Archivio | luglio, 2011

BAD COMPANY – Live At Wembley – (Eagle Vision bluray 2011) – JJJJ

13 Lug


Niente male questo bluray che ritrae la BAD COMPANY alla Wembley Arena di Londra nell’aprile del 2010. Il gruppo è compatto, energico e dignitoso: Simon Kirke, Paul Rodgers e Mick Ralphs hanno ancora un senso,  se  non altro nel far rivivere nel breve volgere di qualche serata  alcune delle più belle canzoni dell’hard rock inglese anni settanta. Certo, non aggiunge molto al bluray HARD ROCK LIVE (live in USA 2008) uscito una anno e mezzo fa, ma evidentemente questo brand (Bad Company) ha ancora un suo fascino e un suo mercato. Rodgers canta come sa e a 61 anni non è cosa da tutti, Simon Kirke è uno spettacolo con la sua batteria ridossa all’osso e Mick Ralphs – pur essendo il meno in forma – a volte riesce ancora sorprendere con un suonaccio irriverente e fraseggi riusciti. Accompagnano il gruppo anche questa volta Lynn Sorensen al basso e Howard Leese (ex Heart) alla chitarra/tastiere/mandolino.

Forse i continui cambi di  inquadrature sono un po’ troppi e nel capitolo bonus feature poteva essere aggiunto qualcosa d’altro oltre l’intervista ai tre membri superstiti (ricordiamo che il grande Boz Burrell – bassista del gruppo – se ne è andato nel 2006), ma per me questo rimane un godibilissimo blueray.

Audio English: DTS-HD Master Audio 5.1 / English: LPCM 2.0 / English: Dolby Digital 5.1Video Video codec: MPEG-4 AVC / Video resolution: 1080i / Aspect ratio: 1.78:1 / Original aspect ratio: 1.78:1

Subtitles – English, French, Spanish, German

Discs 25GB Blu-ray Disc / Single disc (1 BD)

Playback Region free

SEARCHING FOR JOHN PAUL JONES

12 Lug

Ricordi di una bassista alla ricerca del suo padre putativo.

Estate 2007.

Decido di fare qualche giorno di vacanza al mare, nel mio hotel preferito, l’Apollo di Valverde, dove ormai sono di casa. Carico armi e bagagli sulla carolina, e per armi intendo la mia minimoto, dato che vicino a Valverde c’è la pista di San Mauro Mare, dove è iniziata la mia “carriera” minimotistica, quindi non mi lascio sfuggire l’occasione di fare qualche bella pistata durante questa settimana di relax.

Arrivo a Valverde in mattinata, faccio una scappata al mare, ma a metà pomeriggio rimonto in macchina e mi metto in strada, meta Modigliana di Forlì, dove in serata suonerà Robyn Hitchcock, cantautore folk londinese, affiancato dal grande John Paul Jones,  bassista dei Led Zeppelin e mia personale fonte ispiratrice.

Arrivo a Modigliana dopo aver percorso una long and winding road che mi fa dubitare più volte della direzione presa, parcheggio la macchina e inizio a dirigermi verso la piazzetta dove ci saràil concerto. Modigliana è un grazioso paesino adagiato sulle colline romagnole, ad una trentina di chilometri da Forlì. Ora ho in mente solo JPJ, ma di sicuro è un posto da visitare meglio, in futuro.


Sono le 7 di sera, si sente già della musica nell’aria, probabilmente stanno facendo i suoni. Mi affretto, presa dall’ansia, perché nonvoglio perdere nemmeno un secondo di quello che sta per succedere. Infatti… all’improvviso, alla fine di una via, si apre un varco, ed ecco il palco… ed eccolo lì. John Paul Jones. JPJ. Jonesy. E’ proprio lui. Ci sono circa 30 persone ferme sotto il palco, non ho nessuna difficoltà ad avvicinarmi. Sono proprio sotto di lui, e lo ammiro incantata.  Non dimostra per niente i suoi 61 anni, o forse sì, ma è comunque un gran signore. C’è una rilassatezza insolita nell’aria. Non mi par vero di trovarmi a due metri da uno dei più grandi bassisti (e musicisti) della storia del rock. Confesso che le mie simpatie, inizialmente, vanno tutte a lui. Robyn Hitchcock quasi non lo degno di uno sguardo. Durante la serata avrò modo di farmi perdonare.

Finiti i suoni, JPJ scende dal palco, viene verso di noi sorridendo e si concede per qualche autografo e fotografia. Attendo pazientemente il mio turno, e quando sono finalmente al suo fianco lo ghermisco con un braccio e mi faccio scattare due fotografie da un ragazzo conosciuto cinque minuti prima. Poi mi faccio fare un autografo. Ho 36 anni, e sono lì che bramo per un autografo. Mah… C’è un tizio che arriva con un basso uguale al mio, e se lo fa autografare. Lo invidio, avrei voluto far firmare anche il mio… Ma poi chi lo avrebbe riconosciuto il suo autografo, mentre suono?

Mentre si concede pazientemente alla gente, JPJ ha sempre un sorriso per tutti. Lo osservo, e penso che sembra proprio una brava persona . Sono felice di essere lì. Arriva qualcuno dell’organizzazione che scorta Jonesy e Robyn dentro una casa dove probabilmente ceneranno e si prepareranno per la serata.

