ORDINARY BLUE DAYS ON THE BLUE HIGHWAYS (tra Ron e Lou Reed)

24 Nov

Dal punto di vista della logistica non sono proprio messo benissimo: residenza a Ninetyland, domicilio a Borgo Massenzio, lavoro a Stonecity, vecchio padre da accudire a Mutina. Giro avanti e indietro per questi 4 punti cardinali personali, e mentre giro…di sera, di notte, di mattina presto, di pomeriggio… ascolto musica, rifletto, faccio congetture e blueseggio all’infinito.

Prendiamo ad esempio l’altro giorno, esco dall’ufficio a Stonecity nel tardo pomeriggio per recarmi dal medico a Ninetyland. La blues mobile rolla in modo stabile sulla freeway Stonecity-Mutina, nello stereo UNA CITTA’ PER CANTARE di RON, altro album comprato in diretta. Lo vidi anche in concerto, Rosalino, al vecchio palasport di Mutina proprio in quell’anno, il 1980.

Insomma son lì in macchina con l’animo un po’ in pena e parte IO TI CERCHERO’, musica di RON parole di DALLA. In pochi minuti scende il melancholy blues e in modo delicato prende possesso dell’ anima mentre dentro alla testolina scende una nebbia soffusa…

…ecco ascolto quella canzoncina, ne canticchio parte del testo, mi commuovo, non so nemmeno perché…

tu non vivi lontano 
nello spazio profondo 
ma tu sei una donna 
come tante nel mondo 
non c’è niente di strano 
ma rimane il mistero 
di una notte diversa 
ma diversa davvero 
ed è per questo, 
per questo, per questo 
che ci stiamo cercando 

Poi arrivo a Ninentyland, parcheggio la blues mobile sotto ad un lampione, entro nella sala d’aspetto del medico. Il dottore è un amico con cui ho fatto elementari e medie. Anche la segretaria era una di quelle ragazzine con cui giocavo da piccolo e ora guardala lì, una donna adulta di una certa età che con estrema pazienza porta avanti il suo lavoro. Mentre aspetto sfoglio l’ultimo numero di SUONO, hanno pubblicato uno degli articoli su DETROIT che Polbi ha scritto per il blog. Mi scappa da ridere quando mi accorgo che hanno lasciato la frase “sarà che come dici tu Tim siamo uomini di blues…”...immagino il lettore ignaro che si chiede “ma chi cavolo è questo Tim?”.

Contemplo la gente da sala d’aspetto, tutti vestiti senza far caso all’abbinamento dei colori…scarpe nere, pantaloni marroni, maglionazzo verdastro, calzino corto blu! Il calzino corto no, porca madosca, blu poi …schiacciato tra il nero delle scarpe e il marrone delle braghe. Una signora sulla settantina ha i pantaloni della tuta da ginnastica con le scarpe col tacco. Mah. Invece di aspettare le solite due ore, dopo mezzora tocca a me. Non male. Giangi (il dottore) mi ascolta paziente, mi prescrive quello che deve, qualche medicina, qualche esame…abbiamo la stessa età…dobbiamo rassegnarci al fatto che il corpo cambia e che quando tocchi certe vette piccoli fastidi prima o dopo arrivano.

Risalgo in macchina, abbandono con un po’ di tristezza Ninetyland. Mi costa lasciare il mio paesino, mi manca e sono sicuro che anche io gli manco. Il pezzo successivo è NUVOLE. Divento sentimentale, mi sento un po’ spaurito, avrei bisogno di appoggiarmi al petto di una mother mary, di una amica, di una groupie oppure trovarmi con Biccio sul fronte del porto a contemplare il mare di notte con un Southern Comfort nel bicchiere. Oppure, oppure… trovarmi là, come sempre là, al Richfield Coliseum di Cleveland…

Nuvole per tutti quelli che han bisogno di sognare
di provare a immaginare che, che cambierà
ancora un giorno e cambierà
che qualche volta il vento può fare uscire il sole
ancora un po’ e poi vedrai che cambierà.

Ascolto IO TI CERCHERO’ e NUVOLE più volte, mentre immagino di prendere il volo con la blues mobile, e con il volo finalmente quietare l’animo, i pensieri…penso a dove sono gli amici, a cosa stanno facendo…Polbi al di là dell’Atlantico, Picca e Liso al di là del Secchia, Jaypee sul Little Bird Bridge, e via via tutti gli altri…poi la blues mobile atterra di nuovo, segue una delle tante blue highways (courtesy of  William Least heat-Moon) che son solito percorrere e mi porta docilmente fino al posto in riva al mondo. Parcheggio la macchina in garage, mi carico un sacco di pellet sulle spalle, salgo le scale esterne ed entro nella domus saurea.

Il mattino dopo mi sveglio di buon ora, devo essere da Brian alle 07,30, stamattina devo portarlo a fare il vaccino antinfluenzale. Mi soppeso l’anima, è ancora in modalità blues, ma è un blues diverso, meno sdolcinato di quello di ieri. Riparto, rifaccio le mie blue higways, ma stamani a farmi compagnia è LOU REED, quello che piace a me, quello del concerto del 21 dicembre 1973  all’Howard Stein Academy Of  Music di New York, concerto spalmato su due dischi dal vivo imprescindibili: ROCK AND ROLL ANIMAL (1974) e LIVE (1975).

