Perchè Lester Bangs sbagliava riguardo i Led Zeppelin

8 Mag

La mia amica Zilly tramite messenger mi manda un link preso dalla rivista Rolling Stone. Trattasi della recensione che fece Lester Bangs nel 1970 di Led Zeppelin III.

https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/lester-bangs-e-la-famosa-recensione-di-led-zeppelin-iii/2018-04-30/

Ci scambiamo un paio di brevi messaggi.

Tim: “Sì, è una recensione storica. Ho stima e simpatia per Lester Bangs, una mio carissimo amico dice che io sono come lui. Inutile dire che per quanto riguarda i LZ si sbagliava, ma la sua furia a tratti iconoclasta era salutare per il Rock.”

Zilly: “Appena l’ho letta ti ho pensato… Non dubitavo la conoscessi, mi piace la tua analisi obiettiva anche se non condividi come me i contenuti. “

Pensavo tutto finisse lì, invece la mia worried mind (la mia mente tormentata insomma) ha iniziato a macinare le solite inezie che mi appesantiscono la vita.

Ho un rapporto conflittuale con Bangs. Ho sempre preferito Creem a Rolling Stone, a tal punto che già a suo tempo cercavo di farmeli arrivare dagli Stati Uniti. Di Bangs (e di Creem) mi piaceva l’irriverenza verso i gruppi rock che franavano verso il romanticume da strapazzo, ma certo non potevo condividere in pieno il suo atteggiamento votato quasi esclusivamente all’incensare l’essenza del rock and roll primordiale. Lo capivo, ma c’era troppo di buono in certi gruppi per liquidarli così, e poi io la furia primordiale del rock and roll a differenza sua la sentivo (e la sento) anche in gruppi tipo gli Emerson Lake & Palmer (e i Led Zeppelin ovviamente).

Capivo insomma le basi del suo ragionamento, ma ne mettevo in discussione la semplice equazione filosofica. L’amico che dice spesso che sono come lui è il nostro Polbi (Paolo Barone insomma). Durante le nostre conversazioni telefoniche sulla linee Borgo Massenzio/Detroit, affrontiamo sempre temi musicali e quando mi lascio trasportare dal fervore finisco per – a detta di Polbi – esprimere giudizi lucidi e senza compromessi in puro stile Lester Bangs. La cosa è curiosa visto che tra noi due sarebbe Polbi quello più vicino al senso del rock di Lester Bangs, alla fine che ne può sapere di rock primordiale uno che come me ascolta Bad Company e John Miles? Il fatto è che come spesso mi capita nella vita, ho un approccio bipolare verso la musica, coesistono dentro di me anime diverse come ho già scritto più volte. Ascoltando delinquenti come Robert Johnson, Muddy Waters, Chuck Berry, i Clash e i Damned qualcosa di primordiale dovrò pur capirne qualcosa anche io, no?

Rileggendo la recensione in questione perciò mi viene da confutare il pensiero di Lester.

Lester Bangs & LZ 1970

Qui Bangs si sofferma ovviamente sul terzo album e di rimando ai due precedenti. Quello che i LZ pubblicarono da lì in poi sarebbe sufficiente per smontare le sue teorie, ma io sono convinto che anche nei primi tre album ci siano motivi per controbattere.

Se vogliamo, da un lato possiamo riconoscere l’aspetto sguaiato dei primi LZ, aspetto che ha portato Lester Bangs a scrivere queste cose, il mensile Rolling Stones a massacrare anche i primi due album e Jim Morrison a dichiarare che i LZ proprio non gli andavano giù. I LZ arrivano un anno e mezzo dopo la summer of love e anticipano il tenore degli anni settanta. L’esplosione sonora che portano nel rock spazza via le proposte audio dei loro predecessori (Cream, Iron Butterfly, Jeff Beck Group e persino la Jimi Hendrix Experience). Un suono come quello nella musica rock non si era mai sentito. Questo naturalmente è in netto contrasto con la psichedelia americana del 1967, le chitarre acustiche della west coast, i riflessi intellettuali della musica di San Francisco (musica tra l’altro amata molto da Page e Plant).

Robert Plant nei primi due dischi canta spingendo la sua estensione al massimo e lo fa rigurgitando spesso testi e concetti che in massima parte provengono dalla grande tradizione blues nera. Uniamo questo ad una sezione ritmica imponente e una chitarra che sembra principalmente ricamare riff di blues pesante e il gioco è fatto, almeno per chi si ferma alla superficie senza scendere nel dettaglio.

Sì perché tra tutta la grossolanità di modi di cui parla Bangs, c’è una eleganza che non capisco come sia potuta sfuggirgli.

Diamo per buono che il cantato sopra le righe di Plant, i testi e il riverbero metallico dei primi due album risultino un po’ rozzi e indigesti per i critici un po’ snob e intellettuali, ma come la mettiamo con le prove strumentali, il tocco, il senso e la delicatezza intrinseca a tutto quel fragore? Stessimo parlando di certe altre band dedite all’hard rock più o meno dello stesso periodo capirei, ma i LZ?

Ora, sicuro, io sono un fan del gruppo, magari filtro il giudizio in maniera edulcorata, ma mi sembra che ci sia parecchia sensibilità nella musica dei LZ. Certo, l’aspetto viscerale è forse preponderante in quei primi album ma ripeto, la finezza, la bellezza e il groove di certe parti musicali andava considerata con eguale importanza.

Citando anche solo l’arrangiamento di Bigly (Babe I’m Gonna leave You insomma) siamo già pronti a rigettare le tesi di Lester. Se lo si mette a confronto con le versioni  antecedenti di Ann Brendon o Joan Baez non si può che prendere atto che i LZ portarono il brano a livelli inimmaginabili. Sensibilità, sofferenza, dolcezza sono incapsulate nel cantato di Plant e nell’arpeggio di Page.

Il ricamo celtico di Black Mountain Side (alias Black Water Side) accompagnato dalle tabla non è sintomo di sensibilità diverse?

Certo, poi ci sono You Shook Me e Communication Breakdown, ma anche il ritmico procedere che sembra galleggiare di I Can’t Quit You Baby, l’andamento pulsante e dinamico di How Many More Times e l’organo di Your Time is Gonna Come. Aspetti che andavano colti per riuscire a produrre un giudizio completo.