Io trovo una pizzeria al taglio, mangiucchio qualcosa, giro un po’ per Modigliana e scatto qualche foto, poi decido di andare a sedermi accanto al palco. Voglio stargli il più vicino possibile, non voglio perdere nessun dettaglio di quella serata. So che non faranno nemmeno un pezzo degli Zep, ma non m’importa.

Le attese sembrano sempre lunghe, quando ci sei, mentre quando le racconti non ti sembra vero che il tempo sia passato così in fretta. Arriva sempre più gente, finché la piazzetta si riempie completamente. Sono stupita di vedere così tante persone, e mi chiedo se siano lì per JPJ o per Hitchcock. Alla fine, quando i due arrivano sul palco e cominciano a suonare, capisco che la maggioranza della gente è lì per il cantautore londinese. Robyn Hitchcock è un artista di nicchia, come si dice e  ha una vero e proprio seguito di fan affezionati che lo segue nelle sue apparizioni live . Davanti a me c’è una coppia di cinquantenni che conosce a memoria ogni sua canzone e io manco so chi sia. Ma le canzoni comunque mi piacciono, sono molto
gradevoli.  Lui suona una chitarra acustica e canta, John Paul Jones lo accompagna con un basso acustico, una chitarra dobro a mò di steel guitar,  una mandolino e fa qualche coro. .. il tutto con un gran gusto.

C’è un gruppetto di ragazzi, alla mia sinistra, che ogni tanto richiede a gran voce Whole Lotta Love o Ramble On, ma i due sul palco non si lasciano intimidire, e proseguono
per la loro strada. Dopo un’ora e mezza di piacevole musica, in mezzo ad un’ovazione generale, Robyn Hitchcock e John Paul Jones lasciano il palco.

Io nel frattempo ho fatto amicizia con dei modenesi seduti dietro di me, uno dei quali è un grande amico del mio chitarrista preferito, così gli telefono e glielo passo. Com’è quel luogo comune, il mondo è piccolo? Vero, specialmente il mondo della buona musica, che diventa sempre più ristretto, ma è bello sapere che puoi andare in un posto sconosciuto per trovarti accanto a persone che ti sembra facciano parte del tuo mondo.

Riprendo la macchina e torno lentamente verso Valverde. Nel lettore cd, ovviamente, un disco degli Zep. E’ stata una notte magica, e me la voglio assaporare ancora un po’. Mentre torno verso la costa, mi rendo conto che deve essere successo qualcosa, perché ci sono rami e foglie sparsi dappertutto, un’insolito caos. Franco, il proprietario dell’hotel, che mi viene ad aprire, mi dice che c’è stato un mezzo uragano, mentre ero via. Noi, lì, a Modigliana, siamo stati fortunati, solo qualche goccia …una “pioggia leggera che doveva cadere su di noi”  poi, solo un cielo di stelle “Oh, let the sun beat down upon my face with stars to fill my dreams…”

(John Paul Jones & Saura T. – Modigliana summer 2007)

Saura T. 2011

LORENZ AL RISTORANTE CINEGIAPPO

11 Lug

Son qui che rido con me stesso … sto facendo le mie cose qui in ufficio, sono in modalità silente, un po’ bluesy, non so nemmeno perché, il ventilatore che mi fa compagnia, il rotolo della calcolatrice che svolazza, 100 pennarelli sparsi sulla scrivania …e mi scappa da ridere.

Penso a Lorenz …  ieri a pranzo al ristorante cinegiappo, uno di quei ristoranti a buffet, ti alzi dal tavolo vai verso i banconi e ti prendi quel che vuoi.

Sono lì con i miei spaghetti di riso ai gamberetti, alla mia sinistra Jaypee, alla destra Lorenz, davanti le tre madonne. Lorenz si alza per andare al banco e scegliere chissà quale leccornìa asiatica, noi continuiamo a mangiare e a parlare.

Lorenz sta via più del dovuto. Ritorna ed esclama un po’ contrariato, ” Oh ma com’è? Ero lì che mi stavo mettendo del sushi nel piatto, e uno che era lì vicino attacca discorso e si mette a discutere. Oh, zio can, ma ti sembro uno che ha voglia di parlare?”.

Come direbbe Jaypee mentre imita Homer “Mitico!” :-)

THE SMOKERS, IL BLUES E IL TOUR DE FORCE DELL’AMICIZIA

11 Lug

Venerdì sera appuntamento con Lorenz e Jaype alle Notti Rosse a Villalunga di Casalgrande per il ritorno dei Rats; quel rock italiano non è esattamente il nostro genere preferito, ma Wilko e Lor (rispettivamente cantante-chitarrista e batterista del gruppo) li conosco da 3 decenni e non voglio mancare. Sono stato contento di vedere che anche dopo tutti questi anni la band ha un buon seguito che si ammassa sotto al palco e canta le canzoni. Prima di loro hanno suonato gli SMOKERS, gente del posto: Lorenz mi aveva già parlato del cantante ma non sapevo cosa aspettarmi. La locandina diceva “garage & sixties” e io pensavo “ah, un gruppo adatto a Polbi non a me” e invece mi son dovuto ricredere: la migliore band locale che io abbia visto negli ultimi anni. Il repertorio non supera il 1971, MC5, Neil Young, Creedence, FREE (Fire & Water e The Stealer) e la convinzione della band è commovente. Tutto gira intorno alla figura di DAVIDE COCCONCELLI , cantante e chitarrista ritmico. Daniele ricorda nelle sembianze il RORY GALLAGHER dei primissimi settanta e ha un voce che ti scuote e ti coinvolge sin da subito. Immaginate il PAUL RODGERS del 1969/70. Letteralmente FANTASTICO!

