LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – V – Nell’Ombra Del Blues 

20 Nov

Quinto Episodio (in fondo i link agli episodi precedenti)

di Tim Tirelli

Fumagalli insiste su CodRei II, mi ribadisce che la casa discografica che dirige è parte di un gruppo europeo, che per questo lui riceve pressioni e che se non accetto teme non potrà farmi fare il quarto album con gli ARA.

“Cerca di capire Aramis, CodRei ha un potenziale di 75.000 copie, con gli ARA hai chance solo in Italia e in Svizzera, e quanto venderemmo? Se andasse molto bene circa un terzo…”

“Ma scusa, fino a poco fa vi bastava, tra discrete vendite, edizioni musicali e tutto il resto.”

“Certo Aramis, ma con CodRei possiamo guadagnare tutti molto di più e poi senti, con l’accordo sulle edizioni musicali degli ARA che abbiamo, dove tu puoi porre il veto, e dio solo sa se lo poni, è sempre complicato raccogliere denaro, la richiesta di licenze c’è ma poi tu stoppi sempre tutto …”

“Fumagalli, lo sai che anche in queste cose serve un controllo qualità, giusto? Parliamo di canzonette, certo, ma è pur sempre musica, arte … vuoi che dia l’assenso ad usare un mio pezzo per un deodorante? Per il supermercato lombardo che sai non amo? Per la catena di ristoranti specializzata in hamburger? Suvvia, un minimo di etica dovremo pur averla!”.

Siamo in una saletta in un hotel a Piacenza, a metà strada tra Milano e Roncadella, solo noi due. Tra me e Fumagalli c’è un buon rapporto, credo mi stimi sia come uomo che come artista, ci parliamo sempre in modo schietto, abbiamo divergenze ma fino ad ora siamo sempre arrivati a compromessi che alla fine hanno soddisfatto entrambi. Questa volta però sembra proprio non ci sia nulla da fare, se non acconsento a fare un secondo album e relativo tour con il progetto CodRei temo non mi rinnoveranno il contratto (in bilico da mesi) con gli ARA. Guardo quest’uomo intorno ai settant’anni, alto, capelli bianchi non foltissimi ma sufficienti per sfoggiare una discreta chioma che gli avvolge la testa, camicia bianca, pantaloni blu, mocassini blu e giacca appoggiata sulle gambe incrociate. E’ dispiaciuto, ma lo è in modo professionale, empatico ma con la giusta distanza. Ricambio da sempre la stima che ha per me, tuttavia oggi rimango un po’ deluso, non sembra mi appoggi con la dovuta energia o convinzione ma sono un musicista, che ne posso sapere di quello che succede nei meeting dei discografici? Ad ogni modo prendo atto della cosa, lo saluto cordialmente e mi ributto sulla A1. Fabio, Ellade, Federico e Martino da una parte e Penny e Giovanni dall’altra sono informati dell’incontro tanto che mi vedrò con tutti loro tra poco.

Incontro i primi a casa di Fabio a Reggio, spiego loro le mie ragioni, le mie necessità, tranne Fabio nessuno dice niente. E’ chiaro vorrebbero continuare ma sanno il tipo d’uomo che sono, l’inquietudine che ho dentro, la visione che ho e per questo rispettano le mie esigenze. Fabio invece insiste, non capisce del tutto perché tentenno, ha ragione, al giorno d’oggi rifiutare offerte del genere è da pazzi, d’altra parte lui, come me, è un professionista, vive solo di musica, e fa di tutto per non perdere una ghiotta occasione.

Mi fermo poi a casa di Penny, la quale prepara a me e a Giovanni un pranzo dei suoi: paccheri fatti come si deve, pane caldo, verdure in pinzimonio e lambrusco Otello. Entrambi sembrano rassegnati, sanno che senza un contratto, un nuovo disco e conseguente tour, sarà difficile riuscire a vivere; certo qualche data la si farà comunque, ma senza un nuovo progetto non sarà sufficiente. Lasciamo tutto a macerare, ci prendiamo qualche giorno, o meglio un paio di settimane, per riflettere sul futuro che ci attende.

Torno a casa, appena vede la macchina entrare nell’aia Minnie accenna a corrermi incontro, poi ricordandosi di non essere un cane bensì un felino mi ignora o perlomeno finge, perché quando entro in casa vi si tuffa a testa bassa.

Il weekend si appresta ad essere difficile, la notte tra venerdì e sabato è un tormento, il vortice di pensieri, rancori, rimpianti non mi lascia dormire. Dormo mezz’ora ma all’una sono di nuovo sveglio. Fino alle 3,40 davanti al computer, poi scendo in cortile, la notte è buia, le campagne di Roncadella sono nere, una bruma insidiosa – la prima della stagione – si leva dai campi. Cammino a lungo nella grande aia che si estende intorno alla casa, non riesco a scacciare i pensieri molesti. Mi sembra che tutto non abbia un senso, mi sento in trappola, ho voglia di cambiare totalmente vita. Risalgo, mi faccio un thè coi biscotti e una China calda, Minnie è inquieta, si chiede perché stanotte mi comporti così. Mi getto nello studiolo, metto su un ellepi, Heavy Weather dei Weather Report sembra darmi un po’ di pace. Alle 6 torno a letto, Minnie mi si accoccola di fianco, le fusa hanno lo stesso effetto che certo ASMR ha su di me, mette la testina tonda che ha sotto il mio mento e finalmente sprofondo in un sonno totale.

Ritorno in me alle 10,30, Minnie è accovacciata tra le mie gambe, appena si accorge che sono sveglio viene a darmi il buongiorno.

Frugo nel frigo proprio come dice una delle canzoni che scrissi tanto tempo fa insieme al mio cantante di allora, ma l’anima non c’è recita il testo e allora meglio cercare di riempirlo questo elettrodomestico in modo da nascondere certi vuoti esistenziali.

Non è più come una volta, il sabato a tarda mattina alla Coop adesso è affrontabile; prima di entrare nel supermercato tappa al Cafè des Antilles, non è più necessario che mi fermi alla cassa ad ordinare, Benicio sa già cosa portarmi: krapfen e cappuccio. Do una occhiata alla Gazzetta dello Sport mentre nel tavolino di fianco a me vi è il solito ritrovo settimanale delle sei amiche settantenni che incontro ogni sabato che vado a far spesa.

Giro con il carrello tra gli scaffali, mi sforzo di comprare cibo e articoli in qualche modo compatibili con il bene del pianeta, dovrei e vorrei evitare l’acquisto di carne, alimento che cerco di consumare con parsimonia, ma questo è un fine settimana particolare, devo trovare qualche gratificazione, almeno dal punto di vista culinario, e allora infilo nella borsa termica una fiorentina. Scelgo pure alcune birre artigianali bianche e qualche confezione di gelati, oggi ho bisogno di piccole gratificazioni.

Prima di rincasare mi fermo in posta a ritirare una raccomandata, una multa presa sulla tangenziale di Modena perché superavo di 4 km il limite consentito dei 70 Kmh. Mi chiedo se Johnny Winter si sia mai fermato in posta a ritirare delle raccomandate.

Una fiorentina cotta al sangue, una birra bianca Bruton, un cestino d’uva, due dita di rum, a volte basta poco per ricavarsi una mezz’oretta di piacere.

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La macchina entra dal cancello, procede piano fin sotto casa, dalla portiera esce il mio amico Ellade. “Ciao Aridas, ho deciso che ti porto fuori. Dai preparati.”

Sorrido, lo faccio perché solo lui mi chiama così in virtù della mia passione per il marchio di abbigliamento sportivo creato da Adolf Dassler, e al contempo rimango di stucco perché non avevamo nessun accordo particolare per stasera, sì, ci eravamo detti che ci saremmo sentiti e null’altro ma Ellade è così, sempre riservato e attento, deve aver capito in che razza di disagio spirituale io mi trovi e alla sua maniera cerca di darmi una mano. Figlio di un professore di greco, da qui il nome che porta, bassista semiprofessionista, lavora part time a partita iva in una software house, lo conosco da tanto tempo, abbiamo suonato insieme nel mio primo gruppo di rilievo e da lì siamo diventati grandi amici. Tra l’altro condivido con lui l’amore per i fratelli Winter, mica robetta da poco.

Sulla sua Peugeot station wagon rolliamo sulla via Emilia, dalla sua chiavetta i Blackberry Smoke, Ry Cooder, Black Crowes. Siamo diretti allo Stones cafè di Vignola, stasera c’è un nuovo gruppo che devo assolutamente vedere, dice lui.

Davanti al locale mi blocco, guardo la locandina relativa al concerto e maledico Ellade, il quale sfida il mio grande disappunto e mi spinge letteralmente dentro mentre gli sibilo “Tu quoqueEllafili mi!.”

Con molta fatica e una sorta di imbarazzo saluto gli avventori all’interno del locale, nel giro rock di Modena e Reggio ci conosciamo più o meno tutti, molti dei presenti conoscono per sommi capi la storia che c’è stata tra me e Michela così sono a disagio, mettere in qualche modo in piazza le interazioni tra me e lei proprio non mi va.

Frank, il gestore dello Stones, ci ha riservato un tavolo vicino al palco spostato sulla sinistra, un angolo in qualche modo appartato dove godere in pace dello spettacolo. Dalla porticina aperta a bordo palco intravedo i membri del gruppo, tra cui la cantante, stasera allo Stones Café ci sono Michela & The Blue Cars, con alla chitarra Rock Lorringer, amico mio e di Ellade e guitar player extraordinaire. Ellade mi ha messo in trappola, spero di perdonargliela.

Finisco il panino americano, il dolce di frutta e la prima belgian blanche della serata quando Michela viene a salutarmi. Stringe l’occhio a Ellade. “Ciao Ste, ti abbiamo fatto una sorpresa, hai visto?”.

Maschera l’imbarazzo con un atteggiamento divertito. Avevo deciso che non ci sarei ricascato, che avrei evitato di rivederla di proposito benché stessi male, ci stavo riuscendo, avevo evitato con cura le novità che riguardavano lei e il piccolo mondo del Rock in cui ero immerso, ma poi arrivano gli amici e ti piantano un coltello nella schiena.

Il nuovo corso di Michela si basa sul Rock bona fide, lasciati i pruriti glam metal infatti sembra entrare in scena il Rock autentico del bel tempo che fu. Tre pezzi originali presi dall’unico album del suo gruppo precedente resi in maniera meno enfatica, alcune cover di classic Rock e qualche divagazione pop. Il concerto è gradevole, Lor suona la chitarra da par suo e Michela è sempre la amazzone di cui si parla. Settantacinque minuti fluidi e piacevoli a cui se ne aggiungono altri cinque per l’ultimo pezzo, Bette Davis Eyes.

I problemi iniziano con i bis. Il primo è Let’s Stay Together versione Tina Turner che Michela canta con molto trasporto e con un velo di disperazione. Michela mi cerca con lo sguardo, allunga le braccia verso di me, si sposta alla sinistra del palco, si inginocchia e lancia il suo grido di dolore che sembra sincero.

Grandi applausi e suo nome ripetuto ritmicamente.

Segue Just One Look versione Linda Ronstadt. Trasportata dal mood più solare, Michela si libera del pudore, balla in maniera elegante e sensuale e mi guarda dritto negli occhi mentre canta

Just one look and I fell so hard in love with you oh oh
I found out how good it feels to have your love oh oh
Say you will, will be mine forever and always oh oh

Just one look and I knew that you were my only one oh oh
I thought I was dreaming but I was wrong Oh yeah yeah
Ah but I’m gonna keep on scheming till I can make you, make you my own

So you see I really careWithout you I’m nothing oh oh
Just one look and I know I’ll get you someday oh oh

Just one look
That’s all it took hah just one look
That’s all it took woah just one look
That’s all it woah baby you know I love you baby
I’ll build my world around you come on baby

Provo imbarazzo, ma rimango comunque colpito, sembra sincera e molto dispiaciuta che la storia tra noi due sia finita (per colpa sua).

Ellade va nei camerini a salutare Lor, io rimango da solo al tavolino, il locale si svuota, escono in molti a fumare e a chiacchierare. Scambio due parole con Frank e con qualche amico musicista fino a che Michela viene a sedersi lì da me. Immagino fosse tutto combinato.

Mi guarda, la guardo. Sento un’ondata di calore passarmi da parte a parte e Wesley imbizzarrirsi. Mi aggiusto la patta dei pantaloni e gli dico di star buono.

“Allora ti è piaciuto?”

“Sì, siete stati bravi, sei stata brava.” Le dico mentre lo sguardo mi cade sulle sue gambe e constato d’improvviso che è un sacco di tempo che non faccio l’amore. Mi si avvicina e abbassa il tono della voce, ha il respiro un po’ caldo, l’odore di donna che sprigiona mi irretisce. Mi offre una serata a tre: lei, io e Giorgia.

“Lo so, sono disperata, ma cerco di venirti incontro, per pareggiare i conti con la speranza di farti tornare insieme a me”.

“Ma Giorgia sarebbe d’accordo?” le chiedo rimanendo basito dalla mia stessa domanda.

“Le ho detto che me lo deve. Ormai non ci frequentiamo più ma so che manterrà la parola”.

Sì, disperata è la parola adatta. Per quanto andare a letto con due donne sia una delle fantasie ricorrenti di molti uomini eterosessuali e dio (quindi Page) sa quanto mi piacerebbe, in fondo trovo la cosa squallida. Decidere così a tavolino, quasi per ripicca, mi pare triste. Wesley ovviamente la pensa diversamente.

