Summer On A Solitary Countryside

26 Giu

Mattina del 21 giugno, solstizio d’estate, ore 05:50 – Minnie è inquieta, miagola, o meglio, lancia i suoi gridolini, raspa contro ad una porta, saltella e poi, finalmente, va nella lettiera a fare i suoi bisognini. E’ tale e quale a Palmiro, quando hanno la cacchina devono lanciare i loro blues verso l’universo. Mi alzo, do un’occhiata che The Child continui a vegliare su di noi e che più in su, al posto del crocifisso, soprattutto lo faccia il Che;

The Child – handmade by Patrizia Ferri

pulisco quindi la lettiera, apro la porta, Stricchi, Ragni e Raissa si infilano dentro e si posizionano davanti alle ciotole che prontamente riempio. Mi infilo le braghette corte, una maglietta e le infradito e, come un white trash qualunque, scendo e mi immergo nella luce sfumata del primo mattino.

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Innaffio lo stabilizzato che il muratore qualche giorno fa ha posato e battuto su un pezzo del prato, sarà la base su cui monteremo la nuova piscina che abbiamo comprato. Con la gomma dell’acqua in mano contemplo la campagna proletaria in cui da 13 anni vivo e la casetta derelitta che chiamo Domus Saurea. Fedele al pezzo di Muddy Waters che preferisco e che definisce il mio animo irrequieto cerco di dipanare il fastidio interiore che circumnaviga il mio corpicino da uomo di blues.

E’ così che inizio il solstizio d’estate, da oggi le giornate torneranno ad accorciarsi, ma non abbiano paura gli uomini non di blues, c’è ancora tutta l’estate davanti, sarà (ed è già) caldissima e asciutta, la siccità ormai è un problema costante, chissà dove arriveremo, chissà se quella piccola parte di umani illuminati che abita questo pianeta sarà in grado di trascinare il resto dell’umanità verso un futuro decente e possibile.

Chi non è illuminato è di certo il vescovo di Verona giuseppe zenti (tutto in minuscolo) che cerca di ottenebrare le menti e di influenzare il voto per l’elezione del sindaco invitando a sostenere i candidati che prevedono “la famiglia voluta da Dio e non alterata dall’ideologia del gender”. Le religioni sono davvero una catastrofe per l’avanzamento del genere umano. Lo stesso possiamo dire per gli stati uniti d’america che vietano l’aborto legale, costringendo migliaia di donne a rivolgersi altrove.

Guerre, capitalismo selvaggio, populismo, individualismo, integralismo religioso, istinti reazionari, stiamo davvero vivendo tempi bui.

E’ con questi cupi pensieri che mi metto in macchina e parto per il lavoro. Sono da poco passate le 7 del mattino, e nei campi emiliani si cerca di irrigare come meglio si può.

Tra Prato e Molino di Gazzata (Regium Lepidi County) – giugno 2022 – foto TT

Tra Prato e Molino di Gazzata (Regium Lepidi County) – giugno 2022 – foto TT

Tra Prato e Molino di Gazzata (Regium Lepidi County) – giugno 2022 – foto TT

I filari delle viti mi sistemano l’animo, ho già scritto più volte che ho un rapporto carnale con questa pianta, è un fatto di DNA credo, sarà il cognome, sarà che mio nonno paterno era contadino e coltivava la vite, ma ogni volta che le guardo mi sento a posto. Ora che sono state sostituite dal fil di ferro, il termine “tirelle” è improprio, ma viene ancora usato, almeno qui in Emilia. Le “tirelle” originarie costituivano il sistema tipico di coltivazione di diversi tipi di vite, ed erano chiamati così i lunghi tralci che formavano pittoresche ghirlande o catene piene di grappoli.

Tra Prato e Molino di Gazzata (Regium Lepidi County) – giugno 2022 – foto TT

Poco più distante un campo di grano riflette la luce del sole … la chiavetta della blues mobile passa i Little Feat, Fossati e Robert Johnson…

Tra Prato e Molino di Gazzata (Regium Lepidi County) – giugno 2022 – foto TT

Al lavoro vengo risucchiato dagli impicci di cui mi occupo, periodo piuttosto intenso questo, il che per certi versi è un bene, visto che evito di concentrami sui blues perenni che mi scuotono tutto. Mi scrive il nostro AD, mi manda un link di youtube a proposito di un una lezioncina che un tipo fa su un disco di una band di heavy metal tra le più rinomate, il senso dell’intervento si può riassumere così: “E’ un disco raffinato”. Mi metto le cuffiette e la ascolto. E’ un link inviato dal mio AD, dovrei essere sfumato e ringraziare il Nulla Cosmico Onnipotente per avermi dato un CEO come quello, ma non riesco a trattenermi e quello che gli scrivo è:

Ciao AD, so che tu, come il ns altro collega Zlatan, sei un grande fan. Il metal non è my cup of tea, o forse non lo è più, in tutta onestà è un genere che per come la vedo io si associa a fatica al concetto di dischi raffinati. Sia chiaro, i dischi non devono essere tutti raffinati, anche io ascolto cose probabilmente discutibili, ma sono sempre attento a distinguere tra capitoli importanti della musica e capitoli importanti della mia vita. Nella narrazione dell’heavy metal tutto sembra essere un capolavoro e il genere purtroppo ha fagocitato il concetto di Musica Rock e ha reso normalità l’aspetto kitsch e la propensione all’over the top. Sorry, ma tendo a non sopportarlo più … ci vediamo più tardi.

Poco dopo viene da me, col suo solito sorriso e aperto e franco. Io mi scuso “Scusa AD, lo so, sono un cagacaxxo (e già usare questo linguaggio con un AD di ALTISSIMO livello come lui è un azzardo)”. “Ma io vengo da te a parlare di Rock proprio per questo” mi risponde. Dio (Page, insomma) quanto voglio bene a quest’uomo.

Nel pomeriggio vado a prendermi un caffè nel Refettorio aziendale con una collega che ho ribattezzato Stremmy Girl, (dal dialetto emiliano “stremnèda, streminata, una che “stremina” gli oggetti dietro di sé, sta per ragazza un po’ disordinata, alternativa, obliqua). Essendo il tipo di donna che è si mette subito a parlare con altri nostri colleghi (molto più giovani di noi), l’argomento verte sui concerti rock che si tengono in questi giorni in Italia e che alcuni di loro andranno a vedere. Io mi allontano, non voglio essere coinvolto, non voglio fare la parte del solito rompiscatole, perché non voglio parlare di musica di gruppi che non mi piacciono. Andranno a vedere una band di Los Angeles del 1983 dedita a rock alternativo/funk/hip hop che ho sempre trovato insopportabile, la cui musica è adatta a bambinetti scemi e non ho voglia di cercare perifrasi o giri di parole per dire quello che penso in maniera sfumata. Stesso discorso per quell’altra band di Seattle formatasi nel 1990 o giù di lì, che fa quel rock contenutistico influenzato dal rock anni settanta ma trattato con lo spirito grunge, con quei cantati trascinati e quelle melodie tediose. Basta, non ce la faccio più. Non riesco ad essere ecumenico, posato, equilibrato, è tutta musica sopravvaluta.

Questo sta diventando un problema, essendo un uomo di una (in)certa età ormai non ho più i filtri, non me ne frega più caxxo di nulla, non ho una carriera professionale da costruire (figuriamoci dopo essere stato costretto a ripartire da zero tre anni fa, porca madosca!), la mia rete di amicizie e relazioni ce l’ho, la mia visione delle cose ormai è formata …certo, dicono si possa sempre migliorare e crescere, a qualunque età, ma sarà vero? Insomma il mio approccio è: I Don’t Take Any Shit From Anybody (and Anything)! E non c’entra nulla il fatto che a una (in)certa età si diventa grumpy old men

è solo che hai la percezione del limite e vorresti impiegare il tempo unicamente per cose che – almeno per te – valgano la pena e, parlando di musica, tutto sta andando a ramengo:

TikTok e Spotify per un pianeta di musichette: verso il collasso dell’industria discografica

E così, con questi pensieri, con l’animo inquieto, irrequieto e i pensieri in divieto, che, finite le giornate di lavoro, torno verso il posto in riva al mondo …

Nei dintorni della Domus – tardo giugno 2022 – foto TT

Nei dintorni della Domus – tardo giugno 2022 – foto TT

La pollastrella è a Londra con la sua amichetta del cuore. Ieri scopre all’ultimo che uno dei suoi dei, Rick Wakeman, terrà un concerto, inutile dire che riesce a parteciparvi e ad incontralo e che Rick quando la vede esclama “Oh, bello rivederti Saura!”. Ora, chi legge questo blog sa che abbiamo avuto una liason con Wakeman negli ultimi anni, che grazie al promoter italiano lo abbiamo visto più volte, incontrato e intrattenuto nelle ore pre concerto più volte … però, ecco, che Rick Wakeman, uno dei due massimi keyboard wizards della storia del Rock riconosca la crestina bionda della pollastrella fa sempre un certo effetto per chi, io, negli anni settanta da ragazzino vedeva questi musicisti appunto come dei.

Lei è dunque nella perfida Albione così dovrò occuparmi in solitaria dei 9 gatti che vivono qui alla Domus e di me stesso, finisco così per preparami senza il minimo sentimento una di quelle misere cenette da uomo di blues…

le misere cenette di TT – giugno 2022

Solo in casa, una cotoletta scaldata alla bene meglio, qualche rapanello, una birra bianca e la cuca … guardo fuori dalla finestra, i frassini sembrano boccheggiare, è ormai sera ma la campagna è ancora lì che rosola lenta sotto il sole … mi torna in mente un ricordo che non posso avere, io e Mother Mary nella campagna di Arceto un milione di anni fa … già, Mother Mary, trent’anni senza di lei il mese scorso … mi sembra quasi impossibile…

Arceto (RE) via Ca’ del Diavolo long time ago: Tim & Mother Mary

Sono quindi sotto i colpi del blues, mood ormai costante, a volte capita che qualche lettore mi scriva a proposito di vecchi post facenti parte della categoria Tim’s blues, vado a rileggerli e mi accorgo di quanto questo sentimento sia presente su queste pagine miserelle, il che non vuol dire vivere una vita malinconica, in fondo passo per essere un emiliano tipico, ben disposto verso il prossimo e a cui piace stare con la gente e fare baracca, come diciamo qui, … stare in compagnia e fare festa … ma in sottofondo c’è sempre quel nido di stelle che non riesco a raggiungere e che non raggiungerò mai, d’altra parte sarebbe come pretendere di cercare di catturare, correndo, un puma sfuggente nella savana, inutile provarci.

E così, per diluire i blues mi affido alle solite piccole cose che mi distraggono e mi tengono sulla retta via, mangiare una pizza con la groupie

Pizza al Pizzikotto - giugno 2022 - foto TT

uscire con due giovani colleghi (The Rosespring boy e Mr MC) di cui per età potrei senza dubbio essere il padre

Young Men and Old Man – Mutina giugno 20224

e farlo con i soliti sospetti, il Pike Boy e LIZN, due degli illuminati del blues facenti parte del Team Tirelli,

Tres Hombres – Domus Saurea giugno 2022 – Foto Saura T.

oltre a questo i soliti ordini sul sito dell’Adidas, espediente con cui cerco di colmare i vuoti esistenziali.

SERIE TV:

DOWNTON ABBEY – TTT¾

Adesso mi dovete dire che cosa c’entro io con ABBEY ROAD, va beh, io la chiamo così, con DOWNTON ABBEY insomma, serie Tv inglese che parla di una famiglia aristocratica intorno agli anni venti del secolo scorso. A me l’Inghilterra non piace, l’aristocrazia e la nobiltà ancora meno (sono fieramente figlio della Rivoluzione Francese) eppure in un modo o nell’altro ci sono caduto dentro. La colpa è della pollastrella, che invece ha una passione per la Londra vittoriana e per l’Inghilterra potteriana, e non se ne perde una di serie TV a tema.

La serie è comunque fatta bene grazie ad una produzione danarosa, alcuni attori sono molto bravi, la saga famigliare si fa seguire facilmente … certo, a tratti scivola su facezie da telenovela, ma una volta dentro, poi non è facile uscirne. E sì, avete ragione, non si mai visto Johnny Winter guardare Downton Abbey.

STRANGER THINGS – TTT+

Per ST mi è capitato la stesso, vedevo la pollastrella attratta dalla cosa, guardavo distrattamente qualche scena, ma non mi spiegavo perché fosse diventava una fan scatenata di questa serie, tanto da riguardala tutta altre tre volte. Poi, mentre la febbre Stranger Thing in tutto il mondo montava, mi accorgevo che anche la rivista Classic Rock UK ne scriveva nei sui spazi online, e allora mi son detto “devo capire“.

A me, che ricordo ancora, sono uomo di una incerta età, non pare poi sta gran cosa, capisco che possa piacere ai ragazzini e a chi, come la pollastrella o il mio collega Zlatan, aveva la stessa età dei ragazzini protagonisti della serie nella prima metà degli anni ottanta e abbia per certi versi un approccio da Nerd.

Riferimenti a Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo e a Alien sono chiarissimi, il soggetto di per sé non è originalissimo, le musiche se non altro sono di spessore (Peter Gabriel, Foreigner, Clash, Kate Bush, The Cars, The Police, Echo And The Bunnymen, Joy Divison, Talking Heads, etc etc.)

Stucchevole poi il modo in cui vengono dipinti i Russi, certo fa parte della politica statunitense da sempre, in quegli anni in particolare, però qui siamo alle macchiette da avanspettacolo.

OUTRO

Come ogni anno Palmiro durante le ore più calde si rifugia in casa al fresco dell’aria condizionata,

Palmiro – crazy from the heat – Domus Saurea giugno2022

spesso gli parlo, lui mi sta a sentire, se rimane steso sul pavimento significa che quel che dico è superfluo, se invece viene a sdraiarsi sul mio petto e inizia a fare le fusa vuol dire che ha compreso che il livello del blues è alto e che da felino cerca di farmi arrivare le good vibrations.

Palmiro - crazy from the heat - Domus Saurea

Anche la Stricchi interagisce con me, mentre sogno col calciomercato o scrivo qualcosa per il blog lei salta sulla scrivania, si sdraia e tiene d’occhio il mouse.

Stricchi & Romelu – giugno 2022 – foto TT

La pollastrella non la si tiene più, le confezioni di thè e tisane hanno raggiunto numeri preoccupanti, così ha ordinato una cassetta raccoglitore personalizzata. Roba da nerd.

