Questa deve essere l’estate più calda che ho passato nella mia vita. Non ricordo periodi tanto lunghi di caldo così soffocante. La pianura diventa una lastra di metallo rovente sulla quale è quasi impossibile avventurarsi, in special modo dalle 12 alle 18.
E allora eccomi, barricato in casa, prigioniero dell’aria condizionata e del fiume sempre in piena dei miei pensieri. Il passato, il presente, il futuro… se mai ce ne sarà uno.
Scambio messaggi con anime simili alla mia, niente di che, i soliti temi… l’irrequietezza, la ricerca di una stella che sia tutta mia e sciocchezzuole simili.
Leggo una frase scritta da una persona a me cara:
«Proprio quando il movimento diventa più difficile da sostenere, lo sguardo si volta indietro. Non necessariamente per nostalgia, ma perché il passato è l’unica cosa che resta ferma abbastanza a lungo da lasciarsi contemplare.»
Già, il passato… Julia, una protagonista degli inizi di questo blog, mi diceva che è normale, e pure salutare, dare uno sguardo al passato ogni tanto. Quando si è in macchina è bene dare un’occhiata allo specchietto retrovisore…
A me piacerebbe essere uno al passo con i tempi, ma più l’età avanza più diventa complicato. Guardate un po’ in che mondo mi ritrovo: terrificante mi pare un termine corretto per descriverlo. E per chi, come me, era ragazzino negli anni Settanta, pare impossibile essere arrivati a questo punto.
Più rifletto sulla frase di E. O. Wilson:
«Il vero problema dell’umanità è il seguente: abbiamo emozioni del Paleolitico, istituzioni medievali e una tecnologia simile a quella degli dèi.»
più capisco la drammatica situazione del mondo in cui ci troviamo.
E. O. Wilson è stato uno dei più importanti biologi e naturalisti del Novecento. È stato definito da molti «il padre della sociobiologia»; ha cercato di spiegare il comportamento animale e umano attraverso l’evoluzione. La sua frase formidabile sta a indicare che gli esseri umani possiedono un cervello e istinti formatisi nella preistoria, vivono dentro strutture sociali e politiche spesso antiquate, ma dispongono ormai di una tecnologia capace di modificare il pianeta su scala globale.
Una sintesi potente, insomma, del suo messaggio: la nostra evoluzione biologica è lenta, mentre il nostro potere tecnologico cresce a una velocità enorme. La sfida della civiltà moderna è quindi imparare a usare quella potenza con una saggezza che, forse, non abbiamo ancora completamente sviluppato.
Beh, meglio togliere il forse.
Per un blog come questo, Wilson è una figura interessante perché unisce tre temi molto “da viaggio”: natura, evoluzione e il posto dell’uomo nell’universo. Un naturalista con lo sguardo dello scienziato, ma anche con una sensibilità quasi poetica verso la vita.
Al mattino sfido le tenaci malerbe che mi si aggrovigliano alle gambe ed esco cercando di sfruttare quel poco tempo di fresco a disposizione. Fresco per modo di dire: siamo comunque sopra i 30 gradi Celsius, che nel breve volgere di due o tre ore si tramuteranno in temperature infernali, prossime ai 40 gradi, soglia psicologica difficile da gestire.
Una sgambata tra le vigne per rinvigorire lo spirito e poi un giro a velocità di crociera tra quel pezzo d’Emilia in cui vivo. Osservare la mia terra… sì, perché, per Dio, questa terra è mia. Sono fatto della stessa argilla paludosa, sono cresciuto nel bayou della Valpadana centrale. Anche mia nonna avrebbe potuto chiamarmi Muddy, come successe a McKinley Morganfield…
Osservare la mia terra mi dà un senso di sicurezza, quieta il mio animo.
La Sigismonda — va beh, la mia Blues Mobile — è poi anche il luogo dove ascolto flussi continui di musica, di buonissima musica, non le immondizie musicali che vengono proposte oggi da radio ormai insopportabili, con i loro conduttori dalle voci sempre intonate al buonumore.
Dalla via Emilia, in direzione est, prendo una stradina sulla destra, quella che mi porta a Roncadella, frazione rurale del comune di Regium Lepidi, dove, tra l’altro, si trova la casa di Aramis Rheinhardt, il personaggio principale dei miei racconti, a suo tempo pubblicati qui sul blog.
(Per chi fosse interessato, qui sotto il collegamento al primo episodio.)
Roncadella è diventata un luogo del mio cuore, sebbene immaginario, proprio grazie ad Aramis.
Mi fermo poco dopo, in una specie di boschetto. Soffia una brezza leggera e le foglie dei noci frusciano… È un vento locale, leggero, la cui velocità varia generalmente tra i 7 e i 20 km/h e cambia tra il giorno e la notte, seguendo le diverse temperature della terra e dell’acqua.
Su questa terra arsa dal sole da settimane, quel soffio sembra quasi un alito di vita.

