TT’s SCHOOL OF ROCK XV: Ivan Graziani

5 Apr

Quindicesima School of Rock, quella dell’equinozio di primavera del 2026, e dunque — qui faccio il solito copia-incolla — ritrovo in stile “dopolavoro” nei locali dell’azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB, eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi colleghi che, con dedizione e passione, si assiepano — dopo l’orario di lavoro, appunto — nella mia amatissima Sala Blues (“where the dreams come blue”), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.

Stasera ci si sposta nella periferia della musica rock: si cercherà di capire se una lingua romanza come l’italiano possa sposarsi con il rock, genere forse più adatto a lingue gutturali di stampo nord-europeo. Si parla infatti di Ivan Graziani, cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato che, con la sua chitarra, ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella sala silenziosa e preparare LP e CD.

Sala Blues – 2025 foto Tim Tirelli

 

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani – 2026-03-18 – Foto Siuviu Zanzi

Inizio con un’introduzione forse bizzarra, ma legata a un argomento che mi sta particolarmente a cuore, e dico ai miei colleghi:

Pensate se negli Stati Uniti non si fosse parlato inglese. D’altra parte Cristoforo Colombo era italiano, la spedizione che guidava era spagnola e i francesi controllavano una buona parte del Nord America.

I discendenti degli schiavi avrebbero cantato il blues in un’altra lingua. E il blues — da cui, in fondo, discendiamo tutti — avrebbe preso una strada diversa, cambiando forse l’intera musica occidentale.

Gli oscuri dischi di blues rurale, invece di approdare nei porti britannici, sarebbero arrivati a Napoli, Genova, Venezia, Palermo, Ravenna. Se negli USA si fosse parlato, ad esempio, italiano, quei dischi — proprio come accadde nel Regno Unito — avrebbero influenzato musicisti che, nel loro contesto storico, avrebbero scritto pagine leggendarie del rock.

Avremmo avuto i “Rosa Grigio” (Floyd e un nome di persona che significa Grigio appunto), i “Genesi”, lo “Zeppelin di Piombo”, le “Pietre Rotolanti” (ovvero i Vagabondi), “D’Emeri, Lago & Palmieri”, “Le Pistole del Sesso”, “Lo Scontro”, “La Divisione della Gioia”, “I Lisetta la Magra” (i Thin Lizzy) … I Metallica, quelli sì, li avremmo avuti comunque.

E invece di cantare la prima immortale frase rock dei Led Zeppelin — “It’s been a long time since I rock and rolled” — avremmo urlato: “È passato molto tempo da quando faccio rock’n’roll”. Oppure in francese, spagnolo, portoghese…

L’inglese è sintetico, certo. Ma è davvero un vantaggio? Il mondo non sarebbe migliore se, negli scambi tra scimmie evolute quali siamo, usassimo una lingua romanza, più sinuosa, più coinvolgente, più umanista?

Certo, il rock sarebbe stato diverso. Un conto è nascere in un luogo duro come l’Inghilterra industriale e crescere a Birmingham, arrivando a creare sonorità pesanti come quelle dei Black Sabbath o di “Immigrant Song”; un altro è vivere nei quartieri operai e piovosi di Seattle e sviluppare il grunge, quella musica tormentata, strascicata e slabbrata.

Ma se sei nato in Italia, magari in una mattina di maggio, con una chitarra in mano su una spiaggia come Cala Brandinchi… beh, difficilmente creeresti una musica cruda e distorta. Forse il rock nelle lingue romanze avrebbe avuto sfumature mediterranee, pur mantenendo l’anima del blues.

E allora, con questa quindicesima puntata, proviamo a capire se il rock abbia senso anche in italiano.

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani – 2026-03-18 – Foto Siuviu Zanzi

A questo punto inizio a parlare di Ivan, basandomi anche su un mio articolo scritto molti anni fa per il primo numero della rivista Classix!.

Cantore della surreale quotidianità della provincia, artista istrionico e raffinato, Ivan Graziani, con la sua chitarra, ha graffiato il rock italico lasciando segni indelebili.

Non è semplice parlare di un personaggio come Graziani in un contesto ad alta gradazione rock come questo. Si corre il rischio di confondere gli ascoltatori meno preparati, che magari lo ricordano per qualche discutibile apparizione televisiva, alle prese con canzoni non proprio memorabili. Graziani, invece, è stato soprattutto un autore originale e un chitarrista sopraffino: uno che ha innestato nel grande albero del rock rami capaci di produrre frutti saporiti e profondamente autoctoni.

Nato nell’ottobre del 1945 a Teramo, dimostra fin da piccolo un’attrazione irresistibile per la musica. Intorno agli undici anni inizia a suonare la chitarra e, non ancora maggiorenne, entra già nell’orchestra di Nino Dale — figura storica del giro musicale teramano — con cui comincia a esibirsi anche in tournée in Tunisia.

Nei primi anni Sessanta si diploma in arti grafiche a Urbino e proprio lì fonda il suo primo gruppo, l’Anonima Sound.

Nell’ottobre del 1966, a pochi anni dalla nascita, l’Anonima Sound viene notata dall’entourage di Gianni Morandi, che segnala il gruppo a un impresario. Nel 1967 esce per la CBS il 45 giri “Fuori piove” / “Parla tu”, che ottiene un ottimo riscontro, arrivando a vendere circa 175.000 copie. Seguono altri tre singoli, fino al 1970, quando Graziani è costretto a lasciare il gruppo per il servizio militare.

Tra i suoi primi lavori solisti, ancora acerbi ma già indicativi, si possono citare Tato Tomaso’s Guitar, Desperation e La città che io vorrei. Il vero punto di svolta arriva però nel 1975.

In quell’anno il musicista avvia una collaborazione con la Premiata Forneria Marconi, arrivando a sfiorare l’ingresso nella formazione, reduce in quel periodo da un importante tour negli Stati Uniti. L’ingresso non si concretizza, ma Graziani lascia comunque il segno, firmando il brano “From Under”, incluso in Chocolate Kings, uno degli album più significativi della band.

Sempre nel 1975 partecipa alle registrazioni di La batteria, il contrabbasso, eccetera di Lucio Battisti e, incoraggiato dallo stesso Battisti, incide Ballata per quattro stagioni.

Con Ballata per quattro stagioni (1976) inizia a definire il proprio stile, che prende però pienamente forma con l’album I lupi (1977). Da questo disco emergono tre brani simbolo — “Motocross”, “I lupi” e “Lugano addio” — che ne delineano chiaramente l’identità: testi originali e mai banali, radici salde nel rock e un chitarrismo personale e dinamico.

L’album raggiunge la sedicesima posizione nella Hit Parade italiana e rimane in classifica per 38 settimane. Il singolo “Lugano addio” arriva fino alla diciannovesima posizione nella classifica dei singoli.

È comunque con Pigro (1978) che Ivan Graziani entra nell’empireo dei beati — o dei dannati, a seconda dei punti di vista. L’album rappresenta uno degli esempi più fulgidi di rock elettroacustico, arricchito da testi amari e sarcastici di un livello tale da mettere in ombra gran parte della produzione contemporanea.

“Pigro”, “Paolina”, “Sabbia del deserto”, senza dimenticare la dolente delicatezza di “Scappo di casa” e l’immortale rock-blues di “Monna Lisa”.

I suoni sono curatissimi: l’uso della chitarra acustica è magistrale, così come gli interventi di elettrica, sempre misurati e perfettamente funzionali al brano.

Il disco ottiene anche un importante riscontro commerciale e consacra Graziani come uno degli artisti di punta del periodo. Entra nella classifica degli album italiani raggiungendo la quindicesima posizione e si mantiene tra i dischi più venduti dell’anno, segnando uno dei suoi primi grandi successi in termini di vendite su LP.

A questo punto faccio ascoltare alcuni brani:

 

Proseguo raccontando che l’anno seguente esce Agnese dolce Agnese (1979), che, insieme a Pigro, rappresenta uno dei due vertici assoluti della produzione di Ivan Graziani.

Nelle interviste di quegli anni Graziani cita spesso Jimi Hendrix e i Led Zeppelin — oltre agli amatissimi The Beatles e Creedence Clearwater Revival — e non a caso alcuni brani riflettono chiaramente quel tipo di approccio.

“Veleno all’autogrill”, ad esempio, si regge su uno squisito giro rock-blues che fa da base ideale a un testo, come sempre, arguto e originale.

Lo stesso vale per “Dr. Jekyll & Mr. Hyde”, il cui riff dovrebbe far parte del bagaglio di ogni chitarrista nostrano.

Ogni episodio di Agnese dolce Agnese meriterebbe un’analisi approfondita: dalla storia sulfurea de “Il prete di Anghiari” — con quello splendido riff che sottolinea le parti più tirate — alle trame acustiche di “Taglia la testa al gallo”; da “Modena Park”, tenera dedica “liberal”, quasi una San Francisco del 1967 in versione italiana, alla città che per prima seppe accogliere Graziani, fino a “Canzone per Susy”.

“Fuoco sulla collina” merita forse un discorso a parte, tanto è ricca di atmosfere: l’arpeggio iniziale crea una nebbia densa e misteriosa, che si apre in passaggi lievemente progressive, mentre il testo — più allusivo rispetto ad altri — invita a una riflessione più profonda.

L’album contiene naturalmente anche “Agnese”, con ogni probabilità il brano con cui il grande pubblico identifica Graziani.

Nonostante la riuscita del testo e l’eleganza dell’arrangiamento, va però detto che “Agnese” non è del tutto farina del suo sacco.

Graziani si rifà infatti in modo piuttosto evidente a “A Groovy Kind of Love”, inciso nel 1965 dai The Mindbenders (e ripreso anni dopo da Phil Collins). A loro volta, i Mindbenders avevano costruito il brano sulla Sonatina op. 36 n. 5 di Muzio Clementi, autore settecentesco ben noto a generazioni di pianisti per i suoi studi didattici.

Agnese dolce Agnese raggiunge la decima posizione nella Hit Parade italiana e rimane in classifica per circa quindici settimane, confermandosi come uno dei maggiori successi della produzione di Graziani negli anni Settanta.

I brani che propongo sono:

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani 2026-03-18 x – Foto Tin Marcy

Il 1980 è l’anno di “Firenze (canzone triste)”, altra ballata struggente che entra prepotentemente in classifica, trascinando con sé l’album Viaggi e intemperie.

A brani rock energici e incisivi come “Isabella sul treno”, “Tutto questo cosa c’entra con il R&R” e “Angelina” si contrappongono episodi più riflessivi; su tutti “Olanda”, un dolce e malinconico naufragare tra amori e sogni giovanili.

Il singolo “Firenze (canzone triste)”, incluso nell’album, raggiunge la quinta posizione nella Hit Parade italiana, rimanendo in classifica per molte settimane.

Metto sul piatto questi brani:

TT’s School Of Rock – Ivan Graziani 2026-03-18 x – Foto Tin Marcy

Accenno poi al Q Concert, a Seni e coseni e al tour del 1981, quando Ivan Graziani si presenta in formazione ridotta, in trio.

Qui mi concedo anche una digressione personale: il ricordo di un concerto a Val di Non, tra i fischi della chitarra elettrica, assoli suonati come Jimi Hendrix comanda e una scaletta costellata dai suoi brani migliori.

Due parole anche su Parla tu (1982), album dal vivo che restituisce bene l’energia e la dimensione più autentica di Graziani sul palco.

Proseguo poi con Ivan (1983), noto anche come Navi: un disco che si difende più che bene, potendo contare su episodi come “Signora bionda dei ciliegi” e “Il chitarrista”, la cui svisata resta uno dei momenti più riusciti e autenticamente rock della sua produzione.

Il tempo a disposizione è ormai finito. Tralascio Nove (1984) — anche se avrei voluto far ascoltare “Limiti” e “Lucetta fra le stelle”, visto che l’album raggiunge la quattordicesima posizione nella classifica italiana e rappresenta uno dei lavori di maggior impatto commerciale di Ivan Graziani negli anni Ottanta — e Picnic (1986), da cui sarebbe stato bello proporre almeno “Shame”.

Mi concentro quindi sull’ultimo disco che prendo in esame: Ivan Garage (1989), una sorta di ritorno al rock, quasi un’impennata d’orgoglio. Pubblicato per la Carosello Records, è finalmente un album rock in senso pieno.

