The Human Condition

20 Set

Venerdì, sul confine della notte profonda, sto guidando sulla via Emilia, tra Herberia e Regium Lepidi. Dopo essere ritornato in città insieme ai ragazzi (yep, the boys are back in town baby), ora sono sulla via di casa. Non c’è molto traffico, la Blues mobile rolla placida sulla via consolare romana costruita nel 187 a.C.

Le insegne al neon, come pietre miliari ad indicare la distanza percorsa. Dal lettore, in riproduzione casuale, parte The Human Condition dei Canned Heat*, tratta dall’omonimo album del 1978. Il testo, come capita a tutti con certe canzoni, sembra parlare di me. In questa notte di questo settembre che inizia a declinare cado nella trappola dei bilanci tipici degli uomini di blues di una incerta età; penso alle scelte fatte e mi paiono tutte sbagliate… aspetto professionale, personale, musicale, etc etc. Mi chiedo come sia stato possibile, come abbia fatto a non intuire i sentieri da prendere e quelli da evitare. Me misero, mi ripeto, e inizio a sprofondare nel Blues, ma poi, seguendo il testo di questo pezzo contenuto nell’album che comprai nel 1978 da adolescente, inizio a farmene una ragione.

Pensi di essere l’unico, mio caro uomo di Blues? Non sei al centro del mondo, lo sai quanti milioni, forse miliardi, di esseri umani provano quello che stai provando adesso tu? Hai fatto errori nella tua vita? Embè, che ti aspettavi? Sei umano!

È il mio io che mi sta parlando e, ovviamente, non ha tutti i torti.

La condizione umana, in fondo, è anche questa: siamo destinati a sbagliare, a prendere strade errate, a inciampare nelle nostre debolezze e qualche volta persino a farci del male da soli. Non esiste un libretto di istruzioni per vivere e nessuno di noi è immune dagli errori.

Possiamo però imparare da quello che ci accade, rialzarci quando cadiamo e provare, nonostante tutto, a fare un passo ancora. Forse non possiamo liberarci dagli sbagli, dalle difficoltà e dalle cose che il mondo ci mette davanti, ma possiamo scegliere di non fermarci. Stare in piedi, tenere duro e andare avanti: alla fine, forse, è questa la nostra condizione umana.

Con questa filosofia spicciola da due soldi che gronda retorica mi risistemo sul sedile, raddrizzo la schiena, la testa, lo sguardo, alzo il volume… fino a che il Rock non mi vibra nel profondo.

In fondo, a volte sono le canzoni a salvarci.

Let there be Rock, baby.

Beh, è una specie di maledetta condizione,
che mi gira continuamente per la testa,
e sembra proprio che finirà per farmi impazzire.

E ogni essere vivente
che riesco a sentire e a vedere
sembra avere il Blues insieme a me.

Così sono andato dalla dottoressa,
mi sono seduto sul suo letto,
l’ho guardata dritto negli occhi
e questo è quello che mi ha detto:

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

«Sei triste, debole e stanco»,
ha continuato a dirmi,
«niente sembra andare per il verso giusto.

E anche se ci hai provato e riprovato,
non riesci mai a essere soddisfatto,
sembra che nessuno ti tratti come dovrebbe.»

«Ma c’è una cosa di cui puoi essere certo,
e che dovresti sapere:
ci sono state un sacco di persone
che sono passate da qui prima di te.»

«Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.»

Beh, mi sono alzato e l’ho lasciata,
e me ne sono andato lentamente,
cercando un giorno più luminoso.

E mentre ci pensavo,
un nuovo pensiero mi è venuto in mente:
forse non possiamo essere liberi.

Beh, il mondo può gettarti addosso
una quantità enorme di cose brutte,
ma devi stare dritto, forte,
è l’unica cosa da fare.

Sei dentro la condizione umana,
è questa che ti butta giù.
La condizione umana,
hai la faccia piena di tristezza,
devi tenere duro.

(Canned Heat – The Human Condition 1978)

TT settembre inoltrato 2026

* parlo della edizione della Sonet SNTF783 made in England con master/mix diverso dalla versione statunitense. La versione della perfida albione mi pare migliore. In copertina ha l’uomo vitruviano.
Consiglio caldamente questo album, magari obliquo, ma a mio parere assai riuscito.

Moto ondoso in aumento

18 Set

Quando intorno alle nostre vite ci si accorge che il moto ondoso è in aumento, credo occorra rimanere lucidi e tenere saldamente la barra a dritta. La costa sembra allontanarsi, il mare aperto pare contenere le uniche coordinate che i pensieri seguono e persino il proprio posto in riva al mondo sembra nascondere insidie. È allora che lo stato d’animo va tenuto sotto controllo e va osservata con attenzione la volta celeste, per ricercare quella luce guida che possa indicare il cammino.

Farsi una camminata a passo sostenuto per la città o, nel mio caso, tra le campagne della fetta di pianura in cui mi trovo, sul filo del tramonto, diventa allora un’ottima idea.

Borgo massenzio Skyline – la luce calante del tardo pomeriggio – tarda estate 2026 – foto Tim Tirelli

Ordinare le rappresentazioni mentali, vagliare idee, soluzioni, riflessioni, meditare sul da farsi, osservare il mondo circostante, analizzare considerazioni, seguire intuizioni e soprattutto mantenere Ittod, uno dei tre uomini che sono, quello sempre preso dalla furia iconoclasta, confinato nelle segrete, laggiù, nei posti più bui del mio io.

È un martedì qualunque di settembre, la squadra di calcio che amo con tutto me stesso ha iniziato benissimo la stagione, pur con un approccio stravagante ed artistico, questo influisce parecchio sul mio stato d’animo e dunque dovrei essere carico come uno schioppo, come si dice qui in Emilia, eppure eccomi di nuovo qui, con i riflessi aranciati del tardissimo pomeriggio in faccia, a contemplare le possibilità di uno scarto di lato, di un nuovo inizio, di trovare una stella che sia tutta mia.

Il tamburellio delle onde sul mio animo si fa insistente, in cuffia Karn Evil 9, l’intera suite, 30 minuti di musica magniloquente tratta dall’album Brain Salad Surgery del 1973. Su questa raffinatissima aria sonora sono sospinto verso orizzonti mentali ampi e inimmaginabili. I meno attenti potrebbero pensare che questa sia musica fuori dal tempo, ma in un mondo in cui la musica ha perso consistenza, bellezza e aspetto creativo (le eccezioni sono rarissime e quasi insignificanti), un nuovo battesimo in queste acque musicali cristalline è di vitale importanza per mantenersi vispi.

l titolo è un ovvio riferimento al Carnival. Strutturato in tre “Impressioni”, il pezzo mette da parte i virtuosismi fini a se stessi per costruire un concept fantascientifico solido, sorretto da una narrazione ben precisa.

1st Impression: l’incubo da baraccone

La prima parte apre con uno scenario di decadenza sociale ed ecologica, per poi scivolare nella sezione più celebre dell’intero brano. Greg Lake veste i panni di un imbonitore circense che invita il pubblico ad assistere alle attrazioni di un luna park distopico. In questo circo del futuro, ciò che è andato perduto nel mondo reale — la natura, i girasoli, persino gli esseri umani autentici — viene esibito sotto vetro come rarità e fenomeno da baraccone.

2nd Impression: la cerniera strumentale

Un passaggio interamente pianistico guidato da Keith Emerson. Nessun orpello: il ritmo e i temi musicali raccontano da soli il passaggio progressivo dal mondo biologico e naturale a un ambiente rigido, meccanizzato e sintetico.

3rd Impression: la resa dei conti con la tecnologia

Entrano in gioco i testi scritti insieme a Pete Sinfield, già paroliere dei King Crimson. È lo scontro aperto tra l’umanità e la tecnologia super-intelligente creata per gestirla. Gli uomini combattono e riescono a prevalere, ma nel tentativo di riorganizzare una società allo sbando finiscono per riaffidare il potere al computer centrale.

Il finale della suite chiude la vicenda con poche parole e un sintetizzatore Moog che accelera fino a congelarsi: l’intelligenza artificiale prende il sopravvento assoluto e pronuncia l’ultimo, glaciale verso:

“I am all there is… I load my memory. I am all there is.”

Un brano di circa trenta minuti che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva intatta la sua capacità di raccontare un futuro che, per certi versi, non sembra poi così lontano.

Le previsioni sul futuro, nel mondo reale, cominciano a farsi piuttosto fosche. Non sono più soltanto i minus habens da bar, o quelli che passano le giornate dietro una tastiera a profetizzare l’apocalisse, a mettere in guardia dai possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale. A farlo sono scienziati, ricercatori e uomini che questa tecnologia l’hanno costruita o contribuito a costruirla.

Dario Amodei, numero uno di Anthropic, sostiene che senza un rallentamento nello sviluppo dell’IA, entro sei-dodici mesi potremmo trovarci davanti ad agenti capaci di prendere il controllo di porzioni importanti dell’infrastruttura internet. È una previsione, non una certezza, e altri esperti la considerano estremamente improbabile, ma il fatto che venga pronunciata da chi lavora ai massimi livelli nello sviluppo dell’IA fa comunque riflettere.

E poi c’è Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica nel 2024 e uno dei padri dell’intelligenza artificiale moderna, che da tempo avverte del rischio che sistemi più intelligenti dell’uomo possano diventare impossibili da controllare. Hinton ha stimato tra il 10 e il 20 per cento la possibilità che l’IA possa portare all’estinzione dell’umanità entro i prossimi trent’anni. Una percentuale che, detta da uno dei protagonisti della nascita dell’IA moderna, fa un certo effetto.

Nel frattempo qualcuno comincia anche a lasciare le grandi aziende tecnologiche proprio per ragioni di questo tipo. Ricercatori che hanno lavorato dentro Google DeepMind e Anthropic hanno spiegato pubblicamente le proprie dimissioni con la convinzione che la corsa verso sistemi sempre più potenti stia procedendo più velocemente della ricerca sulla sicurezza.

Insomma, forse vale la pena fermarsi un momento, togliersi le cuffie e guardare cosa sta succedendo. Perché questa volta il futuro non sembra più soltanto qualcosa che arriverà domani: sta già bussando alla porta, e non è affatto detto che sappiamo chi troveremo dall’altra parte.

A complicare il quadro c’è anche la deriva politica di questi ultimi anni.

In Germania, tanto per restare dalle nostre parti, alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt l’AfD ha raccolto circa il 44% dei voti, diventando il primo partito del Land e conquistando 39 dei 83 seggi. Un risultato storico per la destra estrema tedesca, che però non le consegna da solo la maggioranza assoluta.

E allora mi capita di riguardare la prima stagione dell’Eternauta e di pensare alla straordinaria metafora costruita da Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López, una storia di fantascienza che, con il passare degli anni, è diventata anche qualcosa di molto più inquietante: una riflessione sul potere, sulla sopraffazione, sulla perdita della libertà e sulla necessità di unirsi quando tutto intorno comincia a crollare.

Il fumetto originale nacque tra il 1957 e il 1959, quindi molto prima della dittatura militare argentina, ma Oesterheld tornò successivamente sul personaggio accentuandone enormemente la dimensione politica. La versione del 1969, disegnata da Alberto Breccia, divenne una critica esplicita al potere autoritario e all’imperialismo; pochi anni dopo, Eternauta II avrebbe assunto toni ancora più politici, proprio mentre l’Argentina precipitava verso la dittatura del 1976.

Oesterheld, del resto, avrebbe pagato carissimo le proprie idee: venne sequestrato nel 1977 e da allora scomparve nel nulla. La sua storia personale e quella del suo personaggio finirono così per intrecciarsi in maniera quasi terribile, come se la realtà avesse deciso di entrare dentro le pagine del fumetto.

Ed è forse per questo che oggi, mentre guardo Juan Salvo muoversi dentro una Buenos Aires trasformata in un inferno bianco, la storia mi sembra parlare anche del nostro presente. Non perché ogni nevicata nasconda necessariamente un’invasione aliena, per fortuna, ma perché le metafore funzionano proprio così: cambiano significato mentre cambiano i tempi.

E allora continuo a guardare l’Eternauta, aspettando la seconda stagione, prevista per il 2027 e composta da altri otto episodi.

Con la sensazione, non proprio tranquillizzante, che certe storie di fantascienza smettano di sembrare fantascienza proprio quando il mondo reale comincia ad assomigliargli un po’ troppo.

Per il ragazzino che ero laggiù, negli anni Settanta, tutto questo sembra impossibile… Cinquant’anni passati e, invece di una società più giusta, equa, solidale, rispettosa dei diritti di ciascuno, ci stiamo dirigendo verso quel futuro distopico che pensavamo potesse esistere solo nei fumetti o nei film.

Mettiamo sugli scranni del potere personaggi orribili, non riusciamo a produrre una leadership degna di nota, siamo nel 2026 e ancora facciamo guerre, odiamo chi è diverso da noi, mentre il pianeta è allo stremo a causa dei nostri comportamenti.

Rita Levi Montalcini diceva: «Il cervello arcaico ha salvato l’australopiteco, ma porterà l’Homo sapiens all’estinzione. La scienza ha messo in mano all’uomo potenti armi di distruzione. La fine è già alla portata.»

Già, l’umanità non è ancora “pronta” e quel cervello arcaico rappresenta un pericolo. Avremmo bisogno di tantissimo tempo per continuare la nostra evoluzione, ma sfortunatamente, di tempo, mi sa che non ce ne sia più.

GATTI ALLA DOMUS

Quando capito sui social mi soffermo spesso sui post che parlano di gatti. In alcuni di questi ci sono umani che si impegnano a spiegare cosa significhino certi gesti, certi atteggiamenti, certi sguardi dei nostri amici felini; il più delle volte mi sembrano interpretazioni piuttosto fantasiose, costruite più sui nostri desideri che su quello che realmente sappiamo.

Quel poco che possiamo interpretare lo dobbiamo alla scienza.

La scienza pensa che i gatti sappiano perfettamente che noi non siamo gatti, anche se è assai probabile che non formulino il concetto nella maniera astratta con cui lo facciamo noi: “questa è un’altra specie”. Il gatto, molto più semplicemente, sembra costruirsi una sorta di modello mentale dell’essere umano attraverso quello che conosce meglio: il comportamento.

Ci distinguono dai loro simili. Con noi utilizzano vocalizzazioni, posture e modalità di comunicazione diverse da quelle che usano con altri gatti e riconoscono le singole persone attraverso l’odore, la voce, l’aspetto e il comportamento. Non siamo quindi semplicemente “un umano”: siamo quelle determinata persona che loro conoscono.

E poi adattano il loro comportamento a noi. Il famoso miagolio, per esempio, è una faccenda interessante: il gatto adulto lo utilizza molto più nella comunicazione con gli esseri umani che in quella con altri gatti adulti. Insomma, a quanto pare, hanno imparato a parlare con noi in un modo che noi possiamo comprendere.

Possono inoltre considerarci una figura sociale e affettiva. Alcuni studi sul comportamento di attaccamento mostrano che molti gatti cercano il proprio umano come fonte di sicurezza, soprattutto quando si trovano in situazioni nuove o stressanti. E qui arriva la parte che trovo più bella: alcuni comportamenti che riservano a noi ricordano quelli della relazione madre-gattino. Ci seguono, cercano il contatto, vocalizzano, si strofinano contro di noi e qualche volta ci portano persino qualcosa.

Naturalmente c’è una precisazione importante: non sappiamo se nella testa di un gatto esista il concetto “umano = Homo sapiens”. Non possiamo entrarci, in quella testa. Possiamo però osservare che distingue molto bene un gatto da un essere umano, da un cane e dagli altri animali con cui entra in relazione, e che con ciascuno adotta comportamenti differenti.

E secondo me c’è una cosa ancora più bella.

Probabilmente il gatto non ci considera semplicemente “un animale di un’altra specie”. Nella sua esperienza quotidiana io ad esempio sono Tyrrell: una presenza sociale conosciuta, con un determinato odore, una determinata voce, certi gesti, certe abitudini e un certo modo di stare insieme a lui.

Insomma, non credo che i miei quattro gatti pensino: “Ecco un Homo sapiens”.

È più probabile qualcosa di molto più felino:

“Ecco il mio umano.”

E questa, per un gatto, è una distinzione mica da poco.

Honecker alla Domus – settembre 2026

IL RITORNO DEL CD

I giovani comprano lettori CD. E hanno ragione.

Il Guardian del 22 agosto pubblica un pezzo che mi ha fatto alzare il sopracciglio — nel senso buono.

Titolo: “It brings me joy”: how young people are making CDs cool again. Sottotitolo: la rinascita del CD, guidata dalla Gen Z.

Non sto parlando del solito articoletto nostalgico scritto da qualche cinquantenne che rimpiange il walkman. No: i dati dicono che i ventenni di oggi stanno comprando lettori CD all-in-one — quegli impianti compatti con giradischi, radio e appunto lettore CD — spendendo anche £150 a botta. Le vendite sono in aumento, John Lewis riporta un incremento significativo della domanda, e i negozi di musica fisici tornano a respirare.

Il motivo? Stanchezza digitale, dicono gli esperti. I ragazzi cresciuti su Spotify e YouTube sono stufi dello scroll infinito, della musica come flusso anonimo di bit. Vogliono qualcosa di tangibile. Un disco da tenere in mano, una copertina da leggere, il rituale del metti il CD, chiudi il coperchio, premi play.

Insomma: vogliono quello che avevamo noi.

Mi viene da ridere — con affetto. Perché queste cose le sappiamo. Le abbiamo vissute. La musica come oggetto fisico, come presenza nella stanza, come scelta consapevole e non algoritmica: non è nostalgia, è semplicemente il modo giusto di ascoltare musica.

Il vinile aveva già rotto il ghiaccio. Ora tocca al CD, quel formato che per anni è stato deriso come il simbolo goffo degli anni Novanta. E forse, dopo il CD, riscopriremo anche che i concerti si ascoltano dal vivo e non dallo schermo del telefono alzato in aria.

Ci vuole tempo, chissà mai se questa nuova tendenza avrà fondamenta concrete, se non altro oggi qualcuno ha ripreso la giusta direzione.

https://www.theguardian.com/business/2026/aug/22/young-people-buying-all-in-one-cd-players

SERIE TV

_Death By Lightning (USA 2025) – TTT¾

Miniserie Netflix che racconta la breve e drammatica presidenza di James Garfield e l’assurda vicenda dell’uomo che lo assassinò, Charles Guiteau, nel 1881. Una piccola pagina della grande storia americana, fatta di politica, ambizioni, fanatismo e follia. Quattro episodi ben costruiti, con due ottimi Michael Shannon e Matthew Macfadyen, che riportano alla luce un episodio forse poco conosciuto, ma affascinante.

_ Un Sacrifico Di Sangue (SVEZIA 2026) – TTT¾

Nordic noir che affonda nella parte più oscura e inquieta della provincia scandinava. Un’indagine che procede lentamente, tra silenzi, paesaggi freddi e personaggi segnati da segreti e vecchie ferite. Non è soltanto un giallo da risolvere, ma soprattutto una storia di colpe, solitudini e rapporti umani complicati. Atmosfere cupe, ritmo misurato e quella malinconia tutta nordica che, quando funziona, lascia il segno.

_Fauda – V stagione (Israele 2015 – 2026) – TTTT

Dopo un’attesa carica di tensioni visto il panorama mediorientale drammaticamente mutato, la quinta stagione di Fauda si trova ad affrontare la prova più difficile: raccontare la finzione all’ombra di una realtà dolorosa e complessa. Gli autori hanno dovuto riscrivere completamente ciò che avevano già progettato visto gli eventi del 7 ottobre 2023.

La serie ideata da Lior Raz e Avi Issacharoff ha sempre fatto del proprio nome—caos, in arabo—una cifra stilistica, mostrando la violenza, l’adrenalina e soprattutto le cicatrici psicologiche di chi quel conflitto lo vive ogni giorno, da una parte e dall’altra. In questi nuovi episodi, la vera sfida non sta soltanto nel ritmo dell’azione, ma nella capacità di restituire la tragica e irrisolta complessità del contesto senza cadere in facili manicheismi. Gli autori sono sionisti, e dunque la serie mostra il punto di vista israeliano, tuttavia traspare l’inutilità della vendetta, faccenda che non porta mai da nessuna parte.

Che la si analizzi come spietato spy-thriller o come drammatico specchio di una ferita geopolitica aperta, la nuova stagione di Fauda farà discutere e ci ricorda, ancora una volta, quanto la linea tra tragedia e sopravvivenza rimanga sottile.

FILM

-Il fantasma In Guerra (Spagna 20225) – TTT¾

Fantasma in guerra è un thriller spagnolo che racconta la lunga infiltrazione di una giovane agente della Guardia Civil nell’ETA. Una storia di identità nascoste, attese, silenzi e doppie vite, raccontata senza fare troppo rumore e con un ritmo volutamente misurato. Non è il solito thriller tutto sparatorie e inseguimenti: qui la tensione sta soprattutto nel vivere per anni una vita che non è la propria.

