Archivio | aprile, 2012

La PICCA’s GUIDE alle grandi canzoni in ordine sparso:I CAN’T LET GO – The Hollies 1966

30 Apr

I CAN’T LET GO – THE HOLLIES (1966)

Ascoltavo questo vecchio singolo degli Hollies  stupendomi ancora una volta per quanto fosse esplosiva e gioiosamente contagiosa la musica del primo beat inglese, quello della cosiddetta British invasion dei i vecchi 45 giri di  Manfred Mann, Dave Clark Five, Zombies, JohnPaulGeorge&Ringo e appunto, gli Hollies. Dopo 15 secondi di canzone dovevi già aver conquistato l’ascoltatore, già illamato il pesce, e poi ti restavano un paio di minuti lordi per convincerlo a comprare il 45 giri durante un frettoloso assaggio nella cabina di pre-ascolto, così a Manchester come a Modena (Messori Dischi, negozio in Piazza Mazzini, commessi in grembiule azzurro).

Gioia contagiosa, si diceva.

Ascoltavo e pensavo ciò: questa era gente, gli Hollies ma anche gli altri ‘bitt’ dell’epoca, che fino a cinque minuti prima pensava, anzi sapeva, di essere destinata a tornire bulloni in qualche acciaieria o a smartellare carbone in qualche miniera o a scaricare casse in qualche porto di mare, nell’Inghilterra grigiofumo dei primi 60’s, ma poi, cinque minuti più tardi, per un semplice scherzo del destino, si era trovata a cantare, ripeto a cantare, con la chitarra a tracolla e a fare dischi, a guadagnare, girare il mondo, ad adombrare giovani pulzelle consenzienti, anzi entusiaste.

Gioia con cui contagiare il globo.

Gioia pura, altro che pugnette.

La cosa in seguito è diventata consueta, calcolata e calcolabile e la musica pop si è un po’ incupita, se vogliamo è diventata più interessante, materia di studio, formula, schema, oppure diverso schema per apparire fuori dallo schema, ‘arte’ come sostengono i più tromboni, feeling, espressione, impegno, politica, dramma, improvvisazione, tecnica, virtuosismo…tutto quello che vi pare e piace.

Ma se vogliamo la botta di gioia contagiosa, la felicità pura e semplice di essere giovani davvero a fronte alta e a viso aperto, ecco che si fa sempre ritorno ai favolosi sixties, i primi, i più teneri e disarmanti e felicemente ingenui, i sixties ancora in biack&white, pre-colore, pre-droga, pre-contestazione, pre-tutto, a questi pasticcini di tre minuti scarsi colonna sonora di un vitale e contagioso urlo di gioia, quando davanti si aveva solo futuro.

Nel controcanto del contagioso e ben architettato ritornello, Graham Nash col suo tenore becca una nota inumana che tiene stoicamente per parecchie battute e che allora colpì l’entusiasta Paul McCartney, il quale pensava trattarsi di una tromba.

Ecco, per me Graham Nash, con lo spettro delle acciaierie, delle miniere e del porto di Manchester ormai alle spalle, si merita tutta la fama e la gloria e i dollari guadagnati in seguito con CS&Y  solo per quella nota lì, e tutte le volte che l’ascolto in cuor mio lo ringrazio per la gioia emozionante e meravigliosamente stupida che riesce ancora a regalarmi, che Dio lo benedica.

Parole, ricerca fotografica e video di Stefano Piccagliani – (C) 2012

EUGENIO FINARDI “The Universal Music Collection” (2009 Universal) – TTTTT

29 Apr

Cofanetto dedicato ai primi cinque album di Finardi, quelli degli anni settanta usciti per la Cramps, box set importante dunque. Parecchi musicisti fondamentali per il rock italico, vi partecipano: Alberto Camerini, Walter Calloni, Lucio Fabbri, Ares Tavolazzi, patrizio Fariselli, Stefano Cerri, Paolo Tofani, Mauro Pagani…

NON GETTATE ALCUN OGGETTO DAI FINESTRINI (1975) – TT½: acerbo, disgiunto e non a fuoco. In alcune chitarre echi dei FREE.