Sabato sera passato con i ragazzi che ogni tanto tornano in città, March non ce la fa e anche Liso da forfait all’ultimo ma gli irriducibili ci sono: yours truly, Sutus (come lo chiama Picca), Picca (appunto), Mixi, Jaypee e Dickey Betts…cioè, Riff. Fritto misto alla Festa Dell’Unità di Gavassa (frazione di Reggio), una di quelle feste dell’unità che tra un po’ scompariranno, fatte in una specie di grande cortile tra alcune case. Atmosfera da vecchia Emilia Romagna etichetta rossa.

(The boys are back in Gavassa)

Prendiamo il caffè alla baracchina del bar e per un momento contempliamo la situazione e riflettiamo sul fatto che la media dell’età  della gente è over 65. Finita questa generazione queste feste spariranno. Ognuno di noi immortala col telefonino la Festa di Gavassa.

(La festa di Gavassa)

(bands a Gavassa)

Verso le 22 ci spostiamo alla House Of Blues: un paio di tavoli, qualche sedia, la cuca (la cocomera), birre fredde, Southern Comfort  e fino alle 02 siamo ininterrottamente a parlare di musica rock. La serata caldissima, i campi di malghetti lì intorno (sì, lo so che li cito sempre), l’odore della campagna che suda e trasuda e Radio Capital che passa gli ZZTop ci portano ad inoltrarci in discussioni sul blues profondo, quello nero, quello che mica tutti saprebbero sostenere una conversazione a proposito.

La notte è nera e stellata, e noi ci appoggiamo sul suo ventre…notte che ci parla di blues e di rock dunque, con  accenti che arrivano fino a tematiche ancestrali e umanistiche. Guardo le facce di Suto, di Mixi, di Jaypee  e di Riff…tutti attenti alle teorie e riflessioni di Picca che sono sempre illuminanti. Lui non vuole che lo dica, ma io credo che Picca sia un genio. Io certi ragionamenti sul rock li ho sentiti solo da lui, ragionamenti che mi lasciano a volte a bocca aperta…e insomma, non è che io sia un rocker alle prime armi. Io dovrei filmarlo Picca mentre si lancia in congetture, storie, studi, ipotesi rock e poi mettere il video su youtube. Poi penso a noi, sei uomini maturi dell’Italia settentrionale (tra l’altro tutti interisti tranne Riff che tiene la Samp) che una sera d’estate in mezzo alla campagna dentro ad un pentacolo formato da ciotole di citronella anti zanzare accese, son lì che parlano seriamente di cose e di musiche successe nel sud degli Stati Uniti 80 anni fa nelle comunità nere. Che cosa potente il blues, che solido ponte temporale … capace di mettere in contatto vecchi ragazzini bianchi del nord italia con degli uomini spesso pericolosi che cantavano dei tizzoni ardenti di canzoni dalle parti di Helena o Rosedale. Ah.

Domenica a pranzo invece appuntamento al ristorante cinegiappo di Reggio con Jaypee, Lorenz, LS, LG e LB. La giornata è caldissima e soleggiata, il gatto Patuzzo è senza forze e comincio ad esserlo anche io. Tre uscite consecutive il venerdì, il sabato e la domenica si fanno sentire. Penso al fatto che sono appunto uscito tre volte con Jaypee questo weekend (e due con Lorenz), un bel tour de force dell’amicizia.

(Pato sfatto dal caldo)

(Tres Hombres: da sx a dx  Jay, Lorenz & Tim)

Gli occhi del demonio e il quadernino di Pol

9 Lug

L’altra sera arrivo nel posto in riva al mondo verso le 20, mi accorgo subito che c’è uno strano silenzio: la casa è deserta, la campagna lì intorno muta, i vicini sembrano spariti, guardo il cielo…mi viene in mente RUN WITH WOLF dei RAINBOW … There’s a hole in the sky something evil’s passing by …. sento che qualcosa o qualcuno mi sta guardando. Inizio ad avere i brividi, un alito di vento caldo mi avvolge i pensieri, scruto tutt’intorno ma non vedo nulla, eppure la sento, c’è una presenza…il maligno? Quasi quasi spero di sì, perché col diavolo ho un conto in sospeso. Mi faccio coraggio, ma vorrei tanto che Lorenz e Jaypee fossero qui. Continuo a sentire due occhi puntati su di me. Sono all’erta, i sensi sono un radar che scandaglia tutto, sento già un odore solfureo, mi dico di non impressionarmi se un essere col piede caprino mi si para davanti, vado in garage, prendo la DANELECTRO e vado incontro al mio destino. Avanzo con fare accorto verso la campagna, lo sguardo dell’essere misterioso mi trafigge, sono vicinissimo, ormai ci sono …  Robert Johnson dammi la forza …  mi inoltro nel campo dei malghetti e…oh, ah, è la gatta Raissa.