Saura’s Tea collection – foto TT

Saura’s Tea collection – foto TT

E allora, faccio un ordine anche io, che il mio Rum cubano preferito possa lenire i blues e rendere questa calda estate emiliana accettabile. Anche se in ritardo di qualche giorno, buon solstizio donne e uomini di blues.

Rum Legendario – foto TT

Annie’s back in town (La prima volta: LED ZEPPELIN “The Song Remains The Same”…il film)

23 Giu

Nel 2013 qui sul blog pubblicai un articolo relativo alle sensazione ricevute da alcuni di noi (io, Pike, Polbi, Giancarlino Trombetti) la prima volta che vedemmo il film concerto The Song Remains The Same

https://timtirelli.com/2013/04/29/la-prima-volta-led-zeppelin-the-song-remains-the-same-il-film/

Tempo fa si aggirava qui sul blog una lettrice che si firmava Annie, che poi in qualche modo sparì. Ora Annie si è rifatta viva, mi scrive che “per una serie di vicissitudini molto blues della vita, non sono stata in grado di commentare ancora. Tuttavia, essendo un’appassionata di musica, ho sempre letto con piacere i nuovi articoli. Durante la prima ondata della pandemia riguardai per l’ennesima volta The Song Remains The Same, e mi venne in mente di scrivere un testo, di getto, in cui riversare le impressioni avute alla prima visione del film. Mesi dopo, scartabellando tra le pagine del blog, mi imbattei in un articolo in cui voi, uomini di blues, ricordavate la vostra “prima visione” del film. E così, dopo due anni, mi sono detta: “Perché non mandare il mio testo? ” E hai fatto bene cara Annie, anche perché come dici tu sarà bello leggere un opinione di una giovane donna nata alla fine degli anni novanta a proposito di un vecchio filmato musicale che ci ha cambiato la vita. E Annie …welcome back.

◊ ◊ ◊

“New York, goodnight!” Il semplice, spensierato saluto con cui Robert Plant chiude lo spettacolo è talmente incisivo da togliere il fiato. New York. Gli anni ’70. Una serie di concerti entrati nella storia del rock. Un’epoca scintillante e cupa al tempo stesso, effimera, eppure ancora presente. Il tempo sembra sospeso all’interno di una dimensione surreale. La telecamera segue i quattro musicisti mentre scendono dal palco e attraversano il backstage del Madison Square Garden, grigio e disadorno, con i pilastri di cemento e le fredde luci al neon — un contrasto con la meraviglia del concerto. Jimmy Page si passa una mano sulla fronte e sul petto, madido di sudore, esausto ma felice, le labbra increspate da un sorriso soddisfatto e a tratti incredulo. Robert Plant lo segue, con la camicia azzurro cielo e i lunghi capelli dorati a incorniciargli il volto, quasi fosse un eroe epico creato dalla fantasia di Tolkien. John Paul Jones e John Bonham procedono accanto a loro. Le limousines li attendono, pronte a immergersi nella notte newyorkese, accompagnate dalla versione di studio di “Stairway To Heaven”. Ed ecco di nuovo i quattro musicisti davanti al celebre Starship, con il vento tra i capelli, pronti a partire per una nuova città. Come marinai erranti di tempi lontani.

La fine di “The Song Remains the Same” mi colpì molto, fin dalla prima volta. Quattro giovani stelle in cima al mondo, sempre in viaggio da un luogo all’altro. Mi fece subito pensare a un’intervista che Jimmy Page fece nel 1976. Parlando dell’album “Presence”, disse: “It was recorded while the group was on the move, technological gypsies. No base, no home. All you could relate to was a new horizon and a suitcase.” Un nuovo orizzonte e una valigia. Ecco tutto. In fondo non erano altro che quattro ragazzi con una sfrenata passione per la musica. Musica e vita, intrecciate in maniera indissolubile. Per una ragazza come me, nata troppo tardi per vedere i Led Zeppelin suonare dal vivo, “The Song Remains the Same” è più di un semplice film concerto. È un dono straordinario. Non dimenticherò mai la prima volta che lo vidi. Era una fredda sera di dicembre ed ero seduta a gambe incrociate sul divano. Come per incanto, le scene di apertura e la pacata melodia acustica di “Bron-Yr-Aur” mi riportarono indietro nel tempo. E così pensai: È l’estate del 1973. Sei A New York. Sei al Madison Square Garden. Lo spettacolo sta per cominciare. E in un’istante mi ritrovo nell’arena, immersa nell’;atmosfera inebriante che precede il concerto. Mi sembra quasi di essere accanto agli amplificatori, giornalista e groupie devota al tempo
stesso. Riesco a sentire il pubblico delirante immerso buio, posso vedere i flash delle macchine fotografiche brillare come migliaia di lucciole. Improvvisamente la band esplode sul palco. Sono sufficienti poche battute e mi ritrovo stregata dalla bellezza della musica, conquistata dal seducente fascino della band. Loro sono lì, davanti a me. I miei Led Zeppelin, con gli abiti scintillanti e le luci soffuse a creare un’aura di magia. Jimmy Page, di una straordinaria bellezza preraffaellita, con il vestito di velluto nero cosparso di stelle e lustrini, la testa sensualmente inclinata all’indietro in completo abbandono. E il suono inarrivabile delle sue chitarre, così naturale, così perfettamente imperfetto. Robert Plant, con la camicia sbottonata, i jeans pericolosamente attillati e una voce unicamente duttile — a volte bassa, quasi un morbido sussurro, altre volte forte e aspra. John Paul Jones, con la sua iconica giacca in stile elisabettiano, avvolto da una luce fioca, suona ora le tastiere ora il basso, ma resta sempre inequivocabilmente riconoscibile. E John Bonham, con la fascia luccicante stretta attorno alla fronte, è capace di creare un ritmo potente e perfettamente amalgamato, un tappeto sonoro geniale e inconfondibile. La cascata di musica si snoda attraverso i riflessi di un mondo in cui le eteree atmosfere celtiche incontrano la visceralità del blues. Un flusso continuo di suoni e immagini: la poesia di “Stairway to Heaven” e di “The Rain Song”, il blues psichedelico di “Dazed and Confused”, la misteriosa, quasi inquietante “No Quarter”, il provocante medley di “Whole Lotta Love”…

Sembra quasi una lotta tra opposti. E forse, dopotutto, è proprio così. Light and shade, luce e ombra, diceva Page. Una dicotomia, la vera forza motrice della loro musica. “The Song Remains the Same” è un’esperienza travolgente, totalizzante. E mentre il concerto volge al termine, mi sento lentamente ritornare al tempo presente. I titoli di coda scorrono, e lo schermo diventa nero. The end.
Le immagini di quei momenti magici non svaniranno mai. Vivranno nella mia mente. Per sempre. La passione. Il talento. La leggenda. E la musica. Dopotutto, è semplicemente una questione di musica, non è vero? La musica non cambierà mai. The song remains the same.

[N.d.A. L’articolo a cui si fa riferimento è “Technological Gypsy” di John Ingham, tratto da “Sounds”, 13 marzo 1976]
© Annalisa Mucchi 2022

 

The Rolling Stones – Live At The El Mocambo (2022 Polydor Records) – TTTTT

19 Giu

Sul gruppo whatsapp di cui faccio parte insieme agli amici di cui parlo spesso qui sul blog, qualche settimana fa il Pike Boy scrisse “Live At The Mocambo secondo miglior live degli Stones”. Ebbi l’opportunità di ascoltarlo il giorno dopo e mi dissi “cazzo, sì, Pike ha ragione, che spettacolo!” Ieri il nostro Polbi mi ha scritto in pratica la stessa cosa e LIZN ha poi aggiunto “dio bo’, se suona Ron Wood!” Per la cronaca il miglior album dal vivo dei Rolling è l’inarrivabile Brussels Affair del 1973, ribadito questo concordo appunto che Mocambo sia un live bellissimo e lo dico io che di certo non sono un estimatore di Ron Wood. Nel 1977 Wood doveva sentirsi ancora un esterno non facente parte della band e dunque il suo approccio alla chitarra era guidato da una sorta di disciplina poi persa via via negli anni. La devono pensare così anche Jagger e Richards visto che la chitarra di Ronnie è tenuta alta nel mix, di certo molto di più rispetto a Love You Live (1977) dove quella di Richards la sovrasta.

Nel 1977 il gruppo decise di suonare in camuffa (come diciamo noi qui in Emilia) due concerti al El Mocambo, un locale da 400 posti di Toronto, mediante un concorso Radio che prevedeva anche  la presenza degli April Wine, gruppo canadese di Hard Rock. I concerti si tennero il 4 e il 5 marzo del 1977, I Rolling, che si presentarono come i Cockroaches, suonarono alla grande tanto che quattro pezzi di quei due concerti finirono appunto su Love You Live, il doppio album pubblicato a settembre di quell’anno, disco tra l’altro con cui è iniziata la mia relazione d’amore – senziente – con i Rolling Stones.

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Honky Tonk Women inizia con l’abituale incedere appoggiato poi con l’entrata di pianino e basso il Rock diventa quello definitivo. Le chitarre duettano che è una meraviglia, l’assolo di Keith convincente, il piano di Stu sempre appropriato e Mick Jagger si conferma sin dal primo pezzo il numero 1. Con All Down The Line la band accelera, bene Ronnie alla slide e sempre efficaci le secondi voci di Keith. Hand Of Fate proviene da Black And Blue (aprile 1976), a quel tempo l’ultimo album del gruppo. Il blend delle voci di Mick e (credo) Bill Preston è efficacissimo. Niente male l’assolo di Ronnie, buono anche quello di Keith mentre Wood ci dà di wah wah. Ottima come al solito la cover di Route 66, con certi pezzi i Rolling si sentono proprio a casa. Richards scatenato. Spettacolo!

Seguono altri due brani tratti da Black And Blue, ovvero Fool To Cry e Crazy Mama. Nella prima la bella solista e le tastiere di Preston ci fanno immergere nel mood malinconico di questa canzoncina sublime. L’andamento è a tratti impreciso, ma il feeling c’è tutto.

Il groove di Crazy Mama è 100% Rolling Stones, quando suonano questi rock io perdo la cognizione del tempo e dello spazio. Pezzo rock senza chissà che ma irresistibile. Di nuovo quasi perfetta la solista. Senza Jagger sarebbe forse un pezzo rock come tanti ma con lui tutto prende quota. Che cazzo di mito che è. Bello il lavoro delle chitarre nel finale.

Ecco poi il momento Muddy Waters, Mannish Boy è convincente, i contrappunti della lead guitar sempre a tema, Billy Preston grandioso con le sue sovrapposizioni vocali; Crackin’ Up di Bo Diddley è ariosa 

mentre Dance Little Sister viaggia sui consueti binari del Rock alla Rolling Stones. Come già accennato, non ci fosse Mick sarebbe un Rock quasi dozzinale, ma con lui (e Keith) anche i brani meno particolari brillano alla grande. Around And Around è il classico (per loro) tributo a Chuck Berry

a cui segue Tumbling Dice, forse il mio pezzo preferito dei Rolling. Versione riuscitissima. Lo so, mi ripeto, ma Jagger ancora grandissimo.

The Rolling Stones – Live At The El Mocambo

Si torna a Black And Blue col funk di Hot Stuff (5:29) dove Ron Wood si cimenta in un grande assolo di chitarra.

Star Star alza il ritmo e i Rolling corrono come un treno, poi proseguono con decisione con Let’s Spend The Night Together sino ad infrangersi su Worried Life Blues di Big Maceo Merriweather

e Little Red Rooster di Willie Dixon (ma incisa nel 1964 da Howlin’ Wolf), Due blues sgangherati in puro stile Stones.

Si riparte quindi da super classici originali: It’s Only Rock ’N’ Roll (But I Like It), Rip This Joint 
Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash sono suonati con la consueta carica. E’ molto appagante sentire Keith e Ronnie fare assoli degni di nota, quando ancora li facevano con metodo.

The Rolling Stones – Live At The El Mocambo

Chiusura di concerto con tre pezzi obliqui, Melody da Black And Blue, Luxury del 1974 e
Worried About You all’epoca ancora inedita, poi apparsa nel 1981 su Tatto You. In Melody Billy Preston (a cui il brano sarebbe dovuto essere accreditato) duetta con Mick. 

Un album dal vivo quindi ad altissima gradazione, un rock che fa girare la testa, battere il cuore e muovere le gambe. Se non sono stati la più grande band di rock and roll, i Rolling Stones ci sono comunque andati vicinissimi, dischi come questo ne sono la prova. 

PS:

La cosa che dà da pensare è che Live At The Mocambo è stato pubblicato in maggio ed oggi, a poco più di un mese, è già uscito un altro live ufficiale (The Rolling Stones – Licked Live in NYC 2003). Misteri del mercato discografico odierno.

 

 

Beth Hart – A Tribute To Led Zeppelin (2022 – Provogue) – TT¾

12 Giu

Sembra io sia destinato a scrivere qualcosa su questo tributo ai LZ, avrei preferito evitare visto che di solito questi progetti mi annoiano ma prima leggo che il mio amico Donato Zoppo lo sta ascoltando, poi che Gianni Della Cioppa lo trova ottimo e infine Beppe Riva che mi chiede che ne penso. Tutti e tre sono miei cari amici ma soprattutto giornalisti musicali di grande fama e in qualche modo ne devo tenere conto. Per contro gli amici John Sunday Romagnosi, LIZN e il Pike Boy sono assai meno teneri con questo omaggio al più grande gruppo Rock di sempre.

Beth Hart è una cantante americana di discreto successo, i suoi album hanno toccato posizioni di rilievo nelle classifiche delle nazioni del Nord Europa e in USA non ha fatto male con i tre album incisi con Joe Bonamassa. Il genere a cui si rifà è in qualche modo quello del Rock e del Blues, cantato in maniera decisa ed enfatica. Il suo pezzo No Place Like Home mi è sempre piaciuto moltissimo, ma non posso certo dire di essere un suo fan.

Adesso si cimenta con un tributo ai LZ e al di là del chiedersi il perché di una operazione del genere, lo fa mettendo in campo la sua personalità debordante e diversi ospiti speciali: Tim Pierce (notissimo session man americano), il bassista Chris Chaney (Rob Zombie, Jane’s Addiction, Slash), il tastierista Jamie Muhoberac (Bob Dylan, Iggy Pop, Rolling Stones) e i batteristi Dorian Crozier (Celine Dion, Miley Cyrus, Joe Cocker) e Matt Laug (Alanis Morissette, Alice Cooper). Oltre a questi si è fatta sospingere da una orchestra arrangiata da David Campbell (Muse, Aerosmith, Beyoncé).

BETH HART A TRIBUTE TO LED ZEPPELIN

Whole Lotta Love aiutata dagli archi ricalca l’idea della versione di tantissimo tempo fa della London Symphony Orchestra, la Hart canta con decisione e bravura ma la versione è davvero troppo simile all’originale per portare qualche brivido profondo. Kashmir lascia intendere che il tenore del disco sarà quello che in fondo temevamo, riletture troppo vicine agli originali. Kashmir è suonata discretamente ma il groove e lo swing di Bonham non sono riproducibili, la Hart si canta addosso, e di nuovo scatta il pensiero: ma come si possono affrontare brani dei LZ se decidi di rifarli pari pari?

Stairway To Heaven inizia e scuoti la testa … è solo terzo pezzo è sei già un po’ insofferente. Al di là del timbro della voce tutto è troppo simile all’originale. The Crunge pur avendo una sezione ritmica meno funk di quella dei LZ, in qualche modo si fa ascoltare. Ci sono leggere e nuove sfumature che rendono la cosa frizzantina. In Dancing Days, Pt. 1 il boost che aggiunge l’orchestra porta alla mente la versione live degli anni novanta di Page & Plant. Come per The Crunge c’è una vibrazione che riesce a catturare l’attenzione. Il cantato tuttavia è un po’ sguaiato.

When The Levee Breaks parte subito evitando la lunga introduzione dell’originale. Non è male ed è giusto sottolineare che ci vuole coraggio a suonare un blues del genere senza avere Bonham alla batteria. Dancing Days, Pt. 2, (vissuta come chiusura) è completamente inutile.

Black Dog è in pratica una copia carbone della versione da studio del 1971, quindi il pollice è verso. Il video ufficiale poi sfiora il patetico. La Hart si agita, mette in mostra il basso ventre, si contorce e la sua presunta passionalità diventa una macchietta. I tre musicisti che la accompagnano sono clamorosamente fuori ruolo, non tanto per capacità tecnica ma per presenza scenica e personalità … imbarazzanti. Beth insiste, ammicca, mette in scena la sua sessualità, va sopra le righe, lasciva si sdraia per terra, mette fuori la lingua, simula un coito …. i rockettari di bocca buona potranno anche entusiasmarsi ma a me pare che manchi l’eleganza, quella che i LZ avevano, anche quando cantavano cosucce sconce. L’assolo di chitarra finale è uno di quelli nota per nota simile a quello che fece Page in studio.

No Quarter invece è un pochino più originale, ha meno fronzoli della versione da studio del 1973 e  qualche nuova nuance di tutto rispetto. Va a dissolversi in Babe I’m Gonna Leave You anch’essa accorciata. Rispetto all’originale è poco più di un accenno, per questo perde il candore e l’effetto light and shade, ovvero quasi tutto il fascino del pezzo. La chiusura riprende No Quarter.

Good Times Bad Times arriva diretta, non dispiace per nulla la melodia rotonda del ritornello, anzi pare parecchio accattivante.

Chiude The Rain Song, l’intreccio degli strumenti e dell’orchestra è lodevole anche se pare mancare di dinamica. La cover in questione non deve essere per niente male se nel risentire per la milionesima volta questo brano mi viene da pensare a quanto sia bello. Intorno al minuto 4.00 Beth ci ricasca, e da speak to me only with your eyes in poi risalgono momenti di un cantato sgarbato che ben poco c’entra con il mood di questa canzone.

Insomma, benché sia un album fatto da gente che sa suonare e cantare, manca un tocco di bon ton musicale e, come detto, un motivo valido per una operazione del genere nel 2022  … sì, certo, il business ma questo è un blog personale e possiamo permetterci di sorvolare sulle dinamiche del vil denaro e concentrarci sugli aspetti squisitamente artistici e musicali, in difesa di una musica Rock che a nostro vedere ha quasi perso del tutto lo spirito originario. E sì, lo sappiamo, nella vita tutto cambia, ma …

Se si trattasse di un concerto dal vivo, questo progetto potrebbe avere senso, certi fan andrebbero per chiudere gli occhi e pensare di essere davanti ai LZ, ma fare un intero disco da studio di cover ricalcando gli originali in quasi tutto e per tutto mi pare insensato. Poi, certo, ognuno fa quello che crede, e dopo tutto l’album ha avuto un discreto successo…1° in Olanda, 2° in Austria, 3° in Polandia (va beh, la Polonia), 4° in Germania, 7 in Belgio, 17° in UK ma per quanto mi riguarda se il Rock per sopravvivere deve essere costretto a riproporre l’ennesimo tributo carta carbone ai LZ allora forse sarebbe meglio piantare baracca e burattini.

Philip Roth “Nemesi” (2010/2013 Einaudi Super ET) – TTTTT

29 Mag

Qualche settimana parlavo di letteratura con l’AD dell’azienda in cui lavoro. Salta fuori il nome di Philp Roth e gli dico che è uno dei miei autori preferiti benché non abbia tutta la sua opera omnia …come sono solito fare anche con i dischi, tendo a concentrarmi sulle produzioni fine anni sessanta e anni settanta. Lamento Di Portnoy, La Mia Vita Di Uomo, Il Professore Di Desiderio, L’Orgia di Praga in particolare sono opere basilari per la formazione dell’uomo di blues che sono. Concordiamo inoltre che della produzione più recente Pastorale America resta un caposaldo, a cui l’AD aggiunge anche Nemesi, romanzo che però io non ho. Qualche giorno dopo arriva in azienda un pacchetto per me contenente una copia di quel romanzo, l’AD ha pensato che non poteva mancare nella mia biblioteca.

978880621804GRA

Ho letto il libro e ora mi chiedo come abbia potuto scoprirlo solo ora. Il soggetto sarebbe forse più adatto ad un saggio, ad uno studio medico scientifico, e invece no Roth riesce a trasformarlo in un romanzo dalla bellezza commovente e deflagrante. Ecco, davanti a scrittori di questo calibro, a uomini come lui, io mi inginocchio.

Romanzo imperdibile.

https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/nemesi-philip-roth-9788806218041/

Estate 1944. Nel «caldo annichilente di una Newark equatoriale», il ventitreenne Bucky Cantor, un animatore di campo giochi che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi, è costretto a combattere la sua guerra privata contro una spaventosa epidemia di polio che colpisce e uccide i bambini. In una città sotto assedio, Philip Roth racconta con toccante poesia la lotta impari e senza tempo tra l’uomo e il suo destino.

I Firm, i loro fratelli e il depotenziamento del rock – di Paolo Barone

22 Mag

Qualche giorno fa parlando con in nostro Polbi abbiamo toccato l’argomento FIRM; il nostro boy from Scilla mi diceva che non era mai riuscito ad acquistare i due album del gruppo a me comunque caro. In questi giorni lo ha fatto fatto così gli ho chiesto di scrivere una riflessione per il blog, riflessione che diventa pensiero ad ampio respiro circa la fine che fece certo Rock negli anni ottanta. 

◊ ◊ ◊

La mia vita non sarebbe quello che è senza i miei dischi.

Non mi importa poi più di tanto se siano vinili o cd, ma senza questi scrigni delle meraviglie io non so proprio come avrei fatto certe volte.

L’altro giorno ero da solo in macchina per un viaggio di parecchie ore, una condizione molto congeniale per quanto mi riguarda per ascoltare musica senza rotture di coglioni.

Ne ho approfittato, dopo qualche giro nella discografia dei Beatles, che è sempre un esperienza strabiliante, per ascoltare come si deve i due dischi dei Firm.

The Firm - The Firm - Front

Ora, se siete lettori di questo Blog non ha alcun senso presentare la band anni ottanta di Jimmy Page e Paul Rodgers. E forse è anche inutile dire che sono un fan assoluto dei LZ e un grande appassionato della musica dei Free.

Eppure, per tutta una serie di ragioni non ho mai, dico mai, preso un album dei Firm. Mi ricordo perfettamente della loro uscita nei negozi di dischi, e di tutte le volte che li ho incrociati, specialmente negli Stati Uniti nelle sezioni vinile usato a pochissimi dollari. Quindi non stiamo mica parlando di bootleg o di edizioni limitate delle colonne sonore di Page, no, questi sono album pensati per la grandissima distribuzione e ho avuto infinite occasioni per portarmeli a casa e ascoltarli come si deve, cazzo stiamo parlando di due album interi con JP alle chitarre.

The Firm - Mean Business - Front

Eppure, non li ho mai presi. Il mio personale motivo è molto semplice, e risuona chiaro più che mai in questo ultimo tentativo di ascolto: non riesco proprio a trovare una scintilla di vita in quei dischi. Nei Firm sento essenzialmente un suono fiacco, banale, prevedibile e scontato all’inverosimile. Sensazione che ricevo quando ascolto il novanta per cento degli album prodotti negli anni ottanta. Non voglio affatto essere lo snob saccente, odioso e con il paraocchi, è proprio che quando sento dischi dei miei artisti preferiti degli anni sessanta e settanta, prodotti in quel terribile decennio, mi chiedo cosa sia successo.

Perché giganti, come in questo caso il cantante dei miei amati Free e addirittura Jimmy Page, siano finiti a produrre cose agli antipodi delle esplorazioni cosmiche, dei feeling intensissimi, della vera e propria arte della loro opera storica.

Promo shot 1984 - The Firm

Promo shot 1984 – The Firm

Non ne esce vivo nessuno dagli anni ottanta, soprattutto il pubblico, gli appassionati. Chissà perché decretarono il successo di una musica rock così scadente rispetto a tutto quello che era uscito pochi anni prima.

Sarà stata la cocaina? Regan, la Tatcher? Craxi Andreotti e Forlani? Mah…

MTV? Non ho una risposta….

Vedi un filmato qualsiasi del rock 60/70 e sei travolto dal fascino e dalla magia, non solo della musica, ma anche dalla personalità degli artisti e del pubblico. Vedi uno dei tanti video prodotti nel decennio della videomusica e sembra di vedere le pubblicità delle tv private locali.

THE FIRM promo shot

 

Una tristezza infinita, colori mode e suoni invecchiati malissimo, un senso del ridicolo tragicamente involontario che tutto pervade. Un paio di anni prima ci sono i Clash di London Calling, Patti Smith e Knebworth, e poi in un attimo le cravattine dei Duran Duran.

Sembra un complotto dello stato imperialista delle multinazionali per depotenziare al massimo il potenziale sovversivo del rock. Ma anche provando a scherzarci su, il passaggio 70/80 e’ un enigma. Bisognerebbe chiederlo ai protagonisti, magari proprio a Page e Rodgers. Come cazzo avete fatto a produrre roba così inutile, proprio voi santiddio, proprio voi, che un brano solo scartato e uscito postumo dei Led Zeppelin o dei Free vale il triplo di quel progetto anni ottanta tutto insieme?!? Oggi gli adolescenti anni ottanta come me, si trovano riproposta tutta quella roba senza anima, in chiave nostalgica di un tempo delle mele perduto.

Forse è solo un mio limite, forse a me il suono anni ottanta evoca brutti ricordi. Il mondo impazziva per Asia e Spandau Ballet, mentre io scoprivo Stones e Ramones. Come dicono i Saint Vitus: Born too Late.

@Paolo Barone 2022

P.S.

Questa mia personale riflessione vale soprattutto per la produzione rock di massa del periodo 81/89. In questi anni bui qualcosina di buono è emerso nelle varie nicchie underground, chissà forse perché meno coinvolte dal delirio della video musica, o perché logicamente più libere di esprimere quello che sentivano di fare.  

 

BOOTLEGS: Led Zeppelin, L.A. Forum March 25, 1975, Mike Millard Master Tapes via JEMS, Mastered By Dadgad Edition,The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 125 – TTTTT-

13 Mag

Mike Millard Legacy intro 

Di Mike Millard su questo blog ne abbiamo parlato più volte, amante del rock proveniente dalla west coast americana, dal 1973 al 1992 registrò parecchi concerti tenutisi in quell’area. Lo fece con una strumentazione di qualità, per quei tempi davvero notevole, portandola all’interno delle arene in questione usando diversi stratagemmi (a volte anche fingendosi disabile e quindi su una sedia a rotelle). Le sue sono dunque registrazioni audience, cioè prese dal pubblico, ma di una qualità micidiale; non è un un caso che ancora oggi – tra il giro di appassionati – siano considerate tra i documenti migliori per quanto riguarda l’epoca d’oro della musica rock. Sì perché con le registrazione audience si ha l’idea esatta di cosa fosse andare ad un concerto rock, la performance dell’artista catturato nella sua essenza più pura: l’umore e le scosse emotive del pubblico, la musica messa su nastro senza artifici (e dunque senza le modifiche e i trucchetti presenti nei dischi dal vivo ufficiali), i commenti dei fans che a tratti finivano sul nastro. La fortuna ha voluto che i LZ fossero tra i suoi gruppi preferiti e, ad esempio, le sue registrazione di alcuni dei sei concerti tenuti nel 1977 a Los Angeles sono per tutti noi testimonianze preziosissime. Nel 1994 Millard decise di togliersi la vita, decisione che non ci permettiamo di giudicare e quindi tralasciamo di commentare gli abissi di dolore a cui deve essere andato incontro. Per moltissimo tempo le sue cassette rimasero archiviate nella sua stanza a casa di sua madre, le registrazioni che circolavano provenivano infatti da copie che lo stesso Millard aveva fatto per amici e altri collezionisti. Successe poi che sua madre finalmente affidò ad amici intimi di suo figlio le tante cassette (si parla di 280 concerti registrati) in modo che potessero essere trasferite e quindi salvate su DAT. Sotto all’articolo riporto (oltre al testo che accompagna la registrazione di cui tra poco parleremo) tutta la lunga storia in caso qualcuno fosse interessato. Per chiudere questo breve riassunto, quando si pensava che i master originali di Millard fossero andati persi, ecco che vengono ritrovati, rimasterizzati e messi gratuitamente in circolo da generosi collezionisti e amanti del rock come noi. E’ dunque doveroso mandare un pensiero a Mike Millard perché grazie ai suoi nastri il rock si mantiene vivo e noi possiamo ancora illuderci di vivere in prima persona i momenti più esaltanti della musica che amiamo.

Led Zeppelin, L.A. Forum March 25, 1975, Mike Millard Master Tapes via JEMS, Mastered By Dadgad Edition,The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 125

Il tour americano del 1975 si sviluppa – da gennaio a marzo – in 35 date, le ultime tre (24-25-27 marzo) al Forum di Los Angeles, più precisamente a Inglewood, California. Sappiamo bene che – a parte qualche eccezione – dal vivo i Led Zeppelin dell’immaginario collettivo cessano d’esistere il 29 luglio 1973, dopo quella data, nei tour successivi Jimmy Page e Robert Plant non sono più gli stessi. Plant soprattutto nel tour del 1975, Page dal 1975 al 1980 (e oltre). Il nostro chitarrista preferito obnubilato dall’edonismo e dalle sostanze chimiche smette in pratica di applicarsi sulla chitarra come dovrebbe, i risultati sono assai meno brillanti che in passato e le esibizioni live del gruppo ne risentono. Ci sono momenti nei concerti dei tour dell’ultimo lustro comunque suggestivi, cerchiamo di capire se anche in questo sono presenti.

Aerial view of the Forum in the 1970s.

Aerial view of the Forum in the 1970s.

La registrazione di Rock And Roll non è completa (manca la prima strofa) comunque già dai primi minuti si capisce che la serata è frizzante, il gruppo pare vivace. Robert ha qualche problema di voce (come d’altra parte in quasi tutto il tour) ma la sorpresa è Page, consistente e fluido. Sick Again è affrontata con grande sicurezza. Bonham è uno spettacolo.

RP: Good evening, The Forum. A very aptly titled building. That spotlight’s gonna catch us sooner or later. In the light. Everybody makes it thru. Look at that, see? That guy’s jerkin’ himself off up there. …, what? We, last night we had a really really good time. We had a great concert here. Ah, it was one of the finest that we’ve had in California, I think, for a long time. On our part, and also, um, on the part of the audience. So tonight we’d like to try and get it a little bit better. This is determined by us and you. Ooh, we intend, for those people who aren’t already aware, to take, to take you down a sort of, um, a road of Led Zeppelin music passing, passing all different areas and all different climates of, of feelings of the music that we’ve performed in six years, six and a half years. And we must start it like this, looking into the distance.

Over The Hills & Far Away è snocciolata senza intoppi; ottima prestazione, l’assolo di Page è davvero intenso.

RP: So you remember that one, yeah? Ah, shut up, sshh. I’ve got something to tell you. It can hardly be called news really, but, uh, it’s important to us because it marks, I think, uh, five, six, fourteen sides of plastic in six and a half years. At last we got Physical Graffiti in the shops. A great … cry, I can imagine, but, uh, we’re gonna do some of the tracks from it tonight and this is, um, this is the first one. It comes from, I suppose it’s roots, long before we ever heard it, it must have been used as, uh, an evening song after the chain gang had stopped for the day. It goes like this.

Dopo il precedente momento gioioso il gruppo propone la tenebrosa In My Time Of Dying. Page è in accordatura aperta di sol con lo slide nell’anulare della mano sinistra. Il gruppo è davvero in forma. La qualità audio è stupefacente, tenendo conto – come dico sempre – che stiamo parlando di una registrazione audience. Già di per sé la registrazione è stellare se ci si mette anche il nostro amico dadgad a masterizzare il tutto, i giochi sono fatti.

Led Zeppelin 1975-03-25 Forum Mastered FRONT

RP: I feel the, uh, the atmosphere is starting to create itself between you and us. We must try and get it a little bit warmer than it is though, you know? I wanna see you sweat as much as me. Total satisfaction, you know, you, it’s like, you can’t give a lady satisfaction and you can’t get satisfaction yourself without giving it to the lady first, yeah? So we’d like to think that it’s a male and female relationship where we should both sweat. You and us. Hey. Try and work that one out. Ah, to enable us to try and take you to the point of, of, um, satisfactory climax, thank you very much, madame. I’m on me way. I’m on me way. We’d like to do a thing that you might have heard before when we came here. I think we’ve been to California before. t’s called ‘The Song Remains the Same

The Song Remains The Same corre come un treno, Robert è quasi in controllo, Page è molto sciolto, anche sugli assoli sulla 12 corde.

 The Rain Song è magnifica, sporcata solo dal Mellotron sempre leggermente scordato e poco altro.

RP: Good evening. That, uh, was quite a simple, cut and dried, song of love. Ah, I don’t think that it could have been appropriate the day after it was written or the day before. It’s just that day was the day. Never again will it be like that until the next time. And as I only fall in love once a week, it’s pretty hard to keep writing. This is, uh, I’m sorry, I didn’t catch that. This is another track that features John Paul Jones on mellotron, a very, um, cheap form of orchestra, John Paul Jones. Ha ha ha. This is a song about the wasted wasted wasted lands, and it’s not the lobby of the Continental Hyatt House either. It’s ‘Kashmir

Al di là di piccole sbavature Kashmir è davvero bella..

Led Zeppelin 1975-03-25 Forum Mastered BACK

RP: Thank you very much. John Paul Jones, mellotron. Right, now we intend to, um, John moves across a keyboard or two, and takes to the piano and a piece which consists of a great deal of improvisation. It would be a good idea to have a brandy glass on top of the piano and pop a dollar in, you know? He’s so cheap, ha. Of course we’re crazy. This is a track called ‘No Quarter.’

No Quarter si dipana avvolta nella consueta aurea misteriosa. L’assolo di Jones è articolato e ben si ascolta (benché nei primi minuti vi sia un fastidioso rumore di sottofondo dovuto al probabile malfunzionamento di qualche cavo). Segue l’interludio tra tastiere e batteria e quindi l’assolo di chitarra. Page si esprime bene, magari non sempre le varie frasi sono collegate a dovere, ma ciò che racconta con la solista è da ascoltare con attenzione. Ed è un sollievo sentire una data del 1975 in cui il Dark Lord è di nuovo sciolto e chitarristicamente all’altezza. Sulla coda del pezzo Page è il Page dell’immaginario collettivo.

RP: John Paul Jones, grand piano, John Paul Jones. Ah, this next piece should be dedicated to, uh, all the good ladies of America who’ve helped us get rid of the blues from time to time on the road. That boils down to about two. This is a thing, ah, if your starter won’t start and you’ve got low compression, and maybe your oil isn’t circulating good enough, maybe you’re just a little bit ‘Trampled Underfoot.’

Trampled Underfoot è coesa e sfrenata, l’assolo di Page è furioso e convincente, con molta probabilità il miglior assolo live di TU mai sentito. Gran versione.

RP: Thank you very much. Was that alright? It’s amazing the similarity between a motor car and a human body, isn’t it? Uh, are we still crazy, what a question to ask? That man in the second row asks, Are we still crazy? We ain’t crazy. It’s our road crew who are crazy. We’re all very astute businessmen. I was training to be a chartered accountant. Jimmy was gonna be a poet. Right now we bring you something, that should never be missed. The man who broke every window in ten, in room ten nineteen last night. The man who smashed wardrobes. The man who set fire to his own bed. The amazing man with only two cavities, Mr. Quaalude, John Bonham! ‘Moby Dick!’

La chitarra in Moby Dick non sembra accordatissima, o meglio non sembra esserlo la sesta corda abbasata a RE. Comunque Page è di nuovo tecnicamente all’altezza.

RP: Mr. Ultraviolence. The only man who can purr like a cat and roar like a bear in three minutes. Mr. John Bonham’s playing guitar, no? John Bonham! We’re a very happy little musical outfit. There’s Mr. Peter Grant, Panama Pete with the white hat, by the curtain there. Peter Grant! Here’s a song that, um, gosh I feel quaint. I just had a wonderful experience in the drum solo. Um, here’s a song that came to us about four hours after we got together. When we got through the how do you do’s and shaking hands, and, and what sort of music do ya dig, man, and what sign are you, baby, and as soon as we’d rolled our first joint, this was it.

Dazed & Confused nel tour del 1975 raggiunge vette di improvvisazione mai toccate, in certe serate il pezzo dura fino 40 minuti, e se il gruppo è in una forma decente l’espressività si fa cosmica. Qui al Forum stasera il gruppo non fa quasi rimpiangere la versione di se stesso del lustro precedente. Jimmy Page è un portento. Veloce, preciso, infervorato, spettacolare, il sommo Jimmy Page davanti al quale noi ci inginocchiamo, l’unico dio che riconosciamo. La band lo segue con caparbietà e sentimento. Anche Robert è ispirato, nonostante i problemi alla voce. Versione quasi superlativa.

RP: Jimmy Page, master guitarist! Here’s, uh, here’s a song that should be dedicated to, uh, the sweeter, more gentle moments in life, that can occasionally be experienced in this year of 1975. This is for you.

Stairway To Heaven è ispirata e in più sospinta dalla eccellente qualità audio. Molto buono l’assolo di chitarra …  uno si chiede come Page facesse ad avere ancora cose da dire dopo una Dazed And Confused come quella appena suonata.

RP: Ladies and gentlemen, you’ve been a most approving audience. We’ve had a good time. Thank you very much. Good night.

Good evening! Ah ha. I said good eveeeeening! (Everybody needs it so bad. Everybody needs it so bad.)
Whole Lotta Love è assai meno caotica del solito (sappiamo che i fine concerto del 1975 e 1977 furono quasi tutti slabbrati ), bello il giro d’accordi dopo Sex Machine e prima dell’ultima parte dedicata Theremin dove tra l’altro c’è un grande John Paul Jones.

Black Dog conferma quanto scritto finora e mi spinge a domandarmi se questo non sia davvero la migliore testimonianza del tour nordamericano del 1975. C’è un momento divertente: Robert dimentica le parole di una strofa, rimane quasi silente, il gruppo non ha riferimenti per riprendere il riff, Page improvvisa qualcosa in modo che tutti possano ritornare in careggiata. Guitar solo di carattere, sembra di ascoltare i LZ del 1973. Degno finale di un gran concerto.

RP: People of the Forum, thank you very much, ta. We’ve had a good time. It is the summer of all our smiles. Good night

In sostanza uno dei bootleg del 1975 da avere. Risentirlo (ri)masterizzato dal grande dadgad è stato un godimento.

◊ ◊ ◊

Led Zeppelin
The Forum
Inglewood, CA
March 25, 1975
Mike Millard Master Tapes via JEMS
Mastered By Dadgad Edition
The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 125

Recording Gear: AKG 451E Microphones (CK-1 cardioid capsules) > Nakamichi 550 Cassette Recorder

Transfer: Mike Millard Master Cassette > Yamaha KX-W592 Cassette Deck > Sony R-500 DAT > Analog Master DAT Clone > Focusrite Scarlett 6i6 > Sound Forge Audio Studio 13.0 capture > Adobe Audition > Dadgad Mastering > Audacity > TLH > FLAC

01 Rock And Roll
02 Sick Again
03 Over The Hills & Far Away
04 In My Time Of Dying
05 The Song Remains The Same
06 The Rain Song
07 Kashmir
08 No Quarter
09 Trampled Underfoot
10 Moby Dick
11 Dazed & Confused
12 Stairway To Heaven
13 Whole Lotta Love
14 Black Dog

Known Faults: “Rock and Roll” joined in progress.

Introduction to the Lost and Found Mike the MICrophone Series

Welcome to JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike The Mike, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around Los Angeles circa 1975-77. For the complete details on how tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ long history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680.

Until 2020, the Lost and Found series presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R, Bill C. and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies and in most instances marked the only time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

That all changed with the discovery of many of Mike Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1993.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on the assumption that because his master tapes never surfaced and Mike’s mental state was troubled he would do something rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies. Why would they do that?

The truth is Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother Lia inquiring about the tapes at the time to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

The full back story on how Mike’s master tapes were saved can be found in the notes for Vol. 18 Pink Floyd, which was the first release in our series transferred from Millard’s original master tapes:

http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667745&hit=1
http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=667750&hit=1

Led Zeppelin, The Forum, Inglewood, CA, March 25, 1975

As we’ve written in recent weeks, Mike Millard loved the Stones, Yes, all things Genesis, Linda Ronstadt, The Who and many other artists. But one band was inarguably at the top of the list and that was Led Zeppelin.

Vol. 125 in the Lost and Found series drops us into the second show of Led Zeppelin’s three-night stand at the Forum in March 1975. As Jim notes below, it was Led Zeppelin’s return to Southern California for the first time since 1973 that prompted Mike to upgrade his equipment to the now legendary Nakamichi 550 and AKG 451e rig.

Two weeks prior, Millard recorded both shows at the Long Beach Arena. Ultimately he did all five So Cal dates, including the night before this one on March 24 and two nights later on March 27 at the Fabulous Forum.

There is so much to like about the 1975 tour. Compared to the inconsistency that followed in 1977, 1975 had more good nights than off nights. Fortunately, no matter what the tour, Zep always brought their A-game to Southern California.

It’s hard to quibble with the core 1975 setlist, especially the first seven songs, which for me showcase everything I love about Led Zeppelin’s musicianship and potency. Their performances this night are uniformly excellent. While I am less drawn to some of more ponderous numbers that follow, there’s no getting around these are fine version of “No Quarter” and “Dazed & Confused” in terms of their improvisations and explorations. “Moby Dick” you either love or skip past.

Beyond the music, the band is in fine spirits and Robert Plant in particular makes sure the SoCal audience knows how much they love playing for them.

We’re fortunate that Millard’s recordings of his favorite band also happen to be some of the very best captures of his illustrious career. March 25, 1975 is no exception, with outstanding up-close sound and full fidelity. The quality of John Bonham’s playing on this tape is especially striking, bass drum to toms to snare to cymbals. The way in which John Paul Jones’ bass comes through in a track like “The Song Remains The Same” is also a sonic marvel, a credit both to the volume and mix from the PA and Mike’s uncanny ability to pull it down to tape. Jimmy Page’s guitar is the blade that slices, crunches and trudges through it all.

As is the case with all of Mike’s Led Zeppelin recordings, our source transfer was made by Rob S in the early 2000s from Mike’s cassette masters to DAT. The DAT was then ripped to a .flac file. That .flac was provided to esteemed LZ mastering engineer dadgad to again assist on this release. He prepared both a flat transfer edition (fixing only levels, pitch and phase issues, with no EQ or other mastering applied) and a second, “respectfully mastered” edition as he puts it, that fine tunes the sound for what we feel is optimum listening pleasure. Samples provided.

