Early december blues

6 Dic Cold cuntryside at Domus Saurea - photo TT

Scivolo all’interno di dicembre con la mia solita verve, quel misto di malinconica razionalità e tonica sofferenza. Le mattine si fanno fredde, la campagna gela, il sole pallido e senza fiato. La Domus Saurea indossa le sue vesti invernali a cui ormai sono affezionato.

Cold cuntryside at Domus Saurea - photo TT

Cold countryside at Domus Saurea – photo TT

Cold cuntryside at Domus Saurea - photo TT

La Aor mobile si sta lentamente trasformando. Non è ancora una blues mobile, se mai lo diventerà sarà sempre una blues mobile radical chic, ma sento che siamo spiritualmente più vicini, sempre che si possa essere spiritualmente vicini  ad un  veicolo munito di ruote spinto da un motore solitamente a scoppio e condotto da un guidatore. Però la sento più mia, ed io mi sento più suo. Ad esempio lei si sente più a suo agio con la musica che le faccio passare. Sono uscite alcune recenti nuove produzioni di WINSTON REMASTERS (rimasterizzazioni di vecchie registrazioni live dei LED ZEPPELIN a cura di un fan piuttosto noto nel giro degli appassionati) e ogni tanto me le sento in santa pace in macchina. Frankfurt 30/7/1980, Mannheim 2/7/1980…ci vuole un certo fegato per affrontare bootleg del genere (con un Page ai minimi termini) eppure la Aor-mildly-blues mobile sembra affrontare tutto con pazienza. In queste ultime settimane ascolto più spesso del solito i BLACK SABBATH (sarà il continuo confronto con l’amico e maestro BEPPE RIVA), l’altro giorno ho passato SABBATH BLOODY SABBATH e la Tucson non ha fatto una piega. Quando poi ripiego sul blues sembra che sia addirittura contenta: ieri c’era il primo di GEORGE THOROGOOD in rotazione e  la macchina filava che era un piacere. Io ricambio. Non guardo le altre macchine, mi faccio coccolare (lascio che azioni i sedili riscaldati), la porto al lavaggio, la faccio dormire in garage… insomma, la nostra inizia ad essere una storia seria.

INTEGRAZIONE

Nell’adempiere ad una delle accortezze che riservo a Sigismonda (la Tucson insomma), mi ritrovo al lavaggio auto di Stonecity. Gli operatori sono solo in due e hanno già alcune macchine da lavare. Sembra che a comandare sia il nordafricano (uno di quelli che può avere tra i 45 e i 65 anni) visto come sprona l’italiano a darsi una mossa. L’extracomunitario mi dice con cadenza modenese “scusa siamo solo in due, mo’ adesso facciamo presto…”. L’accento è quasi perfetto, dà enfasi alla parlata, vuole essere considerato uno di noi, io gli do una pacca sulla spalla, voglio che lo senta tutto il calore della mia terra. Verso la fine del lavoro l’italiano mi dice “Vuol parlare il dialetto ma…è un bravo lavoratore”, io invece apprezzo la sua volontà di integrarsi, usi e costumi della terra in cui capiti… e poi parla il dialetto meglio di tanti emiliani di queste parti. Il mio amico marocchino (ma che ne so, magari è tunisino) mi ringrazia e mi dice “At saluut”, virando di nuovo sul modenese, io rilancio e scelgo la variante reggiana “At salòt” lui ride e corre a pulire l’interno di una altra macchina di questi Stonecitiani che gli devono apparire tutti pieni di soldi. Costo del lavaggio: 20 euro, senza ricevuta. Ah però, l’integrazione ormai è cosa fatta.

Tre dei libricini che ho letto recentemente:

FRANCESCO DE GREGORI con ANTONIO GNOLI “Passo D’uomo” (Laterza 2016) TTT½ 

Pongo sempre molto attenzione ad ogni uscita di o che riguarda DE GREGORI. Amo i cantautori e amo Francesco, diciamo dal 1978 e dall’album omonimo. Mi ha accompagnato per questi 38 anni, ha fatto di me un uomo migliore, mi rispecchio nelle affinità elettive che (mi pare) ci accomunano. Questo libro però è un po’ difficile. Intendiamoci, la conversazione è profonda, ben scritta e interessante, ma a mio parere poco fluida. Sono anni che De Gregori tiene a farci sapere quello che non è (ad esempio un intellettuale) ma i discorsi suoi e del giornalista Antonio Gnoli sembrano proprio quelli tra due intellettuali. Magari Francesco lo è solo in senso lato, ma ciò non toglie che questo libro mi sembra pecchi un po’ di intellettualismo, atteggiamento che non mi spaventa e che anzi seguo con interesse, ma in questo caso sembra spegnere la piacevolezza della lettura e (per il sottoscritto) del tema (la vita di Francesco De Gregori). Da affrontare con cautela.

FRANCESCO PICCOLO “Il Desiderio Di Essere Come Tutti” (Einaudi 2013) TTTT / “Momenti Di Trascurabile Felicità” (Einaudi 2010) TTTT

Piccolo è un autore e sceneggiatore. Ne Il Desiderio Di Essere Come Gli Anni racconta di come è diventato comunista (a dispetto di un padre che virava a destra) e lo fa mischiando leggerezza e il gomitolo di blues dato dalla sua trasformazione/condizione. Il libro è spassoso, dilettevole, profondo. Tutti i gli eventi italiani dagli anni settanta in poi sono presi in esame e riletti secondo lo spirito dell’epoca dell’autore. Coraggiosa la parte finale dove Piccolo si interroga sugli errori che tutti noi di sinistra abbiamo fatto, quel sentirci (anche se a volte a ragione) eticamente e moralmente superiori che troppe volte ha condizionato la nostra visione dell’orizzonte e della prospettiva. Divertente infine la filosofia della moglie dell’autore, ribattezzata “chesaràmai”, quell’atteggiamento salutare nei confronti della vita che spesso noi uomini di blues non possediamo. Libro consigliatissimo.

Consigliatissimo anche Momenti Di Trascurabile Felicità, una raccolta di brevi e brevissime riflessioni sulle gioie del vivere tipo: “La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina”

SHAKE MY TREE

Vicino alla palazzina dove lavoro ce ne è un’altra ormai disabitata da tempo. E ‘stata acquistata da un costruttore edile per farne una più consona alla posizione (la zona dei musicista di Stonecity è considerata zona residenziale di alto livello). I lavori inizieranno a breve, pochi giorni fa sono venuti a tagliare il grosso e meraviglioso abete che troneggiava sul davanti. Un albero di, immagino, 50 anni. Ho sentito un dolore quasi fisico. Certo, lo so, serviva spazio, ma sempre più spesso penso che la visione antropocentrica che abbiamo ci porterà alla catastrofe. Le esigenze degli esseri umani vengono sempre prima di tutto, mentre forse dovrebbero essere quelle del pianeta ad avere la precedenza. Certo, fatta la nuova costruzione (ma ce ne era davvero bisogno con tutti gli appartamenti sfitti e liberi che ci sono a Stonecity?) si pianteranno due arbusti che si intoneranno con le nuove linee architettoniche della palazzina e tutto andrà a posto.

‘A LAZIO

Io e la groupie deciso di acquistare uno di quei box a chiocciola per auto, non voglio che la freccia gialla della pianura (la macchina della groupie) rimanga al gelo durante la notte. Già la Valentino Rossi del rock and roll esce di casa alle 6,50 tutte le mattine, se deve anche togliere il ghiaccio dai vetri della macchina è finita. Definiamo il tutto con una aziendina di House-Of-The-Wood Upper (Ca’ Del Bosco Sopra insomma). Il tipo è alla mano e sembra sappia di cosa parla. Mi pare ci possa fidare. Prima di andarmene, dopo aver visto due portabiro della Lazio gli dico “Questi portabiro? Sei laziale? Strano vedere quei colori da queste parti…”. “Ah no, io tengo la Juve, c’era un tipo che li buttava via e io me li sono fatti dare”. Mi sono messo nelle mani di uno che tiene in ufficio non uno bensì due portabiro di una squadra di serie A diversa dalla squadra di serie A per cui tifa. Che dio (Page insomma) me la mandi buona…

