Quando accadono queste cose, tutti iniziano a parlarne, anche quelli che non sono mai stati toccati dallo sfortunato artista in persona, così pensi…no, non scrivo nulla neanche se alcune cose mi piacevano proprio tanto seppur non possa considerarmi un fan in senso stretto. Poi ecco che uno come Giancarlo mi manda questo pezzo…cosa c’è di meglio? Un ricordo tenero, sobrio, vero. Le poche immagini che fanno da corredo a questo articolo rappresentano il mio Lucio Dalla, Giancarlo mi scuserà.
Una mattina di poco meno di vent’anni fa ricevetti una telefonata molto seccata da Bologna:
“Ciao Giancarlo, scusami se ti disturbo a quest’ora ma c’è Lucio che desidera parlarti con urgenza. Ti ha cercato anche a casa ma non ti ha trovato, puoi chiamarlo quando hai tempo?”.
Ricordo che lo feci nel giro della mattinata, che per me significava “immediatamente”, e quando ci parlai mi parve un po’ seccato. Non ne comprendevo il motivo, ero certo che a casa non mi avrebbe mai potuto cercare nessuno quindi, giusto per trovare conforto nelle mie supposizioni, tornando a casa la sera chiesi sbadatamente se qualcuno mi avesse cercato il giorno precedente, certo della risposta negativa. Fu mia sorella a dirmi:
“Ho risposto io a un imbecille di un tuo amico che ha chiamato due o tre volte facendo finta di essere Lucio Dalla, la prima volta gli ho risposto gentilmente dopo l’ho mandato affanculo ed ho tirato giù il telefono!”. Lucio non aveva mai avuto il mio numero di casa ma era fatto così: quando riteneva di avere bisogno di te o pensava di avere una buona cosa da proporti non si fermava certo davanti a un numero di telefono ignoto. Ero certo che dovesse aver fatto almeno una dozzina di telefonate per trovare qualcuno che gli passasse quello giusto. Conobbi Dalla grazie a un timido maestro della discografia italiana, Michele, che me lo spedì in cima a un monte per fare una serie di interviste e per parlare di progetti. In cima al monte, a stare ai proprietari, non sarebbe mai venuto nessuno. E invece vennero tutti e quando venivano quelli che facevano finta di comandare si crogiolavano con molti almeno per un’ora. Poi tornavano a non far niente, come sempre. A quelli cui piaceva lavorare, con Lucio c’era molto da fare: disponibile, cortese, allegro. Ma anche furbo e attento. Sapeva che suo tramite molti dei suoi sarebbero passati da lì e così fu. Riuscì a mandarci tutti i suoi pupilli tra cui almeno un paio di buon valore. Ci credeva Lucio, credeva molto nel suo lavoro e credeva sarebbe stato sempre in grado di toccare la corda giusta. Contrariamente a tanti che ho incontrato, Lucio era rimasto l’uomo cortese e pronto un po’ per tutti, alla mano e accessibile. Sapeva di avere avuto un dono ma non te lo faceva pesare, anzi, pareva quasi che quel dono, una volta utilizzato per finalizzare un progetto fosse da mettere da parte perché ci sarebbe stato da trovare una nuova magia per il passo successivo.
Me lo ricordo come un uomo curioso, sempre attento, troppo attento. Talvolta anche così avanti da imbarazzare. Un uomo perfettamente consapevole che il suo dono di poeta e di artista aveva il suo limite in due punti fondamentali: il pubblico e la mancanza di ispirazione. Per questo aveva un enorme rispetto del pubblico ed era in perenne ricerca di nuovi stimoli, di nuove idee, di nuovi obbiettivi ed orizzonti. Nuove sfide. Quando venne per la prima volta in cima al monte, ci mettemmo a parlare appoggiati alla porta del mio ufficio; pareva una discarica ma sembrava che lì gli uffici fossero fatti così. Notò la custodia di un fucile da caccia che tenevo in ufficio da giorni e che avrei dovuto portare ad aggiustare, con poca voglia. Se lo fece prestare per l’intervista che volle fare in giro per la tenuta con un cameraman al seguito a rincorrerlo; in fondo alla chiacchierata si era preparato una risposta alla domanda che aveva chiesto fosse quella conclusiva: “Che ci fai Lucio con un fucile a tracolla?”…”Sono a caccia di cacciatori…” rispose ammiccando all’obbiettivo. Poi me la fece rivedere in studio, ridendo, ma senza polemiche, senza tragedie. Due posizioni diverse, ma accettate da entrambi.
