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LZ-’75 by Stephen Davis

29 Giu

Questo libro parla del tour americano del 1975 ed è scritto dal giornalista statunitense Stephen Davis, autore di Hammer Of The Godes (1985), il libro sui Led Zeppelin che più ha venduto e che a tutt’oggi è uno dei best seller per quanto riguarda l’editoria rock. Davis non è ben visto né dagli Zeppelin stessi né dai fan che anche in questo caso lo accusano di aver fatto errori grossolani circa date e riferimenti “tecnici”. Questo è vero: se sei un fan dei LZ in senso stretto trovi fastidiose queste cose, ma io penso che sia un libro gustoso. E’ chiaro che Davis fa uso di notizie e fatti presi da altri libri, da articoli e dai tanti bootleg di eccellente qualità relativi al tour in questione, ma è anche vero che Davis andò in tour nel 1975 con il gruppo e che stette con l’entourage diversi giorni in più occasioni e che durante quei giorni raccolse materiale in tre bloc notes, bloc notes ritrovati solo recentemente … ecco il perchè del libro.

L’autore aveva buoni rapporti con Danny Goldberg, nel 1973 publicist dei LZ e dal 1974 vice presidente della Swan Song, etichetta del gruppo, ed è il resoconto dei rapporti con Goldberg, di come si svolgevano le cose tra un concerto e l’altro durante un tour americano, che mi ha appassionato. Io credo che ogni fan dei LZ  troverebbe interessanti certi momenti descritti in questo libro, al di là delle inesattezze e delle storie che abbiamo già letto cento volte,  essere fan esperti significa anche  saper filtrare il buono e lasciar andare le cose inutili.

Consiglio il libro anche ai casual fan, chi ama il rock non potrà che appassionarsi.

La mia versione è quella americana e dunque in inglese regalatami da Riff, ma esiste anche la edizione italiana a cura dell’Arcana.

Stephen Davis a LA nel 1975  mentre intervista Robert Plant – foto Peter Simon (fratello di Carly)

Robert Plant LA 1975 – “I’m a golden god” photo session – Foto di Peter Simon

LA’, DOVE S’INCAZZANO LE AQUILE

25 Mar

DON FELDER ” HEAVEN & HELL – My Life In The Eagle 1974-2001″ ( paperback edition 2009) – JJJJJ

Io gli Eagles li amo. Non m’importa un cazzo se sono mainstream, se rappresentano una America opulenta, ricca e senza scrupoli, e Don Henley è uno dei miei eroi. Bernie Leadon è un chitarrista che stimo da matti, Felder e Walsh mi piacciono tanto, come mi piacciono gli album DESPERADO, ON THE BORDER, HOTEL CALIFORNIA e THE LONG RUN. Negli anni settanta qualcuno regalò DESPERADO a mia sorella, e ci misi poco a fregarglielo ogni volta che potevo e immergermi in quell’immaginario da banditi western. Sempre in quegli anni tornavo da scuola, pranzavo e prima di non mettermi a studiare, entravo in camera sua, mi sdraiavo sul letto, le fregavo la cassetta di ON THE BORDER e la facevo girare sul suo sfigatissimo mangianastri. Dio canta, mi vengono i brividi se ci penso. Certo, ero più ingenuo, ma mi sembrava musica bellissima (e comunque lo era!). Titubante andai a vederli al forum di Assago di Milano un paio di anni fa, mi parevano diventati troppo pulitini, ma mi piacquero un casino. Insomma, tanto per capirci, io sono un fan degli Eagles. Detto questo non mi meraviglio dei resoconti di Felder, certo… nella nostra immacolata concezione i gruppi rock erano un insieme di esseri umani che suonavano buona musica in giro per il mondo, uniti da amicizia, amore per la musica e brotherhood; quando si diventa grandi si scopre però che non è quasi mai stato così. Peccato, ma il risultato di tanto cinismo, rapporti durissimi e scazzi a go-go, spesso è fenomenale. I tanti bei dischi rock sono lì a testimoniarlo. Lascio la parola a STEFANINO PICCAGLIANI, che come sempre in modo lucido e con prosa sopraffina, ci racconta uno spaccato gustoso di rock californiano.

(nella foto da sx a dx: Meisner, Frey, Henley, Felder, Walsh)

Macchina del tempo-rock: siamo nel 1973. Don Felder è un bravissimo chitarrista local hero di Gainsville, Florida, cresciuto nel culto di Duane Allman, che si guadagna da vivere dando lezioni di sei corde ai monelli del posto.

