Archivio | aprile, 2012

NICK KENT ” Apathy For The Devil” (Arcana 2011)TTTT ½

13 Apr

Romanzo/resoconto di un decennio della vita  – passato negli anni settanta –  di questo grande giornalista musicale inglese. Kent si fuse insieme alla grandezza e alle miserie di quel periodo. In giro tra Londra, New York, Detroit e Los Angeles, ci racconta il panorama e la fauna che incontrava. Storie di rockstar e di tossici senza speranza, tra suite di alberghi a cinque stelle e tuguri. Molti dei nomi trattati sono di quelli che ci interessano. Seguo Kent dagli anni settanta, grazie a quelle pochissime copie del NEW MUSICAL EXPRESS che riuscivo a reperire, dove lui, tra gli altri, scriveva dei LZ. Ho sempre ammirato il suo modo di scrivere, il suo coraggio, le sue prese di posizione. Alcune delle sue opinioni proprio non le condivido, come la sua ammirazione sconfinata per Iggy Pop e gli Stooges, personaggio e gruppo per me insignificanti dal punto di vista musicale, ma capisco ciò che intendeva (e con lui anche il nostro Polbi). Anche il suo ardore per il punk e la new wave mi lascia perplesso, ma Kent fece parte – per qualche tempo – dei Sex Pistols ed è comprensibile. Anche io vissi in diretta l’avvento di quella musica, certo non da Londra ma da un paese della provincia emiliana, ma benché giovanissimo capii ben presto che a parte un paio di nomi e poco più, si trattava di pessimi musicisti,di pessimi esseri umani e troppo spesso di ‘pessima musica. Tuttavia consiglio vivamente questo libro (e ringrazio pubblicamente Polbi che me lo ha regalato). L’edizione della Arcana è molto spartana.

Citazioni sparse:

” Fu lì, in quell’esatto momento, che sentii che io e il nuovo decennio eravamo fatti l’uno per laltro.”

“I Rolling Stones la fronte non l’avevano. Solo capelli, labbra turgide e un’insolenza collettiva senza limiti”

“I Grand Funk Railroad, un power trio superficiale e roboante che suonava stoner rock populista…i loro stramaledetti dischi nei primi anni settanta sembravano stazionare indefinitivamente ai gradini più alti delle top ten, inquinando le onde radio. Impossibile liberarsi di quel baccano da incapaci. Era peggio dell’Herpes.”

“Solo Ronnie Wood fu impressionato dallo spettacolito (Greg Allman ubriaco al piano a cantare qualche strascicato blues durante un party, ndtim). Seduto di fianco a me, era strabiliato e balbettava frasi incoerenti a proposito di quanto fossimo fortunati a essere in presenza di un personaggio così incredibilmente dotato. Fu in quel momento che realizzai che Ronnie Wood non era esattamente l’uomo più intelligente del mondo. Ma d’altra parte, non devi essere uno scienziato nucleare per fare il chitarrista rock di successo”.

“(A proposito dei Led Zeppelin) “A metà degli anni settanta l’America era diventata il loro regno personale. Nessun altro era remotamente paragonabile a loro in termini di popolarità. E a Los Angeles in particolare, la mania che li circondava era così diffusa e capricciosa da provocare piccoli terremoti ogni volta che suonavano da quelle parti. Gli Zeppelin e la loro musica avevano un strano effetto ultraterreno, laggiù, che bisognava osservare con i propri occhi per poterci credere. Gli indigeni impazzivano, solo al pensiero che la band fosse nelle vicinanze.”

“(Dichiarazione di Bowie) “Adorerei essere primo ministro, e sì, credo fortemente nel fascismo. L’unico modo per liberarci da questo liberalismo che ci opprime al momento è accelerare il passaggio verso una tirrania di destra, totalmente dittatoriale, e farlo il più in fretta possibile. La gente ha sempre risposto bene sotto ad un regime. Anche le rockstar sono fasciste. Adolf Hitler è stata una delle prime rockstar”.

