Walking blues

29 Mar

Sopravvivere, ecco cosa si cerca di fare di questi tempi, sopravvivere al futuro che appare più tenebroso che mai, con la salute che pare alla mercé – oltre che del proprio DNA – di questo nemico inavvertibile chiamato covid19, con la situazione lavorativa e quindi il futuro economico che sembra sotto la cappa di cieli cupi e neri come la pece.

photo Lanah Nel

Possono aiutare i due passi fatti lungo la stradina campagnola chiusa in cui si abita; non s’incontra nessuno se non qualche riccio che curioso annusa la primavera, qualche lepre che furtiva s’invola nelle vigne non appena ci si avvicina e il gattino nero che come ogni giorno – accoccolato sul pratino dinnanzi la casa di un vicino – osserva il suo piccolo mondo.

Possono aiutare vecchi cofanetti Chess di Muddy Waters, dove anche pezzi meno noti come Evans Shuffle riescono a dare quella carica necessaria per rimettersi in moto, d’altra parte lo diceva anche Johnny Cash … get rhythm when you got the blues.

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Non è consigliabile stare troppo attaccati alle TV generaliste … la Rai è inondata da programmi a carattere religioso, sembra più la tivù di stato del vaticano che quella di una Repubblica che dovrebbe essere laica e scevra da certi condizionamenti e superstizioni, e le altre tivù commerciali hanno già fatto sufficienti danni negli ultimi quarant’anni per regalargli altro tempo.

La protezione civile snocciola ogni giorno cifre inquietanti, il governo cerca di fare del suo meglio mentre le opposizioni si rivelano ancora un volta quello che sono. Il Presidente della Repubblica Mattarella, come spesso capita, sembra il più lucido, al contempo istituzionale ed empatico, luce guida di un paese in affanno ma che comunque prova a dare il meglio di sé in una situazione difficilissima. Non mancano le pecche tipiche di noi italiani, ma non si può non notare una maturità per certi versi inaspettata da parte di un grossa fetta della popolazione.

Sì perché non è poi che nelle altri parti d’Europa e del mondo stiano facendo granché meglio … basti pensare alle parole e ai comportamenti del premier inglese, del presidente americano, del presidente brasiliano e di altri leader sparsi qua e là. L’Europa poi è a un bivio, se il nord si intestardisce sulle algide ed egoistiche posizioni su cui si sta arroccando, sarà la fine di quel progetto (non del tutto riuscito) che faticosamente si è cercato di tenere in piedi dal 2002 (se non proprio dalla sua nascita, il 1957).

E’ bene provare ad essere cittadini coscienziosi, anche se a volte si ha l’impulso di ritirarsi e andare a dissolversi in una valle innevata e magari giocare a fare Jeremiah Johnson.

photo Albert Laurence

Ma poi si torna sulla terra, come si può pensare di tenere testa a Corvo Rosso con le proprie Adidas (o Puma), i propri fularini (foulard) e con l’abbonamento a Netflix di cui sembra non si riesca più fare a meno?

Così, non resta altro che bardarsi come meglio si può e uscire (per la prima volta in 20gg) a fare la spesa.

Tim pronto per la spesa – Marzo 2020 – foto Saura T.

Nessuna macchina in giro per le stradine di campagna, qualche veicolo per le strade della città, poca gente al centro commerciale. Il parcheggio al coperto poco illuminato, a parte il supermercato tutti gli altri negozi chiusi, gli avventori in fila distanziati un paio di metri gli uni dagli altri per entrare (5 alla volta). Atmosfera da The Walking Dead. E chi l’avrebbe detto che si sarebbe vissuto un periodo come questo?

Centro Commerciale Ariosto – Regium Lepidi – Marzo 2020 – foto TT

Come ogni donna e uomo di blues che si rispetti si cerca dunque di passare il tempo come meglio si può: facendo un poco di esercizio fisico, leggendo, ascoltando LP, mettendo le mani sul manico della Les Paul, guardando serie TV e scrivendo i nostri writes of springtime alla luce aranciata del pomeriggio.

La luce aranciata del pomeriggio – Domus Saurea marzo 2020 – foto TT

I woke up this morning, feeling round for my shoes
Know ‘bout ‘at I got these, old walking blues
Woke up this morning, feeling round for my shoes
But you know ‘bout ‘at I, got these old walking blues

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SERIE TV: The Outsider (HBO 2020) / The English Game (Netflix 2020)

Quest’oggi ne segnaliamo un paio:

  • The Outsider è tratta da un libro di Stephen King, ed è una serie fatta bene. Mistero, horror e spavento.

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  • The English Game pare un po’ retorica, ma parla degli inizi del Football – là in Britannia sul finire dell’epoca vittoriana – e dunque l’abbiamo guardata con piacere

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In casa a guardar film e a cercare di lenire i blues

Sky, Netflix, Prime Video, Disney Plus (sì, la pollastrella ha voluto anche questo, per la bazza legata a Star Wars), Tim Vision, Raiplay … ce ne sono di posti dove stanare il film giusto, ma in quei giorni in cui tra le decine di film a disposizione non se ne riesce a trovare nemmeno uno che faccia al caso proprio (esattamente come quando si rimane imbambolati davanti alle centinaia di LP, CD o musicassette senza sapere che titolo scegliere) ecco che si rispolvera IL film, quello in cui i tre uomini diversi che siamo si fondono, si completano e si trasformano nell’uomo che vorremmo essere.

Guardare IL film – Domus Saurea marzo 2020 – foto TT

Jeremiah Johnson

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Perché Tony Banks ha quasi sempre evitato di suonare dal vivo l’introduzione di Firth Of Fifth

Gli uomini di blues ogni tanto si domandano perché Tony Banks, il fighetto da scuola privata Charterhouse School che voleva pezzi del suo gruppo in classifica, fosse così restio a suonare dal vivo l’introduzione di Firth Of Fifth, bellissimo pezzo contenuto nell’album dei Genesis Selling England By The Pound. Ad un certo punto – diciamo più o meno dal 1976 – le performance dal vivo del brano persero la famosa intro di piano e iniziarono di colpo col cantato di Collins (che fu di Gabriel). Il fatto è che Tony Banks, musicista che faceva parte di una delle 3/4 più grandi band di prog rock del mondo, dal punto di visto tecnico era un gradino (forse due o tre) sotto Keith Emerson o Rick Wakeman, i veri assi della tastiera. Pur suonando l’intro col clavinet e piano elettrico l’esecuzione non è mai stata cristallina, bensì un po’ scolastica e pasticciata e dunque meglio tagliarla e riproporla solamente nel mezzo del pezzo con l’aiuto del suono pompato delle tastiere.

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Niente di male, il Rock per fortuna non è una scienza esatta, Tony Banks e i Genesis (1970-1977) ci piacciono da morire, ma in questi giorni sospesi e passati a casa per noi uomini di blues diventa quasi naturale cercare il pelo nell’uovo. E poi, visto che non siamo teneri con il Dark Lord e con i LZ post 1973, giusto esserlo anche con gli altri musicisti/gruppi.

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Tiny Tim: born performer (as Jeff Wilson says)

Ritroviamo certe nostre foto che pubblichiamo su FB. Il nostro amico dell’Ohio Jeff Wilson le commenta con un “born performer” … e niente, ci ha fatto molto ridere.

Tim centurione romano – secondo da sinistra

When I was a cosmonaut – Blond Boy Tim, first row, third from right

Sul piatto della Domus

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May the Dark Lord watch over you

L’emergenza continua, donne e uomini di blues che vi arenate ogni tanto su questo blog, continuate a prestare la massima attenzione. Tenente alta la guardia, non perdete il sorriso e la fiducia nel futuro. Ne usciremo. Sino ad allora restiamo concentrati. Che il Dark Lord ci protegga.

TDL live in USA 1977 b – photo Neil Preston

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Mahavishnu Orchestra according to Tim Tirelli

27 Mar

ll Jazz-Rock mi arriva immediatamente dopo aver scoperto il Rock, nella seconda metà degli anni settanta. Gli amici un po’ più grandi e più esperti guardavano già oltre: d’accordo i Led Zeppelin, i Genesis, gli Emerson Lake & Palmer e il resto, ma c’erano altri musicisti brillantissimi e tecnicamente dotati da seguire, musicisti dediti ad una musica strumentale più articolata; sì perché che il Rock fosse già bello di per sé lo avevamo capito, ma se i membri dei gruppi che amavamo sapevano anche suonare molto bene, si godeva ancor di più grazie alle loro magie virtuosistiche (sempre che non sfociassero nel tecnicismo fine a se steso). E’ così che i più maturi di noi cominciarono a viaggiare in quegli spazi e comprare gli album dei grandi gruppi di jazz-rock o dei loro membri. Return To Forever, Weather Report, Al Di Meola, Brand X e via dicendo. Io ero troppo preso dall’incantesimo del Rock in senso stretto per godere appieno di quei nuovi orizzonti, ma lo stare a contatto con quel sound e quelle sperimentazioni musicali mi avrebbe comunque segnato. Il mio primo acquisto di quel genere fu Love Devotion Surrender (1973) di Carlos Santana e John McLaughlin registrato insieme alle loro rispettive band: Santana e Mahavishnu Orchestra. I primi ascolti furono difficili, le svisate avevano l’approccio rock ma la musica possedeva l’ampio respiro della sperimentazione musicale del jazz. Ero già un fan di Carlos (il primo chitarrista che ho amato) ma non ero ancora arrivato all’album Caravanserai (1972) e al suo periodo jazz-rock, faticai dunque ad immergermi in quel magma ribollente di musica straordinaria, magma che ad ogni modo finì per diventare disco d’oro in America (14esima posizione della classifica), incredibile se ci pensa oggi. L’altro disco del genere che comprai fu quello che allora era l’ultimo della Mahavishnu Orchestra, Inner Worlds del 1976. Sebbene quei due album solo saltuariamente apparirono sul mio giradischi, gli amici continuarono ad ascoltare quella musica fino a che essa finì nel mio DNA.

