LED ZEPPELIN MUST HAVE BOOTLEGS – Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow V.2” February 12, 1975 – Madison Square Garden, New York

10 Apr

La qualità  sonora dei bootleg soundboard del 1975 dei LED ZEPPELIN è stupefacente. Ne sono ormai usciti nove e tutti riflettono l’ottimo lavoro che la società texana SHOWCO fece nel gestire l’impianto audio del tour. Questo di New York poi è probabilmente il migliore, alcuni sostengano possa trattarsi di un rough mix di una registrazione multitraccia. La versione bootleg scelta è quella matrix, dove  la qualità soundboard perde un pelo di brillantezza nell’essere mescolata ad una fonte audience, ma il risultato finale acquista in autenticità. Se vi piacciono i Led Zeppelin e se siete illuminati ed esperti abbastanza anche da affrontare quelli post 1973, questo è un bootleg da avere.

TITLE: Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow” February 12, 1975 –  Madison Square Garden, New York

LABEL: Bluecongo Production

TYPE: matrix (soundboard + audience)

SOUND QUALITY: TTTTT+

PERFORMANCE: TTTT

BAND MOOD: TTTT1/2

12 febbraio 1975, New York. Robert Plant si sveglia verso le 10, insolitamente presto per le abitudini on the road dei LZ. E’ di buon umore. Ordina la colazione, osserva compiaciuto la fitta neve che scende sulla città. Scende nella hall dell’albergo, l’entourage del gruppo è ancora nelle proprie stanze, Jones è uscito per i fatti suoi, Bonham e Page si sveglieranno nel primo pomeriggio. Robert si accomoda in una saletta riservata, legge i giornali, dalla grande vetrata controlla che la nevicata continui, sorseggia un succo d’arancia.  Si sente bene Robert, una delle prime volte che capita in questo tour. Bronchite, febbre e mal di gola sembrano meno feroci del solito. Ripensa a tutti i problemi incontrati durante questa spedizione americana. Jimmy Page che parte con un dito della mano sinistra in pessime condizioni, lui che nella fredda Chicago si ammala immediatamente, le droghe che iniziano a farsi pesanti all’interno della band e che condizionano troppo le performance – soprattutto quelle di Page – del gruppo. Ma oggi Robert non vuole avere cattivi pensieri, si sente in forma e stasera suonerà l’ultimo dei tre concerti del tour al Madison Square Garden, lì a New York City.

Inizia la sera e le limousine dell’entourage partono alla volta del MSG. Dovranno attraversare quattro isolati a passo lento, la neve continua a cadere, le luci della città brillano mentre i Led Zeppelin ci scivolano dentro. Robert ama la magia della neve e si sente sempre meglio.

Nel backstage  osserva il gruppo: BONHAM un po’ nervoso che si beve un  paio di whiskey, Jones fuma da solo in un angolo, Jimmy imperscrutabile finge di ascoltare un paio di groupie. Peter Grant confabula col responsabile del Garden e i pezzi grossi della Atlantic. Gli uomini della sicurezza cercano di darsi il tono giusto.

Arrivano gli echi del mormorio del pubblico, 20.000 anime affamate di piombo Zeppelin. E’ l’ora di cambiarsi, di sparire un paio di minuti nei bagni, di scambiarsi un sorriso…si va in scena.

Parte ROCK AND ROLL, niente di sensazionale… ma il gruppo ha mollato gli ormeggi. Il suono della chitarra di Page è meno distorto e più pulito che in passato, caratteristica di tutto il tour del 1975. Page sembra un po’ scordato, Plant con la voce sembra sempre sul punto di cadere, ma entrambi portano a casa una prestazione dignitosa.

SICK AGAIN è attaccata al finale di ROCK AND ROLL, pur non essendo un pezzo che risalti particolarmente deve essere adatto a far scaldare la band. L’esecuzione del primo assolo di Page è un po’ così, mentre il secondo è già più convinto

RP: “New York! Good evenin’. I said, good evenin’. That’s better. We came four blocks in the snow to get here. You realize that? Well, let me tell you something. People, people were calling me up on the telephone today sayin’, is it gonna be on? Is it gonna be on? For a minute, I wondered about my anatomy and then I realized there was some discrepency about the weather. Isn’t it good, though, it snows? Doesn’t it change the vibe of the city? I think it’s great. Anyway, so we’ll dedicate this to the, the keeper of the seasons. The man who gives us snow when we need it. Whoever he is, wherever he is. We’re gonna do a cross-section of material, as any of you who’ve been to any of the other shows we’ve done. For those of you who haven’t, I’m gonna give you a bit of schtick. It’s, uh, a cross-section of the material that we’ve got together in the last six and a half years. And it starts with one that goes something like this.”

