ROCK E CAPITALISMO – breve riflessione di Paolo Barone

10 Mag

I continui confronti epistolari che ho con Polbi portano sempre argomenti intessanti per il blog. Questo è tratto dalla sua email di ieri sera.

Stavo leggendo un libro – Midnight Riders  the story of the Allman Brothers Band – in cui si elencano i beni materiali posseduti da Duane Allman al momento della morte:
Una Harley, una volvo del 71, 2.150 dollari in banca, 857 dollari in tasca. Un po’ di mobili per casa, e ovviamente chitarre e strumentazione varia. Tutto qui.Dopo Brothers &Sisters i restanti Allman diventeranno in breve tempo cosi ricchi da aprire una corroation, occupandosi di affari a 360 gradi, dal settore immobiliare a cose tipo supermercati. Milioni di dollari, valanghe di coca. La musica via via sempre meno interessante, fino alla totale dissoluzione.

Midnight Rider

Mi veniva in mente una riflessione fatta insieme ad Asia Argento qualche mese fa: non esiste band o artista che non sia stato corrotto dal successo e dai soldi. Ci penso e ci ripenso, alla fine va sempre a finire così e non potrebbe essere altrimenti. Sembra, anzi forse e’ proprio, una banalità’ una scoperta dell’acqua calda, ma leggere questo resoconto delle finanze del povero grande Duane mi ha reso la cosa assolutamente palese. I tempi dei Fillmore ( il cui casuale incontro di pochi giorni fa mentre ero a NY ha sollevato queste mie riflessioni), in cui il rock aveva ancora quella dimensione di massa ma umana, sono stati probabilmente il vertice assoluto della nostra musica, poi un po’ alla
volta si e’ persa la magia, e’ subentrato il calcolo e il mestiere, la paura di sbagliare e la voglia di piacere a tutti ad ogni costo….

Fillmore East ai bei tempi

Fillmore East ai bei tempi

Bill Graham sul palco al Fillmore East

Bill Graham sul palco al Fillmore East

Il Fillmore East oggi

Il Fillmore East oggi

Mah, vabbe’, adesso andiamo veramente verso l’ovvio, non ti faccio perdere altro tempo.

Paolo Barone © 2013

26 Risposte to “ROCK E CAPITALISMO – breve riflessione di Paolo Barone”

  1. laroby 10/05/2013 a 10:42 #

    “fatta insieme ad Asia Argento?” e ci smolli così questa chicca?…

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  2. lucatod 10/05/2013 a 14:02 #

    Gran bella riflessione , effettivamente il rock che noi amiamo è diventato con il passare degli anni un business che non ha nulla a che fare con lo spirito originale dei tempi d’oro (anche se probabilmente le case discografiche la pensavano già a questo modo) , ormai anche le band che hanno rivoluzionato la storia , non solo del rock , sono divenute delle vere e proprie corporazioni multimilionarie .
    Per fare un esempio : recentemente ho acquistato il dvd – History Of the Eagles , che racconta la storia del gruppo di Frey ed Henley , dalle prime serate al Troubadour allo scazzo finale con The Long Run . Fin qui niente di nuovo , giovani musicisti nati nel dopo guerra che diventano ricchi e famosi , con tutte le conseguenze derivate da questo stile di vita “Life In The Fast Lane” . La nausea assale nel secondo dischetto , quando il quintetto dell’ultima fatica discografica datata 1979 , decide di riunirsi quattordici anni dopo , al solo scopo del “capitalizzare” gli anni ’70 , approfittando della nostalgia , non solo dei meno giovani ma anche delle nuove generazioni , che con quelle canzoni in un modo o nell’altro ci sono nati e cresciuti . Tutto questo non sarebbe poi male , ma il gruppo in questione di “gruppo rock” non ha molto a che fare ; si tratta perlopiù di uomini d’affari , con soci minoritari , alcuni dei quali messi senza tante chiacchiere alla porta (Don Felder – la sua biografia , peraltro molto interessante , è stata recensita stupendamente su questo BLOG) che stanno insieme per modo di dire , in realtà è solo business .
    Credo che oggi , tutti grandi nomi del passato siano diventati un brand che macina soldi a palate , confezionando ad arte dischi sentiti e risentiti , senza alcuna spinta creativa , il fatto è che funziona tremendamente ( con me senza dubbio) .