Nell’attesa il rock inglese era stato preso in ostaggio ancora una volta dalla brigata del testosterone: cantanti stretti in jeans strizza-coglioni con le voci stucchevoli che vomitavano a tutto spiano clichè blues, sempre impegnati a utilizzare la musica per berciare a proposito del loro machismo e delle loro qualità di amanti focosi. L’ex cantante dei Free – più tardi nuovamente una star con i Bad Company – era il più rappresentativo di questa cricca irsuta. La leggenda vuole che Rodgers fosse così virile che gli cresceva la barba durante i concerti. Una ben misera ricompensa per la mancanza di coraggio musicale che lui e quelli della sua schiatta avevano installato nel panorama rock di metà anni settanta. Lo potevo annuire dagli sguardi annoiati del loro pubblico londinese. Sembravano tutti stremati, come me.”

(Chrissie Hynde & Nick Kent)

JIMMY PAGE “Lucifer Rising” (2012 Jimmy Page.com)

12 Apr

La postina suona: “C’è da firmare“.

Scendo, firmo e prendo il pacco.

Trattasi della nuova versione di LUCIFER RISING in vinile comprata sul sito di Page.

Me la rigiro tra le mani per un minuto, poi la ripongo nella borsa.

Mi chiedo cosa compro a fare queste cose se poi non le apro nemmeno.

Dovrò decidermi ad acquistare una nuovo giradischi.

(l’album di Lucifer Rising 2012 – foto di TT)

Va beh, finisco la pausa pranzo e torno a lavorare. Viva Jimmy Poige, Viva l’Inter, Viva le colonne sonore demoniache.

(Photo by Ross Halfin)

WHITESNAKE “Box o’ Snakes The videos 1978 – 1982” (2011 Sunburst Records / Emi) TTTT

12 Apr

DVD incluso nel cofanetto ” BOX ‘O’ SNAKES – The Sunburst years 1978-82″, cofanetto appetibile ma troppo costoso per chi ha già tutto (in più versioni) del Serpente Bianco. Mi limito quindi a recensire solo il DVD (peccato non abbiano fatto il bluray), che risulta essere molto gustoso e gradevole. In quegli anni gli WHITESNAKE hanno dato il meglio di sé (in verità fino al 1984 con SLIDE IT IN) ed è dunque un vero piacere riscoprire questi video vintage e notare l’evoluzione della ciurma di Coverdale da band quasi pub rock a gruppo di Hard Rock (Blues) pronto a fare il gran salto. I quattro video promozionali del primo EP del 1978 (STEAL AWAY non è completa,  è usata solo  come sfondo per i titoli di coda) sono molto naif , ma man mano che passano gli anni il gruppo sembra sempre più a fuoco e coeso.  Il promo video di LONG WAY FROM HOME non lo avevo mai visto, sarà forse per questo che è uno di quelli che mi ha divertito di più, con un Ian Paice annoiatissimo che  si sforza di mimare il drumming registrato dal suo predecessore Dave Dowle.

Divertenti anche LIE DOWN e TROUBLE del 1978 al programma TV OLD GREY WHISTLE TEST e BLOODY MARY (1978) e HERE I GO AGAIN (1982) a Top Of The Pops. La qualità dei filmati in questione varia, in alcuni momenti non è buonissima (come ad esempio in DAY TRIPPER) ma rimane comunque sempre su livelli dignitosi.

Il filmato LIVE AT THE CAPITAL CENTRE, WASHINGTON 1980 viene definito come “Official Bootleg”, capirete quindi che la qualità non è perfetta. Meglio di ciò che temevo però: sembrano riprese ufficiali e proshoot venute male, poche telecamere, filmato che diventa indefinito quando le luci si abbassano. Documento storico però, I Whitesnake in una delle loro formazioni classiche in Usa nel 1980…oh, mica male.


L’angolo della posta: to be moved by the blog

12 Apr

Scrive MASSIMO AVALLONE: “Ciao Tim, come stai? Ti leggo sempre, e spesso mi commuovi. Continua così.”

Scrive RIFF” ‘L’Uomo più magro che cammina all’ombra del blues’ è stupenda, una frase d’arte e poesia. Grazie di te, amico mio.Ciao, man.”

Risponde l’esperto: ci tocca sempre premettere che non riportiamo questi messaggi per vanità o bisogno di adulazione, ma soltanto perché l’esperto ogni volta rimane colpito. Pezzi d’uomini fatti, che ci scrivono messaggi senza tanti filtri, uomini ( e donne) che non hanno timore di far trapelare sentimenti e stati d’animo. Lo so che mi ripeto, ma la piccola comunità nata intorno al blog mi entusiasma. Che meraviglia. L’esperto spera un giorno di incontravi tutti…. If we could just join hands,  if we could just join hands,  if we could just join hands….

