The Equinox – Milly Bar 14/07/2018 (The Rain Song Blues)

16 Lug

14/07/2018: previsto concerto degli Equinox al Milly Bar del Parco Ferrari di Modena. Da giorni le previsioni danno sole cocente e sia noi che Emilio, il titolare del Milly Bar, siamo tranquilli.

Una occhiata alla Gazzetta di Modena e poi si parte.

Da La Gazzetta di Modena 14-7-2018

Ore 18: arriviamo sul posto. Primi approcci col (bravo) fonico Alessandro mentre montiamo l’armamentario.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Il cielo si ingrigisce, ma restiamo tranquilli; col passare dei minuti però il dubbio si insinua in noi. Chiediamo di preparare teloni in caso cadesse qualche goccia. E’ un sabato pomeriggio caldo, ma c’è un filo di vento che rende il tutto non troppo opprimente.

Soundcheck – The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Iniziamo il soundcheck, come sempre c’è qualche problemino che però risolviamo senza troppe paturnie. Alessando ci aiuta a tirar fuori il suono giusto, le spie sono ben bilanciate. Proviamo qualche pezzo, si sente bene dappertutto, per una volta sono contento del mio sound e della mia mano, dopo sei settimane di allenamento quotidiano qualche frutto del duro lavoro lo raccolgo.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

The Equinox – Milly Bar Parco Ferrari – Soundcheck – foto Federica Pratissoli

Scendono le prime gocce. Siamo sempre più preoccupati. Saura piega verso il blu dipinto di blues.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Sposto l’ampli e le chitarre accanto la batteria di Lele e ricopro tutto con un telone. Lo stesso fa Saura con piano, basso e pedaliera. Sono le 20, ci mettiamo a tavola, ma inizia a piovere con decisione. Dopo mezz’ora controlliamo gli strumenti, sono bagnati, i teloni evidentemente non fanno il loro lavoro. Sotto la pioggia spostiamo tutto sotto il grande tendone dove di solito sta il pubblico.

L’umore non è il massimo, spostare una volta di più l’armamentario è una pena. E’ un blues già trattato più volte qui sul blog, probabilmente sembrerò pesante, ma il maneggiare tutto quello che ci portiamo in giro io e Saura è fonte di incazzatura perenne. Sorrido quando sento altri amici musicisti lamentarsi quando devono portare con sé un (1) amplificatore, non cerco compatimento, metto solo nero su bianco il load & download gear blues, la malinconia del caricare e dello scaricare la propria attrezzatura. D’altra parte me la sono cercata, fare un tributo ai LZ come si deve significa portarsi in giro almeno quattro chitarre (con ampli e pedaliera) se poi mi metto con una musicista che è nel mio stesso gruppo e che suona più strumenti (basso, tastiere, pedaliera basso, mandolino, con tutti gli annessi e connessi) beh allora dovrei stare zitto e farmene una ragione.

E’ comunque arrivata gente e lì sotto, al riparo, vengono portati anche i tavoli per coloro che hanno prenotato e devono cenare. Arriva anche il Vagabondo di Mezzanotte, il mio rambler preferito, quello con cui nel lontano passato ho fatto sogni di rock and roll. Lo abbraccio e in un secondo ritroviamo la stessa armonia ed isteria di sempre. Siamo vecchi amici e si vede. Parafrasando una vecchia canzone che abbiamo scritto insieme, visto che abbiamo in mano una birra, all’unisono intoniamo “Questa sera che piove, non ci resta che farci una Weiss”.

Sotto al tendone si sta bene, c’è molta umidità ma la (cattiva) compagnia spegne ogni (beh non proprio) blues dato dalla sospensione del concerto. Emilio ci informa che, se siamo d’accordo, recuperiamo la data venerdì 17 agosto 2018.

Emilio mi fai anche sapere che qualcuno ha chiesto se possiamo accennare almeno ad un pezzo. Penso a Tangerine da fare insieme al solo Pol, ma poi decidiamo di darci di rock. Accendiamo gli amplificatori, asciughiamo gli strumenti, colleghiamo le casse per la voce, montiamo la batteria e in formazione voce/chitarra/basso e batteria ci gettiamo in un veloce set improvvisato.

Siamo vestiti da soundcheck, è una suonata per gli amici, possiamo evitare di cambiarci. Partiamo con What Is And What Should Never Be e, sebbene un po’ freddi, bagnati e delusi per la cancellazione del concerto vero e proprio, capiamo che una manciata di canzoni fatte inaspettatamente davanti a questo pubblico caloroso lenirà il nostro blues.

videoclip: What Is And What Shoudl Never Be

Proseguiamo con Dazed And Confused, non sappiamo come mai ma questo è uno dei “nostri pezzi”, lo viviamo sempre all’unisomo e, da superfan dei LZ quale sono, posso dire che ne diamo una versione niente male. Lele in questo brano si scatena, e noi ci lasciamo trascinare ogni volta. Sono sempre soddisfatto del risultato finale. Alla fine del pezzo sento un forte applauso, alzo la testa, c’è più gente di quanto m’aspettassi…60/70 persone, alcune della quali accorse dalle case vicine (come mi dirà poi Emilio) appena capito che si sarebbe suonato ugualmente.

Non abbiamo molto tempo, l’idea era quella di fare uno o due pezzi (finiremo per farne sei) proseguiamo con Heartbreaker seguita da Whole Lotta Love collegate alla maniera del tour del 1973 dei Led Zeppelin. In WLL Includiamo anche la sezione funk, il Theremin e Goin’ Down, facendo riferimento alla immortale versione del Los Angeles Forum del 3 giugno 1973.

videoclip: WLL – Theremin section

Il Vagabondo di Mezzanotte riprende tre brevi momenti del mini concerto per inviarli ad una nostra amica comune, sono i frammenti che pubblico qui sopra e qui sotto.

Il pubblico mostra di gradire, noi siamo piuttosto carichi e credo che anche stasera stiamo riuscendo a proporre quelli che ci siamo prefissi, e cioè di catturare – sopra ogni cosa – il senso e lo spirito del gruppo di Page, Plant, Jones e Bonham.

Il pubblico sembra proprio gradire e io ne sono felicissimo. In Communication Breakdown inseriamo It’s Your Own Thing degli Isley Brothers come facevano i LZ, che io arricchisco col riff discendente di Jam Sandwich dalla colonna sonora Death Wish II di Jimmy Page. Serve per introdurre il break basso/batteria su cui presento la band:

“Alla batteria .. .si getta nella mischia con la stessa foga di un tigrotto di Mompracen, il CR7 delle percussioni, Mr Tamburino, L’unico e il solo: Lele Morselli” – applausi scroscianti.

“Al basso, alle tastiere e alla pedaliera basso, la Valentino Rossi del rock and roll, la reggiana dagli occhi di ghiaccio, the girl from Gavassa, Nostra Signora di Guadalupe, la nostra superfiga: Saura “boogie mama” Terenziani” – boato!

“Alla voce Il nostro usignolo, il principe soprano, lo stallone reggiano: Paolino Morigi” applausi scroscianti.

Pol dice quindi due cose sul sottoscritto dopo di che termino la presentazione con i dovuti ringraziamenti:

“Gli Equinox vi ringraziano per la bella serata, ringraziano Emilio e tutto lo staff del Milly Bar vero punto di riferimento della musica dal vivo di Modena, vi danno appuntamento al prossimo rock and roll show e vi benedicono nel nome del blues e vi ricordano che sebbene il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare.

Grazie mille per l’affetto Parco Ferrari, in questi 30 minuti ci è sembrato di essere sul palco del Madison Square Garden … e dunque la chiosa finale rimane la stessa: NEW YORK, GOODNIGHT.”

Si è creata un onda di emozioni sincera tra noi e il pubblico, ne vado fiero, perché un‘audience attenta, esperta ed esigente come quella del Milly Bar non la si incontra dappertutto.

