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ALTAVIA – “Girt Dog” (WhiteKnightRecords 2011) – JJJ1/2

28 Mar

Questo album degli ALTAVIA mi è capitato in mano perché sono amico di MAURO MONTI, il chitarrista, malgrado questo non so nulla del gruppo, degli altri membri, delle loro influenze, non ho un press kit sotto mano, parlerò dunque di questo “GIRT DOG” soltanto per quello che sento. Questo è un disco progressive, io amo il progressive, ma solo quello degli anni settanta… quello dei giorni nostri non mi prende, solo da  poco sono riuscito ad accettare i TRANSLATANTIC.  Il genere dunque non mi appassiona particolarmente, ma c’è qualcosa in questo disco che mi tiene, se non incollato, perlomeno sveglio e attento, e questo con le nuove uscite non succede quasi mai.

Sono molto colpito dal lavoro di MAURO, lo conoscevo come chitarrista di tutt’altro genere, ma qui è irriconoscibile, nel senso che fa cose che mai gli ho sentito fare.

Mi sembra che il faro del gruppo sia ANDREA STAGNI, ma VANDELLI, MONTI e BELLINA non sono comprimari bensì musicisti ben inseriti nel contesto.

E’ sempre antipatico attaccarsi ai nomi che inevitabilmente ti portano certe atmosfere, ma IN THE CIRCLE GALLERY ci sento i DEEP PURPLE del periodo di PERFECT STRANGERS, alternati a buoni momenti personali e tracce di GENESIS, quelli veri. ANOTHER LIE inizialmente non mi piace, ma poi non riesco a toglierla, mi godo l’intermezzo lento che mi ricorda ancora SELLING ENGLAND BY THE POND grazie anche alle linee di chitarra finali.

MY ME AND YOU da spazio alla chitarra e si dipana in un dolce alternarsi di momenti onirici.

Altro andamento invece in IN ANOTHER WAY, con il cantato un po’ alla RUSH, però le aperture che seguono la cavalcata iniziale sono davvero belle. Mica facile il tempo che tengono BELLINA e VANDELLI, puro progressive e mica male il solo di MAURO mentre ANDREA STAGNI passa al piano. Personalmente non sopporto l’uso del crash e quindi ogni volta che BELLINA lo colpisce mi sale un senso di fastidio, ma può anche essere solo una cosa personale, adesso è una cosa che va molto nel nuovo progressive e nel metal moderno.

Altro episodio duretto con I’LL BE THERE, con STAGNI che fa i contrappunti con l’organo, qui – mi perdoneranno i ragazzi – mi ricordano un po’ i BONHAM del primo album.

In WOUNDED I &  II sprazzi di progressive metal, momenti pacati e onde progressive più consone ai nostalgici come me. C’è anche una ghost track, una sorta di improvvisazione strumentale.

A questo album do tre stelle e mezzo (in verità tre i lunghe e mezzo come sono solito fare) per tenere MAURO schizzo, ma potrebbero essere 4. Per essere una autoproduzione o poco più è un ottimo risultato.

ANDREA STAGNI – keyboards/vocals

GIULIANO VANDELLI – bass

MARCELLO BELLINA – drums/vocals

MAURO MONTI – guitars/vocals

BETTY COPETA – additional vocals

LAURA MONTI – additional vocals

http://www.whiteknightrecords.co.uk/

Flashes from the Archives of Oblivion: KEITH EMERSON & THE NICE “Vivacitas” (Sanctuary2003) – JJJJ

28 Mar

Dopo 32 anni ecco la reunion dei Nice, la band di Emerson pre ELP. Il fine intreccio di jazz, progressive, blues e musica classica funziona ancora e i Nice offrono qualcosa di convincente. Le parti vocali risentono degli anni passati, ma le prove strumentali di Emerson, Davison e Jackson restano su alti livelli, grazie anche all’aiuto del chitarrista Dave Kilminster (già con i Quango di John Wetton e Carl Palmer). Il cd1 parte con il super classico dei Nice America/Rondò e prosegue con il bel jazz/blues di Little Arabella. Schegge progressive in She Belongs To Me, The Cry of Eugene, Hang On To A Dream, mentre in Country Pie e Karelia Suite si capisce quanto gli Emerson Lake & Palmer furono aiutati dall’esperienza Nice. Il cd2 si apre con due deliziosi strumentali di Emerson al pianoforte a cui segue la rilettura di 4 classici degli ELP: Tarkus, Hoedown, Fanfare For The Common Man e Honky Tonk Train Blues. Qui però i Nice non c’entrano granché, dato che Emerson si fa aiutare da tre session men. Ottime prove di grandi strumentisti che tuttavia non riescono a trovare riparo dall’indulgenza. Il terzo cd contiene un’intervista ai Nice condotta dal giornalista inglese Chris Welch. Non è un disco per chi intende avvicinarsi per la prima volta all’universo di Keith Emerson, ma piuttosto per chi già si è fatto irretire dalla maestosa grandezza del più grande keyboard player del rock.