Passiamo a Led Zeppelin II. In Whole Lotta Love Plant simula orgasmi e canta ti sto per dare ogni centimetro del mio amore”, crude metafore che se cantate da bluesman neri in un juke joint del Mississippi negli anni trenta o quaranta del secolo scorso hanno valenza positiva, ma se amplificate dallo stridore delle chitarre elettriche moderne assumono contorni grezzi. Però come si può non apprezzare la nuova dimensione sonora (siamo nel 1969), la sfrontatezza, la dinamica del riff, la prova del gruppo? Come si può passare sopra ad un assolo di chitarra diventato poi iconico? Non sono anche questi elementi per valutare un gruppo, per soppesarne pregi e difetti?

I sussurri di What Is And What Should Be dove li mettiamo? E il lavoro di basso di The Lemon Song? Capisco che quello che passa sia la struttura di Killing Floor e il testo di Travelling Riverside Blues di Robert Johnson (Plant ne canta la parte dove dice più o meno “spremi il mio limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba“) ma il pezzo contiene la migliore performance di basso in contesto (hard) rock/blues di sempre. Quello che John Paul Jones suona è pieno di sensibilità, gusto, intelligenza artistica. Quello che fa nella parte meno intensa del brano è puro umanesimo bassistico.  Evidentemente è molto più semplice soffermarsi sulle forme più apparenti. Per me Bangs commette lo stesso “schifo” che imputa ai LZ, alla fine la sua è una recensione rozza, non scende nei dettagli, non valuta nel complesso e si ferma alla superficie.

Ancora, e Thank You? Il testo non sarà forse degno del miglior Dylan, ma quell’organo che avvolge tutto e le aperture melodiche, non sottintendono emotività diverse? Il lavoro di chitarra acustica e di basso in Ramble On, insieme al cantato, non è un quadretto suggestivo, particolare e ben scritto? Tralascio i brani più in “stile Zeppelin” proprio per far emergere che c’era parecchio altro oltre lo “stile Zeppelin” tanto bistrattato da LB.

E in senso generale, le doti tecniche dei quattro componenti del gruppo, la loro capacità di metterle a servizio dell’alchemia musicale non hanno valore?

Per Led Zeppelin III Bangs scrive del “totale anonimato della maggior parte dei pezzi”. Io fatico a comprendere, soprattutto se vado a vedere i pezzi dei gruppi che piacevano a lui. Ora, sappiamo che ad ognuno di noi piacciono cose che magari ad altri proprio non dicono niente, ma se si è un critico musicale di una certa rilevanza, occorre provare diverse prospettive, occorre cercare di analizzare tutti gli aspetti della musica di cui si sta per parlare.

Lo sferragliare di Immigrant Song potrà apparire sgradevole ai più, ma non è il pezzo perfetto per descrivere le incursioni vikinghe?

Di Friends scrive “ha una buona base acustica un po’ amara, ma ci rinuncia dando tutto ai respiri striduli e monotoni di Plant. Rob, ascolta Iggy e gli Stooges”. Rob ascolta Iggy e gli Stooges”? Per Bafometto, ma cosa c’entrano Iggy e gli Stooges? James Newell Osterberg Jr. era un cantante a cui RP avrebbe dovuto ispirarsi? Il crudo rock monodimensionale degli Stooges doveva essere una sorta di template per i LZ? Suvvia! Come tutti noi, Lester Bangs era reso cieco dai suoi gusti personali. La grandezza dei LZ sta anche nell’aver esplorato dimensioni diverse, magari con risultati alterni, ma la loro strada era fare musica ampia.

Secondo Bangs Since I’Ve Been Loving You “rappresenta invece la quota obbligatoria della lentissima e letalmente noiosa jam blues da sette minuti”, anche qui non si capisce di cosa scriva. Sibly è sì un blues lento e in minore, ma lo si può descrivere come la solita jam session blues? I tre accordi di base del blues I, IV, V (in questo caso Do-, Fa-, Sol-) sono arricchiti di parti aggiuntive e altri accordi particolari che risulta quasi comico leggere il commento di Bangs. Il gruppo la suona live in studio con Jones contemporaneamente all’organo e alla pedaliera basso, mettendo su nastro uno dei più bei blues bianchi mai scritti. Sarò anche un fan, ma se questa è la solita e noiosa jam session basata su un giro di blues, quelle dei Grateful Dead e degli Allman cosa sono? Intendiamoci, siamo d’accordo, il blues va interpretato a dovere, va sentito (to feel), se lo si scrive e lo si suona bisogna mettere in campo il fondo di malinconia ancestrale che l’essere umano si porta ndentro, sono il primo a non sopportare il blues vissuto come esercizietto per musicisti bianchi (e talvolta neri) che si appropriano solo della forma, ma mi pare chiarissimo che questo non sia proprio il caso dei Led Zeppelin.

Seguono poi 5 pezzi acustici. Gallows Pole, un traditional che risale al 1600, Tangerine (restyling di un agrodolce motivetto proveniente dagli Yardbirds), That’s The Way, Bron Yr Aur Stomp e Hats Off To Roy Harper. A parte l’ultima che è siparietto non esattamente riuscito riguardante il vecchio blues dei primi decenni del secolo passato, gli altri sono momenti di estrema gradevolezza. In primis, che un gruppo Hard Rock o Heavy Blues sterzi in maniera così decisa verso situazioni acustiche e differenti con risultati ragguardevoli non è cosa da tutti i giorni. E’ vero che per That’s The Way Bangs finalmente scrive:

” è la loro prima canzone ad avermi sinceramente commosso. Mi venisse un colpo, è stupenda. Sopra un semplice e comunissimo riff acustico, Plant descrive una toccante immagine di due ragazzini che non possono più giocare insieme. I parenti e i pari di uno di questi disapprovano l’altro per via dei suoi capelli lunghi e perché viene dalla parte oscura della città. Per una volta, la voce qui è controllata. Anzi, l’intonazione della voce di Plant è lamentosamente soave come nelle migliori ballad dei Rascals. E un drone modulato elettronicamente ronza cupo nel sottofondo come le chiatte malinconiche di un porto mentre le parole cadono soffici come neve: “And yesterday I saw you standing by the river / I read those tears that filled your eyes / And all the fish that lay in dirty water dying / Had they got you hypnotized?” Bello e strano abbastanza, cari Zeppelin. Come disse Chuck Berry eoni fa, “ti mostra ciò di cui non ti accorgi mai”.

però a me sembra riduttivo. Nel suo complesso LZ III è un album vario, coraggioso, suonato bene, ricco, coinvolgente, delicato e inteso allo tempo stesso. Uno degli album rock importanti, uno di quelli da avere, qualsiasi sia la tua predisposizione.

Fatico a capire inoltre come gli sia sfuggita la presenza di gente come John Bonham (il miglior batterista rock di sempre, ormai è cosa nota, ) e John Paul Jones, musicista/arrangiatore/polistrumentista di statura elevatissima.

I LZ non hanno certo bisogno di essere difesi, ma il rock – checché io ne dica – è ancora una faccenda maledettamente importante per me, impossibile rimanere impassibile (scusate il pasticcio, voluto) davanti a certe stupidaggini anche se scritte da uno come lui.

 

 

 

 

 

 

22 Risposte to “Perchè Lester Bangs sbagliava riguardo i Led Zeppelin”

  1. mikebravo 08/05/2018 a 11:21 #

    Ho scoperto lester bangs veramente da pochi giorni con un libello della
    minimum fax comprato a 5 e rotti euro.
    Sono rimasto veramente commosso dalle primissime pagine dedicate ai
    gallinacci, geniali secondo lester ed anche secondo me.
    Ho scoperto il suo modo di scrivere.
    E come frank zappa nel famoso poster, ogni mattina, leggo di lester young
    seduto sulla tazza.
    Per iniziare bene la giornata e penso che lester ne sarebbe fiero.
    E se ha parlato male dei led zeppelin lo perdono.
    In fondo lui amava i perdenti ( i gallinacci ).

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  2. Giancarlo 08/05/2018 a 14:00 #

    Amico mio… un bel pezzo a difesa degli Zep quando il problema non erano loro bensì il Bangs. Amato e idolatrato da chi o non lo ha mai letto o ha visto giusto due righe qua e là, Bangs era un buon/ottimo scrittore (dipendeva dalle giornate), coraggioso polemista, che avrebbe potuto scrivere di tutto tranne che di rock. Tempo addietro feci una minuziosa ricerca che finì su un pezzo scritto per un mensile. E allargai la mia cultura sul soggetto. Sarebbe molto più pratico elencare le cose che gli piacquero invece di quelle che massacrò. Più il soggetto era importante o lo sarebbe divenuto a breve, peggio veniva trattato. Vado a memoria : Bowie, Zeppelin, Who, Zappa, Stones…Beatles… possiamo andare avanti per ore. Tutti massacrati. Perché sui termini non si lesinava. Salvo poi incensare punk e Reed, il cui Metal Machine Music, un abominio, uno scherzo, veniva definito “il disco rock più bello di tutti i tempi” !
    Fai bene a risentirti. Ma sarebbe il caso di domandarsi piuttosto come RS e Creem abbiano fatto muro alla musica inglese sguinzagliando mastini come lui e quell’altro bel tipo di RS di cui mi sfugge il nome. Di come le case discografiche li abbiano lasciati sputtanare mezzo mondo senza boicottarli… in italia questo non sarebbe mai potuto accadere… non a caso tutto è bello per i nostri sedicenti operatori da tastiera e dunque da comprare mentre il sottoscritto, due ere geologiche or sono, venne sfavorito ai suoi tempi per essersi permesso di esprimere un pensiero negativo… quanti ne hai letti, Tim, di pareri fortemente negativi, negli anni ? 😀 Bangs era un coglione. Questa la mia opinione. Un simpatico, intelligente, astuto, provocatore. Ma non un critico. E non un semplice cretino saccente come Scaruffi. Che notoriamente non esiste… essendo una pletora di fessi selezionati ognuno con un compito preciso. Ciao Tim…

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  3. timtirelli 08/05/2018 a 15:44 #

    Giancarlo (Trombetti!), grazie del commento, si vede che sei un cavallo di razza. Analisi ineccepibile. Mi piace il fatto che non lo massacri solo perché parlò male dei nomi a te cari, ma che lo analizzi più nel profondo. Onorato di averti qui nel blog tra di noi. In definitiva non sono risentito, il fatto è che di fronte a certe boutade mi va ancora di dire la mia.

    Grazie ancora delle parole.

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  4. baccio 08/05/2018 a 18:23 #

    E non trascuriamo infine la bellissima copertina di Led Zep III: solo Phisical Graffiti le si avvicina (non a caso anche quella con finestre).

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  5. Tom 09/05/2018 a 00:35 #

    Beh diciamo pure che Lester Bangs non amava l’ovvietà, poco ma sicuro, ed amava molto andare contro corrente….tutti noi con le nostre giovani menti e cuori a seguire allora Cream, Ledz, Ten Years After o Jethro Tull, etc.etc. incantati da nuovi suoni e mondi musicali da scoprire….non aveva tutti i torti in fondo e col senno di poi possiamo dire che di nuovo e di valido in effetti non c’era e non c’è stato poi moltissimo…in Italia un piccolo grande Lester Bangs lo è stato Riccardo Bertoncelli e la rivista Gong che hanno aperto a molta gente nuove prospettive…Lester Bangs penso sia sopratutto stato un aiuto ad aprire di più menti, cuori ed orecchi ed a cercare di distingure la musica fatta col cuore da quella di maniera che ha segnato praticamente tutti gli anni ’70.

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  6. bodhran 09/05/2018 a 11:06 #

    L’articolo di Bangs è completamente sbagliato. Mi chiedo però anche se all’epoca lo fosse. Mi è capitato più di una volta di parlare con canadesi o americani che hanno vissuto in diretta gli anni Zeppelin e sentirmi dire “ti piacciono i Led Zeppelin???”, e di come la domanda stupefatta non si riferisse affatto alla musica in quanto tale ma al resto, mi dicevano insomma “uno come te ascolta questa roba da bifolco coatto di periferia?”. Evidentemente agli ascoltatori della generazione immediatamente precedente (quella di Dylan, Beatles, Doors…) gli Zeppelin dovevano sembrare più “rozzi”, meno “artisti” delle velletià letterarie di Jim Morrison o della tenebrosità dei Velvet Undergound. Meno forniti di quel lato paraculo che nell’arte contemporanea tanto aiuta, questi arrivavano con delle bombe di vinile, salivano sui palchi, spettinavano il pubblico e parlavano di sesso senza troppe metafore poetiche. Se questo ha di certo un valore bisognerebbe mettersi nelle orecchie (e nei panni) di quei ragazzi, ora abbiamo visto questo e quello e mettere tutto sullo stesso piano credo sia sbagliato. Continuo a considerare i LZ una spanna sopra tutti, gli unici che hanno incarnato appieno quegli anni, mescolando tutte le pulsioni musicali dell’epoca (anche con furbizia? poco male, il risultato è grandioso). Poi non ho paura di dire che non sopporto più il loro lato fanfarone, che Page da un certo punto in poi suonava male e che aveva perso l’ispirazione, ma nel 1970 Lester Bangs aveva sbagliato e i Led Zeppelin avevano ragione.

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  7. Tiziano il V° cavaliere dell'apocalisse 09/05/2018 a 14:04 #

    scrivo di getto. Mai sentito nominare LBangs prima di adesso. Ho letto la sua recensione andando sul link : mai letta una “recensione” più strampalata anche come esposizione di pensiero aldilà che il disco gli piacesse o meno. Io credo che Tim non ha niente a che fare con lui ( leggo che gli amici lo accostano a Bangs , ma la mia è solo un’opinione …opinionabile) . E poi si parla male di ( o poco bene) del Caffarelli? Lui ha scritto un bellissimo ( mi piacerebbe rileggerlo) articolo-recensione sul LZ III su Ciao 2001 …

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  8. Paolo Barone 09/05/2018 a 19:45 #

    Allora….LZ III e’ il disco più importante della mia vita, se mai ce ne fosse uno, e Lester Bangs e’ il più importante scrittore americano di musica rock.
    Le cose per me possono tranquillamente viaggiare insieme e senza particolari patemi.
    Bisognerebbe pero’ mettere meglio a fuoco un paio di cose. Bangs amava un certo tipo di musicisti e ne odiava visceralmente altri, e spesso questo non aveva troppo a che fare con la musica che producevano. Non aveva particolari problemi con l’Hard inglese, infatti gli piacevano i Sabbath, o con i grandi chitarristi rock blues, visto il suo amore per Duane Allman o Rory Gallagher. A lui stava proprio sul cazzo il fatto che alcuni musicisti, specie alla fine degli anni sessanta, si sentissero e venissero percepiti come delle divinità’ sovrumane, del tutto distaccate dalla realtà dei loro fans idolatranti.
    Per questo odiava band come i LZ e amava dei gruppi sfogati come gli Stooges o i Seeds. Perlomeno dei primi adorava anche il meraviglioso frastuono, ma non e’ questo il punto. aveva ragione a credere che quegli atteggiamenti avrebbero portato tutto alla rovina? Visto come sono andate le cose verrebbe da dire di si. Lui difendeva a spada tratta lo spirito primordiale e poco rispettabile del Rock. Non gli importava assolutamente nulla della Summer of Love o degli intellettualismi alla Morrison (che infatti prendeva a ridere pubblicamente). Non era per quello che l’aveva a morte con i nostri. Piuttosto vedeva nella band di Page e Grant il simbolo di quel gigantismoche tanto odiava. Credo che per valutare il suo vastissimo lavoro bisognerebbe vedere le cose da un punto di vista più ampio. Non a caso i suoi colleghi e amici prediletti, Cameron Crowe e Nick Kent, erano fan dei Led Zeppelin, e Creem li metteva in copertina di continuo. Non era quello il punto e non lo e’ oggi a più di 40 anni di distacco. Bangs aveva dei gusti musicali discutibilissimi, era capace di stroncare capolavori ed esaltare delle cazzate pazzesche, ma aveva un onesta’ e un coraggio difficili da trovare nella stampa musicale. In questo senso lo paragono spesso a Tim (che in realtà e’ il Pasolini del Rock!). Quel che continua a colpire di lui e’ la passione totale, assoluta, quasi religiosa per la musica. E poi la cosa più importante: Lester Bangs era uno scrittore straordinario, unico e irripetibile nella storia del rock, che il dio del tuono e del r’n’r’ lo abbia in gloria. Aveva le sue fissazioni, i suoi abissi interiori, e un gran cuore che metteva sempre a nudo. Personalmente amo alcune delle sue band preferite, e condivido molto del suo punto di vista su una certa deriva complessiva, che aveva intuito già in tempio non sospetti. Sui LZ aveva sbagliato tutto, e spesso aveva dei gusti musicali di merda. Sono un fan del dirigibile, sfido chiunque a dire il contrario, ma quando scriveva che avrebbe voluto vedere Plant o Jagger gestire una torta in faccia durante un concerto, come avevano fatto Iggy e Alice Cooper, come si fa a non amarlo? E poi le pagine in cui ci racconta i suoi abissi, l’America, la vita in quel periodo di sogni e delusioni….vera letteratura, che oggi possiamo godere ascoltando tranquillamente LZ III sapendo che su quello aveva scritto un mare di cazzate.

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  9. Tom 10/05/2018 a 14:47 #

    Non è che un giudizio negativo sia giusto o sbagliato, a meno che non sia in malafede od una avversione preordinata di base, è solo un modo di vedere le cose. A me personalmente non farei mai mancare i primi quattro lp dei Ledz, mentre vi regalo senza ombra di dubbio gli ultimi 4-5 (da House a Coda) tolto pochissime cose, ma ripeto è il “mio” modo di vedere le cose sul Dirigibile. Ma sono sicuro che in giro c’è molta gente che preferisce invece proprio questi ultimi lp, e non credo siano sordi o incompetenti.

