Recensendo il romanzo del 2017 di Dan Brown, qui sul blog scrissi che:
Dan Brown è uno scrittore “pop”, ma è un pop d’autore. Lo seguo dall’inizio, possiedo tutti i suoi libri in edizione rilegata e non mi imbarazza dire che mi piace molto. Tratta argomenti a me cari, scrive bene e inventa storie che mi intrattengono in modo completo, sulle quali spesso si avviluppano temi scientifici suggestivi.
Non posso che confermare il mio pensiero: quasi 800 pagine di lettura trascinante, affrontate con grande interesse. La storia di base è un thriller ben costruito, ambientato a Praga, sul quale si innestano argomentazioni scientifiche che mi appassionano molto.
In questo caso, a partire da pagina 314 entra in scena — in maniera dirompente — il tema della coscienza non locale, un argomento che suscita in me grande curiosità. Non aggiungo altro per non rivelare uno degli snodi cruciali del libro.
Un altro romanzo riuscitissimo e vendutissimo (212.000 copie solo in Italia, ad oggi).
A quasi dieci anni dal suo ultimo successo, Dan Brown torna con il suo romanzo più ambizioso ed emozionante: una nuova caccia di Robert Langdon dove, come sempre nei suoi libri, nulla è più pericoloso della conoscenza, e nulla è più efficace di una mente affilata.
«Per anni Brigita Gessner aveva deriso i pazienti che affermavano di essere stati a un passo dalla morte e di ave poi fatto ritorno. Ora si trovò a pregare di poter ingrossare le file di quelle rare anime. Ma era troppo tardi, lo sapeva. La sua vita si era conclusa.»
«Praga magica, Golem incluso. E gli altri intrighi sono anche meglio.» – Matteo Trevisani, La Lettura
«Che tipo, Dan Brown. Sei a casa sua da dieci minuti e già t’incanta inanellando piccole rivelazioni, quasi fosse scivolata anche tu nelle pagine del suo nuovo, attesissimo romanzo: L’ultimo segreto». – Anna Lombardi, Il Venerdì
«L’ultimo segreto in fondo è “un libro sul potere dei libri”.» – Raffaella Silipo, la Stampa
Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante.
Le cinque del mattino della vigilia: l’alba è un futuro prossimo. La campagna nera è tutto ciò che la finestra riesce a filtrare, sento l’oscurità premermi sulla pelle.
La Charlie’s Angel con cui vivo è di là, dorme il sonno dei giusti, e io, uomo di blues, sono qui a ricamarmi l’animo in questa fredda e buia mattina di dicembre.
Per non scivolare nell’abisso del blues chiedo compagnia a Gary Burton.
La decade dell’anno che preferisco è ormai passata: quei dieci, undici giorni che arrivano fino al 23 dicembre e che tanto mi riempiono di letizia e di malinconica felicità. Tuttavia è mia ferma intenzione tenermi lontano, non farmi inghiottire dal gorgo quotidiano di pensieri e affanni.
Cerco di lasciar sfumare le brutture del mondo: personaggi nostalgici di dittature feroci in Sud America eletti presidenti; le democrazie sempre più deboli; il desiderio autodistruttivo dei popoli di farsi gregge e quindi di volere l’animale forte al comando; la cultura sotto scacco; l’intrattenimento nazional-popolare assurto a valido esempio di attività artistica; la gente che pensa di essere avulsa dal mondo, di essere speciale; l’individualismo – magari inconsapevole – come unico metro per porsi nella società; la (estrema) destra al potere che cerca in tutti i modi di far evaporare quel poco di umanesimo che eravamo riusciti a portare a galla, ribaltando il modo di stare gli uni con gli altri; l’arroganza, la violenza verbale (e non solo), la prevaricazione e le ingiustizie che diventano norma; gli USA come modello di riferimento per riplasmare una società dove cultura, bon ton e solidarietà vengono messi all’angolo; il profitto a ogni costo, l’indottrinamento, l’ossessione di dividere il mondo in ricchi e poveri…
Insomma, come definita nell’ultimo rapporto Censis, questa “età selvaggia del ferro e del fuoco”.
Mi riprometto inoltre di non lasciarmi trasportare, in questi giorni, dalle mie beffarde precisazioni illuministiche; di non erigermi a paladino della giustizia sociale e umana; di non immergermi in discussioni che non portano da nessuna parte. Una manciata di giorni da spendere con lo spirito rivolto al signore (oscuro),
Il Signore Oscuro con i Led Zeppelin performing in Landover, Maryland on May 28, 1977 (Bill “Wheelz” Wheeler)
…e magari essere contento di essere una semplice scimmia evoluta, a spasso su questa benedetta roccia persa nel buco del culo dell’universo.
