Romanzo/resoconto di un decennio della vita – passato negli anni settanta – di questo grande giornalista musicale inglese. Kent si fuse insieme alla grandezza e alle miserie di quel periodo. In giro tra Londra, New York, Detroit e Los Angeles, ci racconta il panorama e la fauna che incontrava. Storie di rockstar e di tossici senza speranza, tra suite di alberghi a cinque stelle e tuguri. Molti dei nomi trattati sono di quelli che ci interessano. Seguo Kent dagli anni settanta, grazie a quelle pochissime copie del NEW MUSICAL EXPRESS che riuscivo a reperire, dove lui, tra gli altri, scriveva dei LZ. Ho sempre ammirato il suo modo di scrivere, il suo coraggio, le sue prese di posizione. Alcune delle sue opinioni proprio non le condivido, come la sua ammirazione sconfinata per Iggy Pop e gli Stooges, personaggio e gruppo per me insignificanti dal punto di vista musicale, ma capisco ciò che intendeva (e con lui anche il nostro Polbi). Anche il suo ardore per il punk e la new wave mi lascia perplesso, ma Kent fece parte – per qualche tempo – dei Sex Pistols ed è comprensibile. Anche io vissi in diretta l’avvento di quella musica, certo non da Londra ma da un paese della provincia emiliana, ma benché giovanissimo capii ben presto che a parte un paio di nomi e poco più, si trattava di pessimi musicisti,di pessimi esseri umani e troppo spesso di ‘pessima musica. Tuttavia consiglio vivamente questo libro (e ringrazio pubblicamente Polbi che me lo ha regalato). L’edizione della Arcana è molto spartana.

Citazioni sparse:
” Fu lì, in quell’esatto momento, che sentii che io e il nuovo decennio eravamo fatti l’uno per laltro.”
“I Rolling Stones la fronte non l’avevano. Solo capelli, labbra turgide e un’insolenza collettiva senza limiti”
“I Grand Funk Railroad, un power trio superficiale e roboante che suonava stoner rock populista…i loro stramaledetti dischi nei primi anni settanta sembravano stazionare indefinitivamente ai gradini più alti delle top ten, inquinando le onde radio. Impossibile liberarsi di quel baccano da incapaci. Era peggio dell’Herpes.”
“Solo Ronnie Wood fu impressionato dallo spettacolito (Greg Allman ubriaco al piano a cantare qualche strascicato blues durante un party, ndtim). Seduto di fianco a me, era strabiliato e balbettava frasi incoerenti a proposito di quanto fossimo fortunati a essere in presenza di un personaggio così incredibilmente dotato. Fu in quel momento che realizzai che Ronnie Wood non era esattamente l’uomo più intelligente del mondo. Ma d’altra parte, non devi essere uno scienziato nucleare per fare il chitarrista rock di successo”.
“(A proposito dei Led Zeppelin) “A metà degli anni settanta l’America era diventata il loro regno personale. Nessun altro era remotamente paragonabile a loro in termini di popolarità. E a Los Angeles in particolare, la mania che li circondava era così diffusa e capricciosa da provocare piccoli terremoti ogni volta che suonavano da quelle parti. Gli Zeppelin e la loro musica avevano un strano effetto ultraterreno, laggiù, che bisognava osservare con i propri occhi per poterci credere. Gli indigeni impazzivano, solo al pensiero che la band fosse nelle vicinanze.”
“(Dichiarazione di Bowie) “Adorerei essere primo ministro, e sì, credo fortemente nel fascismo. L’unico modo per liberarci da questo liberalismo che ci opprime al momento è accelerare il passaggio verso una tirrania di destra, totalmente dittatoriale, e farlo il più in fretta possibile. La gente ha sempre risposto bene sotto ad un regime. Anche le rockstar sono fasciste. Adolf Hitler è stata una delle prime rockstar”.
“Nell’attesa il rock inglese era stato preso in ostaggio ancora una volta dalla brigata del testosterone: cantanti stretti in jeans strizza-coglioni con le voci stucchevoli che vomitavano a tutto spiano clichè blues, sempre impegnati a utilizzare la musica per berciare a proposito del loro machismo e delle loro qualità di amanti focosi. L’ex cantante dei Free – più tardi nuovamente una star con i Bad Company – era il più rappresentativo di questa cricca irsuta. La leggenda vuole che Rodgers fosse così virile che gli cresceva la barba durante i concerti. Una ben misera ricompensa per la mancanza di coraggio musicale che lui e quelli della sua schiatta avevano installato nel panorama rock di metà anni settanta. Lo potevo annuire dagli sguardi annoiati del loro pubblico londinese. Sembravano tutti stremati, come me.”

(Chrissie Hynde & Nick Kent)
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