Mi perito a parlare della notizia della morte di Guccini: c’è già abbastanza clamore in giro a tal proposito, tuttavia questo blog non può sorvolare su una simile perdita, una di quelle che mi fa sentire più solo al mondo, meno al sicuro.
Scambio alcuni messaggi con qualche amico e amica, quelli con cui riesco a definire meglio il significato di certi sentimenti: dunque Polbi, l’Ispettrice Vinci, la Novalis e pochi altri.
Polbi ad esempio mi scrive:
«Per me è una notizia scioccante. Sono cresciuto amando le sue canzoni, l’ho visto tre volte live e una volta l’ho incontrato alla Biblioteca Nazionale a Roma. Una persona mitologica. Ero un ragazzino, e Mino mi aveva fatto crescere ascoltando il suo De André. Poi un giorno, chissà come, arrivò a casa mia una cassetta di mio zio Bartolo. C’era Via Paolo Fabbri 43 di Guccini. Mi piacque subito tanto, anche se ovviamente alcune cose le afferravo più come intuizioni e suggestioni. E poi L’Avvelenata. Io non avevo mai e poi mai, prima di allora, ascoltato parolacce del genere, per di più in un disco! La stessa cosa però la pensavano Mino e Francesca, così che quella cassetta venne subito bandita e censurata! Era arrivata la prima piccola frattura, il mio personalissimo Elvis, Beatles, Pistols, che ti distingue dai tuoi genitori.»
Io non avevo zii di quel tipo; a parte mia madre — che mi ha passato l’amore per la musica classica, Glenn Miller, Benny Goodman, Henghel Gualdi e il jazz — mi sono dovuto fare da solo.
Nei primissimi anni delle superiori annusavo le prime sensazioni musicali serie: ero pronto per spiccare il volo, ma ero ancora un tantino acerbo. Ricordo nitidamente un concerto di Guccini che si sarebbe tenuto di lì a poco al Palasport di Modena (ora PalaMolza), una struttura a poche decine di metri sia dall’istituto superiore che frequentavo, sia dalla stazione delle corriere di Mutina, luogo da cui partivo per tornare a casa.
Era il 1976. Conoscevo poco Guccini, ma l’aura e la nomea che lo accompagnavano me lo facevano vivere come un gigante. Guardavo il Palasport e mi dicevo: “Domani sera Francesco Guccini si esibirà lì”. Mi appariva come un evento straordinario… Come Polbi, anch’io lo vivevo come una figura mitologica. E pericolosa.
Le sue canzoni di “protesta”, come si diceva allora, erano cariche di quella forza umanistica che da lì a pochissimo avrebbe cambiato per sempre il mio modo di pensare e di vedere le cose. Certo, insieme alla carica dirompente del rock anni Settanta, del blues rurale, del punk statunitense e britannico di quegli anni, ma i cantautori italiani di quel periodo forgiarono il ragazzo che ero. Ricordo il quadernone con scritte a mano le canzoni che imparavo alla chitarra, con tanto di accordi segnati sotto ogni riga di testo. Già, i cantautori italiani: che epopea straordinaria.
Oggi è tutto un tripudio di “Maestrone”, di citazioni varie. Così preferisco restarmene in disparte qui sul blog, da solo, a contemplare la vita di questo grand’uomo; e brinderò alla sua vita, alla sua storia, alla potente arte che ci ha regalato… con un bicchiere di Rosso Ronzoni, il lambrusco qui di Borgo Massenzio, il posto dove vivo. Scelta scontata, lo so, ma almeno mi pare di essere alla sua tavola, visto che mi sarebbe piaciuto esserci almeno una volta.
Come immancabili tracce musicali… beh, essendo un boomer nato nella sua stessa provincia, non posso che mettere questa:
E infine (forse) la mia preferita
Brindo al tuo ricordo Francesco. Grazie.


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