Con OVER THE HILLS AND FAR AWAY il dirigibile prende decisamente quota, soprattutto nella parte dedicata all’assolo di chitarra. E’ uno di quegli exploit di Page che condensano misticismo, senso rock e brillantezza compositiva, in pratica il maestoso respiro dei Led Zeppelin. Quasi otto minuti di rock complesso messo giù in maniera  semplice, deciso ma al contempo dolce. Tight but loose, insomma.

RP: “Thank you. This is, uh, what we could consider to be the last of the New York concerts. We’ve got the Nassau County ones, but we’ve always really dug the, playing in the Garden and, uh, so tonight, so tonight we’re gonna have a really estactic one, right? This is co-dependant on two things: us and you. I’m in the mood to do a lot of talking but that’s not what it’s all about so. Um, we’ve got a new album coming out very shortly called Physical Graffiti. The likes of which we left in California. Um, there’s some new tracks from the album that we intend to play you. And this is one of them.”

IN MY TIME OF DYING …Page si infila la Danelectro e il bottleneck (nell’anulare della mano sinistra) e la cavalcata di chitarra slide ha inizio. Ascoltare la versione in studio di questo pezzo, magari in cuffia, è una esperienza da fare per comprende il senso dell’attacco dei Led Zeppelin, per toccare con mano la grandezza del più riuscito gruppo rock della storia. Dal vivo il brano non può arrivare ai livelli appena descritti, ma rimane sempre un  momento di sana compattezza.

(Page and Plant durante IN MY TIME OF DYING)

RP: “Pardon? Thank you very much. Ironically, that was, uh, that’s an old, what one might call a folk standard. They become folk songs when nobody writes the music to ‘em anymore. They’re just passed on by memory. Can you ever imagine ‘Whole Lotta Love’ endin’ up like that? Right, this is a song that came to us along with a lot of good experiences as we travelled the world. We ended up in, uh, here. Uh, Rodney Dangerfield’s, would you believe? Uh, we ended up in a lot of strange places across the world with a lot of strange people. Some good strange, some weird strange. But in the end we found, to cut a long long story short, that there’s a guy selling t-shirts there. And that ‘The Song Remains the Same.”

Tolta la Danelectro Page indossa la doppiomanico, pennata introduttiva sul RE e inizia THE SONG REMAINS THE SAME, altro momento superbo. Dal vivo, sulla 12 corde, Page cerca di riarrangiare per una chitarra sola le varie parti costruite in studio. Il risultato lascia spesso a bocca aperta. Quanto suona Jimmy Poige in questo brano e in che splendido modo è accompagnato dal gruppo! Se non fosse per le leggere imperfezioni che traspaiono qui è la sembrerebbe di ascoltare i LZ dei primi formidabili cinque anni.

THE RAIN SONG, nata come canzone a cui TSRTS doveva fare da introduzione strumentale, è suonata sulla sei corde della doppiomanico ed inizia laddove l’ultimo gorgheggio di TSRTS finisce. Plant fatica nella sezione più dura ma il risultato finale è molto buono.

RP”Right. Uh, sorry about that small intermission. Um, this is a track from the Physical Graffiti which, uh, once again takes the, the vibe of travel and experience and flashes on environment, like the one that we’re getting right now. But this one is called ‘Kashmir.'”

KASHMIR è il pezzo più importante di quelli presentati tratti da Physical Graffiti, album che – al momento del concerto di cui stiamo parlando –  ancora non è uscito. Il pubblico sembra apprezzare. Altra buona prova, il gruppo sembra davvero unito.

La NO QUARTER del 1975, quando la band è in una serata decente, è uno dei momenti più esoterici dello spettacolo. La musica e la atmosfera che i Led Zeppelin riescono a creare durante questo brano ha del soprannaturale. Immaginate di percorrere, in una notte nera, un sentiero poco battuto con i rumori più nascosti del mondo ad incorniciare il vostro stato d’animo. L’ho già scritto, ma quando Page inizia l’assolo si viene sospinti in un territorio mentale dove si finisce a soppesare i misteri del mondo e a valutare gli orizzonti perduti che noi, uomini e donne di blues, ci portiamo dentro. Page potrà anche essere disgiunto a volte, ma l’intensità che riesce a raggiungere, le note che riesce a strappare sono note che provengono dalla tastiera dell’universo più che da quella di una semplice chitarra. Ammiro molto questa sua capacità di trovare sequenze di note così particolari. Credo sia questo che ammalia così tante persone. Qui al Garden, in questa serata, 17 minuti di musica che aleggia ed alloggia su sensazioni dal significato oscuro, musica che vaga senza mai toccare nessun punto cardinale. Il Garden apprezza molto e si lascia andare a manifestazioni di consenso e di ammirazione con applausi e grida entusiastiche.

