Lilli Gruber “Inganno” (2018 – Rizzoli)

22 Nov

Lilli Gruber “Inganno” (2018 – Rizzoli) – TTTTT

Questo è il terzo capitolo di quella che chiamo “la saga del Sudtirolo” di Lilli Gruber e per quanto mi riguarda è probabilmente il momento migliore (non che i precedenti due fossero deboli, tutt’altro, ma questo a mio avviso è mirabolante). Il libro è superbo, alterna fiction (legata a fatti realmente accaduti) e saggistica connesse da un approccio narrativo assai riuscito. La Gruber sa di cosa parla, proviene da quella terra, il Sudtirolo è la sua Heimat, ma riesce ugualmente ad affrontare il delicato argomento con imparzialità notevole, e questo le fa onore.

Questo è un libro importante per comprendere meglio pezzetti della storia d’Italia, per cercare di capire il complesso e spinoso problema del Sudtirolo e per chiarirsi le idee circa la guerra fredda tra USA e URSS. Quei territori e il passo del Brennero furono davvero il confine tra il mondo occidentale e quello del socialismo sovietico. Tra la fine degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta tra quelle valli successe di tutto.

Il libro rivela cose a me sconosciute o poco note. La Gruber ha fatto ricerche approfondite e definitive, da cui si ricava ad esempio in maniera netta che depositi di armi nucleari americani erano segretamente (e in accordo col governo Italiano, in quegli anni lo zerbino degli USA) presenti su territorio italiano e proprio per questo come scrive la Gruber “... per proteggerli, serviva un esercito che facesse capo a un governo amico di Washington. Dato quel presupposto, era impossibile che il Sudtirolo si sganciasse mai dal controllo di Roma...” … questa è una conclusione illuminante.

Non rivelo altro, la sinossi qui sotto è di certo più utile di quel che potrei aggiungere per far capire meglio il tenore della storia che si racconta.

Segnalo solo le interviste e gli incontri fatti dalla Gruber con i sopravvissuti (o i loro eredi) di quella stagione, compresa quella al filosofo Cacciari – all’epoca dei fatti studente universitario molto impegnato politicamente – da cui si evince come fosse difficile allora rapportarsi con la storia di quella terra e capirla. Cacciari arriva a conclusioni degne di una grande mente.

Libro dunque esplicativo, ben fatto e ben scritto. Lilli colpisce ancora, complimenti!

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Lilli Gruber sul blog:

https://timtirelli.com/2018/09/14/lilli-gruber-tempesta-2014-rizzoli/

https://timtirelli.com/2013/04/03/lilli-gruber-eredita-rizzoli-2012-tttt/

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Descrizione – http://www.rizzolilibri.it/libri/inganno/

Tre ragazzi, il Sudtirolo in fiamme, i segreti della Guerra fredda

Prima saltano in aria i monumenti. Poi i tralicci. Poi le caserme. È il crescendo di violenza che dalla fine degli anni Cinquanta investe il Sudtirolo, dove i “combattenti per la libertà” vogliono la riannessione all’Austria. Lo Stato italiano si trova per la prima volta di fronte al terrorismo. Nella piccola provincia sulle Alpi affluiscono migliaia di soldati e forze dell’ordine: ma la militarizzazione è davvero la risposta all’emergenza creata dagli attentati? Oppure obbedisce a una logica di “strategia della tensione”? La storia degli anni delle bombe sudtirolesi racconta lo scontro tra le superpotenze USA e URSS; il gioco pericoloso di gruppi neonazisti e neofascisti; le spregiudicate interferenze dei servizi segreti di diversi Paesi; una minaccia nucleare sempre più vicina e una guerra senza quartiere contro il comunismo destinata a sfuggire di mano. Inganno è un’opera intensa e corale, che tra realtà e finzione illumina trame, tragedie e mortali illusioni di una frontiera cruciale della Guerra fredda. Lilli Gruber torna a esplorare il passato della sua terra con due potenti strumenti narrativi: le voci dei testimoni con la ricostruzione dei grandi scenari, e in parallelo un’appassionante fiction. I protagonisti sono quattro antieroi moderni: Max e Peter, due ragazzi sudtirolesi tentati dalla radicalizzazione, Klara, una giovane austriaca innamorata del potere, e Umberto, un agente italiano incaricato di evitare un’escalation incontrollabile. Quattro anime perdute che con la loro parabola di passione e disinganno mettono in scena le colpe dei padri, le debolezze dei figli, le ambiguità della Storia.

Lilli Gruber, giornalista e scrittrice, prima donna a presentare un telegiornale in prima serata, dal 1988 ha seguito come inviata per la Rai tutti i principali avvenimenti internazionali. Dal 2004 al 2008 è stata parlamentare europea. Dal settembre 2008 conduce la trasmissione di approfondimento Otto e mezzo su La7. Gli ultimi bestseller pubblicati con Rizzoli sono Chador (2005), America anno zero (2006), Figlie dell’Islam (2007), Streghe (2008), tutti disponibili anche in Bur, Ritorno a Berlino (2009) e Eredità (2012).

Dacci oggi il nostro impiccio quotidiano

15 Nov

Il termine “impiccio” l’ho mutuato da Polbi, lo uso sempre più spesso e ogni volta mi scappa quasi da ridere. Il nostro amico sarà anche uomo del sud incastonato tra Scilla e Cariddi che ha vissuto per parecchio tempo a Detroit, ma l’inconfondibile – e a mio sentire irresistibile – cadenza tipica dell’Agro Romano è una sua caratteristica, così come l’uso di parole tipiche di quella zona d’Italia. Mi confronto spesso con lui e rimango sempre affascinato dai concetti che esprime, ma il suo accento e i suoi modi di dire mi irretiscono allo stesso modo.

Il tema degli “impicci” lo affronto a ogni piè sospinto, sono anche arrivato ad elaborare la teoria secondo la quale l’essere umano volente o nolente deve affrontare una certa razione di impicci, razione decisa dalle imperscrutabili leggi che regolano l’Universo, e dunque occorre essere tutto sommato felici e riconoscenti quando gli impicci che capitano sono bagattelle risolvibili.

Chiaro che se la gestione razionale degli stessi è tutto sommato semplice, quella di pancia è un po’ più complicata e lastricata dalle madonne che solitamente si tirano.

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Un mercoledì di novembre qualunque, prima mattina. Alle ore 06,20 suona la sveglia della pollastrella. Poco male, Palmiro (la cotoletta di pelo) ci aveva già svegliato – come fa ogni mattina – in preda ai suoi soliti raptus sentimentali; usa quel suo muso umido a mo’ di ariete contro le nostre facce fino a che il portone delle nostre anime cede. Dalle mura del mio dormiveglia cerco di colpirlo con frecce e olio bollente, ma la pantera nera della Domus Saurea schiva il pericolo e continua l’attacco a testa bassa.