SUGO (1976): – TTTT½gran balzo in avanti rispetto al precedente. Cantautorato rock impegnato  sorretto da una band che sconfina volentieri nell Jazz/Rock. Nei suoni e nella produzione c’è un qualcosa di morbido, di rotondo…senza togliere nulla all’energia.MUSICA RIBELLE, LA RADIO, SULLA STRADA…

 DIESEL(1977): TTT½: Cambia la produzione, suoni un po’ più acidi.L’inizio dell’album proviene dritto dritto dagli WHO. Buono.

BLITZ (1978): – TTTT½entra in scena Stefano Cerri, bassista che mi ha sempre colpito. Il basso, oltre che portante, diventa importante o meglio rimane tale perché in tutti questi dischi di Finardi lo strumento è in primo piano. E’ l’album di EXTRATERRESTRE e CUBA, che altro dire?

ROCCANDO E ROLLANDO  (1979): –  TTTT½: anche questo è un album sicuro, ben suonato, rock (nel senso ampio del termine).

Con Picca a commentare i 5 video dei FIRM

28 Apr

Sulle ali del blues dell’extraterrestre, per una fortunata coincidenza (o meglio, per uno di quei segni blues che ci capitano ogni tanto nella vita) i pianeti si allineano e mi ritrovo in un cinegiappo a Regium Lepidi ieri sera in compagnia di Picca. Due uomini di blues che prelevano piatti dal buffett cine-asiatico-internazionale-emiliano confusi in mezzo a compagnia di ragazzine, di ragazzotte, di signorotte. Ripenso al fatto che con Picca ho un sacco di affinità elettive: la musica rock, l’Inter, l’illuminismo, l’aver suonato alla prima edizione di Modena Rock nel 1981, la chitarra, lo scrivere canzoni, l’appartenere alla stessa generazione, l’aver avuto a che fare nella maturità giovanile con album tipo CUT LOOSE di Paul Rodgers e il primo dei FIRM, l’aver battuto sentieri (con più o meno pietre su di essi) più o meno uguali.

Trovo molto appagante uscire con qualcuno con cui posso parlare di musica senza la paura di stancare o di apparire monotematico. E’ la cosa che più ci interessa. Dopo circa un’oretta di chiacchiere rock fitte fitte tra rane fritte, spaghetti di riso e sushi ci trasferiamo nel posto in riva al mondo. Arriviamo, la bassista preferita sta ripassando i pezzi della scaletta…TRAIN KEPT A-ROLLIN. Beviamo qualcosa, il discorso cade sulle vecchie glorie degli anni settanta alle prese con i video anni ottanta. Il loro approccio, il loro disperato inconscio tentativo di stare al passo coi tempi e con MTV. Iniziamo a ridere… il primo a prenderci sotto è Robert con il video di IN THE MOOD…ragazzi neri che ballando la breakdance, ROBBIE BLUNT in tuta, Robert con la maglietta senza maniche, Robert con in mano un limone…come direbbero Balbontin e Ceccon “quanto ridere”.

Il discorso scivola sui FIRM, sui loro cinque video…tre dei quali Picca non aveva mai visto.  Io naturalmente ho il DVD di FIVE FROM FIRM, la videocassetta ufficiale uscita negli USA negli anni ottanta. Un mio contatto americano ha riversato con cura la VHS su DVD.

Si ride di gusto nel vedere PAUL RODGERS vestito alla Spaundau Ballet nel video ALL THE KING’S HORSES con una pettinatura anni ottanta e sempre nello stesso video guardare i “modellini” usati dal regista per evocare un villaggio giapponese del passato. Ci immaginiamo un dirigente della Atlantic dire a Page di indossare la doppio manico nel girare il primissimo video della band, RADIOACTIVE. Ce li vediamo volentieri, un po’ perché ci riportano indietro di 25 e passa anni, un po’ perché Page era comunque figo, un po’ perché SATISFACTION GUARANTEED ci è sempre piaciuta molto e il relativo video anche. Picca si mette a cantarne il testo parola per parola…oh, credo sia l’unico italiano a saperlo (oltre a me).

Su youtube mancano i video ufficiali di TEAR DOWN THE WALL e LIVE IN PEACE, ma questi tre qui sotto possono bastare per rendere l’idea.

