DETROIT ROCK CITY (parte 2) di Polbi

16 Dic

Seconda parte del reportage di Polbi.

Complice anche il bassissimo costo delle case, del tipo che una super casa a tre piani con giardino te la compri a cifre comprese fra i cinquemila (!) e i massimo cinquantamila dollari, a seconda del livello di pericolosita’ sociale dell’area in cui si trova. E spazi, spazi disponibili quanti ne vuoi a prezzi irrisori. C’e’ un intera area ex industriale, si chiama Russel Center, che e’ stata adibita a laboratori artistici. Chi vuole affitta il suo studio, che puo’ essere anche grande, grandissimo, e paga pochi dollari.

(Russel industrial center)

(Russel industrial center)

Un mio amico alle volte mi guida in questa grande babele artistica. Lui nella vita si occupa di pittura e grafica, con particolare riferimento al mondo rock. Ha fatto poster, copertine ed illustrazioni per migliaia di club, artisti, etichette e quant’altro. Mite e dolcissimo, ti racconta di quando Patti Smith lo aveva invitato a New York per la presentazione del nuovo album, e lui era finito a parlare e bere per ore con Keith Richards. Oppure di quella volta che in acido credeva di essere diventato un pavone con le piume di vetro, e se ne andava in giro per la citta’ innevata. il suo laboratorio e’ immenso, e in qualsiasi altra città gli costerebbe una fortuna, non potrebbe permetterselo. Ma qui a Detroit, in questa città strana, si può fare. Ecco, forse e’ questa l’altra faccia della medaglia che rende la Motorcity cosi’ affascinante. Il fatto che qui essendosi quasi dissolta ogni forma di autorità e stato, si può fare quasi tutto. A differenza del resto degli States, bigotti e rigidi, qui, ma un po’ in tutto il Michigan, si respira un aria libertaria, tollerante. Non quella un pò falsa e turistica che associamo alla California, dove forse ancora qualcosa resiste a San Francisco ma non più di tanto, e se hai i soldi per poterci abitare. No, qui la tolleranza viene dalle persone, dal basso, dalle difficoltà. Da quella saggezza che ha chi ne ha viste tante, troppe per pensare che ci sia solo un torto e una ragione. Sarà che ho la testa piena di De Andre’ e Pasolini, sarà che come dici tu Tim, siamo uomini di blues, ma a me la dignità di questa città sconfitta, di questa gente, di queste vite ai margini e strampalate, tocca il cuore.

Oltre che per la gloria automobilistica, la Motorcity e’ famosa per un altro motivo: La Musica. Parliamo di una tradizione musicale ricchissima che credo non abbia eguali al mondo per varieta’ e qualita’. Proviamo a dargli un occhiata un pò più da vicino, partiamo dall’inizio, il blues. Credo sia per tutti facile pensare a cosa suonasse questa massa proletaria afroamericana in fuga dal sud e dalla miseria. Tantissimi artisti crearono qui e a Chicago quel blues elettrico che abbiamo sentito così vicino alle nostre anime tormentate in Europa. Certo, Chicago ebbe più esposizione mediatica, più etichette, Chess Records su tutte. Ma Detroit non era da meno, basti pensare al grande John Lee Hooker. Etichetta principe del blues urbano di Detroit era la Fortune Records.

Una piccola impresa familiare dove gli spiriti inquieti del blues trovarono una casa accogliente. Molti artisti, di grande spessore ma non famosi al grande pubblico, crearono un patrimonio di blues elettrico e acustico che rischia di essere perso e dimenticato. La Fortune non esiste piu’ e il materiale originale non e’ piu’ disponibile. Meno male che gli appassionati sono riusciti a salvare parte di questo grande archivio sonoro e traghettarlo fino ai giorni nostri. Se avete voglia di farvi un idea su chi fossero i tipi che incidevano per la Fortune, date un occhiata alla biografia di Eddie Kirkland, oggi facilmente reperibile in rete, e capirete di che pasta erano fatti questi uomini blues di Detroit. Sempre in ambito di musica nera, se parliamo della motorcity, motor town, stiamo parlando della Motown Records. Gli studi di questa gloriosa label sono a un quarto d’ora da casa mia, ancora visitabili.

(l’edificio della Motown)

(Motown Museum, un tempo la prima sede della prestigiosa etichetta soul)

E’ qui che giganti del Soul e del r’n’b’ iniziarono e fecero le loro cose migliori. L’elenco sarebbe infinito, tanto per fare qualche nome, Aretha Franklin, Steve Wonder, Marvin Gaye, Supremes, Jackson Five…loro e altri , sotto la regia di Barry Gordy, patrono della Motown, cambiarono il corso della musica pop in maniera profonda, radicale. Un cambiamento musicale ma anche e soprattutto sociale. Era un etichetta che produceva una musica nera e suonata da neri, ma per essere ascoltata da tutti, senza barriere, ovunque in qualsiasi parte del mondo. Sotto auspici molto meno gioiosi nascevano in città Stooges e MC5, i più famosi esponenti di quell’ Hard Detroitiano, portatore di una rivoluzione sonica che vedrà nel punk i suoi frutti. Sul versante garage Rationals e gli Amboy Dukes di Ted Nugent. Sempre da Detroit, Sun Ra partiva per portare il Jazz in giro nelle galassie, mentre qualche strada più in là George Clinton accendeva i motori funk dell’ astronave sexy Funkadelick, per non spegnerli più fino ad oggi. Mitch Ryder, Suzi Quatro e Bob Seger seguirono la vocazione piu’ classicamente r’n’r’, mentre Alice Cooper iniziava, incompreso, un percorso differente, per ritornare alla nativa Detroit da eroe poprock qualche anno dopo.