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  10. Giancarlo T. 10/05/2018 a 18:16 #

    Paolino, Paolino… (Barone) sai quanto ti stimi, ricordi, no ? E comprendo perfettamente che le interpretazioni siano soggettive e che ognuno abbia il diritto di estrapolare da parole e frasi quello che sia più in sintonia con il proprio sentire. Che Bangs fosse uno scrittore più che dotato, creativo, non lo nega nessuno. Purtroppo, da perfetto stronzo quale sono, tendo a dare un significato ben preciso alle parole. Odio la critica in sé. Nel senso che continuo a pensare che ognuno debba formarsi la propria opinione sul campo con i propri parametri e giusto qualche ora fa, ho appena detto no a un caro amico che mi proponeva una cosa che non mi avrebbe portato da nessuna parte logica.
    Così come ritengo di nessun interesse le opinioni di chi scrive “I cento dischi” o “Gli album dell’isola deserta”…cazzi loro, in sostanza… non vedo perché avrei dovuto imbarcarmi in qualcosa di simile…sto divagando, lo so… ma in tv sta passando come commento a un serial “Hurt” versione di Cash e non riesco a concentrarmi…
    Scrivere, sono decenni che lo dico, significa raccontare, coinvolgere, parlare di se e del reale. Non Re Censire un disco, un cd. Quella è un’arte che noi italiani non dovremmo proprio fare.

    Ecco perché … traduco : “La loro musica (gli Zeppelin) è effimera come un fumetto della Marvel, brillante come un vecchio cartone animato, non mette alla prova l’intelligenza o la sensibilità di nessuno, facendo invece affidamento su un banale impatto viscerale che forse assicurerà loro la fama assoluta per molte lune a venire. I loro dischi raffinano i rozzi mezzi di una noiosa blues band bianca in qualcosa di fantastico nella sua insensibile rozzezza, un po’ come un epico Cecil De Mille, e lamento una consistente anonimità della maggioranza delle canzoni…”.

    E poi : “Zappa è uno spregevole miserabile che gli idioti chiamano compositore invece di copione che cammina su materia umana in decomposizione”…. “Springsteen è un catarro borbottante i suoi stornelli con la bocca impedita, come una specie di Robbie Robertson pieno di barbiturici o di un Dylan che si vomita sulla nuca”.

    I Black Sabbath all’esordio…”L’intero album è roba da poco – alla faccia dei titoli confusi del disco e alcun testi insensati che suonano un po’ come i Vanilla Fudge che pagano uno zoppicante tributo ad Aleister Crowley, il disco non ha nulla a che fare con lo spiritualismo, l’occulto o altro eccetto la rigida ripetizione del cliché dei Cream che paiono come imparati da un libro e masticati a lungo con tenace persistenza…i Sabbath hanno discordanti scale di basso e chitarra mai in sincrono, come i Cream, però peggio”…
    Bowie “ha scritto i peggiori testi mai letti nel rock”, mentre i Cream sono “bravissimi a fare un sacco di cose, sfortunatamente comporre e registrare non sono tra quelle.”.

    Gli It’s a Beautiful Day all’esordio : “Ho faticato a stare seduto davanti a questo pezzo di merda”… mentre sull’esordio di David Crosby : “Il capolavoro indiscusso del disco è la fantastica chiacchierata solitaria di otto minuti di Cowboy Movie. Musicalmente non è niente più di un nastro ripetuto, un loop, ma contiene una grande storia che non rivelerò perché so quanto divertimento proverà ognuno ad ascoltarla per la duecentesima volta cercando di capirla!”.

    I Rolling Stones … “Exile on Main Street è uscito solo tre mesi fa e mi sono fatto venire praticamente un’ulcera e le emorroidi solo tentando di farmelo piacere. Finalmente ho lasciato perdere, scritto una recensione che è una critica assoluta e ho tentato di dimenticare il tutto.”.

    Gli EL & P : “Se Ravel e Mussorsky potessero sentire cosa hanno fatto della loro musica, probabilmente starebbe a tirare conati di vomito a vuoto nel cesso…”.
    A One Man Dog di Elton John viene dedicato un : “Il mio malumore è riservato a Elton John a James Taylor, a tutti i gloriosi ragazzi dell’Io rock…lo chiamo Io Rock, un nome che mi sono appena inventato, perché la maggior parte di esso è cosi implacabilmente , involutamente egocentrico che finirai di odiare quel poveraccio e ti verrà voglia di portare fuori quel povero bastardo, offrirgli da bere, poi dargli un calcio nel culo preferibilmente in cime a una vetta e tirarlo direttamente dentro l’oceano…”.

    Potremmo andare avanti per un bel po’, lo sai, Paolo…

    Ed ecco perché dico che non credo né a chi scrive così, né tantomeno a colui per cui tutto è bello e da avere…che poi è la malattia diffusa e contagiosa che ha preso da decenni i nostri sedicenti critici musicali, una definizione semplicemente risibile perché non esistendo un settore professionalmente dedicato, non vedo come potrebbero esistere costoro.
    Ma mentre i nostri seguono le vicende del rock da Vigevano o Catanzaro Lido e quindi sono scusati per i loro binocoli limitati, Bangs respirava quello di cui scriveva. E chiedo : che fiducia riporre in chi massacra indistintamente le icone del rock and roll ? Che competenza può avere chi scrive distruggendo metodicamente i grandi non le mezze seghe, ma i Top Players ? Chi può devastare con parole di fuoco senza provare null’altro che la propria violenza dialettica ?

    Per questo ritengo che Bangs sia stato un provocatore neppur tanto astuto, un satanico detrattore di quello che, semplicemente, a lui non piaceva. Un problema che, a Roma, racchiuderebbero in un laconico “e ‘sti cazzi ?”.

    No, non credo proprio che accetterò di scrivere un libro dove esporre i miei affetti e i miei dubbi su certi lontanissimi nomi noti. L’ha già fatto Bangs.

