lights, Strawberry Wine,
A Good Friend Of Mine, Follows The Stars,
Venus And Mars
Are Alright Tonight.

Devi accostare, chiudi gli occhi e rivedi la scena: il ritorno in tour di un gigante del rock, il ghiaccio secco, i pianeti che si allineano in una delle più belle introduzioni di sempre, strumenti elettrici a due manici, il buio rischiarato dai faretti, bolle di sapone che riflettono le buone vibrazioni, il rock che canta se stesso, la meraviglia, l’enfasi, la decadenza e la ingenuità degli anni settanta assemblate in un unico contesto. Commosso, con le lacrime agli occhi ringrazi (e maledici) ancora una volta il Dark Lord che in qualche modo ti ha salvato (e rovinato) la vita (al tempo stesso).

The Lights Go Down – They’re Back In Town O.K.
Behind The Stacks You Glimpse An Axe
The Tension Mounts You Score An Ounce Ole!
Temperatures Rise As You See The White Of Their Eyes

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Sant’Anna

Venerdì, giorno di ferie. Hai qualche impiccio personale da sbrigare. Torni a casa, la pollastrella è ancora al lavoro. Avresti voglia di ascoltare qualcosa ma non ti va di certo di passare un’eternità davanti agli scaffali per decidere cosa mettere sul piatto. Lasci scivolare così nel lettore video dell’impianto TV un vecchio DVD che il tuo amico Paolino Lisoni ti aveva fatto tempo addietro. Non ti aspetti nulla, eppure non appena il primo chitarrista per cui perdesti la testa sale sul palco dell’Hammersmith Odeon inizi a sentirti vibrare. Il dolce vita bianco, il baffo prominente, la Yamaha scintillante, la camicia aperta di Tom Coster alle tastiere, l’esuberanza fisica del cantante Luther Rabb, le trame percussive che scatenano in te impulsi primordiali.

Basta un minuto di Carnaval per farti catturare totalmente. Sono gli ultimi giorni del 1976, L’album Festival è previsto in uscita con l’anno nuovo, il gruppo non ha più i membri leggendari del primo periodo (tipo Michael Shrieve ), ma la formazione è ugualmente straordinaria, la musica che il gruppo produce è di una bellezza e di una carica senza uguali. Ti senti quasi fortunato di non aver avuto l’occasione di assistere ad un concerto del genere allora, eri poco più di un imberbe ragazzino e l’esperienza ti avrebbe travolto. L’assolo di Dance Sister Dance che dal minuto 3:15 ti spinge verso pulsazioni universali, quel (jazz) rock in bilico tra nord e sud America ti riporta di botto tra le braccia di quella incredibile esperienza musicale che furono gli anni settanta.

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Revelations è uno dei tuoi pezzi preferiti, tocca le tue corde come poca altra aria sonora, lo stesso dicasi per Europa, uno dei gioielli e uno dei inni degli anni settanta qui forse nella sua versione definitiva.

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E allora così sia, giunti a questa età, con tutte le tribolazioni legate persino alla fruizione della stessa musica che ci ha creato, bastano questi brevi momenti per farci di nuovo andare tempo con il respiro universale. W il rock degli anni settanta, W quegli anni formidabili e irripetibili.

 

NEWS: ‘Hier und Heute’ vom 14. Oktober 1969 | Rockpalast WDR TV – breve raro filmato con NICE, FREE, YES e PETER GREEN’S FLEETWOOD MAC.

24 Nov

Tra gli archivi della TV tedesca WDR, ci sono vecchi filmati dell’ESSEN POP & BLUES FESTIVAL dell’ottobre 1969, in uno di questi (il secondo, la cui didascalia è ‘Hier und Heute’ vom 14. Oktober 1969 | Rockpalast | 28.03.2016 | 09:52 Min. | WDR) vi sono alcuni secondi dedicati ai NICE, ai FREE, YES e ai PETER GREEN’S FLEETWOOD MAC.

Sono soprattutto i 20 secondi dedicati ai FREE a sorprenderci, visto il poco materiale video disponibile del gruppo. I quattro campioni del blues rock britannico sono alle prese con THE HUNTER. Notare che nella foga Andy Fraser rompe una corda del basso.

FREE Essen october 1969

Naturalmente è un colpo al cuore anche vedere Keith Emerson al piano, così come gli YES con ancora Peter Banks alla chitarra e i PG’s FM alle prese con Alabatros.

