INTERSTELLAR PINK FLOYD di Paolo Barone

27 Feb


A Parigi e’ bello muoversi a piedi, le distanze non sono mai eccessive e la metro’ ti accompagna ovunque. Nonostante abbia passato parecchio tempo in questa citta’, non ho mai sentito la necessita’ di avere una macchina a disposizione. E quando l’ho avuta e’ stata un impiccio in piu’ e nessun vantaggio.

Una passeggiata particolarmente bella e poco battuta da invasivi turisti, e’ lungo il canale St. Martin. Seguendolo nel suo dolce percorso verso la periferia, si arriva nella zona della Villette. Uno spazio culturale con mostre, cinema imax, auditorium e musei interattivi. Insomma, una di quelle cose che i francesi sanno fare, e ancora meglio funzionare. Anni fa, arrivato di fronte all’ingresso della Cite’ de la musique, ho visto due grandi manichini e un gigantesco maiale gonfiabile.

Era la mostra Interstellar PinkFloyd.

Avevo gia’ avuto modo di visitare l’esposizione dedicata a Hendrix, realizzata un anno prima, e la cosa mi era piaciuta molto. Adesso toccava ai Pink Floyd. L’allestimento era stato curato personalmente da Storm Thorgerson, responsabile della Hipgnosys, agenzia grafica che aveva realizzato tutte le copertine degli album della band ( e di molti altri ). Storm non era solo il grafico di riferimento, ma anche un amico personale del gruppo sin dai primissimi tempi, quando ancora vagavano alla ricerca di un nome e di un sound. Proprio alla vigilia dell’inaugurazione della mostra, era stato colpito da un grave malore, il che in qualche modo dava al tutto un impronta drammatica ed emotiva.

Come se la storia di questa band non ne avesse gia’ abbastanza.

Era un pomeriggio di ottobre, praticamente nessun visitatore nei lunghi corridoi e nei grandi spazi della citta’ della musica. Un atmosfera sospesa, indimenticabile.

La mostra era strutturata come un lungo tunnel temporale, dal ’67 al presente. Il viaggio iniziava con il filmato 14 Hours technicolor Dream, happening psichedelico ripreso in bianco e nero. Che strana questa cosa dei filmati non professionali degli anni sessanta. Ci restituiscono un periodo di sfavillanti colori e caleidoscopiche visioni, in una visione bianco e nero un po’ inquietante, un po’ misteriosa, che amplifica la distanza temporale. Nel filmato apparivano un po’ tutti, dai giovanissimi Floyd a Lennon e Donovan mischiati tranquillamente al resto del pubblico.

La prima sezione della mostra era dedicata ovviamente al periodo del pifferaio alle porte dell’ aurora, the Piper at the Gates of Down, così come al bizzarro Arnold Layne e alla stralunata Emily. Le creature del genio Syd Barrett prima dell’implosione. Foto, locandine, memorabilia varia, vestiti sgargianti e uno schermo gigante con il video di Arnold Layne, ancora una volta in bianco e nero. Al tempo della mostra (2003) non era arrivato youtube nelle nostre vite, e vedere video dei primi Pink Floyd faceva un certo effetto.

Cosi come vedere esposto un libro di favole appartenuto a Barrett con le sue note scritte a bordo pagina. A dire il vero mi colpiva qualsiasi prova tangibile della reale esistenza di Syd, il cappellaio matto. Uno dei grandi misteri del rock, un bellissimo ragazzo dagli occhi fiammeggianti che in pochi mesi aveva creato i Pink Floyd, rivoluzionato la musica inglese, impresso una direzione alla band per gli anni a venire e poi…era andato a casa. Per sempre. Certo, era anche riemerso giusto il tempo di registrare due strani album e di fare una visita agli studi di Abbey Road, ma per il resto della sua vita, Barrett si era ritirato in privato. Quest’uomo che aveva suonato la chitarra  elettrica come nessuno prima di lui… La sacra trinita’ inglese, Hendrix, persino Morrison e Reed nei Velvet, tutti portavano chiara e lampante la loro matrice blues/r’n’r’. Lui no. Syd era andato a prendere quei suoni direttamente nel dominio astronomico. E mentre io guardavo la mostra, se ne stava probabilmente da solo a casa a dipingere quadri ed ascoltare musica classica. O a prendersi cura del giardino.