(Tim Tirelli 2003 – pubblicato originariamente su CLASSIX)


Flashes from the Archives of Oblivion: MAGGIE BELL “Suicide Sal” (1975) – JJJ1/2

26 Mar

(nella photo Paul Rodgers, Maggie Bell, Robert Plant)

 

La grande MAGGIE BELL è una cantante scozzese di blues rock, la cui carriera vide il proprio apice negli anni settanta.

Etichettata puntualmente come la JANIS JOPLIN britannica (ah questi luoghi comuni!), MAGGIE ebbe un discreto successo con la sua prima band di un certo valore, gli STONE THE CROWN.

In questo periodo la BELL entrò nelle grazie di PETER GRANT, manager dei Led Zeppelin.

Grazie all’interessamento di GRANT la BELL pubblicò alcuni dischi da solista tra cui QUEEN OF THE NIGHT del 1974 e SUICIDE SAL del 1975. Nel 1981 capitanò i MIDNIGHT FLYER il cui unico disco (uscito per la SWAN SONG) non ebbe però successo (e ti credo, il disco è molto scarso seppur prodotto da MICK RALPHS della BAD COMPANY) malgrado il tour insieme agli AC/DC. Sempre nel 1981 la cantante ebbe il suo unico vero successo grazie al singolo HOLD ME pubblicato come duetto insieme a B.A. Robertson.

MAGGIE si trasferì in Olanda per una ventina anni, per poi ritornare nella sua terra d’origine un paio d’anni fa, ed è da allora che è ritornata a cantare.

SUICIDE SAL è il suo album più convincente.

WISHING WELL (dei FREE) apre il disco col suo incedere nero e deciso mentre SUICIDE SAL definisce bene certo rock inglese del periodo.

IF YOU DON’T KNOW è una delle mie preferite (anche se il paragone con la JOPLIN diventa inevitabile) un po’ per l’andamento blues e un po’ per l’assolo di chitarra suonato da JIMMY PAGE in persona, assolo che personalmente trovo bellissimo.

Il resto si dipana attraverso rock blues scatenati (WHAT YOU GOT), struggenti ballate (IN MY LIFE e HOLD ON) e rock grezzo e caldo (COMIN ON STRONG e I SAW HIM STANDING THERE).

(Nonantolaslim maggio08 – per C*L*MB*)



Flashes from the Archives of Oblivion: WHITESNAKE “Trouble” 1978 – JJJ1/2

25 Mar

Dopo i tre anni passati con i DEEP PURPLE e un paio di album solisti, DAVID COVERDALE – cantante rock inglese – forma gli WHITESNAKE con i quali forgerà definitivamente la sua carriera musicale. Dal 1978 al 1984 il gruppo è portatore sano di Hard Rock Blues inglese, forse non molto originale ma di un certo effetto, mentre per gli anni successivi il SERPENTE BIANCO cade nella deriva heavy metal da MTV. Certo, l’album 1987 è carino e porta a David Coverdale quel successo americano inseguito per anni, ma il nuovo corso sfigura – almeno per il sottoscritto – dinnanzi alla ingenua ma pura anima rock dei primi lavori. Poche settimane fa il gruppo ha pubblicato un imbarazzante nuovo album – Good To Be Bad –  contenente il “già sentito” del “già sentito”; per lavarci le orecchie quindi possiamo riascoltare TROUBLE, il primo lavoro della band del 1978.

Le canzoni in esso contenute mitigheranno le delusioni e ci faranno riesplodere l’amore che fu per questa buona band inglese.