La lascio lì senza una risposta precisa e me ne torno a Roncadella con Ellade.

Ci sono un paio di date degli ARA e una dei CodRei da onorare, rimasugli dei tour precedenti dove alcuni slittamenti fecero saltare qualche concerto. I due degli ARA sono ravvicinati, uno a Ravenna e uno a Reggio Emilia.

Suonare in una discoteca non è mai semplice per me, il pubblico che frequenta questo tipo di locali non è esattamente quello attratto dalla musica Rock, e d’altro canto il pubblico Rock non entra mai troppo volentieri in una discoteca. Il concerto di stasera si tiene nella sala piccola e suoneremo mentre nella hall principale la musica dance imperverserà. Mi chiedo chi ha avuto questa brillante idea.

Fatico a mantenere la concentrazione, soprattutto nei brani lenti, il battito elettronico che ci arriva chiarissimo ci infastidisce e ci indispettisce. Verrebbe la voglia di mandare tutto in vacca ma abbiamo davanti più di 250 paganti, devo loro rispetto, ma lavorare in questo modo è tremendo. Il compenso giustifica la fatica fatta, tuttavia nell’animo rimane un retrogusto amarissimo.

Finito il concerto e caricati gli strumenti, faccio due passi fino al mare. Marina di Ravenna in autunno ha un discreto fascino, la nebbia cala sul mare come un lenzuolo, rimango a contemplare il nulla per un po’, poi decido che è meglio mettersi in macchina, sono pur sempre 150 i chilometri da fare.

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Il Teatro De Andre’ di Casalgrande è di recente costruzione, architettura lineare, semplice e funzionale, posti a sedere quasi 300, e stasera sono tutti occupati, meno male. E’ presente anche Fumagalli, in solitaria, è venuto da Milano apposta solo per bersi una birra con noi, dice lui.

Abbiamo fatto una settimana di prove per questi due concerti perché avevo voglia di aggiungere nuove cover alla scaletta, questo per modellarla al mood con cui convivo da qualche mese. A Ravenna si sono sentite alcune insicurezze, ma in mezzo a quel casino penso nessuno se ne sia accorto, qui a Reggio spero vada meglio, vorrei fare bella figura visto che sono in una delle mie due città.

So che sorprenderò il pubblico che di certo non si aspetta cover sconosciute ai più, ma a questo punto della mia carriera non mi importa, la crisi sentimentale che sto passando ha dato il La a un mucchio di situazioni irrisolte, ha fatto tornare a galla ferite passate e forse i primi accenni della crisi di mezza età. Voglio solo fare un bel concerto e suonare pezzi meno noti ma che mi sono sempre piaciuti un sacco. Chi si aspetta le solite cover al fulmicotone e parecchie nostre canzoni rimarrà deluso, come sono delusi Penny e Giovanni, ma per una volta penso prima a me stesso. Ero certo che Michela si sarebbe presentata, e infatti eccola in terza fila con un paio di membri del gruppo che l’accompagna.

Usciamo sul palco mentre il bordone, vabbè il drone, che introduce il primo brano inonda il teatro.

I can’t stop the music
I could stop it before
Now I don’t wanna hear it
Don’t wanna hear it no more

All I wanna do is stop this game
It’s gonna really end
Stop this game
It’s such a touchy, touchy thing

Hey, livin’ with you
Is all I wanted before
I’ve changed, you didn’t
Don’t wanna see you no more

Canto con tutto me stesso.

Il secondo pezzo è altrettanto esplicito ed uno dei momenti di Hard Rock britannico che preferisco, scritto da una figura della musica Rock che ammiro, Mick Ralphs dei Bad Company

If I hear you knocking hard up on my door
Ain’t no way that I’m gonna answer it
‘Cos cheating is one thing and lying is another
And when I say it’s over that’s it I’m gonna quit, yeah
Yeah, yeah, yeah

Now I ain’t complaining, just tryin’ to understand
What makes a woman do the things she does
One day she’ll love you, the next day she’ll leave you
Why can’t we have it just the way it used to be?
Why can’t we have it baby?

‘Cos I’m a man, I got my pride
I don’t need no woman to hurt me inside
I need a love like any other, yeah
So go on and leave me, leave me for another

Good lovin’ gone bad
Yeah, yeah, yeah, yeah
Good lovin’ gone bad, bad, bad
Good lovin’ gone bad, yeah
Baby I’m a bad man, oh no

Oh yes, yes indeed, indeed I am

Il pubblico applaude ma più per la determinazione messa in campo che per i pezzi proposti. Mentre mi disseto guardo Michela, la vedo rabbuiata, parla e capisce molto bene l’inglese dunque non le deve essere sfuggito nulla.

Station Man dei Fleetwood Mac calma un po’ le acque, le nostre tre voci si mescolano bene a tal punto che il bel risultato strappa al pubblico un applauso spontaneo nel bel mezzo del pezzo

A questo punto infilo un paio di nostri pezzi originali, il pubblico va comunque tenuto con riguardo, ed infatti fioccano gli applausi.

Since I’ve Been loving You dei Led Zeppelin, un altro nostro pezzo è quindi il trittico suonato dalla mia anima grondante di melassa:

Don’t Say You Love Me dei Free, Oh Josephine dei Black Crowes, e Waterfront versione John Lee Hooker

Il pubblico paziente ascolta e in fondo apprezza, capisce la proposta, valuta le emozioni prodotte da un’anima in pena, ma il silenzio in cui rimane durante l’esecuzione dei brani mi spaventa.

Decido di cambiare registro, si torna al rock blues infuocato con il nostro speciale arrangiamento di Another Night To Cry di Lonnie Johnson.

Well, another night to cry
Baby, just cryin’ over you
Well, I’ve got another night to cry
Another night to cry over you

You hurt me so bad and so long
And there’s nothing I can do

I’m so in love with you
And you know it, and I can’t help myself
Yes, I’m so in love with you
And you know it, and I can’t help myself

You laugh at my face when I say, I love you
And walk away with somebody else

You can’t keep on hurtin’ me
Unless you get hurt yourself
You can’t keep on hurtin’ me
Unless you get hurt yourself

‘Cause your misusin’ ways, baby
Has drove me to somebody else

Poi un paio di altri nostri pezzi, e chiusura con Frank Marino & Mahogany Rush, Johnny Winter e Led Zeppelin.

Il pubblico riconosce finalmente la band per cui è venuto e l’eccitazione esplode.

Fumagalli viene a salutarmi e a chiedermi “hai poi deciso qualcosa?”, lo fa mentre sono in compagnia di Ellade. Scuoto la testa e lui se ne torna a Milano. Ellade fa finta di niente e continua a sorseggiare la media rossa che ha in mano. Qualcuno viene a farsi una foto, altri chiedono gli accordi di una nostra canzone, poi i soliti che si complimentano per i brani dei Led Zeppelin.

La gente sciama per le vie del paese, carico la mia roba in macchina, abbraccio Penny e Giovanni, saluto i soliti amici e vado verso Michela che si sta attardando davanti al teatro con qualche conoscente.

“Vieni a bere qualcosa?” le chiedo. Mi guarda incredula “Eh? …certo!”.

La macchina è parcheggiata davanti al bar della piazza, ora trasformato in uno di quei locali un po’ fighetti, la tengo sottocchio, è piena di chitarre e non voglio sorprese.

“Credevo non mi volessi nemmeno vedere, i pezzi della scaletta parlavano chiaro …anche se in quello di Lonnie Johnson il protagonista dice che è molto innamorato della donna a cui si rivolge…”

Siamo seduti nella veranda esterna, fa freddo, questo inizio di novembre non scherza, abbiamo ordinato due thè caldi e due rum Legendario e ci teniamo negli occhi. E’ inutile, non posso farcela, quando lei mi chiama Ste, diminutivo che di solito non amo proprio, mi sciolgo, ha un modo tutto suo di pronunciare la e, quasi non fosse emiliana, apre quella vocale in maniera speciale e mentre lo fa brividi fonetici mi scuotono tutto. La guardo come se fosse la prima volta, brucio di passione, e mi chiedo se a prendere il comando di me stesso adesso non sia Wesley, il mio secondo cervello, come direbbe Rocco Schiavone, quello che ho tra le gambe. Butto giù il rum, con la mano le prendo la nuca, la avvicino a me e la bacio come fosse la prima volta.

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Svegliarmi e trovarmela nel letto è una sensazione strana, di nuovo l’impulso sessuale e al contempo l’impressione di aver fatto una cazzata. Ma la guardo sdraiata su di un fianco, le coperte sembrano uno strato di neve sopra colline dai dolci declivi, i raggi di un inaspettato sole novembrino le movimentano i riflessi rossastri dei capelli, e di nuovo sono posseduto dall’impeto di farla mia.

Il fine settimana lo passiamo a letto, sembra che non se ne abbia mai abbastanza, tra un amplesso e l’altro penso a quella canzone di Battisti che mi piace tanto:

E restar due giorni a letto, non andar più via …

E infatti passiamo giorni apparentemente lieti, niente discorsi circa il recente passato, solo la voglia di riprenderci la tranquillità perduta, la nostra vita insieme. Uscire a cena con agli amici, andare al cinema Emiro e guardare film nella sala 5, la nostra preferita, fare la spesa, accompagnarla al lavoro, andare a prenderla, gironzolare per il centro di Reggio Emilia mangiando caldarroste e perderci nelle lucine ad intermittenza delle decorazioni natalizie che, in anticipo sui tempi, sono già presenti.

Michela mi accompagna a Bassano Del Grappa per l’ultimo concerto dell’anno e, per quel che ho in testa, dei CodRei. Suoniamo in una strana sala indoor, non ho capito bene cosa sia stata in precedenza, sembra un grande refettorio. Prima di noi gli Eden, gruppo locale che si rivela formato da gente alla mano e simpatica, tanto che Ellade passa quasi tutto il tempo pre e post concerto con la bassista. Conoscendo il mio amico so già che si sarà innamorato. “Chissà di cosa parlano?” chiedo a Michela, e lei “Beh, della chiave di basso immagino…”, “Deve essere così, per i bassisti il setticlavio è inutile, per loro esiste solo la loro, di chiave”, ridiamo. Ellade le mostra il suo Fender Jazz e il basso di riserva che chiamiamo Tucano perché ha un grosso e colorato adesivo di quell’uccello appiccicato sopra. Una volta gli chiesi il perché di quell’adesivo, e lui  “ma che ne so … “, strana gente i bassisti.

Ci troviamo così bene con gli Eden che a fine concerto ci chiedono di fare una jam tutti insieme, sulle note di Knockin’ on Heaven’s Door. Immagino che i presenti pensino ad essa come ad una cover conosciuta, orecchiabile e di sicuro appeal, ma il perché della scelta da parte degli Eden è molto profonda, il riferimento al film Pat Garrett e Billy The Kid, dalla cui colonna sonora è tratta, è totale, cercano semplicemente di rimettere in scena il momento più bello di un film che sicuramente alcuni di loro amano profondamente, e il risultato risente di questa purezza d’animo. La versione infatti è davvero magnifica, noi tre chitarristi cerchiamo di tenere gli assoli corti e al contempo di dire qualcosa di bello. Fabio alla voce capisce il mood e dà il suo meglio. Niente da dire, versione finalmente impeccabile di un brano abusato dai più.

Dobbiamo tornare in Emilia, sono le due di notte, fa freddo, meglio andare. Ellade non si decide, “Va beh, allora ci vediamo…” gli sento dire e a malincuore lascia la bassista degli Eden, la quale pare davvero dispiaciuta.

Siamo a Roncadella alle 4 passate, un thè, una doccia e a letto a far l’amore, come di consuetudine dopo un concerto; l’adrenalina va consumata altrimenti non si riuscirebbe a dormire. Minnie rimane sul comò di fronte al letto mentre io e Michela condividiamo le nostre anime e i nostri impulsi ancestrali poi, una volta finito, con un grande balzo salta sul letto, guarda Michela, con cui sta prendendo confidenza, e viene a rintanarsi tra la mia spalla destra e il mio petto, mi osserva per un minuto o due, poi si mette comoda, chiude gli occhi e dorme il sonno sempre vigile dei felini.

Quattro giorni dopo siamo in un pub di Modena, Michela e il suo gruppo hanno una data e mi ha invitato a suonare qualche pezzo con loro. Salgo alla fine del concerto per i tre bis. Il pubblico saluta il mio ingresso sul palco con un bell’applauso, uan tu tri for e partiamo con I Want You dei Cheap Trick, un rock scatenato che spinge il pubblico del pub ad un ballo da strappamutande. Sul finale la tensione è alta, Michela canta come non la ho mai sentita fare, si spoglia di ogni pudore, rimane in reggiseno, si avvicina e mi bacia alla francese, il pubblico va su di giri.

I want you
I don’t want nobody else
I want you
I should have known it all along
I want you
Just tell me when and where
I want you
Why don’t you just give me a call?
I want you, I want you, you you you

Proseguiamo con Feel Like Making Love dei Bad Company e Dixie Chicken dei Little Feat, il pubblico batte le mani, urla i nostri nomi, si diverte. Missione compiuta.

Di nuovo a casa, di nuovo il thè, la doccia, l’amore, il solito refrain. Fatico ad addormentarmi, fisso il soffitto, non mi sento del tutto a mio agio.