Fra stazioni d’ascolto e meraviglie ottiche, si arrivava alla Saucerful of Secrets per poi passare ad immagini di More, la Mucca atomica e i giochi di specchi di Ummagumma. La seconda fase della storia della band si fermava davanti alla batteria di Mason, quella usata nel live a Pompei. Faceva effetto ritrovarsela davanti, proprio lei, che avevo visto tante volte nel film e nelle fotografie dell’epoca. Che periodo avventuroso per la musica dei Pink Floyd quello che dal primo album arriva nei meandri di Meddle. Un viaggio alla scoperta di mondi sonori inesplorati, mai mappati dai naviganti del rock. Peccato che questa nuova recente ondata di ristampe non ci abbia regalato niente di quella fase storica, ma abbia preferito gli incassi sicuri degli arcinoti Dark Side & Wish You. Che ci vuoi fare, il mercato in questi tempi oscuri e’ tutto.

Il percorso della mostra continuava fra foto inedite, Fender, Farfisa, sintetizzatori e gong, attraversando il lato oscuro della luna, e la famosissima grafica della piramide. Da questo momento in poi la musica dei Pink Floyd diventava patrimonio dell’umanita’, usciva definitivamente dai confini dell’underground per entrare negli sterei di mezzo mondo. E, cosa alquanto rara, restando molto, ma molto, bella. La stanza succesiva riguardava Wish You Were Here, il disco dell’assenza. Assenza di creativita’, ancora presente in quelle registrazioni, ma in via di esaurimento. Assenza di relazioni, la band si andava sfaldando, cosi come il rapporto con i fans. Assenza di Barrett, quasi definitivamente finito lo sfruttamento del suo filone creativo da parte degli ex compagni, la sua mancanza si sentiva piu’ pesante che mai. Aggravata dai sensi di colpa mai sopiti, e dalla visita di Syd agli studi di Abbey Road durante i lavori di Wish.

(Wright e Gilmour in studio per WYWH)

La mostra rendeva la cosa molto evidente, tutta la sezione era sovrastata da una foto di Barrett appesa al soffitto. Un effetto molto potente, ascoltavi Shine, Have a cigar, guardavi la grafica originale dell’album e quant’altro, e Syd ti osservava dall’alto, enorme e silenzioso, in una splendida foto di Mick Rock.

E pensare che la band aveva personalmente visionato ed approvato l’allestimento di Thorgerson. Ancora una volta, dopo tutti questi anni, Syd Barrett era la rockstar del gruppo. Roba da finire in analisi per il resto dei tuoi giorni. O scrivere un disco come The Wall, summa delle paranoie di Waters. Poprock di classe, questo si, e grande spettacolo dal vivo, ma dai Pink Floyd ci si aspettava e ci si aspetta di piu. Costumi di scena, mixer colossali, pupazzi, maschere, questa la sezione dedicata al muro. Il resto, per me, era privo di interesse. Ricordo dei letti, due grandi volti stilizzati, uomini lampadina, insomma i Floyd del dopo Waters. Un bel contenitore, cosi bello che si puo’ anche mettere a Venezia in mondovisione, ma terribilmente innocuo e vuoto.

Finiva cosi’, con una velata sensazione di tristezza, la mostra a Parigi sui Pink Floyd.

All’epoca Syd e Wright erano ancora vivi, Mason non aveva scritto le sue memorie e la riunione con Waters sul palco del live 8 era inimmaginabile.