Sono pressoché sveglio ma posso prendermela comoda, manca ancora più di mezz’ora allo squillo ufficiale della mia sveglia, per questo me ne sto ancora un poco qui a pensare, a pensare come cantava il grande Ivan.

La pollastrella si prepara, fa uscire Il Diavoletto Nero della Tasmania di Borgo Massenzio, beve in fretta un succo di frutti rossi e corre al lavoro. Io mi polleggio nel letto, volto gallone (come diciamo qui in Emilia) e cerco di prepararmi spiritualmente per una altre giornata di ordinaria bluesaggine. L’Inter domenica ha perso in malo modo, il riscaldamento globale fa sì che questo novembre sembri un fine settembre, so ormai per certo che non uscirà mai la versione definita dell’album dal vivo The Song Remains The Same che vada a correggere le edizioni discutibili del 2007 e del 2018, la situazione politica/economica/culturale del paese (e del mondo) pare sia diretta verso l’abisso, ieri ho visto una donna sui 38/40 anni andare a fare la spesa con felpa sbrindellata, pantaloni della tuta dozzinali e ciabatte … avrei tutti i motivi per restare sotto le coperte se non che sento suonare alla porta.

Chi è che va a suonare il campanello di una abitazione di campagna alle 6,50 del mattino? Prendo la mazza da baseball e apro la porta … non vedo nessuno, penso ad uno scherzo, ma i sensi sono all’erta … poi, tra la foschia e le tenebre che ancora tengono per la gola il mattino, sento una voce: “Tyrrell, ti dispiacerebbe venire a darmi una mano che ho bucato una gomma?”.

La stretta stradina lunga e tortuosa in cui è situata la Domus Saurea sembra ormai la Parigi – Dakar. Sebbene sia stata rifatta non troppi anni fa, il continuo passaggio di trattori mostruosi e pesanti camion del latte ha accartocciato l’asfalto, occorrerebbe avere un carro armato per passare indenni su quella via. A qualche decina di metri dalla Domus vi è quello che chiamo il “crostone d’asfalto assassino”: se sei in macchina e non presti attenzione succede quello che è successo alla pollastrella (e al nostro vicino), se sei in moto e non te ne accorgi puoi mettere in preventivo un bagno fuori stagione nel fosso lì di fianco.

Mi metto la tuta e scendo. Capire come funzionano questi nuovi cric e come far scendere la ruota di scorta posta sotto alla macchina non è operazione immediata, ma ce la caviamo, poco più di un quarto d’ora e la pollastrella può ripartire. Torno in casa sudato e stanco. Mi faccio una doccia, poi vado a prendere Strichetto nel sottotetto. Sono due settimane che passa le notti rinchiusa per un problema ad una zampina posteriore: le si sono rotti i legamenti. Il veterinario ha detto che ricostruirli non è proprio una cosetta da nulla e anche metterle un chiodo tra tibia e femore forse non è consigliabile per una gattina così minuta. Dobbiamo attendere una ventina di giorni e vedere come va, la speranza è che si rimetta a posto da sola, ma io non sono fiducioso. Vado di sopra, apro la porta e la faccio uscire, controllo se è stata una notte tranquilla e mi accorgo che – come successo ieri notte – Strichetto ha vomitato. Mettersi a pulire il pavimento dopo che hai cambiato una gomma della macchina e prima di andare al lavoro non mi mette di buon umore, sapendo già che stasera dovrò riportare la gattina dal veterinario per i frequenti rigurgiti di questi ultimi giorni.

Stricchi scende in casa, mangia qualcosina e poi si arrotola sul morbido tappetino del bagno. La accarezzo e le do dei baci, voglio che senta una volta di più che le voglio bene e che mi prendo cura di lei.

Strichetto – Feelin’ Bad Blues – Nov 2018 foto TT

Ho ancora 5 minuti, mi preparo la colazione. Mi pregusto il “cappuccino” che sto per farmi con la macchina del caffè quando mi accorgo che la macchina ha di nuovo preso a perdere copiosamente acqua dopo che ho infilato la capsula e spinto il pulsante. Maledico chi dico io, rinuncio alla colazione e scendo in cerca di Palmiro

Per fortuna il mio amico peloso è in zona  si fa prendere comodamente. Dopo i tre impicci mattutini mettermi gli stivaloni di gomma e andarlo a cercare tra le vigne non mi avrebbe fatto piacere.

Palmiro – Domus Saurea, nov 2018 – foto TT

Palmiro – Domus Saurea, nov 2018 – foto TT

Mi calmo e mi dico che gli impicci come questi sono bazzecole. Accarezzo la Ragni che spigozza sotto un pino, do un’occhiata alle vigne…

Ragni’s early in the morning nap – Domus Saurea nov 2018 – foto TT

Vigne intorno alla Domus Saurea, Nov 2018 – foto TT

Salgo in macchina. Per mettere un altro carico sulla briscola degli impicci quotidiani, scelgo di ascoltarmi un oscuro album di Edgar Winter del 1994. Era un bel po’ che non lo tiravo fuori e mi metto a pensare che solo un uomo di blues come me può aver un album simile sulla chiavetta. I grandi artisti degli anni settanta negli anni novanta hanno tutti patito, Edgar in primis. Album messo in piedi con la batteria elettronica e con canzoni non indimenticabili. In pratica un demo tape.

Eppure mentre I’m Not A Kid Anymore gira nel mio car stereo mi commuovo; sarà che sono uno che nella nostalgia e nella malinconia ci sguazza, sarà che insieme al mio vecchio amico Tommy Togni alla fine degli anni ottanta scrivemmo un pezzo intitolato Non Sono Più Un Bambino, sarà che l’inizio assomiglia a Don’t Follow degli Alice In Chains (anch’esso uscito nel 1994 – in gennaio –  guarda un po’), sarà che il passare del tempo mi prende spesso alla gola ma il mio animo si apre a questo tipo di sentimento da strapazzo.

E allora avanti, tra stradine di campagna, via Emilia e stradoni, diretto a Stonecity per una nuova, entusiasmante, scintillante, magnifica giornata in ufficio.

QIU XIAOLONG “La Misteriosa Morte Della Compagna Guan” (Feltrinelli 2018) – TTTT

6 Nov

Settembre scorso, ero fuori con i ragazzi e con la mia proverbiale ossessione obbligai gli amici a comprare un titolo della Universale Economica Feltrinelli.

