Pretenders – Pretenders II (Deluxe Edition) (1981/2021WM UK) – TTTT

12 Gen

Nel 1979 i primi singoli dei Pretenders, ero nella fase finale dell’adolescenza, il rock classico pompava fortissimo dentro me ma ero anche figlio del mio tempo: il punk (Damned e Ramones in primis), la new wave (Devo), il nuovo rock (Police, Joe Jackson, Blondie, Dire Straits, Graham Parker & The Rumours ). Dal Regno Unito, soprattutto, arrivavano nomi nuovi quasi ogni settimana, era musica che allora mi appariva in bianco e nero, accecato com’ero dal technicolor delle grandi band degli anni settanta che però ormai iniziavano a segnare il passo, ma alcuni di quei nuovi gruppi e artisti facevano breccia dentro di me, quelli il cui songwriting si rivelava vincente. Il primo disco dei Pretenders (dicembre 1979) fu un successone, primo in UK, nei primi 10 in USA, tantissime copie vendute e almeno quattro pezzi in rotazione continua nelle radio FM: Stop Your Sobbing, Kid, Brass In Pocket, Precious. 

Il secondo album non ebbe l’impatto del primo ma fu comunque un successo: top 10 sia in UK che in USA è fu l’ultimo registrato con la formazione originale, il chitarrista James Honeyman-Scott e il bassista Pete Farndon infatti morirono purtroppo due anni dopo. E’ uscita da poco l’edizione di lusso in occasione del quarantennale, motivo per parlare del disco qui sul blog.The Adultress si rifà alla formula del Rock che andava in quegli anni, tempo serrato, pochi fronzoli sulla chitarra, basso lineare, sfacciataggine (tra l’altro il titolo significa La Adultera). James Honeyman-Scott è stato un chitarrista che mi piaceva e seguire il suo lavoro mi dà ancora soddisfazione. Anche Bad Boys Get Spanked prosegue sulla scia del Rock di quel tempo. Message of Love fu il secondo singolo, finì per sfiorare la Top 10 del regno Unito; bel rock, non banale e con un buono sviluppo. Il fascino di Chrissie Hynde fa il resto.

I Go To Sleep fu uno degli ultimi singoli, quello che arrivò più in alto nella classifica inglese. Il pezzo è di Ray Davies (come d’altronde Stop Your Sobbing presente sul primo album) e i Pretenders ne danno una versione convincente.

In Birds of Paradise le chitarre definiscono lo stile tipico del gruppo nei brani meno duri. Talk Of The Town fu il primo singolo, un bel rock melodico e sfumato scritto da Chrissie che arrivò nella Top ten in UK.

Pack It Up è più vicina a certe cose del Punk inglese degli anni settanta, scritta da Chrissie Hynde e James Honeyman-Scott funziona alla grande; Waste Not Want Not invece sa di new wave con una spruzzata di reggae e anche questo è un pezzo meritevole. Day After Day è di nuovo scritta dalla coppia Chrissie Hynde James Honeyman-Scott, bel giretto di chitarra, buon ritmo e l’incanto aggiunto dalla Hynde. Jealous Dogs è anch’esso un episodio degno di stare sull’album, sul finire un assolo di chitarra per così dire tradizionale, magari non complicato ma che ci sta a pennello. The English Roses è l’ennesima canzone azzeccata, anche questa contiene un assolino di chitarra canonico niente male. Louie Louie chiude l’album con una carica notevole. Rhythm and blues, ska, fiati, rock … tutto si mescola. Honeyman-Scott alla solista convince.

Un bel disco dunque, fresco, energico, efficace, con belle chitarre e belle canzoni.

I due cd di materiale bonus sono piuttosto ricchi, tra versioni demo, missaggi alternativi, e pezzi live.

What You Gonna Do About It se non ricordo male uscì come flexi-disc nel 1981, l’arrangiamento è simile a Everybody Needs Somebody To Love. In The Sticks è uno strumentale che apparve sul lato B del singolo Louie Louie.

Dal vivo nel 1980 il gruppo aveva un approccio punk, nel 1981 sembrava esserci qualcosa di più articolato, tuttavia essendo una band che non concedeva tanto alla musicalità come la si intendeva negli anni settanta, il materiale live va accolto nella sua semplicità così come è. Detto questo sottolineo una volta ancora che seguire il lavoro di Honeyman-Scott alla chitarra per me è sempre piacevole.

Buona deluxe edition, l’album originale in sé è di valore.

Tracklist
CD1
1. The Adultress (2018 Remaster) (3:58)
2. Bad Boys Get Spanked (2018 Remaster) (4:07)
3. Message of Love (2018 Remaster) (3:25)
4. I Go to Sleep (2018 Remaster) (2:57)
5. Birds of Paradise (2018 Remaster) (4:15)
6. Talk of the Town (2018 Remaster) (2:44)
7. Pack It Up (2018 Remaster) (3:51)
8. Waste Not Want Not (2018 Remaster) (3:45)
9. Day After Day (2018 Remaster) (3:47)
10. Jealous Dogs (2018 Remaster) (5:37)
11. The English Roses (2018 Remaster) (4:30)
12. Louie Louie (2018 Remaster) (3:29)

CD2
1. Talk of the Town (Demo) (2:49)
2. What You Gonna Do About It (2:42)
3. I Go to Sleep (Guitar Version) [Outtake] (3:00)
4. Pack It Up (Radio Mix) [Outtake] (3:52)
5. Day After Day (Single Mix) (4:00)
6. In the Sticks (2:39)
7. Louie Louie (Monitor Mix) (3:33)
8. Precious (Live in Central Park, August 1980) (3:28)
9. Space Invader (Live in Central Park, August 1980) (2:42)
10. Cuban Slide (Live in Central Park, August 1980) (4:37)
11. Porcelain (Live in Central Park, August 1980) (4:17)
12. Tattooed Love Boys (Live in Central Park, August 1980) (3:47)
13. Up The Neck (Live in Central Park, August 1980) (5:43)

CD3
1. The Wait (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:19)
2. The Adultress (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:06)
3. Message of Love (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:30)
4. Louie Louie (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:48)
5. Talk of the Town (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:19)
6. Birds of Paradise (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:15)
7. The English Roses (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:50)
8. Stop Your Sobbing (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:40)
9. Private Life (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (7:06)
10. Kid (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:41)
11. Day After Day (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:49)
12. Up the Neck (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (6:02)
13. Bad Boys Get Spanked (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:15)
14. Tattooed Love Boys (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:41)
15. Precious (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (5:03)
16. Brass in Pocket (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:19)
17. Mystery Achievment (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (5:31)
18. Higher and Higher (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:22)

  • Chrissie Hynde — lead vocals, rhythm guitar
  • James Honeyman-Scott — lead guitar, keyboards, backing vocals
  • Pete Farndon — bass guitar, backing vocals
  • Martin Chambers — drums, backing vocals
  • Chris Mercer — tenor saxophone
  • Henry Lowther, Jim Wilson — trumpets
  • Jeff Bryant — French horn
  • Chris Thomas — sound effects

 

  • Bill Price — recording
  • Gavin Cochrane — front cover photography

La nebbia ai lisci piani piovigginando cade

4 Gen

Nebbia, nient’altro che nebbia. Sono due settimane che non vediamo altro, immersi come siamo in un impasto di goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria. Qui in Valpadana a volte ci sembra di essere nel regno delle tenebre.

nebbia in valpadana

nebbia in Valpadana

Il fatto è che passare le vacanze natalizie in questo contesto non è il massimo: la nebbia per quanto faccia parte del nostro DNA ed abbia un indiscusso fascino (specialmente per noi donne e uomini di blues), poi sfilaccia la volontà, schiaccia verso il basso, costringe ad una situazione di stallo.

Sembra di vivere in una bolla, bianca durante il giorno, nera alla notte, nessun orizzonte, nessun paesaggio, solo questa membrana impalpabile che gonfia la testa.

Luzzara (RE) – foto di Emanuele Caleffi

A volte arriva quasi all’improvviso, sospinta da un vento maligno

Muro di nebbia su Modena – credit: Osservatorio Geofisico di Modena

ricopre le città, i paesi, le campagne e a noi non rimane che arrenderci e stenderci sotto quel mantello freddo e umido cercando di trovare gli aspetti positivi del fenomeno, d’altra parte con la nebbia anche i blues più vividi si fanno sfumati e magari ci si metti a cercare film da guardare con più impegno.

◊ ◊ ◊

Nomadland di Chloé Zhao, con Frances McDormand – USA 2020 – TTTT½

La trama: Dopo aver perso il marito e il lavoro durante la Grande recessione, la sessantenne Fern lascia la città industriale di Empire, Nevada, per attraversare gli Stati Uniti occidentali sul suo furgone, facendo la conoscenza di altre persone che, come lei, hanno deciso o sono state costrette a vivere una vita da nomadi moderni, al di fuori delle convenzioni sociali.

Qualcuno ha scritto: “Un poetico studio dei personaggi sui dimenticati e gli emarginati, Nomadland cattura splendidamente l’irrequietezza seguita alla grande recessione”

Film splendido.

The Unforgivable – Regia di Nora Fingscheid,  con Sandra Bullock, Jon Bernthal, Vincent D’Onofrio, Viola Davis, Richard Thomas, Aisling Franciosi. Gran Bretagna, Germania, USA, 2021 – TTT+

Discreto film drammatico sul difficile reinserimento in società dopo il carcere. Il finale e alcuni escamotage narrativi non sono inaspettati, ma tutto sommato il film si lascia guardare.

Don’t look Up – Regia di Adam McKay, con Timothée Chalamet, Leonardo DiCaprio, Melanie Lynskey, Jennifer Lawrence, Cate Blanchett. Cast completo Genere Commedia, – USA, 2021 – TTT¾

Tra i più visti su Netflix, questo film genera reazioni discordanti, chi lo apprezza, chi lo odia. Il soggetto è trito e ritrito, ma l’esposizione critica del sistema umano in cui viviamo è da apprezzare.

Una Relazione – di Stefano Sardo. Con Guido Caprino, Elena Radonicich, Thony, Freddy Drabble, Giacomo Mattia – Italia 2021 – TTT¾

Il protagonista è un musicista songwriter di 44 anni, dunque uno che vive e respira – musicalmente – gli anni novanta, nonostante questo potrebbe essere uno di noi: insoddisfatto, pieno di blues emotivi, piscia sui manifesti che reclamizzano “concerti” trap, scrive canzoni niente male … i film italiani di questo tenore mi piacciono sempre.

 ◊ ◊ ◊

Oltre ai film, reimpariamo a suonare qualche nostro vecchio pezzo stimolati dai recenti apprezzamenti fatti dal presidente della azienda in cui lavoriamo; riprendere in mano la Les Paul, risuonare certi licks introduttivi, ci riporta a sensazioni passate quando ci  si illudeva di essere chitarristi.

Dalla finestra guardiamo la nebbia trasformarsi in foschia, posiamo la Gibson, facciamo ripartire la musica, che oggi significa mettere i Weather Report, musica dilatata che ben si adatta al … ehm … bollettino meteorologico odierno.

Dopo tre ore di Zawinul con i suoi amichetti occorre però qualcosa che ci riporti sulla terra e chi se non il vecchio Jimbo in versione smandrappata?

Qualcosa magari di più semplice ma che siamo sicuri ci dà soddisfazione.

Hibĕrnum blues

21 Dic

Dalla profondità dei cieli tetri
scende la bella neve sonnolenta,
tutte le case ammanta come spettri;
di su, di giù, di qua, di là, s’avventa,
scende, risale, impetuosa, lenta,
alle finestre tamburella i vetri…
Turbina densa in fiocchi di bambagia,
imbianca i tetti ed i selciati lordi,
piomba dai rami curvi, in blocchi sordi…
Nel caminetto crepita la bragia…

(Dicembre di Guido Gozzano)

Questi versi di Gozzano descrivono il sentimento che in questo periodo pervade l’animo delle donne e degli uomini di blues di questo blog. Tutti gli anni arriviamo alle stesse conclusioni, diamo voce ai soliti pensieri malinconici, ai bilanci tutt’altro che positivi di un altro anno andato, riparandoci nel passato che ci siamo costruiti nelle marughe dagli spifferi del presente e dalle bufere che pensiamo porterà il futuro. Come sempre nel tragitto casa-lavoro arzigogoliamo senza freno su domande a cui è meglio non cercare di rispondere. Che ne è stato di noi? Che ne è di noi? Che ne sarà di noi?

La pianura padana in questo periodo è stretta in una morsa di gelo, ci sembra così di essere il dottor Divago nel gelo dei Monti Urali. Il poco traffico delle strade che attraversano le campagne tratteggia in noi un sentimento di libertà illusoria, 

Gavassa, Monti Urali – dicembre 2021. Foto TT

perché subito dopo Campo dei Galli la presenza di autoveicoli si centuplica, file infinite, rotatorie intasate, raccordi strapieni. Prigionieri delle nostre automobili, fermi in coda osserviamo gli alberi da frutto che dormono sul bordo degli argini del fiume Secchia.

