JIMMY PAGE “Sound Tracks” (JP records 2015) – TTTTT

17 Ott

ITALIAN / ENGLISH

Più volte mi sono chiesto perché sul blog non avessi ancora parlato del cofanetto Sound Tracks di Jimmy Page uscito nel 2015 (e venduto direttamente dal sito ufficiale del nostro chitarrista preferito) e ad oggi non sono arrivato ad avere una risposta. E’ molto strano, reputo il cofanetto in questione un articolo fondamentale per i fan del Dark Lord, penso inoltre che sia stato assemblato in modo superlativo, eppure io, Tim Tirelli, veneratore del chitarrista in questione, mi accosto con le mie riflessioni ad esso con più di 2 anni ritardo. Misteri della psiche umana.

Sound Tracks raccoglie le due colonne sonore composte da Jimmy Page nel 1973 e nel 1981. La prima, Lucifer Rising, sarebbe dovuta essere il commento sonoro  all’omonimo film del regista Kenneth Anger, come Page studioso di Aleister Crowley. Per una serie di ragioni e incomprensioni la cosa non andò mai in porto ed è questa la prima volta che questa colonna sonora viene pubblicata ufficialmente. In passato fu tuttavia pubblicata semilegalmente da piccole etichette discografiche indipendenti e comparve anche in versione bootleg.

La seconda invece uscì per l’etichetta Swan Song nel 1982 e in America raggiunse la 50esima posizione in classifica, risultato non indifferente per una colonna sonora di un film non certo indimenticabile.

Il cofanetto in questione, uscito dunque nel marzo del 2015, è assai ben fatto, di piccole dimensioni, messo insieme con cura e con un gran bel libretto interno.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

LUCIFER RISING (1973) – TTTT

Lucifer Rising è un lavoro sperimentale, un tentativo di sondare le sfumature del misticismo, una raccolta di mantra musicali che incorniciano gli spettri di certe espressioni umane, espressioni che dipingono di volta in volta pensieri sacri e pensieri profani. Il Main Title è l’opera originaria registrata al Plumpton Home Studio nel ’73. Venti minuti di vertigini sonore, di formule musicali magiche, mistiche, demoniache. Ghironde, sintetizzatori, percussioni, (a tratti) chitarre acustiche, il tutto suonato da Jimmy Page, qui nelle vesti magnifiche di Dark Lord. Incubus e le altre quattro tracce appartengono invece a registrazioni effettuate allo Sol Studio anni più tardi. Incubus è un breve giochetto inquietante creato probabilmente con l’aiuto dell’archetto di violino. Damask porta ai sensi il profumo d’oriente, anche qui tutto si gioca sull’archetto di violino, a tratti pare di ascoltare spezzoni presi dal violin bow solo di Dazed And Confused nelle sue mille versioni live. Parte di Unharmonics fu usata per la colonna sonora del 1982; inquietudini sonore e armonici fungono da sostegno a bizzarri fraseggi chitarristici. Damask Ambient si basa ancora sull’uso dell’archetto e sì ha qualche accento ambient. LR Percussive Return vede percussioni innestate su una sezione del Main Title.
Jimmy Page Sound Tracks

Il materiale bonus è composto dal mix iniziale del Main Title e da trame sonore che prendono forma grazie all’impiego inusuale del Theremin

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Non è ovviamente materiale facile, occorre immergersi in questa tenebrosa liquidità sonora e lasciarsi naufragare nei grandi oceani neri creati dalla mente per carpirne significati e suggestioni, ma al di là della venerazione o meno che si può avere nei confronti di Page, rimane materiale singolare e intrigante.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

DEATH WISH II (1992) – TTTTT

Non so quanto DEATH WISH II (colonna sonora dell’omonimo film che in Italia fu intitolato Il Giustiziere delle Notte 2) possa essere importante per la storia del rock, immagino non lo sia per nulla, ma per Planet Zeptune (come lo chiama il mio amico Billy McCue) credo sia un album basilare, probabilmente il migliore di tutta la discografia post 1980 dei membri dei LZ. Certo, i fan di Robert Plant non saranno d’accordo, ma lo spessore dell’album è davvero notevole ed è l’unico che possa lasciar intravedere come sarebbe potuto essere il successore di IN THROUGH THE OUT DOOR. Il film non è granché, incentrato come è su sentimenti di pancia che piacciono tanto a un certo pubblico: la figlia di un architetto viene rapita e violentata da alcuni balordi, finisce per morire e il padre, Charles Bronson, inizia farsi giustizia da solo.

Il fatto è che il regista, Michael Winner, abitava di fianco a Page, e che quest’ultimo nel primo dopo Zeppelin stava passando un periodo di inattività, fu dunque non difficile organizzare una collaborazione e trovare così un modo per riportare in attività il chitarrista dei Led Zeppelin.

Michale Winner: “I’d lived next door to Jimmy for many years. It was a very bad time for him – the drummer had died, and he was in a very inactive period. Peter Grant and I made arrangements for Jimmy to do the Death Wish II score, for which he wasn’t actually paid, because Grant wanted to restore Jimmy back to creativity. Jimmy rang the doorbell, and I thought if the wind blew he’d fall over. He saw the film, we spotted where the music was to go, and then he said to me “I’m going to my studio. I don’t want you anywhere near me, I’m going to do it all on my own.” My editing staff said this is bloody dangerous! Anyway, we gave him the film, we gave him the timings, and he did it all on his own. Everything hit the button totally! I’ve never seen a more professional score in my life.”

Michael Winner & Jimmy Page 1981

Rammento ancora con molta gioia quel periodo del 1982, quando finalmente i due membri principali dei LZ tornarono alla vita con i loro primi album, PICTURES AT ELEVEN e DEATH WISH II appunto. Si intuì subito che Plant sarebbe stato il più convinto, che il suo progetto aveva fondamenta robuste e che avrebbe ripreso a suonare dal vivo con una vera band, per Page le sensazione furono diverse ma fu ugualmente bello vederlo rimettersi in pista.

Jimmy Page Sound Tracks

Who’s To Blame è un gran pezzo che sarebbe stato perfetto per i LZ. Andamento rock e riff dissonanti sempre sul limite del tempo si amalgamo con i colori del mistero. Il cantato di Chris Farlowe è particolare, molti non ne sopportano l’enfasi né il cantarsi addosso, pur non potendomi dire fan io ne apprezzo certi aspetti. L’uso della chitarra sintetizzatore è vincente, gli interventi alla solista sono incisivi, Page non era certo ai massimi livelli dal punto di vista della tecnica e della mano, ma gli assoli sono di una ricchezza emotiva notevole. Alla batteria buon lavoro di Dave Mattacks (Fairport Convention), al basso Dave Paton (Alan Parsons Project, Kate Bush e mille altri).

The Chase è costruita su un riff ipnotico, dapprima con tempo moderato poi trasformato in tempo più ritmato. Ancora molto buono il lavoro di Mattacks e Paton alla batteria e al basso. Ancora presente la chitarra sintetizzatore. Nella parte funk il lavoro della chitarra (la Telecster con lo stringbender) è inusuale e carico di belle sonorità. Quando ritorna il riff principale la chitarra ricerca sempre strade alternative, spesso con risultati più che buoni, seppur non nelle migliori condizioni Page all’epoca aveva ancora parecchie cose da dire. La parte centrale è molto colonna sonora, scritta e suonata per la parte del film a cui deve fare da sottofondo, con effetti alla Page e lavoro d’archi molto efficace. Si aggiunge al piano Dave Lawson, che Page conobbe durante il breve esperimento XYZ, gruppo ipotizzato insieme a Chris Squire e Alan White (e allo stesso Lawson alle tastiere).

Con City Sirens si ritorna al rock, altro riffone alla Jimmy Page tutto giocato su stacchi e controtempi. Due minuti di buon rock cantato da Gordon Edwards (qui anche alle tastiere) del gruppo The Pretty Things, legati alla Swan Song negli anni settanta.

Jam Sandwich proviene da It’s Your Thing degli Isley Brothers. I LZ erano soliti inserirne il riff (da loro riarrangiato) nella sezione funk della versione live di Communication Breakdown. Qui Page indurisce il riff e lo arricchisce con altro riff discendente sovrainciso. Assolo di nuovo suonato con lo stringbender. Il pezzo è tutto strumentale. I soliti Mattocks e Paton formano la sezione ritmica.

Carole’s Theme è di una bellezza definita e pura. Momento intimo e dolce con l’intro di piano di Dave Lawson che va a sfociare nel preludio orchestrale della GLC Philarmonic, tutto sembra perfetto. L’arrivo della chitarra acustica sancisce l’inizio vero e proprio del brano, uno strumentale toccante e ben scritto. La parte della chitarra viene doppiata dal piano di David Sinclair Whittaker, la GLC Philarmonic sul fondo dipinge un quadretto delizioso; i ghiribizzi finali di Page sulla acustica sono riuscitissimi. Questo è uno dei miei momenti preferiti di Page in assoluto. Chissà cosa sarebbe potuta diventare questa idea musicale in mano ai Led Zeppelin.

