Steve Gorman (with Steven Hayden) : Hard To Handle – The life and death of the Black Crowes – A memoir (Da Capo Press 2019)

13 Nov

Ho chiesto al nostro Pike, a Picca…a Stefano Pioccagliani insomma, di scrivere due cosette su questo libro, visto che io non lo prenderò prima del prossimo anno (la pila di quelli da leggere che ho sul comodino è arrivata a 80 e passa centimetri e va smaltita). Sì, lo leggerò senza dubbio, perché amo molto la band in questione, questo tipo di biografie oblique e perché mi fido della parole di Mr Pike.

Hardcover: 368 pages – Publisher: Da Capo Press (September 24, 2019) Language: English

Bizzarro leggere la storia della fine di una rock band – scritta dal batterista! – e concludere l’ultimo capitolo il giorno esatto in cui viene data la notizia della reunion della stessa band – senza quel batterista – per un tour ‘celebrativo’, evidentemente imbastito da qualche businessman (vedi Live Nation), per lucrare approfittando di una ‘celebrazione’ (i 30 anni dall’uscita del primo album dei Black Crowes) ricompattando in qualche modo i due leaders in pectore, i terrificanti fratelli Rich e Chris Robinson, circondandoli di sidemen no-name più o meno validi. Bizzarro perché, a leggere il libro dell’ottimo Steve Gorman, pare ci sia ben poco da celebrare: episodi imbarazzanti, miserie umane, tossicodipendenze, sbornie, cinismo, brama di denaro e – soprattutto – quanto disfunzionale può rivelarsi un rapporto tra due fratelli (confronto ai Robinsons, i Gallagher degli Oasis ne escono come due fraticelli francescani; basti pensare che in occasione di un concerto Oasis/Black Crowes, i Gallaghers si spaventarono della violenza scaturita da una lite nel camerino dei Corvi Neri).

Rispetto ad altre bio più o meno sordide non c’è sesso, niente groupies o storiacce di donne, forse per scelta degli autori , ma dalla lettura si direbbe che nella babilonia gestionale di una band retta da una diarchia schizofrenica come quella dei due fratellini poco spazio rimanesse per trastullarsi in altre attività. Il libro è divertentissimo – sempre che ci si diverta a leggere delle disgrazie altrui – e si rivela anche un ottimo prontuario per chi volesse capire cosa significa davvero far parte di una rock band che, dal nulla arriva al successo e poi si smineralizza.

La credibilità di Hard To Handle va, come sempre in questi casi, presa con le molle (gente che passa la vita a tirare su col naso, fumare bizzarre erbette, ingoiare acidume, trincare ogni tipo di alcolico ma poi si ricorda interi dialoghi avvenuti 25 anni prima…), ma evidentemente è una decisione ’stilistica’ del curatore Steven Hayden che avrà assemblato i ricordi di Gorman per poi darne una versione stampabile. Leggendo si comprende meglio la traiettoria della carriera dei Crowes – giovane rock band ’sudista’ che ridà fiato al classic rock poi svolta fricchettona-psychohippie poi jamband poi ‘americana’ country blues poi autodistrutta – sempre dirottata dalle paturnie spesso incomprensibili dei due Robinsons, con Chris che ne esce come un arido e cinico approfittatore economico mosso sì da ingordigia ma anche da narcisismo patologico e Rich, scostante ed enigmatico, poco propenso alla condivisione, in continuo confiltto neurotico col fratello.

A parte i fratelli Robinsons e Gorman (unici membri ‘padroni del marchio’) sono almeno una ventina i musicisti (senza contare gli attuali sidemen nella reunion) che hanno fatto parte della band i quali, a leggere Hard To Handle, non appena inseriti nel gruppo cominciavano a mostrare disagio mentale e degrado esistenziale contagiati dalla capacità dei fratelli di succhiare qualsiasi energia possibile da chi stesse loro attorno. Parliamo di gente (i 2 brothers) che mandava tranquillamente a cagare Rick Rubin e che non aveva nessun tipo di timore reverenziale nei confronti di venerati maestri come Gregg Allman o soprattutto Jimmy Page, con il quale fecero un tour di successo ma, all’offerta di JPP di collaborare per un nuovo disco di materiale inedito, gli chiusero la porta in faccia senza tanti complimenti.

Gorman ne esce come una specie di Mr. Pazienza, anche se ricordo di aver letto all’epoca testimonianze di gente che definiva il batterista come ‘completamente pazzo’ (vado a memoria, ma qualche collega rocker disse che in termini di ‘stranezza’ Bonham e Moon non erano nulla confronto al ‘Black Crowes’ drummer’). A tenere insieme la baracca il loro agente Pete Angelus, più per motivi di business che umani, naturalmente, spesso in combutta con i fratellini. In conclusione una lettura molto interessante che scava in profondità nella dinamiche interne di una rock band di successo, dinamiche nelle quali potrà riconoscersi chiunque abbia fatto parte di un gruppo rock. Anche di insuccesso.