Sulle rive del Secchia- Dicembre 2021 – Foto TT

Lo sguardo si sofferma e quindi viene rapito dai piccoli dettagli blues che ci capita di incontrare: sul finire di Meadow (Prato, frazione di Correggio, insomma) sulla strada principale c’è una casina grigia, bruttina, sottile, con ancora la casupola esterna dei servizi igienici; il contesto in cui è sita è piuttosto scialbo, l’aggettivo che le si addice è derelitta, colpisce dunque la bella renna fatta di lucine e impreziosita da un fiocchetto rosso che sta sopra all’ingresso. Quell’addobbo risolve la situazione e regala alla casetta un momento di candore. A Campo dei Galli la ferramenta incastonata tra una serie di abitazioni e di fabbriche pare solitaria, poco dopo le 7:30 è già aperta, sulla porta la scritta luminosa Buone Feste, all’interno i neon illuminano gli scaffali, immaginiamo il proprietario con un grembiule blu bersi il primo caffè della mattina insieme alla moglie e al garzone.

Alla Domus Saurea il gelo regala il solito paesaggio stile Tundra, così ci ritroviamo a fare il coretto sull’aria di Thunderstruck degli AC/DC:

” Tundra ahahahahaha, Tundra ahahahahah, Tundra ahahahahah ….”
 

Tundra – Domus Saurea – Dicembre 2021 – Foto TT

Tundra – Domus Saurea – Dicembre 2021 – Foto TT

I gatti tendono a restare fuori poco, a preferire il tepore della casa, d’altronde possono tranquillamente evitare i loro impicci quotidiani: “smarrire” i randagi maschi che si aggirano nei paraggi (Palmiro), arrampicarsi su e giù per gli alti pini (la Stricchi), rincorrere insetti, uccellini e topolini (Raissa, Ragni e Spaventina) e cercare un riparo (Minnie la freddolosa).

Le festività legate alla celebrazione del Solstizio D’Inverno qui alla Domus Saurea sono rispettate quasi alla lettera, quasi perché la sfumatura Dickensiana è evidente,

Presepe Vittoriano – Domus Saurea – Dicembre 2021. Foto TT

ma il tradizionale rito nordico del Sol Invictus con l’alberello pieno di luci a simboleggiare il ritorno delle giornate più lunghe dopo il solstizio è un imperativo qui.

Sol Invictus Fest – Domus Saurea – Dicembre 2021. Foto TT

Sol Invictus Fest – Domus Saurea – Dicembre 2021. Foto TT

Sol Invictus Fest – Domus Saurea – Dicembre 2021. Foto TT

Sol Invictus Fest – Domus Saurea – Dicembre 2021. Foto TT

E’ così che ci prepariamo ai festeggiamenti di questo fine d’anno. Non è mancato il tradizionale sinodo dei confratelli del blues (alias The Clarksdale Rebels), cena in una antica trattoria della campagna reggiana, e dopo aver fatto un brindisi alla memoria del grande John Miles, abbiamo gustato le specialità della nostra terra, ci siamo scambiati i regali (che apriremo il 25), parlato di musica, del Dark Lord, di calcio, di donne, dei massimi sistemi, giocando a fare gli uomini di una volta, insomma … i solito lavori del Team Tirelli. 

Prima del sinodo una pizza a due con il pontefice del blues, Giovanni Paolo III, ovvero l’amico Livin’ Lovin’ Jaypee che non poteva essere presente al sinodo. Un particolare ci colpisce: alla domanda ironica “Allora Jaypee, e l’Inter?”, ci sentiamo rispondere rispondere “Beh, andiamo molto bene, siamo primi in classifica, stiamo giocando un ottimo football e Inzaghi pare essere un allenatore formidabile.” Dopo di che ci mostra un adesivo con il logo dell’Inter che estrae dal portafoglio. Niente male per uno che non è mai stato interessato al football … evidentemente qualche amico che ci vuole bene lo abbiamo.

QUELLI CHE TI CHIEDONO SE “STRIMPELLI” ANCORA E USANO IL TERMINE “PIANOLA” PER RIFERIRSI ALLE TASTIERE.

Non è nemmeno mancata la cena di classe delle superiori, la seconda in tre mesi; al di là di vedere con piacere gli sciamannati e le sciamannate con cui abbiamo condiviso gli anni formativi, vi è sempre un po’ di terrore nel sentire raccontare aneddoti che ci riguardano. Non avevamo ancora cognizione di noi stessi allora e certe storielle – come già scritto – ci portano a dire “belle teste di cazzo che eravamo”. L’altro motivo di imbarazzo proviene dall’essere considerati legatissimi alla musica. Vi è sempre un sfumatura quasi di compatimento, o almeno a noi sembra così. Il tutto viene certificato quando un ex compagno ci chiede: “Strimpelli ancora Tim?” e, visto che lavora insieme ad un nostro fraterno amico che suona le tastiere, aggiunge “vi vedete con Biccio? Tu con la chitarra e lui con la pianola?”

Sono due lance conficcate nel costato. “Strimpellare” e “Pianola”, accezioni negative che negano allo suonare e alle tastiere dignità. Visto che la pianola, detta anche autopiano o pianoforte meccanico, è uno strumento musicale che, grazie a meccanismi pneumatici o elettromeccanici, suona automaticamente. Tali meccanismi sono pre-programmati con schede perforate di carta, o più raramente di metallo, chi usa quel vocabolo degradante non sa veramente di che caxxo sta parlando.

SERIE TV: THE NORTH WATER (Tim Vision) – TTTT

Segnalo questa nuova serie TV, è roba da maschi, ne sono conscio, e per quanto sia doloroso per un animalista come me guardare scene relative al massacro di foche e alla caccia delle balene, il resto è davvero – per ora – superlativo. Cinque episodi, uno nuovo ogni martedì.

Il TV drama in cinque episodi distribuito da BBC Studios è basato sull’omonimo romanzo del 2016 di Ian McGuire, edito in Italia nel 2018 da Einaudi con il titolo Le acque del nord.

La serie è ambientata alla fine del 1850 e racconta la storia di Patrick Sumner (Jack O’Connell), un ex chirurgo dell’esercito inglese caduto in disgrazia che partecipa come medico di bordo a una spedizione a caccia di balene nell’Artico sulla nave The Volunteer. Un viaggio reso ancora più avventuroso dalla presenza tra i balenieri di Henry Drax (Colin Farrell), uno psicopatico omicida.

OUTRO

Tra le nebbie padane, la galaverna e l’effetto tundra eccoci dunque arrivati al solstizio d’inverno

Tundra – Domus Saurea – Dicembre 2021 – Foto TT

Ogni tanto qualche sprazzo di sole riesce a spazzare via la nebbia e il cielo torna a stendersi sulla pianura,

Prato (RE) – Domus Saurea – Dicembre 2021 – Foto TT

la Stricchi ne approfitta, e come lei fanno tutti gli altri gatti. Ma è solo un momento, l’inverno freddo e gelido torna bel presto ad irretire ogni cosa.

La Stricchi al sole – Domus Saurea dicembre 2021 – foto TT

Così non rimare altro che procurarci i beni essenziali per le feste (spongata, tortelli dolci alla prugna, datteri, fichi secchi, mon cheri, marrons glacès e Jack Daniel’s fruttato) e sperare che San Nicola ci porti qualche pacchettino. 

Domus Saura – dicembre 2021 – foto TT

Non potrà mancare sui nostri schermi Il Canto Di Natale di Dickens versione Disney 2009,

sul nostri piatto gli album che durante i festeggiamenti del solstizio ascolteremo senza sosta:

Naturalmente non mancheranno nemmeno canzoncine più tradizionali …

… tutto per ricreare quel sentimento dicembrino che ci portiamo dietro da sempre. E dunque, donne e uomini di blues che avete la pazienza di passare insieme a noi per l’undicesimo anno consecutivo le festività invernali, a voi giunga il nostro augurio. Palmiro e la Domus Saurea Choir Ensemble intonano per voi i canti di natale affinché, come diciamo ogni anno, il padre dei quattro venti gonfi le nostre vele, il sole batta sul nostro viso e le stelle riempiano i nostri sogni. Come cantava il grande Greg Lake, Hallelujah, Noel! Be it Heaven or Hell, The Christmas we get we deserve.

For those about the Blues we salute you.

Tim & Palmiro dicembre 2021 – foto Saura T.

Addio a John Miles (born John Errington; 23 April 1949 – 5 December 2021)

6 Dic

Dopo una breve malattia se ne è andato John Miles.

Ecco, questa è una di quelle perdite che colpiscono duro, che sarà difficile da accettare. E’ dall’uscita del singolo Music nel 1976 che questo magnifico musicista e cantante fa parte della mia vita. Da ragazzino mi perdevo nell’orchestrazione, nella malinconia e nel rock di quel pezzo prodigioso e da uomo di un incerta età … faccio lo stesso. La sua musica mi piace, mi irretisce, mi conforta. Nel corso degli anni abbiamo parlato più volte di lui qui sul blog, quindi sapete cosa significasse per me, e ora perderlo mi lascia un vuoto incolmabile. Certo, questa è la vita, lo sappiamo, ma resta il fatto che John Miles, il grande John Miles, ci mancherà moltissimo. Dal 1976 al 1981 ha prodotto grandi album, ed è stato collaboratore di lusso per Alan Parsons, Jimmy Page e Tina Turner, tra gli altri. Per quanto ci riguarda un gigante.

Riposa in pace, John.

To live without your music
Would be impossible to do
‘Cause in this world of troubles
your music pulls me through

jm-eurotour1979

John Miles sul blog:

JOHN MILES suona “Music” nel programma omonimo di Canale 5 (11 gennaio 2017)

JOHN MILES “The Decca Albums” (Caroline-Decca-Universal 2016) – TTTTT

Bluesitudine: ALAN PARSONS PROJECT with JOHN MILES “Shadow Of A Lonely Man” 1978

JOHN MILES “Decca Singles 1975-79” (2012 7T’s Records / Cherry Red Records) – TTTTT

JOHN MILES European Tour 1979 tour program

Flashes from the Archives of Oblivion: JOHN MILES “Rebel ” (Decca 1976 – Universal /Lemon Recordings Remaster 2008) – JJJJ1/2

Addio a RICHARD COLE (January 2, 1946- December 2, 2021)

2 Dic

Stamattina se ne è andato Richard Cole, il leggendario tour (e road) manager dei Led Zeppelin, per molti di noi figura famigliare e cardine di una delle più belle storie della musica rock. Era malato da tempo, più o meno un mese fa Robert Plant e Jimmy Page andarono a trovarlo insieme, e più meno nello stesso periodo anche John Paul Jones si fece vivo per telefono. Bello sapere si siano riconciliati dopo le tensioni sorte negli ultimi anni del dirigibile e con l’uscita – negli anni ottanta – del libro di Cole sui LZ, libro parecchio discutibile. Se ne va  così un pezzo della “nostra” storia. Intervistai Richard circa otto anni fa per questo blog, un semplice scambio di un paio di email, ma momento elettrizzante per questa comunità. La ripubblico qui sotto.

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◊ ◊ ◊

Interview with RICHARD COLE, tour manager extraordinaire

Richard Cole, sì “quel” Richard Cole, il sesto Zeppelin. Chiamarla intervista è forse inopportuno, trattasi di un veloce scambio di battute…d’altra parte io sono il signor nessuno, lui il leggendario tour manager dei LED ZEPPELIN. Non è che mi aspettassi chissà che, tuttavia da par mio in un paio di occasioni ho provato l’affondo ma lui ha parato il colpo rispondendo da par suo. Ad ogni modo mi sembra una cosa non da poco per il blog, Richard Cole… ah!

ENGLISH VERSION BELOW

John Paul Jones & Richard Cole 1975

John Paul Jones & Richard Cole 1975

Richard, ci puoi dire qualcosa dei tuoi anni post Led Zeppelin?

(non credo che che RC abbia recepito il “post”) Unit 4 + 2,  the Who, Searchers, Young Rascals, New Vaudeville Band, Creation, Vanilla Fudge, Yardbirds, Jeff Beck/Rod Stewart, Terry Reid.

So che non è una domanda molto originale, ma come è stato lavorare nel cuore del circo del rock and roll? Durante gli anni settanta in Italia la musica rock era legata alla politica. Era generalmente una cosa di sinistra, e anche se non consideriamo la cosa dal punto di vista politico, la musica rock aveva una vibrazione riguardante la contro cultura, la spiritualità, il modo di pensare. Non esattamente un atteggiamento hippie, ma una cosa che avrebbe potuto cambiare la società. Tu eri precisamente nel centro di essa. Sentivi questa cosa o per era solo intrattenimento, un lavoro che facevi nel campo delle “fantasie”?

