Le Storie di Blues di Polbi:EDDIE KIRKLAND

30 Gen

Questa e’ una storia incredibile, di quelle che se le vedi nei film pensi che siano un po’ esagerate. Una storia lunga, fatta di strade secondarie e palcoscenici, di luci ombre e chilometri. Una storia di emozioni e passione, di illusioni e cadute.

Questa è una storia vera, una delle tante storie del Blues.

L’anno scorso, in una mattina di febbraio, mentre noi eravamo occupati a vivere le nostre vite, una Ford station wagon veniva investita da un pullman greyhound in Florida. Il conducente dell’auto stava tentando una rischiosa inversione di marcia, il bus non ha potuto fare altro che investire la macchina e trascinarla per molti metri in un caos di fumo e fischi di freni. Tutti illesi i passeggeri del bus, purtroppo gravemente ferito l’automobilista. Morira’ in ospedale a Tampa poche ore dopo.

E’ un anziano signore afroamericano, ha 88 anni, è sposato con nove figli. In macchina aveva pochi indumenti, una chitarra elettrica e un amplificatore. Il suo nome è Eddie Kirkland, ed era in tour negli States.

La notizia della sua morte arriva come una mazzata sul popolo del blues. Kirkland era uno degli ultimi bluesman originali, quelli che questa musica l’avevano praticamente inventata nel secolo scorso. Era, a modo suo, una leggenda.

Che fine che ha fatto Kirkland, che morte romantica. Sembra una sceneggiatura di un film, il vecchio bluesman in macchina da solo che attraversa gli Stati Uniti in tour. Ma questa non una fiction, questa e’ realta’, la straordinaria realta’ di quest’uomo, che per una vita intera ha trascorso dieci mesi all’anno in giro per il mondo a suonare blues.

Una vita straordinaria partita subito con il piede sull’accelleratore.

La madre di Eddie aveva solo 12 anni quando lo metteva al mondo in Jamaica. E ditemi voi quanti bluesman ci sono, nati in Jamaica. Ma ecco che la giostra della vita si mette in moto velocemente per il nostro, e madre e figlio (nessuna notizia del padre a quanto pare) si trasferiscono nel sud degli states a trovare lavoro. Che trovano, ovviamente, nelle piantagioni del Mississippi.

La ragazzina madre lavorava e per non lasciare il bambino da solo lo portava con se, lasciandolo all’ombra degli alberi alla fine dei filari. Qui Eddie Kirkland ascolta la sua prima musica, il canto dei lavoranti sara’ la sua ninna-nanna.

Non deve essere stato semplice vivere da piccolo in quelle circostanze, e un bluesman locale di nome Blind Blake lo prese in simpatia, trasmettendogli i rudimenti per suonare chitarra e armonica. Gli insegno’ anche, per come poteva, a cantare. A tirare fuori da gola e polmoni tutto quello che nell’anima non ci voleva piu’ stare.

Poi un giorno, quando aveva piu’ o meno 11 anni, arrivo’ un Medicine Show.