(Bob Seger)

(Alice Cooper)

A fine anni settanta in questa città  nasceva e moriva senza avere alcun riconoscimento all’epoca, una delle band, a mio personale parere, piu’ straordinarie di sempre: Sonic Rendezvous Band. Riscoperta di recente in tutto il mondo dagli appassionati di hard r’n’r’, grazie a una serie di ottimi bootlegs.

(Sonic Rendevous band)

I tristi anni ’80 vedranno Madonna Ciccone, ragazza locale, portare la sua dance music in giro per il mondo via MTV. E proprio sul finire degli anni ottanta dai garage e dai club underground di Detroit partiva la pulsazione Techno. A meta’ anni novanta poi, finita la scintilla grunge di Seattle, di nuovo dalla motorcity si riaccendevano gli amplificatori blues punk di bands come Demolition Doll Rods, Dirtbombs e Detroit Cobras, dando vita ad una nuova ennesima stagione di grande r’n’r’, che avrebbe portato a sorpresa una delle tante band locali, tali White Stripes, addirittura nelle curve degli stadi Italiani. Mentre in ambito rap esplodeva il fenomeno detroitiano al cento per cento Eminem, e nel mondo del pop Kid Rock.

(Demolition Doll Rods)

(Margaret dei Demolition Doll Rods)

E si potrebbe andare avanti ancora per molto ad elencare artisti e band locali, anzi, sono sicuro che qualcuno potrebbe notare qualche mia grossolana dimenticanza, tanto ricco e vario è il patrimonio musicale di questa strana città. Così disperata, triste e vitale al tempo stesso, che nel cercare una via d’uscita, nell’esprimere se stessa, ha dato e continua a dare un grosso contributo alla colonna sonora del pianeta.

Paolo Barone (dicembre 2011) (C) – (Ricerca fotografica di TT)

4 Risposte to “DETROIT ROCK CITY (parte 2) di Polbi”

  1. Avatar di Massimiliano
    Massimiliano 16/12/2011 a 18:09 #

    Mi vien voglia di passare a trovarvi …….

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  2. Avatar di Miss Jeff
    Miss Jeff 16/12/2011 a 20:00 #

    I reportage di Polbi fanno uno strano effetto…è tutt’oggi che canticchio “Spaghetti a Detroit” di F. Bongusto….. Timo, organizza un viaggio a Detroit per i frequentatori del tuo blog…

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  3. Avatar di Beppe R
    Beppe R 17/12/2011 a 17:07 #

    Nei numerosi commenti al pezzo di Tim sul numero di Classix dedicato a Page, sono emerse molte critiche verso la stampa musicale italiana. L’amico GC Trombetti mi ha dato del “diplomatico” per essermi un pò astenuto a riguardo. In realtà, non voglio prendere posizione perchè nessuno pensi che sputi sentenze perchè ormai lontano da quel mondo. Nel privato, e GC lo sa bene, non sono affatto diplomatico…Però posso dire senza timore di smentita che un pezzo come questo su Detroit di Polbi starebbe non bene ma benissimo su qualsiasi rivista rock, con l’efficace contorno della documentazione fotografica, immagino opera di Tim. Il reportage instaura un riuscitissimo rapporto fra ambientazione e musica. Aggiungo che nei miei anni di formazione (i 70) leggevo l’autorevole mensile francese Rock & Folk, e vi scriveva un certo Philippe Garnier, che mi colpiva moltissimo per come riusciva a mettere in relazione le città americane in cui soggiornava, e la scena underground rock delle medesime. Era un vero giornalista, completo, capace di intrigare con le sue dissertazioni su paesaggio, realtà urbana-sociale e musica. Anche per questo sostengo che l’articolo di Polbi é molto più interessante di rimasticature più o meno di convenienza dell’artista famoso di turno, o di recensioni senza personalità. Quando poi questo signor Paolo mi puntualizza (in altra sede, sempre sul Blog) che fra le ristampe Rise Above c’é anche Steel Mill, che mi sono dimenticato di citare, mi è ancor più simpatico. Perchè significa che non gli sfugge molto… (Paolo, comunque ho l’originale in edizione tedesca – meno pregiata, è ovvio – e la ristampa “die hard” con inclusi gli acetati dei singoli, insomma sono con te…).

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  4. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 17/12/2011 a 18:13 #

    Mi gira la testa…grazie tantissimo!

    Steel Mill li ho conosciuti solo ora grazie a Rise Above, a sua volta scoperta tramite articoli su Rumore. Io ho appena comprato la ristampa in vinile doppio. Tu hai da tempo l’originale e gli acetati. La differenza fra un Giornalista Musicale con le maiuscole e un subacqueo appassionato di musica, momentaneamente dislocato a Detroit.

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