Sarebbe bello se esistessero le registrazioni complete, o perlomeno di qualche brano.

https://www1.wdr.de/fernsehen/rockpalast/sendung/from-the-archives-essener-pop-and-blues-festival-100.html

 

“Per favore, non pensare male a me” (Ragazze calde dell’est blues)

23 Nov

D’improvviso un’email:

Ciao.
È una sorpresa per te vedere questa lettera? Sono sicuro che sì.
Ma iniziamo tutto in ordine. Mi chiamo Rossella. Al momento ho 38 anni.
Spero che la mia età non ti spaventi. Ma voglio dirti con sicurezza che sono ancora una donna giovane e sexy che vuole fare sesso.
Sicuramente dirai qual è il problema sei una bella donna.
Il problema è che ho un marito e due figli. Per questo motivo, non posso scendere così facilmente per la strada e urlare, quale degli uomini vuole fare sesso?
Mille grazie alla persona che ha inventato Internet. Ha dato una possibilità a tutte le donne in cerca di uomini in tutto il mondo.
Non pensare male a me, amo mio marito e i miei figli.
Ma il sesso per me è una parte importante della vita.
Purtroppo mio marito non ha più l’opportunità di compiacermi con il sesso e per questo devo accontentarmi di vari giocattoli sessuali.
Per me non è stato facile prendere una decisione del genere, ma dopo una lunga esitazione, mi sono reso conto che non ho via d’uscita e ho bisogno di trovare un uomo per una vita intima.
Capisco che suoni sciocco. Siamo in paesi diversi con voi. Ma non penso che questo sarà un problema.
Mezzi finanziari mi permettono, sono una donna completamente protetta. Posso visitare il tuo paese ogni settimana.
Mi sono completamente dimenticato di dirlo. Ho i miei affari che ho ereditato. Ma non stiamo parlando di questo ora.
Cosa ne pensi, possiamo diventare amici sessuali con te?
Per cominciare, potremmo scambiare foto pazze sexy. Parla e cerca di trovare interessi comuni.
E poi incontrare e fare cose per le quali tutto è iniziato. Ora sto parlando di sesso.
Spero che una simile offerta per te non sia un insulto.
Ma allo stesso tempo non voglio che tu pensi a me che sono una prostituta.
Ora sono molto a disagio, ma ti chiedo di non rispondermi a questa email.
Se mio marito scopre che sto cercando un uomo per una vita intima, mi ucciderà.
Dirà a tutti i miei figli. Ti prego di non rompere la mia famiglia.
Ho pensato fino ai piccoli dettagli.
Mi sono registrato sul sito click  e ti chiedo di fare lo stesso.
Dopo averlo fatto, trovami lì.
Il mio soprannome Scarlett-wow
Lì saremo in grado di continuare la nostra comunicazione con voi.
Ti mando come scusa per le difficoltà della tua foto intima.
Spero che il tuo cazzo si sia eccitato.
In generale, se sei interessato alla mia proposta, scrivimi sul sito.
Sto aspettando La tua ragazza sexy, Scarlett

Cara Scarlett Rossella, ho ricevuto la tua email, la tua età mi spaventa, ma non per quello che pensi tu, tu milf giovane e sexy e io uomo di blues miserello di una (in)certa età. Spiace a me tu abbia un marito che non ti soddisfa più, ma perché pensi io possa soddisfare te? Non è meglio per te scendere in strada a urlare? Uomini capisce tu vuoi fare sesso, vedrai tu risolvi tuo problema. Ho capito che sei una donna con possibilità economiche, beata te, anche a me piacerebbe essere completamente protetto e avere mezzi finanziari che mi permettono, sono contento che hai i tuoi affari che hai ereditato, siete molto fortunati nel paese in cui tu sei. Possiamo diventare amici sessuali e scambiarci foto pazze sexy? Tipo io in pigiama davanti a mio giradischi mentre ascolto long playing e piango? Io parla, certo, ma sicura noi trovare interessi comuni? Davvero a te può interessare storia di DDR, di Alvaro Recoba, Mick Ralphs o John Miles?

Io non pensa a te come prostituta, io pensa a te come brava giovane donna sexy che cerca sesso perché povere marito non unge più lo sprocco, non essere tu a disagio, e non preoccuparti io non risponde a tua email, non voglio che tuo povero marito con pistolino barzotto poi uccide te e dirà a tutti i tuoi figli (a proposito, io curioso, quanti figli tu hai?) e non voglio rompere la tua famiglia.

Non so se cliccare sul link che mi hai inviato, magari se io registro sul sito che tu parli poi arrivano virus sul mio computer oppure vengono i carabinieri a mettermi le manette, non guardo nemmeno la foto sexy che tu inviato perché poi dovrei inviarti la mia e dovrei lavorare molto di photoshop, io non avere tempo. Scusa Rossella uau.

Mio pistolino molto eccitato quando vedo Maurito Icardi mettere palla in rete, io forse gay, mi spiace mia ragazza sexy ma devo risponderti alla maniera di mio amico Fonta: “ma va’tla a tor in tal chiul!”.