Noi queste cose le abbiamo viste nei film western, ma esistevano davvero. Giravano il paese con carri e tende, una specie di piccolo circo, vendendo intattenimento e improbabili medicinali, cose tipo olio di serpente e simili. Sugar Girls Medicine Show si chiamava, e il piccolo Eddie decise di nascondersi nel carro e partire con loro. Ci rimase un anno, cantando nel coro con Miss Diamond Tooth Mary. E qui non posso proprio fare a meno di pensare alle differenze abissali che ci sono fra il nostro mondo e quello di questa storia. Se un bambino scappa di casa, da noi, giustamente, si allarma mezzo mondo. Chiunque lo vede lo riporta in dietro immediatamente, non si discute. Lui invece rimane a cantare con il Medicine Show delle ragazze dolci per un anno. Roba da matti. Ma un bel gioco, spesso, dura poco, e la compagnia si scioglie lasciando Eddie in Indiana. Le cose in questa fase della sua vita si fanno un po’ fumose, non si capisce bene come o con chi, ma il ragazzo va a scuola e, ormai cresciuto, si arruola e parte per la seconda guerra mondiale. In qualche intervista nel corso della sua rocambolesca vita, Kirkland disse che le discriminazioni razziali trovate nell’esercito per lui furono veramente troppo, una cosa proprio inaccettabile. Fatto sta che prese a calci in culo un superiore e la sua vita militare fini’ senza gloria. Gira anche voce che in guerra si sia trovato a dover far fuori tre persone per salvarsi la pelle, e che si sia buscato un colpo di pistola di striscio alla testa. Qualcun altro fa risalire quest’episodio ad un periodo differente, ambientando tutta la cosa negli states mentre il nostro era in tour. Fatto sta che prima o poi questa avventura sembra proprio che sia veramente successa. Ma torniamo alla nostra storia.

A questo punto, lasciato l’esercito, Eddie si riunisce alla madre e vanno insieme a vivere a Detroit. Un lavoro alla Ford, catena di montaggio, di giorno e blues di notte nei locali di Hasting Street. Un destino comune a molti in quegli anni.

Vivere al sud voleva dire disoccupazione e fortissima discrimainazione razziale. Negli anni ’60 mentre noi eravamo gia’ tutti nati, non secoli fa, negli stati del sud vigeva un rigido regime razzista. I neri non potevano condividere autobus, locali pubblici e quant’altro con i bianchi. Erano trattati da animali, formalmente liberi ma praticamente schiavi. Andarsene a nord voleva dire emanciparsi da tutto questo. Ovvio che le anime piu’ inquiete, uomini di blues ed avventura furono i primi a levare le tende. Chicago e Detroit fra le mete piu’ ambite, divennero la culla del nuovo blues elettrico metropolitano.

Ed e’ in questo ambiente fatto di bar e locali notturni, poche luci e tante ombre, che Kirkland incontra John Lee Hooker. I due diventano amici e suonano insieme per un bel po’. Sembra che il giovane Eddie, pur non essendo un chitarrista di grande tecnica (o forse proprio per questo), fosse uno dei pochi se non l’unico in grado di supportare lo stile imprevedibile ed innovativo di Hooker. Si trovavano bene insieme, i due bluesmen. Possiamo solo immaginarli, a dormire in piedi alla Ford di giorno e ad infuocare le gelide notti di Detroit, sempre in ritardo, sempre un po’ scassati, mai perfetti ma al tempo stesso magici. Le registrazioni di quel periodo sono fra le cose piu’ emozionanti. Suoni rozzi, registrazioni spesso fatte in luoghi improvvisati, con mezzi limitatissimi. Ma quando le ascolti, a distanza di tanti anni, sono ancora cosi’ intense da far paura. Il blues, ancora non addomesticato dai bianchi, ti arriva dritto nell’anima. Senza filtro, duro e puro.

Registra cose anche per conto suo Kirkland, singoli, cover, materiali che piu’ o meno si raccoglieranno nel primo album “ It’s the blues man!”. Fra i vari pezzi un Democrat Blues, tanto per chiarire da che parte sta il nostro. Ma ogni registrazione e’ differente, cambiano i musicisti, le etichette, gli stili. Tutta roba amata oggi come allora dai veri seguaci del blues, ma mai baciata dal successo commerciale. Tanto che dopo aver suonato per tutti e con tutti nei suoi anni a Detroit, Eddie si trasforma in tour manager rimanendo in giro ininterrottamente per due anni con J.L. Hooker. Il quale, ormai famoso, lo lascia a Macon, Georgia, per andarsene in tour in Europa.

