SCRIVERE DI MUSICA di Giancarlo Trombetti

24 Gen

Considerazioni piuttosto forti queste di Giancarlo Trombetti. Noi del blog siamo molto più teneri con Ciao 2001 ad esempio, e non sposiamo la famosa tesi di Frank Zappa ““il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere”…mai stati d’accordo, ma  l’analisi viscerale di Trombetti vale la pena di essere letta. Eccola qui.

Ricordo perfettamente: sin da piccolo mi piaceva da pazzi leggere. La colpa è da attribuirsi sicuramente ai miei due genitori, entrambi profondamente legati alla scrittura e alla lettura per necessità di lavoro. Ricordo anche che a scuola – un oggetto che non ho mai imparato a stimare e di cui compresi il corretto approccio quando oramai ne ero fuori almeno da una ventina d’anni – ero un arrampicatore sugli specchi un po’ in tutte le materie tranne che in italiano. “Il ragazzo non si impegna, potrebbe fare di più – era la spiegazione standard che i miei ricevevano dai miei insegnanti – però in italiano va bene!”. La realtà è che i miei non ci cascavano mai e davano come giustificazione a quell’unico buon voto al fatto che per scrivere puttanate nei compiti in classe non c’era da sforzarsi a studiare: bastava la fantasia. E quella pareva non mancare. La verità è che loro mi avevano consapevolmente spinto a leggere tante di quelle cose che scrivere mi pareva il modo più logico per dimostrare di aver apprezzato almeno quello sforzo. Poi, ma è storia che mi sembra di aver già accennato, le mie estati insieme a due ragazzine mutarono il corso della mia vita cultural-musicale. Erano Anna, un’amica che ogni anno arrivava da Milano e che, nei suoi quattordici anni era una amante sfegatata dei primi Rolling Stones, e Barbara, mia cugina che, proveniente da Roma, nei suoi quattordici anni adorava i Beatles.

Le due erano inseparabili. Io, che da provincialotto attendevo il loro arrivo esattamente come spiegava un libro di Rolando Viani “A Viareggio aspettiamo l’estate”, vedevo in quegli arrivi estivi che a quei tempi duravano da giugno a settembre, l’occasione per….espandere la mia conoscenza. No, ero più giovane di entrambe e non c’era alcun genere di coinvolgimento sessuale; è solo che sentivo in quei due accenti del tutto diversi una ventata di freschezza, di comunicazione alternativa. A undici anni venivo strappato dal mio “Sono bugiarda” della Caselli – che per me ne era l’autrice originale, sapevo un pippa io dei Monkees e Neil Diamond! – e andavo a cadere su “Paint it Black” da una parte e “Eleanor Rigby” dall’altra. Loro ingaggiavano le loro lotte sulla prevalenza dei Beatles sugli Stones e viceversa ed io, bontà divina, mutavo i miei gusti in meglio. Se ci non ci fossero state quei lunghi pomeriggi di 45 giri infilati a ripetizione in un mangiadischi di bachelite rosa e tirati fuori da un improbabile contenitore psichedelico in bianco-nero io, probabilmente, adesso avrei l’intera collezione di album di Morandi e tutti i bootlegs dell’Equipe 84. Fu anche in quegli anni, estremamente formativi per il Giovane Trumpets, che imparai a conoscere l’esistenza di una stampa specializzata inglese che trattava esclusivamente di musica. Sempre loro tramite. Sfogliavo all’inizio quelle pagine provenienti dalle Grandi Città guardandone solo le figure e non afferrando una mazza, ma ricordo che ne rimanevo affascinato. Qualcuno scriveva di musica, di quella musica che mi piaceva tanto, dunque.

Così, con un piccolo balzo temporale in avanti, quando la musica divenne una mia fissazione, più che una passione, e mi resi conto che nei miei anni di teen ager c’era spazio solo per lo sport, i motorini, la pesca, la caccia e poco altro, decisi inconsapevolmente che se mai me ne fosse stata data l’opportunità avrei provato pure io a scarabocchiare qualcosa imbrattando un incolpevole foglio bianco. E questo accadde. Accadde dopo l’ubriacatura per le radio, nella seconda metà dei settanta, e dopo qualche timido tentativo su minuscole fanzine artigianali. La voglia irrefrenabile di scrivere, di riportare su un giornale la mia opinione su qualcosa che credevo di conoscere profondamente, prese forma verso la fine di quegli anni settanta; nel corso di tutti gli anni precedenti avevo organizzato una trama di conoscenze e amicizie che mi recuperavano decine di giornali e libri anglosassoni – nuovi, vecchi, trovati nei mercatini, comprati con gran sforzo nelle librerie o a due soldi su di una bancarella – che rappresentarono la mia fonte primaria di informazioni.

Perché anche se oggi è impossibile rendersene conto per un ragazzino, sono esistiti tempi in cui l’informazione o te la andavi a cercare tra mille difficoltà o semplicemente ne facevi a meno. Niente facilità di accesso alla stampa, niente internet, niente di niente. E comunque, nei periodi di magra, non potevi fare a meno di andarti a leggere anche quello che veniva scritto in Italia e qua da noi la stampa era sostanzialmente composta da “Ciao Amici”, “Giovani” e “Big”…poi “Ciao 2001” e “Qui giovani”, poi solo “Ciao 2001”.

Potremmo quindi dire che il capostipite dei settimanali musicali italiani, quello che ha attraversato gli anni sessanta, fino alla metà dei novanta e che dunque ha avuto la possibilità di influenzare i gusti e orientare le scelte musicali di un paio di generazioni sia stato proprio quest’ultimo. “Ciao 2001” andò in crisi quando il boom dell’editoria degli anni ottanta portò alla moltiplicazione dei prodotti in offerta, non seppe rinnovarsi e stare al passo con i tempi e quando l’editore scelse anch’esso di pubblicarne una quantità tale da sconcertare il potenziale acquirente. Ma bisogna essere onesti : la qualità media delle pubblicazioni italiane è sempre stata non solo scadente, ma troppo spesso proprio ai confini della realtà. In senso negativo. Si, ci sono state delle brillanti eccezioni di nicchia che non avrebbero mai potuto risollevare le sorti di un prodotto medio dai contenuti vergognosi. “Ciao 2001”, a dispetto della sua fan page su Facebook, a mio parere è stato un abominio di pareri sparati nel nulla da personaggi che, solo perché vedevano la propria firma in calce a un pezzo credevano di potersi permettere giudizi criminali. E se ricordo con affezione una risicata manciatina di brave persone passate di lì per poco e per caso, il resto era pura feccia. No, non sto parlando da fan incazzato, ma da crudo materialista dialettico.