Stefano Piccagliani © 2019

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B. Conforth & G. D. Wardlow “UP JUMPED THE DEVIL – The Real Life Of Robert Johnson” (Omnibus Press 2019) – TTTTT+

27 Ott

Ho atteso questo libro con fervore ed ora che lo ho finito sono in parte dispiaciuto perché so che molto difficilmente potrò scoprire nuovi fatti sulla vita di Robert Leroy Johnson, figura – come sapete – a me carissima. Chi non ha un interesse particolare verso questo musicista basilare per lo sviluppo della musica blues e rock troverà questo libro ben fatto e godibile, una buona biografia come a volte capita di trovarne e poco più, ma per chi si è sempre interessato alla vita di questo uomo di blues straordinario questo libro è una rivelazione.

Gli autori hanno fatto un lavoro stupefacente visto anche che il loro coinvolgimento e l’inizio dei loro studi risalgono già a mezzo secolo fa.

Conforth e Wardlow spogliano di inesattezze la vita di Robert Johnson, tolgono la vernice artefatta – seppur suggestiva – relativa alle leggende e al mito che hanno da sempre circondato la sua figura per ridarci il ritratto fedele, veritiero e altrettanto epico, di un musicista di colore itinerante degli anni venti e trenta, afflitto da blues feroci che covavano nella sua anima dovuti alle esperienze traumatiche della sua vita.

Il puzzle si compone magnificamente leggendo queste pagine: Julia Major – la madre di Robert – che divorzia da suo marito da cui aveva avuto diversi figli e ha relazioni con altri uomini, da uno di questi – Noah Johnson – nasce Robert, ma Julia non trova pace, né un uomo e un lavoro stabile. Nel 1913 è costretta a tornare dal suo ex marito Charles Dodds – nel frattempo stabilitosi a Memphis con la sua nuova moglie – e ad affidargli il piccolo Robert, che a due anni si vede abbandonato dalla madre e consegnato ad estranei. Benché Robert poi finirà per considerare quella la famiglia da cui tornare sistematicamente, soffrirà per tutta la vita per questo.

Da ragazzo la perdita della giovane moglie e del bambino che portava in grembo poi contribuirono a spingerlo verso l’abisso; anni più tardi il rifiuto della sua nuova compagna Virginia – incinta di suo figlio –  a seguirlo (perché non voleva sposare uno che suonava la musica del diavolo) sancì la fine di tutte le illusioni e portò Robert a diventare l’uomo che conosciamo.

Solitario, sciupafemmine, dall’umore instabile, alcolista, introspettivo, blasfemo e antireligioso. Già, mi ha colpito parecchio leggere le testimonianze dei suoi sodali: Robert bestemmiava e nei suoi momenti in balia dell’alcol il furore verso la chiesa diventava quasi parossistico.

Ma Robert era anche un grande musicista, con un gran orecchio e una grande tecnica. Già alla fine degli anni venti si esibiva dove capitava e lo faceva già con maestria. Non voglio svelare troppo, ma ho spalancato più volte gli occhi nel leggere ad esempio che la città di Memphis fu molto importante per lui e che lì ebbe modo di frequentare una scuola (per neri) di alto livello, dove erano anche previste lezioni di musica. E che dire della conferma delle sue tappe in Canada, a Chicago e a New York? Del fatto che provò una chitarra elettrica di cui apprezzo il volume, ma che preferì continuare – essendo errabondo – la chitarra acustica, anche perché nei Juke Joint dove di solito si esibiva non c’era elettricità? Sono rimasto a bocca aperta poi nell’apprendere che Terraplane Blues – il suo singolo di maggior successo – vendette nei circuito dei dischi Race (il mercato dei neri) tra le 5.000 e le 10.000 copie.

Sono innumerevoli le notizie e i fatti narrati che non conoscevo, non ultimi quelli relativi alla sua morte, avvenuta perché già soffriva di ulcera e di problemi all’esofago, debolezze fisiche determinanti se un marito geloso ti mette della naftalina nel whiskey per farti star male qualche giorno (con vomito e nausea) a mo’ di punizione visto che te la spassavi con sua moglie.

Tra le oltre 300 pagine anche foto, documenti, mappe, date delle sessioni di registrazione e – incredibile – la genealogia di Robert Johnson.

Questo è un libro in inglese, cosa che immagino scoraggerà diversi di voi, ma chi mastica questa lingua e legge questo blog non dovrebbe farsi mancare questa biografia perché questa è la vera storia del padre di tutti noi ed è davvero l’unica cosa sensata e completa che si può e si deve leggere su Robert Johhson, il Re del Delta Blues. Per quanto mi riguarda, l’aver sfatato il mito, le superstizioni e le inesattezze e imprecisioni rende Robert Leroy Johnson ancor più leggendario e mitologico.

RLJ col vestito di suo nipote.