PLAYLIST

_Eric in Giappone nel 1981 con Gary Brooker

_La Marshall nel 1974

_Joni nel 1982 sotto la luce dei lampioni

_ Guccini e la morte di Che Guevara

_ Jarrett e le rose. 1976

_Il Dark Lord & the boys dal bootleg Bonzo’s Birthday Party

_gli schizzi di flamenco di Miles, 1959

POUR FINIR

Schiacciato dai pensieri cupi circa il futuro dell’uomo e del pianeta, cerco tuttavia di andare avanti con la mia vita, godendomi quel po’ di campagna che ho intorno a casa,

Nei pressi della Domus – tardo agosto 2026 – foto Tim Tirelli

dove arrivano persino i caprioli

capriolo alla Domus – tardo agosto 2026 – foto Tim Tirelli

La speed queen con cui vivo torna a gareggiare in Kart sulla pista di Finale Emilia e, ovviamente, alla fine è la sua squadra (composta da tre piloti, lei compresa) a portare a casa il primo premio. Lei entra in gara con il suo team al 5° posto e, alla fine della manche, riesce a portarlo al 1° posto. Che caxxo di talento.
Ovviamente erano tutti maschi, a parte lei e un’altra ragazza arrivata comunque terza. Women have the power!

Saura sulla pista di Finale Emilia – settembre 2026
Trofeo primo classificato vinto dalla Speed Queen.

Mi trovo poi con il mio amico Lorenz, guitar player extraordinaire, a registrare alcune delle mie canzoni: è la mia attività preferita e mi diverto un sacco. E poi, io e Lor siamo the Gibson Twins, nonché grandi estimatori del Texas Tornado, alias Johnny Winter (periodo 1970/75).

Lorenz & Tim – Blues Brothers at work – settembre 2026 – autoscatto
(Blues) men at work – Lorenz & Tim settembre 2026 – autoscatto

Ogni tanto, per ritrovare un po’ di pace in questo mondo infame, torno a Nonatown. Fare colazione nella baracchina del Parco della Pace, ritrovo storico per il paese dalla seconda metà degli anni Settanta, è un tonico per l’animo.

NNT la Baracchina – Parco della Pace inizio settembre 2026 – Foto Tim Tirelli

E allora, pur con le storture di questo mondo, pur con l’ombra del destino funesto, il doom and gloom blues, che pare esserci sulle nostre teste, cerchiamo di rimanere noi stessi, proviamo a tenerci stretti i valori universali, incontriamoci nei nostri sogni, nell’universo parallelo dove possiamo essere chi in realtà siamo e chi vorremmo essere davvero.

Reinhard Kaiser-Mühlecker “Bracconieri” (2025 carbonio Editore) – TTT¾

25 Ago

Nella quarta di copertina di questo libro vi è una frase tratta dalla recensione fatta dal Deutsclandfunk Kulture che descrive molto bene questo bel romanzo:

Con Bracconieri, Reinhard Kaiser-Mühlecker ci consegna un romanzo potente che trascina il realismo di una fattoria contemporanea nelle profondità della lettereatura esistenzialista.

Ho letto il romanzo di Kaiser-Mühlecker con la stessa curiosità con cui mi avvicino a certi dischi di cui non so molto: senza aspettative precise, ma con l’orecchio teso.

Bracconieri è un libro austriaco che parla di cose semplici e pesanti: la campagna, i fratelli, il silenzio che si accumula tra gli uomini che non sanno parlarsi. Kaiser-Mühlecker scrive con una prosa scarna, quasi ostinatamente priva di ornamenti — niente di inutile, ogni frase al suo posto come le cose in un fienile.

La storia è quella di due fratelli (e una “sorella”) e di una fattoria, di quello che si eredita e di quello che invece si porta via il vento: la solitudine rurale, il peso del passato, i legami che stringono senza consolare.

Non è un libro che si legge in fretta. Va masticato. È lento come certi pomeriggi di agosto in pianura, quando il caldo immobilizza tutto e i pensieri girano su sé stessi.

Verso la fine il libro diventa disturbante (direi da pagina 244), ma ciò non toglie l’originalità e la potenza.

Mi è piaciuto molto, avrei dovuto dargli almeno ¼ di voto in più, ma l’evento finale è così inquietante per uno come me che non vi sono riuscito. Non mi ha cambiato la vita, certo, ma certi libri non devono farlo: basta che ti facciano stare in silenzio un momento in più del solito.

PS: la traduzione (e dunque tutto l’arrangiamento) di Alessandra Iadicicco mi sembra impeccabile.

◇ ◇ ◇

DESCRIZIONE

https://www.lafeltrinelli.it/bracconieri-libro-reinhard-kaiser-muhlecker/e/9791280794499

Con una prosa nitida e cruda, che scandaglia i moti più intimi e l’aspra natura che fa da sfondo alle vicende umane, Reinhard Kaiser-Mühlecker ci guida con maestria attraverso le distese solitarie dell’Austria, mostrandoci l’animo tormentato dei suoi personaggi e la loro lotta silenziosa per resistere alla disillusione e rimanere fedeli a se stessi in un mondo che cambia vertiginosamente.

«Bracconieri […], le emozioni le centellina e, soprattutto, le dispensa con parsimonia. Potremmo dire che le dissoda piano piano dalla scorza dei personaggi della storia, quasi a voler emulare, anche nelle scelte stilistico-narrative, i ritmi lenti, ripetitivi e cadenzati dell’agricoltura, attività cui l’autore austriaco si dedica in parallelo alla scrittura nell’azienda di famiglia.» – Marco Ostoni, La Lettura


Jakob è un giovane agricoltore schivo e votato alla vita di campagna. Disinteressato alle lusinghe del mondo, il suo unico obiettivo è mandare avanti la fattoria di famiglia. Ma quando conosce l’artista Katja, giunta lì per sfuggire alle nevrosi cittadine, sembra profilarsi per lui un’insperata possibilità di sfuggire alla solitudine: insieme avviano un allevamento biologico, si sposano e hanno un figlio. Tuttavia la ritrovata serenità è messa a dura prova dalle difficoltà quotidiane della vita rurale e dalle profonde lacerazioni che da tempo segnano la vita di Jakob. I tratti oscuri del suo carattere riaffiorano senza sosta, mentre i dubbi sulla sincerità di Katja non gli danno tregua.

Qiu Xiaolong ”L’ultimo respiro del drago”. Le inchieste dell’ispettore Chen. Vol. 11” (Feltrinelli/Marsilio 2017-2020) – TTT½

22 Ago

Nella brevissima recensione dell’episodio 10 pubblicata il 29/05/2025, avevo scritto che il mio rapporto con le indagini dell’ispettore Chen poteva considerarsi concluso, e invece eccomi di nuovo qui a parlare dell’indagine numero 11.

Siamo sempre a Shanghai, l’ispettore-poeta Chen Cao è coinvolto in una doppia indagine che lo porta a muoversi ancora una volta sul sottile confine tra verità, potere e compromesso. Da una parte una serie di delitti senza apparente movente, dall’altra un’indagine sull’inquinamento e sugli ambientalisti che conduce fino ai vertici del Partito.

Qiu Xiaolong, come sempre, usa il giallo per raccontare qualcosa di più: una Cina moderna sospesa tra sviluppo, controllo politico e coscienza individuale. E Chen, con la sua calma malinconica, il suo amore per la poesia e qualche pena sentimentale, continua a cercare una verità possibile dentro un sistema dove non tutto può essere detto. Continuo a comprare questi libri perché il personaggio, l’Ispettore Chen Cao, è – per quel che mi riguarda – un uomo di Blues.

Un noir cinese particolare questo, in qualche modo semplice, più riflessivo che spettacolare, dove Shanghai finisce per essere quasi un personaggio della storia. Mi è piaciuto.

Descrizione

Chen, l’enigmatico ispettore-poeta, dovrà affrontare una nuova, pericolosa doppia indagine – letteralmente mozzafiato – dagli esiti imprevedibili, che va a toccare addirittura i vertici inarrivabili della Città Proibita.

«Non c’è nulla di paragonabile a Qiu Xiaolong per spiegare la Cina di oggi» – Paris Match

Tutti, a Shanghai, pensano che l’ispettore Chen sia un poliziotto ormai leggendario. Perfino qualche alto dirigente del Partito della Città Proibita, a Pechino, come il potentissimo compagno segretario Zhao, che gli ha affidato un incarico a suo dire molto semplice ma in realtà delicatissimo: sorvegliare con discrezione le mosse segrete di un gruppo di ambientalisti e poi presentargli un rapporto dettagliato. Perché, se l’inquinamento è ormai una catastrofe nazionale, il problema va tuttavia risolto tenendo conto solo ed esclusivamente degli interessi del Partito. Come se non bastasse, un’ondata di inspiegabili delitti sta colpendo Shanghai: nessun indizio, nessun movente, nessun sospettato. Chen è come un funambolo costretto a camminare su una corda tesa all’interno di un sistema per il quale i concetti di giustizia e libertà sono subordinati alle esigenze del Partito unico, e ora deve affrontare una nuova, pericolosa doppia indagine – letteralmente mozzafiato – dagli esiti imprevedibili, che va a toccare addirittura i vertici inarrivabili della Città Proibita. Per l’enigmatico ispettore-poeta il prezzo da pagare è sempre più alto, e risolvere il caso senza venir meno ai suoi principi sempre più difficile.