Giusto il tempo di chiudere il pezzo e Lele parte con l’intro di Rock And Roll, e va beh, let’s there be rock, che rock sia. Io e Saura qui ci distraiamo un po’, la nostra prova non è impeccabile, l’heat of the moment ci ha traditi, ma poco importa quello che conta è lasciare scorrere i buoni momenti  … let the good time rolls, baby.

videoclip: Rock And Roll

35 minuti di rock and roll indiavolato. Il pubblico ci saluta con un calore che apprezzo davvero tanto. E’ poi il momento di baci e abbracci e di bermi un paio di birre e qualche rum insieme al Midnight Rambler e al fido Riff.

Torno sul posto, i ragazzi si sono divertiti ugualmente, solo Saura è affranta e incavolata. Non aver potuto suonare il piano dopo tutta la preparazione e gli sforzi fatti le è costato molto; ma dopotutto va bene così, il piombo zeppelin è entrato in circolo anche oggi e ci rivedremo su questo palco tra poco più di un mese.

Carichiamo la blues mobile e ci apprestiamo a tornare alla Domus Saurea. Osservo la volta celeste, dopo che un po’ di pioggia è caduta su tutti noi, le stelle brillano lassù, così fanno le luci della città mentre noi le attraversiamo scivolando … New York, goodnight.

DAN BROWN “Origin” (2017 – Mondadori) – TTTTT

12 Lug

Finisco il romanzo, lo trovo ottimo; Do una occhiata alle recensioni di altri lettori in Internet: si va da una stella a cinque. D’accordo che ognuno vive le cose in maniera diversa, ma mi sorprendo sempre di questa forbice così larga da lasciare interdetti. Dan Brown è uno scrittore “pop”, ma è un pop d’autore. Lo seguo dall’inizio, ho tutti i suoi libri in edizione rilegata e non mi imbarazzo nel dire che mi piace molto. Tratta argomenti a me cari, scrive bene e inventa storie che mi intrattengono in modo completo. Il suo penultimo romanzo (Inferno) mi aveva un po’ deluso all’inizio, feci fatica ad uscire dalle prime trecento pagine, ci volle una certa costanza nel continuare, ma la parte finale mi ripagò degli sforzi.

Origin invece mi ha preso sin da subito, benché come andasse a finire la prima parte del romanzo sia stato sin troppo facile da capire, ma il prosieguo lo ho poi trovato superbo.

Il libro verte sulle due domande cruciali dell’umanità: da dove veniamo e dove andiamo. Brown prende le ultime scoperte scientifiche e tecnologiche, le romanza e ci imbastisce sopra una storia avvincente, stavolta ambientata in Spagna.

Sarà che su quelle due domande rifletto quasi ogni giorno, ma Origin mi è proprio piaciuto tanto. Per chi vuole capire un po’ di più, qui sotto riporto la sinossi presa dal sito della casa editrice, in caso qualcuno si fidasse del mio giudizio sappia che è un libro assai godibile, da gustarsi dall’inizio alla fine, magari sotto l’ombrellone, con vele bianche all’orizzonte, il mormorio delle onde in sottofondo e un po’ di tempo per se stessi.

Sinossi (dal sito della Mondadori):

Robert Langdon, professore di simbologia e iconologia religiosa a Harvard, è stato invitato all’avveniristico museo Guggenheim di Bilbao per assistere a un evento unico: la rivelazione che cambierà per sempre la storia dell’umanità e rimetterà in discussione dogmi e principi dati ormai come acquisiti, aprendo la via a un futuro tanto imminente quanto inimmaginabile. Protagonista della serata è Edmond Kirsch, quarantenne miliardario e futurologo, famoso in tutto il mondo per le sbalorditive invenzioni high-tech, le audaci previsioni e l’ateismo corrosivo. Kirsch, che è stato uno dei primi studenti di Langdon e ha con lui un’amicizia ormai ventennale, sta per svelare una stupefacente scoperta che risponderà alle due fondamentali domande: da dove veniamo? E, soprattutto, dove andiamo? Mentre Langdon e centinaia di altri ospiti sono ipnotizzati dall’eclatante e spregiudicata presentazione del futurologo, all’improvviso la serata sfocia nel caos. La preziosa scoperta di Kirsch, prima ancora di essere rivelata, rischia di andare perduta per sempre. Scosso e incalzato da una minaccia incombente, Langdon è costretto a un disperato tentativo di fuga da Bilbao con Ambra Vidal, l’affascinante direttrice del museo che ha collaborato con Kirsch alla preparazione del provocatorio evento. In gioco non ci sono solo le loro vite, ma anche l’inestimabile patrimonio di conoscenza a cui il futurologo ha dedicato tutte le sue energie, ora sull’orlo di un oblio irreversibile. Percorrendo i corridoi più oscuri della storia e della religione, tra forze occulte, crimini mai sepolti e fanatismi incontrollabili, Langdon e Vidal devono sfuggire a un nemico letale il cui onnisciente potere pare emanare dal Palazzo reale di Spagna, e che non si fermerà davanti a nulla pur di ridurre al silenzio Edmond Kirsch. In una corsa mozzafiato contro il tempo, i due protagonisti decifrano gli indizi che li porteranno faccia a faccia con la scioccante scoperta di Kirsch… e con la sconvolgente verità che da sempre ci sfugge.

Dan Brown sul blog:

https://timtirelli.com/2013/08/15/dan-brown-inferno-2013-mondadori-euro-25-tttt/

 

RINGO STARR & HIS ALL STARR BAND – Lucca Summer Festival 8/7/2018 – di Giancarlo Trombetti

10 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti (rock scriba extraordinaire) ci parla del concerto di Ringo di qualche giorno fa a Lucca. Lettura consigliatissima.

◊ ◊ ◊

Credo sia stato più di quarant’anni fa. Mi capitò di leggere una novella, che mi commosse. All’epoca non ero incline alla facile commozione, quella arriva con l’età, che ti porta a essere più nostalgico e debole. Era una storia semplice. In breve, raccontava che i Beatles venivano rapiti, uno per volta. Prima toccava a Lennon, poi spariva Macca, poi Harrison. La polizia era disperata, dovevano proteggere l’ultimo Beatle rimasto e d’altra parte dovevano ricercare gli altri scomparsi. Ma nulla accadeva a Ringo, fino a che, seguendone le tracce, si scopriva che il colpevole dei rapimenti era proprio lui. Gli altri erano stati tenuti in una villa in campagna, nessuno gli aveva fatto male, ed erano in eccellenti condizioni di salute e ben curati. All’inevitabile interrogatorio, Ringo rispondeva così, più o meno : “L’ho fatto perché mi sentivo solo. Loro erano i miei migliori amici, senza di loro la mia vita era più povera e triste…volevo che i Beatles si riformassero.”.

Ringo è sempre stato il Calimero del gruppo. Il meno dotato, il più brutto, quello che senza di lui tutto sarebbe rimasto com’era. Ci sbagliavamo alla grande. Ringo era il più felice, il più fortunato, il più buono di tutti. A lui non si chiedevano dichiarazioni altisonanti, nessuno da lui si aspettava il cambiamento del mondo, né, da quello che trapelava, che indirizzasse il suono e l’evoluzione del più importante gruppo pop del Pianeta Terra. A lui veniva concesso dal duo debordante e dal malinconico, ascetico George, di cantare proprio su quel pezzo che, a tutti, era sembrato il modo vile di fargli urlare al mondo che, senza di loro, non sarebbe stato niente più di un ragazzotto seduto male dietro a una batteria, con gli occhi penduli e le orecchie troppo grosse. E un attimo prima che Cocker, rendesse quella canzone immortale per sempre con una esecuzione sconvolgente e irripetibile, per tutti, Ringo, era l’uomo che …senza l’aiuto degli amici…

Incredibile come le valutazioni possano mutare nel tempo e con la conoscenza. Ringo è sopravvissuto all’impatto mortale dello scioglimento del gruppo, al suo stesso mito, e, poco per volta, lo ha rafforzato, pubblicando dischi con piccole, minuscole perle che solo gli appassionati hanno saputo distinguere. Ringo è cresciuto, forte del suo nome indimenticabile ed è sopravvissuto anche al dolore della morte di due dei suoi unici, immensi, amici. Una straziante intervista alla BBC ce lo aveva reso piccolo e fragilissimo, mentre parlava, quasi balbettando, del suo dolore per le perdite. E dalle sue parole, pareva che fosse Harrison, quello per cui aveva sofferto maggiormente.

