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Flashes from the Archives of Oblivion: PAUL RODGERS – LIVING FOR THE MUSIC BETWEEN FREE & BAD COMPANY

28 Mar

Cantante insuperabile e leader di due gruppi fondamentali per lo sviluppo del Rock degli anni 70, dopo periodi più o meno tormentati Paul Rodgers si sente “finalmente libero” e ritorna con la sua Bad Company.

di Tim Tirelli – (scritto nel 2002 – pubblicato in origine su CLASSIX).

Non è semplice di questi tempi capire cosa siano stati gli anni settanta, abituati come siamo a ricevere passivamente ciò che c’ impone il baraccone del business musicale.
Tutto è ormai ridotto ad una mera operazione marketing, dove gli artisti, fatte alcune eccezioni, sono loro malgrado costretti unicamente a seguire le indicazioni che vengono dall’alto.

I discografici cercano di vendere musica (con risultati scarsini) nella stessa maniera in cui venderebbero…che so…uno stock di calzini.
Non che gli anni 70 fossero immuni da certe cose, ma la libertà di potere contare sul valore della propria musica, fece sì che uscissero proposte musicali di massima qualità.

E’ in questo contesto che si pone Paul Rodgers, uno degli artisti di più alto lignaggio che la musica rock abbia prodotto.

FREE

Nel 1968 il british blues era ai massimi livelli e Londra, musicalmente parlando, era il centro del mondo. Proveniente dal Nord Est dell’Inghilterra il giovanissimo Paul Rodgers arriva nella capitale inglese con la ferma intenzione di diventare musicista. Dopo alcune peripezie entra in contatto con Paul Kossoff (chitarra), Simon Kirke (batteria) e Andy Fraser (basso) ed insieme a loro forma un gruppo.

“ERAVAMO CONCENTRATI UNICAMENTE SU CIO’ CHE FACEVAMO. NON MI IMPORTAVA DI MORIRE O DI VIVERE, L’UNICA COA CHE CONTAVA ERA LA BAND” (Paul Rodgers).

Fin dagli inizi è evidente che l’impasto delle quattro personalità è vincente e che il blues rock proposto dai Free, seppur ancora acerbo, è destinato ad avere un futuro.
Sotto l’ala protettrice di Alexis Korner, uno dei due padri fondatori del ‘Blues Revival” inglese, i Free incidono nel 1969 due dischi per la Island: TONS OF SOBS e FREE.

I due album non vanno al di là delle ventimila copie vendute ciascuno, ma mostrano una maturità impressionante vista la giovanissima età dei quattro musicisti (a quel punto Fraser ha 17 anni, gli altri solo un paio di più).
Il primo disco condensa dentro di sé rock blues tirato e gonfio di testosterone, mentre il secondo è già più riflessivo.

I Free sono in perenne movimento: suonano in ogni parte dell’Inghilterra affinando le loro capacità ed attirando a sé un pubblico sempre più vasto, incantato dalla voce di Rodgers, dalla chitarra di Koss e dalle tensioni ritmiche create da Kirke e Fraser.

Nel 1970 esce FIRE AND WATER e grazie al singolo ALL RIGHT NOW nel breve volgere di una settimana i Free diventano superstars.

L’album è perfetto: hard rock, ballate soffuse e suadenti e tempi medi ben costruiti.
L’accoppiata compositiva Rodgers/Fraser si libera dai cliché del rock blues più in voga ed in splendida autonomia crea uno stile inconfondibile.

“GUARDO LE VECCHIE FOTO CHE CI RITRAGGONO NEI MOMENTI TOPICI DI UNO SHOW E SEMBRA CHE GALLEGGIAMO NELL’ARIA. ALL’EPOCA AVREMMO DETTO: IL 5° MEMBRO E’ QUI, RIFERENDOCI ALLO SPIRITO DELLA BAND” (Paul Rodgers).

Il 1970 diventa l’anno dei FREE. L’abum nelle top ten americane ed inglesi, ALL RIGHT NOW canticchiato un po’ da tutti e concerti di una bellezza pura e sincera. Passata l’estate però i Free vengono spinti in studio dai discografici che vogliono sfruttare l’onda lunga del successo di All Right Now.
Alla fine dell’anno esce così HIGHWAY, ma il nuovo singolo THE STEALER fallisce l’impresa di ripetere i successi del singolo precedente.

HIGHWAY è comunque un disco molto bello.
Paul Rodgers arricchisce il suo stile compositivo lasciandosi influenzare da THE BAND,

il gruppo americano che in quegli anni pubblica dischi importanti.
IL 1971 però è l’anno dei primi dissapori, i due leader (Rodgers e Fraser) iniziano ad avere divergenze e alla fine il gruppo si scioglie.

“SCOMPARVE IL TEAM COMPOSITIVO” ricorda Fraser “RODGERS MIGLIORO’ COME CHITARRISTA E MUSICISTA ED IO IMPARAI A SCRIVERE TESTI, COSI’ INIZIAI A SCRIVERE E A FINIRE LE MIE CANZONI DA SOLO. COMINCIAMMO AD ALLONTANARCI NEL MOMENTO IN CUI CAPIMMO DI POTER FINIRE LE CANZONI DA SOLI”.

Paul Rodgres forma i PEACE e Fraser i TOBY, ma i risultati sono insoddisfacenti.
Per questo motivo e per cercare di tirare fuori Kossoff dalla droga, in cui era caduto pesantemente, il gruppo prova a rimettersi in piedi, non prima di aver fatto uscire FREE LIVE, un buon disco registrato dal vivo nel 1970.

Il disco del ritorno esce nel 1972 e si intitola FREE AT LAST, un album strano e piuttosto oscuro, pieno comunque di ottime canzoni.
Benché le note di copertina dicano il contrario, i pezzi sono composizioni scritte a due mani; la collaborazione tra Rodgers e Fraser non è evidentemente più la stessa.
Il tour inglese che segue non è male, ma con Koss intontito dalle droghe, le parti di chitarra non sono più quelle di un tempo. Al ritorno del disastroso tour americano (spesso Koss non è in grado di suonare), Fraser lascia in modo definitivo.

Il tour giapponese del 1972 viene affrontato con Paul Rodgers alla voce e alla chitarra, Simon Kirke alla batteria e con i due nuovi entrati Tetsu al basso e Rabbit alle tastiere.
Nel 1973 esce HEARTBREAKER (sebbene la cover indichi la data di pubblicazione del 1972) ed ha un buon successo (entra nella top ten inglese) grazie al singolo WISHING WELL, ma ormai la fine è scritta.