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IL BLOG DEL GATTO PALMIRO: la chiamano Minnie, ma chissà quale era il suo nome

20 Ott

“Oggi sullo spazio che ogni tanto Tyrrell mi concede, lascio alla nuova arrivata raccontare la sua storia. Prima o poi ritornerò a scrivere qualcosa anche io, ma è che fuori si sta ancora bene e dal mattino alla sera sono in giro per le campagne intorno alla Domus Saurea a pattugliare i miei territori e alla sera, quando torno, sono cotto. Saluto felinamente gli umani che seguono il blog di Tyrrell e che di riflesso leggono delle mie peripezie. Miao miao dal vostro Palmiro”.

Palmiro, foto TT

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Io non so come sono arrivata da queste parti, non ricordo nulla della mia vite precedente e ogni tanto faccio congetture … mi è successo un incidente per cui ho ricevuto una botta in testa e mi si è mozzata la coda? Avevo il mio posto in una casa di altri umani e mi sono persa? Qualcuno che si voleva sbarazzare di me mi ha mollata alla guazza, come dicono da queste parti gli umani? Ero una semplice gattina randagia? Vallo a sapere; fatto sta che qualche settimana fa errando per le campagne, affamata, infreddolita e spaventata mi sono avvicinata ad una abitazione di umani e siccome sono molto agile, ho fatto un balzo e sono salita su una finestrella e mi sono trovata in un ambiente riparato, con acqua e una ciotola di crocchette, mi ci voleva. Mi sono sfamata, dissetata e riposata una notte intera ed ho iniziato a riprendere le forze. Il problema è che c’erano degli altri gatti in giro, quasi tutti si sono limitati a guardarmi storto e poco più, ho fatto loro capire che ero l’ultima arrivata e che avrei saputo stare al mio posto, ma un’altra gattina mi ha preso in antipatia e ogni volta che mi vedeva avrebbe voluto saltarmi al collo e sbranarmi, per fortuna non è mai riuscita a saltare sulla finestrella di cui sopra ed entrare nel mio rifugio, una di quelle costruzioni che gli umano chiamano garage.

L’altra preoccupazione era data dagli umani che abitavano nella costruzione più grande. Ogni tanto mi vedevano di sfuggita, io me ne scappavo via in un battibaleno, tenendo la pancia così bassa che in un primo momento il maschio umano non pensava nemmeno fossi un gatto. E’ andata avanti così per qualche giorno, ma poi pensando al fatto che se avevano altri gatti non dovevano essere umani malvagi e che mi lasciavano ogni mattina ed ogni sera ciotole piene di prelibatezze, ho iniziato a fidarmi. Ci sono voluti altri giorni prima che mi facessi toccare, ma avevo una gran voglia di un contatto fisico, così un bel giorno, un po’ titubante mi sono lasciata baciare dall’umano maschio, che gli altri gatti chiamano Tyrrell.

Nuovi arrivi alla Domus – foto TT

Minnie, nuovo arrivo alla Domus – foto TT

Minnie, nuovo arrivo alla Domus – foto TT

Minnie, nuovo arrivo alla Domus – foto TT

Alcuni umani potrebbero pensare che l’ho fatto per opportunismo, forse è così, sono una gatta dopotutto, ma noi felini siamo più affettuosi e pronti ad un forte legame con gli umani di quanto la gente possa pensare.  A dire la verità, ho poi saputo che Tyrrell ha pubblicato un annuncio su un social network (che come gatta fatico a comprendere cosa sia) in un gruppo creato da altri umani dedicato agli animali che si perdono qui nella zona in cui siamo, ma nessuno si è fatto avanti per reclamarmi. Ho poi capito che lo ha fatto a fin di bene, ma io qui mi trovo alla grande e adesso non vorrei davvero più andare via.

Tyrrell e la Saura hanno poi iniziato a portarmi nella loro cuccia, sì insomma, la loro casa e io ho imparato a riconoscere quella mura e ad abituarmi a vivere con loro. Dapprima ero un po’ titubante e confusa …

Minnie, nuovo arrivo alla Domus – foto TT

Minnie, nuovo arrivo alla Domus – foto TT

Tim & Minnie – autunno 2019 – foto TT

… ma ora sono felicissima, anche perché mi sono innamorata dei miei due nuovi umani e sto vivendo un sogno. Ho scoperto che le coccole, come le chiamano loro, mi sono indispensabili, ne vorrei sempre e mi rendo conto che forse esagero, perché quando sono in casa Tyrrell non riesce più a fare niente, gli sono sempre addosso. Salto sulla scrivania quando si mette davanti a quel coso, il computer, a scrivere e cerco ogni occasione per stargli in braccio.