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LED ZEPPELIN MUST HAVE BOOTLEGS – Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow V.2” February 12, 1975 – Madison Square Garden, New York

10 Apr

La qualità  sonora dei bootleg soundboard del 1975 dei LED ZEPPELIN è stupefacente. Ne sono ormai usciti nove e tutti riflettono l’ottimo lavoro che la società texana SHOWCO fece nel gestire l’impianto audio del tour. Questo di New York poi è probabilmente il migliore, alcuni sostengano possa trattarsi di un rough mix di una registrazione multitraccia. La versione bootleg scelta è quella matrix, dove  la qualità soundboard perde un pelo di brillantezza nell’essere mescolata ad una fonte audience, ma il risultato finale acquista in autenticità. Se vi piacciono i Led Zeppelin e se siete illuminati ed esperti abbastanza anche da affrontare quelli post 1973, questo è un bootleg da avere.

TITLE: Led Zeppelin: “Four Blocks In The Snow” February 12, 1975 –  Madison Square Garden, New York

LABEL: Bluecongo Production

TYPE: matrix (soundboard + audience)

SOUND QUALITY: TTTTT+

PERFORMANCE: TTTT

BAND MOOD: TTTT1/2

12 febbraio 1975, New York. Robert Plant si sveglia verso le 10, insolitamente presto per le abitudini on the road dei LZ. E’ di buon umore. Ordina la colazione, osserva compiaciuto la fitta neve che scende sulla città. Scende nella hall dell’albergo, l’entourage del gruppo è ancora nelle proprie stanze, Jones è uscito per i fatti suoi, Bonham e Page si sveglieranno nel primo pomeriggio. Robert si accomoda in una saletta riservata, legge i giornali, dalla grande vetrata controlla che la nevicata continui, sorseggia un succo d’arancia.  Si sente bene Robert, una delle prime volte che capita in questo tour. Bronchite, febbre e mal di gola sembrano meno feroci del solito. Ripensa a tutti i problemi incontrati durante questa spedizione americana. Jimmy Page che parte con un dito della mano sinistra in pessime condizioni, lui che nella fredda Chicago si ammala immediatamente, le droghe che iniziano a farsi pesanti all’interno della band e che condizionano troppo le performance – soprattutto quelle di Page – del gruppo. Ma oggi Robert non vuole avere cattivi pensieri, si sente in forma e stasera suonerà l’ultimo dei tre concerti del tour al Madison Square Garden, lì a New York City.

Inizia la sera e le limousine dell’entourage partono alla volta del MSG. Dovranno attraversare quattro isolati a passo lento, la neve continua a cadere, le luci della città brillano mentre i Led Zeppelin ci scivolano dentro. Robert ama la magia della neve e si sente sempre meglio.

Nel backstage  osserva il gruppo: BONHAM un po’ nervoso che si beve un  paio di whiskey, Jones fuma da solo in un angolo, Jimmy imperscrutabile finge di ascoltare un paio di groupie. Peter Grant confabula col responsabile del Garden e i pezzi grossi della Atlantic. Gli uomini della sicurezza cercano di darsi il tono giusto.

Arrivano gli echi del mormorio del pubblico, 20.000 anime affamate di piombo Zeppelin. E’ l’ora di cambiarsi, di sparire un paio di minuti nei bagni, di scambiarsi un sorriso…si va in scena.

Parte ROCK AND ROLL, niente di sensazionale… ma il gruppo ha mollato gli ormeggi. Il suono della chitarra di Page è meno distorto e più pulito che in passato, caratteristica di tutto il tour del 1975. Page sembra un po’ scordato, Plant con la voce sembra sempre sul punto di cadere, ma entrambi portano a casa una prestazione dignitosa.

SICK AGAIN è attaccata al finale di ROCK AND ROLL, pur non essendo un pezzo che risalti particolarmente deve essere adatto a far scaldare la band. L’esecuzione del primo assolo di Page è un po’ così, mentre il secondo è già più convinto

RP: “New York! Good evenin’. I said, good evenin’. That’s better. We came four blocks in the snow to get here. You realize that? Well, let me tell you something. People, people were calling me up on the telephone today sayin’, is it gonna be on? Is it gonna be on? For a minute, I wondered about my anatomy and then I realized there was some discrepency about the weather. Isn’t it good, though, it snows? Doesn’t it change the vibe of the city? I think it’s great. Anyway, so we’ll dedicate this to the, the keeper of the seasons. The man who gives us snow when we need it. Whoever he is, wherever he is. We’re gonna do a cross-section of material, as any of you who’ve been to any of the other shows we’ve done. For those of you who haven’t, I’m gonna give you a bit of schtick. It’s, uh, a cross-section of the material that we’ve got together in the last six and a half years. And it starts with one that goes something like this.”