QIU XIAOLONG sul blog:

https://timtirelli.com/2025/05/29/qiu-xiaolong-il-poliziotto-di-shanghai-le-inchieste-dellispettore-chen-vol-10-feltrinelli-marsilio-2016-2019-ttt/

https://timtirelli.com/2025/04/27/qiu-xiaolong-il-principe-rosso-feltrinelli-marsilio-2020-ttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2024/01/20/qiu-xiaolong-cyber-china-feltrinelli-marsilio-2017-ttt%c2%be/

https://timtirelli.com/2023/03/15/qiu-xiaolong-le-lacrime-del-lago-tai-feltrinelli-marsilio-2021-ttt%c2%be/

https://timtirelli.com/2021/03/27/qiu-xiaolongla-ragazza-che-danzava-per-maofeltrinelli-marsilio-2019-ttt%c2%be/

https://timtirelli.com/2020/09/16/qiu-xiaolong-di-seta-e-di-sangue-feltrinelli-marsilio-2019-tttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2020/06/03/qiu-xiaolong-ratti-rossi-feltrinelli-marsilio-2019-tttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2020/02/09/qiu-xiaolong-quando-il-rosso-e-il-nero-feltrinelli-marsilio-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2019/04/08/qiu-xiaolong-visto-per-shanghai-feltrinelli-marsilio-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2018/11/06/qiu-xiaolong-la-misteriosa-morte-della-compagna-guan-feltrinelli-2018-tttt/

Metà agosto. Il canto sincronizzato delle cicale, il frinire dei grilli, l’aria immobile delle giornate d’estate…

12 Ago

Questa deve essere l’estate più calda che ho passato nella mia vita. Non ricordo periodi tanto lunghi di caldo così soffocante. La pianura diventa una lastra di metallo rovente sulla quale è quasi impossibile avventurarsi, in special modo dalle 12 alle 18.

E allora eccomi, barricato in casa, prigioniero dell’aria condizionata e del fiume sempre in piena dei miei pensieri. Il passato, il presente, il futuro… se mai ce ne sarà uno.

Scambio messaggi con anime simili alla mia, niente di che, i soliti temi… l’irrequietezza, la ricerca di una stella che sia tutta mia e sciocchezzuole simili.

Leggo una frase scritta da una persona a me cara:

«Proprio quando il movimento diventa più difficile da sostenere, lo sguardo si volta indietro. Non necessariamente per nostalgia, ma perché il passato è l’unica cosa che resta ferma abbastanza a lungo da lasciarsi contemplare.»

Già, il passato… Julia, una protagonista degli inizi di questo blog, mi diceva che è normale, e pure salutare, dare uno sguardo al passato ogni tanto. Quando si è in macchina è bene dare un’occhiata allo specchietto retrovisore…

A me piacerebbe essere uno al passo con i tempi, ma più l’età avanza più diventa complicato. Guardate un po’ in che mondo mi ritrovo: terrificante mi pare un termine corretto per descriverlo. E per chi, come me, era ragazzino negli anni Settanta, pare impossibile essere arrivati a questo punto.

Più rifletto sulla frase di E. O. Wilson:

«Il vero problema dell’umanità è il seguente: abbiamo emozioni del Paleolitico, istituzioni medievali e una tecnologia simile a quella degli dèi.»

più capisco la drammatica situazione del mondo in cui ci troviamo.

E. O. Wilson è stato uno dei più importanti biologi e naturalisti del Novecento. È stato definito da molti «il padre della sociobiologia»; ha cercato di spiegare il comportamento animale e umano attraverso l’evoluzione. La sua frase formidabile sta a indicare che gli esseri umani possiedono un cervello e istinti formatisi nella preistoria, vivono dentro strutture sociali e politiche spesso antiquate, ma dispongono ormai di una tecnologia capace di modificare il pianeta su scala globale.

Una sintesi potente, insomma, del suo messaggio: la nostra evoluzione biologica è lenta, mentre il nostro potere tecnologico cresce a una velocità enorme. La sfida della civiltà moderna è quindi imparare a usare quella potenza con una saggezza che, forse, non abbiamo ancora completamente sviluppato.

Beh, meglio togliere il forse.

Per un blog come questo, Wilson è una figura interessante perché unisce tre temi molto “da viaggio”: natura, evoluzione e il posto dell’uomo nell’universo. Un naturalista con lo sguardo dello scienziato, ma anche con una sensibilità quasi poetica verso la vita.

Al mattino sfido le tenaci malerbe che mi si aggrovigliano alle gambe ed esco cercando di sfruttare quel poco tempo di fresco a disposizione. Fresco per modo di dire: siamo comunque sopra i 30 gradi Celsius, che nel breve volgere di due o tre ore si tramuteranno in temperature infernali, prossime ai 40 gradi, soglia psicologica difficile da gestire.

Una sgambata tra le vigne per rinvigorire lo spirito e poi un giro a velocità di crociera tra quel pezzo d’Emilia in cui vivo. Osservare la mia terra… sì, perché, per Dio, questa terra è mia. Sono fatto della stessa argilla paludosa, sono cresciuto nel bayou della Valpadana centrale. Anche mia nonna avrebbe potuto chiamarmi Muddy, come successe a McKinley Morganfield…

Osservare la mia terra mi dà un senso di sicurezza, quieta il mio animo.

La Sigismonda — va beh, la mia Blues Mobile — è poi anche il luogo dove ascolto flussi continui di musica, di buonissima musica, non le immondizie musicali che vengono proposte oggi da radio ormai insopportabili, con i loro conduttori dalle voci sempre intonate al buonumore.

Dalla via Emilia, in direzione est, prendo una stradina sulla destra, quella che mi porta a Roncadella, frazione rurale del comune di Regium Lepidi, dove, tra l’altro, si trova la casa di Aramis Rheinhardt, il personaggio principale dei miei racconti, a suo tempo pubblicati qui sul blog.

(Per chi fosse interessato, qui sotto il collegamento al primo episodio.)

Roncadella è diventata un luogo del mio cuore, sebbene immaginario, proprio grazie ad Aramis.

Mi fermo poco dopo, in una specie di boschetto. Soffia una brezza leggera e le foglie dei noci frusciano… È un vento locale, leggero, la cui velocità varia generalmente tra i 7 e i 20 km/h e cambia tra il giorno e la notte, seguendo le diverse temperature della terra e dell’acqua.

Su questa terra arsa dal sole da settimane, quel soffio sembra quasi un alito di vita.

Roncadella luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Andando alla deriva tra queste fette di pianura, osservo le poche case che incontro: vecchie case contadine del tempo che fu, alcune ristrutturate, altre lasciate andare; oppure villette costruite qualche decennio fa, che sembrano quasi stonare con il panorama rurale circostante.

Case che consideriamo nostre, che abitiamo con diritto e sicumera, ma che nel giro di qualche decennio, seguendo il destino dell’uomo, verranno prese da altre persone, che ne faranno ciò che vorranno.

Case che oggi ci sembrano i nostri castelli, i nostri approdi sicuri, luoghi nei quali vivere la nostra esistenza, ma che quando non ci saremo più saranno abitate da alieni che non sapranno nemmeno che noi siamo passati di lì.

Tempus fugit, baby.

Come scriveva Virgilio: «Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo.»

IL NUBIFRAGIO

15 luglio — forte nubifragio a Borgo Massenzio. La Domus Saurea subisce danni.

È una sensazione spiacevole trovarsi barricati in casa mentre, là fuori, un vento fortissimo piega gli alberi, porta via mezzo tetto, fa crollare tre camini e spazza via le tegole. Per qualche ora hai la netta sensazione che la casa, il tuo rifugio, non sia più quel posto sicuro che hai sempre creduto.

Effetti del nuibifragio – luglio 2026 – foto Tim Tirelli
Effetti del nuibifragio – luglio 2026 – foto Tim Tirelli
Effetti del nuibifragio – luglio 2026 – foto Tim Tirelli
Il Rosso dopo la tempesta – luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Verso le 03:40 l’arrivo dei Vigili del fuoco (da Firenze) per mettere la casa in sicurezza

Vigili del Fuoco alla Domus luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Due giorni dopo — intervento dei muratori per sistemare provvisoriamente il tetto e impedire che la pioggia entri in casa.

Non appena si libereranno i lattonieri, verosimilmente a settembre, proveremo a rifare il tetto.

Camini e tetto sistemato provvisoriamente - luglio 2026 - foto Tim Tirelli
Camini e tetto sistemato provvisoriamente – luglio 2026 – foto Tim Tirelli

In quei due giorni post-nubifragio siamo stati spesso dalla “Tiziana”, la mitologica ferramenta specializzata in materiale da costruzione di Gavassa.

La Tiziana è una tipica emiliana: spiccia, empatica, sul pezzo, inarrestabile. La sua ferramenta a conduzione familiare è uno di quei luoghi magici dell’Emilia che, piano piano, vengono sostituiti da nuove strutture di stampo statunitense, magari funzionali, ma senza più nessuna poesia.

Così, dopo l’uragano, non ci resta altro che leccarci le ferite, rimboccarci le maniche, ascoltare Neil Young e — come sempre — andare avanti.

Passato il gran trambusto, piano piano la situazione si normalizza. L’umana con cui vivo, un genio della manualità, torna ai suoi piaceri meccanici, costruendo astronavi.

Genio al lavoro – luglio 2026 foto Tim Tirelli

Io torno a pensare alle mie cose, ad esempio a quello che mi disse Nicky Legs nel momento in cui entrambi lasciammo l’azienda in cui lavoravamo:

«Sei stato una delle persone più influenti per me.»

Quando ti interroghi sul valore della tua misera esistenza, certe frasi tornano a galla e fungono da magnesio e potassio per la tua autostima.

E poi via verso il tour delle Feste dell’Unità delle nostre zone.

Albinea — dove scambio qualche battuta con il parcheggiatore, uomo di terza età, in reggiano stretto. Piccole inezie che mi aggiustano l’umore.

Parking Man: «Buonasera, sono due euro.»

Uomo di Blues: «Subétt.»

PM: «Gnii dala muntagna?»

UDB: «No, a sun nèe a Nunantla in dal Mudnes, mo a stag a Masinsàdeg.»

PM: «Ah, i ho capìi, alóra a m’ sun sbagliè. Av salòt, ste mo’ ben.»

FdU Albinea Località la Fola – luglio 2026 – foto Tim Tirelli

Bibbiano, dove vedo uno spettacolo organizzato da Francesca Mercury, dedicato alle grandi figure femminili della musica: da Etta James, Aretha Franklin e Tina Turner a Mina, le sorelle Bertè e Anna Oxa, fino a Madonna, Lady Gaga e via discorrendo.

Villalunga, dove nell’arena degli spettacoli guardo per un po’ una tribute band dei Cure, che mette in scena un buon concerto.

Tra non molto arriveranno le Feste dell’Unità di Regium Lepidi e Mutina, e sarà così che passerò le serate estive, sempre alla ricerca degli echi dell’Emilia che fu.

Intervallando il tutto con qualche nuotata, qualche lettura, qualche schitarrata, qui al Bagno Inigo.

Il bersò della Domus foto Tim Tirelli

FILM

_Neve Nera (ARG / E 2017) TTT¾

Neve nera (Nieve Negra, 2017) non è il classico thriller tutto azione e colpi di scena. È un film gelido, proprio come la Patagonia in cui è ambientato, che scava lentamente nei rapporti familiari, nei sensi di colpa e nei segreti sepolti da troppo tempo. Ricardo Darín, come spesso accade, è semplicemente impeccabile e regge il film con un’interpretazione intensa e misurata.

