LEV TOLSTOJ “Anna Karenina” (1877 – 2016 Universale Economica Feltrinelli) – TTTT

22 Set

Affrontare un libro come questo nel periodo in cui si è cambiato lavoro significa mettere in preventivo che per finirlo servirà molto tempo. Più di 1100 pagine lette soltanto di sera prima di addormentarsi rischiano di apparire inaffrontabili, ed invece sono riuscito nell’impresa senza troppe difficoltà. E’ vero, ci si impiega parecchio se, come detto, non si hanno ampi spazi da dedicare alla lettura ma ne vale comunque la pena perché, lo so … dico una banalità, questo è un capolavoro. Con la scusa di raccontare la storia di tre coppie della borghesia russa, Tolstoj affronta una gran quantità di temi, approfondendo questioni tecniche, spirituali e psicologiche. Un affresco completo e dettagliato della Russia di quel tempo, una critica al mondo borghese e alla classe dirigente di quella realtà, e una descrizione razionale eppur appassionata della massa contadina, vera spina dorsale della Russia di quegli anni.

Certo, a volte l’esposizione si perde in tecnicismi un po’ tediosi, ma sono solo momenti; il resto è una magnifica sinfonia letteraria sospinta dal maestoso respiro narrativo di un autore di purissimo talento.

Lèvin è il personaggio del romanzo che più ha a che fare con questo blog, un’anima tormentata e blues che si interroga su faccende imperniate, a seconda del momento, sui massimi sistemi e sugli umani impicci quotidiani.

Un libro che è naturalmente patrimonio dell’umanità, un libro che occorre leggere e possedere.

L’edizione Universale Economica Feltrinelli è, come spesso accade, magnifica. Per 12 euro un romanzo di oltre 1000 pagine tradotto da Gianlorenzo Pacini, il quale ci delizia ulteriormente con una superba postfazione di 24 pagine.

Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/libri/lev-nikolaevic-tolstoj/anna-karenina/9788807900006

Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)

 

 

ROCK BLUES BONANZA – Edoardo Bennato, live a Modena 10 settembre 2019

18 Set

Nel 1977 la musica aveva ormai preso il sopravvento nella vita del ragazzino pelle e ossa che ero. Keith Emerson, John Miles, Elvis Presley, Carlos Santana riempivano la mie prime pulsioni, i Led Zeppelin, Johnny Winter, gli ELP, i Free, i Bad Company, Muddy Waters e Robert Johnson erano dietro l’angolo e insieme a loro tutti gli altri grandi nomi del rock e del blues. A quel tempo stavo immergendomi anche nel mondo dei cantautori ed è indubbio che Burattino Senza Fili fu uno dei primi passi in quel campo, uno dei degli album che amai incondizionatamente. Edoardo Bennato con la sua Eko 12 corde diventò figura basilare per la mia crescita e sulla mia miserella chitarra classica imparai a suonare tutte le canzoni dell’album.

Dopo 42 anni trovarlo qui all’Arena del Lago della Festa dell’Unità di Modena mi fa una certa impressione.

 

Come successo per il concerto della Bertè del sabato precedente, mi trovo in platea (biglietto a 34 euro compresa prevendita). Nemmeno il tempo di trovare il posto che Edoardo entra (da solo) sul palco con la chitarra e inizia a cantare tre pezzi. Rimango basito dal fatto che si gioca così senza pensarci troppo due mega successi quali sono Sono Solo Canzonette e Il Gatto E La Volpe. Non rimango impressionato, come spesso accade l’enfasi imposta nel cantato spegne in parte l’assoluta bellezza dei pezzi. Mi accorgo poi che Il Gatto E la Volpe la suona in Sol, un tono in meno della versione originale; dopotutto Edoardo ha ormai 73 anni e la voce non può essere quella di 40 e passa anni fa.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

La partenza dunque è a freddo, ma non appena la band che lo accompagna entra in scena, tutto cambia. Lo spettacolo diventa estasi Rock Blues, sonorità della meravigliosa musica con cui siamo cresciuti e con cui la musica Rock ci ha irretiti cucite addosso a grandissime canzonette.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

Per una volta il gruppo mi appassiona. E’ vero, il bassista usa un basso a 5 corde e sonorità un po’ troppo dilatate, ma riesco a passarci sopra. Un ottimo il batterista, un bravo tastierista e due splendidi chitarristi, tecnicamente preparatissimi e pieni di passione rock blues. Una Gibson Les Paul e una semiacustica che fanno fischiare gli amplificatori. Bennato lascia loro il giusto spazio, ci sono così squisiti interventi di slide e assoli straordinari. Finalmente del Rock Blues vecchio stampo che suona credibile nel 2019, nessuna forzatura retrò, soltanto suoni, fraseggi e assoli gioiosi e pieni di grinta. Una meraviglia. Da sottolineare anche il lavoro di Bennato sull’armonica, in alcune occasioni semplicemente divina.

Il Paese dei Balocchi, Meno Male Che Adesso Non C’è Nerone, Mangiafuoco, L’isola Che Non C’è, Cantautore, Mastro Geppetto (una sorta di sequel di Burattino Senza Fili), Ogni Favola E’ Un Gioco, Rinnegato, La Fata … non tutti possono permettersi di proporre una sequenza di canzoni di tale livello. Che songwriting portentoso! Con A Napoli 55 E’ ‘a Musica si dà spazio alla musica stessa, spazi dilatati, minuti e minuti dedicati alla espressività degli strumenti, con le chitarre che ci trasportano nelle profondità siderali citando i Pink Floyd di The Wall.

Mi tolgo il cappello dinnanzi ad Edoardo Bennato, alla sua volontà di lasciare il giusto margine alla musicalità, ai propri musicisti, al respiro della grande musica … è uno di noi, uno che sa cosa sono la musica Rock e la musica Blues.

La pollastrella che è con me è colpita allo stesso modo, essendo l’ottima musicista che è non può che godere appieno di questa grande musica e impazzisce quando fanno partire Il Rock Di Capitan Uncino, brano che per lei mi metto a filmare e che trovate qui sotto.

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Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

Seguono Un Giorno Credi, Venderò e In Prigione In Prigione.

Si chiude col reggae caraibico di Nisida e con Ho Fatto Un Selfie, quest’ultima già riproposta durante il concerto, scelta discutibile e incomprensibile. Nonostante questo rimane il fatto che il concerto supera tutte le mie aspettative. Verso la fine ci si riversa a ridosso del palco, io osservo Edoardo da vicino e ripenso ai giorni della mia gioventù e a quando per me era un idolo.

Mentre usciamo e rivolgo un’ultimo sguardo all’Arena ormai vuota, rifletto sul fatto che sì, ancora lo è.

Edoardo Bennato Modena 10 settembre 2019 – foto TT

 

Loredana Bertè, live a Modena 7/09/2019

15 Set

Torna Loredana Bertè nella mia parte dell’Emilia e io mi ripresento a vederla con piacere.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

L’appuntamento è all’Arena del Lago della Festa dell’Unità di Modena, in una fresca serata di settembre. Questa è la terza volta che la vengo a vedere negli ultimi anni, insieme a me la pollastrella, in decima fila, zona centrale della platea, 36 euro a biglietto. La Arena (naturale) è gremita, durante il concerto mi sorprende non poco l’amore che il pubblico ha ancora verso questa splendida 69enne segnata dal blues e dalle ferite della vita ma ancora in piedi e piena di grinta.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

Il concerto non mi sorprende più di tanto: ennesima prova piena di pathos, di passione e di carnalità. Voce a tratti imprecisa ma comunque stupenda e ricca di sfumature. Loredana mette in mostra tutta se stessa senza veli: due gambe che sembrano ancora magnifiche e un’anima che brucia di trasporto ed impeto.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

La scaletta mi è parsa variegata; per essere uno della mia età forse avrei preferito – nella parte centrale- qualche pezzo in più del periodo 1977-83, quello a cui il ragazzino che ero è stato a contatto maggiormente, ma questa è una cosa mia ed un atteggiamento che gli artisti tendono a non sopportare, ma che ci posso fare se mi scaldo soprattutto per i grandi pezzi di Loredana tipo Per I Tuoi Occhi?