Un breve tour americano e tutto si sfalda inevitabilmente.
Fraser dopo una breve parentesi con gli SHARKS si ritira in California, Rodgers e Kirke formano la Bad Company e Kossoff dopo un paio di dischi solisti, muore tristemente durante un volo sugli stati uniti a soli 26 anni, disfatto dall’abuso di stupefacenti..

BAD COMPANY

Per dirla in modo piuttosto spartano, la Bad Company è stata la versione da stadio dei Free.
Laddove i Free puntavano su testi, canzoni, arrangiamenti intimisti, sofferti e spirituali, la Bad Company si concedeva mete più immediate.

Mick Ralphs (chitarra) proveniente dai MOTT THE HOOPLE incontra Paul Rodgers quando questi fa da opening act con i suoi Peace nel tour dei Mott del 1971.
Rimasti in contatto, progettano di mettere insieme una band.

Nella seconda metà del 1973 Ralphs e Rodgers iniziano a scrivere canzoni insieme, dato che Mick decide di lasciare i Mott The Hoople.

“PENSAVO CHE LE CANZONI CHE STAVO SCRIVENDO AVESSERO BISOGNO DI ESSERE CANTATE DA UN CANTANTE COME PAUL” (Mick Ralphs).

Simon Kirke al ritorno da una lunga vacanza in Brasile dopo lo scioglimento dei Free, contatta Rodgers.

“CONOSCEVO VAGAMENTE MICK” confida Kirke” PENSAVO CHE I MOTT FOSSERO GENTE IN GAMBA ANCHE SE UN PO’ LUNATICI. QUANDO ANDAI A TROVARE PAUL E MICK, MI FECERO ASCOLTARE LE CANZONI CHE STAVANO SCRIVENDO E CHE TROVAI DECISAMENTE BELLE, E TUTTO NACQUE DA LI’”.

I tre si ritrovano a suonare per la prima volta nel settembre del 1973 nella casa di campagna di Paul Rodgers.
“L’IDEA INIZIALE ERA DI FARE UN DISCO A NOME MIO E DI PAUL RODGERS, MA POI ARRIVO’ SIMON E COSI’ DIVENTAMMO 3/4 DI UNA BAND.”

Paul Rodgers é determinato a gettare solide fondamenta per la nuova band e così contatta il già allora leggendario manager dei LED ZEPPELIN PETER GRANT, che stimando molto Paul Rodgers, li mette sotto contratto per la nuova etichetta del dirigibile, la SWAN SONG.

L’ultimo ad aggregarsi fu il bassista Boz Burrell proveniente dai King Crimson.

“BOZ FU IL SEDICESIMO BASSITA CHE PROVAMMO. NON AVEVA NESSUN ATTEGGIAMENTO PARTICOLARE E NON CHIEDEVA SPARTITI DA LEGGERE.

IL SUO APPROCCIO ERA BASATO SULLA INTUIZIONE E IL TUTTO SI MISCELO’ ALLA PERFEZIONE CON IL RESTO DEL GRUPPO” (Simon Kirke).

Nel novembre del 1973 la Bad Company (il nome fu scelto dopo che Rodgers vide un film Western del 1972 dallo stesso titolo. Nome che il gruppo impose con determinazione alla casa discografica alquanto dubbiosa in merito) è pronta per registrare e non vede l’ora di entrare in studio.

Paul Rodgers ricorda: “I LED ZEPPELIN AVEVANO PRONTO UNO STUDIO MOBILE AD HEADLEY GRANGE, MA DOVETTERO RITARDARE DI UN PAIO DI SETTIMANE, COSI’ PETER GRANT CI DISSE CHE FORSE POTEVAMO APPROFFITTARNE E REGISTRARE UN PAIO DI TRACCE. ERAVAMO COSI’ CARICHI CHE IN QUELLE DUE SETTIMANE REGISTRAMMO TUTTO L’ALBUM”.

Le canzoni registrate in quel novembre 1973 definiscono in modo netto sin dall’inizio i contorni del sound Bad Company. Rock e ballate lasciati ad asciugare al sole caldo del blues, del soul e del country.

Rodgers a parte, i musicisti della Bad Company non sono dei veri e propri virtuosi, la loro forza sta infatti nella semplicità e nel concepire il proprio apporto strumentale unicamente a favore della canzone in sé.

La Bad Company fa il suo debutto a Newcastle nel marzo del 1974 ed il responso del pubblico è subito positivo.

Poco dopo il gruppo parte per una lunga tourneé negli Stati Uniti, aprendo inizialmente i concerti per EDGAR WINTER.

Le Radio FM americane sparano in heavy rotation CAN’T GET ENOUGH, ROCK STEADY, READY FOR LOVE, BAD COMPANY e MOVIN’ ON, i concerti sono sempre un trionfo e nel giro di tre mesi il disco arriva al primo posto della classifica.

(nella foto: Mick Ralphs della BAD COMPANY, uno dei miei chitarristi preferiti)

Senza nulla togliere alla validità artistica della band, va sottolineato che questo gran successo è dovuto anche alla grande potenza “marketing” di PETER GRANT e alla visibilità che ha la SWAN SONG: avere i LED ZEPPELIN dietro le spalle, nella prima metà degli anni settanta, significa avere benefici d’immagine e di organizzazione enormi.

“ALLA FINE DEL PRIMO TOUR AMERICANO” ricorda Simon Kirke “PETER GRANT CHIESE UN INCONTRO CON LA BAND NEI SUOI UFFICI. PENSAVAMO DI AVER FATTO QUALCOSA DI SBAGLIATO E COSI’ INIZIO’ A DIRCI – RAGAZZI, E’ STATO UN TOUR MOLTO LUNGO E DURO E VI SIETE FATTI UN CULO COSI’– POI FECE UNA LUNGA PAUSA CHE SU DI NOI EBBE UN EFFETTO DRAMMATICO E CI CHIEDEMMO CHE CAZZO AVESSIMO COMBINATO, LUI CONTINUO’ E DISSE –

SPERO CHE  CI SARANNO IN FUTURO MOLTI ALTRI DI QUESTI – E ABBRACCIANDOCI CI CONSEGNO’ I NOSTRI PRIMI DISCHI D’ORO. FU UN MOMENTO COMMOVENTE.”

Nel settembre del 1974 il gruppo affitta il RONNIE LANE MOBILE STUDIO e si ritira nello CLEARWELL CASTLE in Inghilterra a registrare il secondo album.

STRAIGHT SHOOTER esce nel 1975 e debutta al 3° posto delle classifiche inglesi e americane.
GOOD LOVIN’ GONE BAD, un rock duro e potente, e FEEL LIKE MAKIN’ LOVE, una ballata che viene premiata con un “Grammy Award”, diventano singoli di successo.

Tutto il disco comunque risplende e palesa in modo evidente lo stato di grazia del gruppo.

Il Tour americano, che li vede headliner, li consacra in maniera definitiva come uno dei grandi gruppi rock degli anni settanta, con tutto ciò che ne consegue: momenti ludici e pressioni comprese.

“DOVEMMO SOPPORTARE PRESSIONI DOVUTE AL FATTO CHE ERAVAMO I PRIMI ARTISTI A FIRMARE PER L’ETICHETTA DEI LED ZEPPELIN, LA SWAN SONG” ricorda Paul Rodgers “MA DIETRO LE QUINTE CI DIVERTIMMO UN SACCO A PRENDERCI IN GIRO. A VOLTE STAVAMO A BORDO PALCO DURANTE I CONCERTI DEGLI ZEP E GLI URLAVAMO – FATE SCHIFO – E COSE DEL GENERE. NON ABBIAMO MAI FATTO CONCERTI INSIEME ANCHE SE ABBIAMO FATTO CON LORO DIVERSE JAM SESSIONS. C’ERA UN VERO RAPPORTO TRA LE DUE BAND.”

Nel settembre del 1975, senza tregua, la Bad Company si ritrova in Francia per registrare il terzo disco.

RUN WITH THE PACK esce nel 1976 ed è di nuovo un gran successo.

Le Gibson e le Fender di Mick Ralphs fischiano in LIVE FOR THE MUSIC, HONEY CHILD e SWEET LITTLE SISTER, mentre la voce magica di Paul Rodgers si stende su intriganti ballate come SIMPLE MAN, LOVE ME SOMEBODY e SILVER BLUE AND GOLD.

YOUNG BLOOD, cover dell’omonimo classico dei COASTERS, arriva nelle Top 20 single chart, mentre l’album debutta nelle Top 5 americane ed inglesi.

Di nuovo in tour, la Bad Company raggiunge (in appena tre anni) l’apice. Negli Usa

Il gruppo viene scortato dalla polizia, spostandosi da città a città col proprio aereo personale. Sono così popolari che vengono invitati dal presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ad un party alla casa bianca, ma solo due del gruppo accettano l’invito!

Mick Ralphs: “IO CREDO CHE SENZA PETER GRANT NON AVREMMO MAI RAGGIUNTO QUELLA NOTORIETA’; LE SUE INTUIZIONI E IL SUO SAPERCI FARE, FURONO ESSENZIALI PER ELEVARE IL NOSTRO STATUS. FU UN GRANDE MANAGER E UN OTTIMA PERSONA.”

E’ nel 1977 che qualcosa inizia a deteriorarsi. BURNIN’ SKY è un bell’album, ma risente dei primi segni di stanchezza della band. La stampa inglese diventa meno tenera e il disco fatica ad arrivare in cima alle classifiche. Lo standard compositivo rimane alto, ma le vette raggiunte dai primi tre magnifici album sono lontane.

Dopo un periodo di riposo la Bad Company ritorna in studio determinata a ritrovare gli antichi splendori; DESOLATION ANGELS del 1979 centra il bersaglio. Entra nella Top 5 americana e riceve recensioni positive (anche qui in Italia!). ROCK AND ROLL FANTASY e OH ATLANTA sono i pezzi di punta.

Il tour mondiale che segue riporta il gruppo ai fasti dei primi tre anni, ma guardando i pochi filmati d’epoca e ascoltando i bootleg del 1979, si intravedono le crepe che porteranno alla fine del gruppo.

“IN QUEL PERIODO CAPII CHE GLI IMPEGNI DELLA BAND STAVANO ASSORBENDO IN MODO TOTALE LA MIA VITA” spiega Rodgers” AVEVO BISOGNO DI RIPORTARE I PIEDI PER TERRA E DI AVER TEMPO PER VEDERE I MIEI FIGLI CRESCERE.”

Alla fine del tour il gruppo si ferma quindi in modo più o meno definitivo.
Nel 1982 esce ROUGH DIAMONDS, disco svogliato e forse inconcludente ma tuttavia elegante, ma è solo un momento prima del letargo definitivo.

Anche la morte di JOHN BONHAM, batterista dei Led Zeppelin, avvenuta nel settembre del 1980, contribuì alla fine della Bad Company.

“LA MORTE DI JOHN BONHAM HA AVUTO UN IMPATTO DEVASTANTE SUL GRUPPO” confessa Kirke” VISTO IL RAPPORTO SPECIALE CHE C’ERA TRA LE DUE BAND. PETER GRANT SI ISOLO’ E SENZA DI LUI, IL COLLANTE CHE TENEVA INSIEME IL GRUPPO SI SCIOLSE.”

Nel 1983 Paul Rodgers fa uscire CUT LOOSE, suo primo disco da solista e dal 1984 al 1986 è in giro con i FIRM, il gruppo formato insieme a JIMMY PAGE.

Nel 1986 Kirke e Ralphs decidono di formare un nuovo gruppo ed il loro nuovo manager li convince ad usare il vecchio nome Bad Company (entrambi si pentiranno di questo) e ad assumere come cantante BRIAN HOWE (Ralphs: “non mi piaceva né la sua voce né lui come persona.”).

Nei dieci anni che seguono la “nuova” Bad Company sforna alcuni album (l’ultimo paio con Robert Hart alla voce), e sebbene riscuotano un buon successo commerciale, sono dischi da dimenticare. Robetta e nulla più.

RODGERS, KIRKE, BURRELL e RALPHS si rincontrano di nuovo nella seconda metà degli anni novanta ai funerali di Peter Grant e da lì iniziano a ipotizzare la reunion.

Nel 1999 esce THE ORIGINAL BAD COMPANY ANTHOLOGY che la ricostituita band promuove con un tour americano.

Poi ecco che quest’anno la Bad Comany (senza però Ralphs –che rinuncia per problemi familiari – e Burrell – ormai perso nel Jazz più intransigente) riparte per un nuovo tour,

pubblica il live MERCHANTS OF COOL e si propone di entrare in studio per un nuovo album (uscirà nei prossimi mesi per la Sanctuary).

Tirando le somme, possiamo dire che la Bad Company è stata una ottima band degli anni settanta, tenuta in piedi dal grande talento di Paul Rodgers e dalle belle canzoni che Rodgers e Ralphs hanno saputo scrivere.

Malgrado il mondo della musica sia così cambiato, e anche a costo di sembrare nostalgici, non possiamo fare a meno di finire questo articolo gridando “ WE CAN’T GET ENOUGH OF BAD COMPANY”.

D I S C O G R A F I A:


F R E E

TONS OF SOBS (Island 1969) ****

Blues rock pesante sulla scia dei Cream. Walk in my shadow, The Hunter, I’m a Mover e Over the green hills su tutte.

FREE (Island 1969) ****

Album di transizione verso la maturità, sospeso tra il rock di Ill’ be creepin’, Songs of yesterday e Trouble on double time e momenti riflessivi (Lying in the sunshine in primis).

FIRE AND WATER (Island 1970)*****

Il disco della consacrazione. Oltre all’Hit single All Right Now contiene Mr Big, Fire and Water, Heavy Load, Remember e le struggenti ballate Don’t say you love me e Oh I wept.

HIGHWAY (Island 1970) *****

The stealer non replicò il successo di All Right Now, ma Highway contiene canzoni straordinarie come On My Way, Be my friend, Sunny Day e Love you so, alternate a momenti più duri come The highway song e Ride on Pony.

FREE LIVE (Island 1971) ****

Registrato dal vivo a Sunderland nel 1970 Free Live è un potente disco di hard rock che contiene la versione definitiva di Mr Big. L’album si chiude con la maliconica melodia di Get Where I belong (bellissima!).

AT LAST (Island 1972) ****

Se non fosse per alcune sbavature dovute ad una registrazione frettolosa e alle non perfette condizioni fisiche di Koss, Free At Last meriterebbe 5 stelle.
La potenza di Catch a Train e Travelling man contro le atmosfere intime di Sail on e Goodbye, senza scordare Little bit of love, altro singolo di successo.

HEARTBREAKER (Island 1973) ****

Anche senza Fraser e con Kossof a mezzo servizio, Paul Rodgers riesce a chiudere brillantemente il capitolo Free. Contiene Wishing Well, Heartbreaker, Travelling in style, Muddy water.

(I sette dischi sopradescritti sono usciti recentemente in versione rimasterizzata ed arricchita con diverse bonus tracks.)

FREE STORY (Island 1974)****

Antologia che raggiunse il 2° posto nelle classifiche inglesi. Contiene l’inedito Lady.

THE BEST OF FREE – ALL RIGHT NOW (Island 1991)**

Contiene 14 classici rimixati. Il nuovo missaggio però interferisce troppo snaturando la pura bellezza originale.

MOLTEN GOLD (Island 1993)****

Doppio cd contenente una buona selezione delle migliori cose del gruppo oltre ad un paio di episodi dal disco solista di Kossoff del 1973.

WALK IN MY SHADOW – AN INTRODUCTION TO FREE (Island 1998)***

Non un vero greatets hits, ma un coraggioso (All right now non è presente) preludio rimasterizzato al cofanetto “Songs of Yesterday”.

SONGS OF YESTERDAY (5CD Box Set Island 2000) *****

Cofanetto essenziale ad uso esclusivo degli ammiratori dei Free che possiedono già gli album del gruppo. Tutti i pezzi sono presentati infatti in versioni inedite o alternative, rimasterizzate o rimissate. Contiene inoltre molti inediti ed outtakes (RAIN ad esempio è una canzone assai carina mai apparsa prima, e HONKY TONK WOMEN dei Rolling Stones è una curiosa jam session fatta in studio).
Il quarto Cd è interamente dal vivo è possiede una “sound quality” impressionate.
La performance del gruppo è ottima ed include una grande versione di CROSSROAD”.

Il quinto Cd contiene pezzi dei gruppi satellite e dunque PEACE, SHARKS e KKTR.
Songs of yesterday è stato curato da David Clayton della fanzine FREE APPRECIATION SOCIETY e quindi luminare massimo.

BAD COMPANY

BAD COMPANY (Swan Song 1974)*****

CAN’T GET ENOUGH  fu ciò che All Right Now fu per i Free, un singolo potente che trascinò con sé l’album in vetta alle classifiche. Disco vivo e pulsante con in evidenza

MOVIN’ON, BAD COMPANYe READY FOR LOVE.

STRAIGHT SHOOTER (Swan Song 1975)*****

Hard rock inglese della miglior specie: GOOD LOVIN’ GONE BAD, SHOOTING STAR, DEAL WITH THE PREACHER e il famoso successo FEEL LIKE MAKIN’ LOVE.

RUN WITH THE PACK (Swan Song 1976) *****

Altro titolo completamente riuscito. Hard rock e ballate di grande spessore.

BURNIN’ SKY (Swan Song 1977) ****

Appena più opaco dei precedenti, Burnin’ Sky rimane comunque disco assai godibile.
Anche qui rock duro (BURNIN’ SKY, LEAVING YOU, EVERYTHING I NEED e TOO BAD, HEARTBEAT) alternato a canzoni lente (da citare MORNING SUN).

DESOLATION ANGELS (Swan Song 1979) ****

L’album è buono, ma come il precedente risente della stanchezza a cui il gruppo sta cedendo. Ma ROCK AND ROLL FANTASY, CRAZY CIRCLES, EVIL WIND, OH ATLANTA e RHYTHM MACHINE sono dei gioiellini.

ROUGH DIAMONDS (Swan Song 1982) ***1/2

Il gruppo è ormai alla frutta. Solo ELECTRICLAND è un gran pezzo, e se togliamo CROSS COUNTRY BOY, BALLAD OF THE BAND e OLD MEXICO il resto è scivola via.Album comunque rivalutato negli ultimi anni.

TEN FROM SIX  (Atlantic 1985) ****

Greatest Hits che contiene dieci pezzi da 5 dei 6 album del gruppo (a dispetto del titolo, nessuna traccia di Burnin’ Sky è presente).

FAME AND FORTUNE (1986 **), HOLY WATER (1990 **), HERE COMES TROUBLES (1992 **) e WHAT YOU HEAR IS WHAT YOU GET (live- 1993 ***) hanno il poco simpatico Brian Howe alla voce e propongono pseudo hard rock di maniera nel più noioso stile made in usa.

COMPANY OF STRANGERS (1995 **) e STORY TOLD AND UNTOLD (1996 ***) sono registrati con Robert Hart alla voce e rispetto ai dischi registrati con Brian Howe propongono un hard rock venato di boogie.

THE ORIGINAL BAD COMPANY ANTHOLOGY (Elektra 1999) ****

Interessante antologia di 2 cd riguardante l’era della formazione inedita, con alcuni inediti e rarità. Peccato che i nuovi 4 pezzi registrati dal gruppo nel 1999 siano scarsi.

BAD COMPANY IN CONCERT – MERCHANTS OF COOL (Sanctuary 2002)***

Live registrato nel maggio 2002 in Usa. Solo Paul Rodgers e Simon Kirke rimangono della formazione originale. I classici ci sono (compare anche ALL RIGHT  NOW dei Free), ma le esecuzioni mancano del mordente che caratterizzava la vera Bad Company. Disponibile anche in DVD, con bonus tracks (tra cui CROSSROADS) e ospiti (SLASH e NEIL SCHON).

PAUL RODGERS

CUT LOOSE (Atlantic 1993) ***

Primo disco da solista. Il limite è che Rodgers suona tutti gli strumenti, batteria compresa, mostrando la grande versatilità del suo talendo ma condizionando il tutto viste certe rigidità ritmiche.

THE FIRM  “ omonimo “  con Jimmy Page (Atlantic 1985) ***

Gruppo creato insieme all’ex Zeppelin. Nessuno dei due musicisti era in quel periodo all’apice della forma, ma dato che la classe non è acqua, il disco è dignitoso.
Hard Rock e pezzi lenti di discreta fattura. Con Tony Franklin al basso e Chris Slade alla batteria

THE FIRM ‘ Mean Business” con Jimmy Page (Atlantic 1986) ***

Secondo ed ultimo disco della formazione. Vale lo stesso discorso fatto per il primo.

THE LAW “ omonimo” con Kenny Jones (Atlantic 1991) **

Paul Rodgers insieme all’ex batterista di Faces e Who alle prese con materiale leggero.

MUDDY WATER BLUES (Victory 1993) ****

Tributo al grande bluesman Muddy Waters, con Jason Bonham alla batteria e tanti ospiti alla chitarra: Jeff Beck, Slash, Brian May, Gary Moore, Brian Setzer.
Le leggendarie canzoni di Muddy in versione elettrica e tirata.

THE HENDRIX SET (Victory 1993) ***

Mini CD contenente 5 classici di Jimi Hendrix registrati da l vivo con Neal Schon alla chitarra. Purple Haze, Foxy Lady, Little wing tra questi.

NOW (Spv 1997) **1/2

Disco da studio abbastanza convincente, con Jeff Whitehorn alla chitarra.

LIVE (SPV 1997)**

Registrazioni live del tour del 1995. Comprende pezzi dei Free, della Bad Company e dell’album Muddy Water Blues. Esecuzioni impeccabili ma fredde.

ELECTRIC (Spv) **1/2

Altro disco da studio registrato con la stezssa formazione di Now. Discreto ma nulla più.

(Tim Tirelli 2002 – pubblicato in origine su CLASSIX).


Flashes from the Archives of Oblivion: JOHNNY & EDGAR WINTER The (Rock) Blues Brothers

23 Mar

(A gentile richiesta, ecco un vecchio mio articolo apparso originariamente sulla rivista CLASSIX del 2003)

Albini, texani di nascita ma figli del Mississippi, animati dal blues e spinti dal rock and roll, chitarrista extraordinaire l’uno, cantante multistrumentista superbo l’altro, ecco la storia di Johhny ed Edgar Winter, i fratelli del blues.

Parole di Tim Tirelli

Nato albino e strabico (a Beaumont, Texas il 23/02/44), Johnny Winter non può certo dire che la natura sia stata tenera con lui, ma d’altra parte la stessa gli ha donato un talento puro e cristallino che ha riparato gli errori iniziali.

La famiglia paterna veniva però da Leland (Mississippi) ed è qui che Johnny (ed Edgar) passano gran parte dell’infanzia.

A 5 anni Johnny inizia a suonare il clarinetto, ma in breve passa all’ukelele.

“Mio padre mi disse che gli unici musicisti che avevano combinato qualcosa con l’ukelele furono Arthur Godfrey e Ukulele Ike, così pensai di passare alla chitarra, per avere qualche possibilità in più.” ricorda Johnny.

Nato due anni dopo Johnny, Edgar mostra sin da piccolo una speciale attitudine alla musica; la madre gli insegna le prime nozioni del pianoforte e pochi anni dopo Edgar mostra un grande interesse per il jazz e il rythm and blues, affinando la sua tecnica al pianoforte ed imparando a suonare il sassofono.

Johnny nel frattempo si lascia ammaliare dalle nobili paturnie del blues e si getta a capofitto nello studio di questa musica quasi primordiale.

Nel 1955 i due fratelli si esibiscono per la prima volta in uno spettacolo per dilettanti e negli anni successivi diventano le due figure principali della scena musicale delle loro zone.

Con i nomi di “Johnny Macaroni and the Jammers” e “Johnny Winter’s Orchestra” (ma anche come “Crystaliers”), la band formata dai due fratelli vince un radio contest che li porterà ad incidere alcuni singoli per etichette locali.

Johnny Winter quindi inizia i suoi primi spostamenti: veloci toccate e fuga in Lousiana e a Chicago

contribuiscono a modellare il suo stile, che comincia a farsi molto affascinante. Di ritorno in Texas, riesce a pubblicare altri singoli, alcuni dei quali diventano successi regionali.

Ma seppur interessanti, sono ancora acerbi, sospesi come sono tra pop piuttosto commerciale e un blues non ancora ben definito.

Nella seconda metà degli anni sessanta i tour di Johnny Winter si fanno più intensi e la sua popolarità, seppur sempre ad un livello underground, cresce costantemente.

Nel 1967 registra in proprio alcune blues sessions, che compariranno sotto forma di album due anni dopo con il titolo “The Progressive Blues Experiment” per la etichetta indipendente Imperial.