The Release inizia con la GLC Philarmonic intenta a creare un sottofondo di tensione nello stile classico delle colonne sonore di quel tipo in quegli anni. Entrano poi in scena Page, Mattocks e Paton per un altro strumentale niente male. Sempre avvincente il lavoro delle varie chitarre sovraincise.

copertina interna del long playing originale del 1982

Hotel Rats And Photostats è divisa in due parti, nella prima (Hotel Rats) la chitarra sintetizzatore di Page e la GLC Philarmonic tessono oscure trame che con l’arrivo del solito trio chitarra, basso e batteria diventano ancor più fosche.

A Shadow In the City parte con lo stesso tenore, poi l’archetto di violino diventa protagonista, l’effetto è garantito. E’ qui che A Shadow In The City si fonde con Unharmonics (vedi paragrafo di Licifer Rising). Mattocks e Paton aggiungono pathos con spettrali pennellate ritmiche. C’è tutto il Jimmy Page versione Dark Lord qui dentro, chitarra elettrica suonata con l’archetto di violino, chitarra sintetizzatore, theremin. Un trionfo della essenza misteriosa e siderale di Page.

Jill’s Theme è un lavoro orchestrale, quello che ci si aspetta da certe colonne sonore.

Prelude non è null’altro che la rivisitazione del Preludio in Mi minore di Chopin. Malgrado si faccia ascoltare, lo trovo inutile e ridondante. Rifare con un gruppo rock un pezzo di musica classica è sempre pericolosissimo, si precipita sempre nel abisso del kitsch, nel immondezzaio musicale abitato dai centurioni del rock, pochissime sono le eccezioni, pochissimi i talenti che sono riusciti nell’ardua impresa. Qui la chitarra solista suona la melodia e il risultato non è certo entusiasmante, il pezzo si trascina, fatica ad uscire. Forse sono così freddo a riguardo a causa delle ridicole e catastrofiche versioni dal vivo che ne fece Jimmy nel tour dell’Arms (1983).

Hypnotizing Ways (Oh Mamma) è un bel rock, cantato ancora da Chris Farlowe. Dave Mattocks alla batteria, Gordon Edwards al piano elettrico e Page alla chitarra e al basso. Almeno tre le chitarre che tirano il pezzo e due gli assoli.

Main Title è Who’s To Blame in versione strumentale con la chitarra solista che sostituisce la voce. Nell’album che uscì nel 1982 questa traccia non c’era, al suo posto (prima di Hypnotizing Ways) c’era Big Band, Sax And Violence che in questa nuova edizione stranamente manca.

Il materiale bonus è una sorpresa, pieno com’è di inediti e versioni alternative. Si dice che non sia stato Page a seguire questa riedizione, io tendo a dar peso a questa ipotesi, perché immagino che in caso contrario non avremmo goduto di materiale bonus così interessante (e a proposito, è così che i bonus disc delle deluxe edition dei LZ andavano assemblati).

Jill’s Orchestral Theme comincia col bel piano di David Whittaker che interpreta l’idea che Page aveva scritto per la chitarra, continua poi con tutto il tema orchestrale.

Alternate Jill’s Theme vede al piano Dave Lawson alle prese con una melodia alternativa che Jimmy aveva scritto alla chitarra. 90 secondi di soavi ricami pianistici.

9M1 , come spiega Page nelle note del libretto interno, è un intermezzo che incorpora elementi di The Chase arricchiti dalle percussioni di Dave Mattacks.

City Sirens è una outtake del brano omonimo.

Baby I Miss You So è un inedito e si può intuire perché Jimmy lo abbia tenuto fuori dalla versione ufficiale del disco, essendo infatti un brano leggero e pop sarebbe stato fuori fuori posto in un album dal mood ben definito. Alla voce Gordon Edwards, alla batteria Simon Kirke della Bad Company. Il lavoro di Page alla chitarra è comunque degno di nota.

Hey Mama / Swinging Sax si sviluppa in due parti, la prima è la versione strumentale di Hypnotizing Ways la seconda è in pratica Sax And Violence di cui ho parlato sopra, il pezzo (o almeno parte di esso) che appariva nella prima edizione della colonna sonora.

Carole’s Theme – strings versione di un minuto suonata interamente dagli archi. Suggestiva.

Prelude in versione leggermente diversa dall’originale.

Country Sandwich è un inedito, trattasi di un classico pezzo country, buono più che altro per saggiare il chitarrismo di Page alle prese col genere in questione.

A Minor Sketch è un idea registrata da Jimmy Page al Plumptum Home Studio nei primi anni settanta. La qualità è quella di una registrazione casalinga fatta per fissare su nastro alcune idee. Ci sono ricami, fraseggie  arpeggi che si rincorrono, chitarre sovraincise … è un momento sublime sebbene si senta che è tutto appena abbozzato. L’unico nesso con le registrazioni del 1981 è che alcune idee di questo lavoro provvisorio furono usate per Death Wish II. Bizzarro ma, per un fan di Page, davvero significativo

Questo cofanetto fa dunque la sua figura: le due colonne sonore registrate da Page in versione rimasterizzata, materiale bonus rilevante, libretto interno eccellente e confezione elegante ed in perfetto stile Dark Lord. Intendiamoci, è roba essenzialmente per fan, e forse nemmeno per quelli, è materia infatti per chi è interessato a scrutare negli abissi musicali empirici e nelle profondità sonore di Jimmy Page, il miglior chitarrista rock della storia umana.JP sound tracks booklet 021

(broken) ENGLISH

Several times I wondered why I had not talked about Jimmy Page’s Sound Tracks (the box set released in 2015) yet (and sold directly from the official website of our favorite guitarist) on the blog and I have not come to an answer yet. It is very strange, I think the box in question is a fundamental article for The Dark Lord fans, I also think it has been assembled in a superlative manner, yet I, Tim Tirelli, worshiper of the rock guitarist in question, I join with my reflections to it with more than 2 years delay. Mysteries of the human psyche.

Sound Tracks collects two soundtracks composed by Jimmy Page in 1973 and 1981. The first, Lucifer Rising, was supposed to be the sound commentary on the film directed by director Kenneth Anger, like Page an Aleister Crowley studant. For a series of reasons and misunderstandings, the thing never succeeded and this is the first time this soundtrack is officially released. In the past, however, it was published semi-legally by small independent record labels and appeared also as a bootleg as well.

The second came out for the Swan Song label in 1982 and in America reached the 50th position in the Top200 chart, a not bad result for a soundtrack of a forgettable movie.

The box in question, which was released in March 2015, is very well done, small in size, put together with care and with a great inner booklet.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

LUCIFER RISING (1973) – TTTT

Lucifer Rising is an experimental work, an attempt to probe the nuances of mysticism, a collection of music mantras that frame the spectra of certain human expressions, expressions that paint the profane and the sacred. The Main Title is the original work recorded at Plumpton Home Studio in ’73. Twenty minutes of sonorous dizziness and magical, mystical and demonic musical formulas. Hurdy gurdy, synthesizers, percussion, (at times) acoustic guitars, all played by Jimmy Page, here in the magnificent robes of The Dark Lord. Incubus and the other four tracks belong instead to recordings made at Sol Studio years later. Incubus is a short disturbing game created with the help of the violin bow. Damask brings in the fragrance of the east, even here everything is played on the violin bow, at times it seems to hear parts taken from the violin bow sections of Dazed And Confused in its many live versions. Part of Unharmonics was used for the 1982 soundtrack; even here, sonic restlessness and harmonics that serve as a backdrop to bizarre guitar licks. Damask Ambient is still based on the use of the bow and has some ambient accent. LR Percussive Return sees percussion engraved on a section of the Main Title.
Jimmy Page Sound Tracks

The bonus material is made up of the initial mix of the Main Title and sonorous plots that take shape thanks to the unusual use of Theremin.

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It is obviously no easy material, you have to dive into this dark liquidity and let yourself drift into the great black oceans created by the mind to snatch meanings and suggestions, but beyond the veneration or not that one can have towards Page, it remains singular and intriguing material.

Jimmy Page Sound Tracks

 

Jimmy Page Sound Tracks

DEATH WISH II (1992) – TTTTT

I do not know how much DEATH WISH II, soundtrack of the same movie that in Italy was named The Night Avenger (Executioner) 2, may be important to Rock history, I guess it is not at all, but for Planet Zeptune (as my friend Billy McCue calls the LZ world) I believe it is a basic album, probably the best of all the post-1980 discography by LZ members. Of course, Robert Plant’s fans will not agree, but the album’s thickness is really remarkable and it is the only one that let you imagine how the successor to IN THROUGH THE OUT DOOR could have been. The film is not a great deal, as it is focused on the “belly feelings” (as we say in Italy… “the gut instincrs” in other words) that appeal to a certain audience: the daughter of an architect is raped by some villains,  she ends up dying and his father, Charles Bronson, begins to make justice by himself.