Il gruppo che forse incarnò meglio quell’epoca straordinaria fu la Mahavishnu Orchestra appunto. Tutto ebbe più o meno inizio con le registrazioni dell’album Bitches Brew (1970) di Miles Davis, disco rivelazione di jazz con pulsioni rock (sempre che sia il caso di usare questo termine in quel contesto), i musicisti coinvolti in quel progetto nel breve volgere di un paio d’anni iniziarono a formare gruppi che diventarono leggendari in quel campo. Uno di questi come detto fu la Mahavishnu Orchestra, gruppo che ora posso considerare una magnifica ossessione per me , gruppo che considero uno dei picchi più alti di quella attività umana che chiamiamo musica.

La Mahavishnu che più (mi) interessa la si può sostanzialmente dividere in due fasi: quella del 1971-1973 e quella del 1974-76. Due formazioni diverse e due approcci differenti per una manciata di album straordinari. Nell’estate del 1971 John McLaughlin’ (significato del nome: Giovanni dello Scandinavo … McLaughlin è la trascrizione irlandese di son of Lochlann, il nome Lochlann – appartenuto a un re vichingo – significa letteralmente terra dei laghi/fiordi) forma il gruppo, una settimana di prove e via al primo concerto: gruppo spalla di John Lee Hooker (riuscite a immaginarlo?). Dopo un paio di settimane di warm up live il gruppo entra in studio per la prima volta per quelli che saranno 5 anni di musica per cuori forti, per intelletti curiosi e disposti a tutto, per comprendere che in questo caso l’evoluzione umana ha funzionato, avendo trasformato 5 mammiferi discendenti dalle scimmie in creature capaci di definire il suono universale.

John McLaughlin Mahavishnu Orchestra

 

THE INNER MOUNTING FLAME – 1971 – TTTT

1. Meeting Of The Spirits (6:52)
2. Dawn (5:10)
3. Noonward Race (6:28)
4. A Lotus On Irish Streams (5:39)
5. Vital Transformation (6:16)
6. The Dance Of Maya (7:17)
7. You Know, You Know (5:07)
8. Awakening (3:32)

  • John McLaughlin – guitar
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, organ
  • Jerry Goodman – violin

Registrato in agosto, l’album viene pubblicato nel novembre del 1971 dalla Columbia, raggiunge in USA  l’11esimo posto nella classifica dei Jazz Album e l’89esimo posto nella classifica generale, risultato quest’ultimo sorprendente per un gruppo del genere. Meeting Of The Spirits mette sul banco sin da subito il carattere del gruppo: magnifica musica strumentale sostenuta dalle capacità tecniche dei singoli musicisti; ad intensi momenti elettrici si contrappongono spazi più lenti e riflessivi. Il piano di Hammer (musicista cecoslovacco nato a Praga nel 1948) e il violino di Goodman si interfacciano con la maestosa chitarra del leader e la superba sezione ritmica. Dawn è uno di quei brani che sospinge verso le profondità cosmiche che tanto tiro in ballo. Il piano di Jan, il basso di Laird, il tempo tenuto in maniera ineccepibile da Cobham e la chitarra stratosferica di McLaughlin … una meraviglia. Il tempo poi si fa più sostenuto con l’ingresso del violino di Goodman. L’alba di un progetto musicale di lignaggio sopraffino.

Noonward Race parte con la chitarra a mille accompagnata dalla batteria. Nella corsa si rincorrono poi gli altri strumenti col violino su tutti. A Lotus On Irish Streams cambia radicalmente l’atmosfera, acquarello acustico adattissimo a descrivere il fior di loto che scorre su ruscelli irlandesi. Vital Transformation ti fa capire che razza di musicisti ci fossero nella Mahavishnu. Jeff Beck su tutti deve moltissimo a questo gruppo e a McLaughlin che qui si lancia in una delle tempeste elettriche che lasciano letteralmente senza fiato. La chitarra solista affronta qualsiasi impervio sentiero le si para davanti, io vi trovo un nesso con le lunghe improvvisazioni di Page con i LZ di Dazed And Confused. L’approccio rock di McLaughlin è sensazionale. The Dance Of Maya gioca su tempi difficili da tenere, brano piuttosto ostico che ad un certo punto la butta sul blues. Cobham secondo me esagera con l’uso del China Cymbal, ma sarà forse perché personalmente lo trovo un accessorio ritmico fastidioso. You Know, You Know l’ho vista fare due anni fa da Jeff Beck e le emozioni mi hanno riempito il cuore. Chissà cosa deve essere stato sentirla e vederla suonare dalla MO ai tempi di cui parliamo. Il mirabile pianino di Hammer, chitarra e violino in sottofondo e la sezione ritmica che fa esattamente quello che deve fare in un pezzo del genere. Il tocco di Cobham è divino.

Di nuovo in balia di tornado elettrici con Awakening. Alla faccia del risveglio! Di nuovo un approccio rock cazzutissimo da parte di McLaughlin. La Mahavishnu nella sua versione più schizoide.

Gran album di debutto.

 

BIRDS OF FIRE – 1973 – TTT½

1. Birds of Fire (5:41)
2. Miles Beyond (Miles Davis) (4:39)
3. Celestial Terrestrial Commuters (2:53)
4. Sapphire Bullets of Pure Love (0:22)
5. Thousand Island Park (3:19)
6. Hope (1:55)
7. One Word (9:54)
8. Sanctuary (5:01)
9. Open Country Joy (3:52)
10. Resolution (2:08)

  • John McLaughlin – guitars
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – drums, percussion
  • Jan Hammer – keyboards, Moog synthesizer, Fender Rhodes
  • Jerry Goodman – violin

Birds of fire è confezionato in studio nell’estate del 1972 e pubblicato nel gennaio del 1973. Raggiunge incredibilmente la 15esima posizione In USA e la 20esima in UK delle classifiche generali. Sarà l’ultimo album da studio della prima formazione, (il terzo album sarà infatti pubblicato solo nel 1999). Solo in quegli anni poteva accadere una cosa del genere. Trovo quest’album forse meno riuscito del precedente e in generale di tutti quelli usciti nel periodo d’oro; anche qui McLaughlin unico compositore. Il pezzo Birds of Fire è costruito su riff e passaggi che violino e chitarra suonano all’unisono. Miles Beyond parte con un gran bel lavoro al di Jan Hammer al piano (che a tratti ricorda Hendrix), su cui poi si intersecano cupi passaggi più duri. Molto bello l’intermezzo tra piano e basso.

Celestial Terrestrial Commuters è tipico jazz rock di quegli anni, Sapphire Bullets of Pure Love è un inutile sketch di 30 secondi mentre Thousand Island Park è un bel quadretto dipinto col piano, il basso e una splendida chitarra acustica. Hope è una maestosa digressione su tempi dispari a cui seguono i nove febbrili minuti di One Word pieni di spunti e idee. Riuscito lo spazio lasciato a Rick Laird e al suo basso. Sanctuary è un velo di crepe nere da indossare , una tetra melodia di volta in volta tratteggiata da violino, tastiere e chitarra.

Sentimenti più solari ritornano con Open Country Joy a cui anche la nostra PFM deve qualcosa.

Resolution è edificato su un crescendo ostinato e continuo e chiude l’album in maniera piuttosto interlocutoria. Album che come detto – a dispetto del grande successo – personalmente trovo quasi incompiuto.

 

THE LOST TRIDENT SESSIONS 1973 (pubblicato nel 1999) – TTTTT

1. Dream (11:06)
2. Trilogy (9:30)
3. Sister Andrea (6:43)
4. I Wonder (3:07)
5. Stepping Stone (3:09)
6. John’s Song (5:54)

Disco che si trova anche all’interno di The Complete Columbia Albums Collection

  • John McLaughlin – guitar, production
  • Jan Hammer – electric piano, synthesizer, production
  • Billy Cobham – drums, production
  • Jerry Goodman – electric violin, viola, violow (custom viola with cello strings), production
  • Rick Laird – bass, production

Negli ultimi giorno del giugno 1973 il gruppo si trova in studio per registrare il terzo album da studio. Le sedute di registrazione sono tenute ai Trident Studios di Londra, da un punto musicale tutto è eccellente ma dal punto di vista personale sono giorni pesanti, i membri del gruppo non si parlano più, ci sono tensioni nei rapporti, Hammer e Goodmansi rendono pubbliche le loro frustrazioni dovute al modo in cui John McLaughlin esprime la leadership. Il gruppo si dissolve.

Trident Studios – foto d’epoca

In una intervista del 1977 McLaughlin dichiarò: “c’è un album da studio che non è mai stato pubblicato e che è molto buono ma al tempo la band correva un po’ troppo ed era incapace di vedere le cose in modo chiaro. Tutti erano nervosi, non so il perché. Quando mi dissero come si sentivano, rispettai la cosa e non chiesi loro di spiegarmi il perché, così facemmo uscire l’album live, che è buono ma non allo stesso livello. Un giorno spero che il disco da studio verrà pubblicato. E’ un gran buon album.”

Nel 1998 un produttore della Columbia – mentre cercava materiale per i remaster dei due album precedenti – si imbatté in alcuni nastri che si rivelarono essere il mix stereo dell’album inedito del 1973. Il disco fu pubblicato nel settembre del 1999.

Questo è il mio disco preferito della Mahavishnu. Ascoltare le versioni in studio dei pezzi che conoscevo solo in formato live fu un gran momento per me.

Dream (John McLaughlin) apre l’album con atmosfere – manco a dirlo – sognanti: chitarra acustica, piano, basso, lievi pennellate ritmiche, violino  … il pezzo poi si allinea alle forme classiche del Jazz-Rock con una prova d’insieme dei musicisti notevolissima.

Trilogy (John McLaughlin) è uno degli episodi che preferisco della Mahavishnu, è diviso in tre parti: The Sunlit Path, La Mere de la Mer, Tomorrow’s Story Not the Same ; il disegno iniziale della chitarra mi spinge ogni volta verso le autostrade cosmiche. Lo trovo di una bellezza definitiva. L’arpeggio iniziale poi viene rivoltato come un calzino. Intorno al minuto 5, il ritmo cambia radicalmente, il gruppo prova una feroce incursione in territori sconosciuti prima di ritornare a valle portato da correnti più quiete.