Ma come mi e’ venuta fuori quest’ondata di ricordi, cosa mi ha spinto a scrivere queste piccole riflessioni dopo tanti anni. E’ che io, ciclicamente, vengo preso dal vortice Barrett/Pink Floyd. E così, per giorni, e’ tutto un via vai monotematico di vinili e cd. Basta un niente, qualcosa detta da un amico, una vecchia rivista che salta fuori dalla libreria, un ascolto casuale, qualsiasi cosa puo’ diventare la scintilla per la mia ennesima momentanea fissazione.

Mi sono cosi ritrovato fra le mani Echoes, la raccolta in cd uscita anni fa. La comprai a Parigi subito dopo la mostra perche’ era tanta la voglia di ascoltarli e non avevo nulla con me. Uno dei pochissimi cd che ho dei Pink Floyd. Non so bene perche’, ma loro piu’ di ogni altro mi piace ascoltarli in vinile originale, scricchiolii compresi, alla faccia delle super rimasterizzazioni iperdigitali. Fatto sta che mi rigiravo Echoes tra le mani e notavo, dopo anni che non lo guardavo nemmeno, la scaletta dei brani. Si apre con Astronomy Domine e si finisce con Bike.

Prima ed ultima canzone del primo LP. Ci metto la mano sul fuoco, non una decisione della casa discografica, sicuramente una scelta di Gilmour e compagni. E allora mi viene una riflessione. In un certo senso e’ come se avessero inciso sempre lo stesso disco, un lungo lavoro sullo stesso tema. Piu’ ci penso, piu’ la cosa mi convince. The Piper At The Gates Of Down e’ un esplosione assoluta di creativita’, genio e sregolatezza, fantasia al potere e bellezza. L’idea di Barrett era di esplorare, sperimentare suoni, musiche e stili di vita. Senza dimenticare pero’ la forma canzone, senza perdersi nelle infinite nebulose sonore fine a se stesse. Ci riuscì, ci riuscirono i Pink Floyd con lui? Secondo me sì, anche se il risultato era grezza materia incandescente, un sogno bellissimo che stava stretto nella realta’ del risveglio. Roba di difficile diffusione, musica non addomesticabile, nonostante gli sforzi profusi da Norman Smith, bravo produttore della EMI.

Allora, forse, una volta perso il genio di Syd, il resto della band si rimbocco’ le maniche e cerco’ di venire a capo di tutto. Album dopo album, pezzo dopo pezzo, Waters & Co. cercarono di ripetere l’esperimento. E fra Saucerful, More, Ummagumma e Atom provando e riprovando, tirarono fuori delle cose indimenticabili. Ma ancora non erano quella cosa lì, troppo sperimentali, la forma canzone si era persa o la si relegava ai momenti acustici.  Riprovarono con Meddle…Fuochino. Dark Side…Centro.

L’idea originale di Barrett aveva trovato la forma perfetta. Sperimentazione, canzoni, suoni e luci, il tutto in un formato finalmente accessibile a tutti. La quadratura del cerchio, un vero trionfo. O quasi. Perche’ non tutto era andato liscio, in questo momento di grande successo. Qualcosa era fuori posto nel gruppo.

Strada facendo si era persa la freschezza, l’entusiasmo,la gioia. Tanto risultano cupi e introspettivi i testi dei Floyd da Dark Side in poi, quanto erano ingenui, esplosivi e fatati quelli di Piper. Un cambio di atmosfera totale, irrecuperabile.

Che tornera’ via via piu’ pesante negli anni successivi. Esaurita la spinta creativa del primo periodo, David, Roger, Rick e Nick dovranno convivere con i sensi di colpa legati all’allontanamento del fondatore del gruppo, e non dimetichiamolo, amico dai tempi dell’infanzia. Nonche’ con i destabilizzanti ricordi del suo veloce disfacimento psichico. Un fardello difficile da portarsi appresso,che fara‘ sgretolare  i Pink Floyd, sino alle estreme conseguenze di The Wall. La band finita a suonare dietro un muro, davanti a migliaia di persone. Quando relativamente pochi anni prima, ai tempi di Syd, fra pubblico e artisti regnava la totale interscambiabilita’ dei ruoli, in una felice anarchia creativa.