Tra i suoi allievi spicca anche un ragazzino scarsissimo di nome Tommy Petty. Da teenager Don ha militato per breve tempo nei Continentals assieme a Steve Stills, il quale poi è finito a L.A. e ha formato i Buffalo Springfield, poi CS&N, poi CSN&Y eccetera.

Don sa che L.A. è il ‘posto’ dove succedono le cose per i musicisti, ma non ha la stoffa dell’arrampicatore sociale. Uno dei suoi migliori amici è Bernie Leadon, uno degli Eagles, i quali hanno registrato un esordio di successo per poi realizzare un secondo disco Desperado che è andato malino e sono in una fase di stallo creativo, della serie ‘se sbagliamo il terzo disco siamo fuori’.

A questo punto le Aquile pescano l’asso di Denari (con briscola denari) e producono una pensata che li salva dall’ oblio: meno country rock, urbanizziamoci, il tempo dei banjos sta finendo, più pop e soul e meno cowboys. Per il nuovo lp On The Border servirebbe una chitarra slide, e Leadon organizza un paio di sessions con il vecchio amico Felder, che sta accompagnando Crosby & Nash.

Nel giro di sei mesi Don Felder diventa il quinto Eagle e incredibilmente viene subito inserito in quella che chiameremo Azienda-Eagles con un quinto di oneri e onori, alla pari degli altri.

Un bel colpo di culo, penserete voi. Fino a un certo punto, risponderebbe Don. Perché tra le pagine della sua bella autobiografia HEAVEN AND HELL si dipana un racconto a tratti terrificante di una band neurotica e sadica come poche, dove parole come amicizia, lealtà, rispetto non trovano posto, tutti occupati da altre parole come infamia, truffa, maldicenza.

Gli EAGLES sono una diarchia paranoica e dittatoriale, governata dalla premiata ditta Henley/Frey, il primo descritto come un intelligentissimo e coltissimo serpente a sonagli capace di ‘succhiare tutto il divertimento in una stanza semplicemente entrando’, il secondo come un bullo nevrotico di Detroit dalla sconfinata fame di dollari e femmine.

Il piano prevede l’apporto fondamentale del Richelieu del caso, il manager-squalo Irving Azoff, che per tenere insieme i due galletti nel pollaio manovra continuamente nell’ombra. Ogni altro membro del gruppo viene trattato da sottoposto (e qui il paradosso di prendere subito Felder in società per poi sodomizzarlo negli affari per un ventennio).

L’Azienda Eagles è l’emblema della fine definitiva dell’utopia musicale dei sixties; tutto è calcolato cinicamente, l’unico approdo esistenziale è il Conto Corrente, la benzina è data da montagne di coca sciacquata nel Brandy e pur di costruire un successo si calpesterebbe la propria madre morente.

Henley & Frey in fondo non si sopportano, ma si supportano a vicenda nella gestione del business, riconoscendosi fondamentali nelle funzionalità del progetto-eagles. Gli altri non rompano i coglioni, e chitarristi non improvvisino una nota dal vivo, eseguano gli ordini e via dalle balle.  Leadon se ne va. Arriva Joe Walsh, simpatico, eccessivo, ubriacone, demolitore di alberghi, con il quale Felder costruisce incredibilmente una coppia chitarristica priva di vicendevoli gelosie.

Poi un bel giorno Don ‘Fingers’ Felder (ogni eagle ha un nickname) butta giù una specie di flamenco-bolero con la sua chitarra, lo fa sentire ai due tiranni, i quali lo requisiscono per svilupparlo. Nasce Hotel California, la canzone del botto definitivo, delle cifre a nove zeri, dell’immortalità rock.

Gli Eagles sono la band più cool d’America, rappresentano perfettamente il sogno californiano di metà seventies, qualcuno dice che ‘sembrano cinque Gesù Cristi dopo una settimana a Beverly Hills’.

La Warner è entusiasta, i dollari sono pronti per una super-promozione del disco, e Felder è talmente candido che si oppone all’idea di ‘Sonic Bat’ Henley (pipistrello sonico, nickname derivante dall’ossessiva attenzione rivolta ai dettagli sonori del gruppo)  che Hotel California (da Felder firmato) debba essere il singolo dell’ album. Troppo lunga, troppo lungo l’intro, troppi assoli. Henley vince, e questo dà la misura di quanto la diarchia sia antipatica ma funzionale. Esce il disco: è il trionfo. Le Aquile se lo godono, ma fino a un certo punto. La gestione cinica e freddissima del business non prevede cameratismo o manifestazioni calorose di umanità. ‘Hey Fingers, fai l’ assolo e non rompere i coglioni’.