In Sister Andrea (Jan Hammer) la chitarra sperimenta mentre il gruppo jazzrockeggia da par suo. Nella parte finale ampio spazio per Hammer. Approccio sempre molto rock. Avvenente l’inizio di I Wonder (Jerry Goodman), un bell’arpeggio in minore su cui McLaughlin fa cose sublimi. L’aver aperto il songwriting anche agli altri rende il tutto più salutare. Sul finale anche Hammer ci dà dentro alla grande.

Stepping Tones (Rick Laird) è un pezzo da bassisti, tempi dispari per paesaggi musicali disegnati con gusto surreale. John’s Song #2 (John McLaughlin) conclude il disco con soluzioni sperimentali. Brano quasi senza fondamenta, il talento dei musicisti veleggia verso luoghi privi di strade e nomi, in un intreccio di esaltazioni musicali.

Album dunque di grande spessore, per quanto mi riguarda indispensabile per le notti in cui si decide di ascoltare il mormorio delle stelle.

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 – TTTT

1. Trilogy Medley (12:01)
… The Sunlit Path
… La Mere De La Mer
… Tomorrow’s Story Not The Same
2. Sister Andrea (8:22)
3. Dream (21:24)

  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

 

Un disco dal vivo di Jazz Rock che contiene materiale inedito e che arriva al 41esimo posto della Top200 di Billboard. Davvero, solo nel 1973 poteva accadere una cosa del genere. Registrato il 18/08/1973 allo Schaefer Music Festival tenuto al Central Park di New York il disco – come detto – contiene tre dei pezzi registrati in studio due mesi prima e non pubblicato.

Consiglio l’edizione tratta dal mini cofanetto The Complete Columbia Albums Collection, il disco infatti beneficia di un nuovo mix (più chiaro dell’originale) ed inoltre ci sono pezzetti di musica in più rispetto alla versione precedente. I pezzi qui presenti sono resi in maniera più estesa: Trilogy passa dai 9 ai 12 minuti, Sister Andrea dai 6 ai 9 e Dream addirittura da 11 a 21.

Bisognerebbe mettersi di buona voglia, con la predisposizione d’animo giusta e in cuffia per godere del trasporto e dell’esaltazione mistica dei musicisti in quel contesto live. Performance da descrivere solo con iperbole.

Unreleased Tracks from

BETWEEN NOTHINGNESS & ETERNITY – 1973 (pubblicato nel 2011) – TTTT

The Complete Columbia Albums Collection

  1. Hope (1:47)
  2. Awakening (14:08)
  3. You Know, You Know (7:12)
  4. One Word (18:30)
  5. Stepping Tones (2:01)
  6. Vital Transformation (6:16)
  7. The Dance of Maya (14:04)
  • John McLaughlin – guitar
  • Jan Hammer – keyboards
  • Jerry Goodman – violin
  • Rick Laird – bass
  • Billy Cobham – percussion

Nel cofanetto The Complete Columbia Albums Collection vi è praticamente tutto quanto relativo alla prima formazione, i primi due album studio, il disco dal vivo e due bonus disc. Uno contiene appunto l’album da studio del 1973 pubblicato per la prima volta nel 1999 e il seguito del live di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di materiale aggiuntivo è tratto sempre dalle due sere del 17 e 18 agosto 1973 al Central Park di New York. Le prove dei musicisti sono dunque dell’altissimo livello appena descritto. Hope funge da introduzione mentre Awakening  saltella tra spunti di furia elettrica e spazi lasciati ai musicisti. Quello di Jan Hammer ha in sottofondo lo stesso effetto usato dagli ELP per Karn Evil 9. L’assolo in solitaria di McLaughlin scuce e ricuce l’animo in un gran sobbalzare d’emozioni. You Know, You Know a mio avviso è troppo veloce e isterica, un pezzo del genere non beneficia di una manipolazione del genere. Sono 18 i minuti per One Word; ampi spazi psichedelici per il basso Rick Laird e groove funk per una prova di gruppo nuovamente stellare. One Word contiene anche un grande assolo di batteria di Billy Cobham. Stepping Tones dura appena due minuti prima che venga fagocitata da Vital Transformation. Chitarra, violino e tastiere battibeccano velocissimamente mentre basso e batteria tengono una base infernale. Il siparietto blues contenuto all’interno di The Dance Of Maya, è piuttosto divertente. I confini del genere cambiano continuamente. E’ un blues stralunato e pieno di tecnicismi eppure vitale, bollente e carnale. Mclaughlin alla chitarra è un vero portento. Che spettacolo!

APOCALYPSE – 1974 – TTTT

1. Power Of Love (4:13)
2. Vision Is A Naked Sword (14:18)
3. Smile Of The Beyond (8:00)
4. Wings Of Karma (6:06)
5. Hymn To Him (19:19)
  • John McLaughlin – guitars, vocal composer
  • Gayle Moran – keyboards, vocals
  • Jean-Luc Ponty – electric violin, electric baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals
  • Narada Michael Walden – drums, percussion, vocals

with

  • Michael Tilson Thomas – conductor, piano
  • Michael Gibbs – orchestration
  • Marsha Westbrook – viola
  • George Martin – producer
  • Carol Shive – violin, vocals
  • Philip Hirschi – cello, vocals
  • Geoff Emerick – engineer

Nel 1974 la Mahavishnu Orchestra cambia faccia, solo McLaughling rimane, entrano nella scuderia quattro nuovi ottimi musicisti con i quali viene registrato in marzo il nuovo album, poi pubblicato in aprile. Il gruppo è aiutato dalla London Symphony Orchestra, connubio curioso ma che comunque porta il disco alla posizione 43 della classifica USA. Altro risultato memorabile (per un album di Jazz Rock). Il songwriting è di nuovo appannaggio del solo McLaughlin.
La nuova Mahavishnu sembra da subito più riflessiva, in Power Of Love gli archi della London Symphony Orchestra cullano la chitarra acustica, in Vision Is A Naked Sword la LSO si fa tenebrosa e interagisce in maniera a tratti scomoda con il gruppo, certo è che quando la band parte è un gran godimento starla ad ascoltare. A metà pezzo sorge un gioco di chitarra riuscito su cui le sirene del violino lanciano il proprio grido. A sorpresa in Smile Of The Beyond debutta il cantato su un disco della MO, la tastierista Gaule Moran gorgheggia infatti sui paesaggi musicali creati dalla LSO. A metà brano La Mahavishnu sostituisce la LSO; il basso di Armstrong resta sempre in bella evidenza.

Di nuovo la LSO nell’inizio di Wings Of Karma, il gruppo entra dopo due minuti ed il Jazz Rock torna prepotente. La chitarra di John McLaughlin, il violino di Jean-Luc Ponty! La batteria di Narada Michael Walden è a tratti irritante, China cymbal e crash a go go, quando forse sarebbero stato meglio evitare. Hymn To Him dura più di 19 minuti, inizio delizioso, sviluppo sognante, chitarra e atmosfera che talvolta richiamano il Santana dell’epoca (intorno al minuto 4:30). Poi lo spirito di McLaughlin prende il sopravvento e l’improvvisazione diventa molto Mahavishnu. Dopo 8 minuti circa il mood del pezzo cambia di nuovo, groove medio da Jazz Rock, con il piano e il basso in evidenza. Lungo assolo di Ponty

VISIONS OF THE EMERALD BEYOND – 1975 – TTTTT

1. Eternity’s Breath Part 1 (3:10)
2. Eternity’s Breath Part 2 (4:48)
3. Lila’s Dance (5:34)
4. Can’t Stand Your Funk (2:09)
5. Pastoral (3:41)
6. Faith (2:00)
7. Cosmic Strut (3:28)
8. If I Could See (1:18)
9. Be Happy (3:31)
10. Earth Ship (3:42)
11. Pegasus (1:48)
12. Opus 1 (0:15)
13. On The Way Home To Earth (4:34)

  • John McLaughlin – guitars, vocals
  • Jean-Luc Ponty – violin, vocals, electric violin, baritone violin
  • Ralphe Armstrong – bass guitar, vocals, contrabass
  • Narada Michael Walden – percussion, drums, vocals, clavinet
  • Gayle Moran – keyboards, vocals

with

  • Carol Shive – 2nd violin, vocals
  • Russell Tubbs – alto and soprano sax
  • Philip Hirschi – cello
  • Bob Knapp – flute, trumpet, flugelhorn, vocals, wind
  • Steve Kindler – 1st violin

VOTEB è registato in dieci giorni agli Electric Lady Studios di New York nel dicembre  del 1974, e pubblicato due mesi più tardi. 68esimo post nella classifica generale degli USA. Bella copertina. Le composizioni sono tutte di McLaughlin tranne una.

Eternity’s Breath Part 1 contiene il riff con cui si identifica questo disco. E’ uno dei più bei riff della musica Rock.

Eternity’s Breath Part 2 io lo intendo come lo sviluppo della canzone. Cantato su ritmica rock e grandissimo assolo di McLaughlin. Il famoso riff ritorna verso la fine.

Con un inizio così fulminante diviso in due brillantissime parti l’album non può che diventare uno dei miei due preferiti. Lila’s Dance è un capolavoro, giro di chitarra su tempi dispari che va a trasformarsi in un blues interplanetario. McLaughlin stratosferico. Che brano, che pezzo, che musica!

Can’t Stand Your Funk è un episodio di quel funk imputanito che tanto mi piace.

Pastoral ha il cinguettio degli uccellini in sottofondo mentre gli strumenti dei musicisti dipingono uno dei quadretti acustici che amo tanto: violino, chitarra acustica, contrabbasso. Musica di livello elevato.

Faith dura solo due minuti ma è un altro gran momento. Arpeggio spaziale di chitarra poi sei corde in libertà per un viaggio interstellare nel Jazz Rock. Cosmic Strut (Walden) potrebbe benissimo essere la colonna sonora di un telefilm americano degli anni settanta (tipo Starsky e Hutch): funk jazzato con un pizzico di Stevie Wonder. In If I Could See Gayle Moran torna a cantare, brano di poco più di un minuto che funge da introduzione a Be Happy, brano assai movimentato. In Earth Ship la quiete sembra tornare, il canto di Gayle e il flauto galleggiano su basi musicali suggestive. Pegasus e Opus 1 sono brevi intermezzi dedicati al suono di sottofondo dell’universo prima della chiusura del disco affidata a On The Way Home To Earth. Quest’ultimo si affida a linguaggi extraterrestri intarsiati su una texture musicale squisitamente Rock (in senso lato naturalmente). Un finale da brivido.

