BOOTLEG: BAD COMPANY Boston Garden, Boston MA. August 6th 1977

16 Gen

ITALIANO / ENGLISH

BAD COMPANY – Boston Garden – Boston MA. – August 6th 1977 – TTTTT

Lo scorso dicembre è apparsa come dal nulla – dopo più di 40 anni – la registrazione audience di un concerto della Bad Company tenutosi nell’estate del 1977 a Boston. Un capace e volenteroso amante delle registrazioni dal vivo ne ha fatto il transfer sistemando velocità altre piccole imperfezioni, il risultato è una vera goduria per i fan della Bad Company originale; è un’ ottima registrazione audience (presa dal pubblico) avvenuta circa dalla dodicesima fila. E’ vero che per molti gli anni d’oro della Original Bad Company sono i primi tre (1974/1975/1976), ma per chi come me ama le fase oblique dei gruppi questa è una live recording magnifica. Nonostante nel 1977 il gruppo fosse entrato in una fase di stanca dopo una trafila album-tour-album-tour-album-tour e il management (Peter Grant insomma) fosse già nel suo periodo buio, il tour dell’album Burnin’ Sky si rivelò davvero meglio del previsto. La band è viva e pronta e questa registrazione dal vivo ne è una perfetta testimonianza: ascoltandola in cuffia non si può che apprezzare l’eccellente acustica che aveva il Boston Garden e il groove e l’amalgama di un gruppo forse troppo sottovalutato.

Burnin’ Sky apre il concerto con un ottimo impatto. I quattro sono in forma, lo si nota subito e i 15000 del Boston Garden non sono da meno, l’accoglienza è straordinaria, battimani, urla … in quegli anni la Bad Company in America era davvero un gruppo di grande, grande successo. Ottimo l’assolo di Ralphs, fluido e veloce. Fine del primo pezzo, trionfo!

Boston Garden

Too Bad segue con la consueta carica. Ralphs è sulla Stratocaster (il suono della chitarra mi pare inequivocabile), questo toglie un po’ di corpo al pezzo, ma il risultato è comunque ottimo. Iniziare un concerto con due pezzi di fila da quello che all’epoca era ultimo album (Burnin’ Sky 1977) è da intrepidi, ma l’entusiasmo del pubblico ripaga il coraggio. Ready For Love dal primo disco infiamma ulteriormente i fan presenti. La qualità audience è davvero superba, il suono è pieno e rotondo, Kirke e Burrell sono definiti e ben presenti. Efficace l’assolo di Mick e come sempre superbo Paul Rodgers. La coda finale è suggestiva, il pubblico apprezza moltissimo, degna conclusione di un piccolo gioiello musicale… I need your love, give me your love … canta Paul mentre il brano si chiude. Brividi. Dopo il classico dal primo album è tempo per altri tre (!) brani presi da Burnin’ Sky, quasi una sfida, una spacconeria. La versione da studio di Heartbeat mi è sempre piaciuta molto mentre la sua trasposizione in contesto live mi ha spesso lasciato perplesso, l’arrangiamento non sembra funzionare a dovere. Qui si aggiunge alla chitarra anche Paul Rodgers. Like Water proviene dai tempi dei Peace (parentesi tra il primo scioglimento e la conseguente reunion dei Free a cavallo del 1971). Tipico andamento del pezzo rodgersiano, qui reso perfettamente da una grande esecuzione, aiutata anche da un suono d’insieme spettacolare. A volte i bootleg audience sono davvero il massimo per capire cosa significava assistere ad un concerto di un gruppo rock negli anni settanta. La chitarra ritmica di Rodgers guida il pezzo mentre gli altri tre aggiungono colore, calore e garra. Canzone al contempo leggiadra e potente. Perfetta. Leaving You ha un tempo simile al precedente ma ha un andamento più ritmato. Rock duro di gran foggia.

Dopo cinque pezzi da Burnin’ Sky (e uno dal primo album) si passa ai classici. Deal With The Preacher è un hard rock vibrante, che definisce l’indole dura del gruppo. Ralphs continua ad usare la Fender Stratocaster ed è l’unico appunto che mi permetto, convinto come sono che nelle canzoni più decise il suono della Bad Company sia quello corposo e pieno della Gibson Les Paul. Nonostante i fan intorno a chi effettuò la registrazione continuino a richiedere Rock Steady, il gruppo si lancia a testa bassa verso In The Midnight Hour, cover del pezzo di Wilson Pickett e Steve Cropper. E’ la prima volta che questo pezzo appare in una registrazione (ufficiale e non) della Bad Company, rende quindi questa registrazione ancor più appassionante. Rodgers è sempre stato un fan della musica R&B e Soul. Versione rock che va dritto al punto. Paul canta alla sua porca maniera. La gente continua a chiedere Rock Steady, c’è addirittura che urla “All Right Now”, il classico dei Free. Segue Simple Man. Introduzione seducente, sviluppo su tempo medio, coda che riprende le coinvolgenti atmosfere iniziali. Con Shooting Star si entra nel campo del sing-along, a fine brano l’ovazione del pubblico. Rodgers si accomoda al piano per un paio di pezzi: la trascinante Run With The Pack con mistica coda finale e la classicissima Bad Company, una dichiarazione d’intenti dipanata tra il sorgere del sole e le foschie spirituali. Quando Paul inizia a cantare Company, always on the run Destiny is the rising sun Oh, I was born 6-gun in my hand Behind the gun I’ll make my final stand
That’s why they call me la gente sembra perdere il controllo. Manifesto condiviso anche di chi è costretto a vite meno eccitanti.

La band esce dal palco e poco dopo ritorna per due superclassici. La gente lancia grida isteriche quando riconosce Feel Like Makin’ Love. Versione bollente. Can’t Get Enough spazza via ogni resistenza, tutti al galoppo nella stessa direzione, verso l’essenza del rock, verso quei momenti che rendono bella la vita. Come on, come on, come on and do it Come on and-uh do what you do I can’t get enough of your love I can’t get enough of your love I can’t get enough of your love. Essendo la chitarra di Mick Ralphs accordata aperta di Do, dopo l’intermezzo solista a due chitarrè, è Rodgers che improvvisa sul finale. Nella scatenata chiusura viene citata anche Satisfaction dei Rolling Stones.

Concerto dunque memorabile e live recording da avere a qualsiasi costo se si vuol capire che cosa sia la musica rock, quella magari senza troppe pretese ma vera e palpitante.

 

BAD COMPANY – Boston Garden – Boston MA. – August 6th 1977

Hezekiahx2 Analog Master to 1st Gen Reel to Reel at 7.5 ips
Transferred and Presented By Krw_co

LINEAGE HEZEKIAHX2 MASTER CASSETTE TO REEL TO REEL 1ST GENERATION AT 7.5 IPS >
TEAC A-7300 REEL TO REEL>CREATIVE SOUNDBLASTER X-FI HD MODEL #SB1240 WAV (24/96KHZ)>
MAGIX AUDIO CLEANING LAB FOR KRW TRACK MARKS VOLUME ADJUSTMENT AND EDITS>WAV16/44.1>TLH FLAC 8

Gear: Sony TC-153 w/ ECM-99 1 point Stereo Mic w/ cane
Location: Approx 12th row

THE BAND
Mick Ralphs guitars backing vocals
Simon Kirke drums backing vocals
Paul Rodgers lead vocals guitar keyboards harmonica
Boz Burrell bass backing vocals

SET LIST
1 Burnin’ Sky
2 Too Bad
3 Ready for Love
4 Heartbeat
5 Like Water
6 Leaving You
7 Deal With The Preacher
8 The Midnight Hour
9 Simple Man
(reel flip edit at 00:45:26:20)
10 Shooting Star
11 Running With The Pack
12 Bad Company
13 Feel Like Makin’ Love
14 Can’t Get Enough

(broken) ENGLISH

Last December a new tape appeared as if out of nowhere after more than 40 years: the audience recording of a Bad Company concert held in the summer of 1977 in Boston. A capable and willing lover of live recordings has made the transfer setting speed and other small imperfections, the result is a real pleasure for fans of the original Bad Company; it is an excellent audience recording (taken from the crowd) approx from the12th row. It is true that for many the golden years of the original Bad Company are the first three (1974/1975/1976), but for people like me who love the oblique phases of a groups this is a magnificent live recording. Although in 1977 the group had entered a vacuum period after an album-tour-album-tour-album-tour routine and the management (Peter Grant in short) was already in its dark phase, the Burnin ‘Sky tour was better than expected. The band is alive and ready and this live recording is a perfect testimony: listening to it on headphones you can not but appreciate the excellent acoustics that the Boston Garden had and the groove and the amalgam of a group perhaps too underrated.

Burnin ‘Sky opens the concert with a great impact. The four are in good shape, you notice it immediately and the 15000 of the Boston Garden are not far behind, the reception is extraordinary, clapping, screaming … in those years the Bad Company in America was really a group of great success. Ralphs’ guitar solo is good, fluid and fast. End of the first piece: a triumph! 

Too Bad follows with his usual heavy riff. Ralphs is on the Stratocaster (the sound of the guitar seems to me unequivocal), this steals something from the “body” of the track, but the result is still excellent. Starting a concert with two pieces in a row from what was at the time the last album (Burnin ‘Sky 1977) is an intrepid move, but the enthusiasm of the public repays the courage. Ready For Love from the first album further inflames the fans present. The audience quality is really superb, the sound is full and round, Kirke and Burrell are defined and well present. Effective is the Mick’s solo and as always superb is Paul Rodgers. The final coda is suggestive, the public appreciates it a lot, worthy conclusion of a little musical jewel … I need your love, give me your love … sings Paul while the song closes. Thrills. After the classic from the first album it is time for another three (!) songs off the Burnin’ Sky album, almost a challenge, a bravado. I’ve always liked very much the studio version of Heartbeat while its transposition in the live context has often left me perplexed, the arrangement does not seem to work properly. Like Water comes from the times of the Peace (bracket between the first dissolution and the consequent reunion of  Free in1971). Typical tempo of the Rodgersian piece, here perfectly rendered by a great  performance also aided by the spectacular overall sound. Sometimes the audience bootleg recordings are really the best to understand what it meant to attend a concert by a rock band in the seventies. Rodgers’ rhythm guitar drives the piece while the other three add color, warmth and garra (grit). A song at the same time graceful and powerful. Perfect. Leaving You has a similar tempo to the previous one but has more rhythmic touch. Hard rock of great shape.

After five pieces from Burnin ‘Sky (and one from the first album) we move on to the classics. Deal With The Preacher is a vibrant hard rock, which defines the hard rock side of the group. Ralphs continues to use the Fender Stratocaster and is the only thing that I allow myself to criticize given that I am sure that the Gibson Les Paul guitar has the perfect sound for  Bad Company’s harder numebr. Despite the fans continue to request Rock Steady, the group heads headlong towards In The Midnight Hour, a cover of the Wilson Pickett Steve Cropper song. It is the first time that this piece appears in a recording (official or otherwise) of Bad Company, thus making this recording even more exciting. Rodgers has always been a fan of R & B and Soul music. It’s a rock version that goes straight to the point. Paul singsin his fucking great way. People keep asking Rock Steady, there’s even someone shouting “All Right Now”, the Free classic. Instead Simple Man follows: Sseductive introduction, development on a moderate rock tempo, coda that incorporates the enthralling initial atmospheres. With Shooting Star we enter the sing-along moment, at the end of the piece the ovation of the audience is a tributes ato the group. Rodgers sits at the keyboards for a couple of tracks: the ecaptivating Run With The Pack with the mystical final coda and the classic Bad Company, a declaration of intent unraveled between the sunrise and the spiritual mists. When Paul starts to sing,Company, always on the run Destiny is the rising sun Oh, I was born 6-gun in my hand Behind the gun I’ll make my final stand That’s why they call me people seem to lose control. A shared manifesto also of those who are forced to less exciting lives.

The band leaves the stage and shortly after returns for two superclassics. People goes hysterical when they recognize Feel Like Makin ‘Love. Hot version. Can not Get Enough sweeps away any resistance, all galloping in the same direction, towards the essence of rock, towards those moments that make life beautiful. Come on, come on, come on Do not get enough of your love I can not get enough of your love. Being the guitar of Mick Ralphs in C open tuning, after the solo interlude with two guitarists, it is Rodgers who improvises on the  coda. The “Rolling Stones” Satisfaction is also mentioned in the unleashed ending.

So, a memorable concert and a live recording to have at any cost if you want to understand what is (was) rock music, rock music perhaps without too many claims but true and throbbing.

Mark Blake “Bring It On Home – Peter Grant, Led Zeppelin and Beyond: The Story of Rock’s Greatest Manager” (2018 -Constable)

3 Gen

Marke Blake “Bring It On Home – Peter Grant, Led Zeppelin and Beyond: The Story of Rock’s Greatest Manager” (2018 -Constable) – TTTTT

Italian /English

Libro in inglese.

Questa è la seconda biografia di Peter Grant ed è senza dubbio più esaustiva della prima (The Man Who Led Zeppelin di Chris Welch uscita nel2001). Non che Chris Welch non avesse fatto un buon lavoro, ma Blake ha potuto contare su collaborazioni più incisive, in primis quello dei figli di Grant, Helen e Warren. Il loro contributo è importantissimo, per la prima volta sono infatti riportati fatti e opinioni di chi viveva Peter Grant nel quotidiano. Helen e Warren sono sinceri nei loro interventi nonostante certe faccende non fossero certo facili da affrontare, ci togliamo il cappello quindi davanti alla loro onestà. Oltre a loro hanno collaborato anche personaggi che lavoravano nella organizzazione di Peter Grant e anche questo è un fattore decisivo per al riuscita del libro e benché Page, Plant e Jones non abbiano partecipato alla cosa, il risultato è stupefacente. Blake deve aver fatto ricerche approfondite, la storia narrata scivola via benissimo, la sua prosa poi aiuta molto anche chi, come il sottoscritto, non è di madre lingua inglese; l’autore tra l’altro ha inoltre potuto utilizzare anche i contenuti dell’ultima intervista che Grant rilasciata prima di morire, intervista mai pubblicata prima d’ora.

Le pagine dedicate agli anni formativi di Peter Grant sono in qualche modo toccanti: le difficoltà di essere un figlio illegittimo, la mancanza di denaro e di istruzione, le dure condizioni di vita di allora, al contempo però è illuminante capire come PG non si sia mai abbattuto ed abbia combattuto per arrivare dove è arrivato con una ostinazione e determinazione certamente fuori dal comune.

Blake non può fare a meno di raccontare per certi versi la storia dei Led Zeppelin, credo fosse inevitabile, ma lo fa senza mai perdere di vista il protagonista principale del libro. Certo, tra gli argomenti e i fatti raccontati molti sono quelli che già sapevamo e di cui abbiamo letto in innumerevoli libri sul gruppo che tanto amiamo, ma Blake riesce a mantenere la noia lontana e anzi arricchisce quasi sempre questi fatti con nuove piccole rivelazioni.

Questo libro sancisce una volta per tutta come i Led Zeppelin fossero il gruppo di Page e di Grant e di come si sia passati da un inizio fulminante e organizzatissimo ad un finale dove nessuno aveva più idea di cosa stesse accadendo. Il divorzio di Grant e l’uso massiccio di sostanze chimiche cambiarono quello che un tempo fu il miglior manager del mondo, rendendolo paranoico e fuori di testa. E’ doloroso leggere di queste cose e vedere come un uomo e adulto di riferimento per tutti perse completamente il controllo.

Ho letto con molto piacere le pagine dedicate alla Bad Company e ho compreso una volta di più che personaggio difficile fosse Paul Rodgers. Il libro comunque per quel che mi riguarda è avvincente dall’inizio alla fine nonostante, come ho già detto, tratti di argomenti e di vicende a me molto famigliari. Tante le sfumature nuove, ad esempio a proposito la follia del tour del 1977 e del funerale di Karac Plant (sulla mancata presenza di Grant, Page e Jones cui Blake fa nuove ipotesi plausibili), davvero inusuale poi leggere delle trame per sostituire Grant come manager dei Led Zeppelin a partire dal 1978. Importante anche il soffermarsi di Blake su figure ambigue come Steve Weiss e Herb Atkin, con conseguente comprensione di come certi meccanismi economici e di potere giravano allora. Curioso infine apprendere che il contratto per la registrazione della colonna sonora di Detah Wish II prevedeva una somma da dare al regista Michael Winner e non il contrario … pur di avere Jimmy Page di nuovo in pista si era disposti a tutto.

Gli ultimi anni degli anni settanta (e i primi degli ottanta) sono stati anni davvero difficili per Peter Grant ma è per certi versi commovente vedere come cercasse comunque di essere un padre protettivo e decente. Se ci sia riuscito o no non lo so, ma pur nella pazzia di quel periodo ha cercato di non perdere mai di vista Helen e Warren.

Mi sarebbe piaciuto leggere di più a proposito di Gloria, moglie di Peter e madre dei suoi figli. La sua figura è appena descritta e una volta avvenuta la separazione non se ne sa più niente. Un po’ poco per un personaggio centrale che Grant ha avuto al suo fianco per tre lustri.

Il libro ha 290 pagine, è ben confezionato, contiene alcune foto mai viste prima. In copertina uno scatto di Ross Halfin.

June 2018 – Mark Blake, Ross Halfin, Helen Grant, Warren Grant

Da grande fan dei Led Zeppelin quale sono ho trovato questo libro davvero impressionante, magari sono io che mi eccito troppo per le piccole nuove sfumature di una storia che già conosco molto bene, ma riuscire a leggere con avidità un nuovo libro che dopo tutto ha come soggetto principale i LZ significa che l’autore ha fatto un ottimo lavoro e che non si è limitato a raccontare e a rubare una storia rievocata già centinaia di volte. Bravo Mark Blake.

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(broken) English

This is the second biography of Peter Grant and is undoubtedly more exhaustive than the first (The Man Who Led Zeppelin by Chris Welch released in 2001). Not that Chris Welch had not done a good job, but Blake was able to count on more incisive collaborations, primarily that of the sons of Grant, Helen and Warren. Their contribution is very important, for the first time are in fact reported facts and opinions of those who lived with Peter Grant. Helen and Warren are sincere in their speeches although certain things were certainly not easy to deal with, hats off to their honesty. In addition to them also collaborated characters who worked in the organization of Peter Grant and this is also a decisive factor for the success of the book and although Page, Plant and Jones did not participate in the thing, the result is amazing. Blake must have done extensive research, the story told runs very well, his prose then also helps those who, like myself, is not native English; the author also has also been able to use the contents of the last interview that Grant released before his death, an interview never published before.

The pages dedicated to Peter Grant’s formative years are somewhat touching: the difficulties of being an illegitimate child, the lack of money and education, the harsh living conditions of the time, but at the same time it is enlightening to understand how PG never let himself down and fought to get where he arrived with a determination certainly out of the ordinary.

Blake can not help but tell in some ways the story of Led Zeppelin, I think it was inevitable, but he does it without ever losing sight of the main protagonist of the book. Of course, among the arguments and facts told many are those that we already knew and we read in countless books about the group we love so much, but Blake manages to keep the boredom far and indeed almost always enriches these facts with new small revelations.

This book once and for all establishes how the Led Zeppelin were the group of Page and Grant and how it moved from a fulminating and very organized start to an end where no one had any idea what was happening. Grant’s divorce and massive use of chemicals changed what was once the best manager in the world, making him paranoid and out of his mind. It is painful to read about these things and see how a man and adult of reference for everyone completely lost control.

I read the pages dedicated to the Bad Company with great pleasure and I realized once more what difficult character was Paul Rodgers. The book, however, is exciting from the beginning to the end despite, as I said, traits of topics and events very familiar to me. So many new nuances, for example about the madness of the tour of 1977 and the funeral of Karac Plant (Blake makes new plausible hypotheses about Grant, Page and jones absence), really unusual then read the plots to replace Grant as manager of Led Zeppelin from 1978. Also important was the focusing of Blake on ambiguous figures such as Steve Weiss and Herb Atkin, with a consequent understanding of how certain economic and power mechanisms were in those days. Curious then to learn that the contract for the recording of the soundtrack of Detah Wish II provided a sum to be given to director Michael Winner and not the other way … just to have Jimmy Page back on track they were willing to do anything.

The last part of the seventies (and early eighties) were really difficult years for Peter Grant, but it is in some ways moving to see how he still tried to be a protective and decent father. Whether he has succeeded or not I do not know, but despite the madness of that period he tried never to lose sight of Helen and Warren.

I would have liked to read more about Gloria, Peter’s wife and mother of his children. Her figure has just been sketched and once the divorce has taken place nothing more is known. Too little ‘for a central character that Grant had by his side for three lustrums.

The book has 290 pages, is well packaged and contains some photos never seen before. On the cover, a shot by Ross Halfin.

As a great fan of Led Zeppelin I found this book really impressive, maybe it’s me that excites me too much about the new nuances of a story that I already know very well, but to be able to read with voracious appetite a new book that after all has LZ as the main subject means that the author has done a great job and that he has not limited himself to telling and stealing a story already evoked hundreds of times. Bravo Mark Blake!

 

 

Mensis Decembris Blues

21 Dic

Et voilà, eccoci di nuovo qui col solito post a cavallo del solstizio d’inverno pieno dei soliti rigurgiti dicembrini velati di malinconia, dei medesimi bilanci di fine anno e degli stessi blues che da sempre ci contraddistinguono. Siamo sotto le feste, chi celebra l’avvento di Cristo (spesso contravvenendo a quanto Cristo stesso sembra predicasse) e chi come noi celebra il Sol Invictus, il proprio compleanno (siamo in tre qui sul blog ad essere nati nella giorno più particolare) e la propria condizione di uomo di blues capitato su un pianeta  perduto nella vastità dell’Universo.

Oltre a tutto questo, quest’anno festeggiamo anche Isacco Newton, nato il 25/12/1642, mente straordinaria e essere umano di estremo valore. Un brindisi a lui dunque, grazie Isy, senza di te non saremmo gli stessi.

Isacco Newton

Ho scritto più volte che il periodo che va dal 10 al 23 dicembre è il mio preferito; mi perdo nei ricordi della mia adolescenza e della mia infanzia, quando, come canta De Gregori ,“tutto mi sembrava andasse bene”, quando l’allegra famigliola di Brian tornava dalla messa di mezzanotte (fine sessanta / inizio settanta) circumnavigando gli accumuli di neve -ammassati dagli spazzaneve – che mi sembravano enormi. Io e mia sorella tenuti per mano da mamma e papà tra la notte nera, la neve e i regali che avremmo trovato ai piedi del letto l’indomani mattina. Circa tre settimane fa Mother Mary avrebbe compiuto novant’anni, su facebook, per ricordarla, ho scritto qualcosa tipo “mi piacerebbe dirti che sebbene io sia un uomo di una (in)certa età già da diversi anni, mi sembra sempre di essere il bambino che aveva bisogno di te”. Già, al di là del sentimentalismo da strapazzo (evidentemente necessario al sottoscritto per lenire certe paturnie), è proprio così; fino a dieci/quindici anni fa, pensavo che le persone di un certa età avesse una comprensione del mondo e della vita che io ancora non avevo raggiunto ma poi, parlandone con Julia, compresi che non era affatto così. Ognuno si arrangia come può, ognuno è in fondo perso per i fatti suoi, e rimane il bambino che teneva la mano a sua madre …. certo, l’età un minimo di esperienza di vita te la dà, ma alla fin fine ci si sente spesso soli alla mercé dell’Universo.

Meditabondo come sempre, dunque, affronto i viaggi dalla Domus Saurea a Stone City, dove lavoro, con la solita verve bluesy. Quest’anno la neve ha fatto la sua comparsa nel periodo dei saturnali, per il sottoscritto quindi è uno spettacolo attraversare le campagne imbiancate. La sera poi rincasando, seguo la pista delle lucine ad intermittenza, ci sono quelle sghembe e fatte senza un minimo di criterio e e quelle perfette fatte a regola d’arte, quelle sbiadite testimoni di un mondo che fu e quelle moderne sfavillanti e decise, quelle discrete ed eleganti e quelle strabordanti figlie di di un consumismo e di una ostentazione davvero fini a se stesse.
La musica che mi ascolto in questi viaggi e quella a me più famigliare e più adatta a farmi sentire a casa, non necessariamente la più dolce. Sì, naufrago volentieri tra le onde delle canzoni natalizie interpretate da Tony Bennett, Ray Charles o Mahalia Jackson, ma poi mi rifugio anche in quegli album che mi hanno creato e che all’apparenza hanno ben poco di natalizio (Johnny Winter anyone?).

Discendo poi lungo i sentieri dei miei blues cosmici e chiedo venia a chi deve sopportarne il relativo mood (Little Monkey can you hear me?) ma come si fa, in questo periodo, ad eludere un inizio del genere?
Have mercy baby
I’m descending again

Mi diverto a trovare sonorità chitarristiche comuni tra la Double Trouble (di Otish Rush) live di Eric Clpaton (da Just One Night del 1980) e Tea For One dei Led Zeppelin (da Presence del 1976)

La sera poi, ogni tanto, la passo insieme al Michingan Boy (Polbi). Lunghe telefonate tra Borgo Massenzio e Detroit dove ci confessiamo i nostri blues, rimettiamo a noi i nostri debiti e cerchiamo di sopravvivere a questa porca vita.
A breve vedrò i ragazzi per il solito sinodo invernale. A dispetto di qualche defezione, lo zoccolo duro tiene botta e sarà bello passare, sotto natale, una serata tra veri uomini di blues in una trattoria storica sperduta nel buco del culo dell’Emilia tra tortelloni e bottiglie di Lambrusco.
Ogni tanto nei miei viaggi fa capolino Beethoven: piano concerto n.5 in mi bemolle minore. Con questa aria sonora incantevole veleggio, all’apparenza, tranquillo verso le mie destinazioni.

I’m In Love With My Cat(s)

Con l’inverno il rapporto con i gatti della Domus Saurea si fa più stretto. I nostri felini vengono in casa a cercar riparo dalle rigide temperature della steppa emiliana e giocoforza ci si deve abituare a vivere tutti insieme.

Strichetto, la gattina scappata da vicini non certo amanti degli animali e accasatasi da noi, ormai interagisce in maniera speciale. E’ sempre isterica, da piccola ne ha subite davvero tante, ma è indubbio che vive la Domus Saurea come un rifugio più che sicuro e me e la pollastrella come umani su cui fare assoluto riferimento. Quando non sonnecchia o quando ha svolto i suoi compiti da gatta arrampicandosi sui pini o scorrazzando per la campagna, mi viene a trovare e mi chiede: “Tyrrell, e adesso cosa facciamo?”. La mia risposta è sempre quella: “Stricchi, ma cosa vuoi fare? Hai mangiato, hai dormito, hai fatto la cacca, sei stata fuori a fare la matta … sei una gatta, non sei un’umana, la tua vita è questa, cerca di elaborare la cosa.”

Strichetto – dicembre blues – foto TT

Lei insiste, salta sulla scrivania e non mi lascia finire di scrivere queste sciocchezze e allora mi arrendo …

Strichetto – dicembre blues – foto TT

gioco con lei, le faccio ascoltare la Mahavishnu Orchestra, le suono qualcosa, la porto di là a vedere vecchie partite dell’Inter sino a quando stanca o, annoiata, torna ad uscire o a farsi un pisolino sullo sgabello.

Strichetto – dicembre blues – foto TT

Anche Raissa, la più vecchia dei nostri felini, si gode il tepore della Domus.

Raissa – Dicembre Blues – Domus Saurea 2018 – foto TT

Persino Artemio, il gatto randagio che abbiamo intorno a casa ormai da anni, viene a farsi qualche oretta nell’entrata, non troppo distante dalla stufa.

Artemio – dicembre blues – Domus Saurea 2018 – foto Saura T.

La Ragni, che pur è una stronzetta (nel senso che devi sempre aspettarti una zampata), diventa più malleabile, appena sono sul divano mi viene addosso, anche quando sono intento a sistemare i libri trova un modo per accoccolarsi su di me.

La Ragni non mi molla un attimo – foto Saura T

Manca Spaventina, ma come rivela il nome, è la più riservata e la meno addomesticata. Riesco a prenderla in braccio e ad accarezzarla ogni tanto, ma è una gatta sempre sul chi va là. Non ama farsi fotografare.

E poi c’è lui, il mio migliore amico, il diavoletto nero della Tasmania, la pantera di Borgo Massenzio: Palmiro!

Durante l’inverno diventa così sentimentale che è una esperienza davvero notevole interagire con lui. Al mattino la prima ad uscire è la pollastrella, la mia sveglia suona poco dopo, ma in quella mezz’ora in cui sono sotto al piumone a godermi il tepore prima del gelo mattutino sento la porta aprirsi, una pantera nera saltare sul letto e una cotoletta di pelo di sette chili e mezzo piantare con forza il suo muso sul mio con una caparbietà e forza da far girare la testa. Stiamo lì, abbracciati l’uno all’altro, a contemplare l’America, mammiferi di specie diverse che mostrano affetto reciproco, che sono felici di vivere insieme e che si consolano a vicenda. Come direbbe Guccini “nemmeno dentro il cesso possiedo un mio momento”, perchèPalmir arriva e mi fissa fino a che non gli apro la finestra in modo che possa saltare sul davanzale e dare un’occhiata ai suoi possedimenti.

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

Non resisto al suo sguardo, quei suoi meravigliasi occhioni gialli mi manovrano come fossi un automa così apro la finestra e fa niente se mentre mi faccio la barba mi si gelano anche gli zebedei.

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

La sera, a volte, mi aspetta sul letto, come a dirmi, Tyrrell, è tardi, dai che è ora di dormire..

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

Fa insomma parte della mia vita, della mia famiglia e, come Mother Mary, “quando sto passando tempi tribolati lui viene a me e mi sussurra fusa di saggezza.”

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

Luci Ad Intermittenza

Potevano mancare le luci da intermittenza alla Domus Saurea? E allora via lungo la scia delle scintille luminose tra la mia rappresentazione Dickensiana …

Winter Solstice Festivities Scenery 2018 – Domus Saurea – Photo TT

Winter Solstice Festivities Scenery 2018 – Domus Saurea – Photo TT

l’alberello indoor …

Winter Solstice Festivities Tree 2018 – Domus Saurea – Photo TT

quello outdoor …

L’alberello sul balcone – Domus Saurea 2018 – foto TT

e il wishing well.

Wishing Well – Domus Saurea 2018 – foto TT

Scendo per dare un’occhiata all’effetto e mi sorprendo nel constatare ancora una volta che la Domus Saurea sembra davvero una casetta in riva al mondo.

L’alberello sul balcone – Domus Saurea 2018 – foto TT

A light In the black – Domus Saurea 2018 – foto TT

Aleida

Arriva Aleida a Regium Lepidi. L’ avevamo già vista a Locus Nonantolae l’anno passato in un incontro più informale, quello di stasera è invece più ufficiale.

Aleida Guevara – Reggio Emilia 13/12/2018

La ballroom è gremita, incontriamo qualche amico, tra cui Paco Roberto. Fa piacere riconoscere facce amiche non rassegnate alla involuzione generale.

Aleida – nonostante debba ripetere gli stessi concetti ad ogni incontro – è piena di passione e di fervore rivoluzionario. Si parla di ingiustizie e di lotta e di difesa dei più deboli, argomenti che non vanno più di moda di questi tempi, ma che i presenti seguono con molta attenzione. Parecchi giovanissimi tra il pubblico, sorpresa piacevolissima. Nonostante ci sia chi traduce, il castigliano di Aleida è pressoché comprensibile ed è un enorme piacere stare ad ascoltarla.

Aleida Guevara – Reggio Emilia 13/12/2018

http://www.reggionline.com/la-figlia-guevara-racconta-le-nuove-sfide-cuba-video/?fbclid=IwAR3kT75avoLW-3hYdpB-r8q_zkk7CPYRcbVnkj9WyF8t7712SCuiz5sBYMI

Aleida Guevara – Reggio Emilia 13/12/2018

A fine conferenza in molti si avvicinano per stringerle la mano, farsi autografare libri, raccontarle le proprie impressioni. Accostiamo anche noi, ma la vediamo un po’ affaticata per quanto paziente e sul pezzo, così decidiamo di andarcene. Cosa avrei potuto dirle stringendole la mano? Non sai, Aleida, quanto tuo padre e Cuba significhino per me? Suvvia, sarebbe un gesto pretenzioso ed egocentrico. Anche inutile, perché sono certo che lei lo sa già.

Coop Tales

Spesa settimanale alla Coop. La solita colazione al solito bar, le solite amiche di una certa età che discutono in dialetto reggiamo strettissimo nel tavolo di fianco. Non riesco ad evitare di stare ad ascoltarle, il loro eloquio dialettale è sublime. Frasi, coniugazioni e costruzioni che quelli della mia generazione non sanno più fare e che piano piano scompariranno. Mi godo il momento e il suono purissimo della lingua che mi ha cresciuto. Vorrei alzarmi dal tavolo e baciarle tutte. Superfighe!.

Colazione alla Coop – old ladies talking blues – foto TT

Il centro commerciale è dedicato a Ludovico Ariosto, nato in questa città nel 1474, personalità di spicco degli uffici italiani nonché poeta e commediografo, autore dell’Orlando Furioso.

Penso a lui mentre entro, col carrello, alla Coop.

Ludovico Ariosto

Osservo la gente.

C’è una ragazza in coda davanti al reparto farmaci; collant di lana nere, ballerine, gonna corta, gambe non esattamente perfette, capelli sporchi. Si confronta col marito che la attende lì di fianco col carrello. Sguardi spauriti e rassegnati.

C’è un ragazzo che gira per gli scaffali con una bottiglia di thé e un sacchetto con dentro un paio di cianfrusaglie. Porta pantaloni baggy e  scarpe obsolete col tacco. Ha uno sguardo tra il tranquillo e il disperato.

Mi viene in mente che ieri, al Sigma di Stone City, un signore anziano davanti alla vetrina, sotto la neve, controllava le offerte reclamizzate sulle grandi vetrate per vedere se corrispondevano con i coupon che aveva in mano.

Gente che porta in giro panettoni e addobbi per l’albero, coppie che litigano dinnanzi al banco della gastrononia, bambini che fissano – un po’ annoiati – i giocattoli, genitori sotto stress che cercano di portare a casa anche queste festività, uomini di blues che cercano di sforzarsi di essere felici e di andare a braccetto con le proprie pollastrelle.

Coop blues – dicembre 2018 – foto TT

Nel parcheggio coperto, immancabile come l’F24 dell’anticipo Iva, c’è l’automobile parcheggiata alla cazzo. Complimenti furbetto, ti auguro che a natale, dovunque tu vada, non riesca a trovare parcheggio.

Parcheggiatori dsistratti – Coop Ariosto – foto TT

Miscellanea Blues

Certe notti sono così blues che per cena mi faccio un caffellatte, d’altra parte sono figlio di Mother Mary e de La Coscienza di Zeno.

caffellatte blues – foto TT

Ieri mi sono visto con l’amico Jaypee, una pizza veloce da Rock a Stone City. Sempre bello scambiarci i nostri blues. Non sarà presente al sinodo, ha un concerto proprio quella sera, maledetti Sticky Fingers Ltd che mi portate via il mio amico nel momento del bisogno. A proposito di Sticky Fingers, a volte mi chiedo che fine abbia fatto il Rick Derringer di Vignola, Lorenz insomma, mi ha abbandonato al mio destino, da quando ha comprato una Telecaster è cambiato e non considera più il suo Gibson brother. Meno male che Mr J ogni tanto mi manda whatsapp che mi risollevano la giornata (Vengo A Patti Col Demonio è un mio pezzo finito nel cd della Cattiva Compagnia, gruppo di cui – in quegli anni – io e Jaypee facevamo parte).

Whatsapp di Jaypee

Il Dark Lord ha spedito a Paul Stanley dei Kiss una copia del libro fotografico dei LZ con tanto di dedica. Jimbo, in caso tu ne abbia una copia in più, puoi spedirla a: Ittod Tirelli, Domus Saurea, Borgo Massenzio, Italy. Grazie vecchio mio.

Il Dark Lord regala libri ai suoi amichetti (nella foto Paul Stanley dei Kiss)

And since we’ve no place to go, let it snow, let it snow, let it snow …

Neve poco prima di natale, che meraviglia. Domenica scorsa, di notte, è iniziato a nevicare, non credevo ai miei occhi, finalmente la neve nella seconda metà di dicembre, finalmente un po’ di candore.

Non credo che Stricchi l’avesse mai vista, così abbiamo fatto un balletto sulla balconata della Domus.

In poco tempo un primo strato bianco si è posato facendomi felice.

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

La mattina trovare la campagna imbiancata mi ha sistemata l’animo. Dalla finestrella del sottotetto ho rimirato quel bianco candore con gioia.

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

I dintorni della Domus diventano un quadretto niente male e io mi perdo a contemplare il paesaggio…

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Nel mio viaggio verso Stone City mi soffermo a rimirare le strade blu a me più care.

Driving work for Christmas – photo TT

Driving work for Christmas – photo TT

Un’altra spruzzatina è caduta l’altra sera, ad oggi i campi sono ancora bianchi e io mi avvicino al natale con l’animo più sollevato. Nei prossimi giorni cappelletti in brodo mi attendono dalla Lucia, dove la famiglia della pollastrella si riunisce, sarà ancora più bello gustarli con la neve che ancora resiste sulle terre emiliane.

Ego benedico vobis in nomine Emerson, Lake et Palmer

Con questa faccia un po’ così (che più la guardo e più mi ricorda quella del vecchio Brian)

Con quella faccia un po’ così … – TT autoscatto

non mi resta dunque che augurare a voi, donne e uomini di blues che formate la splendida comunità di questo blog, tutto il meglio per la nuova stagione e come cantava Greg che possiate avere il Natale che meritate. Che il Sol Invictus splenda sul vostro viso, che le stelle riempiano i vostri sogni, che il padre dei quattro venti riempia le vostre vele. Io vi benedico nel nome di Emerson, Lake e Palmer. La messa (nera) è finita, andate in pace.

… e che il Dark Lord vegli su di noi.

Il Dark Lord.

D.Lewis – M.Tremaglio “Evenings With Led Zeppelin – The Complete Concert Chronicle” (Omnibus Press 2018)

15 Dic

D.Lewis – M.Tremaglio “Evenings With Led Zeppelin – The Complete Concert Chronicle” (Omnibus Press 2018) – TTTTT

ITALIAN/ ENGLISH

Omnibus Press continua a pubblicare ottimi libri, lo fa sempre con professionalità e competenza, condizioni essenziali per centrare l’obbiettivo. Questo nuova uscita a nome Dave Lewis & Mike Tremaglio è curata da Chris Charlesworth e questo è un bene; Charlesworth con la sua esperienza e le sue capacità rende questo libro il meno ostico possibile e fa sì che il gran lavoro di Tremaglio e Lewis risplenda nella maniera più chiara.

Questo è un libro “tecnico”, gira infatti intorno alla lunga (?) lista dei concerti fatti dai Led Zeppelin. Detta così può sembrare una faccenda noiosa, ma il libro intrattiene più del previsto.

Naturalmente è un tomo per i fan dei Led Zeppelin in senso più o meno stretto, un libro a cui fare riferimento quando si sta ascoltando una registrazione dal vivo e si vuole approfondire, ma ripeto è più scorrevole del previsto. Per ogni concerto vengono proposte scaletta (quando possibile), note generali, note sul luogo del concerto, registrazioni live disponibili, recensioni dell’epoca apparse sulla stampa.

Queste ultime sono forse una delle cose più interessanti del libro, si passa dai leggendari resoconti dei primi anni (sebbene anche nel 1969 ci fosse chi proprio non sopportava – e non capiva – la proposta del gruppo) alle recensioni meno positive relative agli ultimi grandi tour, 1975 e 1977 in particolare. Pur essendo grandi fan del gruppo, Dave e Mike hanno lasciato per intero anche gli articoli più sprezzanti e denigratori nei confronti del gruppo, per questo plaudo alla loro onestà intellettuale. Dal punto di vista del fan quale sono, è molto chiarificatore leggere cosa scrivessero i giornalisti musicali a proposito dei grossi problemi alla voce di Plant nel tour del 1975 e della pessima forma “chimica” e chitarristica di Page ad esempio nel tour del 1977.

Nel libro però c’è anche altro, molto altro. Sfogliando le pagine una volta di più mentre scrivo queste righe mi saltano agli occhi alcune faccenduole che ho imparato dal libro e che vale la pensa sottolineare, tra cui, ad esempio:

  • Page chiese a Terry Reid di unirsi agli Yardbirds già nel marzo del 1968 (nei giorni che andarono dal 3 al 16)
  • Reid consigliò Plant a Page il 17/03/1968 dopo che Band Of Joy (con Robert alla voce) aprì un suo concerto.
  • la prima prova fatta dai Led Zeppelin nell’agosto del 1968 potrebbe non essere stata fatta in Gerrard Street a Londra, bensì a Lisle Street.

Possono sembrare quisquilie, ma se si è studiosi e appassionati del gruppo di Page, sono cosette assai succose.

Il libro poi offre, come ho anticipato, la storia dei locali che hanno ospitato i LZ, quella del Fillmore West ad esempio è molto gustosa.

A pag. 414 c’è la tabella riassuntiva relativa ai pezzi che sono finiti nell’album ufficiale The Song Remains The Same, con specificato all’interno della stessa traccia da che concerto/i  essa proviene (tabella improntata sul gran lavoro fatto da Eddie Edwards).

Sono poi presenti le date del tour estivo del 1975 annullato e i fatti relativi… questo e naturalmente molto altro. Mi tolgo il cappello davanti alla Omnibus press che ha avuto il coraggio di pubblicare un titolo così particolare e di averlo fatto in confezione davvero encomiabile: il tomo pesa più di 2 kg, è di grande formato, è cartonato e ha 576 pagine.

Prima di finire è bene precisare che sono amico di Dave Lewis (lo seguo dai primissimi anni ottanta, quando misi le mani su uno dei primi numeri della sua fanzine Tight But Loose, diventammo amici poco dopo quando iniziai la mia di fanzine) e anche con Tremaglio ho avuto qualche contatto nel corso degli anni, ma sapete che di solito sono schietto e sincero quindi scevro da qualsiasi carineria dovuta, posso tranquillamente concludere dicendo che – se ci si considera fan dei Led Zeppelin – questo è un libro da avere ad ogni costo. Dave e Mike hanno davvero fatto un lavoro straordinario.

 

(broken) ENGLISH

Omnibus Press continues to publish excellent books, it always does so with professionalism and competence, essential conditions to achieve the goal. This new release written by Dave Lewis & Mike Tremaglio is edited by Chris Charlesworth and that’s good; Charlesworth, with his experience and abilities, makes this book the least difficultas as possible so the great work of Tremaglio and Lewis may shine in the clearest possible way.

This is a “technical” book, it is centered around the long (?) list of concerts made by Led Zeppelin. This may seem a bit of a boring affair, but the book has more than expected.

Of course it is a tome for Led Zeppelin fans in a more or less strict sense, a book to refer to when you are listening to a live recording and you want to deepen it, but I repeat it is smoother than expected. For each concert it is offered the songlist (when possible), general notes, notes on the concert venue, live recordings available, reviews of the time that appeared in the press.

The latter are perhaps one of the most interesting things of the book, we pass from legendary reports of the early years (although even in 1969 there were those who just could not stand – and did not understand – the proposal of the group) to the less positive reviews of the last big tours , 1975 and 1977 in particular. Despite being big fans of the group, Dave and Mike have left in full even the most disdainful and disparaging articles against the group, so I applaud their intellectual honesty. From the fan’s point of view as it is, it is very clarifying to read what music journalists wrote about Plant’s big problems in the 1975 tour and Page’s bad shape for example on the 1977 tour.

But there is also something else in the book. Little things like these for example:

_Page asked Terry Reid to join the Yardbirds as early as March 1968 (in the days from 3 to 16)
_Reid suggested Plant to Page on 17/03/1968 after Band Of Joy (with Robert on vocals) opened one of his concerts.
_the first Led Zeppelin rehearsals in August 1968 might not have been on Gerrard Street in London, but on Lisle Street.

They may seem trifling things, but if you are scholars and enthusiasts of Page’s group, they are very juicy.

The book then offers, as I anticipated, the history of the venues that hosted  LZ, the Fillmore West’s one for example is very tasty.

On page 414 there is a summary table of the pieces that ended up in the official live album The Song Remains The Same, with song breakdown by concert (a table based on the great work done by Eddie Edwards on his web site The Garden Tapes ).

Then there are the dates of the 1975 summer tour canceled and the related facts … this and of course much more. Hats off to Omnibus press that had the courage to publish such a particular book and to have done it in a truly commendable package: the tome weighs more than 2 kg, is big sized, has hardcover and has 576 pages.

Before I end this review I must clarify that I am a friend of Dave Lewis (I have been following him since the early eighties, when I put my hands on one of the first numbers of his Tight But Loose fanzine, we became friends shortly after when I started my own fanzine Oh Jimmy) and also have had some contacts over the years with Tremaglio, but you know that usually I am a straight shooter so free from any cuteness due, I can safely conclude by saying that – if you consider yourself a Led Zeppelin fan – this is a book you must have. Dave and Mike really did an amazing job.

Champions League Blues

13 Dic

Martedì sera contro il PSV Eindhoven non siamo andati oltre l’1 a 1 e così facendo non siamo riusciti a superare la fase a gironi, dunque siamo fuori dalla Champions. Non sono nemmeno arrabbiato, giusto rassegnato e distaccato. Non abbiamo centrocampisti all’altezza per poter competere a certi livelli nell’Europa che conta e per contrastare i bianconeri in campionato. Tutto qui. L’unico è Brozovic. Tra un infortunio e l’altro Radja deve ancora iniziare la stagione, Joao Mario è un enigma, Gagliardini, Borca Valero e Vecino semplicemente sono giocatori modesti. Con le restrizioni del Fair Play finanziario ci siamo potuti permettere questi qui, non abbiamo potuto confermare due campioni quali Cancelo e Rafinha e dunque occorre venire a patti con quello che siamo.

Nonostante questo siamo arrivati secondi (in uno dei due gironi più duri della coppa in questione) a pari punti (8) col Tottenham che passa solo grazie alla differenza goal degli sconti diretti e ai tre pali colpiti nelle due partite dell’altra sera: uno di Perisic a San Siro, e due di Coutinho al Camp Nou. Retrocediamo in Europa League, che vuoi farci.

Eppure la serata di martedì per me è stata speciale, posso dire il momento migliore che ho passato a San Siro sebbene possa sembrare un paradosso. Non che io capiti spesso alla Scala del Calcio, ma dal 1990 in poi qualche partituccia me la sono pur vista (compresa la finale vinta di Coppa Uefa del 1994), sarà forse il fatto che è stata la mia prima volta ad una partita di Champions League e quindi con l’atmosfera magica delle serate del grande calcio europeo, ma mi è proprio piaciuto tanto.

E dire che abbiamo impiegato ben tre ore per fare 170 km (90 minuti spesi sulla tangenziale in coda), e per fortuna che la pollastrella ha il chip del navigatore dentro di lei cosicché, con alcune scorciatoie e variazioni, siamo riusciti ad uscir dal traffico prima del previsto.

L’arrivo a San Siro è sempre affascinante, rimirare l’esterno stadio mi emoziona ogni volta.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

Dribbliamo tutti i rivenditori di hot dog e hamburger, Saura è vegetariana, ci inoltriamo in un viale alla ricerca di una pizzeria. Poco prima delle 20 ci mettiamo in fila ed quindi entriamo. Sono un po’ contratto, è una serata importante …

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto Saura T

…siamo nel secondo anello rosso, la visuale è ottima, mi rilasso e mi faccio qualche autoscatto con la pollastrella.

Tim&Saura – Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – autoscatto

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – autoscatto

San Siro mi fa sempre sentire titanico dinnanzi al futuro. Faccio amicizia con due ragazzi, uno accanto e uno davanti a me. Entrambi hanno 25/30 anni e sono appassionati quanto e più di me. Uno dei due vive a Cosenza, si è fatto il tragitto da solo per essere vicino ai ragazzi in una notte come questa. E’ inoltre fan di Valentino Rossi e di Vasco Rossi. Non fatichiamo a trovare punti d’intesa. Mi accorgo però che mentre io gli do del tu, lui mi da del lei. E’ una cosa che dapprima mi sorprende poi elaboro la cosa, già, mi dico, è vero che sono un uomo di una (in)certa età.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

Sono le 20,30, parte l’inno C’è Solo L’Inter, tutti accendono la luce del cellulare, l’effetto è struggente, anche Saura rimane colpita ed inizia a filmare dalla seconda strofa. E’ il mio inno preferito (Pazza Inter è troppo danzereccia e frivola per i miei gusti) essendo in sostanza un sentito blues featuring Grazianone Romani. La canto tutta insieme ai miei fratelli nerazzurri, 70.000 voci che rivolgono al cosmo la loro fede. Brividi.

Il mio stesso fervore nerazzurro mi commuove, mi sento parte di questo sentimento universale, di questa passione nerazzurra che mi tiene in vita.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

La musichetta della Champions non fa che aumentare il fascino della serata.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

L’Inter entra in campo risoluta, non lascia spazio agli olandesi, attacca e sbaglia parecchie occasioni da goal, fino a quando Asamoah combina un pasticcio da dilettante, PSV in vantaggio. Siamo tutti increduli. Intanto il Barca sta vincendo col Tottenham. L’Inter pareggia solo al 70esimo, troppo tardi. Il centrocampo non funziona, e i cambi non danno l’effetto desiderato. Maurito pareggia, ma segnano anche gli inglesi al Camp Nou. Tutto inutile. D’altra parte se non si riesce a battere l’ultima del girone (con un solo 1 punto all’attivo), come si può pensare di andare avanti? Il PSV ha fatto una partitaccia, poco più di un tiro e manfrine atte a perder tempo durante tutti i 90 minuti, un atteggiamento davvero puerile, soprattutto se messo in campo da una squadra olandese.

L’arbitro fischia la fine. Saluto i miei compagni di settore e mi incammino verso l’uscita. Sono triste, ma tutto sommato non sorpreso. Non siamo ancora chi vorremmo essere. C’è chi se la prende col Mister, chi con i giocatori (Asamoh lo ho mandato a quel paese anche io ad onor del vero) ma ad oggi siamo questi qui. Possiamo giocarcela più o meno con tutti, ma abbiamo visto che non è sufficiente, che pur non sfigurando per niente poi alla fine perdiamo. Temo sia un altro anno buttato. Solo un lungo cammino in Europa League, una ripresa in campionato e un buona figura in Coppa Italia potrebbero in parte risolvere la stagione. Fino al 30/6/2019 saremo bloccati dal Fair Play Finanziario, dal 1 luglio 2019 però dovremmo finalmente essere liberi e sarà lì che vedremo di che pasta è fatto il grande timoniere Zhang. Abbiamo necessità di avere degli ottimi giocatori (per non parlare di campioni e fuoriclasse) per avere chance di uscire dai pantani di questi ultimi 9 anni, e di fare chiarezza all’interno della squadra: inutile tenere Perisic se questi vuole andare in Premier League, inutile puntare su giocatori logori e deludenti. Spalletti a me non dispiace, avrà anche qualche colpa ma col materiale che ha a disposizione non credo possa fare tanto di più. Certo, dopo martedì sera, la sua posizione si fa meno sicura … si fanno già nomi di possibili successori. Mi sembra prematuro. Vorrei che cercassimo di portare a casa una stagione dignitosa. Credo sia il momento di ricompattarci e di non buttare tutto via.

 

Immacolata Blues (The Equinox al Livello – Gualtieri 8/12/2018)

12 Dic

Sabato sera al Livello. E’ la terza volta in poco più di un anno, ormai è uno dei locali dove ci sentiamo a casa. Essendo dicembre stavolta suoniamo nel palchetto all’interno del locale e non della dépendance esterna. Dobbiamo stringerci e montare la strumentazione uno alla volta. Ho rinunciato alla Danelectro per evitare di avere altre custodie tra i piedi, vorrà dire che suonerò Kashmir con la Les Paul n.2.

The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 – Foto TT

Durante il soundcheck ci diamo dentro con Tie Your Mother Down dei Queen, poi ripassiamo un paio di stacchi e cerchiamo il giusto equilibrio sonoro, il locale non è grande, ho il volume del Marshall nemmeno a 1.

The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 – Foto TT

Una volta finito mi metto a filmare Saura e Pol che improvvisano Bohemian Rhapsody. Essendo un siparietto mai provato prima e nato dal nulla, rimango colpito: Pol la canta come si deve e la Saura la suona con la consueta maestria. Che spettacolo.

Arriva la claque che ormai ci segue imperterrita ad ogni concerto, anche nei posti più lontani e nascosti come questo (siamo sulle rive del MississiPo): la Patty, Blacksmith Mario, Gio, la Maura, Riff. Ci mettiamo al tavolo tutti insieme, è ora di mangiare. A sorpresa Saura ha un regalo per i membri della band. Non ne sapevo niente, apriamo i pacchetti e vi troviamo gli asciugamani da concerto personalizzati Equinox. Rimango a bocca aperta. Quella donna non la ferma nessuno. Riff, il nostro Richard Cole, ne vorrebbe ordinare 50.

Gli asciugamani degli Equinox courtesy of Saura Terenziani – foto TT

Il locale si riempie; sono quasi le 22,30 la gente sta ancora cenando, dobbiamo spostare l’inizio alle 23. Vado sul palco ad accordare le chitarre quando mi vedo arrivare davanti Antonio Catenazzo, un amico della Milano connection a cui appartengo grazie al mio storico amico Doc Marena. Tutti pezzi grossi, tutti amanti del rock e tutti interisti. Sono sbalordito. Antonio viene da Milano da solo per vedersi un concerto degli Equinox. Che razza di amici e che razza di uomini: saremo anche tutti ormai nel club dei 50, ma non ci ferma ancora nessuno! Invece di stare a casa a poltrire davanti a Sky, ci spendiamo nel nome del rock. We are the champions, my friends!

Antonio e Tim – Il Livello – 8/12/2018 foto Saura T.

Ore 23, si inizia. Il concerto scivola via senza troppe magagne. Qualche attimo di panico quando qualcuno spegne le luci del locale, sul palco è buoi pesto, fatico a vedere la tastiera ma penso a Saura: è alle prese con Since I’ve Been Loving You, dunque sta suonando il brano più complicato tenendo conto che agisce contemporaneamente su tastiera (con le mani) e pedaliera basso (con i piedi). La sento maledire qualcosa o qualcuno, poi per fortuna la luce ritorna. Lele fa una The Song Remains The Same da paura, meno male che 9 giorni fa alle prove ci ha detto che è un pezzo che lo ha un po’ stufato. In alcuni momenti mi è sembrato di sentire il John Bonham di Listen To This Eddie (bootleg – Los Angeles Forum 21/6/77) sul brano omonimo.

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Non ci sono spie sul palco, riesco a malapena sentire le tastiere di Saura, la voce di Pol proprio non mi arriva, ma non mi preoccupa, il nostro usignolo non mi delude mai, cantanti di quel calibro ce ne sono pochi in giro.

The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 – Foto Antonio C.)

Il pubblico è tutto raccolto intorno a noi, l’atmosfera è da Juke Joint della Lousiana.Ci avviciniamo alla fine, Kashmir, Stairway e poi il piombo Zeppelin. Da un po’ di tempo a questa parte siamo soliti legare Heartbreaker a Whole Lotta love, come facevano i LZ nel tour del 1973. Dopo lo stacchetto centrale di batteria, partiamo col riff di Whole Lotta Love e la gente diventa matta. Sorrido e scuoto la testa … mi faccio sempre mille scrupoli riguardo l’aspetto obliquo del nostro tributo, cerchiamo di presentare anche pezzi meno scontati, ma poi, alla fine, la gente vuole Whole Lotta Love. Ci rifacciamo più o meno alla versione del 1973, sezione funk e Theremin inclusi. Per la prima volta io e Pol mettiamo in scena lo scambio voce/chitarra di Boogie Chillum che mi pare venuto benino. Invece di buttarci su Boogie Mama viriamo su Goin’ Down, il brano di Don Nix inciso dal Jeff Beck Group nei primi anni settanta, suonato dal vivo anche dai LZ. Chissà se in sala c’è qualche amante del bootleg Three Days After (LA Forum 3/6/1973) che possa apprezzare davvero questa nostra piccola divagazione.