Con il suo trio Johnny arriva nel dicembre del 1968 a New York (la grande mela diventerà da quello stesso momento la sua casa) e già dai primi concerti il pubbico newyorkese capisce che è nata una stella.

Il giornalista Larry Sepulvado scrive sulla rivista Rolling Stone un articolo che segna la definitiva consacrazione di Johnny Winter.

Nelle settimane seguenti Johnny incontra addirittura Jimi Hendrix allo Scene Club, firma un contratto con la Columbia per 300.000 dollari  (cifra altissima per il periodo) ed entra in studio per registrare il suo primo vero disco ufficiale.

Nel maggio del 1969 l’etichetta Imperial pubblica il già citato “The Progressive Blues Experiment” che incredibilmente raggiunge il n.49 in classifica.

Nemmeno un mese dopo esce per la Columbia l’omonimo primo album che raggiunge la posizione n.24 nella classifica statunitense.

John Lennon, Jimi Hendrix e i Rolling Stones dichiarano pubblicamente il loro amore per questo nuovo grande chitarrista bianco.

La stella di Winter a questo punto brilla in maniera accecante: l’albino entra in studio per registrare una famosa ma oscura session con Hendrix, partecipa a tutti i più importanti festival del periodo (incluso Woodstock) suonando fianco a fianco con Jeff Beck, Led Zeppelin,CSN&Y,Ten Years After etc etc. e facendo jam sessions con gente del calibro di Janis Joplin.

Le sue roboanti versioni di “Johnny B.Goode”, “Meantown Blues” e “Tabacco Road” (quest’ultima con suo fratello Edgar ospite della band) diventano classici del rock.

Sempre nel 1969 esce “Second Winter” un long playing lungo tre facciate (la quarta è vuota) che contiene l’hard rock di “Memory Pain”, la versione in studio ufficiale di “Johnny B. Goode di Chuck Berry e quella “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan che diverranno due dei pezzi con cui Johnny Winter si identificherà meglio.

Il disco raggiunge il n.55 in classifica, ma non è ancora un disco fondamentale per Winter.

E’ nel 1970 che la carriera del chitarrista albino diventa leggenda (per chi scrive) o comunque assai interessante (per i lettori di Classix, almeno in teoria).

Il blues si sposa con l’hard rock fiammeggiante producendo un lustro di grande musica..

Il trio di Johnny Winter viene sciolto, e la nuova band (denominata Johnny Winter And) viene costruita assorbendo i McCoys: Rick Derringer alla chitarra, Randy Jo Hobbs al basso e Randy Z alla batteria…

Tra il 1970 e il 1971 escono Johnny Winter And e Johnny Winter And Live.

Benché Johnny a posteriori sottovaluti questi due dischi, è bene precisare che entrambi sono essenziali.

Il primo mostra materiale originale di grande spessore, “Rock and Roll Hoochie Koo” su tutte, mentre il secondo è la testimonianza del loro live set incendiario.

Sarebbe forse opportuno per chi scrive, evitare certe enfatizzazioni  così tristemente comune nel giornalismo di casa nostra, ma le versioni di “Jumpin’ Jack Flash”(dei Rolling Stones) e di “Johnny B.Goode” contenute in questo primo live non possono essere descritte senza iperbole. Stiamo parlando dei capisaldi della musica rock: duri, potenti, vivi, al calor bianco… insomma una vera meraviglia.

Il lento blues “It’s My Own Fault” e la scorribanda di slide-guitar di “Mean Town Blues” rendono poi questo live irresistibile.

Questi sono due anni magnifici per Johnny Winter, per la qualità delle sue esibizioni, per il successo e per il sincero affetto che il pubblico gli riconosce.

Tour Europei e americani si susseguono (tra l’altro Winter è l’headliner di alcuni storici concerti tenuti al Fillmore East di New York dove l’opening act è la Allman Brothers Band, che da questi concerti trarrà il materiale per Live At The Fillmore, altro album leggendario) e alla fine del 1971 Johnny Winter è costretto ad uno stop: l’abuso di eroina e lo stile di vita del rock and roll lo stanno minando.

A parte qualche apparizione qua e là, il 1972 è un anno sabbatico e di riposo forzato dato che il chitarrista trascorre lunghi mesi in una clinica di disintossicazione.

Edgar Winter nel frattempo cerca di sfruttare l’esperienza e le conoscenze avute tramite suo fratello e nel 1970 pubblica Entrance.

Il disco è accolto benevolmente dalla critica, ma commercialmente non è certo un successone (si attesta al 196esimo posto della classifica di Billboard).

Ma l’intento di Edgar è quello di fare musica seria e non musica commerciale come lo stesso musicista ricorderà anni dopo: “Pensavo a me stesso come ad un musicista serio e non ragionavo in termini commerciali. Forse ero un po’ naif, ma il mio album Entrance è forse quello più onesto e quello realizzato senza compromessi. Credo sia il precursore della fusion”.

In effetti il disco miscela influenze jazz , pop e rhythm and blues, ma il tutto non è ancora a fuoco e solo il classico “Tabacco Road” e lo strumentale “Jimmy’s Gospel” danno i brividi.

Ben presto Edgar assembla una band propria, con una sezione fiati che toglie il respiro e con Rick Derringer alla chitarra. Edgar Winter’s White Trash pubblica l’omonimo album nel 1971 e signori, qui la musica cambia davvero.

Rock anfetamico (“Keep Playing That Rock and Roll”), sapori gospel (“Save The Planet”) e ballate che ti si arrampicano al cuore (“Dying To Live”, “Fly Away”) si attorcigliano al blues e al funk, corroborate da una energia senza confini.

Il disco raggiunge a malapena la Top 100, ma la voci corrono e la “Spazzatura Bianca” di Edgar si trasforma presto da cult band a nome di successo.

Durante il lungo tour promozionale vengono registrate professionalmente un paio di date, che saranno la base di Roadwork, fortunato disco dal vivo del 1972 che passerà 25 settimane nella Top 20 e dintorni.

E’ probabilmente criticabile cercare a tutti costi di etichettare la musica, ma questo doppio live è un condensato di hard-rock-funk-blues suonato in modo divino e passionale.

E’ con il progetto successivo, l’Edgar Winter Group, che il più giovane dei fratelli Winter arriva  in modo definitivo in vetta: l’album They Only Come Out At Night del 1973 (realizzato con l’aiuto di musicisti assai noti quali Ronnie Montrose alla chitarra e Dan Hartman al basso) raggiunte il primo posto in classifica grazie ai singoli “Frankestein” e “Free Ride” e rimarrà nella Top 200 per 80 settimane. La musica di Edgar a questo punto può definirsi puro hard rock,  infettato di blues e di musica americana, ma pur sempre hard rock.