Come non essere, per sempre, dalla sua parte ?

Dalla parte del brutto anatroccolo fortunatissimo e reso immensamente ricco dagli altri. Dall’omino che non aveva mai alzato la testa rivendicando un ruolo che, forse, nessuno gli avrebbe mai riconosciuto. Eppure ricordo bene di una serata passata con un famoso batterista, che alla mia esaltazione di musicisti incredibili, da me idolatrati… Colaiuta, Bozzio, Wackerman, Bonham, Dunbar, Moon…mi spiegava con cortesia che erano proprio Ringo e Watts che avevano un suono così semplice e personale che non dovevano essere messi da parte. Mai! Ma non solo. Mi disse una frase che da allora non dimentico: i batteristi che lasciano un segno sono quelli che ascoltando la sola batteria, ti fanno riconoscere immediatamente il brano che stanno suonando… Ma ero troppo ottuso allora, per rendermene conto.

Però Ringo mi aveva sempre suscitato un enorme simpatia, a pelle. Inversamente proporzionale al fastidio nei confronti di Lennon…oh, beh…ognuno ha le sue fisse, no ? Così, quando la All Starr Band debuttò nel 1989, presi a seguirlo a distanza. E credo sia stato proprio verso la fine di quell’anno che ebbi l’occasione di poter vedere la prima incarnazione di quel gruppo. Nessun eccezionale gruppo spalla, ma una formula logica e vincente : grandi musicisti, che portano in dote le loro grandi canzoni, che suonano la propria musica e accompagnano il Mito in alcune sue canzoni. Geniale.

La sera della mia prima volta, me ne innamorai. Anche perché capitava poche volte di avere davanti Joe Walsh, Nils Lofgren, Tim Schmit, Todd Rundgren, Dave Edmunds…

Per questo motivo domenica sera ho affrontato un salasso per sedermi di traverso, troppo sotto il palco, con un paio di sedicenti critici davanti che commentavano senza indovinarne una e dall’inglese zoppicante, visto che non ridevano a nessuna battuta e che grazie al cielo non conoscevo, convinto di trovarmi per l’ultima volta davanti a un vecchietto fresco di 78 anni, con un gruppo di cui un paio di soggetti il cui ricordo non mi esaltava più di tanto. A Lucca fa caldo, ed i lucchesi tirchi e lamentosi mi spillano una cifra da svenimento per una cena veloce e poco gustata. Colpa mia. Sono pure della zona, avrei dovuto far cadere l’occhio sul menù prima di dire di sì. Con la cena che non ha ancora raggiunto lo stomaco, sono un ruminante, mangio pianissimo, mi rendo conto di essere esasperante ma non posso farci niente, volo, voliamo in due verso Piazza Napoleone, o come diavolo si chiama.

Il palco fa un po’ meno schifo dell’ultima volta che l’avevo visto, disadorno e povero e il pubblico mi stupisce. Niente solo vecchietti ultrasessantenni, ma anche giovani che cantano anche le canzoni meno note a squarciagola. L’impatto con il gruppo è notevole. E difficilmente avrebbe potuto essere diversamente. Gregg Rolie alle tastiere era l’uomo dietro Santana all’era di Abraxas, Steve Lukather è tutt’ora un piccolo mostro di tecnica, i Toto erano lui, Colin Hay era il principale compositore dei Men at Work, Graham Gouldman, come ricorderà più volte Ringo stesso nel corso dello spettacolo, è Mr. Ten CC e Warren Ham il polistrumentista dei Kansas. Alla batteria un mostruoso Greg Bissonette, uno dei sessionmen più apprezzati al mondo, in grado di non perdere una battuta anche quando suona insieme a Ringo, dedicandosi alle rullate e ai tom, da sempre invisi all’anzianotto Beatle. Ma quando era necessario tenere il tempo insieme, non c’era una sbavatura nelle casse e nei piatti. Nessun doppio tocco. Per capirsi : Hart e Kreutzmann o Butch Trucks e Jaimoe o Chester Thompson e Ralph Humphrey non avevano i medesimi compiti.

Ma la sorpresa migliore è lui, Mr. Ringo Starr. In eccellente forma, magro ma scattante, con la solita voce, ancora in ottimo grado di suonare il suo strumento, di scherzare, ironicissimo, su di sé e il suo passato, le sue canzoni. Certamente, i capelli saranno ovviamente tinti, ma le mani e il collo, inquadrate spesso in primo piano, rendono l’immagine di un agile quasi ottantenne, alla faccia del compleanno festeggiato il giorno prima. Ed è in quel momento, quando vedi quella manciata di grandi musicisti, divertirsi a resuscitare il proprio passato, recuperandolo senza nostalgia, ma con affetto, coccolandosi ognuno i propri migliori momenti delle loro vite, quando ti accorgi che per loro rivivere le canzoni di mezzo secolo prima non è un peso ma un onore, quando senti il gruppo “partire” sulle non rare evoluzioni strumentali, comprendi quanto logica e vincente sia una formula che da quasi trent’anni permette a una selezione accurata di artisti sempre diversi, di sentirsi vivi nell’affiancare un uomo minuto che ha attraversato la Storia del rock and roll.

Gregg Rolie estrae da Abraxas Evil Ways, Black Magic Woman (presentata come una canzone scritta da Peter Green) e Oye Como Va e la sua presenza scenica è del tastierista che ne ha viste di tutti i colori, sguardo disincantato e tranquillo, ci riporta a suoni dimenticati, dal vivo, con il suo Hammond. A far volare le lunghe parti strumentali, ci pensa Lukather, perfetto interprete che non ha bisogno certamente di ricalcare la chitarra di Santana per suscitare l’ammirazione. Bissonette, alla prova, è maestoso. Anche se talvolta un po’ troppo picchiatore per i miei gusti, ma sa passare dal tocco raffinato jazz al rock duro in un attimo. D’altra parte la sua estrazione resta quella.

Un quasi immobile Colin Hay, si illumina con i suoi due pezzi migliori, Down Under e Who can it be now ? che nell’atmosfera magica suonano perfettamente. Non ho mai amato il suo gruppo, ma quei due brani, suonati con trasporto, sono stati emozionanti.

A lui, in seguito, il compito di eseguire i due solo in stile “vecchio rock and roll”, quando tutti i trucchi sulle tastiere delle chitarre erano ancora da venire. Lukather non ce l’avrebbe fatta a resistere, contenendosi in pochi, semplici tocchi…

Dei tre pezzi dei Ten CC mi sono goduto Dreadlock Holiday un reggae dal testo corrosivo che negli 80 mi faceva sempre sorridere e che mi ha ricordato delle mie ore in auto, in coda, a Roma, nel tornare dal lavoro. Niente da dire : quando il pop è così di lusso, consapevole della sua forza, tutto è piacevole, digeribile. A Ringo l’onere di confrontarsi con se stesso. Ed è la sua profonda ironia, il suo gusto nel vivere il più bel mestiere del mondo, che lo tiene sull’onda dal 1962.

“Quando suonavo con il mio gruppo, ho composto moltissime canzoni…ma nessuna di queste è mai stata registrata…”, ride mentre presenta Boys, una cover delle Shirelles che i Beatles eseguivano nei loro primi giorni. E ancor più corrosivo, scherza un attimo dopo Don’t Pass me By nel presentare “…una canzone che non potrete non cantare e che se non conoscete, fareste bene ad andare a un concerto dei Led Zeppelin!”… e ce lo dice mentre all’acustica Lukather esegue l’intro di Stairway to Heaven, un attimo prima di far partire Yellow Submarine, l’unica canzone dei Beatles ad avere una parola, anzi due, in italiano… lo sapevate ?

Rosanna e Hold The Line sono gli inevitabili ricordi dei Toto che Lukather canta con l’aiuto di Ham nelle parti vocali più alte. Un bel personaggio, quest’ultimo: sax, percussioni, voce…un vero sessionman perfetto.