Da lettore, al tempo, mi rendevo conto di qualcosa che non mi piaceva ma non ne comprendevo a fondo le ragioni; da praticante del settore poi finii con l’approfondirne le motivazioni, inorridendo. Premetto : io sono di profonda scuola Zappiana. Non solo nel senso del prodotto artistico, ma di linea di pensiero. Per me il testo di “Packard Goose” o la famosa affermazione per cui “il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere” non è solo un acuto aforisma ma un dogma. Niente di più giusto, in assoluto. No, non sto sputando nel piatto dove ho mangiato e dove desidererei continuare a farlo, ma semplicemente ammettere la realtà: per decenni gli scribacchini italiani hanno peccato di presunzione e rubato a mani basse. Rubato perché con una diffusione scarsissima e concentrata solo in determinate zone del prodotto cartaceo originale inglese mettersi a copiare e inventarsi un’intervista, una frase, un concetto, un giudizio o adattarlo al proprio, era cosa di un attimo, come rubare le caramelle a un ragazzino. Presunzione perché si è guardato a fenomeni ignoti, da lontano, come se appartenessero a un’altra galassia sconosciuta e mai frequentata ma pronti a vomitarci sopra critiche e giudizi non tanto immeritati quanto del-tutto-privi-di-fondamento se solo non se ne accettavano i contenuti nel corso della propria, personalissima, interpretazione. L’America era un altro pianeta per noi italiani ma si esprimevano giudizi su ogni nota, su ogni brano, su ogni scampolo di cultura, su ogni pezzo di storia, assegnando loro un valore, un’essenza, un significato che l’autore medesimo non avrebbe mai pensato di attribuirgli. Così si appioppavano etichette politiche mai sognate, si assoldavano ai propri scopi determinati soggetti mentre se ne confinavano altri marchiandoli con simboli del tutto gratuiti, inventati, inesistenti. Critici da casa in pantofole, calciatori in poltrona, lavoratori a letto. E si trattava di uno spacco netto, di un “o di qua o di là” che non ammetteva repliche. E tu, a casa tua, pagavi per farti raccontare che “tutto il rock era reazionario e fascista”, mentre la psichedelia, la west coast, il jazz, certa scuola di Canterbury erano progressivi e di sinistra. E rimanevi sconcertato nella tua sete di notizie, e non capivi come fosse possibile non ritrovare – quando riuscivi a confrontare – tutte quelle opinioni con la realtà delle cose. Quindi continuavi a leggere, per approfondire, e finivi con confonderti le idee. Mi ricordo di quando entrai una delle prime volte in una redazione di un giornale per cui collaborai, credo fosse il 1979 o giù di lì. Un redattore, uno che poi divenne un caro amico, mi spiegava “il decalogo del perfetto collaboratore”, roba di altri tempi, quando a un collaboratore a casa si richiedevano una serie di contributi e artifici nel mettere insieme il giornale che oggi non esistono più. E fu durante una di queste lunghe spiegazioni, che il tipo mi disse : “Quando non ce la fai a passarmi del materiale originale ti do io qualcosa e tu mi fai un trapezio”. Non volevo fare la figura del coglione, ogni redazione ha il suo gergo, il suo slang, ma “trapezio” proprio non mi diceva niente. Così chiesi. “Il trapezio – mi fu detto – è la traduzione di un pezzo, ma riadattato per farlo diventare tuo”. Un furto, dissi ! No, uno stimolo, un aiuto quando manca materiale, mi venne risposto. E così facevano tutti: nelle redazioni giravano tonnellate di giornali inglese, americani, francesi persino!, e non solo di settore…c’erano anche quotidiani inglesi come The Sun, il Mirror…da lì venivano notizie, curiosità, pettegolezzi. Ricordo che tanti anni fa, proprio Max Stefani, nel celebrare un numero tondo raggiunto dal suo Mucchio Selvaggio, sparò a zero sull’editoria musicale italiana, sui metodi e sulle guerre tra poveri ingaggiate tra gruppi editoriali. Fu lì che rividi di molto ed in positivo il mio giudizio: l’uomo era consapevole e schietto. Tanto di cappello. Altri avevano sempre glissato.

E poi una cosa su tutto mi impressionava: leggendo i giornali originali (come continuo a chiamarli io) il pezzo forte era quello in cui l’articolista parlava descriveva, raccontava, rendeva partecipe. Scriveva, in sostanza, senza per forza di cose sparare giudizi. Ti portava per mano dietro a una situazione, a un disco o a un tour, desiderando sopra ogni cosa, fartene far parte, come se anche tu avessi dovuto per forza essere lì per andare a giudicare. Certo, poi, spesso, arrivava anche il giudizio, ma in fondo, a ragion veduta, dopo aver approfondito. Toccato con mano, vissuto in prima persona, testimoniao. Qua, da noi, accadeva esattamente il contrario.

Il “giornalista musicale” concentrava tutte le sue forze quasi esclusivamente sul giudizio critico, sulla recensione, che diventava il focus principale di tutto il suo lavoro. Per decenni, sui giornali italiani, le recensioni sono state the crux of the bisquit , il nocciolo della questione…per dirla alla Zappa. Pappardelle sbrodolate piene di parole incomprensibili, buttate giù con acrimonia o con eccessiva disponibilità, che tagliavano e cucivano cappottini su note e testi e situazioni di cui poco o nulla si sapeva e che invece venivano descritti come se ci si fosse appena alzati da tavola dopo aver cenato con l’artista. Ridicolo. Recensori autoproclamatisi Imperatori che condizionavano sull’onda dell’opinione personale, opinione fondata sulla presunta conoscenza di un oggetto tanto lontano quanto fin troppo spesso ignoto. Si descrivevano viaggi sulla Route 66 senza aver mai lasciato Prato o Modena e si spiegava per filo e per segno la sequenza compositiva di un lavoro senza esser mai essere stati in grado di leggere un pentagramma o essere entrati in uno studio di registrazione. Italia popolo di recensori. Privi di fantasia nello scrivere e di affinità con la consecutio, gente che per indovinare un congiuntivo avrebbe dovuto fare una mezza dozzina di telefonate e che per parlare con uno solo dei tanti ipotetici intervistati avrebbe dovuto portarsi dietro un paio di traduttori madrelingua. Re Censori che, come ebbi a scoprire quando i giornali iniziai a vederli dall’interno, non erano in grado o semplicemente non volevano fare altro che scrivere recensioni. Con la firma in calce. In bella evidenza.