Finiamo poi per guardarci il DVD bootleg dell’ARMS a San Francisco il 2 dicembre del 1980. Picca è forse l’unico con cui posso farlo. Chiunque altro si scandalizzerebbe riguardo il bassissimo livello di performance chitarristica di Page, Picca no, lui conosce bene il personaggio, conosce la storia, ne approfitta anzi per studiare di nuovo la cosa. Ci divertiamo un mondo comunque nel contemplare la aristocrazia rock inglese degli anni settanta aggirarsi sperduta nei primi anni ottanta. La maglietta di Joe Cocker poi è il pezzo forte…attillata infilata dentro ai pantaloni, lo rende ancora più buffo.

Della data in questione, quella del 2, su youtube non sembra esserci altro:

Chiudiamo la serata dedicata ai video strambi, con HEALING HANDS di Andy Fraser, dove lo storico bassista dei miei adorati FREE mette a nudo la sua nuova identità gay davanti alla moglie e alle figlie. Video da due soldi, canzone bruttina, figura imbarazzante …lui palestrato, col trapianto in testa a rincorerrere disperatamente la giovinezza…

 E’ l’una e venti, un abbraccio e Picca si infila nella notte nera Mutina bound. Nell’autoradio JJ CALE.

PS: nel cercare su youtube le cose dei Firm mi imbatto in alcuni video che avevo dimenticato: quelli della tribute band dei FIRM, gruppo guidato da Jimmy Sakurai, quel matto e incredibile chitarrista giapponese che suona e impersonifica Jimmy Page soprattutto con i MR JIMMY. Un tribute band dei Firm…di gente matta ce n’è.

L’extraterrestre che mi porta via blues

27 Apr

La settimana comincia con TRESPASS, album di gran valore dei GENESIS. Mentre in macchina di prima mattina attraverso le campagne che mi portano a Scandillius per lavoro, mio chiedo se sia davvero WIND AND WUTHERING il mio album preferito dei GENESIS, perché ogni volta che sento TRESPASS mi meraviglio di quanto sia bello.

Come previsto, arriva il pacchetto da Amazon.it. La settimana comincia bene. Manca un cofanetto … arriverà nei prossimo giorni. Rispetto al passato ho cambiato metodo, invece che fare un ordine grosso ogni due o tre mesi, ne faccio diversi di modiche quantità…comunque sono sempre 86 euro. Dovrei contenermi  ma il fatto è che non posso farne a meno, mi sono essenziali per andare a vanti.

Sia lunedì che martedì vado da Brian a fargli da mangiare. Prima di lasciarlo vuole darmi un bacio e mi dice che sono il suo mito. Non facile avere a che fare con tutto questo sentimentalismo. Evidentemente mi ammorbidisco anche io perché in macchina mentre torno in ufficio mi sento DRUPI…

Solo un momento di nostalgia, perché poi tolgo DRUPI e infilo nel lettore il bootleg dei VAN HALEN “ON FIRE IN FRESNO” del 1979.

La sera mi godo il CHELSEA che elimina il BARCELLONA nella prima semifinale di Champions League. Anche gli inglesi si ritrovano in 10 contro i campioni dell’anticalcio, proprio come l’Inter due anni fa. La squadra di Di Matteo resiste e alla fine porta addirittura a casa un 2 a 2, MERITATISSIMO.

25 Aprile passato in tranquillità. Un pensiero alla Resistenza, ai Partigiani, alla Liberazione, un crogiolarsi al sole nel posto in riva al mondo, guardare l’Inter che finalmente vince e convince, vedere il Milan che vince a fatica col Genoa. Alla sera  assisto un po’ stupefatto alla bella vittoria del Bayern sul Real di Mou nell’ultima semifinale di Champions League. A tal proposito un paio di amici mi inviano sms indicativi su quanto siamo ancora tutti legati a nostro signore Josè:

Mario C: “Sono teso come quando gioca L’Inter”

Picca “E’ giusto così. Se vuole la ciampionz torni ad Appiano”.

Bella giornata di calcio, per fortuna la groupie è comprensiva e non rompe il cazzo a riguardo.