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  11. Paolo Barone 11/05/2018 a 00:14 #

    Giancarlo la tua stima mi rende felice!
    Credo di non essere stato capace a spiegare perché ritengo Bangs un grande scrittore di Rock. Forse non sono proprio in grado di farlo, e certamente gli argomenti di Tim e Giancarlo sono molto validi, al punto che metto facilmente in discussione le mie certezze a riguardo. E devo dire che questa era un altra dote di Lester Bangs, la sua capacita’ di rivedere le sue recensioni e cambiare anche idea totalmente. Gli MC5 erano una band che aveva stroncato, per poi ricredersi e fare un autocritica pubblica diventando un gran sostenitore del gruppo. Non cambio idea su Bangs come lui ha fatto molte volte, ma indiscutibilmente le sue recensioni di capolavori come Exile o LZIII sono totalmente sbagliate. Eppure io mi godo la lettura di questi pezzi, proprio forse perché sono dischi che amo, che tutti amiamo, e vederli presi a calci in culo secondo me e’ una cosa sana, pure divertente, e necessaria. Una voce fuori dal coro, che pur essendo parte integrante di quella storia la guardava con un punto di vista diverso. Irrispettoso, eccessivo, provocatorio e pieno di amore. Magari le mie sono seghe mentali, ma questo provo quando leggo alcune delle sue insostenibili recensioni. E poi quando scriveva delle sue passioni…Il pezzo su Astral Weeks, gli Yardbirds, oppure tutto il lavoro fatto su Lou Reed e i Velvet Underground. Gli Stooges, gli MC5 o il tour inglese con i Clash…il concerto dei Tangerine Dreams a NYC o l’intervista ai Kraftwerk. Sono pagine di grande scrittura rock. Capisco perfettamente il punto di vista di Giancarlo e per certi versi e’ ineccepibile, non fidiamoci mai troppo delle recensioni musicali specialmente se sono tutto merda o tutto bello. Ma a distanza di anni credo che Lester Bangs abbia meritato il suo posto nella storia del rock, come scrittore e critico controcorrente dotato di un grande talento. Lo hanno imitato con risultati disastrosi, i dischi che amava sono diventati spesso dei classici, e quelli che stroncava dei pilastri della nostra musica. Il tempo e’ passato, e non so come spiegarlo, ma credo che ci possa restituire il lavoro di Bangs come un pezzo di grande letteratura americana.

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  12. Tom 11/05/2018 a 13:22 #

    Questa amichevole diatriba su Lester Bangs mi ricorda quel grandioso film di Ridley Scott “I Duellanti” anno 1977, dove i due Ussari spadaccini, uno assolutista, l’altro possibilista lottavano in tutta Europa per una questione d’onore.

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    • Paolo Barone 11/05/2018 a 21:22 #

      Ok, va bene che era tardi, ma ho scritto Tangerine DreamS con la Esse! Cose da pazzi. E sono pure un gruppo che mi piace.

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  13. mikebravo 12/05/2018 a 05:47 #

    Nonostante io legga di rock music dal 1971, non ho mai letto nulla di lester bangs
    fino a marzo 2018.
    Certo conoscevo bene il film ALMOST FAMOUS e quando mi é capitato tra le mani
    GUIDA RAGIONEVOLE AL FRASTUONO PIU’ ATROCE alla libreria LIBRACCIO,
    mi sono ricordato di lester bangs, quello che nel film di cameron crowe mandava
    il giovane al seguito del gruppo in tour,
    Sfogliando le prime pagine del libro vidi citato nell’introduzione BURROUGHS,
    lo scrittore che ando’ a vedere i led zep in concerto e poi intervisto’ jimmy page.
    Per farla breve, le connessioni zeppeliniane mi hanno spinto all’acquisto.
    E non posso certo dire che prima abbia letto i grandi scrittori della beat generation.
    Nè ho mai letto burroughs o bukowski.
    Sta di fatto che il libro l’ ho comprato e , come ho gia’ detto, iniziare un libro che
    raccoglie recensioni di un famoso critico e leggere subito dalla primissima
    pagina che il tipo ti attacca a parlare degli yardbirds e nella terza pagina li
    definisce gruppo originali di geni……..definendo i figliastri degli yardbirds
    neanche la meta’ di loro come valore……beh, ho pensato, cazzo lester,
    come mai non ti ho conosciuto prima ?
    Led zep, Jeff Beck Group, Cream e Aerosmith tu li chiami figliastri.
    Ma mi tiri fuori I’M A MAN una canzone che mi fece andare fuori di testa,
    dove la chitarra di beck finiva il brano in puro rumore……
    Lester ma chi sei ?
    Ma come scrivi lester ?
    Sei un marziano ?
    Poi ripensi a brani come train kept a rollin , shapes of things, ed altri ancora,
    ripresi dai figliastri, come li chiama lester,.
    E continui a leggere quello che scrive questo tipo che ti celebra PSYCHOTIC
    REACTION, un altro furto dei figliastri.
    E in che modo ti descrive i 4 albums dei COUNT FIVE di cui non trovo traccia
    su internet o nelle enciclopedie…….
    Lester scrivevi di notte fino alle prime luci dell’alba ?
    Ti faceva senz’altro compagnia la bottiglia.
    Eri un tossico sui generis ?
    Eri un grandissimo certamente!
    Lester eri un poeta sognatore.
    E se il tuo grande sogno era di possedere una villa sovrastante delle catacombe
    ricolme di tutto il vinile pubblicato nel mondo,beh lester, come il buon leopardi
    sei morto giovane ma hai contemplato l’infinito.
    .

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    • Paolo Barone 12/05/2018 a 09:06 #

      Wow! Mikebravo che bella cosa che hai scritto.

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  14. Beppe R 13/05/2018 a 11:28 #

    “Come tutti noi, Lester Bangs era reso cieco dai suoi gusti personali”…Sottolinea Tim e proprio qui sta il punto: quando eravamo giovincelli e non capivamo come mai certa critica strapazzava i nostri gruppi preferiti, non eravamo noi ad essere immaturi ed impreparati, ma loro a propinarci le proprie priorità. Anyway, Tim Tirelli è oggi un eccellente critico rock: grande articolo. Giù il cappello, come gli piace dire ogni tanto.

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  15. timtirelli 13/05/2018 a 14:08 #

    Beppe Riva mi fa sempre arrossire. Lui, che considero uno dei pochissimi giornalisti musicali davvero superlativi (tra l’altro anche i nomi di un altro paio dei miei preferiti sono presenti nei commenti qui sopra), che scrive di me certe cose! Sono lusingato. Il Tim ragazzino non si sarebbe mai sognato un onore del genere.

