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PERCHE’ AMO I BLACK SABBATH di BEPPE RIVA

4 Ott

Quando Beppe Riva scrive di rock mi vengono i brividi. Mi chiedo se il rock in Italia abbia ma avuto un cantore così preparato, così pronto ad affrontare senza timori l’epica, ricca ed esoterica scrittura che si addice a certi temi. Per noi è un privilegio poter pubblicare le sue cose. E adesso, che la messa nera abbia inizio…

Forse ispirati dallo stizzito commento di John Paul Jones all’uscita di Led Zeppelin IV (“Dopo questo disco, nessuno ci paragonerà più ai Black Sabbath!”) gli  accesi sostenitori del gruppo rock più rimpianto al mondo hanno sempre sottovalutato Iommi e compagni, considerandoli musicisti di categoria inferiore, troppo rumorosi e primitivi al cospetto delle loro Divinità. Credo che anche il nostro zeppelinogo per eccellenza Tim, ideatore di questo Blog, condivida la diffusa opinione, ma non per desiderio di polemica voglio parlarvi in questa sede dei due più grandi albums heavy metal di ogni epoca, “Black Sabbath” e “Paranoid”.

Mi piacerebbe solo convincervi che se probabilmente non erano le arti nere alle origini di queste opere leggendarie, di certo la magia aleggiava nell’aria, all’epoca della loro creazione.

– PRE-ISTORIA: LA MANO DEL DESTINO …

“Hand Of Doom”, profetico brano tratto da “Paranoid”, con la sua atmosfera minacciosa ha rappresentato uno dei tanti archetipi della musica heavy consegnati dai Black Sabbath ad intere generazioni di epigoni, ma è certo che la Mano del Destino ha determinato la trasformazione di una blues-band di Birmingham senza troppe speranze, Earth, apparsa quando la parabola del british blues volgeva al termine, nella più seminale formazione proto-metallica della storia. Ed altre “fatali” casualità hanno indirizzato i quattro musicisti verso quel diabolico cambio d’identità che ha conquistato legioni di aficionados: l’esistenza di una formazione con lo stesso nome (privo di qualsiasi appeal) che già aveva inciso un singolo, convinse gli Earth a ribattezzarsi Black Sabbath, scegliendo il titolo di un film degli anni ’30 con Boris Karloff, mentre l’improvvisa infatuazione del bassista Geezer Butler per i racconti “neri” di Dennis Wheatley, fornirà al gruppo lo spunto per liriche ispirate al mondo dell’occulto e alla stregoneria, abilmente strumentalizzate come veicolo promozionale dalla casa discografica.

In origine, avevano deciso di chiamarsi in modo persino risibile, Polka Tulk: accadde nel 1967, quando Anthony Frank Iommi e William Thomas Ward, che suonavano nei Mithology, si unirono a John Michael Osbourne e a Terence Michael Butler, entrambi dei Rare Breed. Tre di loro erano coetanei (classe 1948) e a dispetto delle apparenze, il più giovane era Butler, nato nel ’49; tutti erano cresciuti ad Aston, uno dei più depressi quartieri di Birmingham, città industriale per antonomasia che potrebbe esser definita la “Detroit inglese”, instaurando precise connessioni sulla genesi del suono a tutto volume… Con tipico humour britannico, un giornalista ha scritto che l’unica “Villa” esistente ad Aston, era la gloriosa squadra di calcio! Meno ironicamente, Osbourne affermò che “Se non eri in grado di difenderti, in quel quartiere avresti finito per essere una vittima…”, giudicando questa situazione detestabile. E’ comunque attendibile ricondurre la durezza espressiva dei Sabbath alla loro estrazione urbana; anche la “reazione negativa” agli ideali hippy di amore e pace discende dalla difficile realtà quotidiana dei musicisti, figli della working class: “Non posso credere ad una visione felice ed utopistica del mondo – disse il vocalist – basta guardarsi intorno per accorgersi che non è affatto così”. Nella decadenza dei valori flower power viene individuato anche l’allarmante interesse verso l’occulto tracimato dall’underground inglese di fine sixties, frutto di rabbia e frustrazione, che proprio il primo album dei Black Sabbath porterà clamorosamente alla luce.

Quando Polka Tulk (e dal ’68, Earth) iniziarono ad esibirsi nei clubs di Birmingham, i musicisti non avevano in mente nulla di così sinistro, ed un’altra formazione blues della città, i Bakerloo di Clem Clempson, sembravano votati ad un futuro più radioso: ad intravedere qualche potenzialità negli Earth fu un trombettista jazz, Jim Simpson, che aveva organizzato un proprio management. A lui si deve l’”erudizione” del quartetto su classici blues e jazz: come in ogni proposta musicale davvero rivoluzionaria, l’idea realmente innovativa non giunge da prevedibili rimasticature, ma dalla manipolazione di materia ben differente. Così Simpson rivelò che l’invenzione degli immortali riffs  di Iommi e compagni vantava fra i suoi ispiratori addirittura Count Basie; sembra che Black Sabbath abbiano composto uno dei primi brani, “Wicked World”, dopo aver ascoltato i vecchi dischi del pianista collezionati dal loro impresario. Lo stesso Simpson programmò una serie di date nei locali tedeschi, fra i quali lo Star Club di Amburgo (reso celebre dai Beatles nel loro periodo di gavetta) per collaudare il gruppo in un necessario tour d’apprendistato. Tutto rischiò di esser vanificato da Ian Anderson, che nel ’68 invitò Tony Iommi ad unirsi ai Jethro Tull, dopo la defezione di Mick Abrahams; ma per fortuna (i Tull furono grandi comunque…) il chitarrista tornò sui suoi passi dopo sole due settimane. Ebbe però l’onore di partecipare al Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones con il gruppo del flautista magico! La rapida risoluzione della crisi è un altro segno benevolo del Destino, che si schiererà inequivocabilmente dalla parte dei Black Sabbath nel fatale 1970.

L’anno cruciale per le sorti del gruppo e dell’heavy rock inizia subito con la pubblicazione del primo 45 giri: “Evil Woman”/”Wicked World” esce il 2 gennaio su Fontana, e nell’edizione originale passa inosservato (sarà riedito in marzo dalla Vertigo, sulla sensazionale scia del debut-album). La facciata A è la trascinante versione,debitamente incupita, di un hit americano dei Crow, mentre il retro sarà omesso dall’edizione inglese di “Black Sabbath”, a differenza di quella americana su Warner Bros.

– VENERDI 13: BLACK SABBATH

In gennaio il gruppo è scritturato dalla Vertigo, che non sembra disposta ad investire granché sui nuovi venuti, di certo non considerati alla stregua di Rod Stewart, Manfred Mann e Colosseum, già sotto contratto per l’etichetta underground della Phonogram. Gli stessi Black Sabbath sono perplessi di fronte all’offerta economica della label: registreranno il debut-album, costato circa 600 sterline, su un vetusto 8 piste in meno di tre giorni, a dimostrazione che non servono ingenti stanziamenti e tempi biblici per creare un capolavoro del rock. Si pensi che per completare l’ultimo album con Ozzy, “Never Say Die” del ’78, ben distante dai vertici dell’opera prima, il gruppo impiegò un intero anno di lavoro.

In occasione di un viaggio a Londra conobbero il produttore Roger Bain, che decise di collaborare con i Sabbath dopo averli visti in azione all’Henry’s Blues House, un loro abituale “campo di battaglia”. Bain era rimasto impressionato dalla forza espressiva di “Led Zeppelin II”, ma si era convinto che Iommi, Osbourne, Butler e Ward potessero competere con il gruppo nato dalle ceneri degli Yardbirds.

Poco generosa in termini di retribuzione, la Vertigo non fallì però la strategia promozionale, focalizzata sul potenziale “malevolo” del gruppo e fomentando la leggenda che li voleva coinvolti in pratiche di Magia Nera. Fu addirittura alimentata la voce secondo la quale Geezer Butler aveva vissuto una traumatica esperienza d’evocazione satanica, che lo terrorizzò al punto da allontanarlo definitivamente dalle arti segrete… Al di là del gossip, la realizzazione della copertina denotava un’autentica ricerca artistica; la splendida fotografia di Marcus Keef (scattata in bianco e nero, poi colorata) occupava due facciate della gatefold sleeve: immersa in un’ambientazione profondamente “gotica”, una figura femminile vestita in nero si stagliava fra la vegetazione incolta, con  un corvo che la osservava fra i rami spezzati di un albero… Si ipotizzò che il giovane Ozzy (di gentile aspetto nonostante la voce cavernosa) si celasse dietro a quella spettrale apparizione, ma si trattava di una sconosciuta modella. All’interno della copertina, una croce rovesciata (voluta dalla casa discografica) incorniciava un misterioso, visionario testo introduttivo, che assomigliava moltissimo ad alcuni passi del “Beowulf”, poema epico sassone presumibilmente composto nel sec. VIII.

In origine si pensava che la genesi del “Beowulf” (dal nome di un re guerriero che finì tragicamente), risalisse a quel coacervo di canti conservatici della trasmissione orale, facenti parte della storia letteraria inglese. L’opera del più celebre autore di canti epici popolari, il leggendario bardo Ossian (Oisin in gaelico) fu contraffatta nel ‘700 per lanciare la moda romantica dell’”ossianismo”. Ecco perché i critici più colti parlarono di “musica ossianica” per definire l’originale stile dei Sabbath! Disturbati dal gran battage pubblicitario del “Black Magic Pop”, i musicisti negheranno qualsiasi associazione con l’occulto; ma quando venerdì 13 febbraio 1970 (anche la data é scelta strategicamente dalla Vertigo) esce il loro album d’esordio, i rintocchi di campana della title-track, “Black Sabbath” annunciano il brano più spaventevole dell’intera epopea rock, nemmeno paragonabile a quanto si era ascoltato finora, al punto che il Mick Jagger di “Sympathy For The Devil” appariva inoffensivo a confronto. Il rapporto musica-testo è stupefacente, con il mortale incedere del riff che avanza fra effetti di poggia scrosciante, mentre rimbomba l’eco del tuono, e l’urlo raccapricciante di Ozzy sembra invocare pietà di fronte a quella “figura in nero” (stavolta è il Maligno in persona) che lo addita come vittima del sacrificio rituale… Il gruppo prosegue con le fantasie gotiche di “The Wizard”, il solo brano dove Ozzy usa l’armonica, evidente retaggio del passato blues degli Earth, ed anche la libertà d’azione della sezione ritmica risente dei primitivi demo jazz che Simpson dichiara di conservare tuttora gelosamente.

In “Behind The Wall Of Sleep” e “N.I.B.” si rafforza l’inusuale, monolitico stile dei riffs di Iommi, tanto insistente sulle tonalità gravi da apparire semplicemente mostruoso… Solo in seguito si saprà che tutto ciò fu determinato anche da un incidente in officina, nel corso del quale Iommi perse le estremità di due dita della mano destra, obbligandolo ad usare accorgimenti per suonare la chitarra. Sulla seconda facciata, l’ancestrale melodia di “Sleeping Village” rappresenta un episodio fra i più evocativi in assoluto, e sfocia con soluzione di continuità nella gran bolgia elettrica di “The Warning” (riadattamento di un brano di Aynsley Dunbar Retaliation); si tratta di una sorta di medley, dove si evince distintamente come il prototipo heavy metal dei Sab Four  discenda dal loro apprendistato blues. Se da tempo il blues era definito “la musica del diavolo”, con i Sabbath assumeva la sua forma definitiva in tal senso, arricchita da un inesorabile medium: la voce di Ozzy Osbourne, quanto di più “sepolcrale” ci venne offerto dallo scenario rock inglese… In “The Warning”, Iommi si abbandona inoltre al suo assolo più virtuosistico e tempestoso, un’esecuzione insolitamente di lunga durata, che non replicherà più in futuro.

Anche per questo il primo album dei Black Sabbath resta un’atto di magia (nera) davvero irripetibile, da parte di un gruppo assolutamente consapevole delle sue risorse espressive.

La risposta del pubblico è subito eclatante: “Black Sabbath” vende cinquemila copie nel giorno stesso della pubblicazione, ed in marzo entra nella classifica inglese al n.23, giungendo fino all’ottavo posto. In America, la visita del quartetto inglese é posticipata, causa le presunte implicazioni sataniche dell’efferata strage di Bel Air, ordita dalla “setta” di Charles Manson; questo non impedisce al debut-album di vendere 40.000 copie nell’arco di due settimane.