L’indomani ho un appuntamento nella sede modenese della Siae in Buon Pastore, sbrigo le pratiche e poi mi incammino verso il centro, ho appuntamento con Michela per pranzo. Sono in anticipo, decido di allungare il percorso, camminare mi aiuta a dipanare i pensieri. In corso Canalgrande la gente cammina spedita, ognuno in fondo perso dentro ai cazzi suoi ….. Osservo un paio di uomini uscire da un furgone di una ditta che si occupa di ascensori, uno scherza, l’altro pare serio, suonano ad un portone, poco più in là una donna parla al telefono con piglio deciso, alcuni ragazzi stazionano davanti ad una gelateria, gli passo in mezzo, a stento si spostano, avrei voglia di prenderli a calci in culo. L’umore tende al ribasso. Michela è davanti all’entrata del Civico12, il ristobar di Via Taglio dove ogni tanto andiamo, sta scrivendo qualcosa al cellulare. Ha un cappottino blu, una bella sciarpa delle sue di un bel bianco appena striato d’azzurro, i lunghi e mossi capelli rossi, gli stivali neri al ginocchio, una vera vamp, niente da dire.

“Allora che intendi fare?” mi chiede non appena ci sediamo.

“Non lo so, non sono più sicuro di niente”.

“Ma gli altri che dicono?”

“Fabio vorrebbe continuare con i CodRei, Fede, Ella e Martino anche ma non mi mettono pressione … Penny e Giovanni sono molto preoccupati, per loro gli ARA sono un progetto importante, se svanisce devono in qualche modo ricostruire la loro vita. Penny ha anche il complesso di liscio, entrambi hanno possibilità di suonare in nuovi gruppi, se molliamo lo faranno ma temo non sia sufficiente, a meno che non entrino in situazioni di un livello più alto del nostro. Altrimenti dovranno trovarsi almeno un lavoro part time, i tempi sono quelli che sono, lo sai anche tu, è difficilissimo vivere di sola musica.”

“Sì ma tu che vorresti fare?” mi chiede mentre la cameriera ci porta il pranzo.

Già che voglio fare? Non le rispondo.

“Senti, ma perché non facciamo un gruppo insieme? Quante volte te l’ho già chiesto?”

“Quante volte ti ho già risposto? No, non credo funzionerebbe, sai bene com’è suonare in un gruppo, ci porteremmo a casa le tensioni, gli scazzi, le situazioni irrisolte …”

Mentre pronuncio queste parole Michela guarda fuori dalla grande vetrata i palazzi di via Fonte D’Abisso, ma lo sguardo non può vagare costretto come è a rimbalzare su quei muri grigiastri. Non è felice, lo vedo, capta che c’è qualcosa che non va. Ci portano il dolce, strano assaggiarlo mentre una cappa di fastidiosa tristezza scende su di noi. Lei ordina un caffè, io un amaro del capo. Paghiamo e usciamo. Ci scambiamo un bacio frettoloso e senza troppo calore, lei torna alla macchina che ha parcheggiato sui viali, io faccio cinquanta metri e mi fermo a casa di Bianca, l’avvocata advisor che mi segue. Abita in un bel palazzo adagiato su piazzale San Giorgio, lo studio rinomato in cui lavora è più in là a qualche centinaio di metri, ma ormai è quasi un’amica, tanto da chiamarmi a casa sua per una faccenda lavorativa.

Mi offre un caffè, mi chiede come sto e quindi se ho deciso qualcosa, lei è la sola a conoscere a fondo i miei turbamenti professionali; ascolta, si alza, infila nello stereo il cd delle Piano Sonatas di Beethoven interpretate da Walkiria Izaguirre che le ho regalato recentemente, mi offre qualcosa da bere, lascia che la Sonata Per Pianoforte No.6 in FA maggiore, Opera10 No.2: I. Allegro termini e quindi commenta i miei pensieri con la sua proverbiale lucidità. Espone i pro e i contro con estrema chiarezza e poi aggiunge:

“lo sai cosa farei io, ma è inutile che ti ripeta ciò che ti ho detto l’ultima volta, sei quel tipo di artista irrequieto capace di scartare di lato, preferisco non annoiarti. Sono decisioni che a questo punto spettano solo a te, ne va della tua vita.”

Mentre torno a Roncadella la frase “ne va della tua vita” mi ronza in testa. Mi chiedo perché io debba essere così, perché mettere tutto in discussione, in fondo riesco a vivere abbastanza bene con la mia musica, sono un privilegiato, quanti sono gli amici che fanno una vita d’inferno a furia di sbattersi per trovare ogni data possibile per suonare cover o per annullarsi nei DJ set che sono costretti a tenere? Perché devo sempre rendere tutto così complicato? Cos’è questa pulsione masochista che mi porta verso scelte a prima vista scellerate? Quasi volessi distruggere tutto in modo da essere obbligato a ripartite da zero.

Sono le quattro del pomeriggio, da una settimana è tornata l’ora legale, ci sarà luce per un’altra mezz’ora; ne approfitto per fare un giro tra le campagne, mi infilo gli stivali di gomma e cammino tra le vigne, il cielo è un misto di argento, blu e oro, la bruma sta salendo, lungo il carradone una lepre distratta si fa sorprendere, le arrivo a meno di due passi, rimane fermissima, bloccata dalla paura con la speranza di non farsi notare, la guardo negli occhi, è spaventata, batto le mani e finalmente scappa libera verso la sua tana. Si fa viva Minnie, mi gironzola intorno, fa per arrampicarsi su di una vite poi si getta a terra su di un fianco, vuole farsi accarezzare, la accontento, poi la prendo in braccio, la bacio sulla testina tonda e mi avvio verso casa. Prima di salire do di nuovo un’occhiata alla campagna, il sole ormai è calato, mi fermo a respirare l’aria fredda, la situazione sta precipitando, lo percepisco.

Stasera Michela non viene e io non ho voglia di uscire, mi preparo un caffellatte, sono in modalità Italo Svevo, non c’è che dire. Provo a suonare, ma non è serata, mi annullo davanti ad una serie TV che nemmeno mi piace troppo.

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Mercoledì 15 dicembre diario di bordo.

Sono passate le tre settimane in cui ho dato una svolta radicale alla mia vita senza sapere bene il perché. Ho comunicato a Michela che per quel che mi riguardava la nostra storia era da ritenersi conclusa visto che non riuscivo a passare oltre quello che era capitato. Con grande sofferenza ho sciolto gli ARA, ho rotto con la casa discografica e ho deciso di lasciare perdere – almeno per ora – la musica. Dopo un colloquio assai informale, Vasco Teggi – responsabile del Deposito in cui avevo lavorato per qualche mese in passato – si è detto felice di riavermi a bordo. Il 7 gennaio del nuovo anno riprenderò da dove avevo lasciato. L’esigenza di cambiare vita è stata troppo forte, l’affrancami dalla musica un bisogno impellente. Provo a ripartire in un’altra direzione.

“Proprio non c’è nulla da fare, vero Ste? Mi lasci così con due parole e sull’orlo del natale?” mi dice Michela al cellulare. Rispondo a monosillabi. Sono freddo e distante e me ne dispiaccio, ma ho una sorta di indifferenza verso di lei, un nuovo sentimento che nasconde senza dubbio altro, non riesco a interagire diversamente. Le ho portato le sue cose, mi ha costretto a salire da lei, mi ha offerto un thè, mi si è seduta in braccio, con gli occhi umidi e con una certa rabbia mi ha mollato con la mano due colpi in testa, poi mi ha baciato e ha voluto far l’amore. E’ stato un rapporto insoddisfacente, con l’orgasmo arrivato a fatica e in modo meccanico.

La fine dei rapporti, il lasciare le persone, luoghi, case e situazioni mi hanno sempre colpito tantissimo e spinto verso il basso, stavolta sembra che la cosa sia diversa, magari questa indifferenza è una specie d’armatura atta a proteggere this old heart of mine.

Mi metto in macchina, è una fredda serata dicembrina, sono diretto a Villa Nona, il mio paese natale. Federico non riuscirà ad essere presente alla cena a cavallo del solstizio d’inverno che ho organizzato con i soliti amici, così abbiamo deciso di vederci ugualmente qualche giorno prima. Una cena col mio amico, quello che è carne della mia carne, quello con cui ho passato parte dell’infanzia e tutta l’adolescenza, quel tipo di amico che ti capisce come nessun altro, a maggior ragione quando sei sul procinto di ricordare gli anni andati e sei travolto dalla nostalgia.

Parcheggiare a Villa Nona nei weekend ormai è come cercare un biglietto di un concerto di un grande nome del Rock un’ora dopo che i tagliandi sono stati messi in vendita. D’accordo che si è passati in pochi anni dai 10.000 ai 15.000 abitanti, ma ogni volta sembra che ci sia la reunion dei Pink Floyd. Trovo un buco, parcheggio, scendo, mi stringo nel cappottino, svolto l’angolo e lo vedo sotto la Torre dell’Orologio. Fede, il mio amico, è identico a come era suo padre…mi sembra di essere proiettato indietro nei decenni. Ho prenotato al Bistrot Premiere, piccolo e accogliente locale sotto la Clock Tower. Dal menù estraiamo tortellini in brodo, faraona d’autunno e lambrusco. Parliamo fitto fitto per un paio d’ore. Fede mi chiede di Michela, del nuovo impiego, poi mi aggiorna sulle cose che lo riguardano; carino com’è evita l’argomento CodRei, quindi ci perdiamo nel mare della nostalgia. Essere rivolti al passato non sarà il massimo, ma rivivere nei discorsi certe esperienze rafforza le radici, aiuta a volte a comprendere meglio il presente. Magari gli anni della nostra infanzia e adolescenza sono stati davvero meglio di questi ultimi ma il tutto è filtrato attraverso i nostri sedici anni, ed è naturale che ci sembrino più belli quegli anni lontani, eravamo ragazzi, avevamo il futuro davanti e meno preoccupazioni. Non eravamo a New York o Londra, bensì in un paese di provincia in Italia, ma ci sentivamo ugualmente titanici dinnanzi al futuro.

Usciamo e ci giriamo due volte il centro. Un flashback ci rapisce, rammentiamo con chiarezza una sera di dicembre di tanto tempo fa, facevamo la stessa cosa, respirando le suggestioni blues che respiriamo oggi, in fondo siamo rimasti gli stessi. Le luci dei lampioncini che si riflettono sulla pavimentazione di via Maestra Del Castello, noi due che parliamo della vita, delle speranze, delle disillusioni, dei nostri sogni, le vecchie mura del paese che ci stanno a sentire.

Mi chiedo quanta pazienza deve aver portato, come tastierista deve aver passato momenti non facili con un “chitarrista” come me, ma se siamo ancora qui, legati da un forte affetto, significa che deve essere passato sopra alle asperità del mio essere. Salgo sulla sua macchina mentre mi accompagna alla mia. Nel lettore ha il doppio dal vivo ELP Live At Nassau Coliseum ’78, un bootleg ufficiale. Lo abbraccio e ci diamo appuntamento al prossimo anno (quindi a tra due o tre settimane).

Serate come queste mi sistemano l’animo per po’, ed è molto importante per me dato che i giorni tra il dieci e il 24 dicembre sono i miei preferiti, il periodo dell’anno che mi piace di più

Non amo l’eccesso di decorazioni, i sentimenti di facciata, il romanticume che ci propinano, non amo le forzature provenienti dagli Stati Uniti, ogni volta che in un film o in una pubblicità vedo un babbo natale che fa “ho ho ho” mi vien voglia di vomitare, tuttavia amo l’atmosfera natalizia sebbene il culto del cristianesimo abbia da secoli sostituito il culto del sole. Il gesto di scambiarsi un dono, una buona parola come augurio per la nuova stagione è uno dei pilastri dell’umanesimo, ce lo portiamo dietro da cinquemila anni. Sarebbe bello avere un po’ di neve, un manto bianco che per un giorno o due ci faccia rallentare, che ci riporti un po’ di candore, che ci faccia illudere per un momento di essere meno meschini di quello che in realtà siamo. Cerco di evitare i trabocchetti dell’umore, degli impicci quotidiani e mi rifugio nei bagliori delle luci ad intermittenza, nei sentimenti di felice malinconia che ogni dicembre mi porta.

Quest’anno si è aggiunto questo dolore apparentemente neutro relativo alla fine del rapporto con Michela, ma cercherò di sopravvivere e comunque ci penserò domattina. Rientro, mi preparo per la notte, la casa di Roncadella mi appare vuota e troppo grande per un uomo solo e la gattina sperduta che vi ha trovato riparo.

Il mattino arriva in fretta, in questo dicembre inoltrato, sembra di essere nella tundra. La galaverna adorna gli alberi e rende dura la terra. Scendo a prendere sacchi di pellet per la stufa, respiro la nebbia, penso a lei.

L’aspetto burocratico delle mie scelte mi costringe a passare alcune mattine con la commercialista e l’avvocata, ci sono faccende di cui discutere, anche se terrò aperta la partita iva ci sono contratti e accordi che vanno risolti.

Giorno del solstizio d’inverno, il cellulare squilla, è Michela. “Ciao Ste, sono io, volevo farti gli auguri, e dirti che ti ho preso un regalo che mi piacerebbe darti”. Cerco di essere gentile, comprensivo, carino, ma dentro di me monta il fastidio. Ma perché non riesco ad essere come i chitarristi degli anni settanta che tanto ammiro? Un rapporto aperto per loro era normale, poteva persino capitare di uscire in quattro e rincasare con la donna dell’altro, tradire, essere traditi faceva in qualche modo parte del gioco. Io invece devo sempre essere integerrimo, quando alla fin fine non sono certo di esserlo davvero. Accetto comunque di vederla in un bar in centro a Rubiera. Un tavolino all’esterno in quegli spazi circondati dal plexiglass e riscaldati da stufe da esterno per bar. Si è presa un paio d’ore di permesso, arriva con passo svelto e con i capelli che ondeggiano di conseguenza al ritmo dell’andatura. E’ una bella donna non c’è che dire. Prima di sedersi mi bacia sulla guancia. Ormai è mezzogiorno, ordiniamo due Spritz e due toast. I regali sono due, una bellissima camicia blu con fiorellini bianchi e il box set dell’album omonimo del 1975 dei Fleetwood Mac, cofanetto tra l’altro contenente un cd dal vivo con performance tratte dal tour 1976/76, la versione di Station Man presente è la mia preferita. Le do un abbraccio di circostanza, mentre lo faccio mi chiedo se io sia pazzo, come posso lasciare una donna così? Finiamo il toast, lo spritz e le frasi di circostanza.

“Proprio non riesci a passarci sopra eh? L’offerta che ti ho fatto coinvolgendo Giorgia è ancora valida se può servire …” vedendo che non rispondo aggiunge “quando hai quello sguardo e fai quella smorfia con la bocca so che c’è poco da fare …”

Rimaniamo un po’ in silenzio poi lei si alza, “Va bene, io sto già male a sufficienza, inutile stare qui con te quando sei così. Avrei voluto chiederti se c’è una possibilità di passare natale insieme, ma capisco non sia il caso. Vado, buon compleanno.”

Mi metto in macchina per tornare a Roncadella, nemmeno il tempo di uscire da Rubiera che il cellulare squilla sul display dell’auto, il nome di chi chiama non viene visualizzato, appare solo un numero che naturalmente non riconosco.

“Pronto”, “Ciao Stef, sono Mirvjena, come stai? Mi sono ricordato che oggi è il tuo compleanno e ho pensato di chiamarti. Disturbo?”

“Ciao Mirv, no, non disturbi. Stai bene?”

“Sì sì, tutto bene. Buon compleanno allora. Ti ho chiamato anche perché ho saputo che torni al deposito. Che sorpresa, sono contenta. Ma come mai? E la tua musica?”

Sono sorpreso dalla telefonata, non mi aspettavo di sentirla. E’ vero che quei pochissimi mesi in cui siamo stati più o meno insieme sono risultati piacevoli e che Mirvjena è una persona carina, ma pensavo d’esser stato stato solo uno di passaggio nella sua vita, come lei lo è stata per la mia.

“Niente di particolare, avevo bisogno di un cambiamento, il mondo della musica in questo momento non fa per me, allora ho chiamato Teggi e ho chiesto se per caso ci fosse ancora posto per me lì con voi. Sto di nuovo mettendo in discussione la mia vita, come vedi è un vizio …. ”

“Io sono contenta, mi fa piacere riaverti come collega. Stai con qualcuno adesso?”

Arriva dritta al punto, probabilmente nella parte dell’Europa dell’est da cui proviene non usano il fioretto, e io non so perché ma come già successo le racconto un po’ di cose circa la mia situazione affettiva.

Mirvjena ride “ma è praticamente come l’altra volta, solo che adesso hai la tua casa pronta. Ma dimmi un po’, dove lo passi il natale?”

Già, dove li passo i saturnali? Vorrei dirle che ho già dei programmi ma mi escono altre parole, altre frasi, qualcosa o qualcuno mi spinge in una direzione che razionalmente non prenderei.

“Ma allora passiamolo insieme che ne dici?”

Già, che ne dico?

Stefano Tirelli – © 2021

Aramis Reinhardt

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG:

EPISODIO I:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

EPISODIO II:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

EPISODIO III:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

EPISODIO IV:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

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Ozzy Osbourne – Diary of a Madman (40th Anniversary Expanded Edition) (1981/2021 Epic Records) – TTTT+

17 Nov

Ricordo che partii per il militare con due cassette: una C120 con TSRTS dei LZ e una C90 con Diary Of A Madman di Ozzy su un lato e Marauder dei Blackfoot sull’altro. Naturalmente TSRTS lo conoscevo già a memoria mentre gli altri due erano usciti da poco, entrambi mi aiutarono a passare quei primi tre mesi a Torino col risultato che ad essi ancora oggi guardo con affetto. Il nuovo corso di Ozzy, all’epoca appena partito, pareva davvero una bomba: i primi due album erano un successo (Blizzard Of Ozz e Diary Of A Madman finiranno per vendere in USA rispettivamente 5 e 3 milioni di copie), il nuovo chitarrista una promessa e Ozzy sembrava di nuovo in controllo. La Epic fa ora uscire una nuova versione digitale di DOAM e io ne approfitto per risentire l’album e capire se ha retto il passare del tempo.

Ozzy Osbourne - Diary of a Madman (40th Anniversary Expanded Edition) (1981/2021) WEB FLAC (tracks) - 383 Mb | MP3 CBR 320 kbps - 123 Mb | 00:53:24 Hard Rock, Heavy Metal | Label: Epic Records

Over the Mountain spara fuori suoni compressi e arrangiamenti sopra le righe, ma essendoci Ozzy il brano risulta credibile. Un Hard Rock metallico per quei tempi moderno. La chitarra di Randy Rhoads efficientissima.

Flying High Again continua su quel tenore, magari è più melodica ma è comunque durissima. Altro gran pezzo hard & heavy. Oggi il basso di Daisley e la batteria di Kerslake mi paiono meno efficaci.

La parte lenta di You Can’t Kill Rock and Roll continua a piacermi un sacco, proprio bella. Questo è forse il brano del disco che più mi piace.

Believer è un po’ Hendrix e un po’ Black Sabbath, riff e andamento dai riflessi infernali, alcune parti del brano si susseguono in maniera poco fluida, e anche l’assolo di Randy forse non è del solito livello. Little Dolls è durissima, mi piace il lavoro di Ozzy, alcune delle melodie che riesce a tirare fuori sono vincenti. Al minuto 2 c’è un intermezzo (leggermente beatlesiano) che rende il brano più interessante. Tonight è melodica, ma alla maniera di Ozzy, qui le tastiere di Johnny Cook si sentono, immancabile l’assolo sofferto. Bello il giro di basso e ottimo Randy Rhoads sul finale. Template per ballate di altre band negli anni a venire.

S.A.T.O è più prevedibile, sia nella scrittura che nell’arrangiamento. In certi tratti mi ricorda il Michael Schenker Group. Diary Of A Madman è articolata e suddivisa in varie parti, gran lavoro sia di Ozzy che di Rhoads. Bel modo di chiudere l’album. Tra l’altro era davvero una gran cosa quando i dischi avevano nove pezzi o giù di lì.

La versione 2021 contiene due bonus track live prese dal tour del disco precedente. Sembrano giusto un riempitivo.

Ozzy, Sarzo, Rhoads, Aldrige. Foto Ross Halfin

Album dunque di spessore per quanto riguarda il mondo hard & heavy, con voce e chitarra sensazionali. So che Daisley e Kerslake sono due grossi nomi nell’ambito del rock duro inglese (va beh, Daisley è Australiano ma tant’è) ma anche stavolta a me pare che la sezione ritmica abbia poco swing, ma magari è la produzione che non riesce a tirar fuori maggior scorrevolezza.

Ad ogni modo un gran disco, uno dei due di Ozzy che occorre avere.

Tracklist:
1. Over the Mountain (04:31)
2. Flying High Again (04:44)
3. You Can’t Kill Rock and Roll (06:59)
4. Believer (05:16)
5. Little Dolls (05:39)
6. Tonight (05:50)
7. S.A.T.O. (04:07)
8. Diary of a Madman (06:16)
9. Believer (Live from Blizzard Of Ozz Tour) (05:36)
10. Flying High Again (Live from Blizzard Of Ozz Tour) (04:23)

  • Ozzy Osbourne – lead & backing vocals, production
  • Randy Rhoads – guitars, production
  • Bob Daisley – bass (uncredited)[20]
  • Lee Kerslake – drums, percussion (uncredited)[20]
Additional Personnel
  • Don Airey – keyboards (credited on original release but does not appear)
  • Johnny Cook – keyboards (uncredited)
  • Louis Clark – string arrangements on “Diary of a Madman”
  • Rudy Sarzo – credited on original release but does not appear
  • Tommy Aldridge – credited on original release but does not appear
Production
  • Max Norman – producer, engineer[22]
  • George Marino – mastering

Rory Gallagher – Rory Gallagher (50th Anniversary Super Deluxe Edition) (1971/2021 Universal Music) – TTTT+

15 Nov

Occorre andarci piano con Rory, benché abbia avuto un discreto successo (ma praticamente solo in UK) può essere quasi considerato un artista culto, ha un seguito di appassionati davvero rimarchevole, non solo di chitarristi che vedono in lui un idolo, ma anche di donne – magari appassionate di musica – che riversano su di lui il riflesso dell’uomo ideale, artista, di bell’aspetto e con animo gentile e sensibile.

Ho avuto la fortuna di assistere al suo concerto di Pistoia nel luglio del 1984, mi spiace solo non fossi completamente concentrato, avevo appena visto una band raffazzonata di musicisti inglesi fare poco più di una jam session in onore di di Alexis Korner, il fatto è che tra quei nomi giganteggiava quello di Jimmy Page, dunque ero quantomeno distratto quando Rory salì sul palco ma sentirlo far fischiare i Marshall (come disse a proposito di quella sera il Dark Lord) fu un gran bel momento.

Dopo i primi anni con i Taste, Rory iniziò nel 1971 la carriera solista che lo portò a pubblicare 14 album, alcuni riusciti altri meno, spesi tra blues, (quasi hard) rock e musica più o meno tradizionale delle sue parti. Gallagher fu un chitarrista talentuoso e molto dotato, dal tocco davvero magico, gli unici punti grigi – a mio parere – furono il poco interesse nel cercare sentieri che non si infilassero nei campi del chitarrismo blues e un songwriting non sempre convincente.

La Universal pubblica ora l’edizione limitata del primo album (con un nuovo mix) di Rory in veste da solista in occasione del 50esimo anniversario dell’uscita.

Laundromat è un gran bel rock, viscerale, semplice ma non semplicistico; il nuovo mix sin da subito sembra dare maggior chiarezza. Versione live in studio. Che bello quando i dischi si registravano così.

Just The Smile è sempre stata una delle mie preferite, chitarra acustica, accordatura aperta, melodie nordiche. Pezzo incantevole.

I Fall Apart è un altro momento altissimo, l’alternarsi delle tonalità minore e maggiore, il cantato, l’assolo di chitarra, ah!

 

Wave Myself Goodbye è un blues acustico godibile, in cui si aggiunge il piano di Vincent Crane (Atonic Rooster), con Hands Up si ritorna a ritmi sostenuti, il pezzo si distingue – nella prima parte – per un curioso lavoro alla solista, in Sinner Boy il rock blues riprende il comando, c’è una bella slide guitar che corre tra un canale e l’altro in un gioco – tipico di quegli anni – di panning.

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E’ un piacere sentire la chitarra elettrica dipingere riflessi meditativi in For The Last Time, qui il mix sembra di nuovo dare più respiro alla musica. L’assolo di chitarra è intenso e lungo, uno dei segni distintivi di Gallagher. It’s You è una gradevole canzoncina ed è seguita da I’m Not Surprised, bel quadretto incorniciato da chitarra acustica e pianoforte.

Can’t Believe It’s True chiude l’album con uno di quegli andamenti alla Ten Years After o alla Doors, qui fa capolino anche il sax suonato dallo stesso Rory. Il lavoro alla chitarra solista è una meraviglia con sfumature che vanno al di là delle solite sonorità.

Il materiale bonus dei CD 2 e 3 è composto in massima parte da versioni alternative dei pezzi a parte un jam session e un paio di cover. Gypsy Woman di Muddy Waters è proposta in una gran versione, non mi convince il giro di di basso alla Fats Domino, ma l’approccio di Rory è uno spettacolo.

In It Takes Time di Otish Rush Rory cerca di riproporre in trio quello che la versione originale offriva con l’aiuto di piano e fiati. E’ di nuovo l’approccio di Rory a colpire, ha la stessa convinzione che aveva Johnny Winter, un altro dei miei chitarristi preferiti, quella cazzimma inimitabile che caratterizzava il loro rock blues scatenato.

Advisory Jam (dal nome dello studio di registrazione) è meno jam di quel che si pensi, un riff che ricorda gli Who suonato con grinta, certo, nulla di memorabile però nemmeno la solita jam blues.

Il CD 4 riprende le sedute fatte per la BBC nel 1971, in massima parte sono relative ai brani contenuti nel primo album tranne It Takes Time, maschia e dritto al punto, e In Your Time, brano che apparirà nel secondo album Deuce (1971). Il sound è vivido e viscerale, il trio di Rory Gallagher in quegli anni era micidiale, sezione ritmica certo non incredibile ma concreta e diligente e trascinata da un chitarrista formidabile.

Per ritornare all’album, devo dire che inizio a sorprendermi dei nuovi missaggi, sono stato contro queste iniziative, quindi diffidente e adesso possibilista. La purezza del suono live di una chitarra, un basso e una batteria sembra ancora più intensa con questo nuovo mix. Se c’è un album da studio di Gallagher da avere è proprio questo, qualche lieve imprecisione nella voce e nella chitarra a volte la si percepisce ma è tutta umanità, tutta musica vera, fatta come andava fatta. Bel cofanetto dunque, buono per chi vuole avere una visione più completa del Rory di quel periodo.

Tracklist:
Disc 1 (47:46)
1. Laundromat (50th Anniversary Edition Mix) (04:39)
2. Just The Smile (50th Anniversary Edition Mix) (03:40)
3. I Fall Apart (50th Anniversary Edition Mix) (05:12)
4. Wave Myself Goodbye (50th Anniversary Edition Mix) (03:31)
5. Hands Up (50th Anniversary Edition Mix) (05:25)
6. Sinner Boy (50th Anniversary Edition Mix) (05:07)
7. For The Last Time (50th Anniversary Edition Mix) (06:38)
8. It’s You (50th Anniversary Edition Mix) (02:40)
9. I’m Not Surprised (50th Anniversary Edition Mix) (03:37)
10. Can’t Believe It’s True (50th Anniversary Edition Mix) (07:17)

Disc 2 (57:29)
1. Gypsy Woman (Tangerine Studio Session) (04:02)
2. It Takes Time (Tangerine Studio Session) (03:33)
3. I Fall Apart (Tangerine Studio Session) (04:44)
4. Wave Myself Goodbye (Tangerine Studio Session) (03:13)
5. At The Bottom (Alternate Take 1) (03:20)
6. At The Bottom (Alternate Take 2) (03:08)
7. At The Bottom (Alternate Take 3) (03:23)
8. At The Bottom (Alternate Take 4) (02:49)
9. Advision Jam (03:46)
10. Laundromat (Alternate Take 1) (03:34)
11. Just The Smile (Alternate Take 1) (03:29)
12. Just The Smile (Alternate Take 2) (03:41)
13. I Fall Apart (Alternate Take 1) (04:55)
14. Wave Myself Goodbye (Alternate Take 1) (05:07)
15. Wave Myself Goodbye (Alternate Take 2) (04:45)

Disc 3 (01:08:31)
1. Hands Up (Alternate Take 1) (04:08)
2. Hands Up (Alternate Take 2) (05:53)
3. Hands Up (Alternate Take 3) (04:32)
4. Hands Up (Alternate Take 4) (04:12)
5. Hands Up (Alternate Take 5) (01:38)
6. Hands Up (Alternate Take 6) (05:39)
7. Sinner Boy (Alternate Take 1) (05:08)
8. Sinner Boy (Alternate Take 2) (05:22)
9. Sinner Boy (Alternate Take 3) (05:22)
10. For The Last Time (Alternate Take 1) (05:04)
11. For The Last Time (Alternate Take 2) (02:13)
12. For The Last Time (Alternate Take 3) (05:15)
13. It’s You (Alternate Take 1) (01:40)
14. It’s You (Alternate Take 2) (02:40)
15. I’m Not Suprised (Alternate Take 1) (04:17)
16. I’m Not Suprised (Alternate Take 2) (03:46)
17. Can’t Believe It’s True (Alternate Take 1) (01:42)

Disc 4 (55:08)
1. For The Last Time (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (04:09)
2. Laundromat (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (03:38)
3. It Takes Time (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (04:22)
4. I Fall Apart (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (03:44)
5. Hands Up (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (05:40)
6. For The Last Time (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (06:21)
7. In Your Town (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (09:21)
8. Just The Smile (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (04:36)
9. Laundromat (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (06:10)
10. It Takes Time (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (07:07)

* Off air recording
  • DVD
    1. Interview
    2. Hands Up
    3. Wave Myself Goodbye
    4. It Takes Time
    5. Sinner Boy
    6. For the Last Time
    7. The Same Thing
    8. I Fall Apart
  • Rory Gallagher – vocals, guitars, alto saxophone, mandolin, harmonica
  • Gerry McAvoy – bass guitar, vocals
  • Wilgar Campbell – drums, percussion
  • Vincent Crane – piano on tracks 4 & 9

Technical

  • Eddy Offord – engineer

Formati:

4CD + 1 DVD Deluxe Set / Super Deluxe Digital

3LP

2CD

1LP Neon Orange (transparent) Vinyl – John Peel Sunday Concert 28/08/1971

Deluxe Digital HD / Deluxe Digital Standard

Novembris Blues

13 Nov

Settimane  laboriose al lavoro, quando sono in vena l’ora di pausa pranzo la passo a camminare per il centro di Mutina nel tentativo di sciogliermi un po’ e dipanare i miei blues, pettinare i pensieri e trovare la costanza di fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile 

in modo da tenere Ittod (uno dei tre uomini che sono) a bada ed evitare di prendere la prima blue highway che trovo e dirigermi verso nuovi orizzonti e dunque perdermi nella sua realtà alternativa dove dio è Johnny Winter e lui ne è un seguace.

Tra i viali di Mutina, con quei colori autunnali che sembrano tranquillizzare l’animo, sembro trovare un po’ di pace….

I viali di Mutina, novembre 2021 - foto TT

I viali di Mutina, novembre 2021 – foto TT

Mutina Novembre 2021 - foto TT

Mutina Novembre 2021 – foto TT

ma pensieri continuano a sgorgare:

ROCK AND ROLLING

Penso a due commenti che hanno fatto Jackob e Luca, due lettori nonché colonne portanti di questa comunità, a corredo della mia recensione della super deluxed edition di Tattoo You ei Rolling Stones. In uno Luca posta un video e aggiunge:

Anche se non ha niente a che fare con questo periodo , volevo condividere questo video relativo alle sedute ai Pathé Marconi Studios nel 1985 durante le registrazioni dell’album Dirty Works. Il video mostra i “ragazzi” uscire (credo) la mattina dallo studio in condizioni che .. lasciamo perdere. Mick sembrerebbe arrivare separatamente. Al minuto 3:08 Keith, accompagnato dal padre , esce dallo studio firma qualche autografo e parte con la sua Bentley rossa. Più avanti lo troveremo appisolato dentro un auto. Al minuto 5:53 un Charlie Watts visibilmente “provato” riceve un nastro da un fan mentre al minuto 13:38 è “titubante” mentre con tanto di papillon firma un autografo. Bill appare invece solo qualche secondo. C’è anche Wood.

Guardiamo il video al che Jackob scrive una frase che entra di diritto tra quelle storiche apparse su questo blog:

E quando pensi che siamo stati qui venti minuti a guardare gente che sale in macchina e esce da un parcheggio… capisci cos’è il rock’n’roll.

Cazzo, che lavoro! (come diciamo in Emilia), che sintesi, che capacità di cogliere il senso delle cose.

Luca aggiunge:

Keith che fa “Keith” anche quando fa manovra

Guardare quel video e osservare Keith Richards mi fa sentire meno solo, a volte vorremmo essere proprio come lui, impossibile, di Keith ce n’è uno solo (a dire il vero Ittod ci prova …), ma sapere che nel mondo in cui viviamo c’è e c’è stato un Keith Richards fa passare la paura.

Keith Richards at Pathé Marconi Studio - Paris 1985

Sì perché poi arrivare a cogliere l’essenza più profonda del Rock non è mica roba da tutti, e io ho un gran bisogno di confrontarmi con persone che almeno ci provano.

PENSIERI PRIMA DI ADDORMENTARSI

Una amica lettrice del blog inciampa su questo articolo di oltre un anno fa, dove parlavo con un po’ di ironia dell’amazzone reggiana con cui vivo …

La maglietta di Titti

questa amica mi manda un email con alcune considerazioni che mi hanno molto colpito. Tra le poche frasi pubblicabili senza che mi senta troppo in imbarazzo, queste:

No vabbè,  è la dichiarazione di  stima e di complicità e di interesse e di amore più bella che io abbia mai letto; lei è la donna, l’uomo, la musicista, la scavezzacollo, la donna sexy, la donna sportiva e la donna massaia…lei è TUTTO per te…. che bella cosa le hai scritto….non la conosco ma la immagino a leggerla, avrà sorriso per nascondere l’emozione e ti avrà detto “Ma va là che scemo che sei”….

E’ fantastico ciò che dici di lei, semplicemente fantastico….siete entrambi fortunati ad esservi trovati….a volte la vita sembra toglierti persone e possibilità da vicino per far sì che invece tu possa donartene altre senza le quali la tua maturità e la tua vecchiaia non avrebbero lo stesso senso…

Articolo coinvolgente….donna meravigliosa…la foto con il piccolo saldatore da 10 e lode…la foto da Eremita da scompisciarsi dalle risa…

Tra l’altro anche il nostro povero Mike Bravo sotto l’articolo aveva scritto qualcosa del genere.

E invece di godermi la cosa e dirmi “però, che bella coppia che siamo io e la pollastrella”, mi dico “ma siamo davvero così?”, “siamo speciali?” e mi domando “ma la groupie, cioè Polly, intendo la reggiana dagli occhi di ghiaccio, va beh nostra signora di Guadalupe, quella lì … Guajira Guantanamera, insomma la Hermione Granger dei poveri, a cosa pensa giusto prima di addormentarsi?” perché poi il problema è quello lì, a cosa pensiamo prima di addormentarci. Noi, le nostre compagne, i nostri compagni, insomma le persone che dividono il letto e la vita con noi che pensieri fanno prima di prendere sonno? Siamo noi a cui pensano? Si sentono felici di averci accanto, di passare un pezzo di vita con noi, di aver trovato un altro esemplare di una specie di scimmie evolute con cui condividere i blues di questa porca vita?

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Lei (copyrights GettyImages)

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Lui (Uomo di blues)

BURNIN’ SKY AT THE DOMUS

Ho anticipato l’uscita al mattino per esigenze lavorative, questo fa sì che mi alzi prima dell’alba e che incontri un maggiore traffico sulle strade che mi portano in the heart of the city ma il cielo di prima mattina qui alla Domus mi ripaga di ogni sacrificio …

Early In The Morning at Domus Saurea - Novembre 2021 - photo TT

Early In The Morning at Domus Saurea – Novembre 2021 – photo TT

Early In The Morning at Domus Saurea - Novembre 2021 - photo TT

Early In The Morning at Domus Saurea (con Palmiro già in ricognizione lungo la stradina) – Novembre 2021 – photo TT

La sera poi, una volta rincasato dopo una giornata passata a limare del ferro e dunque provato dalla vita, mi bevo un bicchiere dei vini che certi colleghi mi portano in regalo dopo essere stati in trasferta … e tutto inizia ad essere meno difficile.

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TT's School Of Rock summer 2021 - foto FF

Io che limo del ferro al lavoro – foto FF

Mr. Big – Lean Into It (30th Anniversary Deluxe Edition) (1991/2021 Evolution Music) – TTT½

10 Nov

Nel bel mezzo del grunge arrivarono i Mr Big, gruppo che iniziai a seguire perché in formazione vi era Billy Sheehan, per quanto mi riguardava era certo stato il bassista della stratosferica (secondo i canoni di allora) band di David Lee Roth, ma ancor prima era entrato nella formazione live degli Ufo. In quei primi anni ottanta gli UFO erano una band molto importante per il sottoscritto e con l’avvento di Sheehan e di Neil Carter (autore, tastierista, polistrumentista) il biennio 1983/84 fu per me straordinario.

Aggiungiamo che il nome della band arrivava da una brano dei “miei” Free, che l’immagine sulla cover del secondo album poteva in qualche modo inserirsi nella scia di LZ I e che la loro musica – almeno secondo me – non era solamente quel glam metal di cui tutti parlavano. Il gruppo diventò molto popolare in Giappone (che ricordiamo era ed è il secondo/terzo mercato mondiale più importante, in termini di vendite) dove i primi sei album avrebbero raggiunto perlomeno lo status di disco d’oro (alcuni addirittura di platino).

Il secondo album, Lean Into It, fu un gran successo anche nel resto del mondo occidentale, in USA poi divenne disco di platino (un milione di dischi venduti). Sono passati trent’anni ed immancabile arriva la 30th anniversary deluxe edition, l’occasione insomma per parlarne qui sul blog.

Mr. Big - Lean Into It (30th Anniversary Deluxe Edition) (1991/2021)

Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song) inizia a 100 all’ora all’insegna dell’hard and heavy dell’epoca, sembra infatti non discostarsi molto da quello che si sentiva in giro: sfrontatezza, approccio metal americano, assolo di chitarra ipertecnico, eppure il giovane Tim sentiva che c’era qualcosa di diverso, sarà stato il cantato di Eric Martin, con quella venatura soul blues.

Sarà che sono un led head, ma l’inizio di Alive and Kickin’ mi ricorda Dancing Days dei LZ (ricordiamo che Paul Gilbert più o meno 10 anni fa fece qualche concerto tributo ai LZ insieme a Mike Portnoy. Paul vestito alla Page versione Chicago 1977 e Portnoy con il dress code di Bonham nel tour 1975 … la tuta da Arancia Meccanica insomma). Green-Tinted Sixties Mind è il pezzo che mi piaceva di più, arioso, con belle aperture melodiche e un ottimo lavoro alla chitarra di Gilbert. Il video ricalcava un po’ di stereotipi dell’epoca: finto filmato amatoriale, background visivo anni novanta, loro sul palco con i capelli al vento, vestiti sgargianti, belle ragazze (e Sandra Bullock alla voce).