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  3. picca 10/05/2013 a 15:54 #

    Danno troppa importanza ai soldi anche quelli che danno troppa importanza al fatto che alcuni danno troppa importanza ai soldi.

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  4. bodhran 10/05/2013 a 17:23 #

    Concordo pienamente, certo per i grandi nomi del passato i soldi sono stati un fattore discriminante sulla qualità della musica, così come le droghe, ma bisogna anche considerare che erano ragazzi nati durante o subito dopo la guerra. trovo più imbarazzante l’atteggiamento di alcuni musicisti degli ultimi anni, che si fanno fagocitare da quelli che vengono considerati i clichè dell’ambiente. Piuttosto trovo più interessante la considerazione sulla dimensione umana, la maggior parte dei “nostri” gruppi sono diventati famosi e hanno sviluppato la loro musica suonando davvero a contatto con il loro pubblico, in una dimensione perfetta per una musica comunicativa ed immediata come il rock. I grandi stadi, di pari passo con l’aumentare dei soldi, hanno snaturato (e continuano spesso a snaturare) la bellezza di certa musica. In soldoni, avrei preferito vedere gli Zep al Whisky a Go-Go o al massimo in un auditorium universitario che in uno stadio stracolmo di gente.

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    • tiziano's ( the best guitar in Zianigo) 10/05/2013 a 18:11 #

      ….ripeto,per me i Led Zeppelin hanno tutto un altro fascino nei video di Denmark TV,Tous en scène,Supershow….

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  5. Pigi 10/05/2013 a 20:52 #

    Io sono un Genesisiano. Avevano certo i loro problemi, hanno cambiato tre batteristi per arrivare a Phil Collins, e Antony Phillips non era in grado di reggere emotivamente il palco, e per questo (e molto altro….) hanno preso Steve Hackett. A quel punto facevano concerti per pochi intimi per producendo musica di elevata qualita’. Poi hanno virato verso una musica decisamente commerciale, e hanno cominciato a riempire gli stadi. (piccola nota: di questo e’ stato imputato Phil Collins, ma Tony Banks, l’autore di Firth of Fifth per capirci, voleva fortemente divenire commerciale e produrre un Hit da classifica). Possiamo gettar loro la croce addosso perche’ volevano fare i soldi? Io non me la sento.

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  6. mauro bortolini 11/05/2013 a 07:21 #

    Mentre i Led Zeppelin hanno potuto capitalizzare i loro guadagni grazie a
    Peter Grant e divenire ricchi in breve tempo, un musicista altrettanto famoso
    come jimi hendrix poteva attingere a piene mani ad un conto che il suo astuto
    menager Jeffery gli lasciava aperto, ma il grosso dei ricavi dei tour e dei dischi
    finivano in societa’ off-shore che jeffery apriva in paradisi fiscali.
    La grande spesa a cui jeffery non pote’ sottrarsi fu la costruzione degli studi
    electric ladyland in cui jimi investi’ somme notevolissime.
    Hendrix cadde nella depressione e nella droga a causa dei tour incesanti.
    I led zeppelin, nonostante castelli, ville e conti in banca, pagarono lo stesso
    il tributo alla fama e al successo ed il conto fu salato anche per loro.

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  7. bodhran 11/05/2013 a 08:19 #

    rispondo a Pigi: non credo che sia questione di “accuse” ma di constatazioni. Personalmente trovo il titolo del post azzeccato: non avendo un giudizio positivo sul capitalismo, meccanismo che mira al profitto a tutti i costi, anche a discapito di chi/cosa il profitto lo produce (musica, film, mele, abiti), non posso che trovarne i difetti anche nella musica (esempio per tutti: la meschina fine del mercato discografico), e gli effetti nefasti che troppi soldi in breve tempo possono avere su una persona valgono per un ragazzo con la chitarra, per uno che calcia molto forte una sfera di cuoio (sono ancora di cuoio i palloni?) o chicchessia.
    Da ascoltatore/spettatore preferisco concerti a dimensione “umana” – che necessariamente costano e fanno guadagnare di meno – con un relativo contatto tra band e pubblico rispetto a megashow milionari in cui l’aspetto teatrale deve essere necessariamente esasperato per essere in contatto con gente che è lontanissima dal palco. Anche se un lato positivo i mega concerti ce l’hanno: son rimasti forse gli ultimi riti collettivi, in cui un tot di persone celebra un rito comune, ma più di questo non riesco a dire e ho anche paura di infilare una serie di cazzate che rovinerebbero il fine settimana a chi legge!