Ero lì per fare un lavoro per il gruppo, tutti i miei interessi erano rivolti a quello, non nella politica di una nazione. 

Rod Stewart, Jeff Beck, Jimmy Page, Richard Cole

Rod Stewart, Jeff Beck, Jimmy Page, Richard Cole

 Hai incontrato centinaia di musicisti famosi, direttori di etichette discografiche, giornalisti musicali…c’è stato qualcuno in particolare che ti ha colpito, qualcuno che tu possa dire è un grande essere umano?

 Elvis Presley.

Qual’è la musica preferita da Richard Cole?

Vecchie canzoni che mi riportano alle mente i bei ricordi.

I tuoi 5 gruppi preferiti?

A parte gli Zeppelin, gli Who e gli  Stones.

I tuoi 5 album preferiti?

Molto difficile…  Zeppelin 4, In Through The Out Door, Who’s Next, Revolver, Bob Dylan’s Nashville Skyline, il primo dei Vanilla Fudge.

Che ne pensi dello stato della musica di oggi?

Non tanto, a parte Adele.

Jimmy Page & Richard Cole - photo by Ross Halfin

Jimmy Page & Richard Cole – photo by Ross Halfin

I tuoi scrittori e registi preferiti?

Proust, Thomas Mann, Zola, Celine.  Scorsese, Oliver Stone.

Che quotidiani legge di solito Richard Cole?

Se ce n’è uno è il Times.

Le tue riviste musicali preferite?

Non le leggo.

Cosa ti manca di più dei tuoi giorni con i Led Zeppelin?

Il cameratismo e il viaggiare.

Jimmy Page, Richard Cole, Peter Grant, Liza Minelli

Jimmy Page, Richard Cole, Peter Grant, Liza Minelli

Nell’ultimo periodo della band c’era una nuvola scura che aleggiava sopra voi tutti. Ne eravate coscienti?

 Sì, ma la si accettava, e forse prima o poi  la cosa sarebbe cambiata.

Sempre nell’ultimo periodo un membro della band non suonava più bene. Tu e gli altri membri dello staff ne eravate coscienti? Immagino fosse una cosa di cui non si potesse parlare?

Tenevamo queste cose per noi, tutti hanno dei giorni no.

Richard Cole xx

Richard, nell’agosto del 1980 tu fosti imprigiOnato a Regina Coeli a Roma. Il 2 agosto di quell’anno l’Italia era nel caos a causa di un attacco di terroristi fascisti alla stazione dei treni di Bologna. Erano giorni pieni di confusione e tu ci finisti in mezzo. Puoi dirci qualcosa di quell’esperienza?

Fu una vera sorpresa essere arrestati visto che non avevo fatto nulla, ma ad ogni modo ho cercato di trarne ilo meglio: mi sono disintossicato, e non è stata una cosa troppo spiacevole, più che altro scomoda, d’altra parte mangiavo e dormivo bene e ho incontrato persone interessanti.

Puoi condividere con noi qualche bel ricordo di JOHN BONHAM e PETER GRANT?

Ho solo i ricordi più affettuosi riguardanti la grande amicizia con Peter e John.

RC

RC

Hai mai trovato amici veri durante tutti quegli anni passati a lavorare nell’industria musicale?1

Non molti, eccetto forse un paio dei ragazzi dei Quireboys.

Carmine Appice, Rod, Richard, Robert Plant

Carmine Appice, Rod, Richard, Robert Plant

Richard, sei felice adesso? 

Sono molto soddisfatto.

Hai piani per il futuro?

Nessuno, sono in pensione.

Richard, dio esiste?

Lo spero.

Richard, qual’è il significato della vita?

Nel mio caso godertela e accettarla.

Tim Tirelli ©2014

RC - Ambassador East Chicago 1973

RC – Ambassador East Chicago 1973

English version:

Richard, can you tell us a little about your post LZ years?

Unit 4 + 2,  the Who, Searchers, Young Rascals, New Vaudeville Band, Creation, Vanilla Fudge, Yardbirds, Jeff Beck/Rod Stewart, Terry Reid.

I know it’s not a very original question, but how what was it like to work in the very heart of the rock and roll circus? During the seventies in Italy,  Rock music was tied with politics. It was generally a left-wing matter, and anyway even if we don’t consider the politics shadow, Rock music had a real counter culture/spiritual/way of thinking vibe. Not exactly a hippie attitude, but a thing that might have changed society. You were precisely in the middle of it. Did you feel that way or it was just entertainment, a job in the “fantasy” field?

I was there to do a job for the band, I had all my interest in that, not the politics of a country.

You have met hundreds of famous musicians/label managers/rock journalists/etc., etc., Was  there someone in particular who made a significant impression on you, someone you can say is a great human being?

 Elvis Presley

What is the fave music of Richard Cole?

 Old tunes that bring back happy memories.

Your 5 fave rock groups?

Appart from Zeppelin, the Who, Stones.

Your 5 fave albums?

Very hard…  Zeppelin 4, In Through The Out Door, Who’s next, Revolver, Bob Dylan’s Nashville skyline,  1st VANILLA FUDGE,

What do you think of the state of music today?

Not much apart from Adele

Your favourite writers/novelists and film directors?

Proust, Thomas Mann, Zola, Celine. Scorsese, Oliver Stone.

What newspaper Richard Cole usually reads?

If  any the Times

Your fave music magazine?

Don’t read them

What do you miss most about the golden days with Led Zeppelin?

Companionship and travelling

In the latter days of the band, there was a dark shadow hanging over you all. Were you aware of it?

 Yes but it was accepted, and perhaps it would change.

In the latter years, a member of the band wasn’t playing well.  Were you and other members of the staff aware of it? I imagine it was a thing you could not talk about.

We kept our feeling to ourselves, everyone has a bad day.

Richard, in August 1980 unfortunately you were put in prison in Regina Coeli in Rome. On August 2nd that year, Italy was in chaos because of an attack of fascist terrorists at the BOLOGNA train station. It was a very confused period and you were caught in the middle of it. Can you tell us something about that experience?

It was quite a surprise to be arrested for nothing I had done, but I had to make the best of it, I was drug free for that time, and it was not that unpleasant, more inconvenient ,I ate and slept well, and met some interesting people.

Can you share with us some  positive memories of the late JOHN BONHAM and the late PETER GRANT?

 I have only the fondest memories of great friendships with Peter and John.

Did you find real friends during all those years working with bands and in the music industry?

Not really lots of acquaintances, except perhaps a couple of the Quireboys band.

Richard, are you happy now?

Very contented.

What are your plans for the future?

None at all, I am retired now.

Richard, does God exist?

I hope so

Richard, what is the meaning of life?

In my case to enjoy it and accept it.

Tim Tirelli ©2014

(English medication: Billy McCue)

Then came the first days of december

1 Dic

Non so come ma anche quest’anno è già arrivato dicembre. A furia di aspettare i weekend, le settimane, i mesi e gli anni passano a velocità strabiliante. Eccolo qui dunque my favourite month, il periodo dell’anno che preferisco; l’avvento del solstizio d’inverno e le relative festività mi scaldano sempre il cuore, mi metto a favore dell’allegra malinconia illuminata dalle lucine ad intermittenza in modo da essere più sorridente possibile.

winter-solstice-nothern-hemisphere

Ma siamo a fine anno, ad un passo dalla nuova stagione e dal ritorno del sol invictus e dunque è tempo di bilanci, faccenduola sempre delicata per me. Tirando una riga il rendiconto finale tende inevitabilmente a segnalare una perdita, non proprio un bilancio in rosso, direi piuttosto in blu, e dal blu al blues il passo è breve. Cerco quindi di distrarmi per restare su uno stato d’animo decente e mi sforzo di pensare a faccenduole positive:

AVVERTENZA:

presenza di autoreferenzialità (più o meno inconsapevole)

In the shadow

Ore 8:45, in ufficio:
GIOVANE E TALENTUOSO COLLEGA: “Eccomi qui dal numero uno…”
TIM “Ciao young man, se fossi il numero uno pensi che sarei qui?”
GIOVANE E TALENTUOSO COLLEGA:” Sì, saresti qui, è una scelta, vivi nell’ombra ma rimani il numero uno!”
Uhm, giornata risolta.
.

I come to terms with the devil

Venerdì sera in Sala Blues, la sala per le riunioni informali e per il dopolavoro (vi abbiamo messo un buon impianto HI-FI); io e il presidente nonché titolare stiamo aiutando un fornitore ad appendere al muro una pesantissima vecchia lavagna (anche il boss non ha problemi a sporcarsi le mani). Mentre il montatore prende misure e installa i tasselli, il presidente dà un’occhiata ai primi LP che abbiamo portato nella sala: LZ IV, TDSOTM dei Pink Floyd, Selling England dei Genesis, Rock And Roll Animal di Lou Reed. Vi sono anche un paio di CD che ho portato per testare l’impianto quando ci è stato consegnato e montato. Uno è della Mahavishnu Orchestra, l’altro della Cattiva Compagnia, il mio vecchio gruppo. Il Titolare lo prende in mano, guarda le foto e una volta capito che è il mio disco lo infila nel lettore. Non so se sia stato perché era venerdì sera e il weekend già si affacciava davanti a noi o semplicemente perché eravamo semplicemente disposti bene, fatto sta che le mie canzoncine in quel contesto sembravano graziose e perfette per il momento. Il titolare legge i titoli, ascolta pezzetti di brani e ne rimane piacevolmente colpito, e divertito da quelli in dialetto emiliano “Sei un grande Tim, ma già lo sapevo”. Spegniamo l’impianto, solleviamo la lavagna, l’agganciamo e torniamo ai nostri impegni lavorativi.

Il mattino dopo, sabato, alle 7 sulla chat aziendale trovo un messaggio, è il presidente, scatto sull’attenti:

THE PRESIDENT: Ciao Tim! Le tue canzoni si trovano anche su qualche piattaforma in streaming? Mi hanno caricato troppo e oggi vorrei ascoltarle! Buon fine settimana.

Gli invio un wetransfer

THE PRESIDENT: Fantastico! In questo weekend uggioso e blues sarò accompagnato dai tuoi pezzi. Grazie mille.

Un po’ dopo:

THE PRESIDENT: Cazzo che tiro! Che sound Tim. Spacchi! Sono senza parole che un album così non ti abbia proiettato nel mondo della musica. Avete tutto, voi dei grandi musicisti e tu un vero creativo, un vero artista. “Vengo a patti col demonio” l’ho ascoltata 20 volte, sto tirando giù gli accordi.

Uhm, weekend risolto.
.

The musketeer

Ieri sera, un martedì spompo qualunque ricevo un whatsapp:

IL CARO, CARO, CARO AMICO: Vecchio mio, il periodo è quello che è, lo sai come sto. Nel frattempo ho letto il nuovo capitolo di Aramis e mi appassiono ogni volta, trovando parte delle mie fragilità e punti di forza in comune con questa tua creatura letteraria. Come ogni vero personaggio, mi fa relazionare con lui/te e me stesso. Mi chiedo come possa un tipo come lui non superare il piccolo “tradimento“ di Michela, e aspetto di leggere i futuri sviluppi. In un momento come questo, è una delle poche letture che riesco a seguire e non è poco my friend….
TIM: Che bello leggere questi tuoi pensieri, grazie, mi fanno tanto piacere. Credo che quel tradimento abbia dato la stura a situazioni irrisolte, vuoti esistenziali, situazioni pregresse. Il povero Aramis è uno di noi … 
IL CARO, CARO, CARO AMICO: Sì. È uno di noi. Senza dubbio.

Uhm, martedì sera risolto.

◊ ◊ ◊

Ecco leggo e rileggo queste tre sciocchezze, e mi dico, beh, dai Tim, non buttarti sempre giù, qualcosa di buono devi averlo pur fatto. Per un paio di giorni mi trastullo con questo sentimento, ma poi vado alla cena di classe delle  superiori e rimango basito dalle cose che mi raccontano le mie compagne, aneddoti su di me, di come mi comportavo, di cosa dicevo e non posso che dirmi “bella testa di cazzo che ero” … e così torno a scivolare nell’oscurità.

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – V – Nell’Ombra Del Blues 

20 Nov

Quinto Episodio (in fondo i link agli episodi precedenti)

di Tim Tirelli

Fumagalli insiste su CodRei II, mi ribadisce che la casa discografica che dirige è parte di un gruppo europeo, che per questo lui riceve pressioni e che se non accetto teme non potrà farmi fare il quarto album con gli ARA.

