10 anni di blog

18 Feb

Dieci anni di blog, mica male eh? Se ci penso mi vengono i brividi, non dico che siano volati ma sono passati più in fretta di quello che pensavo. Parlare del tempo in questi termini è banale, ne sono consapevole, ma sono ormai in quell’età in cui il tempo sembra scivolare dalle mani come fosse acqua, oramai le settimane sono fatte solo di lunedì e venerdì e passano veloci, così come i mesi. Dieci anni fa decisi di tuffarmi nel web, il concetto di blog stava esplodendo ed iniziava a sostituire quello relativo ai siti veri e propri grazie alla immediatezza del formato; seguivo un blog sul calcio (Settore) che credo mi abbia influenzato, almeno nei primi tempi, quando il mio amico Stefanino Piccagliani (il nostro Pike insomma) se ne uscì con un: “ma perché non metti in piedi un blog? Ci passiamo l’estate.” Avevo già il tarlo nella mio maruga e questo fu l’ulteriore stimolo verso la realizzazione del mio piccolo spazio internet.

Rileggendo certi post, soprattutto quelli dei primi anni, provo imbarazzo, allora era ITTOD (una delle mie tre personalità) ad avere le redini del blog, e certi interventi, certi toni, certe boutade furono davvero troppo sopra le righe. Poi man mano che il tempo passava fu TIM ad assumere il comando, ultimamente supervisionato da STEFANO. Chissà se qualcuno ha mai notato questo (insignificante) cambiamento.

Ricordo di aver fatto l’abbonamento a wordpress il 18 febbraio 2011, il 19 pubblicai i miei primi post, ben tre. Quanta tenerezza in quegli scritti miserelli, ancora cercavo la mia strada e allora mi basavo spesso sugli scambi che avevo con Pike che avvenivano via email.

https://timtirelli.com/2011/02/19/impressioni-di-dicembre-2010/

https://timtirelli.com/2011/02/page/2/

https://timtirelli.com/2011/02/19/per-sentirmi-vivo-alle-cinque-di-mattina-con-la-nebbia-dei-polmoni/

Oltre ad avere la necessità di avere un spazio dove sfogare la mia voglia di scrivere, fu anche il desiderio di condividere con gli altri emozioni, sentimenti, blues. Come mi scrisse Giancarlo Trombetti “con la scusa di parlare della tua vita, delle tue cose, affronti temi che sono comuni a tutti.”

 Già, il sentirsi un mammifero della specie degli umani che osserva l’immensità dell’universo e si sente sperduto sul piccolo pianeta in cui misteriosamente è capitato, il sentimento kafkiano che ci avvolge nell’affrontare gli impicci (come direbbe Polbi) della vita, i blues del quotidiano … amori che finiscono e iniziano, amicizie che s’interrompono e poi ripartono, il doloroso addio alle persone e ai felini (o animali in genere) con i quali si è condiviso un pezzo di strada, la gestione del tuo vecchio che lentamente si inabissa nelle paludi dell’Alzheimer. Già, il vecchio Brian, per alcuni anni è stato uno dei punti focali di queste paginette, parlare di lui e delle sue peripezie è stato un modo per affrontare un argomento delicato che prima o poi – in un modo o nell’altro – tocca tutti. In parecchi hanno interagito a tal proposito e mi hanno aiutato molto nel momento finale del distacco.

Sì, la comunità che si è formata intorno al blog è uno degli aspetti di cui sono più orgoglioso, un insieme di donne e uomini di blues che – chi silenziosamente chi esplicitamente – si confronta spiritualmente tra le ombre di queste pagine. Mi piacerebbe nominare tutti, non lo farò ma ringrazio con tutto il fervore sia le colonne che commentano, sostengono e scrivono al blog con costanza, sia chi ci segue da lontano in punta di piedi.

Dieci anni, ten years gone … tanto per citare la mia canzone preferita, chissà se ce ne saranno altrettanti, non do nulla per scontato, portare avanti un progetto del genere non è automatico, gli impegni della vita sono tanti, all’inizio avevo qualche special guest (Polbi, Pike, Giancarlo Trombetti, Beppe Riva, Bodhran, etc etc) i cui scritti contribuivano ad allentare la tensione data dall’onere costante di dover scrivere, ora sono pressoché solo ma fino a che sentirò il fremito che mi spinge a scrivere credo che questo spazio continuerà ad esistere.

Ancora grazie a tutti, davvero.

Stay with us, the bluesiest in town!

Vostri,

Stefano/Tim/Ittod

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Antonio Manzini “Pulvis et umbra” (Sellerio 2017) – TTT½

14 Feb

Pag 106: “Doveva calmare tutte quelle vocine che le fischiavano nelle orecchie, che qualcuno chiamava coscienza, Caterina invece coercizione educativa. Sin dalle elementari, nella scuola delle suore. Buone quelle.”

Pag 107: “Dio, patria e famiglia. Ridicolo come di tutti questi valori, nel cuore, Caterina non ne riconoscesse uno. Mamma è papà neanche a parlarne, Gesù la Madonna e Dio non ci credeva e dell’Italia erano più le volte che si vergognava che quelle di cui andava fiera.”

Altra indagine niente male per Rocco Schiavone, con un colpo di scena sul finale.. Forse però questo è il libro si Schiavone che mi ha colpito meno. Il livello comunque rimane notevole.

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Pulvis-Et-Umbra/Manzini/10059

Aosta e Roma, doppia indagine per Rocco Schiavone nell’attesissimo nuovo romanzo. Un noir mozzafiato dal ritmo perfetto con un meccanismo dai mille ingranaggi che non perde mai un colpo.

Dice Antonio Manzini che i suoi romanzi li immagina, non semplicemente come una serie, ma come i «capitoli di un libro più grande» sul vicequestore Rocco Schiavone. Ad ogni episodio, mentre fruga tipicamente svogliato e vigile nel freddo di Aosta, il vicequestore con le sue Clarks entra anche in un pezzo ignoto del suo passato. Di modo che il caso criminale diventa un passaggio esistenziale. Un affondo psicologico dentro di sé avvolto in un’inchiesta di polizia.
In Pulvis et umbra due trame si svolgono in parallelo. Ad Aosta si trova il cadavere di una trans. A Roma, in un campo verso la Pontina, due cani pastore annusano il cadavere di un uomo che porta addosso un foglietto scritto. L’indagine sul primo omicidio si smarrisce urtando contro identità nascoste ed esistenze oscurate. Il secondo lascia un cadavere che puzza di storie passate e di vendette. In entrambi Schiavone è messo in mezzo con la sua persona. E proprio quando il fantasma della moglie Marina comincia a ritirarsi, mentre l’agente Caterina Rispoli rivela un passato che chiede tenerezza e un ragazzino solitario risveglia sentimenti paterni inusitati, quando quindi la ruvida scorza con cui si protegge è sfidata da un po’ di umanità intorno, le indagini lo sospingono a lottare contro le sue ombre. Tenta di afferrarle e gli sembra che si trasformino in polvere. La polvere che lascia ogni tradimento.