Here’s what Jim R recalled about Led Zeppelin’s second show at the Forum in 1975:

I went with Mike Millard to the Led Zeppelin concert on March 25, 1975. It was the middle date of a three-night stand at The Forum. A show that’s a little overlooked, you know? It’s not opening night or closing night. A case of middle-child syndrome?

Keep in mind, this was still only the fifth show of the Nakamichi 550 + AKG 451e era and only the 15th show Millard had ever taped. At this time, his recordings were only known to a handful of friends in the LA area.

We got our equipment into the building using Mike’s dad’s wheelchair, the classic method. We were escorted by security down to floor level in the service elevator–full VIP treatment. Little did they know what was inside Mike’s seat cushion. LOL.

Mike and I sat in Section A, Row 3, Seats 3-4. Seat 1 is on the inside aisle, closest to the center. Our seats put us a little closer to PA, maybe 15 feet away, so you might hear a bit of buzzing due to our proximity and the volume.

March 25 was an excellent show. All four members were in top shape. Great jamming in “No Quarter” and “Dazed & Confused.” After the concert, we continued our new tradition of drinking beers in the parking lot listening to the recording on headphones. Those walking by Mike’s car would get a listen.

I am pretty sure the pictures included in the artwork are from this March 25 show, but don’t hold me to it. Keep in mind, this was almost 47 years ago. Man, I’m getting old!

As usual, I hope you enjoy the sights and sounds of this great show. Cheers to my buddy Mike. RIP.

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JEMS is proud to partner with Rob, Jim R, Ed F, Barry G and many others to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself.

We can’t thank Rob enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He kept Mike’s precious tapes under wraps for two decades, but once Rob learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute the Millard DATs and cassettes to the program. Our releases would not be nearly as compelling without Jim’s memories, photos and other background contributions. As many of you have noted, the stories offer an entertaining complement to Mike’s incredible audio documents.

This week’s honor roll is topped by Dadgad who handled both the flat and mastered versions. We’re pleased to continue our partnership with him on Mike’s Led Zeppelin releases. Extra shoutouts to Rob S for his original transfer, Jim R for providing his great notes, photos and ticket stub, and to mjk5510 for final post production support and artwork.

Finally, here’s to the late, great Mike the MICrophone. His work never ceases to impress. May he rest in peace.

BK for JEMS

Bob Spitz “LED ZEPPELIN – THE BIOGRAPHY” (2021 – Penguin Press) – TTT

5 Mag

Di libri sui Led Zeppelin ormai non se ne può più, tuttavia quando escono grosse produzioni come questa io sono sempre sull’attenti, perché un certo budget significa avere la possibilità di intervistare direttamente personaggi che hanno fatto parte, anche solo marginalmente, della grande saga dei Led Zeppelin. Oltre a ciò libri come questo vengono affidati a giornalisti di nome, che spesso hanno alle loro spalle altre biografie di successo, gente che in qualche modo sa scrivere in maniera scorrevole e piacevole. Certo, sono libri per il grande pubblico, libri a cui quasi sempre manca l’aggancio tecnico e cronologico, libri pieni di imprecisioni, ma – per un fan dei Led Zeppelin come me – libri da leggere, perché comunque gettano nuova luce su episodi magari poco importanti per il pubblico generico, ma  essenziali per me. Ecco, sta qui il punto: non avendo più interesse per la storia del gruppo in sé, quello che mi interessa tremendamente è scoprire piccole nuove cose a proposito di episodi della saga ancora poco chiari o comunque trattati superficialmente in passato.

Come accennato poc’anzi mancano le pietre miliari di cui abbiamo parlato anche in altre occasioni, ovvero i punti cronologici di riferimento che guidino il cammino del lettore fan. Qui non c’è nessun riferimento approfondito a tour, scalette, strumentazione, etc etc, d’altra parte Spitz è uno che – intervistato da una radio statunitense a proposito di questo libro – non è riuscito a ricordare se nella discografia del gruppo venisse prima Houses Of The Holy (1973) o Physical Graffiti (1975). Quando un ascoltatore gli ha fatto presente la cosa la sua risposta è stata “fatti una vita“. L’atteggiamento è sbagliato, perché se da una parte la pignoleria di alcuni fan è inopportuna e alcuni errori in un libro sono fisiologici, l’accuratezza è comunque fondamentale – soprattutto su macrotemi.

Bob Sptitz "LED ZEPPELIN - THE BIOGRAPHY" (2021 - Penguin Press)

Bob Sptitz “LED ZEPPELIN – THE BIOGRAPHY” (2021 – Penguin Press)

Il libro contiene piccole nuove cose, e queste sono i momenti che mi hanno dato i brividi (ecco il perché di 4 T su 5), perché il resto è il resoconto di una storia che conosciamo già fin troppo bene; va aggiunto che anche questo libro descrive il mondo dei Led Zeppelin dal 1975 in poi alla stessa stregua degli ultimi tomi usciti sull’argomento e per quanto fossi già ben al corrente scontrarsi con la dura realtà non è entusiasmante. Page, Bonham, Cole e Grant negli ultimi 6 anni furono davvero fuori controllo …Grant diventò un pessimo manager, Bonham una persona insopportabile (ma, ahimè, lo era sempre stato) e Page (almeno dal vivo) l’ombra del magnifico chitarrista che era. L’inner circle del gruppo si trasformò in  un mondo a parte, alimentato da violenza, nefandezze e paranoia. La Swan Song una casa discografica inutile, ripiegata su stessa, senza nessuna guida, che rovinò la carriera agli artisti coinvolti (eccetto LZ e Bad Company), Detective e Maggie Bell in primis, e senza mai avere una direzione. Tutto era allo sbando, la terribile nomea del gruppo un dato di fatto, e il caos l’unico orizzonte possibile. Certo, c’era anche la musica, superba, cosmica, totalizzante, ma – spiace dirlo – gli uomini che la creavano erano tutt’altro che creature divine.

Come anticipato, diverse sono le piccole novità che questo libro porta alla luce:

_approfondimenti mai letti prima su Epson, il paese in cui Page visse dal 1952 in poi (pag 25) / la carriera solista di Page tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60.

_le Art School inglesi, frequentate da chi non intendeva né andare all’università, né fare apprendistato per diventare operaio e il fatto che Jimmy non avesse nessuna particolare dote attitudinale per il disegno artistico.

_il rapporto con Bert Berns (pagina 60)

_La richiesta fatta a Page di entrare negli Yardbirds già nel 1965 perché Clapton aveva stufato il loro manager (pag 73) / L’effettiva entrata di Page negli Yardbirds nel 1966 (pag 78) / I tempi difficili con Beck nel gruppo.

_approfondimenti sui manager degli Yardbirds: Simon Napier-Bell e Mickie Most / sui pezzi di Little Games degli Yardbirs  pag 99) / sul fatto che una volta sciolti gli Yardbirds Page ebbe i diritti solo per terminare il tour scandinavo di settembre 1968.

_Terry Reid e i relativi suggerimenti dati a Page (pag 109) / L’impossibilità di avere alla batteria B.J Wilson, Clem Cattini e Aynsley Dumbar (pag 114)

_nel 1968 Bonham ricevette offerte da i Move, Joe Cocker, Chris Farlowe oltre che naturalmente da Page e Plant.

_si legge che nel 1969 Peter Grant stanco delle follie di Bonham, pensò di sostituirlo con Carmine Appice, Aynsley Dumbar o Cozy Powell. (pag 241).

_il motivo del nomignolo Percy dato a Plant (pag 274)

_Durante il tour giapponese del 1971, Bonham defecò dentro alla valigia della ragazza nipponica di Page.

_Nuove piccole rivelazioni circa l’organizzazione delle riprese video per le ultime tre date del tour del 1973.

_Il furto dei 210.000 dollari presenti nella cassetta di sicurezza dell’Hotel Drake di New York avvenuto a fine luglio del 1973 documentato anche nel film TSRTS; pare sia stata una messa in scena per evitare di pagare le tasse su proventi in contanti (e quindi in nero) contenuti in quella cassetta.

_La rinegoziazione del contratto dei LZ e la relativa creazione della Swan Song Records.

_gli overdub di ottoni e strumenti a corda su Kashmir a cura di una orchestra pakistana residente a Londra.

_le proposte per il logo grafico della Swan Song (tra cui una macchina di Formula 1 con su la scritta Led Zeppelin)

_Roy Harper non finì nella scuderia della Swan Song perché Grant non riuscì a trovare un accordo amichevole col manager di Harper.

_I Queen che furono sul punto di avere Peter Grant come manager, ma la cosa saltò perché Peter voleva che anche loro incidessero per la Swan Song, mentre loro si rifiutarono di incidere per una etichetta così associata ad un altro gruppo.

_Alla Swan Song arrivò anche una cassetta con un demo tape degli Heart, Abe Hoch – colui che in quel momento era a capo della etichetta – fece di tutto per far approdare il gruppo nella sua scuderia, ma una volta saputo che Ann Wilson cantava come Robert, lo stesso Plant disse di non essere interessato e buttò la cassetta nel cestino.

_Hoch ebbe anche la opportunità di mettere sotto contratto i Dire Straits, ma pensò che la cassetta avuta avesse una qualità terribile e lasciò perdere.

(…pensate un po’: oltre ai LZ e Bad Company la Swan Song avrebbe potuto avere anche i Queen, gli Heart e i Dire Straits – senza contare gli Iron Maiden, di cui si parlò in un altro contesto.)

_Qualche delucidazione in più circa: la apparizione di Bonham al concerto dei Deep Purple  alla Radio City Hall di New York nel gennaio del 1976, la morte del giovane fotografo  Philip Churchill Hale e l’arresto e la detenzione di Cole a Roma nell’estate del 1980.

_Nuove delucidazione anche sulla preparazione del tour (mai avveratosi) del 1980 in America e la conseguente morte di Bonham.

Errori  

_a pagina 65 Spritz dice che Page e Jones nel 1965 erano entrambi 21enni.

_a pagina 168 dice che durante le prime date in America (1968/69) Page usava un muro di amplificatori Marshall. In realtà Page dal vivo iniziò ad usarli a fine 1970.

_a pag 188 scrive che in pratica Pat’s Delight deriva da Watch Your Step di Bobby Parker ma è un grossolano errore. Watch Your Step è stato il template per Moby Dick, non di Pat’s Delight.

_a  pag 252 si ripete l’errore riportato per decenni dove si diceva che a JPJ venne in mente il riff di Black Dog ascoltando l’album di Muddy Waters “Electric Mud”, quando già da tempo si è risaliti al fatto che fu il disco The Howlin’ Wolf Album del 1969 (in particolare la versione rifatta di Smokestack Lightning)

_a pag 348, parlando dei Bad Company primo gruppo ad essere messo sotto contratto con la Swan Song, Spitz scrive “Free’s former guitarist Paul Rodgers”.

_a pag 393 Spitz afferma che a fine 1974 durante le prove per il tour del 1975 tra le canzoni tolte dalla scaletta ci fu anche Dazed And Confused.

_a pag 542 l’autor scrive che nella seconda data di Knebworth la band suonò meglio rispetto alla prima (questa fa proprio ridere).

_a pag 559 Spitz scrive che John Bonham morì il 24 settembre 1980 quando sappiamo tutti che accadde il giorno dopo.

_a pag 568 scrive che i concerti inglesi dell’Arms si tennero nel 1982 (invece del 1983).

_come il nostro Luca Tod segnala nei commenti qui sotto, gli errori di datazione delle foto poi sono imperdonabili.

Concludendo, ricordo che la versione del libro di cui parlo è quella americana, dunque scritto in inglese e che secondo me è un libro che va comunque letto, nonostante la mancanza di accuratezza.

Al di là dei mille aspetti negativi raccontati nel libro (e avvenuti realmente) non possiamo affrancarci dalla musica Rock creata dai Led Zeppelin, uno dei picchi musicali più alti ma raggiunti su questo povero pianeta. 

Un giornalista a proposito del tour del 1973 scrisse: “I Led Zeppelin non tengono concerti, bensì mettono in scena trasformazioni musicali”. Ecco, appunto.

(Christmas with the yours,) Easter what you want

17 Apr

Eccoci qui, tutti intenti a festeggiare il passover, l’esodo degli ebrei dall’Egitto poi diventato un’altro tipo di passaggio, quello legato alla resurrezione. Noi qui sul blog al massimo festeggiamo con gli ovetti pasquali, un vecchio simbolo dell’umanità relativo alla fertilità e alla nuova vita.

ovetti pasquali led zeppelin

Il passaggio che ci interesserebbe sarebbe quello che ci porta al tanto agognato nido di stelle, là dove ci si sente a posto, dove l’innamorato trova il modo di incanalare il proprio sentimento e riceve dal proprio oggetto del desiderio le attenzioni che merita, come uno che riceve un bicchiere d’acqua fresca dopo essere stato sotto al sole per ore senza che nessuno si voltasse ad accorgersi che aveva sete. Là dove vivere di quello che si sa fare meglio, là dove la squadra del cuore non fa perdere mesi di vita ad ogni partita, là dove la musica rock (quella vera) è ancora in classifica, là dove ci si sente titanici dinnanzi al futuro, come diceva l’amico Pop.

Ma il nido di stelle non esiste e dunque non resta che goderci nel miglior modo possibile questo weekend lungo. Qui alla Domus Saurea è finalmente fiorita la pianta di Lillà così facciamo frequenti capatine a sentirne il profumo; certo, non si sarebbe mai visto Johnny Winter fare lo stesso ma …

Fiori di Lillà alla Domus Saurea - foto TT

Fiori di Lillà alla Domus Saurea – foto TT

Il bersò ormai è pronto per essere assemblato, ancora qualche giorno e poi daremo il via alla stagione estiva della Domus con i relativi sinodi dei confratelli blues, noi dieci amici con le nostre tuniche e i nostri cappucci a salmodiare i testi dei Firm avvolti nella notte nera della campagna proletaria emiliana, spezzando il pane e versando il bourbon.

In attesa di montare il bersò - Domus Saurea aprile 2022 - Foto TT

Nel frattempo la pantera nera della Domus ha ripreso a godersi le giornate di sole, riposandosi tra una sgambata e l’altra, sotto l’ombra di un pino,

Pantera nera alla Domus (il blues del gatto Palmiro) - Foto TT

Pantera nera alla Domus (il blues del gatto Palmiro) – Foto TT

lo stesso fa quella pazza della Stricchi, sente la primavera e si struscia nell’erba fresca

mentre la Ragni preferisce ancora rimanere nell’ombra del blues.

Ragni in the shadow of the blues - Domus Saurea aprile 2022 - foto TT

Ragni in the shadow of the blues – Domus Saurea aprile 2022 – foto TT

Alla Coop, il sabato mattina, ci accorgiamo cosa significhi essere uomini: davanti allo scaffale dei Bibanesi, non riusciamo a trovare quelli al Kamut. Naturalmente bastava guardare con attenzione, ma non c’è nulla da fare, siamo così. Vicino a noi un uomo di qualche anno più vecchio (ma che francamente sembra nostro zio) si fa guidare passo passo da una commessa per trovare un prodotto per la pulizia della cucina, poi ringrazia l’addetta con profusione e termina con “Sa, noi uomini di queste cose non ci capiamo niente”

I Bibanesi alla Coop - foto TT

I Bibanesi alla Coop – foto TT

Come spesso accade poi elaboriamo per l’ennesima volta che i Led Zeppelin li abbiamo sempre in testa

Led Zep on my Mind - Foto TT

Led Zep on my mind (sabato alla Coop blues) – foto TT

così come la nostra squadra del cuore, il nostro amore infinito, quello che ci fa trepidare e sospirare, come fosse lei l’oggetto del nostro desiderio, come fosse la donna che ci tiene in sospeso, e noi ci si ritrovi a pensare a lei ogni momento, bellissima e sfuggente e noi ad inseguirla in attesa di vedere coronato il nostro sogno (lo scudetto) o la ragione stessa della nostra vita (la Champions).

Inter on my mind  (sabato alla Coop blues) - foto TT

Alla Coop, in fila davanti al banco gastronomia, dando un’occhiata a come siamo vestiti, ci accorgiamo quanto la nostra propensione per un marchio di abbigliamento sportivo sia diventato ormai una mania: pantalone cargo Adidas, felpa Adidas, Scarpe Adidas. Per evitare derive ossessive-compulsive una volta arrivati a casa ci costringiamo a cambiare brand.

Brand Change - TT alla Domus aprile 2022 - autoscatto

Brand change – TT alla Domus aprile 2022 – autoscatto

Le Avventure di Aramis Reinhardt continuano a formarsi nella nostra maruga, al punto che anche quando siamo al telefono ci scopriamo a scrivere appunti su post it. Vi sono diverse persone che ci scrivono circa la bontà di quegli scritti, e a quelle persone noi da questo misero blog mandiamo i nostri ringraziamenti.

Gli appunti di Tim Tirelli

Gli appunti di Tim Tirelli

Ci capitano in mano vecchie foto del tempo che fu, per un momento sobbalziamo nel vedere noi stessi versione anni ottanta

TT back in the 80s - Blast from the past

TT back in the 80s – Blast from the past

in quel periodo (ma anche qualche anno prima, nella seconda metà dei settanta) ci pareva che il mondo sarebbe migliorato anno dopo anno, e la società al passo con esso, e invece oggigiorno guardare telegiornali e leggere quotidiani rende ancor più deprimente il senso di frustrazione, la società oggi pare involuta, la popolazione preda di pulsioni barbare, i leader mondiali non all’altezza del loro ruolo e ancora siamo costretti a vedere guerre assurde dove le parti in gioco (tutte) mostrano il peggio di sè. Stupisce inoltre che nei notiziari di Sky TG 24 vengano prese sul serio certe uscite di certi uomini in bianco… mah!

Il papa consacra russia e ucraina al cuore di maria

E allora non resta che trovare riparo nelle piccole cose della nostra vita marginale; a tal proposito annotiamo che dopo anni siamo tornati alle home recording, a registrare le nostre canzoncine. Finiranno nel cassetto insieme a tutte le altre, ma è comunque un piacere lasciare qualche traccia tangibile.

Si torna a registrare (alla vecchia maniera) - foto TT

Si torna a registrare (alla vecchia maniera) – foto TT

SERIE TV: VENNE DAL FREDDO – TTT¾

Smascherata come ex spia russa, una madre single americana deve destreggiarsi tra la vita familiare e il suo potere di mutare forma per combattere un pericoloso nemico.
Con: Margarita Levieva, Cillian O’Sullivan, Lydia Fleming
Creato da: Adam Glass

Sì, certo, non un soggetto originalissimo (spia russa che vive negli stati uniti) ma a me questi 8 episodi sono piaciuti. Online non è che le recensioni siano chissà che, ma ripeto, io l’ho vista con piacere, forse perchè Margarita Levieva ci piace molto.

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SERIE TV: WOLF LIKE ME TTT¾

Ideatore: Abe Forsythe
Genere: Miniserie TV
Anno: 2022
Paese: Australia – PRIME VIDEO
Durata: 27 min
Wolf Like Me è una miniserie scritta e diretta da Abe Forsythe, con Josh Gad e Isla Fisher protagonisti. Ognuno porta il proprio trascorso in una nuova relazione e Gary e Mary non fanno eccezione. Lui, un disastro emotivo, è un padre single che vive ad Adelaide, in Australia, e sta facendo del suo meglio per provvedere da solo alla figlia Emma (Ariel Donoghue), di 11 anni, dopo la morte della moglie. Lei gestisce una rubrica di consigli ed è un tipo distante che si sta trascinando dietro un bagaglio emotivo non meno pesante. Un giorno, nelle circostanze peggiori, Gary conosce Mary, e nonostante i tentativi di lei di stare alla larga, i due continuano a incontrarsi, ancora e ancora, in una successione di coincidenze che implicano la mano del destino. Mentre Gary fatica a connettersi con sua figlia, per Mary entrare in sintonia con Emma non potrebbe essere più semplice. Tuttavia, il bagaglio di Mary racchiude un segreto che teme possa ferirli entrambi. Ben presto, diventa chiaro che l’universo li ha uniti per una ragione. Non è chiaro quale, devono solo continuare a seguire i segni. https://www.comingsoon.it/serietv/wolf-like-me/3360/scheda/

Miniserie che si guarda con grande facilità. Vite comuni, i grandi spazi australiani e un segreto. Profonda, surreale, godibile.

SERIE TV WOLF LIKE ME

Bene, giunti alla fine non ci resta che salutare la piccola comunità di donne e uomini di blues che si è creata attorno a questo blog, a questo gruppo di persone (il Team Tirelli appunto) che condivide un pezzetto di vita insieme. Chiamatela come volete … Pasqua, festa degli Ovetti, festa dei Coniglietti, festa della Fertilità, ma cerchiamo di passare questi giorni nel migliore del modi. E fate i bravi, il vostro magister vi osserva.

TT aprile 2022

Uomo di blues – TT aprile 2022

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – VI – Corvo Rosso

20 Mar

Sesto Episodio (in fondo i link agli episodi precedenti)

di Tim Tirelli

“Ma sei sicuro di quello che stai facendo Ara? A me sembra una cosa da pazzi. Poi, devo dirtelo, mi chiedo come possa uno come te non superare il piccolo tradimento di Michela.” Mino questa volta mi parla senza tanti filtri. Siamo amici intimi dunque può usare il tono che desidera, ma mi colpisce questa sua determinazione diretta e senza fronzoli. Di solito siamo sempre molto attenti l’uno nei confronti dell’altro, è anche per questo che siamo così amici. Non capisce a fondo il perché di quelle scelte, non posso fargliene una colpa, nemmeno io comprendo quello che sto facendo, questa spinta autolesionistica che mi sta cambiando la vita.

E’ il 24 dicembre, cerco di incanalare il discorso su altri versanti: “Che programmi hai per stasera? Sei a Roma adesso no? Che farai?”

“Mi chiedo perché non ci siamo messi d’accordo, potevamo passarle insieme ‘ste feste, giusto? Io, te, i nostri dischi, Roma, un paio di amiche, non ci voleva mica tanto.” La cadenza e l’accento romano di Mino mi riportano ad un clima famigliare, a Roma, città che vivo da non residente e che quindi amo, l’idea di passare le feste là col mio amico sarebbe stata magnifica.

“Già, mi manchi tu e mi manca Roma, ma lascia stare le amiche, una mia conoscente l’altro giorno mi ha detto che sto sempre in giro a scopare di qui e di là, questa cosa mi ha dato pensare, io non mi vedo così…”

“Non ti ci vedi, Ara, lo so, come dici sempre non sei un cantante, eppure se ti pensano così un motivo ci sarà …”

Forse Mino ha ragione, perché dico tanto ma poi in testa ho solo la vecchia stufa di Mirvjena e le sue gambe lisce e morbide e non vedo l’ora di essere da lei stasera, le ho pure comprato qualche regalo: un pigiama di Biancaneve, un completo intimo e un libro. Le ho anche preparato una chiavetta con un po’ di musica.

Passo il pomeriggio tra me e me, con Minnie perennemente assopita, ha il pelo corto, il freddo non lo sopporta proprio e ovviamente preferisce il divano, il letto o il suo angolino nella mia stanza musicale. Il cielo è nuvoloso, a tratti cade una pioggia fredda che la suggestione trasforma in nevischio. Sfoglio le pagine de I Tre Moschettieri che sto rileggendo proprio in questi giorni, fisso le lucine ad intermittenza dell’albero che mi sono costretto a fare, osservo i regali che mi sono comprato e quelli che mi sono arrivati. Dalla grande portafinestra della sala contemplo la campagna, è silenziosa, umida, scura come la China calda che sto sorseggiando. La sensazione è piacevole, ho appena fatto una doccia, indosso un bel maglione di lana a collo alto e sto scivolando in un piacevole torpore.

Mi risveglio alle 18:00, devo essere a casa di Mirvjena alle 20:30, mi risistemo e mi metto in macchina, meglio investire un po’ di tempo tra le stradine del centro di Modena che rimanere qui da solo. Do un bacio alla Minnie, le lascio due luci accese, chiudo la porta a doppia mandata e parto. Mirvjena ha cambiato casa, ora abita in pieno in centro, trovare da parcheggiare sui viali alla vigilia sarà pressoché impossibile; infatti giro a vuoto più volte, provo all’ex ippodromo fino a che nei pressi di via Berengario, in via Bono da Nonantola, trovo un buco. Il problema è che sono dietro casa di Michela, a pochi metri dalle sue finestre. Prima di scendere mi alzo il bavero, mi infilo lo zaino, mi aggiusto la messenger, che Page me la mandi buona. Scendo, pago il parcheggio, la pioggia si sta trasformando in neve. Mi incammino verso via Berengario, lo scalpiccio dei miei passi sul marciapiede non copre il rumore di una finestra che si apre.

“Ste! Ciao, che ci fai qui?”

“Ho una cena con alcuni amici.”

“Aspetta che scendo e ti saluto.”

Rimaniamo cinque minuti sulla porta di casa a congelare, poi salgo da lei, non riesco a dirle di no.

La trovo bene, magari ha il viso stanco, ma rimane sempre una donna splendida. Mentre mi prepara un thè mi dice: “Appena ti ho visto ho sperato che fossi venuto per me …” e qui un tuffo al cuore mi fa barcollare. “Ti prego Michela, è la vigilia, c’è già abbastanza malinconia nell’aria …”

“Sì, sì, certo, scusa”. “Cosa fai stasera?” le domando. “Vado dai miei. Vengono anche le mie sorelle con figli e mariti. Ma finita la cena torno qui, non ho una gran voglia di stare tra la gente”.

E’ sincera, non lo dice per impietosirmi. “Tu invece? Cena con amici? E amiche?”.

Non rispondo.

“Beh, se finisci presto e ti va al ritorno puoi fermarti qui, ci beviamo qualcosa e ci facciamo gli auguri”.

Mi avvicino, le do un bacio sulla guancia e le dico “Buon Natale Michi”. Non ho la forza di usare auguri più in linea con il mio essere e dunque con le celebrazioni del solstizio d’inverno, non ho nemmeno la forza di chiamarla Michela e quel Michi non farà altro che peggiorare le cose. La pioggia si è trasformata in neve, fossi in un mood diverso sarei molto felice.

Attraverso via Berengario, faccio il giro largo mi dirigo alla Pomposa, cammino lentamente sotto alla neve, prendo Castel Maraldo, attraverso la via Emilia, prendo Rua Muro quindi via de’ Correggi, via Carteria ed infine Via della Vite. La porzione di caseggiato in cui abita è arancione, gli scuri dei vari piani hanno colorazioni e condizioni diverse: color marcio quelli del primo piano, grigi nel secondo e marroni nel terzo e nel sottotetto, dove abita Mirvjena. Entro e invece di trovare l’atmosfera piena di tepore che mi aspettavo noto subito che qualcosa non va, la tavola è apparecchiata per metà, la tovaglia dozzinale, piatti e bicchieri di tutti i giorni, nessun odore di buon cibo in cucina, giusto una bottiglia di spumante da due soldi, un paio di calici in plastica e qualche stuzzichino in un piatto.

Mirvjena mi sorride, versa lo spumante nei bicchieri, si getta in soliti e freddi convenevoli, mi viene vicino e io in un paio di minuti passo dall’essere spiazzato all’essere infastidito, e sento ITTOD dentro di me premere.

“Scusa Mirvjena, mi spieghi che succede? Non è che mi aspettassi chissà che ma c’è qualcosa che non quadra. Non dovevamo cenare insieme? Passare la vigilia insieme? Starcene un po’ in pace? Me lo hai proposto tu, ricordi?”

“Certo, è così, è solo che il mio fidanzato sta tornando dall’Albania, dovrebbe arrivare verso l’una o le due dopo mezzanotte e non ho tanto tempo, ma ci tenevo a stare con te…”

“Hai un fidanzato? E non mi hai detto nulla? No, fammi capire, mi fai venire da te la sera della vigilia per fare una sveltina prima che il tuo amichetto arrivi? Ma come cazzo ti è saltato in mente?”

“Ma … che male c’è, tu mi piaci e mi pareva ti piacessi anche io, stiamo un po’ insieme e poi prima di mezzanotte te ne vai”. Mi dice questo mentre si avvicina a me, cerca di abbracciarmi, mette la bocca vicino alla mia, ma io sento solo la rabbia salire e il suo alito che sa di spumante scadente.

“Cos’è che faccio? Ma tu sei fuori di testa! Ma come cazzo ragionate in Albania? Vai, vai Mirvjena, vatti a fare benedire che è meglio”.

Mi infilo il giaccone, prendo armi e bagagli ed esco; la sento dire che le dispiace, che non intendeva, che non pensava avrei avuto una reazione del genere … ma io intanto scendo in fretta le scale maledicendomi e mandandola – tra me e me – a farsi dare dove si nasano i meloni, come diciamo da queste parti. Ma che mi aspettavo, di conoscerla bene solo perché in passato per qualche settimana mi ha ospitato? Ma pensa te se il 24 dicembre mi devo trovare in una situazione del genere.