Ringo si allontana dicendo che quello che sta per venire sarà “un momento magico, musicale…e un momento, appunto!”. E va nel retropalco a riposarsi, cambiare giacchetta e chiacchierare con i ragazzi del pullman regia. Un vero easy living, quest’uomo.

Ride, danza, canticchia pezzi di storia che ci scorre via dentro le orecchie e non perde una battuta di quello che il pubblico gli urla…”Ringo!” si sente dal centro… “Yes…I know my name!”, risponde al volo. Un piacere per occhi e orecchie. La prova che il rock ti può salvare la vita e rendertela bella e fresca come un gelato. L’approccio di Ringo, però, è molto più lineare, umano, rispetto, che so…alla sopravvivenza rock di un Keith Richards. Entrambi icone, entrambi al limite del soprannaturale, ma con un aspetto di Starr che ce lo rende più simile a tutti noi. Il simpatico vecchietto tutto “peace and love”…la parola d’ordine della serata…del piano di sopra, quello che ti racconta le storie quando lo incontri al bar o in ascensore, storie bellissime, narrate con il distacco di chi non potrà mai più essere sorpreso dalla vita. Perché è lui che la guida.

E mentre Steve riesce a piazzare un solo anche all’interno della conclusiva With a little help from my friends, Ringo si inchina, ringrazia, vola via e sbuca per un attimo solo, per aggiungere in coda a tutto una citazione di Give peace a chance. Perché è quello il messaggio : quello che vorremmo dire è di dare una possibilità alla pace.

Grazie. Per sempre, amico mio.

©Giancarlo Trombetti 2018

Santana a Cattolica (RN) 01/07/2018

4 Lug

Cattolica (RN). Più o meno 1500 anni fa quelli erano territori bizantini e come tali amministrati. Dove sorge oggi Cattolica vi era un insediamento con un deposito di derrate alimentari, un magazzino insomma, Katholikà in lingua bizantina. Vi sono altre ipotesi, che il nome derivi da un fiumiciattolo, il rivus Catholice o dalle controversie tra i vescovi “ariani” e quelli cattolici, questi ultimi  rifugiati nella zona in cui oggi sorge Cattolica, dando il nome alla località.

E’ una cittadina che da sempre guardo con curiosità. Mio nonno materno aveva – negli anni quaranta – una azienda di autolinee che, oltre a collegare le città e i paesi della zona, arrivava fino all’Adriatico, a Cattolica appunto. Ho qualche foto di mia madre ventenne e sorridente su quelle spiagge e dunque questo posto fa in qualche modo parte della mia storia famigliare. Andare a vederci Santana, il primo chitarrista che abbia mai amato – laggiù nella seconda metà degli anni settanta – mi sembra cosa buona e giusta.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018

Anche in questo caso non ho voluto preparami, non so nulla di musicisti, scaletta, qualità della proposta.
La Arena Della Regina è uno spazio sito in Piazza Della Repubblica (l’accostamento dei due nomi è un ossimoro curioso), direi che di posti a sedere ne contiene circa 3000.

E’ una bella serata estiva. Mi godo le fasi pre tramonto immerso nell’aria dell’Adriatico che respira lì accanto.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

TT – Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Il gruppo è previsto per le 21:15, l’orario è rispettato al minuto tant’è che in parecchi per quell’ora sono ancora alla ricerca del proprio posto (e io mi chiedo se ad un concerto del genere ci si debba presentare all’ultimissimo secondo).

Lo schermo inizia a mandare un’ introduzione tratta da Woodstock, il festival del 1969, poi entra la band e per ultimo Carlos… eccolo il mio mito adolescenziale. Che brividi.

Sono in estasi, il concerto inizia come meglio non poteva. Soul Sacrifice, Jingo, Evil Ways, A Love Supreme, Black Magic Woman/Gypsy Queen, Oyo Como Va, Europa. Sono circa 40 minuti di bruciante passione, di musica trascendentale, di rock come ormai non se ne sente più. Carlos suona ancora molto bene e sfoggia, come sempre, grandi chitarre. Per me rimane il chitarrista con la Yamaha SG – 2000 (periodo 1976/1982)

La Yamaha di Santana

Carlos e la Yamaha nel 1977

ma le Paul Reed Smith che suona adesso sono altrettanto magnifiche. Io amo le chitarre elettriche solid body ed ho una ossessione per le Gibson Les Paul, non ne amo molte altre, ma da quando le suona Carlos sono sempre attratto anche dalle Paul Reed Smith. Fino ad una paio d’anni fa suonava la classica PRS,

da un paio d’anni si è affidato alla PRS SC245 Custom e stasera non ha usato altro (alternandone un paio), a parte qualche minuto su di una acustica.

PRS SC245

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Carlos ha ancora un suono spettacolare e un tocco unico. A 70 anni (quasi 71) ha una tecnica e un controllo dello strumento davvero notevoli. Incantato lo ammiro mentre si immerge in quei flussi sonori universali. Quando attacca Black Magic Woman/Gypsy Queen, Saura quasi sviene, io scuoto la testa sorridendo, scontato svenire per quel pezzo, ma poi io faccio quasi lo stesso per Europa, dunque posso anche evitare di fare lo snob attaccato ai pezzi meno usuali. La sera prima del concerto ero ad un sinodo con i miei confratelli e Magister Piccus – saputo dell’appuntamento con Carlos del giorno dopo – mi diceva tra le altre cose “quando attaccherà Europa ti metterai a piangere”. Siamo entrambi conoscitori del rock ma siamo arrivati ad un punto che ci esaltiamo per i pezzi più noti degli artisti che abbiamo amato. Sì certo, per quanto riguarda Carlos io sarei un tipo da Song Of The Wind e  Flame Sky

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

ma quando parte Europa inizio a piangere. I miei 15/16 anni, la musica che ti arriva al cuore, la bellezza che a volte sanno creare gli esseri umani. Vibro, ho la pelle d’oca, sento di essere un tutt’uno col cosmo.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Mi ricompongo, pregustando il seguito e sognando pezzi in scaletta che non arriveranno, il mio concerto infatti finisce qui. Quella che segue è una selezione di brani che non mi scalda e che verso la fine mi deprime.

Un pezzo del 199 (Right On) , una cover del rapper  Mos Def (Umi Says), una cover di un pezzo soul psichedelico del 1970 (Totatl Destruction To Your Mind) con all’interno richiami a Satisfaction, Day Tripper e altri classici, prima di andare alla deriva verso la musica (?) latino americana commerciale. Da questo momento il cantante nero invita tutti ad alzarsi e io mi chiedo perché ho pagato 93 euro per una “poltronissima” se per più di metà del concerto mi tocca stare in piedi ad ascoltare scorribande commerciali.

Chiaro che mi aspettassi Corazòn Espinado Smooth ma impostare più di metà concerto su quei toni e, come detto, tramutare tutto in una festa sulla spiaggia a ritmo della maledetta musica commerciale latino americana è un vero peccato. Certo, qui la band suona davvero, ma tutto diventa un fritto misto miserello. Pezzi del 1969 e 1971 (Love Peace And Happiness e Toussaint L’Ouverture) fagocitati dalla vibrazione commerciale, la gente in braghe colte ed infradito che si scalda davvero solo per i pezzi tratti da Supernatural (compresi Maria Maria e  Foo Foo); la dice lunga il fatto che ad oggi su youtube è presente solo il video di Maria Maria benché tutti (tutti!) abbiano passato buona parte del tempo a filmare il concerto. Per come si era messa Carlos avrebbe potuto mettersi a suonare Despacito e (quasi) nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi avrebbero tutti continuato a ballare. Per dare una idea del concerto comunque metto il link di un concerto completo di 3/4 mesi fa in Canada.

