Due anni fa parlando del penultimo album dei GVF iniziai con queste parole:
Qui sul blog parliamo dei GVF dal 2017, quattro anni fa ci colpì l’aria sbarazzina con cui quattro monelli del Michigan portavano in giro il loro amore per i Led Zeppelin, ma già l’anno successivo iniziammo a ricrederci. Quest’anno mi sa che il giudizio continui a non essere proprio positivo. Non è per supponenza, invidia o chissà che, ma solo constatazioni circa lo stato della musica Rock al giorno d’oggi e la non riuscita maturazione del gruppo.
Le mie impressioni non sono cambiate, anche quest’ultimo lavoro uscito a luglio mi lascia perplesso; sarà che sono un grandissimo fan dei Led Zeppelin e, se da una parte capisco (benissimo!) le influenze giovanili, dall’altro non mi capacito della rinuncia a scrivere qualcosa che non provenga in parte dal gruppo di riferimento, i LZ appunto. E dire che i GVF sono arrivati ormai al 5° album (se consideriamo anche i primi due extended play), esistono da 11 anni, sono giovanissimi certo ma nemmeno più tanto (vanno dai 24 ai 27 anni) e comunque a furia di stare on the road e in studio si matura in fretta.
A mio modo di vedere il loro Rock non cresce, anzi tende a deperire all’ombra di un gigante da cui non vogliono allontanarsi. Forse sono io, ma rimango sempre sorpreso quando amici e conoscenti ne tessono lodi più o meno sperticate. Di recente ho letto un commento su FB di un mio amico – noto giornalista musicale – che definisce la band uno dei nomi più grandi del classic rock odierno, l’album grandioso e i costumi indossati dalla band bellissimi. Gulp … rimango di sasso. Capito in un locale della zona a buona gradazione Rock, posto dove ero solito suonare col mio gruppo, e il titolare mostra un entusiasmo senza confini quando salta fuori il nome dei Greta Van Fleet, sgorgo reazioni simili quando mi reco in una realtà di Correggio che commercia in prodotti per la agricoltura e il giardinaggio e parlo col titolare rockettaro.
Poi certo, ne discuto con i miei amici più stretti e i giudizi sono in linea con il mio, ma resta il fatto che attorno ai GVF vi è un clamore che mi lascia stupito visto il peso specifico della proposta. Al di là dei nuovi costumi pacchiani e il non riuscire a trovare una strada in qualche modo meno legata al dirigibile di piombo, uno dei motivi che me li rende a tratti insopportabili è la voce del cantante: è una continua iperbole di toni alti e di sovraesposizione, un po’ come se Robert Plant avesse sempre cantato col registro e l’intenzione del primo album del 1969; così rischiano di non essere più nemmeno una copia dei Led Zeppelin bensì dei Kingdome Come (intendo il gruppo americano/tedesco che con l’album di debutto del 1988 fece un gran botto ispirandosi pesantemente ai Led Zeppelin). Quel modo di cantare riporta anche a Geddy Lee.
Starcatcher si apre con Fate of the Faithful e sin dal primi accordi di piano e i relativi ricami non si può che pensare a No Quarter dei LZ. In alcuni momenti si rasenta il plagio. Al grande classico del gruppo di Page si aggiungono chiare influenze di Like I’ve Never Been Gone, dal primo album solista di Plant. I momenti precedenti all’avvento della chitarra solista e l’assolo stesso, sono imbarazzanti … provengono dritto dritto dalle versioni live di No Quarter. Il batterista usa gli stessi disegni di Bonham. Voce insopportabile.
In Waited All Your Life i movimenti della chitarra relativi alla strofa ricordano All My Love e soprattutto You’re Time Is Gonna Come (Led Zeppelin); dopo un minuto vanno a dissolversi in un uso degli accordi simile a quello di Hey Hey What Can I Do (Led Zeppelin). La voce è di nuovo indisponente. Pezzo di certo non memorabile.
The Falling Sky è un rock anonimo, giunto a metà ti sorprendi che non ci siano riferimenti diretti, nemmeno il tempo di formulare il pensiero che entra in scena un’armonica effettata presa pari pari da When The Levee Breaks (Led Zeppelin). I GVF sono senza speranza. Cantato noioso.
Sacred the Thread comincia con il tempo di batteria di When The Levee Breaks (Led Zeppelin). Questo gruppo è troppo ossessionato dalla creatura di Page.
Runway Blues …un minuto e 17 secondi inutili e incomprensibili.
The Indigo Streak porta a galla qualche coro alla Yes, il carattere progressive è evidente. In alcuni passaggi non è nemmeno male. Certo, il cantato non lo reggo, ma …
Il riff di Frozen Light ricalca quello della strofa di In The Light (Led Zeppelin), quando entra la voce il riferimento è ancora più evidente, stesso andamento e arrangiamento. Le aperture vagamente psichedeliche sono gradevoli ma quando si ritorna all’hard rock il cantante non si sopporta. Buono l’assolo di chitarra.
Una chitarra acustica di maniera apre The Archer, tuttavia la furia elettrica arriva poco dopo. Ogni tanto si insinua un giro acustico molto bello, mi sembra la cosa migliore del brano.
Meeting the Master è il primo singolo tratto dall’album ed è costruito intorno ad una chitarra acustica suonata con lo stile di Jimmy Page. Se proprio si vuole approfondire non è complicato rintracciare reminiscenze di Thank e Over The Hills And Far Away (Led Zeppelin), ma resta il fatto che il tutto risulta di buona fattura. Vi sono di nuovo aperture psichedeliche gustose. Il video con loro 4 in costume sfiora il ridicolo.
Si continua sulla stessa gamma espressiva anche con Farewell for Now, il che contribuisce a bilanciare gli aspetti elettrici ed acustici dell’intero disco. Vorrei evitare di ripetere che sotto ci sento sempre qualcosa di zeppeliniano ma non riesco. L’intenzione dell’assolo di chitarra ricalca quella usata da Page in Bye Bye Black Bird sul primo album di Joe Cocker. Il finale del brano è un omaggio (chiamiamolo così) a The Rain Song (Led Zeppelin).
Starcatcher è arrivato al N.8 in UK e in USA, n.18 in Italia. Con questo album i GVF provano la carta del progressive e del rock psichedelico, oltre al solito hard rock bona fide. Led Zeppelin, un po’ di Rush e una spruzzata di psichedelia.
Io penso che buona parte del successo del gruppo sia dovuto alla riproposizione di temi musicali famigliari a buona parte del pubblico che ancora brama il rock classico degli anni settanta. Sia chiaro, buon per loro e se il pubblico li segue e li ama che vadano in pace. Io non riesco ad apprezzarli.