The fact is that the director, Michael Winner, lived next to Page, and that the latter in the first post Zeppelin years was going through a period of inactivity, it was therefore not difficult to organize a collaboration and thus find a way to bring back the guitarist of the Led Zeppelin.

Michale Winner: “I’d lived next door to Jimmy for many years. It was a very bad time for him – the drummer had died, and he was in a very inactive period. Peter Grant and I made arrangements for Jimmy to do the Death Wish II score, for which he wasn’t actually paid, because Grant wanted to restore Jimmy back to creativity. Jimmy rang the doorbell, and I thought if the wind blew he’d fall over. He saw the film, we spotted where the music was to go, and then he said to me “I’m going to my studio. I don’t want you anywhere near me, I’m going to do it all on my own.” My editing staff said this is bloody dangerous! Anyway, we gave him the film, we gave him the timings, and he did it all on his own. Everything hit the button totally! I’ve never seen a more professional score in my life.”

Michael Winner & Jimmy Page 1981

I still remember with great joy that period in 1982, when the two main LZ members finally came back to life with their first albums, PICTURES AT ELEVEN and DEATH WISH II. It was easy to immediately realize that Plant’s project would be the most convinced, that his project had a real foundation and that he would resume playing live with a real band, for Page the feelings were different but it was nice anyway to see him back on the saddle.

Jimmy Page Sound Tracks

Who’s To Blame is a great piece that would have been perfect for LZ. Rock vibes, dissonant riffs always on the limit of tempo blended with the colors of the mystery. Chris Farlowe’s singing is particular, many do not endure the emphasis of his singing, even though I can not say I am a fan I fancy some aspects. The use of the synthesizer guitar is winning, the guitar solo work is incisive, Page was by no means at the highest level from the point of view of technique and hand, but solos are of considerable emotional richness. Good work by Dave Mattacks (Fairport Convention) on drums and Dave Paton (Alan Parsons Project, Kate Bush and a thousand others) on bass.

The Chase is built on a hypnotic riff, first with moderate tempo and then with a faster pace. Mattacks and Paton’s work on drums and bass is good. There is still the synthesizer guitar. In the funk part the guitar work (the Telecaster with the stringbender) is unusual and loaded with beautiful sonority. When the main riff returns, the guitar is always looking for alternative ways, often with more than good results, though Page was not in the best conditions at the time he still had several things to say. The central part is “very soundtrack” but it has the Jimmy Page touch anyway,  the strings work is very effective. In the piece we can hear Dave Lawson who Page met during the brief XYZ experiment, a group hypothesized along with Chris Squire and Alan White (and Lawson himself at keyboards).

Rock returns with City Sirens, another Jimmy Page big riff played on syncopation on the edge of tempo. Two minutes of good rock sung by Gordon Edwards (here also at the keyboards) of The Pretty Things group, in the 70s associated with Swan Song.

Jam Sandwich comes from Isley Brothers’ It’s Your Thing. LZ used to insert the riff (rearranged) into the funk section of the live version of Communication Breakdown. Here Page hardens the riff and enriches it with another overdubbed descending riff. The guitar solo is played again with the stringbender. The piece is all instrumental. The usual Mattocks and Paton form the rhythm section.

Carole’s Theme is a tune of a definite and pure beauty. An intimate and sweet moment with Dave Lawson’s piano intro that flows into the orchestral prelude of the GLC Philarmonic, everything sounds perfect. The arrival of the acoustic guitar marks the real beginning of the song, a touching and well-written instrumental. The part of the guitar is dubbed by David Sinclair Whittaker’s piano, the GLC Philarmonic in the background painta a delightful picture; the  acoustic guitars whims are well-done. This is one of my favorite JP moments. Who knows what this musical idea might have become in the hands of Led Zeppelin.

The Release begins with the GLC Philarmonic creating a background of tension in the classical style of the soundtracks of that kind in those years. Then Page, Mattocks and Paton enter the scene for another not bad at all instrumental piece. The work of the various overdubbed guitars is exciting.

copertina interna del long playing originale del 1982

Hotel Rats And Photostats is divided into two parts, in the first (Hotel Rats) the synthesizer guitar of Page and the GLC Philarmonic weave obscure plots that with the arrival of the usual guitar trio, bass and battery become even darker.

Shadow In the City starts with the same tenor, then the violin bow becomes the protagonist and the effect is guaranteed. It’s here that Shadow In The City blends with Unharmonics (see Licifer Rising paragraph). Mattocks and Paton add pathos with spectral rhythmic brushstrokes. Here Jimmy Page step into The Dark Lord shoes, electric guitar played with the violin bow, synthesizer guitar, theremin. A triumph of mysterious and sidereal essence of James Patrick Page.

Jill’s Theme is an orchestral work, what you expect from certain soundtracks.

Prelude is nothing but the revision of Chopin’s Prelude in E minor. Despite it’s easy to listen to, I find it unnecessary and redundant. Reverting with a rock band a piece of classical music is always very dangerous, very often the falling into the abyss of kitsch is just around the bend, in that musical obscurity inhabited by rock centurions (tout court and kitsch rock musicians, in other words), there are very few exceptions, very few talents that have succeeded in the harsh enterprise. Here the guitar plays the melody and the result is not quite exciting, the piece drags, struggling to get out. Maybe I’m so cold about it because of the ridiculous and catastrophic live versions that Jimmy made on the US ARMS tour (1983).

Hypnotizing Ways (Oh Mamma) is a beautiful rock song, still sung by Chris Farlowe. Dave Mattocks on drums, Gordon Edwards on electric piano and Page on guitar and bass. There are at least three guitars and two solos.

Main Title is  the instrumental version of Who’s To Blame  with the guitar solo replacing the voice. On the album that came out in 1982 this track was omitted, in its place (before Hypnotizing Ways) there was Big Band, Sax And Violence, which is not included in this new edition.

The bonus material is a surprise, given that it has unpublished tracks and alternative versions. There’s a rumor out there about the fact that it was not Page who assembled this releaase, I tend to give this weight to the hypothesis, because I guess otherwise we would not enjoy such interesting bonus material.

Jill’s Orchestral Theme begins with David Whittaker’s piano, which interprets the idea that Page had written for the guitar, then it segues with all the orchestral theme.

Alternate Jill’s Theme sees Dave Lawson’s piano with an alternative melody that Jimmy had written on the guitar. 90 seconds of soothing piano embroidery.

9M1, like the inner booklet esplains, is an interlude that incorporates elements of The Chase enriched by percussion of Dave Mattacks.

City Sirens is an outtake song of the same song.

Baby I Miss You So is unusual and you can guess why Jimmy kept him out of the official version of the record, being a light piece it would have been out of place in an album with a well-defined mood. Gordon Edwards on vocals, Simon Kirke of Bad Company on drums. The work of Page on the guitar is still worthy of note.

Hey Mama / Swinging Sax develops itself in two parts, the first is the instrumental version of Hypnotizing Ways, the second is Sax And Violence, the piece that appeared in the first issue of the soundtrack I mentioned before.

Carole’s Theme – String version: a minute played entirely by the strings. Suggestive.

Prelude is pretty close to the original.

Country Sandwich is a never heard before track, a classic country piece, good enough to test Pag’s guitar playing with the genre in question.

Minor Sketch is an idea recorded by Jimmy Page at Plumptum Home Studio in the early seventies. The quality is that of a house recording made to fix some ideas on tape. There are embroidery, arpeggios, licks, overdubbed parts that run after each other … It’s a sublime moment though you feel it’s all just sketched. The only connection with the 1981 recordings is that some ideas of this provisional work were used for Death Wish 2. Odd but, for Jimmy Page fan, really significant.


This box set is therefore a valuable item : the two remastered soundtracks recorded by Page, relevant bonus material, excellent interior booklet and elegant packaging  in perfect Dark Lord style. I mean, it’s essentially stuff just for fans, and maybe not even for those, it’s a thing for those who are interested in scrutinizing the empirical music abysses and sound depths of Jimmy Page, in our opinion the best rock guitarist in human history.
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Autumnus

5 Ott

Nel giro di un weekend si è passati da una estate rovente all’autunno, per mesi non una goccia (o quasi) di acqua e all’improvviso settimane di maltempo. Inizio di settembre dunque impegnativo dal punto di vista meteorologico, anche se ora – ad inizio ottobre – il tempo sembra si sia regolarizzato. Giorni velati, giorni assolati, vigne ormai prossime alla sbalorditiva colorazione autunnale, umore interno che vira al blu dipinto di blu(es).

Nei dintorni della Domus Saurea – photo TT

Per tenermi a galla leggo Jack London, il nuovo capitolo della saga di Eymerich, seguo con la passione di sempre le partite della mia squadra del cuore, ascolto i dischi giusti e mi gusto qualche bel film, il tutto blueseggiando come sempre a proposito delle piccole grandi cose della vita.