Gli Eagles tornano in sala per bissare HC, e la missione è troppo snervante. La coca, lo stress, le antipatie, gli scazzi, chiedono il triste tributo. Meisner non regge, lui ragazzo di montagna dal cuore semplice. Arriva Timmy Smith, colui che lo sostituì nei Poco e adesso lo sostituisce negli Eagles. Strano destino.

Esce The Long Run, ma gli Eagles non esistono più. La band si scioglie. Grazie e arrivederci. Passano gli anni e qualcuno fa uscire un tributo country-Nashville agli Eagles, con artisti vari impegnati in covers. Vende come il pane. E’ di nuovo Eagles-mania. Irving lo Squalo convince tutti a riunirsi. ‘Torneremo insieme quando ghiaccerà l’inferno’, aveva detto Henley dopo la rottura. ‘L’inferno è ghiacciato’ sarà lo slogan della reunion. Gli Eagles vengono inseriti nella RnR Hall Of Fame, e si presentano tutti e sette insieme, per la prima volta, a ritirare il premio. La mossa è orchestrata da Azoff, scorre pessimo sangue tra le Aquile di ieri e di oggi. Ci sono da sopportare di nuovo Henley & Frey, ma Fingers Felder è felice. I tempi sono cambiati, siamo nei nineties, e si respira aria nuova in cucina.

(nella foto da sx a dx: Frey, Felder, Henley,Walsh, Schmit)

Dagli ottimi guadagni degli anni ’70 si passa ad incassi mostruosi, i prezzi dei biglietti dei concerti sono decuplicati, il rock è diventato roba da ricchi. Gli Eagles registrano Hell Freezes Over, un concerto per MTV nel quale Henley & Frey appaiono come gli unici protagonisti, con gli altri nelle vesti di gregari. Walsh e Timmy Schmith si accontentano, Felder un po’ meno. Si sente defraudato e preso per il culo. Segue tour mega redditizio. Dai Motel a tre stelle dei ’70 si passa all’ Hilton (con Azoff che prenota camere separate su piani differenti per evitare risse o scazzi tra gli aquilotti), 5 limousines a servizio 24h su 24, fisioterapisti per le lombaggini, nannies per i figli, Frey addirittura si porta in tour il maestro di tennis, cosa che fa impazzire Felder perchè il coach viene pagato dall’Azienda, quindi per un quinto anche da Fingers.

In un clima di antipatica tensione il tour va alla grande, e i tecnici per ammazzare il tempo cominciano a filmare tutte quelle fans sgallettate che ai concerti si piazzano in spalla ad un amico e slacciano la camicia per far vedere le tette. Ne nasce un interessante video amatoriale: ‘The Eagles: Their Greatest Tits’. Felder comincia a guardare bene dentro ai conti della band, scopre cose poco piacevoli, capisce di essere manovrato da anni, ma non vuole abbandonare la nave. Si sente un Eagle, ama il suo lavoro e rispetta enormemente il talento di Henley & Frey. Un giorno Fingers riceve una telefonata di Azoff: Hey Don, mi dispiace, ma sei fuori dal gruppo. Il suo mettere il becco negli affari dell’ Azienda – Eagles non ha pagato, Henley & Frey non l’hanno mandata giù. Chiede disperato supporto a Smith e Walsh ma non ne riceve. L’inrganaggio non prevede colpi di testa. Fingers è un ex. Cita tutti in tribunale, trova un accordo soddisfacente per la buonuscita e scrive un libro sulla sua storia, facendo incazzare all’inverosimile i due ‘Gods’, Henley & Frey.

Simpatico Fingers. Ottima lettura questo Heaven & Hell comprato su internet in paperback. Appena finito di leggerlo, scopro che è pubblicato gratis su Googledocs.La mia solita fortuna. Cercatelo, ne vale la pena.

(Words and Music: Stefanino Piccagliani – Marzo 2011)

PITIFUL TONIGHT: Eric Clapton Autobiography – review by Picca

3 Mar

Il titolo, il collage delle due foto, l’articolo stesso … tutta roba un po’ azzardata, ma questa è l’impressione che ha avuto Picca nel leggere la sua autobiografia. A Clapton abbiamo tutti voluto bene, di Clapton abbiamo tutto, ma vogliamo sentirci liberi di poter esprimere una nostra opinione. Sacrilegio griderà qualcuno che ancora considera Clapton secondo le scritte che apparvero alla fine degli anni sessanta sui muri di Londra, ma si sa, a noi la religione piace poco.