Inevitabilmente accusati di promulgare la “teologia capovolta”, i musicisti si difendono sostenendo che “le liriche sono semplicemente pertinenti allo stile musicale decisamente heavy, e che in ogni caso costituiscono non un invito, ma un monito contro il satanismo”. Inoltre le dita alzate in segno di pace e fratellanza, ripetutamente esibite in concerto da Ozzy (eredità non sconfessata della cultura hippy) sembrano dar ragione al cantante, che dichiara di credere in valori positivi, rendendosi conto di come la crescente fama imponga al gruppo “grosse responsabilità” nei confronti del pubblico.

– PARANOID

Si scoprì che addirittura venne considerata l’eventualità di cambiare il nome per la terza volta, quando l’antagonismo con i Black Widow, famosi più che altro per il brano “Come To The Sabbat”, generò ulteriore confusione a riguardo.

Non se ne fece nulla, ma quando nel giugno 1970 il quartetto rientrò negli stessi studi di Londra, Regent Sound, dove vide la luce l’opera prima, era fermamente intenzionato ad eliminare ogni sospetto circa la sua vocazione “occultista”. Proponendo tematiche controverse ma legate alla vita reale, Black Sabbath non caddero in tentazione, rinunciando a qualsiasi riferimento demoniaco. Preceduto dal singolo “Paranoid”, edito in luglio e giunto al quarto posto in classifica, il secondo album usciva il 4 settembre 1970, e consegnava al gruppo un trionfale n.1 in Inghilterra.

Doveva intitolarsi “War Pigs” come il brano d’apertura, un inno pacifista contro gli orrori dei conflitti bellici, dove il gruppo condannava implicitamente la guerra in Vietnam.

Per evitare ostacoli di distribuzione sul mercato americano, venne però imposta la sostituzione del titolo, ed anche l’album prese il nome dell’hit-single. L’intento d’origine è però confermato dalla copertina, che non venne sostituita: un’altra foto d’effetto di Marcus Keef (ancorché non all’altezza della precedente) dove guerrieri con divise da fantascienza sembrano materializzarsi in un incubo notturno.

Ancora prodotto da Roger Bain, che concluderà il suo straordinario ciclo nel successivo “Master Of Reality”, “Paranoid” concentra forse il maggior numero di classici brani dei Black Sabbath, contravvenendo quella legge non scritta secondo la quale è estremamente improbabile realizzare un secondo album degno di un fenomenale esordio.  In “War Pigs”, streghe e demoni rivestono semplicemente un significato allegorico per rappresentare i “signori della guerra”, ed il senso drammatico della musica è più intenso che mai, come il lacerante strascico del riff di chitarra, mentre l’impetuoso drumming di Ward e le ipnotiche screziature del basso di Butler recitano parti ben distinte e riconoscibili; a tratti la voce di Osbourne fende da sola il silenzio, prima dello scatenarsi dell’uragano sonico. Personalmente reputo “Paranoid” il più grande singolo di rock duro: la leggenda vuole che sia stato composto in un amen: venti minuti o forse di meno, secondo le versioni… Con “Planet Caravan”, l’orizzonte si dischiude verso stralunate visioni di science-fiction, attraverso morbidi passaggi di onirica psichedelia, che culminano in un misurato assolo jazzy di Iommi. Anche “Electric Funeral” inscena una sorta di futuristica marcia funebre, macabra finché si vuole ma non certo sacrilega, guidata da una ponderosa chitarra wah-wah.

“Iron Man”, introdotta dalla voce distorta di Osbourne, è un brano epocale all’altezza di “War Pigs”, mentre “Fairies Wear Boots” racconta una rissa con reazionari skinheads. “Hand Of Doom” è un severa condanna dell’abuso di droga, e per la prima volta Black Sabbath rischiano di esser tacciati di conformismo, dopo aver recitato la parte di adoratori di Satana. I messaggi cristiani recapitati dal successivo album “Master Of Reality”, contribuiranno ad inquadrare il gruppo in un’ottica meno scellerata e persino moralista, come scrisse il polemico critico americano Lester Bangs… Ma nell’immaginario popolare, i Black Sabbath resteranno per sempre sinonimo di formazione “maledetta”, arroccata in un castello con il Conte Dracula nelle vesti di maggiordomo.

In tempi successivi, Ozzy ha dichiarato: “Mi sono spesso chiesto se nei nostri anni più intensi, fossimo influenzati da una forza estranea e soprannaturale, ma sinceramente non ho mai creduto che si trattasse di quello che tutti TEMEVANO!”.

BEPPE RIVA 

TALVOLTA SE CHIUDE UN NEGOZIO, MUORE UN’ERA – di Giancarlo Trombetti

22 Set

Quando ero ragazzino, diciamo intorno ai miei sedici, diciassette anni e dunque davvero due o tre vite fa, arrivava ogni tanto un giorno speciale. Era il giorno in cui trovavo nella cassetta della posta una busta bianca con una lunga lista di dischi in offerta; era la promozione periodica del catalogo di Nannucci, un negozio di Bologna che aveva imparato, insieme a un altro negozio di Genova, a distribuire un giornaletto ogni sei mesi, talvolta quasi un anno, per promuovere offerte particolari.

Mi ricordo che quando scoprimmo che si trattava di dischi “bucati” fu una brutta giornata. Nessuno di noi conosceva, a quel tempo, l’abitudine tutta anglosassone di “forare” o tagliare via un angolo, praticare un tassello sulle preziose copertine dei long playing; e mi ricordo che quando il primo rifornimento arrivò a destinazione, ci furono un paio di noi che telefonarono risentiti in sede. Dove ottennero la spiegazione: i dischi costavano di meno, spesso molto di meno, proprio perché erano andati fuori catalogo e i distributori soprattutto statunitensi li immettevano di nuovo nel circuito di mercato dopo averli resi facilmente individuabili. Chi sopravviveva alla sofferenza di vedere devastata una parte dell’Arte che aveva appena acquistato, si consolava col fatto di avere tra le mani un album originale solo un po’ sciupato da un piccolo foro, o da un taglietto. Ma ottenuto a un prezzo decisamente inferiore.

Non dimentichiamo che a quei tempi non è che ci girassero poi tante lirette per le mani…e se tutte finivano lì… La cosa, almeno per me, ebbe inizio tramite un amico conosciuto in collegio. No, non sono mai stato uno di quelli che si spezzava la schiena sui libri, ma quando la condotta raggiunse votazioni particolarmente basse trascinandosi dietro anche il resto – io ero al ginnasio tra il 1969 ed il 1970, capirete, anni un po’ particolari… – decisi di non veder soffrire troppo i miei genitori e di recuperare un anno che avevo lasciato per strada, letteralmente, frequentando più piazze, manifestazioni ed occupazioni che le aule del mio vecchio liceo.

E così mi auto reclusi in un collegio non eccessivamente distante dalla mia città, dove teste calde come me, di ogni genere ed ogni provenienza, venivano collezionate ogni anno per recuperare chi uno, chi due, chi tre anni insieme…piccoli record a modo loro! Là un ragazzo milanese con amicizie nell’emiliano, mi introdusse al culto di Pop Records, un giornaletto a metà tra un catalogo di dischi in offerta ed un comune periodico musicale realizzato in modo molto economico e che faceva riferimento a un negozio ligure, appunto, e mi mostrò per la prima volta il catalogo di Nannucci. I più giovani cerchino ora di immaginarsi un universo in cui non esisteva internet, non erano stati inventati i cellulari e il mondo comunicava sostanzialmente tramite pesanti e ingombranti telefoni neri di formica, spesso attaccati alle pareti, e null’altro se non una busta bianca da affidare alle Poste Italiane. Se ottenere un catalogo a casa pareva alta tecnologia, riuscire ad ordinare un po’ di merce era a suo modo una piccola impresa. Affidandosi interamente alle poste avrebbe potuto significare di vedersi arrivare indietro meno dischi di quelli ordinati originariamente data la lentezza del tramite; attaccarsi al telefono avrebbe potuto tramutarsi in una fracca di legnate da parte del titolare del contratto, dato che fare l’ordine non era esattamente una procedura velocissima ed ai nostri tempi, non esistendo le promozioni invitanti delle belle patonze odierne degli spot televisivi, ogni scatto aveva un costo rilevante. E nessun genitore avrebbe digerito facilmente spiegazioni vaghe e confuse.

Così, all’arrivo della fatidica busta bianca, ci si riuniva come dei coscritti, si tentava di leggerne tutti insieme i contenuti, si finiva col decidere di farla girare in modo che ognuno facesse i conti con il proprio budget, si mettevano insieme tutte le richieste, si aggiungevano un paio di “alternativi” a capoccia in caso di mancanze dell’ultimo minuto e ci si faceva il segno di croce…sperando nella buona sorte. Già, perché dopo giorni di studi, cancellazioni, decurtazioni ed aggiunte, non si era mai certi di quello che sarebbe poi arrivato a destinazione. A meno che, appunto, non si fosse ricorso alla chilometrica telefonata di cui sopra. A beneficiare delle meravigliose offerte del Nannucci eravamo una manciata di fanatici che avevano come scopo principale quello di completare discografie dell’artista preferito, scoprire nuove meraviglie, assaggiare suoni e gruppi di cui si era solo sentito parlare. I giornali specializzati erano scadenti e pochi, la radio lasciamo perdere, la televisione si occupava solo del pop nostrale. Sì, c’era in città un buon negozio, quello che ha permesso nel tempo al titolare di comprarsi un bell’attico di cui un paio di stanze mi dovrebbero essere come minimo intitolate non fosse altro per quanto gli ho devoluto nel corso di una vita, ma dati i prezzi “pieni” non sempre era concesso rischiare un acquisto a occhi chiusi.

Il Nannucci, invece, dati i costi, poteva permetterti di recuperare un pezzo mancante ma non essenziale, un disco di cui avevi sentito parlare ma di cui non sapevi assolutamente niente, un nome altisonante ma ascoltato solo dall’amico di cui non sempre condividevi i gusti. In sostanza: lì potevi rischiare. Fu così che robaccia strana come Deviants, Electric Prunes, Moby Grape, HP Lovecraft, May Blitz, Snafu, Quicksilver e centinaia di altri nomi che citerei adesso a caso entrarono nella mia stanza. Dove non avrebbero mai avuto accesso a cose normali. Il giorno dell’arrivo del pacco e della sua apertura era un rito magico, una macumba bianca, un momento di emozione col cuore in gola cui tutti partecipavano disposti in circolo attorno a un tavolo; ricordo che c’era sempre chi aveva mantenuto la lista delle richieste e mano, mano che i dischi uscivano dallo scatolone venivano assegnati ponendoli davanti al titolare definitivo. I mancanti portavano a un tuffo al cuore che rasentava l’infarto, un disco eccessivamente tagliato o sciupato proprio nell’angolo della copertina gatefold, apribile, veniva accolto con moccoli da scaricatore di porto. Ma il momento era sempre di rara emozione. Mi ricordo che il mio antico “Cream Live Vol 2” venne graffiato dal temperino in fase di apertura ed è ancora così che lo conservo nei miei scaffali e me lo riguardo, ogni tanto, con uno strizzotto al cuore. Perché quei momenti non torneranno più. Non solo perché non esistono più album da bucare, da mettere fuori catalogo, ma non esiste più neppure il negozio Nannucci, chiuso da oltre due anni.

Nannucci era forse il negozio più antico d’Italia e la sua scomparsa non ha rappresentato solo il passaggio da un’era all’altra, ma anche la resa e la scomparsa di una cultura che sopravvive solo nei ricordi e nel coraggio di pochi. Certo, oggi i compact si possono comprare anche insieme alla pasta Barilla ed agli assorbenti intimi ma si tratta solo dei Top 20 italiani, il che, per un appassionato di musica, fa sinceramente un po’ tenerezza…un po’ come se a un appassionato di letteratura si chiedesse il grado di interesse nell’acquistare i libri di Liala al supermercato… No, ce ne dobbiamo fare una ragione: il passato è tale e le nostre sono solo nostalgie di ragazzi un po’ troppo invecchiati. Tradizioni che non ci è stato possibile tramandare, passioni che moriranno con noi. Adesso è necessario solo lasciar spazio al web trading, al negozio dentro il tuo computer, alla speranza che i ragazzi, poco per volta, si sveglino e aprendo per la prima volta le orecchie scoprano che esiste una Montagna Sacra di musica meravigliosa che non attende altro che di essere…comprata. Anche se sinceramente non vedo come ciò possa accadere senza una guida, un faro, un guru.