Al botteghino non ha fatto sfracelli: è costato circa 4 milioni di dollari e ne ha incassati poco meno di 5, ottenendo i risultati migliori in Argentina. Non un blockbuster, dunque, ma un’opera che merita sicuramente una visione, soprattutto se amate i thriller psicologici dove la tensione nasce più dai silenzi che dall’azione.

PLAYLIST

_ la Mahavishnu nel 1971

_Eddie & the boys nel 1980 alle prese col playback

_La banda di Maresciallo Tessitore nel 1977

_Don Henely 1984, scritta da Daniel Kortchmar.

Ay-yl-yl-yl
Ask yourself why
You still wanna hold her
You must not be drinkin’ enough
Ay-yl-yl-yl

_Dylan nel 1983 con alle chitarre Mark Knopfler & Mick Taylor

_Battisti nel 1977

Pour finir

Ragnatela, più di 18 anni — 88 anni umani — ha disturbi cognitivi e ci sente poco. Ma quando torna in sé, mi cerca, vuole dormire accanto a me, cerca la sicurezza del suo umano di riferimento in un periodo che certamente vive con una certa incertezza.

La tranquillizzo, la accarezzo sul nasino. Lei fa le fusa e mi guarda con quello sguardo fiero da principessina, eppure con gli occhi sembra dirmi: «Umano Tyrrell, dammi una mano tu, che io inizio a essere confusa.»

La stringo a me e ci addormentiamo in pace, l’una abbracciata all’altro, al riparo dalla notte.

Ragnetto – agosto 2026 Domus Saurea – foto Tim Tirelli

Fuori dalla finestra, il verde della Domus resiste, nonostante il caldo sahariano, e infonde tranquillità a me e alla piccola Ragni. Il nostro riposino pomeridiano, sotto l’aria condizionata, può iniziare sotto buoni auspici.

View From The Domus – agosto 2026 – foto Tim Tirelli

Foreve young Ragnetto, forever young …

Chi sognerai, Ragnetto? Tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, il tuo amico Palmiro, o forse savane che non hai mai solcato?

Nel sogno, io spero di solcare i territori del Sud, là, lontano, oltre le colline, e magari di incontrare di nuovo una ragazza con gli occhi che guardano lontano…

Addio a Francesco Guccini

7 Ago

Mi perito a parlare della notizia della morte di Guccini: c’è già abbastanza clamore in giro a tal proposito, tuttavia questo blog non può sorvolare su una simile perdita, una di quelle che mi fa sentire più solo al mondo, meno al sicuro.

Scambio alcuni messaggi con qualche amico e amica, quelli con cui riesco a definire meglio il significato di certi sentimenti: dunque Polbi, l’Ispettrice Vinci, la Novalis e pochi altri.

Polbi ad esempio mi scrive:

«Per me è una notizia scioccante. Sono cresciuto amando le sue canzoni, l’ho visto tre volte live e una volta l’ho incontrato alla Biblioteca Nazionale a Roma. Una persona mitologica. Ero un ragazzino, e Mino mi aveva fatto crescere ascoltando il suo De André. Poi un giorno, chissà come, arrivò a casa mia una cassetta di mio zio Bartolo. C’era Via Paolo Fabbri 43 di Guccini. Mi piacque subito tanto, anche se ovviamente alcune cose le afferravo più come intuizioni e suggestioni. E poi L’Avvelenata. Io non avevo mai e poi mai, prima di allora, ascoltato parolacce del genere, per di più in un disco! La stessa cosa però la pensavano Mino e Francesca, così che quella cassetta venne subito bandita e censurata! Era arrivata la prima piccola frattura, il mio personalissimo Elvis, Beatles, Pistols, che ti distingue dai tuoi genitori.»

Io non avevo zii di quel tipo; a parte mia madre — che mi ha passato l’amore per la musica classica, Glenn Miller, Benny Goodman, Henghel Gualdi e il jazz — mi sono dovuto fare da solo.

Nei primissimi anni delle superiori annusavo le prime sensazioni musicali serie: ero pronto per spiccare il volo, ma ero ancora un tantino acerbo. Ricordo nitidamente un concerto di Guccini che si sarebbe tenuto di lì a poco al Palasport di Modena (ora PalaMolza), una struttura a poche decine di metri sia dall’istituto superiore che frequentavo, sia dalla stazione delle corriere di Mutina, luogo da cui partivo per tornare a casa.

Era il 1976. Conoscevo poco Guccini, ma l’aura e la nomea che lo accompagnavano me lo facevano vivere come un gigante. Guardavo il Palasport e mi dicevo: “Domani sera Francesco Guccini si esibirà lì”. Mi appariva come un evento straordinario… Come Polbi, anch’io lo vivevo come una figura mitologica. E pericolosa.

Le sue canzoni di “protesta”, come si diceva allora, erano cariche di quella forza umanistica che da lì a pochissimo avrebbe cambiato per sempre il mio modo di pensare e di vedere le cose. Certo, insieme alla carica dirompente del rock anni Settanta, del blues rurale, del punk statunitense e britannico di quegli anni, ma i cantautori italiani di quel periodo forgiarono il ragazzo che ero. Ricordo il quadernone con scritte a mano le canzoni che imparavo alla chitarra, con tanto di accordi segnati sotto ogni riga di testo. Già, i cantautori italiani: che epopea straordinaria.

Oggi è tutto un tripudio di “Maestrone”, di citazioni varie. Così preferisco restarmene in disparte qui sul blog, da solo, a contemplare la vita di questo grand’uomo; e brinderò alla sua vita, alla sua storia, alla potente arte che ci ha regalato… con un bicchiere di Rosso Ronzoni, il lambrusco qui di Borgo Massenzio, il posto dove vivo. Scelta scontata, lo so, ma almeno mi pare di essere alla sua tavola, visto che mi sarebbe piaciuto esserci almeno una volta.

Come immancabili tracce musicali… beh, essendo un boomer nato nella sua stessa provincia, non posso che mettere questa:

E infine (forse) la mia preferita

Brindo al tuo ricordo Francesco. Grazie.

Led Zeppelin – Live at the Bath Festival (June 28th, 1970) – 16mm film (ALL FOOTAGE)

4 Ago

Il canale YouTube ledzepfilm ha pubblicato ieri sera il filmato completo della performance dei Led Zeppelin al Bath Festival del giugno 1970. Non c’è alcun dubbio: questo è il Santo Graal per i fan del gruppo. Certo, negli anni scorsi erano stati pubblicati alcuni spezzoni, per un totale di circa 30 minuti, ma poter finalmente vedere l’intero filmato è davvero qualcosa di sorprendente. C’è molto materiale inedito, per di più in una qualità eccezionale, pur tenendo presente che il montaggio è estremamente frammentato e che le riprese sono tutt’altro che professionali.

Sono subito corso al minuto 48:39 per vedere Since I’ve Been Loving You. Purtroppo il brano è tagliato, ma da quello che si riesce a intuire deve essere stata una versione davvero notevole. Tra gli highlight metterei sicuramente That’s The Way e Moby Dick. Aggiungo anche che le immagini del backstage, con il gruppo insieme a Peter Grant pochi istanti prima di salire sul palco, sono semplicemente fantastiche.

Le riprese girate dopo il tramonto sono suggestive, anche se non sempre di facile lettura. È però evidente che l’accoglienza del pubblico fu talmente travolgente da costringere la band a tornare sul palco per diversi bis, rispolverando alcuni vecchi rock’n’roll. Il suono non è pulitissimo, c’è parecchia distorsione, ma l’emozione che trasmettono queste immagini è fortissima.

Erano almeno cinque lustri che si vociferava dell’esistenza di questo filmato. Finalmente possiamo godercelo. Che meraviglia.

Yuval Noah Harari “Sapiens – Da animali a dèi – Breve storia della umanità” (Bompiani 2025) – TTTTT

21 Lug

Prima uscita italiana nel 2014, ultima edizione riveduta e corretta pubblicata nel 2025.

Ho trovato questo saggio molto coinvolgente e non credo di essere stato il solo:

oltre 25 milioni di copie vendute nel mondo di Sapiens: A Brief History of Humankind (pubblicato originariamente nel 2011 in ebraico e nel 2014 in inglese), tradotto in oltre 65 lingue, ed è rimasto per anni nelle classifiche dei bestseller del New York Times e del Sunday Times britannico. In Italia non esiste un dato ufficiale sulle copie vendute, ma Sapiens è stato per anni uno dei saggi più venduti del catalogo Bompiani ed è considerato un autentico long seller.

In altre parole, non è solo un bestseller: è uno dei 10-15 saggi di divulgazione storica più venduti del XXI secolo, con numeri paragonabili ai grandi classici della divulgazione scientifica contemporanea.

Il libro racconta l’avventura dell’Homo Sapiens con uno stile chiaro e ricco di spunti, mostrando come miti, religioni, denaro, Stati e ideologie siano costruzioni collettive che hanno permesso alla nostra specie di dominare il pianeta. Alcune tesi di Harari fanno discutere, ma Sapiens resta una lettura affascinante, capace di mettere in discussione molte certezze e di offrire una prospettiva originale sulla storia dell’umanità.

Libro da leggere, nozioni da fare nostre, fatti da sapere, dubbi su cui riflettere.

https://www.lafeltrinelli.it/sapiens-da-animali-a-dei-libro-yuval-noah-harari/e/9788845296499

Descrizione

Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla terra c’è una sola specie di umani. Noi: Homo sapiens.

«Affronta i grandi interrogativi della storia e dell’uomo moderno con un linguaggio vivido e indelebile» – Jared Diamond

«Un viaggio divertente e curioso nella storia dell’umanità. Una lettura che vi terrà incollati fino all’ultima pagina» – Bill Gates

Siamo i signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione. Siamo gli unici animali capaci di parlare di cose che esistono solo nelle nostre fantasie: come le divinità, le nazioni, le leggi e i soldi. “Sapiens. Da animali a dè”i spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità.Leggi di meno

TT’s SCHOOL OF ROCK XVI – la Musica Rock: the final acclaim

15 Lug

SCHOOL OF ROCK @ AMMAGAMMA

The Last Waltz giugno 2026 – Tim Tirelli

Sedicesima School of Rock, quella del solstizio d’estate del 2026, e dunque — qui faccio il solito copia-incolla — ritrovo in stile “dopolavoro” nei locali dell’azienda per cui lavoro. Sospinto dalla volontà del nostro dirigente GLB, mi sono trovato di nuovo davanti al gruppo dei fedelissimi colleghi che, con dedizione e passione, si assiepano — dopo l’orario di lavoro, appunto — nella mia amatissima Sala Blues (“where the dreams come blue”), la grande sala informale dell’azienda dotata di un vero e proprio impianto hi-fi.

È stato l’ultimo episodio, così ho deciso di fare un riassunto delle School of Rock precedenti: una veloce carrellata finale per ripercorrere la storia della musica rock. È stata una puntata piena di passione e, per certi versi, di commozionee: da lì a qualche giorno avrei lasciato Ammagamma, l’azienda che mi accolse cinque anni e mezzo fa. Il pubblico era quello delle grandi occasioni (tenendo presente che la School of Rock si tiene in una sala meeting aziendale, benché informale): una volta annunciata, nel giro di nemmeno mezz’ora era già sold out.

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b- foto Tim Tirelli.

A differenza degli articoli precedenti relativi alla School of Rock, per quest’ultima puntata ho deciso di riproporre il testo (in parte proveniente dalla primissima School of Rock che feci nel luglio del 2021) pari pari, senza dunque adattarlo per il blog.

Buona lettura ai volenterosi.

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b- foto Tim Tirelli.

◊ ◊ ◊

Benvenuti alla 16esima School Of Rock. Sarà l’ultima, come sappiamo. Me l’avete chiesta in tanti e, come sempre, avevo qualche dubbio a tal proposito ma ho pensato fosse giusto farla e chiudere in bellezza i miei 5 anni e mezzo in Ammagamma/ACN.

Come è iniziata la School Of Rock e perché…

Prima di essere assunto in Ammagamma feci due video colloqui: uno con GLB ed EF e uno con FF e DB. Durante il secondo, Fabio mi disse due cose: «È molto importante che tu sia un amante della musica, perché per me la matematica è come la musica: una sequenza di numeri che deve essere armonizzata – come fosse una melodia – con altre sequenze di numeri».

«Decideranno Gian Luca ed Enrica se assumerti o no, ma nel caso venissi scelto, sappi fin d’ora che, come presidente, ti chiederò di tenere degli incontri sulla musica rock per Ammagamma».

Cinque anni esatti di School Of Rock, ah! Vorrei fosse chiaro che non sono state lezioni: il rock non si insegna, bensì si impara. Come abbiamo già detto, grazie a una predisposizione ancestrale e al chilometraggio. Dunque sono state solo osservazioni da parte di uno che per il rock si è giocato la vita.

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 – foto Siuviu Z

In questi anni abbiamo parlato di una musica che proviene dal battito primordiale; pertanto abbiamo cercato di lasciarci andare e di interagire tra di noi anche con la pancia.

Abbiamo cercato di parlare del rock, quello vero, quello che non è solo intrattenimento, quello che fu una rivoluzione socioculturale potentissima, soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta. Sono convinto che, per godere appieno di questa musica incredibile, non bisogna sapere tutto. Approfondire va bene, studiare e cercare di carpire il senso del rock anche, ma un velo di nebbia che non sveli tutti i particolari è necessario: dobbiamo viverlo anche con l’immaginazione, con i castelli che ci siamo costruiti nella maruga. Insomma, il rock è anche quello che ci siamo creati noi. Perché a volte è meglio non sapere.

Ogni tanto ci chiediamo se questa musica, che ha reso possibile la più importante rivoluzione culturale del secolo scorso, esista davvero, o, perlomeno, se sia esistita, oppure se sia stata solo intrattenimento.

Quindi, cos’è il rock? Rock contenutistico… rock da intrattenimento…

Il rock, per certi versi, è paragonabile alla religione. Voglio dire: Gesù era un bel ragazzo dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli biondi, o comunque castani, oppure un tipico mediorientale di carnagione e capigliatura scura?

Quando sul mio blog pubblico foto del posto in riva al mondo in cui abito, cerco scorci, particolari, dettagli poetici… La gente mi scrive: «Ma Tim, vivi in un posto bellissimo…». E invece no: vivo in una casetta derelitta, sita in una campagna proletaria … Se facciamo una foto del convento, inquadriamo quel cavolo di palazzone lì dietro o parte del porticato e del chiostro?

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 – foto Tin Marcy

Come dice il mio amico Stephen Van Der Pike:

«Se l’accezione del rock è “musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima, suonata con strumenti in variabile distorsione, con sezione ritmica prevalentemente in 4/4, che ha forgiato il suo look, il suo sound e il suo approccio su modelli riconducibili al blues elettrico e alla prima ondata di rock ‘n’ roll, poi sviluppato da Stones, Who e Zeppelin”… beh, allora possiamo cominciare a potare il 75 per cento della gente che dice di suonare rock.»

Benché io la meni sempre con il rock, quello vero, sono cosciente che il dibattito su cosa sia o meno rock sia un po’ sterile. Chi è che decide dove va posta l’asticella per dividere i campi? A me pare che molti gruppi “rock”, estremamente popolari, si limitino a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare pessima musica diretta a un certo tipo di pubblico, a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano.

Lenny Kravitz è un rocker o solo uno che “roccheggia” di comodo? I Guns N’ Roses sono rock o solo una cover band da comic book che ha venduto milioni di dischi di una carnevalata? Il punto è: nel momento in cui il rock significa poco, quanto può essere credibile un rocker? Si tratta di poséurs (esibizionisti) o di gente sincera? È possibile riconoscere la sincerità? Ed è importante? In fondo vogliono tutti diventare ricchi, famosi e grandi sciupafemmine. Qual è, e dov’è, il semino etico che distingue il “reale” dal “farlocco”?

I Guns come perfetta sintesi: da una parte una spinta primordiale e sincera, dall’altra il gioco delle case discografiche. Il live Live ?!@ Like a Suicide*, uscito su una finta etichetta indipendente, fu registrato in studio con applausi posticci per far apparire la band con il pedigree da outsider.

Eppure, eppure… il rock ci fa sognare, ci fa entrare nelle profondità cosmiche, ci irretisce completamente, ci ghermisce e ci dà la forza di affrontare la vita. A molti di noi ha cambiato prospettiva, aprendo varchi giganteschi da cui sono entrati letteratura, design, arte, esoterismo, consapevolezza, coscienza politica…

Basta guardare le copertine di certi dischi, create da agenzie di design, da fotografi, da artisti…alcuni esempi…il primo dei Black Sabbath, Foxtrot dei Genesis, Brain Salad Surgery degli ELP, Physical Graffiti dei LZ, News Of The World dei Queen, Some Girls dei Rolling Sones, Amorica dei Black Crowes …

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 c – foto Tin Marcy

Il rock ha irretito almeno un paio di generazioni… e ha cambiato la vita a molti di noi.

Il rock è una musica la cui rappresentazione dal vivo è importantissima. Nei tempi antichi (dunque negli anni Settanta) era una sorta di rituale, dove musica, suoni elettrici ed elettronici e visual creavano una sorta di esaltazione esoterica, nella quale artisti e pubblico superavano i limiti dell’esperienza sensoriale e si ponevano al di fuori della realtà oggettiva.

I dischi dal vivo erano basilari. Oggi vengono pubblicati i concerti di interi tour, ma allora…

Al di là di tutto, resta la musica. Quella vera. LA MUSICA, ovvero aria sonora, sequenza gradevole di suoni e silenzi. Come tutte le arti, stratagemma degli umani — una volta diventati stanziali — per non pensare troppo al mistero della vita, al fatto di essere capitati per caso su una roccia nel buco del culo dell’universo…

Prima di iniziare la School of Rock vera e propria…

Vi ho messo sulle sedie una breve descrizione di tre film che vi invito a guardare:

  • Crossroads (1986) (Mississippi Adventure), del grande Walter Hill.
  • Cadillac Records (2008), di Darnell Martin, con Beyoncé e Adrien Brody.
  • Almost Famous (2000) (Quasi famosi), di Cameron Crowe.
Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b – foto Tin Marcy

◊ ◊ ◊

Come nasce e come si sviluppa la musica che chiamiamo Rock:

I discendenti nordamericani degli schiavi africani adattano l’eredità africana alla musica popolare irlandese arrivata in America. Nasce il blues nero del Delta: ROBERT JOHNSON (nato nel 1911, morto nel 1938).

Dal Delta si sposta a Chicago: MUDDY WATERS (nato nel 1913, morto nel 1983)

Diventa quindi elettrico e molto ritmato. Gente come Little Richard e Chuck Berry lo porta a un livello successivo: nasce il rock and roll.

Il rock and roll esplode quando i primi bianchi si impossessano di quel blues veloce e scatenato e lo fanno loro. ELVIS.

Il rock and roll arriva in UK tramite i dischi portati dai marinai americani che attraccano nei porti della perfida Albione. Nascono lo skiffle e il beat. Nel 1962 un gruppetto di Liverpool mette in scena alcune canzonette che stravolgono il mondo. La loro musica è un insieme di rock and roll, beat, soul (musica nera americana che nasce dall’intreccio tra blues, jazz, musica melodica e gospel) e musica radiofonica inglese degli anni Quaranta e Cinquanta. Questa musica arriva nel momento in cui il mondo giovanile è in fermento: i ragazzi e le ragazze, che fino ad allora non erano altro che giovani adulti, prendono consapevolezza di essere giovani e basta. BEATLES.

In un secondo momento arrivano nei porti britannici anche i dischi di blues e questo genere colpisce ancora di più una certa fascia di musicisti inglesi. Impressiona l’aspetto puro, rurale, schietto, sessuale… in altre parole il non essere musica mainstream. Nasce così un forte movimento che prende il blues e lo rielabora secondo la propria sensibilità, movimento che possiamo definire antagonista alla musica più orecchiabile dei Beatles.

Il British Rock sbarca negli USA, o meglio: la musica popolare americana, dopo essersi rifatta il trucco in UK, torna nella terra da cui proviene. Seconda metà degli anni Sessanta: la musica diventa meno frivola.

In Britannia Beatles e Rolling Stones iniziano a fare dischi profondi; la Swinging London produce gruppi e artisti audaci che, mischiando psichedelia, rock e creatività (Pink Floyd/Barrett, The Who, Jimi Hendrix Experience, Yardbirds), danno vita a una stagione irripetibile. Il British Blues prende corpo, il blues nero viene portato a un livello successivo e nasce la musica rock in senso stretto: Cream, Led Zeppelin, Free ecc.