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Film: CAPITAN FANTASTIC – TTTTT

Film davvero incantevole. Una famiglia sceglie di vivere un’utopia, isolata tra i monti e boschi vive lontana da capitalismo, consumismo, religioni e tutte le aberrazioni della vita moderna. Viggo Mortensen è superbo, così come la regia. Colonna sonora meritevole. Film da vedere a tutti i costi. Visto su Sky.

Film: DUNKIRK – TTT½

Pellicola che racconta dell’evacuazione di alcune centinaia di migliaia di soldati inglesi bloccati dai tedeschi sulle spiagge francesi, a Dunkerque. Pochi dialoghi e tre punti di vista differenti che si intersecano: terra, mare, cielo. Molto realismo, il sibilo delle pallottole, gli Spitfire in picchiata, i bombardamenti, il nemico che non vi vede quasi mai, poca enfasi e riflettori sullo spavento e sulla paura umana di fronte alla guerra e alla morte. Visto al cinema un tardo pomeriggio festivo.

Film: LA FORESTA DEI SOGNI – TTTT

Interpreti di gran livello (Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe), un luogo – la foresta Aokigahara alle pendici del Monte Fuji – pieno di suggestioni oniriche (e, volendo, ultraterrene) e il percorso di un uomo atto a trovare la fine o un nuovo inizio dopo un evento che piega in due la vita. Film profondo. Nota: nel film, en passant, si cita Stairway To Heaven. Visto su Sky.

NATIONAL AERONAUTICS and SPACE ADMINISTRATION

Venerdì sera, sono fuori a cena con Lollo Stevens e Mister P., località Herberia in una pizzeria niente male; mentre siamo in attesa che qualcuno ci consideri, parliamo delle nostre faccenduole. Finalmente si avvicina un cameriere. “Buonasera, siamo in tre ma non abbiamo prenotato, c’è posto?” gli chiedo, in risposta ricevo un “Ma certo ragazzi, un bel tavolo ve lo trovo di sicuro”; soddisfatto della cortesia, mi interrogo sulla pronuncia del cameriere, un ragazzone in carne e non più giovanissimo, simile a quella della moglie di Bob nella serie dei cartoni animati BOB’S BURGER. Il “certo” diventa un “ciuerto”. Il locale come dicevo è carino, l’atmosfera giusta, la compagnia ottima. Pur leggendo il menù, io e Lollo non riusciamo ad evitare l’argomento musica, mentre Mister P ci ascolta paziente. Per un attimo ritorniamo sull’impressione che ci ha fatto il cameriere. Siamo in libera uscita, siamo tra amici, possiamo essere schietti e usare, tra noi, termini che potrebbero sembrare, ad altri, pecorecci ed offensivi. “Ma il cameriere … non sembra anche a voi un po’ troppo enfatico? Che sia una nuffia?” chiedo ai ragazzi, “magari è una nasa” aggiunge Lollo. “Nuffia” e “Nasa” sono due termini della lingua mutinense, quella della nostra città. Secondo il nuovo dizionario PICCAGLIANI, dicesi nuffia uomo con atteggiamenti e modi di fare femminili, che veste o sceglie oggetti (o bevande tanto per capirci) dal taglio non precisamente maschile, uomo insomma che ti fa chiedere “ci è o ci fa”? Citando il dizionario di cui sopra “a differenza della nasa che è omosessuale conclamato, la nuffia ha atteggiamento nuffiesco ma può anche non essere integralmente omosessuale. Molte nuffie hanno moglie e figli” .

Intendiamoci, niente di disdicevole questo non è certo un blog omofobo, tutt’altro, solo che – come abbiamo scritto più volte – l’enfatizzazione di certi comportamenti (siano per sottolineare i propri orientamenti sessuali o un certo machismo ad esempio) ci dà noia.

“Allora ruagazzi, avete deciso? Cosa vi porto di buello?” ci chiede Isidoro.

“Ecco qui le vostre pizze ruagazzi. Per chi era la birrua ruossa?” declama sottolineando il tutto con atteggiamenti inequivocabili. Lollo fatica a trattenere la risata.

Io mi chiedo sempre cosa sia che fa scattare comportamenti simili, quegli accenti ridondanti che trasformano tristemente il personaggio in questione in macchietta. Immagino che in passato essere omosessuali sia stata molto dura e che oggi – al di là della feroce omofobia che circola ancora in tanti, troppi starti dell popolazione – ci si senta un più liberi nel rivendicare in maniera esplicita le proprie tendenze sessuali e che sia quasi una liberazione, però che ci volete fare, il troppo a mio parere stroppia.

“Era tutto buono? Gruadite qualcos’altro?” ci chiede Isi.

Mentre ci porta il resto … “ecco qui il caffè e due bei … suorbetti”.

Ci guardiamo imbarazzati. Consumiamo, paghiamo ed usciamo.

“Ciuao ruagazzi, spero di rivedervi pruesto!”

A parte che, volendo, parlando di prendersi delle confidenze, “ciao” lo vai a dire a tua sorella, una volta usciti il verdetto è unanime: nasa!

GROWING OLDER

In macchina in giro per lavoro tra Stonecity e Scandilius. Passo davanti alla scuola elementare di Saint Little Anthony, bambini e bambine con grembiuli neri e bianchi giocano sui prati del cortile durante la ricreazione, d’improvviso – come una lancia che mi trafigge il costato-  mi sale vivido il ricordo di me stesso sui prati della scuola elementare di Locus Nonantulae alcuni decenni fa. E’ da sempre uno dei ricordi più vividi che ho. E’ primavera, sono in prima elementare, ho sei anni e felice gioco sul prato della scuola. Lo ricordo come un momento di gioia assoluta, uno dei primi gradini verso la scoperta del mondo. Il sole, la primavera, la natura, gli altri bambini e le bambine che giocano poco lontano, una certa libertà di movimenti al sicuro del cortile recintato. Lo vedo il bambino biondo che ero con gli occhioni aperti e il sorriso sulle labbra. Scuoto la testa, come sia passato tutto questo tempo proprio non so.

Kids playing in the elementary school yard from car window (Saint Little Anthony – Emilia Romagna –  Italy) – photo TT

Ritorno in me, sulla tangenziale circumnavigo rotonde curate e di un certo design, mentre osservo che sul costone di cemento del sottopasso qualcuno ha disegnato qualche cazzetto, e un talebano reggiano afflitto da campanilismo ha scritto “Parma merda”.

Prima della pausa faccio un salto al Sigma dove incontro la madre di un mio amico, le chiedo come va e come sta il marito (di 83 anni)

Ma sa, stiamo da poveri vecchietti…” mi risponde. Le faccio forza, “ma signora siete in forma, siete insieme, state bene, su, dovete essere contenti.”

L’altro giorno mio marito mi ha chiesto ‘ma come abbiamo fatto a mettere su tutti questi anni?’ Cosa vuole che le dica, è che gli anni volano via così’ in fretta…”

“Guardi che è un pensiero che faccio anche io con i miei amici, a volte non ci capacitiamo di come il tempo proceda veloce e dell’età che abbiamo raggiunto.”

“Allora, se mi dice che anche lei che è giovane fa questi pensieri …”

Ritornando in ufficio rifletto su come deve sentirsi un essere umano quando scollina una certa fascia di età e si avvicina al precipizio. Speriamo di scoprirlo.

Mangio un’insalata, qualche porzione di frutta e mi accingo a fare una delle mie camminate di qualche km tra i parchi di Stonecity, in caso vediamo di arrivarci il più in forma possibile a quell’età.

CAROUSELAMBRA

In questi giorni sto studiando CAROULSELAMBRA dei Led Zeppelin, così, per piacere personale. Come a volte capita quando cerco di inoltrami nelle foreste incantate del chitarrismo di Jimmy Page, la mia considerazione per lui si alza di una ulteriore spanna. Seppure sia un pezzo in apparenza dominato dalle tastiere e sebbene Page nel 1978/79 non fosse più lo splendido chitarrista dell’immaginario collettivo, la ricchezza e il fascino del suo lavoro sulla chitarra mi stordisce. E’ forse l’episodio del gruppo più prossimo al concetto di progressive, oltre 10 minuti di galoppate elettriche ed elettroniche, di cambi di tonalità e caroselli musicali. Di cosa canti Plant non lo ho mai capito, ma il suo fraseggio e le sue melodie sono indiscutibilmente piene di fascino. La parte lenta poi è sublime. Quell’alternarsi tra l’accordo di LA e quel DO7+ (suonato in seconda posizione col il sol al basso) è semplicemente magnifico. Quando poi Page tra un cambio e l’altro vi pennella qualche scivolata di chitarra l’effetto e ancor più incisivo. Penso alla prima volta che l’ ascoltai, nell’agosto del 1979, subito pensai avesse un ritmo troppo disco, ora sorrido a quella ingenuità, ma erano anni un cui la disco-music era dappertutto e un rocker come me (per di più ancora inesperto) soffriva. E ora guardatemi qui, 38 anni dopo, completamente irretito da quel pezzo e dai Led Zeppelin. Lo so, spesso scrivo qui sul blog che non riesco più ad ascoltare il Rock, ma poi arrivano momenti come questo e capisco quanto questa musica attorcigliata al mio stesso DNA sia per me un qualcosa di cosmico, di inevitabile. D’altra parte come riporta il titolo di uno dei dischi del Joe Perry Project: once a rocker always a rocker.

