Memoirs of an Officer and a Bluesman (September Blues)

22 Set

Niente, non mi riesce di dormire. Mi appisolo sul letto alle 23,45 ma all’una sono già sveglio. Il demone delle notti senza sonno mi ha ghermito, i turbamenti, i pensieri che si affollano, il lavoro, la mia identità di uomo, le mie speranze per il futuro, la felicità, la misantropia, i rimorsi, i rancori … non c’è pace per l’uomo di blues. Passo la notte a scrivere le Avventure di Aramis, a sgironzolare per il cortile, a farmi un thè caldo. Mi metto in cuffia, Heavy Weather dei Wheater Report sembra darmi un po’ di pace …ma, ehi, chi è che sta scrivendo, Tim Tirelli o Aramis?

 

Torno a letto, cerco di pensare a faccenduole positive, a certi miei colleghi che passano da “Tim sei tu il numero 1” (Giuse), a “Buongiorno Ittod”(Simosca) oppure a “Ora devo per forza farmi il taglio alla Correa per ricostruire la coppia neroazzurra” (FraTucu … ironizzando sul fatto che recentemente sembra che la mia somiglianza con Inzaghi Simone sia un dato di fatto).

La domenica arriva pallida e senza fiato, giusto un salto al ristorante, una ebrezza leggera soffia sospinta dai 65cl di una Sapporo e da due dita di Rum 1888.

Arriva la tarda sera, prima di coricarmi metto sull’impianto hifi uno dei miei dischi obliqui preferiti. Parto dal settimo ed ultimo pezzo. Dopo poco la groupie mi fa “Cos’è, Palm Beach?”

“Palm Beach?” le faccio “Non sai più nemmeno come si intitola? E’ come se io chiamassi Tormato che so Portato! Love Beach, per dio, Love Beach”!

 

Lo rimetto su al mattino mentre mi preparo per il lavoro …

… il tempo si fa freschinotto, qualche ora di sole, poi uno sguazzarotto (una piovuta improvvisa), poi di nuovo il sole che va e che viene da e tra le nuvole.

E’ settembre inoltrato, e il primo passo verso l’avtunno è passare dalle infradito alle Adilette.

Adilette – foto TT

FILM : Bac NordTTT¾

BAC Nord (The Stronghold) di Cédric Jimenez (2020 Francia – Netflix) Film poliziesco girato a Marsiglia, tratto da una storia vera. Consigliato

CAGACAZZITE ALLA COOP: 

Rimprovero un poveraccio perché con le mani senza guanto tocca tutti i kiwi nel reparto frutta per saggiarne la consistenza: “Guardi che deve usare un guanto, non può toccarli tutti a mani nude! Scusi sa, ma come direbbe Riff a gh’è dal regoli, ci sono delle regole!”. L’uomo trasale (ha tra i 55 e i 65 anni, forse meno, forse di più … sembra sconfitto dalla vita), e con lo sguardo fisso verso il basso va a prendersi un guanto. Mi sento una merda, avrei dovuto riprendere l’addetta della Coop che passa proprio in quel momento e non dà le giuste dritte al povero malcapitato; chi mi credo di essere, l’ufficiale addetto al bon ton? Ma è più forte di me, in cosa mi sto trasformando, in un vecchio brontolone?

IL REGGIANO DEL FARO

Già, sto diventando vecchio? Sto mutando in un rompicoglioni? Sono affetto dalla misantropia? O è solo voglia di rispetto per il bene comune e per il vivere insieme? E se lo è, allora perché cado nel vecchio e logoro luogo comune dove mi vorrei guardiano del faro? Un isoletta, una lingua di terra tutta mia dove assaporare la nebbia, al tepore di un maglione a collo alto, di libri e LP selezionati, di un paio di gatti e ogni tanto gettare lo sguardo là, oltre il mare infinito.

Tutto bello, a patto che ci sia la fibra ultraveloce e il collegamento TV satellitare per poter guardare le partite dell’Inter, e con la possibilità di farmi arrivare gli ordini Adidas.

JUKKA TOLONEN

Meno male che c’è il grandissimo Jukka a districarmi dai rovi in cui sono impigliato, la sua musica eccellente è una panacea per il mio animo.

THE EQUINOX

E’ il 22 settembre 2021, alle 21,20 scatterà l’equinozio d’autunno ovvero quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore, evento importante per questa piccola, bislacca e speciale comunità. E allora alziamo i calici e festeggiamo tutti insieme, come tanti piccoli pianeti che girano intorno ad un sole blu(es). Buon Equinozio e buon autunno, Tyrellians.

Diagram of the Tyrellian system, with habitable moons shown. 

 

 

Antonio Manzini “Vecchie conoscenze” (Sellerio 2021) – TTTTT

21 Set

Questo nuovo capitolo delle avventure del vicequestore Rocco Schiavone sembra quasi essere l’episodio ultimo, visto il finale a sorpresa e per certi versi definitivo. Quasi sicuramente Manzini continuerà la fortunata serie, ma l’impressione che ho avuto è quella. Ad ogni modo, altro magnifico romanzo.

antonio manzini vecchie conoscenze

PAG 24: “Lasciati alle spalle i vecchi, che conoscono tutto e non sanno un cazzo. Se sapessimo tutto, Gabrie’, non vivresti in questo letamaio. Spero di essere stato chiaro.”

PAG 119: “ … non si può avere il figlio che si sogna”

“Lo stesso potrebbe dire lui del padre” commentò Schiavone.

PAG 135: “Il pane di quassù non mi piace. Io sono cresciuto con quello di Altamura.”

Il panettiere sorrise. “A tutti piace quello che mangiamo nell’infanzia…”

PAG 142: Rocco la guardò. “Non sei più incazzata con me?”

“Ci si può arrabbiare con una faina che stacca la testa alle galline o con un cuculo che ruba i nidi agli altri uccelli? E’ natura”.

“E’ un bel modo di metterla”

PAG 230: Arrogante e educato, come solo un inglese sa essere. Se lo immaginava a bullizzare i suoi coetanei a Eaton o dove altro aveva studiato, con i pantaloni corti, la cravatta e il ciuffetto biondo a coprire la fronte. Figlio della società che conta, mai ingoiato un rospo o abbozzato a un’offesa.

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Vecchie-Conoscenze/Manzini/13220

Schiavone non ci crede. Tutti gli elementi indicano un solo colpevole: movente, tempi, luogo, tracce materiali e informatiche, psicologia. Ma lui non ci crede a pelle. «L’archeologa, Sara, ha detto che nei miei occhi non vede niente. Di solito è la stessa impressione che ho quando guardo un omicida». E invece negli occhi del sospettato numero uno qualcosa ha visto: «Paura».
È morta nel suo appartamento Sofia Martinet, colpita alla testa con un oggetto pesante. Unici indizi una «J» ripetuta nella sua agenda, e una striscia pallida attorno a un dito, segno di un anello sempre portato e rimosso a freddo dal cadavere. Sui settant’anni, una casa piena di libri, di cui parecchi antichità di valore, un nome celebre a livello internazionale nel suo campo accademico, storica dell’arte specialista in Leonardo da Vinci. L’inchiesta portata avanti da Rocco Schiavone, con il suo stile inconfondibile di lavoro e di vita, ha due snodi. Il primo riguarda la condotta del figlio della vittima; il secondo è una scoperta che questa aveva fatto scavando nelle opere scientifiche del genio del Rinascimento. «Una svolta nel mondo degli studi leonardeschi».
Improvvisamente, una scossa tellurica complica anche emotivamente le giornate inquiete di Rocco: rispunta Sebastiano, l’amico di infanzia, e di imprese al limite della legalità, che era scomparso da un bel po’ di tempo, inabissato nella sua caccia segreta appresso al carnefice della giovane moglie. Vecchie conoscenze.
E non è l’unico, sconvolgente ritorno proveniente dal passato, per trasformare in spettri le vecchie care conoscenze.
Un Rocco Schiavone forse più solo, ma a momenti autocritico, che si sorprende quasi quasi a pentirsi della propria scorza di durezza: forse perché aleggia dappertutto un’invitante allusione alla forza emancipatrice dell’amore. Amore di qualunque tipo.

Rocco Schiavone sul blog:

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Antonio Manzini “Ah l’amore l’amore” (Sellerio 2020) – TTTT½

20 Set

Nuova puntata con elementi a sorpresa, altro noir di grande livello per Antonio Manzini.

Antonio ManziniPAG 13: Antonio Scipioni, in piedi davanti a lui ormai da cinque minuti, stava osservando il volto del Presidente della Repubblica incorniciato. Pensava a chissà quanti scatti c’erano voluti prima di trovare una fotografia che comunicasse serenità e pacatezza, in tempi in cui il paese tutto era fuorché pacato e sereno.

PAG 18: C’erano ancora gli addobbi natalizi in quei giorni incerti fra la ricorrenza della nascita di Gesù e il nuovo anno.

PAG 40: Il cervello si rilassò, i pensieri finirono in garage e percepì solo il freddo della sera e l’umidità della pioggia sul viso.

PAG 104: Non riconosceva nessuno di quei luoghi, non era passato di lì, una scritta a vernice rossa “W Inter”.

PAG 233: “Certo, e gli uomini uccidono per motivi stupidi e inutili. Siamo i traditori della natura, dottore, e prima o poi verremo cacciati a calci in culo. E non possiamo certo dire che non ce lo meritiamo.”

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Ah-Amore/Manzini/12195

Rocco Schiavone, vicequestore ad Aosta, è ricoverato in ospedale. Un proiettile lo ha colpito in un conflitto a fuoco, ha perso un rene ma non per questo è meno ansioso di muoversi, meno inquieto. Negli stessi giorni, durante un intervento chirurgico analogo a quello da lui subito, un altro paziente ha perso la vita: Roberto Sirchia, un ricco imprenditore che si è fatto da sé. Un errore imperdonabile, uno scandalo clamoroso. La vedova e il figlio di Sirchia, lei una scialba arricchita, lui, molto ambizioso, ma del tutto privo della energia del padre, puntano il dito contro la malasanità. Ma, una sacca da trasfusione con il gruppo sanguigno sbagliato, agli occhi di Rocco che si annoia e non può reprimere il suo istinto di sbirro, è una disattenzione troppo grossolana. Sente inoltre una profonda gratitudine verso chi sarebbe il responsabile numero uno dell’errore, cioè il primario dottor Negri; gli sembra una brava persona, un uomo malinconico e disincantato come lui. Nello stile brusco e dissacrante che è parte della sua identità, il vicequestore comincia a guidare l’indagine dai corridoi dell’ospedale che clandestinamente riempie di fumo di vario tipo.
Se si tratta di delitto, deve esserci un movente, e va ricercato fuori dall’ospedale, nelle pieghe della vita della vittima.
Dentro i riti ospedalieri, gli odori, il cibo immangiabile, i vicini molesti, Schiavone si sente come un leone in gabbia. Ma è un leone ferito: risulta faticoso raccogliere gli indizi, difficile dirigere a distanza i suoi uomini, non può che affidarsi all’intuito, alle impressioni sulle persone, ai dati sul funzionamento della macchina sanitaria. E l’autore concede molto spazio alla psicologia e alle atmosfere. Rocco Schiavone ha quasi cinquant’anni, certe durezze si attenuano, forse un amore si affaccia. Sullo sfondo prendono più rilievo le vicende private della squadra. E immancabilmente un’ombra, di quell’oscurità che mai lo lascia, osserva da un angolo della strada lì fuori.