Qualche giorno fa mi è arrivata una newsletter di un negozio che si è adattato ai tempi e vende la propria merce ribassata sul web; no, nessuna emozione. Ho dato una scorsa, visto che poco o nulla mi interessava, ma ho creduto di fare un gesto carino inoltrando l’email a due giovani che vivono sotto il mio medesimo tetto ma dentro le cui vene non scorre medesimo sangue ed istinti. So per certo che quelle due letterine elettroniche non sono state neppure ancora aperte. Così ho chiuso gli occhi, ripensato a tutto quel che vi ho raccontato e tenendo per mano un originale catalogo Nannucci di un paio di ere geologiche or sono e giunto ai nostri giorni per puro caso, ho concluso che non è servito a niente. Non è servito accumulare migliaia di oggetti che spariranno dall’uso quando io sceglierò di andare a vedermi nuovamente Frank di persona; non è servito a me, in fondo, perché passione e cultura sono cose che acquistano il loro valore anche se vengono tramandate, in qualche modo, se passano di mano restando vive. Ho solo concluso tra me e me che tutto quel darsi da fare che continua come una febbre che non scende mai mi ha donato un nuovo modo di vivere, di discernere, di gustare, di sorridere e farmi battere il cuore. E anche se non riuscirò mai a regalare ai miei nipoti quelle note che continuo a ritenere essenziali per un bel vivere…sono felice di sentirmi ancora scorrere i brividi sulla pelle dopo quarant’anni e passa di ricerche e raccolte. Perché al mondo c’è proprio poco, ma poco, più bello di una sequenza di note ben costruita e di uno spicchio di sole a illuminarle.

Giancarlo Trombetti

IL MISTERO DE ANDRE’ – di Giancarlo Trombetti

26 Ago

Ricordo che era una primavera molto fredda di tanti anni fa. E che si stava cenando in casa di un cortese ospite che aveva avuto l’accortezza di tenere ben acceso il camino. L’ospite di riguardo, per quella sera, era un noto cantautore genovese caduto colpevolmente in disgrazia ma che, su pressioni della nuova casa discografica, aveva appena sfornato un singolo che lo avrebbe riportato in auge. In tutta onestà, il tipo che da lì a poco avrebbe dovuto molto a una serie di persone che lo aiutarono in quel frangente, non entrò mai del tutto nelle mie grazie: troppo spocchioso, troppo presuntuosamente auto referente, se mi viene concesso il termine. Ma ricordo perfettamente che quella sera sarà stato per il freddo, sarà stato per il suo attaccamento agli alcolici, mentre si scolava  bicchierino dopo bicchierino, un bottiglione da cinque litri di whisky sotto gli occhi stupefatti del padrone di casa, parlando di canzoni e di Arte se ne uscì con questa frase, più o meno:

“La composizione è arte che prende chi la sappia coltivare, ma non basta! E’ cosa rara che viene data in natura a pochi, e mentre io senza dubbio la possiedo e tu no, può darsi che a te sia toccata un altro genere di arte!”.

Ecco, non che mi sarei mai messo in competizione coll’anziano cantautore, ma sentirmi dare del disutile mentre era lì proprio per cercare un appoggio mi parve, quantomeno, fuori luogo e non mi aiutò mai a farmelo restare del tutto simpatico.

Il fatto che oggi sia ancora lì, ad attendere di nuovo che passi l’uccellino della “composizione adatta”, mi fa pensare che, in fondo, se a lui era toccata in natura una fetta di Arte, beh…essa non era poi in fondo così abbondante e durevole… Ma quella serata e le altre che seguirono non furono del tutto sprecate. Ce ne fu una, in particolare, in occasione di un’importante manifestazione romana, dove il “bassotto” – come qualcuno del mio gruppo iniziò a chiamarlo – in compagnia di un paio di suoi colleghi molto meno pieni di se, riuscì ad afferrare un paio di volte bandoli di ragionamenti validi in assoluto.

Parlavamo di canzoni immortali – si, lo so, siamo ed eravamo noiosi, ma provate voi a parlare d’altro con i cantautori! – e dell’arte, tutta speciale, di avere il coraggio di affrontare una canzone “importante” e famosa; di farsi venire il coraggio, in sostanza, di mettersi a nudo e farsi confrontare con l’immortalità di alcune cose, di quelle che gli stessi autori difficilmente riescono a modificare senza causare traumi al proprio pubblico. Ed eravamo tutti d’accordo sul fatto che quelli che avevano avuto il coraggio di andare contro la propria stessa arte e fortuna erano solo una manciata di folli o un esiguo gruppo di veri artisti che “se lo potevano permettere”.

Parlando di cantautori fu impossibile non citare Dylan su tutti, l’uomo che stravolgeva allora e continua oggi a disintegrare i propri parti di genio, ma toccò a me, che non avevo allora né possiedo oggi l’arte della composizione, fare una banale constatazione:

“Probabilmente esistono autori così speciali da riuscire a comporre una canzone che sia così perfetta da restare aperta ed accessibile a chiunque! Canzoni che nessuno potrà mai scoprire quanto perfette siano fino a che non esisterà chi avrà il coraggio di farle proprie…canzoni che si potrebbero adattare ad ogni intonazione o ad ogni interpretazione come un guanto!”.

Ricordo che quella volta toccai la suscettibilità di tutti i presenti che si affrettarono a specificare che in realtà stava alla grandezza dell’interprete saper cogliere, afferrare, l’essenza della canzone e farla propria e che non poteva esistere in natura un prodotto o, peggio ancora, una serie di prodotti, pronti per tutti, di facile accesso.

La mia prima idea fu che costoro stessero difendendo le proprie posizioni; a chiunque sarebbe potuto accadere in qualsiasi momento della carriera di appropriarsi del lavoro di un altro ed in quel caso avrebbero tutti voluto essere applauditi per il “loro” lavoro e non per la facilità con cui esso era stato reso facile dall’originale autore. Peccato che questo, che accadde da lì a poco a tutti i presenti, non fosse già accaduto. Avremmo potuto discuterne a lungo e l’avrei trovato estremamente interessante…

Tutti questi ragionamenti mi sono venuti in mente pochi giorni or sono quando, cambiata la “cassettiera” del mio cd in auto con “nuovi” oggetti, me ne andavo sfiorando i 110 l’ora in direzione nord. Stavolta non avevo avuto il tempo di curare molto la selezione; in genere cerco di avere più possibilità, perché non sempre si ha voglia di ascoltare rock and roll, talvolta l’orchestrale rilassa e fa riflettere maggiormente, talvolta è il blues o il country a favorire il ragionamento e mi riesce difficile appassionarmi a un intero disco di un autore italiano. Ecco perché mi curo le mie raccolte selezionando ciò che preferisco ed ecco perché, nella fretta, avessi scelto, stavolta, due dischi dal vivo registrati in occasione di un tributo a un autore davvero speciale: Fabrizio De Andrè.

Il genovese per eccellenza ha fatto parte della mia gioventù, accompagnando a tratti pezzi della mia strada ma, come è quasi sempre accaduto per tutti gli italiani, non mi ha fatto mai scoppiare l’amore incondizionato come invece è accaduto con Gaber. Fu una volta, nel 1990, quando mi obbligarono (fisicamente) a intervistarlo, a parlare con lui, schivo e timido, restio a qualsiasi chiacchierata ufficiale, che qualcosa accadde. Fu l’incontro tra due timidi, tra due che non volevano parlarsi, e ne venne fuori una bellissima discussione: facile, televisivamente inutile, ma piacevole per entrambi.Ci stringemmo la mano e ci dicemmo reciprocamente “grazie”, cosa che, immagino, non eravamo pronti a fare un’oretta prima. Fu lì che iniziai ad accettarlo con maggior facilità. Fu da lì che, quando venne a mancare, decisi di comprarmi quei due dischi di quel meraviglioso, irripetibile, spettacolo genovese dove c’erano quasi…quasi…tutti. Ricordo che non potei esserci, i biglietti erano introvabili e ricordo che la mia personalissima antipatia per l’uomo Fabio Fazio che fungeva da presentatore servì a lenire il dispiacere.

E ricordo anche che pensai a lungo quanto difficile sarebbe stato per tutti loro riuscire a confrontarsi con un Maestro, limando il proprio ego a favore della canzone che gli sarebbe toccata. Ricordo anche la mia curiosità stava anche nel vedere cosa, ognuno di loro avrebbe scelto – perché non ho mai creduto alle lotterie in questi casi! Troppo rischioso il raffronto – per omaggiare Fabrizio.

E ricordo anche che i nomi che mancavano, a mio parere “erano voluti mancare” o che l’immensa eterogeneità delle personalità avrebbe reso un pastrocchio della serata. O così volevo vederla, un po’ come la volpe e l’uva. Non mi curai delle recensioni del giorno dopo, ne conoscevo gli autori: poco affidabili. Non mi affidai ai resoconti dei telegiornali, sempre poco o nulla attendibili. Attesi il disco che sapevo o speravo che sarebbe arrivato nonostante la difficoltà di recuperare tutti i diritti sparsi tra decine di etichette. E ci vollero tre anni. Poi, con diffidenza ma curiosità, recuperai i due dischi e mi misi all’ascolto. No, non quello di pochi giorni fa, sulla mia vecchia carretta.

In un primo momento ne dedussi che era stato fatto un incredibile lavoro interpretativo e che Adriano “idiota” Celentano a parte, ognuno dei presenti aveva saputo spogliarsi per cinque minuti del proprio nome riuscendo a salire su quel palcoscenico solo ed esclusivamente per fare un sincero tributo ad un amico importante. Molto bello, lirico, poetico, raro.

Ma pochi giorni fa, il caldo, l’autostrada vuota in direzione nord, i campi di grano che ribollivano, la macchina che pareva non arrivare mai, la noia, l’assoluta mancanza di voglia di fare quella riunione hanno accentuato la mia attenzione verso l’anima di quelle voci, di quelle presenze, come mai era accaduto prima.  Così ognuno di loro, come se ascoltassi per la prima volta, mi è sembrato interpretare una propria canzone e non una di un altro; ognuno di loro mi è parso perfetto esattamente per quella canzone, ognuno di loro mi ha costretto ad ascoltarlo nella sua canzone, non in quella di Fabrizio. E così ho ascoltato Ligabue cantare la sua “Fiume Sand Creek”, la Bertè che proprio non riesco a farmi piacere, cantare meravigliosamente la sua “Una storia sbagliata”, Vasco proporre una sua “Amico fragile”, Vecchioni sentirsi ideale dentro “Hotel Supramonte”, Zucchero essenziale con la sua “Ho visto Nina volare”, Battiato commovente e commosso nella sua “Amore che vieni amore che vai”…e tutti gli altri…perfetti, o quasi. Celentano a parte ma anch’esso utile a capire perché non appaia dal vivo da decenni, da sempre: non se lo può permettere.

Ed ho capito come mi avessero fregato, quel giorno, tutti e tre. Perché avevo ragione io. Le canzoni che si sapevano adattare esistevano e al di là di qualsiasi splendido spirito interpretativo, erano loro a voler calzare come guanti e a diventare oggetto di tutti. Perché ascoltare quella sequenza significa capirlo, perché la voce calda e intonata di De Andrè non l’avrebbe mai fatto scoprire, perché ci voleva la sua mancanza per capire quanto malleabili fossero quelle parole, quelle note. Al punto che per un attimo mi sono convinto di stare ascoltando una delle mie raccolte. E non un disco, due, a tributo di un grande autore. E quella è stata la migliore emozione di quella giornata. Ed una splendida scoperta.

Giancarlo Trombetti

AMY WINEHOUSE E IL MORIRE GIOVANI di Giancarlo Trombetti

27 Lug

Riflessione lucida e scevra da sentimentalismi e banalità di Giancarlo Trombetti

MORIRE GIOVANI?

Una domenica come tante altre. Apatia e stanchezza tolgono la voglia di mettere il sedere fuori di casa. Così, con il giornale tra le gambe e il telecomando in mano, si vaga nel nulla o poco televisivo. Formula Uno, un vecchio film di Sordi, uno più recente ma così anonimo da mettere solo voglia di saltare altrove e il dito che cade su quella rete mutante che ammicca ai giovanissimi con serial americani sottotitolati e che usa la musica solo quando la programmazione è in momenti così poco commercialmente appetibili che il clip riempie la pancia e non costa nulla.