Disco capolavoro dunque … mettiamola così, se c’è un album della Mahavishnu da avere questo è quello giusto. Con questo capitolo si chiude la grande era della Mahavishnu Orchestra, ciò che seguirà saranno episodi più che dignitosi ma lontani dai picchi dei primi 5 anni.

INNER WORLDS – 1976 – TTT½

1. All in the Family (6:01)
2. Miles Out (6:44)
3. In My Life (3:22)
4. Gita (4:28)
5. Morning Calls (1:23)
6. The Way of the Pilgrim (5:15)
7. River of My Heart (3:41)
8. Planetary Citizen (2:14)
9. Lotus Feet (4:24)
10. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (6:33)

Più che un disco della Mahavishnu sembra un album solista di McLaughlin, il cui nome è aggiunto in copertina e come se non bastasse è il solo ad essere ritratto nell’artwork del disco. Senza Ponty e Moran, le registrazioni vengono realizzate con l’aiuto d tastierista Stu Goldberg. L’album arriva al 118 posto della TOP 200 americana, la fase calante del gruppo è ormai cominciata

All In The Family (McLaughlin) si apre con una bella ritmica, su cui si interfacciano tastiere e chitarra sintetizzatore. Bel pezzo che mi ricorda – nell’uso dell’organo – gli ELP.

Miles Out (McLaughlin) è un bell’esercizietto funk(y) stralunato e sperimentale su cui si innesta il potente Jazz Rock di marca McLaughlin. In My Life (McLaughlin/Walden) è un brano cantato (da Narada Michael Walden) che sa di mediterraneo dal testo inzuppato della retorica religiosa in cui il gruppo – McLaughlin in primis – era intrappolato.

In Gita (McLaughlin) di nuovo chitarra sintetizzatore e spruzzi di quel pop jazz a cui non sono legato. Morning Calls (McLaughlin/Walden) è una melodia che sa di Irlanda e di Scozia creata con la chitarra sintetizzatore, The Way of the Pilgrim (Walden) è un pezzo arioso e niente male, Jazz Rock accessibile.

River of My Heart (Kanchan Cynthia Anderson, Narada Michael Walden) è una canzoncina pop jazz per piano, basso e voce cantata da Walden, Planetary Citizen (Ralphe Armstrong) episodio ritmato cantato da Armstrong, molto black e non particolarmente interessante. Qui McLaughlin sembra aver perso la strada. Lotus Feet (Mclaughlin) trip a base di moog, chitarra synth e percussioni. Inner Worlds Pts. 1 & 2 (McLaughlin) delirio di sintetizzatori, sequencer e diavolerie elettroniche che al tempo dovevano essere sembrate molto cool.

Album dunque non riuscitissimo, un po’ confuso e frammentato. Ben più che sufficiente ma nulla più.

MAHAVISHNU – 1984 /ADVENTURE IN RADIOLAND 1987 / THE BEST OF MAHAVISHNU ORCHESTRA 1980 / THE COMPLETE COLUMBIA

ALBUMS COLLECTION 2011

Negli anni ottanta Mclaughlin rispolvera il nome Mahavishnu Orchestra e fa uscire due album fortemente influenzati dai suoni sintetici di quel decenni, in più il chitarrista si mette ad usare il Synclavier synthesiser system, una sorta di music workstation basata sul sintetizzatore digitale e relativo campionatore. Nell’album del 1984 c’è di nuovo Cobham alla batteria ma poco altro che possa ricordare la vecchia Mahavishnu. I due dischi offrono qualche spunto dignitoso al passo coi tempi (gli anni ottanta), ma per chi scrive sono due capitoli secondari, se non addirittura superflui. Da segnalare l’uscita nel 1980 di un Best Of, francamente poco indicativo (la Mahavishnu non è un gruppo da best of). Altro discorso invece per The Complete Columbia Album Collection, bel mini cofanetto di cui abbiamo parlato più volte nel corso dell’articolo.

Mahavishnu Orchestra 1987 album

 

Per quei due o tre che hanno avuto il coraggio di arrivare sino alla fine, concludo ribadendo l’importanza di avere in casa almeno un paio degli album del gruppo, da ascoltare nei momenti in cui l’inquietudine musicale sì fa più forte e non si sa più a che santi (i nostri intendo, quelli che hanno nomi come Sonny Boy, Robert Leroy, Lowell Thomas o James Patrick) votarsi, quando si ha voglia di abbandonare i sentieri di solito battuti e svoltare su strade che gli altri non prendono mai.
©Tim Tirelli 2020

Fabiano Massimi “L’Angelo Di Monaco” (Loganesi 2019) – TTTTT

21 Mar

Una cara amica mi regala il libro di un suo conoscente, romanzo d’esordio di un autore modenese. Lo metto in cima alla pila dei libri da leggere … strano, di solito infilo verso la metà i libri che compro e che mi arrivano per poi scegliere quello giusto secondo l’ispirazione del momento … eppure, appena finito “Quando il rosso è il nero” di Qiu Xialong prendo in mano di getto l’Angelo Di Monaco. Provo molto affetto per la mia amica, forse è questa la ragione, fatto sta che mi butto – per il tempo che ho a disposizione da dedicare alla lettura – sulla prima opera di Massimi. Per le prime venti o trenta pagine fatico, trovo il tutto forse un tantino lezioso, ma probabilmente sono solo i miei preconcetti perché poi all’improvviso il libro parte e non si ferma più. La storia si fa avvincente, i personaggi sono delineati con intelligenza e talento, Monaco è descritta con maestria, le pagine scorrono veloci fino a che il finale non si rivela scoppiettante e pieno di colpi di scena. Mamma mia che bel romanzo, che ingegno spettacolare che ha Fabiano Massimi.

La cosa curiosa è che – come spiegato dallo stesso Massimi nella appendice finale – la storia e i personaggi sono veri, tutto combacia con quanto realmente accaduto, per quanto incredibile possa sembrare. Potremmo azzardare che si tratta di un saggio di storia trattato come un romanzo, ma ci sentiremmo in debito con l’autore, perché il lavoro svolto, la bella scrittura, il dono di saper raccontare una storia e di arricchirla con le meraviglie della letteratura fa di Fabiano Massimi un campione della scrittura. Se questo libro è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra del 2019 e se la traduzione in 10 paesi era ancora in corso prima della pubblicazione ci sarà un perché! Su questo blog miserello le 5 T su 5 se le merita tutte. Da non perdere.

Sinossi:

Monaco, settembre 1931. Il commissario Sigfried Sauer è chiamato con urgenza in un appartamento signorile di Prinzregentenplatz, dove la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli, è stata ritrovata senza vita nella sua stanza chiusa a chiave. Accanto al suo corpo esanime c’è una rivoltella: tutto fa pensare che si tratti di un suicidio.
Geli, però, non è una ragazza qualunque, e l’appartamento in cui viveva ed è morta, così come la rivoltella che ha sparato il colpo fatale, non appartengono a un uomo qualunque: il suo tutore legale è «zio Alf», noto al resto della Germania come Adolf Hitler, il politico più chiacchierato del momento, in parte anche proprio per quello strano rapporto con la nipote, fonte di indignazione e scandalo sia tra le fila dei suoi nemici, sia tra i collaboratori più stretti. Sempre insieme, sempre beati e sorridenti in un’intimità a tratti adolescenziale, le dicerie sul loro conto erano persino aumentate dopo che la bella nipote si era trasferita nell’appartamento del tutore.
Sauer si trova da subito a indagare, stretto tra chi gli ordina di chiudere l’istruttoria entro poche ore e chi invece gli intima di andare a fondo del caso e scoprire la verità, qualsiasi essa sia. Hitler, accorso da Norimberga appena saputa la notizia, conferma di avere un alibi inattaccabile. Anche le deposizioni dei membri della servitù sono tutte perfettamente concordi. Eppure è proprio questa apparente incontrovertibilità dei fatti a far dubitare Sauer, il quale decide di approfondire. Le verità che scoprirà, così oscure da far vacillare ogni sua certezza professionale e personale, lo spingeranno a decisioni dal cui esito potrebbe dipendere il futuro stesso della democrazia in Germania…
Sullo sfondo di una Repubblica di Weimar moribonda, in cui si avvertono tutti i presagi della tragedia nazista, L’angelo di Monaco è un thriller in miracoloso equilibrio tra inoppugnabile realtà storica e avvincente finzione, un viaggio all’inseguimento di uno scampolo di verità in grado, forse, di restituire dignità alla prima, vera vittima della propaganda nazista: la giovane e innocente Geli Raubal.

L’autore:

Fabiano Massimi è nato a Modena nel 1977. Laureato in Filosofia tra Bologna e Manchester, bibliotecario alla Biblioteca Delfini di Modena, da anni lavora come consulente per alcune tra le maggiori case editrici italiane. L’angelo di Monaco è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019.

 

Il blues al tempo del dispera

18 Mar

Bloccati in casa, i più fortunati in smart-working, con il Covid19 che aleggia sulle nostre città, campagne e anime. Situazione che sembra surreale ma che invece è quella con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno. Le cifre delle persone positive, di quelle guarite e di quelle morte, gli americani che fanno la la fila davanti ai negozi di armi, un discreta fetta di italiani che se ne frega e cazzeggia per strade e metropolitane senza un motivo preciso, la grande preoccupazione della crisi economica che arriverà, il posto di lavoro a rischio, i campionati di calcio sospesi, gli Europei spostati di un anno, lo spread che s’impenna, le borse che vanno giù. Bergoglio che passeggia per le strade di Roma per andare a pregare davanti a un crocifisso “miracoloso”, l’ex vicepresidente del consiglio – quello che Andrea Scanzi definisce “il cazzaro verde”  – che fa una passeggiata con la sua fidanzata invece di stare a casa e attenersi alle regole, il modulo dell’autocertificazione che compiliamo quelle rare volte che dobbiamo uscire a fare la spesa o andare in farmacia. I capelli che crescono, la barba che non viene fatta, l’inquietudine che aumenta. Pur restando razionali, con i piedi per terra e sicuri che tutto questo prima o poi passerà, non ci resta altro da fare per il momento che suonare Autumn Lake nell’angolino preferito della Domus Saurea.