 

 

David Lagercrantz “L’uomo che inseguiva la sua ombra – Millenium 5” (Marsilio 2017) – TTTT

21 Nov

Ogni volta che penso a Stieg Larsson mi assale la tristezza. Autore della trilogia di Millenium, morì poco prima che i suoi tre libri diventassero autentici bestseller. Non godé mai della sicurezza economica a cui  anelava, era certo però che la saga di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist lo avrebbe ricompensato rendendogli la seconda parte della vita tranquilla, e invece …

Stieg Larsson

Come scrivemmo in occasione dell’uscita di Millenium 4, dopo la sua morte padre e fratello (per lui quasi due sconosciuti) affidarono a David Lagercrantz il compito di proseguire le storie dei personaggi creati da Stieg. L’Uomo Che Inseguiva La Sua Ombra è il quinto capitolo e secondo me è davvero riuscito. Una volta che ci si rende conto che Larsson non c’è più e che non si può rimpiangerlo all’infinito, le qualità di Lagenrcrantz vengono in superficie in maniera decisa. Il romanzo è ben scritto, la storia avvincente e i personaggi rimangono credibili. L’autore sta trovando una sua via, il genere è quello, le ambientazioni anche, ma sembra proprio che Lagercranz si sia scrollato di dosso definitivamente l’ombra di Larsson. I personaggi hanno le caratteristiche dei primi tre romanzi , ma Lagercrantz riesce ad arricchirle di sfumature niente male, lo sviluppo futuro promette bene.

Millenium sul blog:

https://timtirelli.com/2015/11/10/david-lagercrantz-quello-che-non-uccide-millenium-4-marsilio-2015-ttt%C2%BE/

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http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172780/l-uomo-che-inseguiva-la-sua-ombra

Sinossi

L’aver portato alla luce un intrigo criminale internazionale, mettendo in mano al giornalista investigativo più famoso di Svezia lo scoop del decennio, non è bastato a risparmiare a Lisbeth Salander una breve condanna da scontare in un carcere di massima sicurezza. E così, mentre a Mikael Blomkvist e a Millennium vanno onori e gloria, lei si ritrova a Flodberga insieme alle peggiori delinquenti del paese, anche se la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. È in grado di tener testa alle detenute più spietate – in particolare una certa Benito, che pare avere l’intero penitenziario ai suoi piedi, guardie comprese -, e ha altro a cui pensare. Ora che è venuta in possesso di informazioni che potrebbero aggiungere un fondamentale tassello al quadro della sua tortuosa infanzia, vuole vederci chiaro. Con l’aiuto di Mikael, la celebre hacker comincia a indagare su una serie di nominativi di un misterioso elenco che risveglia in lei velati ricordi. Soprattutto quello di una donna con una voglia rosso fiammante sul collo. Nella sua inestinguibile sete di giustizia, Lisbeth rischia di riaccendere le forze oscure del suo passato che ora, in nome di un folle e illusorio bene più grande, quasi sembrano aver stretto un’alleanza per darle di nuovo la caccia. Come un drago, quello stesso drago che ha voluto tatuarsi sul corpo, per annientare i suoi avversari Lisbeth è pronta a sputare fiamme e a distruggere il male con il fuoco che brucia dentro tutti quelli che vengono calpestati.

David Lagercrantz

David Lagercrantz (1962), affermato scrittore e giornalista, vive a Stoccolma. Oltre alla celebre biografia Io, Ibra sulla vita di Zlatan Ibrahimovic´, ha pubblicato diversi romanzi, tra cui La caduta di un uomo. Indagine sulla morte di Alan Turing (Marsilio 2016). Dopo Quello che non uccide, pubblicato con successo in 40 paesi, con L’uomo che inseguiva la sua ombra Lagercrantz firma il quinto episodio della saga creata da Stieg Larsson e intitolata alla rivista d’inchiesta Millennium – uno dei più clamorosi fenomeni editoriali di tutti i tempi, con oltre 80 milioni di copie vendute nel mondo.

Intervista con Susan Whitall, giornalista di CREEM extraordinaire – di Paolo Barone

15 Nov

Quando il nostro Michigan boy mi ha informato circa la possibilità di intervistare per il blog Susan Whitall – giornalista e scrittrice americana – mi sono sentito euforico, la rivista musicale CREEM è stata un punto fermo per la musica rock e per il sottoscritto. Per quelli della mia generazione il giornale in questione è stato un punto di riferimento. Difficilissimo trovarla in Italia, l’unica era farsela spedire da qualche conoscente, quei pochi numeri arrivati sulle mie sponde illuminarono per mesi la mia voglia rock. Sono sempre stato uno da CREEM, Rolling Stone pur essendo un alto snodo cruciale per lo sviluppo del rock, non mi ha mai appassionato appieno, e molte delle altre testate rock americane mi parevano dozzinali e superficiali … e se avevo questa sensazione in giovanissima età è segno che lo erano davvero. Il figura più conosciuta di CREEM era ed è Lester Bangs, preparatissimo giornalista musicale che ammiravo (e ammiro) molto pur avendo con lui un rapporto conflittuale. Spesso Polbi (Paolo Barone insomma) mi dice che a volte glielo ricordo, quando il fervore per il rock più essenziale mi assale la mia visione della musica rock si sovrappone a quella di Bangs secondo il mio amico. Sarà, fatto sta che è un grande onore per noi ospitare su questo blog miserello Susan Whitall.