ABBESS HOUSE

Nell’andare al lavoro, da Borgo Massenzio a Stonecity, tutte le mattine mi faccio un pezzo di campagna, quella tra Bath (Bagno), Little Court (Corticella) e Saint-Little-Woman  (San Donnino) e tutte le mattine passo dunque davanti al ristorante La Badessa. Ogni volta mi dico, prima o poi devo andarci. Domenica scorsa prendo la groupie e mi ci fiondo. Il posto è di livello piuttosto alto, non te la cavi con poco ma ogni tanto bisogna anche trattarsi bene, se si può. Per quanto mi piaccia mangiar bene, ho capito il vero motivo per cui sono andato: sì, certo, il cibo (ottimo), il servizio (eccellente), la location (splendida) ma alla fine ero lì perché l’edificio de La Badessa mi ricorda la Boleskine House (e se vogliamo la Tower House). Una vera e propria house of the holy…

La Badessa

La Badessa

Boleskine House

Boleskine House

Boleskine House

Boleskine House

Tower House

Tower House

Groupie alla Badessa - foto TT

Groupie alla Badessa – foto TT

 

ADESTE FIDEL

Penso spesso a Fidel Castro. Ho un forte legame sentimentale e spirituale con Cuba e la sua rivoluzione. Sul blog Alganews trovo un post di una (LIA DE FEO) che non ha certo le mie stesse simpatie ma che leggo con passione. E’ piuttosto lungo, ma per capire cosa fosse e cosa sia Cuba andrebbe letto dall’inizio alla fine.

https://alganews.wordpress.com/2016/11/27/omaggio-a-fidel/

 

BROKEN ENGLISH

Ultimamente, per lavoro, sono in contatto con alcune realtà inglesi. Scambio email e telefonate. Concludo spesso scusandomi per il mio inglese, so che non è perfetto. Una mi scrive “no need to apologise, your English is very good! Much better than my italian.”  Visto che il suo italiano è inesistente (o meglio consiste nella conoscenza di cinque parole “amore, alla parmigiana, cibuongiorno, cappuccino”) non mi sembra un complimento, una cosa da dire. Non è la prima volta che mi capita. Britannici, ah!

LET THE MUSIC DIO THE TALKING

Ogni tanto al sabato mi concedo un matinée a Locus Nonantulae, my beloved hometown. Lo faccio anche in questo primo sabato di dicembre. Il cielo è nuvoloso, o meglio tra il molto nuvoloso e il poco nuvoloso senza una posizione di mezzo. Ci fosse qualche grado in meno in alcuni momenti sembrerebbe una giornata da neve. Monto sulla Sigismonda, aziono il sedile riscaldato, accendo il lettore mp3 (argh, lettore mp3!), inserisco una delle 4 chiavette da 64GB, la numero 2 ovvero quella dedicata agli artisti internazionali lettera A – L, seleziono la riproduzione casuale. I brani che arrivano sono i seguenti:

 

ALAN PARSONS PROJECT (Nucleus)…

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AEROSMITH (Let The Music Do The Talking),

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ELTON JOHN (Love Song),

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MILES DAVIS (Stella By Starlight),

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JOE JACKSON (How Long Must I Wait For You),

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DAVID BOWIE (Station To Station),

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ANGEL (Just Can’t Take It),

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EAGLES (Twenty-One)

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LINDA RONSTAD (You Tell That I’m Fallin’ Down)

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 CLASH (Hitsville UK),

 

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GENESIS (Stagnation)

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Mi sento fortunato e sono grato a mia madre per avermi creato con il chip della musica di qualità nel DNA.

Tutta musica del secolo scorso, come sempre sono ripiegato sul passato… chissà che ne direbbero amici tipo GDC, Polbi e Bodhran, mi lancerebbero di sicuro occhiate di rimprovero, ma non m’importa, la musica odierna non mi dà le stesse sensazioni, non posso sentirmi in colpa per lo stato in cui versa, io ho già dato, se le nuove generazioni sono abuliche e non interessate a sufficienza alla musica contemporanea non può essere colpa mia.

Arrivo a Locus Nonantulae, me lo giro tutto il mio paesello. Respiro scampoli di ricordi. Noto che a 4 anni dal terremoto stanno finalmeente iniziando i lavori per risistemare l’Abbazia e la Torre dell’orologio.

Abbazia di NNT- foto TT

Abbazia di NNT- foto TT

NNT downtown & Clock Tower - photo TT.

NNT downtown & Clock Tower – photo TT.

Entro a far colazione in un bistrot molto accogliente, proprio ai piedi della clock tower. Mi siedo ad un tavolo, mi gusto l’atmosfera… vengo di nuovo travolto dai ricordi… negli anni sessanta in questo stesso posto vi era la salumeria/drogheria MARCHESI. Ogni tanto ci capitavo con mia madre, le restavo attaccato alla gonna mentre rimiravo nei grandi vasi di vetro le mie leccornie preferite: i mentoni e le caramelline tonde dorate e argentate. Mia madre me ne comprava un po’ e io provavo il sentimento umano che tutti rincorrono: la felicità. Ora che ci penso oggi tre dicembre sarebbe stato il suo 88esimo compleanno, quanto mi manca Mother Mary…

Ricaccio indietro la commozione, mi ribello alla mia condizione di uomo di blues. Faccio i complimenti al gestore per il locale (e per la musica che passa).

Bistrot Premiere- Locus Nonatulae - foto TT

Bistrot Premiere- Locus Nonatulae – foto TT

Esco dal bistrot, continuo a scrollarmi i blues dei ricordi, tanto a che servono, ha ragione WOODY ALLEN quando dice che ogni 100 sulla terra c’è un reset dell’umanità…io non penso sia nichilismo, ma una semplice constatazione dello stato delle cose

https://www.facebook.com/391266544402788/videos/537962749733166/

…così cerco di sopravvivere alla belle meglio e mi metto alla ricerca della mia scarlet woman; incontro diverse rosse ma nessuna ha il riflesso crowleyano che cerco, e allora seguo la corrente e mentre guardo le decorazioni natalizie canticchio Winter Wonderland. 

GATTI

Con l’inverno il mio rapporto con i gatti si fa più intimo. Due delle tre gatte che vivono fuori tendono ad entrare in casa ad ogni occasione e anche Palmir accorcia le sue scorribande all’esterno. La Ragni è molto affettuosa, spesso mi cerca e si struscia con forza contro di me, ma occorre far attenzione, i suoi repentini scatti di umore sono sempre possibili e le conseguenti graffiate a tradimento possono arrivare in qualsiasi momento. Alterna momenti di stizza a tenerezze. ma d’altra parte, non siamo così anche noi umani? La Ragni è la principessina della Domus Saurea.

La Ragni sul frigo - foto TT

La Ragni sul frigo, versione don’t mess with me. – foto TT

La Ragni versione "Tyrrell ti amo" - foto TT

La Ragni versione “Tyrrell ti amo” – foto TT

RAISSA è la “mamma”, RAGNI e SPAVENTINA sono figlie sue, ed ha il senso materno così sviluppato da avere adottato PALMIRO. E’ una gatta buona, seppur selvatica, e si lascia far tutto da me, ma è sempre vigile, solidale, attenta; corre in soccorso degli altri gatti in caso di bisogno, se cattura un topino lo porta alle sue figlie, e in loro assenza a me e alla Terry. La Rais è una gatta di sinistra.

Raissa mi dorme addosso - foto TT

Raissa mi dorme addosso – foto TT

Palmir è il solito Palmir ma più affettuoso. Essendo una gatto di blues (anche se era inizialmente un gatto Aor) anche lui “sente” l’arrivo dell’inverno e immagino senta tutto il calore (materiale e spirituale) del vivere alla Domus Saurea con due umani che lo amano. Son lì nello studio sdraiato sul divanetto ad ascoltarmi i FREE, lui arriva, salta sulla spalliera e poggia la zampetta sul mio viso…

Palmir & Tim - foto TT

Palmir & Tim – foto TT

…non rinuncia a fare la guardia e a marcare il territorio, di prima mattina al sabato e alla domenica si aggira per le campagne col l’eleganza innata dei felini, una piccola pantera nera in perlustrazione…

Panther Palmir - foto TT

Panther Palmir – foto TT

…poi ad una certa ora torna in casa, si lascia lavare pazientemente sebbene le salviette umide non lo facciano impazzire, mangia qualcosa, beve e quindi si arrotola sullo sgabello vicino alla stufa. Rimane immobile per due o tre orette, poi d’mprovviso si sveglia, mi vede al computer mi corre incontro, spicca un salto, mi viene in braccio e si accoccola su di me…ed è così che porto avanti questo blog, con un pandoro di pelo tra le braccia.

Tim & Palmir - Foto Saura T.

Tim & Palmir – Foto Saura T.

Tim & Palmir - Bloggin' away - foto Saura T.

Tim & Palmir – Bloggin’ away – foto Saura T.