IL VIDEO CHE SEGUE E’ RELATIVO AL CONCERTO di MARZO 2018 IN BRITISH COLUMBIA

◊ ◊ ◊

MARIA MARIA – Cattolica (RN) 1/7/2018

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Fatti 420 km. Speso 186 euro per due biglietti, 40 euro di carburante, 30 di autostrada. Più di 250 euro per gustarsi 7 pezzi, un po’ troppo direi. Alla fin fine però son contento di avere visto Carlos, uno degli eroi musicali. Come detto avrei preferito uno svolgimento diverso, una attenzione più decisa verso la buona musica anche nella parte più commerciale dello show, ma io sono Tim Tirelli e non Carlos Santana, quindi alla fin fine ha ragione lui, il tripudio che il pubblico gli tributa a fine concerto è inequivocabile.

SANTANA a Cattolica (RN) 1/7/2018

  1. Woodstock Intro
  2. Soul Sacrifice
  3. Jin-go-lo-ba
  4. Evil Ways
  5. A Love Supreme
  6. Black Magic Woman/Gypsy Queen
  7. Oye como vaPlay Video
  8. Europa (Earth’s Cry, Heaven’s Smile)
  9. Right On
  10. Umi Says
  11. Total Destruction to Your Mind / Dancing in the Street / Proud Mary / Satisfaction / Day Tripper / Total Destruction to Your Mind
  12. Mona Lisa
  13. Maria Maria
  14. Foo Foo
  15. Corazón espinado
  16. Toussaint L’Ouverture
  17. Are You Ready People
  18. Smooth
  19. Love, Peace and Happiness
  20. For the Highest Good

Foo Fighters Firenze 14/06/2018 – Pearl Jam Padova 24/06/2018 di Bodhrán

29 Giu

Due riflessioni del nostro Bodhran sui recenti concerti in Italia di Foo Fighters e Pearl Jam.

◊ ◊ ◊

Foo Fighters a Firenze il 14 giugno, Pearl Jam a Padova il 24, val la pena riassumere le due serate in un racconto unico. Racconto che, nel solito tentativo di essere oggettivo, è ovviamente di parte.

Partiamo dai Foo Fighters, che si sono esibiti all’Ippodromo del Visarno, nel Parco delle Cascine di Firenze.

FF – Firenze 24/6/2018 – foto Michele Squillantini

Da un paio d’anni il luogo, perfetto per manifestazioni di questo tipo, ospita Firenze Rocks, festival che non corre troppi rischi: quest’anno con la band di Dave Grohl che apriva il festival hanno suonato nei giorni successivi Guns’n’Roses, Iron Maiden e Ozzy, l’anno scorso Aerosmith ed Eddie Vedder. In precedenza ricordo David Gilmour nel 2015. Lo spazio è molto grande (per gli organizzatori eravamo 70.000, per la Questura non è dato sapere, chissà perché in questi casi non c’è mai la divertente guerra di cifre), sono arrivato alle 20,30 ed era praticamente pieno. Mi sono sistemato di lato e, una volta venuto a patti con gli odiosi “token” e presa una birra con nipote e amici (contattati per miracolo perché di lì a poco il cellulare non si sarebbe più collegato nell’orgia collettiva di audio, immagini e video) mi sono preparato a guardare il concerto sugli schermi. Oramai comunque la visibilità è tutta monetizzabile, a poco servono levatacce, buone gambe e qualche gomitata, ora spendi di più, e con il “pit” compri anche la comodità di arrivarci all’ultimo minuto.

Allora, non sono un “fan” dei Foo Fighters, ci sono pezzi che mi piacciono ma per i miei gusti pendono troppo verso un lato pop/punk che comprime i pezzi sempre nello stesso gioco di dinamica e rende i loro album tutti molto simili; riconosco però a Dave Grohl un’abilità incredibile nell’essersi ritagliato uno spazio (e che spazio) senza restare schiacciato dal nuvolone chiamato Kurt Cobain, sia collaborando con chiunque gli capiti a tiro sia spostando la sua musica in una direzione meno “drammatica” e più divertente. Ecco, una volta visto il concerto – e visto quello dei Pearl Jam – direi forse troppo.

La band è partita a rotta di collo sciorinando 4 singoli uno dietro l’altro; come sapevo Dave Grohl dal vivo diciamo non è poi questo gran cantante, urla come un ossesso e se questo dà ai brani la dovuta grinta penalizza però quelli in cui servirebbe un filino più di timbro, visto che poi le canzoni dei FF hanno un impianto molto pop e sono canticchiabili. Comunque sia avanti savoia! un pezzo dietro l’altro, spesso con stop & go fatti di chiacchiere al pubblico per riprendere fiato prima di rinfilarsi nel riff di turno. Assolo di batteria con la pedana che si sopraeleva di 3-4 metri – roba degna dei Kiss ma in un clima che si prende poco sul serio ci sta bene – e, a seguire, con la presentazione della band, un tuffo nelle cover: un’improbabile ma divertente mix tra la musica di Imagine e il testo di Jump, poi “Blitzkrieg Pop” dei Ramones, “Under Pressure” dei Queen

e poi, sorpresa!, salgono sul palco i Guns’n’Roses (Axl Rose, Slash e Duff McKagan) per eseguire “It’s so easy”. A me i G’n’R non sono mai piaciuti, trovavo insopportabile il timbro vocale di Axl Rose all’epoca, ora quel verso da gatto a cui hanno pestato la coda è un’ottava sotto per cantare il pezzo che altrimenti non ce la fa, in più mi pare davvero patetico vederlo conciato come 30 anni fa (bandana, camicia legata alla “vitona” e un set di denti “bianco WC” che sui maxi schermi fanno il loro effetto). Questo il mio giudizio. Intorno a me il delirio. Pubblico in visibilio, e giù foto e video.

Il live è proseguito con una parte più tranquilla e (vado a memoria quindi mi pare a questo punto) il palco si è abbuiato, come ci fosse un black-out, ma l’intoppo si è risolto subito, invocate da Grohl si sono accese le torce dei cellulari del pubblico… e luce fu, in un effetto molto bello da vedere. Pausa e poi un’infilata di tre bis prima di salutare tutti. Come dicevo l’oggettività è solo un tentativo, e quindi devo confessare che io durante il concerto, in questa atmosfera festosa ed allegra, mi sono anche un po’ annoiato, poca dinamica nel paio d’ore di live, poco spazio alla band – ci sono 3 chitarre ma sono impastate tra loro e a parte un paio forse di brevissimi soli di chitarra e un brutto solo di tastiere gli altri membri del gruppo non emergono, anche sugli schermi i FF sono Grohl e Hawkins.

Si potrebbe dire un concerto dei nostri tempi, allegria e spensieratezza ma poca sostanza (rock).

https://www.setlist.fm/setlist/foo-fighters/2018/visarno-arena-firenze-florence-italy-1bea89c8.html

◊ ◊ ◊

Altra storia i Pearl Jam: “quello dei FF è stato un concerto divertente, questo è stato un concerto rock”, così ho detto a mio nipote mentre uscivamo dallo stadio di Padova dopo 2 ore e 45 di live (con due set di bis).

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

E sì che partivamo con i pronostici contro: data di Londra del 19 annullata per problemi alla voce di Vedder, data del 22 a Milano con scaletta cortissima e tante canzoni cantate praticamente solo dal pubblico. In più il meteo che prometteva pioggia proprio nell’orario del concerto. E l’idea di partire dalla Toscana per arrivare a Padova e, sotto l’acqua, sentire un concerto corto con un cantante senza voce non era proprio il massimo delle mie aspettative per un gruppo che seguo dall’esordio e che, dopo la morte di Chris Cornell un anno fa, è in pratica quello che resta di quella generazione musicale.

Comunque sia, arrivo a Padova alle 18, scopriamo che non si parcheggia intorno allo stadio, un paio di svolte e troviamo un “posto” a dir poco rocambolesco tra una Panda (in cui però il proprietario sarebbe potuto entrare dal lato passeggero) e una transenna che ci consente di raggiungere lo stadio in un quarto d’ora scarso (scoprirò dopo di gente che ha lasciato 20€ di parcheggio e ha scarpinato per km), una birra per smaltire il viaggio e dentro.