In questo momento su MTV c’è un clip. Poi un altro ed un altro ancora: tutti del medesimo artista. Così la mente si attiva, seppur a regime ridotto, e ricorda. Già, ieri hanno trovato morta la Winehouse. I clip sono tutti suoi. Poi d’un tratto un “crawl”, una scritta che passa velocemente. E’ così piccola che devo approfittare del terzo passaggio per leggerla. Dice grosso modo: “Trovata morta nel suo appartamento di Londra Amy Winehouse per cause ancora ignote. L’artista icona del rock continuerà a vivere grazie alla sua musica.”. Ed giornale mezzo accartocciato in mano quasi chiede la mia attenzione. All’interno, una a me ignota giornalista disquisisce sulla “maledizione dei 27 anni”…storia vecchia, me la ricordavo da solo…Janis, Jimi, Jim, Kurt, Brian e poi Belushi, altri. Ma alla mente balzano anche tutti gli altri, seppur giovani, che avevano passato i ventisette da poco: John Bonham, Keith Moon, i tre tastieristi tre in sequenza dei Dead, Mama Cass, Marc Bolan, Sid Vicious, Elvis Presley, il nostro Tenco e mille altri… Un fiume di sangue, sangue di qualità.

(John Bonham dei LZ)

D’un tratto mi sento lucido e sveglio mentre davanti a me scorrono clip anonimi che mai avevano attirato la mia attenzione. Qualcosa non mi torna. No, non è la morte nel rock and roll. A quella, a quelle, purtroppo, siamo abituati. E’ la comunicazione che mi sfugge. E’ vero, la Grande Mietitricenon rende tutti uguali se non da un punto di vista strettamente formale. Quand’uno è morto è morto, ma c’è chi non muore e chi è costretto a farlo. La Winehouse appartiene alla prima categoria. Ma perché? Perché giovane? Perché ribelle? Perché brava? Perché sul serio vogliamo continuare a credere che muoia giovane chi è caro agli dei? Fesserie! Mi passano davanti agli occhi le parole di Gaber: ” Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente non capita sempre, e anche l’avventuriero più spinto, muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.”… Già, nessuno cerca la morte e certamente nessuno di quelli che la cantano e la chiamano.

Mai creduto alle vite spericolate…mai! E mi tornano in mente i nomi di quelli che sono scomparsi e ne avrebbero certamente desiderato farne a meno… Marvin Gaye, ucciso dal padre, Jaco Pastorius ucciso in una rissa, Stevie Ray Vaughan o Buddy Holly, Otis Redding, Randy Rhoads, tre degli Skynyrd, tutti in incidenti aerei, Felix Pappalardi, ucciso dalla moglie, Lennon da un pazzo…e poi le morti molto poco “rock”, per malattia…James Dio, Zappa, Freddie Mercury, De Andrè, Gaber e troppi, troppi altri.

(Jaco Pastorius)

Così mi domando come possa una rete che si rivolge ai giovani credere di rendere un servizio immolando una morte tragica, non voluta, non sperata ed accostarla alla parola “icona” che, come da vocabolario, significa “personaggio emblematico di un’epoca, un ambiente, un genere”. Era un’iconala povera Amy? Avrebbe dovuto esserlo? Accantoniamo per un momento qualsiasi giudizio critico sull’arte e limitiamoci all’essere umano. Può essere emblematica una donna che sfregia il suo corpo al limite dell’anoressia, che lo rende incomprensibile inserendo su quella struttura minimale un paio di tette da maggiorata, che lo deturpa con immagini puerili di donnine in ogni sua parte esposta, che lo violenta con alcolici, con droghe pesanti che lo rifiuta, quasi, senza curarsi di ciò che di buono la natura le abbia donato? A mio parere suona più come un esempio da non imitare che l’immagine di un’eroina per una generazione che già ha poco su cui contare.

Poi, un attimo, ed in tv dalle immagini edulcorate, finte, impostate dei clip si passa a una registrazione dal vivo. 2008, Olanda, un festival. Una marea di gente festante, di ragazzi che ridono, saltano, ballano e vivono, sopra ogni cosa. E penso che la musica sia esattamente questo. E’ il ritmo della vita, è il midollo spinale dell’amore, è un inno costante al piacere di respirare, è il desiderio di continuare a farlo. E’ emozione che pulsa. E penso, ancora, che la storia ci abbia già dato fin troppi segnali di come queste note siano state mal interpretate, mal gestite e mai assimilate. Di come siamo stati testimoni di giovani vite che non hanno saputo crescere di pari passo con la propria, immensa arte finendone stritolate, sbattendo contro un muro di droghe, di solitudini, di alcolici, di paure che per un attimo irripetibile si è creduto si sarebbero smaterializzate solo dopo un colpo d’arma da fuoco o dopo l’ennesima dose. E guardola televisione. E vedo finalmente la donna e non l’attrice dei clip. Vedo un corpo muoversi fuori tempo, vedo troppi bicchieri ed un braccio che, quasi estraneo, porta alla bocca quel liquido che essa non può accettare perché sta cantando e osservo quel bicchiere danzare davanti agli occhi che non lo vedono mentre è il corpo che lo richiede. Vedo come due persone imprigionate nel medesimo essere umano: una che vuole vivere ed una che vuole solo dimenticare. Vedo, immagino, un corpo che vorrebbe essere in qualsiasi altro posto tranne che lì e sento una voce che resta. E penso che se solo avesse potuto, quel corpo se ne sarebbe andato, lasciando lì la sola voce. Quello che conta. Cerco di analizzare, di capire, e continuo a vedere una voce che si abbandona, che ripete tonalità zoppicanti perché il braccio è riuscito a passare la barriera delle note. Poi vedo quel corpo, quella donna, barcollare via, verso il retropalco, senza un cenno, senza un contatto, senza un segnale che quel rito, che quelle note servano alla vita. E non mi importa se mi piaccia o non mi piaccia. Se quella sia “la mia tazza di thè”, come dicono gli inglesi, o se io sia su altri lidi.

Davanti a me non c’èla Winehouse. Ci sono gli ultimi giorni di Jimi, c’è la sua chitarra gettata contro un muro di Marshall a Wight, c’è la solitudine di Brian Jones che affoga nella piscina miliardaria, c’è l’urlo di tristezza di Janis in un albergo di seconda, ci sono le medesime movenze di Morrison, il baratro di Cobain, la follia assoluta di Belushi. Ci sono persone che avrebbero potuto ma non hanno saputo o voluto o potuto. E che non si sentiranno mai colpevoli. Ci sono i soldi, c’è la ripetizione di un mito che diventa tale solo fermandosi a 27 o poco oltre. C’è sopra ogni cosa la voglia di far capire che gli esempi non sono quelli.

(Janis Joplin)

Chissenefrega se Amy mi piaceva solo quando cantava lo ska, lei che resterà famosa per le tonalità pop e jazz. Non sarebbe stata un’icona, per me, neppure se fosse stata la reincarnazione di Ella. Forse l’unica che lei avrebbe veramente voluto essere. Ma diciamolo forte a questi ragazzi vuoti di tutto di oggi, quelli che forse domattina si tatueranno una donnina, una pin up, sul braccio a ricordo di una donna fragile, sola, piena di umane preoccupazioni, ricca di denari e povera di forze. Tutto fuorché un esempio.

Spengo la televisione, ne ho abbastanza. Resto un momento, come sempre, in questi casi, interdetto. Provo a pensare. Davanti alla morte, almeno per qualche secondo, lo facciamo tutti. E mi viene in mente la fine di un povero Cristo, di un personaggio di seconda fila, un eccellente chitarrista blues, Roy Buchanan. Un personaggio decisamente fuori dalla tipica iconografia del rock: barbetta, vestito comunemente, spesso pizzicato con un baschetto in testa a coprirela calvizie. Madue mani d’oro, che avevano dato creatività e inventiva al suo strumento. Aveva il vizietto del bere, ma lo gestiva, in qualche modo. Un giorno venne arrestato per molestie domestiche e ubriachezza; roba da poco. Lo trovarono impiccato con la sua maglietta in cella, ventitre anni fa, ucciso dalla vergogna.

(Roy Buchanan)

Lui che era stato definito “il più grande chitarrista sconosciuto al mondo”, lui che aveva rifiutato di unirsi ai Rolling Stones per sostituire Mick Taylor e continuare la sua vita di comune musicista. E penso che la morte, davvero, renda tutto confusamente ed erroneamente uguale. Perché tra chi muore per sbaglio, chi per accidente, chi lo desidera, chi per idiozia e chi proprio non vorrebbe esiste un’enorme differenza. Un abisso. Ed è su questo che dovremmo noi che restiamo cercare di riflettere. Magari senza sparare parole di troppo.

Giancarlo Trombetti

SEARCHING FOR JOHN PAUL JONES

12 Lug

Ricordi di una bassista alla ricerca del suo padre putativo.

Estate 2007.

Decido di fare qualche giorno di vacanza al mare, nel mio hotel preferito, l’Apollo di Valverde, dove ormai sono di casa. Carico armi e bagagli sulla carolina, e per armi intendo la mia minimoto, dato che vicino a Valverde c’è la pista di San Mauro Mare, dove è iniziata la mia “carriera” minimotistica, quindi non mi lascio sfuggire l’occasione di fare qualche bella pistata durante questa settimana di relax.

Arrivo a Valverde in mattinata, faccio una scappata al mare, ma a metà pomeriggio rimonto in macchina e mi metto in strada, meta Modigliana di Forlì, dove in serata suonerà Robyn Hitchcock, cantautore folk londinese, affiancato dal grande John Paul Jones,  bassista dei Led Zeppelin e mia personale fonte ispiratrice.

Arrivo a Modigliana dopo aver percorso una long and winding road che mi fa dubitare più volte della direzione presa, parcheggio la macchina e inizio a dirigermi verso la piazzetta dove ci saràil concerto. Modigliana è un grazioso paesino adagiato sulle colline romagnole, ad una trentina di chilometri da Forlì. Ora ho in mente solo JPJ, ma di sicuro è un posto da visitare meglio, in futuro.


Sono le 7 di sera, si sente già della musica nell’aria, probabilmente stanno facendo i suoni. Mi affretto, presa dall’ansia, perché nonvoglio perdere nemmeno un secondo di quello che sta per succedere. Infatti… all’improvviso, alla fine di una via, si apre un varco, ed ecco il palco… ed eccolo lì. John Paul Jones. JPJ. Jonesy. E’ proprio lui. Ci sono circa 30 persone ferme sotto il palco, non ho nessuna difficoltà ad avvicinarmi. Sono proprio sotto di lui, e lo ammiro incantata.  Non dimostra per niente i suoi 61 anni, o forse sì, ma è comunque un gran signore. C’è una rilassatezza insolita nell’aria. Non mi par vero di trovarmi a due metri da uno dei più grandi bassisti (e musicisti) della storia del rock. Confesso che le mie simpatie, inizialmente, vanno tutte a lui. Robyn Hitchcock quasi non lo degno di uno sguardo. Durante la serata avrò modo di farmi perdonare.

Finiti i suoni, JPJ scende dal palco, viene verso di noi sorridendo e si concede per qualche autografo e fotografia. Attendo pazientemente il mio turno, e quando sono finalmente al suo fianco lo ghermisco con un braccio e mi faccio scattare due fotografie da un ragazzo conosciuto cinque minuti prima. Poi mi faccio fare un autografo. Ho 36 anni, e sono lì che bramo per un autografo. Mah… C’è un tizio che arriva con un basso uguale al mio, e se lo fa autografare. Lo invidio, avrei voluto far firmare anche il mio… Ma poi chi lo avrebbe riconosciuto il suo autografo, mentre suono?

Mentre si concede pazientemente alla gente, JPJ ha sempre un sorriso per tutti. Lo osservo, e penso che sembra proprio una brava persona . Sono felice di essere lì. Arriva qualcuno dell’organizzazione che scorta Jonesy e Robyn dentro una casa dove probabilmente ceneranno e si prepareranno per la serata.

Io trovo una pizzeria al taglio, mangiucchio qualcosa, giro un po’ per Modigliana e scatto qualche foto, poi decido di andare a sedermi accanto al palco. Voglio stargli il più vicino possibile, non voglio perdere nessun dettaglio di quella serata. So che non faranno nemmeno un pezzo degli Zep, ma non m’importa.

Le attese sembrano sempre lunghe, quando ci sei, mentre quando le racconti non ti sembra vero che il tempo sia passato così in fretta. Arriva sempre più gente, finché la piazzetta si riempie completamente. Sono stupita di vedere così tante persone, e mi chiedo se siano lì per JPJ o per Hitchcock. Alla fine, quando i due arrivano sul palco e cominciano a suonare, capisco che la maggioranza della gente è lì per il cantautore londinese. Robyn Hitchcock è un artista di nicchia, come si dice e  ha una vero e proprio seguito di fan affezionati che lo segue nelle sue apparizioni live . Davanti a me c’è una coppia di cinquantenni che conosce a memoria ogni sua canzone e io manco so chi sia. Ma le canzoni comunque mi piacciono, sono molto
gradevoli.  Lui suona una chitarra acustica e canta, John Paul Jones lo accompagna con un basso acustico, una chitarra dobro a mò di steel guitar,  una mandolino e fa qualche coro. .. il tutto con un gran gusto.