CDFF—Lucky This Time è più scontata, risente di influenze defleppardiane. Pezzo per ragazzotti americani. Voodoo Kiss inizia con un gran lavoro pesudo blues sull’acustica, poi si trasforma in uno di quei pezzi saltellanti alla DLR, vagamente funk. la scrittura comunque non è un granché. 

Nemmeno Never Say Never è particolarmente originale, il riff sembra provenire dagli Aerosmith degli anni ottanta. Just Take My Heart è il pezzo riflessivo con la chitarra elettrica pulita ed effettata, dopo l’intro diventa ballata tipica di quegli anni, col ritornellone cantato in coro. Testo banalissimo. Il lavoro di Sheehan e Gilbert in alcune parti però è bello. My Kinda Woman vive grazie a ritmiche che già a quei tempi erano consunte, A Little Too Loose si vende al blues, l’inizio funziona, lo sviluppo risulta meno particolare, ma almeno si cambia un po’ registro. Martin ha una bella voce e l’assolo di chitarra è molto buono. 

Con Road to Ruin torna il rock di maniera e si chiude col super singolo To Be With You, pezzettino acustico molto efficace. Sebbene l’affronti con troppa carica, Sandra Bullock, pardon …Eric Martin, la canta con quella sua voce calda e bluesata dunque vincente. L’assolino di Gilbert è proprio carino.

Stop Messing Around e Wild Wild Women sono i due inediti presentati per la prima volta in questa edizione, ma non sono nulla di speciale, così come il resto del materiale bonus. C’è una versione reggae di To Be With You, ma fa scappare da ridere.

Album dunque che risente del passare del tempo, oggi appare un po’ deboluccio, saper suonare non basta. Ai tempi andare sopra le righe era d’obbligo e per questo certi gruppi e certi album pagano pegno dopo tanti anni. Il fatto è che non ci sono sufficienti brani al di sopra della media, per carità tutto è suonato con capacità tecniche indubbie, ma il songwriting sarebbe dovuto essere al centro del progetto. Sebbene siano solo tre i brani convincenti do a quest’album un 7, sarà che in fondo ci sono affezionato e non sono del tutto lucido.

Lean Into It (2CD set)

    • CD 1
      1. Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song)
      2. Alive and Kickin’
      3. Green-Tinted Sixties Mind
      4. CDFF-Lucky This Time
      5. Voodoo Kiss
      6. Never Say Never
      7. Just Take My Heart
      8. My Kinda Woman
      9. A Little Too Loose
      10. Road to Ruin
      11. To Be With You
    • CD 2
      1. Stop Messing Around*
      2. Wild Wild Women*
      3. Just Take My Heart (acoustic)
      4. Shadows
      5. Strike Like Lighting
      6. Love Makes Your Strong
      7. Alive and Kickin’ (early version)
      8. Green-Tinted Sixties Mind (early version)
      9. To Be With You (reggae version)
      10. Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song) (minus guitar version)
      11. Green-Tinted Sixties Mind (minus guitar version)
      12. Love Makes You Strong (minus bass version)
      13. Daddy, Brother, Lover, Little Boy(The Electric Drill Song) (minus bass version)
      *previously unreleased

Mr. Big

  • Eric Martin – lead vocals, handclaps
  • Paul Gilbert – electric guitar, acoustic guitar, handclaps, backing vocals, electric drill
  • Billy Sheehan – bass, six-string bass on “Just Take My Heart”,[9] handclaps, backing vocals, electric drill
  • Pat Torpey – drums, percussion, handclaps, backing vocals

Production

  • Kevin Elson – producer, engineer, mixing,
  • Tom Size – mixing
  • Chris Kupper, David Lucke, Scott Ralston, Michael Semanick, Andy Udoff – assistant engineers[10]
  • Bob Ludwig – mastering at Masterdisk, New York
  • William Holmes – photography
  • Bob Defrin – art direction

Formats:

  • Hybrid SACD with stereo and 5.1 surround mix
  • 2CD deluxe on the Japanese MQA-CD format (playable on all CD players)
  • 7″ singles box set

C. M. Kushins “Beast: John Bonham and the Rise of Led Zeppelin” (2021 Hachette Books) – BB – di Bodhran

8 Nov

Il nostro Bodhran ci parla della recente nuova biografia di John Bonham

La segnalazione di questo libro mi arriva da Tim qualche settimana fa. Forte di un paio di recensioni positive sulla rete mi carico l’ebook sul Kindle e metto lo metto al primo posto nel la lunga fila di letture programmate, l’idea di un libro dedicato a Bonham è allettante; in passato avevo letto quello scritto dal fratello Mick, ma a parte qualche aneddoto familiare non lo avevo trovato particolarmente interessante. Difficile anche scrivere su un musicista a distanza oramai di 40 anni dalla morte, dei LZ sappiamo quello che c’è da sapere, i dischi che ha registrato li abbiamo tutti, si può aggiungere qualcosa?

C. M. Kushins "Beast: John Bonham and the Rise of Led Zeppelin"

Il libro parte con la prefazione di Dave Grohl, segno buono si direbbe (piaccia o non piaccia Grohl è oramai l’attuale santone del rock, che si è anche dato – in buona fede o meno che sia – l’obiettivo di diffondere il verbo a quanta più gente possibile), se non altro, mi dico, se c’è una collaborazione di questo calibro sarà un lavoro ben scritto.

E invece, facciamola breve, la lettura è stata una perdita di tempo bella e buona.

Mi chiedo quale fosse il target a cui si è rivolto l’autore mentre lo scriveva, perché un libro su Bonham lo legge chi vuole saperne “di più”, e, si sa, chi è fan di un gruppo tende a leggere di tutto.

Quindi possibile che non ci sia stato qualcuno tra le tantissime persone ringraziate (un’elenco che nemmeno fosse un disco o il demotape di una band) che non si sia accorto delle infinite scopiazzature dai testi di Mick Bonham, Barney Hoskins e Stephen Davies – queste almeno quelle che mi sono saltate violentemente agli occhi – certo, questi autori sono nominati tra i ringraziamenti ma non sono espressamente citati nel testo. Perché un libro così dovrebbe avere l’onestà di mettere una nota alla fine di ogni paragrafo, paragrafi che dovrebbero essere stati virgolettati, perché spesso non c’è stato nemmeno lo sforzo di fare la parafrasi ai testi altrui.

E qui un breve inciso, in questo tempo di fake-news, post-verità, commenti buttati là senza pensarci troppo al grido di “è così perché lo dico io” possibile che anche in un campo tutto sommato innocuo come la musica si debbano saltare le regole minime di verifica dei fatti e rispetto del modo in cui si scrive un libro? Mi sono chiesto lì per lì se avessi per le mani un libro autoprodotto, ma non è così, c’è anche una casa editrice.

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Imprecisioni varie sparpagliate qua e là, un esempio su tutte scrivere che Jenning Farm Blues (Bron Yr Aur Stomp, per capirci) è stata registrata nelle sessions di LZ IV. Sono io troppo pignolo e brontolone oppure in un libro sui LZ scritto nel 2021 questa roba è intollerabile? Tra le varie cose una mi ha fatto sorgere un dubbio: viene detto che durante il primo tour (gennaio/febbraio ’69) i LZ avrebbero annullato 3 serate allo Scene Club di New York per consentire a Bonham di tornare qualche giorno a casa. Ora, considerato che il primo tour si narra sia andato in rosso, mi pare cosa molto improbabile. Se qualcuno da queste parti ne sa di più ben vengano aggiornamenti.

Si sottolinea più volte il dispiacere di  Bonham nel ricevere poca attenzione da parte della stampa sul suo modo di suonare, e di concentrarsi di più sulle sue intemperanze e sul gossip (ma possiamo ben dire: vagli a dar torto!) e quindi il libro forse vorrebbe provare a far giustizia: sono riportati – quelli sì, virgolettati – brani di recensioni dell’epoca sulle esecuzioni di Moby Dick (e sulle reazioni estasiate del pubblico) e ci sono alcune descrizioni tecniche di alcuni brani, ma sono notazioni superficiali, semplicemente descrittive. In realtà, facendo ciò che pare voler criticare, non fa che sciorinare uno dopo l’altro fatti e misfatti compiuti negli alberghi, backstage e locali.

Ecco, forse l’unica cosa che mi ha colpito nel rileggere per l’ennesima volta la storia di quei 10 anni e poco più è vedere con tristezza la parabola zeppeliniana, di quanto il meritato successo abbia distrutto le personalità prima e la creatività poi, parabola ben riassunta da una frase di Danny Golberg a commento di una delle tante gratuite performance di /maleducazione/ arroganza/violenza di Bonham: “It was a particularly ugly example of the way some performers lost common civility when intoxicated with extended periods of adulation”.

John Bonham, Kezar Stadium San Francisco California. Foto by Neal Preston. 02 June 1973

John Bonham, Kezar Stadium San Francisco California. Foto by Neal Preston. 02 June 1973

In conclusione, un libro che, a modesto parere del sottoscritto, il fan dei LZ può tranquillamente evitare di acquistare, così come il semplice appassionato, che in libreria ha certamente di meglio a disposizione.

©Bodhran 2021

Rolling Stones – Tattoo You (Super Deluxe Edition – 1981/2021 Universal) – TTTTT

6 Nov

Tattoo You è uno degli album che sento più miei, ero in piena giovinezza, qualcuno mi fece la cassetta e finii per ascoltarla  continuamente; i Rolling Stones mi erano naturalmente già arrivati, oltre alle canzoni che si sentivano per radio, gli album Love You Live (1977), Some Girls (1978) e Emotional Rescue (1980). Con Tattoo You il mio rapporto con loro si fece più intenso, nel 1981 durante il mio primo viaggio a Londra, comprai una biografia di Keith inglese, roba introvabile in Italia. Mi piaceva molto la suddivisone delle due facciate del disco, il lato A dedicato ai pezzi rock and roll, il lato B alle ballate. Col tempo si seppe poi che l’album si basava su brani incompleti lasciati a macerare dalle sedute di registrazioni degli anni precedenti: Tops e Waiting On A Friend del 1972 (Goat’s Head Soup), Slave e Worried About You 1975/76 (Black And Blue), Start Me Up e Black Limousine 1978 (Some Girls), No Use Crying, Heaven, Neighbours e Little T&A 1980 (Emotional Rescue), su Hang Fire avevano lavorato sia nel 1978 che nel 1980. E’ un album dunque atipico, messo insieme da Chris Kimsey, colui che di buona lena si mise a cercare tra i nastri passati  canzoni  tralasciate dagli album precedenti su cui poi aggiungere le melodie, i testi, i cantati definitivi di Jagger e altre sovraincisioni varie. I Rolling dovevano ripartire in tour e serviva un album da promuovere. La magia sta nel fatto che sembra un album omogeneo, scaturito da un periodo ben determinato, con una sua coerenza. Tattoo You fu un successo, primo negli USA (quattro milioni di copie vendute) e secondo in UK.

The Rolling Stones - Tattoo You (Super Deluxe) (2021)

Start Me Up all’epoca si sentiva dappertutto, come singolo arrivò al n.2 in USA e conquistò il disco d’oro sia un UK che in Italia. E’ basato su uno di quei riff di Keith Richards che sembrano gnocchi ma che invece si rivelano inspiegabilmente originali e irresistibili. Se poi aggiungiamo Mick Jagger il gioco è fatto.100% pure Rolling Stones. Il video fu incredibile, solo con i Rolling puoi far funzionare il visual della ripresa di un gruppo rock in una stanza che suona un pezzo in playback senza nessun altro stratagemma o effetto. Le facce si Charlie, Keith che fa Keith e Mick Jagger, da questo punto di vista numeri uno in assoluto.

Hang Fire è un altro bel rock tutto energia e Rollingstonaggine, ora che lo sappiamo si sente che Slave arriva dalle session di Black And Blue, ritmo quasi sincopato, andamento sensuale, le tastiere di Billy Preston, assolo di sax memorabile di Sonny Rollins e l’inarrivabile Mick Jagger. Non so ancora decidere se il nuovo remaster sia un passo avanti rispetto ai precedenti.

Little T&A è il pezzo cantato da Keith Richards, un rock dei suoi, alla scrittura (?) di Black Limousine partecipa anche Ron Wood, un bluesaccio diretto arricchito dall’armonica di Sugar Blues, armonicista americano scovato – si dice – da Jagger nelle strade di Parigi e quindi portato in studio per collaborazioni nel triennio 1978/1980 (tra le altre è sua la armonica in Miss You del 1978). Neighbours è un tempo veloce a tutto rock con un altro spettacolare assolo di sax di Sonny Rollins. Il lato ballads comincia con Worried About You altro brano che proviene dal periodo Black And Blue, la chitarra ritmica di Keith tesse una tela musicale efficace su cui interagisce la tastiera di Billy Preston. L’assolo di chitarra di Wayne Perkins è sublime. Jagger, inutile dirlo, è di nuovo in orbita. Qui il remaster mi pare funzioni benissimo.

Tops è un altro bel momento, il pianino di Nicky Hopkins, le chitarra di Keith, la solista di Mick Taylor (questa traccia è tratta dalle sessions di Goat’s Head Soup), il tempo tenuto da Bill e Charlie, Jagger. Heaven è più particolare, alle chitarre si dice ci siano Jagger e Wyman. In No Use In Crying le chitarre sono di Mick e Keith che ben si amalgamo col piano di Hopkins. Waiting On A Friend è una meraviglia resa speciale dal video girato davanti al palazzo New Yorkese ritratto sulla cover di Physical Graffiti dei Led Zeppelin. Un gran bella canzone, con Taylor alla chitarra e ancora il sax incredibile di Sonny Rollins. Jagger superlativo.

