Blues da giornalista (musicale): “IN ITALIA PRECARI PER LEGGE” di Giancarlo Trombetti

25 Nov

C’è stato un tempo in cui immaginavo che sarei stato orgoglioso di appartenere a un Ordine, a quello dei Giornalisti. E ricordo bene che non mancavo mai di usare le due maiuscole, citandoli. Ricordo che impiegai sei anni per riuscire a trovare l’ideale accoppiata tra numero di articoli scritti…e quelli pagati, necessari a entrare tra gli eletti. Eravamo nei tardi anni settanta e quel mestiere, anche se si trattava di disquisire di vile intrattenimento musicale, era già un casino. Nulla in confronto a quel sarebbe venuto in seguito, però. Mi ricordo che quando la magica sequenza numerica pagata corrispose a quello che avrei dovuto accumulare in due soli anni di collaborazioni, misi ingenuamente tutto in due borse decisamente pesanti e me ne andai a Firenze. La sede era in pieno centro e girovagare per la città con quei sacchi faceva di me un rivenditore non autorizzato anzitempo; all’epoca non esistevano altro che i polacchi che ti pulivano i vetri, ma a Roma. Quando mi resi conto che alla segreteria dell’Ordine l’ultima cosa che interessava era la copia originale, integra, dei giornali dove erano pubblicate le mie scelleratezze, mi sentii un idiota. Ma quando, pagata l’iscrizione, mi arrivò la mia tesserina numero 52914 immaginai di avere fatto un passo importante nella mia vita.

Ero il medesimo stronzo ma con una Tessera di un Ordine in tasca. Non la usavo per aprire alcuna porta ma pensavo che me ne avrebbe suggerite lei a decine; giravo con la tessera nel portafogli un po’ come il personaggio di Gaber faceva nel suo monologo, quello della pistola. I primi anni fu anche divertente prendere tessere scontate di treni e ottenere pagamenti forfettari per autostrade per quanto non regalate, ma furono sensazioni di un attimo. Credo che oggi la sola tessera per sconto sui treni delle FFSS sia disponibile insieme a quella dell’Alitalia; quella forfettaria per le autostrade è scomparsa da decenni. Ma appartenevo ugualmente a un Ordine! Un Ordine silenzioso e non invasivo, che si faceva vivo con me e mi disturbava solo ogni cinque anni, per chiedere cosa stessi facendo. Sì, perché per restare iscritto non bastava pagare l’iscrizione: bisognava continuare a lavorare, lavorare da giornalista. E dimostrarlo. Già ma come, esattamente? Semplice: bastava fornire prove tangibili, meglio però farsi fare una dichiarazione dal tuo direttore o da uno dei tuoi direttori che attestava la continuità e la qualità del tuo lavoro. Sì, il ragazzo scrive, continua a farlo, oppure, si…collabora a radio, televisione, scatta foto…che non era il mio caso, mai scattato una foto, ma questo perché nel frattempo anche i fotografi erano diventati giornalisti pubblicisti. All’inizio tutto mi parve regolare, persino inviare al Mio Ordine una dichiarazione di un direttore responsabile che diceva, serenamente, che tu eri da considerarsi giornalista anche se avevi un inquadramento da tecnico o impiegato. Ma era il fascino dell’Ordine. Un Ordine che scelse illo tempore di dividersi in due per salvaguardare l’integrità e la cristallinità del “primo livello”, quello del professionista, ma di prevedere pure la figura del “pubblicista” che, da quel che mi era parso di capire, sarebbe servito sostanzialmente da anticamera alla professionalità agognata o all’inquadramento di figure che già appartenevano ad altri Ordini. Un avvocato che pubblicava articoli, ad esempio. Poi la scelta di non iscrivermi ad altri Ordini e di tentare di campare facendo il mestiere; tanto prima o poi quei due anni di praticantato sarebbero arrivati.

Ero giovane e avrei creduto anche a Babbo Natale pubblicista, me lo avessero fatto vedere appoggiato al bancone di Piazza della Signoria. Poi gli anni in redazione, a far giornali, a imparare il mestiere e fare giornali con le proprie manine, la radio nazionale, il passaggio a una redazione televisiva, il salto al palinsesto, quello più lungo alla direzione di rete, le consulenze, i format, le riunioni notturne con autori e creativi e registi e sedicenti artisti a lavorare sul prodotto come e più di loro e quel contratto che non arrivava mai.

Ma eri in crescita, non ci facevi caso, pensavi a quello che – prima o poi e sempre più poi che prima – veniva versato sul conto corrente. E le aziende! Mica robetta da fosso a fosso: periodici e quotidiani, radio e tv che si vedevano e si sentivano e leggevano in Sicilia come ad Aosta…e gli incontri con colleghi, amici, altri disgraziati che, chi più chi meno, lavoravano esattamente come te. E i tuoi editori: ricchi, potenti, famosi, che ti mettevano in imbarazzo con uno sguardo, che ti facevano sentire un pezzo di cacchina solo chinando leggermente la testa da un lato e pronunciando il tuo cognome con fare cantilenante…e poco importava che qualcuno di quei potenti sarebbe finito in galera o che ne era già stato ospite…o che non ci sarebbe finito mai, forse, tu non potevi certo prevederlo! Ma quel contratto…no, quello proprio no. Un contratto, è bene dirlo e sottolinearlo, che rappresentava l’unica via alla professione, quella vera, alla tessera rossa, quella che un noto giornalista dell’ultrasinistra che oggi pontifica sul precariato in televisione mi sbatté letteralmente in faccia quando mi incazzai nel corso di una riunione nazionale dei rappresentanti di categoria. Ma quale categoria? Di quella supposta, idealizzata, o di quella reale?

Fu così che, un giorno, dipendente di un noto editore legato a brand di partito che proprio non dovrebbe prevedere neppure il pronunciamento di parole come “insicurezza professionale”, “mancato rispetto degli inquadramenti contrattuali” scelsi di prendere un’altra tessera, quella di un sindacato che mi avrebbe tutelato. E con due di loro, intraprendenti tipi che divennero pure amici, ed un mio vecchio sodale, mi ritrovai in una riunione di RSU il cui acronimo ai tempi non conoscevo neppure, con colleghi di Rai e Mediaset e TMC che rivedevano il contratto nazionale che prevedeva…horribile dictu! al sesto livello, impiegatizio, una figura che era del tutto e per tutto analoga a quella del redattore di testi, dunque di giornalista o di autore e fu in un piovoso pomeriggio di ottobre di mille anni fa che mi feci molti nemici insistendo che era una vergogna che nessuno, in decenni di televisione se ne fosse mai vergognato. Quell’articolo venne rivisto ed ancor oggi, quando ci penso, ne sono orgoglioso. Ma nessuno mi disse mai che avevo fatto bene. In quell’azienda c’erano cameramen inquadrati con il primo livello operaio e amministratori di primo livello impiegatizio, registi e artisti con contratti a tempo indeterminato, da impiegati, decine di redattori con contratto da stagista eppure ricordo solo che l’editore si risentì, e molto. Ma non ricordo una nota da parte del Mio Ordine. Ma ricordo perfettamente quando, metà dei novanta, mi vennero, dal Mio Ordine, richiesti versamenti contributivi. Ne chiesi motivazione. Mi venne risposto che avrebbero contribuito al mio trattamento pensionistico e al breve cenno al fatto che lavoravo da presunto giornalista da almeno quindici anni e che non avevo ancora visto l’accenno di quel famoso contratto, mi venne risposto, seccamente:”…che era una pratica purtroppo molto diffusa”.

(nella foto: Giancarlo Trombetti)

Ecco, fu quel giorno che iniziai a riflettere e a cercare di capire. Mi domandavo perché in Europa si parlasse di inesistenza di un Ordine dei Giornalisti mentre in Italia era uno dei più temuti; cominciai a chiedermi perché, a tentare di capire quali le motivazioni reali per un rifiuto che non aveva senso: tutti lavoravamo da giornalisti, il nostro Ordine Tutelare lo riconosceva, ma nulla accadeva. Anzi, era proprio lui, l’Ordine, ad accettare che un precariato venisse codificato e ufficializzato, che aveva stabilito che lo status professionale fosse accessibile solo attraverso la firma di un contratto di lavoro: un caso non raro ma unico al mondo! Quale altra appartenenza a un Ordine era mai stata subordinata alla firma di un contratto, quale accesso alla professione era possibile solo in seguito a un esame che non era sostenibile senza quel contratto che nessuno era disponibile a firmarti. Quel medesimo Nessuno che però, senza il tuo lavoro non sarebbe mai potuto esistere. E così mi chiesi come fosse possibile che un Padre potesse accettare che il proprio figlio lavorasse da precario essendo lui il primo a saperlo, riconoscerlo e codificarlo. E a incassarne gli assegni. Mi chiesi se davvero “quel” contratto fosse così penalizzante per un editore al punto di innalzare il crocifisso, indossare la corona d’aglio e afferrare il paletto di frassino al solo sentirlo nominare. Dato che sono  deficiente mi spiegarono che era un contratto così blindato e favorevole al beneficiario che a confronto qualsiasi vincolo di sangue diveniva acqua di malva. E andando negli anni a guardare i nomi di coloro che ne beneficiavano fin dal primo ingresso nei corridoi di un’azienda, capii tutto. Era un contratto riservato, quello dell’Ordine cui appartenevo; riservato ma non a tutti i giornalisti. Solo ad alcuni, i soliti, sempre gli stessi. Con l’eccezione di pochi fortunati. Così me ne feci una ragione, non lo nominai più nemmeno per scherzo e mi preoccupai di difendere i miei diritti residui.