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  8. picca 11/05/2013 a 10:01 #

    Uno comincia a suonare per diventare ricco e famoso (con conseguente aumento della frequenza coitale con bellezze varie). Nel momento in cui diventa ricco si trasforma in azienda. Da lì in poi ragiona come deve ragionare un’ azienda (se vuole continuare ad esserlo). Potrebbe fermarsi prima ma se un’ azienda si ferma muore. Deve crescere. Ha dei dipendenti verso i quali sente responsabilità, poi c’è tutta una serie di persone che lavorano e guadagnano se lui lavora o guadagna, roadies, promoters dipendenti dei promoters, discografici, dipendenti dei discografici eccetera. L’idea dell’artista puro e libero da pressioni è abbastanza naif. ma comunque in giro ce ne sono. Uno si appassiona alla carriera di Terry Allen (per chi scrive uno dei più grandi autori americani mai esistito, il quale fa il cantautore per hobby) ed è a posto. Se ti piacciono i Led Zeppelin ma odi ricchezza e capitalismo, allora sei nei guai. I Led Zeppelin sono la quintessenza del capitalismo. Direi addirittura la ‘mappa esoterica verso il capitalismo’. Tutto a me e un cazzo a voi, altro che Do what thou wilt so bla bla bla…Non hanno mai avuto dubbi, non si è mai sentito di sensi di colpa alla Roger Waters o di menate di autoassoluzione alla Townshend. I Led Zep? Dritti allo scopo. Il problema non è quando l’artista diventa ricco. Il problema è quando diventa ricco e smette di frequentare la vita reale: allora non ha più un cazzo da dire ne’ da dimostrare al mondo.

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  9. lucatod 11/05/2013 a 10:53 #

    Sono d’accordo , la mira principale di un artista è quella di guadagnare palate di soldi e ,scoparsi belle donne . Non ci vedo nulla di male in questo , da fan dei LED ZEPPELIN appunto , penso sia il massimo dalla vita .
    Nel mio precedente commento , ho fatto riferimento guarda a caso agli EAGLES , ma i miei dubbi riguardavano non la scalata inarrestabile al successo , quanto alle successive speculazioni , come hai scritto sulla recensione del libro di Felder “il rock è diventato roba da ricchi” , ed è vero . Quando riproponi un repertorio d’annata , facendo pagare biglietti a prezzi salatissimi o suonando a Las Vegas per un pubblico “selezionato”, allora la storia cambia .
    Perché , anche se il fine sono sempre i soldi , negli anni ’70 si produceva anche ottima musica , dopo si è andato a rispolverare l’illustre catalogo senza produrre nulla di nuovo , o perlomeno , nulla di duraturo .
    Il mio è un esempio , ma la maggior parte dei grandi nomi ragiona così , non voglio giudicare ma constatare appunto una realtà , come ho detto prima , io stesso sono un acquirente di certe riedizioni e via dicendo .

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  10. Paolo Barone 11/05/2013 a 16:42 #

    Ragazzi in questo Blog le discussioni sono sempre interessanti e mai banali, che cosa bella!
    Per quanto mi riguarda vorrei giusto aggiungere un paio di cose al volo. Che ogni musicista rock da sempre aspiri ad avere successo mi sembra assolutamente logico e giusto. Ci mancherebbe! Che poi quando questo arriva davvero ci siano sempre da pagare delle conseguenze e’ un altro discorso, ed e’ proprio qui il punto della discussione. E’ del tutto lecito che i Genesis avessero voglia di classifica, ma e’ anche un dato di fatto che per arrivarci sono dovuti passare da Trespass & Nursery Crime al poppettino anni ’80. Gran successo economico, totale naufragio artistico (almeno secondo me, non me ne voglia Pigi!). Io adoro i Led Zeppelin e il rock in generale e non amo il capitalismo, per certi versi e’ una contraddizione lo so benissimo, e credo di non essere l’unico, specialmente nel nostro paese, ad essersi posto mille domande in merito. Posso assicurare che il titolare di questo Blog e’ un altro, e per quello che leggo nei vari commenti siamo in nutrita compagnia. E’ un discorso questo interessantissimo, ripeto specialmente in Italia, dove queste cose sono sempre state vissute dal pubblico del rock in maniera difficile e travagliata, basti pensare alla straordinaria stagione delle autoriduzioni e della messa in discussione della rockstar. Anni prima che il movimento punk inglese si mettesse a sputare (fisicamente e metaforicamente) sulle stelle del rock, da noi i ragazzi non li facevano nemmeno salire sul palco. Storia questa che meriterebbe un approfondimento, magari proprio qui sul Blog…
    Concordo con Picca, il problema e’ quando un artista perde il contatto con il mondo reale, e ritengo che fama e ricchezza da capogiro diano un contributo fondamentale in questo senso. Per quanto riguarda poi i LZ, non sono tanto sicuro che abbiano affrontato il tutto senza sentirsi a disagio. Tanto per dirne qualcuna, Bonham c’e’ rimasto secco, Page & Grant si sono disintegrati, Plant non ha ancora fatto pace con se stesso (almeno a me da questa sensazione), la loro produzione artistica in studio e dal vivo e’ palesemente decaduta (pur restando sempre a buoni livelli) nella seconda meta’ dei settanta. Proprio quando fama & $oldi sono diventati una cosa esagerata. O no?!

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    • tiziano's ( the best guitar in Zianigo) 11/05/2013 a 17:28 #

      …..soluzione : mettiamoli a pane e acqua

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  11. picca 11/05/2013 a 17:51 #

    Secondo me le ricchezze abonormi nel mondo del rock, almeno del classic rock, sono relativamente poche. Vedo più che altro gradevoli agiatezze e porschettine e cocktails di scampi con flut di champagnino, ma ricordiamoci che la star deve sempre far vedere di essere star, se potessimo controllare l’estratto conto di molti ‘divini’ avremmo delle sorprese. La storia più divertente e paradossale è quella di Denny Seiwell, batterista dei primi Wings di McCartney. Quando Macca decide con Linda e Danny Laine di formare una band pensa che, dovendo seguire un mostro come i Beatles, si debba ricominciare da zero. Sarà un toccasana artistico e motivazionale. Allora mette su i Wings e prende il misconosciuto Seiwell alla batteria. Seiwell ce l’ha duro tutto il giorno a pensare che va a suonare con Beatle-Paul: gli si aprono orizzonti di gloria e ricchezza. Il problema è che Macca decide si suonare in piccoli posti e mensa universitarie, a budget ridicoli tipo rimborso spese. Anzi, si compiace continuamente di far parte di una piccola band emergente, di ripartire dal nulla. Quindi, dopo i concerti, va nel furgoncino infangato e scassato e divide alla pari cifre tipo 57 sterline a testa, poi saluta e se ne torna nelle sue magioni con servitù e piscine mentre il povero Seiwell suona con Paul McCartney ma non guadagna un cazzo. E naturalmente nessuno gli crede! Va al pub nella sua merdosa Carbon County inglesei e tutti lo obbligano ad offrire perchè ‘me focking mate ploys with fockin’ McCartney!! He gettin’ bloody rich, tha bastard Seiwell!!!!’.

    A me piacerebbe molto che le rockstars trasformassero in produzione artistica il loro essere ricchi e famosi, invece di andare in giro a scimmiottare il ‘working class hero’ dei loro esordi o il punkettaro suburbano e proletario. Mi piacerebbe un album di Springsteen in cui ci racconta come è stato diventare miliardari, un album di Plant in cui ci spiega cosa significa scoparsi Los Angeles nel ’75, un album di Elton John in cui ci racconta che cazzo di nevrosi boia gli è venuta tanto da spendere migliaia di dollari al giorno per comprare dei fiori. Non sto scherzando, sarebbe una dichiarazione artistica interessantissima. Il problema è che alle persone piacciono le favole (anche a me, ci mancherebbe) e invece vorremmo sapere anche cosa cazzo capita a Cenerentola soprattutto DOPO che si è fatta impalmare dal Principe Azzurro ed è diventata una lurida capitalista.

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  12. timtirelli 11/05/2013 a 20:33 #

    Una delle poche volte in cui non sono del tutto d’accordo con Picca. Non tutti cominciano a suonare per diventare ricchi e famosi. Io credo che in molti casi uno inizi a suonare e a scrivere canzoni perché non ne può fare a meno, perché è bellissimo, perché prova un gusto porco nel farlo, perché è incredibile condividere con gli altri le proprie emozioni messe in musica e perché sarebbe una gran cosa riuscire a vivere con quello. Fare i soldi e farsi le fighe a mio parere viene in un secondo momento.