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Intervista a Giovanni Maggiore (Giuvazza), guitar player extraordinaire

1 Dic Giuvazza Teatro Del Verme - Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.

Con Giovanni Maggiore, Giuvazza insomma, sono in contatto da bel po’. La nostra comune ammirazione per JIMMY PAGE ci fece incontrare molti anni fa. Facebook poi ha reso la conoscenza reciproca più profonda e completa. Giuv, come lo chiamo io, è ormai un chitarrista professionista molto, molto bravo. Io, a dir la verità, diffido sempre un po’ dei chitarristi molto, molto bravi perché spesso questo significa che sono tecnicamente preparati e portati per la chitarra ma che non vedono oltre il loro orizzonte. Mi annoiano a morte questi chitarristi, sia che facciano metal, country, prog o blues (ecco, quelli del blues poi non li sopporto proprio). Sì, perché per me un chitarrista bravo è quello che il talento naturale e la tecnica li mette al completo servizio della musica, del pezzo, dell’arrangiamento, della composizione, della armonia, del “senso”, del “groove”, del sentimento, dell’originalità. Da questo punto di vista Giuv non mi delude mai, certi suo arrangiamenti di certi pezzi di Finardi ad esempio sono davvero fenomenali. L’idea di fare una chiacchierata con lui mi è venuta in modo molto naturale. Giuv si è prestato con entusiasmo e con passione e questo, per me, è fondamentale perché questo non è un blog musicale nel senso stretto del termine, di fare interviste dove non si dice nulla a noi non interessa, quel che ci piace è guardare certe prospettive da un punto di vista obliquo. Così uomini e donne di blues, vi prego, date il benvenuto ad un grande chitarrista, da Torino, il grande Giuvazza.

Qualche cenno biografico:

Giovanni Maggiore, in arte Giuvazza, è un produttore e chitarrista italiano.

Dal 2011 collabora con Eugenio Finardi con cui realizza due album, “Sessanta” (2012, Cramps/Edel) e “Fibrillante” (2014, Universal). In quest’ultimo album partecipa come autore, arrangiatore e produttore (insieme a Max Casacci/Subsonica), oltre che come chitarrista.

Parallelamente all’attività discografica e concertistica, lavora come compositore per la pubblicità (Intesa San Paolo, Lancia, Fiat). Ha lavorato per la Rai come chitarrista nel programma Trebisonda su Rai3 (2010) ed in qualità di consulente musicale per il programma School Rocks su Rai2 (2012).

Nel 2015/2016 prende parte al tour “Abbi Cura di Te” della cantautrice Levante con la quale collabora attualmente.

È socio fondatore, insieme a Marco Martinetto, della Pomeranz Music Publisher, societa’ che si occupa di Edizioni Musicali.

Ha collaborato/collabora con vari artisti tra cui: Eugenio Finardi, Levante, Manuel Agnelli, Vittorio Cosma, Paola Turci, Alberto Bianco, Franca Masu, Niccoló Fabi, Max Gazzè, Patrizio Fariselli, Fabio Treves, JT Vannelli, Max Casacci, Lucio Fabbri, Lucio Bardi, Mark Harris, Walter Calloni, Faso, Morgan, Alberto Fortis e Perturbazione.

Dal 2010 è endorser ufficiale di Gibson Italia.

Giuvazza-foto-di-Luciano-Onza

Giuvazza-foto-di-Luciano-Onza

Giuvazza, ci racconteresti qualcosa su di te, sulle tue esperienze professionali (visto che sei un chitarrista professionista) e se vuoi come essere umano? 

La musica per me è stata ed ancora unicamente una passione. A sette anni mi regalarono una tastiera “Farfisa Bravo” (che, di recente, ho riesumato), mio padre ha sempre suonato la chitarra e quando iniziai le scuole medie mi avvicinai anch’io alle sei corde grazie anche all’incontro con il mio professore di musica, Enzo Iacolino. La passione si è trasformata in lavoro molti anni dopo, nel 2010. Dopo studi artistici e una breve, ma intensa, carriera da art director in pubblicità, mi è stata data l’occasione di lavorare per sei mesi in un programma televisivo su Rai Tre.

All’epoca  lavoravo in un agenzia pubblicitaria, ero stato assunto a tempo indeterminato da appena un mese e ricordo come fosse ieri il panico di trovarmi davanti ad una scelta epocale sul da farsi: “Certezza e stabilità” o “salto nel buio”? Scelsi la seconda e devo dire che fu la scelta giusta perché da quel momento il karma (o chi per lui) ha fatto si che la mia vita prendesse strade impensabili fino a pochi mesi prima.

Giuvazza, non è una domanda originale, ma come è lavorare per grossi nomi della musica? Da fuori noi immaginiamo chissà che, probabilmente non è tutto rose e fiori…

Gli artisti sono estremamente creativi, anche nell’umore! Quello che però forse a volte la gente non immagina è che dietro alla notorietà, c’è, quasi sempre, un grande lavoro. Molti degli artisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare mi hanno insegnato la necessità di mettersi alla prova quotidianamente. Quando sei in pista, ad alto livello, da tanti anni è perché sei un grande professionista.

Anche tu come molti di noi sei un musicologo, ti piace la musica buona, hai buon gusto…è stato difficile fare della musica il tuo lavoro e vivere sulla tua pelle certe dinamiche che magari non sono il massimo per il fine supremo, l’arte musicale?

Ho una visione molto ampia del bello e molto drastica del brutto, quindi per me gli aspetti meno nobili, nella musica, esistono esattamente come in ogni altro lavoro. Il segreto sta nel ricordarsi cosa ci fa star bene: quando sei un tournée il vero lavoro consiste nei viaggi, nelle infinite ore d’attesa, nei mal di schiena da troppe ore in furgone. Quando invece sali sul palco tutto cambia, tutta quell’attesa sparisce e finalmente inizi a respirare.

Probabilmente è una domanda che ti avranno già fatto, ma tra tutti i musicisti con cui hai avuto a che fare ce ne è stato qualcuno che, guardandolo negli occhi, ti sei detto “qui dietro c’è una gran persona”? Hai qualche storiella gustosa che ti va di raccontare?

Sono stato fortunato perché in questi anni ho incontrato tante persone straordinarie. Tra queste non posso non mettere in pole position Eugenio Finardi che per me è un amico e un mentore. Con lui ho avuto la possibilità di vedere posti incredibili, imparando tanto su questo lavoro e su cosa voglia dire diventare adulto. Eugenio ha una sensibilità straordinaria che chiunque può percepire dalle sue canzoni ma ha anche la capacità di essere consigliere, insegnante e allievo, perché, nonostante i suoi 64 anni, ha ancora tanta voglia di imparare. Non conosco una persona più rock di lui.

Finardi & Giuvazza 2015

Finardi & Giuvazza 2015

Vista la tua esperienza, ci dai un commento sullo stato del Rock in Italia, e sulla musica in generale?

Credo francamente che parlare di Rock in Italia sia molto difficile. Personalmente, reputo molto più rock and roll un mandolino elettrico in un ampli o una zampogna con un pedale Whammy, piuttosto che un classico power trio in pelle nera, stracolma di cliché. Lo stesso discorso vale per il blues. In Italia abbiamo un nostro blues che è tutta la tradizione popolare italiana e, fortunatamente, negli ultimi anni ci sono stati artisti che hanno incominciato a valorizzarla nuovamente. Comunque per risponderti… faccio fatica a trovare un rock in Italia che non sia estremamente derivativo, scopiazzato o autoreferenziale.

Finardi & Giuvazza

Finardi & Giuvazza

 

DAZED AND CONFUSED jam session

Film: i tuoi 5 preferiti.

Scrooged (SOS FANTASMI, con Bill Murray)

FF SS, ovvero che mi hai portato a fare sopra posillipo se non mi vuoi più bene? Di R.Arbore.

Sono Pazzo Di Iris Blond

Lost In Translation

L’Albero Degli Zoccoli

Musica: 5 artisti o gruppi che ti piacciono da morire….

Air

St Vincent

Fleetwood MaC

The Beatles

The Who

Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere?

Tusk , 1979 – Fleetwood Mac

Moon Safari,  1998 – Air

Quadrophenia, The Who

Forever Changes – Love

Led Zeppelin III

Per Giovanni Maggiore chi sono i Led Zeppelin?

Un alchimia selvaggia di talento, intelligenza e curiosità.

I tre album preferiti dei Led Zeppelin?

IV, Houses of the Holy, In through the out door

Le cinque canzoni preferite dei Led Zeppelin?

The rain song

Fool in the rain

Wearing and tearing

In the light

Bron-yr-aur stomp

I tre bootleg preferiti dei Led Zeppelin?

In passato ho divorato tanti bootlegs di cui però ho poi scordato i nomi. Però resto un grande fan della loro fase creativa: le session di Bron-yr-aur, quelle di Kashmir/swan song, ten years gone ecc ecc.

Giuvazza Teatro Del Verme - Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.

Giuvazza Teatro Del Verme – Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.

Come sanno tutti i fan un po’ illuminati, Jimmy Page è stato Jimmy Page fino al luglio del 1973. Dopo come musicista si è spento per colpa dell’edonismo e di alcune sostanze. Ascoltare certe registrazioni live bootleg ad esempio del 1977/79 o 1980, dove Page è solo un pallido ricordo di ciò che era, che effetto ti fa?

Mi fa molta tenerezza. Ascoltare certe cose di quei periodi ti fa capire come la fragilità umana possa impossessarsi di te e del tuo talento.

Quali sono i tre assoli di Page che preferisci?

Since I’ve been loving you

I’m gonna crawl

Good times bad times

Oltre a Page, ci citeresti altri quattro chitarristi a te cari?

Ali Farka Tourè

St. Vincent

Lindsey Buckingham

Pete Townshend

Un libro che hai divorato. 

Alta fedeltà di Nick Horby

Qualche pulsione per il calcio?

Mah, poca roba…Da sempre simpatizzante del Toro. L’unico anno che mi interessai di più al calcio, la squadra retrocesse!

Il tuo pezzo rock preferito?

Don’t stop believin dei Journey! Non è il miglior pezzo rock di sempre, ma è uno dei pochi che quando inizia mi fa sobbalzare!

Il tuo pezzo easy listening preferito (scusa ma non riesco a scrivere Pop, sono cresciuto musicalmente negli anni 70 e la musica Pop era altra cosa rispetto a ciò che si intende oggi). ..

Ce ne sono tantissimi, ma così a caldo ti direi “Walk a thin line” dei Fleetwood Mac.

Ci snoccioli qualche nome di artisti o gruppi italiani che ami particolarmente?

Amo molto Lucio Battisti, addentrarsi nei suoi album ti fa scoprire che, prima ancora che un cantante, era davvero uno straordinario musicista e produttore. Proprio ieri sera  ho “fatto suonare” nel giradischi Il nostro caro angelo, un album del 1973 dalla potenza e innovazione straordinaria. Non a caso il disco successivo fu Anima Latina, il suo primo tentativo di essere totalmente libero dagli schemi e dalle aspettative.

Qualche anno fa invece, in un periodo personale molto critico mi sono imbattuto nella musica di Umberto Tozzi: lui, insieme a Giancarlo Bigazzi, ha scritto alcune delle più efficaci parole riguardo ad argomenti quali amore, malinconia, uova e guerrieri di carta igienica.

Giuvazza - foto Raffaella Vismara

Giuvazza – foto Raffaella Vismara

Con mia grande sorpresa iniziale mi sono ritrovato ad essere un grande fan dei testi di Vasco Brondi (le luci della centrale elettrica) perché credo sia uno dei pochi che stia tentando di raccontare questi “anni zero” uscendo dal seminario del cantautorato classico. Infatti non è un bravo cantante, ma uno straordinario narratore di immagini quotidiane.

Sono anche un grande fan dell’epoca Cramps. Ascolto sempre con entusiasmo e curiosità i racconti e le testimonianze di chi ha vissuto da protagonista quella realtà. Gli AREA restano forse la più grande band italiana di sempre!

Che giornali musicali leggi?

Oramai pochi, un tempo compravo Tutto, Rumore, Blow up e ogni tanto Rolling Stone.

Che quotidiani leggi?

Repubblica, La Stampa e Il Fatto quotidiano.

Qual è la prima cosa a cui “guardi” quando senti un pezzo musicale?

La melodia e la voce. Sono sempre in cerca di qualcosa di semplice e originale. Resto spesso a bocca asciutta.

Giuvazza - foto Raffaella Vismara

Giuvazza – foto Raffaella Vismara

Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?

Sto ultimando il mio primo disco “solista”, sarà un disco di canzoni scritte e cantate da me e registrate insieme ai musicisti con cui collaboro da anni insieme a Finardi: Claudio Arfinengo, Marco Lamagna e Marco Martinetto. Ci saranno anche degli ospiti “illustri” ma per ora non aggiungo altro. Questo disco nasce dall’urgenza di riassumere tutte le esperienze che ho vissuto in questi ultimi anni, sia umanamente che professionalmente. Per me rappresenta un giro di boa necessario per confrontarmi con tutte le prossime avventure.

Parallelamente a questo continuo il mio lavoro di produttore artistico/arrangiatore e nei prossimi mesi usciranno diversi lavori che portano il mio contributo, tra questi posso citarti due giovani cantautrici, Chiara Raggi, Maria Devigili e due gruppi Lou Tapage e Mazaratee.

Inoltre, da qualche mese, sto lavorando alla scrittura del nuovo disco di una celebre cantante rock cinese che si chiama Lou qi.

Nei mesi scorsi ho anche preso parte alle registrazioni del nuovo album di Levante (con cui lavoro in tour dal 2015) che vedrà la luce nei prossimi mesi.

Quale è la cosa che ti manca di più dell’epopea classica della musica rock (seconda metà sessanta/seconda metà settanta)?

Certamente la libertà creativa, sia degli artisti che delle case discografiche.

Sebbene non abbia vissuto lo stato generale di quegli anni, credo che la necessità primaria di volersi esprimere artisticamente per sopravvivere ad una “working class” desolante, sia un po’ il vero sentimento scomparso che non trovo più. In Italia è difficile raccontare l’attualità e il disagio senza passare per demagogici o politicizzati. Temo saremo salvati dal rap che invece non si pone vincoli di forma.

Giuvazza Teatro Del Verme - Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.

Giuvazza Teatro Del Verme – Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.

Quando si tratta di concerti rock vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?..

Ne ho diversi, nel 1998 vidi per la prima volta Page & Plant e passai tutta la settimana successiva senza un filo di voce.

Nel 2002 andai a Lucca per vedere David Bowie, lui iniziò il concerto piano/voce con Life on Mars. Piansi tantissimo.

Nel 2013 mi sono spinto fino a Zurigo per vedere il Fleetwood Mac: tre ore di concerto! Credo siano ancora una grandissima band live. Mick Fleetwood ha dietro di sè un altro batterista che doppia tutte le sue parti e Lindsey Buckingham è davvero un’artista dal talento inesauribile.

Sei affezionato al vinile? Riesci a sentire il fascino per i 33 giri? Riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition? 

Ho riscoperto da qualche anno il vinile, non solo come supporto audio ma anche come oggetto in sè. Amo aprire i cofanetti, respirarne l’odore e ammirare le grafiche grandi. In anni dove tutto deve essere piccolo e tascabile, amo le cose ingombranti!

Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica rock?

Inglese, senza ombra di dubbio!

Qual è lo strumento musicale – chitarra esclusa –  che più ti affascina, e nel caso tu ne abbia uno, che marca e che modello?

Studio da qualche anno il Theremin (Moog Etherwave) con scarsissimi risultati.

Amo il Fender Rhodes e ho un debole per i vecchi Eco a Nastro (roland space ecco, bison, maestro echoplex)

Quali sono le chitarre che preferisci?

Gibson Les Paul gold top 52 , io suono una reissue di quel modello e non mi stancherò mai di ringraziare Gibson italia per avermi donato questo strumento!

Sempre parlando di Gibson, di recente mi sono infatuato per una Les Paul LPM vintage sunburst 2015, chitarra recente ma estremamente affascinante, è stato amore a prima a vista!

Amo molto la Fender Telecaster, in studio è la mia chitarra preferita!

Da poco ho riscoperto la Eko 100, chitarra semiacustica italiana che suonava mio padre in gioventù e che posseggo ancora. Sto per customizzarla, vorrei portarla sul palco con me!

Giuvazza - teatro dal verme - Finardi reunion nov 2016- foto Raffaella Vismara

Giuvazza – teatro dal verme – Finardi reunion nov 2016- foto Raffaella Vismara

Se ti trovassi all’incrocio, una calda sera d’estate verso mezzanotte, lo faresti il patto? Cosa chiederesti in cambio della tua anima?

Probabilmente chiederei di rivedere una persona che mi ha lasciato troppo presto, mio fratello Andrea.

Ci sono giornalisti musicali italiani che ammiri e stimi?

Al volo ti direi Enzo Gentile e Cecilia Ermini.

Che canzone o che brano ascolta Giovanni Maggiore nelle sere un cui si ritrova solo in casa?

The Book of Love dei Magnetic Fields, nella versione di Peter Gabriel.

Quando guardi l’infinito, di solito a cosa pensi?  

Quest’estate ero di passaggio vicino a Tropea, alloggiavo in un bed & breakfast con una vista meravigliosa sul mare. Ero stato un’oretta in spiaggia e dopo aver risalito una stradina non particolarmente comoda, mi sono fermato insieme alla mia fidanzata ad ammirare il tramonto. Una vista straordinaria, fino a quando non mi sono accorto che avevo perso le chiavi della stanza in spiaggia, tra i mille granelli di sabbia. Per risponderti, direi che a volte davanti all’infinito dovrei pensare di più.

Giuvazza

Giuvazza

Giuv, Dio esiste?

Ci sto ragionando… ti farò sapere!

Qual è il senso della vita?

Per me è non accontentarsi mai, accettare le proprie paure e accoglierle. La felicità passa da lì.

Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.

Un mio insegnante di scultura al liceo diceva sempre:” Il lavoro funziona quando ti proietta su quello successivo”. Aveva ragione.

Grazie Tim!

Giuvazza

Giuvazza

 

THE EQUINOX “TSRTS” Live in Nonantola 2016

29 Nov

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Live in Nonantola (MO) 16/07/2016

Filmed by Giovanni Sandri

The Equinox:
Tim Tirelli – guitar
Paolo Morigi – vocals
Saura Terenziani- bass, keyboards, pedal bass, mandolin
Lele Morselli – drums

http://www.timtirelli.com

Addio a Fidel Castro

28 Nov Santiago De Cuba 2015 (Photo Saura Terenziani)
Sabato mattina. Mi sveglio alle otto. Mi alzo. Penso che devo andare a fare la spesa alla Coop. Apro la finestra. C’è un bel sole, dopo tanti giorni uggiosi e noiosi. Lei, già sveglia da almeno un’ora, si precipita in camera e annuncia: “E’ morto Fidel”. Sono ancora avvolto in quella penombra intellettuale data dal risveglio, il primo pensiero corre al mio gatto Fidel, quel meraviglioso, peloso, bianco compagno di una vita fa. Elaboro il fatto che sono ormai alcuni anni che se ne è andato; ritorno sulla terra e capisco che è morto Fidel, il comandante in capo. Come spesso mi accade davanti alla morte, di primo acchito reagisco immediatamente in modo sobrio, austero, determinato. Poco più tardi, in un bar del centro commerciale, mentre faccio colazione, arriva la commozione.
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Mi colpisce un messaggio di Gianni Della Cioppa, giornalista musicale e amico “Ciao Tim, come va con Fidel?” .
“Cose inevitabili, ma finisce un pezzettino della mia vita” gli rispondo e lui di rimando “Ti ho pensato… so cosa significa(va) per te”.
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Già, quel che significa per me. Il mio essere indiscutibilmente di sinistra, impantanato negli ideali e invariabilmente malinconico circa lo stato della società moderna, lo devo a lui, a lui e a CHE GUEVARA. L’Emilia rossa è la mia base di partenza, ma la mia famiglia era di centro, quel centro che lievemente tirava a sinistra, il massimo consentito era il cammino tracciato da mio nonno materno, fervente sostenitore del Partito Social Democratico Italiano (alla fine degli anni quaranta Giuseppe Saragat andò più volte a casa loro, a San Martino In Rio, raccontava mia madre). Trovai quindi con più fatica – rispetto ai miei amici e coetanei –  la via verso il sol dell’avvenire, ma fu proprio questa fatica a fortificarmi, a far sì che malgrado le miserie di questi lustri i valori di sinistra di fondo che mi porto dentro siano per me imprescindibili, al di là dei compromessi e degli sviluppi con cui un uomo di blues come me – che vive nel bel mezzo del mondo occidentale – deve giocoforza confrontarsi.
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Ricordo l’estasi provata nel leggere i supplementi de Il Manifesto, i parecchi libri e  gli approfondimenti dei quotidiani dedicati a CUBA, al CHE e a FIDEL. Ricordo l’ebbrezza del mio primo viaggio nell’Isola e la malinconica felicità del secondo. Naturalmente non sono il solo ad essermi creato una CUBA ideale nella testa, il mito persiste tutt’ora, quella idea di nuova società, di uomo nuovo, di una via alternativa al capitalismo bieco e selvaggio che oggi più che mai si sta divorando il pianeta. Quei primi anni dopo la rivoluzione sono stati per tanti simbolo di una via nuova, diversa, possibile.
Fidel che nel 1953 assalta la caserma Moncada, Fidel che dopo l’amnistia ripara in Messico e che nel 1955 incontra Guevara, Fidel che il 25 novembre 1956 (curioso che sia morto esattamente sessant’anni dopo) parte con 80 guerriglieri alla volta di Cuba per dar vita alla rivoluzione contro la dittatura militare di Batista. L’arrivo con due giorni di ritardo in seguito a un mezzo naufragio, il primo combattimento con l’esercito di Batista (avvertito da qualcuno), i dodici superstiti (ma forse sono una ventina) che si rifugiano sulla Sierra Maestra e che in un paio di anni mettono in piedi un esercito di ribelli e conquistano l’isola. CASTRO che va negli USA e che cerca di instaurare rapporti con il gigante che gli sta alle porte, e che solo dopo i netti rifiuti dichiara il carattere comunista della rivoluzione.
La nazionalizzazione delle industrie straniere, la redistribuzione delle terre dopo aver espropriato le grandi fazende (per prima quella della famiglia di Castro) delle 400 ricche famiglie che dominavo l’isola, l’ abolizione delle scuole private, il programma per una sanità ed istruzione accessibile a tutti, la chiusura dei casinò e delle case di tolleranza.

Addio a Fidel Castro

Poi arriva l’Embargo, el bloqueo, il blocco commerciale imposto dagli USA, e CUBA che comincia a traballare. Deve scegliere di appoggiarsi all’URSS, con tutto quello che ne consegue.

Il giornalista Luca Bottura (uno mai tenero con Fidel) ha scritto sabato sul suo account di facebook “Comunque comunismo e Caraibi, in condizioni leali, avrebbero anche potuto funzionare”.

FIDEL naturalmente fa anche gravi errori, inebriato forse anche dal culto della personalità, ma ciò non toglie che ridà dignità e speranza al popolo cubano

Nel 1989, sulle ali della Glasnost e delle Perestrojka, arriva a Cuba Michail Sergeevič Gorbačëv (Gorbaciov insomma). Fidel lo accoglie all’aeroporto, festival dell’affetto e degli abbracci, ma più tardi, dopo il discorso di Gorbaciov a proposito della necessità di riformare il comunismo, Fidel a sorpresa prende la parola e sconfessa quello appena dichiarato dal “collega” russo. Fidel dice più o meno “Noi non abbiamo avuto Stalin, dunque è un discorso che non deve coinvolgerci”. Fu un errore, probabilmente, non aver accolto quella ondata di novità. Di lì a poco l’URSS si frantuma, gli aiuti non arrivano più e CUBA si trova alle prese con una crisi nerissima. Per più di un decennio la situazione diventa insostenibile, la prostituzione rinasce in modo plateale e la vita si fa durissima per tutti. Il paese tuttavia resiste e prova a risorgere. Ad oggi, con tutta la povertà che ancora persiste, rimane il fatto che in fatto di istruzione e sanità CUBA primeggia in tutto il centro america (e non solo).

Ezio Mauro ha detto che con on Fidel se ne va in maniera definita il novecento, credo sia proprio così.

Fidel & Che Guevara

Fidel & Che Guevara

Come sempre succede in questi casi, sui social network oggi si sono scoperti tutti esperti di castrismo e comunismo caraibico, una veloce occhiata su wikipedia o su google e giù a sentenziare. Sul Manifesto di oggi leggo che “solo chi capisce la miseria dell’America centrale capisce il mito di Cuba”…già.

Disgustosi i festeggiamenti a Miami, disgustoso ciò che scrive Libero (che tra l’altro ha lo stesso titolo in prima di altri tre quotidiani…che fantasia), disgustosi i commenti di Roberto Saviano.

Ridicoli anche i titoli dei quotidiani USA…una nazione che ha sempre calpestato i diritti civili (quelli dei più deboli), che in quanto a vessazioni non è seconda a nessuna, e che ha quasi sempre agito seguendo un unico credo, quello nel dio dollaro. Una nazione che nel centro e nel sud america è sempre stata al fianco dei regimi di destra, intervenendo in modo subdolo e concreto in affari la cui pertinenza avrebbe dovuto essere solo del popoli degli stati in questione. Vogliamo parlare ad esempio di Salvador Allende e del Cile nel 1973? Trovo nauseante il loro dar lezioni di democrazia. E pensare che a un criminale come Henry Kissinger hanno anche dato un Nobel.