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Birmingham e’ una zona dell’area metropolitana di Detroit a una ventina di minuti dal confine fra poveri e ricchi segnato da Eight Mile. Belle case, negozi sulla main street, ristoranti, banche e un teatro. Insomma il solito incubo del Midwest americano. Eppure e’ qui, fra tutta questa disarmante normalita’, che negli anni settanta ha abitato Creem, la piu’ leggendaria rivista di musica Rock di tutti i tempi. E in qualche modo le istituzioni locali si devono essere rese conto di aver avuto da quelle parti un qualcosa di veramente memorabile, tanto da aver deciso ultimamente di dedicargli un piccolo museo cittadino ricostruendo, con il contributo e le donazioni dei redattori, una parte degli uffici della rivista.  Niente di che logicamente, ma quando lo hanno inaugurato e’ stata l’occasione per riunire molti dei fotografi e giornalisti, fra cui Susan Whitall che fino a meta’ anni ottanta e’ stata una delle presenze piu’ importanti nella storia di Creem. Oggi oltre ad essere una giornalista molto affermata, e’ anche una scrittrice con diversi libri pubblicati e altri in cantiere.

Per chi legge di musica Creem e’ una leggenda al pari delle band di cui parlavano le sue pagine, e molti dei suoi redattori delle Rockstar. E’ quindi con una certa emozione che mi ritrovo in uno Starbucks di sabato mattina per una lunga chiacchierata con Susan Whitall…

Susan Whithall

Allora Susan, proviamo a partire dall’inizio, come sei arrivata a lavorare per Creem Magazine?

Ero appena tornata da un lungo soggiorno a Londra, e cercavo un lavoro. Non avevo trovato ancora nulla di stabile, e un giorno mentre in una libreria sfogliavo un numero di Creem, il proprietario mi avvicina e mi dice che quelli che fanno questa rivista sono un branco di stronzi, che gli devono dei soldi e che stanno proprio al piano di sopra dello stesso stabile! Non ero una grande appassionata di musica, anche se avevo visto i Beatles due volte, gli MC5 e altri. Ma Creem mi aveva veramente colpito…Decisi sul momento di andare direttamente a bussare alla porta e provare. Mi apri’ uno dei redattori, dentro c’era un casino indescrivibile, gli dissi che cercavo un lavoro, che sapevo scrivere a macchina e parlavo Francese…Bene! Mi disse, il tuo primo lavoro per ora lo hai trovato, traduci il prima possibile quest’articolo della rivista francese Rock & Pop e poi vediamo come te la cavi, sia a scrivere che a passare un po’di tempo con noi.

Creem settembre 1973

Come era una tipica giornata di lavoro a Creem in quel periodo?

Iniziava tardi! Il primo giorno ricordo che sono arrivata alle dieci pensando di essere un po’ in ritardo, ma l’unica persona li’ era la segretaria che non mi ha nemmeno fatto entrare! Qualche ora dopo e’ arrivato Lester Bangs che non avevo mai visto prima, si e’ incazzato con la poveretta che non mi aveva lasciato passare e tutto e’ cominciato.

Diciamo che una tipica giornata di lavoro a Creem iniziava verso l’una e andava avanti a tempo indeterminato. Io per prima cosa vedevo se avevamo ricevuto telefonate urgenti da qualche casa discografica, poi chiamavo chi scriveva i pezzi per sapere come andavano gli articoli. Dovevamo chiudere i numeri con un paio di mesi di anticipo, e ricordiamoci che tutto si faceva per telefono e posta. La rivista prendeva forma fisicamente, costruivamo il numero e lo si mandava in stampa. Una volta per un disguido postale abbiamo perso tutto, un mese di lavoro buttato, un incubo. Da quella volta in poi, uno di noi prendeva ogni mese l’aereo e lo portava personalmente in stampa in Canada!

Susan Whithall

In quanti eravate a lavorare per Creem?