Minnie – autunno 2019 – foto TT

Minnie – autunno 2019 – foto TT

Minnie – autunno 2019 – foto TT

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Insomma sono una gattina fortunata; gli altri gatti mi sopportano sempre più e Palmiro, che è il capo della colonia, proprio stamattina ha smesso di soffiarmi e mi ha leccato il muso. L’unico problema è la Stricchi, che nei miei confronti ha l’istinto del killer, Tyrrell si frappone tra noi quando mi attacca, ma è un bel problema questo, spero che prima o poi capisca che non le porto via nulla, che Tyrrell e la Pollastrella (come la chiama lui) vogliono bene anche a lei. Cerco di portare pazienza perché mi hanno riferito che ha avuto una infanzia molto difficile e che anche lei ha trovato riparo qui alla Domus Saurea tempo fa.

Ad ogni modo mi sto integrando alla grande e sto imparando la lingua degli umani, ma è Tyrrell che non capisce la nostra … a volte lo chiamo col suo vero nome, Stefano, e lui mi chiede cosa c’è, perché sente che è un miagolio diverso ma non capisce che lo sto chiamando in forma ufficiale, poi non distingue “Tim” da “Ciao”, però gli umani sono così, sono tutti concentrati su loro stessi, hanno una visione antropocentrica che temo porterà il pianeta su cui viviamo alla rovina, anche se devo dire che questo è un concetto che ho rubato a Tyrrell stesso e che quindi almeno lui ne è cosciente.

Gli voglio così bene che ho iniziato a guardare l’Inter insieme a lui. Se ho ben capito questi bipedi per distrarsi hanno creato dei piccoli gruppetti di umani che corrono dietro ad una palla, io non assimilo granché le dinamiche ma quando lui esulta lo faccio anche io, così poi mi dà un po’ di crocchette speciali. Sto anche capendo che esiste l’aria sonora, strani suoni di frequenze bislacche che gli umani creano per il loro divertimento. A Stefano, cioè a Tim, insomma a Tyrrell piace un gruppo di creatori di questi suoni organizzati che si chiamano Led Zeppelin e pian piano sto iniziando ad apprezzarli anche io, sono una gattina che può anche sembrare indifesa, ma stranamente mi piace quella che gli umani chiamano musica Rock.

Bene, per il momento è tutto. Ah, mi chiamano Minnie perché sono arrivata a cavallo della loro vacanza a Maiorca, ma dato che ero magrina e piccolina per il nome hanno virato su Minorca.

Va beh, vi lascio. Magari ci sentiamo prossimamente, W i gatti, W l’Inter, W i Led Zeppelin.

Tim & Minnie – autunno 2019 – foto TT

 

CALMA MANOLO, CALMA! (Islas Baleares Blues)

13 Ott

Quando cambi lavoro a ridosso dell’estate dai per scontato che per l’anno in questione salterai le vacanze, e quando poi ti comunicano a fine settembre che se vuoi puoi farti una settimanina rimani un po’ spiazzato. Avverti subito la pollastrella che, in due e due quattro, riesce ad organizzare in un quarto d’ora, durante la pausa pranzo, una vacanzina fuori dall’Italia. In men che non si dica infatti prenota aereo, parking e albergo per una località della Baleari, Magaluf, vicino a Palma di Maiorca. La prima cosa che ti viene in mente è che a Palma di Maiorca Brian, tuo padre, avrebbe voluto portarci tutta la famiglia, dunque la cosa ti fa piacere, ma è tutto così improvviso che non ti aspetti granché, non sai nemmeno che tempo farà a Maiorca tra fine settembre e inizio ottobre. Avendo prenotato all’ultimo ci si deve adattare: volo per Palma alle 6,25 da Orio al Serio (Bergamo), il che significa alzarsi alle 1,30 di un giovedì mattina. La sera prima c’è Inter- Lazio (vittoria dei ragazzi), non puoi perderla. A letto alle 23, ma alla mezza sei ancora sveglio, non riesci ad addormentarti. Chiudi gli occhi e suona la sveglia. Blues a balùs! Alle 2 in macchina, alle 4 al Ciao Parking di Orio Al Serio. In fila al check in a malapena ti reggi in piedi. Sali sull’aereo e crolli, senti appena il decollo, ti svegli durante l’atterraggio…

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

L’aeroporto di Palma è assai organizzato, arriviamo al ritiro bagagli che le nostre valige sono già sul rullo. Usciamo fuori, fa caldo sebbene siano appena le 8,30. Cerchiamo l’autobus che porta a Magaluf. Chiediamo informazioni e quindi ci incamminiamo verso la pensilina preposta. Arriva l’autobus. Prima di aprire le porte l’autista controlla e pulisce i sedili. Scende, gli vado incontro e gli dico “Magaluf”, mi guarda e mi dice una cosa tipo “Calma, Manolo, calma”, intendendo che per prime vanno caricate le valige di chi scenderà per ultimo, poi per penultimo e così via. L’autista è una comica, canta e scherza… mi diverte molto il fatto che mi abbia chiamato Manolo, quello sarà il nome con cui mi presenterò a turisti del nord ed est europa che mi scambiano per un ispanico (“Please to meet you, my name is Manolo Ramon Guevara De La Serna”). In autobus rifletto su quello che devo aspettarmi da Magaluf, enclave britannica dove la movida si dice sia fuori controllo, zona franca per sesso, alcol e droghe.

Scendiamo alla fermata di Magaluf, per arrivare all’hotel dobbiamo scarpinare non poco. Poi colazione, sistemazione e subito in spiaggia. Con piacere noto che tra l’hotel e il mare non c’è nemmeno una strada, solo una promenade piena di ristorantini, e con altrettanto piacere vedo che ci sono molte spiagge libere e che gli spazi serviti sono gestiti dal comune, chi prima arriva sceglie il posto che preferisce, paga 13,5 euro al custode della spiaggia (che rilascia una ricevuta per due lettini e un ombrellone). Gli spazi tra gli ombrelloni sono larghi e il mare sembra un incanto. Ottima impressione.

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

La prima sera esploriamo i dintorni, un paio di selfie da innamorati sulla spiaggia e quindi a letto.

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Fare colazione di prima mattina davanti ad un panorama come quello è rilassante, sento le tossine del blues lasciare il mio corpo.

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

In spiaggia mi ritrovo meditabondo dinnanzi al riflesso argenteo del sole sull’acqua. Leggo, sonnecchio, ascolto la Mahavishnu Orchestra…

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Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Arriva la sera in cui decidiamo di andare a Palma. 45 minuti di autobus durante i quali seguo sul cellulino l’andamento della partita dell’Inter con la Sampdoria scambiando messaggi con Mario, mio pard nerazzurro e amico di lunga data. Visita di rito davanti all’imponente cattedrale, passeggiata tra le stradine del centro storico, pizza sulla Rambla principale e quindi ritorno su un autobus snodato. L’autista è sgrauso, indisponente con i passeggeri rompicoglioni, spericolato durante tutto il tragitto e ossessionato dall’aria condizionata che tiene sui 20 gradi centigradi, quando fuori ce ne sono 28. Ci sembra di essere a Yakutsk in Siberia.

Palma de Mallorca – cattedrale Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Palma de Mallorca – cattedrale Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

L’indomani, dopo un’altra splendida mattina in spiaggia e bagno in un’acqua cristallina, pranzetto su un ristorantino sulla spiaggia. L’Ibizza è una meraviglia, una casetta tra il verde di palme e pini marittimi a cinque metri dalla spiaggia. Per la prima volta in vita mia penso che – avendo le possibilità – mi piacerebbe trasferirmi in un posto e in una casetta così. Lasciare la mia Emilia mi costerebbe, certo, ma sono in fase acuta di innamoramento… Mallorca te amo.

Ibizza Restaurant- Magaluf -Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Ibizza Restaurant- Magaluf -Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Ibizza Restaurant- Magaluf -Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Scopro una baracchina vicino al nostro hotel e alla nostra spiaggia che prepara cocktail a prezzi accessibili, dopo ogni pranzo mi concedo qualcosa, oggi è il turno di una Pina Colada che contribuisce a soffiare lontano i miei blues.

Pina Colada blows the blues away – Magaluf -Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

La sera ci concediamo giretti romantici nella vicina Palmanova o nei dintorni di Magaluf. Cerchiamo di evitare l’isolato della perdizione, come lo chiamiamo noi, pieno di locali lap dance, night club, pub. Non c’è tantissima gente, ma è chiaro che a luglio ed agosto Magaluf deve essere improponibile per chi non si vuole rovinare di alcol e di altre sostanze. I resoconti di giovani britannici che dalle stanze degli alberghi si lanciano nelle piscine (ogni tanto lasciandoci la pelle) sono parecchi, così come quelli di ragazze disinibite che per un giro di birre offrono fellatio a chiunque. Molti i pub dove trasmettono partite della Premier League o di rugby. Sembra di essere in Britannia e mi accorgo una volta di più che la lingua inglese sganciata dalla musica rock non è altro che una sequenza di suoni gutturali tutt’altro che piacevoli. Che differenza con il respiro melodico dell’italiano e dello spagnolo!

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Il Pub Mulligan’s è pieno di inglesi in chiara (in bibita insomma) che in coro si esibiscono al karaoke su una versione remix dance di Don’t Stop Believin’ dei Journey. Sembrano i nuovi barbari.

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Non ci sono solo inglesi, parecchi vengono dall’est, in molti sembrano russi, sono freddi come la Siberia, nessuna empatia e hanno facce da galera. Si è sempre detto che sono gli italiani a farsi riconoscere quando sono all’estero… non ne sono più tanto sicuro.

Ci spingiamo sino ai Magaluf City Limits, la pollastrella ha scoperto una pista da Go-Kart e non vuol perdere l’occasione di far vedere le sue doti di pilota agli stranieri. Purtroppo per lei (e fortuna per me) il kartodromo chiude alle 20, così la speed queen deve rinunciare a sfogare il suo istinto killer per la velocità.

Magaluf racetrack – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Mi guardo intorno e osservo i grandi alberghi delle vicinanze, alveari pieni di turisti…

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Nel tornare in hotel mi rendo conto che ho sempre i Led Zeppelin in testa…

Zeppelin on my mind – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Zeppelin on my mind – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

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Altre stupende giornata passate in spiaggia, in acqua e in pace con me stesso. Mallorca stempera le mie paturnie, le vele bianche all’orizzonte sono un balsamo per il mio animo tormentato, così come un piatto di cozze, una Corona gelata e un ottimo mojito dopo pasto.

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Mojito always win over the blues – Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Il cibo a Magaluf però non è un granché, i ristorantini propongono menù tutti uguali, dove la carne è un imperativo categorico. Non è sempre facile trovare un posto dove anche la pollastrella (vegetariana) possa pranzare dignitosamente e anche io che sono carnivoro (però attento all’etica alimentare) non amo questa cucina fatta di hamburger, hot dog, carne grigliata, pizze cotte col forno elettrico e non-specialità gastronomiche simili. Ovviamente anche l’alcol la fa da padrone. Ai tavoli vedo padre, madre e due figlie sui vent’anni (tutti sovrappeso) mangiare patate fritte, carne e  pasteggiare con cocktail alcolici.

Nel ristorantino Boatyard, gestito da inglesi, mentre mi bevo una Corona ghiacciata sul retro menù leggo che “se durante il weekend ordini e bevi 20 birre hai una maglietta in omaggio e se arrivi a 40 il tuo nome verrà inciso sul muro dei bevitori”, capisco che Magaluf sia un posto particolare, ma questi sono pazzi!

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Faccio il parallelo con i gruppi inglesi in tour in America negli anni settanta, che quando si trovavano in California o in Texas nei giorni liberi oltrepassavano il confine con il Messico dove pensavano tutto fosse permesso (e puntualmente finivano in galera, come successo più volte a Mick Ralphs ad esempio).

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Ogni tanto la sera ci avventuriamo così sino ai limiti di Palmanova ed è così che troviamo un ristorante italiano dove finalmente possiamo cenare come si conviene.

Palmanova – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Palmanova – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

C’è da dire che Mallorca sembra Reggaeton-free, niente musica latino americana commerciale, e questo è un gran sollievo. Certo, ogni tanto si sentono inezie musicali, ma è anche vero che dai locali arrivano anche Black Dog dei Led Zeppelin, Music di John Miles e (udite udite) Can’t You See della Marshall Tucker Band, mica male… colonna sonora ideale per le nostre passeggiate al chiaro di luna.

Moonlught In Magaluf- Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

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I sei giorni di mare terminano, martedì primo ottobre restiamo in spiaggia fino a tardi e salutiamo con un po’ di rammarico questa nostra love beach (ogni riferimento agli ELP è espressamente voluto) certi che prima o poi alle Baleari torneremo.

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

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Martedì 2 ottobre sveglia alle 5, alle 5,45 siamo sul taxi che ci porta all’aeroporto; mentre usciamo dal cortile dell’Hotel notiamo due inglesi rovinati dall’alcol: uno è sdraiato sul marciapiede in stato di incoscienza con una bottiglia di birra ancora in mano, l’altro barcolla vistosamente, ha un ghigno da beota dipinto sulla faccia, urla qualcosa all’autista del taxi, il quale gli mostra il dito medio. Ripeto, questi sono pazzi.

Colazione all’aeroporto, check in, imbarco.

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Dalla cresta bionda della pollastrella osservo l’aeromobile Ryan Air che ci riporterà a casa.

Magaluf – Baleari blues – sett/ott 2019- foto TT

Atterriamo a Bergamo, ripenso al maestro Beppe Riva.

Raccolta bagagli, breve tragitto al Ciao Parking, poi macchina, autostrada e di nuovo in Emilia.

A casa, si disfano le valige, ci si fa una doccia, si fanno lavatrici e si cerca di ritrovare un appiglio grazie ai dischi a noi cari. Domani si torna al lavoro, c’è un po’ di tristezza nel cuore, la vacanza è stata bellissima forse anche perché non credevo di poter fare ferie e non avevo grandi aspettative, ma Mallorca mi ha stregato. Domani si riparte col solito blues, ma non mi importa, sono stato a Palma di Maiorca, Brian sarebbe fiero di me.

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Antonio Manzini “Non E’ Stagione” (Sellerio 2015/2019) –

5 Ott

Qualche mese fa finii le mie riflessioni de La Costola di Adamo con queste parole:“Polbi mi ha detto che dal terzo romanzo il blues prende il sopravvento, le indagini scivolano quasi in secondo piano e l’animo tenebroso, ferito e acciaccato di Rocco diventa il protagonista. Non vedo l’ora di buttarmici sopra, ma temo passerà un po’ visto che ho iniziato da poco Anna Karenina di Tolstoj nella nuova traduzione di Gianlorenzo Pacini (Universale Economica Feltrinelli), e immagino che impiegherò un po’ a dipanare le 1100 pagine del libro.”

Finalmente sono riuscito a leggere Non E’ Stagione, questo grazie a qualche giorno di ferie che pensavo quest’anno di saltare (visto il nuovo lavoro).  Devo dire che è un altro capitolo di valore, e che il nostro Polbi (Paolo Barone insomma) aveva ragione. Il noir si dipana tra le sensazioni d’animo e il trascinarsi del protagonista. Un personaggio che mi piace sempre molto, un uomo di blues alla romana, ferito e morso dalla vita ma che tutto sommato non si arrende mai. La trasposizione fiction TV è fatta bene, ma si prende libertà che lasciano un po’ confusi, e non tratta una parte fondamentale del finale.

Un altra bel libro, un’altra bella storia del vicequestore Rocco Schiavone

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Non-Stagione/Manzini/7963

Dopo Pista nera e La costola di Adamo ritorna il vicequestore Rocco Schiavone. Torna il racconto dell’Italia di oggi dalle quattro pareti di una questura di montagna. Tra nordici e meridionali, cittadini e paesani, vittime e carnefici. Una rilettura della tradizione del giallo all’italiana, capace di coniugare crimine e passione, lo sguardo più dolente e la risata più sfrontata.

«Antonio Manzini disegna un personaggio straordinario» (Andrea Camilleri).

«Una volta ogni tanto, poteva anche sorridere. La vita poteva anche sorridere. E Rocco lo fece alzando la testa al cielo».
C’è un’azione parallela, in questa inchiesta del vicequestore Rocco Schiavone, che affianca la storia principale. È perché il passato dell’ispido poliziotto è segnato da una zona oscura e si ripresenta a ogni richiamo. Come un debito non riscattato. Come una ferita condannata a riaprirsi. E anche quando un’indagine che lo accora gli fa sentire il palpito di una vita salvata, da quel fondo mai scandagliato c’è uno spettro che spunta a ricordargli che a Rocco Schiavone la vita non può sorridere.
I Berguet, ricca famiglia di industriali valdostani, hanno un segreto, Rocco Schiavone lo intuisce per caso. Gli sembra di avvertire nei precordi un grido disperato. È scomparsa Chiara Berguet, figlia di famiglia, studentessa molto popolare tra i coetanei. Inizia così per il vicequestore una partita giocata su più tavoli: scoprire cosa si cela dietro la facciata irreprensibile di un ambiente privilegiato, sfidare il tempo in una corsa per la vita, illuminare l’area grigia dove il racket e gli affari si incontrano. Intanto cade la neve ad Aosta, ed è maggio: un fuori stagione che nutre il malumore di Rocco. E come venuta da quell’umor nero, un’ombra lo insegue per colpirlo dove è più doloroso.
Il terzo romanzo della serie di Rocco Schiavone, Non è stagione, è un noir di azione. Ma è insieme il vivido ritratto di un uomo prigioniero del destino. Un personaggio tragico, complesso e consapevole.

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

LEV TOLSTOJ “Anna Karenina” (1877 – 2016 Universale Economica Feltrinelli) – TTTT

22 Set

Affrontare un libro come questo nel periodo in cui si è cambiato lavoro significa mettere in preventivo che per finirlo servirà molto tempo. Più di 1100 pagine lette soltanto di sera prima di addormentarsi rischiano di apparire inaffrontabili, ed invece sono riuscito nell’impresa senza troppe difficoltà. E’ vero, ci si impiega parecchio se, come detto, non si hanno ampi spazi da dedicare alla lettura ma ne vale comunque la pena perché, lo so … dico una banalità, questo è un capolavoro. Con la scusa di raccontare la storia di tre coppie della borghesia russa, Tolstoj affronta una gran quantità di temi, approfondendo questioni tecniche, spirituali e psicologiche. Un affresco completo e dettagliato della Russia di quel tempo, una critica al mondo borghese e alla classe dirigente di quella realtà, e una descrizione razionale eppur appassionata della massa contadina, vera spina dorsale della Russia di quegli anni.

Certo, a volte l’esposizione si perde in tecnicismi un po’ tediosi, ma sono solo momenti; il resto è una magnifica sinfonia letteraria sospinta dal maestoso respiro narrativo di un autore di purissimo talento.

Lèvin è il personaggio del romanzo che più ha a che fare con questo blog, un’anima tormentata e blues che si interroga su faccende imperniate, a seconda del momento, sui massimi sistemi e sugli umani impicci quotidiani.

Un libro che è naturalmente patrimonio dell’umanità, un libro che occorre leggere e possedere.

L’edizione Universale Economica Feltrinelli è, come spesso accade, magnifica. Per 12 euro un romanzo di oltre 1000 pagine tradotto da Gianlorenzo Pacini, il quale ci delizia ulteriormente con una superba postfazione di 24 pagine.

Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/libri/lev-nikolaevic-tolstoj/anna-karenina/9788807900006

Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)

 

 

ROCK BLUES BONANZA – Edoardo Bennato, live a Modena 10 settembre 2019

18 Set

Nel 1977 la musica aveva ormai preso il sopravvento nella vita del ragazzino pelle e ossa che ero. Keith Emerson, John Miles, Elvis Presley, Carlos Santana riempivano la mie prime pulsioni, i Led Zeppelin, Johnny Winter, gli ELP, i Free, i Bad Company, Muddy Waters e Robert Johnson erano dietro l’angolo e insieme a loro tutti gli altri grandi nomi del rock e del blues. A quel tempo stavo immergendomi anche nel mondo dei cantautori ed è indubbio che Burattino Senza Fili fu uno dei primi passi in quel campo, uno dei degli album che amai incondizionatamente. Edoardo Bennato con la sua Eko 12 corde diventò figura basilare per la mia crescita e sulla mia miserella chitarra classica imparai a suonare tutte le canzoni dell’album.

Dopo 42 anni trovarlo qui all’Arena del Lago della Festa dell’Unità di Modena mi fa una certa impressione.

 

Come successo per il concerto della Bertè del sabato precedente, mi trovo in platea (biglietto a 34 euro compresa prevendita). Nemmeno il tempo di trovare il posto che Edoardo entra (da solo) sul palco con la chitarra e inizia a cantare tre pezzi. Rimango basito dal fatto che si gioca così senza pensarci troppo due mega successi quali sono Sono Solo Canzonette e Il Gatto E La Volpe. Non rimango impressionato, come spesso accade l’enfasi imposta nel cantato spegne in parte l’assoluta bellezza dei pezzi. Mi accorgo poi che Il Gatto E la Volpe la suona in Sol, un tono in meno della versione originale; dopotutto Edoardo ha ormai 73 anni e la voce non può essere quella di 40 e passa anni fa.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

La partenza dunque è a freddo, ma non appena la band che lo accompagna entra in scena, tutto cambia. Lo spettacolo diventa estasi Rock Blues, sonorità della meravigliosa musica con cui siamo cresciuti e con cui la musica Rock ci ha irretiti cucite addosso a grandissime canzonette.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

Per una volta il gruppo mi appassiona. E’ vero, il bassista usa un basso a 5 corde e sonorità un po’ troppo dilatate, ma riesco a passarci sopra. Un ottimo il batterista, un bravo tastierista e due splendidi chitarristi, tecnicamente preparatissimi e pieni di passione rock blues. Una Gibson Les Paul e una semiacustica che fanno fischiare gli amplificatori. Bennato lascia loro il giusto spazio, ci sono così squisiti interventi di slide e assoli straordinari. Finalmente del Rock Blues vecchio stampo che suona credibile nel 2019, nessuna forzatura retrò, soltanto suoni, fraseggi e assoli gioiosi e pieni di grinta. Una meraviglia. Da sottolineare anche il lavoro di Bennato sull’armonica, in alcune occasioni semplicemente divina.

Il Paese dei Balocchi, Meno Male Che Adesso Non C’è Nerone, Mangiafuoco, L’isola Che Non C’è, Cantautore, Mastro Geppetto (una sorta di sequel di Burattino Senza Fili), Ogni Favola E’ Un Gioco, Rinnegato, La Fata … non tutti possono permettersi di proporre una sequenza di canzoni di tale livello. Che songwriting portentoso! Con A Napoli 55 E’ ‘a Musica si dà spazio alla musica stessa, spazi dilatati, minuti e minuti dedicati alla espressività degli strumenti, con le chitarre che ci trasportano nelle profondità siderali citando i Pink Floyd di The Wall.

Mi tolgo il cappello dinnanzi ad Edoardo Bennato, alla sua volontà di lasciare il giusto margine alla musicalità, ai propri musicisti, al respiro della grande musica … è uno di noi, uno che sa cosa sono la musica Rock e la musica Blues.

La pollastrella che è con me è colpita allo stesso modo, essendo l’ottima musicista che è non può che godere appieno di questa grande musica e impazzisce quando fanno partire Il Rock Di Capitan Uncino, brano che per lei mi metto a filmare e che trovate qui sotto.

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Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

Seguono Un Giorno Credi, Venderò e In Prigione In Prigione.

Si chiude col reggae caraibico di Nisida e con Ho Fatto Un Selfie, quest’ultima già riproposta durante il concerto, scelta discutibile e incomprensibile. Nonostante questo rimane il fatto che il concerto supera tutte le mie aspettative. Verso la fine ci si riversa a ridosso del palco, io osservo Edoardo da vicino e ripenso ai giorni della mia gioventù e a quando per me era un idolo.

Mentre usciamo e rivolgo un’ultimo sguardo all’Arena ormai vuota, rifletto sul fatto che sì, ancora lo è.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT