DETROIT ROCK CITY (parte 1) di Polbi

14 Dic

 Polbi, il nostro Michigan Boy, che passa la vita tra Roma, Scilla e Detroit, nelle vesti di novello Raymond Carver ci racconta l’America, quella bella e quella brutta, quella vera, quella malinconica e triste e quella piena di vita e di rock and roll, quella insomma a cui noi uomini di blues siamo legatissimi. 

Eccomi qui, ancora una volta a passare buona parte dell’autunno in Michigan, nell’area metropolitana di Detroit, città unica al mondo, affascinante e dalle mille strane storie.

Costituita dai francesi su terreni in origine abitati dagli indiani, Detroit si trova affacciata sull’acqua in una penisola circondata dai grandi laghi. Il suo nome viene proprio da questa posizione sulla riva del fiume, in un punto stretto con il Canada vicinissimo dall’altra parte, che sembra quasi impossibile che si tratti di un altra nazione. E mi viene da pensare a quanto strano sia che passo buona parte della mia vita fra due stretti, quello di Messina e questo di Detroit.

Un freddo indescrivibile d’inverno, caldo umido l’estate, mezze stagioni imprevedibili, una pianura  sconfinata, laghi bellissimi, macchine e strade. E casette monofamiliari con giardino e garage, a milioni, tutte diverse e uguali al tempo stesso. A volte architetture di gran pregio, spesso semplici ma sempre dignitose. E poi i grattacieli downtown fatti per gli uffici. Edifici costruiti più di un secolo fa, con gusto, con una certa solenne eleganza. Oggi in gran parte vuoti, abbandonati e spettrali. Perche’ a Detroit sono successe tante cose negli ultimi decenni…

Come tutti sanno, in questa città il signor Ford iniziò la sua rivoluzione industriale. Macchine, automobili, non più concepite per pochi ricchi che potevano permettersele, ma autovetture piccole ed economiche, da vendere a tutti. Anche all’operaio che le produceva, per poi ricomprarsele con i soldi del proprio salario. A questo punto fu l’avvio di una rivoluzione non più solo industriale, ma culturale profondissima, nella quale siamo tutti in qualche modo nati e cresciuti. Arrivarono a Detroit da ogni parte del mondo a cercare lavoro nell’ industria dell’auto. E Detroit diede lavoro a tutti. Altri e altri ancora arrivarono, italiani, polacchi, russi, irlandesi, tedeschi, messicani, e afroamericani, tanti, dal sud povero e razzista degli states. Milioni di esseri umani, ognuno con la propria cultura, le proprie speranze e delusioni. Cibi, dialetti, religioni e musiche. Tante musiche.

Poi un giorno, alla fine degli anni sessanta, il grande sogno americano di integrazione razziale e sociale sotto la stella del capitalismo dal volto umano, all’ improvviso, crollo’ e si trasormo’ velocemente in un incubo. I posti di lavoro iniziarono a mancare, la disoccupazione a crescere senza alcun ammortizzatore sociale, creando povertaàe disperazione in chi inseguendo quel sogno aveva mollato tutto e pagato un prezzo umano altissimo. La rivolta esplose, e come spesso avviene da queste parti, fu una guerra razziale. Ma guerra nel vero senso della parola, con la guardia nazionale a presidiare le strade, i morti a decine, incendi, saccheggi e distruzione. Ad un certo punto fini’, ma le ferite non si guarirono più. Ormai le grandi aziende automobilistiche avevano trasferito buona parte delle produzioni altrove, la disoccupazione nel settore auto fu inarrestabile, chi poteva si trasferì fuori citta’, creando la grande area metropolitana dove viviamo oggi, e la città venne in gran parte abbandonata al suo destino. La prima fabbrica di Ford è ancora li’, con la sua architettura semplice ed elegante al tempo stesso. Vuota da anni ormai, le finestre rotte, il portone sfondato. La guardi e i muri sembra vogliano raccontartela questa storia americana.

E’ una strana sensazione quella che ti prende quando giri per Detroit. Tutto sembra durissimo e irreale al tempo stesso. Come in una zona di guerra, nello stesso isolato case bruciate, abbandonate, negozi chiusi o distrutti, poche persone che camminano come zombie senza meta, pieni di alcool,crack e miseria.