NB: I LZ e la Warner hanno ormai fatto togliere da Youtube molte delle versioni originali dei loro brani. Per Caroulselambra sono riuscito a trovare solo questa versione col missaggio provvisorio, presa dalla recente deluxe edizion dell’album di riferimento (In Through The Out Door del 1979)

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L’ITALIANO

Segnalo che con LA REPUBBLICA  (e altri 15 quotidiani) ogni sabato (fino a  dicembre) esce L’ITALIANO, volumetti  sul “conoscere e usare una lingua formidabile” e sappiamo quanto bisogno ci sia di rispolverare l’uso corretto della nostra lingua.

L’Italiano – LA REPUBBLICA

UN SABATO ALLA COOP (old lady money blues)

Giovedì sera, scambio di battute con mia sorella su Whatsapp “Guarda, ho un sonno che non ti dico, non vedo l’ora che arrivi il fine settimana così sabato posso rimanere a letto”, le scrivo.

Sabato mattina, apro gli occhi, guardo la sveglia: ore 3,40. Mi alzo, do da mangiare a Palmiro, faccio uscire Raissa e torno a letto.  Cerco di riaddormentarmi, ma è tutto inutile, rimango tre ore e mezza a rimuginare sui miei blues. Alle 7,30 fresco come un carciofino bollito mi alzo e mi preparo per andare a fare la spesa alla Coop di Regium Lepidi. La pollastrella che vive con me ride “ma che ci fai tutto pronto? La Coop apre tra 40 minuti!”.

Son fatto così, tutto sommato mi piace svegliarmi e mettermi in “ovra”, come diciamo qui in Emilia, di buon ora. Colazione nel nostro baretto e poi via a seguire la morbida scia del carrello. La ristrutturazione dei locali della Coop è ormai alla fine, il risultato mi pare ottimo. Il finto legno chiaro del pavimento, i muri e il soffitto bianchi danno nuove suggestioni che apprezzo molto. La nuova disposizione degli scaffali e dei reparti poi mi mette di buon umore, qualche cambiamento anche nelle piccole quotidianità non può che far bene, allo spirito e al cervello.

La Coop di Regium Lepidi ristrutturata con pollastrella in primo piano – foto TT

Devo essere il solo a pensarla così, perché sento molti avventori chiedere informazioni e lamentarsi con gli addetti.

Nel reparto elettricità sento una signora parlare a voce altra tra sé e sé, è affranta dall’alto costo delle nuove lampadine a vite piccola.

” 5 euro e 99… ma come si fa?” esclama col suo accento del sud.

“Eh signora, le nuove tecnologie hanno a volte costi più alti”.

“Sì ma io come faccio con la pensione? Ero venuta a cercarle anche ieri, ma non credevo costassero così, non avevo abbastanza soldi, così sono tornata oggi'”. 

Entra allora in azione SuperTim, il supereroe locale che accorre in soccorso dei bisognosi.

“Mi faccia vedere la vecchia lampadina che ha in mano signora, adesso vediamo se riusciamo a trovarne una meno costosa”.

In meno di un minuto la faccenda si risolve, la signora si impossessa finalmente due lampadine dal costo di 1,99 euro l’una, e così finisce per spendere 3,98 euro invece di 11,98. Il sorriso che le spunta in viso è la miglior ricompensa per il supereroe che, nella sua tutina bianca ornata da ricami di papaveri e draghi, si eclissa tra gli scaffali.

CIRCO MASSIMO – Radio Capital:

Orfano di Lateral – la trasmissione di Luca Bottura – pensavo mi sarei allontanato da Radio Capital, e invece devo dire che il programma di informazione radiofonica di Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, che in qualche modo ne ha preso il posto, mi piace davvero tanto. Condotta molto bene da entrambi, Circo Massimo mi riempie le mattine dalle 7 alle 9, dapprima in casa e poi in macchina sulla via del lavoro. Interviste fatte come si conviene, pochi sconti agli intervistati ma educazione sempre sotto controllo, parola agli ascoltatori, a politici e personaggi pubblici e a luminari di tutti i campi. Bottura mi manca e mi mancherà (adesso è su Radio Deejay dalle 19 alle 20 tutti i giorni con TUTTORIAL), ma Giannini e Bellotto  mi appassionano molto.

Jean Paul Bellotto – Radio Capital

GANASSI – cappelletti makers since 1940.

L’arrivo dell’avtunno (con la v) lo intuisco anche dal momento in cui la Lucia decide di fare cappelletti (per i non emiliani: in parole povere i cappelletti sono i tortellini di Regium Lepidi); La Lucy (come la chiamo io) chiama a rapporto le figlie Patrizia e Saura per alcuni pomeriggi dedicati alla sublime arte. Vedere all’opera la Ganassi Legacy è uno spettacolo, un momento commovente… è il cuore dell’Emilia che palpita.

La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT

La Premiata Cappelletteria Ganassi – foto TT

BACK TO MY YOUTH

Dal punto di vista musicale continuo a stare ripiegato su me stesso. Non riesco a trovare nulla di eccitante nei dischi nuovi che escono, siano essi di nomi nuovi (o presunti tali) o di vecchie glorie. Del nuovo disco postumo di GREG ALLMAN ascolto due pezzi, il tutto mi basta. Temo di avere qualcosa che non va, così mi confronto col mio pard, il Pike boy, il quale mi risponde così:

“Vecchio, è un disco telefonato, suoni anonimi, interpretazioni svogliate, arrangiamenti banalissimi, prevedibilità. Prodotto da Don Was che ormai, si è capito, è uno che produce col Bignami in mano. Impossibile affezionarsi ad un disco così. Vedi Paul Rodgers con le covers Soul. Dovremmo produrla noi quella gente lì. Altro che cazzi. Disco da 6. Odio i dischi da 6. Preferisco i dischi da 3 meno meno”.

Non aggiungo null’altro, Picca descrive tutto molto lucidamente. E c’è ancora chi dice che il Rock non è morto.

Così mi ributto sui dischi della mia giovinezza. Mi lascio risucchiare dalla musica italiana che mi si infilò nelle fibre da ragazzino, mi faccio scorpacciate di De Gregori, Bennato, Piero Marras (Fuoricampo, quello del 1978 e non quello rifatto qualche anno fa, rimane uno dei più bei dischi del cantautorame italico), persino il primo di Fabio Concato, già … quel primo 45 giri del 1977 con A Dean Martin e Festa Nera fu un singolo importante per me e il mio amico Biccio (Lord Simon insomma). Arrivo fino a Loredana Bertè, quella del periodo 1979/83, quella che irretiva gli imberbi ragazzini come me. Quando torno al Rock internazionale lo faccio con i Cheap Trick di All Shook Up, col Bruce Springsteen di Live In Tempe 1980 o mettendo sul piatto il Greatest Hits/Live degli Heart, quello del 1980.

TT Stereo Choice: HEART Greatest Hits / Live 1980

The DELLA CIOPPA connection.

Chissà cosa ne direbbe Gianni Della Cioppa del mio appoggiarmi sempre ai vecchi dischi, lui vive, lotta e combatte per l’esatto contrario. Invidio quella sua forza, quella sua voglia di crederci ancora, mentre io – vittima della fredda razionalità – mi rifugio unicamente nei castelli musicali che mi sono costruito nella fine degli anni settanta. Lo incontro per una paio di faccenduole, il rendez vous si tiene a metà strada: Mantua. Faccio un po’ i conti, sono 29 anni che ci conosciamo, da quando – sotto l’ala protettrice di Trombetti e Riva … o almeno fu così per me – iniziammo a scrivere per la rivista musicale Metal Shock nel 1988.

Prendiamo un aperitivo insieme e chiacchieriamo dei blues della vita; prima di salutarci chiede ad Elena di scattarci un foto. Per l’occasione vuole avere in mano il cd della Cattiva Compagnia, il mio gruppo. Gianni è uno di quelli che come autore ha sempre creduto in me. Che Page lo benedica.