Per chi fosse interessato qui il link alle riflessioni sulla serata: https://timtirelli.com/2018/09/22/obbligare-gli-amici-a-comprare-libri-della-universale-economica-feltrinelli/

Per me scelsi un libro di Qiu Xiaolong, scrittore nato a Shangai di cui non sapevo praticamente nulla. Ora che ho letto “La Misteriosa Morte della Compagna Guan” (uscito in origine nel 2000 e ristampato nella edizione in questione lo scorso aprile) devo dire che ho avuto un colpo di fortuna nel scegliere questo titolo, perché è un thriller poliziesco che mi è piaciuto moltissimo. A parte che è il primo episodio de “Le Inchieste Dell’Ispettore Chen” e dunque potrò approfondire rispettando l’ordine cronologico, con questo libro ho imparato parecchio sulla Cina, un Repubblica popolare a cui ora guardo con idee più chiare. La storia è avvincente e ben scritta, per quanto mi riguarda altrettanto importante e riuscita è l’ambientazione, una vera novità per il sottoscritto.

Qiu Xiaolong, scrittore e poeta cinese, in lingua inglese, dal 1989 è costretto a vivere negli USA (dove all’epoca si trovava per raccogliere materiale e ispirazione per un libro su TS Eliot). Si disse fosse coinvolto con le rivolte studentesche di quegli anni così diventò in pratica un esiliato. Il suo è uno sguardo tutto sommato critico, porta infatti a galla le incoerenze e le difficoltà della Cina moderna senza troppi patemi

Con l’avvento della dinastia Zhang alla guida della mia squadra del cuore, da qualche anno guardo alla Cina con interesse, cercando di andare oltre i soliti luoghi comuni; questo autore e questo libro contribuiscono dunque alla scoperta di questo grande gigante rosso che piano piano sta catturando il mio interesse.


 

https://www.lafeltrinelli.it/libri/xiaolong-qiu/misteriosa-morte-compagna-guan-inchieste/9788831739146

Descrizione

Shanghai, 1990. Il corpo senza vita di una giovane donna viene trovato in un canale fuori città. La vittima, Guan Hongying, è una famosa Lavoratrice Modello della Nazione, figura esemplare della propaganda di Partito. Le indagini vengono affidate all’ispettore capo Chen Cao, poeta, traduttore, curioso gourmet, capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shanghai. Ben presto emergono forti implicazioni politiche, ma nonostante il Partito faccia pesanti pressioni perché il caso venga insabbiato, Chen continua a indagare, cercando giustizia a tutti i costi e mettendo così a repentaglio la sua brillante carriera.

La UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI sul blog:

https://timtirelli.com/2018/09/22/obbligare-gli-amici-a-comprare-libri-della-universale-economica-feltrinelli/

https://timtirelli.com/2018/08/07/anna-funder-cera-una-volta-la-ddr-2016-feltrinelli-tttt/

https://timtirelli.com/2018/05/11/victor-hugo-notre-dame-de-paris-2016-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2018/01/04/daniel-defoe-robinson-crusoe-1719-2017-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2017/09/28/jack-london-zanna-bianca-1906-2017-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2017/09/18/jack-london-il-richiamo-della-foresta-1903-2017-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

https://timtirelli.com/2017/08/29/jack-london-martin-eden-1909-2016-universale-economica-feltrinelli-ttttt/

 

Mensis October

29 Ott

E strano pensare che mentre per noi dell’emisfero boreale ottobre è sinonimo di autunno, in quello australe è legato alla primavera. Uno della Nuova Zelanda si sveglia al mattino, apre le finestre ed esclama “October at last, c’mon springtime!, “, contemporaneamente uno di Borgo Massenzio, Italia (esattamente agli antipodi) mentre si stropiccia gli occhi davanti alla finestra salmodia “Uh, siamo in ottobre, arriva l’avtunno (con la v, alla maniera dei contadini emiliani) … castagne, sughi d’uva, cappelletti in brodo … bentornato blues!”

Foglie rosse blues

Torna l’ossessione delle foglie rosse, delle viti che ingialliscano e che prendono i riflessi rossastri dei pomeriggi d’ottobre.  Dapprima mi fermo a contemplare il giovane tiglio della Domus Saurea preparasi per la stagione fredda, poi circumnavigo i poderi qui intorno e mi fermo, irretito, a contemplare la nuova colorazione delle vigne.

Tiglio – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT

Le mille sfumature cromatiche delle viti in questa stagione sono un balsamo per il mio animuccio sempre tormentato.

Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT

Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT

Anche i frassini e gli altri alberelli della Domus passano dal verde al giallo bruno e qui all’arancione emaciato.

Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT

Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT

Strichetto, la gattina isterica che vive con noi, s’intona bene con i colori dell’autunno ed è bello catturarla in uno dei suoi rari momenti di quiete.

Strichetto – Domus Saurea Ottobre 2018 – foto TT

Serie TV: “The Walking Dead” stagione 9

E’ iniziata la nuova stagione di The Walking Dead. I primi episodi mi sono piaciuti. Sembra ci sia un miglioramento rispetto alla stagione 8. Stiamo a vedere.

 

La vespa samurai

Leggo su Repubblica che per contrastare la cimice asiatica, quella che ha invaso le nostre campagne e le nostre città e di cui abbiamo parlato qui sul blog l’11 ottobre, si sta pensando d’importare la vespa samurai (Trissolcus japonicus). Capisco come la situazione cimici sia davvero preoccupante, ma temo future controindicazioni anche riguardo queste vespe straniere ed inoltre penso che … uhm … aspetta un attimo … siamo diventati un blog che si occupa di cimici e di vespe samurai? Mi sa che ormai siamo alla frutta.

La Repubblica del 20/10/2018

The keyboards mistress

La pollastrella riceve un email da un tastierista americano, uno che suona a sua volta in una tribute band dei Led Zeppelin, uno che ha visto su youtube alcuni video degli Equinox (il nostro gruppo, che lui chiama Eclipse), uno che è rimasto molto colpito dalle capacità di Saura e pertanto le chiede se gli può dare lezioni di tastiere via Skype.

“Hello Saura, my name is Tom, and I wanted to say how much I enjoyed watching your band’s Led Zeppelin videos. The Eclipse is a GREAT band!! J I am a keyboardist in a Led Zeppelin cover band myself, but nowhere as proficient as you!!I was wondering if you taught keyboards and would be interested at all in doing Skype keyboard lessons? I live in the US. Please let me know if this is something that would interest you. Thanks for taking the time to read this. Sincerely, Tom”

Visto che sono il manager di Saura rispondo io al vecchio Tom “Hey man, as long as you are willing to pay big money for the lessons it’s okay, otherwise you can go where they smell the melons”

Saura, the keyboards sorceress – photo Giovanni Sandri.

Palmiro d’ottobre

Per tutta estate Palmiro, la nostra panterina nera, ci ha con dolcezza evitato. Troppo il caldo per sopportare coccole, baci e per dormire insieme a noi. Molto meglio pavimenti e tavolini freschi. Con l’avvento di ottobre, sebbene la temperatura sia scesa di poco, ecco che torna ad essere il gatto affettuoso che conosciamo. Gode ancora del bel tempo, scorrazza  per i suoi territori godendosi la magnifica luce dei pomeriggi d’ottobre …

Palmiro – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT

Palmiro – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT

poi in casa mi viene a cercare mentre sono intento a suonare Going To California sulla chitarra.

Palmiro – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT

Mentre guardo un film arriva, si posiziona sul mio petto, mi pianta il muso sul mento e per l’ennesima volta mi fa capire quanto sentimento ci possa essere tra due mammiferi di specie diverse che vivono insieme.

Palmiro & Tim – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT

Ottobre è anche il mese in cui diventa più semplice farlo tornare a casa la sera. E’ uno spettacolo constatate che un gatto capisce e soprattutto accetta il tuo richiamo e lemme lemme si incammina verso di te. Provo per lui un affetto davvero speciale e sono tanto felice e grato all’universo per averci fatto incontrare. Palmir, you are my best friend.

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Per chi fosse interessato: L’arrivo di Palmiro sul blog – giugno 2012:

https://timtirelli.com/2012/06/28/il-gatto-palmiro/

 

Un sera in Bottega

La Bottega dei Briganti di Mont Cabbage (Montecavolo insomma) è uno dei miei locali della zona preferiti. Il feeling con Valerio, il proprietario, è ottimo e ogni tanto il mercoledì sera capitiamo là a cena in quanto serata dedicata ai concerti. Valerio propone una programmazione prettamente rock, ed è un sollievo constatarlo. Ci sono sempre meno locali locali che seguono questo spirito. Se da una parte è comprensibile che in posti dove si va per cenare i titolari prediligano situazioni acustiche, blues e dj set, dall’altra però non se ne più e dare spazio al vigore, alla vivacità e al colore rock serve anche per rimettere in moto una popolazione che sembra quantomeno assuefatta.

Stasera c’è una tribute band dei Clash che non posso dire mi abbia colpito positivamente, ma perlomeno per una sera lo spirito del Rock, torna a manifestarsi. Bottega rules.

Pollastrella e uomo di blues – Bottega Dei Briganti – Ottobre 2018 – autoscatto

Lo-Fi Rock And Roll Blues

Uno che ascolta John Miles e la Bad Company come me una volta ogni tanto ha bisogno di immergersi nel suono primordiale del rock and roll. Quale occasione migliore del tour europea degli Heart Throb Chassis? Anche perché così ho l’occasione di vedere uno degli amici a me più cari, il mitologico Paolo Barone (il nostro Polbi, insomma).

Sono ormai cinque anni che non ci vediamo sebbene sia un dato che pare incredibile; d’altra parte ci sentiamo spessissimo e non pare possibile sia passato tutto quel tempo.

Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.

Abbiamo sempre un mare di cose da dirci: il Rock, come va il mondo, i Led Zeppelin. Una pizza, una birra …

Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.

due passi per Fidenza…

Fidenza Ottobre 2018 – Foto TT

Siamo al Taun, locale specializzato in quel tipo di Rock. Soffitto basso, fauna tipica del genere, per un momento mi sembra di essere tornato al Punto Club di Vignola nel 1981, discoteca rock dove si passava dai Joy Division, al Clash, agli AC/DC senza troppi problemi. Giubbotti neri, borchie, qualche cresta punk alternati al vestiario alternativo di questi ultimi anni. Un tipo ha le braghe corte e i calzettoni lunghi. Sembra un nessi. Aprono il concerto i Thee Bomb’o’Nyrics. basso (Danelectro), chitarra, batteria e voce per un rock and roll essenziale e scolastico ma pieno di convinzione e di ritmi primitivi.

Verso mezzanotte ecco gli headliner, dal Michigan gli Heart Throb Chassis, il suono primigenio di Detroit. Due chitarre, una voce, una batteria usata in maniera non consona. Un ora di high voltage lo-fi rock and roll che mi rimette in sesto e sbroglia di orpelli a volte troppo mainstream del mio animo. Un salutare tuffo nel mondo della distorsione, della saturazione del segnale, di suoni e tuoni elettrici che arrivano dalle profondità della pancia dell’animo umano.

Il banchetto del merchandising è uno spettacolo: si vendono magliette (stupende), cd, vinili e musicassette del gruppo. Tshirt per la pollastrella, vinile per me. Ormai anche band del circuito underground  si mantengono (più o meno) col merchandising, il più delle volte – dal punto di vista del visual –  molto bello. Do infatti una occhiata al cartellone posto all’entrata del club, la maggior parte dei loghi e dell’artwork delle band di quel genere sono validissimi. Meglio di certe produzioni del mondo metal, classic rock e blues. Di questo bisogna dar loro atto.

E’ l’una e venticinque di notte quando abbraccio il mio amico e gli auguro un happy trail verso l’agro Romano. Bello averlo riabbracciato.

Heart Throb Chassis – photo TT

“ma poi non rompermi i coglioni per me c’è solo l’Inter” (prima e dopo il derby del 21/10/2018)

Cosa significhi l’Inter per me, non è semplice da spiegare. Inutile tentare di farlo capire a chi pensa al calcio come un sport per deficienti o a chi non ha passioni. L’Inter è un sentimento profondissimo, una vibrazione che scuote il mio corpo, un amore puro, gioioso, completo. Sofferenza ed estasi si fondono nell’esperienza cosmica definitiva.

Mi vesto di Inter, mi inebrio di Inter, vivo di Inter.

There’s always one thing on my mind – autoscatto

Compro su Amazon il file digital di C’E’ Solo L’Inter, l’inno che preferisco. Una sorta di gospel blues cantato da Graziano Romani (mio conterraneo ed amico) scritto insieme a Elio degli EELST. Lo ascolto quasi ogni giorno in macchina mentre torno dal lavoro, cantando insieme a Graziano e commuovendomi d’orgoglio al momento del ponte.

Il campionato 2018/19 inizia malissimo. Sono allo stadio con Mario, Francesco, Wilko e Giacono e l’Inter perde in casa del Sassuolo. Seguono un pareggio, una vittoria e un’altra sconfitta sino a quando la squadra mette il turbo. Arrivano cinque vittorie consecutive in campionato e due in Champions League.

Nella tribunetta arancio della Domus Saurea mi ritrovo con Mario a seguire il derby. Partita ogni volta delicatissima. Il Mìlan di oggi non mi fa una gran paura, credo che noi si sia più forti, ma il derby è il derby, non sai mai quello che potrà accadere.

Io e il mio pard nerazzurro siamo inquieti, affrontare i cugini ci rende così. La partita si dipana bene, l’Inter guida il gioco, padroneggia un football efficiente ed efficace, pare diventata una squadra di carattere, sicura dei propri mezzi e con le convinzioni giuste. Mettiamo in scena alcune azioni davvero magnifiche, ma non riusciamo a concludere. Arriviamo vicini al goal in più occasioni, un goal annullato dal Var, un palo, ma il risultato non cambia. Al novantesimo io e Mario siamo da un parte orgogliosi della bella partita giocata dalla squadra, dall’altra delusi per la mancata vittoria che avremmo meritato. 4 minuti di recupero. Ci versiamo un ultimo rum prima di salutarci, ci diciamo che è stata un’occasione persa quando al 92esimo, sulla fascia destra,  Vrsaljko passa tramite rasoterra la palla a Candreva, il quale la alza e in rovesciata la passa a Vecino. Il Mate è marcatissimo, pare la solita azione destinata a concludersi in un nulla di fatto, ma l’uruguagio dal nulla si inventa il cross perfetto. Maurito a centro area sembra prevedere la traiettoria del pallone, con una finta manda a ramengo il difensore del Mìlan, il portiere Donnarumma salta a vuoto e Maurito, il nostro magnifico Maurito, la insacca in rete.

Esprimere la gioia del momento è impossibile. San Siro (completamente sold out, quasi 79.000 spettatori) esplode, i sismografi vengono sollecitati, Milano trema, persino l’asse terreste subisce un leggero scarto. Sulla tribunetta della Domus Saurea è il delirio, uomini di una incerta età saltano sul divano, aprono la finestra e lanciano verso le profondità cosmiche il loro gaudio. Calici di Franciacorta tintinnano, la luna inizia a brillare più forte e le stelle tornano a riempire i loro sogni. Almeno per una sera possiamo dire di essere felici. Grazie Inter.

il gol di Maurito – Inter – Milan 21/10/2018

il gol di Maurito – Inter – Milan 21/10/2018

A me che sono innamorato

non venite a raccontare

quello che l’Inter deve fare

perché per noi niente è mai normale

nè sconfitta nè vittoria

che tanto è sempre la stessa storia

un’ora e mezza senza fiato

perché c’è solo l’Inter

C’è solo l’Inter, per me, solo l’Inter

C’è solo l’Inter, per me

 

GRETA VAN FLEET “Anthem of the Peaceful Army” (Republic Records – 2018)

22 Ott

Introduzione

Qui sul blog abbiamo iniziato a parlare dei GVF più di un anno fa. Ci piaceva il fatto che, pur facendo indubbiamente il verso al nostro gruppo preferito, la band sembrasse vera e animata dal giusto senso del rock; di solito non amiamo particolarmente chi scimmiotta i LZ, sia che si tratti di gruppi famosi che di semplici tribute band, chi diventa una macchietta, chi imita la gestualità e il modo di cantare di Plant trasformandosi il più delle volte in un comico e inguardabile clone. Apprezzammo dunque i due EP pubblicati ad inizio e a fine 2017 anche perché tenemmo conto della giovanissima età del membri del gruppo.

Lo scorso luglio poi uscì il nuovo singolo (“When the Curtain Falls“) e le nostre simpatie iniziarono a stemperarsi. I riferimenti ai Led Zeppelin erano ancora molto evidenti e la cosa spense un po’ il nostro interesse. Il gruppo era ancora molto giovane ma un anno e mezzo passato costantemente on the road aiuta a maturare in fretta, dunque ci si aspettava anche dal punto di vista del songwriting un passo in avanti. Scrivemmo due considerazioni personali su facebook e quindi decidemmo così di non interessarci più di tanto del gruppo. La cosa divenne però più ardua del previsto.

◊ ◊ ◊

Due sabati fa son li che scarico, dal camion del rivenditore, la prima parte di pellet per il nostro fabbisogno invernale. Il tipo inizia a parlare di rock. Io taccio, non ho voglia di infilarmi in discorsi superficiali circa la musica che preferisco, la pollastrella invece non perde l’occasione per tornare su uno dei suoi interessi principali. Faccio avanti indietro tra il cortile e il lato più oscuro del garage con dei sacchi da 15 kg sulle spalle mentre sento parlare di Deep Purple e di AC/DC e quindi dei Greta Van Fleet. Mi dico, ma guarda un po’ questi ragazzini, sono riusciti ad arrivare anche qui tra i sentieri dell’Emilia più profonda.

Mercoledì scorso vado alla Bottega dei Briganti a vedere una (discutibile) tribute band dei Clash. La Bottega è uno dei locali che di solito frequento. Ci ho suonato più volte col mio gruppo e con Valerio, il titolare, ho un ottimo rapporto. E’ sempre molto occupato, ma mentre ceniamo viene a fare due chiacchiere e, tra le altre cose ci dice: “voglio prendere i biglietti per andare a vedere i Greta Van Fleet a Milano”.

Sabato scorso. Torna il tipo a portarci la seconda parte del pellet. Il primo argomento è “possibile che i biglietti per il concerto dei Greta Van Fleet siano andati esauriti in due minuti”.

Va beh, mi prendo il nuovo album, appena uscito, lo metto sulla chiavetta e me lo ascolto una prima volta. Mi faccio un’idea, ma poi mi dico: “ne devo scrivere sul blog?“, ormai i GVF sono diventati un argomento che genera qualche tensione. Rifletto su quanto carissimi amici hanno scritto e mi hanno detto.

Amico P (musicista: cantante/chitarrista e genio a tutto tondo): “guarda, io li prendo per quello che sono senza farmi tanti problemi sul paragone con i LZ. Jacob Kiszka io lo vivo come chitarrista americano, più che come adepto di Page. Se proprio vogliamo magari mancano i due o tre pezzi di valore superiore”

Amico U (musicista: chitarrista): scrive un concetto che si può riassumere con queste parole: “ma come si fa a criticarli? Sono una delle vere poche nuove rock band venute fuori in questi ultimi tempi. Criticarli significa contribuire a far sparire il Rock”

Amico G (giornalista musicale):  “Lo so molti di voi contestano i GVF perchè “copiano”… Fatti vostri. Dico solo che facendo i saccenti e i criticoni con tutto, abbiamo fatto scomparire le chitarre e ci siamo meritati il trap/rap/rutt/scorregg che ci sta sovrastando. Poi voi fate come volete. “

Amico R (musicista/chitarrista): “Mi piacciono, gran chitarrista, li sto ascoltando compulsivamente da ieri. Datemi retta questi (a parte il batterista) hanno le palle quadre a 20 anni”

Amico B (giornalista musicale): “Ieri ascoltavo i GVF e mi domandavo come facessero a piacere a te che sei molto caustico nei confronti degli imitatori dei LZ. Io non riesco a  trovarci un tratto distintivo”.

Amico P (star della subacquea / scrittore e filoso alternativo di rock): “Bah…”

E ora cosa scrivo? Come li affronto? Mi atteggio a “saccente e criticone” come scrive il mio amico G o li vivo di pancia rallegrandomi delle loro influenze? Mi interrogo sullo stato del Rock (diciamo così, classico) che sembra non andare oltre ai riferimenti dei bei tempi andati o devo felicitarmi perché se non altro una nuova band Rock (voce, chitarra, basso e batteria) sta assurgendo agli onori delle cronache?

E se li critico, con che faccia tosta mi presento? Io che se vado a riascoltare i miei demo del passato non posso che trovare nelle mie canzoni richiami ai Led Zeppelin, io che suono in una tribute band (seppur obliqua) del gruppo di Page?

E poi, anche i LZ presero a man bassa dal blues per i primi due album… certo, mi si obietterà, loro però trasformarono il tutto in una proposta decisamente nuova contribuendo in maniera definitiva a scrivere la storia del Rock, mentre i GVF sembrano semplicemente riproporla; d’altra parte siamo nel 2018, gli alfabeti musicali sono consunti, il terreno del songwriting ormai non è più fertile, non ci si può più aspettare granché, a dispetto di chi pensa che il rock non morirà mai.

Medito un po’ sul da farsi, poi decido: I don’t give a damn! Scrivo in modo schietto e sincero senza curarmi di nulla, questo è un misero blog personale, mica la rivista Mojo. I miei amici mi perdoneranno, il dio del Rock anche, se non li difendo a spada tratta.

Greta Van Fleet “Anthem of the Peaceful Army” (2018 Republic) – TTT½

1. Age of Man – 2. The Cold Wind – 3. When The Curtain Falls – 4. Watching Over – 5. Lover Leaver (Taker Believer) – 6. You’re The One – 7.  The New Day – 8. Mountain of the Sun – 9. Brave New World -10. Anthem

  • Joshua Kiszka – vocals
  • Jacob Kiszka – guitar, backing vocals
  • Samuel Kiszka – bass guitar, keyboards, backing vocals
  • Daniel Wagner – drums, backing vocal

Age Of Man apre l’album in modo positivo. Il sound si arricchisce delle tastiere (suonate dal bassista … altra similarità). La voce di Joshua Kiszka è penetrante, e ancora non so decidere se mi piace o mi infastidisce un po’. Di certo il ragazzo è dotato. Magari esagera un po’ usandola spesso a tutta potenza, come d’altra parte nei primi due album era solito fare Plant. Il pezzo è valido, un buon tempo medio articolato e non privo di fascino. Vuoi vedere che hanno trovato una loro strada?

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The Cold Wind invece si inserisce sul già tracciato. Parte come un rockaccio alla Led Zeppelin (quelle cose un po’ alla Custard Pie) ma si distingue con un bello sviluppo subito dopo la strofa (sviluppo che si conclude citando un passaggio di Over The Hills And Far Away) e per un ponte strumentale potente e scatenato. Delizioso l’assolo di chitarra. Buona prova d’insieme, detto per inciso a me il batterista piace.

When The Curtain Falls è il singolo (o meglio il video dell’album) ed è uno dei momenti che meno apprezzo. Non è male ma è di nuovo un rock generico alla led Zeppelin. Il controcanto della chitarra nel ritornello non è niente altro che il lick che Jimmy Page ripete più volte in In The Evening. Personalmente trovo questo richiamo un po’ imbarazzante.

Watching Over inizia con un sapore anni sessanta poi tenta di darsi alla psichedelia prima di trasformarsi in un riff ostinato. L’effetto sitar della chitarra a me non piace, ma ci sarà chi lo apprezzerà. Anche in questo caso l’assolo termina in modo brusco. Al minuto 3:20 il cantante cita il Robert Plant di Four Sticks mentre al minuto 3:33 il chitarrista cita pari pari il Jimmy Page di No Quarter dal live The Song Remains The Same. (Mi riferisco a quella magnifica frase ripetuta più volte dal minuto 7:22 in poi del pezzo del 1973).

Lover, Leaver (Taker, Believer) è il secondo singolo, un hard rock senza particolarità e che probabilmente risente della influenza di Whole Lotta Love. Il chitarrista cita di nuovo Jimmy Page al minuto 1:40 (assolo di Black Dog da studio e di Stairway To Heaven live 1973) e al minuto 1:45 (riff di Nobody’s Fault But Mine). Dal minuto 2:40 poi i GVF ripropongono il riff di chiusura di Out On The Tiles sempre dei LZ. Poi la gente si infastidisce se vengono accostati costantemente al gruppo del dirigibile.

Con You’re The One le cose non migliorano.  Il pezzo è molto simile a Your Time Is Gonna Come dei LZ. Andamento acustico su tempo medio con tanto di organo. Il ritornello mette in imbarazzo.

Con The New Day mi trovo in uno stato in cui li ascolto solo per scoprire che riferimento zeppeliniano metteranno in campo stavolta. Magari esagero, ma anche qui mi sembra di sentire i Led Zep elettro-acustici di Over The Hills And Far Away.

Mountain Of The Sun è costruito su un buon giro rock blues disegnato con la slide guitar. In un primo momento mi ci ritrovo bene, sento qualcosa di famigliare ma mi godo il bel rock del pezzo. Poi mi sovviene la amara verità: il pezzo discende dall’inedito di LZII La La. Lo riascolto per capire se sono io che mi sto facendo suggestionare o cosa, ma la influenza di quella oscura outtake dei Led Zeppelin mi pare evidente.

Brave New World è un tempo medio che viaggia su coordinate epiche velate da contrappunti pieni di mistero. Verso la fine c’è un intermezzo dipinto di blues.

Il disco è chiuso da Anthem, ballata acustica. L’uso della steel guitar anche qui è sospetto, ma mi impongo di non cercare più tracce di piombo e cerco di godermi questo ultimo bel quadretto

Nell’album è compresa anche la versione più lunga di Lover, Leaver (Taker, Believer).


La copertina non è male e la produzione è discreta.

Riassumendo, non riesco a giungere ad un conclusione precisa. Il mio giudizio rimane interlocutorio. Mi piace come suonano, come si pongono, la baldanza che hanno, mi piace la musica che fanno (seppur rimanga convinto che manchi qualche pezzo di livello superiore), ma mi chiedo se questo mi sia sufficiente. Temo sembrino dei giganti vista la pochezza musicale dei nostri tempi e perché siamo disperatamente alla ricerca di qualcosa che ci faccia credere che il Rock sia ancora vivo. Intendiamoci, è un bel sentire, ma le analogie con i Led Zeppelin sono troppe perché un super fan del gruppo di Page come me non le noti.

Si capisce comunque benissimo che sono un gruppo americano (io ci sento anche il sound degli Allman Brothers, benché il gruppo provenga dal Michigan) e questo è un aspetto da non sottovalutare. Suonano hard rock ma hanno sfumature amabili e non troppo aspre, sono piacevoli da ascoltare anche quando non si è dell’umore adatto per darsi al rock duro. Hanno anche un bel nome, poi sono in quattro … la formazione che prediligo, e adorano il mio gruppo preferito. Avrebbero tutto per essere amati dal sottoscritto. In attesa di vedere se le nebbie si diradano, continuo a tenerli d’occhio.

 

I GVF sul blog:

hthttps://timtirelli.com/2017/08/13/greta-van-fleet/

Gatti che ascoltano Santana

16 Ott

Domus Saurea, interno sera. La pollastrella è fuori. Sono nel solito mood contemplativo, schiacciato tra le mie anime esistenzialiste e razionaliste. Cerco di sbarazzarmi di me stesso, mi avvicino al mobile bar, mi verso due dita di rum Millonario invecchiato 10 anni, gentile omaggio del mio amico Riff.

Mi ritiro nello studiolo. Scelgo un long playing da ascoltare. Lo faccio di nascosto dal mio amico Liso, uno che quando mi vede tirar fuori uno dei miei “soliti” dischi fa una sorrisino che sta tra l’affetto e il compatimento. Lui ha amato e ama il rock, ma è uno che cerca di andare avanti, di non fermarsi ad ascoltare sempre gli abituali cento dischi della nostra gioventù. Io ci provo, ma poi mi ritrovo sempre a guardare attraverso lo specchietto retrovisore.

Mi cade l’animo sul primo di Santana. Carlos è stato il primo chitarrista che ho amato, e provo sempre qualcosa per lui. Oggi come oggi preferisco la sua fase Jazz Rock, quella che va all’incirca dal 1972 al 1974, ma stasera mi va di prendere sentieri più battuti.

Parto dal lato 2. Persuasion. Nella breve pausa tra il primo e il secondo brano sento Strichetto miagolare fuori dalla porta. Vuole entrare. Strichetto è la gattina che abbiamo adottato. Arrivata piccolissima più di un anno fa in Emilia, portata dalle Marche come gioco per le proprie bambine da una coppia che poi ha smesso di curarsene, coppia che ha finito per abitare nella casa dei nostri vicini; dopo un paio di mesi di stress “Stricchi” si è guardata intorno, si è accorta di noi, ci ha annusati, si è infilata in casa nostra e non è più uscita.

Come ho scritto più volte (ormai è una delle figure fisse cdi questo blog) è una gattina deliziosa, bella, smorfiosa, frenetica, isterica (essere usata come un giocattolo da due bimbe piccole senza che i genitori se ne preoccupino non è certo il massimo per una micina). Ama stare in casa durante il giorno e uscire di notte. Con nostra grande sorpresa abbiamo scoperto che è una femmina alfa. Per le altre nostre tre gatte, la vita è diventata più dura. Apro la porta e la faccio entrare. Fuori la campagna è illuminata da un filo di luna. Controllo che non ci siano ologrammi di chitarristi blues nati a Hazlehurst fermi ad un incrocio di vecchie carreggiate e richiudo la porta.

Stricchi, come succede ogni volta, si rotola sulla stuoia della cucina. Vuole che la accarezzi la pancia, vuole giocare con le mie dita morsicandole con dolcezza … il nostro piccolo rituale per rinnovare l’amore reciproco. Mi lancia quindi i suoi miagolii un po’ nevrotici per avere qualche crocchetta. Come ogni volta cedo.

Nel frattempo nello studio è iniziato il pezzo successivo: Treat. Stricchi drizza le orecchie e si precipita davanti al giradischi. Sembra ipnotizzata dal giro strumentale di Sol minore e Do settima. Rimango affascinato. Cosa potrà pensare un esserino come lei di questa aria sonora? Che dati e che sensazioni potrà elaborare il suo cervellino?

Strichetto listens to Santana – Photo TT

I gatti hanno un udito sensibilissimo, la loro capacità uditiva e di 4,5 volte superiore a quella dell’uomo. Per quanto concerne le basse frequenze il loro udito è simile al nostro, ma per le frequenze altre è tutta un’altra storia. Riescono a percepire gli ultrasuoni con estrema facilità, arrivano sino ai 100.000 hertz al secondo, contro i 20.000 dell’uomo.

Di solito non amano le case troppo rumorose e nemmeno la musica troppo alta, ma dopotutto credo che sia anche questione di abitudine. I miei gatti (e parlo anche del mio bellissimo gattone bianco di nome Fidel con cui ho vissuto nella mia vita precedente) non hanno mai avuto problemi. Fidel, appunto, rimaneva impassibile quando ascoltavo Whole Lotta Love a buon volume (mentre i gatti dei vicini non appena sentivano entrare il basso di Jones e quindi la batteria di Bonham scappavano a nascondersi), lo stesso fa Raissa (una delle nostre gatte) capace di dormire sul castello (il grande tiragraffi che abbiamo nello studiolo) al suono della Mahavishnu Orchestra.

Strichetto rimane in ascolto. Osserva il disco girare sul piatto. Che frequenze starà percependo?

Strichetto listens to Santana – Photo TT

Rimane in quella posizione circa un minuto, poi mi guarda, torna a posare lo sguardo sul giradischi e immagino finisca per dirsi che deve essere una di quelle diavoleria legate agli dei che camminano su due zampe (noi umani insomma), pensiero simile a quello che facevano Buck e Zanna Bianca secondo Jack London.

Strichetto infatti ritorna alla sua occupazione abituale: attaccare il ragno assassino (vecchio giocattolo di Palmiro che, ormai adulto, non ha più tempo per giocare con quei lavori lì da micetti).

Strichetto attacca il ragno assassino – foto TT

Strichetto attacca il ragno assassino – foto TT

Messo ko il ragno assassino anche stavolta, Stricchi è pronta per uscire di nuovo e passare la notte a caccia.

Stricchi – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT

L’indomani mattina scendo, tiro fuori la macchina dal garage e mi accingo a partire per il lavoro. Ancora in fustinella dalla sera prima, seleziono dal lettore il primo dei Santana. Scendo dalla blues mobile, lascio la portiera aperta e faccio per chiudere il portone del garage. Abito in campagna, posso permettermi da fare un po’ di cagnara anche la mattina. Mentre torno verso la macchina mi accorgo che è sopraggiunta la Stricchi ed è ferma di fianco alla macchina, in corrispondenza della portiera aperta. E’ un caso o il primo di Santana è un album che le piace proprio?

Stricchi nell’erba spagna mentre ascolta Santana – foto TT

Lavori* da metrosexual: matching colors blues

11 Ott

*L’accezione di “lavori” nel titolo è quella emiliana, traducibile dunque con “cose”. Noi qui nelle low lands della Valpadana usiamo espressioni come ” mo’ che lavoro!”, “è una lavoro da matti”, “basta far quei lavori lì”. Quando ci succede qualcosa di spiacevole usiamo “che brutto lavoro!”, insomma avete capito il senso.

Mattina, in ufficio. Davanti al dispositivo programmato per immagazzinare dati, elaborarli e trasmettere i risultati in forma opportuna (al computer insomma) con fertile e sollecita attività lavoro, fin quando non sento qualcosa muoversi all’interno dei pantaloni che indosso (qualcuno in un primo momento avrà forse pensato che si muovesse qualcosa d’altro altro, ma quello succede quando Maurito la mette in buca).

Nemmeno il tempo di elaborare il pensiero che mi sono già calato le braghe. Di fronte agli insetti divento pavido, millepiedi e cavallette mi gettano nella disperazione ma anche il resto degli artropodi mi mette a disagio. Spaventato ma in modalità razionale constato che trattasi di cimice. Vivo in campagna, ed è dal 2012 che la Halyomorpha halys ovvero la “cimice asiatica” o “cimice marmorata marrone” infesta le nostre terre. In autunno penetra in casa nonostante zanzariere e porte chiuse, si infila dappertutto e ogni sera ne catturiamo almeno una decina. E’ fisiologico dunque che possano infilarsi nei vestiti, ma nonostante la rassegnazione trovarsene una nei pantaloni non è per nulla piacevole.

Ho un ufficio tutto per me, posso dunque stare a cul busòn, come diciamo noi a da queste parti, il tempo necessario per togliere la cimice e assicurarmi che non ci siano animaletti d’altro genere nei miei jeans. Scampato il pericolo, faccio per ricompormi quando mi accorgo di un altro fatto angosciante: ho i boxer del colore sbagliato.

Sono uno di quei fighetti da brodo attentissimi al tono su tono. Anche quando sono in casa e mi accomodo in tute e felpe per godermi il comfort casalingo, tutto deve avere  rigore cromatico. Controllo i miei vestiti: camicia blu carta zucchero, gilet blu, jeans blu, maglietta blu, calze blue, foulard blu … che c’entrano dei boxer verdi?

Devo essermi sbagliato stamane mentre mi vestivo. Nel cassetto i boxer sono diligentemente divisi per tonalità: a sinistra quelli blu (il mio colore preferito), centro sinistra quelli grigi e neri, e tra centro destra e destra quelli verdi, quelli marroni e quelli di vari colori. Evidentemente un paio di boxer verdi deve essere finito tra quelli blu.

Mi dico che non è importante, che per un giorno che vuoi che sia, che non devo essere schiavo delle mie ossessioni. Mi rimetto a lavorare, ma poi mi torna in mentre Julia, personaggio di punta di questo blog nei suoi primi anni. Per lavoro e per diletto la incontravo anni fa quasi ogni settimana. Confrontarmi con lei era assai piacevole e il nostro rapporto mi ha arricchito non poco. Ricordo che un giorno mi disse: “sono ormai alcuni anni che ci vediamo con frequenza e mai una volta ti ho visto vestire con tonalità sbagliate”. La sua constatazione mi colpì, perché per me era (ed è) una faccenda di semplice buon gusto, di rispetto per sé stessi e per gli altri, una cosa ovvia da seguire, ma quel suo rilievo mi fece pensare che forse poteva anche essere vista da un punto di vista meno nobile. Che stesse valutando il confine tra stile (sempre che di stile si possa parlare) e piccole ossessioni? D’altra parte rammento che una mattina, mentre prendevamo un thé a casa sua, osservai i volumi di una enciclopedia posizionati in un mobile. Erano tutti rivestiti con la stessa carta tranne uno, avvolto in carta da giornale e le dissi “io non riuscirei a tenere un volume incartato in modo diverso dagli altri”. Mi guardò con uno sguardo interlocutorio, mentre i suoi lunghi capelli neri seguivano l’onda della sua curiosità, poi si sciolse in un sorriso riservato e dolce (e forse di compatimento).

Cerco di rimanere concentrato sul lavoro, ma il pensiero del boxer verde diventa un tarlo nel cervello. E se mi capita qualcosa? Se mi devono portare al pronto soccorso per un attacco di blues, cosa potrà dire la dottoressa che mi visita? “Poveretto, guarda come stan male quei boxer verdi su tutto quel blu!”

E se per caso succedesse che una bella ragazza rimanesse folgorata dal mio incedere blues e decidesse di lanciarsi in un ballo da strappamutande con me, una volta accortasi dell’inghippo, cosa esclamerebbe? “Mo’ cos’è quel lavoro qui? Hai dei boxer verdi su dei capi blu, lasciamo stare dai, mi è passata la garra charrua”.

Ed è così che decido di recarmi in un negozio di intimo, di comprare un completo in tonalità blu (ma ancora sigillato nel collophane), di tornare in ufficio, di chiudermi in bagno e correggere finalmente quella vergogna cromatica.

Torno al mio posto, inizio di nuovo a lavorare e fischietto una delle mie canzoni, quella intitolata “BLU”:

“La casa è blu, il giardino è blu, le rose che ti porto blu / Che cosa mai significa questa realtà cromatica

 Mi vesto in blu, io penso in blu, la musica che ascolto è blu / Che cosa mai significa questa realtà cromatica

Mi vedo blu, mi sento blu e a volte sono proprio giù / Ma già lo sai se stai con me l’inferno è preferibile”