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2020/11/06/antonio-manzini-7-7-2007-sellerio-2016-ttttt/

https://timtirelli.com/2020/09/15/antonio-manzini-era-di-maggio-sellerio-2015/

https://timtirelli.com/2019/10/05/antonio-manzini-non-e-stagione-sellerio-2015-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

 

FILM & SERIE TV: “La Nave Sepolta”, “Il Primo Re”, “Una Notte Di Dodici Anni”, “Sylvie’s Love”, “Sanpa”.

31 Gen

Una veloce carrellata degli ultimi film e serie TV visti.

FILM

La Nave Sepolta (The Dig) di Simon Stone (2021 UK – Netflix) – TTTTT

Tratto dal libro di John Preston questa pellicola narra la storia vera di un ritrovamento di due cimiteri anglosassoni medievali risalenti al VI-VII secolo nel Suffolk ed in particolare della nave funeraria di re Raedwald, sovrano anglosassone dell’Anglia orientale del VII secolo. Fu una scoperta sensazionale che portò a nuove considerazioni su quei quattro secoli intercorsi tra la ritirata dei romani e l’arrivo dei vichinghi, periodo di cui si sapeva pochissimo.

Ho trovato questo film meraviglioso, denso di una poetica  blues magnifica, merito anche dei due protagonisti, Ralph Fiennes e Carey Mullingan, entrambi bravissimi. Da vedere assolutamente.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Il Primo Re di Matteo Rovere. (2019 Italia / Belgio) – TTTT

Avendo amato molto la serie TV Romulus (di cui abbiamo parlato qui sul blog non troppo tempo fa) non potevo certo perdermi anche il film da cui è stata originata; film che non mi ha deluso e che anzi mi ha appassionato parecchio. La trama la sapete, 750 avanti cristo, i popoli che vivono intorno al Tevere cercano un equilibrio tra battaglie e voglia di primeggiare, equilibrio da cui nascerà Roma.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Una Notte Di Dodici Anni (La noche de 12 años) di Álvaro Brechner (2018 Uruguay, Spagna, Argentina, Francia, Germania-) – TTTT

La trasposizione cinematografica dell’imprigionamento di tre uomini appartenenti ai Tupamaros da parte della dittatura militare in Uruguay  nel 1973. 12 anni di torture piscologiche e fisiche in completo isolamento. Altro film da non perdere.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Sylvie’s Love di Eugene Ashe (2020 USA – Prime Video) – TTT½

Harlem fine anni cinquanta, un sassofonista pieno di talento lavora di giorno in un negozio di dischi, lì conosce la figlia del proprietario e finisce per restarne affascinato. La sua carriera inizia a decollare e … niente spoiler qui sul blog. Filmetto carino: strade di New York bagnate a tarda notte, i lampioni che riflettono sull’asfalto, il jazz, l’amore tribolato e una trama a tratti scontata ma che si fa seguire.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

SERIE TV

SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano di Carlo Gabardini, Gianluca Neri e Paolo Bernardelli – regia di Cosima Spender  (2020 Italia / Netflix) – TTTT

Non pensavo che una docu-serie del genere potesse avere il successo che ha avuto questa, ma dopotutto è fatta molto bene e tratta un argomento non facile ma di grande impatto. Personalmente dopo averla vista sono rimasto con la stessa idea che avevo da giovinetto quando iniziai a cercare di capire di cosa si trattava. A differenza di quello di tanti, il mio personalissimo giudizio rimane sospeso, il risultato non si sblocca, i lati positivi e negativi sono ancora più o meno in equilibrio per me, non sono in grado di formulare un pensiero esaustivo a riguardo. La docu-serie va guardata, comunque la si pensi.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Gelo in gennaio blues

26 Gen

“Il mese di Gennaio, Ianuarius, fu introdotto nel caledario romano da Numa Pompilio nel 713 a.C. Per i romani era il mese dedicato a Giano Bifronte, patrono dei momenti di passaggio, da cui deve il nome in quanto in latino Giano si diceva Ianus da cui Ianuarius. Dal 153 a.C fu stabilito che i Consoli entrassero in carica proprio il primo giorno di Ianuarius”

Gennaio freddo qui alla Domus, in certe mattine mi sembra di essere il Dottor Zivago nel ghiaccio degli Urali, la campagna emiliana sotto zero diventa tundra e il mio animo torna a vagare senza requie nel gelo che tutto irretisce.

Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT

Tra la nebbia cammino nei campi, ad ogni passo il cric croc dell’erba, 

Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT

l’aria freddissima entra nei polmoni,

Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT

i pensieri sembrano cristallizzarsi,

Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT

i blues per un istante ghiacciano e diventano nuvolette azzurre sospese a mezz’aria,

Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT

il silenzio è tratti irreale, i rumori vanno a rintanarsi chissà dove,

Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT

le idee diventano ghiaccioli conficcate nella maruga,

Below zero mood at Domus Saurea, Tundra time is here again. – photo TT

ed è quello in momento per rientrare in casa, una bella tazza di caffè fumante, qualche biscotto, frutta rossa e per finire una China Martini calda, nella speranza che i blues più blu vengano congelati a data da destinarsi

 

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

NEW JOB BLUES

Gennaio mi porta una nuova avventura lavorativa, la seconda nel giro di un anno e mezzo. Già, 18 mesi fa lasciai – causa visioni ormai inconciliabili –  la mia piccola azienda di Stonecity, approdai quindi su sponde che avevo già frequentato e amato in passato, sponde che causa pandemia ho dovuto abbandonare (con gran dispiacere di entrambe le parti) dopo quattordici mesi. Ed ora eccomi qui, uomo blues di una (in)certa età caduto in mare e ripescato da una intraprendente e cosmica giovane impresa, scelto per quello che sono al di là delle eventuali competenze professionali; è la prima volta che il blog, la musica Rock, la mia visione delle cose e il senso di Tim per il Blues giocano a mio favore, la prima volta che il link al blog e un video degli Equinox (inviati all’azienda – insieme al curriculum – da chi ha fatto da tramite) mi fanno guadagnare punti. La prima volta che durante i due video colloqui avuti mi è stato chiesto il titolo dell’ultimo libro letto e chi sono i 5 più importanti gruppi Rock della storia, la prima volta che – alla domanda “parlaci un po’ di te” – ho avuto la sfrontatezza e il coraggio di iniziare con “ beh, sono nato nel solstizio d’inverno di alcuni decenni fa in una vecchia stazione dei treni e questa coincidenza ha fatto di me l’uomo di blues che sono”, la prima volta che proprio questo è stato l’elemento vincente. Certo, avevo capito che i personaggi  e l’azienda che avevo davanti erano fuori dall’ordinario e quindi decidere di mettere in campo la Tirellitudine è stato piuttosto naturale, ma si trattava pur sempre di un amministratore delegato, di un presidente e di un responsabile HR …

Goin’ to work again – Magpie Mill Place – gennaio 2021 – foto TT

Ma il blues ha perché tutti suoi, così ora eccomi qui, in un’azienda giovane diretta verso l’iperspazio. Inutile dire che sono il più vecchio, spero non sia per questo che tutti sono così carini, gentili e pieni di premure verso di me, perché dopotutto rimango Tim Tirelli, The King Of The (Massenzatico) Blues, the one and only, baby, eccheccazzo!