    Giusto il pensiero del “problema quando uno perde il contatto con la realtà”, peccato che quasi tutti lo perdano. Chiaro, non siamo ipocriti, a tutti piacerebbe vendere un casino di dischi e sistemarsi per sempre (o meglio, per quel brevissimo lasso di tempo che dura la propria vita), sarebbe bello però riuscire a mantenere contemporaneamente un equilibrio che ti permetta di essere anche un essere umano decente.

    Concordo con Bodhram: non sono accuse ma constatazioni fatte da gente che ama moltissimo la musica rock. Lo sapete, io non amo il capitalismo, men che meno quello selvaggio, quindi non è semplice tenere a bada i propri principi idolatrando ricchissime ed annoiate rockstar, ma le contraddizioni della natura umana sono imperscrutabili.

    Per quanto riguarda la validità della proposta musicale non sono uno che –in genere – ama particolarmente i primissimi anni delle band…capisco il candore dell’ingenuità, la freschezza del germoglio che sta per sbocciare, la forza propulsiva scevra di secondi fini…quindi sì, mi sarebbe piaciuto moltissimo vedere i LZ in qualsiasi momento del primi 5 anni, ma quelli che mi fanno godere davvero sono quelli del post 1970…quelli del 1973 in particolare. Carini quelli che piacciono a Tiziano (Danish TV marzo 69) ma non fanno per me, io devo vedere sfumature di colore, devo sentire rock che non si basi solo su costruzioni strettamente legate al blues, devo sentire Robert Plant che sia capace di non strillare solo stereotipate frasette prese da vecchi blues, io devo essere travolto da un’onda rock che mi faccia vedere tutte le combinazioni di un caleidoscopio.

    Avrei poi preferito vederli non in uno stadio, non al Whiskey A Go Go ma al Forum di LOS ANGELES, al MADISON SQUARE GARDEN di NEW YORK e arene simili. Sarebbe stato importante fare parte del rito insieme ad altre 20.000 persone, sentire la vibrazione di 20.000 anime che si innalzano nel nome del rock dei LED ZEPPELIN. Quella credo fosse la loro dimensione ideale, un pubblico numerosissimo ma ancora in contatto col gruppo.

    Per quanto riguarda i GENESIS di Pigi, beh li amo molto anche io…da TRESPASS fino a AND THEN THERE WERE THREE, dopo hanno razionalmente mollato gli ormeggi verso il mercato della musica di facile ascolto, e, a parte tre o quattro canzoncine irresistibili, hanno seppellito qualsivoglia ambizione artistica. I GENESIS era un a band di fighetti, i componenti del gruppo andavano alla scuole private, avevano famiglie benestanti…non credo si siano mai fatti scrupoli come invece forse si sono fatti davvero ROGER WATERS, TOWNSEND e probabilmente anche lo stesso ROBERT PLANT. Sì, ho letto anche io che BANKS era fra quelli più convinti di darsi ai pezzi facili, ma ciò non toglie che sia stato COLLINS ad imporre le coordinate che hanno portato alla produzione di musicaccia insopportabile, e non solo con i GENESIS. Molto di quello che COLLINS toccò negli anni ottanta diventò d’oro da un punto di vista commerciale, ma di merda da un punto di vista artistico. Sarà anche per questo che una nutritissima schiera di musicofili provi per lui ripugnanza, cosa di cui il Charlie Brown del Funky Pop bianco continua a lamentarsi. Io sono tra questi e sinceramente mi sembra il minimo dopo tutta la muzak da lui prodotta che mi tocca ascoltare ogni volta che vado in un supermercato di bassa lega.

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  13. picca 11/05/2013 a 21:38 #

    On October 22, Grant and Page then registered the band’s own publishing company under the tongue-in-cheek name of Superhype Music, Inc. to ensure all songwriting royalties would accrue independently. On October 28, Led Zeppelin was signed to Atlantic Records by label Executive Vice-President Jerry Wexler in New York at the recommendation of Dusty Springfield and producer Bert Burns for a then record negotiated advance of US$200,000 – an unprecedented amount for a new group whose first album nobody had yet heard.

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  14. Francesco 12/05/2013 a 18:35 #

    Una discussione che potrebbe non finire mai, tanti sono gli spunti e le (sane) contraddizioni implicite nella questione. E’ un dato di fatto che la maggior parte dei (veri) rockettari abbiano idee di sinistra, anticapitaliste, libertarie. E’ altresì vero che il Rock parte da questi stessi presupposti: è contro ogni forma di condizionamento, contro il potere, contro ogni proibizionismo, insomma, libertà totale. E questo è quello che sentiamo nei pezzi degli artisti che più amiamo, da Dylan ai Beatles, dagli Stones a Springsteen, però poi ecco le contraddizioni: Jagger e Richards non perdevano – già, si sa come la penso, per me gli Stones attuali non sono altro che una cover band – occasione per scagliarsi contro le forze dell’ordine, la polizia, salvo poi farsi proteggere da servizi d’ordine che in confronto la Stasi della DDR era un gruppo di maestre d’asilo. E allora? E allora semplicemente freghiamoci dei singer, che tanto nella maggiore parte dei casi sono delle emerite teste di ca**o, e teniamoci le song. Come dice il protagonista di Radiofreccia, un cantante può tradirti ma una canzone non ti tradirà mai! Poi le eccezioni ci sono, perlomeno ci sono musicisti che non arrivano a tali livelli di divismo e di spocchia, perlomeno nei rapporti con il loro pubblico: Springsteen, Strummer (a proposito, un amico napoletano mi ha raccontato un episodio incredibile su Joe), Jerry Garcia, Seger e altri ancora. Dylan, che io amo come pochi, è forse il più “testina” di tutti, ma chi se ne frega, non per questo “Like a Rolling Stone” è meno bella. E vogliamo parlare di quanto era str***o Charlie Chaplin? Eppure sul fatto che fosse un genio non si discute. Caro Picca, le questioni che sollevi tu sono sacrosante, e mi permetto di suggerirti “il” pezzo che, più o meno, le riassume tutte: “A Rock’n’Roll Fantasy” dei Kinks. Appunto, Ray Davies, un altro buono, ne sa qualcosa il fratello, eppure che musica ragazzi!

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  15. Francesco 12/05/2013 a 19:07 #

    Forse sono anche andato un po’ fuori tema, il fatto è che la ricchezza e la str***aggine vanno quasi sempre a braccetto. Uno comincia a fare musica (a scrivere libri, a fare film) perchè pensa di avere qualcosa da dire. Il successo è il metro di quanto la gente recepisca ciò che uno dice: io faccio un disco, la mia musica piace, la gente compra il disco. Inevitabile che in seguito arrivino anche i soldi, e con questi il rischio di perdere quello che era l’obiettivo iniziale: dire qualcosa, sperando che ciò che si dice possa interessare più gente possibile. A saper gestire la ricchezza, saperla gestire dal punto di vista umano voglio dire, sono in pochi, e non solo nella musica. Penso anche al calcio: purtroppo gli Ibrahimovic sono di gran lunga superiori agli Zanetti, ma questa è la solita “altra storia”.

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  16. picca 12/05/2013 a 20:33 #

    Ci sono artisti che lavorano solo per i soldi. Altri tirano fuori il meglio e poi vogliono guadagnare il massimo dal loro meglio. Tutto qui. Michelangelo Buonarroti era ricchissimo. Probabilmente all’epoca c’era qualcuno che diceva ‘quella merda di Michelangelo…è pieno di soldi per quelle sue statue del cazzo…fa delle statue commerciali,..hai visto La Pietà?… non è sincero…pensa solo a guadagnare…

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  17. timtirelli 13/05/2013 a 12:20 #

    Picca, amico mio, mi sembra che tu voglia fare il cinico più di quanto in realtà sei.

    Sappiamo tutti della faccenda del contratto dei LZ che riporti, quello che scrivi riguardo gli artisti è vero, nessuno dice di no, però la scintilla che scoppia dentro di te che ti fa prendere in mano uno strumento, martello e scalpello, una cinepresa, una penna e così via nella stragrande maggioranza dei casi è dovuto ad un bisogno della tua anima, ad un istinto dovuto dal tuo dna che, almeno a quel punto, è scevro da calcoli economici. Jimmy Page ha preso in mano la chitarra quando ha sentito un pezzo di Elvis, Clapton quando ha sentito Robert Johnson e l’impeto iniziale era dovuto unicamente alle doti attitudinali che magicamente in quell’istante si sono palesate.