In America Hendrix, The Band, The Doors, Dylan e la scena di San Francisco (Grateful Dead su tutti, Santana) rispondono alla grande. Il rock diventa rivoluzione culturale, politica e generazionale.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta la musica rock produce il meglio della musica popolare che mai si sia sentita sul pianeta. Il blues diventa hard rock, il rock si specchia nella grande musica europea e diventa prog. I dischi contengono lunghe suite cantate (Foxtrot dei Genesis, BSS degli Elp) o ad es solo tre lunghi pezzi come Close To The Edge degli Yes. Fare dischi belli è ormai una consuetudine. Nasce il jazz rock.

I concerti dal vivo diventano eventi dove si ripete il rito, quasi fosse una nuova religione… i grandi chitarristi, la musica dilatata e cosmica… un periodo che, ahimè, non tornerà mai più.

Nella seconda metà degli anni Settanta il rock entra nella fase degli orizzonti perduti. Le grandi band peccano di edonismo, si tende alla magniloquenza fine a se stessa, dal vivo le improvvisazioni si dilatano all’infinito (tuttavia queste lunghe improvvisazioni rimangono in buona parte grandi affreschi musicali). Il soft rock prende forza, molti gruppi iniziano a vendere milioni di copie proponendo rock di facile ascolto.

La contromossa in UK è l’arrivo del punk e della new wave, la cui scintilla nasce da una difficile realtà sociale. Giovani senza prospettive prendono in mano strumenti musicali per gridare la loro rabbia. Non è più essenziale saper suonare, bensì comunicare il proprio disagio e la propria voglia di un posto nel mondo. Politica e rock si mescolano. Il punk, da rock grezzo e chiassoso, si trasforma in new wave, genere che usa formule e sequenze musicali meno melodiche rispetto al passato. Sex Pistols, Clash, Damned, Joy Division, ma anche Police e Joe Jackson.

Negli USA: Dictators, Ramones, Dead Kennedys, ma anche Blondie.

L’avvento dell’heavy metal con la NWOBHM… Iron Maiden, Def Leppard e compagnia, con il recupero di alcune band già esistenti dagli anni Settanta, come Judas Priest. Poi Metallica.

Gli anni Ottanta: l’inizio del disimpegno. Musica elettronica da ballo, suoni sopra le righe, video. Il rock diventa corporate rock, l’hard rock diventa hair metal, l’immagine è quello che conta, la musica si fa più dozzinale e grossolana. Sul finire del decennio, dai quartieri industriali della piovosa Seattle arriva il grunge, che spazza via il technicolor esasperato dei gruppi metal (per lo più statunitensi) e porta in classifica il punto di vista alternativo dei giovani americani.

Da lì in poi buio, terrore, raccapriccio… la musica perde la valenza artistica e diventa il nulla, tranne rari casi.

Eccoci giunti al gran finale. Mettiamo in sottofondo la mia canzone preferita in assoluto: Ten Years Gone dei Led Zeppelin…

Al di là di tutto, il rock resta e resterà. La capacità di avere dentro di sé un punto di vista spesso aderente alla realtà e non edulcorato lo rende una musica umana, onesta, viva, palpitante, sofferta, magnifica, ridotta all’osso ma, al contempo, magniloquente. Il rock è il respiro dell’umanità che rimane irretita dinnanzi alla volta celeste, alle profondità cosmiche, al nido di stelle che tutti ci portiamo dentro e che, lo sappiamo, non raggiungeremo mai.

Io vi ringrazio per questi anni, per esservi resi disponibili, negli equinozi e nei solstizi che si sono succeduti, ad ascoltare l’uomo di Blues che sono; per la pazienza avuta; per aver sorvolato sul fatto che di sicuro ho urtato la sensibilità di qualcuno di voi, vista la furia iconoclasta che talvolta mi prende quando ITTOD, uno dei tre uomini che sono, prende il controllo.

Vi ringrazio per gli splendidi colleghi che siete stati, per aver creato tutti insieme quella comunità, quella rete di rapporti chiamata Ammagamma… che il padre dei quattro venti ci benedica tutti.

Mi avete fatto sentire a casa, mi avete fatto sentire come se fossi sul palco del MSG, mi avete fatto sentire Tim Tirelli.

Ora, lo sappiamo, come cantano i Led Zeppelin… sebbene il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare. È proprio così: ancora qualche giorno e il mio torrentello finalmente raggiungerà il mare.

Spero che non dimenticheremo mai quello che ci siamo detti in queste School of Rock, ovvero che la cosa fondamentale è l’amore. D’accordo la razionalità, ma è la parte di follia che è dentro di noi a contraddistinguerci — come dice il filosofo Umberto Galimberti —. Sono le emozioni che proviamo e che saranno sempre il brivido più grande che, in questa porca vita, possiamo provare… e non importa se per sentire il battito della vita a volte dobbiamo soffrire. Quel che conta è il mondo delle emozioni profonde: percepire amore, nostalgia, dolore, desiderio, ecc.

C’è un brano jazz che si chiama You Don’t Know What Love Is, scritto nel 1941 da Don Raye e Gene DePaul, che la dice lunga sul concetto che sto cercando di farvi arrivare. Sentite la versione che ne fece nel 1990 il cantautore statunitense Warren Zevon.

Nella sua lettura, la voce inconfondibile si posa sulla malinconia della ballata come una luce crepuscolare: un canto di amori perduti, di ferite che non si rimarginano, di verità apprese lungo la strada polverosa del blues.

E le prime due righe del testo sono, in fondo, il vero claim della nostra vita…

Non sai cos’è l’amore
finché non impari il significato del Blues.
Finché non hai amato un amore
che hai dovuto perdere,
non sai cos’è l’amore.

Non sai quanto possano ferire delle labbra
finché non hai baciato
e ne hai pagato il prezzo.
Finché non hai giocato il tuo cuore
e l’hai perduto,
non sai cos’è l’amore.

You don’t know what love is
Until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you had to lose
You don’t know what love is

You don’t know how lips hurt
Until you’ve kissed and had to pay the cost
Until you’ve flipped your heart and you have lost
You don’t know what love is

La School of Rock termina qui. Questo è un addio e non il solito arrivederci, ed è giusto così. Non dobbiamo chiudere però con la malinconia e la nostalgia, meglio mettere qualcosa che arrivi direttamente alla pancia …

Grazie Fabio, grazie Gian, grazie Ammagammers.

It’s been so fucking great.

Goodbye Yellow Brick Road.

I do love you so much.

New York, goodnight!

Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 c – foto Siuviu Z
Tim T School Of Rock XVI – 24-06-2026 b- foto Tim Tirelli.

I 3 video qui sotto sono stati filmati da Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock XVI – parte 1
Tim Tirelli’s School Of Rock XVI – parte 2
Tim Tirelli’s School Of Rock XVI – parte 3

◇ ◇ ◇

la School Of Rock sul blog:

XV

XIV

XIII

XII

XI

X

IX

TT’s School Of Rock Episodio IX PFM è contenuta all’interno di:

VIII

VII

VI

V

IV

III

– TT’s School Of Rock Episodio 3 GENESIS è contenuta all’interno di:

II

I

Another night to cry (goodbye yellow brick road blues)

28 Giu

Al Pizzikotto di Viale Gramsci, qui a Regium Lepidi, una sera del fine settimana. Parecchie tavolate di ragazzi festeggiano la fine dell’anno scolastico. Età media tra i sedici e i diciotto anni.

Le giovani donne sono vestite tutte uguali: minigonna cortissima e attillata, top (come si dice adesso), insomma quel corpettino femminile scollato o senza maniche, capelli lunghi e stirati, trucco e borsetta minuscola. I giovani uomini vestono anch’essi tutti alla stessa maniera: calzoni corti, calze corte, sneaker, maglietta, taglio di capelli che va di moda oggi, il french crop o come diavolo si chiama.

Ripenso ai miei tempi: dopo i quattordici anni era impensabile portare i calzoni corti, se non d’estate nelle località balneari. Invece oggi, dalla Generazione X in poi, sembra che nessuno riesca più a farne a meno. Per quanto riguarda il taglio di capelli, beh, per uno come me non c’è partita tra quelli che portavamo noi e quelli di oggi.

In attesa che arrivi la pizza distolgo lo sguardo e osservo il via vai della gente oltre le vetrate: eserciti di uomini in abbigliamento scuro con sneaker total white, insomma scarpe da ginnastica completamente bianche, capo d’abbigliamento ormai, ahimè, legittimato anche sotto gli abiti scuri. Non che il dress code rigoroso vada osservato sempre e comunque, ma evitare l’omologazione grossolana e una certa lassità dovrebbe essere almeno un’opzione da contemplare.

Mi arrivano poi brandelli di discorsi nei quali gli anglicismi infestano la lingua italiana, una delle lingue romanze e dunque uno degli idiomi più sinuosi e belli dell’Homo sapiens. Scuoto la testa, cerco di non pensarci, di farmeli scivolare addosso, ma non ci riesco. Allora mi dico di tener duro: essere un uomo di Blues di questi tempi non è facile, ammesso che lo sia mai stato nella storia moderna dell’umanità.

Oh, you got to hold on, hold on
You gotta hold on
Take my hand, I’m standing right here
You gotta hold on

_ Resignation Blues>

A proposito del Resignation Blues, mi arrivano altri messaggi.

Il nostro Jackob mi scrive un’email intitolata Post odierno (si riferisce a quello del 31 maggio): «Buondì Magister, faccio prima a scrivere da qui che a collegarmi a WordPress… Un like e un “in bocca al lupo!”. Vostro, G.».

L’amico Jaypee, che non essendo stato presente alla serata con i Blues Brothers non era al corrente, mi scrive su WhatsApp: «Oè Magister, ho letto il blog solo ora… ma veramente hai dato le dimissioni? Sei un grande! Idolo assoluto».

Qualche settimana fa mi fermo in azienda sino alle 20:30. Oltre alla guardia e al sottoscritto c’è solo un altro collega, uno con il quale ho un ottimo rapporto. Prendiamo un caffè insieme prima di andare, «come aperitivo prima di mangiare». Mi chiede quanti giorni mancano e io rispondo: «21 all’alba». Poi mi dice: «Con la tua uscita dal convento (l’edificio in cui ha sede l’azienda è un ex convento del 1610) non c’è più motivo per restare per nessuno di noi. L’anima se ne va».