Come in tutti i concerti rock oramai il pubblico è “diversamente giovane”, gente di tutte le età (e di tutte le nazionalità – tanti dalle vicine Slovenia e Croazia, oltre ai soliti pellegrini dei PJ), i giovani quelli veri nel 2018 sono sotto i palchi dei rapper, non dei rocker. Soliti “token” e, novità – ma forse non in un concerto in Veneto – uno stand dentro lo stadio non di birra ma di spritz, il che mi ha fatto immaginare un’ulteriore possibile deriva “borghese” del r’n’r: mega palco, schermi giganti e volume tremendo, band attempata vestita da “giovane ribelle” (un esempio? Axl Rose a Firenze) per un pubblico di ricchi che comprano il posto in un enorme esclusivo “pit” con divanetti e tavolini con drink, olive e noccioline.

PEARL JAM Padova 2018 foto Bodhran

Posto prato, più in su che si poteva prima del pit, e attesa con Polonia-Nigeria sui maxi-schermi (è destino che guardi una partita ai concerti dei PJ, 4 anni fa a San Siro trasmettevano Italia-Costa Rica). Alle 21 puntali sul palco: il concerto parte morbido, “Pendulum” prima e “Low Light” poi, intuiamo che la voce di Vedder è tornata, e ne abbiamo l’assoluta certezza quando, senza prendere fiato, seguono “Last Exit”, “Do the Evolution” e “Animal”.

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

Anche il meteo è dalla nostra, velato e ventilato durante il pomeriggio, si rasserena via via che cala la notte. Diciassette i brani del set, e poi due bis per un totale di 29 brani e, come detto, due ore e tre quarti. Ovviamente sono tanti i brani d’obbligo (“Better Man”, “Corduroy”, “Given To Fly”) ma riescono comunque a stupire suonando brani eseguiti raramente come “Smile” e “Down” o tirando fuori dal cilindro la bellissima “Crazy Mary” (cover di Victoria Willimas che ha particolarmente emozionato sia me sia gli altri diversamente giovani vicino a me).

Ecco, i Pearl Jam danno la sensazione di essere una band – sezione ritmica inappuntabile (l’avrò già detto ma ritengo Matt Cameron uno dei grandi della batteria rock, anche se più per il lavoro con i Soundgarden che quello con i PJ), Mike McCready è un chitarrista con i fiocchi, stampa dei soli molto belli e non manca di spettacolarità: sul lungo assolo di Even Flow si è piazzato la chitarra dietro le spalle e ha ovviamente infiammato gli appassionati del genere.

Spazio anche per l’altro chitarrista, Stone Gossard (almeno 3 soli, andando a memoria).

Perché preferisco questo modo di fare spettacolo a quello dei FF? Non lo so, sicuramente li trovo più “rock”, e poi forse mi sembrano più “sinceri”, e lo scrivo sapendo benissimo che quando monti sul palco dopo quasi 30 anni la sincerità va a farsi benedire.

Non sono mancati i momenti acustici (Daughter, con un’invettiva velenosa contro Trump e poi nei bis Elderly Woman…) e quelli più distesi, ovviamente “Black”, ma la voce ritrovata pareva aver dato un bonus di sprint in più, e così “Spin the Black Circle”, “Mind Your Manners”, “Porch”, “Once” hanno messo a dura prova la mia tenuta fisica.

Finale col botto con “Alive”, “Baba o Riley” (e fortunatamente non i 10 minuti buoni di “Rockin’ in a Free World”) e poi a nanna coccolati da “Indifference”.

Dico sempre che i concertoni mi hanno stufato (ed è vero quando penso che spendo un fottio di soldi per stare in piedi ore ed ore e non vedere un cazzo) ma anche stavolta mi pento di non aver comprato anche un secondo biglietto del tour.

https://www.setlist.fm/setlist/pearl-jam/2018/stadio-euganeo-padua-italy-1bea3910.html

 

Jeff Beck, Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS), 23 giugno 2018

26 Giu

Sabato 23 giugno, ore 16,55, partiamo per Gardone Riviera, all’Anfiteatro del Vittoriale si terrà il concerto di Jeff Beck, non potevamo certo perdere l’occasione di rivedere on stage the Guv’nor.

La mildly blues mobile rolla placida sull’autostrada.

Highway – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

Alle 18,30 siamo quasi a destinazione, sulla statale che costeggia il lago c’è un po’ di traffico, serve un’altra mezz’oretta.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

10,50 euro per il parcheggio, il panorama è strepitoso, iniziamo sentirci bene.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’entrata del Vittoriale è a Gardone alto, piccolo borgo suggestivo, nella piazzetta antistante incontro il mio amico di lunga data Frank Romagnosi, anche lui testa di piombo come me. Chiacchieriamo amabilmente con lui e Silvia, mentre arrivano anche Marco Borsani e Sara. Marco lo conosco dai tempi della fanzine. Si parla di Led Zeppelin ovviamente. Un saluto veloce anche a Paolo Bolla di Schio Life, con cui abbiamo passato avventure Wakemaniane e Yessiane sia a Vicenza che a Londra.

Alle 20 entriamo. Siamo in posizione ottima, seconda fila sulla sinistra guardando il palco, a due passi dagli amplificatori di Jeff, su cui capeggia la scritta “Becktone”. Frank e Silvia sono sulle gradinate (dove mi dicono altri amici c’è anche Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi).

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’anfiteatro è molto carino, l’atmosfera perfetta: il tramonto, il Lago di Garda e pini e cipressi a far da cornice. Il posto tiene 1500 persone, l’ideale per assistere come si deve ad un concerto.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Frank dalle gradinate scatta una foto da cui si capisce il bel quadro in cui siamo. Sulla sinistra, vicino al tizio che alza il braccio si riconosce la testina bionda di Saura.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Anche per questo concerto non ho voluto documentarmi, non so nulla di scaletta e formazione, so solo che c’è la grande Rhonda Smith al basso (che abbiamo già visto a Lucca nel 2010) e Colaiuta alla batteria. A loro si aggiungono la violoncellista Vanessa Freebairn-Smith e il cantante Jim Hall.

Ore 21,30 circa, entra la band. Vedere Jeff Beck è sempre una emozione. Domani (il 24 giugno) compirà 74 anni, è ancora molto in forma sebbene i segni del tempo siano evidenti. Forse continuare a presentarsi dal vivo con magliette senza maniche è un azzardo, il gilet poi è troppo corto e quando si volta e dà la schiena al pubblico si nota che non è più un ragazzino. Ad ogni modo, dietro ai suoi Ray Ban scuri, e alla sua chioma tinta si cela ancora un chitarrista straordinario.

Si parte con Pull It dall’ultimo album, un esercizio di riflessi elettrici e sperimentazioni. Jeff indossa la sua Stratocaster bianca con la paletta rovesciata che è uno spettacolo, chitarra che non cambierà e non accorderà mai per tutta la durata del concerto. Che razza di strumenti possono permettersi queste rockstar! Sospiro pensando che a me tocca accordare le mie quasi dopo ogni pezzo.

Col secondo brano si parte con i motivi più conosciuti: Stratus di Billy Cobham. Jeff inizia a scaldarsi e a proporre la sua solita magia. Segue Nadia, dolce e melodica. Un incanto.

Stratus & Nadia

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Si passa poi a You Know You Know della Mahavishnu Orchestra. Giro di accordi ipnotico e andamento articolato, Nel pezzo si ricavano spazi per assoli di basso e batteria.

Dopo questi quattro pezzi le prime impressioni sono più che positive, l’unico che non mi convince è Vinnie Colaiuta. Mi rendo conto che mettere in discussione uno come lui mi mette in pericolo, tutti gli appassionati della musica complicata – i talebani del prog e del jazz rock –  lo venerano come un dio, ma correrò il rischio.