    Certo, tredici anni dopo quel momento Jimmy Page può aver detto con Grant “Peter, adesso facciamo sul serio, cerchiamo di avere il totale controllo e la totale libertà sulle cose che faremo, facciamo che la musica esca senza condizionamenti e cerchiamo di fare un sacco di soldi”…però non si può ridurre il tutto ad una mera spinta economica. Anche perché fosse così, i milioni di musicisti e autori che non ce l’hanno fatta avrebbero smesso una volta capito che non sarebbero arrivati da nessuna parte, e invece sono -e siamo – tutti lì a suonare ancora con i loro/nostri gruppetti…tra mille blues, d’accordo, ma il piacere di avere tra le mani una Les Paul e il condividere le tue emozioni elettriche con i tuoi amici rimane il motivo principale…perché l’arte – in ogni sua forma e livello – è l’unico stratagemma che noi esseri umani abbiamo per tenerci occupati e cercare di dare un senso al mistero della vita. mistero che non capiremo mai.

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  18. mikebravo 13/05/2013 a 13:34 #

    Condivido al 100% quello che scrive Tim su Jimmy.
    Nel 1968 conosce bene l’ambiente della musica rock e la totale mancanza di
    scrupoli dei discografici e dei menager del tempo.
    Jimmy ha timbrato il cartellino come turnista, ha firmato assoli stupendi per
    altri, senza alcun riconoscimento riguardo i diritti.
    Ha girato il mondo con gli Yardbirds.
    Menager come Simon Napier-Bell non fruttarono denaro al gruppo, mentre
    Peter Grant fece capire loro che in America c’era una miniera d’oro che li
    aspettava.
    E non si fecero scappare l’occasione ( the New Yardbirds).

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  19. picca 13/05/2013 a 14:35 #

    Nicky Hopkins’ first proper session was with Jimmy Page producing and Glyn Johns engineering…
    The various blues jams recorded that day were sold to Immediate Records and have been since then issued half a dozen times or more, under a variety of headings but always with Jimmy Page’s name entered as author of the songs, even on Nicky Hopkins feature number ‘Piano Boogie’, an action that Hopkins later described as ‘a bit rank’.

    pag. 53
    and on piano…Nicky Hopkins

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    • timtirelli 13/05/2013 a 14:52 #

      Va beh, Picca, a questo punto inutile discutere.
      Ognuno resti con le opinioni che si è fatto in merito, come è giusto che sia.

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  20. lucatod 13/05/2013 a 15:47 #

    Al di là delle motivazioni che possano spingere un artista a creare qualcosa , è chiaro che se il risultato è un bel disco , un bel film e via dicendo , il talento c’è , quindi non ci vedo niente di sbagliato in entrambi i casi (creatività/soldi) . Secondo me il problema (se così lo vogliamo chiamare) arriva quando tale artista , non avendo più nulla da dire , non fa altro che ripetersi , e tramite la propria major , rieditare, rimasterizzare , rivisitare , rivitalizzare e così via.. il vecchio catalogo , trasformando il proprio nome in un MARCHIO .
    Come ho scritto precedentemente , non è che la cosa mi tocchi particolarmente perché acquisto sempre una buona deluxe edition , ma sta diventando sempre più evidente che le novità e la creatività , sono una cosa davvero lontana .
    DARK SIDE OF THE MOON e RUMOURS , sono due ottimi esempi di opere che hanno venduto all’inverosimile creando attorno alle loro band un vero e proprio impero .. però dietro a questi progetti c’era una grande creatività musicale , non si può dire lo stesso delle loro ennesime riedizioni che se pur belle ed interessanti , non aggiungono nulla a quei bellissimi capolavori .

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  21. picca 13/05/2013 a 17:21 #

    A me piace l’idea che i miei artisti preferiti siano ricchi. Meglio loro di Briatore. E poi comunque non posso comprare 32 volte Desperado o Meddle e poi sperare che gli Eagles e i Pink Floyd rimangano ‘medio borghesi’.
    Il disappunto etico davanti alla ricchezza è una roba troppo cattocomunista per i miei gusti. Gli anglosassoni ce l’hanno molto meno, infatti nella storia non v’è traccia di auto-riduttori lanciatori di molotov davanti al Rainbow o al Madison Square Garden.
    Duane Allman aveva 8’000 dollari e una Harley e varie Gibson ma se invece di andare in moto avesse preso l’autobus nel giro di due annetti sarebbe stato il Chairman Of The Board della Allman Brothers & Relatives Unlimited Corporation Trangugia & Divora.

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  22. picca 13/05/2013 a 17:54 #

    800 dollari, pardòn (sono in sclero, si vede?)

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