Un bel posto Macon Georgia in quegli anni. Un bel posto anche per Eddie Kirkland che trova subito pane per i suoi denti. Entrato in contatto con la vivacissima scena locale, diventa chitarrista e leader dellla band di Otis Redding. Registra, va in tour, compone, per i primi anni l’attivita’ musicale di Kirkland a Macon e’ frenetica. Pubblica anche dei singoli per conto proprio con il nome abbreviato in Eddie Kirk. Ma il successo vero, per lui, non arriva. I suoi amici sono diventati famosi, star mondiali, ma lui no. Ha dei figli, le spese aumentano, le prospettive non sono luminose. E alla fine, stanco di correre, molla. Getta la musica in un angolo, chiude a doppia mandata i suoi blues nel profondo dell’anima e si mette a fare il meccanico in un officina. In fondo, gli anni passati alla Ford serviranno pur a qualcosa.

Ma non dura. Qualcuno gli offre la possibilita’ di fare un altro disco, magari le cose stavolta possono andare meglio, chissa’. Lui accetta, l’album uscira’ con il titolo emblematico “ The Devil and other blues demons”. Le cose non cambiano, la sua musica non diventa famosa e i soldi veri non arrivano, ma Kirkland adesso sa che senza andare in giro a suonare lui proprio non ci sa stare.

Da meta’ anni settanta in poi collabora con molti proggetti, in particolar modo con i Fogath, band britannica trapiantata a NYC. E’ sul palco che Kirkland da’ il meglio di se’, alternando momenti di puro show, invasato in mille spettacolari acrobazie, ad altri invece piu’ intimi e toccanti. E ancora: si riunisce con Hooker, va in tour praticamente senza sosta, incide altri album, e’ ospite in dischi altrui, suona in grandi arene, festival, teatri, club e piccoli bar malandati. Canta e suonala chitarra Eddie Kirkland, che il dio del tuono e del rock and roll lo abbia in gloria, sempre e comunque, senza pretese, ovunque ci sia qualcuno che voglia condividere i suoi blues per una sera. E cosi’ passano gli anni, le notti e i chilometri. Alle volte si mette in testa un turbante, oppure una parrucca. Si presenta come “ Lo Swami del Blues” o anche “ Warrior of the Road”, “Blues Gypsie”, tanti nomi ma e’ sempre lui, in un vortice di anni e concerti. Da solo, autista, roadie e tour manager di se stesso. Sessanta, settanta, ottanta anni, non si ferma Eddie Kirkland. Non posso non pensare alle band che si fanno intervistare in alberghi cinquanta stelle e dicono “…i primi due anni andavamo in tour tutti e cinque nello stesso furgone, e’ stata dura man…”

Ci penso a queste cose, penso a Kirkland la sera tardi quando porto il mio cane in giro per le strade di Roma. Penso al suo coraggio, a quanto ce ne vuole a volte per essere coerenti con se stessi nella vita e al prezzo da pagare. Penso a come si sia sentito da solo on the road, come abbia fatto a trovare quest’equilibrio. E come spesso succede, guardiamo le vite degli altri e finiamo a riflettere sulle nostre, con tutto quello che ne consegue. Penso a tutte queste cose in queste notti umide di gennaio, mentre io e il vecchio Cook camminiamo lentamente verso casa, in questo inverno italiano di navi affondate e governi tecnici. Vorrei fare qualcosa di piu’, vorrei indagare piu’ a fondo, trovare qualche testimonianza di prima mano. Mando email, faccio telefonate negli States a notte fonda, tento fra amici e conoscenti. Finalmente arriva qualcosa. Un mio amico, Dan Kroha, mi racconta di quando Eddie Kirkland suono’ come supporto alla sua band, poco prima di morire. Mi dice che il vecchio bluesman arrivo’ da solo e ando’ direttamente sul palco. Niente backstage, niente convenevoli, niente drinks. Per lui esisteva solo il palco e la sua musica. Era come se suonasse solo per se stesso. Molto gentile, rimase sul palco da solo a suonare la sua chitarra in attesa del pubblico. Dan si avvicino’ e gli chiese in che accordatura stesse suonando, Eddie rispose che non aveva idea, era un qualcosa che aveva appena provato, ma era felice di condividerla con lui per come poteva, magari in una futura visita a Detroit. Poi fece il suo concerto, saluto’, sali’ in auto e parti’ per qualche altra data chissa’ dove. Il mio amico mi racconta che la macchina, Ford Bronco, era molto malandata, lo sportello del guidatore si teneva con l’elastico, e Kirkland ci dormiva dentro quando era on the road. Pensando al fatto che avesse ormai ben piu’ di ottanta anni, Dan non rimase sorpreso dalla notizia dell’incidente mortale. Decise pero’ di andare ad un memoriale, dove era presente gran parte della numerosissima famiglia del vecchio bluesman. Contente della sua presenza, le figlie gli dissero che Eddie passava tutto il tempo a suonare la sua chitarra, anche quando era in casa. E che coinvolgeva i nipoti in sgangherate session con chitarre, armonica e batteria.