La vedo brillare lassù, Sirio è sempre uno spettacolo. In latino Sirius, in greco Séirios … “splendente”. La costellazione è quella del cane maggiore, da cui deriva il termine latino canicula (“piccolo cane”). Sirio si leva e tramonta con il sole da fine luglio a fine agosto, periodo associato alla canicola appunto. Per gli egizi la stella avvertiva (come un cane sempre sull’attenti) il periodo delle inondazioni del Nilo, per i Greci lo scintillio così potente poteva danneggiare i raccolti, alimentare la siccità e portare epidemie e rabbia. I Romani invece, per evitare gli effetti che pensavano nefasti della stella, sacrificavano un cane e una pecora. Il periodo in cui si tenevano queste cerimonie era detto “i giorni del cane”, dunque la parola canicula fu presto associata al caldo afoso.
Sirio in realtà è una meraviglia capace di regalarci suggestioni cosmiche. La osservo in queste ultime settimane di agosto dove qui in pianura il caldo ritorna prepotente, umido, totalizzante.
Ieri, sabato, è comparsa persino una nebbia mattutina imprevista. Procedere con la propria vita avvolti in questo caldo soffocante non è immediato, se ci si avventura all’aperto si seguono le linee d’ombra obbligate e non ci si augura null’altro che tornare a subire la condanna dell’aria condizionata.
Sono gli ultimi giorni di città semideserte, prendere il treno al mattino per recarsi al lavoro è piacevole, intere carrozze a tua disposizione senza il cicaleccio irritante di umani senza riguardi.
carrozze vuote – regionale Piacenza-Bologna fine agosto 2023- foto TT
Mi scappa l’occhio su di una storia di un mio contatto stretto instagram, la foto ritrae la donna in questione di schiena, mentre contempla il mare accanto ad una amica, la musica a corredo del post è Going To California dei Led Zeppelin. Quei 30 secondi musicali mi riempiono l’anima, quasi come fosse il mio primo approccio ad una gemma del genere. Felice nel constatare che la mia super amica si dia per una volta tanto a musica così splendente e si prenda una pausa da quella da depressi che ascolta regolarmente, vengo nuovamente rapito dalla bellezza della musica che da sempre amo infinitamente.
Il parallelo con Sirio è immediato: i LZ come mia stella guida, splendenti, brillanti, financo accecanti. Musica totalizzante, espressiva, articolata, perfettamente bilanciata tra testa e pancia. Ritornato alla house of blues corro nello studio, sfilo Physical Graffiti (le Terme di Caracalla del gruppo di Page) dallo scaffale e lascio partire il lato 3, per quanto mi riguarda il lato (di long playing) più riuscito della storia del Rock.
L’esoterica dicotomia di In The Light (Jones/Page/Plant – January–February 1974, Headley Grange), con l’alternarsi di luci e ombre, il senso del mistero e dell’ignoto alternato al pensiero solare e positivo del ritornello…
Bron-Yr-Aur(Page –July 1970, Island Studios, London – Led Zeppelin III outtake) col suo immacolato arpeggio sulla chitarra acustica in accordatura aperta …
la spensierata e al contempo riflessiva Down by the Seaside (Page/Plant – February 1971, Island Studios, London – Led Zeppelin IV outtake), un quadretto dipinto con colori tenui ma ad alta intensità …
e infine la mirabolante Ten Years Gone(Page-Plant – January–February 1974, Headley Grange), mia canzone preferita in assoluto, un tessuto emotivo damascato, la forma Rock che si dilata grazie a capacità descrittive inusuali, songwriting siderale e la certezza che “sebbene il loro corso a volte possa cambiare i fiumi sempre raggiungono il mare” che nel mio vocabolario significa che se anche i sentieri intrapresi non siano esattamente quelli chi ti aspettavi, tu comunque porterai a compimento la tua vita.
Dopo tanta bellezza l’anima torna a riallinearsi, tutto sembra affrontabile e relativo e persino la spesa alla coop del sabato mattina appare sotto un’altra luce. Al Caffè Delle Antille, davanti alla torta di riso e al cappuccino, ripenso all’assolo di chitarra di Ten Years Gone del Dark Lord e con la donna che ho davanti affronto tematiche profonde, dove persino la “teoria del caos” appare tollerabile. Nel mezzo del mio solito comizio dove divento tutt’uno con i concetti che sto esponendo arriva un ex collega ormai in pensione della Yamaha Girl. Si abbracciano con grande affetto dopo di che si rivolge a me con un “E il Jimmy Page qui come sta?”. Nei meandri oscuri della memoria ripesco la sua presenza ad un nostro concerto alla Perla Verde di Savignano Sul Panaro (dal nome latino di persona Sabinius con l’aggiunta del suffisso di appartenenza -anus. La specifica si riferisce al fiume che scorre nei pressi.) e il suo grande apprezzamento alla nostra versione di Fool In The Rain.
Li guardo parlare fitto della loro azienda di appartenenza, di moto e dello stato attuale della loro vita. Repentino cambio di scenario: davanti al bancone gastronomia, mentre aspetto il mio turno contemplo l’interazione tra la commessa e un cliente che evidentemente conosce. Dentro alla sua polo a maniche lunghe e rossa della Coop la signora usa un tono confidenziale ma asciutto, usa un italiano quasi corretto ma l’accento spartano e un uso curioso delle preposizioni la collocano nei territori dell’est Europa. “Luciano” – uomo tra i sessanta e i settanta – invece sfodera il suo accento reggiano con un approccio bonario sebbene a tratti troppo enfatico. Sembrano amiconi, in realtà sono una commessa e un cliente che a furia di vedersi tutti i sabati hanno instaurato una sorta di rapporto, magari rafforzato da qualche casuale conoscenza comune. La signora pare al contempo contenta e delle proprie origini e della reggianità acquisita. Visto il bel mood in cui sono interpreto questa interazione come un filo di speranza per il futuro di una umanità in regredire.
Termino la spesa, torno alla Domus, sistemo il mio studiolo, penso al da farsi, a stasera e al fatto che che con Mario e la Patty andremo alla Festa dell’Unità di Reggio, ai prossimi giorni in cui dovrò tornare al lavoro e all’estate che con ogni probabilità avrà una brusca frenata.
Ma Sirio continua a brillare su di me, mi indica la via, corrobora l’umore e costato dopotutto che, come cantava Paul Rodgers, I’ve always been a believer in the good things of life.