(note di Nonantolaslim giugno 08 – per C*L*MB*)

Flashes from the Archives of Oblivion: EDOARDO BENNATO “Burattino Senza Fili” (1977) JJJJJ / “Sono Solo Canzonette” (1980)JJJJJ

24 Mar

Negli anni settanta, oltre ad ascoltare dischi di musica rock (spesso di artisti internazionali), era d’obbligo farsi ammaliare dai lavori dei cantautori italiani, cantanti che cantavano appunto le loro canzoni. Figure quasi sempre impegnate, alle prese con musiche piuttosto semplici accompagnate da testi profondi, graffianti, politici e sociali. Alcuni facevano il verso a Bob Dylan e a quel tipo di personaggi, altri viravano verso lidi più rock.

Qualche nome:FRANCESCO GUCCINI, FRANCESCO DE GREGORI, IVAN GRAZIANI, PIERO MARRAS, ANTONELLO VENDITTI, EUGENIO FINARDI, (persino il primo) VASCO ROSSI e appunto EDOARDO BENNATO.

Verso la fine del decennio in questione, BENNATO ebbe qualche anno di popolarità altissima (riempiva lo stadio di San Siro, all’epoca ancora senza il terzo anello) sostanzialmente grazie a due album davvero molto belli: BURATTINO SENZA FILI (1977) e SONO SOLO CANZONETTE (1980).

Due concept album basati rispettivamente su Pinocchio e Peter Pan; Bennato prende spunto da queste due favole per analizzare il tempo in cui vive, disegnando feroci e graffianti critiche.

Due album bellissimi, pieni di ottime canzoni, alcune a tinte rock.

L’ormai superclassico IL GATTO E LA VOLPE, il blues di TU GRILLO PARLANTE, il rock di IN PRIGIONE IN PRIGIONE, l’intima bellezza di E’ STATA TUA LA COLPA e LA FATA.

L’altro superclassico SONO SOLO CANZONETTE, il rock di IL ROCK DI CAPITAN UNCINO, l’irresistibile musical swing di DOPO IL LICEO CHE POTEVO FAR, la dolcezza incantata di L’ISOLA CHE NON C’E’ e NEL COVO DEI PIRATI.

Oggi album così belli ce li sogniamo.

(recensione di Nonantolaslim  – giugno 2008 per C*L*MB*)

Flashes from the Archives of Oblivion: BILLY SQUIER “Don’t Say No” (1981) JJJJJ

23 Mar

Billy Squier è un cantante/chitarrista/tastierista americano che grazie all’album DON’T SAY NO nel 1981 arrivò nella top 5 USA.

L’album avrebbe dovuto essere prodotto da BRIAN MAY, ma la chitarra dei QUEEN era molto presa in quel periodo e così passò l’incarico al fido Reinhold Mack, produttore di THE GAME.

L’album è un piccolo classico di rock e hard rock americano, beh…piccolo mica tanto visto che vendette più di 4 milioni di copie.

THE STROKE, IN THE DARK e MY KIND LOVER furono le artefici di tanto successo tra il pubblico americano (ma non solo).

All’epoca di SQUIER si parlava anche in Italia, magari in termini più underground, ma fatto sta che di estimatori ne aveva anche qui, il sottoscritto compreso. Non poteva essere altrimenti:

nelle interviste citava spesso le sue influenze, ovvero Paul Rodgers e i Led Zeppelin.

A me questo disco piace molto, va beh che la nostalgia per la propria gioventù rende tutto più romantico e dolce, ma obbiettivamente penso che questo album sia davvero carino.

(Recensione di Nonantolaslim luglio 2008 per C*L*MB*)


Recensione: Bootleg JEFF BECK “Final Freeway Jazz” Tokyo, Budokan 02/12/1978

16 Mar

ARTIST: Jeff Beck with Stanley Clarke

TITLE : Final Freeway Jazz

LABEL: Tarantura 2000 ( 2nd edition – Released Feb. 2009).

SOURCE: excellent audience recording

PERFORMANCE: JJJJJ  

SOUND QUALITY: JJJJ½

DISC:2

Lineup :

Jeff Beck – Guitars

Stanley Clarke – Bass

Tony Hymas – Keyboards

Simon Phillips – Drums

Tracks :

Disc 1

01. Opening

02. Darkness

03. Star Cycle

04. Freeway Jam

05. Cat Moves

06. Goodbye Pork Pie Hat

07. School Days

08. Journey To Love

Disc 2

01. Lopsy Lu

02. Diamond Dust

03. Scatterbrain

04. Rock ‘n Roll Jelly

05. ‘Cause We’ve Ended As Lovers

06. Blue Wind

07. Superstition

Vengo in possesso solo ora di questo bootleg uscito nel 2009 (in questa versione); la registrazione è un’audience, ma credetemi la qualità è eccellente. Jazz/Rock fine anni settanta, con quei suoni caldi e pastosi alternati a momenti di frenesia virtuosistica. Non so se sia il periodo, ma riesco ad ascoltare questa roba con estrema facilità e godimento. Bello sentire Jeff Beck alle prese con Journey To Love di Stanley Clarke, brano su cui aveva suonato, se non ricordo male, anche nella versione in studio del 1975 e Lopsy Lu. Sempre struggente poi riascoltare El Becko su Diamond Dust e ‘Cause We’Ve Ended As Lovers. Chiusura classica con Superstition. Sono contento di avere questo bootleg per le mani, me lo sto gustando con passione. Devo dire che dopo averlo visto l’estate scorsa a Lucca, mi è riscoppiato l’amore per Jeff Beck… potrei quindi essere condizionato da una sorta di infatuazione che sembra non passare, ma mi pare proprio che oggettivamente  questo sia un gran bootleg.

Recensione Bootleg: AA.VV. Pre-Zep 1964/68

15 Mar

Questo bootleg è molto interessante per un motivo: contiene le due canzoni contenute nel primo singolo del 1964 di John Paul Jones, ovvero BAJA e A FOGGY DAY IN VIETNAM, davvero difficili da reperire.  Il resto è stato pubblicato nel corso degli anni su bootleg o su album ufficiali, parlo delle BBC session del 1968 degli Yardbirds featuring Jimmy Page, del blues apparso sull’album di PJ Proby del 1968 dove tutti e quattro gli Zeppelin sono presenti, del demo della Band Of Joy con Plant e Bonham, dei singoli di Plant pre zep, del singolo di Page del 1965 e così via.

I due pezzi di Jones sono due strumentali in linea con l’Inghilterra del 1964. BAJA (il lato A) non è male …per farvi capire un via di mezzo tra un pezzo degli Shadows (vagamente Apache) e la colonna sonora di un film di 007 degli anni sessanta, più personale e originale rispetto al lato B.

Se siete fan dei Led Zeppelin, questo è da avere, anche se non avete smanie da archivista.

Recensione: Bootleg QUEEN & THIN LIZZY “Live In Seattle 13/03/1977”

15 Mar

SOURCE: master reel / soundboard mono / remaster 2009

PERFORMANCE: JJJJJ

SOUND QUALITY: JJJJ

DISC:2

Ah, mi sarebbe proprio piaciuto vedere una data di questo tour, i THIN LIZZY (con Gary Moore) che aprono lo show seguiti poi dai QUEEN nel loro periodo d’oro. Il bootleg in questione in questa versione rimasterizzata è uscito un paio di anni fa, ma  io ne sono venuto in possesso solo ora. La registrazione non è affatto male, sappiamo che i soundboard mono non lasciano respirare adeguatamente il sound, ma il tutto è comunque godibile. Un luogo comunque diffuso relativo a questo tour  vorrebbe i Queen surclassati dai Thin Lizzy a livello di performance, non è esattamente così: qui i Queen suonano davvero bene e con la carica giusta. Entrambi i gruppi dunque convincono e lasciano testimonianza di quanto bello, vivo ed energico fosse il Rock negli anni settanta. Dalle copertine pubblicate qui sopra potete farvi una idea circa le scalette. Bel bootleg davvero.

Recensione: EAGLES “Japan Tour 2011” Tokyo March 6,2011 – Bootleg – JJJ

14 Mar

Ottima registrazione audience per questa data giapponese del tour 2011. Nessun tremore particolare: solita esibizione elegante, patinata e per bene. La scaletta non si discosta molto da quella della data a Milano nel giugno 2009 che vidi. Insomma è un po’ il solito tran tran che gli Eagles portano in giro da diverso tempo. Sarei meno benevolo se non fossi così attaccato alle emozioni ricevute durante il concerto di Milano sopracitato. Li vorrei un po’ sporchi e cattivi, ma non sono io che decido e quindi, alla fine, mi vanno bene anche così. Li ho amati troppo in gioventù per farmi guastare il sangue dal loro rock all’acqua di rose attuale.