Giovedì al lavoro è una giornata tranquilla, ho Brian in ufficio con me. Gira per l’ufficio, va in balcone, si sorprende anche delle cose più banali e spesso non riesce a trattenersi e parla, parla, parla. Cerco di lavorare, inserisco il risponditore automatico (“Sì, Brian, proprio così”), e mi faccio cullare dagli AGITATION FREE e dal loro sofisticato krautrock:

Venerdì mattina, esame del sangue in un laboratorio privato a Regium Lepidi. Ho sempre un sentimento strano quando giro da solo per Regium, città della mia stirpe che però io vivo da forestiero. Non so muovermi come vorrei…essendo nato a Ninetyland è Mutina che considero la mia città. E’ un pensiero sciocco, Mutina e Regium sono in pratica la stessa cosa, una sola città attraversata dal Secchia River, ma io coi pensieri sciocchi ci vado a nozze. Nel bar lì di fronte, un caffè macchiato, un krafen, una occhiata alla Gazza…resterà Stramaccioni? Esco e mi prende il blues dell’extraterrestre. Sto ascoltando FINARDI in questi giorni così alzo lo sguardo al di sopra dello skyscraper di Regium per vedere se arriva l’extraterrestre a portarmi via, su una stella che sia tutta mia. Il pensiero poi vola da Polbi, in questi giorni dovrebbe essere in giro tra Chicago e New York…magari lui sta cercando l’extraterrestre affinché lo porti via perché vuole tornare indietro a casa sua.

(Regium Skyscraper – foto di TT)

Sulla Emily Road in direzione Stonecity mi lascio suggestionare da questa cosa dell’extraterrestre, e mi chiedo se potevamo fare qualcosa in più per non finire a fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarci da persone civili. Questo al di là della faccenda del rock, perché sì ci sarebbe piaciuto, avremmo dovuto vivere di musica ma  forse bisognava rischiare di più per trovare una altra via. Ammesso e non concesso che fossimo musicisti, autori, figure degne di farcela (ma a vedere e sentire quanto c’è in giro direi proprio di sì), una volta che questo non si avvera, perché raccoglierci in posizione fetale nel grembo della grande madre del blues? Perché compiangerci, fare la parte degli incompresi, vestire i panni un po’ poetici del loser solitaro con il turbinio nell’anima? Non era meglio cambiare direzione? Perché insistere fino a sfiorire, per una cosa poi, il Rock, che forse non esiste nemmeno, una cosa che probabilmente è solo frutto della nostra fantasia?

Era possibile giocarci la vita in modo diverso? Toccare con mano i punti cardinali della nostra anima…Helena  (Arkansas), Heston (Inghilterra), le montagne dello Utah, Rosario (Argentina), Setùbal (Portogallo)? Era possibile evitare di guardare sempre gli stessi orizzonti, di avere la vita cadenzata da orari e impegni quotidiani? Era possibile trovare il passaggio a nord ovest che ci portasse nei sentieri poco battuti del nostro animo? E se fosse possibile, saremmo in grado di abbandonare le nostre sicurezze (l’abbonamento a Sky, gli ordini su Amazon, il trovarsi alle feste dell’Unità con i confratelli della Congregazione degli Iilluminati del Blues?).

E’ con questo traffico nel cuore che apro la porta dell’ufficio. Avrei bisogno di un Southern Comfort…o di sentire Picca…

(Viandante Sul Mare Di Nebbia – Friedrich)

AA.VV. “PROGRESSIVE ITALIA – Gli Anni ’70 VOL.1″ The Universal Music Collection” (2009 Universal) – TTT

26 Apr

Primo volume per questa bella iniziativa della Universal, che si è messa a ristampare su cd anche album fuori catalogo da decenni. Iniziativa che deve essere piaciuta anche in Giappone, visto che ristamperanno anche laggiù  parte di questa collection. 17,61 euro per sei Cd di progressive italiano, rimasterizzato, con cofanetto digipack e con caratteri finalmente leggibili. Troppo per resistere.

BALLETTO DI BRONZO “YS” 1972- TTT:  non sono mai riuscito a farmelo piacere del tutto, hard progressive un po’ troppo ostico per me, comunque coraggioso. Le due bonus track mi piacciono più che i brani originariamente contenuti nell’album.