Rocco Schiavone sul blog:

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Mare e Mahavishnu (Pino Marittimo Blues)

17 Set

Quando vedo i pini marittimi mi si illumina l’animo, non ne conosco il motivo, forse un riflesso che mi arriva dall’infanzia e dalle spensierate vacanze al mare passate sulla riviera adriatica, resta il fatto che quegli alberi sono una panacea per la mia irrequietezza. Se sono a Roma poi e mi soffermo ad osservare il Pinus maritima immerso nel colore magico di quella città vado letteralmente in sollucchero. Arrivare in Romagna è dunque sempre un motivo di contentezza, non fosse altro che per quei magnifici pini.

Pino Marittimno

Oltre a questa dolce ossessione ho scoperto di averne un’altra, ed è l’ascoltare quasi esclusivamente la Mahavishnu Orchestra quando sono in vacanza. Non so come mai ma a questo punto è una condizione obbligata, mi metto sul lettino, scruto l’orizzonte, seguo con lo sguardo i disegni tracciati dalle bianche vele in alto mare mentre in cuffia il mio lettore lossless spara la Mahavishnu, quest’anno l’album del 1975 Visions Of The Emerald Beyond.

E dire che non sono uno di quelli che ascoltano solo musiche articolate e difficilotte, eppure la Mahavishnu di John McLaughlin è ormai diventata un bisogno, una esigenza e spirituale e fisica. E’ vero, sono cambiato, e questo già da molti anni, fatico ad ascoltare gruppi anche di nome che hanno gamme espressive e compositive ridotte o che mettono in scena arrangiamenti e soluzioni musicali mediocri, ma da qui ad intripparmi col Jazz Rock … d’altra parte è stata una (piccola) componente sempre presente in me e col passare degli anni deve aver recuperato terreno e rubato spazio ad altro, fatto sta che la Mahavishnu al mare per me è un imperativo. E se non è la Mahavishnu è roba tipo questa …

I sei giorni al mare si dipanano secondo copioni già scritti, ma comunque sempre piacevolissimi …

la tappa obbligata alla colonia del terrore (come la chiamiamo io e la groupie), la colonia dell’Agip di cui abbiamo parlato diffusamente su questo blog in passato, di notte fa sempre raccapriccio

La Colonia Agip di Cesenatico

La Colonia Del Terrore – foto TT

e mi ci vuole un bel drink per riprendermi.

TT in Romagna - settembre 2021

TT in Romagna – settembre 2021

Alla fine dei pranzetti che ci concediamo all’ombra dei pergolati dei ristobar sulla spiaggia, quest’anno mi godo i Fruttini, ghiaccioli squisiti.

Come sempre gironzolando per le località balneari vicine all’Hotel, mi soffermo su dettagli blues, come l’insegna  accesa parzialmente di un hotel, o su creazioni piuttosto kitsch

Una mattina scendo in spiaggia prima di colazione, sono più o meno le 7. Cammino sulla riva del mare e penso a te.

Early In The Morning - Romagna settembre 2021 - foto TT

Early In The Morning – Greendale, Romagna settembre 2021 – foto TT

Non può mancare la birra gelata, sorseggiata mentre monitoro l’assolato landscape marino.

Beer On The Beach - Romagna 2021 - Foto TT

Beer On The Beach – Romagna 2021 – Foto TT

Solita capatina a Tavullia, dove la Speed Queen che è con me torna a sentirsi a casa, con tradizionale pizza da Rossi insieme alla Floro Bisello Wakeman Experience.

Ritorno in spiaggia early in the morning, stavolta è l’alba, l’aria fresca, la bassa marea, l’acqua fredda del mare, il sole che nasce e lo spirito dell’uomo di blues che sono in piena libertà … frammenti del passato tornano in superficie, tra i riflessi argentati del sole sulle increspature della bassa marea mi rivedo con Mother Mary in una mattina di settembre di qualche decennio fa e la sento dire “Stefano, respira lo iodio che fa bene“. Fu lei ad abituarmi a queste passeggiate di prima mattina, credo fossi nella fase della prima adolescenza, e io e lei in spiaggia a valutare i giorni nascenti dell’estate inoltrata è uno dei ricordi più teneri che ho.

TIM & Mother Mary – Lido di Pomposa anni settanta

In quest’alba fresca cammino immerso nei miei pensieri, sento le tossine lasciare il mio corpo mentre le adidas macinano km sulla fredda sabbia bagnata. Incrocio una giovane (almeno per me) donna tutta sola, deve avere 40 anni, pantaloni da joggin’, maglietta che si intravede sotto la felpa; sembra sicura di sé, è decisamente una tipa sportiva, pare anch’ella meditabonda nell’osservare il mare. Ha lo stesso sguardo della donna di cui cantano i Rolling in FAR AWAY EYES, dunque per me irresistibile.

Sono quasi portato a dirle “Buongiorno beautiful girl, come va? Scappiamo insieme?”

Ma non sono un cantante, non ho quell’approccio, sono un misero chitarrista rock, un uomo di blues destinato a cercare se stesso dentro al riflesso del sole sull’acqua. Lascio la spiaggia, torno verso l’hotel, mentre lo faccio mi imbatto in un uomo sui settant’anni che ha appena lasciato l’edicola all’angolo, guardo che quotidiano ha acquistato … “Libero” …. sacramento e torno in quell’immondezzaio che è il mondo reale.

La passeggiata fino alla Colonia dell’Agip by day è d’obbligo, l’effetto DDR garantito.

La Colonia dell'agip - Caesenatensis, Settembre 2021, foto TT

La Colonia dell’Agip – Caesenatensis, Settembre 2021, foto TT

L’AD della azienda per cui lavoro è a nemmeno 20 km di distanza, ci invita a mangiare il pesce in un ristorante di livello, io, lui e le nostre groupie. Io mi presento con una delle mie camice frufru (come direbbe Saura), gilet, foulard … divisa d’ordinanza dell’uomo di blues, lui col Chiodo. Oltre ad annoiarlo con le mie insignificanti storielle, i discorsi che facciamo vertono spesso sui Led Zeppelin, Jimmy Page e il rock in generale. E capisco una volta di più gli amici (e la stessa Saura) quando mi dicono a tal proposito “va mo’ là che hai una bella fortuna”.

Mi vedo anche col nostro Bodhràn, il mio tosco-romano amico anche lui – stranamente – in vacanza da queste parti; una seratina a quattro sul porto canale di Ziznàtic, location che ogni volta vira verso la meraviglia. Da quanto sono in contatto col mio amico post hippie? Trenta, trentacinque anni? Di cose di cui parlare ne abbiamo un bel po’.

Tim sulla destra con le Adidas.

Il tormentone di quest’anno è relativo ad una domanda che un negoziante di etnia incerta (forse cingalese) pone a Saura una sera; intenta a cercare un nuovo bikini che le piaccia, si ferma a valutarne i modelli messi in mostra fuori dal negozio. Essendo la donna che è preferisce fogge lineari, senza fronzoli. Il tipo del negozio vuole aiutarla nella ricerca ed è uno spasso vederlo intento a capire – in una lingua non sua – che tipo di costume vorrebbe la sua potenziale cliente. Lo vedo cercare nei diversi stand in cui i costumi sono appesi e interagire con Saura. Va da lei con un costume nuovo ogni minuto e le chiede – con accento affrettato e affettato – “Questo modello?”. Non è carino sorridere dell’inflessione bislacca di uno straniero, ma la cosa è molto divertente. Questo modello? diventa dunque il tormentone di questa fine estate per me e Saura. 

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Al mare la mia fede si si riflette nei costumi, negli occhiali e nei pensieri che elaboro, già, penso spesso alla beneamata, mi interrogo su che tipo di annata sarà, e rimango sospeso tra speranze, consapevolezze e timore per l’ignoto.

Shades - Romagna settembre 2021 - foto TT

Shades – Romagna settembre 2021 – foto TT

Cammino di prima mattina sul lungomare, direzione edicola. Compro lo speciale estivo di Zagor (che Saura troverà “imbarazzante” e io “entusiasmante”)

 

Zagor estate 2021

Sento una turista straniera chiedere – esprimendosi in un idioma inventato – dove può acquistare delle sigarette, allorché l’edicolante risponde con padronanza della lingua inglese perfetta: “Tabacchi … Tabac …”.

Tabaccheria

Poteva mancare la puntata al kartodromo Happy Valley? No di certo. Poteva Saura – dopo 12 mesi esatti che non saliva su un Kart – permettere a qualcuno di batterla? No di certo. E infatti il piccolo bolide n.48 da lei guidato è al primo posto della classifica finale.

L’Adriatico di queste latitudini secondo me ha una nomea che non merita. Naturalmente non può competere con certi mari, ma la qualità dell’acqua in una area così urbanizzata è da considerarsi più che buona, lo conferma anche Goletta Verde nel bollettino estate 2021.

Goletta Verde tabella 21021

Ci sono giorni in cui la limpidezza è totale e bagnarsi in quelle acque è una meraviglia

Ci concediamo un pranzo come si deve in un buon ristorante della zona, certe prelibatezze sono una delle piccole gioie della vita.

Piccole gioie della vita, Greendale, Romagna, Settembre 2021 - foto TT

Piccole gioie della vita, Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT

Sei giorni passano in fretta, il venerdì lo dedico alla contemplazione di questo mare e di questi luoghi famigliari e di come un’altra mini vacanza volga al termine. Scruto il mare dalla cresta bionda di Saura …

Greendale, Romagna, Settembre 2021 - foto TT

Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT

Meditabondo mi godo questi ultimi spiccioli di mare … perchè tanto lo so che castles made of sand
fall in the sea eventually

Greendale, Romagna, Settembre 2021 - foto TT

Meditabondo Blues, TT in Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT

Castles Made of Sands, Greendale, Romagna, Settembre 2021 - foto TT

Castles Made of Sands, Greendale, Romagna, Settembre 2021 – foto TT

In Hotel una signora mi chiede:

“Scusi, ma lei è quello della televisione?”

La guardo allibito col mio solito ghigno …

“No perché lei mi sembra l’allenatore dell’Inter” mi dice ridendo.

Sarà stata la felpa dell’Inter che indosso o il taglio di capelli in qualche modo simile, ma non posso che risponderle

“No signora, purtroppo no, magari lo fossi, magari lo fossi …” allenare la mia squadra del cuore, ah sarebbe una faccenda cosmica per me:

“Ivan, dio pòver, a t’ho det ed fer acsè …ti ho detto di far così!”,

“Tucu bisogna che poi fai goal!”,

“Brozo, se ti fai un altro tatuaggio at ‘mas, ti ammazzo!”,

Arturo, le birre le devo bere io non te, diomadàna, dio d’una madonna!”,

“Chala, qui non siamo al Milan, bisàgna et zog ben …bisogna che giochi bene”,

“Piero, mi devi compri un portiere, se vuoi i soldi te li do io…”,

“E statemi bene a sentire tutti, d’ora in poi nello spogliatoio prima delle partite si ascoltano solo i Led Zeppelin, a manetta!!!”

Saura guarda divertita, poi mi abbassa la mascherina e dice: ” Ma sai che quasi quasi la signora ha ragione …”

Simone Inzaghi

Inzaghi Tim

L’ultima sera la passiamo a Doe (Cervia insomma), affollata, un po’ caotica, ma bella. Ci spariamo uno di quei gelati che fanno girare la testa e diciamo arrivederci al mare, alle vacanze, ai giorni belli.

Cervia, Romagna, Settembre 2021 - foto TT

Doe, Romagna, Settembre 2021 – foto TT

L’indomani, rincasato, alla Coop per le solite provviste settimanali, capisco che ho bisogno di droga per affrontare la fine delle vacanze e il conseguente ritorno al lavoro e allora ecco che la trovo nello scaffale delle caramelle, con Saura che mi dice “T’è propria un putén …se proprio un bambino”.