Smisi persino di leggere gli aggiornamenti che con regolarità il mio ordine, ora non più con la maiuscola, mi inviava; non partecipai mai più, feci di tutto per dimenticare e solo l’urlo di qualche ancor lucido professionista di fama che ne invocava l’abolizione mi faceva alzare, distrattamente, un sopracciglio. Fino alla settimana scorsa, quando l’ennesimo notiziario ufficiale mi osserva facendo capolino dalla cassetta delle lettere, con un titolo che non posso evitare di leggere: “Giornalisti precari, un vergognoso silenzio”.  E non posso resistere, leggo. Leggo una difesa a spada tratta del Nostro Presidente che tutto rifiuta ma che non spiega come impedire questo vergognoso traffico di lavoratori non tutelati – non inquadrati – non contrattualizzati. Non dice nemmeno come “il suo” ordine intenda operare “per non chiudersi in un ruolo notarile di custode dell’albo professionale, decidendo di impegnarsi…per garantire il rispetto della deontologia e per promuovere attività di formazione…”. A fianco, il Consigliere Nazionale dell’Ordine aggiunge : “La realtà la conosciamo fin troppo bene. Semmai è il caso di denunciarla, perché l’indignazione non può essere solo di chi vive tutto questo sulla propria pelle…quando si parla di giornali fatti con decine e decine di collaboratori senza contratto, senza diritti, senza futuro… è macelleria sociale”.

La mia mano corre al portatile. Sono in dubbio e leggo il giorno, è un lunedì di ottobre, anno domini 2011. Dunque sanno, dunque sono vivi, dunque sono vigili? Non sono caduto in un buco spazio-temporale. Il resto di quel giornale è riempito dalle testimonianze di chi, pubblicista e precario, lavora da professionista, si sente tale – e lo sarebbe al di fuori dei nostri confini italici – e viene pagato come i raccoglitori di pomodori extracomunitari, quando il San Marzano è prossimo a maturazione: dai quattro ai dieci euro. Al centro, in evidenza in un bel box azzurrino, tra le urla di testimonianza del precariato a contornarne l’impaginazione, un tal Giacomo che dichiara di esser stato menato per il naso dall’ennesimo editore, poi mobbizzato, poi maltrattato, poi difeso obtorto collo dall’ordine perché “…la situazione era palesemente nota al segretario della federazione regionale del sindacato che faceva parte del CDR (comitato di redazione) del giornale e al presidente dell’ordine regionale (…quello che firma lo sdegno di cui sopra! nda) anche lui dipendente del giornale….”infine licenziato dopo l’inevitabile azione legale.

Mi girala testa. Credodi aver letto male, così riprovo. No, avevo ben inteso : l’ordine cui non capisco più perché appartengo, dichiara di sapere che una percentuale di assoluta maggioranza dei propri iscritti lavora privo di tutele, garanzie e paga adeguata. Sa di esserne causa, per colpa di quella scellerata divisione in contrattualizzati e non, non interviene…ma prossimo al 2012 pubblica le testimonianze e le prove viventi del proprio crimine e lo fa con naturalezza, senza capire cosa stia facendo, cosa stia pubblicando, cosa vada sostenendo.

Ecco, ripongo il notiziario sul fondo del sacchetto dei rifiuti, dentro la pattumiera, al suo posto.

Il suo solito posto e apro il mio quotidiano, pieno di firme di giovani professionisti, rampolli di nobili lombi, sotto contratto ancor prima di conoscere l’indirizzo del proprio luogo di lavoro e chiudo gli occhi e penso che l’Europa debba essere una gran cosa perché lì, io sarei un professionista dal 1978.

E invece qua sono il solito stronzo. Va a finire che prima o poi mi ci trasferisco.

Giancarlo Trombetti 2011

3 Risposte to “Blues da giornalista (musicale): “IN ITALIA PRECARI PER LEGGE” di Giancarlo Trombetti”

  1. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 25/11/2011 a 11:06 #

    I contributi che hai versato all’INPGI non te li restituiscono, pero’.
    Ti varranno per una pensione, se versati in misura sufficiente,
    al raggiungimento dell’eta’ fissata per la pensione di vecchiaia,
    o di anzianita’ se Monti le lasciera’.( quelle di anzianita’ ). .

    "Mi piace"

  2. Avatar di picca
    picca 25/11/2011 a 11:56 #

    Cambia Ordine. Passa all’O.T.O., Ordo Templi Orientis, che magari incontri Jimmy a una riunione.

    "Mi piace"

  3. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 02/12/2011 a 11:20 #

    Se poi hai anche contributi nella gestione separata, al raggiungimento dell’eta’
    per la pensione di vecchiaia, l’inps tii da’ una pensione rapportata a quanto
    hai versato.

    "Mi piace"

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.