C’è un gruppetto di ragazzi, alla mia sinistra, che ogni tanto richiede a gran voce Whole Lotta Love o Ramble On, ma i due sul palco non si lasciano intimidire, e proseguono
per la loro strada. Dopo un’ora e mezza di piacevole musica, in mezzo ad un’ovazione generale, Robyn Hitchcock e John Paul Jones lasciano il palco.

Io nel frattempo ho fatto amicizia con dei modenesi seduti dietro di me, uno dei quali è un grande amico del mio chitarrista preferito, così gli telefono e glielo passo. Com’è quel luogo comune, il mondo è piccolo? Vero, specialmente il mondo della buona musica, che diventa sempre più ristretto, ma è bello sapere che puoi andare in un posto sconosciuto per trovarti accanto a persone che ti sembra facciano parte del tuo mondo.

Riprendo la macchina e torno lentamente verso Valverde. Nel lettore cd, ovviamente, un disco degli Zep. E’ stata una notte magica, e me la voglio assaporare ancora un po’. Mentre torno verso la costa, mi rendo conto che deve essere successo qualcosa, perché ci sono rami e foglie sparsi dappertutto, un’insolito caos. Franco, il proprietario dell’hotel, che mi viene ad aprire, mi dice che c’è stato un mezzo uragano, mentre ero via. Noi, lì, a Modigliana, siamo stati fortunati, solo qualche goccia …una “pioggia leggera che doveva cadere su di noi”  poi, solo un cielo di stelle “Oh, let the sun beat down upon my face with stars to fill my dreams…”

(John Paul Jones & Saura T. – Modigliana summer 2007)

Saura T. 2011

TRIBUTO AD EMERSON, LAKE & PALMER di BEPPE RIVA

7 Lug


PREMESSA

Prima che qualcuno si accorgesse di me leggendo le pagine hard’n’heavy di Rockerilla,  avevo alle spalle lunghi anni di appassionanti ascolti rock (il più possibile) a 360°.

Nel 1970 il mio interesse era letteralmente levitato, sulle ali dell’entusiasmo di una sequenza indimenticabile di uscite discografiche; ed in quell’epoca, per me c’era chi stava addirittura al di sopra dei pinnacoli dell’hard inglese Led Zep, Sabbath e Purple (lo so Tim, per te citarli insieme è un reato, ma non è questa la sede per discuterne)e si trattava di una trilogia assolutamente speciale, chiamata Emerson, Lake & Palmer.

Quanto significassero, e tuttora significano per chi scrive, lo leggerete nell’articolo che segue, pubblicato dieci anni fa su Rockerilla, e purgato delle parti che riguardavano le ristampe Sanctuary di allora, ma che perfettamente riflette la mia palese idolatria verso gli ELP. Mi fa piacere che questo lavoro, che ripercorre i loro giorni di gloria dei ‘70, ricompaia sul Blog di Tim, che nel  logo originale sfoggiava anche la copertina di “Brain Salad Surgery”.

E permettetemi una nota iconosclasta: il compianto guru del rock inglese John Peel, commentando lo spettacolo degli ELP all’Isola di Wight come uno “spreco di talento ed elettricità” (pedissequamente ripetuto da critici ben meno nobili…) per me disse una delle più grandi cazzate della storia del rock.

I TRE RE

Ad Emerson, Lake And Palmer e’ comunque riconosciuto il titolo di supergruppo per eccellenza degli anni ’70, e questo basterebbe per garantire al trio inglese una posizione di privilegio fra gli “intoccabili” del rock, ma e’ altrettanto vero che ELP hanno rappresentato la principale forza trainante dell’intero movimento progressive nei suoi anni di maggior fulgore, fra il 1970 ed il 1975.

Portarono per la prima volta ai vertici delle classifiche uno stile rivoluzionario, fondato sull’egemonia delle tastiere, avvicinando e talvolta eguagliando i record delle maggiori attrazioni live del rock’n’roll, ossia Led Zeppelin, Rolling Stones e The Who; solo successivamente Pink Floyd, con il best seller “Dark Side Of The Moon” e Genesis, dopo la svolta impressa da Phil Collins, li superarono in popolarita’, ma entrambi con un taglio piu’ commerciale, che prendeva le distanze dall’originaria matrice progressive. Ed in quest’ambito, e’ arduo riscontrare una sequenza di albums altrettanto sensazionali come i primi cinque di ELP, dall’ omonimo, epocale “Emerson, Lake & Palmer” a “Brain Salad Surgery”, con la sua impronta gotico-futurista adorata dai fans.

* * * * *

In crisi rispettivamente con The Nice e King Crimson, le maggiori istituzioni pionieristiche del nascente fenomeno prog, Keith Emerson, indiscusso fuoriclasse delle tastiere, e Greg Lake, cantante e bassista fra i più stimati dell’epoca, s’incontrano nel dicembre 1969 inun concerto che accomuna i loro gruppi al Fillmore West di San Francisco, e decidono di stringere alleanza… Viene vagheggiata persino la fondazione di una vera e propria superpotenza rock con Jimi Hendrix e Mitch Mitchell, ma l’ipotesi piu’ percorribile resta una formazione triangolare sul modello dei Nice, con doti individuali sensibilmente superiori.

Nella primavera 1970, nonostante incessanti audizioni, il drummer ideale manca ancora all’appello, finché la scelta ricade sul 19enne Carl Palmer, inizialmente riluttante all’idea di lasciare i promettenti Atomic Rooster. Poteva sembrare un ripiego rispetto ai ventilati nomi dello stesso Mitchell e di Jon Hiseman, invece  l’enfant prodige si inserisce con estrema autorità al fianco dei più rinomati compagni, rivelandosi altrettanto fenomenale: il suo stile combina intricate ed agilissime dinamiche jazz con una force de frappe degna del nascente hard rock, risultando il perfetto completamento delle strategie ultra-eclettiche del trio. Alla seconda apparizione live, ELP già si confrontano con le acclamate superstars del Festival dell’Isola di Wight (Hendrix, The Who, Free…); la loro esibizione, esplosiva come il boato dei cannoni che ne saluta la fine, li consegna subito ad un futuro da protagonisti assoluti. Cosi il debut-album, “Emerson, Lake & Palmer”, uscito nel novembre 1970 sulla pink label Island, raggiunge senza indugi il quarto posto in Inghilterra, ma al di là dell’ascesa in classifica, è la stupefacente qualità della musica ad impressionare.  Emerson riparte dalla “contaminazione” fra musica classica, rock e jazz che l’ha reso celebre con i Nice, riappropriandosi del suo ruolo di artista d’avanguardia che ha contribuito come nessun altro a spezzare le barriere accademiche fra musica “colta” e popolare; rivisita Bartok in “Barbarian” e cita Janacek in “Knife Edge”, ma con un’inaudita energia espressiva e forgiando un organismo heavy-progressive sconosciuto ai tempi dei Nice.

Lake esibisce la sua composizione più preziosa, “Take A Pebble”, restaurando la grandezza evocativa dei King Crimson ma con l’originale apporto dei nuovi partners; il lussureggiante pianismo di Emerson ed il raffinato accompagnamento ritmico di Palmer, alternati alle eteree soluzioni acustiche di Lake ed al suo vellutato timbro vocale, illustrano una delle più sofisticate pagine rock di ogni tempo. Se la prima facciata dell’album è una superba prestazione di gruppo, la seconda lascia libero esercizio alle tendenze individuali, caratteristica che ELP conserveranno negli anni: “The Three Fates” è il supremo festival delle tastiere Emersoniane, introdotto dal maestoso cerimoniale dell’organo a canne; “Tank” prepara il terreno all’assolo di batteria di Carl, svelando la sorprendente influenza di Frank Zappa (riconosciuta da Emerson nella composizione di “Tarkus”) e “Lucky Man” e’ una sublime ballata concepita da Greg all’età di 12 anni, fra i più memorabili temi acustici in ambiente rock. Avvolto da un clima di assoluta magia, insito nella suggestiva estetica della produzione curata da Lake con il tecnico del suono Eddy Offord, “E.L.& P.”, The Dove Album, è a mio avviso il disco di rock progressivo per eccellenza, lo specchio fedele delle ambizioni di un’epoca irripetibile.

Con queste premesse, il successivo “Tarkus” (giugno 1971) diventa l’album più atteso dell’anno, ed irrompe al primo posto della classifica inglese. La suite che occupa l’intera prima facciata, una sfida ricorrente in tema di prog-rock, rimarrà ineguagliabile nel suo genere, nonostante l’agguerrita concorrenza di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd o di “Supper’s Ready” dei Genesis. Il suo complesso sviluppo compositivo, basato sullo stile “tecnologico” sperimentato da Emerson al Moog (che spesso avvicenda il classico organo Hammond nella leadership strumentale) causerà attriti fra il massimo stregone delle tastiere e Lake, che incoraggiato dal successo di “Lucky Man”, avrebbe gradito un ritorno alla forma-canzone più tradizionale. In quest’ottica, e non erroneamente come “riempitivo”, va interpretata la formula concisa del secondo lato dell’album, che include episodi immediati quali “Bitches Crystal” e “A Time And A Place”. “Tarkus”, la saga dell’armadillo-tank nato da un’eruzione vulcanica ed ucciso nella battaglia finale da un mostro della mitologia greca, Manticore (diventerà il simbolo della label di ELP) è un colossale tour de force dove l’approccio aggressivo di Emerson appare in perfetto equilibrio con i toni epico-melodici dei contributi di Lake (“Stones Of Years”, “Battlefield”), fino alla solenne marcia funebre di “Aquatarkus”.

Secondo lo stile simbolico perseguito dal progressive, “Tarkus” rappresentava inoltre un messaggio pacifista controla Guerranel Vietnam, che Emerson aveva già aspramente contestato all’epoca dei Nice.

In origine doveva uscire come doppio LP, includendo “Pictures At An Exhibition”, un adattamento dell’opera del compositore russo Modesto Mussorgsky, che aveva concluso lo show di ELP al Festival di Wight, ma l’ipotesi fu scartata dalla casa discografica perché ritenuta troppo rischiosa per un gruppo al secondo album. Registrato dal vivo a Newcastle nel marzo ’71, “Pictures At An Exhibition” venne edito autonomamente nel novembre dello stesso anno, giungendo al terzo posto in U.K. e nei Top 10 U.S.A., dove Atlantic decise di pubblicarlo solo dopo il clamoroso successo delle copie d’importazione. Sicuramente uno dei più importanti album live, non solo del progressive, “Pictures”, e’ un imprescindibile punto di riferimento per il rock sinfonico, osando alternare le parti di musica classica a composizioni e testi originali (come il capolavoro acustico “The Sage”) che non tradiscono affatto lo spirito dell’opera, sino al finale ad altissima tensione emotiva di “The Great Gates Of Kiev”.

Dopo tre albums per molti aspetti rivoluzionari e dall’ eccezionale fervore creativo, i Grandi Eretici, ormai entrati di diritto nell’Olimpo del rock, rinunciano temporaneamente alle spinte innovative per formulare un album che definirei di “classica compostezza”, “Trilogy” (giugno ’72), figlio delle più moderne tecnologie di studio e rifinito in ogni dettaglio. Incorniciato da una copertina nello stile della scuola inglese Pre-Raffaelita, che ritrae i profili dei musicisti, il nuovo album di ELP conferma la loro parabola ascendente in termini commerciali, ed include statuari, sofisticati brani come “The Endless Enigma” e la stessa “Trilogy”, l’abituale ballata di Lake, “From The Beginning”, ed altre efficaci testimonianze della versatilità del gruppo, dal clima western di “Hoedown” (dal “Rodeo” di Aaron Copland), all’hard rock di “Living Sin”, per finire nel crescendo sinfonico di “Abaddons Bolero”.