DE DE LIND “IO NON SO DA DOVE VENGO E NON SO DOVE MAI ANDRO’ UOMO E’ IL NOME CHE MI HANNO DATO” 1972 – TTT½: anche qui hard progressive, duri interventi chitarristici e dolci momenti sostenuti dal flauto.

JUMBO “VIETATO AI MINORI DI ANNI 18?” 1973 – TT½: progressive di stampo pseudo cantautorale. Troppa rabbia nel cantato per i miei gusti.

SENSATIONS’ FIX “PORTABLE & MADNESS” 1974 – TT½: siamo praticamente nel campo del Kraut Rock. Difficile.

LATTE E MIELE “PASSIO SECUNDUM MATTHEUM” 1972 – TT½: testi tratti dal vangelo secondo Matteo, raccontati  su musiche progressive. L’argomento non fa per me.

MAURO PELOSI “Al MERCATO DEGLI UOMINI PICCOLI” 1973 – TT½: cantautore esistenzialista che si lascia contaminare  un po’ dal progressive.

HOMELAND (TV Series) di Saura Terenziani

26 Apr

“Un prigioniero di guerra americano, liberato e ritornato in patria, si è convertito”.
Intorno a questa frase ruota Homeland, la nuova serie di telefilm andata in onda su Fox, la cui prima stagione è terminata alcuni giorni fa. Homeland è un thriller psicologico, incentrato sull’attuale tema del terrorismo internazionale, sicuramente molto sentito negli States.

Per essere la prima serie sull’argomento uscita dopo l’11 settembre, è azzeccata per un sacco di motivi: non è mai lenta (nonostante non sia mai  eccessivamente frenetica), è avvincente, ti incolla al televisore e quando alla fine dei 45 minuti vedi i titoli di coda, ne vorresti ancora. In ogni puntata ti trovi di fronte a piccoli capovolgimenti che ti minano le conclusioni a cui eri giunto nella puntata precedente. Oltre a questo, non sembra esserci traccia di quella retorica tipicamente americana di cui molti dei film d’oltreoceano  sono permeati.

Una menzione particolare va alla protagonista Claire Danes, che impersona Carrie Mathison, l’agente della Cia che non crede all’innocenza di Brody, il marine rilasciato dopo 8 anni di prigionia. Carrie è brillante, perspicace, lotta contro un grave problema di personalità che la affligge e le rende particolarmente difficile il rapporto con il suo lavoro e le altre persone. Eppure è lei il personaggio centrale della serie, quella per cui, alla fine, mi ritrovo a fare il tifo. Oltretutto, come direbbe l’autore di questo blog, è anche una gran figa.


Last but not least, il doppiaggio, fondamentale per me, che risulta addirittura migliore della linea sonora originale.
La seconda stagione di Homeland comincerà negli States il 30 settembre, e in Italia dovrebbe arrivare poco dopo.
Aspetto con ansia l’uscita della prima serie su dvd, magari in blu-ray, per farmi un bel regalo.

© Saura Terenziani 2012

25 APRILE – THE TIES THAT BIND (Staffette blues) – di Francesco Prete

25 Apr

Per quanto siano amici i lettori o collaboratori del blog, non sono solito pubblicare loro “racconti”. Articoli, commenti e considerazioni che ritengo interessanti vengono regolarmente pubblicati, a mio insindacabile giudizio. Credo che questo, come già detto, renda il blog meno monotono e più frizzante. Faccio volentieri una eccezione  per questa cosa di Francesco, perché mi piace molto e perché ben si sposa con lo spirito del 25 aprile. Buona lettura.