Ognuno avrebbe dovuto leggersi e rileggersi, confrontarsi, mettersi in gioco invece di guardare solo al nome e cognome ed esser pronto a saltare al telefono quando il grafico, inavvertitamente e senza malizia, “tagliava via” quella riga di troppo che era proprio la firma; ognuno avrebbe dovuto, data l’opportunità, sviluppare uno stile proprio, un taglio originale, una forma creativa, quanto più possibile unica. Esattamente come i Signori Grandi Firme estere. Ed invece no. Così presunzione e furto hanno ucciso nella culla – oddio, una culla durata un ventennio abbondante – la stampa specializzata. Donando agli scribacchini dei quotidiani il testimone e la possibilità di fregiarsi del titolo di giornalisti, quelli veri. Identici in tutto e per tutto agli altri, ma urlanti da un pulpito molto più alto. Presuntosi e gelosi, infine, dell’orticello mal coltivato, del giornale che ognuno di costoro vedeva e vede tutt’ora come il podio per le proprie esibizioni. Esattamente come se fosse utile ed intelligente essere un eccellente giocatore, l’unico, di una squadra di calcio. Quando tutti sanno che una grande squadra è composta da tanti grandi giocatori e che l’imparare ad equilibrare le proprie forze su quelle del tuo compagno significa crescita, evoluzione. Non limitazione del proprio ego. Ma da queste parti si preferisce essere il miglior giocatore del Pizzighettone, piuttosto che uno dei dieci, quindici di una grande squadra.

Ed oggi, che con il web ed una connessione, con un click si ottengono più risultati che alla Biblioteca Nazionale di Londra, sopravvivono ancora mestieranti convinti che dare tonnellate di notizie biografiche serva a qualcosa, che sparare il proprio giudizio sia ancora utile.

Nessuno che si domandi se scrivere così abbia ancora un senso e se mai si sia riusciti a farlo in assoluto. No, non chiediamoci più perché non si vendano più giornali. Perché scrivere di musica sarà anche…dancing about architecture…come diceva lo Zappa. Ed io aggiungerei : per lo meno in questo modo. Che peccato.

Giancarlo Trombetti

28 Risposte to “SCRIVERE DI MUSICA di Giancarlo Trombetti”

  1. Avatar di picca
    picca 24/01/2012 a 18:02 #

    Non una risposta al buon Giancarlo (da queste parti già ribattezzato Trombetti & The Heartbreakers…senza offesa…) ma giusto la voglia di una sclerata. Mi pare che il giornalismo musicale italiano abbia fatto più o meno ciò che poteva, soprattutto in anni pre-web in cui gli epigoni anglosassoni erano lontanissimi ed era difficile sviluppare una gnosi rocchettara. Del resto anche in USA o Inghilterra non direi che fino a una, diciamo, quindicina di anni fa se la passassero troppo bene. Rolling Stone era una rivista di ‘critica’ rock piuttosto radical chic caratterizzata da articoli lunghissimi e tediosissimi, difficili da tradurre e, pensiero del tutto personale, poco interessanti. Musician puntava sulle interviste, sempre un po’ freddine, Creem non l’aggio visto mai, Trouser’s Press idem. Melody Maker, Sounds e NME, secondo il mio imberbe giudizio da sbarbo affamato, sembravano giornali di annunci mentre molta gente tesseva le lodi di Les Inrockuptibles, ma io non mastico il francese. L’italietta rispose con Ciao 2001 (vabbè c’erano Suono e Stereoplay con le recensioni, ma pareva di leggere Scientific American a noi 15enni), che già dal nome da autoscontro da luna park dichiarava la sua voglia di leggerezza. Era un giornale per ragazzini, ma il rock all’inizio dei ’70 (almeno in Italia) era ancora una roba ragazzina. Oggi provo una nostalgica simpatia per quel giornaletto, dopo aver versato fiele per anni raggiunta una maggiore ‘maturità’ da lettore, ma per introdursi nel vasto e paludoso mondo rock d’allora forse un bignamino era quello che serviva, e Ciao 2001 era bignamino assai. La linea editoriale di Ciao era abbastanza peculiare, e non ho mai capito fino a che punto influenzasse le scelte del pubblico o le seguisse. Fatto sta che a leggere 2001 pareva esistessero solo EL&P, Genesis, Yes, King Crimson e qualche cantautore tricolore, con misteriose ossessioni per solisti minori, probabilmente amici di redattori o uscieri, gente tipo Loy & Altomare o Donatella Bardi. Dopo, per reazione a 2001 e perchè le major incassavano bene e la raccolta pubblicitaria prosperava, sono arrivati periodici più ‘specializzati’ (mentre tutt’attorno si ampliavano le chances di piluccare informazioni), mensili più corposi che millantavano (ma era vero?) addirittura redazioni in America. Popster, che poi divenne Rockstar, fu un bel salto, perlomeno da un punto di vista grafico, e allargò gli orizzonti dell’affamato rock fan che scoprì che in USA c’erano anche altri musicisti oltre a Santana e Dylan (gli unici che filtravano le maglie prog e censorie di Peppe Caporale e MLGGiulietti) con la conseguenza che l’idolatria di Wakeman e Palmer venne sostituita da quella per, ad esempio, gli Steely Dan, con Enrico Sisti che inzaccherava di liquido seminale ogni sua recensione anche di ‘affini’ all’affettato sound di Becker e Fagen, gente come Bill LaBounty o Ned Doheny, e imperscrutabili culti per tale Mama Bea Tekielski. Contemporaneamente a ciò ci fu l’esperimento di Gong (dopo Muzak e Freak) che aveva tra i congiurati il noto Bertoncelli, nel bene o nel male il primo a scrivere di musica pop in Italia con un piglio personale che coinvolgeva (pur rasentando la fiction). Il problema di Gong era che se non ti piacevano Zappa, Beefheart o Robert Wyatt eri fregato. Poi un bel giorno arriva il Mucchio Selvaggio e le carte in tavola si scombinano. Il Mucchio è, almeno nella prima incarnazione con il gruppo ‘Carù’ a tirare la carretta, un giornale di nostalgici, legati a un genere di musica probabilmente esaurito ma ancora vivo nella foga propositiva dei vari Pedron e Raffaele Galli, i quali non sanno scrivere ma convincono per la passione messa in campo a sostegno di country rockers, californiani psichedelici bolliti, bluesmen d’accatto e folkers angloscotoirlandesi. Insomma: nel momento in cui esplode il punk, in Italia esce il numero uno di un giornale rock che in copertina mette David Bromberg. La cosa fa impressione a pensarci adesso. Il Mucchio è probabilmente il bollettino delle novità import di Carù Dischi, ma fa lo stesso. Il MS è il primo giornale italiano di rock postmoderno, il primo giornale in qualche modo storiografico, che utilizza pagine e pagine per narrare vita morte e miracoli di misteriosi UFO musicali come gli Ozark Mountain Daredevils o Jim Kweskin e la sua Jug Band. Del resto nessuno o quasi gli concede interviste (se non Cipollina o il mitico Bromberg), la pubblicità latita e mi sa che la redazione non riesce nemmeno ad avere backstage passes ai concerti, e allora Stefani & co riescono a imporsi (un po’ stile Gruppo TNT) guardando costantemente al passato (almeno finché non scoppia Springsteen che diventa il loro vero Direttore Editoriale). In questo senso il Mucchio anticipa Mojo (e un po’ anche Uncut e Classic Rock) di 25 anni. A questo punto si apre la voragine New Wave e l’impostazione classic sia del Mucchio che di Rockstar non permettono virate improvvise. Quindi ecco a voi Rockerilla, che non ho mai letto perchè agli Angelic Upstarts ho sempre preferito David Bromberg (ariecchilo…). Ciao 2001 crepa lentamente, anche perché del pubblico simple-minded comincia ad occuparsi (in tutti i sensi) Berlusconi con Tutto, e le edicole si ritrovano una quanttà impressionante di scribacchineria rock in vendita: Mucchio, Rockstar, Buscadero (la gang di Carù), Velvet (un altro spin-off del Mucchio) Rockerilla, poi Rumore, Chitarre e tutta la stampa Metallurgica della quale non so un cappero. Ecco: ok per le cialtronerie redazionali, ok per l’approssimazione critica e storiografica, e ok per la vendita del sedere con i discografici e i distributori/importatori. Però quante cazzo di riviste rock per uno Stivale solo!

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    • Avatar di MobRules
      MobRules 24/01/2012 a 18:50 #

      Scusate l’intromissione nella discussione di alto profilo, ma cosa ne pensate di Jam? Per me non è male, magari è una scopiazzatura o una traduzione di riviste straniere, ma – senza saperne niente di preciso – negli ultimi tempi sta diventando un appuntamento mensile simpatico per il sottoscritto. Ciao!

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  2. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 24/01/2012 a 19:30 #

    Non sono in grado di aggiungere altro all’analisi di Picca che
    . condivido al cento per cento.
    Picca é bravissimo a centrare il bersaglio.
    Di mio posso solo dire che oggi divoro i libri di rock.
    Ad esempio nel 2010 durante l’estate sono partito da una biografia
    sui Doors di Stephen Davis
    Poi ho letto NESSUNO USCIRA’ VIVO DI QUI ed altri 4 libri su
    JIM MORRISON.
    Risultato, per tutta l’estate mi sono sparato i DOORS che prima
    non amavo e che ora adoro!!!!!!!
    JIM MORRISON é stato un grande cantante e Robert Plant, che
    l’ha visto dal vivo ad un festival in una serata non felice per Jim,
    credo che sia un suo fan, anzi ne sono certo..

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  3. Avatar di picca
    picca 24/01/2012 a 21:38 #

    Personalmente, senza dare giudizi, amo le riviste UK come Mojo e Uncut per il loro lavoro retroattivo, le foto e gli approfondimenti (ricordo alcuni articoli meravigliosi come la storia di Louie Louie e di Tutti Frutti – a proposito: mi sono scordato di Tutti Frutti di Massimo Bassoli, una rivista che mi faceva orrore solo tenerla in mano, come certi porno tedeschi). Poi mi piacciono le riviste che mi fanno, involontariamente, ridere (Buscadero su tutti). Jam è decorosa, carina, un po’ insipida. Poi Guaitamacchi mi sta antipatico. Quindi non la leggo. Personal opinion, of course.

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  4. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 24/01/2012 a 22:13 #

    La faccenda , secondo me, e’ un po’ complicata…
    E’ vero, tutto quello che dite e’ vero. Forse anche risaputo. Ma…
    Si, io preferisco chi il rock me lo racconta piuttosto che chi vuole spiegarmelo, recensirlo giudicarlo. Ovviamente stando in Usa o Inghilterra il lavoro e’, a dir poco, semplificato. Le riviste di questi paesi sono sempre state superiori alle nostrane, ma come poteva essere diversamente, parliamo di musica rock al 90% americanainglese….Dai , su, non poteva che essere così! Poi i comportamenti distorsivi e stupidi che avete ben evidenziato ci sono stati eccome. Ecco, quelli magari si potevano evitare, ma e’ andata come e’ andata. Non posso pero’, dopo tanti anni, fare a meno di ricordare con l’affetto della nostalgia Ciao 2001 e Rockerilla. Certo, lo so, avete ragione, le critiche che gli muovete sono tutte fondatissime, ma non si vive di sola ragione, e quando mi capita per le mani un vecchio numero di queste riviste mi fa un certo effetto…Ma questo e’ un ragionamento romantico e un po’ fuori luogo, me lo dico da solo.
    Pero’, pero’, a ben pensarci a me sembra che i gusti musicali delle generazioni italiane, basate e in parte guidate da quelle riviste, non siano poi così male…A parte il rock and roll, che a noi italici non e’ mai veramente piaciuto ( ma forse per mille altre più’ complesse ragioni ) direi che gli allora ragazzi cresciuti con quella stampa musicale avessero e ancora spesso hanno, un apertura culturale niente male.
    Ci devo pensare sopra, ri-posto domani.

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  5. Avatar di picca
    picca 25/01/2012 a 07:33 #

    E’ anche il mio pensiero caro Paolo (pensiero che ho sintetizzato in un miliardo di battute). La stampa estera ‘di qualità’ è roba recente e più che altro si occupa di passato (evidentemente gli acquirenti di stampa rock d’oggi sono anzianotti interessati alla biografia approfondita dei Thunderclap Newman e disposti a sborsare assai per un magazine lussuoso). A casa ho un bellissimo box con tutti i numeri di Rolling Stone USA in pdf. e garantisco che da leggere è di una noia infinita. Inoltre mi dispiaccio di non aver ricordato una rivista molto patinata e per nulla monotematica che rappresenta la vetta più alta mai raggiunta dall’editoria italiana: Oh Jimmy.