Autumn Lake at the Domus – foto Saura T.

Autum Lake al minuto 03:21

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SERIE TV: I Delitti Del Valhalla

Un detective di Oslo con un passato doloroso torna in Islanda per aiutare una scrupolosa poliziotta a dare la caccia a un serial killer legato a una misteriosa foto.

Con:Nína Dögg Filippusdóttir,Björn Thors,Bergur Ebbi / Creato da:Thordur Palsson

Appassionato come sono di Nordic Noir non potevo perdermi questa nuova serie islandese, serie che consiglio caldamente.

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Doppiatori che non sanno niente di Rock e di Blues

Nel weekend mi sono riguardato il film Blues Brothers e ancora una volta non ho fatto che scuotere la testa quando il doppiatore fa dire a Elwood “E suonavi l’arpa in cantina”. Possibile che nessuno si fosse chiesto: ma un musicista blues suona l’arpa in cantina? Il fatto è che nel sud degli Stati Uniti la armonica veniva chiamata anche mouth harp, French harp o più semplicemente harp. Il primo nome dell’armonica fu Aeolina (termine che discende dal dio del vento Eolo), strumento poco più che rudimentale composto da qualche canna attaccata ad una placchetta su cui si poggiavano le labbra del suonatore. I suoni erano così dolci e celestiali che venne soprannominata l’Arpa di Eolo. Altro nomignolo che le fu dato è Mouth-harp, arpa a bocca. Da lì, a chiamarla semplicemente arpa il passo fu breve. E’ chiaro che se però in italiano la traduci semplicemente con arpa, la cosa si fa surreale.

Sempre nello stesso film trovo insopportabile – nel doppiaggio italiano – che Jake Joliet Blues (John Belushi insomma) venga chiamato Jack da tutti. Jack (pronuncia gec) è diminutivo di John, Jake (pronuncia geeic) è il diminutivo di Jacob. I dettagli sono importanti, per la miseria!

La giacca gialla dell’Adidas di Brian May nel film Bohemia Rhapsody

Mi sono riguardato anche Bohemian Rhapsody (per la terza volta) e mi sono soffermato sulla giacchetta gialla Adidas che fanno vestire a Brian May. Ne ho subito cercata una ma sul sito italiano di Adidas non è disponibile. Ne ho trovata una su un sito canadese, sono stato ad un passo dall’ordinarla, ma poi il buonsenso è prevalso: pur avendo vuoti esistenziali da riempire, il prossimo futuro sarà durissimo, non è tempo per darsi a spese del genere, maledizione.

Così, in mancanza d’altro sono andato in soffitta a dare un’occhiata alle mie scarpe a tre strisce.

Adidas ne abbiamo?
(Ripostiglio blues) – foto TT

Smart Working Blues

Si lavora giocoforza da casa. Sensazione strana. Metto comunque la sveglia, faccio solo una pausa di 10 minuti al mattino e al pomeriggio, cerco di essere ancora più ligio al dovere di quello che sono. Tra le cose positive il tempo risparmiato del viaggio casa-lavoro-casa (1,30 ore al giorno se va bene) e il fatto che se smetto di lavorare alle 17:30, alle 17:35 son già lì che metto un long playing sul piatto.

Tim – Smart Working blues – marzo 2020

Springtime of my blues

Primavera dunque anomala questa passata ai domiciliari. Per fortuna posso passeggiare per le stradine deserte che ci sono vicino alla Domus.

Osservo l’Uomo Morto (il profilo del Monte Cusna, seconda cima dell’Appennino settentrionale con i suoi 2.121 metri) …

L’uomo morto (Cusna) – View from the Domus – foto TT

Il Prunus cerasifera (il marusticano insomma) ormai in fiore …

Cagnetti (Marusticani) in fiore – Domus Saurea marzo 2020 – foto TT

la pollastrella che inizia a sistemare l’orto …

Saura inizia a sistemare l’orto: è primavera – foto TT

e la piccola Minnie in una delle sue rare uscite.

Minnie nell’orto – foto TT

Anche se i tempi sono difficili, è arrivata la primavera.

Tenere il blues a distanza

A furia di pubblicare foto di liquori c’è chi penserà che sono un alcolizzato; fortunatamente non lo sono, non bevo spesso, ma quando lo faccio mi piace farlo bene e con i miei nettari preferiti: bourbon di New Orleans e Rum. E così nei weekend un bicchierino dopo pranzo me lo sparo con piacere, a maggior ragione in queste settimane deprimenti.

Southern Confort alla Domus – Marzo 2020 – foto TT

Rum delle Canarie alla Domus – foto TT

Sul piatto della Domus

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Take care

Bene, siamo giunti alla fine di questo ennesimo post miserello, mi raccomando a voi donne e uomini di blues che leggete questo blog: cautela, mente fredda, razionalità e distanze di sicurezza. Ne usciremo, ma nel frattempo non facciamo cazzate. E come direbbe il piccolo Tim Cratchit in Canto di Natale di Dickens: “che il Dark Lord ci benedica tutti, ognuno di noi!”

 

 

ANGEL according to BEPPE RIVA

12 Mar

In occasione della pubblicazione dell’ultimo album dei suoi amati Angel, ci sentiamo onorati di ospitare sul blog una volta ancora il maestro in persona (Mr Beppe Riva insomma). Welcome back my friend to the blog that never ends.

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Intro

Per quanti hanno vissuto i tempi indimenticabili dell’hard rock americano degli anni ’70, l’inverno 2019 rimarrà nella memoria per il ritorno discografico degli Angel. Chi mi conosce sa che per me hanno rappresentato una splendida “ossessione”, per le ragioni che leggerete, documentate anche da
alcuni scritti “storici” qui riprodotti, con i quali tentai di trasferire ad altri la mia passione. Motivato da questo come-back, dopo anni di inattività avevo a mia volta pensato di farne il pretesto per tornare a scrivere, inaugurando così un progetto che avevo in mente, ma che finora è rimasto nelle intenzioni … Sono trascorsi alcuni mesi, “Risen” non è più una novità ed ho pensato di offrire a Tim questa “celebrazione”, che ha volentieri accettato di pubblicare. Non è stata proposta a nessun altro, non ce n’era alcun bisogno (!),spero che possa piacervi…Un caro saluto ai lettori di Tim Tirelli.

BR

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ANGEL has RISEN from the grave!

di BEPPE RIVA

Solo nelle scellerate fantasie di inconsolabili nostalgici dell’epoca aurea dell’hard rock (i Seventies, tanto per chiarire…) si poteva vagheggiare nel 2019 un nuovo album degli Angel.
Invece, vent’anni dopo l’episodica riunione dell’effimero “In The Beginning”, allestita senza troppi clamori da Frank Dimino con Barry Brandt e qualche mese oltre il 40° anniversario dell’uscita di “Sinful” (1979), autentica pietra miliare pop-metal, ecco risorgere il gruppo dei “Faraoni in seta bianca”, citando un mio scritto di ere geologiche fa, apparso sul Rockerilla nel 1983.

Perché emozionarsi tanto alla notizia di questa storica, quantunque incompleta rifondazione? Ebbene, il quintetto di Washington D.C. emigrato a Los Angeles, sfortunatamente una meteora del rock a stelle e strisce, esordì con un autentico tripudio di innovazione stilistica nel 1975, l’omonimo “Angel”, su Casablanca. Perorava la causa persa di un’eretica “contaminazione”, fra gli slanci trasformistici del progressive, per sua stessa definizione un genere libero dagli schemi,ed il rimbombante suono da “arena” del rock duro, naturalmente riconducibile a strutture più rigide. Gli Angel sono stati il prototipo definitivo del pomp-rock americano, meno debitori verso i modelli prog inglesi rispetto ai pur fondamentali Styx e Kansas, e più originali degli stessi Legs Diamond, efficacissima risposta d’oltreoceano ai Deep Purple. Brani imponenti per magnitudine sonica come “Tower” e “The Fortune”, immortalati nei
primi due albums, ne sono la chiave di lettura.

Nonostante uno spettacolare apparato scenico che si avvaleva di peculiari trucchi illusionistici ed il primato fra i gruppi rivelazione nel referendum della rivista Circus (1976), dove precedevano Boston ed Heart (entrambi destinati a ben superiore risonanza), gli Angel non decollarono mai verso un fragoroso successo. Nemmeno la svolta verso un suono più immediato e senza troppi ornamenti estetizzanti dei successivi “On Earth As It Is In Heaven”, “White Hot” e “Sinful” servì ad incrementarne le quotazioni commerciali, così il “Live Without A Net”, doppio dal vivo del 1980, divenne l’epitaffio degli originali musicisti “angelici” e dei loro Casablanca Years (titolo del cofanetto che racchiude la loro discografia 1975-80, edito da Caroline nel 2018 -nda). Ma il loro testamento artistico è assolutamente significativo, nonostante lo scioglimento avvenga proprio agli albori del decennio che segnerà il boom dell’hard melodico e del glam metal negli U.S.A. : una generazione di musicisti che nel suono come nell’attenzione verso la “posa”, non sarebbero mai stati tali senza l’azione pionieristica degli Angel.