Tim’s new job – autoscatto

DOWNTOWN BLUES

Vista la mia nuova avventura lavorativa, vivo adesso il centro di Mutina quotidianamente; in pausa pranzo mi faccio almeno mezz’ora di camminata a passo sostenuto per le vie dell’heart of the city. Riscopro odori, rumori e percorsi che avevo abbandonato dai tempi in cui mi vedevo con Julia. Scopro angoli dell’inner city con bar annesso frequentato da stranieri, piccole comunità che si esprimono in idiomi a me incomprensibili che formano un tessuto sociale arlecchino. Riscopro poi quanto io sia avulso da tanta gente con cui condivido la modenesità e perlomeno l’emilianità. Donne giovani e meno giovani che camminano sui marciapiedi del centro affiancate per due o per tre e che non accennano minimamente a spostarsi quando incrociano qualcuno che viene dalla direzione opposta. Donne vestite secondo la moda odierna che raramente appare vincente: jeans larghissimi, caviglia scoperta, sneakers, cappottazzi verdi. Purtroppo per loro a volte incontrano uomini di blues cagacazzo come me, uomini di blues che – restando correttamente sulla stessa linea di percorso e camminando da soli – non si spostano e contro cui quelle poverette finiscono poi per sbattere.

Oppure in fila davanti alla storica pizzeria da asporto di piazza Mazzini, ora gestita da asiatici. Si entra uno alla volta per pagare alla cassa. Davanti a me madre e figlia, diciamo 43 e 16 anni. Entrambe vestite secondo i dettami della moda di cui sopra e ipnotizzate dai cellulari, si parlano enfatizzando ogni sciocchezza come se si trattasse di piani quinquennali della ex Unione Sovietica. La cassa si libera, tocca a loro, ma non entrano, stanno lì a “pitugnare” (come diciamo noi a Regium Lepidi): “Di chi era il messaggio, di Giorgio?” “Sì, che sciocco” “Ma allora poi cosa facciamo stasera?”. Mi innervosisco, per fortuna si decidono ad entrare; “Allorwa – è un “allora” con molta enfasi – mi fai una marghe, una coi carciofini … Alessia, tu come le vuoi le pizzette, ai funghi? “ Alessia non risponde, sta chattando sul cellulare. Tre persone sospese ad aspettare che la principessa si degni di rispondere: il cassiere asiatico, la madre e l’uomo di blues di Villanona. Va mo là piròuna che s’te fos me fiòla per te la s’cambia!

Continua a leggere

Ted Gioia “Delta Blues – The Life and Times of the Mississippi Masters Who Revolutionized American Music” (W. W. Norton & Company, 2009) – TTTTT+

17 Gen

Di questo libro – in inglese – ne parlò il nostro Bodhran già cinque anni fa (!!!)

https://timtirelli.com/2016/02/01/ted-gioia-delta-blues-the-life-and-times-of-the-mississippi-masters-who-revolutionized-american-music-w-w-norton-company-2009-di-bodhran/

ma devo tornare sull’argomento anch’ io avendolo terminato da poco ed essendo stato rapito completamente dalle sue pagine, a maggior ragione adesso che è stato pubblicato in italiano (dicembre 2020). La versione nella nostra lingua (con traduzione di Francesco Martinelli) è uscita mentre io stavo leggendo la versione inglese, dunque non ho avuto modo di affrontarla e quindi non so se sia stata tradotta in maniera consona, ma sospetto di sì, Martinelli è un grande (e ad ogni modo l’edizione italiana si presente molto bene: https://www.edt.it/libri/delta-blues).

Dicevo che devo accennarne anche io perché questo è uno dei libri sulla musica più importanti che abbia mai letto, Ted Gioia infatti esplora il Delta Blues in maniera impeccabile, cogliendone il respiro filosofico, etnico, spirituale, culturale, carnale.

Ed è tramite libri come questo che si può comprendere quanto il Delta Blues sia il concetto da cui è nata tutta la musica contemporanea profonda, non commerciale, espressione alta dell’animo umano. Sì perché pur arrivando ad essere messo su disco dopo il Big City Blues (il blues confezionato per le genti delle grandi città), il Delta Blues fu la prima forma di musica senza compromessi, senza concessioni patinate e fatto di melodie ruvide e spigolose, sviluppi armonici spartani che – almeno all’inizio – non rispettavano in pieno le metriche, le concezioni e le divisioni in battute occidentali, ma che contenevano ancora riflessi provenienti dall’Africa, terra dove la parola scritta ancora non esisteva e la storia e la cultura dei popoli veniva narrata oralmente, spesso tramite locali cantori. Ma mentre nel continente nero i cantori erano tenuti in massima considerazione e trattavano temi della comunità di cui facevano parte, i bluesman afroamericani erano visti come lazzaroni e demoni e i loro canti disperati si basavano sulla loro storia individuale, storia fatta di privazioni, di mancanza di affetto, di vite vissute al limite e on the road. Ed è questo che incantò i primi studiosi e scopritori bianchi di questo fenomeno, la purezza di canzoni senza filtri, l’importanza culturale di questo stile musicale plasmato in un contesto sociale particolare; da lì si sviluppò un interesse che attrasse le prime etichette discografiche disposte a pubblicare dischi di questi bluesmen.

Thomas Edison inventò il fonografo / grammofono sul finire del 1800 (la prima registrazione conosciuta è del 1888), nel primo novecento i dischi e l’apparecchio per riprodurli arrivarono anche nel Delta* del Mississippi e lo scopo dei musicisti blues divenne anche quello di registrare dischi. Benché i primi successi di “Blues” -come detto – facciano parte del Big City Blues, e dunque siano spesso suonati da orchestre o comunque da una band (alcuni esempi: MAMIE SMITH “ CRAZY BLUES” 1920, BESSIE SMITH “DOWNHEARTED BLUES” 1923 che vende 780.000 in sei mesi, e il famosissimo ST. LOUIS BLUES di W.C.HANDY pubblicato come spartito nel 1914,) tutti derivano dal Delta Blues.

W. C. HANDY (all’epoca famoso musicista dell’Alabama) infatti dichiarò che all’epoca in cui guidò un’orchestra di musicisti di colore a Clarksdale MS, intorno al 1903, una sera, nella stazione dei treni di Tutwiler, ascoltò per la prima volta il country blues da un bluesman sconosciuto (forse HENRY SLOAN o BEN MAREE, due figure che non ebbero la fortuna di lasciare tracce audio), ne rimase affascinato, ne contemplò il contenuto, chiamò quella musica “earth-born music” e con quella influenza scriverà MEMPHIS BLUES (1914) e ST. LOUIS BLUES (1914), brani che ebbero un tremendo successo all’epoca, trascinando il Big City Blues alla popolarità, musica diversa, più sofisticata, trendy e tutto sommato snob rispetto al blues tradizionale del Mississippi.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

E’ con l’arrivo nel 1926 di BLIND LEMON JEFFERSON (che comunque era del Texas) e della sua “BOOSTER BLUES” registrata a Chicago che il country blues esplode,

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

grazie anche a tutta una serie di musicisti del Delta del Mississippi che iniziarono a vendere dischi ad una comunità che finalmente poteva riconoscersi in canzoni che parlavo dei guai, delle gioie, dei tormenti e delle follie dei sabato sera giù al Juke Joint appena fuori dalle piantagioni dove lavoravano, della loro vita da diseredati insomma.

Tra questi:

  • 1926 – FREDDIE SPRUELL “MUDDY WATERS BLUES” “ MILK COW BLUES”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1927 – WILLIAM HARRIS (aiutato da H.C. Speir) “I’M LEAVIN’ TOWN” “BULLFROG BLUES”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1927 – BLIND WILLIE JOHNSON “DARK WAS THE NIGHT” “JESUS MAKE UP MY DYING BED” “IT’S NOBODY FAULT BUT MINE” registrate il 3/12/1927

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1928 – TOMMY JOHNSON “Cold Drink Of Water Blues” “Canned Heat Blues” (Memphis Sessions).

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1929 – CHARLEY PATTON “PONY BLUES”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1930 – SON HOUSE “DRY SPELL BLUES”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1930 – MATTIE DELANEY (donna) “TALLAHATCHIE RIVER BLUES”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1931 – SKIP JAMES “DEVIL GOT MY WOMAN

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1935 – BIG JOE WILLIAMS “BABY PLEASE DONT GO”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

  • 1937 – ROBERT JOHNSON “ME AND THE BLUES BLUES”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

E così via …

Ogni pagina del libro è una rivelazione. L’unico rimpianto è che Ted Gioia abbia scritto il paragrafo su Robert Johnson prima che il libro UP JUMPED THE DEVIL (https://timtirelli.com/2019/10/27/b-conforth-g-d-wardlow-up-jumped-the-devil-the-real-life-of-robert-johnson-omnibus-press-25019-ttttt/) fosse pubblicato e non abbia potuto così utilizzare le nuove informazioni storiche sulla vita di quello che è ancora oggi il bluesman più leggendario.

Ad ogni modo, come ci fece capire anche Bodhran cinque anni fa, questo libro è una meraviglia, per quanto ne so mai studio sul Delta Blues (dunque il vero blues) fu più completo di questo. Questo è un capolavoro che perlomeno i lettori di questo blog – e in generale gli appassionati di musica di spessore – dovrebbero leggere e possedere.

Long Live The (Delta) Blues!

(©2021 Tim Tirelli)

◊ ◊ ◊

* Come sappiamo per Delta del Mississippi non si intente il delta vero e proprio del fiume, quello che sfocia in mare dalle parti di New Orléans (e vi prego di pronunciare Orléans alla francese), ma quel lembo di terra alluvionale a nord ovest dello stato del Mississippi che confina con Louisiana e l’Arkansas appunto; 300 km di lunghezza e 100 di larghezza in cui vi è rinchiusa la storia più emblematica del “sud degli Stati Uniti”, il substrato culturale, razziale ed economico del sentimento blues più profondo.

“Cant You Hear The Wind Howl -The Life and Music of Robert Johnson” – Robert Johnson docudrama 1997

10 Gen

Non avevo mai postato questo docudrama sul blog, mi pare sia ora, visto che la mia ossessione per il Delta Blues ogni anno si fa più intensa, sono infatti arrivato al punto che tutto il blues registrato al di fuori degli anni venti e trenta del secolo scorso mi pare inutile. Forse questa è una delle mie solite boutade ma non ne sono del tutto sicuro.

Essendo un filmato del 1997 si basa essenzialmente sui luoghi comuni che per decenni hanno dipinto la vita e la personalità di Robert Leroy Johnson – il nostro padre putativo – dunque dal punto di vista storico non è del tutto attendibile, tuttavia vederlo rappresentato (dal musicista Keb Mo’) in un film è un brivido. Certo, Keb Mo’ è troppo alto, Johnson era un uomo di media statura, ma – almeno a me – certe sequenze fanno girare la testa.

Sarebbe bello se qualcuno facesse un’operazione del genere oggi, dopo che l’uscita del libro Up Jumped The Devil ha spazzato via tutte le sciocchezze scritte su di lui e portato alla luce i veri percorsi del musicista più leggendario del Delta Blues. Ad ogni modo, ecco il link:

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Colgo l’occasione per ripubblicare alcune foto memorabili legate a RLJ:

la casetta dove probabilmente nacque …

The house where Robert Johnson was believed to be born

le uniche tre foto conosciute …

Robert Johnson first photo

Robert Johnson second photo

Robert Johnson third photo

Località in cui è passato più volte …

Friars Point Mississippi

tipiche case in cui ha vissuto …

Shotgun Shack – tipica casa rettangolare del sud degli Stati Uniti

e il posto dove è stato avvelenato.

Three Forks Store, Mississippi

Three Forks Store Mississippi- Interno

The Three Forks store, Quito, Mississippi, – photo Terry Baker 1995

Robert Johnson sul blog:

https://timtirelli.com/2020/05/23/la-terza-foto-di-robert-johnson-2/

https://timtirelli.com/2019/10/27/b-conforth-g-d-wardlow-up-jumped-the-devil-the-real-life-of-robert-johnson-omnibus-press-25019-ttttt/

https://timtirelli.com/2019/08/30/flashes-from-the-archives-of-oblivion-robert-johnson-il-re-del-delta-blues/

BOOTLEGS: Led Zeppelin “The Awesome Foursome Live At The Forum” – LA Forum 24/03/1975 (EVSP 2020)

5 Gen

Le ultime tre date del tour del Nord America del 1975 dei LZ si svolgono al Forum di Los Angeles, uno dei posti più leggendari dove tenere un concerto Rock, capienza 20.000 spettatori circa. Malgrado nella seconda metà degli anni settanta dal vivo il gruppo non sia più lo spettacolare quartetto del periodo 1968/73, la fama e il successo toccano vertici assoluti. Il tour del 1975 arriva dopo un anno e mezzo di fermo, e inizia in maniera sfortunata come sappiamo: poco prima di partire per il nuovo continente Page si infortuna alla mano sinistra schiacciandosela nel porta di un vagone di un treno a Victoria Station a Londra e Robert Plant nel momento di affrontare le tre date al Chicago Stadium – ad inizio tour – si becca una influenza che lo lascerà in pratica senza voce per tutta la durata della tournèe. Anche Bonham non se la passa bene, ha dolori allo stomaco e diarrea, ma perlomeno le sue performance non ne risentono. Personalmente non credo sia stata una grande idea organizzare un tour del genere in pieno inverno (dal 18 gennaio al 27 marzo), col disco Physical Graffiti in uscita solo a fine febbraio.

L’etichetta giapponese specializzata in bootleg Empress Valley Super Discs aveva già pubblicato tempo fa una anticipazione soundboard del concerto in questione (gli otto pezzi di The Night Stalker), ma solo oggi decide finalmente di far uscire il concerto completo in questione da fonte soundboard, preso dal mixer insomma. Da ricordare che delle date di Los Angeles del 1975 esistono da sempre le ottime registrazioni audience (prese dal pubblico) dell’indimenticato Mike Millard, personaggio di cui abbiamo parlato spesso qui sul blog.

Il Forum di Los Angeles nel 1975

Due le edizioni, quella a tre cd chiamata The Awesome Foursome e quella a quattro cd chiamata Jesus che contiene un non meglio precisato missaggio alternativo di Candy Store Rock, il brano tratto dall’album Presence (1976).

Led Zeppelin March 24, 1975
The Forum Los Angeles, CA

Soundboard Recording
The Awesome Foursome ive At The Forum (EVSD)

101. Introduction
102. Rock And Roll
103. Sick Again
104. Over The Hills And Far Away
105. In My Time Of Dying
106. The Song Remains The Same
107. The Rain Song
108. Kashmir

201. No Quarter
202. Trampled Underfoot
203. Moby Dick

301. Dazed And Confused
302. Stairway To Heaven
303. Whole Lotta Love
304. Black Dog
305. Heartbreaker

I primi due colpi di cassa di Bonham prima dell’inizio lasciano intendere sin da subito che – almeno dal punto ritmico – la serata sarà incandescente. Rock And Roll – come in tutti i concerti del 1975 – vede Robert Plant soffrire, la voce a freddo è quella che è, anche l’assolo di Page è slabbrato ma la botta iniziale è comunque super. In Sick Again la voce di Robert sembra iniziare a scaldarsi. Timbro sofferto e sporco, rappresentazione del periodo decadente (appena iniziato) del gruppo. Il primo assolo di Jimmy Page è di nuovo incerto, il suono della chitarra è troppo pulito, non c’è sustain a dare corpo alle note. Alla ritmica però il Dark Lord è uno spettacolo, malgrado la chitarra fosse indossata bassissima! La qualità sonora di questo soundboard è davvero eccellente!

RP: Good evenin’. I said, good eeeeeeeevening! That’s a bit better. Well, it’s, uh, we’ve been in California a little while, but let me tell ya, it’s, this is the place. This is the one, yeah. Tonight we intend, uh, to have, these are the last three gigs on our American tour so we intend them to be somewhat of a very high point for us. Now, that can’t be really achieved, obviously we don’t achieve that without a little bit of vibe, which I can already feel. And a few smiles. We intend to take a musical cross-section of the work that we’ve got together over the last six and a half years. A little touch of this, a little taste of that, a little toot of this, a little blow of that. And, uh, I suppose if we’re to call it a journey we should start by looking ahead.

Purtroppo la chitarra in Over The Hills And Far Away è scordata e nei ricami iniziali è piuttosto evidente ma nello sviluppo rock del pezzo il tutto diventa più fruibile. La voce di RP si esprime ancora in modo vago. La sezione dedicata all’assolo di chitarra è sempre uno dei momenti più intensi con John Paul Jones e John Bonham a giocarsi incastri e figure funk mentre Page improvvisa da par suo.

RP: Thank you. A gram is a gram is a gram. Well since we saw you last, uh, there’ve been a few developments in the camp. And a few camps in the developments. Bonzo decided not to have the sex change after all and, um, and we got a new album out. Two very relevant points. Physical Graffiti finally made it to the shops. And we intend to play you some of the tracks from it tonight. This is the first one. It’s, uh, comes from way way way back, a long long time ago.

In My Time Of Dying è il secondo pezzo della scaletta dal nuovo album Physical Graffiti e non il primo come invece annunciava RP in quasi tutte le date. Sentita in cuffia a buon volume pur con qualche magagna da parte di RP e JPP rimane una prova solidissima. Anche in anni difficili come questo i LZ dal vivo sapevano spesso essere micidiali.

RP: (Devil or angel; you’re breaking my heart.) Right now. Um, over the period of time that we’ve had the pleasure of being able to come and play in most of your country that we felt like, we took the advantage to travel to spots and places in the globe and on the globe and on the face of the earth, that people don’t normally go to, right? Places where the red light still shines for two rupees. Places where there’s a magical feeling in the air. … a light Paul Rodgers his bedroom when he takes his shoes off. Hah, hah, it’s, uh. And we found that whatever happens, wherever we go we find people and we develop rapports with these people. And sooner or later, we have to boil it down to the fact that ‘The Song Remains the Same.’

The Song Remains The Same è velocissima, pure troppo, ma è un buona versione. In The Rain Song la qualità del suono è cristallina, in questo brano è facile intuire di nuovo come fosse complicato portare in tour un Mellotron, nessun sfasamento particolare nelle sonorità dello strumento ma la sensazione è quella di essere sempre prossimi al precipizio per quanto riguarda la gestione tecnica dello stesso.

RP: John Paul Jones played Mellotron . I’m still trying to find the bridge. So. When we found in our bicycle clip was caught in our sock, we immediately said about doing something about it. It was, is very much the reason why we intend to feature John Paul Jones again on the mellotron. A rather cheap, nasty improvised version of an orchestra. And unfortunately, we, we would have to know then if we can’t afford to take an orchestra with us anymore. This is a song from Physical Graffiti. Um, a song that I think is becoming, uh, maturing more and more as time goes on. It’s called ‘Kashmir.’

In Kashmir il Mellotron dà ancora l’impressione di essere sempre sul punto di collassare ma, a parte il finale con qualche nota “svizzera” come diciamo da questi parti, prova più che buona.

RP:  That seems to be stretching out a little bit more every night. This one is not quite so new, this next piece. We once again feature John Paul Jones, uh, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. This is a very serious song …. It reflects on some of the negative possibilities of, uh, the journey. Of the future, of tomorrow and it’s called ‘No Quarter.

No Quarter (include ARANJUEZ CONCERT di Joaquín Rodrigo)  è cantata da Robert piuttosto bene tenendo conto di tutti i suoi problemi; quando John Paul Jones passa al grand piano per l’assolo la copertura del Theremin non è esemplare. Il momento in cui Jones è da solo al piano a me piace sempre molto, intrecci in tonalità minore che nascono dalla bruma dell’animo. Il ritmo (sincopato) aumenta quando JPJ decide che è il momento di iniziare la sezione che porta all’assolo di chitarra; John Bonham fatica un po’ a trovare il ritmo adatto ma poi vi si insinua bene. L’assolo di Page non è ispiratissimo, verso la fine riesce a suonare qualcosa di efficace. Il lavoro di pedaliera basso di Jones sul finale di questa parte è sensazionale.