L’aria fredda mi entra nei polmoni, lo stordimento passa in un attimo, la rabbia diminuisce repentinamente, torno in me, riprendo possesso delle mie facoltà mentali. Sotto ai portici di via Carteria vedo che alcuni senza tetto si sono sistemati per la notte, faccio un pensiero un po’ trito e mi dico che i loro sono veri problemi non i miei. Chiamo il 118 e faccio presente la cosa, dopo 15 minuti arriva una pattuglia di vigili urbani, seguita da un furgoncino dei servizi sociali. In breve fanno accomodare le tre persone sui sedili, li porteranno in un centro d’accoglienza. Tra loro vi è una donna, prima che lo sportello venga chiuso le allungo i tre regali che avevo preso per Mirvjena. “Buon natale signora” le dico. Il suo sguardo non tradisce nessuna emozione, nessuna parola esce dalla sua bocca. I vigili mi augurano buon natale, lo sportello si chiude e i due veicoli partono verso la via Emilia.

In Sant’Eufemia uno dei Ristobar di quell’angolo medioevale è aperto, mi fermo a mangiare qualcosa. Ordino una media bianca, il piatto del giorno e un dessert. Vi sono altri avventori: tre coppie, alcuni amici che parlano di calcio e di donne, e un altro solitario come me. Mentre consumo il pasto guardo la neve cadere attraverso la porta a vetri; se non mi sentissi così inquieto direi che è buffo in una vigilia come questa, meteorologicamente perfetta, trovarsi a cenare da solo in un bar. Tuttavia, come sono solito fare già da un po’, cerco di adeguarmi alla situazione e trarre il massimo dal momento, dopotutto il locale è caldo, il cibo niente male e la compagnia gradevole. Tutti sembrano ben disposti, in breve tempo ci mettiamo ad interagire gli uni con gli altri, io cerco di non dire tanto ma sto al gioco. Mi chiedono come mai io sia capitato lì la sera della vigilia, quello che mi esce dalla bocca è:

“quando accetti di passare la vigilia con la ragazza sbagliata devi mettere in conto la possibilità di finire a passare la cena di natale da solo in un bar …”, un momento di silenzio, abbozzo un sorriso e tutti si mettono a ridere, alzando il calice alla mia salute: “tranquillo, ne troverai un’altra” dice una e via altre risate. Il barista offre a tutti qualcosa da bere, do una occhiata alle bottiglie che ha dietro di sé e chiedo un Jack Daniel’s Single Barrel, dopotutto sono un chitarrista Rock, no?

Esco dal locale dopo aver mandato un bacio con la mano a tutti, la neve cade con regolarità, la luce gialla e calda che illumina il Duomo rende lo spettacolo notevole. Piazza Grande poi è ancor più suggestiva. Torno verso via Bono da Nonantola. Alle 21,45 salgo in macchina e scappo via, ma sulla via Emilia all’altezza dell’Ottavo Campale torno indietro e, giunto nei pressi di casa di Michela, entro nel parcheggio del vecchio Palasport. Sono le 22 del 24 dicembre. Michela è già a casa, la vedo affacciarsi più volte alla finestra. La neve ora cade più decisa, niente di che ma è già un bel vedere. Vorrei trovare la forza di andarmene, ma non me la sento di lasciarla lì ad aspettare, potrebbe essere tornata presto per me, per non perdere quella minuscola probabilità che pensava di avere, almeno un saluto glielo devo. Torno a parcheggiare sotto casa sua, nemmeno il tempo di spegnere la macchina che la vedo correre alla finestra. So che è uno sbaglio, rimarrà comunque delusa, non andrà come si aspetta, ma le ho voluto bene, se sono qui è anche per questo.

“Ste, ci speravo ma in fondo non mi aspettavo arrivassi, non così presto perlomeno. E la cena con gli amici?”

“Non era serata. Le cose a volte non sono come te le aspetti”.

Che Michela sia splendida l’ho già detto, ma stasera con un maglione rosso a collo alto, la gonna e gli stivali si supera, e l’aria un po’ stanca e lo sguardo malinconico aggiungono spessore al suo fascino.

Michela accende il camino, mette sul tavolo uno spumante Gancia e un vassoio di tortelli dolci con le prugne, sa che per me sono uno dei simboli del natale. La tovaglia, i calici e gli addobbi sono perfetti, Michela sa come si fa. Un brindisi, qualche tortello, un rum, e il film d’animazione del 2009 della Disney “Canto di Natale”.

La Londra vittoriana che scorre sullo schermo mi riempie l’animo di buone vibrazioni, il nome Ebenezer – quello del protagonista – poi come sempre mi suscita emozioni fonetiche.

“Ste, ma il personaggio di Scrooge nel racconto di Dickens è pura invenzione o si rifà a personaggi realmente esistiti?” mi chiede Michela sapendo il tipo di interessi che ho.

Mr Sapientino, come mi chiamava una mia ex, sale in cattedra: “si dice che la figura di Ebenezer sia stata ispirata da un paio di persone facoltose e al contempo molto avare della Londra dell’epoca vittoriana, un mercante di nome Scroggie e un altro riccone, mi pare si chiamasse John Elwes. Scrooge è l’evidente storpiatura del cognome Scroggie, cognome che deriverebbe da un toponimo scozzese che descriverebbe un posto dove il fogliame stenta a crescere. Anche il nome Ebenezer si rifà ad un toponimo, in questo caso ebraico, citato nell’Antico Testamento, Eben-haezer, ovvero pietra dell’aiuto, o qualcosa del genere.”

Michela mi guarda stupefatta “Ma com’è che sai a memoria queste cose?

“Perché sono matto, ecco perché”.

Ho i suoi occhi fissi di me, lo sguardo che ha è chiarissimo “ …e poi non chiedermi come mai ci si innamora di te”, aggiunge.

Non voglio fare quella parte, e comunque se è ancora innamorata di me è perché tra di noi c’è una reazione chimica, reazione che prima o poi finirà, l’attrazione fisica e l’innamoramento potranno anche trasformarsi in un sentimento più intimo, quello relativo all’innamoramento consolidato, ma poi si arriverebbe alla terza fase, quella che Robert Sternberg chiama impegno e dunque la scelta di vivere con la persona amata senza considerare altre opzioni, ed è questo il punto, è una fase che lei non è stata in grado di rispettare. Mentre mi avventuro in questa digressione tra me e me, un po’ nauseato dalla sentenza supponente che ogni volta che gironzolo intorno a quel discorso emetto dopo quanto quanto accaduto, sento Michela parlare, raccolgo qualche spicciolo del suo discorso a cui non do riposta. Mi alzo deciso ad andarmene. Rimane delusa, la capisco ma non ci posso fare nulla. Devo sbrigarmi prima che Wesley mi giochi brutti scherzi e mi faccia finire a letto con lei, lo sento imbizzarrirsi laggiù. La abbraccio forte, le do un bacio sui capelli e scappo via.

Di nuovo in macchina, sulla via Emilia. Mi chiama Penny per assicurarsi che non sia solo, quando capisce che lo sono mi invita da loro per un brindisi, ma gentilmente rifiuto. Sul telefono lampeggiano le chiamate perse a cui non ho dato risposta. Sono di Mirvjena. Mi chiama Michela, questa volta è più risoluta, mi dice che non capisce, sa che ha sbagliato, ma le pare che io sia troppo fermo nel dare per chiusa la nostra storia, crede ci sia altro e che comunque vorrebbe passare il natale con me, che se cambio idea stasera, domani o quando voglio lei mi aspetta. Sono le 23,40, manca poca a casa, faccio inversione a U e mi rimetto in direzione est, l’impeto mi spinge a tornare da lei,  ma dopo un paio di chilometri mi fermo a bordo di una rotatoria deserta … la neve scende, il tergicristallo tiene un tempo costante, ostinato, duro, senza swing, dalla chiavetta un tributo orchestrale ai Pink Floyd (preso solo perché in un brano compare Edgar Winter) che ora mi pare pesantissimo; scendo dalla macchina, respiro e mi dico “ma che cazzo sto facendo?”. Cambio idea per l’ennesima volta, punto verso Roncadella, pochi minuti e apro la porta di casa.

Minnie scende dal castello tiragraffi, si stira, e mi guarda con quei suoi occhioni tondi. Accendo la stufa a legna. Mentre mi preparo qualcosa, prima di mettermi davanti alla TV a guardare qualche vecchio cartone natalizio della Disney metto sul piatto Hold That Plane di Buddy Guy. Pur nella miseria di un umore tutt’altro che buono, accenno a qualche passetto a tempo di blues.

Sul tavolinetto della sala, un piatto con datteri, fichi secchi, scacchetti, spongata, succo d’arancia e un bicchiere di Southern Comfort … buon natale Aramis Reinhardt.

Il 25 non mi muovo, ci sono 40 cm di neve per terra e qui in campagna gli spazzaneve non è certo passino. Spendo parte della mattina al telefono, amici, zii, cugini, Michela. Ha smesso di nevicare ma il panorama è magico: la campagna completamente innevata, il fumo che sale dai camini delle case, le genti che nonostante la tanta neve arrivano alla chiesetta di Roncadella per la messa delle 11, il rintocco delle campane. Indosso la mia tuta Adidas più calda e sopra il mio giubbotto di lana pesante con pelo sintetico all’interno. La mattina sullo stereo passano Tale Spinnin’ dei Weather Report, il Piano Concerto di Keith Emerson dall’album Works degli ELP e Physical Graffiti dei Led Zeppelin. Scendo a prendere legna per la stufa, risalgo, mi preparo un pranzetto da uomo di blues. Poi, sospinto dal rum, mi appisolo sul divano. Riemergo, suono, scrivo qualcosa per il blog, sul piatto Crusade di John Mayall e il Live di Muddy “Mississippi” Waters. Natale se ne vola via così.

Il 26 tradizionale pranzo da mia sorella e pomeriggio passato qui da me a Roncadella con tutti i cugini. Tortelli dolci, spumanti e i soliti vecchi ricordi di noi bambini qui in campagna dal nonno. Risate, un po’ di malinconia, un brindisi a chi non c’è più, e la nostra piccola saga famigliare enfatizzata a più non posso.

I giorni dopo Santo Stefano si confondono gli uni con gli altri, fino all’epifania perlomeno, non sai mai che giorno della settimana sia, quanto manchi alla fine dell’anno o al sei gennaio. In uno di  quei giorni indistinguibili ricevo una telefonata da Roma, è il responsabile di una casa discografica che vorrebbe sapere se sono interessato a fare due chiacchiere, ha saputo che al momento sono senza contratto, sarebbe interessato agli ARA e non gli dispiacerebbe capire se la cosa può stuzzicarmi. Gli dico che dal 7 gennaio non sarò più un professionista, che mi sono preso una pausa e che inizierò a lavorare in una azienda di logistica. Insiste: “guardi Rinaldi, sono al corrente della sua situazione, il nostro conoscente comune Scopelliti mi ha illustrato la cosa, ma per il momento va bene anche così, i suoi dischi con gli ARA qui da noi sono sempre piaciuti. Se le va ci vediamo e ci annusiamo. Che ne dice?”. Cesare de Angelis lo avevo sentito nominare da Mino appunto, e dal chitarrista di una band che conosco. Sembra gente a posto, un incontro lo possiamo anche fare. Ne parlo con Penny, meglio evitare di farlo con Giovanni, è appena tornato a lavorare nella ditta del padre, non voglio metterlo in difficoltà anticipandogli qualcosa che potrebbe anche non andare a buon fine.

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Alla stazione Mediopadana di Reggio prendo il treno ad alta velocità per Roma. Due ore e mezza di viaggio; leggo, sul laptop scrivo qualcosa per il blog, sonnecchio, parlo a bassa voce con Michela al telefono. Mino viene a prendermi all’arrivo, l’abbraccio che ci diamo è virile e pieno di amicizia, dio, quanto voglio bene a quest’uomo. Giusto il tempo per bere qualcosa insieme e per accompagnarmi alla casa discografica poi – causa impegni di lavoro – deve scappare. De Angelis mi accoglie nella saletta ricavata nel suo grande ufficio. Insieme a lui anche la sua collaboratrice Elisabetta Bonaga, presentata come responsabile del sales enablement. Quei termini inglesi mi innervosiscono un poco, ma faccio buon viso a cattivo gioco. La loro intenzione è di espormi in breve la visione della casa discografica e la necessità di diversificare il business visto che di dischi in formato fisico naturalmente non se ne vendono più come un tempo. Il programma dell’incontro sarebbe di accennare alla cosa per un’oretta, poi pranzare insieme e quindi terminare informalmente la chiacchierata nel primo pomeriggio. Succede però un imprevisto, De Angelis e la Bonaga vengono chiamati da una terza persona, devono assolutamente assentarsi per un po’. Si scusano molto, e chiedono se non è un problema rivederci più tardi. Mi lasciano in compagnia di una loro collega la quale, sembra di controvoglia, mi porta a pranzo.

“Ci scusi ancora signor Rinaldi, ma a volte capitano urgenze imprevedibili.” In altri momenti avrei anche potuto alzarmi e tornarmene in Emilia, ma non stavolta; sono senza contratto e, per quanto faccia finta di credere di volere cambiare vita e allontanarmi dalla musica, meglio non fare troppo il difficile.

Non ho capito esattamente il ruolo della tipa che ho davanti all’interno dell’azienda, mi hanno detto che è laureata in lingue e si occupa di contratti e di marketing, o qualcosa del genere. Al ristorante ci scambiamo i biglietti da visita.

“Lucrezia Michelle Dalle Monache? Nome singolare, articolato … complimenti. Io sono sempre molto interessato all’onomastica”. Non si sbilancia, sembra disinteressata a fare conversazione. Ordiniamo, poi, probabilmente pentita di apparire troppo distante, cerca di rientrare in carreggiata.

“Beh, anche lei in quanto a nome non scherza… i miei nonni comunque erano di Viterbo, una città dove il mio cognome è comune, i nomi personali invece li devo a mia madre. Mentre mi aspettava stava leggendo il libro di Dumàs I Tre Moschettieri, in una pagina lesse ‘Lucrezia d’Inghilterra’ e le venne l’ispirazione. Michelle non proviene dalla canzone dei Beatles ma bensì da un pezzo dei Pooh.”

“Ah, certo, Che Ne Fai Di Te”.