(la gatta Raissa)

Un’ora e mezzo più tardi arriva Pol, il cantante. Due chiacchiere tra amici, un ripasso dei pezzi dei BOSTON e due dritte su come scaricare torrent bootleg da Dimeadozen. Subito non ci faccio caso, ma Pol ha con sé un quadernino su cui prendere appunti. Il quadernino sembra provenire dagli anni ottanta, una copertina che non si riesce a descrivere, fogli a quadretti. Mi rendo conto che anche Pol è un uomo di blues.

(il quadernino di Pol)

Un paio di birre (per lui), due nozioni informatiche, CAN’T GET ENOUGH dall’ultimo bluray della BAD COMPANY, il divudì PHOENIX RISING dei Deep Purple mark IV con la discutibile performance di Tommy Bolin al Budokan di Tokyo, A MAN I’LL NEVER BE dei Boston chitarra e voce. Elaborazione di qualche blues doloroso, conferma del fatto che anche per lui QUEL CHE CANTAI è la mia TEN YEARS GONE, riflessioni sulle vibrazioni positive che la CATTIVA COMPAGNIA rinata sta dando a tutti quanti e, alla fine, malgrado il caldo, tisana della sera per entrambi da veri uomini di blues.

(Pol & Tim)

TRIBUTO AD EMERSON, LAKE & PALMER di BEPPE RIVA

7 Lug


PREMESSA

Prima che qualcuno si accorgesse di me leggendo le pagine hard’n’heavy di Rockerilla,  avevo alle spalle lunghi anni di appassionanti ascolti rock (il più possibile) a 360°.

Nel 1970 il mio interesse era letteralmente levitato, sulle ali dell’entusiasmo di una sequenza indimenticabile di uscite discografiche; ed in quell’epoca, per me c’era chi stava addirittura al di sopra dei pinnacoli dell’hard inglese Led Zep, Sabbath e Purple (lo so Tim, per te citarli insieme è un reato, ma non è questa la sede per discuterne)e si trattava di una trilogia assolutamente speciale, chiamata Emerson, Lake & Palmer.

Quanto significassero, e tuttora significano per chi scrive, lo leggerete nell’articolo che segue, pubblicato dieci anni fa su Rockerilla, e purgato delle parti che riguardavano le ristampe Sanctuary di allora, ma che perfettamente riflette la mia palese idolatria verso gli ELP. Mi fa piacere che questo lavoro, che ripercorre i loro giorni di gloria dei ‘70, ricompaia sul Blog di Tim, che nel  logo originale sfoggiava anche la copertina di “Brain Salad Surgery”.

E permettetemi una nota iconosclasta: il compianto guru del rock inglese John Peel, commentando lo spettacolo degli ELP all’Isola di Wight come uno “spreco di talento ed elettricità” (pedissequamente ripetuto da critici ben meno nobili…) per me disse una delle più grandi cazzate della storia del rock.

I TRE RE

Ad Emerson, Lake And Palmer e’ comunque riconosciuto il titolo di supergruppo per eccellenza degli anni ’70, e questo basterebbe per garantire al trio inglese una posizione di privilegio fra gli “intoccabili” del rock, ma e’ altrettanto vero che ELP hanno rappresentato la principale forza trainante dell’intero movimento progressive nei suoi anni di maggior fulgore, fra il 1970 ed il 1975.

Portarono per la prima volta ai vertici delle classifiche uno stile rivoluzionario, fondato sull’egemonia delle tastiere, avvicinando e talvolta eguagliando i record delle maggiori attrazioni live del rock’n’roll, ossia Led Zeppelin, Rolling Stones e The Who; solo successivamente Pink Floyd, con il best seller “Dark Side Of The Moon” e Genesis, dopo la svolta impressa da Phil Collins, li superarono in popolarita’, ma entrambi con un taglio piu’ commerciale, che prendeva le distanze dall’originaria matrice progressive. Ed in quest’ambito, e’ arduo riscontrare una sequenza di albums altrettanto sensazionali come i primi cinque di ELP, dall’ omonimo, epocale “Emerson, Lake & Palmer” a “Brain Salad Surgery”, con la sua impronta gotico-futurista adorata dai fans.

* * * * *

In crisi rispettivamente con The Nice e King Crimson, le maggiori istituzioni pionieristiche del nascente fenomeno prog, Keith Emerson, indiscusso fuoriclasse delle tastiere, e Greg Lake, cantante e bassista fra i più stimati dell’epoca, s’incontrano nel dicembre 1969 inun concerto che accomuna i loro gruppi al Fillmore West di San Francisco, e decidono di stringere alleanza… Viene vagheggiata persino la fondazione di una vera e propria superpotenza rock con Jimi Hendrix e Mitch Mitchell, ma l’ipotesi piu’ percorribile resta una formazione triangolare sul modello dei Nice, con doti individuali sensibilmente superiori.