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  6. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 25/01/2012 a 10:30 #

    Buongiorno. Mi fa piacere aver alimentato una riflessione, anche se poi, in fondo, ma quello è colpa mia, non è esattamente focalizzata su quello che avrei voluto stimolare. Il veleno è sfuggito a molti, se non a tutti. Ma il fatto è che quando si parla di certi argomenti è necessario rimanere asettici; non è un caso che Tim prenda le distanze a priori. Forse teme ritorsioni, nonostante la firmalo sollevi… :) Temo che Picca stia facendo di tutto per dimostrarci che la stampa inglese e americana lui, in realtà, non l’abbia mai letta. Io non ci credo; penso che si tratti di uno snobismo occasionale, dato che definire Rolling Stone (quello originale) radical chic mi pare proprio fuori luogo. Il RS che io ho letto per decenni – ad occhio direi una quarantina d’anni – è un giornale scritto (scritto) mediamente molto, ma molto bene. Così come i tre quarti dell’editoria di approfondimento inglese. E forse l’unico vero stimolo a comprarsi la finta versione italiana solo sta nella speranza di leggersi qualcosa di bello. Tradotto. Ma facciamo esempi: sul numero 97 del novembre scorso, RS italiano pagina 61, c’è uno splendido articolo a firma Jon Pareless su Dylan. Io una cosa così non l’ho mai letta in Italia ed avrei voluta saperla scrivere io. Ma saltiamo RS. I giornali italiani non sono quei quattro citati; se io dovessi fare una scommessa da Gerry Scotti sul numero dei periodici italiani di musica, direi, ad occhio 150, se non di più. Soffermarsi su quei quattro ricordati mi parrebbe riduttivo….anche perché, magari, io mi stavo riferendo ad altri… ;) . Infine. Ognuno è non solo libero ma giustamente spinto a pensarla come preferisce, ma se solo ci riferissimo al medesimo periodo storico, quello in cui, a mio modesto parere, la cultura musicale italiana si è formata, e direi tra il 1969 ed il 1979, il lavoro svolto da Ciao sì che è stato realmente vergognoso. E se volessimo fare una piccola gara senza fini di lucro a citare vecchi articoli…sono pronto. Quanto al fatto che “siamo italiani e rubare o far riferimento agli altri è giusto”, mah…io direi che con questa logica non dovremmo mai esserci messi a costruire automobili, o a gareggiare in tecnologia con chi l’ha inventata. Direi che un cervello dovrebbe essere libero e lasciato tale, senza leggersi quel che ne pensano altrove per giudicare. E una nuova branca del ragionamento…vogliamo far cenno al prodotto locale? E al come sia stato trattato? E intendo dire nel bene. E nel male. Provate a pensarci, ma senza far riferimento agli “ultimi quindici anni” o ai rami del prodotto che non interessano. Perché se si parla di editoria, lo sguardo ha da esser per forza di cose quanto più ampio possibile. O no?

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  7. Avatar di francesco prete
    francesco prete 25/01/2012 a 11:16 #

    I problemi sono due: la scarsa qualità del giornalismo e un certo provincialismo tipicamente italiano.
    Per scarsa qualità del giornalismo non mi riferisco solo a quello musicale: prendiamo quello sportivo, ad esempio: anni e anni di Maurizi Mosca, Aldi Biscardi, Tosatti e Galeazzi “a sparare cazzate”, e allargando l’orizzonte vedo Bruni Vespa col modellino della Concordia, Giuliani Ferrara a coprire tutto lo schermo, Maurizi Belpietro ed Emili Fede a fare da tappetini. Però. Però anche per me Ciao 2001 è stato l’omogeneizzato in vasetto che mi ha svezzato, e alcune firme come il già ricordato Bertoncelli, Massarini (vabbè, è milanista ma nessuno è perfetto), e poi Castaldo, Cascone – ancora grazie maestro di quella meraviglia che era “Per Voi Giovani” – valgono Lester Bangs, il quale alla fine, per sua stessa ammissione, di musica ne sapeva poi il giusto, però cazzo come scriveva! Che le riviste americane ed inglesi dettassero legge negli anni 70 è assodato, l’ha detto Paolo, si trattava di musica che per il 90% veniva da quei paesi. E’ certo che, ad esempio, se fossi stato appasionato di flamenco avrei dovuto procurarmi riviste spagnole.
    E ha ragione Picca quando dice che spesso anche nella stampa specializzata d’oltremanica e oltreoceano non mancano le cazzate di cui sopra, la scarsa qualità giornalistica è un problema che non conosce frontiere. Il provincialismo invece no, quello è tutto nostro. Ultimamente mi è capitato di seguire qualche puntata del’Ed Sullivan show: di una banalità e una superficialità disarmanti, piuttosto Fabio Fazio tutta la vita! Mi è già capitato di dirlo, forse non su questo blog, gran parte del Progressive italiano dei 70 quello inglese se lo magnava a colazione, eppure oggi tutti si ricordano dei Genesi e degli EL&P, pochi di Area, Osanna e Rovescio della Medaglia. Provincialismo, appunto, per cui la cacchetta che viene, chessò, dall’Australia è la nuova “big thing”, e tutto ciò che si produce da noi fa schifo. Il più brutto concerto della mia vita? Probabilmente quello dei Veils nel 2004 all’Estragon di Bologna, eppure quel gruppo all’epoca veniva incensato (anche dal caro Max Stefani se non ricordo male, che pure io stimo molto). Per farla breve, riviste musicali continuerò a leggerne (sportive no, a meno che non riguardino l’Inter), ma solo per restare informato, sapere, conoscere, e così anche Internet e quant’altro, ma stando attento a non farmi fregare dal primo Luzzatto Fegiz di passaggio. Un abbraccio a tutti!

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  8. Avatar di francesco prete
    francesco prete 25/01/2012 a 11:57 #

    Solo una piccola appendice: caro Trombetti, non credo che per scrivere di musica sia necessario conoscere accordi, partiture e pentagramma, forse sarebbe sufficiente conoscere la… Musica. Musica intesa come forma d’arte, di espressione, comunicazione, intrattenimento anche. Le lunghe interviste che si soffermano sul perchè di un accordo anzichè un altro e sulle ottave io non le reggo. Gianni Brera e Beppe Viola non hanno mai avuto molta dimestichezza col pallone (preferivano entrambi il Barolo), eppure sono stati – loro sì – due grandi giornalisti sportivi. Con stima.

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  9. Avatar di timtirelli
    timtirelli 25/01/2012 a 12:43 #

    Giancarlo, colgo l’accento spiritoso, ma non temo ritorsioni da nessuno…dirigo (?) un blog miserello come sono solito dire, dove si parla spesso di musica e spesso in maniera illuminata, ma le firme che vi scrivono, che commentano, che contribuiscono alla cosa, rendono questo spazio uno posti più fertili oggi in Italia. Barone, Piccagliani, Riva, Tirelli, Trombetti (per citare solo i più attivi)….con una squadra così pensi che mi faccia paura qualcuno? :-) Mi sento come l’Inter di Mourinho nella primavera del 2010 (si, lo so, questo paragone ti fa orrore:-)

    A parte il fatto che forse sarebbe il caso di mettere in piedi un giornale, senza continuare (parlo per me) a nascondersi dietro le mille difficoltà organizzative (ma soprattutto economiche of course) che questo comporterebbe, la mia introduzione era solo per far capire che non la penso esattamente come te circa CIAO 2001 e come Frank Zappa circa il giornalismo musicale (anche se capisco bene cosa intendesse).

    Ho pubblicato volentieri il tuo articolo perché è interessante e guarda un po’ che razza di discussione viva e vitale ha generato.
    Non metto in dubbio che RS fosse scritto bene (sebbene per me non sia automatico capire il valore della prosa in una lingua che non sia la mia) ma mi è sempre stato antipatico; forse perché parlò malissimo dei primi dischi dei LZ,, magari perché era della costa ovest e io ho sempre trovato più a mia misura la east coast, forse perché io stavo dalla parte di CREEM, vallo a capire ma per reazione chimica RS non mi è mai piaciuto. Probabilmente è un mio deficit.

    Io compravo CIAO 2001 (appunto), POPSTER/ROCKSTAR, ROCKERILLA (the Beppe Riva era), MELODY MAKER, CREEM, GUITAR PLAYER, GUITAR WORLD, GUITAR FOR THE PRACTISING MUSICIAN e anche TUTTIFRUTTI perché ci scrivevi tu (fulminato da un tuo articolo sui 25 album di hard rock da avere). Poi CHITARRE (Giuseppe Barbieri era uno che sapeva il fatto suo) e GUITAR CLUB. Oggi CLASSIC ROCK (sono meno snob di Picca :-), MOJO e talvolta UNCUT. CLASSIX ogni tanto per affetto. Ricordo la lussuria che mia assaliva quando anni fa arrivavano GUITAR WORLD o CLASSIC ROCK con qualcuno di intereressante in copertina. Sono stato abbonato al MUCCHIO, ma io – svezzato da CIAO 2001 e quindi ossessionato dal rock inglese – non mi ci sono mai ritrovato.

    ***************************
    Picca: ho riso per il riferimento a OH JIMMY …lo so che mi prendi per il culo (da trentanni ormai) ma ho riso di gusto :-)

    ******************************
    Francesco, è vero, non è necessario saper suonare uno strumento per parlare di musica (Trombetti, Riva e Barone ad esempio sono lì a testimoniarlo), ma se sei un musicista e hai il dono dello scrivere, può aiutare…e mica poco. Poi è vero che ci sono musicisti che scrivono malissimo di musica (e non solo).

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  10. Avatar di picca
    picca 25/01/2012 a 13:38 #

    Premesso che molti miei giudizi dipendono dal livello di piacere percepito nella lettura e da particolari interessi personali, ho sempre trovato in Rolling Stone un tono da ‘giornalista introdotto nell’ambiente che ci tiene a far sapere che è amico del musicista e frequenta gli stessi ambienti’ che m’infastidisce, mi fa sentire tagliato fuori. Il radicalismo chic (probabilmente una definizione fuori fuoco ma ho scritto la bazza in una pausa d’ufficio) è relativo a quell’atteggiamento un po’ salottiero da loft newyorkese. Evidentemente preferisco il giornalista-fan che mi fa sentire più vicino al pezzo. Ricordo bene alcuni articoli storici di RS (Dylan periodo Renaldo & Clara, CSN&Y in tour nel ’74, Zevon con la cover in giacca e cravatta strattonato sul letto) in cui mi veniva da chiedere idealmente allo scribacchino ‘scusi? mi fate partecipare alla festa? vi spostate un po’ che non capisco niente?’. Tutto qui.
    Del Mucchio (e poi del Busca) mi facevano ridere le recensioni dei dischi che sembravano trascrizioni di commenti varesotti estorti in negozi di dischi ai soliti fanatici della Siegel Schwall Band o di Chris Darrow. Un nome su tutti Aldo Pedron, con le sue recensioni dei Beach Boys ‘E’ uscito l’ultimo dei Beach Boys. E’ bello. Mi convince. I cori sono belli.’… e via di quel passo.
    Mi fossi ricordato che Giancarlo scriveva su Tuttifrutti non avrei sparso veleno (pusillanime sono), ma il cinismo zappiano ‘tengo ‘na minchia tanta’ di Bassoli non l’ho mai retto.
    Leggevo volentieri Massarini su Popster (o era Rockstar?), Bianchini sul Mucchio (anche se con Springsteen erano arrivati a rompere i coglioni addirittura a me), forse Vincent Messina sempre su Popster (la memoria comincia a fare acqua) e Tirelli su Oh Jimmy (a parte gli articoli sui Led Zeppelin).

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  11. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 25/01/2012 a 17:40 #

    Per scrivere di musica non è necessario conoscerla; mai sostenuto il contrario. Altrimenti…come dice Tim, più che giustamente, avrei meglio fatto a darmi alla pesca d’altura. Anzi, vorrei anche permettermi di dire che io sono convinto che i peggiori scrittori di musica siano proprio i musicisti i quali, tranne alcuni e ben individuati casi, sono troppo presi dal loro orecchio per la tecnica da ricordare che la musica è sopra ogni cosa emozione ed emozioni.
    Un non musicista potrà sempre mettere a fuoco ciò che la musica o il soggetto possa suscitare in lui, descrivendo le emozioni che possono spingere a una scelta. Il guaio è che nessuno scrive e pochi pensano. Ma temo di essere scivolato, piano piano su altri temi, mentre quello cui tenevo e che ho, evidentemente mal reso, sta diventando sempre più labile.
    Probabilmente il miglior modo per continuare la discussione potrebbe essere quella proposta che feci a Tim e che rinnovo: un weekend di riflessione, cibo e amicizia. Basta che nessuno mi inserisca più in una formazione simil-Inter. Potrei avvelenarvi il cibo.

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  12. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 25/01/2012 a 18:18 #

    Partiamo dal fatto che Frank Zappa é un genio della musica..
    Trombetti assume come dogma la dichiarazione di Frank sulla
    stampa, i giornalisti ed i suoi fruitori.
    Frank ha passato la vita a combattere contro il sistema, non solo
    quello discografico, contro tutto il SISTEMA. .
    , Figuriamoci cosa poteva dire della stampa musicale!
    Naturale che la sbeffeggiasse assieme ai giornalisti e i lettori.
    Il poster di Frank sul cesso la dice tutta.
    Era irriverente verso tutti, prese per il culo Sgt Pepper che lui
    aveva ispirato ai Beatles a detta dello stesso Mc Cartney.
    Ad un certo punto della sua carriera disse che il pubblico
    applaudiva sempre nel momento sbagliato..
    Io amo la musica di Frank e ricordo che a Bologna dal vivo
    lo vidi suonare una versione di STAIRWAY TO HEAVEN!
    A mio modesto parere la sua dichiarazione era un’irrisione,
    un ghigno beffardo di Frank al mondo della carta stampata.
    Il dogma un’altra cosa.

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  13. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 25/01/2012 a 18:26 #

    Partiamo dal fatto che Zappa era un genio…mi piace… :D e direi anche il più Grande Compositore del XX secolo e l’America non se n’è ancora accorta…ma caro Mauro, sul suo giudizio sui giornalisti, credimi : assolutamente pensato e voluto. Avrei un aneddoto personale, molto carino a riprova, ma poi Tim si incacchia e ci caccia…. magari un’altra volta…

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  14. Avatar di picca
    picca 25/01/2012 a 19:40 #

    I musicisti ‘fanno’ la musica e i critici ne parlano, a mio parere con pari dignità (ognuno nel suo campo). Il concetto ‘dancing about architecture’ non mi ha mai convinto, lo trovo snob e semplicistico, inoltre ogni musicista professionista è estremamente sensibile rispetto a ciò che esce sui giornali. C’è molta più musica in un pezzo di Peter Guralnick che in molti dischi, e molte avventure creative hanno trovato enorme giovamento dall’approfondimento giornalistico. Ascoltare Basement Tapes di Dylan dopo aver letto Invisible Republic di Greil Marcus permette di intraprendere un viaggio nelle radici più profonde della musica americana che nessuno potrebbe affrontare altrimenti. Certo le recensioni istantanee senza profondità (dovuta a regole di mercato editoriali e alle istanze di promozione che l’artista manovra attraverso l’ufficio stampa) possono apparire frettolose e superficiali (appunto) ma spesso il tempo è galantuomo. con enorme rispetto, Zappa ha giocato tutta la vita col suo status di freak fuori dalle regole, ma senza la stampa e le sue casse di risonanze probabilmente avrebbe fatto dei jingles per assorbenti o chissà cosa. Invece, grazie anche all’apporto della stampa specializzata e non, uno può godersi le 194 versioni di The Torture Never Stops che Frank ha disseminato nei 14000 dischi da lui pubblicati.

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  15. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 25/01/2012 a 20:45 #

    Picca , Lei deve essere un bravo figliolo che di Zappa non ha mai ascoltato altro che le copertine. Con le due affermazioni di cui sopra si è giocato sia la credibilità (FZ non ha mai goduto di casse di risonanza, non è mai stato passato in radio se non per una sola ed unica eccezione, e non ha mai goduto di copertine in patria – lei pensi che Rolling Stone di cui parlavamo in precedenza non gli ha mai dedicato una copertina! E’ divenuto famoso solo per Valley Girl e per aver partecipato alle audizioni del PMRC. Era amato in Europa, ma come lei ben sa l’Europa, Uk esclusa, non fa classifica) che la stima. Peccato. Non vorrei, ma spero di no, che dieci post le abbiano fatto crescere fuori misura il suo ego. Ma sono certo di sbagliarmi. :(

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  16. Avatar di francesco prete
    francesco prete 25/01/2012 a 20:46 #

    Scusate ma a volte so’ ubriaco pure de mattina, invece di David Letterman ho scritto Ed Sullivan. E se questo weekend si dovesse concretizzare, beh, tenetemi presente!

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  17. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 25/01/2012 a 21:07 #

    Avevo detto che sarei tornato, quindi eccomi qua…
    Mah, mi sembra che avete detto tutto, che posso aggiungere di sensato?
    Tanto per, mi sono recuperato dalla libreria un Ciao 2001 e un Musica 80 entrambi del 1980. Zeps a Zurigo, Muddy Waters, Police, Peter Tosh, Branduardi, Pinodaniele, questo e altro su Ciao 2001, scritto un po’ a scappar via, foto dal buono al pessimo, ma nel complesso, specie per essere un settimanale, ci si può stare.
    Grafica anni ’80, Lydia Lunch, Pere Ubu, No Wave, Gaznevada, Laurie Anderson, Bowie, Lolli. Testi di Benni, Bifo, Torrealta, Bertoncelli. Questo su Musica 80. Insomma, un taglio decisamente più intellettuale, ma assolutamente al passo con quello che stava succedendo fuori e ai margini del mainstream. Mica male, dai!
    Certo, in giro c’erano Lester Bangs in tour con i Clash, Nick Kent & Keith Richards a sballare notte e giorno per Londra, Julian Cope stava per partorire Krautrocksample…Ma noi, tanto per dire, fra pizzerie e tavole calde avevamo Tim Tirelli con Robert Plant e Ian Gillan, mica cazzi..! Ci sono pure le foto!
    E questo senza scomodare i supereroi Riva, Trombetti, Assante, Massarini, Bertoncelli, etc…
    Permettetemi un altra piccola riflessione e poi passo.
    Ho preso questo mese Mojo, Rumore, e, cosa che non faccio spesso, Blow Up.
    Mojo, come sempre, strapieno di foto, interviste e roba interessante. Rumore, totalmente diverso, spende energie ed entusiasmo per realta’ underground, facendo un lavoro importantissimo. Mojo & Uncut guardano al passato, menomale che qualcuno ancora tiene un piede nel presente. Ce ne fosse di gente con l’entusiasmo di Claudio Sorge. Per ultimo Blow Up. Lo compro di rado, sono veramente super spocchiosi, ma, gli approfondimenti li sanno fare come pochi. Una rivista un po’ grigia, pero’, rimanendo all’ultimo numero, andatevi a leggere i pezzi sul rock australiano, oppure sui Kinks. Secondo me cose ben fatte, e alle volte non coperte dai giganti internazionali.
    Adesso aspetto l’aneddoto personale di Giancarlo…Dai che Tim non ci caccia, gli parlo io.