E va beh, torniamo in pista, let’s work, kill poverty.

PS: “Questo modello?”

Muschi e licheni (schoolboy blues)

12 Set

Settembre, mese in cui riaprono le scuole, non che me importi una cippa ma quest’anno mi sale un rigurgito blues relativo alle elementari. Chissà come mai. Ieri poi, tornato a Regium Lepidi dopo una settimanina di ferie, vado in  direzione Coop per fare provviste. Il reparto scuola è affollatissimo, genitori accompagnati da bambini che lottano per accaparrarsi zaini, astucci, quaderni, pennarelli, etc etc, tanto che la speaker della Coop deve intervenire annunciando dagli altoparlanti dell’Ipermercato di non accalcarsi e che solo un componente per famiglia può sostare nelle file tra gli scaffali dedicati. Guardo nello specchietto retrovisore e vedo – laggiù negli anni sessanta – mia madre con due bambini per mano prendere la corriera da Nonatown per Mutina, destinazione Standa. Già anche noi in settembre andavamo a comprare tutto il necessario per il nuovo anno scolastico, ma il mio scopo di quelle capatine alla Standa era salire sulla scala mobile

Mi chiedo cosa mi sia rimasto di quei cinque anni.

Vediamo un po’:

_La netta sensazione che siano stati l’unico periodo di tempo proficuo dedicato all’istruzione scolastica; l’esame di quinta passato brillantemente, la pagella finale con quasi tutti otto. Ricordo che la maestra si complimentò con mia madre, dopo di che il nulla. Non voglio dare colpe ai professori (o forse sì) ma alle medie e alle superiori noia assoluta e completo disinteresse. Qualche brivido nelle lezioni di italiano su Italo Svevo, la consapevolezza di non essere un idiota quando – rimandato a settembre in matematica in terza superiore – i miei mi mandarono a lezione da una brava professoressa e per la prima capii (e amai) la matematica. Già, le medie, con il professor Muffoletto, insegnante di matematica uscito dritto dritto da Il Gattopardo. Dopo due anni andò in pensione e prontamente suo figlio prese il suo posto (ah, l’Italia!). E le superiori, con la professoressa di scienze che negava la teoria dell’evoluzione a favore del creazionismo, e il professore di matematica – feroce anticomunista – che prendeva per il culo gli allievi balbuzienti.

Ma torniamo alle elementari …

Italo Svevo

_la rotazione continua di supplenti in prima elementare, i collant di una di queste (e avevo appena sei anni!).

_che prima della P e della B la N diventa M

_una ricerca fatta su Albert Einstein che alla maestra era piaciuta moltissimo (ma mi diede solo 7 perché non credeva fosse farina del mio sacco … e invece lo era completamente).

_muschi e licheni sempre associati, una parola pareva non poter vivere senza l’altra.

Muschi e licheni

_litantrace e antracite sempre associate, anche in questo caso una parola pareva non poter vivere senza l’altra.

_il prof della classe maschile accanto che il lunedì dopo parla con noi bambini della meravigliosa rete in rovesciata di Bonimba (1971 circa)

La rovesciata di Bonimba

_i vecchi banchi a postazione fissa con ancora l’alloggiamento per la boccetta d’inchiostro, il calamaio.

_il refettorio, l’ampio locale con colonne quadre dove si consumavano i pasti.

_le differenziali, classi per bambini con problemi

_le visite con cui a ogni bambino veniva sottoposto ad una ispezione anti pidocchi

-Disegni di campi di grano contenuti nell’abecedario.

_i grembiuli neri e i fiocchi colorati che distinguevano gli alunni per classi.

E ora che sono professore anche io (professore di Blues, naturalmente), e che tengo con una certa regolarità le mie lezioncine alla TT’s School Of Rock, mi chiedo cosa possano pensar di me i miei “alunni”. Meglio non pensarci, va, anche perché a me maestri e professori erano indifferenti, quello che mi interessava realmente era capire se potevo accompagnare a casa la scolaretta che mi piaceva …

Good morning little school girl
Good morning little school girl
Can I go home with
Can I go home with you?

Prospettiva Gramsci

2 Set

Mutina, un giorno qualunque di fine estate. Un bar in una zona obliqua della città, Viale Gramsci. Sul tavolino, al fresco della veranda esterna avvolta nell’ombra prodotta dalle frasche degli alberi, una Brùton bianca.

Guardo il viale nella sua interezza, ne giudico la prospettiva …

vViale Gramsci - Modena

Viale Gramsci – Modena

e chissà perché mi viene in mente il “corso della Neva” di Leningrado, la strada principale di quella città.

Leningrado, Prospettiva Nevski

Rifletto su alcune cose su cui mi è caduto l’occhio negli ultimi giorni:

IL GIORNALISMO MUSICALE OGGI vs ANGIE/SILVER TRAIN by Nick Kent:

Rispunta un trafiletto dal passato tratto da una pagina del 1973 del New Musical Express, rivista britannica, relativo alla recensione molto tranchant di quello che allora era il nuovo singolo dei Rolling Stones. Mi stupisco della cazzimma di Nick Kent e mi dico che era bello quando i giornalisti osavano e non avevano paura di “ritorsioni” da parte dei gruppi.

Qui sul blog abbiamo discusso più volte su Lester Bangs e se fossero opportuni certi suoi giudizi, articoli e recensioni, e sì, lo abbiamo in parte criticato, ma sono sicuro che fosse preferibile quel tipo di giornalismo a quello odierno. Già, oggi il giornalismo musicale (soprattutto italiano) è diventato agiografico. In primis il giornalismo hard & heavy che è ormai privo di qualsivoglia forma critica, ogni disco è un capolavoro, ogni gruppo ha motivo di essere considerato leggendario. Non che gli altri generi abbiano scriba più illuminati. Su due degli ultimi numeri di UNCUT e MOJO (riviste musicali del Regno Unito) la stragrande maggioranza delle recensioni riporta votazioni alte: 4 stelle su 5, o voti che stanno tra l’8 e il 9 su 10. Nell’ultimo MOJO nessuna recensione ha meno di 3 stelle su 5. Su UNCUT nell’ultimo mese c’è una sola insufficienza. Tutti prendono minimo 7, moltissimi 8 e ci saranno 100 recensioni. Ma come capperi è possibile? 

BLOG/ARAMIS: “Complimenti per il blog, lascia perdere però la sequel di …. rodrigo… si intitolava cosi’ ?” 

Mi arriva questo whatsapp a proposito di (almeno credo) “Le Avventure di Aramis Reinhardt”, il tentativo di romanzo che sto pubblicando a episodi su questo blog. Certo, questo spazio è pubblico, chiunque può leggere e dire la sua delle sciocchezzuole che scrivo, ma è anche uno spazio gratuito e, dico io, se uno non è interessato a certe cose può non leggerle e andare oltre, soprattutto se è qualcuno che frequenta il TTB già da tanto tempo e dunque sa quanto importante sia per me pubblicare i miei scritti. Anche perché ho altri lettori che hanno apprezzato.

Una nuova lettrice ad esempio mi scrive:

Buongiorno. Ho letto tutti e 4 i capitoli…. si leggono molto bene…. sono scritti molto bene…. il IV è quello che ho preferito perché si capiscono meglio certe dinamiche, in alcuni degli altri tre è come se tu sapessi già (ovvio che sì) da dove vengono i personaggi e cosa han fatto e cosa faranno nell’economia del tutto (nel piano dell’opera che tu conosci e noi no) e noi dovessimo invece attendere degli spin off, dei capitoli monografici su ognuno di loro che ce ne diano una caratterizzazione più marcata per farci capire – sul serio – con chi interagisce il protagonista, quasi a farceli vedere non solo con i suoi occhi ma con occhi fintamente oggettivi dall’alto…ma onestamente, magari su certi caratteri non ci tornerai affatto: tu solo sai quale è la modalità! Il IV capitolo l’ho trovato completo, interessante, coinvolgente….”

Un altro lettore aggiunge: “coinvolgente, mi è piaciuto anche per i tecnicismi sulla strumentazione e la filosofia dell’atteggiamento rock”

Dunque Le Avventure di Aramis Reinhardt qualcuno le trova se non altro degne di essere lette, quindi continuerò a pubblicarle, a meno che non vi sia una sollevazione popolare nella comunità del blog contro il povero Aramis, nel qual caso chiuderò questo spazio una volta per tutte.

DUSTY HILLS / CHARLIE WATTS: il bassista degli ZZ TOP e il batterista dei ROLLING STONES se ne vanno, tra i tanti commenti scritti (per quanto mi riguarda a sproposito) me ne colpiscono alcuni, entrambi di persone a me care:

(Dusty) Uno dei più grandi musicisti, compositori e cantanti del rock, quando suonava era pesante e solido come un treno merci, la sua musica è stata molto importante per me, che brutta notizia. Onore a te Dusty.

(Charlie) Non ci sono parole per commentare la perdita di questo grande musicista, ha fatto la storia del rock e non solo, semplicemente immenso.

(Charlie) Ciao caro, sei stato uno dei migliori batteristi, e chi dice di no, non capisce un cazzo di rock.

Ora, io capisco l’enfasi del momento, so perfettamente che il Rock non è una scienza esatta e che dunque non è detto che i bravi musicisti sappiano suonare il Rock, ma (Dusty) “ Uno dei più grandi musicisti, compositori e cantanti del rock“? (Charlie) “uno dei migliori batteristi, e chi dice di no, non capisce un cazzo di rock” ?

Insomma che Charlie abbia fatto parte di una delle più grandi rock and roll band i tutti i tempi è vero, che col suo stile un po’ sghembo sia riuscito a trovare la sua dimensione è vero, che sia una figura storica a cui abbiamo voluto bene è vero … ma andrebbe aggiunto che, come altri musicisti che hanno fatto la storia del rock, sia stato anche un pochetto fortunato nel trovarsi nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste (in questo caso Jagger e Richards). Che poi nel buraccione dei Rolling Stones il suo drumming abbia avuto un senso può anche essere vero.

Non so, forse sono io, forse davvero non so “un cazzo di rock“, ma mi sembra che si stia perdendo un poco la prospettiva.

THE PAPERBACK WRITERIl caso non esiste, ne sono convinta!” verga sula sua bacheca facebook una scrittrice che seguivo, e che ora non seguo più.

THE BEST GUITAR PLAYER OF THE LONG (AND NARROW) WINDING ROAD. L’altra sera, sintonizzati su Sky Arte, ennesimo documentario sui Queen, stavolta a proposito di A Night At The Opera. Guardiamo Brian che spiega la creazione del magnifico assolo di Good Company.

Ad un certo punto la pollastrella dichiara:

“Che bravo Brian May. Io voglio tanto bene a Brian May, è il mio secondo chitarrista preferito …anzi no, il terzo”

Sapendo chi è il primo (The Dark Lord) io le rispondo con una domanda di cui penso di sapere la risposta: “Chi è il secondo, Steve Howe?.”

No, il secondo sei tu.” mi dice con un tono poco scherzoso. Rimango di stucco. Ora, so perfettamente che è una boutade e che se proprio proprio … a lei piace il “senso” che a suo modo di vedere ho e le cose originali (nel senso di mie) che scrivo, ma quella donna è pazza.

WALKING THE DOG IN SHORTS

L’altro giorno, in macchina. Sono le otto del mattino, i gradi sono 17. Mentre percorro le mie solite country roads noto che una giovane donna in braghette corte e maglietta sta portando a passeggio il cagnolino. Ha quel tipo di shorts cortissimi dalla foggia leggermente anni settanta, giusti per coprire il pube e poco più e una maglietta anch’essa assolutamente minimal. Cosce e braccia completamente nude, seno pesante e labbra rosse. La donna, sui vent’anni, è in carne, potrei anche aggiungere piuttosto in carne, eppure porta in giro il suo essere donna e le sue abbondanze con una semplicità e noncuranza disarmante. Il che la fa apparire decisamente sexy.