“Cerca di capire Aramis, CodRei ha un potenziale di 75.000 copie, con gli ARA hai chance solo in Italia e in Svizzera, e quanto venderemmo? Se andasse molto bene circa un terzo…”

“Ma scusa, fino a poco fa vi bastava, tra discrete vendite, edizioni musicali e tutto il resto.”

“Certo Aramis, ma con CodRei possiamo guadagnare tutti molto di più e poi senti, con l’accordo sulle edizioni musicali degli ARA che abbiamo, dove tu puoi porre il veto, e dio solo sa se lo poni, è sempre complicato raccogliere denaro, la richiesta di licenze c’è ma poi tu stoppi sempre tutto …”

“Fumagalli, lo sai che anche in queste cose serve un controllo qualità, giusto? Parliamo di canzonette, certo, ma è pur sempre musica, arte … vuoi che dia l’assenso ad usare un mio pezzo per un deodorante? Per il supermercato lombardo che sai non amo? Per la catena di ristoranti specializzata in hamburger? Suvvia, un minimo di etica dovremo pur averla!”.

Siamo in una saletta in un hotel a Piacenza, a metà strada tra Milano e Roncadella, solo noi due. Tra me e Fumagalli c’è un buon rapporto, credo mi stimi sia come uomo che come artista, ci parliamo sempre in modo schietto, abbiamo divergenze ma fino ad ora siamo sempre arrivati a compromessi che alla fine hanno soddisfatto entrambi. Questa volta però sembra proprio non ci sia nulla da fare, se non acconsento a fare un secondo album e relativo tour con il progetto CodRei temo non mi rinnoveranno il contratto (in bilico da mesi) con gli ARA. Guardo quest’uomo intorno ai settant’anni, alto, capelli bianchi non foltissimi ma sufficienti per sfoggiare una discreta chioma che gli avvolge la testa, camicia bianca, pantaloni blu, mocassini blu e giacca appoggiata sulle gambe incrociate. E’ dispiaciuto, ma lo è in modo professionale, empatico ma con la giusta distanza. Ricambio da sempre la stima che ha per me, tuttavia oggi rimango un po’ deluso, non sembra mi appoggi con la dovuta energia o convinzione ma sono un musicista, che ne posso sapere di quello che succede nei meeting dei discografici? Ad ogni modo prendo atto della cosa, lo saluto cordialmente e mi ributto sulla A1. Fabio, Ellade, Federico e Martino da una parte e Penny e Giovanni dall’altra sono informati dell’incontro tanto che mi vedrò con tutti loro tra poco.

Incontro i primi a casa di Fabio a Reggio, spiego loro le mie ragioni, le mie necessità, tranne Fabio nessuno dice niente. E’ chiaro vorrebbero continuare ma sanno il tipo d’uomo che sono, l’inquietudine che ho dentro, la visione che ho e per questo rispettano le mie esigenze. Fabio invece insiste, non capisce del tutto perché tentenno, ha ragione, al giorno d’oggi rifiutare offerte del genere è da pazzi, d’altra parte lui, come me, è un professionista, vive solo di musica, e fa di tutto per non perdere una ghiotta occasione.

Mi fermo poi a casa di Penny, la quale prepara a me e a Giovanni un pranzo dei suoi: paccheri fatti come si deve, pane caldo, verdure in pinzimonio e lambrusco Otello. Entrambi sembrano rassegnati, sanno che senza un contratto, un nuovo disco e conseguente tour, sarà difficile riuscire a vivere; certo qualche data la si farà comunque, ma senza un nuovo progetto non sarà sufficiente. Lasciamo tutto a macerare, ci prendiamo qualche giorno, o meglio un paio di settimane, per riflettere sul futuro che ci attende.

Torno a casa, appena vede la macchina entrare nell’aia Minnie accenna a corrermi incontro, poi ricordandosi di non essere un cane bensì un felino mi ignora o perlomeno finge, perché quando entro in casa vi si tuffa a testa bassa.

Il weekend si appresta ad essere difficile, la notte tra venerdì e sabato è un tormento, il vortice di pensieri, rancori, rimpianti non mi lascia dormire. Dormo mezz’ora ma all’una sono di nuovo sveglio. Fino alle 3,40 davanti al computer, poi scendo in cortile, la notte è buia, le campagne di Roncadella sono nere, una bruma insidiosa – la prima della stagione – si leva dai campi. Cammino a lungo nella grande aia che si estende intorno alla casa, non riesco a scacciare i pensieri molesti. Mi sembra che tutto non abbia un senso, mi sento in trappola, ho voglia di cambiare totalmente vita. Risalgo, mi faccio un thè coi biscotti e una China calda, Minnie è inquieta, si chiede perché stanotte mi comporti così. Mi getto nello studiolo, metto su un ellepi, Heavy Weather dei Weather Report sembra darmi un po’ di pace. Alle 6 torno a letto, Minnie mi si accoccola di fianco, le fusa hanno lo stesso effetto che certo ASMR ha su di me, mette la testina tonda che ha sotto il mio mento e finalmente sprofondo in un sonno totale.

Ritorno in me alle 10,30, Minnie è accovacciata tra le mie gambe, appena si accorge che sono sveglio viene a darmi il buongiorno.

Frugo nel frigo proprio come dice una delle canzoni che scrissi tanto tempo fa insieme al mio cantante di allora, ma l’anima non c’è recita il testo e allora meglio cercare di riempirlo questo elettrodomestico in modo da nascondere certi vuoti esistenziali.

Non è più come una volta, il sabato a tarda mattina alla Coop adesso è affrontabile; prima di entrare nel supermercato tappa al Cafè des Antilles, non è più necessario che mi fermi alla cassa ad ordinare, Benicio sa già cosa portarmi: krapfen e cappuccio. Do una occhiata alla Gazzetta dello Sport mentre nel tavolino di fianco a me vi è il solito ritrovo settimanale delle sei amiche settantenni che incontro ogni sabato che vado a far spesa.

Giro con il carrello tra gli scaffali, mi sforzo di comprare cibo e articoli in qualche modo compatibili con il bene del pianeta, dovrei e vorrei evitare l’acquisto di carne, alimento che cerco di consumare con parsimonia, ma questo è un fine settimana particolare, devo trovare qualche gratificazione, almeno dal punto di vista culinario, e allora infilo nella borsa termica una fiorentina. Scelgo pure alcune birre artigianali bianche e qualche confezione di gelati, oggi ho bisogno di piccole gratificazioni.

Prima di rincasare mi fermo in posta a ritirare una raccomandata, una multa presa sulla tangenziale di Modena perché superavo di 4 km il limite consentito dei 70 Kmh. Mi chiedo se Johnny Winter si sia mai fermato in posta a ritirare delle raccomandate.

Una fiorentina cotta al sangue, una birra bianca Bruton, un cestino d’uva, due dita di rum, a volte basta poco per ricavarsi una mezz’oretta di piacere.

—————————————

La macchina entra dal cancello, procede piano fin sotto casa, dalla portiera esce il mio amico Ellade. “Ciao Aridas, ho deciso che ti porto fuori. Dai preparati.”

Sorrido, lo faccio perché solo lui mi chiama così in virtù della mia passione per il marchio di abbigliamento sportivo creato da Adolf Dassler, e al contempo rimango di stucco perché non avevamo nessun accordo particolare per stasera, sì, ci eravamo detti che ci saremmo sentiti e null’altro ma Ellade è così, sempre riservato e attento, deve aver capito in che razza di disagio spirituale io mi trovi e alla sua maniera cerca di darmi una mano. Figlio di un professore di greco, da qui il nome che porta, bassista semiprofessionista, lavora part time a partita iva in una software house, lo conosco da tanto tempo, abbiamo suonato insieme nel mio primo gruppo di rilievo e da lì siamo diventati grandi amici. Tra l’altro condivido con lui l’amore per i fratelli Winter, mica robetta da poco.

Sulla sua Peugeot station wagon rolliamo sulla via Emilia, dalla sua chiavetta i Blackberry Smoke, Ry Cooder, Black Crowes. Siamo diretti allo Stones cafè di Vignola, stasera c’è un nuovo gruppo che devo assolutamente vedere, dice lui.

Davanti al locale mi blocco, guardo la locandina relativa al concerto e maledico Ellade, il quale sfida il mio grande disappunto e mi spinge letteralmente dentro mentre gli sibilo “Tu quoqueEllafili mi!.”

Con molta fatica e una sorta di imbarazzo saluto gli avventori all’interno del locale, nel giro rock di Modena e Reggio ci conosciamo più o meno tutti, molti dei presenti conoscono per sommi capi la storia che c’è stata tra me e Michela così sono a disagio, mettere in qualche modo in piazza le interazioni tra me e lei proprio non mi va.

Frank, il gestore dello Stones, ci ha riservato un tavolo vicino al palco spostato sulla sinistra, un angolo in qualche modo appartato dove godere in pace dello spettacolo. Dalla porticina aperta a bordo palco intravedo i membri del gruppo, tra cui la cantante, stasera allo Stones Café ci sono Michela & The Blue Cars, con alla chitarra Rock Lorringer, amico mio e di Ellade e guitar player extraordinaire. Ellade mi ha messo in trappola, spero di perdonargliela.

Finisco il panino americano, il dolce di frutta e la prima belgian blanche della serata quando Michela viene a salutarmi. Stringe l’occhio a Ellade. “Ciao Ste, ti abbiamo fatto una sorpresa, hai visto?”.

Maschera l’imbarazzo con un atteggiamento divertito. Avevo deciso che non ci sarei ricascato, che avrei evitato di rivederla di proposito benché stessi male, ci stavo riuscendo, avevo evitato con cura le novità che riguardavano lei e il piccolo mondo del Rock in cui ero immerso, ma poi arrivano gli amici e ti piantano un coltello nella schiena.

Il nuovo corso di Michela si basa sul Rock bona fide, lasciati i pruriti glam metal infatti sembra entrare in scena il Rock autentico del bel tempo che fu. Tre pezzi originali presi dall’unico album del suo gruppo precedente resi in maniera meno enfatica, alcune cover di classic Rock e qualche divagazione pop. Il concerto è gradevole, Lor suona la chitarra da par suo e Michela è sempre la amazzone di cui si parla. Settantacinque minuti fluidi e piacevoli a cui se ne aggiungono altri cinque per l’ultimo pezzo, Bette Davis Eyes.

I problemi iniziano con i bis. Il primo è Let’s Stay Together versione Tina Turner che Michela canta con molto trasporto e con un velo di disperazione. Michela mi cerca con lo sguardo, allunga le braccia verso di me, si sposta alla sinistra del palco, si inginocchia e lancia il suo grido di dolore che sembra sincero.

Grandi applausi e suo nome ripetuto ritmicamente.

Segue Just One Look versione Linda Ronstadt. Trasportata dal mood più solare, Michela si libera del pudore, balla in maniera elegante e sensuale e mi guarda dritto negli occhi mentre canta

Just one look and I fell so hard in love with you oh oh
I found out how good it feels to have your love oh oh
Say you will, will be mine forever and always oh oh

Just one look and I knew that you were my only one oh oh
I thought I was dreaming but I was wrong Oh yeah yeah
Ah but I’m gonna keep on scheming till I can make you, make you my own

So you see I really careWithout you I’m nothing oh oh
Just one look and I know I’ll get you someday oh oh

Just one look
That’s all it took hah just one look
That’s all it took woah just one look
That’s all it woah baby you know I love you baby
I’ll build my world around you come on baby

Provo imbarazzo, ma rimango comunque colpito, sembra sincera e molto dispiaciuta che la storia tra noi due sia finita (per colpa sua).

Ellade va nei camerini a salutare Lor, io rimango da solo al tavolino, il locale si svuota, escono in molti a fumare e a chiacchierare. Scambio due parole con Frank e con qualche amico musicista fino a che Michela viene a sedersi lì da me. Immagino fosse tutto combinato.

Mi guarda, la guardo. Sento un’ondata di calore passarmi da parte a parte e Wesley imbizzarrirsi. Mi aggiusto la patta dei pantaloni e gli dico di star buono.

“Allora ti è piaciuto?”

“Sì, siete stati bravi, sei stata brava.” Le dico mentre lo sguardo mi cade sulle sue gambe e constato d’improvviso che è un sacco di tempo che non faccio l’amore. Mi si avvicina e abbassa il tono della voce, ha il respiro un po’ caldo, l’odore di donna che sprigiona mi irretisce. Mi offre una serata a tre: lei, io e Giorgia.

“Lo so, sono disperata, ma cerco di venirti incontro, per pareggiare i conti con la speranza di farti tornare insieme a me”.

“Ma Giorgia sarebbe d’accordo?” le chiedo rimanendo basito dalla mia stessa domanda.

“Le ho detto che me lo deve. Ormai non ci frequentiamo più ma so che manterrà la parola”.