Andando alla deriva tra queste fette di pianura, osservo le poche case che incontro: vecchie case contadine del tempo che fu, alcune ristrutturate, altre lasciate andare; oppure villette costruite qualche decennio fa, che sembrano quasi stonare con il panorama rurale circostante.
Case che consideriamo nostre, che abitiamo con diritto e sicumera, ma che nel giro di qualche decennio, seguendo il destino dell’uomo, verranno prese da altre persone, che ne faranno ciò che vorranno.
Case che oggi ci sembrano i nostri castelli, i nostri approdi sicuri, luoghi nei quali vivere la nostra esistenza, ma che quando non ci saremo più saranno abitate da alieni che non sapranno nemmeno che noi siamo passati di lì.
Tempus fugit, baby.
Come scriveva Virgilio: «Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo.»
IL NUBIFRAGIO
15 luglio — forte nubifragio a Borgo Massenzio. La Domus Saurea subisce danni.
È una sensazione spiacevole trovarsi barricati in casa mentre, là fuori, un vento fortissimo piega gli alberi, porta via mezzo tetto, fa crollare tre camini e spazza via le tegole. Per qualche ora hai la netta sensazione che la casa, il tuo rifugio, non sia più quel posto sicuro che hai sempre creduto.




Verso le 03:40 l’arrivo dei Vigili del fuoco (da Firenze) per mettere la casa in sicurezza

Due giorni dopo — intervento dei muratori per sistemare provvisoriamente il tetto e impedire che la pioggia entri in casa.
Non appena si libereranno i lattonieri, verosimilmente a settembre, proveremo a rifare il tetto.

In quei due giorni post-nubifragio siamo stati spesso dalla “Tiziana”, la mitologica ferramenta specializzata in materiale da costruzione di Gavassa.
La Tiziana è una tipica emiliana: spiccia, empatica, sul pezzo, inarrestabile. La sua ferramenta a conduzione familiare è uno di quei luoghi magici dell’Emilia che, piano piano, vengono sostituiti da nuove strutture di stampo statunitense, magari funzionali, ma senza più nessuna poesia.

Così, dopo l’uragano, non ci resta altro che leccarci le ferite, rimboccarci le maniche, ascoltare Neil Young e — come sempre — andare avanti.
Passato il gran trambusto, piano piano la situazione si normalizza. L’umana con cui vivo, un genio della manualità, torna ai suoi piaceri meccanici, costruendo astronavi.