Ha le cuffiette e mi interrogo circa il tipo di musica che predilige. Accosto, abbasso il finestrino:

“Mi scusi, non vorrei essere indiscreto, ma che musica sta ascoltando”

“Come? E perché le interessa? Comunque sto ascoltando su Spotify una playlist di rap italiano”.

“Ah, okay, Grazie. Era solo per curiosità”.

Riparto, non le degno nemmeno uno sguardo dal retrovisore, ora non mi appare più sexy.

◊ ◊ ◊

Dopo aver bevuto un’altra blanche, decido che quello che ho in testa è tutta spazzatura, così clicco il tasto destro del mouse virtuale del mio corpicino, seleziono Elimina e getto tutto nel cestino. 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

28 Ago

di Tim Tirelli

Dalla finestra osservo Milano, mi pare sempre la stessa sebbene si dica che sia in continuo cambiamento. Dovrei seguire con maggior attenzione la riunione a cui sto partecipando, ma visti gli ultimi avvenimenti della mia vita sembra non importarmi più un cazzo di nulla. Io sono costituito da tre uomini diversi: Stefano il più riflessivo, Ittod quello guidato dalla furia iconoclasta e Aramis il giusto compromesso tra i due. Da quando ho rotto con Michela, Ittod è spesso al timone.

Sono nella sala riunioni dell’etichetta per cui incido, insieme a Fabio Codeluppi, cantante Hard Rock di Reggio Emilia, e la mia avvocata e advisor (va beh, la mia consigliera) Bianca Baraldi. L’etichetta se ne è uscita con l’idea di mettere insieme me e Fabio e farci fare un disco in inglese di un rock alla Led Zeppelin con relativo tour europeo (che per quelli del nostro livello significa in massima parte qualche data in festival di seconda fascia in cittadine di nazioni spesso periferiche). Conosco Fabio da tempo, è un cantante che apprezzo molto, mi sono sempre trovato bene con lui, ma un conto è una ospitata ogni tanto ai concerti dell’uno o dell’altro, un conto è lavorarci insieme, dopotutto è un cantante e non bisogna aspettarsi mai troppo.

Non appena il progetto ci è stato prospettato ho voluto capire se dal punto di vista compositivo e comunicativo potevamo davvero lavorare insieme, così ci siamo trovati da me alcune volte e la cosa è andata meglio del previsto. Avevo già pronti riff e sequenze d’accordi e su quelli abbiamo lavorato, è così che i pezzi si sono materializzati. Abbiamo dovuto lavorare di cesello sui testi, usando l’inglese è facile sorvolare sull’accuratezza della lingua e sul contenuto degli stessi, sebbene il progetto sia stato messo in piedi a tavolino non voglio in nessun modo produrre un lavoro che non sia pienamente soddisfacente.

L’offerta fattaci è allettante, non tanto dal punto di vista musicale quanto da quello economico, e con lo stato d’animo con cui convivo da settimane della purezza d’intenti me ne sbatto. E’ stato difficile comunicare a Penny e a Giovanni che per sei mesi dovremo mettere in stand by il nostro trio, non l’hanno presa benissimo, ma nel fango spirituale in cui mi ritrovo alla fin fine è solo una delle tante spine conficcate nell’animo.

Il presidente dell’etichetta insiste sulla bontà dell’operazione e benché si stia parlando di musica spesso l’aziendalese prende il sopravvento, i termini schedulato (pianificare, programmare) e mandatorio (nel senso di obbligatorio) sono pugni nello stomaco, l’uso spropositato di parole inglesi è insopportabile, il fastidio cresce, fatico a restare zitto, ma devo, perché poi mi rendo conto che anche noi musicisti o appassionati di musica Rock utilizziamo in gran quantità vocaboli inglesi: riff, groove, lick, delay, chorus, refrain, etc etc. Tengo duro fino a quando non ci fanno vedere i video dei due musicisti da affiancarci a cui avrebbero pensato: due pseudo session man del giro metal della bassa Lombardia.

“Scusate, se siamo qui a parlare di questa cosa è perché alla fin fine interessa a tutti, ma per quanto mi riguarda ci sono limiti che non voglio oltrepassare. Un bassista con un Warwick a 5 corde chiaramente influenzato dal metal e dal funky e un percussionista con una batteria con il doppio pedale, quattro tom, il piatto china e ammennicoli vari con l’Hard Rock che intendo io non c’entrano nulla. Se la strada deve essere questa non vi faccio perdere altro tempo, lasciamo stare perché per quanto mi riguarda non è la visione corretta delle cose”.

Fabio sorprendentemente interviene subito con il fermo proposito di mostrarsi accondiscendente con il mio pensiero e di stemperare eventuali frizioni con l’etichetta. È chiaro che è molto interessato al progetto e felice di questo connubio.

“Va bene Aramis, immagino tu abbia nomi da proporre…” dice il presidente dell’etichetta.

“Scartati la Bondavalli e Ferrari per ovvie ragioni, ho in testa tre musicisti delle nostre parti: Ellade Giusti al basso Fender Jazz, Martino Costa alla batteria Premier a due Tom anche se vorrei usasse una Ludwig a un tom e Federico Corradi alle tastiere Nord Stage. Prima che interveniate vi dico subito che sono tutti amici miei, ma sono convinto che siano i musicisti adatti per creare un gruppo degno di questo nome”.

“Facciamo così” mi dice Fumagalli, presidente della casa discografica ”fate qualche prova con questi tre, magari preparate i pezzi che dite di avere già, poi affittiamo per una sera uno studio o un locale della vostra zona e vengo a sentire, magari insieme ad un produttore”.

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Sono le 23,30, io, Ellade, Martino e Federico siamo in una sala prove di San Faustino di Rubiera ancora in attesa di Fabio. Avevamo appuntamento alle 21, tengo Ittod a distanza, lascio che Aramis e Stefano conducano la cosa, altrimenti rischio di mandare tutto a ramengo. Sapevo che avere a che fare con i cantanti è problematico, ma mi era sembrato che Codeluppi fosse molto preso dalla cosa e di conseguenza pensavo si sarebbe presentato puntuale. Per evitare perdite di tempo con gli altri provo i primi due pezzi e un paio di cover tanto per dare un senso alla serata, brani che noi quattro avevamo già affrontato durante le prime sedute informali a casa mia. Alle 23,50 arriva Fabio, in moto e accompagnato da una ragazza. Ittod scalpita, vorrebbe mandarlo a fare in culo, ma Stefano prende il sopravvento e fa in modo che almeno per un’oretta si possa provare e capire se siamo davvero fatti gli uni per gli altri.

All’una capisco che potenzialmente siamo un signor gruppo Rock. Somebody To Love e Innuendo dei Queen mi colpiscono, a parte qualche cosetta da sistemare paiono già pronte per essere proposte dal vivo. Mica roba da tutti.

Proviamo anche Whole Lotta Love, senza tastiere, e il risultato è doppiamente soddisfacente: non sembriamo affatto la solita band di metallari che approccia il pezzo con sonorità, intenzioni e parti sbagliate. Rifare brani dei Led Zeppelin è difficilissimo, non solo per le parti strumentali in sé e per il cantato, ma anche e soprattutto per il senso generale che i quattro britannici seppero dare alla loro musica rock. Ricreare in studio o dal vivo quell’intenzione, quel groove, quella magia è davvero complicato, questa è una delle mie ossessioni, non voglio assolutamente diventare uno di quei gruppi macchietta dai suoni e dagli approcci sballati.

I primi due pezzi nostri poi, The Garden e The Front Door, mi entusiasmano. Fabio li canta molto bene, Ella e Marti sono entrami bravi nel costruire la giusta corrente ritmica e Fede è magistrale nel creare gli abbellimenti che caratterizzano i pezzi.

Fede proviene dalla classica e da quello che oggi viene chiamato prog, non è uno da tappeti musicali che, come sappiamo, sono da evitare come la peste, e capisce perfettamente il ruolo che deve avere all’interno di un progetto Rock in senso stretto. Ci conosciamo sin da quando eravamo bimbetti, la nostra sintonia è totale, Fede è carne della mia carne, siamo diversi ma complementari.

Prima di lasciarci Ittod spinge Aramis a dire due cosette a Fabio: “Vecchio, la prossima volta puntuale, altrimenti non avremo un gran futuro. Ok Fab?” “Ok Ari, Ricevuto!”

Seguono due settimane di prove serrate, qualche scazzo, qualche insofferenza da parte mia, ma Fede, Marti e Ellade sopportano con stile, sanno come sono i chitarristi della mia specie. Fabio è uno che ne ha viste di tutti i colori nell’ambiente del Rock e dunque non si scompone più di tanto davanti a certe mie idiosincrasie rispuntate fuori da quando Michela è diventata un buco nero nella mia testa.

Fumagalli – venuto già tre volte a controllare la situazione – quasi ogni giorno mi sottolinea la sua soddisfazione. Avendo a che fare con gruppi e artisti di livello più alto del nostro (parlando di mero successo di vendite) si è sorpreso che anche in questo caso come già accaduto con gli ARA, il gruppo sia – a detta sua – micidiale. Fumagalli è un discografico e un imprenditore, deve restare focalizzato sull’aspetto “finance” della sua azienda, ma è uno che sa cosa è il Rock e come va suonato e prodotto. Nella sua scuderia diversi sono i nomi di successo che, come direbbe il mio amico Riccadonna, “rockeggiano di comodo e si limitano a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare musichetta diretta a un certo tipo di pubblico a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano”, Fumagalli li coccola e li fa sentire importanti visti i risultati in termini di profitti che portano a casa, ma è perfettamente conscio che il Rock dovrebbe andare al di là di certi luoghi comuni.

Fabio forse metterebbe più enfasi nel nostro progetto, ma io sono risoluto nel seguire il bon ton musicale che da sempre cerco di mantenere.

Decidiamo di registrare all’Esagono di Rubiera, siamo tutti della zona, i costi di trasferta si annullano, lo studio ha un’ottima nomea e conosco uno dei soci avendo già usato questa struttura in passato.

Il primo giorno la noia ha il sopravvento, come al solito; si sistemano gli strumenti, si ricercano i suoni giusti, si prova ad entrare in sintonia con lo studio e i tecnici. Regolare la batteria è sempre la cosa più pesante, tempo che sembra infinito viene speso a picchiare sui singoli tamburi nell’illusione di trovare il giusto sound. Registriamo in diretta, perlomeno chitarra ritmica, basso e batteria; cantato, tastiere e le altre chitarre verranno aggiunte in un secondo momento.

Quattro giorni e le basic track sono pronte, altri otto per il resto. Nella prima seduta giornaliera che lo prevede in pista Fabio si scalda la voce canticchiando scale maggiori, vocalizzi che mi fanno scuotere la testa, il producer scelto da Fumagalli perché ci affianchi nella produzione ridacchia in silenzio ogni volta che vede le mie espressioni facciali. Ci sono momenti magici, come l’improvvisazione finale di Rum Service tra me, Ellade e Martino, la perfetta sintonia tra la mia chitarra acustica e la voce di Fabio in Copenhagen Rain, la maestria di Fede in Blue Mill, le grasse risate durante le ore piccole, sebbene in definitiva io non riesca ad entrare nel mood scherzoso che spesso hanno gli altri. Le session comunque giungono alla fine, dodici giorni in totale, a cui si aggiungono altri quattro giorni per il missaggio e un’altra giornata per il mastering. Durante questa ultima fase Fede e Martino fanno capolino raramente. Ellade, io, Fabio, Ferra (il responsabile dello studio) e il produttore siamo invece sempre presenti. Probabilmente avremmo potuto impiegare meno tempo, ma Fumagalli ha preferito spendere qualcosa in più per avere un missaggio molto professionale.

Finito il mastering, consegniamo il master alla casa discografica su vecchi nastri digitali sulla cui etichetta frontale sono riportati i titoli delle canzoni nella giusta sequenza:

The Ouverture

The Garden

Wanton Woman

Rum Service

The Front Door

Blue Mill

Last Night In New Orleans

Copenhagen Rain

Due giorni dopo siamo tutti presenti allo shooting fotografico nelle campagne intorno a Castellazzo, qualche chilometro a est di Reggio Emilia. Il nostro amico Athos Bottazzi, fotografo rinomato della zona, ci riprende in mezzo a prati d’erba lunga, l’effetto è un po’ foto promo dei Led Zeppelin a Knebworth e temo sia tutto voluto. Il più degli scatti ritraggono me e Fabio, alcuni altri tutti e cinque. Peccato che Athos non abbia portato una spogliarellista per allietarci come successe nel 1979 nei campi di Knebworth. Gli chiedo di fare qualche scatto anche ai vecchi edifici nei dintorni: barchesse, caselli, vecchie corti di campagna.

Arriva il giorno dello Showcase al Voodoo Cabinet di Bologna. Ci sono i nostri discografici, giornalisti musicali, fotografi, qualche amico e i soliti imbucati.

Benché non si sia mai suonato dal vivo, siamo tirati a lucido, pronti e con la giusta cazzimma. Poco meno di un’ora passata a proporre gli otto brani dell’album, le due cover dei Queen e Think About It degli Yardbirds (versione Aerosmith).

Fumagalli viene a farci i complimenti, poi porta me e Fabio a rispondere a qualche domanda dei giornalisti e a farci fotografare dai pochi fotografi presenti. Qualche battuta anche per una televisione locale.

Segue rinfresco… prosecco, tartine, frutta. La gente ride, beve, corteggia.

Giovanni e Penelope sono voluti venire a vedere la mia nuova band, mi fanno i complimenti per la proposta, a Penny è piaciuta particolarmente. Mentre parlo con loro inizio a sentirmi strano, sento dentro di me ondate che salgono dai piedi alla testa, avverto un peso sul petto, il viso mi formicola. Provo a bere acqua, a ingoiare un po’ di zuccheri, a cercare di capire se è un malessere passeggero, ma l’orribile turbamento persiste. Prendo la mia bassista da una parte: “Penny portami a casa, non mi sento bene”. “Cosa? Ma sei sicuro? Che hai?” “Penny, portami a casa!”.

In macchina, Penny guida veloce in direzione Milano, io sono sul sedile accanto a lei. Dietro, Giovanni ci segue con la sua auto. All’altezza di Modena chiedo a Penny di chiamarlo e di dirgli che vada a casa, che la crisi è passata.  Non è vero. Mentre ci avviciniamo a Reggio chiedo a Penny di puntare verso il pronto soccorso. E’ una donna tosta, mantiene i nervi saldi, aumenta la velocità, e dire che già sfrecciamo sulla tangenziale. Sono le due di notte, entriamo in città, io ho la faccia fuori dal finestrino, fatico a respirare, provo una sensazione di morte, il cuore batte come un tamburo, quella che penso essere la pressione sanguigna provoca una burrasca dentro di me, non mi sono mai sentito così, l’ansia e l’angoscia pervadono il mio spirito, il raziocinio è ancora in funzione, ma è offuscato, ho dei mancamenti a cui però resisto.

Davanti al desk del pronto soccorso descrivo per sommi capi quello che mi sta capitando. La giovane infermiera mi fa accomodare in uno stanzino lì accanto per il triage. Dopo la rapida valutazione della condizione clinica mi fa stendere su una barella e mi parcheggiano in una sorta di sala d’attesa. Penny mi è accanto. “Scusa, ti faccio perdere la nottata” le dico.

Verso le 3:30 mi vengono a prendere e mi portano in un ambulatorio. La dottoressa guarda gli esami, mi visita, mi espone tutto con chiarezza, si è trattato di un attacco di panico o di qualcosa di simile e mi liquida con un perentorio: “Signor Rinaldi, non deve farsi prendere dal panico, dall’ansia, la vita va affrontata in maniera decisa”. La sua è quasi una ramanzina.

Vorrei dirle due cosette a tal proposito, in una circostanza diversa non avrei accettato una reprimenda del genere ma sento che il suo discorsetto mi fa bene, dunque annuisco ed esco sollevato.

Una volta a casa Penny mi chiede se preferisco che rimanga a dormire da me. “Avviso Stefano, se ti senti più sicuro rimango, non farti problemi”. Stefano è il suo compagno, sa che tipo di rapporto abbiamo e sono sicuro che non farebbe problemi, ma la ho già disturbata abbastanza. “Vai pure Penny, grazie mille. Il peggio è passato, era solo panico, adesso mi metto tranquillo. Domani chiamo il mio medico, tutto è sotto controllo ormai”

La fine della storia con Michela ha riportato a galla un lungo e doloroso blues proveniente dalla mia vita passata, echi di ciò che ci si insegnano sin da piccoli, un rapporto duraturo, un matrimonio, figli, una famiglia tradizionale … peccato che io non sia mai stato un tipo da quel genere di cose, sebbene un paio di volte ci avessi creduto; la fine di quelle storie risale e mette scompiglio, ferite che pensavo rimarginate si riaprono all’improvviso, rigurgito blues su blues, cado in ginocchio e rifletto tutto sulla figura di Michela. Senza di lei sembra proprio io non riesca andare avanti. E’ la idealizzazione di una figura femminile che non esiste, di rapporti che non sono mai stati così, ma ai quali ogni tanto si torna a pensare, esattamente come canta Vasco Rossi in alcune sue canzoni, soprattutto nei primi album, una figura femminile o perlomeno un concetto di donna da cui ancora il mio conterraneo non riesce a sganciarsi del tutto.

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E’ mattino, scendo in campagna, mi sento rinfrancato ma sono stanchissimo, la crisi di ieri mi ha lasciato quasi senza forze. Il fresco di questa mattina d’inizio settembre mi ritempra, il medico mi ha detto di non preoccuparmi, valori ed esami sono pressoché perfetti, mi ha consigliato di prendermi qualche giorno di vacanza e mi ha prescritto il Lexotan in caso sentissi arrivare altri momenti di difficoltà, soprattutto durante l’imminente tour. Preso dalla fustinella prenoto una mini vacanza di cinque giorni alle Baleari, a Minorca, vengono con me Penny, Stefano, Giovanni e Sonia (non c’è niente da fare, il trio ARA è davvero compatto). All’ultimo minuto si aggiunge anche Ellade.

Qualche giorno prima di partire mi accorgo che verso sera un animale entra ed esce dalla finestrella del garage spiccando salti notevoli, dapprima non capisco cosa sia, ha una andatura strana, sembra molto agile, deve essere senza dubbio un gatto ma ha qualcosa di particolare. La terza sera si affaccia alla finestrella, ha il manto a più colori, dunque è una gattina, deve avere sei, sette mesi, ha la coda mozzata. Come fatto le due sere precedenti le riempio la ciotola col cibo che mi sono procurato, questa volta non scappa, freme dalla voglia di avere un legame, è indecisa, impaurita, ma sembra sapere che se trova l’umano giusto per lei è fatta. Mi avvicino alla finestrella, lei si fa avanti da dietro la tenda e finalmente viene a fare sturlino con me e appoggia con forza il suo muso al mio. Contatto. Inizia le fusa ma poi scappa via. Prima di partire chiedo alla mia vicina di darle da mangiare e da bere nei giorni in cui non ci sarò.

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I giorni passano lieti, aeroporti organizzati, hotel sulla spiaggia, mare bellissimo, spiagge attrezzate e tranquille, mojito sorseggiati al tramonto, un balsamo per l’anima.

Il penultimo giorno della mia breve vacanza, Michela mi manda un messaggio per chiedermi se può andare a ritirare le sue cose a casa mia. Verso sera le scrivo un messaggio per sincerarmi della cosa;

“Hai fatto? Trovato tutto?”

“Sì, sono venuta stamattina, fatto tutto, ma sono ancora qui …” mi risponde.

“Qualcosa non va?”

“No, tutto a posto, sto passeggiando per i campi, mi sto preparando ad abbandonare con gli occhi Roncadella …”

Una lancia mi arriva nel costato.

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Rientro a casa il giorno successivo, mi pare di sentire ancora il profumo di Michela nelle stanze. Scendo in cortile, la gattina mi corre intorno e si ferma ad un metro da me, poi salta sul davanzale della finestrella e resta lì in attesa. Le vado vicino, si strofina contro la mia faccia, è fatta, mi ha riconosciuto. Si lascia prendere, mi guarda con occhi sbalorditi mentre la porto in casa. Entra titubante, le preparo una ciotola d’acqua e una di cibo, sistemo la lettiera e mi preoccupo bene di farle capire dove è posizionata. Ha una struttura inusuale, sembra un felino portato per l’atletica, dopo una veloce ricerca in internet capisco che è una gattina tortoiseshell (a guscio di tartaruga), gatte (molto raramente sono maschi) con colorazioni di pelo assai particolari, questa lo ha di una miscela crema, blu, fulvo e lilla. Alcuni individui di questo tipo di gatti mostrano un’agilità molto marcata, ed è proprio il caso di Minnie, che chiamo così visto che sono appena tornato da Minorca.

Inizia il tour, tre date warm up in Lombardia e poi apparizioni in festival rock (o meglio, metal) europei: Repubblica Ceca, Fiandre, Germania, Danimarca, Finlandia, Estonia, Russia, Austria, Croazia, Spagna e Portogallo.

L’ufficio Media dell’etichetta sembra aver fatto un gran lavoro, l’album viene reclamizzato su molte riviste del settore, tra cui un paio di famosi magazine inglesi le cui recensioni sono fin troppo generose: quattro stelle e quattro stelle e mezzo su cinque. Questo genera un buon interesse intorno al progetto CodRei, Codeluppi-Reinhardt.

Ci si sposta con un tour bus Iveco New Car da diciotto posti, in cui riusciamo a fare stare sia le nostre valige che l’attrezzatura e la strumentazione. Oltre a noi cinque, l’autista, il nostro referente della casa discografica, Teresa (fonica/tour manager), un tecnico da palco tuttofare e il mio amico Mino Scopelliti, assistente del gruppo e figura fondamentale per tour di questo livello.

L’Over Europe Tour, come ho richiesto fosse battezzarlo, dura tre settimane, si suona ogni due giorni, si viaggia dalle sei alle otto ore al dì, poi albergo, cena, di nuovo albergo. Il giorno seguente ci si reca sul posto del concerto di buonora per dare in consegna all’organizzazione del festival la nostra strumentazione, un veloce soundcheck e, a seconda dell’ora della nostra esibizione, ritorno in albergo o giro nella città più vicina. Nei trasferimenti gli autogrill diventano posti dove si passa parecchio tempo ed è da quelli che capisci di essere davvero on the road.

Essere uno dei tanti nomi dei festival non è il massimo dal punto di vista della logistica, ma in nord Europa sembrano tutti molto organizzati e con l’aiuto di Teresa, che è una forza della natura con grande competenza e grande spessore umano, tutto fila via senza grandi impicci. Anche Mino si rivela figura basilare per tour di questo tipo, lui e Teresa hanno una lunga esperienza, uno viene da Roma, l’altra dalla Sicilia, hanno lavorato persino negli Stati Uniti, sanno cavarsela in qualunque situazione.

The Garden è il brano su cui ha puntato la casa discografica e infatti quando lo suoniamo il pubblico sembra riconoscerlo. Il nostro set deve durare 45 minuti e dunque proponiamo sei nostri pezzi e due cover da scegliere di volta in volta dal materiale che abbiamo preparato. Per quanto riguarda le cover di solito abbiniamo Think About It a Innuendo e Somebody To Love a Whole Lotta Love. Ci vengono richiesti altri pezzi dei Led Zeppelin, ma non mi voglio trasformare in una tribute band, così resistiamo il più possibile e solo verso metà tour finiamo per aggiungere alla scaletta Shapes Of Things degli Yardbirds (ma nota anche per le versioni di Jeff Beck e Gary Moore) e In The Evening dei Led Zeppelin.

Dopo i concerti, mentre si ritorna verso il bus, di solito alcuni spettatori vengono a chiedere di fare una foto insieme, io non mi rifiuto mai anche perché noi non siamo nessuno in Europa e inoltre non voglio fare l’altezzoso. Qualche anno fa vidi a Milano gli UFO, dopo il concerto mi intrattenni con Andy Parker, il batterista, mentre gli altri non si fecero vedere; notai tuttavia che Paul Raymond, il tastierista, era uscito dal locale e stava giusto tornando nel backstage così lo chiamai, mi sarebbe piaciuto stringergli la mano e dirgli quanto gli album Lights Out e Strangers In The Night fossero importante per me. Paul si voltò un istante, gettò un’occhiata e con fare snob corse a chiudersi in camerino. Ora, magari era girato male e avrà avuto i suoi motivi, ma avrebbe dovuto ricordarsi che sì, aveva appena fatto un buon concerto, ma davanti a 175 paganti.

In alcune occasioni partecipiamo a dei party semi improvvisati con altri gruppi in scaletta, in massima parte sono musicisti del mondo metal e dunque non ho modo di interagire davvero, dato che provengo da un background  differente. Fabio invece in quel giro ci sguazza, a tal punto che quasi ogni sera si porta in albergo una ragazza diversa. Avrei un paio di occasioni anche io, ma rinuncio senza troppa fatica.

Farsi l’Europa in lungo e in largo su un bus è stancante ma in qualche modo gratificante, vorrei essere in un mood diverso e godermi il tutto con più leggerezza, ma vista la situazione vado avanti come meglio posso.

Il tour sembra scivolarmi addosso, cerco di dare tutto me stesso ma nulla mi rimane davvero nell’anima. Tuttavia sono contento del risultato, nonostante sia un progetto nato a tavolino lo spettacolo che proponiamo penso non sia davvero male e in più tutto fila liscio, o quasi. In Russia abbiamo qualche battibecco con i tecnici del palco dell’organizzazione, in Repubblica Ceca e in Spagna con un paio di altre band in scaletta, ma Teresa e Mino ci tengono lontani dal casino, volano spintoni e parolacce, Fabio rischia di venire coinvolto e di fare a botte, ma poi tutto si placa.

Le recensioni che leggo in internet sono positive, dai filmati che vengono caricati su youtube noto che le nostre performance sono ottime e che ci si distingue dalla cascata di metallo che gli altri gruppi propongono. Fumagalli mi chiama quasi ogni giorno e mi informa che il disco si vende bene, a tal punto che anche la seconda ristampa è quasi esaurita e che non si aspettava numeri del genere in così poco tempo. Sono contento, ma non mi faccio prendere dall’euforia, stiamo parlando perlopiù di paesi in cui arrivi al disco d’oro con cifre bassissime; sono ormai lustri che di dischi se ne vendono pochi, ma il fatto che ci sia ancora un mercato (per quanto ci riguarda diviso a metà tra compact disc e long playing) che porti a stampare 50.000 copie di un album di una nuova band (benché i due membri principali siano conosciuti in Italia e in Svizzera) è un risultato notevole.

Torniamo in Italia, una settimana di riposo e poi la parte di tour che copre lo Stivale e Svizzera. Mino e Teresa tornano al sud, ci si rivedrà tra sei giorni per il nuovo rendez vouz.

Non appena Minnie mi vede mi corre incontro e si butta a terra per farsi coccolare. Meno male che ho lei, restare nella grande casa da solo sarebbe stato insopportabile. Dopo la doccia un salto alla Coop per fare un po’ di spesa e di nuovo a Roncadella per il meritato relax. Le campagne non sono silenziose, le vendemmiatrici automatiche sono all’opera, ed è una sofferenza per me vedere i battitori delle macchine che scuotono le piante fino a seicento volte al minuto e che lasciano le viti in pessime condizioni. Certo, è il progresso, vendemmiare a mano oggi ha costi diversi, ma la poetica della vendemmia che ho vissuto da bambino proprio su questi terreni è ancora parte di me, non posso farci nulla.

Anche Penny abita in campagna e cenare da lei nell’aia mentre il sole va giù è una benedizione per il mio animo. Con noi naturalmente anche Stefano, i gatti che vivono con loro, Giovanni e Sonia. Non vedo l’ora di terminare il tour di CodRei e di ripartire con gli ARA. Chiedo loro come va il progetto in cui li ho coinvolti, ovvero suonare con il mio protégé Tanglewood Talent Boy Ascari, il giovane chitarrista pieno di talento che ho scoperto lo scorso gennaio e che dopo avermi conosciuto si è in qualche modo dato al blues, ha cambiato nome d’arte e viene spesso da me per farsi raccontare questa musica rurale e conoscere nuovi nomi tra i vecchi esponenti del blues del Delta degli anni venti e trenta del secolo scorso, genere che prima non seguiva e che ora ha iniziato a riconsiderare e a studiare. Lui viene dal Jazz con tanto di laurea triennale in chitarra, arrangiamenti e composizione conseguita al Conservatorio Statale di Musica Frescobaldi di Ferrara e per di più predilige la musica acustica solare tipo west coast californiana, il soul moderno, oppure pop del tipo Alicia Keys, ma essendo stato folgorato dal senso del blues che sfoggiai in un concerto degli ARA, volle conoscermi, frequentarmi ed ora si definisce mio discepolo. L’idea sarebbe di produrre artisticamente un suo album e far sì che le sue influenze si intersechino sul cammino blues che sembra aver intrapreso, dunque di non fargli fare né il solito blues bianco ormai consunto, né il solito Jazz, né il solito pop. La mia idea sarebbe quella di fargli suonare con una Gibson Les Paul Traditional collegata ad un Marshall Bluesbreaker, attrezzature a lui apparentemente distanti, una miscela delle influenze di entrambi. Alcuni brani originali scritti a quattro mani (o meglio alcune sue cose risistemate da me), un paio di cover arrangiate in modo particolare di Con Il Nastro Rosa di Battisti e di Musica Musica di Pino Daniele e cose del genere, insomma musica italiana al contempo verace e raffinata, passionale e ben prodotta. In attesa che prenda corpo la possibilità di registrare un disco, ho “prestato” Penny e Giovanni a Talent Boy per un mini tour in locali della nostra regione. Penny e Gio si dicono soddisfatti, il mix di canzoni d’autore, pop e bluesrock suonato col Marshall sembra funzionare.

Ritorno a casa, una doccia e mi metto a letto. Minnie, rientrata con me, salta sul mio petto, struscia più volte il muso sul mio mostrando gratitudine e affetto, poi viene a sdraiarsi di fianco a me, la testa appoggiata al mio petto e le fusa in modalità on. L’interazione tra due mammiferi di specie diverse sperduti su un pianeta sito nel buco del culo del mondo è una faccenda davvero speciale.

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Sono seduto ad un tavolo nella mia pizzeria preferita, il Pizzikotto di Viale Gramsci a Reggio Emilia, medito sui soliti blues in attesa che mi portino la pizza Regina e la nove luppoli bianca che ho ordinato. Sono di casa qui, Antonio e Giuditta – due delle figure della pizzeria con cui sono più in confidenza- si accertano che tutto vada bene e che sia okay il fatto che un paio di ragazzi siano venuti a chiedere di farsi un selfie con me. Non sono cose che capitano spesso, giusto ogni tanto e sono sempre disposto a farlo, anche quando sono di malumore. Il tavolo in cui sono è in posizione centrale, accanto alle fioriere che dividono in due parti la grande veranda e di fronte alla porta che dal locale interno porta alla veranda appunto. Alzo leggermente lo sguardo dal cellulare e vedo entrare due lunghe gambe infilate in stivali di camoscio greige, mi si ferma il cuore, alzo lo sguardo e incrocio quello di Michela che sta entrando insieme a due amiche.

Un po’ in imbarazzo si ferma un momento “Ciao Ste, come va?”

“Bene, bene. Tu sei a posto?” le chiedo. Sorride in maniera enigmatica. Altri due convenevoli e va a sedersi nella tavolata di amiche alla mia destra. Mi impongo di non guardarla, metto via il cellulare e apro il libro che ho con me. Poco dopo torna al mio tavolo.

“Uh, George Orwell, La Fattoria degli Animali … sempre letture poco impegnative le tue” dice sperando di essere simpatica e di rompere il ghiaccio, ma in serate come queste non sono esattamente propenso alla conversazione, figuriamoci poi con lei. “Come stai Ste, ti vedo di malumore. Ho chiesto un po’ in giro ai tuoi amici ma nessuno mi dice niente. Lo so che non ti importa più nulla, ma mi dispiace… mi dispiace tantissimo.”. La guardo negli occhi un momento e sento un’onda di emozioni che mi travolge e mi scuote con forza … per fortuna arriva la pizza.

“Le cose accadono Michela, e noi non possiamo che adeguarci.”

“Avrei bisogno di parlare con te ma so che non capiterà, quindi … magari non è una buona idea farlo ora, ma vorrei dirti che Giorgia mi ha poi confermato che quella sera non ho fatto tanto, che ero parecchio brilla e che oltre qualche interazione con lei e poco altro non sono andata. Ecco volevo tu lo sapessi.”

Non abbassa gli occhi, sembra costernata ma non vuole la parte di Maria pentita.

“Come mai sei qui stasera?”

“Esco spesso con le amiche adesso, non ho nessuno e …”

“Sì, ma perché proprio qui, sai che è uno dei miei posti …”

“Perché speravo di incontrarti, vengo quasi tutte le settimane… va beh, ci hanno portato le pizze, vado al tavolo. Ciao.”

Chiedo la crema catalana e un sorbetto al mandarino. Scambio due battute con Antonio, sempre gentilissimo e attento ai desideri del cliente, e mi godo come sempre i suoi lineari motti di spirito e il suo accento partenopeo. Nemmeno il tempo di alzarmi per andare a pagare che Michela si avvicina accompagnata da una sua amica.

“Scusa Ste, Ilaria chiede se è possibile fare una foto con te. Ha due dei tuoi album …”

“Ma certo. Ciao Ilaria.”

“Ciao Aramis, scusa il disturbo ma ci tenevo ad avere una foto con te e a dirti che Quel Che Cantai è una canzone bellissima e che tutte le mattine canticchio La Sveglia.”

“Se molto cara, non sai che piacere mi faccia sentirlo, le mie canzoni sono tutto per me”.

Michela scatta, Ilaria si stringe a me, il risultato è una foto che ritrae due persone in intimità.

“Perfetta, così posso far intendere che ti conosco bene” e conclude la frase con una bella risata.

Michela mi stringe un braccio, io faccio il mio solito ghigno alzando e stringendo il lato destro della bocca e vado alla cassa.

Il Tour Italiano e Svizzero si protrae per altre tre settimane, quello che mi colpisce è la mancanza di spinta emotiva, sul palco cerco di dare tutto quello che ho, ma una volta sceso fatico a godermi il momento. Fumagalli mi ha già prospettato un secondo album, ma non credo di essere dell’idea, malgrado Ellade, Fede e gli altri siano amici con cui mi trovo bene, voglio tornare alle mie canzoni in italiano, al mio trio, voglio essere libero di sgattaiolare tra i generi, di fare pezzi di Johnny Winter, dei Bad Company e di chi cavolo mi pare, ma intanto devo finire il tour di CodRei con tutte le sue storielle di ordinaria Rockeria.

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Rimango in un angolo della grande stanza adibita a camerino unico, passano di qui tutti i gruppi che si susseguono al Festival di Levizzano che si tiene al castello. La location è suggestiva, la serata di fine estate è fresca. C’è un che di cameratismo tra tutti i musicisti che entrano ed escono dalla stanza, sembriamo tutti compagni d’arme. Ci sono musicisti che, accompagnati dalle loro mogli o ragazze, mi vengono a salutare e a chiedere una foto insieme, alle loro donne sembrano piacere le canzoni degli ARA. Cerco di sorridere e di apparire decente nelle foto che magari conserveranno o pubblicheranno sui social. Due di questi musicisti, una volta riaccompagnate le loro partner al loro posto nella platea davanti al palco, li vedo tramare e scomparire in un ripostiglio con un paio di ragazze, e mi chiedo che senso abbia tutto questo.

Decido di cambiarmi, al nostro ingresso manca ancora un po’ ma come sempre voglio prepararmi per tempo. Faccio per entrare in quel cavolo di sgabuzzino che c’è nel ramo più nascosto del corridoio che porta alla grande sala, che mi imbatto in una ragazza che sta praticando la fellatio a Fabio.

“Oh vecchio, è occupato come vedi…” e fa una risata delle sue. Decido di cambiarmi in bagno. Esco a vedere la situazione. Il gruppo sul palco propone un rock alla Mott The Hoople. Poco dopo mi raggiunge Fabio, sorridente e appagato. “Scusa per prima ma non potevo mica interrompere” mi dice con una mezza risata. “Ma chi è?” gli chiedo. “Una mia amica, quella che mi manda queste foto” e mi mostra alcuni scatti di un culo in primo piano con in bella vista il buco che vi è al centro. Fabio è un cantante, c’è poco da fare.

La tipa poi esce da una toilette, va incontro ad un uomo e lo bacia appassionatamente.

“E quello chi è?” chiedo a Fabio. “Il suo ragazzo”.

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Fumagalli insiste, sa che una proposta come quella dei CodRei ha un mercato più ampio, la lingua inglese rende naturalmente tutto più semplice, così mi invia il report delle vendite del disco: 7.500 CH, 17.000 D, 5.000 N, 8.000 FIN, 4.000 DK, 3.000 B, 1500 NL, 4.000 F, 4.000 RU, 7.500 P (disco d’oro), 18.000 I.

Al giorno d’oggi 75.000 copie in Europa sono un gran successo per un gruppo del nostro livello, senza contare che alcune decine di esemplari sono finiti anche in Giappone, in Nord America e in Brasile.

Fumagalli mi dice anche che vorrebbe organizzare i festeggiamenti per il disco d’oro in Portogallo.

“Alberto, ti sembra il caso? Capisco che faccia effetto ricevere un disco d’oro, ma sono 7500 copie. Già mi è sembrato surreale quando Zucchero ha pubblicamente festeggiato il disco d’oro di uno dei suoi ultimi album per aver venduto 25.000 copie qui in Italia. Capisco che faccia curriculum, ma un artista del suo livello abituato a ben altre cifre avrebbe dovuto sorvolare secondo me. Dai meglio di no, cerca di capire”.

Quattro le date in Svizzera pianificate insieme a quelle del Nord Italia, poi centro, sud e infine l’Emilia Romagna. Qualche concerto fatto con gruppi spalla suggeriti dalla etichetta, genere Prog o Metal, mentre in Emilia in due date apre i concerti un gruppo che fa musica anni novanta, un misto tra grunge, indie, brit pop e cose del genere.

Dopo il secondo concerto con loro l’etichetta organizza un piccolo party per i due gruppi, presenti backstage anche Penny, Giovanni, Talent Boy e tutta la combriccola dei miei amici. Siamo nell’arena della Festa Provinciale dell’Unità di Modena, nel backstage sono stati allestiti alcuni tendoni, sotto uno di questi si dipana la festicciola: prosecco, lambrusco, tartine e pasticcini, the same old blues.

Sono lì che parlo con Fumagalli, Ellade e Lizn, uno dei miei amici, quando si avvicinano un paio di membri del gruppo spalla che non ho mai considerato perché non mi stanno simpatici e hanno atteggiamenti che non reggo, ma a dire il vero in questo periodo è poca la gente che sopporto. I due fenomeni si inseriscono nella discussione senza il minimo bon ton, interagiscono con Fumagalli per poi lanciare qualche allusione malevola, in modo apparentemente scherzoso, circa l’hard rock che facciamo, apostrofandolo come musica del passato. Dovrei lasciar perdere ma, si sa, sono mesi che sono girato male e non tollero che musicisti e, soprattutto, autori di canzoni mediocri vengano a pestarmi i piedi.

“ Veh cos” lo apostrofo “ ognuno suona e ascolta quello che gli pare, ma non permetterti di venire a fare la morale a me, pensi di fare musica attuale tu? La vostra è ormai roba vecchia quanto la nostra, quindi evita di rompere le palle a me. Inoltre a parte di un paio di pezzi originali non fate altro che proporre medley su medley, accenni ai ritornelli anni novanta più ruffiani includendo di tutto, senza un minimo di coerenza e di rispettabilità musicale, con una gamma espressiva ridotta e per questo fastidiosa. Se siete contenti buon per voi, ma non venire a tediarmi con i tuoi giudizi non richiesti. Vai a fare in culo te e la musica anni novanta, anche perché mi risulta che del vostro album non stiate vendendo un cazzo.”

Ellade continua a sorseggiare il suo prosecchino, mi conosce e non fa una piega alla mia reazione, Lizn sorride sorpreso, Fumagalli cerca di sdrammatizzare ma il tipo continua.

“Ah, ti senti punto sul vivo eh Rinaldi? Immagino che invece voi stiate avendo un successone” dice con scherno.

Prendo dal tavolo quello che mi stava consegnandoci Fumagalli:

“Testa di cazzo, lo vedi questo? E’ il riconoscimento che ci ha appena dato Fumagalli, il nostro album è diventato disco d’oro in Portogallo. Quindi chiudi il becco e vai a farti le seghe con bittersweet symphony”.

 

Stefano Tirelli – © 2021

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG

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Brian May “Back To The Light (1992) – (2021 reissue – Universal Music) – TTT+

22 Ago

Ricordo bene questo album di Brian, uscì in piena Queenmania a un anno di distanza dalla morte di Freddie e qualche mese dopo il celebre concerto tributo a lui dedicato. In quel momento in Europa (e in buona parte del mondo – nord America escluso) non si ascoltava altro, pareva non ci fossero che i Queen. Avevo molte aspettative per Back To The Light, nel 1989 ero tornato a seguire il gruppo con passione e speravo che il disco di May potesse essere all’altezza. Ho amato parecchio i Queen, ma in un loro periodo ben preciso, diciamo dal 1975 al 1980 perché a differenza dei veri fan non ho mai avuto un attaccamento speciale per i primi tre dischi e quelli usciti dopo The Game mi mandarono in confusione. Flash (dicembre 1980) e Hot Space (1982) furono delusioni mica da ridere. Tornai a frequentarli con The Works (1984) che fu un album non incredibile ma importante per la mia vita (insieme a Slide It In degli Whitesnake fu la mia colonna sonora di quell’anno). A Kind Of Magic e The Miracle non mi convinsero del tutto, d’altra parte conobbi i Queen con A Day At The Race (1976) e News Of The World (1977) e dunque non potevo che pretendere maggiore qualità. Poi, nel gennaio del 1991 ascoltai per radio l’anteprima del singolo Innuendo. Ero in un albergo a una stella a Milano, in un contesto urbano e spirituale molto, molto blues, prima di prendere sonno in quella umida e squallida stanza accesi la radio e il dj passò quello che era il nuovissimo singolo del gruppo. Mi colpì molto e ancora oggi ritengo sia l’unico pezzo epico degno di Kashmir dei LZ. Accadde poi l’inevitabile, a cui seguì il Freddie Mercury Tribute Concert, evento teletrasmesso live in tutto il mondo che contribuì a spedire i Queen nell’iperspazio. 

Il singolo Driven By You mi piacque, benché provenisse dagli spot pubblicitari che May scrisse per la casa automobilistica Ford, come mi piacque il fatto che Cozy Powell fosse della partita, ma poi gli entusiasmi si affievolirono, gli album solisti di membri dei grandi gruppi non hanno mai retto il confronto con quelli dei gruppi di provenienza.

Back To The Light è riproposto adesso in versione superdeluxe.

Brian May Back to The Light reissue

The Dark funge da introduzione, Back To The Light (Powell alla batteria) è brillante, sospesa com’è tra momenti di dolcezza e sfuriate elettriche, buono l’assolo di chitarra.

Con Love Token (Powell alla batteria) ci si dà all’Hard Rock velato di Rock Blues,  peccato abbia certe parti melodiche uguali a Headlong dei Queen, inoltre io ci sento echi degli Eurorhytmics e di Robert Palmer.

Resurrection (Powell alla batteria) è un pezzo da centurioni, costruzione scontata, tempo di batteria da gruppo teutonico pronto per il Rockpalast. Ci si sono messi in tre per scrivere questa brodaglia metallica. Tastiere banali, arrangiamenti dozzinali, assolo tra hammers on e tapping da dimenticare. Pezzo sopra le righe che sconfina nel kitsch.

Too Much Love Will Kill You la ascoltai la prima volta al Freddy Mercury Tribute e già allora mi parve una canzoncina caruccia ma nulla più. Risentirla oggi non mi fa cambiare idea. Magari ci sono momenti della vita in cui ci si può far cullare dalla retorica contenuta nel testo e dalla melodia gradevole (ma comune), però temo non sia un capolavoro sebbene in alcuni momenti l’uomo di blues che sono si commuove.

backtothelight reissue Brian May

Driven By You è altrettanto ruffiana, giretto armonico usatissimo, chitarrone distorte, approccio alla Bryan Adams, assolo alla Brian May. Canzoncina da ascoltare il sabato mattina mentre si è intenti a riassettare casa.

Nothin’ But Blue (Powell alla batteria / John Deacon al basso) è una sorta di pop blues in minore su cui la solista di May cerca di suonare qualcosa di ispirato, e a tratti riesce nell’intento.

I’m Scared (Powell alla batteria) è un altro brano di Hard Rock, questa volta forse più riuscito ma sempre sopra le righe. A questo punto temo sia stata l’influenza esercitata da Cozy Powell a rendere centurioniche le canzoni di Brian. Last Horizon è uno strumentale alla Beppe Maniglia (https://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Maniglia), a me oggi fa scappare da ridere (proprio come Prelude di Jimmy Page, intendiamoci) ma magari qualcuno lo trova fruibile. Let Your Heart Rule Your Head è imbarazzante, che senso ha una copia carbone di ’39 dei Queen? Mah! L’assolo in stile country però ha il suo perché. Just One Life è un momento riflessivo, un poco enfatico e senza una melodia particolare ma fa parte di quel tipo di canzoni che fregano gli uomini come me.  Rollin’ Over è una cover degli Small Faces che riporta un po’ di brio.