Io credo che quando Colaiuta tiene il tempo e quando mostra la sua bravura con intelligenza sia un vero godimento ascoltarlo: dinamica, groove, tocco e talento sono evidenti, ma quando – la maggior parte del tempo – è impegnato a ostentare la sua tecnica a discapito della coerenza del pezzo e della bellezza della musica, diventa alle mie orecchie insopportabile. E’ vero che la musica di Beck vira per una largihssima parte al jazz rock, genere che tra l’altro amo parecchio e che si presta a virtuosismi, ma prediligo sempre e comuque un certo gusto e una certa moderazione; il dover far veder quanto si è bravi ad ogni battito di ciglia secondo me rovina la musica. Il sound dei piatti della batteria è anch’esso fastidioso e l’uso (smodato) della doppia cassa (o meglio del doppio pedale) è roba da centurioni, ma capisco che ormai sia solo un problema mio. Rhonda Smith al basso invece è meravigliosa, lo vedi che è dotatissima, ma fa sfoggio della sua tecnica nei due momenti in cui Beck le lascia il giusto spazio e per il resto suona al servizio della musica e del gruppo (pur esibendosi in passaggi complicati e articolati).

Entra quindi in scena Jim Hall; proviene da Birmingham Alabama, all’inizio degli anni ottanta ebbe due singoli di un certo successo in Usa e nel 1985 cantò nell’album Flash dello stesso Beck.

E’ una gioia ascoltare Morning Dew, dal primo album del Jeff Beck Group (1968).

Morning Dew

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Segue I Have To Laugh e poi si torna alla musica strumentale con la classica Star Cycle. In questo genere di pezzi Jeff si avvale di basi con le tracce delle tastiere.

Star Cycle

Un tributo (obliquo) alla musica roots di Lonnie Mack poi un bel duetto tra la chitarra arpeggiata di Beck e il violoncello di Vanessa Freebairn-Smith.

Mnà na h-Éireann

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Dall’album del 1977 Melodies del Jan Hammer Group viene proposta Just For Fun. Jazz Rock cantato, ma non esattamente un pezzo d’impatto.

Just For Fun

Little Wing di Jimi Hendrix viene proposta nell’arrangiamento chitarristico di Beck ed è seguita da A Change is Gonna Come

A Change is Gonna Come (filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Big Block arriva dall’album Guitar Shop del 1989, poi è il momento di ‘Cause We Have Ended As Lovers di Stevie Wonder. Questo brano fu pubblicato su Blow By Blow (1975) di Jeff Beck, il suo album forse più celebrato, il primo album che il nostro dedicò interamente all’jazz rock, album che conquistò il disco di platino in Usa. E’ una delle canzoni simbolo di Beck, come sussurro a Saura nell’orecchio “la si può considerare la sua Stairway To Heaven”. Mi sorprendo che il pubblico non sottolinei in maniera più incisiva l’entrata del brano. Me la godo, ma non è una versione da strapparsi l’anima.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Ecco poi You Never Know (dall’album There And Back del 1980), Brush With The Blues (da Who’s Else, 1999) e Blue Wind (da Wired, 1976). Brush With The Blues è uno dei pezzi di Beck che più adoro, ma anche qui mi sembra una versione leggermente sottotono.

Ci si riprende col il finale: Superstition di Stevie Wonder dall’album Beck Bogert & Appice del 1973 e la splendida A Day In The Life dei Beatles.

Superstition

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

A Day In The Life

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Il bis ci fa sobbalzare: You Shook Me (!) e Going Down, rispettivamente dal primo (1968) e dal quarto (1972) album di Beck. Entrambe sono assai familiari per i fan dei LZ (diverse le magliette indossate stasera tra il pubblico con l’iconografia del gruppo di Page) a causa della versione della prima apparsa sul primo album del gruppo e delle varie versioni della seconda inserite nel medley di Whole lotta Love versione dal vivo 1973 (la più riuscita quella a LA il 6 giugno 1973, presente nel bootleg Three Days After).

Sono stupefatto, non me le aspettavo. Avesse suonato anche Train Kept A-Rollin’ e Beck’s Bolero sarei probabilmente svenuto.

You Shook Me & Going Down

(filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Jeff Beck saluta e se ne va. Mi dico che probabilmente non lo vedrò più, difficile immaginare un’altra tournée, ma poi chi può dirlo. La gente inizia ad uscire, io mi dico che è stato un bel concerto. Niente di straordinario, ma ormai Jeff Beck è questo, anche l’ultimo album e bluray (Live At Hollywood Bowl 2017) lo testimoniano, ma rimane uno spettacolo da andare a vedere se se ne hanno le possibilità, Jeff è un musicista magnetico, sulla chitarra è sempre magnifico, e la sua musica sa ancora regalare emozioni, sebbene un po’ più annacquate rispetto al passato.

Usciti dall’anfiteatro mi fermo con Saura, Silvia e Frank a mangiare un gelato nella piazzetta di Gardone Alto. Io e Frank malediciamo per l’ennesima volta l’accidia musicale di Page, come sarebbe bello poterlo vedere on stage un ultima volta in posti simili.

Ci Incamminiamo al parcheggio, una abbraccio, uno scatto e via. Gardone Riviera goodnight.

Tim & Frank Romagnosi – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

RICK DERRINGER “JOY RIDE – SOLO ALBUMS 1973-1980” ( 4cd box set – 2017 Cherry / Sony) – TTT½

21 Giu

Anche stavolta con un po’ di ritardo, parliamo dell’ultimo cofanetto dedicato a RD uscito per la HNE/Cherry Red/Sony sul finire dell’anno scorso. Questo è dedicato agli album solisti del decennio più significativo di RD (come abbiamo visto, chitarrista & produttore per Edgar e Johnny Winter). La Cherry Red, lo abbiamo scritto più volte, sta facendo un gran lavoro nel riproporre – in cofanetti più che dignitosi e a buon mercato – album degli anni “buoni” di musicisti magari scivolati nell’oblio, ma che negli anni settanta fecero fuoco e fiamme.

DISC ONE
ALL AMERICAN BOY: 1973- TTTTT
1. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
2. JOY RIDE (INSTRUMENTAL)
3. TEENAGE QUEEN
4. CHEAP TEQUILA
5. UNCOMPLICATED
6. HOLD
7. THE AIRPORT GIVETH (THE AIRPORT TAKETH AWAY)
8. TEENAGE LOVE AFFAIR
9. IT’S RAINING
10. TIME WARP
11. SLIDE ON OVER SLINKY
12. JUMP, JUMP, JUMP

BONUS TRACKS
13. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (SINGLE EDIT)
14. ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO (MONO)
15. TEENAGE LOVE AFFAIR (MONO)

E’ l’unico disco di successo di Rick Derringer (sia come solista che come leader della banda omonima), raggiunge la posizione 25 della classifica americana, ed è il capitolo più significativo del nostro. Disco senza dubbio riuscito, alcuni momenti sono davvero ottimi. La copertina risente delle suggestioni glam dell’epoca e non è niente male. Collaborano tra gli altri Bobby Caldwell (J.Winter, Captain Beyond, Armageddon) alla batteria, Joe Walsh alla chitarra, Edgar Winter al piano, organo e clavinet, David Bromberg al dobro, e Joe Vitale (CSN, Stills-Young, Eagles).

Rock And Roll Hoochie Koo è il pezzo che Rick scrisse per Johnny Winter nel 1970. E’ ormai un classico dell’Hard Rock americano ed dura proporla qualche anno dopo la versione definitiva apparsa su Johnny Winter And, ma in definitiva l’inclusione in questo album pare doverosa. Joy Ride è uno spettacolare strumentale che funge da ouverture al pezzo successivo. Rick alla chitarra e al basso e un grandissimo Bobby Caldwell alla batteria. Teneage Queen si rivela subito un gran pezzo, presentato alla maniera degli anni settanta. Qui Joe Walsh dà il suo aiuto alla chitarra e Joe Vitale lo fa alla batteria. A parte di questo pezzo si ispirò David Coverdale per We Wish You Well.

Cheap Tequila è la canzone che apparve qualche mese prima (All American Boy uscì in ottobre 1973) nell’album di Johnny Winter Still Alive And Well (marzo 1973). Sono versioni un po’ diversa, questa è più ricca ed ha il dobro di David Bromberg. Joe Walsh torna per Uncomplicated, un rock veloce che vibra trai parametri standard del rock adolescenziale tipico di RD. In Hold si risente Edgar Winter. E’ un pezzo lento, sembra un paradosso ma lo scatenato Rick Derringer sembra esprimersi al meglio in questi momenti più riflessivi. Bella scrittura.