Born to loose, live to win, recita il famoso detto rock and roll. Eddie Kirkland ha vissuto la vita a modo suo, sbattendosene di fama, soldi e onori. Ha preso il diavolo e tutti i demoni e li ha sconfitti. Non si e’ lasciato andare alla rassegnazione di una vita comoda e falsa. Non si e’ affogato in una bottiglia o in un mare di eroina, lui, a differenza di tanti altri. Non si e’ lasciato buttare giu’ dalla vita. Ha bruciato il libro delle regole, ha sovvertito i luoghi comuni. Con dignita’, con coerenza. E ora che la sua vita su questo pianeta e’ finita, possiamo dirlo: Eddie Kirkland ha vinto.

Parole e selezione video: Paolo Barone 2012

(Visual fotografico: Tim Tirelli)

5 Risposte to “Le Storie di Blues di Polbi:EDDIE KIRKLAND”

  1. Avatar di francesco prete
    francesco prete 31/01/2012 a 10:39 #

    Splendida sceneggiatura! Da applausi sui titoli di coda, che meraviglia! Questo è Rock, perchè il Rock è – DEVE essere – vita vera. Poi qualcuno più fortunato ci fa i soldi, non è mica una colpa vendere dischi, ma tutto dovrebbe partire dalla pompa, dalla passione vera, da quell’ombra degli alberi dove il piccolo Eddie veniva lasciato dalla madre, e “quell’ombra” non dovrebbe essere mai abbandonata. Mi ricorda molto la parabola di un altro grande della musica, Compay Segundo, riscoperto grazie a Cooder a novant’anni suonati, ma lui non aveva mai smesso di portare la sua musica in giro per Cuba.
    Basta che sennò mi commuovo, e non ne ho tempo…

    "Mi piace"

  2. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 31/01/2012 a 13:37 #

    Dal profondo del blues una grande storia!!!!!Grazie!!!!!!

    "Mi piace"

  3. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 01/02/2012 a 09:39 #

    Non conoscevo nulla di questo bluesman ma conosco bene i Foghat
    che, profughi dai SAVOY BROWN , si reinventarono una carriera
    negli usa con album di rock- boogie.
    Ricordo BOOGIE MOTEL che ha una copertina con un king kong
    arrampicato al motel.
    In un certo senso sposarono la tattica di page e grant.
    I soldi si facevano negli usa e li’ presero casa..

    "Mi piace"

  4. Avatar di Massimiliano
    Massimiliano 01/02/2012 a 11:08 #

    Dico solo una cosa: ho comprato uno dei suoi album.

    "Mi piace"

  5. Avatar di francesco prete
    francesco prete 28/02/2012 a 23:51 #

    Beh, Paolo, a questo punto è sicuro che anche a me non resta che comprarmi un suo disco.
    Grazie!!!
    Buonanotte
    Rita

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a mauro bortolini Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.