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  16. Beppe R 14/05/2018 a 19:06 #

    Rispondo a Tim dicendogli che se intervengo episodicamente sul suo Blog (non penso di apparire invadente…) è perché gli sono affezionato come persona ed inoltre ci unisce l’amor comune per i bistrattati colori nerazzurri, perdenti dal 2011 in poi per autolesionismo ma anche con la complicità del “sistema”. Ciò nonostante, non mi sognerei di elogiare le qualità espressive del nostro Tirelli se non avessi osservato anno dopo anno la sua costante crescita come “scrivano” di rock. Ho letto con piacere, senza però prendere posizione, gli interventi “duellanti” di Trombetti e Barone sul personaggio Lester Bangs; sono un vecchio appassionato del rock urbano di Detroit (MC 5 e Stooges su tutti) e contemporaneamente amo la genesi “classicista” del prog inglese (EL&P, sinfonici Crimson ed affini): stili contrastanti per molti, ma con il tempo ho imparato ad amare musiche dagli orizzonti distanti, ed analogamente mi piace riconoscere la qualità di uno scrittore nell’ambito musicale, anche se non in linea con le mie passioni. Penso a Riccardo Bertoncelli, un virtuoso della lingua italiana applicata al rock, eppure caustico nei confronti di alcuni miei gruppi preferiti.
    Ergo, ritengo che al di là di opinioni particolaristiche, la triade Tirelli, Trombetti e Barone, costituirebbe un’immaginaria redazione da applausi per qualsiasi progetto di testata rock.
    Nondimeno, mi permetto di dissentire profondamente da un’affermazione di Giancarlo che, sia chiaro, resta tuttora un Top Player del giornalismo musicale italiano oltre che un polemista nato…
    “Scrivere, sono decenni che lo dico (cito Trombetti, naturalmente e sottintendo “scrivere di musica”), significa raccontare, coinvolgere, parlare di sé e del reale. Non Re Censire un disco, un cd. Quella è un’arte che noi italiani non dovremmo proprio fare.”
    Sono convinto, Giancarlo, che tu abbia maturato un’avversione verso un’epoca di carta stampata (degli anni ’80) che abbiamo condiviso, e dove le recensioni erano un punto focale. Più volte, lo affermi tu stesso, ti hanno irritato i “recensori” nostrani, comprendo ma non credo si debba generalizzare. Chiaro che la scrittura rock non può esser limitata solo a quell’aspetto, ma la recensione è stata spesso la forza trainante anche delle nostre riviste, fin dai primordi (inizio Seventies, con una rubrica apposita su Ciao 2001), a mio avviso un’”arte” più godibile di interviste-fiume spesso stracolme di banalità e domande ripetitive. Ricordo ancora con emozione recensioni di un’intera pagina su vetusti Ciao 2001, ad esempio quelle dell’omonimo, secondo “High Tide”, oppure di “Tarkus” e di “Pictures” degli EL&P, senza dimenticare che gruppi quali Van Der Graaf, Gentle Giant, Black Widow, gli stessi Genesis hanno raccolto recensioni entusiastiche in Italia prima che nella stessa perfida (a volte…) Albione.
    Perché mai avremmo dovuto privarci di quest’”arte”? Per quale motivo non dovremmo esser capaci di commentare decentemente dei dischi? La recensione è un motore che spinge l’appassionato alla ricerca, che trasmette emozione ed entusiasmo, se il livello di competenza e la qualità dell’esposizione sono significativi. Ognuno la pensi come gli pare, ma per me rientrare nella categoria che tu liquidi come “Re Censori” (immagino che lo stacco sia sarcastico) sarebbe motivo di vanto…

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  17. bodhran 15/05/2018 a 12:47 #

    Mi permetto di rientrare in questa discussione solo in quanto lettore di recensioni, perché anche volendo non competerei di certo con tre Re-censori (Re come titolo onorifico), e non riesco a trovare la ragione tra Trombetti e Riva.
    Credo che oggi non valga porre la domanda “perché si scrive una recensione”: con la facilità di pubblicazione online dei giorni nostri sarebbe facile dire che il motivo principale è il bisogno disperato di visibilità, ma è un giudizio ingiusto nei confronti di chi scrive di musica, letteratura, arte con passione e sapienza.
    Però vale la pena di chiedersi perché si legge una recensione.
    Parlo per me: in questa pletora di siti io vado cercando qualcuno che mi descriva album che non conosco (preferibilmente nuovi) nella speranza di trovare qualcosa che mi piaccia. Nella maggior parte dei casi incappo in sviolinate all’ennesimo “capolavoro” che quando vado ad ascoltare in realtà puzza di vecchio e non mi entusiasma affatto (e qui ci metto anche l’età e la difficoltà di ritrovare certi slanci che si hanno in giovinezza, quando si è ascoltato poco).
    In questi casi penso spesso che chi scrive lo fa per passione, forse è molto giovane, non ha grandi conoscenze musicali (magari se le sta facendo scrivendo quegli stessi articoli, magari se lo vuole fare di lavoro e sta lavorando gratis) e quindi in questo caso darei ragione a Riva: vero che con l’arte contemporanea sono saltati i canoni ma affidarsi al “mi piace/non mi piace” è davvero troppo poco; è una gran cosa trovare qualcuno che riesce a descrivermi ragionevolmente cosa succede in un album/libro/concerto fornendomi riferimenti reali e non impressioni o punti punti di vista tutti personali.. Su tutti porto ad esempio Carla Moreni che anni fa scriveva di musica classica sul domenicale del Sole 24ore (così tra l’altro non faccio torti a nessuno). Non sono un esperto di classica, la ascolto occasionalmente, ma quel giornale mi capitava tra le mani e non mi perdevo un suo articolo tanto riusciva a farti rivivere la serata a cui aveva assistito: descrizione dell’ambiente, del pubblico, dell’esecuzione, due cenni sugli autori e sugli interpreti, e dagli articoli traspariva una competenza che rendeva credibile il giudizio finale, che in questo caso si poteva dire fosse “oggettivo”. In questo Caso Riva batterebbe Trombetti 1-0.
    Poi è anche vero che ci sono recensioni infarcite di rimandi, di aneddoti, di particolari che non trasmettono niente a chi legge mentre invece il racconto privato della descrizione dello stato d’animo provato durante l’ascolto di un album o la visione di un film può essere efficacissima nel trasmettere qualcosa al lettore, che magari ci si ritrova o riesce da quella recensione a capire qualcosa in più di quel che ha ascoltato/visto.
    Certo bisogna averne la penna ma così come ho comprato dei dischi solo per la copertina non vedo perché, una volta capito chi scrive, lasciarsi semplicemente suggestionare e vivere più emozioni che nozioni.
    In questo caso Trombetti batterebbe Riva 1-0.
    Io quindi voto per un salomonico 1-1 ringraziando (in rigoroso ordine alfabetico) Barone, Riva, Tim & Trombetti per regalarci recensioni e suggestioni che valgono sempre di essere lette.