Shock Treatment del 1974 si muove sugli stessi binari (ma c’è Rick Derringer alle chitarre) ed eguaglia il successo del predecessore (pur fermandosi al decimo posto delle classifiche). Da segnare “Easy Street”, ripresa poi negli anni ottanta da David Lee Roth.

Intanto Johnny Winter ritorna in sella, e nel 1973 pubblica Still Alive and Well, altro disco duro, scolpito a colpi di Gibson Firebird e di assoli memorabili. “Rock Me Baby”, “Still Alive And Well”, “Silver Train”, “Let It Bleed” (queste ultime dei Rolling Stones) portano il disco nelle top 20. Johnny ritorna in piena attività e tra una tournée e l’altra trova il tempo di registrare e pubblicare nel 1974 Saints and Sinners e John Dawson Winter III.

Saints and Sinners è un album di successo e gode dello straordinario periodo di forma del chitarrista snodandosi attraverso un intreccio magico di torridi blues e (soprattutto) rock duri e caldi.

Molti  artisti arrivano a proporre le proprie canzoni a Johnny Winter. John Dawson Winter III contiene ad esempio “Rock And Roll People” di John Lennon e a tal proposito Johnny Winter dichiarò all’epoca:

“Fui molto contento di poter avere quella canzone perché John Lennon è una delle mie persone favorite. Negli ultimi anni l’ho continuamente tormentato affinché scrivesse una canzone per me.

Mentre registravo ad esempio Still Alive And Well gli ho telefonato per chiedergli se aveva una canzone rock and roll in più da darmi, ma mi rispose che se mai ne avesse avuta una se la sarebbe tenuta per sé perché ne aveva poche per completare il suo album. Poi mentre registravo il disco che sarebbe succeduto a Saints and Sinners ci trovammo nello stesso studio e così gli richiesi una canzone. “Rock And Roll People” se l’era scritta per sé ma non era contento del risultato, così fu felice di darmela.”

Il Tour del 1975 è con tutta probabilità l’apice della carriera di Johnny Winter e l’arguto manager si preoccupa di registrarne alcune date e di organizzare un paio di show insieme all’Edgar Winter Group.

Nel  1976 esce infatti Together a  nome Johnny and Edgar Winter, dove i fratellini si divertono a riscoprire la musica con cui sono cresciuti, ed ecco quindi il classico dei Righteous Brothers “You’ve Lost That Lovin’ Feeling” qui riproposto nella miglior versione mai messa su disco, “Harlem Shuffle”, “Soul Man” ed un riuscitissimo rock and roll medley.

Captured Live, secondo disco dal vivo del chitarrista, esce lo stesso anno  e che dire?

Come si può descrivere in modo sobrio una tempesta di sopraffino chitarrismo rock blues?

Meglio tacere e ripensare intimamente alla bellezza virginale e dissoluta insieme di “Sweet Papa John” e “Highway 61 Revisisted”.

Finisce qui il periodo d’oro di Johnny Winter (quelli che i suoi fan chiamano “The Rock Star Years

1969/1976) e grosso modo anche per Edgar la seconda metà degli anni settanta rappresenta la fine degli anni più… pazzi certamente, ma anche più vividi e musicalmente pulsanti.

Nelle rare interviste che il chitarrista albino ha concesso in questi ultimi anni, tende a snobbare il suo periodo rock e non fa altro che parlare dei suoi dischi blues.

E’ una contraddizione, perché la fama e il successo gli sono arrivato grazie agli album rock; questo è un discorso che si sente spesso se ci addentra nel mondo di Johnny Winter.

Il chitarrista infatti è sempre stato combattuto tra la scelta di suonare il blues più intransigente o il materiale (rock) più amato dai fan. Ma forse i suoi demoni sono da ricercare nello scontro tutto spirituale ed intimo tra le sue due anime: quella blues e quella rock.

Probabilmente ama cullarsi all’ombra della nobile idea di essere un chitarrista blues, ma sa bene che la sua personalità esige tributi al rock e alla ribalta che questa musica può dare.

Nel rispetto delle consegne ricevute (Della Coppa docet) e del lavoro degli altri colleghi, non c’è spazio per approfondire gli argomenti sin qui trattati o per analizzare per bene il resto delle carriere dei due fratelli blues, vi basti sapere che:

Johnny con l’album Nothin’ But The Blues del 1977 torna in modo assoluto e totale al blues.

Gli anni ottanta lo vedono legarsi alla etichetta Alligator con cui realizza tre buoni album (Guitar Slinger, Serious Business, Third Degree). Nel 1988 firma per la MCA e prova a tornare al rock con The Winter Of ’88, ma i risultati non sono quelli sperati. Si ferma però anche al festival blues di Pistoia nel luglio di quell’anno e chi vi parla ha ancora negli occhi la sua spumeggiante performance.

Negli anni novanta pubblica Let Me In (gran disco del 1991 col quale viene nominato per i Grammy Awards), Hey, Where Is Your Brother (1992) e Live in NYC 1997.

Le ultime notizie lo danno in ripresa (dopo problemi di salute) con un tour e un nuovo disco alle porte.

Edgar oscilla sempre tra progetti di varia natura pur con un denominatore comune, ma i risultati non sono più brillanti come quelli degli anni d’oro.

Jasmine Nightdreams e Edgar Winter Group With Rick Derringer escono nel 1975.

Nel 1977 Edgar riforma i White Trash per l’album “Recycled”, ottima prova ma  legata più al funky che al rock, e nel 1979 fa uscire The Edgar Winter Album.

Questi album rimangono ben al di fuori della Top 40, così come i successivi.

Standing On Rock (1980), Mission Earth (1989), I’m Not A Kid Anymore (1993) e The Real Deal (1996) sono album modesti, seppur accettabili.

Solo Live in  Japan (1990) uscito a nome Edgar Winter & Rick Derringer offre vere emozioni, testimone com’è di una scintillante esibizione nella terra del sol levante.

Con Winter Blues del 1999 sembra che Edgar abbia ritrovato la strada giusta: il rock ritorna duro in qualche episodio, le radici blues e r&b si rifanno sentire e la spendida chitarra di Rick Derringer ridisegna le magiche sensazioni che furono in “White Man Blues”.