E la mente torna alla side three di Physical Graffiti …
Then, as it was, then again it will be And though the course may change sometimes Rivers always reach the sea Flying skies of fortune, each a separate way On the wings of maybe, downing birds of prey Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to go But as the eagle leaves the nest, got so far to go Changes fill my time, baby, that’s alright with me In the midst I think of you, and how it used to be
Did you ever really need somebody And really need ‘em bad? Did you ever really want somebody The best love you ever had? Do you ever remember me, baby? Did it feel so good? Cause it was just the first time And you knew you would
Through the eyes and I sparkle, senses growing keen Taste your love along the way, see your feathers preen Kind of makes me feel sometimes, didn’t have to grow We are eagles of one nest, the nest is in our soul
Vixen in my dreams, with great surprise to me Never thought I’d see your face the way it used to be Oh darling, oh darling Oh, oh darling, oh yeah, oh darling
I’m never going to leave you I’m never going to leave Holding on, ten years gone Ten years gone, holding on, ten years gone I’m never, I’m never Ooh, yeah
Arrivo a questa biografia con molto ritardo, ci è voluto il mio amico Liso per convincermi (“Tim, io l’ho letta due volte sia in inglese che in italiano, credimi, merita.”).
Le autobiografie delle vecchie rockstar spesso non sono il massimo ed è per questo che mi peritavo a comprare questa di Clapton, fortunatamente ho dato ascolto al mio amico perché mi è piaciuta davvero tanto.
Un Clapton, sincero, umano, coraggioso nel mettersi a nudo, nel parlare dell’uso di droghe e dell’incredibile quantità di alcol ingurgitata nel corso di vari decenni. Un Clapton autocritico a proposito del suo sciovinismo e maschilismo, capace di affrontare delicati temi personali.
Come capita spesso in questi casi, nessuna info tecnica o pietre miliari che ci diano il senso del percorso e della distanza. Parecchi album sono in pratica saltati a piè pari…mi sembra incredibile che non sia citato Wheels Of Fire (1968) dei Cream, uno dei dischi fondanti della musica Rock. Troppo facile da parte sua poi giustificare e dunque sorvolare certe uscite assai discutibili (eufemismo) del 1976 a proposito dei neri che abitavano l’Inghilterra e il suo appoggio al politico inglese Enoch Powell. Per quanto mi riguarda poi trovo ingiustificabile il rivendicare il suo diritto alla caccia (e alla pesca)…l’ho già scritto qui sopra, uccidere mammiferi e animali in genere solo per il proprio divertimento mi pare una faccenda vergognosa.
Detto questo rimane una biografia rivelatrice, Clapton in qualche modo si mette a fissare l’abisso che ha dentro di sé con caparbietà e solerzia.
Le pagine dedicate agli ultimi tre/quattro lustri della sua vita sono piuttosto stucchevoli ma in in parte comprensibili, dopo una intera vita allo sbando l’essere diventato sobrio, avere messo in piedi una famigliola stabile e classica deve essere stato un momento importante per lui.
Copertina semplicissima e inserti fotografici godibili.
Biografia da leggere.
Dalla quarta di copertina
“Una delle migliori autobiografie rock di sempre” – Houston Chronicle In questa autobiografia onesta e commovente, Eric Clapton racconta con impressionante candore l’avvincente storia della sua vita. Eric Clapton è universalmente riconosciuto come il chitarrista più talentuoso e influente nella storia del rock. Vincitore di ben diciassette Grammy, è l’unico artista ad essere stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame per tre volte (sia come membro degli Yardbirds e dei Cream che come artista solista). Ma più che una rockstar, Eric Clapton è un’icona, l’incarnazione vivente della storia della musica rock. Ben noto per la sua riservatezza in una professione contraddistinta da apparenza ed eccentricità, Eric Clapton ci racconta, per la prima volta, le sue straordinarie avventure, sia professionali che personali. Eric Clapton è la storia travolgente di un sopravvissuto, di un uomo che ha raggiunto l’apice del successo nonostante i suoi particolari demoni ed è, per questo, una delle biografie più avvincenti del nostro tempo. “Proprio come i bluesmen che lo hanno ispirato, Clapton porta in sé il suo bel carico di cicatrici… la sua autobiografia è un’opera carica di sentimento” –People “Un racconto avvincente di arte, decadenza e redenzione” – Los Angeles Times
Ecco, in un lento pomeriggio di metà agosto mi capita di ascoltare Brownsville Girl di Bob Dylan, ne rileggo il testo e finisco per chiedermi se c’è qualcosa in questa mia vita che non sia tutto relativo. Nella canzone vi sono 17 strofe che mi strapazzano il cuore, tipo questa
Well, we drove that car all night into San Anton’ And we slept near the Alamo, your skin was so tender and soft Way down in Mexico you went out to find a doctor and you never came back
I would have gone on after you but I didn’t feel like letting my head get blown off
o questa
Well, we’re drivin’ this car and the sun is comin’ up over the Rockies Now I know she ain’t you but she’s here and she’s got that dark rhythm in her soul But I’m too over the edge and I ain’t in the mood anymore to remember the times When I was your only man And she don’t want to remind me she knows this car would go out of control
Dylan canta di un viaggio di un uomo sballottato tra amore, perdita e redenzione. Relazioni passate, lunghi viaggi, il deserto statunitense, San Antonio, Amarillo e Brownsville … la vita che a volte in maniera repentina può prendere pieghe imprevedibili, i legami umani, l’amore … l’amore! Alla fin fine qualunque sia stata la vita che ci si è giocati, ognuno di noi non dovrebbe essere troppo esigente con sé (l’accento è voluto) stesso, se si sono vissute storie d’amore profonde non tutto è da buttare.
Dopo canzoni del genere mi sovviene di pensare che non posso proprio più accontentarmi, non posso ascoltare musica che sia al di sotto del livello di Brownsville Girl o per dire di Physical Grattifi dei LZ, dei Free, dei Little Feat, di Rachmaninov, non posso più leggere libri che non siano scritti da Hemingway, Jack London, Italo Svevo, Tolstoj e compagnia … ma come si fa, in un mondo che invece tende al ribasso?
Pur rimanendo un tipetto umbratile, ricco d’ombra e di blues dunque, con queste sollecitazione mi si aprono squarci di luce fortissima e con essa la voglia di sensazioni intellettuali forti, di emozioni che sappiano scuotermi tutto, di sbuffi di passione che sembrino lo smokestack lightning dei vecchi treni a vapore.
Vien voglia di accostare l’orecchio alle mutandine della far away eyes girl e sentire il mare, il respiro maestoso dell’universo, l’impeto dei vulcani che arrivano dal centro della terra e che ribollono di lava incandescente.
Ci mancavano solo questi fiotti di passione fisica e intellettuale in questo quieto post ferragosto, sono così suggestionato che qui dalla finestra dello studiolo della house of blues mi pare di sentire i gabbiani, eppure da qui al mare ci sono sono perlomeno 170 km. Cerco di sintonizzare meglio l’orecchio, adesso quello che sento sono solo le cicale e il sussurrare inquieto dei campi non coltivati a dovere
House Of Blues – campi – agosto 2023 – Foto TT
sotto l’occhio attento di fenicotteri blu. Just another summer at the Domus Saurea.
Fenicottero blu(es) – House of Blues agosto 2023 – foto TT
SERIE TV
_Hit And Run – TTT¾
Un uomo alla ricerca della verità riguardante la morte della moglie si ritrova intrappolato in una pericolosa rete di segreti e intrighi che si estende da New York a Tel Aviv.
Lior Raz è un attore che mi piace molto e anche questa volta interpreta da par suo il personaggio che meglio gli viene.
_The Sinner – TTTT (2018-2022)
4 stagioni da 8 episodi ciascuna, 4 gialli di classe formulati magnificamente.
Bill Pullman interpreta il Detective Harry Ambrose, un arguto uomo di blues che non può che affascinare chi gironzola intorno a questo blog. Ho guardato fino ad ora le prime due stagioni e le ho trovate davvero ottime.
FILM:
_Morto per un Dollaro (2022 – USA) – TTT¾
Western di Walter Hill (al quale qui siamo tutti legatissimi) girato nel Nuovo Messico:
Chihuahua, 1897. Il cacciatore di taglie Max Borlund viene ingaggiato per trovare Rachel Price, la mogliedell’imprenditore Nathan Price. Tutti credono che la donna sia stata rapita da Elijah Jones, un disertore afroamericano, e che sia tenuta in ostaggio in Messico. Tuttavia, le ricerche di Max lo portano a scoprire che Rachel è fuggita volontariamente dal marito violento per stare con Elijah, di cui è innamorata. Sulle tracce di Max, intanto, si è messo Joe Cribbens, un fuorilegge che il cacciatore di taglie aveva consegnato alla giustizia anni prima.
Tra gli attori Christoph Waltz (Max Borlund) Willem Dafoe (Joe Cribbens).
_Empire Of Light (2022 UK-USA) – TTTT
Storia obliqua di vita comune ambientata nel 1980 in un paese della costa sud inglese, gran bel film.
Olivia Colman (Hilary) bravissima.
LIBRI
_Julia Alvarez “Il tempo delle farfalle” (1994 – Giunti 2019) – TTT
La storia romanzata delle sorelle Mirabal, le farfalle della resistenza clandestina, figure chiave della liberazione dominicana dalla feroce dittatura del generale Tujillo. Il tema mi è caro, ma il libro non mi ha preso come pensavo. Credo sia stata la mano femminile del romanzo ad avermi trattenuto, il che mi sorprende visto che ho sempre letto con trasporto le opere di Isabel Allende ad esempio …chissà perché questa volta non mi è scattato il fervore.
PLAYLIST
CODA
Sabato scorso, da Happy Casa a Nonatown, obbiettivo: comprare un materassino di scorta per la piscina a basso costo; giro per le corsie e nel reparto dedicato all’estate mi cade l’occhio su un rimorchiatore giocattolo. Ora, da sempre ho una nostalgia canaglia per il rimorchiatore che avevo da bambino, non ho foto a colori che possano testimoniarlo ma giurerei fosse blu, rosso e giallo. Lo vedo lì sullo scaffale e decido di comprarlo. In diverse occasione negli anni passati mi soffermavo a osservare i rimorchiatori che trovavo nei negozi bazar delle località marine ma ebbi sempre il buon senso di evitare l’acquisto. Stavolta semplicemente non riesco. Arrivo alla Domus e fiero lo metto in acqua … guardarlo mi fa sentire (per un momento) sereno.
Ah, questo ricercare la sensazione di felicità del passato, gli happy days che ognuno di noi si porta dentro …è tutta una illusione, come quando ricompravo le nuove edizioni di dischi che nella giovinezza avevo amato moltissimo o di fumetti per cui il Tim adolescente stravedeva (Ken Parker, Mr No, Zagor, Il Comandante Mark, L’Eterenauta, Dago … ).
Eccolo qui il mio nuovo rimorchiatore …
Rimorchiatore – Domus Saurea agosto 2023 – Foto TT
se chiudo gli occhi mi sembra di ritornare al Lido Di Pomposa decenni fa
Tim e il rimorchiatore – Lido di Pomposa – anno imprecisato – Foto Mara Imovilli (sono il terzo da sinistra, mia sorella Lalli quarta da sinistra).
Lascio il rimorchiatore galleggiare nell’acqua azzurra, mi apro una Corona ghiacciata, tiro fuori i cofanetti dei Little Feat e mi metto ad inseguire la slide di Lupetto Giorgio.
Nonantola Slim – House Of Blues, Agosto 2023 – autoscatto
E’ il tardo pomeriggio del 16 luglio 1984, insieme ad alcuni amici mi avvicino a Piazza Duomo, stasera qui al Blues Festival di Pistoia suonerà un ensemble di storici musicisti inglesi, sarà poco più di una jam session dedicata al ricordo di Alexis Korner, una delle figure di riferimento del British Blues anni sessanta del secolo scorso; tra i nomi, giganteggia (come scrisse il Resto Del Carlino) quello di Jimmy Page. Sto dunque per vedere il mio musicista preferito, quello a cui, di lì a qualche mese, avrei dedicato una fanzine che sarebbe andata avanti sino al 2003 e di lì a qualche anno una biografia edita da Gammalibri/Kaos edizioni. Ai cancelli mi aspetta una mia amica, esteticamente versione femminile di Robert Plant. anche lei amante dell’ex chitarrista dei Led Zeppelin. Si entra, ci affrettiamo, corriamo verso il palco, mi ritrovo in prima fila e mi accorgo che i musicisti hanno appena finito il soundcheck, qualcuno si è attardato sul palco, uno è appunto Jimmy Page, ed è così che vedo per la prima volta quella che al tempo era la mia rockstar preferita in assoluto.
Jimmy Page Pistoia 1984 – photo Luciano Viti
Jimmy Page – Pistoia 1984 – photo Luciano Viti
Cala la sera, inizia il concerto, Page torna on stage prima che tocchi a lui, mentre suonano altri musicisti si siede nel zona esterna, alla mia sinistra, del palco; è insieme ad una ragazza, non so perché penso che lei abbia 29 anni, sembra una tipa risoluta e in completo dominio della situazione ma in realtà è molto più giovane di quel che sembra. Sono a pochi metri da loro, guardo questo quarantenne fighissimo che a fatica sta cercando di tornare in pista dopo la tragica fine dei Led Zeppelin. Io non mi aspetto nulla dal concerto, so in che condizioni è Page, ma molti intorno a me rimangono delusi dalla sua performance.