Eravamo tanti. Almeno dodici persone fisse in redazione, più tutti i free lance e quelli che si aggiungevano per aiutare a chiudere il numero quando si avvicinava la data di consegna. Pensa che per tutti era un lavoro sufficiente a poterci vivere decentemente. Ci pagavamo la casa, le bollette e tutto con lo stipendio del giornale. Nella prima fase ero precaria e mi occupavo dell’inserto dedicato alla scena locale “Extra Creem” che usciva in Michigan, Ontario e Ohio. Poi grazie a un piano di sviluppo dello stato del Michigan venimmo assunti in molti, con un contributo statale del 50%. Tutto questo oggi sarebbe impensabile. Cosi come lo era a fine anni sessanta quando la redazione di Creem era composta da un gruppo variabile di appassionati che venivano pagati in dischi.

Lo staff di Creem nel 1975

Compri riviste di musica oggi?

A volte si, compro le riviste inglesi pur trovandole molto costose. Ma devo dire che sono sempre impegnata a scrivere, e le riviste musicali non sono le mie letture principali oggi.

C’e’ qualche band che ha un posto speciale nei tuoi ricordi?

E’ difficile dirlo, erano tante e con molti si sono creati dei rapporti di vera amicizia. Ma forse il legame piu’ forte in quegli anni lo avevamo sviluppato con i Led Zeppelin. Ricordo che una volta mi mandarono a Chicago per consegnare il premio di Creem “ Boy Howdy “ del referendum dei lettori, che loro avevano stravinto in ogni categoria. Il fotografo con me era Neil Preston, bravissimo e in ottimi rapporti con la band. Era il 1977 e loro erano in un grande albergo, assediato da centinaia di groupies. Io ero una ragazza come loro, non avevano la minima idea che fossi una redattrice di Creem, e quando entrammo nell’ascensore fui letteralmente presa a schiaffi da una pazza che voleva il mio posto ad ogni costo! Una follia! Una volta sopra trovammo Plant ad accoglierci, gentile e affascinante come sempre, disponibilissimo a farsi fotografare. Ma di Page nessuna traccia…Pensammo che era in camera chiuso nel suo mondo, sicuramente non disponibile per fare questa cazzata…C’era un giornalista di un altra rivista in lacrime davanti alla porta della sua stanza, doveva fare un intervista con loro in copertina e non c’era verso di parlare con Mr. Page. Oggi sappiamo che era all’apice della sua dipendenza da eroina, ma all’epoca non ne avevamo idea. Per farsi perdonare ci fece arrivare in redazione due intere file di biglietti per lo show al Silverdome di Pontiac. Erano talmente tanti biglietti che non sapevamo piu’ chi invitare, andammo con il furgone che si usava per le consegne, con noi venne pure Mitch Ryder e porto’ dei bottiglioni di vodka e succo di arancia, che non so come siamo arrivati tutti sani e salvi quella volta…

Creem aprile 1977

Chissà quanto avete festeggiato in quel periodo…

Andai al mio primo r’n’r’ party con Lester Bangs. Lo invitavano sempre tutti, anche quelli che lui distruggeva sulle pagine della rivista. I Faces avevano suonato alla Cobo Hall, e noi siamo entrati nel backstage…Ron Wood urla Leeesteeeerr!! Cazzo eravamo Creem Magazine! Dopo un po’ Ron ci dice di andare a una festa privata, e ci mette in macchina Bobby Womack che sa la strada. Arriviamo in una casa molto di classe e David Ruffin della Motown ci apre la porta…erano tutti vestiti benissimo, e noi eravamo tre rock and roll kids totalmente fuori luogo. Lester si mise subito a ballare in maniera a dir poco sconveniente con la padrona di casa, moglie di Ruffin… poi siamo finiti tutti a cantare, Ron alla chitarra e tutti noi a fare i cori. Tutto bene finche’ Bangs decide di cantare una sua canzone, ecco diciamo che le parole non erano appropriate proprio come le sue danze di inizio serata…molto gentilmente venimmo messi alla porta, e fini il mio primo rock an roll party da redattrice di Creem!

Cosa pensi che rendesse Creem diversa dalle altre riviste?

La nostra assoluta liberta’ e il fatto che gli altri si prendevano molto sul serio, mentre noi ci divertivamo da pazzi! Parlavamo e scrivevamo delle nostre cose, di libri, film, trasmissioni televisive, droghe, tutto, e ridevamo sempre, era un lavorare sempre gioioso, tutto il giorno andava avanti cosi.

Avevate un rapporto speciale con qualche band locale?

MC5! Lester era molto vicino a Rob Tyner che veniva spesso in redazione. Cosi’ come Mitch Ryder e gli altri membri degli MC5, che erano tutte persone molto interessanti con cui parlare di qualsiasi cosa. Ma non abbiamo mai avuto una particolare vocazione locale, ci siamo sempre rivolti a tutto quello che di interessante stava succedendo nella scena musicale internazionale.