Io torno a pensare alle mie cose, ad esempio a quello che mi disse Nicky Legs nel momento in cui entrambi lasciammo l’azienda in cui lavoravamo:
«Sei stato una delle persone più influenti per me.»
Quando ti interroghi sul valore della tua misera esistenza, certe frasi tornano a galla e fungono da magnesio e potassio per la tua autostima.
E poi via verso il tour delle Feste dell’Unità delle nostre zone.
Albinea — dove scambio qualche battuta con il parcheggiatore, uomo di terza età, in reggiano stretto. Piccole inezie che mi aggiustano l’umore.
Parking Man: «Buonasera, sono due euro.»
Uomo di Blues: «Subétt.»
PM: «Gnii dala muntagna?»
UDB: «No, a sun nèe a Nunantla in dal Mudnes, mo a stag a Masinsàdeg.»
PM: «Ah, i ho capìi, alóra a m’ sun sbagliè. Av salòt, ste mo’ ben.»


Bibbiano, dove vedo uno spettacolo organizzato da Francesca Mercury, dedicato alle grandi figure femminili della musica: da Etta James, Aretha Franklin e Tina Turner a Mina, le sorelle Bertè e Anna Oxa, fino a Madonna, Lady Gaga e via discorrendo.
Villalunga, dove nell’arena degli spettacoli guardo per un po’ una tribute band dei Cure, che mette in scena un buon concerto.
Tra non molto arriveranno le Feste dell’Unità di Regium Lepidi e Mutina, e sarà così che passerò le serate estive, sempre alla ricerca degli echi dell’Emilia che fu.
Intervallando il tutto con qualche nuotata, qualche lettura, qualche schitarrata, qui al Bagno Inigo.

FILM
_Neve Nera (ARG / E 2017) TTT¾
Neve nera (Nieve Negra, 2017) non è il classico thriller tutto azione e colpi di scena. È un film gelido, proprio come la Patagonia in cui è ambientato, che scava lentamente nei rapporti familiari, nei sensi di colpa e nei segreti sepolti da troppo tempo. Ricardo Darín, come spesso accade, è semplicemente impeccabile e regge il film con un’interpretazione intensa e misurata.
Al botteghino non ha fatto sfracelli: è costato circa 4 milioni di dollari e ne ha incassati poco meno di 5, ottenendo i risultati migliori in Argentina. Non un blockbuster, dunque, ma un’opera che merita sicuramente una visione, soprattutto se amate i thriller psicologici dove la tensione nasce più dai silenzi che dall’azione.
PLAYLIST
_ la Mahavishnu nel 1971
_Eddie & the boys nel 1980 alle prese col playback
_La banda di Maresciallo Tessitore nel 1977
_Don Henely 1984, scritta da Daniel Kortchmar.
Ay-yl-yl-yl
Ask yourself why
You still wanna hold her
You must not be drinkin’ enough
Ay-yl-yl-yl
_Dylan nel 1983 con alle chitarre Mark Knopfler & Mick Taylor
_Battisti nel 1977
Pour finir
Ragnatela, più di 18 anni — 88 anni umani — ha disturbi cognitivi e ci sente poco. Ma quando torna in sé, mi cerca, vuole dormire accanto a me, cerca la sicurezza del suo umano di riferimento in un periodo che certamente vive con una certa incertezza.
La tranquillizzo, la accarezzo sul nasino. Lei fa le fusa e mi guarda con quello sguardo fiero da principessina, eppure con gli occhi sembra dirmi: «Umano Tyrrell, dammi una mano tu, che io inizio a essere confusa.»
La stringo a me e ci addormentiamo in pace, l’una abbracciata all’altro, al riparo dalla notte.

Fuori dalla finestra, il verde della Domus resiste, nonostante il caldo sahariano, e infonde tranquillità a me e alla piccola Ragni. Il nostro riposino pomeridiano, sotto l’aria condizionata, può iniziare sotto buoni auspici.

Foreve young Ragnetto, forever young …
Chi sognerai, Ragnetto? Tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, il tuo amico Palmiro, o forse savane che non hai mai solcato?
Nel sogno, io spero di solcare i territori del Sud, là, lontano, oltre le colline, e magari di incontrare di nuovo una ragazza con gli occhi che guardano lontano…




















































Commenti recenti