Come scrivo ogni volta che affronto questo tipo di articoli, lavorando in un’azienda come quella per cui lavoro uno dei miei compiti è anche quello di tenere alcune lectio magistralis (e sia chiaro, lo scrivo con tutta l’autoironia possibile) sulla musica Rock. D’altro canto il presidente me lo disse già durante il colloquio due anni e mezzo fa: “In caso scegliessimo te, sappi che ti chiederò di tenere lezioni sul Rock per i colleghi”. Eccomi dunque qui per la nuova “school of Rock”. Siamo ormai arrivati al quinto episodio, da tenersi come sempre dalle 18:15 alle 19:30 nella – a me tanto cara – Sala Blues, la sala riunioni informale, la sala “where the dreams come blue”, capacità: 25 posti a sedere.
Un pubblico dunque selezionato che si prende la briga di fermarsi in azienda dopo l’orario di lavoro per ascoltare storielle e brani musicali di gruppi del bel tempo che fu. In questo solstizio d’estate viro verso il Rock in senso stretto, ci affranchiamo dal prog rock delle ultime puntate (Genesis e ELP) e ci buttiamo sul primo eroe della chitarra, Eric Clapton.
Alle 17:30 sono già sul posto, sistemo gli ellepì, i CD, controllo gli appunti e mi siedo su di una poltroncina in attesa dei colleghi. La prima ad arrivare è Lady J, una che fa parte del Team Tirelli, il giro di colleghe e colleghi che tendono ad avere affinità elettive con l’uomo di blues che sono. Lady J è una giovane donna a cui credo di aver fatto scoprire Ten Years Gone dei LZ, da allora gironzola con interesse intorno a quel tipo di Rock, cerca ci carpirne l’essenza e di collocare quella musica stellare nel tempo e nello spazio. Non è un “lavoro” (come diciamo qui in Emilia) da tutti.
Poco dopo le 18:15 faccio l’appello, ringrazio il gentile pubblico presente e inizio con l’introduzione.
Da dove viene la musica che tanto amiamo, come si trasforma e che cavolo di impatto riesce ad avere sulle nuove generazioni giovanili. Entriamo poi nel vivo parlando di Eric Clapton, analizzando persino il significato del nome: Eric, dal norvegese antico “Re” o “Unico Re”, e Clapton dall’inglese antico “Collina Rocciosa”. Azzardo una traduzione italiana foneticamente efficace: Re Collepietra, tra l’ilarità dei miei giovani colleghi. Un po’ di storia, la madre che ha una relazione con un militare canadese che finita la guerra tornerà nel suo paese d’origine, lui che cresce con i nonni materni, lui che a 13 anni prende in mano la chitarra ma la abbandonerà quasi subito per poi innamorarsene qualche anno dopo, la scoperta del blues, i primi gruppi e poi i “Gallinacci”. Un veloce accenno anche all’uomo oltre che al musicista, uomo tutto sommato mediocre che tra l’altro nel 1976 e nell’era Covid se ne uscì con dichiarazioni imbarazzanti.
spezzoni Intro & Yardbirds
Quindi l’avventura con John Mayall & The Bluesbreakers il cui l’album omonimo del 1966 inaugura la stagione dei chitarristi, saranno questi per alcuni anni a diventare le figure principali di molti gruppi Rock.
Il suono di chitarra dell’album con Mayall è, per l’epoca, sensazionale: è la prima volte che un sound del genere viene registrato grazie alla combinazione della chitarra Gibson Les Paul e dell’amplificatore Marshall 1962 (rinominato Bluesbreaker). Grazie al sound rotondo, distorto e al contempo cremoso che Clapton riesce a creare e alla perizia chitarristica, appare su un muro a Londra la citatissima scritta “Clapton is god.” L’album non fa nemmeno in tempo ad uscire che Clapton è già pronto per un nuovo capitolo della sua carriera; insieme a Ginger Baker e Jack Bruce forma infatti i Cream grazie ai quali comincia la stagione dei grandi gruppi Rock
Blues progressivo, Hard Rock, psichedelia e spazi per lunghe improvvisazioni si mischiano fino a deflagrare in una sorta di Rock Blues cosmico.
Tre album da studio (il terzo, doppio, è per metà dal vivo) e un paio di live che fanno sobbalzare il mondo del Rock che sta delineandosi.
Spezzoni Video John Mayall’s Bluesbreakers & Cream
Terminata l’esperienza Cream, Clapton inizia a distanziare sé stesso dal buraccione del guitar god, si getta capofitto nel genere “americana” che inizia a definirsi con “Music From The Big Pink” (1968) della Band. Tra il 1969 e il 1970 forma i Blind Faith con Stevie Winwood, i Derek & The Dominos, collabora con Delaney & Bonnie, registra un buon primo album solista che rimane comunque interlocutorio per poi precipitare in un biennio buio.
Riemerge nel 1974 con l’album solista 461 Ocean Boulevard grazie al quale compie la singolare trasformazione da chitarrista a rockstar a tutto tondo. Se ci pensiamo è l’unico che è stato in grado di reinventarsi così.
Da lì in poi il Clapton solista torna ad avere un grande successo, oltre all’album del 1974 vi è quello del 1977, Slowhand, ad essere uno dei più venduti. Nel 1980 esce il doppio live Just One Night registrato al Budokan di Tokyo nel dicembre 1979, disco dal vivo assai importante per quelli della mia generazione.
Fino al 1983 fa buoni album, poi incontra Phil Collins ed è la fine, arrivano i dischi di plastica (per quanto ascoltabili), i completi di Armani e la musichetta anni ottanta. All’inizio degli anni novantail suo “Unplugged” (fortunata serie di dischi dal vivo voluta da MTV) spopola e solo in USA vende più di 10 mln di copie … è un disco gradevole, le versioni di Layla e di Tears In Heaven sono ben fatte, ma il blues che riempie tutto il resto è troppo perfettino, pulito, quadrato, per quanto ben suonato. Quel tipo di blues che in quegli anni avrebbero potuto ascoltare anche le nostre zie e i supermanager dell’epoca dentro alle loro costose BMW con solo due o tre cd, Brothers In Arms dei Dire Straits, il primo solista di Sting e l’Unplugged di Clapton appunto. Nulla di male, per carità, ma il blues e il Rock forse erano un’altra cosa.
E qui vi rimando ad un articolo del 2021 che scrissi qui sul blog …evidentemente questo è un tema a me molto caro:
https://timtirelli.com/2021/03/06/quel-maledetto-adesivo-dei-grateful-dead-attaccato-alla-cadillac/
Dopo l’unplugged Clapton pubblica altri dischi, alcuni più che dignitosi ma in sostanza si trascina sino ai giorni nostri.
Spezzoni SOLISTA
Termina più o meno così la mia miserella School Of Rock su Eric Clapton. I colleghi e le colleghe sono come sempre generosi/e nel regalarmi un applauso convinto …
Spezzoni – THE CLAP
e qualche battuta gentile:
Gabri: “La mia prima lezione e l’ho adorata!”
Chris: ” Grazie tante Tim! Cazzo…non conoscevo la storia dei Cream …li ascolterò”
Lady J: ” In un paio di momenti ho sentito i brivido e mi sono proprio emozionata”
Il prossimo appuntamento si dovrebbe tenere vicino all’equinozio di settembre. Thank you boys & girls.
Foto di Lady J & Stremmyy Girl / Video di Lady J.
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la School Of Rock sul blog:
TT’s Schol Of Rock Episodio 3 è contenuta all’interno di:
Il terrore del sabato mattina e altri blues assortiti.








Bravo, caro mio. Bravo. Ti abbraccio.
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Thank you Mackey, thank you so much.
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Una lezione del genere su E.C dovresti tenerla almeno al 95% dei presunti appassionati di musica rock. Personalmente (sarò anche sfigato nelle mie conoscenze) tra amici , conoscenti e compagni di suonate varie non ricordo di averne mai incontrato uno che conoscesse il Clapton dei CREAM .
Non pretendo nemmeno Yardbirds , Bluesbreakers , Blind Faith o Derek and the Dominos , ma per quanto riguarda il sodalizio con Jack Bruce e Ginger Baker , buio totale. Sempre a citarmi quel cavolo di dischetto unplugged . Ne avessi convertito uno !
Hai centrato anche gli altri due album di riferimento di questa tipologia di “appassionati”. I Dire Straits sono trattati da questi replicanti come il vertice della “buona musica”.
A questo punto potresti tenere una lezione sui Rolling Stones , facendo conoscere Mick Taylor.
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ostensione ostensióne s. f. [dal lat. tardo ostensio -onis, der. di ostendĕre «mostrare»], letter. – L’atto di mostrare, di esporre alla vista (soprattutto una reliquia, nelle chiese).
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Quel benedetto “Just One Night” : mai una edizione De Luxe, o Bonus tracks, o remastered, niente di niente; penso sia rimasto l’unico album rock importante a non aver avuto un trattamento del genere ! Ma come mai?
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