Jimmy Page – Pistoia 1984 – foto Luciano Viti
Vi sono già indiscrezioni sul nuovo progetto che ha in mente, non vi sono ancora internet e la telefonia mobile, ma qualcosa sui giornali esteri trapela. Ciao 2011, il settimanale di riferimento della mia generazione, poco dopo Pistoia parlerà di un gruppo con Cozy Powell e Paul Rodgers. Sono nomi facili da citare, Powell in qualche modo ha un drumming riconducibile a quello di Bonham e Paul Rodgers, oltre ad essere stato l’indimenticabile cantante di Free e Bad Company (questi ultimi incidevano per la casa discografica dei LZ, la Swan Song), ha accompagnato Page nei concerti americani dell’ARMS Tour giusto lo scorso dicembre. Insieme stanno segretamente lavorando al loro progetto già da mesi, l’anno precedente i capi dell’etichetta Atlantic chiesero a Rodgers di aiutare Page a rialzarsi, l’unione tra i due sembrava inevitabile. Dapprima Page prova il batterista dei Damned Rat Scabies (visto che piaceva molto allo scomparso John Bonham), poi lui e Rodgers chiedono a Bill Brudford e Pino Palladino di unirsi alla loro nuova band. Palladino rifiuta per i troppi impegni che già ha, Bruford – un cagacaxxo fissato coi tempi dispari – probabilmente capisce che non sarebbe stata musica per lui. Vengono così assunti Tony Franklin, bassista di Roy Harper con cui Page aveva già suonato e Chris Slade, veterano del Rock britannico.
Prima che l’album esca, i Firm fanno una mini tournée europea, gli ultimi due concerti si svolgono al bellissimo Hammersmith Odeon l’8 e il 9 dicembre 1984, il secondo verrà filmato e verrà trasmesso più volte Italia nel 1985 dalla appena nata Video Music.
LucaTod, colonna di questo blog, tempo fa scrisse in un commento:
“Di questa registrazione ho la versione cdr con la cover rossa (2016) ma tendo a preferire soundboard come L.A, Oakland e Wembley arena. Ovviamente lo spettacolo filmato all’Hammersmith Odeon è il loro The Song Remains The Same. Assolo finale su Live Peace epico. In un epoca dove Van Halen e Police si contendevano il pubblico rock e pop, i Firm sono stati un progetto in bilico tra coraggio e sciatteria, volendo avrebbero potuto essere un affare più grande. Probabilmente mi piacciono proprio per questo. LED ZEPPELIN modalità DDR. Più interessanti di qualsiasi altra cosa abbia prodotto Robert Plant.”
Ecco, i Led Zeppelin in modalità DDR, la frase di LucaTod descrive benissimo il progetto THE FIRM. Progetto destinato ad essere apprezzato solo dai fan (dei LZ) che al contempo siano donne e uomini di blues. Recentemente il giornalista musicale (e amico) Gianni Della Cioppa sui social ha parlato dell’album che Page fece con David Coverdale nel 1993, il luminare del metal ne ha tessuto lodi, aggiungendo giudizi assai meno lusinghieri per il progetto FIRM. Capisco ovviamente il suo punto di vista, da una accoppiata come Rodgers e Page il grande pubblico si aspettava ben altro, ma d’altra parte eravamo nel bel mezzo degli anni ottanta, molti dei grandi nomi del Rock anni settanta in quel periodo facevano dischi tutt’altro che memorabili, a volte pessimi. Qualche esempio? I Rolling di Dirty Work (1986) … Stephen Stills con Right By You (1984), i Genesis, gli Yes, i Black Sabbath, i Deep Purple, Paul McCartney, e tanti, tanti altri.
La fanzine Oh Jimmy coincise più o meno con l’uscita del primo album. Ricordo la curiosità, l’eccitazione (pur essendo ben conscio che gli anni settanta erano finiti, che il “mio” Rock non sarebbe più stato lo stesso) e la fustinella* che avevo per le nuove uscite come questa dei miei artisti preferiti.
THE FIRM – “The Firm” (Atlantic 1985) – TTT½
Febbraio 1985, venerdì sera. Sono in giro per Modena con la mia ragazza di allora. Dopo il cinema e una pizza torniamo verso casa sua, sita nel centro storico della città. Attraversiamo Piazza Grande (the heart of the city), prima di incamminarci per Via Dei Servi mi fermo davanti al negozio di dischi di cui sono un avido cliente: in vetrina troneggia la copertina dell’album dei Firm. Sbam! Sono gli anni più caldi della mia inesauribile passione Rock e a fatica mi trattengo dal rompere la vetrina e rubare il disco in questione. L’indomani, sabato, finalmente acquisto l’ellepì che penso sia il definitivo ritorno al Rock di Jimmy Page. Non che mi aspettassi Physical Graffiti, erano gli anni ottanta, ma quanta trepidazione per il primo album dei Firm.
Closer (Page – Rodgers) parte con decisione, buon riff con cui Page gioca sul tempo e sul cambio degli accenti. Occorre abituarsi al basso fretless, non certo lo strumento più azzeccato per fare del Rock di un certo tipo. Produzione compressa, suoni che cercano di essere in qualche modo al passo con i tempi pur restando ai margini del trend di quegli anni. Bella prova di Rodgers, testo piuttosto semplice. L’utilizzo dei fiati pare forzato ma è il suono del basso la cosa più fastidiosa. L’assolo di chitarra è suonato utilizzando la Telecaster con lo Stringbender, la chitarra di riferimento di Page negli anni ottanta.
Make Or Break (Rodgers) è il classico brano che Paul Rodgers scrive quando non è esattamente ispirato. Esposizione quadrata, senza nessun sussulto. Testo banalissimo. L’assolo di chitarra ha parti piuttosto scontate (anche qui Page inserisce la stessa frase usata tante volte in passato), ma a tratti la zampata del fuori classe echeggia qui e là (ad es. al minuto 2:35 quando Rodgers torna a cantare).
Someone To Love (Page – Rodgers) è uno due pezzi dell’album che non mi hanno mai entusiasmato (l’altro è – lo avrete capito – Make Or Break). Scrittura ancora mediocre, poco swing, gli unici brividi arrivano quando Page cerca di rendere tutto meno rigido, meno Rockpalast. Il basso è insopportabile. L’assolo di chitarra comunque dice qualcosa.
Together (Page – Rodgers) pur essendo solo una canzoncina tocca le corde giuste. L’acustica di Page, la melodia di Rodgers, l’atmosfera bucolica … al di là del testo scritto da un bambino dell’asilo, il pezzo funziona, è gradevole e i ricami di Jimmy sulla elettrica sono efficaci. Nell’assolo il Dark Lord ci dà di Stringbender.
Radioactive (Rodgers) fu il primo singolo e ricordo l’impatto che ebbe su di me il video relativo … era l’inizio di febbraio 1985, lo trasmise Italia 1 verso le 13:30 di una domenica, i video musicali stavano arrivando anche in Italia e alcune emittenti TV provavano a dedicare spazi a questa nuova moda televisiva.
Radioactive è un pezzo in minore in puro stile Rodgers, uno stomp che si lascia ascoltare. Curioso che il riff di chitarra eccentrico e quasi sfasato sia di Rodgers e non di Page. Fu bellissimo rivedere due dei miei eroi in video sebbene trovai stucchevole che Page per farsi riconoscere meglio pensò bene di usare la doppiomanico, di infilare i pantaloni dentro agli stivali usati nel tour del 1977 dei LZ e fare mossettine “alla Page” poco spontanee.