* * * * *

Venendo ai tempi nostri, avvisaglie della rinascita giungono da Frank Dimino, che nel 2015 torna “in sella” come titolare di un album su
Frontiers dal titolo profetico, “Old Habits Die Hard”…Nel rampante brano d’apertura, “Never Again”, l’assolo di chitarra è opera dell’iconico chitarrista degli Angel, Edwin Lionel “Punky” Meadows.
L’anno successivo è la volta di Meadows nel realizzare “Fallen Angel”(Main Man Rec.) la prima opera solista di una carriera iniziata addirittura nel 1968 con l’esordio dei Cherry People, gruppo pop che doveva rappresentare una risposta americana all’epocale “british invasion”. Dimino restituisce il favore cantando nella versione bonus di “Lost And Lonely”, probabilmente il pezzo di matrice Angel più evidente dopo la loro scomparsa, d’inconfondibile identità melodica.Il sodalizio “Punky Meadows & Frank Dimino of Angel” torna ad esibirsi dal vivo e con questa sigla nel 2018 pubblica un EP (Deko/Main Man)che ripropone le citate “Never Again” e “Lost And Lonely”, oltre all’inedita “Tonight”. Il passo successivo è riappropriarsi del nome Angel con l’inconfondibile logo simmetrica, sebbene solo chitarrista e cantantesi ripresentino della formazione originale. A ben guardare, non èpoco, perché si tratta dei ruoli essenziali di ogni R&R band, inoltrefra i compositori del prezioso repertorio “angelico” manca solo Gregg Giuffria, ormai agiato uomo d’affari in Las Vegas… Un’assenza che indubbiamente pesa, perché a mio avviso si tratta del miglior tastierista di sempre dell’hard rock U.S.A., capace nei momenti topici di riecheggiare iperboli Emersoniane. Rilevante è anche la perdita di Barry Brandt, un drummer mai riconosciuto per il suo reale valore, emulo delle possenti figurazioni ritmiche di John Bonham. Defezionario infine il bassista Felix Robinson (eppure nella line-up di “Fallen Angel”), che aveva sostituito Mickey Jones (al tempo di “White Hot”), poi prematuramente deceduto.


ANGEL: “Risen” (Cleopatra, 2019)
Nel nuovo sestetto, Punky reca con sé un secondo chitarrista, Danny Farrow, ed il collaudato tastierista Calvin Calv (già con gli Shotgun Symphony negli anni ’90); entrambi avevano suonato in “Fallen Angel”, mentre la sezione ritmica è formata da Steve Ojane (basso) e Billy Orrico (percussioni).
Con Punky e Frank a dirigere le operazioni, non sorprende che il nuovo album, “Risen”, si riallacci allo stile più essenziale privilegiato dagli Angel a partire da “On Earth…”, quando lo stesso chitarrista si dichiarò stanco di “castelli e temi mitologici” che caratterizzavano gli esordi.
Sebbene una replica di “Angel Theme” (epilogo con diversi arrangiamenti dei primi due album), inauguri i solchi di “Risen”, le mosse successive, “Under The Gun”, “Shot Of Your Love” e “Slow Down” confermano la scelta di un hard a fuoco rapido, corroborato dagli assoli concisi ed eleganti di Punky e dalla voce di Frank che non ha perso il gusto di stentoree acrobazie, marchio di fabbrica di uno dei cantanti più ingiustamente sottovalutati di sempre. Le tastiere di Charlie Calv rivestono essenzialmente il ruolo di un corposo e raffinato background senza avvicinare i momenti egemonici di Giuffria, ma anche il successore del magistrale Gregg vive il suo momento di gloria, nel brano più nostalgico e forse più avvincente della collezione, quel “1975” che si ispira palesemente alle origini del gruppo. Avviene nella maestosa overture, un fulgido mix sinfonico fra “Can’t Keep From Cryin’” degli American Tears di Mark Mangold e la leggiadra“The Fortune”; come in quest’ultima, le tastiere sfumano nel raffinato arpeggio di Punky e tutto il brano sfoggia intensità passionale, eccedendo solo nell’inciso “sussurrato” da una voce femminile…

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I Nuovi Angeli hanno altre frecce al loro arco, a partire dall’impetuosa “We Were The Wild”, fra gli episodi spiccatamente heavy, con un riff roccioso che ricorda i loro epigoni Dokken, mentre “Desire” cattura l’approccio più vintage, con indizi rivelatori quali l’organo Hammond ed i trascinanti intrecci vocali tipici del pop-metal definitivo di “Sinful”. Da segnalare anche “Punky’s Couch Blues”, un energico incrocio fraarena rock e hard blues, matrice quest’ultima sempre presente nell’opera degli Angel, in brani affini agli Aerosmith dei settanta, basti ricordare “Big Boy” e “Under Suspicion”.

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A suggello di “Risen”, l’ultima corsa spetta ad un perenne cavallo di battaglia qual’é “Tower”, in una nuova versione che ha l’unico torto di esser fin troppo fedele all’originale, ma che conferma gli Angel 2019 ancora degni di confrontarsi con uno splendido passato, su tutti un 68enne Dimino in gran forma! Non solo nella copertina che ripropone il classico appeal dei musicisti in veste bianca, “Risen” è quanto di più vicino si poteva immaginare allo stile rappresentativo degli Angel, ed in quest’ottica è tutt’altro come-back rispetto a “In The Beginning” (dall’anima Zeppeliniana insolita per loro e abusata altrove…). E’ probabilmente appesantito da una durata eccessiva e da qualche episodio in tono minore, peccato originale da quando la durata del CD ha raddoppiato i tempi di un classico LP, ma si tratta di un lavoro concepito e realizzato con grande dignità e senso delle proprie radici, costellato
da lampi di autentica emozione per ogni consapevole fan degli Angel. Una band cruciale per lo sviluppo dell’heavy anni ’80. In Terra…come in Paradiso!

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10 INDIMENTICABILI VOLI ANGELICI CHE NE RIPERCORRONO LA STORIA

di BEPPE RIVA

TOWER (da “Angel”, Casablanca 1975)
All’epoca del debut-album, gli Angel non sfoggiavano il look in “puro bianco” antitetico agli oltraggiosi Kiss ed il nome stesso non si ispirava ad androgine allusioni glam, ma secondo fonti plausibili, all’omonima ballad di Jimi Hendrix!
Affidato alle cure del produttore Derek Lawrence (già con Deep Purple) e del chitarrista Big Jim Sullivan, l’omonimo “Angel” resta il capolavoro heavy-progressive (o se preferite pomp-rock) del quintetto, e l’avvento è celebrato da “TOWER”, uno dei più straordinari manifesti di grandeur rock mai dato alle stampe. Inizia fra effetti siderali di synth da fantascienza, che innestano il turbo del torrenziale drumming di Mr. Brandt, sottolineato da riffs secchi, taglienti…Poi si adagia in magici arpeggi accompagnati dai flussi del mellotron, mentre la voce di Dimino sale in cima alla “Torre” per urlarne tutto il clima
drammatico!

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LONG TIME (da “Angel”, Casablanca 1975)
Altra gemma assoluta dell’opera prima, “LONG TIME” è forse il più consistente omaggio degli Angel al progressive inglese per il dispiegarsi dei fraseggi di mellotron, clavicembalo e chitarra acustica (memori di Moody Blues, King Crimson, Spring!) prima di alzare il volume hard della chitarra di Meadows (un Brian May americano per potenza ed accuratezza espressive) e con Frank Dimino sempre capace di inaudite, inconfondibili evoluzioni vocali.

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THE FORTUNE (da “Helluva Band”, Casablanca 1976) Con il secondo album, “Helluva Band”, le strategie di marketing dell’impresario David Joseph (Toby Org.) vestono i musicisti dei celebri costumi bianchi, con i quali appaiono “incatenati” in copertina. Non cambia però la direzione musicale, che raggiunge l’apice in “THE FORTUNE”, il magnum opus per eccellenza degli Angel, certamente il più grande contributo alla loro causa di Gregg Giuffria, che con gli oltre tre minuti di intro solista diventa un “immortale” per ogni appassionato di stregonerie delle tastiere.
Il fuoriclasse di New Orleans dipinge un affresco musicale dai tratti sconfinati ma cupi e malinconici, con il synth che va e viene con cadenze ipnotiche. L’impianto strutturale è affine allo sfarzo mitologico di “Tower”, che ne resta il termine di paragone più credibile. Per loro stessa ammissione, gli Angel si spendono fin troppo nel realizzare questo masterpiece a discapito del resto dell’album, complessivamente inferiore al debutto.

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THAT MAGIC TOUCH (da “On Earth As It Is In Heaven”, Casablanca 1977) Le “fortune” commerciali non sono però quelle auspicate dal boss della Casablanca Neil Bogart, quindi con il terzo LP “O.E.A.I.I.I.H.” risalta la nuova scritta simmetrica che identifica il nome Angel, ma anche l’abbandono del repertorio di proporzioni epiche, a favore di canzoni più accessibili, dall’orientamento pop-metal. Non a caso il gruppo viene affiancato dal produttore Eddie Kramer, reduce da “R&R Over” dei Kiss. Rappresentativo a riguardo è il singolo “THAT MAGIC TOUCH”, che il gruppo risolve con classe innata, specie nel refraindal ritmo marziale sul quale le tastiere di Giuffria illustrano unapiacevolissima atmosfera baroque-glam.

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WHITE LIGHTNING (da “On Earth As It Is In Heaven”, Casablanca 1977) “On Earth” non è comunque album immediato come si vorrebbe, é denso di episodi dal suono decisamente heavy: esemplare il futuribile, siderurgico funky-metal di “WHITE LIGHTNING”, che merita il confronto con i maestri della specialità Aerosmith. Si tratta di un brano che Punky aveva scritto per i Bux (ex Daddy Warbucks), suo gruppo precedente con Mickey Jones. Il loro unico album “We Come To Play” (prodotto da Jack Douglas) doveva uscire nel 1973 ma la Capitol ne ha congelato la pubblicazione fino al 1976, suscitando le ire del chitarrista che nemmeno appare nella foto di copertina…

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AIN’T GONNA EAT OUT MY HEART ANYMORE (da “White Hot”, Casablanca 1978) Nell’ottica di un rock melodico scandito da maggior pulizia del suono, gli Angel ottengono senz’altro migliori risultati nel quarto “White Hot”, con la complicità del produttore Eddie Leonetti, collaboratore dello stesso Douglas e di altri heavy-rockers di classe, i Legs Diamond. “AIN’T GONNA EAT OUT MY HEART ANYMORE” è la cover di un hit del ’65 degli Young Rascals (che in Italia i Primitives ribattezzarono “Yeeeeeeh!”); gli Angel la trasformano nel loro momento più glam-rock in assoluto e suonano come alter ego raffinati degli Sweet. Vocalità irresistibile, chitarra squillante di Punky, ma il grande pubblico rimane indifferente…

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FLYING WITH BROKEN DREAMS (WITHOUT YOU) (da “White Hot”, Casablanca 1978) Ambizione non troppo segreta degli Angel nel vano assalto a posizioni alte in classifica è quella di emulare la suprema divinità pop della storia, The Beatles. Più che nella corale natalizia di “Winter Song”, Giuffria e i suoi ci riescono nella suggestiva, sentimentale “FLYING WITH BROKEN DREAMS”, dall’arrangiamento apertamente ispirato ai Fab Four. Il crescendo finale era davvero degno di miglior sorte e gettando un ponte fra passato e futuro, prelude squisitamente ai sogni AOR del decennio a seguire.