Sì, disperata è la parola adatta. Per quanto andare a letto con due donne sia una delle fantasie ricorrenti di molti uomini eterosessuali e dio (quindi Page) sa quanto mi piacerebbe, in fondo trovo la cosa squallida. Decidere così a tavolino, quasi per ripicca, mi pare triste. Wesley ovviamente la pensa diversamente.

La lascio lì senza una risposta precisa e me ne torno a Roncadella con Ellade.

Ci sono un paio di date degli ARA e una dei CodRei da onorare, rimasugli dei tour precedenti dove alcuni slittamenti fecero saltare qualche concerto. I due degli ARA sono ravvicinati, uno a Ravenna e uno a Reggio Emilia.

Suonare in una discoteca non è mai semplice per me, il pubblico che frequenta questo tipo di locali non è esattamente quello attratto dalla musica Rock, e d’altro canto il pubblico Rock non entra mai troppo volentieri in una discoteca. Il concerto di stasera si tiene nella sala piccola e suoneremo mentre nella hall principale la musica dance imperverserà. Mi chiedo chi ha avuto questa brillante idea.

Fatico a mantenere la concentrazione, soprattutto nei brani lenti, il battito elettronico che ci arriva chiarissimo ci infastidisce e ci indispettisce. Verrebbe la voglia di mandare tutto in vacca ma abbiamo davanti più di 250 paganti, devo loro rispetto, ma lavorare in questo modo è tremendo. Il compenso giustifica la fatica fatta, tuttavia nell’animo rimane un retrogusto amarissimo.

Finito il concerto e caricati gli strumenti, faccio due passi fino al mare. Marina di Ravenna in autunno ha un discreto fascino, la nebbia cala sul mare come un lenzuolo, rimango a contemplare il nulla per un po’, poi decido che è meglio mettersi in macchina, sono pur sempre 150 i chilometri da fare.

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Il Teatro De Andre’ di Casalgrande è di recente costruzione, architettura lineare, semplice e funzionale, posti a sedere quasi 300, e stasera sono tutti occupati, meno male. E’ presente anche Fumagalli, in solitaria, è venuto da Milano apposta solo per bersi una birra con noi, dice lui.

Abbiamo fatto una settimana di prove per questi due concerti perché avevo voglia di aggiungere nuove cover alla scaletta, questo per modellarla al mood con cui convivo da qualche mese. A Ravenna si sono sentite alcune insicurezze, ma in mezzo a quel casino penso nessuno se ne sia accorto, qui a Reggio spero vada meglio, vorrei fare bella figura visto che sono in una delle mie due città.

So che sorprenderò il pubblico che di certo non si aspetta cover sconosciute ai più, ma a questo punto della mia carriera non mi importa, la crisi sentimentale che sto passando ha dato il La a un mucchio di situazioni irrisolte, ha fatto tornare a galla ferite passate e forse i primi accenni della crisi di mezza età. Voglio solo fare un bel concerto e suonare pezzi meno noti ma che mi sono sempre piaciuti un sacco. Chi si aspetta le solite cover al fulmicotone e parecchie nostre canzoni rimarrà deluso, come sono delusi Penny e Giovanni, ma per una volta penso prima a me stesso. Ero certo che Michela si sarebbe presentata, e infatti eccola in terza fila con un paio di membri del gruppo che l’accompagna.

Usciamo sul palco mentre il bordone, vabbè il drone, che introduce il primo brano inonda il teatro.

I can’t stop the music
I could stop it before
Now I don’t wanna hear it
Don’t wanna hear it no more

All I wanna do is stop this game
It’s gonna really end
Stop this game
It’s such a touchy, touchy thing

Hey, livin’ with you
Is all I wanted before
I’ve changed, you didn’t
Don’t wanna see you no more

Canto con tutto me stesso.

Il secondo pezzo è altrettanto esplicito ed uno dei momenti di Hard Rock britannico che preferisco, scritto da una figura della musica Rock che ammiro, Mick Ralphs dei Bad Company

If I hear you knocking hard up on my door
Ain’t no way that I’m gonna answer it
‘Cos cheating is one thing and lying is another
And when I say it’s over that’s it I’m gonna quit, yeah
Yeah, yeah, yeah

Now I ain’t complaining, just tryin’ to understand
What makes a woman do the things she does
One day she’ll love you, the next day she’ll leave you
Why can’t we have it just the way it used to be?
Why can’t we have it baby?

‘Cos I’m a man, I got my pride
I don’t need no woman to hurt me inside
I need a love like any other, yeah
So go on and leave me, leave me for another

Good lovin’ gone bad
Yeah, yeah, yeah, yeah
Good lovin’ gone bad, bad, bad
Good lovin’ gone bad, yeah
Baby I’m a bad man, oh no

Oh yes, yes indeed, indeed I am

Il pubblico applaude ma più per la determinazione messa in campo che per i pezzi proposti. Mentre mi disseto guardo Michela, la vedo rabbuiata, parla e capisce molto bene l’inglese dunque non le deve essere sfuggito nulla.

Station Man dei Fleetwood Mac calma un po’ le acque, le nostre tre voci si mescolano bene a tal punto che il bel risultato strappa al pubblico un applauso spontaneo nel bel mezzo del pezzo

A questo punto infilo un paio di nostri pezzi originali, il pubblico va comunque tenuto con riguardo, ed infatti fioccano gli applausi.

Since I’ve Been loving You dei Led Zeppelin, un altro nostro pezzo è quindi il trittico suonato dalla mia anima grondante di melassa:

Don’t Say You Love Me dei Free, Oh Josephine dei Black Crowes, e Waterfront versione John Lee Hooker

Il pubblico paziente ascolta e in fondo apprezza, capisce la proposta, valuta le emozioni prodotte da un’anima in pena, ma il silenzio in cui rimane durante l’esecuzione dei brani mi spaventa.

Decido di cambiare registro, si torna al rock blues infuocato con il nostro speciale arrangiamento di Another Night To Cry di Lonnie Johnson.

Well, another night to cry
Baby, just cryin’ over you
Well, I’ve got another night to cry
Another night to cry over you

You hurt me so bad and so long
And there’s nothing I can do

I’m so in love with you
And you know it, and I can’t help myself
Yes, I’m so in love with you
And you know it, and I can’t help myself

You laugh at my face when I say, I love you
And walk away with somebody else

You can’t keep on hurtin’ me
Unless you get hurt yourself
You can’t keep on hurtin’ me
Unless you get hurt yourself

‘Cause your misusin’ ways, baby
Has drove me to somebody else

Poi un paio di altri nostri pezzi, e chiusura con Frank Marino & Mahogany Rush, Johnny Winter e Led Zeppelin.

Il pubblico riconosce finalmente la band per cui è venuto e l’eccitazione esplode.

Fumagalli viene a salutarmi e a chiedermi “hai poi deciso qualcosa?”, lo fa mentre sono in compagnia di Ellade. Scuoto la testa e lui se ne torna a Milano. Ellade fa finta di niente e continua a sorseggiare la media rossa che ha in mano. Qualcuno viene a farsi una foto, altri chiedono gli accordi di una nostra canzone, poi i soliti che si complimentano per i brani dei Led Zeppelin.

La gente sciama per le vie del paese, carico la mia roba in macchina, abbraccio Penny e Giovanni, saluto i soliti amici e vado verso Michela che si sta attardando davanti al teatro con qualche conoscente.

“Vieni a bere qualcosa?” le chiedo. Mi guarda incredula “Eh? …certo!”.

La macchina è parcheggiata davanti al bar della piazza, ora trasformato in uno di quei locali un po’ fighetti, la tengo sottocchio, è piena di chitarre e non voglio sorprese.

“Credevo non mi volessi nemmeno vedere, i pezzi della scaletta parlavano chiaro …anche se in quello di Lonnie Johnson il protagonista dice che è molto innamorato della donna a cui si rivolge…”

Siamo seduti nella veranda esterna, fa freddo, questo inizio di novembre non scherza, abbiamo ordinato due thè caldi e due rum Legendario e ci teniamo negli occhi. E’ inutile, non posso farcela, quando lei mi chiama Ste, diminutivo che di solito non amo proprio, mi sciolgo, ha un modo tutto suo di pronunciare la e, quasi non fosse emiliana, apre quella vocale in maniera speciale e mentre lo fa brividi fonetici mi scuotono tutto. La guardo come se fosse la prima volta, brucio di passione, e mi chiedo se a prendere il comando di me stesso adesso non sia Wesley, il mio secondo cervello, come direbbe Rocco Schiavone, quello che ho tra le gambe. Butto giù il rum, con la mano le prendo la nuca, la avvicino a me e la bacio come fosse la prima volta.

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Svegliarmi e trovarmela nel letto è una sensazione strana, di nuovo l’impulso sessuale e al contempo l’impressione di aver fatto una cazzata. Ma la guardo sdraiata su di un fianco, le coperte sembrano uno strato di neve sopra colline dai dolci declivi, i raggi di un inaspettato sole novembrino le movimentano i riflessi rossastri dei capelli, e di nuovo sono posseduto dall’impeto di farla mia.

Il fine settimana lo passiamo a letto, sembra che non se ne abbia mai abbastanza, tra un amplesso e l’altro penso a quella canzone di Battisti che mi piace tanto:

E restar due giorni a letto, non andar più via …

E infatti passiamo giorni apparentemente lieti, niente discorsi circa il recente passato, solo la voglia di riprenderci la tranquillità perduta, la nostra vita insieme. Uscire a cena con agli amici, andare al cinema Emiro e guardare film nella sala 5, la nostra preferita, fare la spesa, accompagnarla al lavoro, andare a prenderla, gironzolare per il centro di Reggio Emilia mangiando caldarroste e perderci nelle lucine ad intermittenza delle decorazioni natalizie che, in anticipo sui tempi, sono già presenti.

Michela mi accompagna a Bassano Del Grappa per l’ultimo concerto dell’anno e, per quel che ho in testa, dei CodRei. Suoniamo in una strana sala indoor, non ho capito bene cosa sia stata in precedenza, sembra un grande refettorio. Prima di noi gli Eden, gruppo locale che si rivela formato da gente alla mano e simpatica, tanto che Ellade passa quasi tutto il tempo pre e post concerto con la bassista. Conoscendo il mio amico so già che si sarà innamorato. “Chissà di cosa parlano?” chiedo a Michela, e lei “Beh, della chiave di basso immagino…”, “Deve essere così, per i bassisti il setticlavio è inutile, per loro esiste solo la loro, di chiave”, ridiamo. Ellade le mostra il suo Fender Jazz e il basso di riserva che chiamiamo Tucano perché ha un grosso e colorato adesivo di quell’uccello appiccicato sopra. Una volta gli chiesi il perché di quell’adesivo, e lui  “ma che ne so … “, strana gente i bassisti.

Ci troviamo così bene con gli Eden che a fine concerto ci chiedono di fare una jam tutti insieme, sulle note di Knockin’ on Heaven’s Door. Immagino che i presenti pensino ad essa come ad una cover conosciuta, orecchiabile e di sicuro appeal, ma il perché della scelta da parte degli Eden è molto profonda, il riferimento al film Pat Garrett e Billy The Kid, dalla cui colonna sonora è tratta, è totale, cercano semplicemente di rimettere in scena il momento più bello di un film che sicuramente alcuni di loro amano profondamente, e il risultato risente di questa purezza d’animo. La versione infatti è davvero magnifica, noi tre chitarristi cerchiamo di tenere gli assoli corti e al contempo di dire qualcosa di bello. Fabio alla voce capisce il mood e dà il suo meglio. Niente da dire, versione finalmente impeccabile di un brano abusato dai più.

Dobbiamo tornare in Emilia, sono le due di notte, fa freddo, meglio andare. Ellade non si decide, “Va beh, allora ci vediamo…” gli sento dire e a malincuore lascia la bassista degli Eden, la quale pare davvero dispiaciuta.

Siamo a Roncadella alle 4 passate, un thè, una doccia e a letto a far l’amore, come di consuetudine dopo un concerto; l’adrenalina va consumata altrimenti non si riuscirebbe a dormire. Minnie rimane sul comò di fronte al letto mentre io e Michela condividiamo le nostre anime e i nostri impulsi ancestrali poi, una volta finito, con un grande balzo salta sul letto, guarda Michela, con cui sta prendendo confidenza, e viene a rintanarsi tra la mia spalla destra e il mio petto, mi osserva per un minuto o due, poi si mette comoda, chiude gli occhi e dorme il sonno sempre vigile dei felini.

Quattro giorni dopo siamo in un pub di Modena, Michela e il suo gruppo hanno una data e mi ha invitato a suonare qualche pezzo con loro. Salgo alla fine del concerto per i tre bis. Il pubblico saluta il mio ingresso sul palco con un bell’applauso, uan tu tri for e partiamo con I Want You dei Cheap Trick, un rock scatenato che spinge il pubblico del pub ad un ballo da strappamutande. Sul finale la tensione è alta, Michela canta come non la ho mai sentita fare, si spoglia di ogni pudore, rimane in reggiseno, si avvicina e mi bacia alla francese, il pubblico va su di giri.