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Se la memoria non mi inganna il concerto è iniziato con Maledetto Luna-Park, Il Mare d’Inverno e Babilonia, per poi espandersi in mille rivoli dove si sono specchiati un paio di medley e pezzi più attuali tra cui: Notti Senza Luna,  Cosa Ti aspetti Da Me, Messaggio Dalla Luna, Libertè e via dicendo.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

Da uomo di una incerta età rimango come detto attaccato ai pezzi che hanno scandito le fasi della mia adolescenza e prima giovinezza, Milano Una Sera Che Piove ad esempio è adattissima ad uomo di blues come me …

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Buona la band che la accompagna guidata, mi pare, dal batterista-musical director. Approccio sostanzialmente Rock, benché le chitarre vengano usate in modo piuttosto pop, nessun assolo particolare, nessuno slego sanguigno, distorsione controllata, poco spazio a loro dedicato. D’altra parte è Loredana la figura principale, la catalizzatrice.

Loredana Bertè – Festa dell’Unità di Modena – 7 settembre 2019 – foto TT

Finale entusiasmante: Dedicato, Non Sono Una Signora, Sei Bellissima, E La luna Bussò e In Alto Mare. Quest’ultima mi ricorda sempre Trampled Underfoot dei Led Zeppelin e ogni volta che vedo Loredana suonarla mi emoziono.

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Mentre lasciamo l’Arena, mi volto a guardare la gente che se ne va, la serata ora è piena di stelle, le guardo e penso che sono state due ore assai piacevoli, passate in modo vivido e profondo. Loredane Bertè vale sempre la pena.

Loredana sul blog:

https://timtirelli.com/2014/03/05/loredana-berte-live-a-bologna-europauditorium-3-marzo-2014/

https://timtirelli.com/2013/09/08/loredana-berte-live-al-festival-dellunita-reggio-emilia-campovolo-6-settembre-2013-ttttt/

https://timtirelli.com/2016/04/18/loredana-berte-traslocando-e-andata-cosi-rizzoli-2015-ttttt/

 

Quel sentimento da “Gonna take a freight train down at the station, Lord I don’t care where it goes…”

7 Set

Essere un uomo di blues significa anche dover gestire, a volte, quel sentimento da “gonna take a freight train down at the station, Lord I don’t care where it goes…”, ovvero quei momenti in cui mediti davvero se non valga la pena uscire dall’ingranaggio e andare a dissolverti in cometa. Nessuna sfumatura drammatica intendiamoci, solo una (in)naturale vibrazione interna che ti fa dire “ma che cavolo sto facendo? E’ questa la vita che avevo programmato? Non mi conviene trovarmi un posto in riva al mondo e vivere (più o meno) libero?”.

Mollare tutto, trovare un gatto, un cane o un altro mammifero che ti segua nell’avventura e per un briciolo della vita sentirsi (alert: allitterazione) vivo, vivido e voluttuoso nei confronti dell’esistenza, un po’ come Jack London ne Il Richiamo Della Foresta, Zanna Bianca e Martin Eden. Trovare una maniera per evitare di pensare a come arrivare a fine mese e se mai si arriverai alla pensione, per non trovarsi la domenica sera morso dal blues feroce del “domani dovrò tornare al lavoro”, inzuppato da una realtà che non riconosci più come tua.

Per essere come Jack London tuttavia “ci vuole tanto, troppo coraggio” così ti chiedi se davvero saresti capace di abbandonare le persone che ami (te stesso, la donna di cui sei innamorato, i famigliari, gli amici) e la terra da cui provieni, le Gibson Les Paul che ogni tanto accarezzi la sera, i dischi dei Led Zeppelin, la possibilità di vedere le partite dell’Inter su Sky, di fare acquisti sul sito dell’Adidas, di comprare i libri della Universale Economica Feltrinelli e tutte le altre insignificanti sciocchezzuole che caratterizzano la tua vita.

 

Già, difficile avere la bronza (come diceva Brian) per fare scelte del genere, sai già che probabilmente, come sempre, finirai ancora una volta per fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarti da persona civile!

Non rimane, così, altro da fare che cullarsi sugli echi lontani di quel sentimento cantato da Toy Caldwell della Marshall Tucker Band e da Lowell George dei Little Feat, e sulle onde sonore di Can’t You See e Willin’ sognare di essere uno di quegli uomini lì, in attesa della ripresa del campionato quando per 90 minuti potrai dipingerti i pensieri unicamente nei colori della tua tribù e diluire i blues della vita.

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Gonna take a freight train
Down at the station, Lord I don’t care where it goes
Gonna climb a mountain he highest mountain
Jump off, nobody gonna know 

Can’t you see, whoa, can’t you see
What that woman, Lord, she been doin’ to me
Can’t you see, can’t you see
What that woman, she been doin’ to me

I’m gonna buy a ticket now, as far as I can
Ain’t a-never comin’ back
Ride me a southbound, all the way to Georgia now
Till the train it run out of track

Can’t you see, oh can’t you see
What that woman Lord, she been doin’ to me
Can’t you see, can’t you see
What that woman, she been doin’ to me oh Lord

 Can’t you see, oh can’t you see
What that woman Lord, she been doin’ to me
Can’t you see, Lord I can’t stand it, can’t you see
What that woman, she been doin’ to me

I’m gonna take a freight train, down at the station, Lord
ain’t never comin’ back
Ride me a southbound, all the way to Georgia now
Till the train it run out of track 

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I’ve been warped by the rain, driven by the snow
I’m drunk and dirty, don’t you know
And I’m still, willin’

And I was out on the road late at night
I seen my pretty Alice in every headlight
Alice, Dallas Alice

And I’ve been from Tucson to Tucumcari
Tehachapi to Tonapah
Driven every kind of rig that’s ever been made

Driven the back roads so I wouldn’t get weighed
And if you give me weed, whites, and wine
And you show me a sign
I’ll be willin’, to be movin’

Well I’ve been kicked by the wind, robbed by the sleet
Had my head stoved in, but I’m still on my feet
And I’m still, willin’

Smuggled some smokes and folks from Mexico
Baked by the sun every time I go to Mexico
And I’m still…

And I’ve been from Tucson to Tucumcari
Tehachapi to Tonapah
Driven every kind of rig that’s ever been made
Driven the back roads so I wouldn’t get weighed
And if you give me weed, whites, and wine
And you show me a sign
I’ll be willin’, to be movin’

 

Flashes from the Archives of Oblivion: ROBERT JOHNSON “IL RE DEL DELTA BLUES”

30 Ago

Così come nelle edicole delle località di mare compaiono in estate vecchi numeri di fumetti riconfezionati e in offerta speciale, così Il blog ad agosto ripropone vecchi articoli apparsi anni fa nella speranza di non annoiare troppo chi ci segue da sempre e magari di intrattenere i nuovi lettori con scritti pieni di polvere. Buona lettura.

(Robert Johnson)

Il ‘Re del delta blues’ non è una frase né particolarmente originale, perché è già stata usata centinaia di volte, né troppo felice perché il sostantivo ‘Re’ sa, almeno in superficie, di privilegi e nobiltà, quando qui si racconteranno storie di miseria, discriminazione e vita dura.

Ma in che altro modo si può descrivere Robert Johnson, l’uomo che ha la posizione preminente nel blues?

Uno che con 29 canzoni, un paio di foto ed una storia misteriosa che sprofonda nei pantani del Mississippi, è diventato il nome di riferimento del blues, folgorando le giovani anime di migliaia di musicisti tra cui decine di future rockstar quali Clapton, Ry Cooder, Keith Richards e i Led Zeppelin. Questa,senza ombra di dubbio, è la storia del blues.

(Tim Tirelli 2004 – pubblicato originariamente su CLASSIX! n.4)

(Hazlehurst, Mississippi)

L’enigmatica e tuttora piuttosto nebulosa storia di Robert Johnson è l’essenza del blues, la musica che più di ogni altra racchiude in sé il senso della ricerca, destinata ad essere infruttuosa, del proprio nido di stelle da parte dell’uomo. L’uomo di blues sa che non lo troverà mai, eppure continua a cercarlo, per tuttala vita. Questaricerca sa di frustrazione, povertà e malinconia, ma al contempo può assumere saltuariamente i colori di una tiepida felicità che in un batter d’occhio può ridiventare una infernale disposizione d’animo. Puoi essere stato un uomo nero che se ne andava per i fatti suoi sulla costa occidentale dell’Africa trecento anni fa, rapito e venduto come schiavo in un continente sconosciuto, oppure un negro obbligato a raccogliere cotone cento anni fa nel sud degli Stati Uniti, o puoi essere persino un bianco del primo decennio degli anni duemila alle prese con una vita e con domande a cui non sai e non puoi dare risposte, puoi essere quello che vuoi, ma una cosa la devi sapere: non c’è pace per l’uomo di blues.

Charles Dodds jr, un ometto di colore piuttosto intraprendente, e Julia Ann Major, una donna di colore dallo sguardo fiero, si sposarono a Hazlehurst (Mississippi) nel febbraio del 1889. Nel corso degli anni Charles riuscì a diventare un piccolo possidente terriero, un carpentiere e un fabbricante di mobili in vimini, guadagnandosi rispetto ed una certa agiatezza. Con Julia ebbe sei figlie (due delle quali morirono in tenera età) e un figlio, con Serena (la sua mantenuta) ebbe altri due figli maschi. Nel 1907 fu costretto a fuggire (sembra travestito da donna) a Memphis a causa di un forte litigi con i potenti proprietari terrieri della sua zona (i fratelli Marchetti). Lì assunse il cognome Spencer e cercò di rifarsi una vita insieme a Serena, ai suoi due figli e ad alcuni figli avuti con Julia, la quale rimase a Hazlehurst con le figlie Bessie e Carrie. Julia, donna dal carattere indipendente, durante la lontananza da suo marito ebbe una relazione con un lavoratore di una piantagione, tal Noah Johnson. Da questa avventura l’otto maggio del 1911 nacque Robert Johnson.

Poco dopo la nascita di Robert i F.lli Marchetti strapparono la casa e la terra a Julia, costringendola a peregrinare di piantagione in piantagione lavorando duro, mentrela figlia Carridi otto anni si occupava del piccolo Robert. Questa vita durò un paio d’anni fino a quando Julia non decise di ricongiungersi col marito a Memphis. A quel punto (il 1914)la famiglia Spencer, ex Dodds, consisteva nel capofamiglia Charles, sua moglie Julia, la sua convivente Serena, i figli di entrambe ed in più Robert, il figlio illegittimo che Charles almeno all’inizio faticò ad accettare.

Non pare vi furono particolari tensioni all’interno della famiglia allargata, tuttavia Julia decise di andarsene per la sua strada, stabilendosi a Robinsonville, nel Mississippi, a circa sessanta km a sud di Memphis.

Robert rimase a Memphis conla famiglia Spencer. Unamattina di buon ora si appartò nei campi dietro casa in completa solitudine e cercò di decifrare con i suoi occhi da bambino, il mondo che lo circondava: il padre (ancora non sapeva che in realtà era il patrigno), la sua convivente, i fratelli, la madre scappata a sud, le comunità nere relegate ai margini delle città e dei villaggi. Tutto ciò gli apparve naturale vista la sua giovane età e il fatto che non conosceva che quello, ma ad un tratto in mezzo alla bruma scorse una allodola che emise un canto lamentoso.

L’allodola è un uccello originario di Europa, Asia e Africa settentrionale che successivamente fu introdotto in America; in quel momento l’allodola stava lanciando il suo nostalgico lamento all’indirizzo delle proprie terre d’origine. La similitudine con la condizioni dei neri americani può risultare forzata, ma resta il fatto che Robert ebbe un sussulto e capì, seppur bambino, che nella vita doveva esserci dell’altro. Nei mesi seguenti imparò i primi rudimenti di chitarra dal fratellastro Charles Leroy e mise in evidenza un caratterino per niente facile. Il patrigno finì per averne abbastanza, Robert non ubbidiva e faceva spesso di testa sua, così lo rispedì dalla madre a Robinsonville. Julia nel frattempo si era risposata (nel 1916) con Willie “Dusty” Willies, infaticabile lavoratore. Nei primissimi anni venti Robert prese ad interessarsi alla musica, ed iniziò a suonare l’armonica; insieme al suo amico RL Windum impararono alcune canzoni accompagnadosi l’un l’altro allo strumento.Ancora adolescente Robert fu informato del suo vero padre e sebbene fino al 1925 circa mantenne il cognome Spencer, assunse poi definitivamente quello con cui è universalmente conosciuto. Per noi ora è semplice identificarlo come Robert Johnson, ma la sciarada del nome portò parecchia confusione tra i suoi conoscenti: era infatti conosciuto come Robert Leroy Spencer, R.Spencer, Robert Dodds e naturalmente Robert Johnson, anche se nessuno lo chiamava così. Robert frequentò per breve tempola Indian Creek Schooldi Commerce, un paesino del Mississippi dove sua madre ed il nuovo patrigno lavoravano nella piantagione Abbay&Leatherman. La scuola però non faceva per lui e, con la scusa di avere una vista non buona (sembra fosse afflitto da una lieve cataratta che poi sparì), abbandonò il suo percorso di istruzione. Continuava ad essere attratto dalla musica così passò dall’armonica alla chitarra assorbendo gli umori musicali che pervadevano la zona dove viveva. In quel tempo l’area intorno a Robinsonville era visitata regolarmente dai più grandi musicisti blues: Charlie Patton, Willie Brown e Son House etc etc. Robert non perdeva occasione di seguire e di osservare questi ‘maestri’ mentre suonavano, a tal punto che divenne la mascotte, per tutti ‘il piccolo Robert’. Ricordò molti anni più tardi Son House: ‘Tutti noi suonavamo ai balli del sabato sera e questo ragazzino non se ne perdeva uno. Ricordo che suonava discretamente l’armonica ma la sua passione erala chitarra. Sene stava tutte le sere di fronte a me e a Willie Brown con gli occhi incollati alle nostre dita. Negli intervalli prendeva una delle nostre chitarre ma i risultati erano assai scarsi e tutta la gente gli diceva di smettere’.

(Cabins e Cabinets a Tallahatchie Mississippi – tipiche “abitazioni” del tempo di Robert Johnson).

Il ragazzino di cui parla Son House in realtà aveva circa vent’anni ed era già vedovo. Robert infatti si era sposato nel febbraio del 1929 conla sedicenne Virginia Travise i due si erano stabiliti a Prenton, appena fuori Robinsonville, nella casa della sorella Bessie e di suo marito. Virgina rimase incinta subito dopo ma morì di parto insieme al bambino nell’aprile del1930. Aquel punto Robert, che per mantenersi lavorava saltuariamente nelle piantagioni, capì che se voleva combinare qualcosa con la musica doveva fare sul serio; decise così di ritornare a sud nella natia Hazlehurst con l’intenzione di trovare suo padre. Erano gli anni della grande depressione economica ma Hazlehurst e buona parte del Mississippi centrale godevano di una certa prosperità grazie alle autostrade che venivano costruite in quei territori, garantendo lavoro a tutti. Non sappiamo se RJ abbia incontrato il padre, in compenso conobbe Ike Zinnerman, noto bluesman del posto che presto divenne il suo maestro. Robert conobbe anche Calletta Craft, una donna di dieci anni più vecchia di lui, con due matrimoni alle spalle e già tre figli piccoli; si sposarono nel maggio del 1931 mantenendo il loro matrimonio segreto. Per Calletta Robert era tutto, prese a riverirlo e a servirlo come fosse un re. Era lei che lavorava, lei che gli portava la colazione a letto, lei che credeva in lui anche quando stava lontano da casa o passava tutta la notte da Ike Zinnerman a imparare tutto il possibile sulla musica. Ogni qualvolta Robert aveva un momento libero si appartava nei boschi circostanti dove nessuno poteva sentirlo, a provare e riprovare le canzoni e i trucchetti che Ike gli aveva insegnato. Ogni tanto posava la chitarra, guardava le fronde degli alberi capendo ad ogni formarsi di pensiero che stava diventando un uomo che voleva qualcosa di più dalla vita. La sera del 6 giugno si sentiva più irrequieto del solito, prese la chitarra e si incamminò lungola strada.