GDC & Tim – tardo settembre 2017 – Foto Elena

PFM a MODENA – 29 settembre 2017 

Arriva la PFM a Mutina, serata organizzata dal comune. Vado con Lollo Stevens, il Pike Boy e Mr Daniel Lazy. Dapprima una pizza e una Brùton bianca alla Smorfia 2 e poi via in piazza a vedere che combinano Di Cioccio, Djivas e Lucio Violino Fabbri. Il colpo d’occhio è notevole, l’atmosfera giusta, le vibrazioni niente male. Piazza Roma da quando è stata finalmente ristrutturata e trasformata è diventata uno degli angoli più belli della città. Aiutati da 4 comprimari il gruppo mi è piaciuto più di quel che pensassi. Certo, il chitarrista fraseggia alla Joe Satriani, Mussida non si rimpiazza facilmente, i due tastieristi non sono esattamente Flavio Premoli, ma nell’insieme lo spettacolo convince. Non sono un fan del gigioneggiare che Di Cioccio sfoggia sul palco, ma la gente è coinvolta dunque tutto ok. I classici della PFM, tre pezzi dal live del 1979 registrato insieme a Fabrizio De André e una paio di versioni rock di pezzi di musica classica. Se ad esempio Guglielmo Tell di Rossini ha un senso, anche petrché è dagli anni settanta che la suonano, Romeo And Juliet di Prokofiev è roba da centurioni con arrangiamenti kitsch e sopra le righe. Ma è solo un momento, la PFM seppur orfana di 2/3 elementi fondanti funziona. Un plauso a Lucio Violino Fabbri che è bravissimo e suona le cose giusta nella maniera giusta, e a Patrick Djivas che nell’assolo di basso di Maestro Della Voce inserisce il riff di Luglio Agosto Settembre Nero degli Area, omaggio nell’omaggio a Stratos.

PFM a Modena 29-9-2017 – foto TT

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Settembre dunque è passato, ottobre mi si apre davanti con tutti i suoi colori suggestivi e potenti , l’inverno è lì dietro la siepe, lo sento arrivare e così, come Zanna Bianca, non posso che puntare il muso verso gli astri gelidi ai quali raccontare le mie pene, i miei blues insomma. Auuuuhh auuuuhh auuuuhh …

Into The Great Wide Open (Addio a Tom Petty) – di Stefano Piccagliani

3 Ott

Ho chiesto a Picca di scrivere due righe a proposito della dolorosa dipartita di Tom Petty, tra i miei amici è quello più indicato visto che non volevo pubblicare le solite banalità scritte da uno, il sottoscritto, che non ne sa abbastanza. Certo, comprai anche io DAMN THE TORPEDOS all’epoca, ebbi fin da subito una fascinazione particolare per HERE COMES MY GIRL, ma non posso certo dire di avere su Petty la stessa preparazione del mio amico, così meglio lasciare a lui la parola, conoscenza, lucidità e schiettezza non gli mancano di certo. Buon viaggio Tom, grazie di tutto.

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 Comprai Damn The Torpedoes nell’80, al negozio Rock Dreams di Modena in viale Medaglie D’Oro. Me lo ricordo benissimo, Tom era biondo e quindi si trattava di un acquisto rischioso perché quei capelli avrebbero complicato l’eventuale processo di identificazione tra il me 15enne e questo nuovo artista che mi accingevo a scoprire. Un paio di ascolti a casa e poi subito via a cercare i primi due lp (Torpedoes era il terzo).

Tom Petty

Petty mi conquistò subito, il minimo comune denominatore era il suono alla Byrds che era indiscutibile. Ma c’era molto di più, anche se non era del tutto evidente. Un pizzico di glam, che allora non sapevo neanche cosa fosse, una sorta di sfacciataggine pop che usciva dagli schemi seriosi del cantautorame rock dell’epoca. Un briciolo di sudismo, nel senso del Southern Rock, con l’aggiunta di una bella dose di sole losangeleno. In più c’erano gli Heartbreakers, una band che aveva un sound inconfondibile, dalle mille derivazioni certo, ma un sound tutto suo.

Tom Petty & The Heartbreakers

Petty, come altri, arrivò sui nostri giradischi quando negli scaffali c’erano pochi dischi da portare a casa per noi che amavamo quello che poi si sarebbe chiamato ‘classic rock’. Springsteen, DeVille, Dire Straits … Petty riassumeva tutto quello che mi piaceva della musica americana, le 12 corde Jingle Jangle, il ritorno ai padri fondatori, qualche riferimento ‘garage’, i Creedence, una puntina di psichedelia. Gli Heartbreakers erano bravissimi e misuratissimi, consumati eppure ancora sbarbini.

Poi uscì Hard promises (preso da Mati in via Farini) e il mio fanatismo controllato si consolidò. Petty era una rock star particolare, attraversò gli anni ‘80 con poche paturnie, riuscì benissimo a gestire l’era MTV producendo video godibilissimi, non si snaturò mai e mantenne sulla faccia un sorrisetto ironico che significava ‘Divertiamoci baby, è solo rock ‘n roll’. Con Mike Campbell, il suo chitarrista, sfoggiò tour dopo tour la più fantastica collezione di chitarre mai vista. Gli piaceva suonare agli Heartbreakers, mica infinocchiare il pubblico. Non si fece mai spennare da modelle, si sparò un po’ di pere senza pubblicizzare la cosa, collaborò con molti, sopportò il bizze del suo amico e idolo Bob Dylan, fu amico di George, di Paul, di Ringo, di Bruce, di Lindsey & Stevie, di Jackson, di Cash, di Crosby, di Stills, di Neil, di Roy, di Chris, di Roger, di tutti.

Quando cominciò artisticamente a bollire – inevitabile – riformò la sua band del liceo, i Mudcrutch, e la portò in tour, alternandola agli Heartbreakers. Just for fun. Lascia un catalogo di canzoni invidiabile, costruito tutto in punta di piedi, senza mai sbracare. La carriera perfetta. Mi mancherà moltissimo. Into the great wide open.

©Stefano Piccagliani 3 ottobre 2017

NEWS: THE EQUINOX al Circolo Il Livello – Gualtieri (RE) – sabato 21 ottobre 2017 ore 22

2 Ott

Sabato 21 ottobre 2017 ore 22

Circolo IL LIVELLO – via Livello 32 – Gualtieri (Reggio Emilia) 

per prenotazioni  tel 346 648 7983

 

JACK LONDON “Zanna Bianca (1906)” (2017 Universale Economica Feltrinelli ) – TTTTT+

28 Set

Parlando delle nuove edizioni Feltrinelli dei romanzi di Jack London qui sul blog ho preso a fare paragoni (probabilmente un po’ bizzarri) con i dischi dei Led Zeppelin. Se dunque Il Richiamo Della Foresta è LZ I Zanna Bianca non può che essere LZ II. Jack London diceva che il secondo non è il seguito del primo, bensì un companion book. Le due storie hanno personaggi diversi ma è innegabile che l’humus è lo stesso: il wild, la geografia, il punto di vista del lupo-cane, i percorsi (sebbene siano inversi).

Il romanzo lo conosciamo più o meno tutti, inutile dilungarsi – vista anche la sinossi qui sotto – quindi non resta altro che sottolineare ancora una volta la magnifica potenza espressiva di London, potenza che una volta terminati i romanzi la senti ancora dentro di te. Sono molto felice che siano uscite queste ristampe della Feltrinelli, un remaster era quello che ci voleva per tornare a porre l’attenzione su di uno scrittore formidabile.

Ottima come sempre la ristampa, oltre al romanzo 9 pagine in più di cenni biografici e 9 pagine di considerazioni di Davide Sapienza (colui che si è occupato della nuova traduzione) il quale ad un certo punto scrive questa bella frasetta: “London possedeva la rara dote di saper divulgare oceani di conoscenza con lo spregiudicato coraggio dell’autodidatta”.

Occorre aggiungere che rileggere questo romanzo (e Il Richiamo Della Foresta) aiuta anche a capire meglio l’uomo Jack London, e a carpire il riflesso dell’autore presente nei due cani protagonisti, Buck e Zanna Bianca, entrambi bastardi come in fondo si considerava lui stesso e capaci di varcare il confine tra il wild e la mondo civilizzato e viceversa, come in fondo fece lo stesso Jack che, ricordiamo, gli amici chiamavano The Wolf.

Altra edizione imperdibile, altro romanzo da leggere a qualsiasi costo.

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Jack London su questo blog:

https://timtirelli.com/2017/09/18/jack-london-il-richiamo-della-foresta-1903-2017-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2017/08/29/jack-london-martin-eden-1909-2016-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

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http://www.lafeltrinelli.it/libri/jack-london/zanna-bianca/9788807900785

Descrizione

Pubblicato per la prima volta a New York nel 1906, in “Zanna bianca” London riprende alcuni dei temi che aveva già scavato ne “Il richiamo della foresta”. Anche in questo romanzo il protagonista è un cane grande e forte, con spiccate caratteristiche da lupo, che passa di padrone in padrone, finché non incontra un uomo, Weedon Scott, un giovane ingegnere minerario, a cui si legherà per tutta la vita. Weedon Scott incrocia Zanna bianca per caso durante un incontro di combattimento di cani dove, attaccato da un bull-dog molto più forte di lui, stava per soccombere definitivamente. L’intervento di Scott lo salva da morte certa. È questo l’inizio di una amicizia straordinaria tra i due, che porterà il cane, nonostante l’ormai radicata sfiducia verso l’uomo, ad abbandonare alcuni dei suoi tratti più selvatici e finalmente ad affidarsi, in un’eterna e totale devozione verso il suo padrone.