I want you
I don’t want nobody else
I want you
I should have known it all along
I want you
Just tell me when and where
I want you
Why don’t you just give me a call?
I want you, I want you, you you you

Proseguiamo con Feel Like Making Love dei Bad Company e Dixie Chicken dei Little Feat, il pubblico batte le mani, urla i nostri nomi, si diverte. Missione compiuta.

Di nuovo a casa, di nuovo il thè, la doccia, l’amore, il solito refrain. Fatico ad addormentarmi, fisso il soffitto, non mi sento del tutto a mio agio.

L’indomani ho un appuntamento nella sede modenese della Siae in Buon Pastore, sbrigo le pratiche e poi mi incammino verso il centro, ho appuntamento con Michela per pranzo. Sono in anticipo, decido di allungare il percorso, camminare mi aiuta a dipanare i pensieri. In corso Canalgrande la gente cammina spedita, ognuno in fondo perso dentro ai cazzi suoi ….. Osservo un paio di uomini uscire da un furgone di una ditta che si occupa di ascensori, uno scherza, l’altro pare serio, suonano ad un portone, poco più in là una donna parla al telefono con piglio deciso, alcuni ragazzi stazionano davanti ad una gelateria, gli passo in mezzo, a stento si spostano, avrei voglia di prenderli a calci in culo. L’umore tende al ribasso. Michela è davanti all’entrata del Civico12, il ristobar di Via Taglio dove ogni tanto andiamo, sta scrivendo qualcosa al cellulare. Ha un cappottino blu, una bella sciarpa delle sue di un bel bianco appena striato d’azzurro, i lunghi e mossi capelli rossi, gli stivali neri al ginocchio, una vera vamp, niente da dire.

“Allora che intendi fare?” mi chiede non appena ci sediamo.

“Non lo so, non sono più sicuro di niente”.

“Ma gli altri che dicono?”

“Fabio vorrebbe continuare con i CodRei, Fede, Ella e Martino anche ma non mi mettono pressione … Penny e Giovanni sono molto preoccupati, per loro gli ARA sono un progetto importante, se svanisce devono in qualche modo ricostruire la loro vita. Penny ha anche il complesso di liscio, entrambi hanno possibilità di suonare in nuovi gruppi, se molliamo lo faranno ma temo non sia sufficiente, a meno che non entrino in situazioni di un livello più alto del nostro. Altrimenti dovranno trovarsi almeno un lavoro part time, i tempi sono quelli che sono, lo sai anche tu, è difficilissimo vivere di sola musica.”

“Sì ma tu che vorresti fare?” mi chiede mentre la cameriera ci porta il pranzo.

Già che voglio fare? Non le rispondo.

“Senti, ma perché non facciamo un gruppo insieme? Quante volte te l’ho già chiesto?”

“Quante volte ti ho già risposto? No, non credo funzionerebbe, sai bene com’è suonare in un gruppo, ci porteremmo a casa le tensioni, gli scazzi, le situazioni irrisolte …”

Mentre pronuncio queste parole Michela guarda fuori dalla grande vetrata i palazzi di via Fonte D’Abisso, ma lo sguardo non può vagare costretto come è a rimbalzare su quei muri grigiastri. Non è felice, lo vedo, capta che c’è qualcosa che non va. Ci portano il dolce, strano assaggiarlo mentre una cappa di fastidiosa tristezza scende su di noi. Lei ordina un caffè, io un amaro del capo. Paghiamo e usciamo. Ci scambiamo un bacio frettoloso e senza troppo calore, lei torna alla macchina che ha parcheggiato sui viali, io faccio cinquanta metri e mi fermo a casa di Bianca, l’avvocata advisor che mi segue. Abita in un bel palazzo adagiato su piazzale San Giorgio, lo studio rinomato in cui lavora è più in là a qualche centinaio di metri, ma ormai è quasi un’amica, tanto da chiamarmi a casa sua per una faccenda lavorativa.

Mi offre un caffè, mi chiede come sto e quindi se ho deciso qualcosa, lei è la sola a conoscere a fondo i miei turbamenti professionali; ascolta, si alza, infila nello stereo il cd delle Piano Sonatas di Beethoven interpretate da Walkiria Izaguirre che le ho regalato recentemente, mi offre qualcosa da bere, lascia che la Sonata Per Pianoforte No.6 in FA maggiore, Opera10 No.2: I. Allegro termini e quindi commenta i miei pensieri con la sua proverbiale lucidità. Espone i pro e i contro con estrema chiarezza e poi aggiunge:

“lo sai cosa farei io, ma è inutile che ti ripeta ciò che ti ho detto l’ultima volta, sei quel tipo di artista irrequieto capace di scartare di lato, preferisco non annoiarti. Sono decisioni che a questo punto spettano solo a te, ne va della tua vita.”

Mentre torno a Roncadella la frase “ne va della tua vita” mi ronza in testa. Mi chiedo perché io debba essere così, perché mettere tutto in discussione, in fondo riesco a vivere abbastanza bene con la mia musica, sono un privilegiato, quanti sono gli amici che fanno una vita d’inferno a furia di sbattersi per trovare ogni data possibile per suonare cover o per annullarsi nei DJ set che sono costretti a tenere? Perché devo sempre rendere tutto così complicato? Cos’è questa pulsione masochista che mi porta verso scelte a prima vista scellerate? Quasi volessi distruggere tutto in modo da essere obbligato a ripartite da zero.

Sono le quattro del pomeriggio, da una settimana è tornata l’ora legale, ci sarà luce per un’altra mezz’ora; ne approfitto per fare un giro tra le campagne, mi infilo gli stivali di gomma e cammino tra le vigne, il cielo è un misto di argento, blu e oro, la bruma sta salendo, lungo il carradone una lepre distratta si fa sorprendere, le arrivo a meno di due passi, rimane fermissima, bloccata dalla paura con la speranza di non farsi notare, la guardo negli occhi, è spaventata, batto le mani e finalmente scappa libera verso la sua tana. Si fa viva Minnie, mi gironzola intorno, fa per arrampicarsi su di una vite poi si getta a terra su di un fianco, vuole farsi accarezzare, la accontento, poi la prendo in braccio, la bacio sulla testina tonda e mi avvio verso casa. Prima di salire do di nuovo un’occhiata alla campagna, il sole ormai è calato, mi fermo a respirare l’aria fredda, la situazione sta precipitando, lo percepisco.

Stasera Michela non viene e io non ho voglia di uscire, mi preparo un caffellatte, sono in modalità Italo Svevo, non c’è che dire. Provo a suonare, ma non è serata, mi annullo davanti ad una serie TV che nemmeno mi piace troppo.

—————————————

Mercoledì 15 dicembre diario di bordo.

Sono passate le tre settimane in cui ho dato una svolta radicale alla mia vita senza sapere bene il perché. Ho comunicato a Michela che per quel che mi riguardava la nostra storia era da ritenersi conclusa visto che non riuscivo a passare oltre quello che era capitato. Con grande sofferenza ho sciolto gli ARA, ho rotto con la casa discografica e ho deciso di lasciare perdere – almeno per ora – la musica. Dopo un colloquio assai informale, Vasco Teggi – responsabile del Deposito in cui avevo lavorato per qualche mese in passato – si è detto felice di riavermi a bordo. Il 7 gennaio del nuovo anno riprenderò da dove avevo lasciato. L’esigenza di cambiare vita è stata troppo forte, l’affrancami dalla musica un bisogno impellente. Provo a ripartire in un’altra direzione.

“Proprio non c’è nulla da fare, vero Ste? Mi lasci così con due parole e sull’orlo del natale?” mi dice Michela al cellulare. Rispondo a monosillabi. Sono freddo e distante e me ne dispiaccio, ma ho una sorta di indifferenza verso di lei, un nuovo sentimento che nasconde senza dubbio altro, non riesco a interagire diversamente. Le ho portato le sue cose, mi ha costretto a salire da lei, mi ha offerto un thè, mi si è seduta in braccio, con gli occhi umidi e con una certa rabbia mi ha mollato con la mano due colpi in testa, poi mi ha baciato e ha voluto far l’amore. E’ stato un rapporto insoddisfacente, con l’orgasmo arrivato a fatica e in modo meccanico.

La fine dei rapporti, il lasciare le persone, luoghi, case e situazioni mi hanno sempre colpito tantissimo e spinto verso il basso, stavolta sembra che la cosa sia diversa, magari questa indifferenza è una specie d’armatura atta a proteggere this old heart of mine.

Mi metto in macchina, è una fredda serata dicembrina, sono diretto a Villa Nona, il mio paese natale. Federico non riuscirà ad essere presente alla cena a cavallo del solstizio d’inverno che ho organizzato con i soliti amici, così abbiamo deciso di vederci ugualmente qualche giorno prima. Una cena col mio amico, quello che è carne della mia carne, quello con cui ho passato parte dell’infanzia e tutta l’adolescenza, quel tipo di amico che ti capisce come nessun altro, a maggior ragione quando sei sul procinto di ricordare gli anni andati e sei travolto dalla nostalgia.

Parcheggiare a Villa Nona nei weekend ormai è come cercare un biglietto di un concerto di un grande nome del Rock un’ora dopo che i tagliandi sono stati messi in vendita. D’accordo che si è passati in pochi anni dai 10.000 ai 15.000 abitanti, ma ogni volta sembra che ci sia la reunion dei Pink Floyd. Trovo un buco, parcheggio, scendo, mi stringo nel cappottino, svolto l’angolo e lo vedo sotto la Torre dell’Orologio. Fede, il mio amico, è identico a come era suo padre…mi sembra di essere proiettato indietro nei decenni. Ho prenotato al Bistrot Premiere, piccolo e accogliente locale sotto la Clock Tower. Dal menù estraiamo tortellini in brodo, faraona d’autunno e lambrusco. Parliamo fitto fitto per un paio d’ore. Fede mi chiede di Michela, del nuovo impiego, poi mi aggiorna sulle cose che lo riguardano; carino com’è evita l’argomento CodRei, quindi ci perdiamo nel mare della nostalgia. Essere rivolti al passato non sarà il massimo, ma rivivere nei discorsi certe esperienze rafforza le radici, aiuta a volte a comprendere meglio il presente. Magari gli anni della nostra infanzia e adolescenza sono stati davvero meglio di questi ultimi ma il tutto è filtrato attraverso i nostri sedici anni, ed è naturale che ci sembrino più belli quegli anni lontani, eravamo ragazzi, avevamo il futuro davanti e meno preoccupazioni. Non eravamo a New York o Londra, bensì in un paese di provincia in Italia, ma ci sentivamo ugualmente titanici dinnanzi al futuro.

Usciamo e ci giriamo due volte il centro. Un flashback ci rapisce, rammentiamo con chiarezza una sera di dicembre di tanto tempo fa, facevamo la stessa cosa, respirando le suggestioni blues che respiriamo oggi, in fondo siamo rimasti gli stessi. Le luci dei lampioncini che si riflettono sulla pavimentazione di via Maestra Del Castello, noi due che parliamo della vita, delle speranze, delle disillusioni, dei nostri sogni, le vecchie mura del paese che ci stanno a sentire.

Mi chiedo quanta pazienza deve aver portato, come tastierista deve aver passato momenti non facili con un “chitarrista” come me, ma se siamo ancora qui, legati da un forte affetto, significa che deve essere passato sopra alle asperità del mio essere. Salgo sulla sua macchina mentre mi accompagna alla mia. Nel lettore ha il doppio dal vivo ELP Live At Nassau Coliseum ’78, un bootleg ufficiale. Lo abbraccio e ci diamo appuntamento al prossimo anno (quindi a tra due o tre settimane).

Serate come queste mi sistemano l’animo per po’, ed è molto importante per me dato che i giorni tra il dieci e il 24 dicembre sono i miei preferiti, il periodo dell’anno che mi piace di più

Non amo l’eccesso di decorazioni, i sentimenti di facciata, il romanticume che ci propinano, non amo le forzature provenienti dagli Stati Uniti, ogni volta che in un film o in una pubblicità vedo un babbo natale che fa “ho ho ho” mi vien voglia di vomitare, tuttavia amo l’atmosfera natalizia sebbene il culto del cristianesimo abbia da secoli sostituito il culto del sole. Il gesto di scambiarsi un dono, una buona parola come augurio per la nuova stagione è uno dei pilastri dell’umanesimo, ce lo portiamo dietro da cinquemila anni. Sarebbe bello avere un po’ di neve, un manto bianco che per un giorno o due ci faccia rallentare, che ci riporti un po’ di candore, che ci faccia illudere per un momento di essere meno meschini di quello che in realtà siamo. Cerco di evitare i trabocchetti dell’umore, degli impicci quotidiani e mi rifugio nei bagliori delle luci ad intermittenza, nei sentimenti di felice malinconia che ogni dicembre mi porta.

Quest’anno si è aggiunto questo dolore apparentemente neutro relativo alla fine del rapporto con Michela, ma cercherò di sopravvivere e comunque ci penserò domattina. Rientro, mi preparo per la notte, la casa di Roncadella mi appare vuota e troppo grande per un uomo solo e la gattina sperduta che vi ha trovato riparo.

Il mattino arriva in fretta, in questo dicembre inoltrato, sembra di essere nella tundra. La galaverna adorna gli alberi e rende dura la terra. Scendo a prendere sacchi di pellet per la stufa, respiro la nebbia, penso a lei.

L’aspetto burocratico delle mie scelte mi costringe a passare alcune mattine con la commercialista e l’avvocata, ci sono faccende di cui discutere, anche se terrò aperta la partita iva ci sono contratti e accordi che vanno risolti.

Giorno del solstizio d’inverno, il cellulare squilla, è Michela. “Ciao Ste, sono io, volevo farti gli auguri, e dirti che ti ho preso un regalo che mi piacerebbe darti”. Cerco di essere gentile, comprensivo, carino, ma dentro di me monta il fastidio. Ma perché non riesco ad essere come i chitarristi degli anni settanta che tanto ammiro? Un rapporto aperto per loro era normale, poteva persino capitare di uscire in quattro e rincasare con la donna dell’altro, tradire, essere traditi faceva in qualche modo parte del gioco. Io invece devo sempre essere integerrimo, quando alla fin fine non sono certo di esserlo davvero. Accetto comunque di vederla in un bar in centro a Rubiera. Un tavolino all’esterno in quegli spazi circondati dal plexiglass e riscaldati da stufe da esterno per bar. Si è presa un paio d’ore di permesso, arriva con passo svelto e con i capelli che ondeggiano di conseguenza al ritmo dell’andatura. E’ una bella donna non c’è che dire. Prima di sedersi mi bacia sulla guancia. Ormai è mezzogiorno, ordiniamo due Spritz e due toast. I regali sono due, una bellissima camicia blu con fiorellini bianchi e il box set dell’album omonimo del 1975 dei Fleetwood Mac, cofanetto tra l’altro contenente un cd dal vivo con performance tratte dal tour 1976/76, la versione di Station Man presente è la mia preferita. Le do un abbraccio di circostanza, mentre lo faccio mi chiedo se io sia pazzo, come posso lasciare una donna così? Finiamo il toast, lo spritz e le frasi di circostanza.

“Proprio non riesci a passarci sopra eh? L’offerta che ti ho fatto coinvolgendo Giorgia è ancora valida se può servire …” vedendo che non rispondo aggiunge “quando hai quello sguardo e fai quella smorfia con la bocca so che c’è poco da fare …”

Rimaniamo un po’ in silenzio poi lei si alza, “Va bene, io sto già male a sufficienza, inutile stare qui con te quando sei così. Avrei voluto chiederti se c’è una possibilità di passare natale insieme, ma capisco non sia il caso. Vado, buon compleanno.”

Mi metto in macchina per tornare a Roncadella, nemmeno il tempo di uscire da Rubiera che il cellulare squilla sul display dell’auto, il nome di chi chiama non viene visualizzato, appare solo un numero che naturalmente non riconosco.

“Pronto”, “Ciao Stef, sono Mirvjena, come stai? Mi sono ricordato che oggi è il tuo compleanno e ho pensato di chiamarti. Disturbo?”

“Ciao Mirv, no, non disturbi. Stai bene?”

“Sì sì, tutto bene. Buon compleanno allora. Ti ho chiamato anche perché ho saputo che torni al deposito. Che sorpresa, sono contenta. Ma come mai? E la tua musica?”

Sono sorpreso dalla telefonata, non mi aspettavo di sentirla. E’ vero che quei pochissimi mesi in cui siamo stati più o meno insieme sono risultati piacevoli e che Mirvjena è una persona carina, ma pensavo d’esser stato stato solo uno di passaggio nella sua vita, come lei lo è stata per la mia.

“Niente di particolare, avevo bisogno di un cambiamento, il mondo della musica in questo momento non fa per me, allora ho chiamato Teggi e ho chiesto se per caso ci fosse ancora posto per me lì con voi. Sto di nuovo mettendo in discussione la mia vita, come vedi è un vizio …. ”

“Io sono contenta, mi fa piacere riaverti come collega. Stai con qualcuno adesso?”

Arriva dritta al punto, probabilmente nella parte dell’Europa dell’est da cui proviene non usano il fioretto, e io non so perché ma come già successo le racconto un po’ di cose circa la mia situazione affettiva.

Mirvjena ride “ma è praticamente come l’altra volta, solo che adesso hai la tua casa pronta. Ma dimmi un po’, dove lo passi il natale?”

Già, dove li passo i saturnali? Vorrei dirle che ho già dei programmi ma mi escono altre parole, altre frasi, qualcosa o qualcuno mi spinge in una direzione che razionalmente non prenderei.

“Ma allora passiamolo insieme che ne dici?”

Già, che ne dico?

Stefano Tirelli – © 2021

Aramis Reinhardt

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG:

EPISODIO I:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

EPISODIO II:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

EPISODIO III:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

EPISODIO IV:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

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Ozzy Osbourne – Diary of a Madman (40th Anniversary Expanded Edition) (1981/2021 Epic Records) – TTTT+

17 Nov

Ricordo che partii per il militare con due cassette: una C120 con TSRTS dei LZ e una C90 con Diary Of A Madman di Ozzy su un lato e Marauder dei Blackfoot sull’altro. Naturalmente TSRTS lo conoscevo già a memoria mentre gli altri due erano usciti da poco, entrambi mi aiutarono a passare quei primi tre mesi a Torino col risultato che ad essi ancora oggi guardo con affetto. Il nuovo corso di Ozzy, all’epoca appena partito, pareva davvero una bomba: i primi due album erano un successo (Blizzard Of Ozz e Diary Of A Madman finiranno per vendere in USA rispettivamente 5 e 3 milioni di copie), il nuovo chitarrista una promessa e Ozzy sembrava di nuovo in controllo. La Epic fa ora uscire una nuova versione digitale di DOAM e io ne approfitto per risentire l’album e capire se ha retto il passare del tempo.

Ozzy Osbourne - Diary of a Madman (40th Anniversary Expanded Edition) (1981/2021) WEB FLAC (tracks) - 383 Mb | MP3 CBR 320 kbps - 123 Mb | 00:53:24 Hard Rock, Heavy Metal | Label: Epic Records

Over the Mountain spara fuori suoni compressi e arrangiamenti sopra le righe, ma essendoci Ozzy il brano risulta credibile. Un Hard Rock metallico per quei tempi moderno. La chitarra di Randy Rhoads efficientissima.

Flying High Again continua su quel tenore, magari è più melodica ma è comunque durissima. Altro gran pezzo hard & heavy. Oggi il basso di Daisley e la batteria di Kerslake mi paiono meno efficaci.

La parte lenta di You Can’t Kill Rock and Roll continua a piacermi un sacco, proprio bella. Questo è forse il brano del disco che più mi piace.

Believer è un po’ Hendrix e un po’ Black Sabbath, riff e andamento dai riflessi infernali, alcune parti del brano si susseguono in maniera poco fluida, e anche l’assolo di Randy forse non è del solito livello. Little Dolls è durissima, mi piace il lavoro di Ozzy, alcune delle melodie che riesce a tirare fuori sono vincenti. Al minuto 2 c’è un intermezzo (leggermente beatlesiano) che rende il brano più interessante. Tonight è melodica, ma alla maniera di Ozzy, qui le tastiere di Johnny Cook si sentono, immancabile l’assolo sofferto. Bello il giro di basso e ottimo Randy Rhoads sul finale. Template per ballate di altre band negli anni a venire.

S.A.T.O è più prevedibile, sia nella scrittura che nell’arrangiamento. In certi tratti mi ricorda il Michael Schenker Group. Diary Of A Madman è articolata e suddivisa in varie parti, gran lavoro sia di Ozzy che di Rhoads. Bel modo di chiudere l’album. Tra l’altro era davvero una gran cosa quando i dischi avevano nove pezzi o giù di lì.

La versione 2021 contiene due bonus track live prese dal tour del disco precedente. Sembrano giusto un riempitivo.

Ozzy, Sarzo, Rhoads, Aldrige. Foto Ross Halfin

Album dunque di spessore per quanto riguarda il mondo hard & heavy, con voce e chitarra sensazionali. So che Daisley e Kerslake sono due grossi nomi nell’ambito del rock duro inglese (va beh, Daisley è Australiano ma tant’è) ma anche stavolta a me pare che la sezione ritmica abbia poco swing, ma magari è la produzione che non riesce a tirar fuori maggior scorrevolezza.

Ad ogni modo un gran disco, uno dei due di Ozzy che occorre avere.

Tracklist:
1. Over the Mountain (04:31)
2. Flying High Again (04:44)
3. You Can’t Kill Rock and Roll (06:59)
4. Believer (05:16)
5. Little Dolls (05:39)
6. Tonight (05:50)
7. S.A.T.O. (04:07)
8. Diary of a Madman (06:16)
9. Believer (Live from Blizzard Of Ozz Tour) (05:36)
10. Flying High Again (Live from Blizzard Of Ozz Tour) (04:23)

  • Ozzy Osbourne – lead & backing vocals, production
  • Randy Rhoads – guitars, production
  • Bob Daisley – bass (uncredited)[20]
  • Lee Kerslake – drums, percussion (uncredited)[20]
Additional Personnel
  • Don Airey – keyboards (credited on original release but does not appear)
  • Johnny Cook – keyboards (uncredited)
  • Louis Clark – string arrangements on “Diary of a Madman”
  • Rudy Sarzo – credited on original release but does not appear
  • Tommy Aldridge – credited on original release but does not appear
Production
  • Max Norman – producer, engineer[22]
  • George Marino – mastering

Rory Gallagher – Rory Gallagher (50th Anniversary Super Deluxe Edition) (1971/2021 Universal Music) – TTTT+

15 Nov

Occorre andarci piano con Rory, benché abbia avuto un discreto successo (ma praticamente solo in UK) può essere quasi considerato un artista culto, ha un seguito di appassionati davvero rimarchevole, non solo di chitarristi che vedono in lui un idolo, ma anche di donne – magari appassionate di musica – che riversano su di lui il riflesso dell’uomo ideale, artista, di bell’aspetto e con animo gentile e sensibile.

Ho avuto la fortuna di assistere al suo concerto di Pistoia nel luglio del 1984, mi spiace solo non fossi completamente concentrato, avevo appena visto una band raffazzonata di musicisti inglesi fare poco più di una jam session in onore di di Alexis Korner, il fatto è che tra quei nomi giganteggiava quello di Jimmy Page, dunque ero quantomeno distratto quando Rory salì sul palco ma sentirlo far fischiare i Marshall (come disse a proposito di quella sera il Dark Lord) fu un gran bel momento.

Dopo i primi anni con i Taste, Rory iniziò nel 1971 la carriera solista che lo portò a pubblicare 14 album, alcuni riusciti altri meno, spesi tra blues, (quasi hard) rock e musica più o meno tradizionale delle sue parti. Gallagher fu un chitarrista talentuoso e molto dotato, dal tocco davvero magico, gli unici punti grigi – a mio parere – furono il poco interesse nel cercare sentieri che non si infilassero nei campi del chitarrismo blues e un songwriting non sempre convincente.

La Universal pubblica ora l’edizione limitata del primo album (con un nuovo mix) di Rory in veste da solista in occasione del 50esimo anniversario dell’uscita.

Laundromat è un gran bel rock, viscerale, semplice ma non semplicistico; il nuovo mix sin da subito sembra dare maggior chiarezza. Versione live in studio. Che bello quando i dischi si registravano così.

Just The Smile è sempre stata una delle mie preferite, chitarra acustica, accordatura aperta, melodie nordiche. Pezzo incantevole.

I Fall Apart è un altro momento altissimo, l’alternarsi delle tonalità minore e maggiore, il cantato, l’assolo di chitarra, ah!

 

Wave Myself Goodbye è un blues acustico godibile, in cui si aggiunge il piano di Vincent Crane (Atonic Rooster), con Hands Up si ritorna a ritmi sostenuti, il pezzo si distingue – nella prima parte – per un curioso lavoro alla solista, in Sinner Boy il rock blues riprende il comando, c’è una bella slide guitar che corre tra un canale e l’altro in un gioco – tipico di quegli anni – di panning.