Roger Waters piu’ di tutti risentira’ di queste dinamiche malate e la band, di fatto, finira’ il suo cammino proprio fra i mattoni dei faraonici allestimenti del tour The Wall.

Ma poi, dopo anni di tristissime guerre legali, solo per una volta, si ritrovarono sul palco.

La reunion del 2005. Per la prima volta in tutti quegli anni, finalmente Waters prese il coraggio a due mani e ringrazio’ Syd Barrett, in mondovisione. Fu un momento toccante, l’emozione era palpabile mentre suonavano i classici live. Milioni di persone in ascolto con le lacrime agli occhi. Erano in tanti ad aspettare questo evento.

Ma non lui, non Syd. Almeno non apparentemente, perche’ le nostre categorie mentali non funzionano e non hanno mai funzionato con il cappellaio matto di Cambridge.

La sorella racconta in un intervista di averlo informato della riunione e del collegamento televisivo. Ma lui non aveva mostrato alcun interesse, si era limitato a sorridere e a ricordarle che non possedeva la TV da anni ormai. Era tornato come se niente fosse alle sue faccende quotidiane, pero’, andando a comprare qualcosa nel negozio di quartiere, disse hai presenti, o almeno cosi’ hanno riferito: “ Hey, la mia band suona in televisione oggi pomeriggio…” Secondo me avevi proprio ragione a ritenerla ancora e per sempre la tua band, Crazy Diamond.

Oggi Barrett se n’e’ andato, dopo un esistenza schiva e misteriosa dedicata in gran parte alla pittura. Wright purtroppo anche, e spero con ritrovata serenita’. Nick, Roger e Dave sembra siano in buoni rapporti, hanno anche suonato ancora insieme, ma ovviamente ogni proggetto di reunion e’ stato sospeso. A noi resta un patrimonio culturale ed artistico fra i piu’ ricchi del nostro tempo.  Si parte con Astronomy Domine, si viaggia nei mondi sonori di tanti fantastici album, e si finisce con Bike.

Paolo Barone (C) 2012

11 Risposte to “INTERSTELLAR PINK FLOYD di Paolo Barone”

  1. Avatar di Giancarlo T.
    Giancarlo T. 27/02/2012 a 11:03 #

    Bravo Paolo, bel ricordo. Ti invidio sinceramente: avrei voluto vedermela quell’esposizione. Me la sarei gustata forse con un pizzico di nostalgia in meno ma con il magone per non poter più rivedere dal vivo i Pink Floyd se non per un caso di congiunzione astrale. Un loro concerto o uno di Frank o di una minuscola manciata di nomi, per me, sarebbe come ricaricare le batterie vitali. Che vanno esaurendosi. Apprezzo anch’io Barrett, anche se non avrei mai usato il termine “allontanamento” dal gruppo, nel suo caso. Syd era uno di quelli che sarebbe dovuto morire di overdose nel 1969 e per un “semplice giro del fato” non lo fece. Se i Floyd erano abituali utilizzatori di acidi, Syd ne era saturo; fu la sua testa ad andarsene, non gli altri a farlo e credo che non lo avrebbero mai fatto se solo avessero potuto. Certamente, la storia sarebbe stata un’altra. Ma anche così, continuo a pensare che Wish sia l’ultimo, grande album del gruppo contenente almeno qualche gemma immortale.
    …E con una grafica originale di rara forza evocativa. A cominciare dall’impacchettamento nero. Casomai, un giorno, dovremmo porci serie domande circa la musica che adoriamo e che, forse, molto probabilmente, non sarebbe mai stata così immensamente creativa se quelle malefiche droghe non l’avessero stimolata. Triste e pericoloso da sostenere, ma temo che la realtà non sia lontana dai fatti. Grazie dello stimolo.