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  18. Avatar di picca
    picca 26/01/2012 a 00:02 #

    Beh io ho letto un sacco di interviste a Zappa. Il poster sul cesso qualcuno l’ha stampato. La Discreet un ufficio stampa l’avrà avuto. Il discorso dei jingles era tanto per dire. Se nessuno trasmette il Verbo, il verbo mica arriva. Di Zappa ho una trentina di dischi. La tortura non finisce mai.

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  19. Avatar di picca
    picca 26/01/2012 a 00:17 #

    Comunque Frank è stato proprio sfigato. Si è fatto un mazzo così tutta la vita per sbeffeggiare la retorica e, dopo morto, si ritrova santinizzato da parrocchiani ossequiosi.

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  20. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 26/01/2012 a 07:57 #

    L’aneddoto di Giancarlo é forse in coda alla ristampa di un CD di zappa
    UNCLE MEAT
    (che contiene la canzone ” TENGO ‘NA MINCHIA TANTA” )
    e riguarda un dialogo tra FRANK e l’amico giornalista e biografo
    MASSIMO BASSOLI?

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  21. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 26/01/2012 a 13:16 #

    No, è aneddoto personale. E comunque, avendo lavorato per e con Bassoli dal 1979, qualche aneddoto me lo ha regalato pure lui. Per questo mi piace essere un parrocchiano ossequioso : un parrocchiano ne sa sempre di più di un agnostico superficiale. E i dischi sarà bene rivenderli, come ho dato via le mie Sure. Inutili.

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  22. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 26/01/2012 a 20:27 #

    Sicuramente ieri qualcuno ha esagerato perché il dibattito era
    interessante e non prometteva sviluppi cosi’ accesi.
    Ma se Zappa riesce a smuovere cosi’ gli animi, gia’ questo
    fa capire che personaggio é stato Frank Zappa. non solo
    come musicista.

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  23. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 27/01/2012 a 01:26 #

    Hai ragione da vendere, Mauro. Ma i vecchietti, più invecchiano più diventano bambini insolenti. Parlo per me, ovviamente. Ma avrei una teoria che ho esposto in una cosa che Tim ha giudicato inadatta per questo Blog. E a ragion veduta, direi. Anche se io la penserei esattamente come in quella riflessione pubblicata altrove, nel web.

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  24. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 27/01/2012 a 01:40 #

    Vorrei andarmene a letto con un pensiero. Sono l’una e trenta di notte, giovedì notte. IN tv c’è Massimo Bassoli con Dweezil e Moon che girano per Partinico, in Sicilia. E’ un documentario che è sta passando su Rai 3. Massimo porta i due ragazzi in giro per il paese ricordando la visita che Frank fece, nel 1982, proprio con Massimo. Mentre vi parlo sono appena usciti da un incontro con il sindaco ed una signora, credo un assessore, ha promesso che avrebbero in futuro insegnato la musica di Frank ai ragazzi, per non perdere l’insegnamento. Dweezil è davanti allo schermo che trattiene a stento le lacrime, ha gli occhi rossi e dice che vorrebbe davvero vedere quei ragazzi imparare la musica del padre. E’ sinceramente commosso. Sto pensando a due persone vissute in America, a Los Angeles e che si trovano in un minuscolo paese nel mezzo del nulla, contornato solo dalla mafia che trovano commovente pensare che qualcuno possa ricordare il padre insegnando la sua musica ai bambini di quel nulla. Ecco, queste sono cose che per noi parrocchiani non hanno prezzo. Una lacrima di un ragazzo di quarant’anni con tre figli che ricorda un uomo che nessuno più ricorda o ascolta. Nonostante tutto. E qui inizierebbe uno dei miei aneddoti che scusatemi se preferisco tenere per me. Tanto non interesserebbe a nessuno. Buona notte.

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  25. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 27/01/2012 a 10:37 #

    E’ una cosa molto bella, così come il ricordo e la musica di Zappa sono forti presenze nei cuori degli appassionati di musica in ogni angolo del mondo.
    Una cosa sola, ti prego, vi prego di credermi, senza la benché minima vena polemica da parte mia.
    Partinico ha intorno la Sicilia che e’ una terra con un patrimonio culturale ricchissimo.
    Credimi, puoi essere molto più circondato dal nulla a L.A. nel 2012 che in Sicilia.

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  26. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 27/01/2012 a 11:25 #

    Ciao Paolo, io ho una famiglia strana. Dei quattro quarti, uno è ligure, genovese; uno è meridionale, pugliese; uno è toscano; uno è sardo/piemontese. Credo di essere davvero multirazziale :) . Conosco perfettamente e amo il sud, la Sicilia in particolare e sono stato a Partinico, che è il paese di partenza del padre di Frank come non tutti sono tenuti a sapere. E sono d’accordo con te: la Sicilia ha avuto un patrimonio culturale immenso, ricchissimo. Ha avuto. E l’America certamente no. Sono poveri di radici e di cultura, per come la intendiamo noi. “Non c’è popolo più stupido degli americani!” diceva Gaber. Però la nostra Sicilia è abbandonata, morente se non morta, in balia di politici falsi, corrotti e senza scrupoli e dai mille colori, devastata da una mafia che fa parte di una mentalità che oramai la accetta come inevitabile, e costruita intorno al rispetto per uomini che neppure Iddio vorrebbe con se. E Partinico, così come centinaia di minuscoli avamposti di vita rubata, sotto protezione di chi non ti protegge ma strizza come un agrume, nulla ha fatto negli ultimi cent’anni, se non partorire rari esempi di intellettuali che hanno puntato il dito, ma da lontano. Ed alcuni ancor più rari eroi che adesso riposano con quattro quintali di marmo sullo stomaco. Continuerò ad amare più un gelese che un bolzanino, ma questo non sposta di una virgola la realtà, temo. E certamente, l’Italia tutta è un incomprensibile paese dei balocchi per chi lo visita come andare su Marte e si stupisce di un muro a faccia vista o di un tetto di coppo, di un trave a vista e di una meravigliosa chiesetta medioevale, di mura di cinta di una piccola città o di una campagna talvolta di una bellezza mozzafiato. Di una autostrada a tre corsie che a loro pare la rampa d’accesso ad una loro superstrada. Ma la delicatezza e la sensibilità di un uomo come Dweezil, dimenticando il padre, io l’ho incontrata raramente. Ho avuto i miei giorni con lui ed il fratello ma, credimi, poche volte ho riscontrato un affetto ed una solidarietà familiare così forte, così…italiana, in uno straniero. E’ proprio vero che le proprie radici, a dispetto di quel che scrive ieri Der Spiegel, il periodico dei bastardi tedeschi, non muoiono mai e sopravvivono a qualsiasi…città delle lucine…

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