“La conosce? Non credevo ascoltasse i Pooh…”

“Il mio amico di sempre aveva Poohlover e Rotolando Respirando, e nella adolescenza fecero parte dei dischi che ascoltavamo, insieme ai tanti altri album Rock che formarono i nostri DNA.”

Lucrezia guarda il mio biglietto da visita: “Aramis Reinhardt – Uomo di Blues”, uhm, come mai Uomo di Blues e non musicista?”

“credo che Uomo di Blues mi descriva meglio, è inteso in senso lato, non solo musicale …”

Vedo che preferirebbe starsene sulle sue, ma parte del suo lavoro è pur sempre trattare con gente come me, dunque si sforza di mantenere viva la conversazione.

“In senso lato?”

“Per come lo intendo io l’uomo di blues è uno sempre alla ricerca del proprio nido di stelle, pur sapendo che non esiste, è sospinto quindi da una irrequietezza atavica” le dico, e non riuscendo a fermare la mia emilianità aggiungo” prenda me, fino a poco fa avevo una storia d’amore con un’amazzone meravigliosa, per una faccenda antipatica ma a cui avrei potuto passare sopra ho interrotto tutto. Inoltre tra pochi giorni non sarò più un musicista professionista. Avevo avuto proposte discretamente allettanti dall’altra casa discografica per proseguire un progetto che mi avrebbe garantito un minimo di fama in Europa e entrate di un certo tipo, e invece cosa faccio? Rinuncio, perdo il contratto e mi accingo a iniziare un lavoro in una azienda di Logistica. Le pare normale?”.

Lucrezia è sorpresa, non si aspettava fossi così sincero con una sconosciuta. Pranziamo, la conversazione scivola verso i soliti temi neutri. Ha occhi profondi, pare una donna con un passato, deve avere più o meno la mia età. Rientriamo. De Angelis e la Bonaga mi presentano un’altra giovane collega che si occuperà di me in caso ci accordassimo, Margherita Passacantando.

“Buongiorno Aramis, è un piacere conoscerla.”

“Ciao Margherita, quindi anche tu farai parte del team che mi seguirà in caso la faccenda vada in porto?”

“Sì, è così, per le cose importanti avrà Cesare, Elisabetta e Lucrezia, per tutto il resto chieda pure a me.”

“Lo so che sono più vecchio di te, ma se io ti do del tu, anche tu devi farlo”.

Il feeling sembra quello giusto al punto che mi chiedono di fermarmi un altro giorno, l’indomani potremmo andare più sul concreto e lasciarci con le idee molto più chiare, su cui poi riflettere. Mi trovano un tre stelle nelle vicinanze, Elisabetta si preoccupa di accompagnarmi all’albergo e di organizzare un aperitivo, questo prima della cena in un agriturismo a una decina di chilometri dall’albergo. Salgo in camera, mi sistemo, mi rinfresco e scendo. Elisabetta mi aspetta al banco del bar, ha in mano uno Spritz. “Mi spiace tu debba prolungare l’orario di lavoro con questo aperitivo e la cena” le dico, “Non ti preoccupare quando ci sono riunioni con gli artisti è così. Comunque questo è anche il mio albergo. Sono già salita in camera.” “Dunque non abiti a Roma, Infatti hai l’accento emiliano, sei di Bologna?”. “Sì, abbiamo qualche ufficio anche lì, scendo a Roma quando c’è bisogno. Sono la coordinatrice dei sales, ma faccio anche la commerciale pura e in pratica quello di cui c’è bisogno. Le cose sono cambiate, anche se da un paio di anni tutto si è stabilizzato, e la situazione adesso non è malvagia.” Elisabetta è carina, alta, capelli neri e puliti raccolti in uno chiffon davvero ben fatto, ha un cappotto corto molto bello, nero decorato da fiori vivaci di stoffa, jeans infilati dentro a stivali al ginocchio. Da brava Emiliana mi racconta della sua vita, quarant’anni, single, con un figlio grandicello, le piace la musica non melodica.

La cena si rivela piacevole, sembra davvero gente in gamba e ben disposta. Con De Angelis e Dalle Monache siamo ancora al lei, ma con Elisabetta e Margherita il tu ormai è liscio come l’olio. A mezzanotte ritorno in albergo con Elisabetta.

Ore nove di mattina, colazione e poi alla casa discografica. La riunione è alle dieci, passo così quasi mezz’ora con Margherita. Venticinque anni, laurea breve, bellezza del sud, sguardo sveglio. Le chiedo da dove viene visto che non riesco a decifrarne l’accento “Sono campana, ma ho girato molto, e non ho un accento del tutto riconoscibile”.

Le due ore di riunione sono proficue, mi offrono un contratto per due album a condizioni niente male. Ci risentiremo tra una settimana, intanto ci stringiamo la mano e con Elisabetta corro in stazione, Margherita ci ha trovato due biglietti su Italo per le 13.

Il treno sfreccia, ci mangiamo un panino, beviamo una coca, poi lei si mette a lavorare sul laptop. Io guardo passare l’Italia ai miei piedi, giocando a carte col mio destino. A bassa voce faccio qualche telefonata a Penny, Bianca e Mino. Spiego per sommi capi le prime impressioni. Due ore e mezza dopo scendo alla Mediopadana di Reggio Emilia, Elisabetta mi abbraccia “Ciao Aramis, ci sentiamo allora tra qualche giorno. Valuta bene, noi siamo davvero interessati, lo hai capito. E alla prima occasione andiamo a pranzo o a cena insieme, va bene?”.

Mi faccio lasciare dal taxi davanti al cancello, percorro lentamente i 50 metri dello stradello d’entrata, in quel momento arriva Sabrina, la mia vicina: “Ciao Ara, tutto bene? Senti, ieri sera non sono riuscita a mettere dentro la Minnie. Stamattina l’ho cercata ma non l’ho vista…sono preoccupata, mi spiace…”.

Mi guardo intorno, alzo lo sguardo e la vedo sul tetto della barchessa.

“Minnie, sciocca! Cosa fai lì? Hai passato la notte fuori disgraziata? Dai andiamo in casa!”

Mi avvicino al caseggiato di servizio, lei salta sul tetto più basso, quindi su alcune assi di legno appoggiate al muro, atterra sull’erba e corre verso le scale. La casa è fredda, accendo riscaldamento, stufa a pellet e stufa a legna. Dopo averle dato da mangiare e acqua fresca da bere, con la salvietta la pulisco, come faccio ogni sera, per oggi non esce più. Rassegnata e obbediente mi lascia fare, cerco di adempiere al compito con dolcezza, è una faccenda che non ama molto, la guardo negli occhi, mi piace pensare che sappia che lo faccio per il suo bene (e per il mio). Se vuole vivere in casa, condividere, letto, tavola e in pratica ogni cosa, deve pagarne il prezzo.

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L’ultimo dell’anno lo passo da solo, voglio vivere il mio blues tranquillamente, ma il pomeriggio mi vedo con gli amici in centro a Modena, quindi con Ricca, Lizn, Ellade, Fede, Martino, Zakk, Rod, Cole e Lauro. Siamo all’Irish Pub Griffin in via Gallucci angolo Largo Hannover. Ci sediamo all’esterno, si gela, così ci raggruppiamo stretti intorno a tre tavoli, i funghi di calore tentano di riscaldarci un poco, ma sono le due medie a testa che in qualche modo lo fanno, Belgian Blanche per me, Rosse per Ella, Guinness e Harp per gli altri. Mi chiedono degli sviluppi lavorativi, musicali e sentimentali, racconto per sommi capi quello che sta accadendo, ma non voglio annoiare e intristire nessuno, preferisco che si saluti l’anno vecchio alla solita maniera, parlando quindi dei massimi sistemi: calcio, donne e musica Rock. Dopo un’oretta ritorno al parcheggio, sono mezzo brillo, due medie e un irish whiskey a stomaco vuoto sono un po’ troppo. Devo attraversare buona parte del centro, tiro su il bavero del giaccone, fa un freddo becco che spero mi faccia passare il torpore che ho in corpo. Mi viene in mente Cartello Alla Porta di De Gregori e dentro di me la canticchio con allegra malinconia

Ho fatto il pieno e cammino di notte

Come uno scemo

E mi prendo gli schiaffi e le botte

Del freddo e del vino

E premo l′acceleratore

Quando incrocio le luci blu

Ho fatto il pieno, ho perso il treno

Di quei treni che non passano più

Percorro corso Canalgrande, poi la laterale che porta in piazzale San Giorgio e quindi via Taglio. Verso la Pomposa passo svelto tra i locali stracolmi dei forzati da aperitivo. Mi dirigo verso via Berengario, in uno degli ultimi locali noto una rossa seduta di schiena ad un tavolino con alcune amiche; una di queste esclama “Aramis!”. La rossa si volta di scatto “Ste!”. Mi fermo a salutare, le amiche di Michela chiedono di farsi una foto con me. La amazzone mi prende da parte: “Ma … hai bevuto”. “Sì, una paio di birre con i ragazzi al Griffin. Adesso torno a casa.” “Solo birre?” “Anche un whiskey”, “Si sente” mi dice avvicinando il muso alla mia bocca. “Non penserai di metterti subito in viaggio, vero?” “No, pensavo di stare un po’ in macchina nel parcheggio ad aspettare che mi passi…” “Con questo freddo? Sei pazzo? Vuoi finire come Bon Scott? Aspetta …”. La sento dire alle amiche che si vedranno più tardi alla cena o qualcosa del genere, poi mi prende a braccetto. “Dove hai la macchina?” “Al Novi Sad” “Beh, allora adesso vieni a casa mia, ti faccio un thè e un caffè e aspettiamo che ti passi un po’”. Non dico nulla, mi lascio guidare da lei. Saliamo le scale, davanti alla porta mentre cerca le chiavi la guardo e le dico “Ti ho voluto tanto bene”, non so come mi sia uscito, deve essere l’alcol. Alza lo sguardo, mi avvicino e le appoggio leggermente le labbra alle sue. Entriamo, vorrei mettermi sul divano accanto al camino, lo faccio ma solo dopo averla strinta a me. “Hai bevuto Ste, temo tu lo faccia solo per questo”. Torno in me. Sul divano mi bevo il caffè caldo, e poi il thè con i biscotti svedesi. Michela è un tesoro, prepara tutto con molta cura. Sorseggio il thè, lei fa lo stesso, ci guardiamo negli occhi, appoggio la tazza sul tavolino, mi avvicino e la bacio con passione, poi torno sul divano e mentre mi si chiudono gli occhi sento che mi copre con una plaid. Poco dopo le 20 mi sveglia. “Ste, io dovrei andare, se vuoi rimanere per me va bene, ma vedi tu”. Mi alzo, mi risistemo e decido di tornare a casa. Prima di lasciarci Michela mi guarda negli occhi “Se mi vuoi ancora, io sono qui, per te, solo non impiegarci troppo”. Mi abbraccia, mi augura buon anno e sale in macchina.

Sulla Sigismonda, la blues mobile, rollo sulla via Emilia, cerco di non riflettere troppo sull’anno che si sta chiudendo, il car stereo passa De Gregori, è la compilation che ho fatto con i pezzi che sento di più quando sono in questo mood: Cartello Alla Porta appunto, e poi Deriva, Sempre e per Sempre, Compagni di Viaggio, Ti leggo Nel Pensiero, Showtime e Jazz, quest’ultima la canticchio sostituendo il termine Jazz con Blues

Qualcuno l’avrebbe saputo perfino suonare quel blues
Certamente non proprio benissimo
ma quel tanto che basta e che fa.
Che si dica “Ha vissuto la vita sotto l’ombra del blues’.
Che si dica ‘Quell’uomo ha vissuto sotto i colpi del blues’.

Arrivato a casa, mi fermo in cortile ad osservare le stelle, ricordi di campeggi estivi organizzati dal prete del paese mi tornano su, le settimane di vacanza alle Piane di Mocogno, i fazzolettoni al collo e le serate passate intorno ad un falò acceso in mezzo ad una piana nel bosco ad intonare i canti dei Lupetti …quante stelle quante stelle dimmi tu la mia qual è … sto diventando sentimentale, meglio entrare in casa. Minnie sta giocando con la pallina, io mi butto sotto alla doccia; quindi mi preparo un paio di toast che porto sul tavolino della sala insieme a frutta, sughi d’uva, una paio di paste diplomatiche e la Lemonsoda, in frigo metto la bottiglia di Bellussì Blanc De Noir che mi ha regalato Lauro per natale e che aprirò più tardi per il brindisi che farò con Minnie, io lo spumante freddo e lei un poco di latte tiepido. Infilo nel lettore il divudi di Jeremiah Johnson, il mio film preferito, non sarà un fine anno scoppiettante ma è già qualcosa. Alle 23:30 suona il campanello. Dal finestrone cerco di capire chi può essere, c’è un’auto con i fari accessi davanti al cancello, una figura scende, vede la mia sagoma in lontananza ritagliata dalla luce che la stanza riflette alle mie spalle, si ferma, mi guarda, la guardo, aziono l’apricancello.

La sento salire le scale, la faccio entrare. “Non potevo non venire, non mi importa nulla di quello che sarà, stasera dovevamo stare insieme.” Non dico nulla, apro il frigorifero, prendo il Blanc De Noir, riempio due calici, li facciamo tintinnare, ci auguriamo buon anno, lei svuota il suo in un istante e si dirige in camera, si spoglia, rimane in mutandine e reggiseno e si infila sotto al piumone, faccio lo stesso, inutile chiedersi se sia un errore o meno, sono gli ultimi minuti di un anno turbolento, è giusto così, viviamo il momento. La abbraccio, scivolo sopra di lei, la guardo negli occhi, mi appresto a baciarla mentre la campagna fredda e scura rimanda gli echi dei botti di fine d’anno e Robert Redford, dopo aver sconfitto i migliori guerrieri della tribù dei Corvi mandati ad affrontarlo uno alla volta alla maniera dei Crow, scorge da lontano Paints-His-Shirt-Red (Corvo Rosso insomma), i due nemici si osservano, Redford imbraccia il fucile ma Corvo Rosso inaspettatamente alza il braccio e apre la mano in segno di pace, Redford lentamente contraccambia il gesto, sancendo la fine del loro conflitto.

Stefano Tirelli – © 2022

Aramis Reinhardt

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG:

EPISODIO I:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

EPISODIO II:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

EPISODIO III:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

EPISODIO IV:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

EPISODIO V:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – V – Nell’Ombra Del Blues 

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