Con OVER THE HILLS AND FAR AWAY il dirigibile prende decisamente quota, soprattutto nella parte dedicata all’assolo di chitarra. E’ uno di quegli exploit di Page che condensano misticismo, senso rock e brillantezza compositiva, in pratica il maestoso respiro dei Led Zeppelin. Quasi otto minuti di rock complesso messo giù in maniera  semplice, deciso ma al contempo dolce. Tight but loose, insomma.

RP: “Thank you. This is, uh, what we could consider to be the last of the New York concerts. We’ve got the Nassau County ones, but we’ve always really dug the, playing in the Garden and, uh, so tonight, so tonight we’re gonna have a really estactic one, right? This is co-dependant on two things: us and you. I’m in the mood to do a lot of talking but that’s not what it’s all about so. Um, we’ve got a new album coming out very shortly called Physical Graffiti. The likes of which we left in California. Um, there’s some new tracks from the album that we intend to play you. And this is one of them.”

IN MY TIME OF DYING …Page si infila la Danelectro e il bottleneck (nell’anulare della mano sinistra) e la cavalcata di chitarra slide ha inizio. Ascoltare la versione in studio di questo pezzo, magari in cuffia, è una esperienza da fare per comprende il senso dell’attacco dei Led Zeppelin, per toccare con mano la grandezza del più riuscito gruppo rock della storia. Dal vivo il brano non può arrivare ai livelli appena descritti, ma rimane sempre un  momento di sana compattezza.

(Page and Plant durante IN MY TIME OF DYING)

RP: “Pardon? Thank you very much. Ironically, that was, uh, that’s an old, what one might call a folk standard. They become folk songs when nobody writes the music to ‘em anymore. They’re just passed on by memory. Can you ever imagine ‘Whole Lotta Love’ endin’ up like that? Right, this is a song that came to us along with a lot of good experiences as we travelled the world. We ended up in, uh, here. Uh, Rodney Dangerfield’s, would you believe? Uh, we ended up in a lot of strange places across the world with a lot of strange people. Some good strange, some weird strange. But in the end we found, to cut a long long story short, that there’s a guy selling t-shirts there. And that ‘The Song Remains the Same.”

Tolta la Danelectro Page indossa la doppiomanico, pennata introduttiva sul RE e inizia THE SONG REMAINS THE SAME, altro momento superbo. Dal vivo, sulla 12 corde, Page cerca di riarrangiare per una chitarra sola le varie parti costruite in studio. Il risultato lascia spesso a bocca aperta. Quanto suona Jimmy Poige in questo brano e in che splendido modo è accompagnato dal gruppo! Se non fosse per le leggere imperfezioni che traspaiono qui è la sembrerebbe di ascoltare i LZ dei primi formidabili cinque anni.

THE RAIN SONG, nata come canzone a cui TSRTS doveva fare da introduzione strumentale, è suonata sulla sei corde della doppiomanico ed inizia laddove l’ultimo gorgheggio di TSRTS finisce. Plant fatica nella sezione più dura ma il risultato finale è molto buono.

RP”Right. Uh, sorry about that small intermission. Um, this is a track from the Physical Graffiti which, uh, once again takes the, the vibe of travel and experience and flashes on environment, like the one that we’re getting right now. But this one is called ‘Kashmir.'”

KASHMIR è il pezzo più importante di quelli presentati tratti da Physical Graffiti, album che – al momento del concerto di cui stiamo parlando –  ancora non è uscito. Il pubblico sembra apprezzare. Altra buona prova, il gruppo sembra davvero unito.