Pensi che essere a Detroit abbia avuto un ruolo importante nella storia di Creem?

Senza alcun dubbio e per diverse ragioni. Intanto vivere qui e’ sempre stato abbastanza economico e quindi non eri sotto la pressione dei soldi. A fare il nostro lavoro a NYC o Los Angeles avevi sempre tutti sul collo, qui invece ci sentivamo protetti. Quando andavamo in quelle citta’ era un delirio: Concerti, open bar, labels, tutto 24 ore su 24, sette giorni alla settimana, non so come la gente potesse reggere! Da noi qui era l’opposto, la realta’ ti teneva con i piedi per terra. Guarda cosa e’ successo a Lester. A New York lo incoraggiavano ad andare piu’ fuori di testa possibile. Qui una volta un DJ della radio locale lo ha trovato su Woodward Avenue nella sua macchina rossa sportiva, con lo sportello aperto, la radio e il motore accesi e lui completamente privo di sensi. Tutto quello che ha fatto e’ stato portarlo a casa e aspettare che si riprendesse. Mentre poi a NYC lo avrebbero trattato come un pagliaccio da circo. Qui eravamo piu’ liberi e piu’ veri. Alle volte le case discografiche ci chiedevano la copertina del numero per una loro band. Noi non le abbiamo mai garantite a nessuno “ Possiamo scrivere un pezzo, proporlo in riunione di redazione, ma la decisone e’ nostra non vostra! Ma come…Rolling Stone lo fa, ci dicevano increduli…Ecco, noi siamo Creem, non Rolling Stone! “  La nostra integrità per noi era irrinunciabile.

 

Quante copie vendevate?

150.000 copie piu’ o meno. Eravamo secondi dopo Rolling Stone…solo che loro vendevano un milione di copie a botta! Il gap era enorme, ma eravamo secondi. Non ci posso pensare che con quei numeri promettessero copertine e altro alle case discografiche. Ricordo che i Journey compravano la quarta di copertina e noi distruggevamo i loro dischi! Ma essere su Creem era importante comunque e per fortuna il nostro editore, lo straordinario Berry Kramer, non ci faceva nessuna pressione. Soltanto una volta mi disse di andare assolutamente ad incontrare Barry Manilow, e devo ammettere che non morivo dalla voglia…Comunque, busso al camerino dicendo che sono di Creem Magazine, e quello salta fuori con la testa piena di bigodini, urlandomi contro che il mio era uno schifo di giornale, e che Lester Bangs aveva scritto che era un cazzone! Non potei fare altro che tagliare la corda, dicendogli che non potevo prendere sul serio gli insulti di un uomo con i bigodini…

Chi ti e’ piaciuto di piu’ intervistare in quel periodo?

Come gia’ ti dicevo, avevamo rapporti molto profondi con molti. Ma devo dire che avere a che fare con Rory Gallagher era una cosa a parte. Io e lui eravamo veramente molto vicini, sono stata in tour con lui in Europa e nella sua Irlanda, ho conosciuto la sua famiglia, gente meravigliosa. Condividevamo una grande passione per i film Noir. Magari eravamo in un ristorante a New York, e ci mettevamo a trovare somiglianze fra le cameriere e le attrici dei film anni ’40 di cui lui sapeva proprio tutto. Ho incontrato piu’ volte gli Stones lavorando a Creem, ma poi li ho potuti intervistare solo anni dopo. E’ un piacere parlare con loro, cosi come con Paul Mc Cartney. Una volta andammo a Toronto nel pieno dei casini di Keith. Loro suonavano a El Mocambo, ma era impossibile avvicinarsi per quanta gente c’era. Un po’ disperati decidiamo di lasciar perdere e andiamo in un caffe’ fuori dal caos. Appena entriamo vedo Mick e Charlie seduti a un tavolino! Mi presento e gli dico che sono la capo redattrice di Creem e vorremmo parlare con loro dopo il concerto. Mick mi guarda incredulo, e dice che deve verificare chi sono…quindi si alza e va al telefono a gettoni a chiamare qualcuno, all’epoca senza cellulari anche Mick Jagger doveva andare al telefono pubblico! Torna dopo poco e mi dice che sono una bugiarda, che per Creem Magazine c’e’ gia’ Linda Robinson. Certo, l’ho mandata io! Gli rispondo, e allora Mick sempre un po’ incredulo propone una mediazione: Potevamo andare direttamente nel backstage senza passare dal concerto, avrebbe dato disposizioni in questo senso. Ma al ritorno a El Mocambo la situazione era ancora piu’ fuori controllo, e di arrivare alla porta del backstage non se ne parlava, cosi tornammo a casa dovendoci accontantare del resoconto di Linda. Anni dopo lo incontro per intervistarlo, e giusto per rompere il ghiaccio gli dico, io e te ci siamo incontrati tanti anni fa in un caffe’ vicino a El Mocambo, ti ricordi? Lui alza le mani e mi dice, aspetta un attimo prima di andare avanti, questa storia ha un happy ending o finisce male?! Mi ha fatto morire dal ridere, una delle migliori frasi da Rockstar di sempre! Anche Keith e’ un piacere da intervistare, totalmente innamorato della musica di Detroit.