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  18. Giancarlo T. 15/05/2018 a 13:50 #

    Beppe, Beppe… tra un paio d’anni festeggeremo i 40 anni di amicizia e ancora pare che tu mi conosca poco… 🙂 sono non critico ma stomacato da quello che il web oggi e alcuni periodici, prima, hanno contribuito a diffondere : la straziante necessità di dire comunque la propria opinione per il solo fatto di possedere un disco. A questo si è ridotta la voglia di scrivere. A raffazzonare qualche informazione favoriti dalla rete e appiccicarla a qualche parere sommario il 90 per cento dei casi sorretto solo dalla propria presunzione. C’è stato un tempo in cui alcuni eroi, privi di fonti quotidiane e con pochi mezzi – sostanzialmente carta straniera – avevano saputo dare un senso alla parola recensione. Da molto tempo tutto ciò non ha più senso. Migliaia di improvvisati critici scimmiottano vecchi tizi di cui spesso hanno letto frasi in modo occasionale, autogratificandosi di onori che nessuno gli ha mai attribuito . Millantatori di una professione…scusate : di un mestiere che non conoscono nemmeno per sentito dire. Grammatica zoppicante, aggettivi donati a caso e sempre uguali a se stessi, consecutio ignota. 34 anni fa mi danni per iscrivermi a un ordine che adesso rifiuto e di cui mi vergogno. Oggi non serve nemmeno più: tutti giornalisti honoris causa… e un ordine vile e risibile che chiede a me di fare corsi di aggioramento sulla deontologia professionale. A me, non a varriale o pistocchi… o a chi , facendo notevolmente… che so… il cassiere all’esselunga, quando esce di casa con la maglietta dei Metallica, diventa un…giornalista. Giusto così. È un sistema che non controlla più se stesso, che permette a chiunque possieda una tastiera e faccia di culo di diventare una fonte solo perché ha un blog o collabora da una qualche parte. È il sistema che non conosce la differenza tra correzione di bozze e revisione di un testo, tra collaborazione e redazione, tra proprietà intellettuale e il copia/incolla.
    Spero che a questo punto a te, amico mio, a Tim e Paolo, altri amici stimati, sia chiaro il mio pensiero. Se non fosse sarà colpa mia che non ho saputo essere chiaro. C’è stato un tempo, ere geologiche or sono, in cui scrivere era difficile e fare un giornale un’arte, purtroppo mai onorata fino in fondo, per giovinezza e inesperienza. Due elementi che oggi paiono essere valori e non barriere.
    Ma sono opinioni di chi , se tornasse indietro, farebbe tesoro di certi errori e ingenuità, sperando di poter fare di meglio. Mentre far bene essere secondario rispetto a una firma in calce che rappresenta il punto di arrivo. E non una partenza.
    Tutto qua. Scritto di getto e non riletto.

    Ps : una cosa, però … vi prego, non parlatemi di “sistema” perché mi obbligate a preoccuparmi per il giudizio di assoluto affetto e stima che nutro per voi. L’intelligenza che vi riconosco non lo merita. 😉

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  19. Beppe R 15/05/2018 a 18:50 #

    Caro Giancarlo, può essere che come scribacchino io sia arrugginito, ma neanche tu mi conosci tanto bene. Nonostante sia un po’ “old metal” (ferrovecchio…) ci arrivo anch’io alla conclusione che è pieno il mondo di recensori mediocri e che oggi con internet è facile fare un copia-incolla di pensieri e informazioni, per cui si può apparire un po’ eruditi quando non lo si è! Ma io parlavo dell’arte della recensione, un dettaglio di prosa & poesia (come qualcuno sapeva fare) non di bieco riciclaggio di contenuti altrui. E ribadisco: perché le recensioni devono essere un capro espiatorio quando ci sono interviste e articoli logorroici che nessuno ha voglia di leggere fino in fondo? Non sei convinto? Pazienza, ma questa è la mia modesta opinione. Come pure rivendico la libertà di attaccare il sistema “calcio” che ha i suoi padroni, in Italia e nel resto d’Europa. Per te sarò poco intelligente: come il celebrato portiere che parla di “arbitri scuse dei perdenti” quando sono gli avversari italici a lamentarsi, ma se poi si sente penalizzato in una certa capitale europea aggredisce il “direttore di gara” con termini non proprio da educanda. Oh, lesa maestà…Oppure come quel difensore che sventola banconote immaginarie in faccia ai giocatori che l’hanno appena sbattuto fuori da un’ambita Coppa…Certo, la squadra di questi “Signori” ha la rosa di gran lunga più forte del campionato dove le Milanesi che fanno rima con “cinesi” non hanno più l’appeal e la classifica di un tempo, ma non è scritto da nessuna parte che alla Signora si debba srotolare davanti un tappeto rosso ogni volta che scende in campo. Scusate, Campioni!

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  20. Tom 16/05/2018 a 09:39 #

    Forse…tre volte forse…. una volta era più facile fare il critico recensore perchè uscivano tre lp fenomenali alla settimana (minimo)… oggi che non ne esce nemmeno uno all’anno, i presunti addetti ai lavori devono arrampicarsi sugli specchi o camminare sull’acqua per scrivere 20 righe di recensione e strolicare qualcosa di saputello.
    Quanto ai “gobbi” torinesi, quando vanno in Europa, meglio si infilino nelle loro cuffiette stereofoniche quella vecchia canzone dei Rokes “Bisogna saper perdere” che per loro diventerà probabilmente “Bisogna continuare a perdere”

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