Fidel Castro

Ma si sa, io sono di parte, ed è chiaro che mi senta toccato sul vivo. E’ che mi dà fastidio…c’è chi fa di peggio ma al coperto della parolina democrazia. Tra un paio di anni al massimo anche RAUL CASTRO mollerà, c’è già qualcuno che non sembra male in procinto di raccoglierne le pesantissime eredità, qualcuno che dovrà per forza traghettare CUBA verso la inevitabile occidentalizzazione. L’ho visto con i miei occhi lo scorso anno, ormai l’ epopea della rivoluzione non interessa più a tanti, troppi cubani, le ragazzine e i ragazzini non vogliono altro che il cellulare e sentirsi come i loro coetanei occidentali…se lo vuole il popolo, così sia…certo, rimane un po’ di malinconia e di nostalgia verso un secolo, il novecento, e un’idea che tramonta definitivamente.

Comandante en jefe Fidel, non scriverò come hanno fatto tutti, Hasta La Victoria Siempre, benché abbia tatuata questa frase sul mio animo mi sa che oggi è fuori luogo, ti dico solo addio e grazie per avermi fatto credere e sognare che una via diversa fosse possibile. Come ti disse quella volta CAMILO CIENFUEGOS durante il primo comizio all’Havana, quando lo guardasti in cerca di un sostegno, di un incoraggiamento… ” Vas Bien, Fidel.”

Santiago De Cuba 2015 (Photo Saura Terenziani)

Santiago De Cuba 2015 (foto Saura Terenziani)

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La truffa del secondary ticketing

24 Nov le-iene

Due settimane fa un servizio del programma LE IENE sul secondary ticketing ha destato sdegno in ogni appassionato di concerti. Avevo condiviso il video sul mio account facebook, lo ripropongo qui dopo che Giancarlo e Paolo mi hanno in pratica chiesto di farlo a margine dei loro commenti nell’articolo sull’ultimo cofanetto dei PINK FLOYD pubblicato qualche giorno fa qui sul blog.

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La faccenda è disgustosa, ma è positivo che sia venuta a galla, perché la sparizione dei biglietti dopo pochissimi minuti dalla messa in vendita su Ticketone è intollerabile. Naturalmente è poi possibile trovare disponibilità – in un secondo momento – degli stessi biglietti su altri siti a prezzo assai maggiorato.

Io già trovo assai fastidioso le spese “accessorie” che gravano sul costo dei biglietti, figuriamoci questo mercimonio chiamato secondary ticketing.

Venerdì scorso ad esempio ho voluto comprare due biglietti del concerto che gli AEROSMITH terranno a FIRENZE all’Ippodromo Del Visarno. Avendoli già visti nel 1989 e nel 1990 avrei fatto anche a meno, dato che non mi piacciono i concerti organizzati in questi spazi tipo festival, ma Saura non li ha mai visti e allora ho deciso di portarla a vedere un gruppo Rock che tutti dovrebbero vedere un volta nella vita. Son un fan della band, di STEVEN TYLER in particolare, album come GET YOUR WINGS, TOYS IN THE ATTIC, ROCKS e PERMANENT VACATION dovrebbero far parte delle discoteche di chiunque si definisca amante della musica Rock (ma aggiungerei anche DRAW THE LINE, NIGHT IN THE RUTS e DONE WITH MIRRORS).

Bene, dicevo che venerdì scorso alle 11,55 ero davanti al computer, sul sito di Ticketone. Inizialmente davano disponibili anche i biglieti del “Pit” sotto al palco, ma misteriosamente non era possibile acquistarli. Dopo pochissimo rimanevano disponibili solo i biglietti generici da 60 euro. Sapevo che i posti sotto al palco siano stati messi in prevendita il giorno prima per il fan club del gruppo e per gli iscritti a Firenze Rocks festival, ma che non ne fosse disponbile nemmeno uno mi pare strano.

E va beh, ordino due biglietti, 120 euro a cui si aggiungono 18 euro per la preventiva (2 x 9 euro), 9,99 euro consegna tramite corriere (e scrivete 10 euro per dio, così ci prendete per il culo) e 8,42 euro per le misteriose “commissioni di servizio”. Totale 156,41 euro. A parte il costo dei biglietti e la consegna tramite corriere, il resto mi sembra, se non una truffa, perlomeno “fuffa”. 26,42 euro buttati al vento.

Non fosse perché sono così appassionato, perché sono gli ultimi(ssimi) ruggiti dei vecchi leoni e perché nella mia vita ho assoluto bisogno di distrazioni, lascerei perdere e manderei tutti a quel paese. Mi basta ricordare il casino – con conseguente impossibilità di vedere decentemente gli artisti sul palco – dei ROLLING al Circo Massimo nel 2014 e degli AC/DC all’autodromo di Imola per farmi passare la voglia.

SERVIZIO DELLE IENE – MEDIASET

http://mdst.it/03v662557/

ON THE ROCK AGAIN di Massimo Bonelli

23 Nov
 Massimo Bonelli ci parla del suo recente viaggio negli Stati Uniti.

“But I ain’t going down, That long old lonesome road,
All by myself … On the road again”.

La colonna sonora di un viaggio non la trasmette la radio, è tutta nella tua testa, nel tuo spirito.

Il viaggio inizia a Las Vegas, la città del peccato. Sin City è un enorme Luna Park di luci sfavillanti che incantano gli incauti turisti del vizio, quello del gioco ovviamente, ma non solo. In questa metropoli dove i tempi raccontano le melodie di Frank Sinatra o il rock’n’roll di Elvis Presley, ora, i giganteschi cartelloni luminosi, promuovono musical dedicati ai Beatles e a Michael Jackson. Las Vegas è un immenso e lussuoso lampadario in mezzo al deserto. Chi, come me, non è attratto dal gioco o da questo genere di divertimenti, si dirige verso ovest.

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Death Valley, Devil’s Golf, Zabriskie Point, Joshua Tree distano poche ore da Las Vegas. Deserti incuneati tra aride colline sotto un sole cocente, tra la California ed il Nevada. Nel mio cuore e nella mente c’è un susseguirsi di emozioni tradotte in immagini e note: un esplosione ripetuta all’infinito, caratterizzata dal suono dei Pink Floyd. Una dodici corde che corre ansimando sulla terra bruciata, accarezzata dai lunghi capelli di Shawn Phillips. La costruzione di un amore dolcemente rotolante tra dura sabbia e ipnotiche note della chitarra di Jerry Garcia e, li accanto, non ho più trovato  ciò che stavo cercando (But I still haven’t found what I’m looking for – U2), il Joshua Tree non c’era più, sradicato dalla stessa arida natura. Gli indiani Soshone, nativi della zona, sono stati gli ultimi amici di Michael Jackson che a Pahrump, tra la Death Valley e Las Vegas, voleva vivere, ma non ne ha avuto il tempo.

Zabriskie Point
Zabriskie Point

La Route 66 si lascia alle spalle il deserto del Mojave e, andando nella stessa direzione di Billy e Wyatt (il Captain America di Easy Rider) mi conduce, con le note di “Born to be Wild” degli Steppenwolf, verso Falgstaff. Io che non ero destinato a seguire le aquile (Wasn’t Born to follow /Byrds) mi fermo a Williams, su quell’unica strada, tra saloon e drugstore, dove senti il rombo delle Harley e la sirena dei camion (Convoy) che ti salutano, attraversando con spavalderia le vicinanze della main street. Dalla veranda del motel, sento le tristi note di John Fahey dedicate ad una luna brillante che illumina l’immensità rocciosa del Grand Canyon. Il mio sguardo si perde tra i diversi colori della terra. Mi sento una formica, un piccolo essere fragile di fronte a tale maestosità. Sai di essere ospite dei Navajo, loro questa meraviglia della natura la chiamano “Casa”.

Grand Canyon
Grand Canyon

“Down by to the river” (Neil Young) – Il Colorado scorre tra lo Utah e l’Arizona, qui lo hanno defluito in piccoli canali per poter costruire un mare, il Lake Powell, dominato dalla grande diga. I mormoni vigilano le proprie mogli e le costruzioni, i Navajo, la natura e l’Antelope Canyon. Su una sgangherata camionetta, meno comoda dei cavalli senza sella, sollevando nuvole di polvere, raggiungo questa insenatura di sabbia stretta tra le rocce. Il sole che l’attraversa dipinge il suo interno di ombre e magici colori (“dategli sole. non legarlo, vuole correre …” cantava Grace Slick in Manhole). Anche il crotalo si è disinteressato del mio silenzioso passaggio.