Impegnati in estenuanti tours mondiali contraddistinti da un mastodontico apparato scenico, ELP riescono comunque a rendere operativa la loro etichetta Manticore, per la quale pubblicano il quinto album: “Brain Salad Surgery”(novembre ’73) esce ad un anno e mezzo di distanza dal predecessore, finora l’intervallo più lungo fra gli appuntamenti discografici del trio. Risulterà in assoluto il loro album di maggior successo, gettando un ponte fra passato e futuro, dall’austera atmosfera gotica dello storico inno “Jerusalem”, con liriche di William Blake, all’arrangiamento di “Toccata”, del compositore argentino Ginastera, plasmato da ELP in autentico classico modernista. Dal punto di vista della sperimentazione musicale, “B.S.S.” e’ l’opera più avanzata del trio: Emerson collauda un’altra creazione del Dr. Moog, il sintetizzatore polifonico Apollo, e Palmer suona per la prima volta la batteria elettronica. Perfetta trasposizione musica-immagine dell’LP è la copertina dell’artista svizzero H.R. Giger, scoperto da Keith che lo “impone” ai compagni; sarà buon profeta, perché Giger diventerà celeberrimo disegnando le scenografie e la terrificante creatura del film “Alien”. Altrettanto lungimiranti appaiono le tematiche di “3rd Impression” (dall’imponente suite di trenta minuti, “Karn Evil9”): Lake coinvolge il paroliere-visionario dei Crimson, Pete Sinfield, immaginando un futuro dove i computers domineranno la vita dell’uomo…

L’apogeo della gloria di ELP viene celebrato nel live “Welcome Back My Friends To The Show That Never Ends”(1974), summa del trionfale “Get Me A Ladder” Tour del 1973-74, culminato nel ruolo di headliners nella sconfinata arena di California Jam. Nessun altro triplo album dal vivo raggiungerà mai i record di vendita di “Welcome Back My Friends”, piena dimostrazione della superiorità di ELP in concerto rispetto alla concorrenza progressive, nell’ambito della quale solo gli Yes potevano reggere il confronto. Il trio si esalta nella riproposizione delle più impegnative pièces de resistence, “Tarkus” e “Karn Evil 9”, mentre Lake si ritaglia il suo suggestivo spazio unplugged, introducendo “Still… You Turn Me On” e “Lucky Man” nell’esecuzione di “Take A Pebble”.

L’ultima grande opera degli ELP nei Seventies è il doppio “Works Volume I” del ’77, che pur segnato da conflitti interni (3 facciate su 4 sono notoriamente lavori individuali… ) include episodi di rilievo: su tutti la straordinaria “Fanfare For The Common Man”, il canto del cigno dei classici ELP, indicata da Ian Anderson (insieme ad “America” dei Nice) fra i suoi Top 10 del rock progressivo. Completano il quadro della discografia Seventies degli ELP gli albums minori, ma non privi di spunti interessanti, che precedettero lo scioglimento: la compilation “Works Vol.2” (1977) e l’ultimo disco di studio “Love Beach” (1978), bersaglio preferito dei detrattori.

Si dice che il punk abbia “giustiziato” le ambiziose bands dei primi anni ‘70, riportando il rock sulle strade e riconsegnandolo alla gente comune: niente più eroi? Non proprio, finché esisterà un pubblico che rivendica il proprio diritto a sognare, a tramandare il mito di musicisti eletti ed inarrivabili, come Emerson, Lake & Palmer.

BEPPE RIVA

(nella foto Beppe Riva e Keith Emerson durante una intervista di pochi anni fa)

LA PRIMA VOLTA: Frank Zappa

24 Giu

L’idea di una serie di articoli chiamata LA PRIMA VOLTA l’avevo in mente già da un po’, perché pensavo potesseessere interessante il racconto di un incontro che quasi sempre ci ha cambiato la vita, o che  comunque ha fatto sì che la stessa fosse più nostra, più adatta a noi stessi. La spinta decisiva me la ha data Lorenz un po’ di tempo fa: parlavamo di JOHNNY WINTER, chitarrista che entrambi amiamo moltissimo (parlo del periodo 1970/75), io sono più legato al live del 1971, lui a quello del 1975 e ad un certo punto mi fa “Zio can, Tim, la prima volta che ho ascoltato CAPTURED LIVE mi son cagato addosso”. Badate bene che Lorenz non è un chitarrista da parrocchia, è un vero guitar hero, uno che non si spaventa mica tanto facilmente, eppure al solo pensiero di quel momento si è lasciato andare candidamente a quel commento, così modenese nei modi e nei toni,  arricchito da una espressione al contempo fredda e piena di sfumature mistiche. Iniziamo quindi questa mini serie di considerazioni musicali ed è un onore farlo con uno scritto di GIANCARLO TROMBETTI, firma storica e di altissimo lignaggio del giornalismo musicale italiano.

LA SECONDA VOLTA

Non è detto che le prime volte siano davvero tali. Spesso sono le seconde che risultano indimenticabili. La mia prima volta con Zappa fu surreale; non avevo praticamente quasi mai assimilato le poche cose che possedevo, parlavo un inglese basico..”the cat is on the table”…ed ero un rocchettaro inguaribile. Se un pezzo non aveva almeno due assolo, non veniva preso in considerazione dal mio cervello stile Homer Simpson. Avevo diciassette anni la mia prima volta e venni fisicamente trascinato da un giovanotto quattro o cinque anni più anziano di me a Bologna dove, senza rendermene del tutto conto, mi venne concessa l’illuminazione sulla via di Damasco. Impiegai un po’ di tempo ad accorgermene, però.  I tre anni che separarono quel primo incontro con “La Musica” al primo, vero appuntamento fortemente voluto, li ricordo oggi come la separazione di certe nostre nonne dal marito partito per la guerra o l’abbraccio tra Penelope e Ulisse dopo tanto penare. Il primo, secondo, ma vero incontro avvenne in un palazzetto di Lugano, anzi, esattamente Mezzovico, il 13 marzo del 1976. Ricordo ogni momento di quella giornata, di quel viaggio, dei miei due compagni e ricordo nota per nota le due ore di spettacolo.

Ricordo la neve, la calca per entrare, un ridicolo registratorino a cassette di dimensioni di poco inferiori a un frigo portatile con un microfono grosso come un cono gelato da 5 euro che fu destinato a immortalare la serata e a perpetrarne le emozioni. Ricordo perfettamente un negro pelato, altissimo, sul palco con un kimono mimetico che con un piccolo puntatore tipo laser si spostava sui due lati dell’amplificazione e indicava a un paio di scagnozzi nella platea i furbacchioni che stavano registrando, inviandoli a sequestrare il materiale. Ricordo anche che la mia attrezzatura era così datata, già allora, che non essendo dotata di quei minuscoli led rossi che indicano il corretto funzionamento del marchingegno, non venne mai notata dal cannibale. Che solo anni dopo scoprii essere tal John Smothers, da Baltimora, guardia del corpo di Frank e maestro nel sequestro oltre che della torchiatura di ignari registranti nel cui elenco compare anche l’amico Red Ronnie, Zurigo 1980.

Ricordo la formazione a cinque, con il recuperato Roy Estrada, con Napoleon Murphy Brock e con un batterista giovanissimo, appena scoperto nel micidiale “Bongo Fury” e presentato come: ”Little skinny Terry “Ted” Bozzio  on drums”…ricordo un tastierista con una sorta di tastiera-sassofono, Andre Lewis che Zappa sfotteva introducendolo come “Andre Lewis on keyboards and on a thing that he thinks that he blows in the middle of the show..”. Ricordo la recensione delirante di Ciao 2001 un mesetto dopo l’evento da parte di chi non aveva certo assistito al concerto (…ma le foto erano proprio DI quel concerto ed era quello che contava di più!) e credo di avere ancora da qualche parte il trafiletto di Muzak (un mensile amato a metà settanta) che spiegava come Zappa si fosse presentato “con un quartetto formato da soli negri”! Come se Bozzio ed Estrada lo fossero: paleontologia del giornalismo rock. Ricordo con affetto che quello fu l’ultimo concerto delle Mothers of Invention, nome che Zappa abbandonò proprio dal tour successivo e sono orgoglioso di aver sul mio antico nastrino di due ere geologiche fa, l’ultima presentazione delle Mamme…”Your five favourite relatives…The Mothers!”…

E ricordo di non aver mai abbandonato quei due nastri (centoventi minuti di musica) per mesi, al punto che oggi, se solo sapessi suonare qualcosa in più del mio impianto stereo, potrei ripetere nota per nota tutti quei brani. Incluso l’unico inedito che Frank abbia suonato a memoria d’uomo e mai più ricomparso altrove; una sorta di canzoncina anni ’50 dedicata a tal Pinky. Forse una elaborazione grezza di quella che poi sarebbe divenuta “Miss Pinky”, ma che con quella canzone nulla aveva in comune. Ricordo anche che quel nastrino amatoriale divenne per anni una cosa-da-avere nel circuito dei cacciatori di nastri, tanti anni fa, all’inizio del web…Ricordo un lunghissimo blues strumentale con una serie infinita e alternata di assolo, di sax, di tastiera, di chitarra, fino all’apoteosi finale con Lewis che filtrava il suono di Zappa donandogli sonorità incredibili. E ricordo anche che non ne beccai il nome vero né dal vivo, né dalla registrazione, scoprendo solo in seguito che si trattava di “Black napkins”.

Ma il ricordo più vivo è nella nascita di un amore viscerale, del cambiamento del mio stesso approccio alla vita, all’uso dell’ironia. No, non sto esagerando. I miei vent’anni furono il punto di svolta, il momento in cui qualcosa mutò nello sviluppo…del Giovane Trombetti. Io credo di aver sviluppato una teoria per la quale, quando il feeling è così immediato e spontaneo, quando coinvolge non solo i sensi ma anche i contenuti, la visione della vita, arriva al punto di modificare, forse inconsciamente, anche l’approccio alla vita medesima. Ed ho l’impressione che tutto questo non sia cosa che possa accadere con chiunque, ma solo con chi, conla sua Arte, possa indicare anche un differente modo di riflessione sulla vita, sull’autoironia, sul sarcasmo e i rapporti con il mondo. E Zappa, a mio parere, con la sua caleidoscopica visione del mondo, con il suo pensiero schietto e corrosivo, con la sua opinione incredibilmente lucida della politica e degli avvenimenti, con le sue citazioni secche e devastanti avrebbe davvero potuto essere un opinion leader pur senza mai prendere in mano una chitarra. Ecco perché da quella sera, dopo aver assistito per la prima volta al miracolo di una Musica che prende forma che si materializza e diventa viva davanti ai tuoi occhi, che si sviluppa prendendo direzioni imprevedibili e talvolta difficili da afferrare per poi compensarsi alla fine del Rito, ho davvero cambiato il mio pensiero.

Ricordo che con una gestualità esplicita, alla fine dello spettacolo, Zappa afferrava la sua musica nell’aria, la abbracciava, la comprimeva sempre di più fino a farne un pacchettino immaginario da gettare in pasto al pubblico.  Sì, penso che Zappa abbia condizionato – qualcuno malignerà nel male ma io credo il contrario – la mia adolescenza e il mio approccio agli altri esseri viventi. Beatles, Stones, Zeppelin, Sabbath, Who, Tull,  La California e milioni di altri hanno formato l’ossatura del Giovane Trombetti. Zappa ne ha curatola mente. Eccoperché quando penso al Maestro non commetto mai l’errore di confonderlo con il resto della musica. La sua è Musica che diventa religione. Il resto è solo, immortale, rock and roll.

Per questo gli sarò eternamente grato, per avermi fatto migliore.

Dopo quella volta ce ne furono altre due o tre per ogni tour. Ricordo di aver fatto di tutto per farmelo presentare e di essere rimasto senza una parola quando me lo sono trovato davanti la prima volta. Ricordo di essermi sembrato un deficiente e sicuramente lo ero. Ricordo che l’unica volta in cui fui in grado di parlare come un bipede pensante fu al telefono, quando mi resi conto che avevo sbagliato tutte le domande che gli avevo posto e che furono il caso e Michael Jackson a far tornare sui binari di un’intelligente chiacchierata quel momento di stordimento. Ricordo di essermi spupazzato qualche suo musicista il cui principale merito era quello di starsene sul palco con mio unico Dio. Ricordo di aver cercato insieme all’amico Luca una…chiamiamola “compagna” per Smothers proprio qui, a Viareggio, ed averla vista scappare dopo aver saputo che era con quel blocco di marmo che avrebbe dovuto avere a che fare. E ricordo di aver compreso che da quel dicembre del 1993 qualcosa si sia rotto dentro di me. Mi sono reso conto che mi interessa più poco di tutto il resto, che ho perso stimolo ad andare ad assistere al perpetrarsi di un rito cui manca, per me,la Summa. Miaccorgo che mi manca e mi mancherà sempre di più poter ricaricare le batterie assistendo a un suo spettacolo; quelle batterie che devono restare cariche per affrontare l’altra faccia dell’intrattenimento. Ho capito quanto larga sia la forbice tra quella Musica e tutta l’altra ed è forse per questo che mi getto su ogni pezzetto di plastica legale o illegale con la speranza di trovarci un’indicazione nuova, una sorpresa, una nota diversa. Così come mi manca tanto Gaber, un altro che mi ha aiutato molto a maturare a un altro livello e a non farmi condizionare se non dal mio povero cervello. Che va sempre usato.