RP: “John Paul Jones, piano. Jimmy Page, electric guitar. Raymond Thomas, Jimmy Page’s road manager. Ian Knight, in charge of the smoke machine that didn’t work. 

Well I told you we intended to have a good time. One thing I can’t stand is those very starchy pop stars who pretend that it’s all so serious, that it’s. There’s a few of them lived in the village, from England. Here’s a track from, uh, here’s a track from Physical Graffiti that, that lifts a little bit. It, uh, refers to the embellishments of the motorcar. And it has connotations to physical contact. It’s called ‘Trampled Underfoot.'”

TRAMPLED UNDERFOOT, quarto ed ultimo pezzo da PHYSICAL GRAFFITI. Brano coinvolgente, ma tutto sommato minore e  monocorde. Un po’ strana la scelta delle canzoni del nuovo album. A parte KASHMIR, forse era il caso di provare cose più efficaci e meno strambe…TEN YEARS GONE, CUSTARD PIE, THE ROVER per esempio. THE WANTON SONG fu provata nelle prime date ma poi fu accantonata. Ad ogni modo discreta versione, Plant un po’ a fatica.

RP: “Well that was another new one. Alright. Ladies and gentlemen, at this point in the evening we wanna feature one of the finest percussionist that Led Zeppelin’s ever had. The bowler hatted wonder  John Bonham, ‘Moby Dick.'”

Jimmy abbassa il Mi basso a Re, John Bonham inizia l’intro sul rullante, MOBY DICK prende vita. Venti minuti dedicati al genio percussivo di JOHN HENRY BONHAM. In alcuni momenti ascoltarlo è davvero eccitante. Ho una predilezione per il drumming di Bonham, uno dei pochissimi batteristi che mi fa godere, letteralmente.

RP: “Right, we said our intentions was to, uh, to cover a, sort of a cross-section of color, of sound, of what we’ve managed to get together for the last few years. This, probably, was one of the very first of what one might call the Immaculate Conception. Referring to Jimmy, of course.”

Quello del 1975 è l’ultimo tour che prevede in scaletta DAZED AND CONFUSED; in marzo – a Seattle –  il pezzo raggiunge e supera i 40 minuti. Qui al MSG ci si accontenta di 33. A questo punto del concerto la voce di RP inizia a mostrare i primi cedimenti vistosi, tutto però viene mitigato dall’immaginazione musicale di Page e dalle belle prove di Jones e Bonham. Ancora mistero ed eleganza tenebrosa tra il minuto 6 e 8 nella sezione lenta dedicata a (If you’re going to) SAN FRANCISCO (be sure to wear some flowers in your hair). Segue il lavoretto con l’archetto di violino, dove anche stavolta il Dark Lord richiama dall’oscurità i demoni che così sapientemente riesce a evocare. Rientrata la band e nel bel mezzo di una di quelle improvvisazioni leggendarie, verso il minuto 23 prova un riff già disegnato nella sua mente…diventerà il riff di WALTER’S WALK. Il gruppo, il pubblico, i tecnici sono tutti sospesi in una trance dovuta a quelle improvvisazioni così sbalorditive e feroci. Alla fine tutti, storditi e contenti, tirano un sospiro di sollivo…esperienza mica da ridere quella di essere in balia di una DAZED AND CONFUSED suonata dai LZ (in una buona serata) nel 1975.

(Page in DAZED AND CONFUSED)

RP: “Jimmy Page, guitar.

Huhhh. Well we seem to have covered every, uh, almost every color in the spectrum. I think there’s maybe one color left.”

E’ il momento clou dell’evento, del rito, Jimmy Page riprende la doppiomanico, è l’ora di STAIRWAY TO HEAVEN. Dopo la tempesta di DAZED AND CONFUSED ecco il cielo terso di STARIWAY, la canzone della speranza. Ancora qualche problema alla voce ma il risultato è più che positivo. Durante l’assolo di chitarra qualche vago accenno reggae. L’assolo non è magnifico come quello immortalato nella versione di THE SONG REMAINS THE SAME (il film), ma Page non si ripete quasi mai, cerca sempre nuove strade e nel farlo a volte può incorrere in forzature. Un saluto e si torna nei camerini.