Antelope Canyon
Antelope Canyon

La radio trasmette musica che non segue i miei pensieri. Banjo e violini a ritmo di quadriglia, non fa per me, ma siamo in Arizona. Ennio Morricone descriverebbe meglio le emozioni che sto per vivere. Il sole è ancora alto, illumina i saliscendi della lunga strada dritta di fronte a me per oltre quaranta miglia. Il camion che avvisto nello specchietto retrovisore minaccia di speronarmi (Duel) ma poi mi supera sbuffando. Il banjo gareggia con la chitarra (Dueling banjo), io lotto con il sonno. L’aria danza con il calore formando nuvole di gas che rendono credibili i miraggi. In fondo alla interminabile strada, affiorano punte di roccia dirette verso il cielo. Dita di giganti con le mani nel rosso terreno. Pinnacoli, attori involontari di mille film, da Ombre Rosse a Thelma e Luoise, da Easy Rider a Forrest Gump. Il capo Navajo osserva con orgoglio la sua terra da un pronunciato sperone di roccia, in attesa di segnali di fumo. Nel piccolo chalet all’interno della Monument Valley, con infantili lacrime di gioia, non riesco a dormire e seguo affascinato la parabola del sole dal tramonto all’alba. Nel colore rosa della luce che nasce, sento Grace Slick cantare  “Sunrise start a brand new day …”.

Monument Valley
Monument Valley

Lascio i Mormoni nello Utah e i Navajo nell’Arizona per dirigermi a Durango, in Colorado. Antica ed elegante. “Quel treno per Durango”, lungo il River Soul, verso Silverston, racconta la storia di Butch Cassidy e dell’amico Sundance Kid. Siamo nel leggendario Far West. Poco distante, nella Mesa Verde, vi sono le rovine della civiltà degli Anasazi. Abitazioni scavate nella roccia della montagna. Sam Peckinpah e Sergio Leone mi suggeriscono di ascoltare “Giù la testa”, atmosfera Morricone. Lungo il percorso c’è Cortes, nella contea di Montezuma. Nella piccola stanza del motel, un ritratto di Janis Joplin sembra implorare “Oh come on, come on, come on …” ma io proseguo verso la capitale della riserva indiana, Gallup. Qui inizia il New Mexico, qui, al mercato, si incontrano Navajo, Apache, Hopi ed altre tribù minori mentre vendono la loro arte. Nell’unico negozio sulla main street si possono acquistare pistole, fucili, selle, speroni e cappelli da cow boy. Il proprietario non è un nativo, è un austero bianco che mette in mostra la bandiera dell’Unione.  Gli Eagles direbbero: “Desperado, perché non torni in te? Ohhh, sei un duro. Queste cose che ti soddisfano possono farti del male in un modo o nell’altro”.

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Il New Mexico è grande e profondo. Mi rimetto in viaggio verso sud. Socorro mi attende con tutti i suoi misteri. Se esistono gli alieni, devono essere tutti lì. Strade deserte per centinaia di miglia. Qualche cespuglio rotola sull’asfalto. Non incroci una macchina e neppure un distributore. Uomini e cose si riparano da un sole crudele. I Pearl Jam urlano: “Even Flow thoughts arrive like butterflies”. Mi chiedo perchè gli esseri dello spazio avrebbero deciso di venire qui. Socorro, come tanti paesi disseminati in queste zone desertiche, è composta da un paio di motel, un distributore (finalmente) e qualche fast food. Nessuno si aggira per l’unica strada. Sento un canto giungere dalla vecchia chiesa di San Miguel. Forse gli unici sopravvissuti da un attacco dal cielo. Senza alcun timore, percorro ancora un centinaio di miglia nel deserto. Eccola. La fabbrica dello spazio. Centinaia di gigantesche parabole captano ogni suono proveniente dagli abissi stellari. Contact. Loro lo sanno se non siamo soli nell’Universo. John Lennon lo sapeva : “Mi chiamano attraverso l’Universo – Jai Guru Deva Om -Niente cambierà il mio Mondo”.

Socorro
Socorro

Giro la macchina e torno indietro, verso sud. Un cartello mi indica che sto dirigendomi verso quella città che i gringo chiamano “El Paso” ed i messicani “Ciudad Juarez”, divisa da un confine. Lo scrittore Don Wislow (Il potere del cane – Il cartello) sa che in quel luogo non servono gli alieni a farti sparire. Mi assale la paura. Trafficanti vanno e vengono ogni giorno, pendolari della droga e della morte. Mi fermo ad Alamogordo. Distributore, motel, fast food. Il tramonto è rosso e la notte sarà presto nera (I see a red door and I want painted black . Rolling Stones). Il mattino, quando il caldo non è ancora soffocante, raggiungo le “White Sands”, dune bianchissime di una polvere di gesso. Mad Max sta ancora fuggendo inseguito dal convoglio di camion dei Figli della Guerra. Con lui fuggo anch’io. Questa volta verso nord. Il navigatore sa che voglio arrivare a Santa Fe ed io ho fiducia in lui. Ma mi sbaglio. Quando, dopo sei ore di guida, vedo un cartello che mi indica “Amarillo” nel Texas, mi preoccupo. E’ terra di Mescalero. Per lui, Santa Fe era un quartiere di Clovis, città di confine, per me è la capitale del New Mexico ad altre sei ore di distanza, in tutt’altra direzione. Riattraverso il fiume Pecos mentre Ry Cooder canta “… sapete che è troppo tardi per cambiare idea … si paga il prezzo per venire così lontano … e tu sei ancora oltre il confine”. Billy the Kid mi saluta dalla veranda di un saloon di Fort Summer. La palla infuocata del sole scende dietro le colline, mentre intravedo Santa Fe, la città diversa. Quella vera.

Alamogordo White Sands
Alamogordo White Sands

Santa Fe vale il viaggio. La città più ricca d’arte di tutti gli Stati Uniti. Una Disneyland di gallerie che espongono artigianato,  sculture e quadri originalissimi. Una piccola cittadina che vive nel rispetto delle tradizioni del suo popolo, i Pueblo. Tutte le case sono color ocra, realizzate in adobe, sabbia e fango, con forti pali di legno a renderne più sicura la stabilità. Nella piccola piazza, musicisti di strada con violino, chitarra e washboard intrattengono i clienti del vicino mercato dei nativi che, giornalmente, vendono i loro manufatti. L’atmosfera è tranquilla e gentile. L’aria è ancora calda, ma stiamo salendo e la notte si fa fredda. Seguendo le tracce di Dennis Hopper e della sua motocicletta, attraverso il Rio Grande e proseguo verso Red River, tra accampamenti di roulotte e piccole case sulle ruote, villaggi di famiglie in movimento, arrivando a Taos Pueblo. Si sentono i tamburi che con un ritmo ipnotico tengono lontani gli spiriti malvagi. Questa è casa loro, ovviamente dei Pueblo, dei nativi. Un piccolo paese di case di fango con lunghe scale di bamboo che salgono verso il cielo. I vecchi saggi ti raccontano che Kit Carson era un infame, aveva trucidato una tribù rifugiatasi in un canyon, dopo averli fatti soffrire la fame. Loro non sorridono e non guardano più le aquile che volano alte. Sono tristi ma fieri. La vicina Taos ospita la tomba di Buffalo Bill. In quelle valli i bisonti muschiati hanno ripreso coraggio.

Santa Fe
Santa Fe

Anch’io riprendo coraggio e mi dirigo verso le montagne, di nuovo in Colorado e più precisamente a Colorado Springs. Meta turistica dei benestanti che amano la cime montuose. La cittadina ne è circondata. Denver mi accoglie in maschera, è il mese di Halloween e tutti si riversano lungo la strada principale trasformati in zombie, mostri di vario genere e supereroi. Il giorno dopo sono tutti vestiti con la maglia della squadra preferita, ci sono i Colorado Rockies e i Denver Broncos. Mile High City, come è chiamata Denver, è sempre in maschera. Nel passato, la città  accoglieva i cercatori d’oro che andavano nelle vicine Montagne Rocciose a cercare fortuna. Il South Platte River che le attraversa era insediamento di Chayanne ed Arraphao. Denver è una bella e ricca città, la prima che incontro da quando ho lasciato Las Vegas. A fianco del mio lussuoso ostello c’è un rivenditore ufficiale di cannabis, la coda per entrare è pari a quella di un centro commerciale. Li seguo con lo sguardo dal terrazzino dell’ostello, ascoltando “Heart of gold” di Neil Young, all’interno gli studenti guardano una partita dal grande schermo nella mensa. L’indomani mi solleverò sopra Miles High per raggiungere la meta finale, New York City.