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The ties that bind. Now you can’t break the ties that bind (Bruce Springsteen)

         “Non aprono, ancora non aprono. Alle sei avrebbero dovuto aprire, sono le sei e mezza ma i cancelli restano chiusi”. Maria non vedeva l’ora di entrare nel Palasport, di correre verso il palco e, se possibile, di appiccicarsi alle transenne per essere lì, lì sotto, e vederlo da vicino Bruce, magari essere issata sul palco per “Dancing in the Dark” (MAGARI!), poter cantare a squarciagola la sua preferita, che solitamente Springsteen tiene come bis: “It’s a town full of losers / And I’m pulling out of here to win”. “Le sette meno un quarto e ancora niente, non è normale, il Boss è unico anche in queste cose, è puntuale, e adesso sta pure piovendo, mannaggia…” Le voci cominciano a girare tra la marea umana che circonda il Palasport, tutta intenta a ripararsi come può dall’acqua che viene giù: concerto annullato, Springsteen sta male, “No, nooooo! E quando ci ricapita Bruce a Bologna, io lo voglio vedere qui, nella mia città!”; problemi di ordine pubblico, la Prefettura non autorizza il concerto, “Ma che ca…, questi non hanno niente di meglio da fare, oddio no!” Poi, finalmente, gli altoparlanti diramano il comunicato ufficiale che rassicura tutti: ritardo, un banale ritardo, Springsteen e tutto il seguito, in arrivo dalla Germania, sono stati rallentati da una nevicata sul Brennero, il concerto si terrà regolarmente, solo inizierà in ritardo. “E vai, che sarà mai un po’ di ritardo, tra poco sarò lì sotto, non sarà certo la neve a fermare il Boss, la neve…”

            La neve, ricordo solo tanta neve e un gran freddo, freddo dentro, eppure le nostre due biciclette andavano, dovevano andare, non c’era tempo per il freddo. La Irene aveva qualche anno più di me e cercava di farmi coraggio, ma io avevo paura; pure lei ne aveva, lo so, ma faceva finta di niente. Il ponte a Serravalle, ora lo vedevamo tra i fiocchi che continuavano a cadere, le due sentinelle erano lì e vedendoci arrivare ci vennero incontro con i mitra spianati; poi, rendendosi conto che si trattava solo di due ragazze, li misero giù – ingenui! – e ci sorrisero. “In giro con questo tempo, bellezze?” Anche loro erano poco più che ragazzi, le uniformi repubblichine o quel che ne restava e sopra altri stracci per proteggersi alla meglio dal freddo. “Torniamo dall’ospedale, abitiamo su all’Abbazia” fu la risposta pronta di Irene. Il che era vero, o quasi, avevamo incontrato Lupo dietro l’ospedale, dove ci aveva consegnato le armi, ed eravamo dirette all’Abbazia, dove dovevamo recapitarle agli altri compagni. “Con questo tempo non c’è modo di aggirare il ponte e lì ci sono due sentinelle repubblichine, due ragazze daranno meno nell’occhio ma dovete essere pronte al peggio, queste due tenetele a portata di mano, sapete come usarle…” ci aveva detto Lupo, e ci aveva dato due pistole già cariche, pronte a sparare. “Che Dio vi protegga, ma se sarete costrette a fare da sole non esitate!”

E già, come no, la faceva facile lui. I combattenti erano loro, gli uomini: le donne erano solo “staffette” – che poi non ho mai capito esattamente cosa volesse dire – ma spesso i compiti più ingrati toccavano a noi.

“All’Abbazia, eh? Ma se lassù non c’è rimasto più nessuno dall’ultimo rastrellamento, vediamo un po’ cosa portate…” “Dai, venite a divertirvi un po’ con noi.” Rastrellamento, sapevo quale effetto avrebbe avuto questa parola su Irene, lei che in quel rastrellamento aveva perso i suoi genitori. Non feci neanche in tempo a vedere i suoi gesti: un solo colpo centrò in piena fronte quello dei due che le si stava avvicinando. L’altro si voltò verso di lei alzando il mitra e fu lì che sparai: tutti i colpi che avevo finché il percussore cominciò a battere a vuoto, ma io continuavo, continuavo e piangevo, e urlavo e piangevo, e piangevo e urlavo…