La stessa formazione (Derringer, Caldwell, E.Winter) è presente anche nel pezzo successivo The Airport Giveth, altro lento ma forse meno incisivo. Con Teenage Love Affair si torna al rock adolescenziale. Il momento più interessante è il break dedicato all’assolo di chitarra con tanto di uso dell’effetto talk box. It’s Raining è molto carina, un quadretto all’apparenza frivolo che però ha un senso mica da ridere. Bello l’assolo di armonica cromatica.

Time Warp è il secondo strumentale dell’album, accenti jazz rock e grandi prove dei musicisti: Bobby Caldwell, Derringer (chitarre, basso, sitar elettrico, maracas) e  E. Winter (organo).

Slide On Over Slinky sembra un pezzo di Johnny Winter, stesso approccio, stesso tocco, d’altra parte con Derringer, Caldwell e Edgar Winter (tutti componenti in un modo o nell’altro del gruppo di Johnny) questo risultato era da mettere in preventivo. Secondo me parti di questo pezzo sono state di grande ispirazione per Huey Lewis al momento di scrivere I Want A New Drug (poi plagiata dalla colonna sonora di Ghostbusters). Jump Jump Jump chiude l’album in maniera impeccabile. Caldwell, E. Winter e Rick Derringer ancora insieme per un ultimo momento musicalmente meditativo.

Gran album dunque, se se ne deve avere uno dell’artista in questione questo è quello che consiglio.

DISC TWO
SPRING FEVER: 1975 – TTT½
1. GIMME MORE
2. TOMORROW
3. DON’T EVER SAY GOODBYE
4. STILL ALIVE AND WELL
5. ROCK
6. HANG ON SLOOPY
7. ROLL WITH ME
8. WALKIN’ THE DOG
9. HE NEEDS SOME ANSWERS
10. SKYSCRAPER BLUES

BONUS TRACKS
11. HANG ON SLOOPY (MONO)
12. DON’T EVER SAY GOODBYE (MONO)

Il disco non suscita l’interesse sperato e si ferma al n. 141 della classifica Usa.

C’è da chiedersi cosa passasse per la mente a Rick quando ha permesso o voluto una copertina come questa. D’accordo che da giovane Derringer aveva un faccino carino, ma guardando la foto uno si chiede se si tratti di un uomo o di una donna. A me ricorda Debra Winger. Voglio dire, uno che ha fatto parte di gruppi delinquenziali come i Johnny Winter And, gli Edgar Winter’s White Trash e l’Edgar Winter Group, non può presentarsi acconciato come una mammoletta, mi chiedo se siano mai esistite nuffie nel midwest americano (Rick è dell’Ohio)

Debra Winger

All’album partecipano Johnny Winter, Edgar Winter, Dan Hartman, Chick Corea (moog) e David Johansen.

Gimme More è uno dei suoi soliti rock da scordare in fretta, Tomorrow invece è più articolato ed è arricchito dal moog di Corea.

Don’t Ever Say Goodbye è un lento un po’ scontato che si trasforma nel solito rock sempliciotto e adolescenziale. La differenza tra il batterista presente in questo disco e Bobby Caldwell si sente, in Spring Fever tutto è più rigido purtroppo. Still Alive And Well è il gran bel pezzo che RD scrisse per Johnny Winter nel 1972 e pubblicato per la prima volta sul disco del 1973 dallo stesso titolo del Texas Tornado. Difficile per Rick eguagliare l’esplosività della versione di Johnny. In Rock fa capolino il sitar elettrico e malgrado il moog di Corea, nulla di speciale sembra differenziare il brano. Hang On Sloopy è la riproposizione del vecchio successo anni sessanta dei McCoys di cui Rick era il leader (e che nel 1970 diventarono il gruppo di Johnny Winter). Motivetto e giro musicale così abusato da essere ormai inascoltabile. Roll With Me fu scritta da Rick nel 1974 per l’abum John Dawson Winter III. Segue una cover vagamente psichedelica di Walking The Dog. He Needs Some Answers e Skyscraper Blues chiudono il disco senza sussulti. Da citare la slide di Johnny Winter in quest’ultima.

DISC THREE
GUITARS AND WOMEN: 1979 – TTT½
1. SOMETHING WARM
2. GUITARS AND WOMEN
3. EVERYTHING
4. MAN IN THE MIDDLE
5. IT MUST BE LOVE
6. DESIRES OF THE HEART
7. TIMELESS
8. HOPELESS ROMANTIC
9. NEED A LITTLE GIRL (JUST LIKE YOU)
10. DON’T EVER SAY GOODBYE

Album prodotto insieme a Todd Rundgren. Personalmente non amo questo tipo di produzioni poco chiare. Tra i musicisti vanno citati Neil Geraldo e Kenny Aaronson. Something Warm è un rock melodico piuttosto interessante. Guitars And Women è un di quei deliri un po’ sopra le righe tipici dei chitarristi come Rick. Everything invece è un ottimo pezzo. Gran lavoro di chitarra di Derringer e pezzo scritto con le dovute doti musicali, la mistica di Derringer al suo zenit.

Man In The Middle: sbaglierò ma in questo periodo Derringer ascoltava Al Di Meola, nel pezzo precedente l’apertura chitarristica richiamava l’asso di Jersey City, e anche certi riff di questo rock sembrano arrivare dai primi lavori di Al. It Must Be Love è un rock piuttosto anonimo. La parte dove canta “I love you honey but I hate your friends” potrebbe essere stata ripresa l’anno successivo dai Cheap Trick nel brano I love you honey but I hate your friends appunto. Desires Of The Heart proviene dal versante disimpegnato,Timeless fa più o meno lo stesso. Hopeless Romantic si apre col piano di Neil Geraldo, ballata gnocca un po’ in stile Styx. Need A Little Girl ricorda i Cheap Trick, Don’t Ever Say Goodbye (dall’album precedente) è qui riproposta e non si capisce il perché.

Copertina già proiettata verso gli anni 80. L’album non entra nella Top 200 Usa.

DISC FOUR
FACE TO FACE: 1980 -TTT
1. RUNAWAY
2. YOU’LL GET YOURS
3. BIG CITY LONELINESS
4. BURN THE MIDNIGHT OIL
5. LET THE MUSIC PLAY
6. JUMP, JUMP, JUMP
7. I WANT A LOVER
8. MY, MY, HEY HEY (OUT OF THE BLUE)

BONUS TRACK
9. LET THE MUSIC PLAY (MONO)

Produzione piuttosto povera, sembra quasi un demo tape.

Runaway, nei momenti veloci, pare scritta con I Want You To Want Me dei Cheap Trick in testa, You’ll Get Yours è un misto tra Crossroads versione Cream e gli ZZ Top. Big City Loneliness apre un varco blues in senso lato nell’album, è quel tipo di pezzo da cui personalmente mi sento sempre attratto. Brano un po’ alla Paul McCartney. Con Burn The Midnight Oil si torna all’heavy rock da centurioni, Let The Music Play non lascia tracce. Segue una versione live di Jump Jump Jump, e pure quiu non si capisce bene il perché, I Want A Lover è un rock and roll tutt’altro che speciale, chiude il disco un altro brano live. Trattasi di My My Hey Hey (Out Of The Blue) di Neil Young.  E anche qui non si capisce la ragione.

Disco dunque non a fuoco, impreciso nell’atteggiamento. Certo, Rick Derringer rimane sempre un gran chitarrista e spesso è una gioia ascoltarlo, ma come sappiamo solo questo non può bastare

Copertina anonima. L’album non entra nella Top 200 Usa.

Cofanetto dunque all’apparenza solo per fan ma, visto il costo, alla portata di chiunque voglia scoprire di più il mondo di RD.

L’altro cofanetto sul blog:

https://timtirelli.com/2017/04/06/derringer-the-complete-blue-sky-albums-1976-78-box-set-cherry-red-sony-2017-tttt/