SHADOWS
(Ombra di Jimmy Page su amplificatore – LZ 1969)
(Ombra di Jimi Hendrix su amplificatore)
Stasera lunedi 11 Aprile Beppe Riva sarà in diretta sulle frequenze di Radio Lombardia ospite di Marco Garavelli e Mox Cristadoro nel programma “Linea Rock” in onda dalle 20 alle 22. Ascoltabile in streaming su www.radiolombardia.it .
AGGIORNAMENTO POST TRASMISSIONE – ore 22
E’ stata una trasmissione davvero interessante e bella, sì perché per una sera è stato bello ascoltare in una radio di un certo livello ( mica una radio qualsiasi di periferia), rock e hard & heavy. Sentire parlare Beppe poi è sempre emozionante, ti rendi conto di quanto sia bravo, preparato e appassionato. I suoi aneddoti, i suoi ricordi, la sua prosa poetica, imperiosa, stellare! UFO, Black Sabbath, Blue Oyster Cult, Black Widow (!) e ARMAGEDDON (!!!). ..fantastico. E poi alla fine che fa Beppe, tra quei due o tre nomi che ringrazia c’è anche il mio. Cioè, Beppe Riva in una delle sue rarissime e preziosissime uscite radiofoniche si prende la briga di salutare Tim Tirelli. Ragazzi, quell’uomo è un mito, davvero!
Si è già scritto da più parti che questo nuovo live degli Allman è addirittura migliore di ‘At Fillmore East’, lo storico album live del 1971. Beh, andiamoci piano, ‘At Fillmore East’ rimane tuttora il miglior episodio live della band. Ciò non toglie che questa nuova uscita sia comunque un bel regalo per gli ammiratori del gruppo, pur non aggiungendo nulla a quanto già si conosceva. L’immacolata slide di Duan Allman, la garbata solista di Dickey Betts, la voce e l’organo di Gregg Allman e le sofisticate eppur leggere improvvisazioni di una magnifica band degli anni settanta. Il primo disco è dedicato all’impeccabile performance del 3 luglio 1970: ‘Statesboro Blues’, In Memory of E.Reed’,’Whippin’ Post’, ‘Mountain Jam’…i classici dei primi Allman ci sono tutti. Il secondo disco contiene la registrazione del concerto del 5 luglio, scaletta e brani dunque simili al primo concerto con in più la partecipazione di Johnny Winter in ‘Mountain Jam’.
Disco buono per i completisti del gruppo come il sottoscritto ma anche per chi voglia avvicinarsi agli Allman per la prima volta; per non dimenticare il grande blues dei fratelli Allman.
(Tim Tirelli 2003 – originariamente apparso su CLASSIX n.3)
In anni in cui i “Greatest Hits” infestano, soffocano e snaturano il mercato dei cd, togliendo spesso anche ai più volenterosi la voglia di addentrarsi nelle più complicate trame degli album originali, anche la voce dei Led Zeppelin giunge a noi con un “Best Of”. Lo fa però con una logica differente e dignitosa. Questa è la prima raccolta di Plant in oltre 20 di carriera solista pre e post Zeppelin (come suggerisce il titolo dal 1966, anno del suo primo singolo, alla esibizione del “Festival In The Desert” a Timbuktu nel 2003), ed è stata curata totalmente dall’artista stesso. Il primo cd è il “best of” vero e proprio, sebbene la scelta delle canzoni lasci a desiderare: ben otto tracce su sedici sono tratte dagli ultimi due album di Robert (Fate Of Nations e Dreamland) mentre è stato del tutto ignorato il primo album. Certo, ci sono alcuni dei successi del biondo di Birmingham quali Tall Cool One, 29 Palms, Sea Of Love, I Believe, Big Log e Heaven Knows, ma dove diavolo sono i diamanti dei primi due album (ovvero gli episodi più riusciti dell’intera discografia di RP) Moonlight In Samosa, Like I’Ve Never Been Gone, Other Arms, In The Mood e Thru’ With The Two Step? In compenso è presente una mediocre outtake del periodo Now And Zen (Upside Down). Il secondo cd è invece una gioia, pieno com’è di inediti e rarità: una paio di singoli del ’66 e del ’67 (tra cui Our Song, versione inglese di La Musica E’ Finita portata al successo da Ornella Vanoni), un paio di episodi tratti dal demo del 1967 della Band Of Joy (con John Bonham alla batteria) e Operator del 1968 incisa insieme ad Alexis Corner. Road To The Sun è un discreto inedito uscito dalle session del secondo album Principle Of Moment (1983), Red For Danger un inedito elettronico del tutto trascurabile (1988). Non mancano alcune delle canzoni apparse nel corso degli anni in singoli varii e alcune riletture di piccoli classici tra cui la lucida gemma country If It’S Really Got To Be This way di Arthur Alexander e Let The Bolgie Woogie Roll presa dalla collaborazione con Jools Holland. Ancora un appunto: Far Post, apparsa some b side in un singolo del 1982 e nella colonna sonora del film White Night non doveva proprio mancare. In definitiva un best of curato e pensato nel modo giusto, peccato che, come detto, nel primo cd Robert si sia lasciato condizionare ancora una volta dalla sua mania di distaccarsi dalle fasi del suo passato che più sono vicine all’epoca Zeppelin. Peccato davvero, perché con qualche canzone in meno tratta da Dreamland (suo discutibile sebbene colto ultimo album) e l’inclusione di qualche episodio in più del periodo 1982/83, 66 To Timbuktu sarebbe stato un compendio perfetto del rock a tratti classico a tratti moderno dell’ex voce dei grandi Led Zeppelin.
(Tim Tirelli 2003 – originariamente pubblicato su CLASSIX)
Dopo le purghe dell’ultima settimana, questa vittoria sarebbe come un brodino caldo ma viste le temperature estive di oggi, è come una buona caprese … fresca e appetitosa dopo giorni di riso in bianco scotto e patate lesse, e antipasto per portate ben più importanti che difficilmente qualcuno cucinerà per noi, ma che i nostri succhi gastrici non disperano di assalire.
(Victor Emmanuel Avenue – photo by TT)
Già, cosa pensa un uomo di blues di una incerta età mentre percorre a piedi corso Vittorio Emanuele a Modena, in una caldo e assolato sabato mattina di aprile verso mezzogiorno?
Passando davanti all’entrata dei Giardini Pubblici immancabilmente pensa al pezzo MAGICO di Stefano Piccagliani tratto dall’album “Picca” del 1995, poi pensa che non sarebbe male se i genitori si potessero scegliere invece di doversi cuccare quelli che il caso si diverte a distribuire. Pensa che “la vita in fondo è semplice chi la complica siamo noi” come cantava Tommy Togni nel pezzo IL GIOCO della Cattiva Compagnia. Pensa al suo ideale di donna, al fatto che non potrà mai permettersi una Volvo V60 e a come ama questa città di provincia.
Passando sotto a quella che deve essere la mensa dell’Accademia, pensa alle interminabili file lunghe decine di metri fatte per assicurasi un pasto alla scuola allievi carabinieri di Torino, lui con gli anfibi neri, la mimetica verde e il basco blu. Incrociando la chiesa di piazzale San Domenico pensa a come sia molto più bello il lato della stessa piuttosto che la scialba facciata. Pensa ad un messaggio ricevuto ieri sera, alle discese ardite e alle risalite. Vede i ragazzi usciti da scuola, con tutti quei visi asiatici, slavi e africani e pensa a come questa sia la primavera della società multirazziale, e che l’estate è lì dietro l’angolo.
Pensa che il patto col diavolo non è servito a nulla, che lunedì tornerà in ufficio e che il fiero e potente hard rock che batte nel cuore si è sciolto in un leggero eppur greve blues, di quelli che ti fan trovare solo sassi sul sentiero. Pensa che si sente solo, che gli amici se non li chiama lui non si fanno sentire, e che non ha nemmeno un amico qualunque per bere un caffè. Pensa che nonostante tutto l’abbeverarsi nella fonte d’abisso ti regala una visuale mozzafiato, che preferisce le donne di 45 anni alle ragazzine tiratissime che vede per strada e che STRAIGHT SHOOTER della Bad Company è un gran cazzo di album.
(«Quando guardi a lungo nell’abisso l’abisso ti guarda dentro.» Friedrich Nietzsche)
(Bad Co “Straight Shooter” Swan Song 1975″ … a fucking great album)
Pensa a come sarebbe, ritornando verso Reggio, imboccare una di quelle stradine di campagna che sembrano perdersi nel nulla e portare in altri mondi … lui, la sua macchina blu … partire e andare e non tornare più.
(uomo di blues)
E invece la macchina non riesce a scartare di lato, mantiene retta la via, costeggiando la ferrovia, i tulipani di C.so Vittorio Emanuele sono già un ricordo, tra poco sarà già ora di “Timothy, vieni, è pronto”, di controllare l’ora per veder quanto manca alla partita dell’Inter, e sdraiandosi sul divano “contemplerà il soffitto tanto che fa se una volta in più ne uscirà sconfitto” come scrive Nonantolaslim nella sua canzone ED E’ UN ALTRO LUNEDI’.
…still walking in the shadow of the blues…
di Polbi
(Margaret dei Demolition Doll Rods)
Carissimo, questa volta vorrei raccontarti una storia successa durante il mio primo tour negli Stati Uniti con i Demolition Doll Rods. Era dicembre, faceva un freddo disumano, la nostra prima tappa era Chicago, quindi solo cinque ore da casa nostra, Detroit.
Viaggiavamo nel nostro Van, un furgone attrezzato anche per dormirci, e le strade si riempivano di neve. Ricordo una piacevole coincidenza, guidavo io e appena in vista dello skyline di Chicago, alla radio trasmettevano Kashmir. Pensai fosse di buon auspicio, e mi sembrava sorprendente come fosse facile sentire gli Zeps alla radio in America. Ora, dopo anni che vado da quelle parti regolarmente, mi sono abituato: ogni stazione radio che trasmette rock vive con una dieta fissa fatta di Zeps, Eagles, Tom Petty, Lynyrd Skynyrd, e altre sette/otto band fondamentalmente. Poi, alle volte, capita anche di sentire l’inatteso, la sorpresa, ma e’ raro…e non dico oscure band di nicchia, per carità, ma nemmeno Lou Reed o Dylan…Va be’, non divaghiamo.
Il concerto si teneva in uno dei tanti locali che in ogni città e paese d’America hanno un programma di musica rock underground. Ho visto di tutto in posti del genere, dalle peggio cose (poche devo dire) a concerti di tutto rispetto, con gruppi bravi e entusiasmo a mille. Come e’ immaginabile, questo circuito musicale indipendente, non muove grandi cifre. La maggior parte dei musicisti ha un altro lavoro, ma ho anche conosciuto molti che stando spesso in tour, fra concerti e vendita di dischi e magliette, riescono a campare di musica e nemmeno troppo male. Quella sera la band presentava una nuova giovane batterista ed era anche la prima tappa del tour, c’era quindi un po’ di nervosismo nell’aria. Andò molto bene. Una bella scarica di adrenalina r’n’r’, punk blues e garage, di quelle che poi ti fischiano le orecchie e non riesci più a farne a meno. Ricordo anche che rimasi sorpreso quando un po’ di persone mi dissero che avrebbero seguito il tour nei giorni successivi, in ogni modo compatibile con i loro impegni…e parliamo di centinaia di chilometri nel midwest in inverno. Che bella la forza della passione, e che bello sapere che ci sono cuori rock che battono ancora, e forte, anche lontano dalle riviste patinate e dalle mega produzioni. O forse, oggi più che mai, è proprio in giri come questi che trovi gente così motivata e fuori di testa. Insomma, persone con le quali noi ci sentiamo in sintonia facilmente.
(Chicago con la neve)
Finito il concerto e la sua onda di energia, mi rendo conto che abbiamo un problemino. Nevica, sono le due di notte e non abbiamo un posto dove andare a dormire! Nel mio inglese all’epoca ancora incerto chiedo lumi…non nascondendo una certa preoccupazione. Margaret mi spiega che in America non e’ come da noi in Europa che oltre a pagarti la serata ti danno anche albergo e mangiare. No, da quelle parti qualcuno a volte ti ospita oppure, come scoprirò nei mesi a venire, incominci a metterti in viaggio per la tappa successiva. Distante anche molte miglia, si guida e si dorme a turno. Ma per quella sera ci dovevamo fermare a Chicago, avevamo il giorno seguente libero e lo show successivo a Minneapolis, non lontano. E allora, che si fa??? Albergo a spese nostre o cosa, che mi sto congelando in questo cazzo di van, furgone, chiamalo come ti pare ma sempre freddo ammazzato e’… iniziavo a preoccuparmi sul serio ma Margaret ha un idea. Possiamo chiamare Cynthia Plaster Caster, se non e’ fuori città sicuramente ci farà stare da lei, no problem. Cynthia la mitica groupie che prendeva il calco al pisello delle rockstar?!?! Non ci potevo credere. Se voi leggete questo blog, ci sono ottime possibilità che sappiate benissimo di chi sto parlando. Una piccola leggenda nel mondo della musica rock anni ’60/’70…anzi, nemmeno tanto piccola, considerato quanto si sia parlato di lei e delle Plaster Caster di Chicago. Collettivo di groupies del midwest, che oltre a seguire, amare, supportare, ispirare, aiutare, sfamare, incoraggiare, e…si, anche a volte scopare le band di passaggio, aveva avuto l’idea di prendere il calco del pene e realizzare così una nuova, surreale, forma artistica. E, tanto per dire, oggi sono citate in più di un libro d’arte contemporanea. Sono state raccontate al cinema, un film su tutti il bellissimo Almost Famous di Cameron Crowe. Omaggiate di una canzone dai Kiss. Coccolate per anni da Zappa. Prese a calci in culo dagli Stones. Buttate in piscina dai Led Zeppelin. Adorate da Eric Burdon, Bowie, Dead Kennedys, Animals… Ma soprattutto Cynthia Plaster Caster e le sue compari saranno ricordate per aver fatto i calchi di tutta la Jimi Hendrix Experience con i quali ebbero una lunga relazione fatta di amore ed amicizia, fino alla fine di ognuno di loro.
(Cynthia negli anni settanta)
Io le ho sempre sinceramente ammirate le Plaster Caster. Per tanti motivi che non saprei ben definire, ma credo che in qualche modo dietro la loro idea ci sia stata tanta sostanza culturale, in un certo senso più che in mille libri sacri del rock. Liberazione sessuale, rottura delle convenzioni sociali, femminismo, provocazione. Una collezione di peni, raccolta sul campo da un gruppo di ragazzine: fa saltare sulla sedia oggi una cosa del genere, figuriamoci quaranta anni fa. E anche dissacrazione e sberleffo, in fin dei conti una rockstar ridotta ad un…cazzo di gesso. Non mi sorprende che Stones e Zeppelin, le abbiano paurosamente tenute a distanza! Dalle ciocche dei capelli dei Beatles a questo e’ un bel salto mortale, simbolico e non.
(Hendrix’s pride and joy)
Insomma, con tutti questi pensieri in mente, mi ritrovo in pochi minuti davanti a Cynthia sua maesta’ Plaster Caster di Chicago in persona. Da regina delle groupies quale e’ stata e sempre sarà, per lei e’ del tutto normale ospitare le band che passano da Chicago e hanno bisogno di una casa e, con quel freddo disumano, un po’ di calore! La trovammo alla fine di un party, in casa di alcuni ragazzi. Una ragazza sessantenne o giù di lì, molto carina e gentilissima, capace di farti sentire a tuo agio in un attimo, come se fosse una vecchia conoscenza. Guidammo nella città imbiancata e poi a piedi verso il suo appartamento. Ho il ricordo di noi quattro che la seguiamo in fila indiana nel silenzio delle prime ore del mattino, i nostri passi attutiti dalla neve alta, le case con architetture inizio novecento e le luci dei lampioni. E poi casa sua. Che dire, ogni appassionato di musica potrebbe stare ore, giorni, a guardarsi intorno. Posters originali, fotografie, dischi, lettere, libri…e ovunque firme e dediche di tutto il mondo rock. Dico proprio tutto il firmamento del rock, perchè lei non fa distinzioni fra la grande star e una band underground, se gli piacciono per lei sono pari, vivono sullo stesso piano. Mi colpirono particolarmente un poster di Berlin con una lunga dedica di Lou Reed e una lettera di Zappa che, chissà’ perche,’ teneva esposta in cucina. Ma l’attenzione non poteva che andare in un altra direzione. Decine di calchi, decine di peni di gesso di ogni forma e dimensione. Una collezione fantastica, dalle mitiche band degli anni ’60 ad oggi.
(Cynthia)
Perché la missione continua, e ogni tanto un calco vale ancora la pena di farlo. Da qualche tempo poi, Cinthia sta immortalando in plaster caster anche le tette di qualche donna rocker, fra cui anche Margaret, che mi aveva raccontato di questa cosa in maniera molto divertita. Infatti un po’ di calchi femminili sono appesi alla parete. La casa e’ piccola ma molto confortevole e in pochi minuti i divani si trasformano in letti, mentre fuori nevica ancora e la stanchezza del primo giorno di tour si fa sentire. Lei mi dice che spesso le capita di esporre la sua collezione in gallerie d’arte in giro per il mondo. Adora l’Italia e ha ricevuto molte richieste per tornare dalle nostre parti, ma per il momento preferisce fermarsi a Chicago, per lavorare ad un progetto editoriale. Vorrei chiederle mille cose, farmi raccontare tutto di questa sua vita così unica e speciale. Magari domani, quando saremo tutti più riposati…Mi addormento pensando a chi me lo doveva dire che un giorno sarei finito a casa di Cynthia Plaster Caster, con il calco delle tette di Margaret sul muro e quello di Hendrix nella stanza accanto.
(Paolo Barone – aprile 2011)
CHICAGO DI NOTTE
State Street, Chicago 1949 – Original caption: Chicago’s theater district, lined with marquees, has been forbidden to show “vulgar” plays. But the strip-tease girls still flourish on West Madison. (Photos by Stanley Kubrick for Look magazine/Library of Congress) – (Grazie a Roberta Z.)
(scusate, non ho resistito :-)
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