Ma poi, poco piu’ in la’, i bambini escono da scuola, qualcuno si avvia a casa con le buste della spesa, come meglio puo’, come se niente fosse. Passi di notte in queste vie deserte spazzate dal vento, tutte le case buie disabitate, e poi una o due con le luci accese e gli addobbi di natale che risplendono luci rosse intermittenti, che interrompono il buio, che si aggrappano ad una impossibile normalita’. Oppure giu’ all’angolo, downtown, fra le torri nere dei grattacieli vuoti, trovi ancora aperto, a notte tarda, il Coney Island, la tavola calda degli hot dog. Che resiste, sempre aperta e sempre li’, da piu’ di sessant’anni. Ti verrebbe voglia di abbracciarla tutta questa gente, queste anime, questi superstiti del grande naufragio americano. Vorresti abbracciarli e mentire con dolcezza dicendogli  che va bene, e’ tutto ok, e’ solo un momento ma poi passera’, anzi, no, e’ gia’ passato, il peggio e’ alle spalle ormai…Questo vorresti dire mentre gli passi vicino e gli sorridi in silenzio. Detroit per gente come noi, per chi guarda un po’ oltre l’apparenza delle cose, è un sovraccarico, un cortocircuito di emozioni. Ti lascia a bocca aperta senza parole. Ti chiedi come sia potuto succedere tutto questo, e come sia possibile che non si trovi una via d’uscita. Giri e rigiri nella tua mente europea, abituata ad un altro mondo, dove il capitalismo non è arrivato ancora a questo livello di barbarie sociale. Dove ancora puoi andare in un ospedale gratis e se non paghi una rata del mutuo non hai perso la casa. Dove ancora un po’ di diritti sindacali e sociali esistono ad arginare queste frane. Li porterei tutti qui i liberisti di casa nostra, venissero tutti a vedere cosa può succedere quando si lascia il mercato senza vincoli, libero di prendere il posto di comando in assoluta autonomia, senza la politica a porre freni e regole. Venite a vederla la… non so come dire, la profondità della povertà dei poveri in america.

Il Blues, quello vero, qui lo trovi e lo senti ovunque. Ad ogni semaforo con i veterani di vietnam e Iran costretti a chiedre l’elemosina in sedie a rotelle. Negli incroci con i tombini fumanti in mezzo alla strada. Nei bar, nel vecchio mercato all’aperto, alla grande stazione ferroviaria abbandonata. Nella citta’ di John Lee Hooker il blues scende giu’ pesante, senza virtuosismi a renderlo meno amaro.

Pero’ esiste anche un altra Detroit per chi la vuole cercare. Una Detroit underground, fatta di ragazzi e ragazze, di vecchi rockers, di artisti e anime salve. La puoi trovare di notte, ogni notte, nei tanti bar r’n’r’ che ci sono in citta’. Posti non proprio eleganti, a volte al limite del praticabile, ma pieni zeppi di musica, gente, energia. Centinaia di bands, migliaia di amplificatori e chitarre vintage, infuocano serate che sembrano set cinematografici, invece no, ancora una volta, pure questa è realta’. Praticamente bandite le cover bands, ognuno suona la sua musica, produce i suoi dischi, organizza serate, si batte e si sbatte, creando una scena underground con pochi uguali negli states, riconosciuta e rispettata in tutto il mondo da chi si occupa di queste faccende. E così passi la serata con tre band che si alternano sul palco, mentre cerchi di ascoltare e capire la parlata americana del vecchio rocker che ti racconta dei Led Zeppelin alla Grande Ballroom, quando ancora nessuno li conosceva e finito il concerto scendevano dal palco in mezzo al pubblico, come la band che ha appena finito di suonare due minuti fa. Poi, magari dieci minuti dopo, ti ritrovi a ballare sotto il palco con dei ragazzi che potrebbero essere tuoi figli se mai ne avessi avuti. Domani sera qualcuno di loro sarà all’apertura di una mostra fotografica di un mio amico, altri andranno alla sfilata di moda indipendente SM, e altri ancora si perderanno nelle mille iniziative della Detroit artistica. Perchè un posto con una storia come questa non poteva che attirare anime inquiete, artisti, pazzi e sognatori da tutto il mondo.