Così a volte mi sento più solo, spaesato, ed è per questo che mi butto su tutto il resto, trovando giusto un po’ di conforto. Ma non su niente che abbia a che fare con certe recenti tendenze. Lì sì che si nasconde Satana…

GCT giugno 2011

L’Espresso + La Repubblica: DEEP PURPLE / Considerazioni sull’Hard Rock

19 Giu

Comunicavo via sms con Polbi ieri, mi scriveva del libro allegato alla prima uscita della collana dedicata ai DEEP PURPLE da parte del settimanale l’Espresso.  Mi spiegava che il libro in questione non era niente male, ma stoico come pochi gli spiegavo che stavo provando a resistere, che dovevo resistere, che non potevo lasciarmi andare e comprare per la terza o quarta volta quegli album che già possedevo in varie versioni appunto. Ho così chiesto a lui di mandarmi una sua considerazione su quel libro; la trovate qui sotto.

A me per lungo tempo i Deep Purple sono stati sul cazzo.

Ero giovane e fesso, tutti continuavano a paragonarli agli Zeps e allora a me giravano. Quelli erano solo un gruppo hard rock come tanti, mentre i led Zeppelin…beh, loro facevano parte di un altra categoria, loro giocavano in champions league con gli Stones, Beatles, Dylan, Velvet Underground…altro che hard rock!

Poi uno cresce e le cose si fanno un po’ più complesse, i confini meno netti, gli steccati si sfaldano col passare degli ascolti…ed ecco che stamattina mi sono andato a comprare la mia bella copia dell’Espresso con allegato Deep Purple In Rock. Rincoglionimento estivo? Senilita’ precoce? Consumismo da edicola? No, giuro, niente di tutto questo, e’ che quel disco a me ora piace tantissimo e non l’ho mai comprato in cd, allora ho approfittato. E me lo sono sparato a volume indecente appena tornato dalla mia giornata di lavoro in mare. Si, e’ proprio un gran disco di solo Hard Rock con la maiuscola e, dico oggi, non mi sembra affatto poco. Con la testa piena di queste elevate riflessioni mi sono messo a sfogliare il libretto allegato. Non sono un esperto dei  Purple, quindi mi sono goduto la storia della band, le varie formazioni, la discografia, le foto. Una molto bella della Mark I con le fidanzate, e un altra di Coverdale e Huges che fumano sigari e bevono liquore in un parco principesco.

(nella foto: I Deep Purple mark II a Roma nel 1971)

Pensando ad alcuni testi di Coverdale sul blues c’e’ veramente da schiattare dal ridere, questo nella vita credo abbia fatto praticamente solo la rockstar, per giunta bello e ricco sfondato, sai che blues, sai che tormenti interiori sempre in tour in alberghi cinquanta stelle e i capelli messi in piega. Lasciamo perdere, lasciamo perdere, che non e’ di questo che volevo parlare, ma del resto del libretto.

Ci sono due articoli molto interessanti di Assante e Bertoncelli, il primo sull’ Hard rock, il secondo sulla chitarra nel rock. Soprattutto l’articolo di Assante mi e’ sembrato stimolante e magari degno di qualche riflessione su questo blog, che dell’hard rock ha fatto una sua bandiera, con lettori e contributi estremamente qualificati in materia. Allora, più o meno la tesi del giornalista e’ questa: L’Hard non e’ un genere ma un modo di fare le cose, di suonare più duro e più forte in un ambito rock molto ampio. Non e’ una moda, non e’ un qualcosa di facile codificazione con precisi riferimenti estetici e rituali quali invece possiamo ritrovare nell’heavy metal. Il nostro tenta una interessante analisi partendo da un’osservazione storica singolare. Dylan, nel suo famoso tour elettrico del ’65 non fece altro che suonare la sua musica in maniera piu’ forte, elettrica e distorta. Ovvero, hard. Cosi come hard erano i Kingsmen di “ Louie, Louie” e i Kinks di You really got me. Gli Stones di “Satisfaction”, gli Who, gli Yardbirds e gli Them. Hendrix protagonista di una psichedelia blues, elettrica e distorta come non mai.

(nella foto: i Deep Purple mark III nel 1974)

Fino al giro di boa degli anni sessanta, con la fine delle utopie comunitarie accompagnata dal suono devastante dei Blue Cheer, forse la prima band Hard a pieno titolo. E poi in Inghilterra nel giro di pochissimo tempo quattro album fondamentali come Led Zeppelin III, Paranoid dei Sabbath, Deep purple in Rock e Who’s next. Musica fatta di potenza e volume, ma non superficiale, ricca di profondità e significato. Assante continua sino a tracciare una linea che arriva al punk del 77 e al grunge di Seattle dei primi novanta, viste come diverse e nuove forme di musica Hard rock. Secondo me, se a questo quadro di insieme aggiungiamo la musica hard di Detroit, Stooges e MC5 su tutti, la connessione con il glam, il punk e cio’ che ne e’ venuto fuori dopo risulta proprio chiarissima. Raw Power di Iggy and the Stooges e’ prima di tutto un disco Hard rock, nei contenuti, nelle forme e nelle dichiarazioni degli stessi autori. Sappiamo anche che i primi punks londinesi amavano i Motorhead di Lemmy e membri dei Sex Pistols suonarono in una band con gli hard rockers Thin Lizzy. Insomma, direi che valga la pena leggerlo questo articolo non banale, non convenzionale, sull’Hard rock.

Per quanto mi riguarda mi fermo qui e vado a sentirmi il nuovo dei Graveyard, band hard composta da ventenni scandinavi…oppure gli Stooges live nel ’73…O il secondo degli Atomic Rooster…

(Paolo Barone giugno 2011)

(nella foto i Deep Purple mark II)

Storie On The Road:IL CATAMARANO LISERGICO

1 Giu

Altra storia di rock raccolta e raccontata dal nostro POLBI.

La scorsa settimana e’ venuta a trovarci Dawn. Lei e’ una cara amica di mia moglie, suona la chitarra e canta in una band di Seattle, dove ci ha ospitato piu’ volte in questi anni. E’ una ragazza molto indipendente e stilosa, appassionata di chitarre graffianti ma anche, e molto, di moda e mode. Siamo stati un po’ insieme in questi giorni pre estivi, ma io un po’ preso dal diving, un po’ perso nelle mie cose, non ero riuscito a stabilire un contatto umano vero che andasse oltre le solite banalita’ di circostanza. E cosi’ l’altra sera, mentre mangiavamo insieme una cena che avevo preparato, e che può piacere solo agli americani, butto li’ distrattamente qualche frase fatta…” Ma tu sei cresciuta a Seattle…? “ Lei gentilmente ingoiando una forchettata di improbabili gnocchi ai formaggi mi risponde “ No, a Seattle ci siamo arrivati dopo il naufragio del catamarano che papa’ aveva costruito e sul quale abbiamo vissuto per un po’...”

Scatto sulla sedia e addrizzo le orecchie…

sai, i miei sono due persone un po’ particolari, si sono conosciuti nella libreria City Lights di San Francisco, papa’ era un beatnik e mamma una giramondo tedesca in cerca di avventure. “

Addrizzo le antenne…

Si misero insieme, mi concepirono, e andarono a vivere in una comune con vicini di casa i Grateful Dead e un gruppo di pazzi sperimentatori lisergichi…”

Mi illumino di immenso. Ho sempre amato la scena psichedelica west coast, ma non avevo mai avuto resoconti di prima mano, non mi pareva vero e, ovviamente incalzai

“ Erano sul bus insieme a Ken Kesey, ai Pranksters e a tutta quella gente li… Pensa che su un libro ho trovato una foto di mamma con me nel pancione a bordo del famoso bus coloratissimo che andava in giro a fare gli Acid Test. Papa’ era proprio fuori di testa, dava l’acido a tutti, anche al nostro cane! Poi, in pieno trip, veniva preso dalle paranoie e andava dal veterinario, con il cane fatto di acido, a chiedere se era tutto ok…”

E ancora “ il loro migliore amico al tempo era Neal Cassady, il protagonista anfetaminico di On the road il libro di Kerouac. Ho visto delle fotografie di lui che mi portava in braccio e faceva  le smorfie. Poi, stanchi di vivere ad Haight Ashbury, decisero di girare in lungo e largo per gli States. Ricordo che ci fermammo per un po’ in una comune che stava in una valle, unposto strano chiamato Alice’s Restaurant. Era pieno di Hippies, bambini e animali. Eravamo macrobiotici, tutti andavano in giro nudi e a me sembrava che quello fosse il mondo normale. Vivere tutti insieme e poi spostarsi in un bus a due piani a cui avevano tolto i sedili e tutti dormivamo per terra. I miei mi hanno detto poi che Cassady odiava il cibo vegetariano e senza dire una parola volava via in cerca di hamburger e hot dogs. Io ero la bambina piu’ grande, cosi’ spesso mi dicevano che dovevo occuparmi degli altri bimbi mentre loro erano persi in chissa’ che cosa nei boschi. Io mi divertivo tantissimo ed ero molto responsabile, alle volte quando il bus partiva facevo la conta dei bambini, allora capitava che ne mancasse uno, io lo dicevo ai miei e loro tornavano indietro a prenderlo! Tutto nella piu’ completa normalita’, a me che ora sono mamma da anni, sembra una follia a rivederlo oggi, ma all’epoca credo che fosse veramente tutto completamente diverso. Poi la comune si sciolse e noi con un nostro furgone andammo a trovare gli zii che vivevano in un altro posto dalle parti di L.A.”

A questo punto io ero totalmente preso dal racconto, che storia…

A casa loro, persi nella campagna, ricordo che il vento muoveva l’erba alta come le onde del mare e io stavo tanto tempo da sola a guardare. Un giorno incontrai Neil Young. La sua musica mi piaceva molto anche se non so quanto la capissi alla mia eta’, ricordo che venne con altre persone a bordo di una jeep. Era amico di mio zio.  Io gli parlavo e lui mi rispondeva a gesti perche’ mi dissero che quel giorno non poteva parlare, che strano! Chiese a mamma se potevo leggere i biglietti che scriveva per comunicare, ma io non sapevo leggere, allora mi fece dei disegnini, mi divertii un mondo, andammo avanti per ore. Un altro musicista che frequentava molto la nostra famiglia era Pigpen dei Dead. Ho scoperto in seguito che aveva una cotta gigantesca per mia madre, ma non se ne fece niente, lei all’epoca amava mio padre anche se in un clima di piena liberta’ sessuale. Per un po’ di anni girammo negli States, est, ovest, nord sud, senza sosta. Quando finivano i soldi, ci fermavamo e papa’ trovava un lavoro. Ha fatto di tutto : bibliotecario, taglialegna, impiegato nei parchi nazionali, elettricista, falegname, veramente qualsiasi lavoro. Una volta messo da parte qualcosa si ripartiva. Mamma era molto felice e mi ricordo che girava fra gli alberi nuda con noi, che eravamo diventati ben cinque fratelli e sorelle, scalzi e festosi. Per un bel po’ non andai a scuola, imparavo le cose dagli altri Hippies a dai miei genitori. Poi incontrammo un tipo che costruiva barche e prendeva il peyote. Questo cambio’ il punto di vista di papa’, decise di aver avuto l’illuminazione e che dovevamo vivere in mare. Con un certo disappunto di mia madre costrui’ un catamarano e salpammo. “

Ora, io di mare sono discretamente pratico e vi assicuro che fare un catamarano che funzioni non e’ proprio semplicissimo…

Lo so, sembra assurdo, ma ando’ proprio cosi’ e navigammo la california con una lunga sosta a Santa Cruz, un posto magico. Pero’ papa’ voleva andare a San Francisco e proprio entrando nella baia, per un errore di manovra naufragammo. Niente di grave, ma la barca era persa. A quel punto mamma ne aveva abbastanza di acqua e tornammo sulla terra ferma, ci trasferimmo dalle parti di Seattle dove iniziai anche ad andare a scuola. Fu un evento traumatico, non avevo idea di come comportarmi nel mondo reale. Salivo sullo schoolbus scalza, con vestiti strani, mangiavo con le mani, non conoscevo proibizioni o autorita’. Ero un aliena e gli altri bambini mi prendevano in giro. Posso dire che oggi la rivendico la mia estraneita’, sono fiera dei miei genitori e della vita che ci hanno offerto, ma allora mi era difficile. Venivano a trovarmi dei compagni di scuola e poi, una volta tornati a casa,  raccontavano della mia famiglia e della variopinta fauna umana che girava con loro. Allora il giorno dopo gli vietavano di parlarmi e mandavano la polizia a casa nostra! Non ci capivo nulla…anche io vedevo la differenza del modo di vivere delle loro famiglie, ma i miei erano dolci e tolleranti con tutti, proprio non capivo perche’ ce l’avevano con noi. Nel frattempo mamma si scopri’ lesbica, ando’ a vivere in una comune gay e noi stavamo un po’ con lei e un po’ con papa’. Lui la prese male in un primo momento, ma poi capi’ e decise che era tutto ok. Anzi, per facilitare le cose, per la prima volta in vita sua, compro’ una proprieta’, un bel terreno fuori Seattle. Ma non c’era la casa..! Lui senza battere ciglio ci costrui’ una tenda indiana, un teepee e noi stavamo li tutti insieme. Poi, un po’ alla volta mise insieme la sua casetta di legno. Stette a Seattle per qualche anno, ma una volta che noi ragazzi eravamo capaci di badare a noi stessi con il supporto discreto di mamma e le sue amiche, torno’ nella sua california dove vive tuttora. Ha quasi settanta anni e per lavoro fa il coltivatore biologico di marjiuana a scopo terapeutico. Tutto legale, ha anche il patentino, e’ molto orgoglioso della sua erba che cresce in un bel campo soleggiato, e quando viene a trovare me e mia figlia mi porta sempre un barattolone pieno zeppo della sua ultima produzione. Mia figlia dice che nonno e’ simpatico, gli vuole tanto bene, ma quando si mette a parlare del cosmo, dei mantra e del ruolo della donna nell’universo…beh, e’ un po’ noioso! Nonna e’ piu’ normale, vive da anni con la sua compagna, sono molto affettuose e premurose, si occupano di cinema e lavorano per una rivista del settore.”

E cosi’ la mia serata va avanti con tanti altri racconti dell’ america psichedelica degli anni sessanta e settanta, della controcultura, dei beatnik, tante storie tra loro diverse ma intimamente connesse, fino alla scena underground di oggi. Dawn ha appena inciso un nuovo disco, ne ascoltiamo insieme qualche traccia. Mi piace, lo sentiro’ ancora nei prossimi giorni. E’ proprio vero che in un modo o nell’altro la vita non finira’ mai di sorprenderci. Di portarci persone e storie fantastiche quando meno ce lo aspettiamo. Basta ricordarsi di lasciare sempre la porta aperta. O, almeno, di non chiuderci dentro a chiave.

(Paolo Barone – maggio 2011)

KRAUTROCK di Paolo Barone

10 Mag

Il nostro Polbi ci apre una prima porta per il Krautrock: c’è da tenersi stretti ma il viaggio ne vale la pena.

Alla fine degli anni ’60 e per i cinque anni successivi, o giu’ di li, la Germania fu attraversata da un ondata sonica chiamata krautrock.

Un po’ di menti pazze, figlie della fanteria di Hitler e colonizzate dai soldati americani a suon di rock and roll, decisero di partire tutti insieme all’esplorazione di nuovi spazi sonori, esistenziali e cosmici al tempo stesso.

Accomunati da questo spirito di ricerca e rottura e da una buona dose di follia ed incoscienza, questa stramba gioventù teutonica si radunò in collettivi/comuni più che in vere e proprie band, fra Amburgo, Colonia, Monaco e Berlino, con propaggini lisergiche nelle montagne della Svizzera. E per pochi anni produssero una delle forme musicali più affascinanti del ‘900. I giornalisti musicali anglosassoni, non sapendo come etichettare questa scena tedesca, crearono il nome Krautrock, non tanto carino a ben pensarci, come se qualcuno chiamasse gli Area e la P.F.M. spaghettirock…Ma questi fuori di testa tedeschi seppero appropriarsene e con grande ironia, decisero che si, la loro musica era Krautrock. Anzi, come dissero i Can in un intervista “…sicuramente suoniamo Kraut, non siamo tanto sicuri riguardo al rock…”

In realtà la voglia di esplorare e sperimentare nuovi linguaggi musicali era una delle poche cose in comune nella galassia Kraut. Ogni band prese una strada personale che portò a derive ed approdi molto distanti e diversi. Forse, volendo semplificare un fenomeno articolato e complesso, possiamo dire che i due grandi percorsi del Kraut furono l’avanguardia e la musica cosmica, con continui scambi ed ibridazioni.

Dalle parti di Monaco, una comune di hippie antagonisti fra cui militavano anche membri delle future R.A.F. generò gli Amon Duull, che subito si scissero in I e II . Questo fu forse il gruppo più legato alla tradizione rock. Chitarre elettriche, batterie e violini, uniti alla voce della bellissima Renate Knaup, tirarono fuori una manciata di album che erano sì “rock”, ma in un modo del tutto particolare. Aperti ad ogni improvvisazione, del tutto liberi dai vincoli dello scrivere canzoni e nell’uso degli strumenti musicali.

A Colonia i Can, ex allievi di Stockhausen con un freak alla chitarra e  un giapponese magicamente flippato per cantante lasciarono invece il poprock, per avventurarsi in ossessioni ritmiche mai sentite prima. Crearono un loro studio di registrazione chiamato Inner Space, dal quale uscì una musica veramente mai sentita prima, roba preistorica e futuristica al tempo stesso. “ Le idee individuali degli individui membri dei Can non hanno niente in comune “ dissero di se stessi all’epoca dei fatti, e la magia della loro musica riuscì, per un po’, a portarli in uno spazio inesplorato, come un uomo primitivo in un’astronave.

Nello stesso tempo vicino Amburgo i Faust registravano il loro primo album, su vinile trasparente con impressa la visione di un pugno a raggi x. Come una lastra. Fecero innamorare della loro musica John Peel che li passò per radio a più non posso. E ci voleva uno come lui per passare alla radio una musica così. I Faust sperimentavano, o per meglio dire sperimentano visto che sono ancora attivi, con tutto. Registratori, strumenti, parole, pubblico, tutto viene coinvolto e connesso nel viaggio dei Faust. Un frullatore creativo di stili, ritmi ed idee, la loro musica è veramente e definitivamente inclassificabile. Ed ecco che il termine Krautrock ci viene in soccorso, a noi che come da bambini, per conoscere abbiamo bisogno di dare un nome alle cose.

Da una comune di Dusseldorf arrivavano invece i NEU! Rother era un etereo hippy perso in dolci atmosfere di tastiere e chitarre. Dinger invece era un maniaco proto-punk all’assalto di percussioni e impianti voce. NEU! la somma, anzi la fusione di queste due antitetiche personalità. Possiamo tranquillamente dire che fondarono la new wave, estetica, suoni e contenuti, con parecchi anni d’anticipo. La fondarono e al tempo stesso la superarono, iniettando nei loro brani un profondo feeling umano, una forte e sincera carica emotiva che ancora oggi trasuda da ogni loro disco, da ogni loro immagine. Il loro percorso inizialmente  si unì a quello dei Kraftwerk, band con natali Kraut che  presto prese diverse direzioni musicali, per poi però sorpassarli velocemente e senza metterela freccia.

In una Berlino ancora ben divisa dal muro nascevano le entità cosmiche, quelli che se li segui con lo stato d’animo giusto ancora oggi ti portano più in là del lato oscuro della luna. Molto più in là a dire il vero. Personaggi come Tangerine Dream e Klaus Schulze, con i loro suoni dallo spazio cosmico ed interiore al tempo stesso. Musica fatta da synth, organi ed archi che perde ogni contatto con la realtà terrena. Un tempo sospeso e dilatato all’infinito, capace di farti vedere la nascita delle pleiadi liquide, e anche qualcosa del tuo inconscio nel frattempo…Tanto per dire, usavano dedicare i loro album “ A chi e’ costretto a navigare nel cosmo”. Forse fu una forma di reazione alla presenza del muro che divideva est/ovest, o forse altro chissà, ma mai nessuno prima e dopo intraprese viaggi interstellari musicali  di tale portata.

Spesso si ritrovavano in compagnia dei Popol Vuh di Florian Fricke, primo in assoluto ad avere un sintetizzatore e primo ad abbandonarlo per tornare agli strumenti acustici, ma con una visione totalmente nuova. Lavorò molto con le colonne sonore dei film di Werner Herzog, lasciandoci esperienze audiovisive come Aguirre, Heart of glass o Fitzcarraldo, in cui musica, attori e paesaggi naturali si fondono in una dimensione ultraterrena.

La natura la musica e i musicisti li ritroviamo ancora insieme fra la Germania e le alpi svizzere. Qui una stralunata comune composta dagli Ash Ra Temple, Timoty Leary in fuga dagli States, Klaus Schulze, gitani e maghi sonici imbevuti di acido lisergico si stabilì per qualche tempo. Suonarono molto e qualcuno, a loro insaputa, rese pubbliche queste sessions stellari con il nome di Cosmic Jokers.

Una manciata di dischi che insieme agli album degli Ash Ra Temple costituiscono un patrimonio di musica cosmica senza tempo.

E di questo dobbiamo per sempre essere grati al Kaiser della scena Krautrock, Rolf Ulrich Kaiser produttore ed agitatore con un piede in Germania, uno nel mondo intero e la testa saldamente tra le stelle. Fondatore di etichette musicali, promoter e quant’altro, diede tutto se stesso alla musica tedesca del tempo, senza mai preoccuparsi di cosa ne pensassero gli altri (musicisti inclusi) e definitivamente senza mai guadagnarci un soldo. Nel 1975 si perdono per sempre le sue tracce, ingoiato forse in qualche buco nero nel quale si era avventurato senza mappe. E nello stesso periodo si perdono le tracce del Krautrock. Ma dopotutto, come si diceva una volta, un bel gioco dura poco. Rimane un patrimonio di dischi e qualche band ancora coraggiosamente in giro per il pianeta.

Ovviamente la storia e le storie di questa musica e di chi l’ha creata sono tantissime e molto più vaste ed interessanti di queste poche righe. Magari qualcuno vorrà provare ad esplorare queste sonorità e subito scapperà via a gambe levate fra le braccia materne e rassicuranti del Rock and Roll. Non lo biasimo, in fin dei conti come dargli torto. Ma, se per puro caso, qualcun altro rimanesse affascinato da queste distese cosmiche, da queste assurde dissonanze, da questa congrega di matti tedeschi…Beh, gli auguro in bocca al lupo con tutto il cuore,e  benvenuto fra i krautrocker.

PICCOLA GUIDA KRAUT IN DISCHI LIBRI E FILM

In pochi anni la musica alternativa tedesca ha prodotto moltissime band e dischi, che hanno a loro volta determinato un interscambio con tutto il panorama culturale dell’epoca. Possiamo quindi solo tentare un piccolissimo e personale elenco delle esperienze più note e rappresentative. Ogni ulteriore esplorazione, per quanto superficiale, dispiegherà immediatamente orizzonti molto più vasti di questi. Ma, tanto per cominciare…

Dischi:

Amon Duull II – Yeti

Faust – Faust IV

Ash RaTemple- Schwingungen

Cosmic Jokers – Omonimo

Tangerine Dream – Zeit

NEU! – NEU! 75

Popol Vuh – In den Garten Pharaos

Klaus Schulze – Irrlicht

Can – Tago Mago

Libri:

Julian Cope – Krautrocksampler

AAVV – Krautrock cosmic rock and it’s legacy

Film:

Peter Schneider – Agilok & Blubbo

Werner Herzog – Aguirre the Wrath of God

Wim Wenders -Alicenella citta’

Reiner Werner Fassbinder – Beware of a Holy Whore

BBC – Krautrock Documentary

Una veloce, ultima,  personale considerazione.

La musica Krautrocke’ stata concepita in un mondo ancora privo di lettori mp3, micro auricolari, computer portatili, telefonini e quant’altro. Per ascoltare un disco, nella maggior parte dei casi, lo si suonava in un impianto Hi-Fi (o quasi) e ci si predisponeva ad un esperienza d’ascolto. Nulla ci vieta di suonare tanto per dire, il lungo viaggio cosmico dei Tangerine Dream – Zeit o un disco degli Ash Ra Temple, nel computer con le cuffiette mentre facciamo colazione e parliamo al telefono. Anzi, magari può essere pure interessante…ma forse provare, anche solo una volta, ad ascoltare nel momento e nel modo giusto, liberi da distrazioni e lasciarsi prendere dalla musica… può farela differenza. Perché, per una volta ancora, non tentare?!