Giorni da dedicare alla musica rock, quella vera; all’opera omnia di Franz Kafka, che ho iniziato a rileggere in queste notti; al festeggiamento del Sol Invictus, che da tre giorni è rinato.
E poi, e poi, girare per la città e trovarla trasformata dall’inverno e da questa pioggia che fino a qualche anno fa sarebbe stata certamente neve; osservare la gente ostinata nel cercare a ogni costo un ultimo regalo; ascoltare Battisti che fuoriesce dalle vetrine di un negozietto all’angolo,
…e mentre cala la sera, mettersi le cuffiette e lasciarsi trasportare dal jazz seducente di Charles Mingus
E ripensare ai piccoli gesti che riaggiustano l’animo e l’umore: la telefonata di uno degli AD (va beh, CEO) che ho avuto, tanto per non perdere l’abitudine di confrontarsi su come sta andando il mondo, sulla musica rock e sul football; il collega metallaro che mi vede passare, interrompe la call in cui è intrappolato e mi viene ad abbracciare; la bella collega che, prima di ributtarsi nell’ennesima call sul filo del Natale, mi stringe forte a sé, mi tiene le mani, mi dice «Buon Natale, Tim» e mi confida che, nell’ultima School of Rock appena tenuta, mentre parlavo dei Rolling Stones, ho aperto una magnifica parentesi sul blues e su ciò che significava per gli interpreti originali, laggiù negli anni Venti e Trenta del secolo scorso; il giovane manager on a roll che mi incontra nel lungo corridoio, mi fa il gesto dell’heavy rock — quello che, nell’ambito dell’heavy metal e in generale della musica hard rock, è un segno di approvazione e complicità tra fan. Un gesto che ha però una doppia forma e origine: nella versione con tre dita (pollice, indice e mignolo alzati) affonda le radici nella cultura hippie, derivando dalla lingua dei segni americana, dove esprime amore (le dita, infatti, simboleggiano le lettere ILY di I love you) — e mi dice: «Forza Inter».
E allora, di nuovo sul treno che mi porta nell’altra mia città, quella di tutta la mia stirpe, quella che non sento del tutto ma a cui appartengo; e poi, finalmente, la stradina lunga e tortuosa che mi conduce fino alla Domus Saurea, la casetta in cui vivo.
Domus Saura dicembre 2025 – foto Tim Tirelli
Un’occhiata, in silenzio, alle lucine del pozzo.
Domus Saurea dicembre 2025 foto Tim Tirelli
ed eccomi al tepore che la stufa diffonde, mentre il gatto Honecker, dopo una giornata passata a scapicollarsi nelle campagne vicine, si gode il riposo del guerriero.
Honecker – Domus Saura dicembre 2025 – foto Tim Tirelli
Siamo di nuovo qua, donne e uomini di blues, ad augurarci ogni bene per il nuovo anno e a festeggiare il ritorno del Sol Invictus, mentre l’inverno prende ufficialmente forma.
Evgeny Lushpin – Crepuscolo (datato 2000, olio su tela 70 x 90 cm Collezione privata)
Che le stelle tornino a riempire i nostri sogni, che il Blues possa farci sentire a posto e che la Zeta Cometa brilli forte lassù.
Ricordiamoci sempre, come cantava il nostro indimenticato Greg Lake, che sia esso «inferno o paradiso, il Natale che abbiamo è il Natale che ci meritiamo».
Auguri a tutti dal vostro Tim Lowell Leroy Jeremiah Ebenezer Tirelli.
◊ ◊ ◊
I Believe in Father Christmas
Greg Lake 1975
They said there’ll be snow at Christmas They said there’ll be peace on Earth But instead it just kept on raining A veil of tears for the Virgin birth I remember one Christmas morning A winter’s light and a distant choir And the peal of a bell and that Christmas tree smell And their eyes full of tinsel and fire
They sold me a dream of Christmas They sold me a Silent Night And they told me a fairy story Till I believed in the Israelite And I believed in Father Christmas And I looked to the sky with excited eyes Then I woke with a yawn in the first light of dawn And I saw him and through his disguise
I wish you a hopeful Christmas I wish you a brave New Year All anguish, pain and sadness Leave your heart and let your road be clear They said there’d be snow at Christmas They said there’d be peace on Earth Hallelujah, Noël, be it Heaven or Hell The Christmas we get, we deserve
Black and Blue è sempre stato, per me, uno di quei dischi che definisco “obliqui”: album che non risultano pienamente riusciti, oppure che riflettono periodi in cui le band non si trovavano nelle migliori condizioni, o ancora lavori nati in momenti di transizione.
Ho sempre subito il fascino di questi lavori: forse perché sono fatto così, o forse perché mi interessa ascoltare i risultati che emergono da momenti particolari. Inutile aggiungere, dunque, che Black and Blue è un disco che mi piace molto (e ovviamente la sua peculiare “colorazione cromatica” gioca a suo favore).
Siamo alla fine del 1974: Mick Taylor lascia la band, insoddisfatto del proprio ruolo. Il gruppo inizia a preparare un nuovo album con l’idea che le relative session possano anche funzionare come “audizioni” per scegliere il nuovo chitarrista.
Tra l’inizio di dicembre 1974 e aprile 1975, e poi tra ottobre 1975 e febbraio 1976, si svolgono le sedute di registrazione, con il contributo di vari ospiti tra cui Billy Preston e Nicky Hopkins.
Vengono utilizzati diversi studi: il Musicland di Monaco di Baviera, il Rolling Stones Mobile (per le session di Rotterdam) e il Mountain Recording di Montreux.
I chitarristi coinvolti — sia per il vero lavoro in studio sia per semplici jam session — sono Peter Frampton, Jeff Beck, Rory Gallagher, Robert A. Johnson (musicista di Memphis), Johnny “Shuggie” Otis (multistrumentista di Los Angeles), Wayne Perkins e Harvey Mandel. A questi si aggiunge naturalmente anche Ron Wood, che nel 1975 partecipa al tour come secondo chitarrista.
Verso la fine di quell’anno i Faces, gruppo di cui Wood fa parte, si sciolgono: diventa quindi quasi inevitabile per lui entrare a far parte dei Rolling Stones. Gli altri chitarristi britannici, in particolare Beck e Gallagher, vengono considerati forse troppo tecnicamente dotati e brillanti per integrarsi in una rock’n’roll band come i Rolling Stones.
Black and Blue esce il 23 aprile 1976: arriva 1° negli USA, 2° nel Regno Unito, 11° in Italia, 1° nei Paesi Bassi, 2° in Canada e così via. Questa nuova edizione “superiore di lusso” — oltre al tanto materiale bonus — mette in evidenza il nuovo mix dell’album originale, curato dal solito Steven Wilson.
La nuova moda di “ripulire a fondo” le registrazioni storiche è un argomento delicatissimo. Una cosa è la rimasterizzazione, cioè un intervento sul master stereo originale per migliorarne la resa; un’altra è il remix, che significa rivedere l’intero bilanciamento originario intervenendo su ogni singolo strumento. In passato sono stato piuttosto critico su queste operazioni (come dice il mio amico Picca, è un po’ come ritoccare la Gioconda con Photoshop), mentre oggi sono meno rigido.
Sia chiaro: trovo insopportabili i remix che stravolgono completamente gli originali — quelli pensati per rendere più “moderna” certa musica (quello che hanno fatto gli Whitesnake, per dire, è da galera!). Al contrario, ascolto volentieri i nuovi mix che rispettano il canovaccio originale e cercano unicamente di dare un respiro più ampio alla musica. Anche qui, volendo, ci sarebbe comunque da fare distinzioni.
Black and Blue è sempre stato considerato il disco degli Stones degli anni Settanta con il suono migliore: è facile quindi capire perché Wilson sia intervenuto con molta cautela. E infatti si percepisce una musica che “respira” con più facilità, senza però allontanarsi troppo dal ricordo sonoro che ciascuno di noi ha in mente.
Hot Stuff è costruita sul riff funk di Keith Richards e su un approccio marcatamente black fino a quando non si apre in un più convenzionale — ma riuscitissimo — formato canzone. Splendido il lavoro di Harvey Mandel alla chitarra solista.
Hand of Fate riporta il disco su canoni più tipicamente Stones: un andamento rock al tempo stesso delicato e deciso, con chitarre ritmiche splendide e, ancora una volta, una solista di grande qualità grazie a Wayne Perkins. Un momento davvero notevole.
Segue il rifacimento di Cherry Oh Baby, brano reggae del 1971 dell’artista giamaicano Eric Donaldson. La versione dei Rolling Stones è piuttosto fedele all’originale; le chitarre sono affidate a Richards e Wood.
Il piano introduce Memory Motel, una toccante canzone d’amore scritta con la schietta delicatezza della vita on the road. Mick Jagger la interpreta come solo lui sa fare, mentre Keith aggiunge ulteriore pathos con il suo intervento vocale. Se ci mettiamo anche un tocco del piano Fender Rhodes, il quadro è completo. Una meraviglia che solo gli Stones sanno creare.
Non c’è molta chitarra in questo brano, ma quel poco che c’è è suonato magnificamente da Harvey Mandel. La band è coesa — alla maniera dei Rolling Stones, s’intende — tutto sembra perfettamente al suo posto… non resta che lasciarsi commuovere dal ricordo di amori passati, sfumati in lontananza.
Hannah honey was a peachy kind of girl Her eyes were hazel And her nose was slightly curved We spent a lonely night at the Memory Motel It’s on the ocean, I guess you know it well
It took a starry night to steal my breath away Down on the waterfront Her hair all drenched in spray
Hannah baby was a honey of a girl Her eyes were hazel And her teeth were slightly curved She took my guitar and she began to play She sang a song to me Stuck right in my brain
You’re just a memory of a love That used to be You’re just a memory of a love That used to mean so much to me
She got a mind of her own And she use it well, yeah Well she’s one of a kind Got a mind
She got a mind of her own, yeah And she use it mighty fine
She drove a pick-up truck Painted green and blue The tires were wearing thin She done a mile or two When I asked her where she headed for “Back up to Boston I’m singing in a bar”
I got to fly today on down to Baton Rouge My nerves are shot already The road ain’t all that smooth Across in Texas is the rose of San Antone I keep on a feeling that gnawing in my bones
You’re just a memory of a love That used to mean so much to me You’re just a memory girl You’re just a sweet memory And it used to mean so much to me
Sha la la la la
You’re just a memory of a love That used to mean so much to me
She got a mind of her own And she use it well, yeah Mighty fine ‘Cause she’s one of a kind
She got a mind of her own She’s one of a kind And she use it well
On the seventh day my eyes were all a glaze We’ve been ten thousand miles Been in fifteen states Every woman seemed to fade out of my mind I hit the bottle I hit the sack and cried
What’s all this laughter on the 22nd floor It’s just some friends of mine And they’re busting down the door
Been a lonely night at the Memory Motel
You’re just a memory girl, just a memory And it used to mean so much to me You’re just a memory girl, you’re just a memory And it used to mean so much to me You’re just a memory girl, you’re just a sweet old memory And it used to mean so much to me You’re just a memory of a love that used to mean so much to me
She’s got a mind of her own and she use it well yeah Well she’s one of a kind
Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood) è un rock a tempo medio costruito sulle chitarre di Richards e Wood, tenuto caldo da venature nere, tra funk e accenni reggae. Niente male anche l’assolo di Ronnie, energico e ben inserito nell’andamento del brano.
Melody (Inspiration by Billy Preston) scivola sulle lente cadenze di uno swing venato di blues; qui Billy Preston è in primissimo piano — piano, organo, cori — perfetto sparring partner di Jagger. Melody deve parecchio a Do You Love Me, dal suo album del 1973, e l’influenza è evidente senza risultare pesantemente imitativa.
Fool to Cry, fortunatissimo singolo tratto dall’album, è un’altra di quelle canzoni di cui sono innamorato: il modo in cui la canta Mick Jagger, il testo, la ragazza che vive nella parte povera della città… I Rolling Stones restano immensamente rock anche quando si cimentano nelle ballate. Il nuovo mix sembra amplificare ulteriormente l’emozione del brano. Nicky Hopkins, al piano e al sintetizzatore (archi), è semplicemente spettacolare.
You know, I got a woman (Daddy, you’re a fool) And she live in the poor part of town And I go see her sometimes And we make love, so fine I put my head on her shoulder She said, “Tell me all your troubles.” You know what she said? she said
“Daddy you’re a fool to cry You’re a fool to cry And it makes me wonder why.”
Crazy Mama si muove su territori che i Rolling Stones hanno percorso molte volte: un classico rock / rock’n’roll nel loro stile più riconoscibile. Ron Wood e Keith Richards sono alle chitarre, con Keith anche al basso. Una chiusura di disco che testimonia come i Rolling Stones, nonostante tutto, siano ancora pienamente sé stessi.
Album particolare, dunque, ma vivo, denso, palpitante; forse imperfetto, ma pur sempre una fotografia nitida di quei mesi.