You’ve Lost That Loving Feeling è la cover del pezzo dei Righteous Brothers e oggi tendo a non sopportarla più. Ricordo che al tempo non mi dispiaceva, ma oggi l’arrangiamento pare semplicistico, il pezzo ne risente e risulta vuoto benché la band cerchi di creare una certa atmosfera. Rodgers tuttavia canta benissimo e Chris Slade in alcuni momenti sembra fare il verso al Phil Collins batterista di In The Air Tonight.
Money Can’t Buy (Rodgers) è un pezzo in La minore di nuovo nel classico stile Rodgers. Non è malaccio, ma … melodia non certo memorabile e testo nemmeno sufficiente. Il brano è salvato da Page, la sua chitarra dà in qualche modo lustro alla scrittura. L’assolo col wah wah è ispirato e questo ci fa pensare che se solo il Dark Lord fosse stato più determinato e meno schiavo dell’accidia la sua carriera post LZ sarebbe stata assai dignitosa.
Satisfaction Guaranteed (Page – Rodgers) ha finalmente un testo meno ordinario del solito o almeno così a me pare:
Mystery surrounds me and I wonder where I’m going There’s a cloud above me and it seems to hide the way I’m going straight ahead ‘cause it’s the only way I know I wanna leave the past and live just for today
la scrittura del brano attinge ad acque misteriose e insieme al ritmo – al contempo suadente e ipnotico – fa di questa canzone uno dei momenti migliori del gruppo. La chitarra ritmica di Paul Rodgers costruisce la base su cui si fonda il pezzo e gli arabeschi di Page lo rendono a tratti magnifico. L’assolo di slide guitar è lineare, forse troppo, ma sul finale l’altro assolo di chitarra, che non è proprio ortodosso, risplende.
Quello di Satisfaction Guaranteed è il mio video musicale preferito in assoluto: Les Paul che funge da Bar tender, il gruppo sul palco di un locale tipo Juke Joint del Mississippi, il temporale che sta per scoppiare, il caldo opprimente che rende le donne all’interno del locale seducenti e luccicanti. Nota personale: curioso che in questo video faccia una fugace apparizione, giusto un cameo, una mia amica. Chi l’avrebbe immaginato.
Midnight Moonlight (Page-Rodgers) non è altro che il brano “Swan Song” scritto da Page nel 1973 e registrato professionalmente (solo) con l’aiuto di John Bonham per l’abum Physical Graffiti del Led Zeppelin, ma mai finito e dunque mai pubblicato; qui Rodgers aggiunge melodia e testo. MM fu presentato per la prima volta nel tour americano del progetto benefico ARMS a fine 1983.
E un pezzo in accordatura aperta dadgad (quella di Kashmir insomma) ed è in pratica l’unico serio avvicinamento dei Firm alla legacy dei Led Zeppelin. Paul deve essere stato sospinto dalla epica intrinseca del pezzo, il testo infatti è articolato e per niente scontato.
Nove minuti di musica vera, con tanto intermezzo di sola chitarra, tra arpeggi, chitarre acustiche elettriche, ritmiche e soliste che entrano ed escono dalla scena; Rodgers di nuovo superbo.
Unici appunti: I cori femminili potevano essere tranquillamente essere evitati, così come il basso fretless .
The Firm venne registrato nello studio The Sol di Jimmy Page nel 1984, uscì appunto nel febbraio 1985 e arrivò al 17esimo post in USA (disco d’oro) e 15esimo in UK. Seguì una tournèe in USA (con qualche data in UK) soddisfacente (ma con Page talvolta inconsistente). Copertina dalla grafica massiccia atta a lasciar presagire qualcosa di solido. Il nome The Firm proviene dallo slang inglese e si riferisce (più o meno) alle uscite con gli amici.
Recensione di THE FIRM 1985 a firma Mick Wall di Kerrang
The Firm
Paul Rodgers – lead vocals, acoustic and electric guitars, production
Jimmy Page – acoustic and electric guitars, production
Tony Franklin – fretless bass, keyboards, synthesizer, backing vocals
Chris Slade – drums and percussion[
Additional musicians
Steve Dawson – trumpet on “Closer”
Paul “Shilts” Weimar – baritone saxophone on “Closer”
Willie Garnett – tenor saxophone on “Closer”
Don Weller – tenor saxophone solo on “Closer”
Sam Brown, Helen Chappelle & Joy Yates – backing vocals on “You’ve Lost That Lovin’ Feeling” & “Midnight Moonlight”
Production personnel
Stuart Epps – engineering
Gordon Vicary – mastering
Steve Maher – cover artwork
Steve Privett – tape operation; supplier of tea, gin and tonics
* LA FUSTINELLA:
Fustinella: essere in fustinella): locuzione sempre più rara, quasi del tutto sconosciuta presso le giovani generazioni, che esplica il trovarsi in una peculiare condizione di piacevole agitazione causata da una nuova passioncella o hobby. Ad esempio, appassionarsi ad ameno passatempo da mancanza di attività coitale, tipo la fotografia, e iniziare a fissarsi psichicamente 24/7 sui molteplici aspetti della questione, obiettivi, stampa, bianco&nero, colore, treppiedi eccetera, progettando acquisti scriteriati, leggendo manualistica, recensendo sul web maestri dello scatto e scassando la minchia a chiunque si trovi nel raggio di azione.
Altri ambiti a rischio fustinella: l’audiofilia (progettazione di acquisti di piatti giradischi a valvole in legno norvegese da 4000 euro, cambio continuo con esborso mostruoso di cuffie, insensati ritorni revivalistici a costosi 33 giri in vinile eccetera), pesca sportiva (vendita dei denti d’oro della madre per pagare esose canne al carbonio, o guadini di Hermés, o progettazione di allevamenti casalinghi di begatini), bicicletta (continue visite a negozi di bici per estorcere info su accessori e parti meccaniche di pregio con il conseguente prolasso gonadico del babista del negozio), informatica in genere (soprattutto se si finisce nel baratro Apple Macintosh).
La fustinella viene spesso accostata alla ‘sbrùsia’ anche se quest’ultima è più ansiogena mentre la fustinella ha contorni più sfumati e più meditativi. La fustinella si rivela però molto utile nei casi di depressione fungendo da piacevole diversivo, in grado come è di riempire la scatola cranica di elettrizzanti propositi ludici per il futuro, e da vero toccasana per lenire le stigmate da sopportazione della coniuge. Molte fustinelle infatti vengono vissute da omarini nella segretezza di garage e solai, all’oscuro delle mogli che li credono al bar a giocare a goriziana o a vagabondare per seguire lavori stradali. Nei sempre più diffusi negozi ‘vintage’ di svuotagarage è possibile imbattersi in tristi fustinelle finite malissimo.
di Stefano Piccagliani (da La Gazzetta di Modena ottobre 2016)
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THE FIRM – “The Firm” (Atlantic 1985) – TTT¾
Febbraio 1986, sabato pomeriggio. E’ passato un anno, sono ancora in giro per Modena sempre con la mia tipa di allora. Passo da Fangareggi 2 (il negozio di dischi di fianco a Piazza Grande in cui sono solito servirmi) e acquisto Mean Business, il secondo album dei Firm. Verso sera torniamo a casa della mia morosa, fa freddo, cerco di riscaldarmi mettendo sul suo vecchio giradischi il disco. Sulle prime rimango deluso, Cadillac è quel tipo di pezzo che non mi colpisce e vedere la riproposizione di Live In Peace mi fa incazzare. Il resto non mi dà scosse particolari. Come vedremo, dopo qualche ascolto il disco inizierà a piacermi parecchio.
Fortune Hunter (Page-Rodgers-Chris Squire uncredited) apre l’album con fermezza, brano veloce e degno di attenzione. Buona parte della musica proviene dalle sessions del 1981 che Page fece con Chris Squire e Ala White degli Yes. Rodgers canta alla grande sul riff di chitarra la storia di un giocatore d’azzardo. Ritornello per nulla banale. Assolo suonato con lo stringbender seguendo la prassi di quegli anni. L’intermezzo lento al minuto 03:19 è incantevole: chitarre meravigliosamente suggestive e voce che dà i brividi, il basso senza tasti che per una volta sembra adattarsi bene al momento riflessivo e infine il rientro della batteria che porta di nuovo al ritornello ma col tempo dimezzato. Per quanto mi riguarda pollice in su.
Cadillac (Page-Rodgers) si insinua con insistenza tra i solchi del lato A. Chitarra molto effettata, buona prova di Rodgers … a me ha sempre dato l’impressione di un pezzo “vuoto”, d’accordo l’approccio da “fàmolo strano” ma non risulta un pezzo ben definito, ha le caratteristiche di una traccia di pre-produzione o in versione demo.
All The King’s Horses (Rodgers) si apre con le tastiere, ennesimo pezzo in minore nel collaudatissimo stile Paul Rodgers, questo però ha il suo perché. Niente di travolgente ma il tutto funziona, buona prova d’insieme, Slade e Franklin sono coesi, Jimmy Page aggiunge drappeggi di pregio. Peccato non vi sia l’assolo di chitarra. Ovviamente ottima la prova di Paul Rodgers.
Live In Peace (Rodgers) proviene dall’album Cut Loose di Paul Rodgers del 1983 e dal maxi single Radioactive del 1985 dei Firm, versione live all’Hammersmith Odeon 9/12/1985 con uno degli assoli migliori di Page post Zeppelin. Capisco che fossero gli anni della guerra fredda, ma avrei preferito un brano nuovo; Rodgers evidentemente puntava sul valore della canzone e ad avere una versione da studio suonata dai vari musicisti (l’originale del 1983 è incluso in un album dove Paul suona ogni strumento). L’assolo in Mi minore di Jimmy Page è ottimo anche nella versione da studio.
Tear Down The Walls (Page-Rodgers) vive di un riffo
di Page eseguito con una chitarra molto effettata (ma ricordiamoci che erano gli anni ottanta); per certi versi la formula Led Zeppelin fa capolino: anticipi, ritardi, stacchi tipici del modo di scrivere del Dark Lord. Nonostante Rodgers sia un cantante più soul la sua voce ben si adatta a questo hard rock grintoso e colorato. Assolo di chitarra suonato con l’onnipresente stringbender che a questo punto tende a farli sembrare tutti uguali. Qui un assolo come Page comanda ci sarebbe stato bene. Sul finale il momento batteria-basso-voce funziona assai bene.
Dreaming (Franklin) – ricalca quasi fedelmente il demo tape inizio anni 80 di Tony Franlkin. Brano che si discosta dai precedenti ma che porta freschezza all’album. Scrittura convincente, arrangiamento felice, prova d’insieme ottima. Rodgers si rivela il grandissimo cantante che è sempre stato. Chitarre stupende e assolo all’altezza.
Free To Live (Page-Rodgers) riff basato sull’intermezzo di chitarra di Live For The Music (Mick Ralphs) dei Bad Company (1976) e mi chiedo come sia stato possibile per Rodgers non vergognarsi. La sua chitarra ritmica viene rinforzata da quella di Jimmy. Strofe mediocri, salvate dal lavoro di chitarra di Page sempre pronto a metterci del suo. Testo risibile … ma quando entra finalmente in scena il Dark Lord (minuto 02:02) con un intermezzo strumentale su cui ricama un assolino risolve la giornata a tutti.
Spirit Of love (Rodgers) chiude in maniera perfetta il disco, un tocco di grandeur, un testo un po’ hippie, sviluppo articolato, canzone di ampio respiro; l’assolo di Page raggiunge livelli alti, avesse suonato la Gibson Les Paul senza stringbender avrebbe toccato i suoi standard solitamente divini. Nella parte finale entra in scena anche la chitarra sintetizzatore, peccato il coro femminile altrimenti sarebbe stato un finale epico. Bravi Slade e Franklin, bravissimo Rodgers, ispirato Page. Degna chiusura di un album ben al di sopra della sufficienza.
Registrato nel 1985 uscì nel febbraio del 1986. 22esimo nella classica americana (disco d’oro), 46esimo in quella inglese. Il titolo intendeva far capire come i Firm facessero sul serio, sebbene non fosse del tutto vero (sin dall’inizio si intuiva fosse un progetto a termine). Copertina mediocre che rincorre lo stile americano di quegli anni.
Paul Rodgers – vocals, acoustic and electric guitars, piano, producer
Jimmy Page – acoustic and electric guitars, producer
Tony Franklin – fretless bass, keyboards, synthesizer, rhythm guitar on Dreaming, back vocals
Chris Slade – drums and percussion
Julian Mendelsohn – producer
Aubrey Powell Productions – cover design
Barry Diament – mastering
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Non capirò mai come fecero gli amici che si dichiaravano fan dei LZ a non aver nessun interesse per questi dischi, che ascoltati oggi, nella mediocrità musicale degli ultimi tre decenni, hanno di sicuro qualcosa da dire, soprattutto ai fan di Page e Rodgers.
Benché abbia cercato di mantenere un profilo critico nel parlare di questi due album è bene chiarire che sì, sono album obliqui, ma sono dischi che ho amato moltissimo … non avranno valore in senso stretto per la storia della musica Rock ma rimangono capitoli importanti della mia vita.