Quarta di copertina

“Zanna Bianca, il protagonista del romanzo, è l’unico di quattro cuccioli che riesce a sopravvivere in una grotta dello Yukon, sopra un torrente, lontano da ovunque. Dentro la tana inaccessibile, il piccolo lupo viene al mondo generato da colei che viene semplicemente presentata come ‘la lupa’ e la prima parte del libro lascia in questa sospensione il lettore per condurlo sulla pista dei valori ‘primordiali’, senza nomi e cognomi. È come se London volesse sfruttare un archetipo e i suoi simboli; solo in seguito scopriamo che ‘la lupa’ è Kiche, figlia di un lupo e di un cane, una femmina agguerrita e astuta, già di proprietà del capotribù Castoro Grigio. […] Zanna Bianca nasce nel Wild e nasce lupo con dentro il codice genetico del cane: quest’altro archetipo alla fine prevarrà dopo una lunga storia formativa fatta di durezza e amore, rinuncia e crudeltà. Anche il padre di Zanna Bianca è un archetipo, ma il vecchio lupo grigio Occhio Solo, sopravvissuto a mille battaglie e alla furia della natura selvaggia, diventa il simbolo della vita che sopravvive a se stessa, del Wild che scorre dalle generazioni che lo hanno preceduto a quelle future.” Dalla Postfazione di Davide Sapienza

 

Rolling Stones a Lucca 23/09/2017 – di Giancarlo Trombetti

25 Set

Il nostro GIANCARLO TROMBETTI è andato a vedere i Rolling a LUCCA, questo il suo resoconto.

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Immagino che quasi tutti siano andati almeno una volta a Parigi. E a Parigi non si siano dimenticati di andare a vedere la Gioconda di Leonardo, al Louvre. Eppure è il dipinto più famoso al mondo, di piccole dimensioni, da osservare dietro una teca a qualche metro di distanza e che non porterà nulla di nuovo alla vostra conoscenza. Eppure ci sarete andati.

La Gioconda al Louvre

Ecco, andare a vedere gli Stones ha esattamente il medesimo senso. Sappiamo già cosa vedremo e sentiremo, ma sappiamo che ci troveremo di fronte alla Storia. Leonardo non ha inventato la pittura, vecchia come l’uomo, ma l’ha resa immortale con un sorriso. Gli Stones non hanno inventato né il rock and roll, né il blues, ma lo hanno affinato in modo tale da essere la pietra di paragone per chiunque desideri suonare rock e blues e sia di pelle bianca. Futile, quindi, l’argomentazione degli esperti che, con sufficienza si erano domandati, nei giorni scorsi: “che significa andare a vedere i Rolling Stones oggi?”.

I medesimi che, magari, continuano a sbavare sotto il palco di un tipo di Ashbury Park che vive della loro rendita, di un Dylan adorabile ma che non canta più da trent’anni e che straccia via le sue interpretazioni…”tanto io so’ Dylan e voi nun siete un cazzo”.  Al contrario, vedere più che ascoltare gli Stones significa ridimensionare il novanta per cento dei nostri idoli, che devono aver passato anni a studiarne le movenze, la presenza, i riff, senza averne il medesimo talento e istinto.

Certamente, vederli nel 2017, a una catasta di anni dall’ultimo mio incontro, non è come averli visti nell’82 o nel ’78, ma l’impietoso confronto con le nuove leve è disarmante. Così come di fronte alla Gioconda, sempre quella, immobile e sorridente, nota e immutabile nei secoli, davanti a Jagger, dopo due frasi e due passi sul palco è impossibile non capire dove tutto sia evoluto.

E così siamo qua. Con 150 euro in meno in tasca, il terrore di non riuscire a parcheggiare in una qualche stradina nascosta di Lucca, il timore che la nuova anca non regga allo sforzo di farsi qualche chilometro a piedi e restare in attesa per ore. E, sì, certamente, anche nascosto dietro l’ultimo neurone il dubbio che qualche pazzo voglia farsi esplodere nel nome di un dio ignoto e sicuramente inesistente. Ma dobbiamo vivere, dunque ci siamo. Felici di avere ancora voglie, divertiti pensando ai lucchesi – mosche bianche nello scacchiere toscano – imbestialiti per la loro città bloccata per un mesetto. Perché il luogo scelto per il concerto è fantasioso, di difficile individuazione ed immaginiamo quanti appoggi politici debbano essere stati smossi per ottenere il permesso di occupare un lungo prato lungo le spettacolari mura, posto esattamente a un passo dalla stazione ferroviaria e proprio davanti al viale, chiuso, che conduce all’ingresso delle autostrade. Ma poco importa : il sito ufficiale spiega che “nessuno ha mai suonato lungo le mura storiche”, e qualcuno avrebbe dovuto farlo per primo, no ?  I jersey, quei blocchi in cemento ci sono, li guardo e mi dico che nonostante tutti i divieti, io un paio in più per parte li avrei messi. Un furgoncino si fermerebbe sicuramente, un grosso tir non saprei. Ma pensiamo positivo.

I controlli ci sono, certamente. Ma tutto sommato neppure troppo pressanti. Una quantità di zainetti passa tranquillamente i tre imbuti, molti smoccolano per il loro gettato alla rinfusa dentro un gabbione. Però…era indicato chiaramente che non sarebbero passati, problemi loro. Arriviamo all’atteso metal detector. Emozione per capire se suonerà come al passaggio del Terminator, grazie alla nuova anca in titanio… sì, suona. Io sorrido, il tipo mi guarda e sorride. Mi fa passare. Chissà se avessi avuto un’arma avrebbe suonato diversamente. Vado, non ho intenzione di ammazzare nessuno, per ora.

Perché la voglia di farlo viene, dopo poco, arrivati al prato. Andatevi a cercare da soli, ammesso che ne abbiate voglia, la piantina della location : le mura di Lucca sono circondate da un grande anello verde di erba ben mantenuta che le rende uniche. Il pentacolo con baluardi che formano ha una storia nascosta e leggendaria circa la loro composizione. Uno spettacolo in sé.

Le mura di Lucca

La fetta di verde ricoperta di teloni e a sua volta di ghiaino non raggiunge i cento metri di larghezza, sicuramente supera i trecento in lunghezza. Il palco è imponente, come sempre con gli Stones; le quattro torri saranno alte tra i 25 e i 30 metri, sicuramente almeno il doppio dell’altezza delle mura. Al centro il palco, incastonato tra le torri, stranamente basso per essere un palco da osservare da centinaia di metri. Ad occhio dico meno di due metri e mezzo. I piedi dei roadie sono di poco al di sopra della linea immaginaria dei miei occhi. Cerchiamo una posizione decente, sono le quattro, ne avremo per cinque ore almeno.

Ci vuole poco per capire che i due gazebo che contengono, probabilmente, mixer luci e audio, regia video e telecamere e che sono poste alla base delle due torri dell’amplificazione, impediranno la visione ai due terzi del famigerato Prato B, quello destinato a contenere la maggioranza dei 55mila presenti.  I gazebo sono alti almeno quattro metri, se non più, e creano dietro di loro un cono che impedisce la visione del palco. No, non esiste, almeno per i primi 250 metri, una visione centrale perché esattamente al centro c’è un largo corridoio transennato, forse di sicurezza, che occupa la zona della visione migliore. Il risultato è che…sparo a occhio… trentamila dei cinquantamila a prato, non vedranno mai il gruppo. Io sono tra quelli. E quando Jagger sbucherà da un angolo di un terzo gazebo utilissimo e destinato a contenere acqua e birra vendute a prezzo da deserto del Sahara dopo una settimana di traversata, capisci che qualcuno ha deciso che solo quei sette, ottomila del Prato A avranno l’onore di vedere fisicamente gli Stones.

Semplicemente ri-di-co-lo. Folle, da rimborso immediato, una vergogna.

Voglio sperare che si tratti di una scelta inderogabile della produzione, sicuramente successiva alla scelta del luogo, lungo e stretto, e spero non del solo promoter. Che a quel punto bene farebbe a cambiare mestiere. Tanti ce ne sono. Fortunelli i ragazzi dell’A e i pochi del Vip sotto palco, finito in mano ad amici e raccomandati. I ricchi, quelli veri, stanno negli sky box a 700 cucuzze a posto. Non capiranno un cazzo di quello che sta accadendo, non conosceranno un brano eseguito ma potranno trovarsi al rinfresco che seguirà e dire agli amici che “loro c’erano”. Già..il prato A… 250 a testa, sapevo…le stesse pagate dai quindici ragazzi di Spoleto vicini a me, nel B però, che hanno cambiato i biglietti presi da ticketone. Si domandano, ingenuamente, se qualcuno abbia sbagliato, perché il loro biglietto riporta la cifra di 115, il prezzo ufficiale del Prato B, che a loro è costato 135 in più…e però hanno avuto una borsina in tela rossa, una specie di diario, un berrettino. Dico loro che io avrei rovesciato il bancone, loro restano sereni e dubbiosi. Abbandoneranno la posizione conquistata quando una mandria di deficienti ubriachi, verso le cinque, inizierà a spingere per avvicinarsi al palco, senza sapere di essere a pochi metri dalle transenne. Siamo quanto più avanti il B ci consenta e vediamo i tecnici sul palco piccoli come i soldatini di plastica della nostra infanzia. Il mio occhio venatorio (e qui  da animalista mi tocca storcere il naso, ndtim) mi dice 130/150 metri.