(Detroit: la leggendaria COBO HALL)

…CONTINUA…

Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)

11 Risposte to “DETROIT ROCK CITY (parte 1) di Polbi”

  1. Avatar di Danilo63
    Danilo63 14/12/2011 a 19:44 #

    Worse Than Detroit…

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  2. Avatar di Sara Crewe
    Sara Crewe 14/12/2011 a 21:42 #

    Bellissimo, Paolo, grazie! :-)

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  3. Avatar di francesco prete
    francesco prete 15/12/2011 a 10:41 #

    “… dove il capitalismo non è arrivato ancora a questo livello di barbarie sociale”. Già, “ancora”. Sappiamo bene che le cose peggiori dell’America noi siamo capacissimi di importarle, è solo questione di tempo? Sarà che stamattina prevale il pessimismo della ragione. Anche se dall’America poi siamo stati capaci di portare a casa molte cose belle e positive, a cominciare dalla musica. Ca**o Pà, è una descrizione bellissima, mi ha ributtato dritto dritto dentro “Gran Torino”. Non vedo l’ora di potervi venire a trovare!

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  4. Avatar di francesco prete
    francesco prete 15/12/2011 a 10:54 #

    E complimenti a Tim per la sinergia delle immagini!

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  5. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 15/12/2011 a 16:09 #

    Detroit come MC5 dira’ qualcuno, ma io dico Detroit come
    GRAND FUNK RAILROAD!!!!!!!!!
    Mark, Don & Mel, tre strumentisti grezzi ma efficaci nei primi album
    compreso il doppio live dove il loro pesante rock viene tirato per i capelli
    forse troppo, dira’ qualcuno……….

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  6. Avatar di Beppe R
    Beppe R 15/12/2011 a 19:24 #

    Innanzitutto bisogna riconoscere che questo Mr. Polbi è veramente ispirato nei suoi reportage d’Oltreoceano. Poi mi piace ricordare come ero infatuato dal duro rock’n’roll “urbano” di Detroit fin da ragazzino, cito in ordine casuale: MC 5, Stooges, Third Power, Up, Ted Nugent & Amboy Dukes, Frost, Mitch Ryder & Detroit, Ursa Mayor…E naturalmente Grand Funk Railroad. Sono d’accordo con Mauro (e con Classic Rock ora in edicola), lo scrissi ai tempi del primo speciale Hard’n’Heavy di Rockerilla (se ben ricordo…). Live Album dei Grand Funk è uno dei fondamentali documenti dal vivo del rock. Non mi dilungo, ma non era solo musica pesante e grezza. La voce di Mark Farner, impregnata di soul e blues, era ricca di feeling. I brani classici dei Grand Funk, da Footstompin’ Music a We’re An American Band, per me erano irresistibili. Furono prodotti pure da Frank Zappa (vero Giancarlo?) e Todd Rundgren, mica bambocci qualsiasi. Vedo poi la foto della leggendaria Cobo Hall, lì i Kiss hanno registrato Alive, il doppio che li ha fatti esplodere in America. E si tratta di un altro formidabile disco dal vivo, che carica…

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  7. Avatar di saurafumi
    saurafumi 15/12/2011 a 19:55 #

    Leggerti è sempre un immenso piacere…
    Grazie Polbi. :-)

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  8. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 15/12/2011 a 21:13 #

    Grazie, dico sul serio, grazie per questi commenti.

    La quantita’ di musica uscita dalla Motorcity e’ veramente impressionante, nella seconda parte del mio resoconto tento di farne un piccolo parziale resoconto.
    La Cobo Hall e’ in procinto di essere demolita, se non lo e’ gia mentre scrivo. I Kiss, che hanno un legame speciale con Detroit, tanto da scrivere Detroit Rock City, appresa la notizia dell’imminente abbattimento hanno suonato alla C. Hall di recente. Questa e’ stata la prima citta’ ad amarli veramente, tipico dello spirito estremo di Detroit. La prima volta credo, ma non ne sono sicuro, che siano venuti qui in tour da supporto dei New York Dolls. Effettivamente i Kiss, negli anni 70 erano una cosa alquanto estrema…Ma queste cose le sapete meglio di me!

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  9. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 16/12/2011 a 08:10 #

    Beppe Riva ha citato uno dei produttori dei G F R, Todd Rundgren.
    Bene, chi era a Modena ad un festival dell’unita’ ai primi degli anni novanta ( settembre )
    avra’ assistito ad un suo strano concerto happening.
    Palco a forma di giostra od astronave ruotante, Todd che suona la chitarra
    su basi preregistrate ed invita chiunque sul palco, gli appende la chitarra al collo
    e gli fa prendere un assolo.
    Anch’io mi sono cimentato e Todd alla fine mi ha regalato un preservativo.
    Qualcuno di voi ci sara’ stato, era Modena……..

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  10. Avatar di Miss Jeff
    Miss Jeff 16/12/2011 a 15:45 #

    Ciao Paolo,
    il tuo reportage è bellissimo.
    Continua a mandarci notizie!

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