La NO QUARTER del 1975, quando la band è in una serata decente, è uno dei momenti più esoterici dello spettacolo. La musica e la atmosfera che i Led Zeppelin riescono a creare durante questo brano ha del soprannaturale. Immaginate di percorrere, in una notte nera, un sentiero poco battuto con i rumori più nascosti del mondo ad incorniciare il vostro stato d’animo. L’ho già scritto, ma quando Page inizia l’assolo si viene sospinti in un territorio mentale dove si finisce a soppesare i misteri del mondo e a valutare gli orizzonti perduti che noi, uomini e donne di blues, ci portiamo dentro. Page potrà anche essere disgiunto a volte, ma l’intensità che riesce a raggiungere, le note che riesce a strappare sono note che provengono dalla tastiera dell’universo più che da quella di una semplice chitarra. Ammiro molto questa sua capacità di trovare sequenze di note così particolari. Credo sia questo che ammalia così tante persone. Qui al Garden, in questa serata, 17 minuti di musica che aleggia ed alloggia su sensazioni dal significato oscuro, musica che vaga senza mai toccare nessun punto cardinale. Il Garden apprezza molto e si lascia andare a manifestazioni di consenso e di ammirazione con applausi e grida entusiastiche.

RP: “John Paul Jones, piano. Jimmy Page, electric guitar. Raymond Thomas, Jimmy Page’s road manager. Ian Knight, in charge of the smoke machine that didn’t work. 

Well I told you we intended to have a good time. One thing I can’t stand is those very starchy pop stars who pretend that it’s all so serious, that it’s. There’s a few of them lived in the village, from England. Here’s a track from, uh, here’s a track from Physical Graffiti that, that lifts a little bit. It, uh, refers to the embellishments of the motorcar. And it has connotations to physical contact. It’s called ‘Trampled Underfoot.'”

TRAMPLED UNDERFOOT, quarto ed ultimo pezzo da PHYSICAL GRAFFITI. Brano coinvolgente, ma tutto sommato minore e  monocorde. Un po’ strana la scelta delle canzoni del nuovo album. A parte KASHMIR, forse era il caso di provare cose più efficaci e meno strambe…TEN YEARS GONE, CUSTARD PIE, THE ROVER per esempio. THE WANTON SONG fu provata nelle prime date ma poi fu accantonata. Ad ogni modo discreta versione, Plant un po’ a fatica.

RP: “Well that was another new one. Alright. Ladies and gentlemen, at this point in the evening we wanna feature one of the finest percussionist that Led Zeppelin’s ever had. The bowler hatted wonder  John Bonham, ‘Moby Dick.'”

Jimmy abbassa il Mi basso a Re, John Bonham inizia l’intro sul rullante, MOBY DICK prende vita. Venti minuti dedicati al genio percussivo di JOHN HENRY BONHAM. In alcuni momenti ascoltarlo è davvero eccitante. Ho una predilezione per il drumming di Bonham, uno dei pochissimi batteristi che mi fa godere, letteralmente.

RP: “Right, we said our intentions was to, uh, to cover a, sort of a cross-section of color, of sound, of what we’ve managed to get together for the last few years. This, probably, was one of the very first of what one might call the Immaculate Conception. Referring to Jimmy, of course.”

Quello del 1975 è l’ultimo tour che prevede in scaletta DAZED AND CONFUSED; in marzo – a Seattle –  il pezzo raggiunge e supera i 40 minuti. Qui al MSG ci si accontenta di 33. A questo punto del concerto la voce di RP inizia a mostrare i primi cedimenti vistosi, tutto però viene mitigato dall’immaginazione musicale di Page e dalle belle prove di Jones e Bonham. Ancora mistero ed eleganza tenebrosa tra il minuto 6 e 8 nella sezione lenta dedicata a (If you’re going to) SAN FRANCISCO (be sure to wear some flowers in your hair). Segue il lavoretto con l’archetto di violino, dove anche stavolta il Dark Lord richiama dall’oscurità i demoni che così sapientemente riesce a evocare. Rientrata la band e nel bel mezzo di una di quelle improvvisazioni leggendarie, verso il minuto 23 prova un riff già disegnato nella sua mente…diventerà il riff di WALTER’S WALK. Il gruppo, il pubblico, i tecnici sono tutti sospesi in una trance dovuta a quelle improvvisazioni così sbalorditive e feroci. Alla fine tutti, storditi e contenti, tirano un sospiro di sollivo…esperienza mica da ridere quella di essere in balia di una DAZED AND CONFUSED suonata dai LZ (in una buona serata) nel 1975.

(Page in DAZED AND CONFUSED)

RP: “Jimmy Page, guitar.

Huhhh. Well we seem to have covered every, uh, almost every color in the spectrum. I think there’s maybe one color left.”