Le urla di Maria si perdevano tra le altre. La E-Street era sul palco e Bruce in gran forma, l’attacco alle transenne non era riuscito e lei si trovava defilata, sulla sinistra del palco e leggermente indietro, ma andava bene lo stesso. “My love will not let you down…” E ballava Maria, ballava e cantava, e con lei altre migliaia di corpi e di voci. La prima volta che aveva visto Springsteen dal vivo era stato a Roma nel ’93, con i suoi genitori: lei era poco più di una bambina ma era stato subito amore, anzi Amore, così, a prima vista e al primo ascolto. “Non si può star fermi quando canta Bruce, viene voglia di muoversi, di fare qualcosa, fosse anche solo urlare quello che hai dentro e che fore non riuscirai mai a dire a nessuno…” “Badlands, you gotta live it every day, let the broken hearts stand as the price you’ve gotta pay, we’ll keep pushin’ till it’s understood, and these badlands start treating us good…”

 

            “Good, very good” ripeteva l’ufficiale americano al quale I partigiani, in fila uno dietro l’altro, stavano consegnando le armi. A me sembrava normale, la guerra era finita, basta armi basta morti basta sangue basta odio rivogliamo la nostra vita e i nostri sogni e vogliamo tornare a sperare e che ci sia qualcuno ad aspettarci o da aspettare e dei bambini e rispetto per tutti e niente più ingiustizie e in fondo è per questo che avevamo combattuto… Irene no, non ci stava, diceva che avevamo conquistato la nostra libertà per poi svenderla a qualcun altro. “Piantala!” le urlò Lupo, “una donna non dovrebbe occuparsi di queste cose!” Già, noi eravamo soltanto “staffette” ma gli occhi di quei due io me li ricordo ancora, sbarrati, stesi in mezzo alla neve sembravano guardarci stupiti, forse non se lo aspettavano da due ragazze. Quando Irene mi prese la pistola io continuai a   piangere, erano solo due ragazzi, dalla parte sbagliata, certo, ma solo due ragazzi, che forse avevano delle ragazze ad aspettarli, una madre, un padre, solo due ragazzi, due cuori che avevano smesso di battere, due cuori…

“Two hearts are better than one, two hearts girl get the job done…” Maria non stava più nella pelle dall’emozione, I suoi occhi erano umidi di gioia, le gambe la sorreggevano a stento ma continuava a muoversi, a ballare, a cantare, poi… improvvisa, una vibrazione improvvisa nella tasca dei jeans: il telefonino. Maria lo tirò prontamente fuori e quando vide comparire nel display “Mamma” rispose senza esitare, circondata dal frastuono più totale, spostandosi di lato e accostando l’apparecchio all’orecchio destro, tappandosi il sinistro con l’altra mano.

“Mamma?!”

“La nonna, tesoro, ci siamo, sta morendo, chiede insistentemente di te, vieni ti prego.”

Maria si fece largo, fino ad arrivare a uno dei corridoi che portano verso l’esterno: riuscì a dire soltanto “sto arrivando.”

Per tutto questo tempo ho cercato di cancellare quegli occhi ma non ci sono riuscita, solo che ora rivedo tutto con un tale nitore, come se stesse accadendo qui e ora. Pensavo, speravo che tutto quello servisse per costruire un mondo migliore e di pace e mai più guerre e mai più occhi sbarrati a chiedersi perché? e bambini che giocano e uccelli che volano e cieli azzurri e magari anche la neve e il mare e gente che sta insieme e canta felice e i prati verdi e i campi di grano con le lucciole nelle sere d’estate e i fiori e la luna e le stelle…

 “E la macchina adesso? No, accidenti, chiamo un taxi che faccio prima.” Il taxi arrivò in pochi minuti e in altrettanti pochi minuti fu all’ospedale Maggiore. Dall’ictus di due settimane prima sua nonna non si era ancora ripresa: fino a quel momento era sempre stata in gambissima nonostante l’età, lucida, energica, attiva, ma ora… E lei a sua nonna era sempre stata molto legata, per questo nonostante il concerto il cellulare lo aveva tenuto acceso, per essere vicina a nonna Bianca qualora ce ne fosse stato bisogno. Abbracciò suo padre che era fuori dalla stanza, poi entrò e vide sua madre con il viso pieno di lacrime accanto al letto: la nonna era lì, con gli occhi aperti, vedendola entrare abbozzò un sorriso e riuscì a sollevare una mano tendendola verso di lei. Maria la prese e la strinse, inginocchiandosi sul pavimento. Fu in quel momento che gli occhi dei due ragazzi si chiusero per sempre, nonna Bianca non avrebbe più pianto per loro, non avrebbe più pianto – come le capitava spesso – per nessun altro, non su questa terra almeno. Maria stringeva la mano della nonna con la destra, con la sinistra prese quella di sua madre. In quel momento Bruce era arrivato al finale di “Hope and Dreams”:

“This train

Dreams will not be thwarted

This train

Faith will be rewarded

This train

Hear the steel wheels singin’

This train

Bells of freedom ringin’”

Maria sorrise, piangendo sorrise. Si alzò in piedi e abbracciò la madre. “Un altro taxi” pensò, “tanto devo andare a recuperare la macchina, se prendo un altro taxi arrivo in tempo per i bis”.

Nota:  il concerto a cui ci si riferisce nel racconto è quello di Springsteen a Casalecchio di Reno nell’aprile 1999, la sequenza dei brani in scaletta non corrisponde però a quella reale.

© Francesco Prete 2012

 

25 APRILE Blues

25 Apr

Ieri sentivo per caso uno scambio di battute tra due uomini, uno di 42 anni e l’altro di 49:

42: (con tono scherzoso) “tu festeggi domani”?

49: “no, tanto i partigiani sono ormai tutti morti ha ha ha ha ha”

Forse sono io ad essere così suscettibile, ma ho trovato questa cosa davvero miserabile. Che pochezza d’animo, che poco rispetto per la storia della Repubblica.

Con questa pesantezza nel cuore, retorica o no, vi auguro una buona ricorrenza. Viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva l’Italia liberata, viva il sol dell’avvenire.

IVANO FOSSATI “Rhino Collection: Il Grande Mare & Good-Bye Indiana” (Rhino 2011) TTTT

24 Apr

 

IL GRANDE MARE CHE AVREMMO TRAVERSATO (1973) TTTT. Il Fossati meno rock, più intimista ma con accenti progressivi. Bella collezione di canzoni.

GOOD-BYE INDIANA (1975) TTT½. Album più movimentato rispetto al primo, forse più cantautorale, ma sempre con un occhio di riguardo alla musica e allo sviluppo della stessa. Un paio di episodi cantati in inglese.

Confezione digipack, due buoni album in un cd, euro4,07. Anche questo un ottimo affare.

UFO “The Chrisalys Years 1980-86” (Chrisalys – Emi 2012) Box Set – TTTTT

24 Apr

Secondo capitolo dei CHRISALYS YEARS degli UFO, gli anni 1980-86. Per 12 sterline, i 5 album, le BBC session e qualche rarità del periodo. Davvero un buon affare. Certo, un box set cartonato e uno o due cd in più per suddividere in modo più omogeneo il tutto non avrebbero guastato, ma anche così l’iniziativa è da applaudire. Gli Ufo del dopo Schenker dunque, con Paul Chapman alla chitarra. Beh, sono quattro album che fanno la loro porca figura. Riascoltarli in sequenza  mi ha fatto un gran bene e i tanti anni passati hanno reso giustizia a questi episodi che al tempo della loro uscita soffrirono il paragone con l’allora recente passato. 4 dischi pieni di gran bell’hard rock inglese, con qualche episodio davvero bellissimo ed uno standard qualitativo comunque alto, tutta roba da almeno 4 stelle. Magari c’entra anche l’affetto personale che nutro per i lavori in oggetto, avendoli vissuti tutti “in diretta” (MAKING CONTACT in particolare), ma sono rimasto sorpreso dalla coerenza, dallo spessore e dalla freschezza che questi album hanno ancora. Oh, gli Ufo sono proprio grandi. Anche MISDEMEANOR mi pare migliorato, l’album con Atomic Tommy alla chitarra e la formazione rivoluzionata: solo Phil Mogg e Paul Raymond  a dare credibilità al progetto. Album con cui ci si doveva infilare nei circuiti MTV e dell’hard’n’heavy radiofonico, missione non riuscita. L’album si fa ascoltare. L’odioso “big drum” degli anni ottanta sconcerta un po’, ma in qualche modo riesco a passarci sopra. Ottimo acquisto anche stavolta. UFO RULE.