Pungolato da alcuni fan del Centro Italia, che lo seguono di concerto in concerto e gli passano cassette di gruppi heavy metal quasi a provocarlo, Graziani scrive “I metallari” e altri brani che si rifanno esplicitamente a quel linguaggio.

“Il garage è il luogo che preferisco”, dirà Ivan. “È il posto dove si va a fare casino, proprio sotto casa. Dove porti una donna, dove suoni con gli amici, dove metti la prima moto della tua vita. Il garage è importante: è il luogo dove ti liberi la testa. Bisogna tornare a fare musica da garage, non da camera”.

Il disco è duro, sporco, intenso: chitarre sature e appaganti, testi attraversati da un’ironia ora poetica, ora tagliente.

Purtroppo sarà l’ultimo grande disco di Graziani.

Propongo due brani hard rock e, per chiudere la serata, mi affido a “E mo’ che vuoi”: una ballata vera, onesta, ironica e malinconica… semplicemente magnifica.

Il pubblico si commuove. E io con loro.

Potenza della musica vera. Potenza di Ivan Graziani.

 

 

 

Concludo con questa parole:

Il bello della musica rock è che raggiungi l’intimità spirituale con un artista prima di sapere qualcosa di lui o di lei. Fin dal primo momento capisci tutto. Inizialmente l’attrazione è esercitata dalle superfici delle canzoni che riescono a toccare le corde della tua sensibilità, ma c’è anche l’intuizione della dimensione più completa. E quando hai la conferma che la intuizione era quella sperata…beh…allora la complicità tra musicista ed ascoltatore è totale ed appagante. Capita solo con certi musicisti…Ivan Graziani era uno di questi.

Video filmato da Siuviu Z. & Tin Marcy

La sera stessa e il giorno successivo mi arrivano alcuni commenti:

BabyBlue tramite whatsapp:
Caro Tim, ho appena attraversato piazza Roma, avevo il Palazzo Ducale alla mia destra. È tutto oscuro intorno a me, poco lontano vedo i portici illuminati, le fontane colorate di verde bianco e rosso… c’è poca gente in giro e c’è freddo.
Mi scendevano le lacrime continuamente stasera, mentre ascoltavo le tue parole e la voce e la musica di Ivan Graziani.
Sarei dovuta andare a casa subito, ma mi mancava l’aria mentre uscivo dalla porta del nostro Convento (perché sarà sempre nostro, di noi ammagammers) così ho fatto due passi.
Stasera hai detto “La School of Rock finisce qui.” e non hai aggiunto altro, come facevi di solito, non hai lasciato spazio ad un’eventuale prossima volta e mentirei se ti dicessi che non ho sentito qualcosa rompersi in un silenzio assordante, che in fondo, dentro di me, so che non ce ne sarà un’altra (anche se spero tanto di sì). Mi è sembrato di vivere un’altra fine, questa volta ancora più glaciale.
Farò tesoro di ogni momento, di ogni pranzo, di ogni passeggiata e di ogni racconto che ci resta. Perché, come diciamo sempre, la cosa più importante della vita è donarci (e condividere noi stessi, nella nostra più profonda essenza) alle persone con cui sentiamo un legame. Grazie Tim per averci dedicato il tuo tempo e donato questa XV School of Rock!

Eleven Girl tramite whatsapp Grazie Tim, sei stato un grande.

Matzia Like tramite whatsapp: Sei riuscito a farmi commuovere anche questa volta, accidenti a te Tim (e aggiunge un cuore azzurro).”

Mr Littletrees, mi butta lì un “grazie Tim, mi  hai fatto ricordare tante cose”.

MarMat, è un giovane uomo, attento,  corretto, riservato, spesso presente alla School Of Rock. Alla fine della serata mi si avvicina, è la prima volta che lo fa, mi dice qualcosa, ma capisco solo la parola “Bravo”. “Sì amico mio” gli dico, forzando un po’ una confidenza che non abbiamo, “Ivan lo era davvero”, “Sì, certo, ma io mi riferivo a te, sei stato bravo”. Ci abbracciamo.

E’ questo il senso della School Of Rock, tramite quella musica meravigliosa riscoprire l’umanesimo, raggiungere l’essenza di noi stessi, spenderci con gli altri, provare sentimenti, ricordare tristezze e felicità, assaporare l’andamento ondivago dalla vita.

 

 

 

 

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