E’ il momento clou dell’evento, del rito, Jimmy Page riprende la doppiomanico, è l’ora di STAIRWAY TO HEAVEN. Dopo la tempesta di DAZED AND CONFUSED ecco il cielo terso di STARIWAY, la canzone della speranza. Ancora qualche problema alla voce ma il risultato è più che positivo. Durante l’assolo di chitarra qualche vago accenno reggae. L’assolo non è magnifico come quello immortalato nella versione di THE SONG REMAINS THE SAME (il film), ma Page non si ripete quasi mai, cerca sempre nuove strade e nel farlo a volte può incorrere in forzature. Un saluto e si torna nei camerini.

(Plant e Page durante STAIRWAY TO HEAVEN)

RP: “Thank you very much. New York! Goodnight.

Oh.”

Il primo bis è costituito dall’accoppiata WHOLE LOTTA LOVE / BLACK DOG. Il tempo di un minuto e mezzo (una sola strofa e le frasette finali ) e WLL è già finita. Il riff iniziale di OUT ON THE TILE e parte BLACK DOG. Il gruppo pare meno a fuoco, Robert tende sempre più a faticare, Jimmy sembra più sfilacciato. Sembra che la concentrazione se ne sia andata, magari grazie a certe sostanze prese dietro le quinte, o semplicemente forse perché verso la fine di un concerto di questo tipo ( di due ore e mezzo) le forze pisco-fisiche iniziano a venir meno. Intendiamoci, anche così è sempre un bel sentire.

RP: “New York! New York! New York! Goodnight.

Good evening. I said, good eveeening! I mean, this is the last time we’re gonna be at The Garden for, aye aye aye. I said, good eveeeening! (Oh. Well you know that you shook me. Oh).”

HEARTBREAKER si muove sugli stessi binari del bis precedente. Robert ormai non ne ha più e il gruppo ha perso in dinamica. Nell’assolo Jimmy alterna sbavature poco professionali e scariche furibonde. Al minuto 6 parte con un delizioso giro blues/rock and roll su cui si inseriscono subito Jones e Bonham e dove Plant canta (maluccio) THAT’S ALRIGHT MAMA. Nell’assolo finale con l’accompagnamento regna un caos niente male.

RP: “Ladies and gentlemen of New York, you’re too much. And we ain’t so bad ourselves. Thanks very much. Goodnight.”

Malgrado un certo decadimento nelle performance dell’ ultimissima parte, un gran bel concerto (per gli standard del 1975).

(le foto live inserite sono relative alle date di New York del tour 1975)

© Tim Tirelli 2012

TSRTS

 Stairway To Heaven-  assolo

No Quarter – prima parte:

No Quarter  – seconda parte:



INTERVALLO – Sinai Mountain Hop

9 Apr

Dennis torna dalla Cina, Brian di nuovo in ufficio, il demone delle notti senza sonno pt2 , i rigurgiti degli anni settanta e l’hard rock che mi risolve le giornate.

8 Apr

Dennis, dopo 70 e passa giorni di lavoro nel sud della Cina, torna e  mercoledì mi passa a prendere in ufficio per una pizza da Rock a Stonecity. Mi racconta un po’ la vita made in China, non un granché. Rispondo ad una telefonata, vede il mio nuovo cellulino, lo prende in mano, lo valuta, mi scatta una foto…

(Tim’s in the office blues – foto di Dennis)

Ci ridiamo appuntamento per sabato a pranzo in un cinegiappo di Regium Lepidi, come non ne avesse abbastanza di cibi cinesi.

Notte quasi senza sonno quella tra mercole e giove, il demone mi si attorciglia addosso e non mi lascia respirare. Mi chiedo cosa sia questa ansia che mi prende alla notte prima di addormentarmi, sono un uomo di blues, lo so, eppure mi pare di stare un po’ meglio rispetto al recente passato, sono perfino ingrassato, io che sono l’uomo più magro che cammina all’ombra del blues. Alle 03,50 mi alzo, mi metto in cuffia, WHO ELSE di JEFF BECK, in sequenza BRUSH WITH THE BLUES, DECLAN e ANOTHER PLACE…