Chieseun passaggio e dopo circa sei miglia chiese di scendere, ancora qualche passo ed arrivò ad un incrocio. L’oscurità della notte era già quasi scesa eppure a ovest gli ultimi bagliori di un tramonto tardivo infiammavano l’orizzonte ricurvo. Si mise a sedere, si accese una sigaretta e si abbandonò a quel silenzio fermo, schiarito dalla potente luce lunare. Imbracciò la chitarra quasi senza intenzione e un blues intenso iniziò a debordare dalla sua anima; dapprima fu una cosa quasi percussiva che poi si arricchì di un felice gioco di dita della mano destra e di slide. Quando lo scheletro della canzone fu terminato provò a cantarci sopra qualche cosa: ‘ Sono stato all’incrocio, sono caduto in ginocchio e ho chiesto al Signore di avere pietà e di salvare il povero Bob. Stando all’incrocio baby, il sole che sale e che scende, credo che il povero Bob stia affondando’. Sapeva che avrebbe dovuto risistemare quei versi, ma capì che aveva per le mani qualcosa di grosso. Come decise di intitolarla “Cross Road Blues” provò all’improvviso un forte bisogno di diventare un grande chitarrista e sentiva che avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere qualcuno. D’un tratto un forte vento si alzò, Robert si guardò intorno: i rami piegati degli alberi coprivano a tratti il tondo teschio lunare. Un paio di bagliori rossastri apparvero non troppo lontano da lui, proprio in mezzo al bosco come un paio di grandi occhi indagatori.

L’oscurità della notte cancellava i contrasti spazio-temporali, Robert non si vedeva più ma sentiva la propria presenza e aveva l’impressione di essere solo un pensiero, un filo di consapevolezza. Sentì l’anima liquefarsi e poi ricomporsi e finalmente capì che era giunto il momento di andarsene. I giorni seguenti Robert  sentì che si era trasformato in un uomo di Blues, quel tipo di uomo che ha la capacità di vedere e, a differenza di tanti altri, il coraggio di guardare. Iniziarono così le sue prime esibizioni pubbliche, alla domenica mattina agli angoli delle strade in paese e poi al sabato sera nei Jook Joints locali. Si spostò occasionalmente verso est a Georgetown o verso nord a Jackson, ma di regola se ne stava nei dintorni di Hazlehurst dove come musicista iniziava a farsi conoscere. A volte si presentava come R.L.Johnson dichiarando ai curiosi che R.L. stava per Robert Lonnie; questa era un piccola bugia, infatti il suo nome completo era Robert Leroy, ma Robert Lonnie Johnson era un musicista già molto noto che Robert stesso stimava e quindi giocava a confondere le acque. Il lungo soggiorno nel sud del Mississippi fu di grande importanza per Robert:nella contea di Copiah i tratti della sua personalità presero forma, il suo talento musicale sbocciò e la consapevolezza di essere pronto per altri orizzonti diventò un feroce desiderio di viaggiare. RJ prese così sua moglie e i ragazzi e partì diretto a nord, stabilendosi a Clarksdale. Lì le cose per un po’ andarono bene ma Callie, nonostante fosse una donna in carne e all’apparenza forte, non aveva una salute di ferro e crollò in modo definitivo quando Robert la lasciò, tornando disperata dai suoi genitori a Hazlehurst. Callie morì qualche anno più tardi e sebbene Robert tornò più volte dalle quelle parti, né lei né la sua famiglia lo rividero più. Robert aveva iniziato a viaggiare, dapprima cercando di imparare a viaggiare e poi viaggiando per imparare. Capì l’importanza dell’affidarsi alla strada e del fascino dell’imprevisto che di solito si abbatte sul viaggiatore. Già, la fecondità dell’ignoto era il faro che guidava il suo peregrinare, la scintilla che permetteva alla sua musica di esprimersi libera. Robert decise di fare una puntata giù a Robinsonville, un po’ per rivedere la sua famiglia e un po’ per mostrare a Son House e a Willie Brown i suoi progressi.

‘Un sabato sera stavo suonando in un paese chiamato Banks’ ricordò anni dopo Son House ‘insieme a Willie Brown e ad un tratto nel locale entrò qualcuno. Io e Willie riconoscemmo il piccolo Robert, aveva una chitarra con sé e per questo ci fece ridere; ci chiese di lasciargli qualche minuto e noi lo accontentammo. Si mise così a suonare e noi non credevamo alle nostre orecchie: era diventato molto bravo nel giro di poco tempo’.

Fu probabilmente da questo episodio che a Robert Johnson fu appiccicata la leggenda secondo la quale avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di diventare un gran chitarrista.

Per quanto suggestiva, va precisato che questa teoria è parte integrante della iconografia blues e dunque messa in relazione a tanti altri musicisti blues: chiunque mostrasse improvvisi miglioramenti allo strumento era coinvolto in queste voci. Si diceva infatti che se si vuole imparare a suonare uno strumento e a scrivere canzoni occorre recarsi ad un incrocio verso la mezzanotte, iniziare a suonare, attendere che un grande uomo nero appaia, prenda la chitarra, la accordi, suoni una canzone e che infine tela restituisca. Daquel momento si è in grado di suonare tutto quello che si vuole, unica controindicazione: da quel momento la anima del musicista appartiene al diavolo.

Robinsonville comunque non faceva più per Robert, egli cercava infatti un posto dove avere maggior visibilità e questo posto aveva il nome di Helena, città sul confine tra il Mississippi del nord e Arkansas. A Helena c’erano molti locali dove suonare, che all’epoca erano teatro di bollenti esibizioni dei bluesmen più in voga: Sonny Boy Williamson 2°, Elmore James, Memphis Slim, Howlin’ Wolf e decine di altri. Robert scelse quel posto come base per gli anni rimanenti della sua vita, il che gli permise di suonare e confrontarsi con i musicisti di cui sopra e di aggiungere lustro alla sua già brillante nomea. A Helena conobbe Estella Coleman, una donna che sin da subito lo amò molto e che lui ricambiò diventando guida spirituale per il figlio che Estella aveva avuto da una precedente relazione. Il giovane Robert Lockwood Jr aveva già mostrato una certa attitudine per la musica e avendo Johnson come maestro non poté che definire nel modo migliore il suo talento. RJ era molto geloso del suo modo di suonare e cercava di non mostrarlo a nessuno, solo Lockwood Jr ebbe la possibilità di penetrare i suoi segreti. La fama di RJ intanto continuava a propagarsi, non appena si spargeva la voce che avrebbe suonato in un dato locale, la gente si precipitava a vederlo. Viaggiare ormai era per lui la cosa principale, di notte, di giorno, non importava quando, egli era sempre pronto a mettersi in moto. A contatto con tante genti e posti differenti, la sua anima musicale si dilatò in modo impressionante; dovendo accontentare un po’ tutti arricchì il proprio repertorio, dai blues più sofferti o pieni di doppi sensi alle canzonette che si sentivano per radio in quel periodo. Diversi testimoni affermano che Robert era in grado di suonare una canzone a lui sconosciuta dopo averla sentita una volta sola, impressionando molti grandi musicisti del suo tempo. E’ quindi necessario iniziare a pensare che fosse un genio o comunque una persona con una intelligenza musicale fuori dal comune. Il suo fascino e la sua personalità poi fecero il resto: in ogni città in cui arrivava riusciva sempre a trovare una donna pronta ad accoglierlo. Il suo aspetto minuto e curato, le sue belle mani, i suoi lineamenti e il suo saper sussurrare dolci parole lo rendeva irresistibile tra le donne, che in genere erano più grandi di lui,  perché così potevano provvedere al suo sostentamento. Robert comunque poteva anche trasformarsi in un tipo assai duro a cui stare alla larga quando si dava al bere, al fumo e al gioco, ma a differenza di tanti altri colleghi non divenne mai schiavo di queste cose ( ma aveva una discreta propensione per il bere e le donne).

(battello a vapore a Greenwood Mississippi)

Professionista già molto conosciuto con un seguito di pubblico consistente, a metà degli anni trenta Robert capì che era giunto il momento di incidere dischi, si mise così in contatto con H.C.Speir,un bianco che aveva un negozio di articoli musicali a Jackson, dove si era costruito un piccolo studio di registrazione. Speir aveva fama d’essere un buon talent scout presso le case discografiche, le quali si affidavano al suo fiuto per capire in che artisti la gente di colore poteva essere interessata. Quando Johson lo contattò Speir era tuttavia disilluso: aveva appena siglato un contratto con la ARC secondo cui sarebbe stato pagato a seconda del numero di tracce registrate. Dei 178 ‘lati’ registrati la ARC scelse di pubblicarne solo 40. Speir piuttosto di ‘bruciare’ il nome di Johnson lo indicò a Ernie Oerte, un rappresentante e talent scout della ARC stessa. Dopo una veloce audizione Oerte decise di portare RJ a San Antonio per registrare. Arrivarono nella cittadina del Texas a fine novembre e lunedì 23 Robert entrò per la prima volta in studio. La stanzetta era semplice: una sedia, un microfono, le primitive apparecchiature per registrare dischi e Don Law, responsabile artistico delle sessions, pronto a partire. Robert prese una sorsata di whisky, si mise in un angolo e, rivolto al muro, iniziò a suonare quello che sarebbe diventata una parte fondamentale della musica americana. ‘Kindhearted Woman Blues’ fu la prima canzone in assoluto ad essere incisa da Robert e l’unica a contenere un assolo vero e proprio.

(Robert Johnson)

‘Ho una donna dal cuore gentile…ma queste donne diaboliche mi tormentano…è una donna dal cuore gentile che studia continuamente il maligno…potresti avere in mente di uccidermi’. Blues strascicato e reso stralunato dalla voce a tratti ironica, indifferente ed in falsetto.

(78 giri di Sweet Home Chicago)

Proseguì con ‘I Believe I’ll Dust My Broom’, ‘Sweet Home Chicago’, Rambling On My Mind’, ‘When You Got A Good Friend’, ‘Come On In My Kitchen’, ‘Terraplane Blues’ e ‘Phonograph Blues’. Ad un primo ascolto le canzoni possono sembrare simili tra loro, ma è bene soffermarsi sul fatto che siamo negli anni trenta , nelle comunità nere nel sud degli Stati Uniti e che ciò che realmente colpiva la gente erano i testi. Storie di tutti i giorni che i neri vivevano sulla loro pelle e che Robert scriveva con molta originalità. Di tutti i pezzi Robert ne registrò due versioni ma per alcuni titoli le ‘alternate takes’ non furono mai trovate. ‘Terraplane Blues’ gioca sui doppi sensi che posso scaturire paragonando una donna ad una automobile (la ‘Terraplane’ era infatti una berlina piuttosto comune tra il 1933 e il 1938).

(78 giri di Terraplane Blues)

‘Adesso ti alzo il cofano piccola e ti controllo l’olio…sto entrando nei tuoi contatti e quando avrò finito col tuo avviamento il cappuccio della tua candela mi darà fuoco’.

Con questa canzone Robert era già conosciuto e fu quindi logico farla uscire come primo singolo a suo nome, singolo che risultò poi essere il più venduto della sua carriera mentre era ancora in vita: circa 5000 copie. Nei due giorni successivi Robert fu arrestato per vagabondaggio e Don Law dovette pagare la cauzione per farlo uscire. Su richiesta del nostro bluesman, Law fu costretto inoltre a dargli dei soldi affinché Robert potesse pagarsi compagnie femminili.

(78 giri di Cross Road Blues)

Giovedì 26 novembre, tornato in studio, Robert registrò due versioni di ’32-20’, un pezzo dal ritmo sostenuto che si discosta non poco dall’andamento delle sessioni del lunedì precedente. Venerdì 27 novembre di nuovo in studio, Johnson sembra spiritato: ‘They’re Red Hot’ (dove si parla di ‘tamalas’ bollenti) la voce non pare nemmeno la sua e gli accordi e le progressioni che usa si discostano da quelli tipici del blues canonico. Col suo ritmo indiavolato ‘They’re red Hot’ doveva essere uno dei suoi pezzi forti quando voleva far scatenarela gente. Seguironole registrazioni di ‘ Dead Shrimp Blues’, ‘Cross Road Blues’, Walking Blues’, Last Fair Deal Gone Down’, ‘Preaching Blues’ e ‘If I Had Possession Over Judgement Day’. Finite le registrazioni Robert tornò verso casa con pressappoco cento dollari in tasca e sì, si sentiva un re. Non tutte le canzoni furono pubblicate, alcune vennero ritenute troppo licenziose, ma resta il fatto che oramai Robert Johnson era una star.

Portò con sé qualche copia dei dischi che regalò a parenti ed amici. Dopo un breve soggiorno a Helena ripartì insieme a Johnny Shines e a Calvin Frazier (quest’ultimo aveva ucciso un paio di uomini in Arkansas e doveva davvero andarsene) verso nuovi posti e quindi con nuove possibilità di viaggiare. I juke box avevano preso piede e la fama di RJ nei circuiti neri era al culmine. Sembra che si fece addirittura vivo suo padre Noah, sorpreso di avere un figlio così famoso; Robert poi alimentava la leggenda presentandosi sempre ben vestito e in ordine e scomparendo all’improvviso tanto da lasciare interdetti i suoi compagni di viaggio. Il suo senso del blues, la sua irrequietezza non lo lasciavano in pace e anche in piena notte, grondante di sonno, si sentiva costretto a mollare tutto e tutti e partire. I suoi itinerari non toccavano più soltanto le cittadine del Mississippi, del Tennesse e dell’Arkansas ma seguivano il vento del blues. St Louis, Memphis, il Canada, Detroit e New York videro il passaggio del re del blues. Il suo modo di suonare fu in parte influenzato da queste grandi città, ma in definitiva la vita urbana non sorprese questo venticinquenne ormai pieno di esperienza. In queste città si esibì con una band (batterista e pianista) e sembra che abbia provato l’emozione di suonare con una chitarra elettrica.

Nel giugno del 1937 venne di nuovo chiamato in studio per altre registrazioni, questa volta a Dallas. Lo studio era un vecchio magazzino e nelle parole di Don Law ‘dovevamo registrare al sabato e alla domenica, quando i rumori esterni dovuti al traffico diminuivano, e con le finestre chiuse. Il caldo era soffocante, lavoravamo a torso nudo con ventilatori sistemati in mezzo a blocchi di ghiaccio’. Come era accaduto nelle sessioni precedenti, tutti i pezzi vennero registrati due volte nel caso qualche master si rovinasse, ma anche in questo caso non tutte le ‘alternate takes’ sopravvissero. Rispetto alle registrazioni effettuate a San Antonio quelle di Dallas sono un tantino superiori per qualità  di registrazione e anche Johnson sembra, se possibile, più a suo agio, più professionale e con il completo controllo dello strumento. Sabato 19 giugno registrò ‘Stones In My Passway’, ‘I’m A Steady Rollin’ Man’ e ‘From Four Till Late’.

(78 giri di Hell Hound On My Trail)

Domenica 20 giugno fu la volta di ‘Hellhound On My Trail’, ‘Little Queen Of Spades’, ‘Malted Milk’, ‘Drunk Hearted Man’, ‘Me And The Devil Blues’, ‘Stop Breaking Down’, ‘Traveling Riverside Blues’, ‘Honeymoon Blues’, ‘Love In Vain’ e ‘Milcow’s Calf Blues’.

(78 giri di Love In Vain Blues)

Alcune di queste canzoni si basavano su motivi blues già esistenti, ovvero una sorta di traditional nati dai canti atavici degli schiavi neri, ma Johnson sapeva trasformarli in modo piuttosto originale tanto da farli suoi. I temi affrontati sono di quelli che ti torcono le budella e ti fanno capire come Robert Johnson era una cosa a parte: un uomo di colore illetterato, seduto in riva al mondo a contemplare e a discutere con se stesso i grandi quesiti esistenziali. Gli arguti intrecci tematici tra sacro e profano, tra felicità e sofferenza con il senso del tradimento e di assenza di via d’uscita nascosto in ogni piega delle parole. In ‘Me And The Devil Blues’ ricalca in modo esplicito quello che abbozzò in ‘Cross Road Blues’, ovverossia il disagio dell’inevitabile condizione dovuta al patto faustiano, coi riferimenti ai debiti che vanno pagati all’arte: ‘di prima mattina quando hai bussato alla mia porta ho detto salve satana, credo sia ora di andare…io e il diavolo camminiamo fianco a fianco e ora picchierò la mia donna fino a che non sarò soddisfatto’.

In ‘Hellhound On My Trail’ canta: ‘devo continuare ad andare, i blues cadono come grandine, i giorni mi tormentano, ho i cani dell’inferno sulle mie tracce’.