Oggi Creem e’ ancora molto famosa in tutto il mondo.

Senza dubbio una cosa bellissima che lo spirito di Creem abbia viaggiato cosi nello spazio e nel tempo. In questo senso anche internet e’ stato fondamentale, si possono trovare tutti i numeri di Creem dalla prima all’ultima pagina.

C’e’ un numero della rivista a cui sei piu’ affezionata?

Si, un numero a cui non riuscivamo a trovare una copertina. A quel punto per noi i Led Zeppelin erano una certezza, e cosi mi misi io a scrivere un pezzo lunghissimo e fuori di testa, Led Zeppelin: A Psycho History . La gente ancora mi chiede di quell’articolo!

Creem – Led Zeppelin A psycho Story – Febbraio 1979

Scrivevate a casa o in redazione?

In redazione. Lester Bangs ci si era praticamente trasferito! Lavoravamo tutti tantissimo, e avevamo delle macchine da scrivere fantastiche e velocissime, delle Selectors, le migliori del tempo. Nessuno di noi poteva avere una cosa del genere a casa. E poi era bello condividere lo spazio, c’era sempre qualche discussione in corso, uno scambio continuo. Se volevi un po’ di pace ti dovevi mettere le cuffie o stare oltre le normali ore di lavoro. La sera andavamo tutti insieme a cena da Pasquale, un ristorante bar italiano, poi qualcuno tornava in ufficio fino a tardi. Nei giorni prima della chiusura di un numero eravamo praticamente tutti in ufficio senza tregua, ci passavamo anche la notte.

Pasquale’s Restaurant – Detroit

Una bella mole di lavoro…

Si, e piu’ di tutti mi colpiva Lester. La gente pensa, voglio essere come Lester Bangs, mi  sballo di alcool e di droghe, sento la musica, vado ai concerti e scrivo tutta la notte! Tutte cazzate.  Per essere come lui dovresti essere una dinamo di scrittore, lavorare instancabilmente, essere brillante, competente ed estremamente accurato. Eravamo tutti estremamente concentrati. Lester a volte scriveva apposta una fesseria nel suo pezzo, per poi vedere se ce ne accorgevamo prima di andare in stampa…Un modo per essere sicuro che leggessimo tutto, parola per parola! Oggi per controllare qualcosa si guarda Wikipedia, noi facevamo una telefonata ai diretti interessati.

Creem dicembre 1977

Avevate contatti con Rolling Stone?

Ufficiali no, personali logicamente si. Specialmente con Cameron Crowe, alle volte ci chiamava addirittura per sapere se avevamo bisogno di aiuto per chiudere il numero! Una persona sempre molto dolce con noi. Almost Famous non e’ stato accolto bene da alcuni ex Creem, ma io invece, forse anche perche’ all’epoca avevo la sua stessa eta’, credo sia un punto di vista molto valido nella sua innocenza. La sua visione di Lester Bangs puo’ essere stata riduttiva per qualcuno, ma il loro rapporto era veramente quello, Lester lo aiutava tantissimo per telefono. Quando uscì il film feci un intervista a Phillip Seymour Hoffman, e gli dissi che mi aveva colpito molto come aveva fatto a centrare la voce di Bangs. Mi disse che aveva studiato dei nastri di conversazioni di Crowe molto a fondo. Il film manca forse della descrizione del lato gioioso di Lester Bangs, ma e’ la visione di Cameron, quello era il suo mentore. Ed era un lato enorme della sua personalità.. Mi ha aiutato tantissimo, mi stimolava sempre a cogliere il punto in quello che stavo scrivendo. Il mio primo vero articolo fu su Peter Frampton, un artista che lui aveva stracciato. Eppure si mise per ore seduto con me ad aiutarmi a tirare fuori un pezzo nel modo più serio possibile. Insisto, vorrei tanto che questa sua grande professionalità venisse riconosciuta, almeno quanto il suo lato più folle. Aveva una grande disciplina.