RP: John Paul Jones, grand piano. Behind us we see there’s only a little bit a basic carpentry get, being carried on. Tonight’s a crop circle is staged tonight. There’s a bit of carpentry here and nail being knocked into wood. What’s going on? Right. The carpentry lesson is now finished and no more banging on pieces of wood. Throughout time, the medium of blues music and the use of a car has been used to, uh, indicate the connection between the human body and the motions of the car, right? You know, the old blues singers used to talk about their ‘Terraplane Blues’ and something similiar to squeezing lemons and things like that. Which takes us back a bit. Still got the lemon, mind you. This is something alone those lines. It’s not squeezing the, a lemon so much as going down on gasoline and pistons and Trampled Underfoot.

Trampled Underfoot è affrontata con la solita verve. L’assolo di Page non dice granché, troppe e fuori luogo le scariche costruite intorno ai soliti fraseggi ripetuti più volte.

RP:  He’ll never let you down. Ladies and gentlemen, at the front of the stage right now, Elvis Presley’s right hand man, Billy Miller. You went down like a ton of bricks, Bill. …Teeat me like a fool … It is our great pleasure, you can sit down again if you like. Thank you very much. It is our great pleasure now to feature one of the finest percussionists in the band today. Probably the greatest drummer ever to sit on this rostrum with us tonight. The Mighty … from Kidderminster. John Henry Bonham! ‘Moby Dick!’

Moby Dick stavolta dura 20 minuti.

RP: ‘Moby Dick.’ John Bonham. One of the finest drummers, probably the finest drummer that we’ve ever had. John Henry Bonham. A childhood friend. What a wonderful drum solo and what a wonderful hand job in the dressing room. Too much. Thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have, uh, we’re more than elated to be in California again. And that, I say from the bottom of my boots, really a circus. It’s been great being here although we haven’t really been outside the hotel rooms too much. But there’s plenty to do inside, as you can imagine. So let me tell you, we tried to say in the beginning that, uh, we wanted, what? Is that diarreah? What we tried to say in the beginning, that we intended to give you a cross-section of the, the music that we’ve got together. So we should take you right back to the first day that we got together in a little room. I can see you all there. In a tiny small room we got together and I think this is probably about the first thing that we had a go at. Apart from the secretary.

Dazed And Confused  (incl WOODSTOCK) 32 minuti di interconnessione con mondi musicali sconosciuti, di riflessi elettrici ed esoterici. Robert Plant se la cava discretamente per tutta la durata della suite; nella parte iniziale Page approfitta dei momenti di calma per cercare di accordare la chitarra. Nel lento e suggestivo intermezzo MI-/DO (che verrà poi usato per Achilles Last Stand primo brano dell’album Presence) RP canta il testo di Woodstock di Joni Mitchell. Versione niente male.

RP: Jimmy Page, guitar! Thank you very much. We really enjoyed that, ourselves, actually. We’d like to, uh, we are, in fact, it’s not a case of liking, we have determined to give you just one more very … , what we’ve been managing to get together. This is for all our English friends who arrived in, uh, at the Continental Riot House. This is for the foundations of the Continental Riot House. And this is for you good people here who’ve made this a good gig.

Anche Stairway To Heaven è discreta, l’assolo di Page – pur a tratti astratto – è degno di nota.

RP: Thank you very much. We’ve had a great time. See ya.

Whole Lotta Love / The Crunge / Black Dog. WLL è piuttosto fiacca, mentre The Crunge è in pratica la versione completa. E’ suonata con qualche incertezza nei cambi, ma come spesso capitava è improvvisata, non era un brano preparato per il tour. Segue sezione funk con e senza theremin. Black Dog è un mezzo disastro. Tra la fine del concerto e i bis nei camerini evidentemente succedeva qualcosa che vi lascio immaginare e che faceva rientrare il gruppo con molta meno lucidità.

(RP: Forum! Inglewood, LA, Hollywood, it’s too much. You’ve been fantastic. Fantastic. Good night.)

Heartbreaker è mediocre.

RP: Ladies and gentlemen, Children of the Sun. Good night.

Un bootleg apprezzabile dunque, qualità audio molto buona e performance più che sufficiente, niente di straordinario ma – vista la condizione del gruppo – tutto sommato accettabile.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

JOHN MAYALL “So Many Roads – An Anthology 1964-1974” ( Universal, UMC 2010) – TTTT

4 Gen

Cofanetto vecchio di 10 anni ma di cui vale la pena spendere due parole perché è ben assemblato, contiene infatti pezzi da gli album registrati negli anni più importanti per Mayall e rarità pubblicate a suo tempo su singoli e antologie varie.

John Mayall mi arrivò tramite l’album Crusade (1967), quello che reputo il miglior capitolo del British Blues revival anni sessanta, con un Mick Taylor da sogno, da allora mi porto dentro diversi  suoi dischi. Nel 1981 ebbi la sfortuna di vederlo in concerto alla Festa dell’Unità della Gorganza (Località vicino a Cavriago – Reggio Emilia), in quegli anni i grandi nomi del blues e del rock erano quasi tutti “fritti” (come direbbe il nostro amico Riff) e io non ero sufficientemente scafato per reggere certi concerti così la delusione fu massima: formazione lofi e concerto da dimenticare. La colpa probabilmente fu mia, mi aspettavo il Mayall di Crusade quando non era proprio il caso di avere tali aspettative.

Nonostante questo continuai a seguirlo, troppo rilevante la palestra di Mayall per tutti i grandi musicisti inglesi di quel periodo legati al blues. Questo box è davvero una ghiotta occasione per farsi un’antologia dei momenti più significativi senza svilire l’operazione e farla diventare una mera collezione da best of.

 

CD1

Contiene i primi singoli del 1964 e 65 e qualche brano dal primo album John Mayall Plays John Mayall con Roger Dean alla chitarra; quindi i tre pezzi prodotti da Jimmy Page nell’ottobre e dicembre 1965 con Clapton alla chitarra finiti su un singolo e sulla compilation Blues Anytime vol.2,

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

un paio di brani live registrati al Flamingo Club di Londra nel novembre del 1965 comparsi a suo tempo su un paio di compilation, sei tracce dal famoso album John Mayall’s Bluesbreaker with Eric Clapton del 1965

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

e un brano dall’album Raw Blues di John Mayall and Steve Anglo con Steve Winwood all’organo. L’era Peter Green si apre con due pezzi dall’album A Hard Road del 1967 sul CD1

CD2

e altri tre sul CD2.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Si continua con Peter Green con quattro brani tratti da singoli e dall’EP uscito sempre nel 1967 a nome John Mayall’s Bluesbreakers with Paul Butterfield e quindi si entra nel periodo Mick Taylor con canzoni tratte da singoli e dagli album Crusade del 1967

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Bare Wires e Blues From Laurel Canyon del 1968 

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Sul CD2 vi sono anche un paio di brani presi da The Blues Alone del 1967, album “solista” di Mayall, ovvero senza i Bluesbreakers.