    "Mi piace"

  2. Avatar di Massimiliano
    Massimiliano 27/02/2012 a 14:47 #

    Pink Floyd! Un viaggio lungo una vita tra le emozioni di un bambino che si affaccia ai primi ascolti piagnucolando per l’acquisto di uno stereo fottendosene del motorino (tanto si usa l’autobus). Pink Floyd, sempre presenti dalle cuffiette di un ragazzo in giro per il mondo, lontano da casa affaccendato in avventure spesso piú grandi di lui. Pink Floyd, sul nuovo stereo comprato usato e che suona potente e cattivo su una terra violenta e dimenticata. Pink Floyd a casa, Pink Floyd sulla metro, Pink Floyd, vecchi amici con e senza Syd, con e senza Waters …… Pink Floyd senza tempo ……

    "Mi piace"

  3. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 27/02/2012 a 15:43 #

    A mio parere i Pink Floyd sono da decenni il gruppo rock piu’ famoso al mondo.
    Piu’ famosi degli stessi Beatles.

    "Mi piace"

  4. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 27/02/2012 a 21:09 #

    Grazie tantissimo Giancarlo.
    Penso che Syd Barrett non sia morto negli anni ’60 perché l’acido, LSD, non uccide e non ha mai ucciso nessuno. Così come più o meno tutti gli allucinogeni naturali e non. Si moriva e si continua a morire con gli oppiacei, eroina in gran parte, e con il sempre micidiale alcool. Ovviamente le grandi dosi di LSD che sembra Syd abbia assunto in gioventù hanno contribuito a far esplodere i suoi latenti problemi psichici. Su questo non ci piove. Ho usato il termine ” Allontanamento ” e continuo a pensare che sia adatto alla situazione, perlomeno per come ci e’ stata sempre raccontata, dagli stessi membri della band. Non credo sia stato di aiuto per Barrett scoprire che i tuoi compagni di una vita, ti licenziano dalla band che tu stesso hai creato e battezzato, senza nemmeno dirtelo. Semplicemente non ti passano a prendere, e vanno a suonare il loro primo show senza di te. Ti lasciano a casa, con la chitarra in mano, ad aspettare. Altro che gli Stones con Brian Jones, quelli almeno da lui ci sono andati eccome, prima di sbatterlo fuori dal gruppo. Certo, poi hanno fatto di tutto per produrre i due (bellissimi) dischi solisti di Syd. E hanno anche sempre controllato che ricevesse i dovuti pagamenti. Pero’, perlomeno vista col senno di poi, un po’ di tatto in più all’ epoca dei fatti non avrebbe guastato. O magari sarebbe stato uguale, mah, va’ a sapere…

    Sono assolutamente convinto che la musica che amiamo sia stata profondamente stimolata dalle droghe. Non dalla malefica e ottundente eroina, che ha contribuito a spegnerla la creatività, ma dal resto delle sostanze in voga all’epoca direi proprio di si. Come del resto già succedeva prima, in diversi campi della cultura umana. Certo, c’e’ da dire che se do’ un acido a Jimmy Page, quello tira fuori Dazed & Confused, se lo do’ a un coglione, ottengo un coglione allucinato, se va tutto bene.

    Un grazie speciale a Massimiliano per avermi riportato nel mondo dei Pink Floyd, anni fa, mentre me ne ero decisamente allontanato.

    "Mi piace"

  5. Avatar di francesco prete
    francesco prete 28/02/2012 a 10:45 #

    Bellissimo, bellissimo ricordo. Su alcune cose però vorrei siffermarmi, in ordine sparso. Nessun dubbio che la cosa migliore venuta fuori dal genio dei Nostri sia quel “The Piper…” che, come dici tu, probabilmente ha rivoltato come un calzino la musica d’oltremanica. Sperimentazione psichedelica, richiami blues (perchè il blues c’è, eccome se c’è, sia pure nascosto, mimetizzato, “eclissato” ma è lì, e del resto sappiamo che lo stesso nome del gruppo è una conferma a tutto ciò) il tutto contenuto in una “forma canzone” senza forma, che ad ogni ascolto non fa che meravigliarci offrendoci sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che magari era sfuggito alle migliaia di ascolti precedenti: ecco, questo fa di quel disco un qualcosa di eterno, in quasi 50 anni di vita non una nota, non un passaggio risultano invecchiati! Lo stesso non può dirsi nè di “Atom” nè del pur monumentale “Ummagumma”, molte cose dei quali risultano decisamente datate, tutta la prima facciata di “Atom” per esempio oggi farei fatica ad ascoltarla. Per produrre qualcosa di altrettanto eterno si sarebbe dovuti tornare lì, alle porte dell’aurora (o della follia?): già “Meddle” secondo me aveva lasciato intendere qualcosa – “Echoes”, pur con la sua lunghezza, vince 10-0 contro la suite di “Atom” – ma è con “Dark side” che si chiude il (primo) cerchio. Tutti gli esperimenti sonori, i tentativi di esplorare altri sentieri ed abbattere altre barriere vanno a confluire in un discorso musicale compiuto: del resto gli esperimenti sono – devono essere – un mezzo, non un fine. E il fine è quello che a tutt’oggi risulta il disco più venduto della storia del Rock, una meraviglia che non finisce, e non finirà mai, di affascinarci. E’ come se con “Dark side” i Floyd avessero deciso di “Bringing it all back home”, a cominciare da Syd, la cui presenza è palpabile, il suo cuore che batte, il suo “Brain damage”, i suoi “…colour you like”, il “Ticking away” inesorabile. E poi… poi, qualcosa su “Wish you were here”, bel disco ma già ci stiamo pericolosamente allontanando dalla follia (o dall’aurora?). Salto dunque a piè pari su “The wall”: qui non sono d’accordo con te, Paolo: ormai siamo distanti anni luce da “quella” follia così come siamo distanti dall’aurora, ma immersi in un’altra follia ormai senza aurora. Siamo alle tenebre, siamo alla chiusura, sbattiamo la testa contro un “Muro”, la follia non è più un valore – quelli erano gli 60 ragazzi, oh, stanno arrivando gli 80, vi volete svegliare?! – no, la follia ora è male, la follia va rinchiusa, emarginata, curata semmai, ma non avallata. Eccolo allora, “The wall” senza “Gates”, il muro senza cancelli, senza vie d’uscita. Gran disco, capolavoro secondo me, figlio legittimo della sua epoca e di quella immediatamente successiva. Solo una cosa per concludere: non so se l’LSD sia stato così fondamentale per la musica degli anni 60 e 70, io personalmente lo credo fino a un certo punto. Certo è che sono stati fondamentali quegli anni tutto ciò che in quegli anni stava succedendo nel mondo. E non credete a chi dice che non ci saranno più dei nuovi Floyd, o dei nuovi Beatles o un nuovo Dylan: vi sta mentendo, la cosa è molto più grave, è che non ci saranno più degli anni 60!

    "Mi piace"

  6. Avatar di francesco prete
    francesco prete 28/02/2012 a 11:34 #

    Solo altre due cose: chiedo scusa per gli errori (la fretta…) e poi, la grandezza di “The Wall” la si può apprezzare appieno in particolare dopo aver visto lo splendido film di Alan Parker.

    "Mi piace"

  7. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 28/02/2012 a 12:03 #

    Francesco che bella cosa che hai scritto.

    Sono d’accordo con te, e ce lo siamo anche detto di persona in qualche occasione, fra un tuffo e l’altro nelle acque della nostra Scilla.
    Resta qualche differenza di gusto personale. Io posso felicemente perdermi nel lato A di Atom Heart Mother (oggi molto, ma molto, più di ieri) mentre The Wall, pur restando un disco valido e pieno di ricordi, non riesco ad ascoltarlo ormai da molti anni. Suona un po’ troppo poprock banalino per i miei gusti, in questo momento…poi magari fra cinque anni lo riscopro e mi ri-innamoro, io si sa, sono fatto così!
    Il film di Parker, come i testi di Waters, sono indiscutibilmente belli e sempre tristemente attuali.
    Personalmente l’unico blues che sento nella musica dei Pink Floyd, e’ quello cantato da un cane su Meddle e ancora, sempre da un cane (levriero russo direi!) nel live a Pompei.
    Mentre indisutibilmente Syd era un bluesman delle stelle e dei buchi neri. Nei suoi due dischi solisti lo si può sentire bene, e Robert Wyatt che ci suono’, lo descrive proprio come l’esperienza di lavorare con un vecchio bluesman. Lui suonava quello che gli passava nell’anima, e il resto della band doveva trovare il modo di stargli dietro. Oppure erano solo lui, la sua chitarra, i suoi demoni e i suoi sogni.

    "Mi piace"

    • Avatar di mauro bortolini
      mauro bortolini 28/02/2012 a 13:42 #

      Ricordo la pubblicita’ dell’epoca I TANGERINE DREAM iniziano dove
      i PiNK FLOYD finiscono.
      Lasciando da parte i tedeschi che mi piacevano assai, il viaggio dei
      Pink culmina in the dark side attraverso capolavori in cui l’iniziale
      psichedelia si stempera man mano.
      The Wall non mi affascino’ e neppuire il film.
      Poi hanno visuto di rendita.
      Quando li ho visti dal vivo a meta’ 90 sul palco c’erano 2 chitarrrsti,
      2 batteristi , 4 coriste, non so quanti fiati, i tastieristi forse 2 etc etc.
      Non erano piu’ i pink.
      Bello rivederli tutti insieme per l’ultima volta ma da soli.

      "Mi piace"

  8. Avatar di Paolo Barone
    Paolo Barone 28/02/2012 a 20:00 #

    Caro Mauro, per una volta bisogna dire che la pubblicità aveva ragione.
    Effettivamente, quei pazzi teutonici krautrockers iniziarono le loro esplorazioni soniche proprio dalle parti di Sucerful of secrets.
    Partirono da li, e si ritrovarono in galassie sconfinate, dove mai nessuno, prima e dopo, avrebbe mai osato andare. Si, i tedeschi in quel periodo erano mooolto più fuori dei Pink Floyd…Ne abbiamo già parlato in questo blog, ma se qualcuno avesse voglia di emozioni cosmiche, ma di quelle vere, Tangerine Dream, Ash Ra Temple, Amon Dull, Cosmic Jockers, Klaus Schulze, Popol Vhu, Can, NEU! Possono veramente portarti lontano da casa, ben più in la’ del lato oscuro della luna.

    "Mi piace"

  9. Avatar di francesco prete
    francesco prete 29/02/2012 a 00:07 #

    Scusate, vista l’ora non mi addentro troppo, ma sto sta già ascoltando l’overture di Atom: so che non tutti condividerete,ma.. io sto con Atom, ad oltranza!! Mai criticato, soprattutto i primi dieci minuti…. (ma anche quelli dopo).Ve lo ricordate quando, non so spiegarmi come, è finito nella colonna sonora di uno sceneggiato tv, che guardava mia mamma, con Monica Guerritore nel ruolo di Manon Lescaut?
    Sorry e buonanotte a tutti.
    Rita

    "Mi piace"

  10. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 29/02/2012 a 14:22 #

    Ottobre 1980 e cariche di polizia davanti al palasport di piazza azzarita a Bologna.
    Stanno suonando i Tangerine Dream..
    I giovani senza biglietto reclamano musica gratis e tra questi ci sono io.
    Servono tre cariche per scoraggiare la protesta.
    Verso le ventidue, fatto un largo giro di isolato, sono di nuovo nella piazza che
    é semideserta.
    Io l’attraverso e vedo un varco semiaperto.Nessuno mi ferma quando entro.
    20 metri e sono nel parterre e mi godo i Tangerine Dream.
    E’ la prima volta che ascolto dal vivo il KRAUT ROCK.

    "Mi piace"

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.