◊ ◊ ◊
I Love Ladies è la prima outtake: un tempo medio non banale, una buona canzone, semplice nella scrittura, per quanto mi riguarda quasi tutto ciò che Mick e Keith hanno composto in quegli anni Settanta mi tocca nel profondo.
La cover di Shame Shame Shame, pezzo disco-rock del 1975 di Shirley & Company, non è affatto male: simile all’originale, ma suonata con l’anima dei Rolling Stones. Volendo essere pignoli, ci si può chiedere perché non siano state incluse Slave, Start Me Up (in versione reggae) e Carnival To Rio (registrata insieme a Eric Clapton), tutte registrate nel periodo in cui Black and Blue veniva confezionato.
Chuck Berry Style Jam (con Harvey Mandel) è un’improvvisazione rock’n’roll generica di oltre cinque minuti, mentre Blues Jam (con Jeff Beck) arriva quasi a dieci. Quest’ultima aiuta a immaginare come sarebbero stati i Rolling Stones con Jeff Beck al posto di Ron Wood: in questo lungo blues Jeff sembra amalgamarsi col gruppo, anche se a tratti la sua inventiva emerge in modo così evidente da sembrare forse fuori luogo nel contesto.
La Rotterdam Jam (con Jeff Beck e Robert A. Johnson) è più movimentata e, a tratti, sconfina nel jazz-rock, un territorio sulla carta ostile ai Rolling Stones, ma che sembra funzionare piuttosto bene. Lo stesso vale per Freeway Jam (con Jeff Beck), brano scritto dal grande Max Middleton e apparso nell’album Blow by Blow di Beck del 1975. I Rolling Stones lo trasformano in un quasi-shuffle bluesato, su cui Jeff Beck si inserisce alla sua maniera. Curioso: ascoltando questi episodi, si ha quasi l’impressione che Jeff Beck nei Rolling Stones non sarebbe stato un corpo estraneo.
Anche in questo caso ci si chiede che fine abbiano fatto le jam session registrate con Rory Gallagher.
Chiaro che, ascoltando la registrazione dal vivo del 1976 a Earls Court, non si può non notare come Ron Wood si fosse calato perfettamente nel ruolo di seconda chitarra del gruppo. I brani tratti da Black and Blue risultano convincenti: il gruppo li affronta con la giusta determinazione. Hand of Fate non fa prigionieri, Hey Negrita è grintosa, Fool to Cry, suonata con un effetto flanger incisivo, acquista ancora più forza e supera a pieni voti l’esame live. Forse solo le tastiere appaiono un po’ pacchiane, ma il resto funziona davvero: qualche piccola imperfezione qua e là non fa che aggiungere valore all’onestà musicale e al flusso vitale che un vero musicista rock deve avere. Il riff di chitarra ritmica di Hot Stuff appare leggermente meno fluido, ma il resto della band entra con decisione nel ritmo del pezzo.
In conclusione, la super deluxe edition è di grande valore. Black and Blue resta un album da riscoprire e approfondire, e i Rolling Stones continuano a meritarsi il titolo di migliore rock’n’roll band di tutti i tempi.
◊ ◊ ◊
Black and Blue The Rolling Stones / 4CD+blu-ray super deluxe
CD 1: Black and Blue – Steven Wilson 2025 Mix
Hot Stuff
Hand Of Fate
Cherry Oh Baby
Memory Motel
Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood)
Melody (Inspiration by Billy Preston)
Fool To Cry
Crazy Mama
CD 2: Outtakes and Jams
I Love Ladies
Shame, Shame, Shame
Chuck Berry Style Jam (With Harvey Mandel)
Blues Jam (With Jeff Beck)
Rotterdam Jam (With Jeff Beck and Robert A. Johnson)
Freeway Jam (With Jeff Beck)
CD 3: Live at Earls Court 1976
Honky Tonk Women
If You Can’t Rock Me/Get Off My Cloud
Hand Of Fate
Hey Negrita (Inspiration by Ron Wood)
Ain’t Too Proud To Beg
Fool To Cry
Hot Stuff
Star Star (Starfucker)
You Gotta Move
You Can’t Always Get What You Want
Band Intro
Happy
Tumbling Dice
Nothing From Nothing
Outa-Space
CD 4: Live at Earls Court 1976
Midnight Rambler
It’s Only Rock ‘n’ Roll (But I Like It)
Brown Sugar
Jumpin’ Jack Flash
Street Fighting Man
Sympathy For The Devil
Blu-ray
Black and Blue Steven Wilson Atmos Mix and Steven Wilson Stereo Mix
Commenti recenti