Ci spostiamo di lato, ‘fanculo, tanto comunque dovremo guardare i videowall. Ma respireremo. Inizio a domandarmi se la domanda corretta non sia “se è il volume è troppo alto sei troppo vecchio”, bensì “se ti stanchi a stare in piedi stai invecchiando e devi scegliere posti a sedere”. Perché sedere a terra è impossibile : verresti calpestato e la mia costosissima anca non se lo può permettere.

All’imbrunire suona un gruppo spalla. Sulla grancassa c’è scritto The Struts, che credo voglia significare “I chiunque”, in inglese. Nessuno deve avergli detto che essere giovani nel 2017 e suonare quella roba è superfluo. Ma si faranno. Basteranno un paio di ritocchi : un cantante con due tonalità, un batterista con almeno un paio di tempi diversi da tenere, qualcuno che scriva loro qualcosa di decente da eseguire, un chitarrista solista che prenda il posto dell’attuale. E il gioco è fatto.

Guardo con sguardo libidinoso le tribunette poste lungo le mura, quelle che stanno rendendo ancora più stretto il campo e provo a corrompere uno della security: ti allungo qualcosa se mi fai passare. Non avrei dovuto farlo. Sarebbe stato sufficiente indirizzarsi con decisione verso una delle porte, lo scopro troppo tardi.

A buio il palco si illumina di rosso, le maracas battono il tempo di Sympathy for the Devil, il pezzo che, per me, racchiude tutta l’essenza degli Stones. Lo adoro. Me lo godo. Lo assaporo come credo si debba fare con un vino d’annata. Jagger si muove come un cinquantenne e canta come tale. Ma ne ha, lo sappiamo, 24 in più. Ha fatto un patto con il diavolo, altro che Robert Johnson. Watts ne ha 76, il fisico è fragile, ma sorride e…suona, suona davvero. In quel modo semplice, asciutto, perfetto. E detto da uno che ama Colaiuta e Bozzio credo sia il migliore dei complimenti. Richards è…Richards. Il monumento alla sopravvivenza del rock and roll, l’uomo che “non ha mai avuto problemi con la droga, ma solo con la polizia”, quello che, fotografato all’arrivo all’aeroporto di Pisa, si è fatto fotografare a fumare. Le mani sono due sculture all’artrosi, si muovono dure e lente sulle chitarre, sbagliano spesso, lasciano a Wood la maggior parte del lavoro, dimentiche che proprio gli Stones hanno perfezionato quell’intreccio di doppia ritmica e doppia solista, ma quando “prende” alcuni di quei riff che rappresentano la Pietra di Paragone per milioni di “vorrei essere” capisci che la fabbrica del riff, in qualche modo, ha ancora un suo rappresentante attivo.

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RS Lucca – foto A. Delli Paoli

La regia video, e non avrebbe potuto essere diversamente, è semplicemente perfetta. Ogni brano ha una sua caratteristica visiva diversa da tutte le altre e angolazioni diversamente selezionate. Ci deve essere un lavoro immenso dietro alla costruzione video di ogni brano e quel minimo di occhio che mi sono fatto, me lo fa apprezzare. Non è semplicemente una ripresa video quella che abbiamo davanti : è opera di alta regia, ma chissà quanti saranno in grado di goderla a pieno. Il suono è sporco, molto più di quanto mi sarei aspettato. Ma non intendo nella miscela acustica, che comunque lascia a Richards qualche decibel in più di Woods, ma proprio nella scelta del suono, che mai avevo ricordato così rustico, da cantina, immediato, diretto…ecco…no filter, adesso capisco.

Gli Stones stanno chiudendo il cerchio, tornando alle origini del loro rock, imbevendolo di blues, di roll di approccio scarificato, essenziale. Cosa difficile, tutto sommato, dato che con i quattro ci sono ben sette musicisti aggiuntivi, tra cui, per me, spicca Chuck Leavell, un giramondo delle tastiere.

Perché gli Stones ? ti domandi mentre scorrono le canzoni. Per la solita, unica, inevitabile ragione : i pezzi, i pezzi, i pezzi. E loro, di brani miliari, ne hanno composti a dozzine. Senza inventare nulla, ma creando ugualmente le basi con cui il mondo ha dovuto confrontarsi. Perché Gimme Shelter, Brown Sugar, due versioni incredibili di Midnight Rambler e You can’t always get what you want, da sole valgono la tua presenza lì, davanti alla Storia di quello che ami da sempre, di quelle cose che, messe su un piatto o dentro un lettore, ti hanno modificato la vita, reso più luminose le giornate, fatto dimenticare i dolori, fatto venire la pelle d’oca, innamorare e incazzare.

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Perché davanti a milioni di euro di produzione c’è solo l’emozione di chi riesce ancora a stare in piedi per ore, nonostante tutto, ad amare quattro vecchietti che potrebbero essere al bar a giocare a carte. E invece sono su un palco, a cantare e suonare la loro vita e la tua.

Credevo di essere andato a vedere per l’ultima volta i Rolling Stones. Penso di essermi sbagliato.

©Giancarlo Trombetti  settembre 2017 

NEWS: BRITISH DAY di SCHIO (VI) 7 e 8 ottobre 2017

21 Set

Tradizionale appuntamento organizzato da Schio life; quest’anno il tema sarà quello dei PINK FLOYD. 7/8 ottobre 2017 a Schio (Vicenza).

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P I N K  F I R E

A TRIBUTE TO PINK FLOYD

SABATO 7 OTTOBRE 2017 ore 21.00  – TEATRO ASTRA di SCHIO

Da oltre 20 anni la PINK FIRE Tribute Band incarna ed interpreta la musica dei Pink Floyd ai massimi livelli, riuscendo ad emozionare generazioni diverse di ascoltatori e contribuendo così a mantenere viva la passione per una delle più grandi band della storia del rock. Il repertorio proposto rende completo omaggio alla storia e ai componenti dei Pink Floyd, spaziando dal periodo psichedelico dei primissimi anni alle sonorotà degli album più recenti.
Lo spettacolo ricrea l’atmosfera di un concerto dei Pink Floyd attraverso un’attenta ricerca di strumentazione, suoni, impasto sonoro, effetti, video, luci ed ambiente.

BIGLIETTI IN PREVENDITA A PARTIRE DA OGGI al prezzo di Euro 15 riservati agli iscritti a SchioLife.com, scontati i dirittti di prevendita con scelta del posto automatica:

– POLTRONA PLATEA NUMERATA > http://ticket.schiolife.com/prenotazione-posto_lit_68_262.asp?id_concerto=58

Se vuoi invece scegliere il posto in prevendita su Circuito VIVATICKET : http://www.vivaticket.it/ita/event/pink-fire-tribute-pink-floyd/101012?qubsq=78fe02ed-f81c-43b5-9f13-989503be1f74&qubsp=edf90399-9691-47c7-a94d-7998679ef28b&qubsts=1504784526&qubsc=bestunion&qubse=vivaticketserver&qubsrt=Safetynet&qubsh=3a6b378641a9f02e37fea8f1211248a5

Direttamente presso i Punti vendita Vivaticket in provincia di Vicenza:
 Fondazione Teatro Civico presso Teatro Civico, via Maraschin 17, Schio – Tel. 0445 525577
► Discovery : Piazza Alvise Conte, 6 Schio – telefono: 0445 523985
► Gentes Agenzia Viaggi : via IV Novembre, 18 Barbarano Vicentino : 0444 886737
► Dischiponte : via Angarano, 9 Bassano del Grappa – telefono: 0424 503834
► Libreria La Bassanese : via J. Da Ponte, 41 Bassano del Grappa – telefono: 0424 521230
► Associazione Pro Marostica : Piazza Castello, 1 Marostica – telefono: 0424 72127
 Iat di Thiene : piazzetta Rossi, 17 Thiene – telefono: 0445 804837
► Tabaccheria Punto Servizi Balasso: via Trieste, 16 Thiene – telefono: 0445 370388
► Elfeide Viaggi : via XX Settembre, 43 Vicenza – telefono: 0444 1460406
► Tabaccheria di Sella Renzo : corso Ss Felice e Fortunato 360 Vicenza – telefono: 0444 287918
► Posta Express Zane’ : via Monte Pasubio, 220/1 Zanè – telefono: 0445 315343
► e su tutto circuito VIVATICKET in tutte le province italiane > www.vivaticket.it/ita/ricercapv
Il BRITISH DAY SCHIO si svolgerà sabato 7 e domenica 8 ottobre e sarà dedicato ai PINK FLOYD, quindi non solo il concerto ma altre iniziative collaterali interessanti di cui ti informeremo tempestivamente!