Nella primavera 1970, nonostante incessanti audizioni, il drummer ideale manca ancora all’appello, finché la scelta ricade sul 19enne Carl Palmer, inizialmente riluttante all’idea di lasciare i promettenti Atomic Rooster. Poteva sembrare un ripiego rispetto ai ventilati nomi dello stesso Mitchell e di Jon Hiseman, invece  l’enfant prodige si inserisce con estrema autorità al fianco dei più rinomati compagni, rivelandosi altrettanto fenomenale: il suo stile combina intricate ed agilissime dinamiche jazz con una force de frappe degna del nascente hard rock, risultando il perfetto completamento delle strategie ultra-eclettiche del trio. Alla seconda apparizione live, ELP già si confrontano con le acclamate superstars del Festival dell’Isola di Wight (Hendrix, The Who, Free…); la loro esibizione, esplosiva come il boato dei cannoni che ne saluta la fine, li consegna subito ad un futuro da protagonisti assoluti. Cosi il debut-album, “Emerson, Lake & Palmer”, uscito nel novembre 1970 sulla pink label Island, raggiunge senza indugi il quarto posto in Inghilterra, ma al di là dell’ascesa in classifica, è la stupefacente qualità della musica ad impressionare.  Emerson riparte dalla “contaminazione” fra musica classica, rock e jazz che l’ha reso celebre con i Nice, riappropriandosi del suo ruolo di artista d’avanguardia che ha contribuito come nessun altro a spezzare le barriere accademiche fra musica “colta” e popolare; rivisita Bartok in “Barbarian” e cita Janacek in “Knife Edge”, ma con un’inaudita energia espressiva e forgiando un organismo heavy-progressive sconosciuto ai tempi dei Nice.

Lake esibisce la sua composizione più preziosa, “Take A Pebble”, restaurando la grandezza evocativa dei King Crimson ma con l’originale apporto dei nuovi partners; il lussureggiante pianismo di Emerson ed il raffinato accompagnamento ritmico di Palmer, alternati alle eteree soluzioni acustiche di Lake ed al suo vellutato timbro vocale, illustrano una delle più sofisticate pagine rock di ogni tempo. Se la prima facciata dell’album è una superba prestazione di gruppo, la seconda lascia libero esercizio alle tendenze individuali, caratteristica che ELP conserveranno negli anni: “The Three Fates” è il supremo festival delle tastiere Emersoniane, introdotto dal maestoso cerimoniale dell’organo a canne; “Tank” prepara il terreno all’assolo di batteria di Carl, svelando la sorprendente influenza di Frank Zappa (riconosciuta da Emerson nella composizione di “Tarkus”) e “Lucky Man” e’ una sublime ballata concepita da Greg all’età di 12 anni, fra i più memorabili temi acustici in ambiente rock. Avvolto da un clima di assoluta magia, insito nella suggestiva estetica della produzione curata da Lake con il tecnico del suono Eddy Offord, “E.L.& P.”, The Dove Album, è a mio avviso il disco di rock progressivo per eccellenza, lo specchio fedele delle ambizioni di un’epoca irripetibile.

Con queste premesse, il successivo “Tarkus” (giugno 1971) diventa l’album più atteso dell’anno, ed irrompe al primo posto della classifica inglese. La suite che occupa l’intera prima facciata, una sfida ricorrente in tema di prog-rock, rimarrà ineguagliabile nel suo genere, nonostante l’agguerrita concorrenza di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd o di “Supper’s Ready” dei Genesis. Il suo complesso sviluppo compositivo, basato sullo stile “tecnologico” sperimentato da Emerson al Moog (che spesso avvicenda il classico organo Hammond nella leadership strumentale) causerà attriti fra il massimo stregone delle tastiere e Lake, che incoraggiato dal successo di “Lucky Man”, avrebbe gradito un ritorno alla forma-canzone più tradizionale. In quest’ottica, e non erroneamente come “riempitivo”, va interpretata la formula concisa del secondo lato dell’album, che include episodi immediati quali “Bitches Crystal” e “A Time And A Place”. “Tarkus”, la saga dell’armadillo-tank nato da un’eruzione vulcanica ed ucciso nella battaglia finale da un mostro della mitologia greca, Manticore (diventerà il simbolo della label di ELP) è un colossale tour de force dove l’approccio aggressivo di Emerson appare in perfetto equilibrio con i toni epico-melodici dei contributi di Lake (“Stones Of Years”, “Battlefield”), fino alla solenne marcia funebre di “Aquatarkus”.

Secondo lo stile simbolico perseguito dal progressive, “Tarkus” rappresentava inoltre un messaggio pacifista controla Guerranel Vietnam, che Emerson aveva già aspramente contestato all’epoca dei Nice.

In origine doveva uscire come doppio LP, includendo “Pictures At An Exhibition”, un adattamento dell’opera del compositore russo Modesto Mussorgsky, che aveva concluso lo show di ELP al Festival di Wight, ma l’ipotesi fu scartata dalla casa discografica perché ritenuta troppo rischiosa per un gruppo al secondo album. Registrato dal vivo a Newcastle nel marzo ’71, “Pictures At An Exhibition” venne edito autonomamente nel novembre dello stesso anno, giungendo al terzo posto in U.K. e nei Top 10 U.S.A., dove Atlantic decise di pubblicarlo solo dopo il clamoroso successo delle copie d’importazione. Sicuramente uno dei più importanti album live, non solo del progressive, “Pictures”, e’ un imprescindibile punto di riferimento per il rock sinfonico, osando alternare le parti di musica classica a composizioni e testi originali (come il capolavoro acustico “The Sage”) che non tradiscono affatto lo spirito dell’opera, sino al finale ad altissima tensione emotiva di “The Great Gates Of Kiev”.