‘Traveling Riverside Blues’ non fu mai pubblicata per il testo dissoluto: ‘…adesso puoi spremermi il limone fino a che il succo non mi scenda lungo la gamba…’, c’è di che imbarazzarsi ancora oggi.

Lasciato lo studio di registrazione, Robert girò, insieme a Johnny Shines, il Texas e l’Arkansas. Difficile ricostruire l’ultimo anno di vita di RJ, ma d’altronde tutta la sua vita sfugge ad una ricostruzione decente. Il suo essere sfuggente e malinconico ma al contempo presente e determinato non lascia punti di riferimento precisi, tuttavia possiamo dire che Robert passò un po’ di tempo a Memphis, a Helena (dove tornò dalla madre di Robert Lockwood jr) e continuò a viaggiare tra il Mississippi e l’Arkansas. Johnny Shine, Robert Lockwood jr, Howlin’ Wolf e Son House lo accompagnarono per un po’ ma poi, per una cosa o per l’altra smisero di seguirlo come presagissero qualcosa. In agosto del 1938 Robert lasciò Helena per fare una capatina giù a Robinsonville per vedere i suoi parenti. Insieme a Honeyboy Edwards stazionò nei pressi di Greenwood, visto che a Three Forks (poco fuori il paese) un tizio proprietario di una Roadhouse aveva organizzato un ballo per un venerdì e sabato sera.

Il tizio andò in città per cercare musicisti e così vennero coinvolti tra gli altri RJ, H.Edwards e Sonny Boy Williamson 2°. Robert fece amicizia, per così dire, con la moglie del padrone del locale e pare che in quei giorni iniziarono a vedersi di nascosto. Essere un musicista a quel tempo significava anche dover affrontare difficoltà legate a gelosie e invidie. Gli altri musicisti ti odiavano se suonavi meglio di loro, le donne ti odiavano se ti davi da fare con qualcun’altra e gli uomini ti odiavano se ti vedevano parlare con le loro donne. Per uno come RJ, a cui non importava se la donna con cui parlava fosse sposata o no, la situazione era sempre sul punto di esplodere. La serata del 13 agosto del 1938 fu davvero un gran successo nel locale di Three Forks, molti musicisti si alternavano a suonare e per una volta la rivalità fu messa da parte e tutti si stavano divertendo. Robert continuò a prestare attenzione alla moglie del proprietario e questo causò forti tensioni. Sonny Boy Willamson se ne accorse e tentò di tenere la situazione sotto controllo. Durante una pausa qualcuno portò una bottiglia di whisky aperta a Robert, Sonny Boy pregò Robert di non bere ma Johnson non volle sentir ragioni. RJ tornò a suonare ma dopo poco dovette smettere perché non si sentì bene. Il marito geloso mise della stricnina nella bottiglia di whisky che Robert si scolò. Robert fu portato a casa di un amico e, essendo giovane e in buona salute, riuscì a passare la notte seppur tra dolori atroci.

Sembrava resistere ma sopraggiunse la polmonite (ricordiamo la cura per questa malattia fu trovata solo nel 1946). Robert Johnson aprì gli occhi e comprese ciò che gli stava capitando. Cercò di farsi forza ma si trovava impantanato tra le paludi della sua anima. Vide prendere forma lo spirito ribelle che gli permise di sfuggire alle odiose catene della tradizione, vide il senso di tormento e di disperazione tanto presente nei suoi testi, vide la sua visione del mondo e delle cose sospesa tra peccati e redenzioni. Robert forse vide anche un grande uomo nero venuto a reclamare ciò che avevano pattuito anni prima nei pressi di un incrocio. Con molta fatica volse lo sguardo alla finestra: uno scarabocchio di strada era l’unico ed ultimo orizzonte. Spostò lo sguardo su di un prato e vide un mare di tenebre violette. Guardò il soffitto, pensò alla canzone che stava scrivendo, cercò di intonarla. La immaginò finita e registrata con tanto di batteria, pianoforte e chitarra elettrica e sorrise al pensiero di come sarebbe stata accolta: era forse troppo strana, slegata come era dai blues fino ad allora conosciuti. Ricostruì a mente il giro armonico, gli accordi strani e l’assolo che aveva in mente di fare, mentre il piano teneva la ritmica. ‘potrei chiamarla Blues n.30’ pensò tra sé e sé, oppure ‘Greenwood Lady’ aggiunse sorridendo amaramente. ‘No meglio chiamarla Searching For’ e ironizzando con se stesso sogghignò ‘già, Searchin’ For Robert Johnson, The King Of Delta Blues’.

(Greenwood Mississippi)

Robert si spense martedì 16 agosto 1938. Sua madre fu presente al funerale e il corpo fu seppellito vicino alla vecchia Zion Church di Morgan City, Mississippi, ad un tiro di schioppo dalla ‘sua’ Mississppi Highway 7.

(La  Zion Church di Morgan City, Mississippi)

Non sapeva che in Inghilterra il Melody Maker aveva recensito l’anno prima uno dei suoi singoli giudicandolo molto positivamente. Non sapeva che  John Hammond a  fine 1938 lo avrebbe cercato per portarlo alla Carnegie Hall di New York per il Spiritual Swing Concert che stava organizzando. Non sapeva che se fosse vissuto almeno un altro po’ avrebbe avuto un successo enorme. Non sapeva infine, che anche così, con quei 29 pezzi sarebbe diventato il più grande, il Re incontrastato del Blues.

Postilla:

Studiosi di blues rintracciarono decenni dopo l’uomo che avvelenò Robert. Riuscirono ad entrare in casa sua e a parlargli e questi, prima di ricevere domande precise, prese a giustificarsi e a crearsi alibi, il che lascia intendere molto. Questi studiosi non poterono rivelarne il nome per non avere noie legali, dato che non fu mai avviata una inchiesta. Chissà se quello sciagurato ebbe mai crisi di coscienza, ma pensandoci direi che è altamente probabile dato il successo postumo di Robert Johnson.

Immaginiamo che lo sciagurato in questione passò anni tormentato dall’idea non solo di avere ucciso un uomo, ma di avere ucciso il Re del Blues.

Caroline Thompson, la sorella di Johnson, morì nel 1983 e fino ad allora fu lei ad avere la eredità (essendo l’unica ad essere rimasta in vita sino a quegli anni) di Robert Johnson.

Caroline a sua volta nominò suoi eredi i nipoti Robert M. Harris e Annye C. Anderson (certo, Robert morì senza avere possedimenti, ma avendo lasciato registrazioni così importanti, essere sue eredi legali significava avere entrate non indifferenti,).La “Estateof Robert Johnson” prese corpo nel 1989 e nel 1991 arrivarono agli eredi le prime royalty.

Ai due nipoti di Carrie si contrappose Claud L.Johnson, sostenendo d’essere figlio di Robert Johnson.

La Suprema Corte DelMississippi in data 15 ottobre 1998 si pronunciò a favore di Claud.

Sembra infatti che la madre di Claud, Virgie Mae Cain, intrattenne una relazione intima con Johnson nel 1931, da cui il 16 dicembre dello stesso anno nacque Claud.

Non essendo stato possibile effettuare test del dna (il corpo di Johnson riposa in un posto non ben precisato, sebbene molti sostengano che con ogni probabilità fu seppellito vicino alla chiesa di Zion) il giudice si è basato sui racconti di vari testimoni.

Sembra così che molti ricordino la relazione tra Robert e Virgie Mae e che Robert sapesse della gravidanza, tanto che, una volta nato il bambino, fece in un paio di occasioni una salto per vedere suo figlio. Una testimone, all’epoca dei fatti amica di Virgie Mae, durante la deposizione ha addirittura raccontato che un giorno durante la primavera del 1931, lei e il suo ragazzo andarono insieme a Virgie e Robert a fare una passeggiata nei boschi e che le due ragazze iniziarono poi a fare l’amore con i propri fidanzati. Con dignità e senza eccessivi imbarazzi raccontò alla corte che vide Virgie e Robert accoppiarsi.

L’atto del tribunale è consultabile in internet.