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DON’T TAKE YOUR LOVE (da “Sinful”, Casablanca 1979) Stanchi delle pressioni commerciali della label,gli Angel decidono di tornare ad apparenze che richiamano la dissolutezza del rock nell’esplicita copertina del nuovo album, programmaticamente intitolato “Bad Publicity”. Ma Neil Bogart respinge titolo e fotografia che simula l’intervento della polizia in una loro camera d’hotel con annessi alcolici e compagnia femminile. Immediatamente ritirato dal mercato, “Bad Publicity” diventa una rarità da collezione, mentre lo stesso contenuto musicale esce a nome “Sinful”, con immagine dei cinque più bianca che mai. Il brano d’apertura, ”DON’T TAKE YOUR LOVE” è fantastico e fa passare in secondo piano l’edulcorato testo romantico di Dimino. Sospinto dal trionfale synth di Giuffria e dalla force de frappe della batteria di Brandt, sfocia in un coro davvero paradisiaco, a testimonianza della qualità compositiva lasciata in eredità dagli Angel alla scena HR californiana.

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WAITED A LONG TIME (da “Sinful”, Casablanca 1979) “Sinful” è considerato da molti il loro miglior disco, certamente il più influente sulla generazione hair metal degli anni ’80. L’impatto di ogni brano è memorabile, da “L.A. Lady” a “Wild And Hot”, ma vi segnalo caldamente “WAITED A LONG TIME” non a caso apripista di facciata (la seconda). Da manuale il riff cromato di Punky, davvero in anticipo rispetto ai tempi (come le chitarre degli Starz di “Violation”) e quell’ariosa vena melodica dal mood nostalgico, tanto tipica nel cantare di Dimino.

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20TH CENTURY FOXES (da “Live Without A Net”, Casablanca 1980) La controversa carriera Casablanca si chiude con il doppio Live, che purtroppo omette la solenne Intro adattata dalla colonna sonora di “Ben Hur” (ascoltatela nei bootleg e nel promo radiofonico “Radio Concert”). Al di là di competenti versioni dei loro classici cult, LIVE WITHOUT A NET si appunta la stelletta di un sorprendente brano dagli impulsi disco, “20TH CENTURY FOXES”, memoria di un’apparizione degli Angel nel film “Foxes” (con Jodie Foster e l’ex cantante delle Runaways, Cherie Currie).Nel costante dualismo con i Kiss, questo exploit “ballabile” viene liquidato come una risposta alla celebre “I Was Made For Loving You”. In realtà “20th Century…” precede di vari mesi l’hit di “Dynasty”, ed è l’ennesimo sintomo di una storia non particolarmente fortunata. Ma anche in questo caso, è la conferma di un eclettismo speciale e di un’istintività melodica che renderanno gli Angel dei campioni assoluti striktly for konnoisseurs!

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Per chi volesse saperne di più:

Shock relics n.1 – Angel

ANGEL – Rockerilla n.36 lug-ago 1983

Led Zeppelin – “Please Please Me” 28/09/1971 Osaka, Japan – Previously Unreleased Soundboard – Empress Valley 2020

9 Mar

ITALIAN / ENGLISH

Di questo soundboard ne discuto con il mio amico – illustre LZ live recording collector e high level Led Head Amduscia – ormai da diversi anni, da quando insomma ci arrivò la notizia – tramite le nostri fonti – della effettiva esistenza nelle mani della Empress Valley di questo gioiellino e finalmente oggi possiamo godere di questa registrazione soundboard mai sentita prima. Ah, se penso ad alcuni lustri fa quando scambiavo cassette live dei LZ tramite la rete esoterica che avevo tessuto in tutto il mondo e mi accontentavo spesso di registrazioni audience con qualità assai discutibile quando poi negli ultimi anni la Empress Valley Supreme Disc (la mitologica etichetta bootleg nipponica) ha pubblicato parecchi sounboard subito messi a disposizioni della rete dai più generosi… che cambiamento … ormai anche un soundboard di questa portata ci sembra normale amministrazione. Questo nuovo bootleg non è completo, ma poco importa visto che contiene una larga porzione del primo show tenuto alla Festival Hall di Osaka il 28/09/1971. Quello del 1971 in terra giapponese è un tour ritenuto leggendario dai fan dei LZ, il gruppo era probabilmente all’apice delle sue potenzialità, Robert Plant cantava come forse mai nessun altro cantante hard rock aveva mai cantato, il gruppo era coeso, spiritato, divertente, LZ IV stava per essere pubblicato, insomma si era nel periodo d’oro non solo del gruppo ma anche della musica Rock.

AVVERTENZE: per assaporare appieno un bootleg occorre mettersi nella giusta predisposizione d’animo e creare l’atmosfera adatta. Leggo i primi commenti di altri fan (?): “Carino“, “niente male” etc etc…e rimango basito. Non è sufficiente sentire la cosa a pezzi e bocconi, è indispensabile mettersi di buona voglia, preferibilmente in cuffia, riservarsi uno spazio di tempo adeguato e precipitare laggiù negli anni settanta al cospetto di sua maestà il Rock!

La registrazione inizia con la coda dell’assolo di Page in Heartbtreaker (manca dunque la Immigrant Song e la prima parte di HB appunto). Il secondo assolo (quello in cui JPP è accompagnato da Jones e Bonham) è la solita tormenta elettrica. Non appena rientra Plant non ci si può che accorgere della potenza vocale del cantante.

RP: Arigato. Tonight, tonight you will be happy. And so will Phil Carson. This is, uh, this is indeed a pleasure. We had a wonderful, we came from Hiroshima yesterday and, uh, your glorious train was really far out. Long big train with many sleeping and things like that and such. Good milk. And, uh, so we’re in top spirits and, uh, to avoid walking in more bullshit, we’ll go straight on. This is called ‘Since I’ve Been Loving You.’

Ascoltare la batteria d John Bonham in modo così chiaro in Since I’ve Been Loving You è una cosa meravigliosa. Tutto è ben bilanciato, piano elettrico/organo e pedaliera basso perfettamente udibili. Bonham è incontenibile e la voce di Robert Plant è una lama al calor bianco che ti entra il cervello. Il Dark Lord è ispirato e bravo, molto bravo, seppur a tratti un po’ sporco (ma lo sappiamo, è una delle sue caratteristiche). Durante l’assolo di chitarra John Bonham non sta fermo un attimo.

RP: Arigato. I have a terrible problem with my shoes nightly. They keep coming undone. But we, uh, tonight you’ll be more than happy and, thank you. This is one from many moons ago. It’s called, uh, no, I’ll leave you to guess. Mr Jones? Good evening. Right on. This is a thing, in about three weeks time we’ll have a, a new LP coming out, by the fourth album, and, uh, this is one of the tracks from it. It’s called ‘Black Dog.’

LED ZEPPELIN IV non era ancora uscito in quei giorni e chissà cosa ne pensava il pubblico dei nuovi pezzi. Out On The Tile  intro/ Black Dog è suonato con la cazzimma tipica dei LZ del 1971. Semplicemente magnifici!

RP: Wait a minute. Um, this is one from about the same time as that. When we, uh, this is the guy, him. Totally different, right. John Paul Jones.

Dazed And Confused live è musicalmente il consueto portento occulto, 30 minuti di interazioni elettriche atte ad evocare il suono delle profondità cosmiche. Nel finale magmatico fuoriesce anche Third Stone From The Sun di Jimi Hendrix.

RP: Yeah goodevening, you must wake up, wake up. This is indeed a great and most honorable pleasure. Far out, man. This is another track off the fourth album, uh, and, um, this, uh, takes on an entirely different mood, really, to anything that we’ve ever done before. And, uh, it’s called ‘Stairway To Heaven.

Stairway To Heaven è eseguita con una purezza ed un candore commoventi.

 

Col secondo disco inizia l’avanspettacolo: cazzeggio, improvvisazioni di pezzi altrui, la gioia di vivere … un portento insomma.

RP: Arigato. Good evening! You are too quiet. Much too quiet. Dishonorably quiet. It’s not cool. Not far away to the East there is, uh.

Plant sta ancora parlando e Page accenna a Please Please Me (Beatles), Robert non si fa pregare e abbozza il pezzo dei Fab Four. Non contento si butta in From Me To You (Beatles) presto seguito da tutto il gruppo. Uno spasso. Jimmy poi parte con l’intro di Celebration Day e il piombo zeppelin pieno di groove prende di nuovo il sopravvento. Che schianto di band! John Paul Jones superlativo.

Il set acustico inizia con Bron-YR-Aur Stomp a cui è collegata That’s The Way. In quest’ultima Robert a volte si lascia andare a strilli calibrati che ti capovolgono.

LZ Osaka sept 1971

RP: Arigato. Thank you. Thank you. Um, this, this next song is, um, another one from the fourth album. And, uh, this is, uh, no, it’s nothing to do with that at all, man. No, no, now listen, you’ve got to wait. …, there’s no more use saying that. That’s all you know in English. I know a little bit more, you see? Now this is off the fourth album and it’s a sitting down one. ‘Cuz I must have sat through about thirty times for us at two each. If I have spoken more English over here than I ever did in America, it just means I’m happier here, no … ever the same way out. So this is called, uh, ‘Going To California.’ Which is, California being, uh, somewhere between here and the lost continent of Doom (?) and, uh, Atlantis, and, uh, the British Isles. Nevertheless, some people go there. In fact, in California, there is a place called San Francisco and, uh, San Francisco is, uh, I mean, uh, I really wish it could be …, promise they’re not on stage, but it was a wonderful place, so, ‘Going To California.’

Page cambia accordatura – on stage, in diretta, aiutato dal mandolino di Jones – per Going To California. La versione del pezzo è estesa, oltre 8 minuti, parecchi i momenti strumentali sostenuti da chitarra e mandolino; è chiaro che il pezzo in versione live è ancora in divenire, i due musicisti provano e improvvisano, cercano le vie giuste per rendere al meglio questo celestiale quadretto acustico.

RP: Arigato.

Page cambia chitarra acustica, controlla e aggiusta l’accordatura e quindi parte con un bel giro di fingerpicking. Poi Robert si lancia in We Shall Overcame, momento da brividi che continua con Tangerine, versione chitarra voce con Jimmy che nel ritornello canta insieme a Robert. Altro accenno al fingerpicking e quindi i due partono con Down By Th Riverside. Trattasi di spiritual della metà del 1800, pubblicato per la prima volta sembra nel 1918 in una raccolta di canti delle piantagioni. Canzone tra l’altro dai toni pacifisti.  Nel corso del pezzo Jones aggiunge l’organo e quindi la pedaliera basso. I LZ non smettono mai di sorprendere.

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Altro siparietto country prima di ripartire col Rock di What Is And What Should Never Be. 

RP: Good evening! It’s our greatest and, uh, most honorable, uh, pleasure, as often as possible, and, uh, I don’t know how you say it in …, but in English, ladies and gentlemen, it’s your old friend, for a summer season, ladies and gentlemen, John Bonham, ‘Moby Dick!’

Moby Dick chiude il bootleg con la sua inesorabile carica percussiva.

RP: John Bonham! ‘Moby Dick!’ 

All’appello mancano: Whole Lotta Love (+medley) / C’mom Everybody / Hi-Heel Sneekers / Communication Breakdown.

Original Festival Hall – Osaka.

Registrazione dunque da avere a tutti i costi per tornare a sognare e per potersi rendere conto una volta di più di che cosa era la musica Rock e i Led Zeppelin nel 1971. BEST BAND EVER!

 

La porzione soundboard inizia al minuto 21:20

https://www.youtube.com/watch?v=pLkRU9SH0wM

(broken) ENGLISH

I am discussing this soundboard with my friend – illustrious LZ live recording collector and high level Led Head –  Amduscia for several years now, since in short we got the news – through our sources – of the actual existence in the hands of the Empress Valley of this little gem and finally today we can enjoy this soundboard recording never heard before. Ah, if I think of a few decades ago when I was exchanging LZ live recordings on cassettes through the esoteric network that I had woven all over the world and I was often satisfied with audience recordings with very questionable quality when then in recent years the Empress Valley Supreme Disc (the mythological Japanese bootleg label) has published several sounboards immediately made available to the network by the most generous … what a change … now even a soundboard of this magnitude seems routine. This new bootleg is not complete, but it does not matter since it contains a large portion of the first show held at the Osaka Festival Hall on 09/28/1971. Japan 1971 is a tour considered legendary by LZ fans, the group was probably at the peak of its potential, Robert Plant sang like perhaps no other hard rock singer had ever sung, the group was cohesive, spirited, funny, LZ IV was about to be published, in short it was the golden age not only of the group but also of Rock music.

WARNINGS: to fully enjoy a bootleg, you need to put yourself in the right frame of mind and create the right atmosphere. I read the first comments of other fans (?): “Cute“, “not bad” etc etc … and I am disgusted. It is not enough to hear the thing in pieces and bits, it is essential to put yourself in good will, preferably with the headphones on, reserve an adequate space of time, surrender and  precipitate down over there in the seventies in the presence of his majesty Rock music!

The recording starts with the solo of Page in Heartbtreaker (therefore the Immigrant Song and the first part of HB are missing). The second solo (the one in which JPP is accompanied by Jones and Bonham) is the usual electrical storm. As soon as Plant returns, one cannot but notice the vocal power of the singer.

RP: Arigato. Tonight, tonight you will be happy. And so will Phil Carson. This is, uh, this is indeed a pleasure. We had a wonderful, we came from Hiroshima yesterday and, uh, your glorious train was really far out. Long big train with many sleeping and things like that and such. Good milk. And, uh, so we’re in top spirits and, uh, to avoid walking in more bullshit, we’ll go straight on. This is called ‘Since I’ve Been Loving You.’

Listening to John Bonham’s drums so clearly in Since I’ve Been Loving You is a wonderful thing. Everything is well balanced, perfectly audible are electric piano / organ  and bass pedal. Bonham is uncontainable and Robert Plant’s voice is a whitewashed blade that enters your brain. The Dark Lord is inspired and good, very good, albeit at times a little dirty (but we know, it is one of his characteristics). During the guitar solo John Bonham does not stand still for a moment.

RP: Arigato. I have a terrible problem with my shoes nightly. They keep coming undone. But we, uh, tonight you’ll be more than happy and, thank you. This is one from many moons ago. It’s called, uh, no, I’ll leave you to guess. Mr Jones? Good evening. Right on. This is a thing, in about three weeks time we’ll have a, a new LP coming out, by the fourth album, and, uh, this is one of the tracks from it. It’s called ‘Black Dog.’

LED ZEPPELIN IV had not yet come out in those days and who knows what the public thought of the new pieces. Out On The Tile intro / Black Dog is played with the typical LZ “cazzimma*” of 1971. Simply magnificent!

*(Napoletanity is something difficult to explain – as the famous “cazzimma”, they are feelings more than simple words, untranslatable terms, guttural sounds, soul assonance. Anyway think about something like cocky/badass attitude. ED)

RP: Wait a minute. Um, this is one from about the same time as that. When we, uh, this is the guy, him. Totally different, right. John Paul Jones.

Dazed And Confused live is musically the usual occult wonder, 30 minutes of electrical interactions designed to evoke the sound of the cosmic depths. Jimi Hendrix’s Third Stone From The Sun also emerges in the magmatic ending.

RP: Yeah goodevening, you must wake up, wake up. This is indeed a great and most honorable pleasure. Far out, man. This is another track off the fourth album, uh, and, um, this, uh, takes on an entirely different mood, really, to anything that we’ve ever done before. And, uh, it’s called ‘Stairway To Heaven.

Stairway To Heaven is performed with moving purity and candor,

 

With the second disc, the vaudeville begins: fooling around, improvisations of other people’s songs, the joy of living … in short, a portentous.

RP: Arigato. Good evening! You are too quiet. Much too quiet. Dishonorably quiet. It’s not cool. Not far away to the East there is, uh.

Plant is still talking while Page mentions with the guitar Please Please Me (Beatles), so Robert sing a small bit of the Fab Four’s song. Not yt happy he throws himself in From Me To You (Beatles) soon followed by the whole group. A real treat. Jimmy then starts the intro of Celebration Day and the zeppelin leaded groove takes over again. What a band! John Paul Jones is superlative.

The acoustic set begins with Bron-YR-Aur Stomp to which That’s The Way is connected. In the latter Robert sometimes lets himself go to calibrated shrieks that turn you upside down.

LZ Osaka sept 1971

RP: Arigato. Thank you. Thank you. Um, this, this next song is, um, another one from the fourth album. And, uh, this is, uh, no, it’s nothing to do with that at all, man. No, no, now listen, you’ve got to wait. …, there’s no more use saying that. That’s all you know in English. I know a little bit more, you see? Now this is off the fourth album and it’s a sitting down one. ‘Cuz I must have sat through about thirty times for us at two each. If I have spoken more English over here than I ever did in America, it just means I’m happier here, no … ever the same way out. So this is called, uh, ‘Going To California.’ Which is, California being, uh, somewhere between here and the lost continent of Doom (?) and, uh, Atlantis, and, uh, the British Isles. Nevertheless, some people go there. In fact, in California, there is a place called San Francisco and, uh, San Francisco is, uh, I mean, uh, I really wish it could be …, promise they’re not on stage, but it was a wonderful place, so, ‘Going To California.’

Page changes tuning – on stage, live, aided by Jones’ mandolin – for Going To California. The version of the piece is extended, over 8 minutes, several instrumental moments  by guitar and mandolin; it is clear that the piece in live version is still in progress, the two musicians try and improvise, looking for the right ways to make the best of this celestial acoustic picture.

RP: Arigato.

Page changes acoustic guitar, checks and adjusts the tuning and then starts with a nice fingerpicking sketch. Then Robert begins We Shall Overcame, a thrilling moment that continues with Tangerine, guitar/vocals version with Jimmy who sings with Robert in the refrain. Beautiful. Another hint of fingerpicking and then the two start Down By Th Riverside. This is a spiritual from the mid-1800s, published for the first time in 1918 in a collection of plantation songs. this song, among other things, has pacifist tones. Jones adds the organ and then the bass pedal. LZ never cease to surprise.

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Another country tease before What Is And What Should Never Be.

RP: Good evening! It’s our greatest and, uh, most honorable, uh, pleasure, as often as possible, and, uh, I don’t know how you say it in …, but in English, ladies and gentlemen, it’s your old friend, for a summer season, ladies and gentlemen, John Bonham, ‘Moby Dick!’

Moby Dick closes the bootleg with his relentless percussive charge.

RP: John Bonham! ‘Moby Dick!’

The missing tracks: Whole Lotta Love (+ medley) / C’mom Everybody / Hi-Heel Sneekers / Communication Breakdown.

Original Festival Hall – Osaka.

Live recording therefore to have at all costs to be able to return to dream and to be able to realize once more what Rock music and Led Zeppelin was in 1971. BEST BAND EVER!

 

La porzione soundboard inizia al minuto 21:20

https://www.youtube.com/watch?v=pLkRU9SH0wM

Led Zeppelin,Tokyo, Budokan 23/09/1971 new sensational footage

8 Mar

All’improvviso qualcuno carica su youtube un filmato amatoriale dei Led Zeppelin ripresi a Tokyo il 23 settembre 1971 in qualità mai vista prima e tu a momenti non ti ribalti sulla sedia. Mi meravigliano sempre queste novità, quando meno te l’aspetti escono audio-video fino a ieri impensabili. Che meraviglia i Led Zeppelin nel settembre del 1971!

Suddenly someone uploads on Youtube an amateur footage of Led Zeppelin filmed in Tokyo on September 23, 1971 in a never seen before quality and you almost fall on the ground. I am always amazed at these news, when you least expect it, audio-videos of this calibre come out out of the blue. What a wonder the Led Zeppelins in September 1971!

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The Dark Lord Tokyo 23/09/1971