Mi dicevi che stanno girando un documentario su Creem…

ìi, proprio in questi giorni. Molti di noi sono coinvolti attivamente, speriamo che venga fuori un buon lavoro. Ci sarebbe anche bisogno che qualcuno scrivesse un vero libro sulla storia di Creem, qualcosa che andasse nei dettagli di quegli anni e di quelle persone. Per me e’ stata un esperienza incredibilmente formativa, tutto il mio lavoro di giornalista e scrittrice venuto dopo ne ha beneficiato. Ricordo sempre i due grandi consigli che mi dava Lester: Se scrivi quando sei sballato o ubriaco, sul momento sembra un gran lavoro, ma il giorno dopo e’ quasi sempre spazzatura. E poi non esiste il blocco dello scrittore, muoviti e comincia a scrivere! Probabilmente tirerai fuori anche un mucchio di cazzate, ma poi con un po’ di lavoro quelle vanno via, e il buono resta. Continua a scrivere!

Che ne pensi dello scrivere di musica adesso?

Oggi quando scriviamo lo facciamo con e per internet, il che dovrebbe voler dire infinite possibilita’. Ma io la vedo diversamente. Io credo nei limiti, nelle scadenze, nei confini che ti aiutano ad essere a fuoco e tirare fuori l’essenziale. E poi credo che ci sia ancora spazio per qualcuno che voglia dare una bussola, un aiuto, per orientarsi in questo mare di musica che oggi e’ immediatamente disponibile.

Susan Whitehall at Creem office 1976-77 circa

Paolo Barone © 2017

 

 

Valerio Evangelisti ” Eymerich Risorge” (Mondadori 2017) – TTTT

13 Nov

Undicesimo episodio della saga dell’Inquisitore Eymerich, personaggio creato da Valerio Evangelisti. Mettersi a leggere questo libro è un po’ come iniziare a seguire la nuova stagione di una serie TV a cui siamo affezionati.

Evangelisti non delude nemmeno questa volta, il romanzo è deciso, pieno, ben scritto. Benché la formula sia quella ormai consolidata, colpisce sempre la capacità di Evangelisti di non stancare e anzi di farsi seguire con fervore lungo i sentieri della storia medievale, dell’esoterismo e dei segmenti temporali che si alternano all’interno del romanzo. Un’altra inchiesta dell’inquisitore Nicolas Eymerich di Gerona dunque, il cui sunto potete trovare nella sinossi qui sotto.

Amo questo genere di letture colte e al contempo tranquillamente fruibili. Tengo a precisare che è un romanzo che può leggere anche chi non ha confidenza con il personaggio e con l’autore in questione.

Per chiudere, tanto per iniziarvi al tenore del romanzo, una delle frasette di Eymerich contenute nel libro:

“L’iconografia popolare, dagli scopi pedagogici, purtroppo trae in inganno. Gli angeli non sono affatto creaturine innocenti. Sono potenze immateriali che fungono da tramite fra Dio e l’uomo. Messaggeri, custodi o giustizieri, a seconda dei casi. A essi mi sento di paragonare l’inquisitore, che protegge la chiesa da bestie feroci ed erbacce velenose.”

 

Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/libri/valerio-evangelisti/eymerich-risorge/9788804667865?zanpid=2365082960572818432&gclid=CjwKCAiAoqXQBRA8EiwAIIOWsp0LhCaK5KbPO2Wn45YVN4CDvth7mTCZQrvQipdSgxeWTYGpt_NreRoC9HYQAvD_BwE

È il 1374. Eymerich questa volta è alle prese con un’indagine su un consigliere valdese del re d’Aragona sospettato di eresia e di arti magiche. Intraprende così una spedizione che lo conduce dalla Francia del Sud al Piemonte. Il cammino, di castello in villaggio, è segnato da prodigi, strane apparizioni, misteriosi fenomeni celesti. L’inquisitore deve destreggiarsi tra la guerra contro i Visconti, che insanguina l’Italia, e le insidie che gli tende un rivale nel Santo Uffizio, lo spietato François Borrel. Ma, grazie a un’antica simbologia cristiana, svelerà una delle più minacciose cospirazioni mai ordite contro il cattolicesimo romano. Parallelamente, in un futuro prossimo lo scienziato Marcus Frullifer viene rapito e condotto in un osservatorio sul monte Graham, negli Stati Uniti, retto dai Gesuiti. I religiosi hanno scopi ambiziosi che coinvolgono il futuro della Chiesa e dell’umanità. Frullifer, grazie a una formula matematica che sconvolge le fondamenta della fisica moderna, li aiuta nell’intento, dando via a un prodigioso processo che sovverte le nozioni comuni di tempo, di vita e di morte. Tutto ciò è scandito dai capitoli del Vangelo della Luna, scritto in un lontanissimo futuro, in cui un oscuro Magister, che altri non è che lo stesso Eymerich, espone ai discepoli il dogma cristiano della “resurrezione dei corpi”. E applicando questi princìpi a se stesso riesce a uscire dal continuum spazio-temporale e a risolvere l’intreccio.