Il bonus disc offre versioni differenti (in massima parte con l’aggiunta della solista), un’ alternate take e cosette registrate dal vivo. Nulla di memorabile.

Quando fai parte di un gruppo che ha vari compositori al suo interno sei costretto a scegliere i migliori due o tre pezzi che hai scritto in un dato periodo per avere chances che vengano approvati dalla band e messi sul nuovo album, quando invece sei in veste di solista pensi che tutto quello che hai prodotto sia degno di pubblicazione così dai alle stampe un disco annacquato, soprattutto se la vena compositiva (che dura tra i 5 e i 10 anni) si è ormai esaurita.

I dischi solisti dei musicisti di grandi band sono – tranne rarissime eccezioni – cose per fan, e Back To The Light non si discosta da questo assunto. Magari assumono un grande valore nella vita delle persone, ma se messi in prospettiva paiono insignificanti per la storia del Rock.

  • CD 1 – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over
  • CD 2 – Out of the Light
    1. Nothin’ But Blue – Guitar Version
    2. Too Much Love Will Kill You – Guitar Version
    3. Just One Life – Guitar Version
    4. Driven By You Two
    5. Driven By You – Ford Ad Version
    6. Tie Your Mother Down – Live Version
    7. Too Much Love Will Kill You – Live Version
    8. ’39 / Let Your Heart Rule Your Head – Live Version
    9. Last Horizon – Live Version
    10. We Will Rock You – Live Version
    11. Driven By You – Cozy and Neil Version ’93
  • Vinyl LP – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over

Feriae Timothei Blues

21 Ago

Feriae Augusti (riposo di Augusto) fu istituito dall’omonimo imperatore per dare un po’ di riposo alle genti dopo i lavori agricoli dei mesi precedenti e si andava ad aggiungere alle altre festività che gli antichi romani avevano già previsto nello stesso mese.

Gaius Iulius Caesar Augustus

Gaius Iulius Caesar Augustus

Feriae Timothei (il riposo di Tim) è stato istituito per dare un po’ di riposo a me stesso dopo gli sforzi immani compiuti nei mesi precedenti per contrastare i blues.

Tim - late seventies

Gaius Iulius Stephanus Timotheus – tardi anni settanta AC

Una settimana di ferie dunque, passata alla Domus Saurea nella vana speranza di trovare un po’ di pace tra l’inquietudine che da sempre pervade la mia anima. Sono riuscito nell’intento? Naturalmente no. D’altra parte sono uno che non è riuscito a realizzare nulla di ciò che aveva in mente. Già, in questa settimana di apparente riposo sono stato spesso preda del fastidio interiore, il culmine nella giornata di ieri dove pareva non vi fosse nessun angolo adatto a me in questo misero mondo. Giunti ad una incerta età si è portati a fare continuamente bilanci e in giornate come quella di ieri ad esempio vedo solo risultati insignificanti.

Che Timotheus – colui che onora (un) dio – faccia parte delle mie generalità è divertente e mette in evidenza la spiritosaggine del Caos Universale, lo stato di disordine che regola questa follia in cui siamo chiamati a vivere. Proprio così, pur governati da leggi deterministiche l’empirica casualità nell’evoluzione delle variabili dinamiche è sotto gli occhi di tutti (beh, di tutti di no, ma di chi perlomeno si pone qualche domanda che non sia “che cazzo mangiamo stasera?)

E allora per dare un senso al significato di Timotheus meglio che mi inventi un dio anche io:

The Dark Lord (Tokyo Train Station 1971)

The Dark Lord (Tokyo Train Station 1971)

Per sfuggire a quello stato di inadeguatezza spirituale passo un giorno a Little Houses (of the Holy), una frazione del mio paesello natale. Là vivono un paio di amici, Gio & Maura, sempre pronti ad ospitarmi nel momento del bisogno.

Sdraiato sull’erba all’ombra di un grosso acero contemplo il cielo …

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

Poi mi tuffo nel blu della piscina dei miei amici …

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

Nel chiosco da giardino che hanno trovo l’angolino di pace che tanto bramavo. Spuntino con pizzette, gnocco e salame, abbondantemente annaffiati con belgian blanche e Campari. Si comincia a ragionare.

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

La donna che ho accanto mi tiene d’occhio, scruta e sopporta le mie paturnie con una maturità e una concretezza che le invidio.

Motorcycle Mama - Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Motorcycle Mama – Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

L’indomani faccio colazione nel bar della chiesa (altra incongruenza) con gli unici cugini – da parte di Mother Mary – che frequento e poi la sera sono fuori a cena con uno dei dirigenti dell’azienda in cui lavoro, uno degli uomini più incredibili che abbia mai conosciuto, una delle menti più luminose con cui mi sia mai intrattenuto. Mi sento lusingato che abbia voluto passare una serata di mezza estate con me. Tra l’altro mi porta in dono un volume del 1969 rarissimo – stampato in 100 copie – sui testi del Blues. Volume trovato in una libreria specializzata pazzesca di Boca Raton (Florida) arrivato a lui tramite un’ ulteriore libreria qualificatissima del Kent (UK).

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The Blues Line - book 1969

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Osservo la Stricchi che sonnecchia sul dondolo, ed invidio la sua condizione data più o meno esclusivamente da bisogno primari… mangiare, dormire, fare la cacca, rincorrere le lucertole, farsi accarezzare dal suo umano.

Strichetto - Agosto 2021 Domus Saurea - Foto TT

Strichetto – Agosto 2021 Domus Saurea – Foto TT

Strichetto - Agosto 2021 Domus Saurea - Foto TT

Strichetto – Agosto 2021 Domus Saurea – Foto TT

Ma il blues spinge, la giornata di ieri la passo in uno stato di prostrazione assoluta, the day of my discontent non mi lascia respiro. Verso sera sono pronto a lasciare tutto, a partire per altre città, ad iniziare una nuova vita. Arrivo persino a vestirmi di tutto punto, con tanto di camicia fru fru, gilet e le immancabili scarpe Adidas. Con uno sforzo smisurato mi obbligo a svestirmi e a non far cazzate. Finisco per vagare in braghette corte ed in infradito tra le campagne nel buio della notte.

Night view from Domus Saurea - agosto 2021 - foto TT

Night view from Domus Saurea – agosto 2021 – foto TT

Arriva la giornata di oggi, il sabato prima del ritorno in ufficio. Colazione, spesa alla Coop, e il pensiero rivolto a stasera, la prima partita dell’Inter della nuova stagione, cena con mia sorella e un paio di cugini (stavolta dalla parte del vecchio Brian).

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Cerco di intrattenermi con i soliti vecchi dischi …

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Niente, quel senso di oppressione spirituale rimane, ma poi  in un fiotto di razionalità data dal rigore scientifico che mi sono imposto riesco improvvisamente a pormi le domande retoriche che finiscono per placare l’inquietudine e l’accidia. Sì perché, davvero sarebbe stato così importante se fossi riuscito a vivere delle mie canzoni e dei miei scritti? Se avessi messo insieme una famiglia tradizionale? Se avessi contribuito al bene comune impegnandomi in politica? Se avessi avuto una casa di mia proprietà magari con 5 biolche di terra su cui coltivare la vite? Perché in quest’ultimo caso poi mi sarei scontrato col transitorio concetto di proprietà privata: da chi avrei acquistato la casa e il terreno, da un altro essere umano? Aspetta un momento, avrei acquistato una fetta di questo pianeta da un essere umano? Ma che senso avrebbe avuto, a che titolo me la avrebbe venduta? Se per assurdo esistesse un creatore, un dio (sì lo so è un paradosso, non c’è nessun essere invisibile lassù … sorry baby) allora sì che potrei andare da lui con un po’ di euro e dire:

“buongiorno dio della Terra, mi darebbe 5 biolche di terreno in provincia di Reggio Emilia?”

“Ecco qui signor Tirelli, sono 5 biolche un po’ abbondanti, che faccio lascio?”

Così, ripreso il controllo di me stesso, rimesso la mente in carreggiata e dunque ritornando a formulare l’unica verità possibile ovvero che la vita non ha alcun senso, mi dico che dopotutto è sufficiente ascoltare le perdute sedute di registrazione avvenute nel 1973 negli Studi Tridente di Londinium dell’Orchestra Del Grande Vishnu. Come dico sempre, immaginare – grazie a quei flussi di aria sonora – di viaggiare nelle profondità cosmiche è uno dei piaceri che può placare il senso di vuoto che dà  questa effimera esistenza.

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Il drowse della settimana prima di ferragosto

14 Ago

Venerdì, ultimo giorno feriale prima di ferragosto … il cielo tra il velato e il nuvoloso, 26 gradi di prima mattina, tutto che rallenta, le fabbriche chiuse, gli uffici semideserti, le strade sgombre, sembra di essere in una bolla temporale sospesa a mezz’aria, ed è così da almeno una settimana.

I presenti in azienda si contano sulle dita di una mano, io sono uno di quelli, la piccola vedetta reggiana che imperterrita scruta l’orizzonte. Come ogni mattina percorro i 30 km che separano le due città in cui vivo e in cui lavoro, le due città che sono il simbolo della mia esistenza, una di qua e una al di là del Secchia river, il cuore pulsante dell’Emilia profonda, il dualismo tra demonio e santità, tra un lontano passato ancora tangibile e un futuro ipertecnologico che è già realtà.

cielo nuvoloso a ferragosto

Lungo il tragitto in località l’Osteriola noto asciugamani con raffigurati cani da caccia messi ad asciugare sull’aia di una vecchia casa di campagna, osservo poi un salice che si sta seccando a bordo di uno dei tanti fossi delle nostre campagne, il tutto mentre lentamente sorpasso un trattore che traina un carro pieno di pomodori. I girasoli nei campi sono ormai pronti per essere raccolti, hanno il capo reclinato verso il basso e il marrone scuro è ormai diventato il colore dominante.

A Campogalliano un camion, in attesa di essere scaricato, attende il suo turno, l’autista è sdraiato sul sedile di guida e ha i piedi appoggiati sul finestrino completamente abbassato.

Veleggio in modalità blues on, una leggera depression mi scolora l’animo meditabondo che mi ritrovo, l’umore vira verso il blu grigiastro mentre soppeso il nonsense dell’esistenza.

Dalla chiavetta Ivan Graziani mi toglie dall’impasse perché in fondo meglio una grassa contadina a un’esaurita come te perché il suo regno è la cucina, mi tratterebbe come un re, non sai tirare neanche il collo a un vecchio pollo come me amore mio, amore shame, shame, shame shame non puoi, cucinare tu non sai. 

La chiavetta ci mette poi il carico da 11 quando passa Little Village di Rice Miller (va beh, Sonny Boy Williamson II) e i suoi 11 minuti veraci, dove tra le varie take del brano sono inseriti gli irresistibili e schietti scambi tra Leonard Chess (il discografico) e Williamson, appunto. E’ tutto un fiorire di “Motherfucker” e “Goddamnit”. Sono queste cosucce che mi sistemano l’esistenza.

Se poi arrivano pure i miei amati Free, ecco che mi sento come un assetato geranio dimenticato sul balcone a cui una buona anima ha dato acqua in abbondanza.

La chiavetta insiste, è decisa a rendermi la giornata migliore, ladies and chesterfields welcome in Bad Company.

Si chiude con il boogie woogie che preferisco in assoluto

Ivan, Sonny Boy, Free, Bad Co, Led Zep e le solite e insopportabili paturnie cosmiche vanno sfumando verso l’orizzonte. Che portento la musica Rock, il blues e la musica italiana di un certo tipo.

Buon ferragosto donne e uomini di blues che seguite questo blog…let the sun beat down upon our faces
and stars fill our dreams.