Milos Forman ha già brillantemente affrontato l’argomento nel film Amadeus, dedicato alla vita di Mozart. Per bocca del povero Salieri pone al mondo e agli dei una fondamentale questione: perchè le Muse, quando c’è da infondere in un umano quell’ afflato miracoloso che noi chiamiamo Talento, spesso scelgono un idiota?

Mi faccio questa domanda da giorni, da quando cioè ho preso a leggere la già vecchiotta autobiografia di Eric Clapton, e sottolineo autobiografia.

Nel suddetto volume infatti, il vecchio Slowhand ci tiene moltissimo a farci capire, di suo pugno, che quando ci emozioniamo ascoltando Layla, quando chitarristi in erba vedevamo sanguinare le dita callose nel tentativo di replicare l’assolo di Crossroads, quando abbiamo ammirato il tempismo del buon Eric a sbolognare al pianeta l’allora nuova mania rock-conservatrice dell’ormai mitico ‘unplugged’, eravamo sempre, senza saperlo, al cospetto di un idiota.

Detto, si intende, col massimo rispetto.

Dalla lettura delle 400 pagine scritte da Eric in un impeto di autodenuncia più o meno conscia, si evince che calcare i palchi più prestigiosi di mezzo mondo, partecipare a registrazioni fondamentali, incontrare e frequentare altri talenti di ambito differente, coltivare un interesse totalizzante e stimolante quale la musica, accedere ad un ingente patrimonio e scopacchiarsi compulsivamente donne di ogni colore, razza e credo religioso possa rivelarsi perfettamente inutile per il tuo percorso esistenziale, a patto naturalmente che tu sia un completo idiota.

Questo non toglie che Clapton rimanga un chitarrista dal talento enorme, un fantastico cantante (personalmente lo preferisco come vocalist che come guitarslinger), un incostante ma brillante autore di canzoni e un professionista dall’ottimo fiuto per gli affari.

Dal libro ne esce come un egoista patologico (a dire il vero una condizione fondamentale per fare la rockstar), donnaiolo compulsivo che approfitta della notorietà e del conto in banca per accoppiarsi con femmine casuali (anche questo è consueto nell’ambiente), disonesto sentimentalmente e aridissimo spiritualmente, capace, a seguito di delusioni esistenziali del tutto normali nella vita di un uomo, soltanto di attaccarsi al ciuccio e frignare.

Il ciuccio inteso come bottiglia di Brandy.

Alcolismo cronico per trent’anni, priapismo spinto e dipendenza da ero e coca, i vizi di Eric però non hanno contribuito per nulla a costruire un vissuto in qualche modo artisticamente interessante, il classico ‘oscuro passato’ di tanti scrittori, musicisti o artisti in genere che poi hanno saputo trarre dalle melmosità esistenziali più limacciose germogli puri di ispirazione o ‘storiacce’ bukowskiane di ‘maledettismo’ poetico.

Nada. Nothing. Niente.

400 pagine piene di 2 o 3 bottiglie di vodka al giorno, una pista di coca, una moglie scippata a George Harrison e subito ripudiata, una jam con Buddy Guy, una scopata con la giovane Madame Sarkozy, una sfilate di Versace, altre due bocce di vodka e via andare.

Anche la perdita straziante del piccolo Conor avuto dalla Lady From Verona Lori Del Santo (un fidanzamento babbeo descritto in pagine esilaranti per umorismo involontario ) è raccontato con una superficialità e una miseria interiore raggelanti.

Naturalmente si apprezza la sincerità dell’uomo (per la serie ‘Viva la faccia’) anche se per lunghi tratti del tomo si capta una sorta di incoscienza di fondo.

Leggo le biografie dei cantanti (di solito pessima letteratura) per un motivo semplice: mi fanno venire voglia di (ri)ascoltare i dischi.

Ecco, Eric riesce con successo a scatenare l’effetto contrario. Tra le righe non si scorge nessuna passione per la musica, non si intravede nessuna emotività artistica che scaldi il cuore, non si coglie nemmeno una scintilla di quel sacro fuoco che è l’amore per le arti. Niente. Nada. Nothing.

Una lettura davvero illuminante.

Ci si chiede cos’ hanno per la testa le Muse della chitarra e i demoni del blues quando, all’inizio degli anni ’60 nella grigia e profonda provincia inglese, decidono che il giovane Eric Clapton con la sua chitarrina in mano meriti tutto quel Talento.

(Picca –  marzo 2011)