Ora, saranno anche cose che si dicono, sarà che il collega è particolarmente generoso con il sottoscritto (anni fa, durante un corso di formazione per manager, scrisse “Tim Tirelli” come risposta alla domanda: «Qual è, secondo te, il valore aggiunto dell’azienda?»); tuttavia continuo a rimanere basito da tutto questo e da quanto il mio modo di fare e di essere, e quindi il Blues in senso lato, incida sulla vita delle persone.

Ne abbiamo già parlato. Non è autoreferenzialità, lo sapete. È che ogni volta mi sorprendo e ogni volta capisco quanto bisogno ci sia bisogno del Blues… ovvero di vita vera, di sentimenti, della follia che alberga in tutti noi e che ci contraddistingue.

Siuviu, invece, mi scrive questo sulla inevitabile fine delle School Of Rock:

«Credo che sarà per me un giorno malinconico, mercoledì 24 giugno, giorno della tua ultima School Of Rock. Grazie alle tue lezioni (e ai tanti momenti in corridoio) ho trovato il coraggio di uscire dalla mia playlist limitata e banale per esplorare un mondo ignoto ed esteso. Ho apprezzato gli incoraggiamenti negli anni e ti sono grato per avermi fatto entrare in questo mondo, pur avendo poche credenziali musicali. So che tutte le cose buone devono giungere al termine, però speravo di essere guidato ancora per molti anni. Dovrò invece proseguire musicalmente senza i punti cardinali delle tue lezioni. Sarà ora, immagino, una camminata disordinata. Tuttavia è un procedere. Non è poco.»

Il Direttore Generale della sede si ferma nel mio ufficio. Mi chiede come va, come mi organizzerò da luglio. Gli spiego come penso di impostare la mia vita da ora in poi; con tutte le prudenze del caso gli elenco i miei progetti, tra cui un possibile piano (al momento ancora in uno stato assolutamente embrionale) relativo alle mie canzoni e, ovviamente, il blog.

Riguardo a quest’ultimo ricama un’analisi degna della sua laurea in Filosofia: «Io credo che in questo momento ci sia bisogno di blog come il tuo. La capacità di osservare è rara nel mondo di oggi; il sapersi immergere, come fai tu, non è cosa da poco».

LA MUSICA ROCK

Da Ciao 2001 (la rivista italiana che noi boomer appassionati di musica e cultura rock acquistavamo con fervore) del 15 dicembre 1971.

Io allora ero un bambino e non avevo ancora alcuna contezza della musica rock, sebbene le sigle de La TV dei Ragazzi (programma della RAI) di Joe Cocker e dei Procol Harum già mi mandassero nelle profondità cosmiche.

Leggo dunque con curiosità i titoli degli LP presenti nella classifica italiana, molti dei quali legati al rock autentico. Nei primi cinque posti troviamo Santana, Led Zeppelin, Deep Purple, John Lennon, Pink Floyd; poco sotto Concerto grosso dei New Trolls, due album dei nostri amati ELP, Ten Years After, Hendrix e via dicendo.

Che tempi!

Ciao 2001 – 15 dicembre 1971
Ciao 2001 – 15 dicembre 1971
Ciao 2001 – 15 dicembre 1971

_ È stato pubblicato online un filmato restaurato e migliorato dei Led Zeppelin durante il concerto tenuto a Cleveland, in Ohio, il 27 aprile 1977.

Le riprese, realizzate dallo spettatore Eric Ronson, sono ora disponibili in una qualità notevolmente superiore grazie a un nuovo trasferimento effettuato direttamente dalle bobine originali.

Questo concerto è particolarmente famoso perché rappresenta la fonte del celebre bootleg dei Led Zeppelin, Destroyer.

SERIE TV

__Città delle Ombre / Ciudad de so sombras (EspanaEspana 20255) TTT½½

Ennesimo crime thriller spagnolo, questa volta ambientato nella Barcellona del 2010.

La città ha vissuto una trasformazione radicale nel corso degli ultimi decenni. La Barcellona autentica e popolare di un tempo, segnata da difficoltà economiche ma caratterizzata da una forte identità sociale, è stata progressivamente sostituita da una realtà molto diversa.

Le immagini storiche inserite da Jorge Torregrossa raccontano proprio quel passato ormai lontano. Tra progetti di riqualificazione urbana spesso controversi, grandi manifestazioni e una crescente pressione turistica, il volto della città è cambiato profondamente.

Il turismo di massa, in particolare, ha accelerato un processo che ha finito per indebolire le comunità locali, contribuendo all’allontanamento di molti residenti e alla progressiva perdita del carattere originario di interi quartieri.

La serie TV, dunque, non è soltanto un crime thriller: attraverso la sua ambientazione offre anche uno spunto di riflessione sulla profonda trasformazione urbana e sociale di Barcellona, mostrando come il cambiamento della città abbia inciso sulla vita quotidiana dei suoi abitanti.

__Il Cuculo di Cristallo (Espana 2025) – l Cuculo di Cristallo (Espana 2025) – TTTTTTT

Basata sull’omonimo romanzo dello scrittore spagnolo Javier Castillo, Il Cuculo di Cristallo (El cuco de cristal) è una miniserie thriller distribuita da Netflix nel 2025.

La storia segue Clara Merlo, una giovane dottoressa che, dopo un delicato trapianto di cuore, decide di scoprire l’identità del suo donatore. La sua ricerca la conduce in una piccola cittadina immersa tra le montagne, dove una serie di misteri irrisolti e segreti sepolti da oltre vent’anni iniziano lentamente a venire a galla.

Composta da sei episodi, la serie punta tutto su un’atmosfera cupa e inquietante, mescolando thriller psicologico, dramma e investigazione. Nel cast spiccano Catalina Sopelana, Álex García e Itziar Ituño, volto amatissimo dal pubblico per il ruolo dell’ispettrice Raquel nella serie La casa di carta.

Colpi di scena e ambientazione suggestiva: Il Cuculo di Cristallo continua la tradizione dei thriller spagnoli riusciti degli ultimi anni, confermando il buon momento delle produzioni iberiche su Netflix.

FILM

_Creature Luminose (UUSA 2026) — TTT ⅓

Il film è tratto dal bestseller di Shelby Van Pelt e racconta una storia delicata di perdita, solitudine e rinascita.

Tova, una vedova che lavora in un acquario e non ha mai superato la morte del figlio, trova conforto nell’insolita amicizia con Marcellus, un polpo straordinariamente intelligente. Quando nella sua vita entra Cameron, un giovane alla ricerca delle proprie origini, nasce un legame che aiuterà entrambi a fare i conti con il passato e a riscoprire il valore delle seconde possibilità.

Il film viene inserito nel genere drammatico, ma, essendo ricco di sentimentalismo e romanticume, resta una pellicola piuttosto leggera. L’ho guardato soprattutto per la presenza del polpo, animale in generale intelligente e sorprendente, che qui però avrebbe potuto essere reso probabilmente meglio.

_ Escape From Pretoria (UK/AUS 2020) TTT½

Ispirato all’autobiografia Inside Out: Escape from Pretoria Prison di Tim Jenkin, il film racconta la straordinaria storia vera dell’evasione dal carcere centrale di Pretoria, avvenuta nel 1979 durante il regime dell’apartheid in Sudafrica.

I protagonisti, Tim Jenkin e Stephen Lee, sono due attivisti politici arrestati e condannati per aver diffuso materiale di propaganda contro il sistema segregazionista. Determinati a riconquistare la libertà, i due elaborano un ingegnoso piano di fuga destinato a passare alla storia come una delle evasioni più audaci dell’epoca.

Diretto da Francis Annan e distribuito nel 2020, il film combina tensione, suspense e ricostruzione storica, offrendo uno sguardo intenso sulla lotta contro l’apartheid e sul coraggio di chi si oppose a un regime profondamente ingiusto. Nel ruolo di Tim Jenkin troviamo Daniel Radcliffe, noto al grande pubblico per aver interpretato Harry Potter, affiancato da Daniel Webber e Ian Hart.

Discreta l’atmosfera claustrofobica e la fedeltà agli eventi reali: la pellicola si fa apprezzare per la capacità di trasformare una vicenda storica in un buon thriller carcerario.

PLAYLIST

Mitch Ryder, Steve Hunter e Brett Tuggle nel 1973

_Rod nel 1969 con Keith Emerson all’organo

_Il pianista Jazz Mal Waldron nel 1962 (con Ron Carter al violoncello).

_Il nostro caro Ryland nel 1984, dalla colonna sonora di Paris, Texas. Inutile aggiungere altro.

__How Much For Your Wings, i Corvi Neri nel 1996.

CONCLUSIONE

Fine giugno torrido qui nell’Emilia centrale: settimane a ridosso dei 40 gradi e il paesaggio si trasforma in una tavolozza di colori in qualche modo estremi. La pianura assume tonalità accese: il giallo oro dei campi di grano mietuti, l’ocra e il bruno scolorito della terra riarsa, il verde cupo e polveroso della vegetazione che resiste all’afa. A fare da contrasto, l’azzurro intenso e lattiginoso del cielo estivo, spesso sbiadito dalla calura.

Sono iniziati i venerdì sotto al bersò qui alla Domus Saurea: due venerdì fa la serata con Lorenz e Jaypee e relative groupie, due giorni fa la soirée con i Ragazzi della Via Po, il 3 luglio il Sinodo con gli Illuminati del Blues del Team Tirelli e così via.

In questo contesto estivo contemplo i giorni che portano a una nuova fase della mia vita: tiro le somme, faccio bilanci, soppeso sentimenti, emozioni e commozioni. Ancora due giorni e i miei cinque anni e mezzo nella yellow brick road termineranno. Non che vada a dissolvermi come una cometa: i contatti e i legami forti resteranno, ma è indubbio che le frequentazioni con i colleghi diventati amici, con i regionali che da Regium Lepidi mi portavano a Mutina e viceversa, con la “mia” Sala Blues e infine con il senso di comunità fortissimo di quell’avventura chiamata Ammagamma, più o meno si chiudono qui.

Soffrirò? E certo. Sono un uomo di blues, mica (anzi “micca”, come diciamo in Emilia) una figa di legno o un palo della luce. Staccarmi dalle persone, dai luoghi, dai legami cosmici non è mai stato facile per me…tuttavia, dopo qualche notte passata a piangere, “il sole ritornerà a battere sul mio viso e le stelle a riempire i miei sogni”.

Ammagamma, it’s been great. Sant’Orsola goodnight.

Goodbye yellow brick road – giugno 2026 – Foto Tim Tirelli
TT – Sala Blues 24-06-2028 foto Tin Marcy