Dopo tre albums per molti aspetti rivoluzionari e dall’ eccezionale fervore creativo, i Grandi Eretici, ormai entrati di diritto nell’Olimpo del rock, rinunciano temporaneamente alle spinte innovative per formulare un album che definirei di “classica compostezza”, “Trilogy” (giugno ’72), figlio delle più moderne tecnologie di studio e rifinito in ogni dettaglio. Incorniciato da una copertina nello stile della scuola inglese Pre-Raffaelita, che ritrae i profili dei musicisti, il nuovo album di ELP conferma la loro parabola ascendente in termini commerciali, ed include statuari, sofisticati brani come “The Endless Enigma” e la stessa “Trilogy”, l’abituale ballata di Lake, “From The Beginning”, ed altre efficaci testimonianze della versatilità del gruppo, dal clima western di “Hoedown” (dal “Rodeo” di Aaron Copland), all’hard rock di “Living Sin”, per finire nel crescendo sinfonico di “Abaddons Bolero”.

Impegnati in estenuanti tours mondiali contraddistinti da un mastodontico apparato scenico, ELP riescono comunque a rendere operativa la loro etichetta Manticore, per la quale pubblicano il quinto album: “Brain Salad Surgery”(novembre ’73) esce ad un anno e mezzo di distanza dal predecessore, finora l’intervallo più lungo fra gli appuntamenti discografici del trio. Risulterà in assoluto il loro album di maggior successo, gettando un ponte fra passato e futuro, dall’austera atmosfera gotica dello storico inno “Jerusalem”, con liriche di William Blake, all’arrangiamento di “Toccata”, del compositore argentino Ginastera, plasmato da ELP in autentico classico modernista. Dal punto di vista della sperimentazione musicale, “B.S.S.” e’ l’opera più avanzata del trio: Emerson collauda un’altra creazione del Dr. Moog, il sintetizzatore polifonico Apollo, e Palmer suona per la prima volta la batteria elettronica. Perfetta trasposizione musica-immagine dell’LP è la copertina dell’artista svizzero H.R. Giger, scoperto da Keith che lo “impone” ai compagni; sarà buon profeta, perché Giger diventerà celeberrimo disegnando le scenografie e la terrificante creatura del film “Alien”. Altrettanto lungimiranti appaiono le tematiche di “3rd Impression” (dall’imponente suite di trenta minuti, “Karn Evil9”): Lake coinvolge il paroliere-visionario dei Crimson, Pete Sinfield, immaginando un futuro dove i computers domineranno la vita dell’uomo…

L’apogeo della gloria di ELP viene celebrato nel live “Welcome Back My Friends To The Show That Never Ends”(1974), summa del trionfale “Get Me A Ladder” Tour del 1973-74, culminato nel ruolo di headliners nella sconfinata arena di California Jam. Nessun altro triplo album dal vivo raggiungerà mai i record di vendita di “Welcome Back My Friends”, piena dimostrazione della superiorità di ELP in concerto rispetto alla concorrenza progressive, nell’ambito della quale solo gli Yes potevano reggere il confronto. Il trio si esalta nella riproposizione delle più impegnative pièces de resistence, “Tarkus” e “Karn Evil 9”, mentre Lake si ritaglia il suo suggestivo spazio unplugged, introducendo “Still… You Turn Me On” e “Lucky Man” nell’esecuzione di “Take A Pebble”.

L’ultima grande opera degli ELP nei Seventies è il doppio “Works Volume I” del ’77, che pur segnato da conflitti interni (3 facciate su 4 sono notoriamente lavori individuali… ) include episodi di rilievo: su tutti la straordinaria “Fanfare For The Common Man”, il canto del cigno dei classici ELP, indicata da Ian Anderson (insieme ad “America” dei Nice) fra i suoi Top 10 del rock progressivo. Completano il quadro della discografia Seventies degli ELP gli albums minori, ma non privi di spunti interessanti, che precedettero lo scioglimento: la compilation “Works Vol.2” (1977) e l’ultimo disco di studio “Love Beach” (1978), bersaglio preferito dei detrattori.

Si dice che il punk abbia “giustiziato” le ambiziose bands dei primi anni ‘70, riportando il rock sulle strade e riconsegnandolo alla gente comune: niente più eroi? Non proprio, finché esisterà un pubblico che rivendica il proprio diritto a sognare, a tramandare il mito di musicisti eletti ed inarrivabili, come Emerson, Lake & Palmer.

BEPPE RIVA

(nella foto Beppe Riva e Keith Emerson durante una intervista di pochi anni fa)

Calciopoli – Un dato di fatto.

6 Lug

Da Il Fatto Quotidiano del 06/07/2011.

Pallonari e pallisti (Marco Travaglio)

Siccome gli italiani sono un popolo di pallonari e i tre quarti dei giornalisti una manica di pallisti, ci voleva Calciopoli per far capire che la prescrizione e l’assoluzione sono cose opposte. Cos’è accaduto? Che il pm sportivo Palazzi ha chiuso le indagini sulle intercettazioni di Calciopoli relative all’Inter e ha sostenuto che, telefonando ai designatori arbitrali, l’Inter di Moratti e Facchetti ha violato l’art. 1 (“slealtà sportiva”) e l’art. 6 (“illecito sportivo”), ma non può essere punita perché è tutto prescritto. A meno che, si capisce, l’Inter non rinunci alla prescrizione.

Palazzi equipara l’Inter agli altri club puniti per Calciopoli: Fiorentina, Lazio e Milan. Tutti tranne uno: la Juventus di Moggi e Giraudo, protagonista di fatti “di differente gravità, protrazione e invasività”, dunque fuori concorso e giustamente retrocessa in Serie B e privata di due scudetti. Però il pm sportivo ricorda che la sua tesi accusatoria contro Milan, Fiorentina, Lazio e ora Inter è già stata sconfessata dalla Corte federale, secondo cui non basta telefonare ai designatori per commettere illecito: occorre che le pressioni arrivino agli arbitri e li condizionino. La qual cosa Palazzi non è riuscito a provare per nessun club, eccetto la Juve. Dunque è verosimile che, anche se l’Inter rinunciasse alla
prescrizione, verrebbe assolta o privata di qualche punto. E, siccome le presunte pressioni interiste non sortirono effetti e ai tempi della Triade Bianconera l’Inter perdeva campionati truccati, nessuno scudetto deve passare di mano. Ciò detto, sarebbe un bel gesto da parte di Moratti rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito.
Così potrà finalmente difendersi nel processo sportivo (penalmente, gli inquirenti napoletani hanno già ritenuto che non c’è nulla di rilevante).

Già, perché finora hanno parlato solo Palazzi e Moggi con la sua corte di avvocati e giornalisti à la carte. Se poi l’Inter fosse assolta, non resterebbe alcun’ombra nella sua storia, se non quella di aver tentato di difendersi dalla Cupola per vie traverse anziché con una pubblica denuncia. Ma, per invitare l’Inter a rinunciare alla prescrizione, come sempre
deve fare chi non ha nulla da temere ed è raggiunto da sospetti infamanti, bisogna avere le carte in regola. Cioè farlo sempre. Tanto più per politici coinvolti in processi penali. Quando la Cassazione accertò che Andreotti era stato mafioso fino al 1980, reato “commesso” ma prescritto, tutti i grandi giornali e tg, anche “de sinistra”, titolarono “assolto”. Idem i servi di B. quando le sei volte che il padrone la fece franca per prescrizione (vedi corruzione e furto della Mondadori!) Due fra i giornalisti più attivi nel gabellare le prescrizioni per assoluzioni sono Giuliano Ferrara e Pigi Battista. Grande è stato dunque lo stupore dei lettori del Corriere nel leggere l’intemerata all’Inter di un certo Battista, probabilmente un omonimo, che in veste di “juventino” reclama “la restituzione motu proprio dello scudetto usurpato”, perché “con la prescrizione crolla la pretesa dell’Inter di incarnare ‘la squadra degli onesti’”. Intanto il Foglio di Ferrara sostiene che “crolla il castello di accuse di Calciopoli”: nessuna “cupola” Moggi, nel calcio “come nell’era Craxi si viveva in un sistema condiviso”. Ora, basta leggere le telefonate di Moggi e Giraudo per notare l’abissale differenza con quelle di Facchetti e Moratti.

Ma, anche se fosse vero che l’Inter faceva le stesse cose della Juve, non crollerebbe nulla, semmai si aggiungerebbe un’architrave alla Cupola: 1 ladro più 1 ladro fa 2 ladri, non 0 ladri. Anche Moggi e la Juve, tornati amorevolmente insieme, sfidano l’Inter a rinunciare alla prescrizione. Peccato che la Juve di Moggi, Giraudo e Agricola si sia salvata in
Cassazione nel processo del doping proprio grazie alla prescrizione. Chissà se fa ancora in tempo a rinunciarvi, e se le conviene: negli anni del doping vinse tre scudetti, una Champions, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e un’Intercontinentale. Non vorremmo che Pigi ne chieda la restituzione. Motu proprio.

Da Il Fatto Quotidiano del 06/07/2011.

(Se questo è un uomo…)

 

MORE THAN A FEELING – Sala prove blues

6 Lug

Ieri sera prove con la CATTIVA nella sala prove di Lele senza ventilatore. 4 operai e 1 operaia del rock in una calda serata estiva chiusi dentro il ventre di una sala prove che ribolle di aria calda, di amplificatori bollenti e di blues atavici.