 

Le rarities del CD2 sono quanto di meglio un fan possa aspettarsi, otto inediti, tra cover e originali e un’ottima outtake di Start Me Up.

Living In The Heart Of Love è classic RS, lo stesso si potrebbe dire di Fiji Jim. Troubles A’ Comin‘ è un convincente rifacimento dell’omonimo pezzo del 1970 dei Chi-Lites, gruppo R&B/soul, l’andamento è simile a Tumblin’ Dice degli stessi Rolling.

Shame Shame Shame è uno shuffle di Jimmy Reed reso in maniera piuttosto canonica, Drift Away di Dobey Gray fu un gran successo nel 1973, qui i Rolling la ripropongono benino, il pezzo è molto bello e questo aiuta parecchio, a tratti sembra poco fluido ma rimane comunque godibile.

It’s A Lie è un buon tempo medio, Come To The Ball non lascia granché, Fast Talking Slow Walking è una di quelle ballate di cui ogni tanto parlo, semplici e ortodosse ma che mi smuovono sempre, io a Jagger in queste vesti non so resistere. Credo che l’ispirazione per Hard Woman (suo gran pezzo da solista del 1985) Mick l’ abbia presa da qui.

Start Me Up (Early Version) ammicca al reggae, un alternate version degna di questo nome.

Il concerto di Wembley rispecchia la data tipica del lungo tour del 1981/82 con cui i RS imperversarono. Passare dalla limpidezza sonora dei brani da studio alla ruvidezza delle versioni dal vivo non è automatico, ma una volta trovata la quadra tutto torna e ritrovarsi ad un concerto dei Rolling è sempre una festa.

I cofanetti si fanno cosi: il disco originale, uno di inediti/outtakes (anche se in passato qualcosa fu pubblicato su bootleg), due contenenti un concerto preso dal relativo tour e magari il vinile. Che spettacolo.

◊ ◊ ◊

  • CD 1: Tattoo You 2021 remaster
    1. Start Me Up – Remastered 2021
    2. Hang Fire – Remastered 2021
    3. Slave – Remastered 2021
    4. Little T&A – Remastered 2021
    5. Black Limousine – Remastered 2021
    6. Neighbours – Remastered 2021
    7. Worried About You – Remastered 2021
    8. Tops – Remastered 2021
    9. Heaven – Remastered 2021
    10. No Use In Crying – Remastered 2021
    11. Waiting On A Friend – Remastered 2021
  • CD 2: Lost & Found – Rarities
    1. Living In The Heart Of Love
    2. Fiji Jim
    3. Troubles A’ Comin
    4. Shame Shame Shame
    5. Drift Away
    6. It’s A Lie
    7. Come To The Ball
    8. Fast Talking Slow Walking
    9. Start Me Up (Early Version)
  • CD 3: Still Life – Wembley Stadium 1982
    1. Under My Thumb
    2. When The Whip Comes Down
    3. Let’s Spend The Night Together
    4. Shattered
    5. Neighbours
    6. Black Limousine
    7. Just My Imagination (Running Away With Me)
    8. Twenty Flight Rock
    9. Going To A Go Go
    10. Chantilly Lace
    11. Let Me Go
    12. Time Is On My Side
    13. Beast Of Burden
    14. Let It Bleed
  • CD 4: CD 3: Still Life – Wembley Stadium 1982
    1. You Can’t Always Get What You Want
    2. Band Introductions
    3. Little T&A
    4. Tumbling Dice
    5. She’s So Cold
    6. Hang Fire
    7. Miss You
    8. Honky Tonk Women
    9. Brown Sugar
    10. Start Me Up
    11. Jumpin’ Jack Flash
    12. (I Can’t Get No) Satisfaction
  • Vinyl LP Picture Disc
    1. Start Me Up – Remastered 2021
    2. Hang Fire – Remastered 2021
    3. Slave – Remastered 2021
    4. Little T&A – Remastered 2021
    5. Black Limousine – Remastered 2021
    6. Neighbours – Remastered 2021
    7. Worried About You – Remastered 2021
    8. Tops – Remastered 2021
    9. Heaven – Remastered 2021
    10. No Use In Crying – Remastered 2021
    11. Waiting On A Friend – Remastered 2021

The Rolling Stones

  • Mick Jagger – lead vocals (all but 4), backing vocals (all but 5); electric guitar (9 & 10); percussion (track 9)
  • Keith Richards – electric guitar (all but 9), backing vocals (1–4, 6, 7 & 10); lead vocals and bass guitar (track 4)
  • Ronnie Wood – electric guitar (all but 3, 7–9 & 11), backing vocals (1, 2, 4, 6 & 10)
  • Bill Wyman – bass guitar (all but 4); guitars, synthesizer and percussion (track 9)
  • Charlie Watts – drums
  • Mick Taylor – electric guitar (8 & 11)

Additional personnel

  • Nicky Hopkins – piano (8, 10 & 11); organ (10)
  • Ian Stewart – piano (2 & 4–6)
  • Billy Preston – keyboards (3 & 7)
  • Wayne Perkins – electric lead guitar (7)
  • Ollie E. Brown – percussion (3 & 7)
  • Pete Townshend – backing vocals (3)
  • Sonny Rollins – saxophone (3, 6 & 11)
  • Jimmy Miller – percussion (8)
  • Michael Carabello – cowbell (1); conga (3); güiro, claves, cabasa and conga (11)
  • Chris Kimsey – electric piano (9)
  • Barry Sage – handclaps (1)
  • Sugar Blue – harmonica (5)

Technical

  • Chris Kimsey – associate producer, engineer
  • Barry Sage, Alex Vertikoff, Keith Harwood, Glyn Johns, Andy Johns, Dave Richards, Tapani Tapanainen, Sean Fullan, Brad Samuelsohn, Ron “Snake” Reynolds, Jon Smith, Reinhold Mack, Carlton Lee, Mikey Chung – uncredited engineers
  • Bob Clearmountain – mixing

Queste le varie versioni della nuova edizione:

TATTOO YOU – 4CD+VINYL PICTURE DISC SUPER DELUXE

TATTOO YOU – 5LP VINYL BOX SET

TATTOO YOU – 2CD DELUXE WITH 9 BONUS TRACKS

TATTOO YOU – 2LP DELUXE VINYL WITH 9 BONUS TRACKS

TATTOO YOU – SINGLE VINYL REMASTER

TATTOO YOU – SINGLE CD EDITION

 

Premiata Forneria Marconi – I Dreamed of Electric Sheep (2021 InsideOut Music) – TTT+

3 Nov

And then there were two … e rimasero in due, Franz Di Cioccio e Patrick Djivas, accompagnati già da un po’ da nuovi musicisti, che tra l’altro ho visto dal vivo di recente – negli anni pre covid – a Modena nella bella piazza Roma. Cosa mia aspetto da un disco del genere non so, la Premiata come sapete è una delle mie prog band preferite in assoluto ma, visto l’uomo che sono, dopo il 1981 (anno in cui la vidi dal vivo per la prima volta) smisi di seguirla, almeno per quanto riguarda i dischi da studio.

Premiata Forneria Marconi - I Dreamed of Electric Sheep (2021 InsideOut Music)

Ora eccoli di nuovi qui, Di Cioccio pare uno mai domo, se ci crede fa bene, con lui il fido Djivas. Copertina senza infamia senza lode.

Prendo in esame la versione italiana. Vediamo un po’.

Premiata Forneria Marconi - I Dreamed of Electric Sheep (2021)

Dal look della band (il noiosissimo nero comune ormai a tante, troppe band che girano intorno al mondo del nuovo progressive metal) sì può già intuire qualcosa e infatti Mondi Paralleli rispetta i (pre)giudizi. Aria da Dream Therater, i musicisti sanno suonare ma questa non sembra essere la PFM. Certo, lo so, un gruppo non può restare cristallizzato in un dato periodo, un gruppo deve crescere ed evolversi, ma non è il gruppo che mi appartiene. Tuttavia il cantato mi piace e anche lo sviluppo che lo accompagna.

Umani Alieni è guidata dal piano e il mood musicale a mio avviso migliora, brano raffinato con un cantato molto umano. Quello che non mi piace è la parte strumentale dal piglio prog metal che dopo un po’ viene a galla. In certe parti ricorda Parco Sempione di Elio E Le Storie Tese. Ombre Amiche è uno di quei brani sospesi alla Zucchero, arrangiamento rarefatto, la voce di Franz risulta più gradevole del previsto.

La Grande Corsa è un bel Rock moderno dal respiro melodico, inaspettato è piacevole. Ecco, gli interventi del doppio pedale di batteria mi annoiano, ma il pezzo funziona, ogni tanto un moog fa capolino. Pezzo curioso, un po’ Van Halen un po’ prog.

Premiata Forneria Marconi 2021- foto Orazio Truglio

AtmoSpace mi risulta meno appetibile, almeno all’inizio, ma poi con l’avvento del pianino e del moog tutto si fa più famigliare e più bello. Pecore Elettriche, basso un po’ funk, chitarra alla Steve Vai (con o senza wah wah), con Mr. Non Lo So la PFM saltella e fa la spiritosa, Il Respiro Del Tempo rimanda ancora a certe cose di Zucchero, Ian Anderson e Steve Hackett sono della partita ma sono apparizioni fugaci e leggere

Transumanza un minuto che funge da introduzione a Transumanza Jam, la batteria che conosciamo, il violino, il moog di Premoli, sapori antichi del bel tempo che fu.

L’album dunque mi piace più di quanto mi aspettassi, non amo molto certe derive prog metal (lo avrete capito) e le sfumature da rock moderno ma è una cosa mia, il resto mi pare ben più che dignitoso. Bravo Franz, bravo Patrick, bravo Lucio, bravi tutti.

CD 1 Tracklist (English version):
01. Worlds Beyond
02. Adrenaline Oasis
03. Let Go
04. City Life
05. If I Had Wings
06. Electric Sheep
07. Daily Heroes
08. Kindred Souls
09. Transhumance
10. Transhumance Jam

Total time: 40:48

CD 2 Tracklist (Italian version):
01. Mondi paralleli
02. Umani alieni
03. Ombre amiche
04. La grande corsa
05. AtmoSpace
06. Pecore elettriche
07. Mr. Non Lo So
08. Il respiro del tempo
09. Transumanza
10. Transumanza Jam

  • Franz Di Cioccio – voce principale, batteria, arrangiamento
  • Patrick Djivas – basso, tastiera, arrangiamento
  • Marco Sfogli – chitarra elettrica ed acustica, arrangiamento (tracce 1-4), coro (traccia 8)
  • Lucio Fabbri – violino, viola, coro (traccia 8)
  • Alessandro Scaglione – tastiera, pianoforte, coro (traccia 8)
  • Alberto Bravin – tastiera, chitarra acustica, cori, coro (traccia 8)

Altri musicisti

  • Simone Bertolotti – programmazione
  • Luca Zabbini – arrangiamento (tracce 1, 3, 5 e 8), organo Hammond, pianoforte e minimoog (tracce 1, 3, 5, 8 e 10)
  • Ian Anderson – flauto (traccia 8)
  • Steve Hackett – chitarra elettrica (traccia 8)
  • Flavio Premoli – minimoog (traccia 10)

Produzione

  • Iaia De Capitani – produzione
  • Franz Di Cioccio – produzione artistica ed esecutiva
  • Patrick Djivas – produzione artistica ed esecutiva, missaggio
  • Simone Bertolotti – produzione aggiuntiva, registrazione, missaggio
  • Andrea “Bernie” De Bernardi – mastering

The Beatles – Let It Be (2CD Deluxe Edition) (1970/2021 Capitol) – TTTTT

1 Nov

Nuovo stereo mix di Giles Martin e dell’ingegnere del suono Sam Okell che riprendono come riferimento la versione originale di Phil Spetcor usando naturalmente i master 8 piste. Questa versione include anche un cd dedicato al meglio delle outtake. Occasione per parlare un po’ di Beatles qui sul blog.

In breve: i 4 di Liverpool nel gennaio del 1969 si ritrovano ai Twickenham Film Studios per girare una sorta di documentario con l’idea di ritornare a essere un gruppo che suona dal vivo, le cose tra i quattro non funzionano più a dovere da un po’, Harrison ad un certo punto se ne va, il gruppo si ricompatta in aprile agli studi della Apple, esce il singolo Get Back, Glyn Johns prepara un missaggio dell’album – a quel punto chiamato come il singolo – ma il tutto viene bloccato e il progetto abbandonato. Il gruppo si mette di nuovo all’opera ma su di un progetto diverso – Abbey Road – che viene pubblicato nel settembre del 1969, Lennon se ne va e i tre membri rimanenti da gennaio ad aprile 1970 si ritrovano per completare il vecchio progetto ora rinominato Let It Be, album che esce in maggio di quell’anno dopo che il produttore Phil Spector rivede alcune canzoni  aggiungendo le sue tipiche orchestrazioni (McCartney ne sa sarà disgustato).

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

Pur tribolato rimane un disco dei Beatles, dunque (quasi tutto) magnifico. Two Of Us di Macca è un gioiellino acustico, il nuovo mix mi pare renda tutto più chiaro.