(L’Academy Of Music di New York)

Il tempo è grigiastro, gli alberi hanno ormai perso le foglie, la campagna si prepara all’inverno e io lì in mezzo a questa triste atmosfera agreste che mi ascolto musica metallica proveniente dalla parte più tenebrosa e selvaggia del cuore di New York City. Per alcuni mesi la band di LOU REED di fine 1973 è stata una delle migliori hard rock and roll band in circolazione. DICK WAGNER e STEVE HUNTER alle chitarre formarono una di quelle coppie chitarristiche che ancora oggi venero con fervore mistico. Quell’INTRO che apre l’album ROCK AND ROLL ANIMAL che va poi a sfociare in SWEET JANE è uno dei momenti di massima goduria per il rock chitarristico…

In sala d’aspetto dalla dottoressa di Brian in Verdi Avenue sono in compagnia di anziani, tutti lì per il vaccino. Tocca a noi, entriamo, la dottoressa infila l’ago nel braccio di Brian, lui non fa una piega ma una volta finito vorrebbe restare a parlare , così mi tocca spingerlo fuori dall’ambulatorio con forza. Ci fermiamo in un bar, due svedesi e due caffè macchiati. Brian attacca discorso con tutti, mentre io do una occhiata alla Gazza. Lo riaccompagno a casa, lo sistemo e lo tranquillizzo per la mattina. Scendo e mi butto di nuovo sulla freeway Mutina-Stonecity. Tolgo R’N’R ANIMAL e inserisco LIVE.

Di nuovo il blues che mi accompagna, questo è più discreto, silenzioso, apatico. Quel senso di insoddisfazione con cui bisogna fare i conti, che magari è prerogativa  della condizione umana, così mi adeguo, mi piego ad essa e continuo ad ascoltarmi LOU REED…

4 Risposte to “ORDINARY BLUE DAYS ON THE BLUE HIGHWAYS (tra Ron e Lou Reed)”

  1. alexdoc 24/11/2012 a 23:34 #

    Le tue due “colonne sonore” di questi giorni, così apparentemente lontane tra loro, hanno significato molto per me. Il Ron (e gli Stadio) di quegli anni, in pratica il “giro” del mio idolo non solo d’infanzia Dalla, come ho già scritto qui il primo cantante che ho amato nella mia vita. Eroi musicali accessibili, così “emiliani”, Rosalino e la band mi sembravano i ragazzi del bar vicino a casa, tanto simili agli amici dei miei cugini grandi, e Lucio assomigliava invece a un vicino di casa o a uno zio simpatico e stravagante.

    E poi c’è Lewis Allan Reed, “quello che canta così ‘a culo’ che sembra che ti faccia un piacere” (Vasco Rossi, 1983), così blues senza mai averlo suonato, così diverso e opposto dal mio primario punto di riferimento americano Bruce, tanto minimale spigoloso introverso cerebrale metropolitano newyorker Lou quanto enfatico melodrammatico esuberante viscerale provinciale ecumenico il Boss, che pure ha contribuito con una “spoken vocal part” alla “Street Hassle” dell’altro, unica collaborazione tra i due. In “Rock’n’roll Animal” trovava una nuova e altrettanto riuscita forma ai suoi collaudati contenuti, e abbandonava l’aura “art rock” di cantore decadente dei giorni Velvetiani per compiere un’incursione nei territori popolani del miglior hard rock, con una coppia di chitarristi che lascia senza fiato ancora oggi. Sono un fan del “New York City Man” in tutte le sue incarnazioni, ma é un peccato che non abbia mai più dato seguito a questa sua intrigante e all’epoca del tutto inattesa espressione.

    Mi piace

  2. Lorenzo Stefani 26/11/2012 a 18:42 #

    L’intro che apre ROCK AND ROLL ANIMAL che va poi a sfociare in SWEET JANE è fantastica, non mi stanco mai di ascoltarla. E poi come se non bastasse tra 2:12 e 2.23 c’è un assolo di basso che mi ricorda troppo il leggendario Patrick Djivas della Pfm. Ciao!

    Mi piace

  3. mauro bortolini 30/11/2012 a 08:42 #

    Per puro masochismo collezionistico ho posseduto ‘Metal machine music’,
    peraltro doppio LP, che sviluppa in quattro facciate effetti di feedback di
    chitarra.
    Provocatoria senz’altro, l’opera porta a dura prova le orecchie del
    malcapitato che vuole completarne l’ascolto.
    Forse una vendetta nei confronti della sua casa discografica, di sicuro
    un album che solo i grandi artisti come Reed o Lennon potevano
    permettersi di pubblicare.
    Non so se serio o no, Lou dichiaro’ di aver inventato l’ HEAVY METAL ,
    ma nel 1975 le basi erano gia’ state poste da altri.

    Mi piace

    • alexdoc 30/11/2012 a 11:43 #

      Metal Machine Music é puro Noise, é tutto tranne Heavy Metal. Nemmeno Rock’n’roll Animal lo é, ma in certi passaggi gli si avvicina molto, Hard Rock lo é di sicuro.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: