Questo è una sorta di prequel, che però non sono riuscito a gustarmi; colpa forse del mio essere distratto in questo periodo, o forse del fatto che dopo 10 capitoli il mio rapporto con l’Ispettore Chen può considerarsi concluso.
Come nasce la leggenda dell’ispettore Chen? Com’è possibile che «un poliziotto soltanto di nome in mezzo a tutti gli altri poliziotti veri» diventi il tutore della legge più affascinante (e temuto) di Shanghai? Chen Cao, proprio come molti suoi coetanei, è un giovane traumatizzato dalle violenze subite durante la Rivoluzione Culturale maoista. Ma per un beffardo scherzo del destino – e della burocrazia – si ritrova assegnato al dipartimento di polizia di Shanghai. Lui, il poeta idealista e sognatore, laureato in letteratura e ammiratore fervente di T.S. Eliot, nonché inguaribile buongustaio, è ora un poliziotto riluttante, destinato a far rispettare la legge. Ma è davvero così? Oppure sono gli interessi del Partito ad avere sempre e comunque la precedenza sopra ogni altra cosa, perfino sulla giustizia? Ne “Il poliziotto di Shanghai”, Qiu Xiaolong ricostruisce i traumi di un passato ineludibile che torna continuamente a gravare su un presente carico di incertezze. Tra delizie gastronomiche e raffinate rimembranze poetiche, anche questo nuovo libro dello scrittore cinese rappresenta un indizio cruciale per decifrare quel rebus enigmatico che è la nuova superpotenza asiatica, per far luce sul volto più segreto di quel «socialismo con caratteristiche cinesi» in cui i destini individuali sono perennemente in balia dei mutamenti politici.
Sono qui ad Assago perché la Yamaha girl non ha mai visto Rod Stewart in concerto e questa potrebbe essere l’ultima possibilità, dopotutto Rod è del ’45, ottant’anni suonati. Non fosse per lei non sarei certo venuto, Rod ormai è lontano dai miei canoni musicali e non, e sono un po’ preoccupato di sporcare i ricordi che ho. Lo vidi all’autodromo Santa Monica (oggi Misano) nel 1983 e all’arena di Verona nel 1986, entrambi i concerti furono molto soddisfacenti, Rock, easy listening e ballate melodiche in un gran momento di forma del biondo (si fa per dire) di Highgate.
Nel corso del tempo ho seguito Rod per i suoi indimenticabili anni (1967/69) con il Jeff Beck Group e per alcuni album da solista che ho amato particolarmente [Atlantic Crossing (1975), A Night on the Town (1976), Foot Loose & Fancy Free (1977), Blondes Have More Fun (1978), Tonight I’m Yours (1981), Camouflage (1984) con Jeff Beck alla chitarra]. Per quanto mi riguarda è poi andato alla deriva sia dal punto di vista musicale, che da quello politico e ho perso interesse. Stasera non mi aspetto granché ma al di là del costo dei biglietti è pur sempre un concerto di uno che ha fatto del Rock come si deve e che ha venduto 120 milioni di dischi in tutto il mondo.
Rod Stewart Milano 10 maggio 2025 b – foto Tim Tirelli
Il Forum è sold out, la capienza è di 15.800 posti, il colpo d’occhio notevole. Ore 21 e qualche minuto, si parte.
Infatuation … e il primo pensiero è per Jeff Beck.
Lo accompagnano 13 musicisti, tra cui sei giovani donne (backing vocals, arpa, mandolino, banjo, etc etc) che nel corso del concerto prendono il controllo quando Rod va dietro alle quinte per i vari cambi d’abito.
Dopo quattro pezzi appare chiaro che è uno spettacolo che ha poco a che fare col Rock. Il gruppo ha una strumentazione usata senza amplificatori – accorgimento purtroppo in auge di questi tempi – col risultato di ottenere certo meno chiasso sul palco e meno sbattimento ma anche un suono pessimo, distorsioni fasulle e il peggior suono di batteria che io abbia mai sentito in un contesto del genere. Vi è anche la tirata assai fuori contesto a favore dell’Ucraina, con tanto di filmato, mah …
Su tutto però c’è l’effetto “Las Vegas” o meglio “serate da ultimo dell’anno delle reti Mediaset”, quello svilimento dell’arte trasformata in uno spettacolo nazional popolare a cui il pubblico (in verità non tutto) ormai sembra essersi arreso.
La voce non è niente male per un ottantenne, la usa bene, ovviamente a volte fatica ma lo fa in un maniera che rende la performance comunque apprezzabile e poi lo sappiamo Rod è un bravo showman peccato appunto l’approccio troppo gigionesco e commerciale.
Stewart ricorda il suo lontano passato con Rolling And Tumbling, cover di Muddy Waters, versione danzereccia ma con buon lavoro alle chitarre.
Young Turks è energica e convincente o forse mi pare così solo perché è stata la colonna sonora dell’anno in cui ho fatto il militare.
La mise rosa shocking appare perlomeno pacchiana, ma lo si sa, a Rod Stewart è sempre piaciuto andare sopra le righe.
Con I’d Rather Go Blind (Etta James cover) la mia attenzione si alza, sono un fan di Etta James e Rod sa come affrontare il brano nel modo giusto.
Il concerto si snoda secondo i canoni di cui sopra, diversi i brani che sono stati capitoli della mia vita …
Rod Stewart Milano 10 maggio 2025 b – foto Tim Tirelli
…The First Cut Is the Deepest, Baby Jane, I Don’t Want To Talk About It, Hot Legs …
Rod Stewart Milano 10 maggio 2025 c – foto Tim Tirelli
… peccato siano scomparse le nuance dell’impegno musicale, la vibrazioni primordiali del Rock e del Blues; certo, stiamo parlando di RS del 2025, non ci aspettavamo certo i template degli anni sessanta e settanta, ma essere stati costretti a sorbirci Hot Stuff di Donna Summer durante una delle sue fughe dietro le quinte non è stato il massimo.
Rod Stewart Milano 10 maggio 2025 b – foto Tim Tirelli
Anche un pezzo scanzonato di enorme successo ma pur sempre valido come Da Ya Think I’m Sexy? sembra aver perso il battito primitivo, pare annacquato e inoffensivo.
Si chiude con Sailing e Sweet Little Rock And Roller. Cala il sipario senza che Rod saluti il pubblico. A me è parso un po’ deluso dal fatto che i 15.000 del Forum lo abbiano applaudito sì, ma non si siano scatenati (ad inizio concerto aveva provato senza successo a far alzare il pubblico dalle sedie). Già un altra volta in Italia ebbe da dire per una cosa del genere, arrivando ad usare epiteti sgradevoli. Magari è solo una sensazione mia.
Due biglietti (platea) a 195 e passa euro l’uno, due panini una birra e una coca, telepass autostrada, diesel … più di 500 euro. Ne è valsa la pena? Non ne sono sicuro. Il giorno dopo chiediamo ad un coppia di amici della Yamaha Girl che abbiamo incontrato al Forum se a loro il concerto è piaciuto: “mica tanto, troppi lustrini” è la loro risposta. Già.
Scaletta:
Infatuation
Tonight I’m Yours (Don’t Hurt Me)
It’s a Heartache
(Bonnie Tyler cover
Some Guys Have All the Luck
(The Persuaders cover
Rollin’ and Tumblin’
(Muddy Waters cover
Rhythm of My Heart
(Marc Jordan cover
Forever Young
The First Cut Is the Deepest
(Cat Stevens cover)
Tonight’s the Night (Gonna Be Alright)
Young Turks
Proud Mary
(Creedence Clearwater Revival cover) (Sung by background singers
Libro appassionante, libro che uno come me legge con fervore. Come sempre nella descrizione qui sotto c’è quello da sapere, poco da aggiungere. Una lucida disanima su un’era che in tanti descrivono genericamente come “anni di piombo”, come “terrorismo”. Un romanzo che ti prende alla gola, all’intelletto, all’animo, alla pancia. Rifarsi una vita, ripensare alle lotte giovanili, ai morti di entrambe le parti. La musica impegnata, quella di sinistra, che riecheggia tra le pagine, Stormy Six, Lolli, Guccini, Il Banco, Radio Alice.
Stralci presi dal libro:
“Ai miei tempi certe divise le indossavano solo i disperati o i fascisti”
“La strada Romea scavalca il grande canale di Porto Garibaldi”
“ Ma i morti sono morti, i nostri e i loro, e per di più non siamo stati noi a cominciare”
“Abbiamo sognato la rivoluzione, e dunque la rottura di tutti gli schemi definiti…”
“Lui era un alto ufficiale dell’esercito, con dichiarate simpatie golpiste e molti amici nei peggiori settori delle forze armate”
Sia chiaro, non è un pippone questo libro, bensì un romanzo che procede veloce, pieno di contenuti, eppur leggero, un libro che ripensa un certo passato con onestà intellettuale senza perdere tuttavia l’amore per un mondo migliore.
Me lo ha regalato Polbi. Non poteva essere altrimenti.
Sono trascorsi quasi venticinque anni da quando Paolo Emilio Calvesi – oggi architetto di successo, con moglie e due figli – ha abbandonato il gruppo armato di estrema sinistra di cui era membro. Il suo nome non è mai finito in alcuna inchiesta, il che gli ha consentito di ricostruirsi una vita apparentemente “normale”. È convinto che il passato non possa ritornare ma un giorno inizia a ricevere lettere, regali, telefonate, provocazioni da una certa Sonia che dimostra di conoscere tutto di lui e di quell’altra vita. Calvesi si ritrova in un incubo, precipitando in una spirale che lo costringe a rivivere il passato tra sensi di colpa e un rispolverato orgoglio, e a rimettere in discussione il suo presente e il suo futuro. Il mistero di chi sia la persona che sta mettendo in atto questa “persecuzione”, produce un’inchiesta nella memoria del protagonista, che ripercorre un tratto di storia del nostro paese per troppo tempo rimossa. Ad un anno dalla scomparsa di Stefano Tassinari, questa nuova edizione del suo romanzo più importante, ci riporta in un’epoca che coinvolge la memoria individuale e collettiva della nostra storia recente, con uno stile profondo, intenso, appassionato ma al contempo lucido nel riordinare fatti e responsabilità.
Stefano Tassinari
Stefano Tassinari è stato uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore italiano. Autore di testi teatrali, letture sceniche e di programmi radiofonici per Rai Radio 3, è stato ideatore e direttore artistico di varie rassegne letterarie e autore di documentari televisivi, oltre ad aver curato la messa in scena di decine di opere letterarie di scrittori italiani e stranieri. Vicepresidente dell’Associazione Scrittori Bologna, ha scritto di letteratura su quotidiani e riviste. È stato direttore e fondatore di «Letteraria». È stato prima militante di Avanguardia operaia, poi segretario della federazione ferrarese di Democrazia Proletaria, infine è stato militante del Partito della Rifondazione comunista. Tra le sue opere: Gli Amori degli insorti (Marco Tropea Editore, 2005), D’altri tempi (Edizioni Alegre, 2011), Il vento contro (Marco Tropea Editore, 2008), I segni sulla pelle (Marco Tropea Editore, 2003), L’ora del ritorno (Marco Tropea Editore, 2001).
La storia politica dell’Argentina fu spesso tribolata, colpi di stato, derive autoritarie e instabilità si susseguirono quasi senza sosta. Il periodo che ci interessa in relazione al titolo di questo post vede la transizione dai due governi peronisti a dittature militari legate ovviamente alla destra estrema. Dal 1946 al 1955 il generale Juan Domingo Peron governò il paese con un misto di populismo, patriottismo e socialismo, con l’intento di attuare un sistema politico, sociale e culturale alternativo a quelli capitalisti e comunisti. Se non altro di distinse per la vicinanza agli strati popolari della società e per aver sostenuto il distacco dell’Argentina dall’influenza degli Stati Uniti.
l’Argentina poi entrò in una lunga fase di instabilità segnata ahimè dall’autoritarismo militare. Ci furono una serie di colpi di stato, l’ultimo dei quali, nel 1976, sfociò nel regime più repressivo della storia della nazione in oggetto. Nel 1983, infine, tornò la democrazia.
Nel 1955 le Forze Armate, con un golpe sotto il comando del generale Eduardo Lonardi, rovesciarono Perón e stabilirono la cosiddetta Revolución Libertadora (il nome fa piuttosto ridere se non fosse che ci sarebbe ancora oggi da piangere). La Marina Militare bombardò la Casa Rosada tentando di uccidere il presidente. Il 18 giugno Perón è costretto a fuggire in esilio prima in Paraguay e poi nella Spagna di Franco.
Nel 1962 altro golpe militare, idem nel 1966
La dittatura militare più feroce ebbe inizio con il colpo di Stato militare del 24 marzo 1976, che rovesciò il governo democraticamente eletto di María Estela Martínez de Perón e tutte le autorità costituzionali, nazionali e provinciali, imponendo una giunta composta dai tre comandanti delle forze armate.
L’Argentina tra il 1976 e il 1983 fu retta da diverse giunte militari. Si caratterizzò con una forte repressione dell’opposizione e numerose violazioni di diritti umani. Il primo ad assumere la presidenza fu il generale Jorge Rafael Videla, presidente de facto tra il 1976 e 1981, a cui successe il generale Roberto Eduardo Viola.
Tutto questo per ricordare il substrato da cui nacque la grande opere de l’Eternauta. In breve:
L’Eternauta (El Eternauta) è un fumetto di fantascienza scritto da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López, pubblicato dal 1957 al 1959 sulla rivista Hora Cero, in Argentina, dove raggiunse una notevole fortuna, venendo ristampato più volte, un successo estesosi nel resto del mondo, che gli ha fatto raggiungere una fama tale da venire considerato un capolavoro del fumetto mondiale. La saga fu riscritta da Oesterheld nel 1969, rendendo più espliciti i riferimenti alla situazione geopolitica del Sudamerica del periodo e fu ridisegnata da Alberto Breccia in una personalissima e innovativa versione che viene considerata un capolavoro dalla critica. La trama è spesso considerata una sorta di anticipazione del golpe argentino del 1976 di Jorge Rafael Videla, del quale rimarrà vittima lo stesso Oesterheld, desaparecido nel 1978.
In Italia fu pubblicato per la prima volta a puntate sul settimanale a fumetti Lanciostory nel 1977 e per il Tim adolescente fu una scoperta incredibile, mi influenzò molto tanto che iniziai ad usare l’alias Juan Galvez (il nome italiano del protagonista, in origine Juan Salvo).
Quando lessi la notizia che stavano lavorando su un serie TV tratta da L’Eternauta sobbalzai sulla sedia e quando seppi che il protagonista sarebbe stato il grandissimo Ricardo Guarin entrai in modalità fustinella.
Già da un po’ la serie è disponibile su Netflix ed è stato emozionante vedere i sei episodi della prima stagione (è chiaro che ve ne saranno altre). Mi ci è voluto tutto il primo capitolo per adeguarmi all’approccio scelto, diverse le libertà prese rispetto all’originale, una su tutte l’aver ambientato il racconto ai giorni nostri, la società isterica e violenta di questi tempi è un nemico in più contro cui combattere. Non voglio svelare la trama, ma l’arrivo di qualcosa di terribile che renderà il futuro imminente distopico e paralizzante è messo in scena in maniera convincente.
La serie ha ricevuto critiche, in parte le capisco ma le trovo comunque eccessive; ho già parlato delle libertà prese ma potrebbe essere stato altrimenti? Una graphic novel così leggendaria la si traduce in immagini con enorme fatica, pur essendo una produzione argentina e la lingua originale lo spagnolo, mi pare fisiologico che l’umore originario dell’opera abbia subito variazioni, che la tensione sia diversa, che la Buenos Aires contemporanea sia lontana da quella del fumetto, che il respiro generale sia creato per un pubblico ampio abituato a correnti narrative sul grande e piccolo schermo più tradizionali. Personalmente il concetto di mainstream non mi entusiasma nemmeno un po’, questo modo di creare statunitense spesso per un pubblico di bocca buona mi urta, ma se è un sfumatura che influenza ma non snatura del tutto le trasposizioni in pellicola di capolavori letterari, grafici, musicali, bisogna pur conviverci, perché altrimenti non si vedrebbero sullo schermo certe cose.
A me pare che nonostante tutto L’Eternauta di Netflix sia una riduzione ben più che accettabile, i capisaldi del fumetto sono in qualche modo rispettati pur modificando e modernizzando il resto. Per questo blog la serie TV El Eternauta è da guardare, punto.
Sono un adolescente, ho scoperto il Rock e amo passare i sabati pomeriggio al Peecker Sound di Furméżen, qui nell’Emilia Centrale, il più grande negozio di dischi della zona, accanto alla ben nota discoteca Picchio Rosso. Ho sempre una gran fame di Rock e acquistare LP (ellepì, insomma long playing, quelli che oggi vengono chiamati vinili) è una necessità spirituale, carnale, intellettuale, non ci sono (fortunatamente) internet e la possibilità di avere “tutto e subito”, i dischi o si comprano o si chiede ad un amico di metterceli su musicassetta, la formazione e il chilometraggio Rock te lo fai con sacrifici, ricerche, brividi continui; leggi i nomi di certi gruppi su Ciao 2001, Popster/Rockstar, Il Mucchio Selvaggio, Melody Maker (qualche copia arriva faticosamente sino alla stazione dei treni di Mutina), cerchi di capire di che Rock si tratti e se ti ispirano ti butti nell’acquisto (senza mai avere sentito nulla prima di allora). In realtà io vado molto a sentimento visivo, capito più o meno il genere sono le copertine ad irretirmi: Johnny Winter And/Live, Second Winter, Straight Shooter (Bad Company), Brain Salad Surgery (ELP) ad esempio … quegli album mi arrivano grazie a quelle copertine che ancora oggi mi fanno tremare. Nel grande negozio stavolta mi soffermo davanti alla lettera U degli scaffali/espositori, ho letto di recente qualcosa sugli UFO. Force It mi colpisce: in copertina due persone si baciano dentro ad una vasca da bagno contornata da un’orgia di rubinetti posizionati in una prospettiva surrealista quasi Magrittiana. L’edizione è una delle prime stampate per il mercato statunitense, con l’immagine ammorbidita, rendendo trasparente la coppia nella vasca col risultato di non mostrare chiaramente il sesso della coppia stessa e infatti, forse anche grazie ai pruriti adolescenziali, penso siano due donne. Per molti anni avrò questa convinzione (ma non sono il solo). Torno a casa, il sabato sera lo passo con gli amici – raccolti intorno ad un giradischi economico – a scoprire nuovi mondi. Let It Roll, High Flyer, Out In The Street, Mother Mary mi colpiscono in una maniera che risulterà indelebile.
FAST FORWARD (Avanti Veloce)
Autostrada del Sole, direzione Medhelan, o Mediolanun, qual dir si voglia; sosta all’Autogrill di Placentia, mi parte un ventello (come direbbe il mio amico Stivone) per un trancio di pizza margherita, un panino col crudo e un pezzetto di cioccolato. Con me la mia navigatrice preferita, la Yamaha Girl. Usciamo a Casalpusterlengo per rientrare a Lodi, visto la lunga coda dovuta ad un incidente. Lascio la Barriera Sud, mi immetto sulla tangenziale est e cerco di arrivare a nord della città; nemmeno il tempo di infilarmi in Via Valtellina che un furgone sta per lasciare vuoto un parcheggio a 100 metri dall’Alcatraz: what a stroke of luck! (che culo!, insomma). Due passi, un gelato, il ripensare che qui incontrai per la seconda volta il mio amico Polbi (colonna di questo blog e della mia vita) 26 anni fa (concerto di John Paul Jones) ed entriamo; sul palco gli Human Zoo, uno dei due gruppi spalla, heavy metal germanico anni duemila che naturalmente non fa per me. Alle 21 precise dall’impianto del locale parte Immigrant Song, si spengono le luci e poco dopo Michael Schenker, il grandissimo chitarrista degli UFO (e del MSG), appare sul palco. Con lui quattro musicisti di tutto rispetto pur con carriere in posizioni e gruppi di terza/quarta fascia: Erik Grönwall (cantante svedese classe 1987, venuto alla ribalta col talent show svedese Idol, e in passato cantante di Heat, New Horizon e persino degli Skid Row in una delle varie reincarnazioni), Bodo Schopf (batterista tedesco classe 1960, veterano di infiniti progetti e gruppi tra cui McAuley Schenker Group), Barend Courbois (bassista dei Paesi Bassi classe 1967 che ha suonato con Zakk Wylde, Adrian Vandenberg, White Lion, Mike Tramp, Michael Schenker Group), Steve Mann (chitarrista/tastierista londinese classe 1955, collaborazioni con Lionheart, McAuley Schenker Group, Sweet).
Sono un uomo di una (in)certa età ma pare che dentro di me vi sia a tratti ancora lo spirito del ragazzetto, infatti vedere Schenker entrare sul palco mi emoziona tantissimo; la partenza è classicissima, Natural Thing brano deciso in cui Michael divide gli interventi di chitarra con Steve Man; nemmeno il tempo di chiudere il pezzo che è già tempo di Only You Can Rock Me … volutamente avevo evitato filmati youtube, scalette e ogni notizia sul tour in atto, preferisco essere sorpreso e così è stato … mi commuovo, ho i tremori, sussulto, ah se il Tim adolescente potesse essere qui con me! Erik mi piace sin da subito, certo, qualche deriva metal, qualche cliché ma bella voce e, pur carico, non sfocia mai nel patetico come tanti, troppi cantanti heavy metal. Hot ‘n’ Ready e capisci definitivamente che MS è ancora in gran forma: bel suono (accoppiata Marshall e Gibson Flying V), gran begli assoli e il giusto approccio. Il super classico Doctor Doctor trascina il pubblico in un vortice elettrico; come sappiamo è un rock quadrato, molto teutonico, ma è pure molto trascinante. Mother Mary continua a mantenere alto il livello dell’Hard Rock proposto, Hard Rock che si quieta un attimo durante l’inizio della sempre bella I’m A Loser per poi riprendere a scintillare grazie al prosieguo di questo pezzo che ho nel cuore, dove Schenker alla solista suona da dio.
This Kid’s e il suo trasformarsi da Hard Rock potente a Blues ostinato e geometrico dove gli assoli di chitarra e di tastiere forgiati da fabbri esperti quali Michael e Steve parlano alle nostre pance. Il brano sfocia in Lights Out, cavalcata elettrica di derivazione Zeppeliniana, scritta da Schenker, Parker, Mogg e Way e che pare rifarsi agli scontri del 1976 tra i partecipanti del Notting Hill Carnival e la polizia (sempre poco tenera con immigranti e gente di colore), tra l’altro lo stesso evento ispirò i Clash per (il loro singolo) White Riot. Nata da un riff di Pete Way è chiaramente ispirata a Achilles Last Stand dei Led Zeppelin. In questo contesto live la prova di tutta la band è convincente. Schenker, anche qui, semplicemente stupendo.
Michael Schenker Group – MILANO – Alcatraz – 1 May 2025 – foto Saura Terenziani
Il Medley (Pipstick Traces – Between the Walls) non mi dice granché, non gradisco questo tipo di strumentali strappalacrime, ma Love to Love mi riporta in alto … misty green and blue Love to, love to love you … ah Michael Schenker, ah gli Ufo! Segue Let It Roll, il mio imprinting. La sezione lenta e melodica ad ampio respiro, rende questo tipo di Hard Rock memorabile, light and shade … è così che gli UFO spaccano. Parte Can You Roll Her e la reggiana dagli occhi di ghiaccio che ho di fianco parte le profondità cosmiche, uno dei suoi pezzi degli UFO preferiti; Michael alla slide. Reasons Love, ancora da Heavy Petting del 1976, pezzo che ho sempre reputato anonimo precede l’apoteosi finale: Rock Bottom. Il Riff potentissimo, l’andamento, il ritornello semplice ma efficacissimo, la parte più lenta riflessiva e lirica e poi, e poi l’assolo di chitarra, anche stasera uno dei suoi più belli … mistero, melodia, velocità, luce nel buio.
“Do you wanna hear one more? Two more?” ci chiede Michael alla fine, e allora via di nuovo lungo i sentieri dell’Hard Rock anni settanta, quello che ancora oggi è imbattibile: Shoot Shoot e Too Hot to Handle. Bella prova della band (e altri due assoli brillanti ) e Too Hot To Handle, nelle parole di Schenker stesso dedicata a due suoi compagni d’arme che non sono più con noi: “next song, in memory of Pete Way and Paul Raymond”.
Riassumendo, il concerto di Michele Tavernari all’Alcatraz è stato a tratti magnifico e comunque di ottimo livello. Finissimo Hard Rock proveniente da un’altra era reso con classe e coerenza. Grazie Michael, grazie Erik, Steve, Barend e Bod.
Michael Schenker – Alcatraz Milano 01-05-2025 foto Tim Tirelli
Michael Schenker – Alcatraz Milano 01-05-2025 foto Tim Tirelli
Michael Schenker – Alcatraz Milano 01-05-2025 foto Tim Tirelli
Michael Schenker – Alcatraz Milano 01-05-2025 foto Tim Tirelli
– VIDEO DI ALTA QUALITA’ (trattandosi di un audience) DEL CONCERTO COMPLETO –
Le inchieste dell’ispettore Chen sono letture ormai classiche qui sul blog, il genere poliziesco (o giù di lì) ambientato in Cina mi piace parecchio; sono ormai arrivato al nono episodio, letto con la spinta abituale, tuttavia a tratti l’ho trovato troppo articolato, non è stato semplice ricordarsi di tutti i rivoli della storia ogni volta che riprendevo a leggerne le pagine.
Mi è comunque piaciuto; basti questa brevissima conclusione, per tutto il resto, al solito, basta dare una occhiata qui sotto.
Per anni, Chen Cao ha cercato di mantenersi in equilibrio tra gli interessi del Partito e il suo ruolo di poliziotto alla guida di indagini politicamente sensibili. Sulle tracce di un misterioso Principe Rosso – un potente ed enigmatico membro del Partito che sembra avere il controllo dell’intera Shanghai – viene improvvisamente sollevato dai suoi incarichi ed è costretto ad abbandonare il caso di cui ha da poco iniziato a occuparsi. Qualcuno sta cercando di incastrarlo, mettendogli nel letto disinibite ragazze gatto o nascondendo le prove dell’omicidio di una nota cantante d’opera e, questione molto delicata, di un cittadino americano. Mentre il paese sembra acceso da una rinnovata nostalgia per gli anni della Rivoluzione, d’un tratto l’ex ispettore capo si ritrova completamente isolato, al centro di una diabolica macchinazione che chiaramente punta a distruggere la sua credibilità. Ispirandosi all’affare Bo Xilai, il clamoroso scandalo che di recente è arrivato a minare gli equilibri diplomatici della Cina, nella sua consueta miscela di giallo, poesia, filosofia e cibo, Qiu affronta lo spinoso tema della giustizia in un paese dove tutto ha a che fare con la politica e deve essere in linea con gli interessi delle autorità. Per un uomo d’onore come Chen, che cerca di sopravvivere in un mondo dominato dall’inganno e dal tradimento, è il caso più difficile: non si tratta più solo della carriera, ora è in pericolo la sua stessa vita.
Quadro sinottico riassuntivo della storia di Reggio Emilia, adatto a chi approccia l’argomento da neofita. Il libro scorre e lo definirei un buon lavoro. Dai primi terramaricoli, le prime vere teste quadre, ai liguri, poi gli etruschi e infine i romani, a cui Reggio rimarrà per sempre legata, lo si evince già dal nome (Marcus Aemilius Lepidus anyone?).
La Curti disegna con un buon tratto la storia di questa città di cui parlo e mi interesso in quanto punto fermo di tutta la mia discendenza famigliare, illustrando figure storiche, avvenimenti, guerre e ogni altra sorta di peripezie a cui i popoli di Reggio nell’Emilia sono andati incontro con la loro nota resilienza e resistenza.
Leggendo parti di questo libro non ho potuto inoltre che riflettere una volta di più di quanto in Italia, soprattutto da queste parti, si sia andati vicino al creare un società più giusta e libera da gioghi di varia natura. Tra la fine dell’ottocento e il 1920, e tra il 1945 e gli anni settanta, qualcosa di diverso si era davvero ipotizzato e praticato, un fuoco di paglia diranno alcuni, ma perlomeno si è provato, lottato e sognato.
BIBLIOTECA DIGITALE REGGIANA – REGGIO EMILIA NEL 1750 CIRCA
BIBLIOTECA DIGITALE REGGIANA – Reggio nel 1750 circa
Mi avvicino solo adesso a Massimo Carlotto e lo faccio con questo noir di provincia che ben si accomuna con questo blog dato che il protagonista è uno che ascolta e vive blues, il blues che intendiamo noi. Da questi scritti qualche anno fa fu tratta una serie TV (Rai2).
Qui sotto, nella descrizione, c’è tutto quello che c’è da sapere se interessati, aggiungo dunque solo che ho letto volentieri delle peripezie dell’Alligatore e del suo approccio blues alla vita.
L’Alligatore è un ex cantante di Blues. Ingiustamente condannato a sette anni di carcere, gli è rimasta addosso la fragilità degli ex detenuti e l’ossessione della giustizia.
Ha messo a frutto le sue «competenze» e le sue conoscenze nella malavita divenendo un investigatore molto particolare: più a suo agio nel mondo marginale ed extra legale che tra poliziotti e magistrati, ricorre volentieri all’aiuto di strani «personaggi», primo fra tutti Beniamino Rossini, un malavitoso milanese con il quale ha stretto una bella amicizia malgrado le differenze culturali e di temperamento.
I due intuiscono presto che gli omicidi di due donne, imputati a un povero tossico, sono in realtà maturati nei corrotti ambienti di una certa borghesia di provincia…
Con il personaggio dell’Alligatore nasce in Italia un nuovo tipo di giallo, più vicino al noir americano per la capacità, tutta nuova nel nostro paese, di elaborare e raccontare esperienze realmente vissute nel mondo del carcere, della latitanza, dell’extralegalità.
Massimo Carlotto Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah, Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito, Alla fine di un giorno noioso, Il mondo non mi deve nulla, la fiaba La via del pepe con le illustrazioni di Alessandro Sanna, La banda degli amanti, Per tutto l’oro del mondo, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane e La signora del martedì. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). Per Rizzoli ha pubblicato Il Turista e Sbirre (con Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.
Dodicesima School of Rock quella dell’equinozio di primavera del 2025 e dunque – qui faccio un copia incolla – nuovo ritrovo modello “Dopolavoro” nei locali della azienda per cui lavoro. Sospinto dall’inarrestabile volontà del nostro dirigente GLB eccomi di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi e affezionati colleghi che con dedizione e passione si assiepano – dopo l’orario di lavoro – nella (mia amatissima) Sala Blues (where the dreams come blue), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.
Mi prendo una mezz’oretta prima dell’inizio per raccogliere i pensieri, immergermi nella silenziosa sala vuota e preparare ellepì e cd.
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – foto Tim Tirelli
Tim Tirelli’s School Of Rock XI – foto Tim Tirelli
Avendo sola un’ora o poco più vado di buon passo, parlo delle origini, della formazione del gruppo, dei quattro componenti, dei primi singoli e dell’inizio del successo.
TT School Of Rock The WHO – foto Siuviu
TT School Of Rock The WHO – foto TinMarcy
Mi concentro soprattutto sul loro periodo migliore, ovvero 1969-1978. Il primo concept album Tommy e il primo clamore internazionale con un disco che ha fatto la storia del Rock.
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto Mar
Tim Tirelli’s SoR The Who – Tommy 1969 – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Siuviu e Marzia P
Qualche accenno a Live At Leeds, che nella sua edizione originale rimane uno degli album dal vivo più esposivi.
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto Mar b
Con Who’s Next si toccano vette ancora più alte, uno dei 33 giri di musica Rock tra i più belli in assoluto, un album che tutti gli amanti della musica che amiamo dovrebbero avere: Baba O’Riley, Getting In Tune, We Dont’ Get Fooled Again, Behind Blue Eyes … la spinta emotiva adolescenziale e le sue sfumature descritta magistralmente…
“Ma i miei sogni non sono così vuoti come la mia coscienza sembra essere ho ore, solo solitudine il mio amore è vendetta che non è mai libera.””
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto TinMarcy
Tim Tirelli’s SoR The Who – Whos’ Next – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Marzia P
Il tour seguente, le tensioni tra Townshend e Daltrey, i problemi con le sostanze chimiche di Moon, una pausa di riflessione e di nuovo un capolavoro: Quadrophenia, che “l’amore regni su di noi”.
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto b TinMarcy
Tim Tirelli’s SoR The Who – Quadrophenia – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Siuviu
TT School Of Rock The WHO – Tim – foto Siuviu
Nel 1975, il disco The Who By Numbers e il film Tommy,
TT School Of Rock The WHO – Tim foto TinMarcy
e nel 1978 l’album Who Are You?, l’ultimo disco con Moon e la fine degli Who come li conoscevamo.
TT School Of Rock The WHO – foto TinMarcy
Tim Tirelli’s SoR The Who – Who Are You – AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Marzia P
Nel 1979 ultimi squilli con il film Quadrophenia e il film-documentario The Kids Are Alright.
Niente male anche stasera direi, serata più intima (rispetto al sold out/overbooking della penultima puntata, quella dedicata ai Queen, gruppo certamente più commerciale e pompato, ma si sa gli Who sono un gruppo per intenditori o perlomeno per volenterosi.
Il solito finale un po’ sopra le righe, le foto con le groupies e il party dopo lo show al Red Lion Pub di Mutina. New York, goodnight. It’s been great.
Tim Tirelli’s SoR The Who – Finale- AG Sala Blues 25-3-25 – Filmato da Siuviu
TT School Of Rock The WHO – le Adidas della Marzia – foto Siuviu
Chi legge questo blog sa che abbiamo entrature presso lo staff italiano che di solito porta Rick Wakeman in Italia. La pollastrella è una fan super appassionata del grande Rick pertanto negli ultimi due lustri lo abbiamo incontrato parecchie volte, e in Italia e a Londra.
Rick Wakeman è ovviamente il keyboard wizard, uno dei due (l’altro era Keith Emerson) più grandi tastieristi della musica Rock, membro degli Yes e titolare di alcune opere da solista in grado di vendere milioni di copie (soprattutto The Six Wives of Henry VIII).
In occasioni del suo tour italiano siamo andati a vederlo e a trovarlo a Parma, nel bell’auditorium Paganini (720 posti).
Incontrare Floro, Francesca e Clelia (fan indefessi del maestro) è sempre un gran piacere, lo stesso dicasi per Claudio (indomito promoter), Paolo (manager) e Paolo P, il medico (nonché grande fan del biondo di Perival) che segue Rick durante i tour nello stivale.
Rick entra sul palco accompagnato da un un grande applauso, il camminare è un po’ insicuro, Rick non è più un giovanotto, ma Rimane un uomo comunque in gamba e un pianista spettacolare. Una volta raggiunto il piano a coda introduce brevemente la serata.
Rick Wakeman marzo 2025 Parma
La scaletta non è molto diversa da quelle proposte gli anni addietro.
L’apertura del concerto è dedicata alle mogli di Enrico VIII: Catherine of Aragon / Catherine Howard (la mia preferita).
Si prosegue con le collaborazioni fatte ad inizio anni settanta con Cat Stevens e David Bowie: Morning Has Broken / Space Oddity / Life on Mars,
quindi segue il momento Yes: The Meeting / And You and I / Wonderous Stories e puntualmente arrivano grandi applausi dal pubblico; si passa poi a King Arthur: Arthur / Guinevere / The Last Battle / Merlin the Magician.
Sul finale del concerto immancabili ecco i Beatles: Help! / Eleanor Rigby.
Rick saluta e dopo poco torna per i due bis:
Excerpts from Journey to the Centre of the Earth e The Gig (per me quest’ultima è sempre una delizia).
Rick Wakeman marzo 2025 Parma – Foto Tim Tirelli
L’auditorium Paganini tributa a Wakeman un caloroso applauso finale.
Poco dopo lo incontriamo, è sempre carino con noi (ma in verità lo è con tutti i fan che incontra, sempre disponibile e paziente)
Rick e Saura marzo 2025 Parma foto Tim Tirelli
Scambio due chiacchiere con lui e ci diciamo arrivederci.
Rick Wakeman marzo 2025 Parma – Foto Tim Tirelli
Un ultimo abbraccio con lo staff e siamo in autostrada diretti a est. Nelle orecchie ancora la maestria di Rick Wakeman, a 75 anni mantiene ancora un livello tecnico ed espressivo molto, molto alto. Che talento, che doti, che garra. Alla prossima Rick.
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