C’è una strana “sala prove daze” nell’aria: Lorenz impreca perché non trova più il suo bottleneck, dice che lo aveva messo l’altra sera dentro alla “case” della pedaliera (gli faccio notare che è esattamente lì, nella pedaliera). Io cerco di accordare ma il tuner non funziona, controllo i collegamenti tra l’ampli, la pedaliera e la chitarra ma non succede niente (Lorenz mi fa notare che deve essere il jack…lo prende in mano e scopre che il mio jack è in condizioni pietose…mi fa un sorrisino di compatimento). Sempre io, dopo aver accordato la chitarra,  mi accorgo che non esce nessun suono dall’ampli. Ricontrollo i collegamenti, ma non trovo l’inghippo, Lorenz mi guarda armeggiare con lo sguardo un po’ spaurito, si avvicina con l’aria di uno che ha già capito tutto, si piega, tocca il volume (che era sullo zero) dell’effetto MXR boost/overdrive e torna la felicità. Scuoto la testa, mi chiedo che razza di chitarrista io sia, Lorenz capisce e mi dice che questo dimostra che sono un vero chitarrista ….  che ha visto un filmato di Brian May dove ad un certo – sul palco – la chitarra non funziona più, Brian non capisce cosa succede, è in preda al panico…arriva il suo tecnico, gli spinge bene il jack dentro alla figa della chitarra e tutto si risolve. Sarà, ma continuo a sentirmi un po’ imbecille.

Iniziamo con un paio di pezzi dei CHEAP TRICK. Non male ma siamo contratti, mi accorgo subito che non è una di quelle serate dove brilliamo. Cerchiamo di carburare con gli YARDBIRDS/ AEROSMITH e poi con gli AC/DC. Lele inizia a farsi sentire e quando lo fa, il suo drumming mi da alla testa, è una specie di droga per me. Inizio a sentirsi meglio. POL chiama un pezzo della BAD COMPANY, entro in territori famigliari… la band prende quota, Pol mi sorprende e non è facile sorprendere Tim Tirelli quando si tratta di Paul Rodgers e la BAD COMPANY. Io e Lorenz facciamo l’assolo armonizzato, la Saura tiene le fila con linee di basso che mi scaldano il cuore. Bene, pur in una serata non particolare il gruppo continua ad avere il suo perché. Continuiamo con un po’ di altri pezzi e poi arriva il momento dei BOSTON.

La Saura dice che non li sopporta, Lorenz stravede per Tom Scholtz, Pol si commuove al solo pensiero di A MAN I’LL NEVER BE, Lele osserva la scena e io mi chiedo se riuscirò a convincere Lorenz a fare le parti di lead guitar mentre io mi occupo degli accordoni che ci son sotto. Proviamo MORE THANA FEELING un paio di volte con le chitarre armonizzate ma non succede granché, Lorenz così acconsente a fare ciò che dico io e finalmente il pezzo parte. C’è ancora qualche imperfezione ma funziona: “chorus” a manetta, mi sento Barry Goudreau mentre coi miei accordi  spingo Lorenz verso quegli assoli melodici, Lele e la Saura che sono senza dubbio la miglior sezione ritmica della zona e Pol che arriva dove arrivava Brad Delp. Suggerisco un finale un po’ rindondante e Aor, ma ci sta.

(Barry Goudreau dei Boston)

(Tom Scholz dei Boston)

Proviamo anche A MAN I’LL NEVER BE, tutta fino alla fine seppur in maniera provvisoria. Beh, niente male. Certo, non è un pezzo dal lignaggio intellettuale rock particolarmente alto, ma vedere Pol contento e emozionato nel realizzare uno dei suoi piccoli sogni musicali mi da una gran soddisfazione. Alla fine, sotto sotto, anche la southern rock girl lì al basso pare compiaciuta. Riascoltando questo pezzo più volte in questi ultimi giorni mi sono accorto da dove ha tratto ” l’ispirazione”  Maurizio Solieri per l’assolo di ALBACHIARA di VASCO.

Anche per stasera è andata. Ricarichiamo tutto nelle macchine, ci inoltriamo nell’afa emiliana e torniamo a casa. Ripenso al fatto che A MAN I’LL NEVER BE era il pezzo preferito di POP, un mio grande amico che non c’è più ormai da 24 anni. Un pensiero anche per lui stasera.

“Guardavo fuori stamattina e il sole se ne era andato, ho messo su un po’ di musica per far iniziare il giorno, mi son perso in una canzone famigliare, ho chiuso gli occhi e mi son lasciato andare…”

I looked out this morning and the sun was gone
Turned on some music to start my day
I lost myself in a familiar song
I closed my eyes and I slipped away

It’s more than a feeling
(More than a feeling)
When I hear that old song they used to play
(More than a feeling)
I begin dreaming
(More than a feeling)
‘Til I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

So many people have come and gone
Their faces fade as the years go by
Yet I still recall as I wander on
As clear as the sun in the summer sky

It’s more than a feeling
(More than a feeling)
When I hear that old song they used to play
(More than a feeling)
I begin dreaming
(More than a feeling)
‘Til I see Marianne walk away
I see my Marianne walkin’ away

When I’m tired and thinking cold
I hide in my music, forget the day
And dream of a girl I used to know
I closed my eyes and she slipped away
She slipped away

It’s more than a feeling
(More than a feeling)
When I hear that old song they used to play
(More than a feeling)
I begin dreaming
(More than a feeling)
‘Til I see Marianne walk away

INTERVALLO: Moglie di Van Der Vaart (il calciatore)

6 Lug

INTERVALLO – Led Zeppelin al Los Angeles Forum 1972

5 Lug