I CAN’T LET GO – THE HOLLIES (1966)
Ascoltavo questo vecchio singolo degli Hollies stupendomi ancora una volta per quanto fosse esplosiva e gioiosamente contagiosa la musica del primo beat inglese, quello della cosiddetta British invasion dei i vecchi 45 giri di Manfred Mann, Dave Clark Five, Zombies, JohnPaulGeorge&Ringo e appunto, gli Hollies. Dopo 15 secondi di canzone dovevi già aver conquistato l’ascoltatore, già illamato il pesce, e poi ti restavano un paio di minuti lordi per convincerlo a comprare il 45 giri durante un frettoloso assaggio nella cabina di pre-ascolto, così a Manchester come a Modena (Messori Dischi, negozio in Piazza Mazzini, commessi in grembiule azzurro).
Gioia contagiosa, si diceva.
Ascoltavo e pensavo ciò: questa era gente, gli Hollies ma anche gli altri ‘bitt’ dell’epoca, che fino a cinque minuti prima pensava, anzi sapeva, di essere destinata a tornire bulloni in qualche acciaieria o a smartellare carbone in qualche miniera o a scaricare casse in qualche porto di mare, nell’Inghilterra grigiofumo dei primi 60’s, ma poi, cinque minuti più tardi, per un semplice scherzo del destino, si era trovata a cantare, ripeto a cantare, con la chitarra a tracolla e a fare dischi, a guadagnare, girare il mondo, ad adombrare giovani pulzelle consenzienti, anzi entusiaste.
Gioia con cui contagiare il globo.
Gioia pura, altro che pugnette.
La cosa in seguito è diventata consueta, calcolata e calcolabile e la musica pop si è un po’ incupita, se vogliamo è diventata più interessante, materia di studio, formula, schema, oppure diverso schema per apparire fuori dallo schema, ‘arte’ come sostengono i più tromboni, feeling, espressione, impegno, politica, dramma, improvvisazione, tecnica, virtuosismo…tutto quello che vi pare e piace.
Ma se vogliamo la botta di gioia contagiosa, la felicità pura e semplice di essere giovani davvero a fronte alta e a viso aperto, ecco che si fa sempre ritorno ai favolosi sixties, i primi, i più teneri e disarmanti e felicemente ingenui, i sixties ancora in biack&white, pre-colore, pre-droga, pre-contestazione, pre-tutto, a questi pasticcini di tre minuti scarsi colonna sonora di un vitale e contagioso urlo di gioia, quando davanti si aveva solo futuro.
Nel controcanto del contagioso e ben architettato ritornello, Graham Nash col suo tenore becca una nota inumana che tiene stoicamente per parecchie battute e che allora colpì l’entusiasta Paul McCartney, il quale pensava trattarsi di una tromba.
Ecco, per me Graham Nash, con lo spettro delle acciaierie, delle miniere e del porto di Manchester ormai alle spalle, si merita tutta la fama e la gloria e i dollari guadagnati in seguito con CS&Y solo per quella nota lì, e tutte le volte che l’ascolto in cuor mio lo ringrazio per la gioia emozionante e meravigliosamente stupida che riesce ancora a regalarmi, che Dio lo benedica.
Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012


Si è capito che la parola chiave è ‘contagioso’? L’ho scritta almeno 750 volte…
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Ottima scelta quella di Picca.
Se ha avuto la fortuna di gustare in diretta il beat, io ho dovuto scoprirlo
in un viaggio all’indietro nel tempo durante gli anni settanta.
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In diretta un’ostrega: sono del ’64, quindi viaggio a ritroso pure io.
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Sei tu quel Piccagliani che ha scritto un articolo carinissimo sulle ciliege di Vignola e la grandine, pubblicato sull’ultimo numero di “Vivo”, disponibile in tutti i bar modenesi? Se sí, complimenti, l’ho trovato veramente brillante. Ciao!
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Sono io, grazie per i complimenti. A scrivere boiate non mi batte quasi nessuno
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