CD3

Tre tracce registrate dal vivo al Fillmore East nel luglio del 1969 aprono il CD3 con John  Mark alla chitarra acustica finger-style contenute a suo tempo nell’album The Turning Point uscito nel novembre del 1969, quattro provenienti da Jonh Mayall – Empty Rooms dell’aprile 1970 tra cui la deliziosa Waiting for the right time

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

altre tre da Usa Union (novembre 1970) con Harvey Mandel alla chitarra e ulteriori tre da Back To The Roots (giugno 1971) con Clapton, Mandel e Taylor.

CD4

L’ultimo dischetto è dedicato ad album meno noti usciti tra il 1971 e il 1974 ma comunque sempre assai gradevoli benché meno a fuoco degli album degli anni sessanta.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Cofanetto dunque di spessore, adatto sia agli aficionados che ai casual fan.

Melancholia diei natalis solis invicti (Ebenezer blues)

20 Dic

Già, la malinconia del giorno del sole invitto, il solstizio d’inverno blues insomma; molte faccende si intrecciano, la fine dell’anno vecchio, l’inizio del nuovo che arriva col solstizio e con le giornate che si allungano, il rito vecchio di millenni che invita a scambiare regali con le persone care come buon auspicio per la nuova stagione; periodo fagocitato dalla cristianità e dalla coca cola e trasformato in un qualcosa di meno universale. Ma lo spirito del natale se non altro resiste in buone fette della popolazione, e pazienza se invece di festeggiare la “nascita” del “nuovo” sole invincibile i più festeggiano la nascita di un bambinello ebreo dalla pelle scura, data di nascita peraltro farlocca, sappiamo infatti che la data del 25 dicembre è una convenzione priva di qualunque attendibilità storica come riassumono in modo semplice

https://thevision.com/

“La data del 25 dicembre per il Natale cristiano, è una convenzione legata esclusivamente a un significato simbolico e non coincide con la vera data di nascita di Gesù. Secondo la dottrina cristiana egli rappresenta la “vera luce” del mondo, in contrapposizione alla precedente festività pagana della Natalis solis invicti che cadeva esattamente nello stesso giorno. Proprio in virtù della forte valenza simbolica legata anche alla prossimità del solstizio d’inverno, il 25 dicembre è stata scelta come data per festeggiare la nascita di diverse altre divinità, come Zarathustra, Buddha, Mithra (a cui era dedicato in età imperiale proprio la celebrazione del sol invictus) e Krishna. La vera data di nascita di Gesù non è quindi il 25 dicembre dell’anno zero. Per diversi studiosi è probabile che tale data sia da collocare tra il 7 e il 4 a.C.: nei Vangeli, infatti, non viene indicato un giorno preciso, e fino al Sesto secolo nessuno sapeva con esattezza quando Gesù fosse venuto al mondo. Solo in quegli anni il monaco cristiano scita Dionigi il Piccolo stabilì, in seguito un calcolo basato sul raffronto tra i testi sacri e i documenti storici di cui si disponeva all’epoca, che Gesù fosse nato 753 anni dopo la fondazione di Roma.”

e Marco Travaglio

 “Nei primi due secoli, in Oriente c’era chi celebrava il Natale il 20 maggio, chi il 20 aprile, chi il 17 novembre; e in Occidente chi il 28 marzo, chi il 25 dicembre. Nel IV secolo la Chiesa scelse la data attuale per cristianizzare una festa pagana dell’Impero romano: il Sol Invictus, in onore della dea Mitra vincitrice delle tenebre, coincidente con quello che si pensava essere il solstizio d’inverno (poi anticipato dagli scienziati al 21 dicembre). Ma in Oriente si optò per il 6 gennaio, in uno con l’Epifania. Del resto, se Gesù avesse voluto farci conoscere il giorno del suo compleanno, l’avremmo trovato nei vangeli. Che invece non fanno cenno alla sua data di nascita. Non solo al giorno, ma neppure all’anno. Tant’è che oggi, paradossalmente, gli storici lo collocano tra il 7 e il 4 avanti Cristo”.

Qui alla Domus Saurea festeggiamo dunque il sol invictus, tra pacchetti sotto l’albero e le lucine ad intermittenza della scenery vittoriana che modestamente allestisco in vece del presepe. Non può mancare poi  la visione del film di animazione del Canto Di Natale della Disney, un horror natalizio piuttosto spaventoso ma dal finale lieto. 

Ebenezer Scrooge

Dicembre mi ha portato una sorpresa quasi inaspettata, sembra proprio che con l’inizio dell’anno inizierò una nuova avventura e questo mi rende meno inquieto (seppur comunque frizzante). Per una volta tanto i pianeti sembrano essersi allineati. Essendo un uomo di blues che non dà mai nulla di scontato resto sul chi va là e dunque con i piedi ben piantati per terra, vedremo se davvero tutto prenderà forma. 

GREENWOOD, provincia di Reggio Emilia

D’accordo, sarà stato perché sono immerso nella lettura del libro Delta Blues di Ted Gioia, ma sognare che Greenwood sia una parte della fetta d’Emilia in cui vivo ha del patologico. Nel mio animo sono solito confondere ad occhi aperti la mia regione e il delta del Mississippi, ma farlo anche a occhi chiusi – durante il sonno –  significa aver innestato nel tessuto del mio DNA granelli di terra apparentemente aliena.

Greenwood in realtà è una cittadina sita nella parte est del Delta del Mississippi, e come sappiamo per Delta del Mississippi non si intente il delta vero e proprio del fiume, quello che sfocia in mare dalle parti di New Orléans (e vi prego di pronunciare Orléans alla francese), ma quel lembo di terra alluvionale a nord ovest dello stato del Mississippi che confina con Louisiana e l’Arkansas appunto; 300 km di lunghezza e 100 di larghezza in cui vi è rinchiusa la storia più emblematica del “sud degli Stati Uniti”, il substrato culturale, razziale ed economico del sentimento blues più profondo.

Ebbene nonostante tutto questo, il sogno era vivissimo, capitavo in una zona di campagna dell’Emilia dove il cartello stradale riportava la località Greenwood. Lo scenario era meraviglioso, campagne a perdita d’occhio con colori così vivaci che rapivano ogni sentimento dell’animo; poi nel sogno entravo in scena io, parcheggiavo la macchina in una carreggiata erbosa e mi mettevo a scattare foto a quei paesaggi di bellezza assoluta. Un groviglio amoroso, un umido, romantico e carnale rapporto, il Delta adagiato tra le cosce dell’Emilia. Una sensazione fantastica. Sono proprio un uomo di blues.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

HERE COMES THE FLOOD

Come nel novembre del 1966, l’anno della grande alluvione di Nonantola (mio paese natale), un paio di settimane fa l’argine del fiume Panaro ha ceduto e i territori a est di esso sono stati allagati, l’acqua è arrivata alle frazioni di Castelfranco Emilia e nella mia Nonantola. Il centro storico e buona parte della sezione est del paese si sono salvati grazie all’ “alta”, ovvero l’inizio di terreni leggermente più alti rispetto alla parte ovest del paese.

When The Levee Breaks – Fiume Panaro 6/12/2020

Pur essendo ancora un residente sono da anni domiciliato a Reggio Emilia, ma ho vissuto la cosa con pathos, trepidazione e disperazione. Amici e conoscenti continuavano a postare foto che mi spingevano nella tribolazione d’animo più assoluta nel pensarli alle prese con un tale disastro.

Nonantola Alluvionata – dicembre 2020

Nonantola alluvionata – dicembre 2020

Nonantola alluvionata – dicembre 2020

Nonantola alluvionata – dicembre 2020

Nonantola alluvionata – dicembre 2020

Nonantola alluvionata – dicembre 2020

Nonantola ha una buona amministrazione, i soccorsi subito presenti, un intreccio tra protezione civile, vigili del fuoco e volontariato che ha alleviato la grande paura, aiutato le famiglie a mettersi in salvo e quindi ad affrontare una situazione drammatica. Sono passato in paese dopo sei giorni, ho fatto un salto a casa di amici, la situazione faceva venire le lacrime agli occhi. Fuori dalle case e negli spiazzi dei quartieri montagne di mobili, elettrodomestici, pezzi di vita rovinati dall’acqua in attesa di essere prelevati e mandati al macero, in ogni casa porte e garage aperti con i residenti in stivali di gomma a cercare di vincere la battaglia col fango, automobili parcheggiate dappertutto, mezzi della protezione civile che andavano e venivano, squadre di volontari che aiutavano a ripulire, i bar che offrivano loro colazioni gratuite. Un’umanità ferita ma subito pronta a rimboccarsi le maniche, un senso di comunità encomiabile. Sono ripassato dopo altri quattro giorni per una secondo visita e la situazione era pressoché tornata alla normalità. Certo negli occhi della gente rimaneva la stanchezza e un residuo di angoscia e di disperazione, ma anche il luccichio dato dalla tempra di questa popolazione; nelle case, nei bar, nelle fabbriche, nelle edicole la riga che indicava il livello dell’acqua decora i muri, una sorta di medaglia per aver vinto anche questa battaglia, come se il covid e la relativa crisi economica e spirituale non fossero già abbastanza. 

In caso qualcuno volesse dare un piccolo contributo:

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

E comunque, “viva l’Italia, l’Italia che resiste!”

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

FILM

SOUND OF METALdi Darius Marder (Belgio Usa 2019) – TTT½

Un batterista di garage rock durissimo inizia ad avere gravi problemi d’udito. Film dall’architetture appena accennata, girato e scritto in maniera alternativa. Un viaggio nella solitudine di un giovane uomo.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

L’INCREDIBILE STORIA DE L’ISOLA DELLE ROSEdi Sydney Sibilia (Italia 2020) – TTTT

Un eccentrico e giovane ingegnere bolognese per sentirsi libero decide di costruire uno stato tutto suo. Storia vera che ha davvero dell’incredibile.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

UNCLE FRANKdi Alan Ball (USA 2020) – TTT½

Anni settanta, una giovane donna della Carolina del Sud grazie allo zio intellettuale si iscrive ad una università di New York. Insieme dovranno tornare a casa causa lutto in famiglia. Lo zio è omosessuale e la famiglia è assai conservatrice.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

CAPITAN KOBLIC – di Sebastián Borensztein (Argentina/Spagna 2016) – TTTTT

Argentina 1977, nel pieno della dittatura militare un capitano della marina decide di averne abbastanza dei metodi criminali del regime. Diserta e va a nascondersi in una piccolissimo e sperduto villaggio aiutato da un amico. Film che mi è piaciuto moltissimo, grazie anche al grande, grandissimo Ricardo Darìn.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

SUL PIATTO DELLA DOMUS

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

OUTRO

E allora eccoci di nuovo qui, care donne e cari uomini di blues che anche quest’anno prendete posto intorno all’albero blu di questo blog miserello, in questa domenica di vigilia del solstizio d’inverno 2020 siete qui giunti attraversando i campi innevati del nostro animo, con la neve che attutisce i suoni della natura e lo scalpiccio dei passi procedendo come si cammina nei sogni, senza far rumore.

Tutti qui, uno di fianco all’altra, nei nostri maglioni natalizi, con le nostre sciarpe colorate, una tazza di caffè caldo tra le mani, qualche biscotto appena sfornato e un Southern Comfort e un rum Legendario già versati nei bicchieri. Tutti insieme per un brindisi che rinforzi i legami che in questi anni abbiamo intrecciato, un brindisi che renda più tiepide le solite domande su cui ci arrovelliamo da sempre:  da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Tanti auguri dunque blue boys e blue girls, che il sole invitto sia di nuovo il faro che ci guida attraverso i sentieri pieni di pietre che come al solito dovremo attraversare, che batta sul nostro viso, che le stelle riempiano i nostri sogni e che il padre dei quattro venti (il Dark Lord insomma) riempia le nostre vele.

Take good care of yourself baby and Rock on.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

The Dark Lord (The Firm 1985-03-10 Denver)

SERIE TV “Romulus”, “Messiah”

5 Dic

ROMVLVS – (Italia – Sky 2020) – TTTTT

10 episodi per narrare la leggenda della fondazione di Roma. VIII secolo a.C, Lazio antico, trenta tribù della lega latina cercano di convivere in un mondo difficile, brutale e primitivo. La serie è prodotta da Sky, Cattleya e Groenlandia, è scritta e diretta dal regista Matteo Rovere ed è girata in  proto latino, la lingua parlata dai fondatori della città e ricostruita grazie a linguisti e glottologi. Non si hanno ovviamente testimonianze della lingua in oggetto, ma immagino che il risultato ottenuto nella creazione di tale idioma da usare nella serie Tv sia quantomeno plausibile. E’ dunque altamente consigliato guardare la serie con l’audio originale e i sottotitoli in italiano.

Le prime quattro puntate fungono in pratica da introduzione, è con la quinta e la sesta infatti che la storia inizia a delinearsi, e le ultime quattro poi consacrano la serie in modo definitivo.

Il personaggio Wiros, interpretato da Francesco Di Napoli, mi sembra il più stupefacente, ma ce ne sono parecchi altri (in primis Lupa/Silvia Calderoni) davvero notevoli. E’ una serie da non perdere. I presupposti per una seconda stagione ci sono tutti, vediamo se Matteo Rovere troverà la giusta sintonia per concretizzarla.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

MESSIAH – (USA – Netflix 2020) – TTT½

Un uomo che apparentemente compie miracoli appare in modo misterioso, prima in medio oriente e quindi negli Stati Uniti, il suo nome è Al-Massih. Spetta alla CIA capire di chi si tratta.

Questa in breve la trama. Dieci episodi. Niente male.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