La traduzione più comune di tumbleweed in italiano è rotolacampo: quella pianta secca, iconica dei film western, che il vento sospinge in lande desolate. Un groviglio di sterpaglie rinsecchite che rotola senza meta…
Ecco, a volte rotola anche nella mia maruga: grovigli di pensieri secchi, trascinati via dal vento del blues.
E dire che è primavera: il tepore delle prime giornate assolate, le geometrie dei sentimenti che provo a mettere in ordine — forse per la necessità di misurare lo spazio del mio animo —, quella sensazione quieta di benessere mentre mi lascio scaldare dai primi soli e da our house is a very, very, very blues house, with three cats in the yard, life used to be so hard …
Le domande su cui inciampo sempre — cosa ci faccio su questo pianeta, da dove vengo, dove sto andando — attenuano il loro peso specifico, quando non lo fanno, mi affido all’immancabile Warren Zevon.
Stavolta lo faccio con la sua versione del 1990 dello standard jazz “You Don’t Know What Love Is”, scritto nel 1941 da Don Raye e Gene DePaul, che Zevon registrò per la colonna sonora del film Love at Large.
Nella sua lettura, la voce inconfondibile si posa sulla malinconia della ballata come una luce crepuscolare: un canto di amori perduti, di ferite che non si rimarginano, di verità apprese lungo la strada polverosa del blues.
E le prime due righe del testo sono, in fondo, il vero claim di questo blog.
You don’t know what love is
Until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you had to lose
You don’t know what love is
You don’t know how lips hurt
Until you’ve kissed and had to pay the cost
Until you’ve flipped your heart and you have lost
You don’t know what love is
(inserisco il file musicale perché il link a Youtube non è disponibile per questo brano)
Mi piace l’immagine che Warren Zevon aveva in quegli anni: uno sguardo ironico ma più scavato rispetto ai ’70, un’immagine meno “rockstar” e più da autore notturno, disincantato. In questi ultimi tempi lo sento molto vicino: le affinità elettive che mi arrivano attraverso le sue canzoni sono fortissime.
Laggiù, negli anni Settanta, preso com’ero dal Rock britannico, non gli diedi il peso che meritava. Certo, sentivo che i suoi singoli del 1978 erano formidabili; e che brani come Frank and Jesse James e Carmelita — dall’album Warren Zevon del 1976— mi arrivavano – tramite le radio libere – dritti al cuore. Ma con pochi mezzi a disposizione, tutto quello che avevo era una musicassetta C60. Eppure, sul finire della gioventù e con l’età adulta, il cosiddetto rock americano si è preso la sua rivincita dentro di me, trasformando Zevon in un punto di riferimento assoluto.
Rimango ancora una volta sorpreso dall’enorme potere che la musica (Rock) ha su di me: anche oggi, da uomo di un’(in)certa età, trovo a tratti incredibile esserne così soggiogato.
Stamattina, prima di uscire, ascoltavo i Santana al Bottom Line di New York, nel 1978: il tour era quello di Inner Secrets, buon disco, forse non leggendario, ma capitolo importante della mia vita. Ero rapito dall’immaginare la chitarra di Carlos Santana e il resto del gruppo in quel locale medio piccolo— quattrocento posti — e, quando è arrivato il momento di uscire di casa, mi è sembrato di essere strappato dal grembo materno.
È successo di nuovo poco dopo, in macchina: nell’abitacolo risuonava Even in the Quietest Moments… dei Supertramp e, al momento di scendere dalla Sigismonda — la Bluesmobile — una forza sconosciuta sembrava trattenermi.
Ricordo gli sguardi teneri e sorpresi di mia madre: “Mo’ Piròn (vezzeggiativo tipico dell’Emilia centrale che fu), mai avrei pensato che saresti diventato un cappellone appassionato di musica rock…”.
Eppure l’amore per la musica lo devo a lei: lei che suonava il pianoforte, lei che mi fece scoprire Henghel Gualdi, Glenn Miller, Benny Goodman; lei che mi regalava libri sul jazz.
Il prossimo mese saranno trentaquattro anni da quando se n’è andata… ma grazie anche alla Musica la porto sempre con me.
_LEGBA AT THE CROSSROADS
Riguardo, in una domenica pomeriggio di questo aprile, il film del 1986 Crossroads (titolo italiano Mississippi Adventure).
Sebbene sia un film molto anni ’80, resta uno dei miei cult movie. D’altra parte Walter Hill è uno dei miei registi preferiti — I guerrieri della notte /The Warriors 1979 – I cavalieri dalle lunghe ombre / The Long Riders 1980 – I guerrieri della palude silenziosa / Southern Comfort 1981 anyone?
La storia si arrampica sulla leggenda del nostro padre putativo Robert Leroy Johnson, colui che avrebbe venduto l’anima al diavolo al crocicchio per diventare il grande chitarrista che era. Tutte balle, ovviamente: Johnson era un musicista erudito, oltre che straordinariamente talentuoso, a dispetto del mito.
Eugene Martone (interpretato da Ralph Macchio), studente della Juilliard School ossessionato dal blues, libera l’anziano Willie Brown (Joe Seneca) da un ospizio per accompagnarlo nel Mississippi. Il viaggio si trasforma in un duello soprannaturale contro il Diavolo — chiamato Scratch — e il suo chitarrista Jack Butler, interpretato da Steve Vai: Eugene dovrà sfidarlo per salvare l’anima di Willie. Colonna sonora ovviamente di Ry Cooder — giù il cappello e tutti in piedi.
Il film non fu un grande successo commerciale, ma col tempo è diventato un vero cult, soprattutto tra musicisti e appassionati di blues: da una parte un incasso modesto (circa 5,8 milioni di dollari), dall’altra un impatto culturale enorme nel suo ambito.
Eppure, riguardandolo per l’ennesima volta, ciò che mi colpisce di più è una battuta. Quando Willie Brown chiede a Legba — il Diavolo — di stracciare il contratto con cui ha venduto l’anima, deluso dal successo mancato, Legba risponde: “niente riesce bene come vorremmo nella vita”.
Già.
_AUTOFFICINA BLUES
Borgo Massenzio, di prima mattina. Autofficina, cambio gomme.
Prima di me arriva un uomo oltre la mia età: entra come se fosse casa sua, con fare risoluto. Lancia le chiavi al primo meccanico che incontra e, in un misto di italiano essenziale e dialetto reggiano, snocciola gli interventi da fare — probabilmente già concordati al telefono.
Mi colpisce: diretto, senza fronzoli, senza bisogno di bon ton. Capelli vagamente lunghi, ricci, di un biondo che sfuma nel bianco, radi.
Io mi avvicino con più cautela. Il titolare mi intercetta: “Oh, ciao Tirelli, sei qui per il cambio gomme…”.
“Buongiorno Simone, sì. Come d’accordo aspetto: faccio un salto qui vicino a fare colazione, ci vediamo tra mezz’ora, va bene?”.
Quattro passi ed entro al Dolcetto. Cornetto alla marmellata di albicocche, cappuccino e la Gazza. Le ultime sulla mia squadra del cuore: i soliti sospiri d’amore, le solite insicurezze. Ho già promesso che, se ci faremo scappare questo campionato, la smetto col football.
Ringrazio, saluto, esco. Una passeggiata lungo la via principale di Borgo Massenzio, prima di tornare in officina.
Da una frazione non ci si aspettano architetture memorabili; eppure alcuni casolari, e una vecchia villa di un tempo che fu, hanno senza dubbio il loro perché. Senza parlare del dancing all’aperto di un vecchio circolo ARCI, che profuma di Emilia profonda.
In attesa che mi riconsegnino la Sigismonda, resto ancora un po’ immerso nel mondo degli uomini che gravitano attorno alle autofficine, o alle fabbriche lì intorno. Adulti che si incrociano per lavoro, che si salutano senza fronzoli, senza frizzi e lazzi: uomini fatti, apparentemente adeguati alla vita.
Io resto ai margini di quel mondo. Certo, a volte non sono un tipo facile nemmeno io; ma, pieno di domande, di dubbi, di nidi di stelle, mi sento ancora un ragazzino incerto sul da farsi, pur con tutto il chilometraggio blues che mi porto addosso.
MUSICA ROCK
_MAGI (nuovo gruppo Rock della Florida)
Mi scrive Beppe Riva, rock scriba extraordinaire e amico personale, per chiedermi cosa ne penso dei MAGI, nuovo gruppo Hard Rock/classic Rock della Florida, e del loro zeppelinismo.
Mi baso sull’ascolto di Seventeen Music e Highway Blues. Per me il discorso è sempre lo stesso: mancano i pezzi. I due brani si rifanno a un songwriting generico che, forse tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, poteva suonare come una novità; oggi, invece, significa rinchiudersi nel recinto delle giovani band che scimmiottano i grandi gruppi dell’epopea del rock.
Chiaro: l’iconografia c’è, le chitarre splendono e il cantante — Gennaro Russo — ricorda Paul Rodgers nel periodo 1971-72 (si veda la foto in basso a destra sul retro di Free at Last)
e un certo modo di interpretare il rock mi arriva forte e chiaro: sono segnali che non riesco a ignorare. Ma vorrei di più.
È troppo facile impostare le strofe dei due brani di riferimento su un solo accordo (o poco altro) e cantarci sopra: manca la scintilla compositiva, e la linea melodica ricorda centinaia di altri pezzi.
Servirebbe maggiore attenzione al songwriting e meno al look anni Settanta, che va benissimo — sia chiaro, ci sono cresciuto — ma non è sufficiente. Detto questo, Highway Blues rimane degno di nota, non dico di no, la carica è quella giusta, passaggi godibili e approccio sicuro, un buon Rock giovanile con dosi di onestà.
Ultima nota: trovo il batterista insopportabile. Non mi interessa che sia bravo, né che si ispiri a Mitch Mitchell; ciò che conta deve essere il brano. E non stare mai fermo, essere continuamente impegnato in orpelli e figure inutili è deleterio.
Capisco tuttavia che la giovane età, il testosterone e il poco chilometraggio possano giocare brutti scherzi. D’altra parte, non tutti hanno avuto un Jimmy Page che, agli inizi dei Led Zeppelin, diceva a John Bonham “keep it simple”, per contenerne l’impeto, né un Peter Grant che un giorno gli mise le cose in chiaro: “ragazzo, o fai quello che dice Jimmy o sei fuori dal gruppo”.
Ogni tanto, infatti, è doveroso tenere il ritmo, restare su rullante e charleston, seguire il groove del gruppo, fare cose semplici e magari tirare leggermente indietro: giocare tra le pieghe del tempo e fare l’opposto di quanto fanno molti gruppi metal e heavy rock, che tendono invece a spingere in avanti.
In assoluto, occorre restare in quella zona invisibile in cui rullante e cassa si incastrano perfettamente con basso e chitarre, creando un vero senso di groove. Per essere chiari: non bisogna stare in anticipo sul metronomo. Il rullante deve cadere sul click, mentre il groove generale si adagia comodamente nel tempo.
Poi, per come la vedo io, il massimo è attenersi al concetto di “lay back”, cioè suonare “indietro”. Il batterista non dovrebbe sempre colpire il rullante esattamente insieme al click, ma appena dopo, creando una sensazione di rilassamento — o meglio, di umanità — anche nei pezzi più veloci.
In sostanza, la cassa mantiene la precisione sul battere, mentre il rullante (sul 2 e 4) viene ritardato in modo impercettibile. Questo, almeno per me, è godimento puro: è musicalità, è amore profondo per la musica rock.
Intendo questo:
oppure questo (volendo evitare l’esempio più scontato, ovvero When The Levee Breaks”)
GATTI
Nome: Nala
Famiglia di appartenenza: Beppe Riva
Regione: Lombardia
Musica preferita: Hard & Heavy
PLAYLIST
Neil & Stephen 1976 (The Stills-Young Band)
Fogerty & the boys 1969
Graham Nash & David Crosby 1972
Jan Hammer Group 1976
Knopfler 1983 – soundtrack
Zimmerman 1966.
Joni 1974.
David Jones 1970
CONCLUSIONE
Festeggio la Festa della Liberazione con un buon pranzo e un brindisi a ciò che fu: la fine della guerra, i partigiani, i padri costituenti, la democrazia, la Liberazione dal nazifascismo.
In tempi come questi, è bene ricordarlo — e ribadirlo.
Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre
L’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre
L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste
Viva l’Italia, l’Italia che resiste










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