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E’ un piacere sentire la chitarra elettrica dipingere riflessi meditativi in For The Last Time, qui il mix sembra di nuovo dare più respiro alla musica. L’assolo di chitarra è intenso e lungo, uno dei segni distintivi di Gallagher. It’s You è una gradevole canzoncina ed è seguita da I’m Not Surprised, bel quadretto incorniciato da chitarra acustica e pianoforte.

Can’t Believe It’s True chiude l’album con uno di quegli andamenti alla Ten Years After o alla Doors, qui fa capolino anche il sax suonato dallo stesso Rory. Il lavoro alla chitarra solista è una meraviglia con sfumature che vanno al di là delle solite sonorità.

Il materiale bonus dei CD 2 e 3 è composto in massima parte da versioni alternative dei pezzi a parte un jam session e un paio di cover. Gypsy Woman di Muddy Waters è proposta in una gran versione, non mi convince il giro di di basso alla Fats Domino, ma l’approccio di Rory è uno spettacolo.

In It Takes Time di Otish Rush Rory cerca di riproporre in trio quello che la versione originale offriva con l’aiuto di piano e fiati. E’ di nuovo l’approccio di Rory a colpire, ha la stessa convinzione che aveva Johnny Winter, un altro dei miei chitarristi preferiti, quella cazzimma inimitabile che caratterizzava il loro rock blues scatenato.

Advisory Jam (dal nome dello studio di registrazione) è meno jam di quel che si pensi, un riff che ricorda gli Who suonato con grinta, certo, nulla di memorabile però nemmeno la solita jam blues.

Il CD 4 riprende le sedute fatte per la BBC nel 1971, in massima parte sono relative ai brani contenuti nel primo album tranne It Takes Time, maschia e dritto al punto, e In Your Time, brano che apparirà nel secondo album Deuce (1971). Il sound è vivido e viscerale, il trio di Rory Gallagher in quegli anni era micidiale, sezione ritmica certo non incredibile ma concreta e diligente e trascinata da un chitarrista formidabile.

Per ritornare all’album, devo dire che inizio a sorprendermi dei nuovi missaggi, sono stato contro queste iniziative, quindi diffidente e adesso possibilista. La purezza del suono live di una chitarra, un basso e una batteria sembra ancora più intensa con questo nuovo mix. Se c’è un album da studio di Gallagher da avere è proprio questo, qualche lieve imprecisione nella voce e nella chitarra a volte la si percepisce ma è tutta umanità, tutta musica vera, fatta come andava fatta. Bel cofanetto dunque, buono per chi vuole avere una visione più completa del Rory di quel periodo.

Tracklist:
Disc 1 (47:46)
1. Laundromat (50th Anniversary Edition Mix) (04:39)
2. Just The Smile (50th Anniversary Edition Mix) (03:40)
3. I Fall Apart (50th Anniversary Edition Mix) (05:12)
4. Wave Myself Goodbye (50th Anniversary Edition Mix) (03:31)
5. Hands Up (50th Anniversary Edition Mix) (05:25)
6. Sinner Boy (50th Anniversary Edition Mix) (05:07)
7. For The Last Time (50th Anniversary Edition Mix) (06:38)
8. It’s You (50th Anniversary Edition Mix) (02:40)
9. I’m Not Surprised (50th Anniversary Edition Mix) (03:37)
10. Can’t Believe It’s True (50th Anniversary Edition Mix) (07:17)

Disc 2 (57:29)
1. Gypsy Woman (Tangerine Studio Session) (04:02)
2. It Takes Time (Tangerine Studio Session) (03:33)
3. I Fall Apart (Tangerine Studio Session) (04:44)
4. Wave Myself Goodbye (Tangerine Studio Session) (03:13)
5. At The Bottom (Alternate Take 1) (03:20)
6. At The Bottom (Alternate Take 2) (03:08)
7. At The Bottom (Alternate Take 3) (03:23)
8. At The Bottom (Alternate Take 4) (02:49)
9. Advision Jam (03:46)
10. Laundromat (Alternate Take 1) (03:34)
11. Just The Smile (Alternate Take 1) (03:29)
12. Just The Smile (Alternate Take 2) (03:41)
13. I Fall Apart (Alternate Take 1) (04:55)
14. Wave Myself Goodbye (Alternate Take 1) (05:07)
15. Wave Myself Goodbye (Alternate Take 2) (04:45)

Disc 3 (01:08:31)
1. Hands Up (Alternate Take 1) (04:08)
2. Hands Up (Alternate Take 2) (05:53)
3. Hands Up (Alternate Take 3) (04:32)
4. Hands Up (Alternate Take 4) (04:12)
5. Hands Up (Alternate Take 5) (01:38)
6. Hands Up (Alternate Take 6) (05:39)
7. Sinner Boy (Alternate Take 1) (05:08)
8. Sinner Boy (Alternate Take 2) (05:22)
9. Sinner Boy (Alternate Take 3) (05:22)
10. For The Last Time (Alternate Take 1) (05:04)
11. For The Last Time (Alternate Take 2) (02:13)
12. For The Last Time (Alternate Take 3) (05:15)
13. It’s You (Alternate Take 1) (01:40)
14. It’s You (Alternate Take 2) (02:40)
15. I’m Not Suprised (Alternate Take 1) (04:17)
16. I’m Not Suprised (Alternate Take 2) (03:46)
17. Can’t Believe It’s True (Alternate Take 1) (01:42)

Disc 4 (55:08)
1. For The Last Time (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (04:09)
2. Laundromat (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (03:38)
3. It Takes Time (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (04:22)
4. I Fall Apart (Live On BBC “Sounds Of The Seventies” / 1971*) (03:44)
5. Hands Up (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (05:40)
6. For The Last Time (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (06:21)
7. In Your Town (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (09:21)
8. Just The Smile (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (04:36)
9. Laundromat (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (06:10)
10. It Takes Time (Live On BBC “John Peel Sunday Concert” / 1971) (07:07)

* Off air recording
  • DVD
    1. Interview
    2. Hands Up
    3. Wave Myself Goodbye
    4. It Takes Time
    5. Sinner Boy
    6. For the Last Time
    7. The Same Thing
    8. I Fall Apart
  • Rory Gallagher – vocals, guitars, alto saxophone, mandolin, harmonica
  • Gerry McAvoy – bass guitar, vocals
  • Wilgar Campbell – drums, percussion
  • Vincent Crane – piano on tracks 4 & 9

Technical

  • Eddy Offord – engineer

Formati:

4CD + 1 DVD Deluxe Set / Super Deluxe Digital

3LP

2CD

1LP Neon Orange (transparent) Vinyl – John Peel Sunday Concert 28/08/1971

Deluxe Digital HD / Deluxe Digital Standard

Novembris Blues

13 Nov

Settimane  laboriose al lavoro, quando sono in vena l’ora di pausa pranzo la passo a camminare per il centro di Mutina nel tentativo di sciogliermi un po’ e dipanare i miei blues, pettinare i pensieri e trovare la costanza di fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile 

in modo da tenere Ittod (uno dei tre uomini che sono) a bada ed evitare di prendere la prima blue highway che trovo e dirigermi verso nuovi orizzonti e dunque perdermi nella sua realtà alternativa dove dio è Johnny Winter e lui ne è un seguace.

Tra i viali di Mutina, con quei colori autunnali che sembrano tranquillizzare l’animo, sembro trovare un po’ di pace….

I viali di Mutina, novembre 2021 - foto TT

I viali di Mutina, novembre 2021 – foto TT

Mutina Novembre 2021 - foto TT

Mutina Novembre 2021 – foto TT

ma pensieri continuano a sgorgare:

ROCK AND ROLLING

Penso a due commenti che hanno fatto Jackob e Luca, due lettori nonché colonne portanti di questa comunità, a corredo della mia recensione della super deluxed edition di Tattoo You ei Rolling Stones. In uno Luca posta un video e aggiunge:

Anche se non ha niente a che fare con questo periodo , volevo condividere questo video relativo alle sedute ai Pathé Marconi Studios nel 1985 durante le registrazioni dell’album Dirty Works. Il video mostra i “ragazzi” uscire (credo) la mattina dallo studio in condizioni che .. lasciamo perdere. Mick sembrerebbe arrivare separatamente. Al minuto 3:08 Keith, accompagnato dal padre , esce dallo studio firma qualche autografo e parte con la sua Bentley rossa. Più avanti lo troveremo appisolato dentro un auto. Al minuto 5:53 un Charlie Watts visibilmente “provato” riceve un nastro da un fan mentre al minuto 13:38 è “titubante” mentre con tanto di papillon firma un autografo. Bill appare invece solo qualche secondo. C’è anche Wood.

Guardiamo il video al che Jackob scrive una frase che entra di diritto tra quelle storiche apparse su questo blog:

E quando pensi che siamo stati qui venti minuti a guardare gente che sale in macchina e esce da un parcheggio… capisci cos’è il rock’n’roll.

Cazzo, che lavoro! (come diciamo in Emilia), che sintesi, che capacità di cogliere il senso delle cose.

Luca aggiunge:

Keith che fa “Keith” anche quando fa manovra

Guardare quel video e osservare Keith Richards mi fa sentire meno solo, a volte vorremmo essere proprio come lui, impossibile, di Keith ce n’è uno solo (a dire il vero Ittod ci prova …), ma sapere che nel mondo in cui viviamo c’è e c’è stato un Keith Richards fa passare la paura.

Keith Richards at Pathé Marconi Studio - Paris 1985

Sì perché poi arrivare a cogliere l’essenza più profonda del Rock non è mica roba da tutti, e io ho un gran bisogno di confrontarmi con persone che almeno ci provano.

PENSIERI PRIMA DI ADDORMENTARSI

Una amica lettrice del blog inciampa su questo articolo di oltre un anno fa, dove parlavo con un po’ di ironia dell’amazzone reggiana con cui vivo …

La maglietta di Titti

questa amica mi manda un email con alcune considerazioni che mi hanno molto colpito. Tra le poche frasi pubblicabili senza che mi senta troppo in imbarazzo, queste:

No vabbè,  è la dichiarazione di  stima e di complicità e di interesse e di amore più bella che io abbia mai letto; lei è la donna, l’uomo, la musicista, la scavezzacollo, la donna sexy, la donna sportiva e la donna massaia…lei è TUTTO per te…. che bella cosa le hai scritto….non la conosco ma la immagino a leggerla, avrà sorriso per nascondere l’emozione e ti avrà detto “Ma va là che scemo che sei”….

E’ fantastico ciò che dici di lei, semplicemente fantastico….siete entrambi fortunati ad esservi trovati….a volte la vita sembra toglierti persone e possibilità da vicino per far sì che invece tu possa donartene altre senza le quali la tua maturità e la tua vecchiaia non avrebbero lo stesso senso…

Articolo coinvolgente….donna meravigliosa…la foto con il piccolo saldatore da 10 e lode…la foto da Eremita da scompisciarsi dalle risa…

Tra l’altro anche il nostro povero Mike Bravo sotto l’articolo aveva scritto qualcosa del genere.

E invece di godermi la cosa e dirmi “però, che bella coppia che siamo io e la pollastrella”, mi dico “ma siamo davvero così?”, “siamo speciali?” e mi domando “ma la groupie, cioè Polly, intendo la reggiana dagli occhi di ghiaccio, va beh nostra signora di Guadalupe, quella lì … Guajira Guantanamera, insomma la Hermione Granger dei poveri, a cosa pensa giusto prima di addormentarsi?” perché poi il problema è quello lì, a cosa pensiamo prima di addormentarci. Noi, le nostre compagne, i nostri compagni, insomma le persone che dividono il letto e la vita con noi che pensieri fanno prima di prendere sonno? Siamo noi a cui pensano? Si sentono felici di averci accanto, di passare un pezzo di vita con noi, di aver trovato un altro esemplare di una specie di scimmie evolute con cui condividere i blues di questa porca vita?

GettyImages

Lei (copyrights GettyImages)

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Lui (Uomo di blues)

BURNIN’ SKY AT THE DOMUS

Ho anticipato l’uscita al mattino per esigenze lavorative, questo fa sì che mi alzi prima dell’alba e che incontri un maggiore traffico sulle strade che mi portano in the heart of the city ma il cielo di prima mattina qui alla Domus mi ripaga di ogni sacrificio …

Early In The Morning at Domus Saurea - Novembre 2021 - photo TT

Early In The Morning at Domus Saurea – Novembre 2021 – photo TT

Early In The Morning at Domus Saurea - Novembre 2021 - photo TT

Early In The Morning at Domus Saurea (con Palmiro già in ricognizione lungo la stradina) – Novembre 2021 – photo TT

La sera poi, una volta rincasato dopo una giornata passata a limare del ferro e dunque provato dalla vita, mi bevo un bicchiere dei vini che certi colleghi mi portano in regalo dopo essere stati in trasferta … e tutto inizia ad essere meno difficile.

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TT's School Of Rock summer 2021 - foto FF

Io che limo del ferro al lavoro – foto FF