DISCOGRAFIA:

A parte i singoli pubblicati all’epoca, la Columbia pubblicò alcuni decenni dopo i due album leggendari ‘King Of Delta Blues Volume I e II’ contenenti tutti i suoi 29 pezzi di cui tre in doppia versione. Oltre a questi, numerose compilation sono state realizzate nel corso degli anni, alcune della quali contengono le otto alternate takes rimanenti. Il cofanetto di cui parliamo qui sotto è comunque quello che serve. La leggenda dice che esiste anche una ulteriore canzone, registrata durante una delle due sessioni del 1936 e 1937, che Johnson suonò più che altro per divertire i tecnici dello studio, visto che si tratterebbe di un pezzo dai contenuti molto sconci.

Robert Johnson

The Complete Recordings

(Columbia CBS 1990).

Come detto in  questo cofanetto di due cd, accompagnato da un gran bel booklet interno, ci sono tutte le 41 registrazioni sopravvissute. Da queste, oltre che per la tecnica – per l’epoca davvero apprezzabile- e per il significato dei testi, si può dedurre facilmente che la grandezza di Robert Johnson si deve anche al richiamo emotivo. ‘Come On In My Kitchen’ e ‘Love In Vain’ possono commuovere fino alle lacrime, ‘From Four Till Late’ può incantare per la sua spiccata melodia. ‘Stones In My Passway’, ‘Hellhound On My Trail’ e ‘Me And The Devil’ possono far sprofondare chiunque in una cupezza soffocante. Ogni canzone comunque è una vetrina per chi voglia osservare l’animo umano e per i musicisti che sentono il bisogno di capire da dove è nato tutto e che non si sentono appagati nel suonare il blues come fosse un esercizietto. Il blues per suonarlo  ( e non importa se bene o male) occorre averlo dentro.

Materiale in relazione con Robert Johnson:

Peter Guralnich

Robert Johnson: In Cerca Del re Del Blues

(Arcana 1991)

Libro che tratta i frutti di una ricerca storica ben fatta; peccato che le traduzioni in italiano dei testi lascino a desiderare.

The Search For Robert Johnson

(Sony 1992)

VHS da capogiro. Documentario girato intorno a John Hammond jr il quale come suggerisce il titolo, è alla ricerca di RJ. Immagini del Mississippi, dei posti dove Robert è stato (Robinsonville e Greenwood inclusi), interviste a ex donne di Robert ( una di queste, ormai anziana, si commuove con una dignità senza pari mentre ascolta ‘Love In Vain’, che Robert probabilmente scrisse per lei), interviste a Honeyboy Edwards e Johnny Shines e a quello che sembra essere il figlio del nostro Re del blues, tal Claud L. Johnson .72 minuti di puro fascino blues, malgrado l’assenza di sottotitoli renda spesso indecifrabile l’inglese sbiascicato dei vecchi bluesmen.

Mississippi Adventure

Film del 1986 che imbastisce una storia secondo la quale un ragazzino bianco di Long Island trova Willie Brown ricoverato in un ospizio e gli promette di farlo fuggire se questi gli insegna il trentesimo pezzo mai edito di RJ. Segue viaggio nel Mississippi. Il film è piuttosto leggerino, ma quando il flashback iniziale ricrea Robert Johnson nello studio di registrazione, beh…è roba da palpitazioni. La colonna sonora è deliziosa ed è opera del grandissimo Ry Cooder. Nel finale (nella scena del duello di chitarra) cameo di Steve Vai.

Varie

La musica di Robert Johnson è stata reinterpretata da migliaia di artisti ed è quindi impossibile stilarne un elenco degno di nota, basti citare (lo so, scelta assai banale) i due esempi forse più eclatanti, ovvero la versione live di ‘Crossroads’ dei Cream e ‘Love In Vain’ dei Rolling Stones.

Poi naturalmente Ry Cooder, Muddy Waters, Elmore James, Johnny Winter, Led Zeppelin (oltre a ‘Traveling Riverside Blues’ dalle loro BBC sessions, e a ‘The Lemon Song’ dal secondo album dove il testo cita la famosa frase di RJ, Trampled Underfoot da Physical Graffiti non è altro che una rilettura del testo di Terraplane Blues), White Stripes (‘Stop Breakin’ Down’ dal 1° album) e tanti, tanti, tanti altri.

(Tim Tirelli 2004 © – pubblicato originariamente su CLASSIX! n.4)

https://timtirelli.com/2015/06/05/classix-5-gennaio-2005-robert-johnson/

E poi non rompermi i coglioni, per me c’è solo l’INTER (campionato 2019-20 blues)

24 Ago

Ci siamo, inizia un nuovo campionato. A dieci anni dal grande poema epico del Triplete, eccoci finalmente pronti ad affrontare con i giusti mezzi una stagione che dovrà essere diversa dalle ultime. A dire il vero ogni anno partiamo con le stesse pulsioni, speranze e spavalderie ma, ad essere sinceri con noi stessi, in passato c’era spesso quel retrogusto fatto di ma e di boh che tenevamo nascosto nel profondo.

Oggi invece c’è una sicurezza e una consapevolezza diversa, dopo un decennio di difficoltà, pazzie ed isterismi, siamo certi di essere finalmente di nuovo in sella ad un purosangue che non dovrà essere un destriero senza nome ma bensì averne uno tipo Fulmine, Saetta o Pegaso, e come il cavallo alato della mitologia greca, dopo aver aiutato Giove a trasportare le folgori sino all’Olimpo, dovrà poi trasformarsi in una nube di stelle scintillanti.

Abbiamo un paio di generali arrivati dagli eserciti nemici, ancora li guardiamo con sospetto, ma più il tempo passa e più ci sembrano integrati negli ideali e nei sentimenti del mondo nerazzurro, società tanto imperfetta da essere perfetta e che il grande timoniere Zhanhg Jindong saprà innovare e rendere impermeabile alle intemperie del tempo.

Sono arrivati (e stanno arrivando) nuovi protagonisti, che il padre dei quattro venti gonfi le loro vele, dovranno solcare mari, insieme ai loro compagni, evitando bonacce e governando la nave tra mari impetuosi, spiegando ed ammainando le vele con velocità, caparbietà e destrezza.

Basta favolette, capricci, dispetti, abbiamo ora bisogno di uomini che sentano il richiamo della foresta e che sappiano trasformare quell’istinto primordiale in una irresistibile voglia di vittoria, restando in equilibrio tra impulso e razionalità, tra passione e ragione, gli ossimori necessari per compiere imprese eroiche.

Cuori nerazzurri, uomini e donne di (black and) blues, amici, compagni, uniamoci nel sentimento fraterno che ci rende quel che siamo, nella dottrina che fa di noi indomiti esponenti dell’umanesimo, nel desiderio, nel sogno e nell’aspirazione di essere i migliori.

Stringiamo a corte, siam pronti alla morte, l’Inter chiamò!

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La Via Emilia ad agosto

18 Ago

Il cambio di lavoro mi ha allontanato da Stonecity, ora ogni giorno sono diretto a Mutina, la mia città di riferimento. Lavoro molto in questo periodo, è uno dei picchi di produzione dell’intera stagione, niente ferie naturalmente, niente ponte a ferragosto, mi fermo sino a tardi la sera, lavoro al sabato e così via. Situazione un po’ pesante certo, ma non posso che ringraziare TDL (The Dark Lord insomma) per aver fatto sì che una grossa e importante azienda abbia ripescato un uomo di blues di una incerta età caduto nel mare.

TDL- Wembley Empire Pool November 1971

In questi giorni agostani, con le città deserte e i ritmi lenti, vado al lavoro facendo la Via Emilia, percorro qualche km in meno di quando prendo le blue highway (le strade basse insomma) e mi godo l’arteria principale della mia terra nell’unico momento in cui diventa vivibile e percorribile. Riscopro vecchie case da contadini ormai abbandonate a se stesse, distributori di carburante che prendono i riflessi di quelli del midwest e del sud degli Stati Uniti, quelli ritratti all’interno della copertina di Desolation Angels dei Bad Company ad esempio …

Bad Co Desolation Angels 1979

… scorci di un’Emilia che sta scomparendo e che alterna campi di malghetti (di granturco) e vigne a fabbriche addormentate, ristoranti, case cantoniere e vecchie sezioni del PCI prede dell’edera e dell’erbacce. Con l’animo adombrato e al contempo sempre in fustinella grazie al blues, veleggio ogni giorno tra la Domus Saurea e l’azienda per cui lavoro, apprezzando quel po’ che può dare questo vicolo del pianeta in cui vivo, vicolo in cui sono nato, cresciuto e dove coltivo con amore tutti i miei blues. Thank You Emily Road.

la Via Emilia

SERIE TV

Continua il rapporto stretto con le serie TV di una certa rilevanza. Di seguito le due che mi hanno colpito maggiormente in questo ultimo periodo.