UN ALTRO POSTO di GOFFREDO CANALI mi quieta l’animo, mi rinfilo sotto alle coperte, non ricordo più nulla se non la sveglia alle 6,30. Oggi è giovedì e Brian verrà in ufficio con me. Già stanco mi metto in macchina, metto il pilota automatico, diretto a Mutina. Metto e tolgo cd nel car stereo: un bootleg dei TISHAMINGO. il doppio live dei BLACK COUNTRY COMMUNION, SCHENKER al Rockpalast nel 1981…non trovo pace, metto su Radio Capital. Preparo Brian e alle 8,15 siamo alla edicola lì vicino: mentre mi accingo a pagare LA REPUBBLICA e IL MANIFESTO mi viene alla mente la cronica mancanza di moneta negli anni settanta…usavamo gettoni telefonici, francobolli da 100 lire posti dentro piccoli contenitori tondi di plastica verde e i miniassegni…i miniassegni…che lavoro ragazzi…

(miniassegni)

Di nuovo in macchina Stonecity bound, Brian ascolta Luca Bottura che conduce LATERAL su RADIO CAPITAL  e dice “Vacca ec crunèsta!” riferito a Bottura, elogiando il buon eloquio del bolognese. Poco dopo: “Bello questo pezzo” (American Woman degli Guess Who). In ufficio Brian sfoglia Repubblica, cerca di frenare la sua sfrenata voglia di parlare, guarda fuori dalla finestra…

(Brian osserva il mondo dalla finestra – foto di TT)

Verso l’una ristorantino per due scaloppe al limone, verso le due a casa di Brian, verso le 15 riparto, mi fermo da due commercialisti e alle 16,30 riapprodo in ufficio, stremato.

Venerdì prepasquale in ufficio, c’è poco traffico, anche di telefonate. Lavoricchio, parlo con Lakèrlit, mi chiama Laròby…è in ufficio da sola, due chiacchiere, e ci salutiamo. Alle 18,15 decido che dobbiamo andarcene, Lakerlit prontamente risponde all’appello, la Sarwooda stranamente è già pronta, Johnluke si sta attardando su un progetto. Gli faccio due urla (bonarie s’intende) e alle 18,30 siamo fuori. Tre giorni a casa, speriamo di dormire un po’.

(JohnLuke & Tim in the office – foto di LK)

Mi metto in macchina, ripenso ad un sms di giovedì di Polbi “In viaggio verso Catanzaro con la speranza di sbloccare certe faccende, ascolto con inaspettata goduria una cassetta degli WHITESNAKE che mi hai registrato secoli fa…”, Polbi che si ascolta gli Whitesnake, questa sì che è una sorpresa. Di sicuro gli avrò fatto qualcosa periodo 1978/84. Fuori c’è uno di quei tardi pomeriggi con nuvole e sole, tempo perfetto per sparasi a canna gli WHITESNAKE, mentre mi godo per l’ennesima volte le campagne che sono casa mia…

(Le campagne che sono casa mia – foto di TT)

HIT AND RUN, LOVE AIN’T LO STRANGER, TOO MANY TEARS…canto a squarciagola…gli WHITESNAKE mi fanno bene all’animo…

There’ve been too many tears falling,
And there’ve been too many hearts
Breaking in two.
Remember what we had together,
Believing it would last forever.
So, tell me, baby,
Where did I go wrong

Arrivo nel posto in riva al mondo ancora in preda alle bluesy good vibrations del Serpente Bianco. Mi godo quello scampolo di sole che ancora resiste su Borgo Massenzio…

(late afternoon sunshine on domus saurea – foto di TT)

Sabato, alle 08,20 sono già da Brian. Lo comando a bacchetta: (dopo la doccia) “Dai Brian, lavarsi i denti…pulirsi le orecchie…mettersi la maglietta…la camicia…il maglioncino…” non gli do tregua, lui, da par suo, mi risponde con un “Va bene, Comandante”. Ninentylands: colazione e soliti nostri giri.