Dig A Pony di Lennon è un gran bel momento, lento ma dall’andamento Rock … mi imbarazza un po’ mettere i link di Youtube, sono brani così noti, ma poi penso che magari qualche giovane lettore non ha tutta questa confidenza con i Fab Four.

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

Di nuovo Lennon per la meravigliosa Across The Universe … uhm, sono di nuovo colto dai dubbi,  difficile recensire oggi un disco dei Beatles, che cosa si può aggiungere? Si finirebbe per usare tanti aggettivi ed iperbole, ma va beh, ormai mi ci sono messo…

I Me Mine è di Harrison, canzone dolce che sa trasformarsi in un rockaccio senza sembrare ridicola, altro pezzo rilevante.

Dig It è invece una di quelle sciocchezzuole dei Beatles che non mi hanno mai preso.

Let It Be di Macca è un patrimonio dell’umanità, la semplicità da “ballata” in DO non deve trarre in inganno, il brano è profondo, completo, riuscito. Sarà che sono sensibile al tema toccato e dunque all’ispirazione che ebbe McCartney ma per me rimane un capolavoro. Magari dico un’eresia ma il nuovo mix sembra migliorarla …

Maggie Mae, 40 secondi di un vecchio traditional che parla di una prostituta che derubò un marinaio, momento inutile.

I Got A Feeling è il bel rock che conosciamo

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

One After 909 ci riporta ai vecchi Beatles, con The Long And Winding Road non ci resta che piangere, Macca at his best, cosa si può scrivere di una canzone dalla purezza compositiva definitiva? Macca is god!

For You Blue è una canzoncina di Harrison sull’acustica, mentre Get Back di MacCartney è il classico che tutti amiamo e che sembra beneficiare del nuovo mix.

Il materiale bonus consiste in massima parte di registrazioni alternative dei vari pezzi, segnalo Don’t Let Me Down (First Rooftop Performance), The Long And Winding Road (Take 19) e Across The Universe (Unreleased Glyn Johns 1970 Mix)

The Beatles - Let It Be (Special Edition) (2021 Capitol)

In caso qualcuno non abbia questo (ultimo) album da studio dei Beatles questa uscita potrebbe essere un bel pretesto per rimediare, sempre che non siate dei puristi e vogliate i mix originali degli album (io lo sono stato ma ora sono più morbido a riguardo, sarà l’età). Di solito riguardo i grandi album dei Beatles sono altri titoli ad essere citati, ma Let It Be rimane un grandissimo disco.

Tracklist
CD 1 Let It Be

01. Two Of Us (3:36)
02. Dig A Pony (3:55)
03. Across The Universe (3:48)
04. I Me Mine (2:25)
05. Dig It (0:51)
06. Let It Be (4:03)
07. Maggie Mae (0:40)
08. I’ve Got A Feeling (3:38)
09. One After 909 (2:54)
10. The Long And Winding Road (3:38)
11. For You Blue (2:33)
12. Get Back (3:08)

CD 2 Outtake Highlights

01. Morning Camera (Speech – Mono) – Two Of Us (Take 4) (3:42)
02. Maggie Mae – Fancy My Chances With You (Mono) (0:58)
03. For You Blue (Take 4) (2:53)
04. Let It Be – Please Please Me – Let It Be (Take 10) (4:33)
05. The Walk (Jam) (0:56)
06. I’ve Got A Feeling (Take 10) (3:38)
07. Dig A Pony (Take 14) (4:01)
08. Get Back (Take 8) (3:53)
09. Like Making An Album (Speech) (0:43)
10. One After 909 (Take 3) (3:27)
11. Don’t Let Me Down (First Rooftop Performance) (3:29)
12. The Long And Winding Road (Take 19) (3:47)
13. Wake Up Little Suzie – I Me Mine (Take 11) (2:16)
14. Across The Universe (Unreleased Glyn Johns 1970 Mix) (3:31)

Queste le varie versioni della nuova edizione:

The Beatles

LET IT BE – 5CD+BLU-RAY SUPER DELUXE WITH BOOK
LET IT BE – 5LP VINYL BOX WITH BOOK
THE BEATLES GET BACK – BOOK
LET IT BE – 2CD DELUXE EDITION
LET IT BE – SINGLE LP
LET IT BE – SINGLE CD

Eric Clapton – “Eric Clapton” (Anniversary Deluxe Edition) (1970/2021 Polydor)

31 Ott

Dunque vediamo un po’ cosa success, grosso modo, e a Clapton dal 1963 al 1969: due/tre anni con gli Yardbirds, uno con John Mayall & The Bluesbreakers, tre con i Cream e uno con i Blind Faith, senza contare le collaborazione con John Lennon & The Plastic Ono Band (1969) e Delaney & Bonnie & Friends (1969/1970). Sette anni circa spesi ad una velocità folle quando il fenomeno della musica Rock era in divenire e lui dunque era uno degli apripista principali. Chiaro che poi può succedere di avere qualche mancamento, di interrogarti sullo status di dio della chitarra che il pubblico ti ha appiccicato, di essere un po’ in confusione (dopo questo album partì l’avventura Derek & The Dominos a cui seguirono un paio d’anni di black out dovuti anche al uso di droghe pesanti).

Primo album solista dunque ma schiacciato fra un travolgente passato e l’imminente disco e tour con i Dominos. Album dunque interlocutorio, in cui Clapton elaborava i primi tentativi di capire chi fosse realmente. L’album arrivò al n. 13 della Top 200 americana, ma non fu un tondo successo. La copertina originale dell’album era questa:

immagine non usata per l’artwork di questo cofanetto a 4 CD mentre regolarmente appare nella nuova edizione in vinile (1 solo LP). Il box set include il mix ufficiale fatto da Tom Dowd (UK version), quello di Delaney Bramlett (già apparso nella edizione del 2006) e infine quello di Eric Clapton proposito nella sua completezza qui per la prima volta. Il materiale bonus era già apparso nella edizione precedente con la sola eccezione di un mix alternativo di Comin’ Home. Il mix usato per il vinile dovrebbe essere quello classico di Tom Dowd (non ne sono certo, però, non avendo l’LP).

Eric Clapton - Eric Clapton (Anniversary Deluxe Edition) (2021) EAC Rip | FLAC (tracks, cue, log, scans) - 1.1 GB | MP3 CBR 320 kbps - 536 MB 2:35:16 | Rock, Blues Rock, Classic Rock | Label: Polydor

Slunky (Bramlett – Clapton) è lo strumentale che apre l’album e che rappresenta bene lo spirito che aleggiava ai tempi: fiati che spingono, buon groove, qualche ottimo intervento con la Stratocaster. Bad Boy (Bramlett – Clapton) è un blues infettato di funk, il sapore e quello americano visto il produttore, i musicisti e il nuovo corso di Eric, blues semplice ed efficace. La voce di Clapton non è ancora al livello di ciò che sarà dal 1974 in poi.

Il tema di Lonesome And A Long Way From Home (Bramlett · Leon Russell) è esattamente quello di Bad Boy ma il brano è più ritmato, la firma di Leon Russell si sente, momento gradevole di nuovo spinto da un bel lavoro di fiati. After Midnight del grandissimo J.J. Cale aggiunge substrato alla caratura dell’album, la versione di Clapton è riuscita, velocità diversa dall’originale e confezione più ricca. Assolo d’obbligo col tipico suono della Fender Stratocaster.

Easy Now (Clapton) gioca con l’acustica, pezzo che ricorda un po’ lo stile del suo grande amico George Harrison. Blues Power (Clapton – Russell) è uno dei grandi pezzi di questo album malgrado all’epoca – mi par di ricordare, criticarono l’aspetto, diciamo così, solare del pezzo (probabilmente da lui volevano sentire solo blues che avessero a che fare con tematiche e suoni più profondi e cupi).

Il ritmo frizzantino continua con Bottle Of Red Wine (Clapton) canzonetta senza troppe velleità, un po’ come Lovin’ You Lovin’ Me (Bramlett · Clapton), gradevoli certo, ma leggerine. I’ve Told You For The Last Time (Bramlett – Steve Cropper) non di discosta troppo da queste ultime, I Don’t Know Why (Bramlett – Clapton) è un pelo più riflessiva e prepara il campo per il brano finale, la bella Let It Rain (Bramlett – Clapton) con quell’andamento molto americano (nell’accezione positiva), Jim Gordon e Carl Radle alla sezione ritmica fanno un ottimo lavoro.

Chi vuole  sbizzarrirsi nel cercare le di differenze dei due mix alternativi può naturalmente farlo, ma son cose secondo me riservate ai fan in senso strettissimo.

Materiale bonus piacevole, Teasin’ (Performed by King Curtis with Delaney Bramlett, Eric Clapton & Friends) è uno strumentale molto accattivante,

Comin’ Home (Alternate Mix) (Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton  – unreleased mix) è altrettanto amabile. Quando parte un blues il mio animo entra sempre in mobilità allerta sebbene io sia molto esigente a riguardo e dunque alla fin fine tenda a disdegnare buona parte dei blues canonici che sento. Questo Blues In “A” (Session Outtake) è uno di quelli, ma è suonato da musicisti che lo hanno nel sangue e dunque anche un esercizietto come questo mi risulta carino. Belle chitarre, bello l’organo di Bobby Whitlock, bel bluesetto insomma, il tocco di Eric era davvero speciale. She Rides (Let It Rain alternate version), I’ve Told You For The Last Time (Olympic Studios version), I Don’t Know Why (Olympic Studios version) seguono e si chiude con Comin’ Home (single a-side) (Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton), e Groupie (Superstar) (single b-side) (Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton), quest’ultima è giusto una b side di un 45 giri, niente male però, uno di quei brani alla Cry Me A River che ascolto sempre con piacere.

Sarà che ho una predilezione per gli album obliqui e non del tutto definiti ma il primo di Clapton a me piace parecchio, questa edizione in pratica aggiunge pochissimo a quanto già pubblicato in passato  (purtroppo ormai siamo abituati a queste speculazioni) tuttavia per chi non avesse l’album o possedesse solo una vecchia musicassetta beh, potrebbe essere l’occasione giusta per portarsi a casa un buon disco incastonato in un bel box set.

  • CD 1: The Tom Dowd Mix – The UK Version
    1. Slunky 3.40
    2. Bad Boy 3.59
    3. Lonesome And A Long Way From Home 3.50
    4. After Midnight 3.14
    5. Easy Now 3.03
    6. Blues Power 3.15
    7. Bottle Of Red Wine 3.12
    8. Lovin’ You Lovin’ Me 3.39
    9. I’ve Told You For The Last Time 2.36
    10. I Don’t Know Why 3.23
    11. Let It Rain 5.06
  • CD 2: The Eric Clapton Mix
    1. Slunky 3.34 unreleased mix
    2. Bad Boy 4.20 unreleased mix
    3. Lonesome And A Long Way From Home 3.58 unreleased mix
    4. After Midnight 3.19 released on Life in 12 Bars Soundtrack
    5. Easy Now 2.57 released – this was the only EC mix inserted into the original 1970 Tom Dowd mix LP
    6. Blues Power 3.53 unreleased mix
    7. Bottle Of Red Wine 2.58 unreleased mix
    8. Lovin’ You Lovin’ Me 3.44 unreleased mix
    9. I’ve Told You For The Last Time 2.32 unreleased mix
    10. I Don’t Know Why 3.35 unreleased mix
    11. Let It Rain 5.18 released on Life in 12 Bars Soundtrack
  • CD 3: The Delaney Bramlett Mix ) all mixes released on 2005 Deluxe Edition CD
    1. Slunky 3.35
    2. Bad Boy 3.44
    3. Easy Now 3.00
    4. After Midnight 3.19
    5. Blues Power 3.20
    6. Bottle Of Red Wine 3.09
    7. Lovin’ You Lovin’ Me 4.07
    8. Lonesome And A Long Way From Home 3.52
    9. I Don’t Know Why 3.45
    10. Let It Rain 5.02
  • CD 4: Singles, Alternate Versions & Session Outtakes
    1. Teasin’ 2.17 Performed by King Curtis with Delaney Bramlett, Eric Clapton & Friends
    2. Comin’ Home (Alternate Mix) 3.44 Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton  – unreleased mix
    3. Blues In “A” (Session Outtake) 28
    4. She Rides (Let It Rain alternate version) 5.08
    5. I’ve Told You For The Last Time (Olympic Studios version) 6.49
    6. I Don’t Know Why (Olympic Studios version) 5.14
    7. Comin’ Home (single a-side) 3.15 Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton
    8. Groupie (Superstar) (single b-side) 2.50 Performed by Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton

Credits:

  • Eric Clapton – lead guitar, lead vocals
  • Delaney Bramlett – rhythm guitars, backing vocals
  • Stephen Stills – guitars, bass (“Let It Rain”), backing vocals
  • Leon Russell – pianos
  • John Simon – pianos
  • Bobby Whitlock – organ, backing vocals
  • Carl Radle – bass
  • Jim Gordon – drums
  • Tex Johnson – percussion
  • Bobby Keys – saxophones
  • Jim Price – trumpet
  • Jerry Allison – backing vocals
  • Bonnie Bramlett – backing vocals
  • Rita Coolidge – backing vocals
  • Sonny Curtis – backing vocals
  • Producer and arranged by Delaney Bramlett
  • Engineer – Bill Halverson
  • Recorded at The Village Recorder (Los Angeles, California)
  • Photography and album design – Barry Feinstein
  • Equipment – Bill Reed, Clark