Finisce qui questa breve rilettura della storia musicale dei due fratelli blues, che durante i loro anni magici, hanno saputo regalare alla musica rock momenti di classe purissima.

Scoprire o riscoprire quella manciata di album fondamentali sarà un piacere intenso e durevole.

(Tim Tirelli 2003)

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA

Di Tim Tirelli

Entrambi i fratelli sono vittime di decine di raccolte più o meno autorizzate, uscite a loro nome. Meglio lasciarle perdere, perché spesso confuse e assemblate con poca cognizione di causa e concentrarsi piuttosto su una scelta ragionata degli album originali che, in tutta umiltà, vi consiglio caldamente:

Johnny Winter

JOHNNY WINTER AND (1970 – CBS)

Primo album  che nella forma (certo non nell’animo) si discosta dal blues per cercare la propria essenza nel rock duro e puro.

Ogni pezzo è un gioiellino.

JOHNNY WINTER AND LIVE (1971 – CBS)

Trascinate dalla batteria di Bobby Caldwell e dal basso di Randy Jo Hobbs, le chitarre di Johnny Winter e di Rick Derringer diventano le matrici originali del chitarrismo rock blues.

La perfetta simbiosi delle due sei corde nell’intermezzo di “Johnny B.Goode”, la straripante carica di “Jumpin’ Jack Flash”, i fraseggi gravidi di dolore nel blues “It’s My Own Fault Baby”…

STILL ALIVE AND WELL (1973 – CBS)

Prodotto da Rick Derringer questo è l’album preferito dallo stesso Winter per quanto riguarda il suo periodo rock. I suoni sono molto belli e assolutamente vintage. “Rock Me Baby” sarà presente praticamente in tutti i suoi futuri concerti.

SAINTS AND SINNERS (1974 – CBS)

Altro album di Hard Rock Blues americano pienamente riuscito.

Tra i musicisti troviamo Edgar Winter alle tastiere e al sax, Rick Derringer e  Dan Hartman al basso.

CAPTURED LIVE (1976 – Blue Sky)

Questo live cattura su disco il tour di John Dawson III e ne ripropone i momenti migliori quali “Rock And Roll People”, “Roll With Me” e “Sweet Papa John”.

JOHNNY & EDGAR WINTER: TOGETHER (1976 – Blue Sky)

Classici del rock and roll e del rhythm and blues anni 50 e 60 riproposti con la terribile verve dei fratellini blues.

GUITAR SLINGER (1984 – Alligator))

L’album che apre la trilogia realizzata per la Alligator, etichetta  blues. “Don’t Take Advantage Of Me”, “It’s My Life Baby” ed altri blues, non originalissimi, ma di buon effetto.

LET ME IN (1991 – Point Black)

Il nuovo trio di Johnny sembra trarre nuova linfa dal decennio degli anni novanta.

Le canzoni sono tutte legate alle prosa del blues, ma ci sono una freschezza ed una originalità inaspettate. Con questo (tiratissimo) disco sfiorò il Grammy Award.

Edgar Winter

EDGAR WINTER’S WHITE TRASH (1971 – Epic)

Il talento di Edgar ed una grande band che si avvale di Jerry LaCroix (secondo vocalist e urlatore di prima grandezza) e di Rick Derringer alla chitarra.

“Keep Playing That Rock And Roll”, “Let’s Get It On” e altre otto spendide canzoni.

EDGAR WINTER’S WHITE TRASH: ROADWORK (1972 – Epic)

So che si è soliti leggere la frasetta “questo è uno dei live migliori di tutti i tempi”, ma in questo caso è proprio così.

Scaletta e formazione attingono forze dal clan di Johnny Winter (lui stesso appare come ospite in un pezzo): Rick Derringer (potremmo dire a questo punto il terzo fratello Winter), Randy Jo Hobbs al basso, la sezione fiati classica dei White Trash, Edgar e Jerry la Croix alle prese con “Still Alive And Well”, “Rock And Roll Hoochie Koo” (gli hard rock anthem di Johnny), l’hard funk di “Cool Fool” (apparsa solo su singolo l’anno prima a nome di Edgar), i 17 minuti dello standard “Tabacco Road”, insieme a tanti altri bei momenti.

EDGAR WINTER GROUP: THEY ONLY COME OUT AT NIGHT (1973 – Epic)

Ronnie Montrose alla chitarra e Dan Hartman al basso (ed anche ottimo autore) per il disco della consacrazione. Lo strumentale (!) “Frankenstein”, il rock deciso di „Free Ride“ e „Hangin’ Around” e la bella ballata “Autumn”.

EDGAR WINTER GROUP: SHOCK TREATMENT (1974 – Epic)

Simile al precedente ma un pelo meno incisivo. Dan Hartman prende il sopravvento come autore,la leadership di Edgar traballa un po’, ma “Easy Street”, “River’s Risin’”, “Some Kinda Animal” sono all’altezza dell’album precedente.

EDGAR WINTER & RICK DERRINGER: LIVE IN JAPAN (1990 – CTE/BMG)

Registrazione sonora all’altezza dei tempi per un live godibile.

Ci sono i classici dei due artisti, “Keep Playing That Rock And Roll”, “Free Ride”, “Jump Jump Jump” (di Derringer), “Rock And Roll Hoochie Koo” e “Frankenstein”, alternati a qualche episodio minore non proprio memorabile.

EDGAR WINTER: WINTER BLUES (1999 – Eagle Rock/Edel)

Disco che forse meriterebbe di più, ma quasi la metà del materiale proposto non si discosta dalla sufficienza.

Dall’altra parte bisogna saper gioire per “Good Ol’ Shoe”, “Texas” , “White Man Blues” e “Nu’ Orlins”, tutti pezzi terribilmente godibili.

Ospisti nel disco: Johnny Winter, Dr John, Rick Derringer. Leon Russell.

N.B.: alcuni album di Johnny Winter sono stati ripubblicati in Cd anche da diverse piccole etichette specializzate in ristampe, operazioni cui dedichiamo certamente un plauso, ma forse vale la pena cercare le edizioni della Sony Music (Epic/Columbia/Legaciy) se non altro per le bonus tracks che ha inserito qua e là (su tutte “Dirty”, magnifico e sofferto blues voce/chitarra slide/flauto apparsa sulla riedizione di Saints and Sinners).

(Tim Tirelli 2003)