Communication B e Rock And Roll chiudono la serata. Qualcuno chiede il bis, e allora via con Thank You. Ci rifacciamo alla versione di Page e Plant, col lungo assolo di chitarra finale. E’ uno dei momenti che preferisco, finalmente mi posso lasciare andare, per una volta mi allontano dal seminato pageiano e lascio che Mr Tyrrell (per dirla con Saura e Tomay) salti fuori. Inserisco qualche frase di Jeff Beck e poi ci metto del mio. Chiudo col ricamo di People Get Ready ritornando a Jeff Beck. Sono così preso, o almeno mi sembra di esserlo, che trascino l’accordo finale verso i riflessi elettrici del feedback e della saturazione, sfrego il manico della Les Paul contro il Marshall e lancio nello spazio profondo il mio grido blues disperato.

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Torno in me, per fortuna Lele e Saura mi hanno assecondato con aplomb perfetto.

Scendo dal palco, saluto gli amici, abbraccio Antonio che adesso deve tornare fino a Milano e ringrazio le persone che sono venute a fare i complimenti. Iniziamo a smontare l’attrezzatura, ed è forse il momento meno simpatico delle nostre serate live. Sei lì ancora preso dalle vibrazioni del concerto, sudato e un po’ in bambola e devi metterti a fare il roadie. Che dire poi della gente che non si sposta e che se ne sta ammassata davanti alla porta d’ingresso a parlare e a bere? Tu sei lì che vai avanti e indietro con amplificatori, tastiere, chitarre, valige e loro non di degnano di spostarsi e anzi sembrano infastiditi dal tuo continuo passaggio.

Saluto Yurj e gli chiedo se tutto è andato bene: vuole fissare la prossima data (30 marzo 2019). Direi che – seppur indiretta – la risposta è chiara.

Sono le 2,30 le mattino. Le nere lowlands reggiane sono placide, la blues mobile veleggia a velocità di crociera verso Borgo Massenzio.

Lowlands crossing – foto Saura T.

Sono perso nel mio mood …

Lowlands crossing – foto Saura T.

lo stereo passa musica classica in modalità random … l’animo si distente …

Infilo il muso in garage alle 3 del mattino.

Late night with The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 –

Una doccia, un thè e via a letto. Leggo qualche pagina del libro Evenings With Led Zeppelin

e poi spengo la luce. Sono le 4. Tra me e me sussurro: “New York, goodnight”

 

FILM: “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer (Gran Bretagna, USA, 2018 – 20th Century Fox)

6 Dic

“BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer (Gran Bretagna, USA, 2018 – 20th Century Fox) – TTTT

Un film su Freddie Mercury è un evento che non potevo lasciarmi sfuggire. Ho amato molto i Queen, soprattutto quelli dal 1975 al 1980, fanno parte di me ed è stato un vero piacere recarmi al cinema per affrontare questa pellicola. Scrivo affrontare perché, pur cercando di non documentarmi troppo a proposito, mi sono comunque saltate agli occhi le stroncature di certi fan e di conoscitori del rock un po’ snob oltre alle titubanze spirituali di fan ben predisposti ma in difficoltà con quelli che chiamo “paradossi temporali” contenuti all’interno del film.

Certo, anche io sono uno studioso/amante del rock un po’ snob, ma per fortuna sono riuscito a godermi il tutto senza troppi problemi. Una volta che si è venuti a patti con il fatto che Bohemian Rhapsody non è un docu-film di 10 ore sulla carriera musicale di Freddie e dei Queen (che solo un pubblico ristretto avrebbe guardato), le inesattezze si fanno più sfumate e si gode di questo spettacolo incentrato su 15 anni della carriera di FM e dei suoi colleghi. E’ un film che racconta una storia, una storia vista con gli occhi del regista, il quale si prende più di una libertà per mettere in scena la sua visione, ma che riesce a farsi seguire anche dal pubblico più generico, che ricordiamo è il pubblico dei Queen e che forse non noterà nemmeno le incongruenze di cui stiamo parlando.

Qualche anno fa su questo blog ci siamo interrogati proprio su questo:

https://timtirelli.com/2012/01/06/ma-i-queen-sono-un-gruppo-rock/

Mi reco al multisala Emiro di Herberia insieme ad altri due fan: la pollastrella e Mr Tomay, the midnight rambler.

Tre ottimi posti in zona centrale in alto, ottima compagnia, il film dei Queen (si, insomma, di FM) … bel modo di passare la domenica pomeriggio.

Il film è fatto molto bene, mi ha tenuto incollato alla poltroncina per 134 minuti, a volte mi ha fatto sobbalzare, a volte emozionare e commuovere, ed è finito troppo in fretta (giusto dopo il Live Aid) … mi sarei sparato almeno un’altra mezz’ora.

Rami Malek interpreta Freddie Mercury in maniera sensazionale, ne coglie l’enfasi creativa un po’ sopra le righe e un po’ candida in maniera esemplare. Spettacolare Gwilym Lee, a tratti sembra proprio di vedere Brian May. Non è immediato identificare Roger Taylor e John Deacon in Ben Hardy e Joseph Mazzello ma una volta che ci si è acclimatati poi non è difficile sovrapporre le immagini dei due musicisti a quelle dei due attori.

Emozionante vedere nei primi fotogrammi riprodotti gli Smile (il gruppo di May e Taylor da cui nacquero i Queen) con Tim Staffel al basso, figura che mi è sempre stata cara, non fosse altro per Doin’ Alright canzone che amo moltissimo.

Sicuro, certi paradossi ci hanno un po’ scombussolato … gli Smile (che sono un trio) sono ripresi dal vivo e mentre May suona l’assolo si sente la chitarra ritmica sotto … i Queen sono alle prese col primo album da cui viene fatta sentire la versione cantata di Seven Seas Of Rhye, ma tale versione apparve solo su Quen II (su Queen I era uno strumentale) …  i Queen sono ripresi nel loro primo tour in Usa (del 1974) mentre suonano Fat Bottom Girl (pezzo del 1978) … FM viene proposto con capelli corti e baffi già nel 1976/77 (succederà ad inizio anni ottanta) … i Queen sono ripresi sul palco del MSG di NY alla fine degli anni settanta quando il visual è chiaramente quello di Montreal 1981 … nel film siamo ancora nella seconda metà degli anni settanta quando FM fa vedere il filmato di Love Of My Life live a Rock in Rio (del 1985) a Mary Austin … la discussione se darsi o meno alla disco music avvenne per l’album Hot Space (1982) e non per The Game (1980) etc etc… ogni tanto scambiavo occhiate con Tomay e Saura, deglutivamo, scuotevamo la testa come a far passare quelle inesattezze dai pensieri e tornavamo a goderci il film.

Qualcuno si chiederà come mai Brian May e Roger Taylor (ben coinvolti nel progetto) abbiano dato il loro assenso a certe incoerenze, io credo che quando si tratta di produzioni del genere, occorra essere disposti ad arrivare a compromessi perché poi quello che conta è il risultato finale (e commerciale), che secondo me è ottimo. Un buon mix tra rock, frivolezze, la vita dissoluta di Freddie (poco più che accennata) e le personalità della band e di chi ad essa girava intorno.

E’ un po’ come andare a vedere film (e serie tv) tratti da libri che si sono letti, tutto viene condensato in sole due ore e a volte avvenimenti e personaggi sono spostati su prospettive diverse, difficilmente si resta pienamente soddisfatti dal un punto di vista del rigore, ma se – come in questo caso – il flusso della storia e della sceneggiatura funziona, ci si può passar sopra.

Per me, questo è un film che va visto.