Homecoming TTTT

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Chernobyl TTTTT+

Serie stratosferica. Da guardare a tutti i costi.

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IL GIUSTIZIERE DEL TRAFFICO NEI SUPERMERCATI

Essendo il rompiscatole che sono (altri userebbero il termine cagacazzo), quando vado alla Coop spesso mi ergo a Giustiziere del traffico; sì perché tendo a non sopportare la gente che pensa di essere sola al supermercato, quella che si ferma a parlare con gente appena incontrata occupando tutta la corsia principale, quella che parcheggia il carrello alla dick of the dog e va a farsi i fatti suoi. Se, come spesso succede, è  ITTOD (una delle delle mie tre personalità) a prendere il sopravvento allora sono acid dicks for everybody. Ti metti a parlare con gli amici in mezzo alla corsia? Ittod ti si pianta di fronte col il carrello e, alla maniera di Sheldon Cooper, esclama “permesso, permesso, permesso!” fino a che i malcapitati, sorpresi, sono costretti a dargli strada e a farlo passare. Lasci il tuo carrello incustodito messo di traverso in una corsia? Arriva Ittod che, col suo, lo urta e te lo spinge at the god’s house (a casa di dio). Poi torno nei panni di Stefano (il politicaly correct old boy) o di Tim (un mix di entrambi) e torno a vivere e a lasciar vivere.  Ma con Ittod non si scherza, mai!

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“VORREI VEDERTI NELLA DDR CON LE ADIDAS”(Influencer blues)

Alla Coop; reparto biscotti; devo scegliere che tipo prendere. Mi innervosisco … troppa scelta, troppe marche, troppe tipologie …“maledizione, va là che nella DDR non avrei avuto questi problemi!”, esclamo esaltando un tipo di repubblica che ho idealizzato nella mia maruga e di cui sono un po’ ossessionato. La pollastrella alza gli occhi al cielo. Poco dopo nel reparto pasta, faccio lo stesso pensiero a voce alta e stavolta Mademoiselle Pompidou (la chiamo così perché la Francia è una delle sue fissazioni) mi risponde per le rime: “Sì, vorrei vederti nella DDR con le Adidas!”.

Fa riferimento al fatto che la mia ossessione per il marchio Adidas, e le conseguenti continue spese che faccio per placare questo mio impulso ossessivo compulsivo, mal si prende col rigore che era in vigore nella DDR. Sì, ha ragione, ma che ci posso fare, sono un uomo occidentale pieno di contraddizioni che vive idealizzando tipi di società alternative, take or leave it.

PS: ieri sera esco con il mio amico Sir Lyson. Al momento di salutarci noto che indossa un paio di Adidas nuove. “Ehi, vecchio “ gli faccio “anche tu Adidas, ma sei un grande!”. “Lo sai che ti seguo e che sei un influencer!”mi risponde. Lo abbraccio forte e vado a letto contento. Yuk!

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Troppi biscotti alla Coop -foto TT

BRIAN NEGLI ANNI CINQUANTA

Una mia cugina mi manda un foto di Brian che non avevo mai visto: è ripreso insieme a sua sorella Marta, presumibilmente negli anni cinquanta, nelle campagne intorno a Regium Lepidi dove la sua famiglia abitava allora, parecchio prima che lui si sposasse con mia madre. Lo osservo bene … con quell’aria da attore americano, quello sguardo sicuro di sé, quella cazzimma che non credo gli appartenesse. Ripenso alla sua vita, a come è andata, al fatto che deve essere venuto a patti anche lui con la realtà e col fatto di non essere altro un essere umano sperduto su un pianeta nel buco del culo dell’Universo, come dico sempre. Mentre scrivo, dalle casse del computer, Youtube messo in random passa The Long And Windind Road di Paul McCartney. Mi si inumidiscono gli occhi. Lo penso negli ultimi anni alle prese con i disturbi cognitivi senili, al fatto che diventò uno dei personaggi principali di questo blog … già le peripezie di Brian nella valle dell’alzheimer sono state forse uno dei momenti più alti di queste pagine miserelle, il seguire e l’accompagnare un vecchio verso il tramonto ha contribuito a rendere questo blog forse meno sciocco ed inutile. Ma mentre Macca termina di cantare il suo capolavoro voglio concentrami sul giovane Brian … un bel tipo che qualche anno più tardi avrebbe incontrato una bella tipetta di San Martin On The River e insieme avrebbero messo su famiglia e percorso insieme alcuni decenni. Riguardo la foto … eri proprio un vasco* Brian.

* per i non emiliani, dal dizionario Il Nuovo Piccagliani:

http://www.vivomodena.it/rubriche/ciacarare-modenese-vasco-o-per-essere-piu-precisi-fare-i-vasco/

Brian e sua sorella Marta – anni cinquanta

DARK LORD PLEASE DON’T LET ME BE MISUNDERSTOOD

In questo periodo ho a che fare con parecchia gente nuova o con gente che non vedevo da vent’anni. Mi capita di cogliere, occasionalmente di nascosto o anche mentre si parla insieme, rilievi sulla mia figura che sul momento mi pare non mi descrivano correttamente, siano esse osservazioni positive o negative. Possibile che si sia tanto concentrati su noi stessi che non ci si accorga che la coscienza che abbiamo di noi non corrisponde esattamente a quella che decriptano gli altri?

Al di là del tenore di quegli appunti, siano essi lodi o critiche, il problema è che non mi riconosco in quei quadretti, proprio io che penso di essere consapevole dei miei pregi e dei miei difetti, proprio io che sono il principe dell’autoanalisi e dell’autointrospezióne mi trovo a sentirmi un forestiero nei panni di me stesso. “Sono davvero così?” mi chiedo. Rimango sospeso, mi soppeso, e cerco di modificare gli aspetti meno nobili di quelle note, certo come sono che devono contenere un minimo di verità. Ogni tanto la sera però prego il Dark Lord affinché il mio essere non venga mal interpretato, ma è una preghiera che non so se avrà qualche effetto, perché temo che sia io a mal interpretare me stesso.

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Tuttavia, oltre alle note sul mio essere che – come ho detto – potrebbero essere intese come rilevamenti non esattamente positivi, voglio citarne una dai contorni morbidi. Rivedo dopo quasi vent’anni un collega della mia età. Mi fermo davanti a lui mentre è intento a risolvere un problema lavorativo. Si accorge che qualcuno lo sta fissando, si volta e rimane abbagliato dalla mia presenza. Ha lo sguardo tra lo sbalordito e il meravigliato e mi guarda come un fervente credente accoglierebbe l’avvento del suo dio. Non è che fossimo esattamente amici, giusto colleghi di lavoro nel decennio degli anni novanta, eppure mi accoglie con una enfasi – seppur controllata  – che mi colpisce. Ci prendiamo cinque minuti, mi chiede come mai sono ricapitato lì, gli spiego in due parole la genesi che mi ha spinto all’abbandono della mia aziendina e di come mi abbiano riaccolto nella sua, nostra, grande azienda. Al che con un candore che mi intenerisce, mi dice “Beh, è naturale, sei sempre stato molto bravo!“. Ora, se fossi una persona normale me ne sarei andato compiaciuto e sicuro di me stesso, ma dato che sono un uomo di blues, è da quel giorno che mi chiedo “Ma davvero sono uno molto bravo?”. Non è una domanda retorica atta a stimolare altri commento positivi, ma un sincero quesito che pongo a me stesso. Ma davvero uno che nella sua maruga vive in un mondo fatto di Led Zeppelin, FC Inter, DDR, Jack London, Robert Johnson (e Adidas) e che sembra non importargli altro è uno “molto bravo”?

Mentre scrivo questo, Youtube -sempre in random – manda All Right Now. Segnale blues non indifferente. Meglio smettere di pensare, prendiamo quello che abbiamo e prepariamoci ad uscire con la pollastrella. (L’uso della prima persona plurale non è casuale, siamo in tre, Stefano, Tim e Ittod  a doverci preparare… ).

Oh yeah baby, it’s All Right Now”).

 

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