Ecco, non mi dispiacerebbe avere vicino a me un caffè un po’ retrò dove rintanarmi ogni tanto, un caffè diverso dai tanti bar odierni sempre più anonimi e sempre meno suggestivi … ci fosse, ordinerei un cappuccino, un krapfen o una svedese (ma anche una danese o una norvegese andrebbero bene) o anche una fetta di torta di riso, sulla Gazza leggerei le due pagine dedicate all’Inter, poi ordinerei un caffè espresso. Sfoglierei i libri che avrei portato con me, aprirei il block notes, cercherei di mettere su carta i pensieri che mi passano per la maruga*. Magari verso mezzogiorno ordinerei un toast, un’insalata, una belgian blanche ghiacciata, poi una coppa di frutta fresca e per finire un Rum on the rocks con la fettina di limone (il lime è per le nuffie). Passare insomma mezza giornata in una comfort zone che non siano le mura tra cui vivo. Due battute col vecchio Jusfèn, quattro chiacchiere con gli avventori che avrei finito per farli diventare figure famigliari e magari incontrare gli amici che si fermano lì quando sono nei paraggi. “Dai Jaypee, vin chè ca bbòm quel, sa vot, ‘na coca cola o un amaro Nonino? Et sintùu cal bootleg ed Johnny Winter ca tò mandèe?” (Dai Jaypee, vieni qui che beviamo qualcosa, cosa vuoi, una coca cola o l’amaro Nonino? Hai poi ascoltato quel bootleg di Johnny Winter che ti ho inviato?).
E così starmene lì a vedere l’estate passare, a contemplare gli sbagli fatti, a valutare l’uomo che sono, a sbirciare dalle vetrate le nuvole che scivolano sul cielo azzurro e ad aspettare la far away eyes girl.
Poi, come spesso accade nella mia maruga, mi avvierei verso la stazione, salirei sul primo treno merci che porta al sud, là sino alla fine della strada.
Freight Train at Regium Lepidi train station – luglio 2023 – foto TT
Il fischio del treno mi terrebbe compagnia, così come l’ostinato ritmo dato dallo sferragliare sui binari.
Arriverei a sera inoltrata in una stazione di raccordo, chiederei da quanto è partito l’ultimo treno della sera,
cercherei una sistemazione per la notte in una stamberga lì vicino, una di quelle con la vecchia insegna al neon la cui intermittenza tiene compagnia tutta la notte e al mattino mi risveglierei al solito posto, con la sveglia delle 6:30 che mi ricorda l’incipit di una mia vecchia canzone: “(Ecco) un’altra mattina di merda”
Giuseppe – nel dialetto emiliano Ióffa, diminutivo Jusfèn. La semiconsonante J (i lunga, che non è la jay inglese, porca miseria!) si pronuncia più o meno come la i (nei tempi andati si trattava di una variante grafica) ma a seconda delle zone la j ha una pronuncia più o meno caratterizzata, rispetto alla i normale probabilmente più suadente.
Smokey – nello slang della zona dei monti appalachi significa vecchio uomo di colore
(Tim Tirelli)
* MARUGA:
Marùga: in italiano testa, capo. Termine sardonico che non si limita a indicare una parte anatomo-scheletrica ma ne intende pure le qualità intrinseche. Avere della marùga significa infatti utilizzarne al meglio le proprietà intellettive concernenti, come si evince facilmente nell’esempio colloquiale ‘Se lò al zòga un càregh, tè dagh na sflènga se n’t ghe brìsa da struzèr! Dròva la marùga, gabiàn!’. La marùga è quindi la testa nel senso più ampio di intelligenza, oltre che semplice contenitore osseo di poltiglia grigia. Ancora più impattante può essere l’utilizzo del termine marùga in avvincente tandem con la locuzione ‘avèr (o avèregh) dal capèss’, ovvero possedere il rarissimo dono del comprendonio. Un esempio di potente espressività è rintracciabile nella frase: ‘Me fiòl a scòla al ciàpa sol di quàter, chl’imbambì… a g’ho dètt ed druèr la marùga, ma mè a g’ho indavìs c’an gàpia brìsa dal capèss, cumpàign a c’la chèvra ed so mèdra…’. Si evince perciò che le sinapsi del capèss si trovano all’interno della marùga (assioma). Come dicevamo poc’anzi, la marùga non ha però soltanto accezione di ‘intelligenza’ ma può anche semplicemente significare ‘il capo’ nel senso di testa.
Il vocabolo si può quindi utilizzare anche nel senso più diretto, meno lato: ‘La muièra ed Gibertèin l’è ‘na batidòra da quand l’era zòvna. A Camp’sant is l’arcòrden incàra…l’as fèva dèr da tòt in paès, angh fèva schìva gninta, t’en fèv mènga in tèimp a dìr ‘scòlta’ che lè l’era bèle a gambi avèrti…adèsa al pover Gibertèin al g’hà na curòuna ed còren inzèma a la marùga c’an pàsa piò da la porta…’. Se la marùga dovesse presentare dimensioni notevoli, allora viene simpaticamente definita ‘mazòca’ (da cui mazucòun: possessore di ingente marùga con misura che va dal 60 in su). Nell’evenienza invece di una testa completamente pelata (lòstra come ‘na bòcia da bilièrd), non si dirà marùga ma piuttosto zòca plèda. Marùga quèdra, in senso di nativo di Reggio Emilia, è raro. Molto più frequente l’universalmente comprensibile testa quédra.
(di Stefano Piccagliani – dalla Gazzetta di Modena 2018)
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Il caffè di Smokey Joe dunque qui non c’è, così quando la mia comfort zone non sembra più essere tale, dopo una giornata di lavoro e di turbolenze spirituali, risalgo sulla blues mobile e riparto ad inseguire una morbida scia. La Sigismonda è sintonizzata stranamente su un album degli UFO che non amo particolarmente, fu infatti un discutibile e goffo tentativo di inserirsi nella scia dell’hair metal statunitense degli anni ottanta, tuttavia la voce di Phil Mogg ha sempre un ascendente su di me e allora eccomi trasportato dal pezzo in tonalità minore dal titolo che mi si addice
per poi tornare adolescente e perdermi nei sogni un po’ retorici e malinconici …
Tangenziali, zone industriali, campagna nera, circumnavigo intorno alle mie due città. L’abisso della notte sembra irretirmi, il nido di stelle si perde e svanisce in lontananza, là dietro a galassie sconosciute.
blue highway by night – località Molino di Gazzata (RE)- foto TT
Ma poi il blues feroce si placa, la pressione sull’acceleratore diminuisce, il furore si stempera, una barlume di quiete ritorna a governare i tre uomini che sono, Ittod si eclissa, Tim rimane silente e Stefano decide di tornare alla House of Blues, la casetta derelitta in cui vivo.
Una doccia, un Southern Comfort on the rocks, un disco … vediamo se Miles mi risistema l’animo prima di andare a dormire.
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