(Plant e Page durante STAIRWAY TO HEAVEN)

RP: “Thank you very much. New York! Goodnight.

Oh.”

Il primo bis è costituito dall’accoppiata WHOLE LOTTA LOVE / BLACK DOG. Il tempo di un minuto e mezzo (una sola strofa e le frasette finali ) e WLL è già finita. Il riff iniziale di OUT ON THE TILE e parte BLACK DOG. Il gruppo pare meno a fuoco, Robert tende sempre più a faticare, Jimmy sembra più sfilacciato. Sembra che la concentrazione se ne sia andata, magari grazie a certe sostanze prese dietro le quinte, o semplicemente forse perché verso la fine di un concerto di questo tipo ( di due ore e mezzo) le forze pisco-fisiche iniziano a venir meno. Intendiamoci, anche così è sempre un bel sentire.

RP: “New York! New York! New York! Goodnight.

Good evening. I said, good eveeening! I mean, this is the last time we’re gonna be at The Garden for, aye aye aye. I said, good eveeeening! (Oh. Well you know that you shook me. Oh).”

HEARTBREAKER si muove sugli stessi binari del bis precedente. Robert ormai non ne ha più e il gruppo ha perso in dinamica. Nell’assolo Jimmy alterna sbavature poco professionali e scariche furibonde. Al minuto 6 parte con un delizioso giro blues/rock and roll su cui si inseriscono subito Jones e Bonham e dove Plant canta (maluccio) THAT’S ALRIGHT MAMA. Nell’assolo finale con l’accompagnamento regna un caos niente male.

RP: “Ladies and gentlemen of New York, you’re too much. And we ain’t so bad ourselves. Thanks very much. Goodnight.”

Malgrado un certo decadimento nelle performance dell’ ultimissima parte, un gran bel concerto (per gli standard del 1975).

(le foto live inserite sono relative alle date di New York del tour 1975)

© Tim Tirelli 2012

TSRTS

 Stairway To Heaven-  assolo

No Quarter – prima parte:

No Quarter  – seconda parte:



6 Risposte to “LED ZEPPELIN MUST HAVE BOOTLEGS – Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow V.2” February 12, 1975 – Madison Square Garden, New York”

  1. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 10/04/2012 a 12:27 #

    Sicuramente un pezzo magistrale che leggerebbe volentieri anche Jimmy!!!!!
    Ne sono sicuro!!!!!

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  2. Avatar di DoC
    DoC 10/04/2012 a 14:44 #

    Grazie vecchio, mi sa che stasera me lo rispolvero ! Anzi, ti dirò, in un momento francamente piuttosto duro, e forse, paradossalmente, anche incerto, della mia vita, dovrei cercare di “costringermi” ad ascoltare (magari a basso volume, o in cuffia) gli Zeppelin live diciamo tutte le sere, che so, tra le undici e mezza e l’una…penso mi farebbe bene !
    Ottima osservazione Mauro, scusa per il tu anche se non ti conosco…beh, Tim, perchè non mandi il link del blog a Ross ???

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  3. Avatar di mauro bortolini
    mauro bortolini 10/04/2012 a 17:43 #

    Effettivamente Doc, Page ne trarrebbe massima soddisfazione.
    Tim conosce i bootlegs dei Led come pochi al mondo.
    Chi puo’ negarlo?

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  4. Avatar di timtirelli
    timtirelli 10/04/2012 a 19:03 #

    Doc/Mauro, siete come sempre molto gentili, potrebbe avere un senso mandare il link a chi dite voi se il blog fosse in inglese…ma così, non credo che interesserebbe proprio a nessuno dei due. Poi, ci sono fan che ne sanno molto, molto più di me per quanto riguarda le info e i dati dei bootleg. Io mi difendo, nulla più.

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    • Avatar di Leo
      Leo 10/04/2012 a 23:01 #

      non vedo l’ora di leggere qualcosa del ’71 (Osaka, L.A., fa’ un pò te)

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    • Avatar di picca
      picca 11/04/2012 a 16:03 #

      Ross Halfin è un testadicazzo inglese pieno di se’ all’inverosimile (lo siamo un po’ tutti, non trovi? Vabbè…a parte inglesi…). Troverebbe il modo di rendersi sgradevole e di far soffrire il mio Timmy, costringendo i frequentatori di codesto blog a mandare due sgherri della Yakuza a casa sua per fracassargli le mani oppure a fargli trovare nel letto la testa mozzata di Dave Grohl come avvertimento…

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