Denver
Denver

Ogni volta che vengo a Manhattan cerco di trovare alloggio in zone diverse per poter entrare maggiormente nella loro atmosfera. Questa volta mi sono stabilito nel suo cuore culturale, nell’area che più amo, il Greenwich Village. Un piccolissimo appartamento con le tipiche scale esterne che danno su una strada colma di alberi e botteghe. Il fiorista, quello sull’angolo che vende anche verdure fresche, l’enoteca. Ristoranti cinesi, giapponesi, spagnoli e italiani. Sono a breve distanza da Washington Square, da Bleecker street, da MacDougal street, dal Bitter End,dove si muovono ancora le ombre di Lenny Bruce e Pete Seeger. Dal Wha? dove Dylan esordì ed anche Hendrix fece musica. Passeggiando ti aspetti di incontrare Peter, Paul & Mary, Woody Allen con Diane Keaton. Vedi Phil Ochs e Dave Van Ronk suonare seduti sulla panchina di fronte alla fontana. Gallerie d’arte e di fotografia in Prince street. Adoro questi luoghi e tutto ciò che evocano. In questa visita alla “Grande Mela” non mi accontento e mi spingo oltre, ad Harlem, nel cuore nero di NYC. Non è più un quartiere pericoloso. Gli afro-americani che vi risiedono sono come i personaggi dei video rap. Altri sono artisti. Alcuni si radunano in comizi di protesta in stile Black Power, ma ti accorgi che parlano di religione. Molti sono nelle chiese a cantare gospel. Poi c’è il monumento, l’Apollo Theatre. Qui, prima fu il jazz, poi arrivarono anche Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, il signor dinamite, James Brown. Anche il giovanissimo Michael Jackson esordì in questo teatro. Rientro percorrendo Malcolm X Boulevard.

NYC Greenwich Village
NYC Greenwich Village

Come mi sento lontano da Zabrieski Point, dalla Monument Valley, dalla Route 66, dai deserti del New Mexico, eppure sono passati pochi giorni. Il JFK Airport mette in sottofondo “Expecting to fly” dei Buffalo Springfield e mi saluta, Ciao America, ciao Southwest, ciao Wild West. Tornerò ancora su altre strade del Rock.

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 Da http://www.spettakolo.it/ 22/11/2016

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

PINK FLOYD “Early Years 1967-1972” di Paolo Barone

21 Nov 62ba315df2f74f80a0bbf4f45f6dc570_orig

Due riflessioni del nostro Polbi sull’ultimo cofanetto dei PF.

Quando qualche tempo fa i Pink Floyd diedero il via alla riedizione del loro catalogo in versioni “Immersion” allegando agli album originali materiali live ed inediti, fummo in molti ad essere delusi dal fatto che avessero puntato solo ai tre album piu’ internazionalpopolari, lasciando fuori tutto il magico resto.

Ora arriva sul mercato l’operazione Early Years 1967-1972 a completare ed estendere a dismisura il lavoro finora riservato solo ai tre (bellissimi) mastodonti ipercommerciali.

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A quanto pare le cose dovrebbero andare in questo modo: Un cofanetto enorme di materiale audio, video e riproduzioni di memorabilia al costo senza precedenti di oltre 400 euro, un doppio cd con estratti, e poi da gennaio i singoli album che compongono il box set con i materiali extra relativi.

A vedere la lista dei contenuti c’e’ da fare girare la testa a chiunque.

Fermo restando che sara’ sempre impossibile far contenti i fan terminali di una band, i quali sono ormai in possesso di piu’ roba dei membri stessi delle band in questione, Early Years esplora ogni possibile angolo del periodo di grande creativita’ e magia, prima della esplosione/implosione di Dark Side. E’ veramente un lavoro enorme, ore e ore di musica e immagini. Io ne ho vista una copia in un negozio di dischi a Reggio Calabria che ne aveva due ordinati su prenotazione, e mi e’ sembrato veramente bello…

Bellissimo anzi, ma mai e poi mai da poter giustificare il prezzo.

Qui stiamo veramente perdendo il senso delle cose, un terzo di uno stipendio di molti fan della band per una manciata di cd, qualche vinile e qualche ristampa di poster. Sarebbe tranquillamente potuto costare la meta’, e sarebbe comunque stata una bella somma; certo nessuno obbliga nessuno all’acquisto, ma da Waters e co. mi sarei aspettato una maggiore attenzione in questo senso…mah, sono sempre il solito illuso che si rifiuta di mettere la pietra tombale sul senso del Rock…

Detto questo, mi sono preso la mia bella copia in cd doppio in vendita nel negozietto prima che su Amazon e a un prezzo praticamente uguale.

Complice una serata libera da impegni e in beata solitudine, sono sprofonadato in ascolto di Early Years versione per poveri e ci sono rimasto incollato per tutta la durata dei due cd, con un attenzione e un godimento assoluti come non mi capitava da tantissimo tempo.

Ad aprire le danze l’accoppiata Arnold & Emily, riproposte in versione classica e quindi del tutto inutile in questo contesto, mentre si sarebbero potute mettere alcune delle tracce inedite del periodo Barrett presenti nel box e fare contenti gran parte dei fan. A seguire Matilda Mother e Jugband Blues nelle versioni remix del 2010, e essendo questi brani disponibilissimi nelle versioni originali sia mono che stereo, i remix risulatno sorprendentemente piacevoli senza dover gridare al sacrilegio. Flaming dalle BBC session fa salire i brividi per poi passare all’unico vero inedito era Syd inserito in questa raccolta, lo strumentale In the Beechwoods, di per se nulla di che ma capace per l’effetto di suggestione legato alla presenza del nostro a rendere felici la maggior parte dei fan della band sparsi per il mondo. Point me at the Sky e Paintbox sono messe li’ nelle loro versioni arcinote come irritanti riempitivi, ma poi arriva una bellissima e oscura Careful in versione singolo e una malinconica e misteriosa Embryo prodotta da Norman Smith negli studi di Abbey Road. Una goduria totale.

La pubblicita’ per la radio americana di Ummagumma e’ una simpatica parentesi prima di sprofondare nelle acque cosmiche di Grantchester Meadows, Cymbaline, Green is the Colour e Careful da una BBC radio session del ’69, con inclusa una meravigliosa e diversissima dall’originale Interstellar Overdrive live dal Paradiso di Amsterdam lo stesso anno.

Guardo fuori dalla finestra; il vento spazza le foglie nella luce dei lampioni, per strada non passa nessuno, tutto e’ sospeso, irreale. Mi perdo nei vortici spazio temporali di questa musica, per qualche minuto mi dimentico di me…

Il secondo cd si apre con cinque brevi tracce da Zabriskie Point fra cui The Riot Scene che poi diventera’ l’epica Us and Them, e Take Off a meta’ fra i suoni di The Wall e Dark Side. E’ una sensazione strana pensare che questa musica sia stata realizzata nella mia citta’, a Roma, in via Urbana. Ancora Embryo, BBC 1970, in bilico fra la mucca e Echoes, ma diversa, nitida e al tempo stesso piu’ potente e grezza, con le risate dei bambini e la voce distorta di Waters a dare un ulteriore tocco inquietante. Atom Earth Mother arriva in versione live senza orchestra, e sono diciotto bellissimi minuti da Montreaux sempre nel ’70. Mentre il bip martellante dell’ecoscandaglio insieme alle tastiere di Wright ci portano dentro Nothing Part 14 (work in progress di Echoes), piu’ vicina ai viaggi stellari degli Ash Ra Temple che alle profondita’ marine della versione definitiva di Meddle.

Chiudono il secondo cd tre brani da Obscured by Clouds versione remix, pieni delle sonorita’ dei lavori a venire, cosi legati alla forma canzone.

Che dire…oltre ad essere quasi due ore di pura goduria Pinkfloydiana, questo doppio cd raggiunge pienamente lo scopo di essere un assaggio dal costosissimo box delle meraviglie, e far venire a tutti noi la voglia di comprarlo.

Sono sicuro che purtroppo ne venderanno a iosa, o perlomeno tutti quelli che avevano previsto, credo ne abbiano stampate qualche migliaio di copie, spingendo ancora un po’ piu’ in la’ la speculazione sulle spalle dei fan, in maniera del tutto ingiustificata.

Resta la meraviglia di poter ascoltare molti inediti del periodo magico dei Pink Floyd, e personalmente non vedo l’ora che arrivi gennaio per poter valutare l’acquisto dei singoli “volumi” di Early Years.

Paolo Barone ©2016