(Brian e Tim in Ninetylands – Foto di Lsm)

Verso mezzogiorno riporto Brian a casa. Si arrabbia un po’ perché non resto con lui o perché non viene con me, ormai succede spesso questo, anche il giovedì. Ti sembra di sbatterti abbastanza e perciò quando senti questi discorsi ti arrabbi un po’, ma fai buon viso a cattivo gioco, non è Brian a parlare, sono i vapori delle nebbie che deve attraversare. Lui si inquieta, ti dice cose poco simpatiche, tu cerchi di non reagire, ma non sempre ci riesci. Ti telefona dopo pochi minuti e rincara la dose. Ti si ingrigisce l’animo. Ma poi dopo un paio di ore, riemerge dalla foschia, ti chiama, ti chiede cento volte scusa e di dice almeno dieci volte che ti vuole bene. Che brutto lavoro la vecchiaia. Ritorno con ancora gli WHITESNAKE nelle orecchie:

All’una al cinegiappo con Dennis, il quale mi regala una maglietta e un cappellino dell’esercito cinese. Insieme ci guardiamo poi l’Inter, grande delusione, giochiamo maluccio, ma se non altro non perdiamo e segniamo due goal. Pessimi anche i risultati delle altre partite con la seconda squadra di Milano che perde in casa e la squadra dallo stadio di latta che ora è prima. Meglio non pensarci.

Domenica, mi sveglio e penso alla risurrezione…ha ragione Julia, la chiesa cattolica è una grande madre di cui sentiamo il peso, volenti o nolenti. Qualcuno mi prepara un caffè, io metto su i 10CC…

L’umore ha lo stesso colore del cielo di oggi: silver, blue and gold …

Risurrezione dunque eh? Mica quella di quell’ebreo di origine etiope che si sono inventati i cristiani, ma quelle più vicine a me, non sarebbe male….mia madre, John Bonham, Che Guevara, Robert Kennedy, Boz Burrell, Cozy Powell, Pop e Laura e qualche altro nome…fossero qui tra noi mi sentirei meno peggio…bah, pensieri sballati di una fottuta pasqua qualunque…adesso vado dalla Lucy a mangiare i cappelletti, poi metterò su la BAD COMPANY e i BLUEÖYSTER CULT e cercherò di evitare le ombre più scure del blues…da buon veterano delle guerre psichiche quale sono…in Eric Bloom I trust.

ADDIO A JIM MARSHALL

5 Apr

Stamattina, a 88 anni,  se ne è andato JIM MARSHALL, inventore degli amplificatori del rock e uomo di gran lignaggio. Gli saremo sempre riconoscenti, il suono di un Marshall a valvole, unito a quello di una Gibson Les Paul, è il suono della musica rock, il suono che ci portiamo dentro, quello grazie al quale smussiamo i nostri blues, quello con cui ci mettiamo a ballare l’Hoochie Choochie, quello che ci fa vivere insomma. Io e Lorenz stasera inizieremo una veglia, non tanto funebre, ma una veglia di ringraziamento…ascolteremo i dischi incisi grazie ai suoi amplificatori, berremo Southern Comfort (io) e Macallan (Lorenz) e alzeremo i calici in onore del grande Jim. Riposa in pace, vecchio mio. Grazie di tutto.

CLASSIC ROCK MAGAZINE N.169 – APRILE 2012

3 Apr

 

Un po’ in ritardo spendo due parole su questo bel numero: 13 pagine dedicate ai VAN HALEN, 6 agli UFO, 4 dedicate a foto rare dei QUEEN, recensioni dell’ultimo VAN HALEN e dell’ultimo SPRINGSTEEN,. Nelle pagine dedicate alle recensioni delle nuove ristampe si parla di RORY GALLAGHER, ancora UFO, MICHAEL SCHENKER GROUP, mentre la buyer’s guide è dedicata agli SCORPIONS. IL Cd allegato  si chiama BLUES FURY new rock revolution/high voltage blues…non lo trovo più, quindi non posso parlarne. Anyway this is a fucking cool issue.

MMMMMMMMM

BRUCE SPRINGSTEEN “The Collection 1973-84” (2010 Sony Legacy) – TTTTT

2 Apr

14,62 sterline per i 7 album da avere di Springsteen.Per chi ama comprare cd questo è davvero un bel momento. Box set semplice ma tutto sommato pratico. BORN TO RUN e THE RIVER è roba da cinque stelle, il resto veleggia (per un non amante del genere quale sono io) tra le tre e le quattro stelle. I primi due album un po’ naif, prodotti maluccio, con spunti interessanti, NEBRASKA un po’ troppo scarno e noiosetto, BORN IN THE USA l’album del mega successo e DARKNESS meno brillante dei momenti migliori. Tuttavia, ripeto, l’operazione in sé vale il massimo dei voti, per pochi euro ti porti a casa i sette dischi basilari dell’artista in questione, artista il cui nome giganteggia quando si parla di rock americano. Consigliato.