Ricordo quando mi consegnarono il suo video per “Attenti al lupo” e mi raccontarono di come Lucio avesse convinto Ron a cedergli la canzone: “…Tu sei visto dalla gente in modo troppo serio – gli spiegò – ….io sono un pagliaccio buffo, non ti ci vedo a canticchiare Attenti al lupo, attenti al lupo… ed essere preso sul serio. Io, invece, sì”. E se la prese. Anche se, probabilmente, non ne avrebbe mai avuto bisogno.
Ricordo che un pomeriggio, prima di un concerto che avremmo ripreso, gli dissi che mio padre era innamorato della sua “Caruso”, ma forse non troppo per la melodia o per i testi, ma perché in mezzo alla canzone lui cantava in napoletano e mio papà amava la terra di suo padre. Mi disse che gliela avrebbe dedicata… ed io, vergognandomi, lo pregai di non farlo. Cretino, idiota. Papà sarebbe stato felice di sentire quella dedica. Ho ancora perfettamente in testa quando lo chiamai per chiedergli di rendersi disponibile per registrare un concerto acustico per noi; come sempre le pecore dei suoi colleghi avrebbero voluto farlo e lo avrebbero fatto, come fecero, ma prima avrebbe dovuto scattare il famoso meccanismo del “D’accordo, se lo ha fatto lui, posso farlo anche io”…oppure ancor meglio del “Perché lo fa lui ed io no?”. Lucio sarebbe stato perfetto per far scattare la molla. Tutti mi chiedevano mesi per preparare una scaletta decente; lui mi chiese quindici giorni. Ci mettemmo di più noi a predisporre gli studi.
Poi, finito il concerto e la registrazione, mentre il pubblico se ne stava a chiacchiera o nella speranza di vederlo passare per i corridoi, lui, preceduto da una mezza dozzina di scagnozzi, si infilò velocemente nel passaggio verso l’uscita. Mi passò quasi di corsa davanti e non volendolo disturbare accennai a un timido saluto, dalla mia terza fila, mentre una ventina di Vip gli si facevano incontro. Si girò di scatto, si fece spazio tra la gente e mi ringraziò, lui, perché “si era divertito moltissimo”. Era così, furbo o sincero, marpione o cristallino che fosse. Ed io non seppi mai come ringraziarlo, perché da quel giorno ebbi molte richieste per avere il medesimo spazio in quella trasmissione dal vivo. Bella e fortunata, tra l’altro.
Ammetto di non aver mai amato il Dalla che tutti conoscono di più; il “mio” Lucio era più quello de “Il cielo” della “Casa in riva al mare”, quello del testo “vero” di “4 marzo 1943”. Il “mio” Dalla era quello che mi aveva parlato di Jazz che amava e quando gli avevo nominato io un paio di cose che non conosceva se le era appuntate e sono certo le avrebbe ascoltate. Era un artista libero, aperto, curioso, non mi importa davvero se paraculo, nel senso buono del termine. Poi non ci incontrammo più per anni, dopo parecchie piccole avventure come quella, splendida e su cui rido ancora, del famoso clip “nero” che fece ingoiare a un ingenuo Red Ronnie. La ricordo velocemente. Ospite al Roxy Bar e privo del clip per “Henna”, convinse Red a spegnere le luci in studio e a lasciar passare la musica per quattro, interminabili, minuti. Una follia televisiva, un delirio, un caso clinico per un qualsiasi televisivo che l’avesse messa in onda : un buco nero di quattro minuti che Red/Gabriele accettò e che Lucio volle far diventare un clip…e che lo divenne. Il primo ed unico clip nero a zero lire della storia del pop italiano. Lucio aveva fatto suicidare in diretta la televisione e molti televisivi avevano pure battuto le mani. Grande! E così fu che non ci vedemmo più, i casi della vita, per diversi anni. E quando ci incrociammo di nuovo ed io, imbarazzato, mi avvicinai per salutarlo e iniziai a ricordargli chi fossi e quel che avevamo fatto insieme….”Ma che stai a di’? – Mi interruppe – Mi hai preso per un vecchio rincoglionito, Giancarlo?” e mi abbracciò. Era fatto così e mi piaceva. Così come mi sarebbe piaciuto portargli quella cosa che ho dentro questa scatola di latta con memoria e che sono sicuro avrebbe letto con interesse. E magari l’avrebbe anche fatta, chiedendomi una quindicina di giorni per prepararsi.
“Il Cielo. La Terra finisce e là comincia il cielo.”
Giancarlo Trombetti

















































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